Questa volta, in Italia, davanti a un Draghi un San Giorgio non basterà. Anche perché Draghi è reale, San Giorgio solo una leggenda

— attualità ecclesiale —

QUESTA VOLTA, IN ITALIA, DAVANTI A UN DRAGHI UN SAN GIORGIO NON BASTERÀ. ANCHE PERCHÉ DRAGHI È REALE, SAN GIORGIO SOLO UNA LEGGENDA

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Abbiamo assistito alla politica dell’Anti-qualcosa. Una politica di questo genere ci ha abituato a vedere sorgere astri come novelli messia che avrebbero dovuto risolvere i problemi del Paese ma che poi sono tramontati nell’abisso del nulla assoluto. Spesso negli anni recenti abbiamo assistito a varie riedizioni de La Fattoria degli Animali di George Orwell, dove si parte col grido rivoluzionario «Tutti gli animali sono uguali» e si finisce per sancire «… ma alcuni sono più uguali degli altri».

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Stiamo vivendo ore di trepidazione in attesa che il Presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi accetti l’incarico proposto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di creare un nuovo esecutivo per poter iniziare a governare. Le consultazioni sono già state fatte, ora è tempo di scoprire le carte e di cercare la fiducia.

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Come cattolico una politica di questo genere non riesce ad appassionarmi, non ci trovo nulla di affine, neppure sforzandomi. Non sono mai stato un cattolico adulto sul modello Romano Prodi o Rosy Bindi. Non sono nemmeno mai stato un ciellino, di quelli che hanno battagliato contro i movimenti studenteschi di sinistra al liceo o all’università, o contro le politiche liberticide dei Radicali, salvo invitare anni dopo Emma Bonino al loro meeting di Rimini, dimenticando che la Signora è solita indicare l’aborto come «una grande conquista sociale». Ciò che di politico ho potuto conoscere, fin dalla mia giovinezza, mi ha permesso di starmene il più lontano possibile, al fine di salvaguardare la mia salute fisica e la mia integrità intellettuale.

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Forse sarò limitato ma non riesco ad immaginare oggi l’esistenza di un politico cristiano, meno che mai cattolico. Certamente non un politico cattolico alla Joe Biden. E le ragioni stanno nel ritenere che Dio è Dio e resta sempre più autorevole e importante di qualunque Cesare. Così, prima o poi, bisogna arrivare a una scelta a schierarsi, o si serve Dio o si serve Mammona:

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«Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» [Mt 6, 24].

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Dopo la catastrofe di tangentopoli a inizi anni Novanta e il crepuscolo dei vecchi partiti storici italiani, abbiamo attraversato anni di politica take away che non ha formato politici di razza e men che meno cattolici ma solo demagoghi pronti a cavalcare l’onda utile del sentimentalismo e dell’insoddisfazione. Abbiamo assistito alla politica dell’Anti-qualcosa. Una politica di questo genere ci ha abituato a vedere sorgere astri come novelli messia che avrebbero dovuto risolvere i problemi del Paese ma che poi sono tramontati nell’abisso del nulla assoluto. Spesso negli anni recenti abbiamo assistito a varie riedizioni de La Fattoria degli Animali di George Orwell, dove si parte col grido rivoluzionario «Tutti gli animali sono uguali» e si finisce per sancire «… ma alcuni sono più uguali degli altri». Dunque non solo, si è omesso di perseguire l’interesse e il bene della polis come avrebbero voluto i nostri padri greci, ma si è addirittura bistrattata la tanto decantata democrazia oggi non più tale, perché non governa più e tanto meno lo fa a nome del Popolo al quale appartiene la sovranità che concede in delega ai propri governanti con il meccanismo delle libere elezioni [cfr. Art. 1 della Costituzione Repubblicana].

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Da un tipo di politica e di politici di questo genere, se è impossibile aspettarsi anche un pallido bene per il Paese è quasi utopico sperare in un qualche generico bene per l’uomo. Solo uno sciocco non si accorgerebbe delle politiche antiumane che gli ultimi governi hanno portato avanti, sempre e di prassi con la benedizione di una certa sinistra ecclesiastica avanguardista.

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L’uomo vive nella contingenza e nella contingenza ha diritto di trovare quella mercede che non dovrebbe mai mancare a nessun figlio di Dio: lavoro, salute, sicurezza e libertà. Capisaldi societari per poter realizzare una esistenza dignitosa e tranquilla. L’illusione del Nuovo Umanesimo e della resilienza oppositiva alla catastrofe Covid-19 importata dal governo Conte ha condotto l’Italia a essere disumanizzata e cinica in molti ambiti della vita sociale. Una disumanizzazione che abbiamo potuto sperimentare anche nelle nostre Chiese, nei volti dei nostri pastori, in quella Chiesa in uscita che non riesce più a trovare la via di ritorno a casa. Una Chiesa ospedale da campo nella quale, se ti presenti come ferito grave al pronto soccorso, non ti prestano assistenza di alcun genere, anzi non ti fanno neppure entrare, se non esibisci la carta di credito del progressismo cattolico politicamente corretto.

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Qualunque umanesimo fa riferimento a una antropologia ben definita, da cui poi è possibile partire per costruire un modello di uomo concreto. Per noi cristiani l’antropologia si definisce nell’evento Cristo, il Ecce Homo che ha sbaragliato il saggio governatore Pilato e che con la sua vita ha divelto i giochetti del tradizionalismo religioso e politico. Forse, a voler fare fanta-teologia, se Cristo oggi avesse un partito suo, avrebbe solo lo zero zero virgola …

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Con l’arrivo della figura di Mario Draghi sembrano essersi riaccesi gli entusiasmi di tutti, sia in Italia che in Europa e anche all’interno della Chiesa. Rottamato l’avvocato del popolo devoto a padre Pio e discepolo del Cardinale Achille Silvestrini a Villa Nazareth si è portato lo sguardo al nuovo messia della Banca Centrale Europea che possiede un pedigree di tutto rispetto e che può vantare il sigillo di garanzia dato dalla Compagnia di Gesù, o come da anni ironizza Padre Ariel S. Levi di Gualdo «… la nuova Compagnia delle Indie».

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Tacitata l’analisi schietta del picconatore Francesco Cossiga, oggi si guarda a un Draghi diverso, quasi a un distillato di attese fauste e speranza realizzate per tante persone. Sarà veramente così? La Civiltà Cattolica, così come il megafono di Santa Marta, il poliedrico Padre Antonio Spadaro tessono lodi di Draghi in modo così sperticato da suggerire l’uso di una pomata cortisonica. E se il buon gesuita Spadaro è il primo in pole position nel lodare Mario Draghi ― ricordando anche la nomina pontificia a membro ordinario dell’accademia delle scienze sociali nel luglio 2020 ― Famiglia Cristiana, giornale ribattezzato dieci anni fa Fanghiglia Cristiana dal già menzionato Padre Ariel, non si lascia sfuggire l’occasione per togliersi qualche sassolino dalla scarpa con il pungente articolo del teologo Pino Lorizio.

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Insomma, un laico questo Draghi dal cattolicesimo laico che o lo si ama alla follia o lo si odia alla follia. Staremo a vedere nei prossimi tempi quanto starà caro all’uomo Jorge Mario Bergoglio e se da bravo ex allievo gesuita riuscirà con parresia nel tentativo di conciliare gli opposti, di quadrare il cerchio e di creare oro dal vile piombo.

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Sul web sotto l’hashtag “#quellavoltacheDraghi” è possibile trovare divertenti siparietti in cui si attribuiscono a Draghi ogni sorta di stravaganze, così come gli si attribuiscono poteri mistici e virtù taumaturgiche. È questa una bizzarria tutta italiana che invece di prendere consapevolezza del disastro che incombe preferisce trovare una vena comica e sdrammatizzare. Concludo perciò dicendo che rimango piuttosto amareggiato da una politica che ancora una volta si è dimostra lontana dalla gente, che non si concepisce più come servizio ma come privilegio di casta, che non è più lì per ascoltare ma preferisce imporre. Proprio così, imporre alla fine che «… ma alcuni animali sono più uguali degli altri». Imporre un governo invece di dare voce alla democrazia, imporre un’agenda che resta ai più sconosciuta ma notissima all’oligarchica cerchia di detentori del potere che si tutelano a vicenda. Una imposizione che non risparmia neanche i luoghi più sacri del vestibolo e dell’altare e che non si perita di scantonare in ambiti che non gli appartengono è dimostrarsi ahimè molto più superiore e autorevole di tanti ministri della Chiesa che ormai, come un grammofono rotto, ripercorrono le stesse vecchie tracce. 

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Forse il nuovo governo sarà di tutto rispetto, si dimostrerà degno dell’opera di Soloviev I racconti dell’Anticristo, con i quali fu inaugurata alla fine del 2014 L’Isola di Patmos, dedicando a questo racconto profetico uno dei primi articoli [vedere, QUI]. Nell’insieme sarà un governo perbene, plurititolato, filantropo, pacifista, vegetariano, animalista, esegeta, ecumenista ma in fondo così profondamente antiumano. E quel che è peggio noi faremo a gara a salutare questa anti-umanità come la salvezza a lungo desiderata. Mi piacerebbe sbagliarmi, ma credo che questa volta in Italia davanti a un Draghi un San Giorgio non basterà. Anche perché Draghi è reale, San Giorgio è solo una leggenda.

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Laconi, 12 febbraio 2021

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NOTA DELLA REDAZIONE

Quella di San Giorgio è considerata dagli storici della Chiesa una figura mitologica mai esistita nella realtà. Pur nella totale assenza di documenti e fonti storiche che ne attestassero l’esistenza fu canonizzato dal Sommo Pontefice Gelasio I nel 496. Più che un Santo realmente esistito, Giorgio di Cappadocia è frutto della leggenda e della fede popolare, ma soprattutto è metafora preziosa e pedagogico paradigma dell’eroico cavaliere di Dio che libera gli uomini dai pericoli generati da un terribile e temibile mostro, in questo caso un drago.   

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«In fin dei conti hanno solo ucciso un ragazzino ebreo». In questa società dove tutto scorre velocemente, qualcuno ricorda Willy Monteiro ucciso a Colleferro dopo avere testimoniato

—  Attualità ecclesiale —

«IN FIN DEI CONTI HANNO SOLO UCCISO UN RAGAZZINO EBREO». IN QUESTA SOCIETÀ DOVE TUTTO SCORRE VELOCEMENTE, QUALCUNO RICORDA WILLY MONTEIRO UCCISO A COLLEFERRO DOPO AVERE TESTIMONIATA LA CRISTIANA AMICIZIA?

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«In fin dei conti hanno solo ucciso un extracomunitario». Oggi, 27 gennaio, giornata dedicata alla memoria della Shoah, questa frase ricorda un triste episodio di poco antecedente lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando nella strada di una provincia tedesca un camion investì e uccise un bambino. La risposta fu simile a quella dei familiari dei fratelli Bianchi: «… in fondo era solo un ragazzino ebreo». Verrebbe ragionevolmente da dire: da allora sono trascorsi otto decenni, ma poco purtroppo sembra essere cambiato nel cuore fetido di certi uomini.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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La località di Colleferro, dove all’età di 21 anni è morto Willy Monteiro Duarte tra la notte del 5 e 6 settembre 2020, dista cinquanta chilometri da Nettuno, dove all’età di 12 anni morì Maria Teresa Goretti il 6 luglio 1902.  

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Maria e Willy muoiono vittime della violenza, entrambi. Maria è uccisa da Alessandro Serenelli [1882-1970], che colto da impeto di follia tenta di violentarla. Willy muore per cercare di difendere un amico da due violenti pericolosi molto noti nella zona, che tenta di invitare con buon senso a miti consigli. Dopo essere caduto a terra Willy è colpito ripetutamente a calci dai due aggressori, i fratelli Gabriele e Marco Bianchi [cfr. QUI]. I soccorritori, giunti poco dopo, non riescono a far giungere il giovane Willy vivo in ospedale.

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Willy, figlio di due capoverdiani, nato e cresciuto in Italia, era un giovane solare amato da tutti. Le persone di Colleferro lo ricordano attivo e impegnato nella Azione Cattolica e dedito al calcio presso la locale squadra di Paliano. Dopo essersi diplomato alla Scuola alberghiera aveva iniziato a lavorare in un ristorante della zona.

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Il Vescovo della Diocesi di Velletri, Vincenzo Apicella, commentò a caldo:

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«Siamo tutti corresponsabili […] seduti su una polveriera che può esplodere da un momento all’altro […] L’ennesimo atto di feroce e assurda violenza, cui non possiamo rassegnarci. Willy è stato ucciso a calci e pugni durante una rissa di cui non conosciamo i motivi e a cui era molto probabilmente estraneo […] da dove provengono i virus della prepotenza, della violenza, della vigliaccheria, del disprezzo della vita, della stupidità che generano queste tragedie e gettano nella disperazione intere famiglie e comunità? Sì, siamo quotidianamente seduti su una polveriera, che può esplodere improvvisamente e di cui non abbiamo consapevolezza».

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La notizia di cronaca di Willy Monteiro e del suo omicidio a Colleferro colpì molto l’opinione pubblica in quella prima settimana di settembre del 2020 e, tutti coloro che si sono trovati a seguire la notizia, me incluso, sono rimasti scossi dalla violenza con cui il ragazzo ventenne è stato travolto.

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Questa violenza atroce perpetrata dai fratelli Bianchi, attualmente carcerati in attesa di giudizio, è stata a tal punto evidente e documentata che il loro difensore rinunciò il 22 settembre a presentare appello e richiedere la loro scarcerazione [cfr. QUI]. Durissimo il parere dato dal giudice per le indagini preliminari che nel confermare la misura cautelare per i due fratelli Bianchi e per Mario Pincarelli, nel decreto di custodia cautelare dichiara la loro «manifestata incapacità di resistere agli impulsi violenti» [cfr. QUI, QUI]. Si tratta della consuetudo delinquendi, espressione con la quale è definita nel diritto penale la pericolosità sociale caratterizzata dalla spiccata attitudine acquisita dal soggetto nel commettere reati in modo abituale. Il diritto penale prevede due specie di abitualità: quella presunta e quella appurata dal giudice, come in questo caso.

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La giustizia penale adesso farà il suo corso attraverso la ricostruzione dei fatti, i lavori dei periti e poi l’iter processuale. Ma non vorrei fermarmi solo alla violenza. Perché è vero che c’è stato un male che si è incarnato rendendosi reale e materiale. Ma prima di tutto questo c’è l’atto di coraggio di un ragazzo ventenne con tanti sogni e desideri che avrebbero potuto e buona parte realizzarsi nella sua vita. Un atto di coraggio e di amore di Willy che ha voluto difendere il suo amico ― Federico ― da quel male tanto assurdo. E così ha donato la sua vita a lui. Questo ci è di grande testimonianza. Willy Monteiro, consapevole o meno di questo, è stato davvero colui che ci ha mostrato, nel suo dono di sé, in che modo Dio ci ha amato fino alla fine.

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Vorrei ripercorrere la triste vicenda che ha avuto il suo tragico epilogo mortale a Colleferro provando a entrare nell’ottica del dono dell’amore di Dio, riflettendo a tal fine sul Vangelo di Giovanni, che descrive un momento particolare degli ultimi giorni di Nostro Signore. Gli ultimi momenti, come in ogni storia, come in ogni vita, sono sempre quelli che si ricordano di più. Se prendiamo l’intero brano di Giovanni 13 possiamo dividerlo in due grandi sezioni: la prima che va dai versetti 1-4 in cui si descrivono i pensieri, le riflessioni, insomma l’intimità del pensiero di Gesù:

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«Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto» [Gv 13, 1-4].

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Qui innanzitutto sappiamo che Gesù conosce (eidos) perché vede nel cuore del Padre e nel cuore di Giuda; dunque conosce sia il pensiero del Padre cioè il massimo di amore, verità, accoglienza. E conosce anche il pensiero di Giuda: il massimo di odio, falsità e fragilità. Gesù è vero uomo e vero Dio nella unione ipostatica: perciò conosce perfettamente l’uomo e Dio. Allora, proprio in quel momento, sapendo che Giuda è l’espressione, la testimonianza di quanto l’uomo può essere fragile e debole, a causa del peccato, decide di amare fino alla fine. Amare fino alle estreme conseguenze. Gesù risponde all’odio, all’egoismo, alla chiusura in sé stessi con amore, apertura e accoglienza. Ecco allora il contrasto, che Gesù coglie fra il pensiero del Padre e il pensiero di Giuda.

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A quel punto si toglie il mantello, letteralmente i vestiti. Questo richiama l’inno paolino in cui sappiamo che Gesù pur essendo Dio spogliò sé stesso assumendo la condizione di servo [cfr. II Fil 1, 7-8]. Questo spogliarsi di Gesù è allora prendere il panno, il grembiule del servizio per chinarsi e servire anche quel Giuda che ha l’inferno nel cuore. Un atto tremendo, pieno d’amore che è il primo momento di un ultimo atto d’amore: l’amore più grande.

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Da qui allora comincia la seconda sezione: dai pensieri di Gesù alle sue azioni concrete.

«Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”. Rispose Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo”. Gli disse Pietro: “te con me”. Gli disse Simon Pietro: “Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!”. Soggiunse Gesù: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti”. Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: “Non tutti siete puri”. Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: “Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”» [Gv 13, 5-15].

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Questi versetti descrivono tanti piccoli gesti pieni di significati: ne propongo giusto alcuni, perché analizzarli tutti nella loro integrità sarebbe complesso. Il lavaggio dei piedi ha due sensi: innanzitutto colui che si mette in pellegrinaggio; colui che cammina sulla strada di Dio. Al tempo stesso, in Isaia si parla di quanto sono belli i piedi dei messaggeri di Dio [cfr. Is 52, 7]. Ecco allora che lavare i piedi è preparare gli apostoli ed essere pellegrini e missionari del messaggio di Cristo. Essere allora profeti messaggeri di un messaggio più grande. Pietro però si rifiuta: non riesce ancora ad entrare nell’ottica trinitaria; nell’ottica che Gesù è Dio. Quel Dio che non immagina e che si è costruito in tutt’altro modo. Pietro non riesce ad accettare che Dio, Adonai possa lavargli i piedi: possa rialzare l’uomo dalle sue sporcizie, impurità, debolezze e peccati. Difficile per il suo orgoglio ammettere un Dio umile.

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Perciò ai versetti 12 – 15 Gesù si presenta come esempio, in greco paradigma o modello per tutti noi: siamo tutti chiamati a provare ad essere e ad agire come Lui. Gesù è il modello della vita cristiana perché è esempio di Carità ed Umiltà. E al tempo stesso è colui che dona la grazia all’uomo.

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In quella prima settimana di settembre del 2020 la notizia della tragica morte di Willy ha suscitato lo sdegno del momento per essere poi inghiottita nel grande nulla, nel mercato dell’informazione che necessita sempre di nuova adrenalina, di nuovo orrore, o per usare una espressione forte: di sangue fresco.

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Quello di Willy è un evento preceduto da diversi altri casi tragici, semmai diversi, ma caratterizzati da epiloghi mortali: la giovane Desirée Mariottini morta ad appena sedici anni per overdose di droga dopo essere stata abusata da più persone in uno stabile abbandonato nel quartiere romano di San Lorenzo [cfr. QUI], il giovane carabinieri Mario Cerciello Rega colpito con 11 coltellate a Trastevere dal giovane americano  Finnegan Lee Elder [cfr. QUI].

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E ogni volta abbiamo assistito al “rito” dello sgomento e della condanna popolare, ai fiori deposti sul luogo del delitto con orsacchiotti di peluche e cuoricini vari. E mentre velocemente l’adrenalina si disperdeva nel sangue, con essa si perdeva la memoria di certi fatti, in attesa, da lì a breve, che un’altra dose di adrenalina rinnovasse il “rito” dello sgomento, della condanna popolare, infine della dimenticanza: sangue fresco che sostituisce il ricordo perduto del sangue vecchio.

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La polveriera sulla quale siamo seduti è resa per questo particolarmente pericolosa dal fatto che dopo ogni esplosione dimentichiamo tutto, per poi tornare a sedere sulla stessa polveriera, sino all’esplosione successiva.

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Quando dopo mezzo secolo dalla sua morte Maria Goretti fu beatificata e poi canonizzata, alla solenne cerimonia nella Papale Arcibasilica di San Pietro era presente il suo assassino pentito e redento, che scontò per intero 27 anni di carcere e che morì quasi in fama di santità in un convento dei Frati Minori Capuccini delle Marche. La conversione dell’assassino toccato dalla grazia, fu a suo modo il più grande miracolo della giovane Maria Goretti.

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Potrebbe accadere qualche cosa di diverso ma simile ai due fratelli Bianchi che hanno ucciso Willy? La grazia e il perdono di Dio non conoscono limiti dinanzi al sincero pentimento e ravvedimento dell’uomo. Certo, la frase pronunciata dai familiari delle due belve sul cadavere di Willy non ancora sepolto lascia esterrefatti: «In fin dei conti cos’hanno fatto? Niente. Hanno solo ucciso un extracomunitario» [cfr. QUI].

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Oggi, 27 gennaio, giornata dedicata alla memoria della Shoah, questa frase ricorda un triste episodio di poco antecedente lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando nella strada di una provincia tedesca un camion investì e uccise un bambino. La risposta fu simile a quella dei familiari dei fratelli Bianchi: «… in fondo era solo un ragazzino ebreo». Verrebbe ragionevolmente da dire: da allora sono trascorsi otto decenni, ma poco purtroppo sembra essere cambiato nel cuore fetido di certi uomini.

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Dalla frase dei familiari delle due belve si comprende che persino la grazia e il perdono di Dio hanno dei limiti, che non sono limiti di Dio, sia chiaro. Perché Dio è infinita grandezza che non conosce limitatezza. Sono i limiti posti tutti quanti dalla nostra libertà. Per questo, purtroppo, non dietro a tutte le giovani Maria, c’è sempre un Alessandro Serenelli. Ma questo non lo comprese a suo tempo Jean Jacques Rousseau, per il quale l’uomo nascerebbe buono e, se proprio sbaglia, la colpa non va ricercata in lui ma nella società che lo ha traviato. E Dio solo sa, dagli inizi del Settecento a oggi, a qual prezzo abbiamo pagato questo suo pensiero.

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Roma, 27 gennaio 2021

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Il blog personale di

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Nuovo libro di Padre Ariel S. Levi di Gualdo – «Pio XII e la Shoah: essere grati a chi ti ha salvato la vita è una umiliazione che alcuni non reggono»

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

NUOVO LIBRO DI PADRE ARIEL S. LEVI di GUALDO — «PIO XII E LA SHOAH: ESSERE GRATI A CHI TI HA SALVATO LA VITA E UNA UMILIAZIONE CHE ALCUNI NON REGGONO»  

Tra pochi giorni ricorrerà la Giornata in Memoria della Shoah, che vuol dire fare memoria di tutte le vittime, inclusi Santi, Sante e Testimoni della fede cattolica morti nei lager nazisti assieme agli ebrei, tutti quanti accomunati dall’appartenenza allo stesso genere umano, tutti quanti vittime della terribile «banalità del male» [Hannah Arendt, Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, publishing 1963]

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Gli Ebrei braccati dai nazisti e messi in salvo dalla Chiesa Cattolica hanno attestato per tutta la vita devota riconoscenza a Pio XII. Appresso giunsero poi i nipoti sionisti dei sopravvissuti alla Shoah, nati vent’anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, perlopiù ex comunisti trasmigrati con cinico opportunismo nei partiti della Destra dopo la caduta del Muro di Berlino, che li lasciò orfani inconsolabili e smarriti di Karl Marx. Una rozza compagine che a partire dal 1967 comincia ad attaccare la figura del Pastor Angelicus con libri, articoli, documentari e film costruiti su falsi storici generati da cieco odio ideologico verso il Cattolicesimo e il Papato.

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E fu così che un esercito di nipoti privi di misura e di senso del ridicolo comincia a smentire le testimonianze dei loro nonni sopravvissuti ai campi di sterminio, che equivale a dire:

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«Nonno, perché ti ostini a credere a ciò che hai visto e vissuto, anziché credere a quello che io ti racconto?».

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PROLOGO

tratto dall’opera: Pio XII e la Shoah 

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Questo libro costituisce il V Capitolo della mia corposa opera di saggistica Erbe Amare, il secolo del Sionismo, scritto un ventennio fa tra il 1998 e il 2002.

Nel corso degli anni successivi, in attesa di trovare un editore interessato a pubblicare il mio lavoro, ho inserito di tanto in tanto alcuni aggiornamenti legati perlopiù a nuovi fatti di attualità di particolare interesse. Il libro fu pubblicato alla fine del 2006 ed è stato distribuito con buoni riscontri di pubblico e vendite fino al 2014, quando ritirai all’Editore i diritti di pubblicazione per questioni sulle quali soprassiedo in virtù del mio spirito di carità cristiana.

Erbe Amare è un’articolata trattazione nella quale opero anzitutto una netta separazione tra il Movimento Sionista, fenomeno politico nato agli inizi del Novecento nella stagione dei rigurgiti nazionalisti e l’Ebraismo, che è la religione dell’entità spirituale del Popolo d’Israele.

Chi equipara l’antisionismo all’antisemitismo agisce ad absurdum.

La piaga dell’antisemitismo non può essere usata per difendere le ideologie del Sionismo, che restano criticabili, a partire dalla creazione dello Stato d’Israele, nato attraverso delle modalità che è lecito analizzare e all’occorrenza disapprovare sul piano storico e politico.

Quando scrivevo questo libro la crisi israelo-palestinese era particolarmente accesa e le Comunità Ebraiche della diaspora attive nella difesa di qualsiasi politica portata avanti dallo Stato d’Israele, senza esitare a reagire in modo irrazionale, ma anche aggressivo e offensivo.

Infatti, non pochi ebrei e istituzioni ebraiche della diaspora, col pretesto di difendere l’Ebraismo e di mantenere viva la memoria della Shoah, cercavano di legittimare in ogni modo l’ideologia e le politiche del Movimento Sionista riparandosi dietro ai campi di sterminio nazisti e tacitando a questo modo ogni voce avversa, quindi equiparando l’antisionismo all’antisemitismo.

In quegli anni, in Italia, tutto questo era aggravato dalla situazione politica interna. I partiti della Destra, in particolare Alleanza Nazionale erede del vecchio MSI-DN (Movimento Sociale Italiano Destra Nazionale), nutriva forte il bisogno di rifarsi una verginità dinanzi alla storia e liberarsi da accuse di legame con le vecchie radici ideologiche fasciste.

Accadde così che nelle elezioni amministrative e politiche che si svolsero tra la fine degli anni Novanta e gli inizi del Nuovo Millennio, i partiti della Destra cominciarono a candidare noti esponenti delle Comunità Ebraiche italiane. Il tutto rasentò davvero il tragicomico, perché certi candidati erano personaggi che sino a pochi anni prima militavano nel vecchio Partito Comunista. Altri provenivano addirittura dalle file della sinistra più radicale, da Lotta Continua a Democrazia Proletaria.

Così, dinanzi alle domande, ma anche agli sfottò del tutto comprensibili a loro rivolti, questi ex comunisti, se non peggio ex membri della sinistra radicale, per giustificare le loro candidature nei partiti della Destra replicavano di essersi candidati «… perché Alleanza Nazionale difende lo Stato d’Israele».

Erbe Amare non è mai stato contestato nel merito dei contenuti. E quando più volte fui invitato a dei dibattiti, tutti gli interlocutori che avrebbero potuto cogliere l’occasione per cercare di smentirmi pubblicamente si rifiutarono di partecipare. Di solito ciò avviene in due diverse occasioni: quando l’Autore è un ignorante che solleva questioni illogiche e analisi insensate che rendono impossibile il confronto, oppure quando espone fatti e verità impossibili da smentire che inducono a evitare il pubblico confronto.

Diversi Lettori mi hanno di recente suggerito di prendere il V Capitolo dedicato alla figura di Pio XII e pubblicare un saggio dedicato allo specifico tema. Ho accolto il consiglio e pubblicato questo saggio a sé stante intitolato: Pio XII e la Shoah.

A questo riguardo desidero chiarire che all’epoca della stesura del testo ero semplicemente uno studioso impegnato ad approfondire i miei studi di ricerca in ambito storico, giuridico e socio-politico e l’idea di farmi prete era allora piuttosto lontana dalle mie aspirazioni …

La grazia della vocazione al sacerdozio mi ha “folgorato” parecchio dopo quando l’opera Erbe Amare era da anni cosa fatta, tenuta alcuni anni nel cassetto, poi pubblicata alla fine del 2006. Il Sacro Ordine Sacerdotale l’ho ricevuto a Roma ancora dopo, il 1° maggio 2010.

Sarebbe pertanto ridicolo se qualche singolo o istituzione che mai hanno protestato nel corso degli anni passati, decidesse di farlo per questa riedizione perché oggi sono diventato nel frattempo un presbitero e un teologo cattolico.

Questa delicata trattazione storica si apre con la frase di un nipote che dice:

«Nonno, perché ti ostini a credere a ciò che hai visto e vissuto, anziché credere a quello che io ti racconto?».

Partendo da questa battuta dimostro come gli ebrei messi in salvo da Pio XII si profusero nel corso degli anni in devoti e riconoscenti ringraziamenti, a partire dalle loro Autorità religiose e laiche, per seguire con le massime autorità politiche del neonato Stato d’Israele.

Fin quando giunsero i loro nipoti sionisti filo-israeliani, nati vent’anni dopo la fine della guerra, ex comunisti militanti emigrati per convenienza politica nella Destra, che attraverso libri e articoli privi di dignità storica cominciano a smentire quel che i loro nonni avevano dichiarato come protagonisti e testimoni oculari, rendendo al Sommo Pontefice Pio XII tutti i più alti onori.

Siccome è parecchio difficile credere al principio di casualità, ricordo che certi attacchi a raffica su Pio XII nascono a partire dal 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni, quando la Santa Sede fece sentire la propria voce condannando gli atti di violenza e l’occupazione dei Territori palestinesi da parte dell’Esercito Israeliano.

A partire da allora cominciano a essere costruite assurde falsità su Pio XII seguiti da leggende nere smentite dai reali dati storici. E mentre numerose Comunità Ebraiche della diaspora strepitavano e urlavano all’antisemita contro chiunque osava rivolgere critiche alle politiche discriminatorie portate avanti dal “perfetto”, “divino” e “paradisiaco” Stato d’Israele, al tempo stesso era però consentito pubblicare libri che infamavano Pio XII sin dal titolo di copertina: Il Papa di Hitler[1]. Con le riviste e i mensili periodici d’informazione delle Comunità Ebraiche che a questi libri facevano pubblicità prima ancora che entrassero in distribuzione.

Gli artefici di questo gioco al massacro, non bramano condannare alcune pagine, o certi personaggi poco edificanti che hanno attraversato anche la storia della Chiesa, come quella di tutte le più disparate società civili e religiose del presente e del passato. Bramano condannare in una sorta di nuovo Processo di Norimberga la Chiesa Cattolica nella sua interezza, portata sul banco degli imputati come vi fu portato il Nazismo nel dopoguerra. Soprattutto, quel che di fondo bramano, è condannare le verità di fede che la Chiesa annuncia.

Non rendersi conto di questo, per i cattolici è molto rischioso. Purtroppo se ne accorgeranno quando gravi danni ricadranno sulla Chiesa intera, trascinata come una associazione criminale alla sbarra degli imputati al nuovo Processo di Norimberga, dove non sarà condannata sulla base di prove e verità, come accadde per il Nazismo, ma di false leggende nere create dal peggior negazionismo storico mosso da distruttivo odio anti-cattolico.

Quando in una stagione del tutto diversa della mia vita scrissi Erbe Amare, mentre ricoprivo uno status che non era il mio attuale, da allora sono trascorsi due decenni. Oggi devo dire che le erbe sono divenute ancora più amare, anzi forse velenose.

Gennaio 2021

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[1] Cfr. Opera del giornalista britannico John Cornwell, edizione italiana Garzanti, 1999.

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Prossime pubblicazioni in uscita a metà febbraio:

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saggistica:

ERBE AMARE, IL SECOLO DEL SIONISMO (IIª ed.), Ariel S. Levi di Gualdo

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L’ERESIARIO, Leonardo Grazzi

 

 

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Dal Fascismo che ieri temeva la Chiesa e Pio XI, ai giovani politici che oggi ci ridono dietro. La Conferenza Episcopale Italiana e quell’impellente bisogno di rivedere le proprie priorità

— attualità ecclesiale —

DAL FASCISMO CHE IERI TEMEVA LA CHIESA E PIO XI, AI GIOVANI POLITICI CHE OGGI CI RIDONO DIETRO. LA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E QUELL’IMPELLENTE BISOGNO DI RIVEDERE LE PROPRIE PRIORITÀ

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Se la Conferenza Episcopale Italiana è giunta a diramare un comunicato che appare più un tragicomico redde rationem significa che i timori sono fondati. Sperare più nel Presidente della Repubblica come utile salvagente che nel Dio incarnato in Gesù Cristo è la prova di come la Chiesa, ogni volta che scende a patti con il potere temporale, fa disastri, nuocendo gravemente alla sua identità.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Sino a non molti anni fa sarebbe stato impensabile che un imitatore potesse prendersi gioco del Romano Pontefice su una pubblica rete televisiva durante uno spettacolo satirico. Le conseguenze penali sarebbero state gravissime per l’imitatore e soprattutto per l’azienda televisiva che lo aveva mandato in onda. Oggi la Chiesa Cattolica, il Papato e il Romano Pontefice possono essere tranquillamente usati in prima serata per far ridere i telespettatori come macchiette satirico-grottesche.

Ogni tanto devo dare libero sfogo al mio lato nerd [cfr. QUI] che si manifesta in modo anomalo, improvviso come un fulmine a ciel sereno. Così è stato quando ho avuto modo di leggere il comunicato emanato dalla Conferenza Episcopale Italiana il 15 gennaio attraverso la persona del suo presidente, Cardinale Gualtiero Bassetti, ancora convalescente, al quale auguriamo ogni bene e grazia dal Signore per lo scampato pericolo in seguito al contagio da Covid-19. Poco dopo l’agenzia ANSA titola la notizia in questo modo: «Governo: CEI, guardiamo con fiducia al Presidente Mattarella» [testo riprodotto a fine articolo].

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La nerditudine presente nella mia testa ha richiamato immediatamente la citazione tratta dal film Harry Potter e la pietra filosofale in cui il maghetto Ron, guardando Harry, risponde lapidario all’ultima frase della loro amica Hermione: «Quella ha bisogno di rivedere le sue priorità!».

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In questo caso la Conferenza Episcopale Italiana ha preso le vesti della streghetta Hermione e ha confuso le priorità proprie della Chiesa quale societas perfecta con quelle di una qualunque lobby terrena impelagata tra politica, denaro, potere e consensi. Priorità terrene che nel momento storico attuale servono solo per poter salvare quelle quattro capre cattocomuniste ― rosse così com’è rossa la livrea cardinalizia ― e tenere insieme i cavoli del Signore, con il gettito fiscale dell’Otto per Mille che dal 2016 è ormai in caduta libera.

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Insomma, diciamola tutta: la preoccupazione della Conferenza Episcopale Italiana fa sorridere, non tanto perché non si capisca dove vuole andare a parare ― lo si capisce benissimo in realtà ― ma per il fatto che alla stragrande maggioranza dei credenti (molti dei quali preti) queste preoccupazioni non sembrano avvalorate da nessuna salus animarum ma al contrario da una salus smaccatamente umana.

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Ci sarebbe proprio da dare ragione alla buonanima di Giulio Andreotti a cui si attribuisce la frase: «A pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina». E a voler pensar male dovremmo dire che la preoccupazione della Conferenza Episcopale Italiana è che l’attuale governo PD-Cinque Stelle possa cadere in modo fragoroso tanto da portare gli italiani alle urne. Il che, molto probabilmente, significherebbe ottenere un risultato politico opposto a quello attuale in cui parole come sovranismo, tutela dei confini, amore patrio, italexit, insieme a nomi quali Matteo Salvini e Giorgia Meloni incuterebbero nella Conferenza Episcopale Italiana un terrore molto più vivo e reale di quello che può suscitare l’Inferno e l’eterna dannazione.

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Forse è giunto il momento, anche dentro la Chiesa, di iniziare a pensare con quella santa malizia che ci rende possibile equiparare in scaltrezza i figli di questo mondo:

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«Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» [Lc 16.8].

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Così da rovesciare i non detti, far tacere le voci di corridoio, rispedire al mittente i pupilli di Villa Nazaret e svuotare le belle parole che pur trasudando misericordia portano solo miseria.

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Se la Conferenza Episcopale Italiana è giunta a diramare un comunicato che appare più un tragicomico redde rationem significa che i timori sono fondati. Sperare più nel Presidente della Repubblica come utile salvagente che nel Dio incarnato in Gesù Cristo è la prova di come la Chiesa, ogni volta che scende a patti con il potere temporale, fa disastri, nuocendo gravemente alla sua identità.

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Il divo Giulio, abituato a navigare come abile nocchiero tra i mari della politica italiana così come in quelli della diplomazia ecclesiastica, ci suggerisce di pensare male almeno una volta, anche se contro la Conferenza Episcopale Italiana.

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Facciamolo questo peccato, anche perché andando più in profondità a questo modo di pensare scopriremo che la matrice non è politica e nemmeno andreottiana ma clericale. Infatti, la frase attribuita ad Andreotti sembra essere stata pronunciata nel 1939 dal Cardinale Francesco Marchetti Selvaggiani, Vicario di Sua Santità per la Diocesi di Roma, il quale attribuiva la frase al sanguigno e all’occorrenza irascibile Pio XI che la espresse nella forma: «A pensar male del prossimo si fa peccato ma si indovina».

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I tempi di Pio XI sono tanto differenti da quelli di Francesco I. Ieri come oggi persiste ancora la lotta tra conservatori, progressisti e liberali, tra coloro che aspirano ad avere una poltrona e a coloro che della poltrona fanno mercato.

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La sapienza del Sommo Pontefice Pio XI e dei suoi collaboratori, il più prezioso dei quali, il Cardinale Eugenio Pacelli, fu poi suo successore, pose fine alla Questione Romana e diede modo alla Chiesa di instaurare con l’Italia dei rapporti seri e autentici, una posizione virile che la Chiesa italiana oggi può solo sognare. Infatti all’epoca, i politici del regime fascista, con il braccio armato dei loro picchiatori al seguito, buona parte dei quali di cultura anticlericale, del papato e della Chiesa avevano timore e di conseguenza si comportavano camminando sul filo del rasoio. Oggi invece ci ridono dietro persino giovani politici improvvisati senza arte né parte, comportandosi di conseguenza nei nostri riguardi, tra una risata e l’altra [vedere QUI].

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Laconi, 20 gennaio 2021

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Apprendisti stregoni e pie donne fideiste che impazzano sui social media? Lasciarli al loro triste destino non è mancanza di carità, tutt’altro: è un ordine dato da Gesù Cristo nel Vangelo

— Attualità ecclesiale —

APPRENDISTI STREGONI E PIE DONNE FIDEISTE CHE IMPAZZANO SUI SOCIAL MEDIA? LASCIARLI AL LORO TRISTE DESTINO NON È MANCANZA DI CARITÀ, TUTT’ALTRO: È UN ORDINE DATO DA GESÙ CRISTO NEL VANGELO

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Ormai noi sacerdoti siamo dei veri e propri oncologi che lottano contro il cancro. Affinché la lotta sia efficace è però necessario che i pazienti accettino le nostre indicazioni e cure, che osservino con scrupolo le terapie. Se certi pazienti non ci prestano invece ascolto, rifiutano le nostre cure e ci danno anche degli incompetenti, a quel punto dobbiamo scuotere la polvere dai nostri piedi, per non correre il rischio di avere privato di soccorso, cure e salvezza, chi invece era lì a poca distanza fiducioso e aperto, ad attendere il sacerdote-oncologo come uno straordinario dono di Dio.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Formidabili quegli anni che certe tradizionaliste oggi tanto risognano … formidabili davvero quegli anni in cui alle donne era concesso di parlare in chiesa a testa china, a capo coperto e solo per recitare l’Ave Maria

Anni fa mentre spiegavo il significato di Epifaniaἐπιφανής / επιφάνεια ― un mega-catechista Neocatecumenale mi corresse dicendo che era più esatto parlare di teofania. Appena gli chiesi di spiegare a tutti i presenti il significato di teofania, partì per la tangente con discorsi illogici. Al che replicai: «Che cosa significa teofania?». A quel punto tentai di soccorrerlo: «Partiamo dal termine iniziale θεός, che cosa vuol dire?». E gli spiegai che θεός vuol dire Dio, che posto alla radice di ϑεοϕάνεια significa manifestazione della divinità. Questa la sua reazione: affermò ai presenti che con me non si poteva ragionare in quanto «prete superbo, ostile e chiuso» (!?). Sui rapporti difficili, miei e di numerosi confratelli con i Neocatecumenali, in particolare con i loro mega-catechisti che pensano di poter usare noi sacerdoti come loro dipendenti subalterni, non ho altro da aggiungere, analizzai e scrissi tutto in un libro del 2019 al quale rimando chiunque voglia approfondire il tema [vedere, QUI].

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L’esempio d’apertura è solo uno tra i tanti che mi hanno indotto a prendere atto dopo anni di esperienze che con certe persone e pseudo fedeli cattolici è purtroppo impossibile rapportarsi. Non perché non voglia, ma perché è Cristo che nel Santo Vangelo indica ai discepoli quando lasciar perdere certe persone e situazioni. Cosa che illustrerò nella seconda parte finale di questo articolo, perché prima è necessario partire dall’analisi della tragedia sociale e umana che stiamo vivendo, amplificata a dismisura dai social media che hanno offerto un pulpito a eserciti di imbecilli, come affermò nel 2015 l’ultra laicista Umberto Eco con una sua espressione riportata all’inizio del libro La Chiesa e il coronavirus [cfr. QUI], pubblicato dai Padri de L’Isola di Patmos nell’ottobre 2020:

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«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

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In questa legione sono racchiusi anche cattolici o sedicenti tali divenuti specialisti nei più complessi rami del sapere teologico. E ciò che da una vita noi approfondiamo, dopo essere stati disciplinati discepoli di maestri che ci hanno trasmessa non solo una formazione, ma soprattutto un metodo di studio, questi personaggi lo hanno invece acquisito tutto su due piedi presso la grande accademia di Facebook, Twitter, Instagram e via dicendo. Queste le innegabili conseguenze: oggi un demente può pubblicare su YouTube un video delirante, visitato da decine di migliaia di persone, nel quale smentisce e insolentisce i più grandi astrofisici del mondo e tutte le scienze esatte dimostrando che in verità la terra non è sferica ma piatta. Poco più avanti segue il video di un altro demente, autonominatosi con un nome di fantasia, ma visitato da oltre centomila utenti, non pochi dei quali pronti a prestare ascolto alle idiozie di questo tale senza volto e identità che smentendo tutti i basilari fondamenti delle scienze cliniche afferma che è importante non vaccinarsi contro il Covid-19, perché nel vaccino i poteri forti mondiali hanno inserito un microchip necessario per tenere l’intera popolazione sotto controllo. Non poteva poi mancare l’estetista arrabbiata perché rimasta disoccupata durante il periodo del lockdown, che forte della sua licenza media e di un attestato conseguito alla fine di un corso trimestrale per truccatrici, sta dando il meglio di sé stessa sui social media aggredendo tutti i più celebri virologi, schiavi manco a dirsi dei poteri forti e delle terribili multinazionali, che tengono occultato come i vaccini abbiano aumentato i casi di autismo. Spiegare all’estetista antivax e ai circa duecentomila utenti che hanno ascoltato il suo video abbeverandosi alle sue colossali scemenze, che la bufala sui vaccini che causano autismo è smentita da anni dalla comunità scientifica mondiale e chi la diffuse finì condannato e radiato dall’albo dei medici per avere prima manipolato e poi falsificato dei dati di ricerca, non sortirà alcun effetto, perché la risposta sarà: «Ma è ovvio, che l’eroico scopritore del rapporto tra vaccini e autismo è stato condannato, i poteri forti e le multinazionali distruggono da sempre chiunque dica la verità». E per molti beoti resterà certo un solo un fatto: l’estetista furibonda poiché rimasta disoccupata durante il lockdown ha ragione e la comunità scientifica mondiale torto, perché schiava dei poteri forti e succube delle multinazionali farmaceutiche.

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Adesso fornisco un paradigma sul quale verrebbe d’istinto da ridere, ma se analizzato per ciò che in realtà cela può indurre solo a piangere. Agli inizi del 2000 una equipe medica spagnola — che risultò poi non essere affatto composta da medici —, con domicilio fiscale nelle Canarie previo rimbalzo nel Granducato di Lussemburgo, si mise a vendere un piccolo apparecchio di trazione da applicare al pene maschile, garantendo un allungamento variante dai 3 ai 5 centimetri. Fu stimato che il piccolo apparecchio aveva un valore a costo di produzione pari a 2,50 euro e un potenziale costo commerciale pari a circa 25/30 euro. Era invece venduto alla stratosferica cifra di 850 euro. Il commercio continuò fin quando numerosi urologi sparsi per tutta Europa si ritrovarono a dover intervenire su non pochi pazienti, principalmente giovani, che facendo uso di questo apparecchio si erano causati gravi danni ai vasi sanguigni, sino a giungere, taluni di essi, a veri e propri danni permanenti. E così partì da vari urologi la segnalazione agli organismi europei di controllo. Se analizziamo il tutto scopriremo che casi di questo genere costituiscono lo specchio dell’uomo del terzo millennio. Un uomo che non credo più in Dio e che rigetta qualsiasi elemento di trascendenza, però crede nella cartomante e negli alieni; non crede più nella scienza e negli uomini di scienza, però crede alle bufale dei terrapiattisti e degli antivaccinisti. L’uomo del terzo millennio è un tecnologico credulone superstizioso capace a farsi fare fesso, o gravemente danneggiare, dal primo gruppo di ciarlatani che gli fanno credere di poter allungare il suo pene di qualche centimetro con un piccolo strumento di trazione. Ipotesi dinanzi alla quale, l’illuminato e razionale uomo del medioevo si sarebbe messo a ridere come un pazzo, mentre semmai Giovanni Boccaccio, da questa assurda ipotesi ne avrebbe tirato fuori un racconto che sarebbe rimasto immortalato nella storia della letteratura per i secoli avvenire. Ma questo è ciò che in fondo si merita l’uomo del Terzo Millennio che non crede più in Dio e che non crede più nella scienza, che rigetta la fede e che disprezza la ragione: si merita solo che il primo truffatore che passa per la strada gli venda un portentoso ritrovato per rendere più lungo il suo organo genitale, mentre il suo cervello è sempre più corto.

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In questo sistema informativo degenerato e ormai fuori controllo, non possono certo mancare eserciti di ignoranti con serie lacune sul Catechismo della Chiesa Cattolica che si sentono legittimati a rigettare i sacerdoti a loro non graditi, totalmente incuranti del mandato da noi ricevuto dalla Chiesa che ci ha istituiti maestri e guide del Popolo di Dio per un Sacramento di grazia istituito da Cristo Dio: il sacerdozio ministeriale.

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Come sempre è necessario ricorrere a esempi per raffigurare la gravità del problema. Mai dimenticherò una persona tanto cara quanto incorreggibile alla quale un giorno, con affetto e amicizia, spiegai che il suo approccio con la mariologia era sbagliato e che non portava alla fede ma al fideismo e al devozionismo, soprattutto per l’importanza conferita ad apparizioni e messaggi mariani, come se fossero elementi fondanti della fede. Con l’affetto di un amico premuroso e di un padre che tiene molto ai figli che Dio gli ha affidato, le spiegai che il mistero della rivelazione non si regge in piedi in virtù delle apparizioni della Madonna di Lourdes e di Fatima, né sui segreti dati ai tre pastorelli, né sui messaggi de La Salette, né sulle rivelazioni o locuzioni date alle Tre Fontane a Bruno Cornacchiola … e soprassiedo sulla «Gospa dei bugiardi», la sedicente Madonna di Medjugorje [vedere mia video lezione, QUI]. La nostra fede si regge sul mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio (cfr. Gv 1, 1-18) e sul mistero della risurrezione di Cristo (cfr. I Cor 15,17), al quale nulla aggiungono, in sostegno o in supporto apparizioni mariane, visioni o locuzioni di mistici e veggenti, ai quali nessun cattolico è assolutamente tenuto a prestare adesione di fede. Detto questo aggiunsi che era poi il caso di smetterla con annunci esasperanti dell’imminente trionfo del cuore immacolato di Maria, perché la Beata Vergine non è la Fata Morgana ma soprattutto perché, nel Simbolo di Fede Niceno-Costantinopolitano, noi professiamo la nostra fede in Cristo Dio che «un giorno tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti», non professiamo la fede nel «definitivo trionfo del cuore immacolato di Maria», con buona pace di certi mariolatri e di alcuni teologi superficiali che forniscono insussistenti pezze d’appoggio alle esaltazioni di questi fanatici della mariologia magico-pagana fai-da-te. Dato però che il fideista non potrebbe essere mai tale se fosse carente dei due presupposti fondanti che sono la cecità e l’arroganza, per tutta risposta l’amica pia donna mi replicò che lei studiava da trent’anni l’opera di San Luigi Maria Grignion de Montfort e che sapeva molto bene quel che diceva. E chiarito questo mi rivolse il perentorio invito a studiare il trattato sulla vera devozione a Maria e a imparare che cosa fosse veramente la mariologia (!?).

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La vita di noi sacerdoti e teologi è ormai costellata da fatti di questo genere. Sia chiaro, certe offese e umiliazioni non le viviamo come “attentati di lesa maestà”, ma come dei drammatici fallimenti ecclesiali che non possono essere sempre imputati ai vescovi e a noi loro presbiteri «non più capaci» ― a severo parere d’accusa di queste persone ― «di evangelizzare». Gettata ogni colpa su vescovi e presbiteri, nessuno intende però fare i conti con una grave e terribile realtà dalla quale certi critici impietosi fuggono, perché è la realtà che tocca loro in prima persona, questa: il numero di fedeli che non intendono essere in alcun modo evangelizzati e formati è sempre più alto, tanto che noi sacerdoti non ce la facciamo più ad avere rapporti con una accozzaglia di non meglio precisati cattolici capaci ad ascoltare solo se stessi e le loro ragioni gravemente errate mutate in verità universali indiscutibili. E a ogni ragionevole richiamo da parte di noi loro pastori, maestri e guide, eccoli reagire prontamente in modo sempre più aggressivo e insultante, rigettandoci come pastori, maestri e guide.

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La cara amica usata poc’anzi come paradigma, che poco o niente ha capito della mariologia ma che pur malgrado m’invitò a studiare i fondamenti stessi della teologia, è una di quelle numerose persone che si struggono pensando ai tempi che furono, che divinizzano il Messale Santissimo di San Pio V e che citano a ogni piè sospinto le profezie della Beata Katharina Emmerick. E anche in questo a nulla è mai valso ricordare a questo genere di fideisti allo sbando che la Chiesa ha sì beatificata la Emmerick, ma non ha mai riconosciute autentiche le sue cosiddette profezie, che tali quindi non sono. Pur malgrado sono invece autentiche fuor di dubbio per certe persone, poiché racchiudono una frase che da sempre manda tutti costoro in visibilio; una frase di fronte alla quale tutti i grandi Profeti d’Israele, a confronto della Emmerick, divengono davvero robetta da quattro soldi, stracci gettati sulla bancarella del mercatino dell’usato. Ecco la frase magica nella quale, a parere di questi soggetti, si farebbe un chiaro riferimento a una “strana Messa”, cosa che evincono da queste parole scritte non dalla Beata ma dal redattore Clemens Brentano nel testo molto romanzato delle sedicenti profezie: «La Messa era breve e il Vangelo di San Giovanni non veniva letto alla fine». Ciò basta a certe agguerrite pie donne per ritenere di avere non una pezza, ma una vera e propria ancora per attaccare a questo modo l’intera riforma liturgica e gli errori a loro dire contenuti in un concilio, il Vaticano II, che indubbiamente è pastorale e non dogmatico, volendo anche non perfetto. Questo però possiamo dirlo noi studiosi in grado di speculare e fare ricerca approfondita con la dovuta preparazione e il corretto metodo scientifico e collocando il tutto, tanto per cominciare, nel suo corretto contesto storico e socio-ecclesiale. Noi studiosi abbiamo impiegato anni e anni per imparare anzitutto a leggere i documenti del Concilio Vaticano II, peraltro lunghi, articolati, complessi, ridondanti sociologismi e non pochi passaggi ambigui che hanno richiesto, nei decenni successivi, precisazioni e documenti chiarificatori di vario genere, ultima in ordine di serie la Dichiarazione Dominus Jesus del 2000.

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Adesso prestate attenzione a un dato di fatto non passibile di smentita, perché è molto importante: le persone che rigettano la nostra autorità pastorale di guide e maestri istituiti del Popolo di Dio, paradossalmente sono le stesse che sognano i tempi passati e la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale di San Pio V in uso dal 1571 sino alla promulgazione del nuovo Messale riformato da San Paolo VI nel 1969. E queste persone, con una disinvoltura equiparabile alla loro ignoranza, parlano della santità del Concilio di Trento e per inverso della problematicità del Concilio Vaticano II, il tutto con lo stile del superficiale che afferma meglio il mare della montagna o viceversa. Purtroppo dimenticano però che il Concilio di Trento era a tal punto santo e santissimo che a distanza di due e tre secoli dalla sua chiusura, alcuni dei canoni fondamentali non erano stati ancora applicati, altro che le problematicità del post concilio Vaticano II! E quando nel 1869 si giunse alla convocazione del Concilio Vaticano I, decine di Padri riuniti nell’assise si dissero sconsolati tra di loro: «… ma come, dopo oltre tre secoli dalla chiusura del Concilio di Trento, adesso se ne convoca uno nuovo senza che i canoni del precedente siano stati fedelmente applicati?». Però, quello tridentino, a parere delle pie donne che invitano sacerdoti e teologi a studiare in attesa del definitivo trionfo del cuore immacolato di Maria, era un concilio santo, santissimo, in una Chiesa in cui tutto era devozione, misticismo, trascendenza, adorazione …

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Inutile a precisarsi, sebbene lo faccia: i sostenitori di queste tesi peregrine, come ormai avrete capito sono perlopiù donne, perché solo la psicologia femminile, quando si mette all’opera, riesce a giungere, attraverso le passioni e le emozioni irrazionali, ai peggiori rifiuti della realtà. Si sappia dunque che purtroppo, richiamare queste emotive pie donne alla ragione, è solo tempo perso e fiato sprecato. Più volte, per quanto inutilmente, ho cercato di spiegar loro delle innegabili evidenze coi dati  storici alla mano, per esempio domandando: quando nei felici tempi da voi tanto decantati il sacerdote bisbigliava coram Deo in “divino” latino sulle parole del Messale santissimo di San Pio V, avete idea di che cosa sarebbe accaduto se qualche “femmina impazzita” avesse osato proferire solo mezzo gemito di dissenso nei riguardi di un giovane sacerdote di 25 anni consacrato il mese prima e inviato dal vescovo come vice parroco in una parrocchia? Ve lo spiego subito, o pie donne che vi siete inventate un passato che non è mai esistito, che cosa sarebbe accaduto, questo: l’anziano parroco, con due paterne sberle vi avrebbe rimesse a tre metri di distanza oltre la balaustra dell’altare, ricordandovi che il vostro posto era lì, a capo chino, con il velo di trina in testa e la corona del rosario in mano. Dopodiché, i vostri padri e mariti, vi avrebbero dato la rimanente dose per avere osato muovere contestazioni all’ultimo giovane sacerdote della diocesi appena consacrato e inviato dal vescovo come vice parroco.

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Avete capito, o mie dilette pie donne, impegnate oggi a dare addosso a vescovi e sacerdoti, ma soprattutto a rimbrottare il Romano Pontefice come uno scolaretto discolo ogni volta che osa aprire bocca e fare un sospiro? Devo spiegarvelo io, che cosa vi sarebbe accaduto se aveste osato investire di pesanti critiche il Sommo Pontefice Pio X alla maniera in cui oggi aggredite il Pontefice regnante? Sarebbe accaduto che non si sarebbero dovuti scomodare nemmeno i preti, perché i fedeli, in particolare proprio le donne, la domenica successiva non vi avrebbero fatto avvicinare neppure al sagrato della chiesa. Questo sarebbe accaduto: vi avrebbero ricordato che il vostro ruolo dentro la Chiesa era di spazzare il pavimento, di lucidare i candelieri, di lavare e di inamidare le tovaglie dell’altare, non certo di ergervi a supremi giudici del Pontefice regnante, della Conferenza Episcopale, dei sacerdoti e dei teologi. Perché nulla di questo, vi sarebbe mai stato concesso nelle epoche in cui vigeva il Messale santissimo di San Pio V e i canoni dell’altrettanto santissimo Concilio di Trento. Perché quando erano in vigore sia l’uno che l’altro, a voi, o mie care pie donne oggi scatenate, non sarebbe stato neppure concesso di cantare dentro le chiese, perché nei cori le voci femminili non erano ammesse, in quei tempi meravigliosi che furono e che tanto oggi voi risognate. E se alle donne non era concesso neppure di cantare inni sacri nei cori, pensate forse che sarebbe mai stato loro concesso di sollevare critiche, accuse e contumelie contro vescovi, presbiteri e teologi, sempre nei tempi da voi tanto risognati nei quali vigeva il santissimo Messale di San Pio V e i canoni santissimi del Concilio di Trento, mentre Clemens Brentano faceva piagnucolare alla Beata Katharina Emmerick di vedere nel futuro … una strana Messa?

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Oggi, questo esercito di pinzochere impazza sui blog e i gruppi di social media dove si fanno le pulci a sacerdoti con decenni di ministero pastorale alle spalle e a teologi con una vita consumata di studi e di ricerca. E tra una critica feroce e l’altra, le pinzochere biascica-rosari inneggiano con tifoseria da lavatoio al dogma di Maria corredentrice, pensando che fare teologia dogmatica sia come preparare le tagliatelle di Nonna Pina.

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La tragedia di queste persone – perché di tragedia si tratta – è che non hanno mai avuto guide e maestri. Però presumono di poter affrontare da autodidatti testi complessi della dottrina e del Magistero della Chiesa, parlando di dogmi con la stessa disinvoltura con la quale la parrucchiera parla del più e del meno con la cliente durante l’acconciatura. È a questo modo che nascono i pericolosi apprendisti stregoni, caratteristica dei quali è che di sacerdoti ne conoscono anche molti, però, se come ho fatto io con analitico metodo scientifico, indaghiamo in modo approfondito, parlando anzitutto con i vari confratelli, scopriremo in che modo queste persone non sono mai riuscite a stabilire un serio rapporto con un solo pastore in cura d’anime, o con un sacerdote teologo. E in ogni parrocchia dove sono state, hanno sempre e di rigore creato problemi finendo per avere conflitti con il parroco e tutti i suoi collaboratori. I miei confratelli, specie i sacerdoti teologi, testimoniano in che modo queste pie donne, sempre e di prassi, a un certo punto entrano in conflitto con il sacerdote teologo. Perché non possono fare a meno di sparare le loro assurde scemenze, per esempio citando a sproposito brani de-contestualizzati e mal compresi tratti dai Santi Padri della Chiesa, come se, tra le varie materie molto complesse, la patrologia fosse uno scherzo per dilettanti che si dedicano a hobby ricreativi. Per inciso: alcuni anni fa, uno dei miei formatori, che a suo tempo fu mio maestro di patrologia, quando compì ottant’anni mi disse che in mezzo secolo di ricerche era riuscito a studiare i Padri Cappadoci del IV secolo, che sono quattro e che merita ricordare: Sant’Efrem il Siro (306-373), San Basilio Magno (330-379), San Gregorio Nazianzieno (329-390), San Gregorio di Nissa (335-394). Ciò al contrario della pia donna che, rinvenuto su una bancarella dell’usato un libriccino devozionale ingiallito intitolato Raccolta dei pensieri dei Padri della Chiesa, incomincia a sparare idiozie a raffica dopo avere conseguita la specializzazione in patrologia lungo il tratto di strada che la portava dal mercatino di Porta Portese alla tastiera del suo computer. Ovviamente ignara che, solo per inquadrare sul piano storico e teologico la complessa vicenda di San Massimo il Confessore, occorre studiare per qualche anno quello che fu il panorama molto complesso e ingarbugliato delle politiche di Oriente e Occidente, dei conflitti tra Roma e Bisanzio. È necessario conoscere a menadito i primi cinque concili della Chiesa e le relative definizioni dogmatiche date e in seguito integrate o ribadite nel I Concilio di Nicea, nel I Concilio di Costantinopoli, nel Concilio di Calcedonia, nel II Concilio di Costantinopoli. Purtroppo invece, la persona spudorata, ossia priva del minimo comune senso del pudore, come Maga Amelia che maneggia un portentoso manuale di alchimia, comincia a sparare a raffica … «I Padri della Chiesa dicono che … ah, non si discute: lo dicono i Padri della Chiesa, è scritto nero su bianco!». E se vai a spiegarle che i Padri della Chiesa non dicono proprio ciò che lei ha frainteso sia sul nero che sul bianco, a quel punto, la pia donna, ti risponderà di studiare la patrologia, proprio come ha fatto lei cercando notizie sui Padri Cappadoci in mezza giornata su Wikipedia.

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Una volta, per accedere a certi documenti, bisognava fare ricerche di archivio o procurarsi libri con le raccolte pubblicate. Oggi basta invece andare sul sito ufficiale della Santa Sede e accedere a tutti i documenti e gli atti di magistero disponibili a partire dagli inizi dell’Ottocento. E così, ogni pia donna e ogni apprendista stregone è divenuto ben presto un grande ricercatore. Ecco quindi nata la piaga degli apprendisti stregoni copiaincollatori e soprattutto delle pie donne copiaincollatrici professioniste. Il tutto con questi risultati: encicliche dei primi decenni dell’Ottocento, di taglio socio-politico e strettamente rivolte a una realtà socio-pastorale dell’epoca che oggi non esiste più, scisse del tutto dalla complessa e articolata storia d’Italia e d’Europa di quei tempi, sono fraintese, abusate e fatte passare come dogmi di fede in quanto «… eh, sono sommo magistero!». Inutile a dirsi: qualsiasi teologo dogmatico o storico del dogma, dinanzi a cose del genere, se di buon umore si metterà a ridere, però, se la pia donna insiste e arriva persino a lanciare la fatidica frase: «Lei non conosce i documenti del magistero, quindi sarà bene che se li studi», inevitabilmente il teologo s’imbestialisce, sentendosi trattare da scolaretto asino da una povera demente copiaincollatrice che i testi non sa proprio neppure aprirli e leggerli. A quel punto il sacerdote teologo, giustamente toglierà il saluto all’arrogante pia donna, perché l’insulto non è un diritto e perché ricevere insulti non è un dovere né tanto meno un vincolo di carità cristiana.

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Soprassediamo poi sul povero San Tommaso d’Aquino, che piace terribilmente a chi non lo conosce e che neppure saprebbe da dove cominciare a leggere una sua quaestio. Eppure pensano di poterlo usare e abusare come se l’Aquinate fosse una confezione di pillole omeopatiche allo zucchero di canna e gambi di ananas essiccati. A queste persone ammalate in parte di ignoranza e in parte di fissismo, ancorate a un passato mai esistito che non deve passare e che considerano San Tommaso d’Aquino la … punta di diamante del cosiddetto e impropriamente detto tradizionalismo contemporaneo, chi è che glielo spiega a quali livelli, il Doctor Angelicus, fu una mente, diremmo oggi, profondamente progressista, audace e innovativa sul piano filosofico e teologico speculativo? Se San Tommaso d’Aquino dovesse essere definito con categorie improprie, ma oggi di uso corrente, andrebbe collocato nelle correnti dell’ultra-progressismo. A quel punto, il buon sacerdote e teologo, sulle prime cercherà di accettare il tutto come prova e salutare lezione di umiltà, nonché come sfida pastorale, sentendosi in dovere di chiarire all’errante, ossia all’apprendista stregone ma soprattutto alla battagliera pia donna, come e perché è in errore, come e perché è una approssimativa, come e perché non è in grado di citare correttamente San Tommaso d’Aquino, come e perché essendo priva di metodo speculativo e basi filosofico-teologiche non è in grado di leggere certi documenti del magistero ma solo di fraintenderli e di indurre all’errore chi la ascolta o la legge sui social media … però, se fatto questo con cuore pastorale e teologica dedizione, la pia donna non trova di meglio da fare che dire a un esperto teologo che le cose non stanno come dice lui, citando a supporto delle sue scemenze passi della dottrina cattolica fraintesi e del magistero della Chiesa non compresi, per poi concludere – come accaduto a me e altri miei confratelli – con l’invito a studiare bene certe materie, ecco che a quel punto, non la rabbia, bensì proprio la più squisita carità cristiana, impone di mandare la pia donna a quel paese, nella speranza che a questo modo possa capire che insultare non è un diritto e che ricevere insulti non è affatto un dovere al quale nessun sacerdote e nessuno teologo deve sottostare.

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Qualsiasi vescovo o autorità ecclesiastica assisa nel mondo dell’irreale che volesse conoscere le realtà frustranti e umilianti che i loro sacerdoti e teologi vivono di giorno in giorno, basterebbe si dedicasse un po’ di più ai presbiteri e un po’ di meno ai galeotti musulmani fuoriusciti dalle carceri tunisine e accolti dalle Caritas delle nostre diocesi come se fossero veramente profughi fuggiti dalla fame, dalle guerre e dalle carestie. Chi poi vuole saperne di più su questo tema, non deve far altro che leggersi il mio ultimo libro: L’aspirina dell’Islam moderato [vedere, QUI].

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Non solo apprendisti stregoni e pie donne hanno perduto il lume della ragione, perché c’è di peggio: non lo vogliono neppure ritrovare e, se qualcuno cerca di farglielo recuperare, reagiscono con aggressioni e insulti su quell’incontrollabile sfogatoio che sono i social media, dove – per tornare alla battuta di Umberto Eco – anche l’ultimo degli imbecilli ha lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. O forse peggio, aggiungo io, perché un sostenitore della teoria che la terra è piatta e non sferica, avrà molto più seguito e ascolti su YouTube di quanti mai ne avrà una lezione sulla fisica delle particelle sub-atomiche ideata appositamente in modo comprensibile per il grande pubblico dal Prof. Antonino Zichichi.

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Accettare la mortificazione ed esercitare la virtù dell’umiltà, non vuol dire però mortificare l’intelligenza e la sapienza, che sono doni di grazia dello Spirito Santo, sopra i quali nessuna pia donna è autorizzata a pulirsi le scarpe come su di uno zerbino, perché in quel caso sarebbe davvero opportuno ridarle immediatamente il tempo che tanto sogna e sospira di blog in blog, quindi mollarle due sberle, farla rimbalzare tre metri oltre la balaustra con il velo di trina in testa e la corona del rosario in mano, previo perentorio invito: «Qua dentro puoi aprire bocca solo per rispondere con l’altra metà conclusiva della preghiera: … ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae, amen!».

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Siamo partiti a titolo di esempio dalla mariologia, molti altri ne avrei potuti portare di esempi, a partire dalle scienze bibliche per seguire poi con i Vangeli sinottici, passando per la dogmatica e la metafisica per proseguire con la teologia sacramentaria, la morale, il diritto canonico … tutte specialità per le quali abbondando sui social media specialisti – ma soprattutto specialiste – pronti a dare non solo lezioni a noi sacerdoti e teologi, ma all’occorrenza affibbiandoci persino patenti di scarsa ortodossia, se non peggio di eresia. Ma restiamo sull’esempio iniziale di partenza: la mariologia. Se infatti di mariologia vogliano parlare per davvero e sul serio, con me si può fare a partire dal suo arcano fondante: Καὶ ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο καὶ ἐσκήνωσεν ἐν ἡμῖν (Gv 1, 14) Ovviamente, agli specialisti vari che dicono di studiare da lunghi anni i trattati devozionali, è necessario per prima cosa chiarire e tradurre che stiamo a parlare del mistero del Verbo che si è fatto carne, fornendo a tal fine la apposita traduzione letterale di Καὶ ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο καὶ ἐσκήνωσεν ἐν ἡμῖν: «Il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». 

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Certo, sarebbe interessante domandare poi, a siffatti specialisti, come mai il testo del Beato Apostolo Giovanni usa il termine greco σὰρξ, per indicare la carne. Questo termine indica infatti la fragilità dell’uomo debole e mortale, ed è invero impressionante che proprio il Logos, persona divina generata in Dio, si faccia σὰρξ.

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Da qui si può incominciare a parlare seriamente di mariologia, non certo dai trattati devozionali del Montfort, che dinanzi al Prologo del Vangelo di Giovanni lascia davvero il tempo che trova, con tutto il rispetto per il Santo in questione. Perché la mariologia non è altro che una appendice alla cristologia, al mistero del Καὶ ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο, della incarnazione del Verbo di Dio. È nella incarnazione del Verbo che sono racchiusi tutti e quattro i dogmi mariani: Maria madre di Dio, la sua perpetua verginità, la sua immacolata concezione, la sua assunzione al cielo. Tutto quanto è racchiuso nel mistero del Verbo, perché, piaccia o meno a certi fideisti mariolatri, la Beata Vergine è racchiusa nel mistero di Cristo Dio, che è generato non creato della stessa sostanza del Padre, mentre invece, Maria, è una creatura creata e generata e, per quanto preservata dal peccato originale, non è la Quarta Persona della Santissima Trinità, se non addirittura la prima, come di fatto certuni vorrebbero farla passare. Mettere quindi sullo stesso piano Cristo Dio e la Beata Vergine, o insistere in modo ossessivo-compulsivo sul termine-feticcio di corredentrice, che da sempre crea enormi problemi alla cristologia e al mistero del Verbo di Dio, se non fosse frutto ed espressione di fideismo ignorante, sarebbe bestemmia, sarebbe autentica blasfemia, idolatria pagana. E chi lo spiega, a queste povere e arroganti persone, che la Beata Vergine non ha dato vita a Dio, ma ha dato vita a Dio che si è fatto uomo? Perché molti non hanno proprio chiaro il concetto basilare di Madre di Dio, quindi che cosa realmente sia la divina maternità di Maria, che è madre di Dio che si è fatto uomo.

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Con la mariologia abbiamo iniziato e con la mariologia siamo giunti alla conclusione, che poi è il cuore di questo discorso profondamente addolorato fatto da un credente, da un sacerdote e da un teologo costretto a sperimentare, come molti altri confratelli, il senso di totale impotenza dinanzi a questo esercito di arroganti e non meglio precisati cattolici. Cosa può e deve fare, dinanzi a queste realtà, il sacerdote e il teologo? Può forse abbandonare l’errante all’errore. Come agire, in coscienza, ma soprattutto in conformità al nostro sacro ministero, memori del terribile monito a noi rivolto: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più»? (Lc 12, 48).

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La risposta ce la dà Cristo Dio attraverso quest’altro monito: «In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città» (Mt 10, 11-15).

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Questo mio lungo articolo, a chi proprio non l’avesse capito, incluso un esercito di vescovi che oggi trepidano con piaggeria per i migranti, mostrando ben poco interesse per la cura dei loro presbiteri, è una mia risposta data a tutti i confratelli che giorno dietro giorni mi parlano delle loro difficoltà sempre più grandi nei rapporti con un alto numero di non meglio precisati fedeli sempre più ipercritici, aggressivi e offensivi, incancreniti nell’errore e fieri del proprio errore.

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A un mio confratello di quasi settant’anni che vive molte delle situazioni qui illustrate, di recente risposi: «Se non ricordo male ogni domenica tu, alle soglie del tuo settantesimo compleanno, devi celebrare la Santa Messa in tre parrocchie, nelle quali sino a mezzo secolo fa c’era in tutte quante un parroco, nell’immediato dopoguerra c’era anche il parroco e il vice parroco. A fronte di questa situazione, pensi di avere tempo da perdere con chi non ascolta, non vuole ascoltare e non accetta alcuna correzione dall’errore?». E detto questo ho seguitato a dire: «Ormai, noi sacerdoti siamo dei veri e propri oncologi che lottano contro il cancro. Affinché la lotta sia efficace è però necessario che i pazienti accettino le nostre indicazioni e cure, che osservino con scrupolo le terapie. Se certi pazienti non ci prestano invece ascolto, rifiutano le nostre cure e ci danno anche degli incompetenti, a quel punto dobbiamo scuotere la polvere dai nostri piedi, per non correre il rischio di avere privato di soccorso, cure e salvezza, chi invece era lì a poca distanza fiducioso e aperto, ad attendere il sacerdote-oncologo come uno straordinario dono di Dio.

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Per questo invito i miei confratelli addolorati a seguire il mio esempio, che con l’inizio del nuovo anno ho chiuso ogni genere di rapporto e relazione con apprendisti stregoni, pie donne impazzite masticatrici di rosari col complesso della sedes sapientiae e via dicendo. Sono troppo impegnato a curare i Christi fideles dal cancro della decadenza e del peccato, per perdere tempo prezioso con chi afferma che il cancro si cura con l’omeopatia, o che basta solo attendere l’imminente trionfo del cuore immacolato di Maria che discendendo dal cielo come la Fata Turchina sistemerà tutto con due colpi di bacchetta magica. Privandomi felicemente di qualsiasi rapporto con queste persone, non ho agito con mancanza di carità, ma proprio perché consapevole di quanto oggi, delle guide e dei maestri siano più che mai preziosi. Non voglio avere a che fare con certa gente perché Cristo Dio ci ammonisce: «Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con i piedi e poi si rivoltino per sbranarvi» (Mt 7, 6). 

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Questo è ciò che da mesi vado ormai rispondendo e ripetendo a molti miei confratelli sofferenti a causa delle opere e delle parole di apprendisti stregoni e di incorreggibili pie donne impazzite: lasciateli al loro impazzimento. Certo, le nostre porte e i nostri cuori di pastori sono sempre aperte, senza permali e rancori, come il buon padre della parabola del figliol prodigo, purché queste persone accettino di essere corrette dai propri errori, perché in caso contrario sarebbe il tipico tempo perso del parlar tra sordi. E oggi, noi sacerdoti e noi teologi, tutto possiamo permetterci in questa delicatissima fase storica fuorché di perdere tempo con i ciechi e con i sordi.

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dall’Isola di Patmos, 7 gennaio 2021

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Il Natale di Cristo e l’Epifania della fede e della ragione, oltre le nubi dell’irrazionalismo, del cieco fideismo e devozionismo

—  Attualità ecclesiale —

IL NATALE DI CRISTO E L’EPIFANIA DELLA FEDE E DELLA RAGIONE, OLTRE LE NUBI DELL’IRRAZIONALISMO, DEL CIECO FIDEISMO E DEVOZIONISMO

Se il Natale è il tempo del Logos che si incarna, allora nell’Incarnazione Dio Eterno assume tutta la natura umana, temporanea: e assume anche la ragione umana che rielabora concetti in un ragionamento discorsivo e nel tempo, sino a divenire manifesto nell’Epifania, che significa appunto “rendersi manifesto”. Ecco allora che nella ragione umana risiede la ricerca filosofica, la ricerca storica, la ricerca scientifica … insomma una ricerca della verità immanente che va di pari passo con la ricerca di una verità trascendente che riguarda la fede, ed entrambe possono farsi cammini di santità.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Il Vangelo di San Matteo racchiude questo racconto:

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«Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo”» [Mt 2, 2].

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Non abbiamo bisogno di ulteriori conferme che questo periodo di pandemia sia davvero denso di incertezza. Mentre scrivo questo articolo, cari Lettori de L’Isola di Patmos, su Roma si sono addensati nuvoloni neri e secchiate di pioggia travolgono la Capitale. La luce si intravede appena, fra le nuvole. Ecco come il tempo atmosferico può esprimere lo stato d’animo di molti, tanto che il 2020 è stato denominato dal Censis quale anno della paura nera per gli italiani [1].

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Questa paura ha generato delle reazioni di chiusura, di irrazionalismo e di fideismo senza precedenti; sicuramente senza precedenti nei tempi moderni. Recentemente ho letto su Facebook l’idea per la quale il Sacramento del battesimo donerebbe una sorta di immortalità indefinita, perché renderebbe per sempre legati al Verbo Incarnato Immortale. Dunque, proseguiva nei commenti la mia amica facebooker, affermando che di fronte a un ignobile microrganismo, un virus così sciocco, perché avere paura? Perché chiudersi dentro casa? Perché far gettare un anno di vita a tutti gli “immortali” gesuani?

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Onestamente ho sorriso leggendo queste argomentazioni. Ho pensato che dovevo intervenire subito spiegando la differenza fra l’unione ipostatica della natura umana di Cristo con la persona divina (per cui Cristo è una persona e due nature), e il nostro essere incorporati in Lui nel Battesimo, anche noi con la natura umana. In questo secondo caso, infatti, esattamente come la natura di Gesù era passibile di sofferenze, malattie, dolori, vissuti peraltro nella Passione anche noi benché battezzati lo siamo. Il carattere sacramentale battesimale non ci fa da scudo alle malattie e la serenità, l’affidamento a Dio che dobbiamo avere in quanto battezzati non esclude, anzi include la nostra azione morale di prudenza e di speranza. La nostra responsabilità nel proteggere i fragili [2].

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Immediatamente però mi sono fermato dal rispondere. Perché bisognava andare alla radice della questione. Non entrare subito negli approfondimenti teologici. Cosa della quale desidero invece parlare adesso. La radice consiste infatti nell’atteggiamento interiore. Anzitutto avere l’atteggiamento di ricerca, di approfondimento, di apertura mentale dei Magi. Che cercavano Gesù seguendo una stella e chiedevano a tutti dove fosse il re dei Giudei appena nato. Riguardo l’Epifania scrive in una sua opera il Venerabile Pontefice Benedetto XVI:

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«Potevano concorrere diversi fattori per far percepire nel linguaggio della stella un messaggio di speranza. Ma tutto ciò poteva mettere in cammino soltanto chi era uomo di una certa inquietudine interiore, uomo di speranza, alla ricerca della vera stella della salvezza. Gli uomini di cui parla Matteo non erano soltanto astronomi. Erano sapienti: rappresentavano la dinamica dell’andare al di là da sé […] si trovano al seguito di Socrate e del suo interrogarsi, al di là della religione ufficiale, circa la verità più grande. In tale senso, questi uomini sono dei predecessori, dei precursori, dei ricercatori della verità, che riguardano i tempi»[3]

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Questo atteggiamento di ricerca della verità è lo stesso tempo di Natale che lo domanda. Se il Natale è il tempo del Logos che si incarna, allora nell’Incarnazione Dio Eterno assume tutta la natura umana, temporanea: e assume anche la ragione umana che rielabora concetti in un ragionamento discorsivo e nel tempo, sino a divenire manifesto nell’Epifania, che significa appunto “rendersi manifesto”. Ecco allora che nella ragione umana risiede la ricerca filosofica, la ricerca storica, la ricerca scientifica … insomma una ricerca della verità immanente che va di pari passo con la ricerca di una verità trascendente che riguarda la fede, ed entrambe possono farsi cammini di santità.

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Scrive in un suo recente articolo Giovanni Covino:

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«Proprio perché anche l’intelligenza può presentarsi come “via alla santità”, la Chiesa, con il suo costante insegnamento di Madre, ha sempre tenuto in gran conto la ricerca scientifica e la possibilità di coniugare questa con la fede – come recita l’ormai famoso incipit della Lettera enciclica Fides et ratio: “La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. È Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su sé stesso”» [4].

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Entrando in quest’ottica di epistemologia duale, teologica e filosofico – scientifica, davvero l’uomo eleva tutta la propria persona. Perché è in grado di entrare in uno sguardo duplice: oggettivo sul reale, in grado di ricostruire il dato documentale davanti a sé mediante il linguaggio tecnico della scienza. Al tempo stesso, di leggere dentro questi dati, in modo contemplativo l’azione eterna di Dio. Lo sguardo contemplativo sul dato reale è fondamentale oggi, specialmente in tempo di pandemia, che altrimenti risulterebbe essere solo una crisi sanitaria senza orizzonte di senso.

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Su questa stessa linea di pensiero si muove la ricerca dell’amico scrittore Adriano Virgili, di cui segnalo l’opera: La resurrezione di Gesù. Un’indagine. Si tratta appunto di una ricerca storico-scientifica sul dato della fede in Gesù Cristo, nella quale l’Autore ― come scrive Alessandra Fusco in una sua recensione [cfr. QUI] ― segue pedissequamente la via della ragione, non quella della cieca fede. Proprio come avrebbe fatto Sherlock Holmes segue la strada della logica, ci presenta il Gesù storico e gli apostoli, soppesa tutte le ipotesi alternative alla Risurrezione: può essere stato un complotto degli apostoli? Il risorto era forse un sosia? È stata tutta una finzione? E le smonta una a una affidandosi alla ragione. E in questo modo ci mostra che non esiste nessun’altra realtà e che l’unica ipotesi plausibile è proprio quella professata da tutti noi cristiani: Cristo è risorto veramente!

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Il Mistero del Natale, tra fede e ragione, sino alla manifestazione nella Epifania, va sempre contemplato in relazione a quello della Pasqua. Non esiste l’uno senza l’altro. Sono misteri interconnessi, sebbene fuori dal tempo. Si vive bene la Pasqua se iniziamo a vivere bene il Natale, questo Natale 2020, al quale segue quella manifestazione visibile della divinità che si esprime nella Epifania. Questo nonostante tutto e nonostante tutti.

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Riscoprire l’interconnessione fra fede e ragione diventa quindi necessario ed è il compito che possiamo prenderci dinanzi al Verbo di Dio incarnato che rende visibile con l’Epifania la propria divinità.

Il libro di Adriano Virgili, che vi consiglio in lettura, potete ordinarlo QUI.

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«Gesù dolce, Gesù amore» [Santa Caterina da Siena]

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Roma, 6 gennaio 2021

Epifania del Signore Gesù

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NOTE

[1] 54° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2020, pp 1 – 9. Disponibile su https://www.censis.it/sites/default/files/downloads/Sintesi_la_societ%C3%A0_italiana_2020.pdf ultimo accesso: 06 dicembre 2020 ore 9.51.

[2] Ne ho parlato esplicitamente in questi video, che ho girato durante il Lockdown di marzo – aprile. https://www.youtube.com/playlist?list=PLSp8F3ofKmT9USoW-J5NZPSs4dLsfsNnW

[3] J. Ratzinger – Benedetto XVI, L’infanzia di Gesù [Rizzoli, Libreria Editrice Vaticana, 2012, 111 – 112].

[4] Giovanni Covino, Covid 19: Ricerca e Santità in tempo di pandemia [cfr. QUI]   

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In Piazza San Pietro un presepe disumano del tutto coerente con una società sempre più disumanizzata

 — gli specialisti ospiti de L’Isola di Patmos —

IN PIAZZA SAN PIETRO UN PRESEPE DISUMANO DEL TUTTO COERENTE CON UNA SOCIETÀ SEMPRE PIÙ DISUMANIZZATA

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Questo presepe pare abbia voluto profetizzare ciò che rimane della nostra società, ormai priva di qualsiasi “forma umana” raggelata nella tecnologia, nel freddo egoismo, nell’assenza dell’affezione e nel totale sconvolgimento della famiglia che allo stato attuale risulta dispersa nell’etere. 

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Autore
Licia Oddo *

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Presepe 2020 – piazza della Papale Arcibasilica di San Pietro

In questo periodo di resilienza e restrizioni, la domanda è presto posta. Cosa ci si aspetta da un Natale così atipico il cui spirito della tradizione cristiana sembra esser stato intaccato dal torpore del distanziamento pandemico? Ci si chiede come la Chiesa reagisca e cosa progetta per attirare e coinvolgere i suoi fedeli al Mistero della Natività?

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La risposta arriva dalla tradizione plurisecolare vantata dalla maiolica di Castelli, piccola cittadina dell’Abruzzo, in provincia di Teramo, catalogata nel Museo eponimo, ubicato presso il Convento dei Frati Minori Osservanti del XVI sec. che è divenuta di interesse attuale per l’esposizione presepiale della Monumentale Greppia, in Vaticano. La fattura fu realizzata in un periodo di tempo compreso tra il 1965 e 1975 dai giovani allievi dell’Istituto d’arte F.A. Grue [1], che dedicarono l’attività didattica al tema natalizio, fino a imporsi sulla scena artistica dell’epoca, per la monumentalità dei personaggi ceramici di grandezza maggiore a quella naturale.

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La fin troppo libera e piuttosto bizzarra interpretazione nella rappresentazione dell’icona natalizia per antonomasia, che ispirò gli ideatori ed esecutori ceramisti, sembra avere sconvolto i simboli cristiani del presepe nell’aggregazione a questi ultimi di una commistione di elementi e personaggi radicalmente diversi, che interessarono l’intera umanità in quel decennio, quale lo “sbarco sulla luna”, talmente  estranei alla tradizionale rappresentazione cristiana dell’Avvento, per offrire una visione globale di quest’ultima prettamente anticonformista.

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Kroisos (Koùros di Anavyssos), 550-520 a.C. ca. Marmo, altezza 1,94 m. Atene, Museo Archeologico Nazionale.

Sebbene la tradizione ceramica castellana, sia perfettamente in linea con le vivaci cromie di tutte le maggiori maioliche italiane, pur tuttavia non basta da sola, a rendere altrettanto viva, intellegibile e accogliente l’intera istallazione ceramica “sacra” voluta quest’anno per celebrare il Natale in piazza San Pietro.

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Il gruppo scultoreo-ceramico realizzato seguendo una tipologia modulare ad anelli, che, sovrapposti, formano busti cilindrici, appare dichiaratamente rigido, immobile, freddo e inespressivo, talché la stessa volontà di coloro che ne hanno voluto elogiare la fattura, paragonandola all’arte antica greca, con maggiore riferimento all’architettura templare delle colonne doriche realizzate a rocchi, di certo, non la si può intendere positivamente, se paragonate a elementi del tutto inerti, privi di forma umana perché strutturali ed appartenenti appunto al campo dell’architettura, pertanto incapaci di trasmettere qualsiasi emozione che è insita nella gestualità umana. Se infatti sono proprio le figure umane a essere protagoniste, il termine di paragone dovrebbe casomai afferire al campo scultoreo e non di certo a quello architettonico. Ma anche qui l’esempio più calzante riguardante il mondo scultoreo greco non è altrettanto lodevole nella trasmissione della “Buona novella” Natalizia, carica di senso del calore umano e dei valori della famiglia.

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Nell’esecuzione tecnica, il periodo preso in esame potrebbe essere solo quello orientalizzante–arcaico (dal VII al VI a.C) del κοῦρος (Kouros) (2) di Anavyssos, località dell’Attica in Grecia, le cui caratteristiche peculiari sono, l’assoluta stasi o assenza di movimento, la rigidità, la posizione frontale, ma che trattandosi di sculture raffiguranti l’uomo, ovviamente, differiscono dalle ceramiche presepiali castellane, proprio perché quest’ultime sono prive di forma umana, quasi dei blocchi congelati privi di energia, e se di qualcosa in comune si può parlare, è relativa alle monumentali dimensioni. Dal punto di vista iconologico del messaggio simbolico, poi, la forzatura è ancora più evidente i κοῦροι (kouroi) forieri di imponenza e totalmente inespressivi erano depositari di una memoria commemorativa eroica.

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Il Koùros di Lentini è un’opera che risale al VI-V secolo a.C., viene storicamente collocata nel periodo tardo arcaico, 530-490 a.C. ed è conservato nel Museo Paolo Orsi di Siracusa.

A questo punto ci siamo sforzati di individuare delle peculiarità positive nei significati simbolici ben specifici in alcuni dei personaggi, prendendo in esame l’angelo, le cui ali volutamente spiegate a protezione della Sacra Famiglia, parrebbe avere la pretesa, oggi più che mai, di rappresentare l’agognata protezione invocata dall’intera umanità contro la terribile vicenda pandemica. Quest’ultimo sembrerebbe inneggiare, viste le dimensioni, all’apertura delle braccia coperte dal maestoso ed ampio mantello della monumentale Vergine della Misericordia di Piero della Francesca, a protezione dei suoi figli (cittadini), ma purtuttavia non riesce a trasmettere quella calorosa speranza, proprio a causa della sua rigida inespressività. E come potere esimersi ancora dalla visione totalmente sterile di un Gesù fanciullo, quasi mummificato, che non ha nulla a che vedere con la celebrazione della Natività. E così a modesto avviso della grande maggioranza degli addetti ai lavori e del pubblico, il gruppo ceramico “castellano”, al di là di una inesistente armoniosa, delicata e gestuale estetica, proprio nell’assenza della forma corporea, e della dinamicità, dei gesti affettuosi quali la genuflessione, un abbraccio,  una carezza, una semplice stretta di mano, lo stesso contatto colloquiale tra i personaggi, tipici della familiarità domestica, non trasmette certamente quel calore familiare, il sentimento di salvezza universale tipico della tradizione presepiale.

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Detto questo, quello che in questa breve analisi deve essere inteso e distinto più di ogni altra critica all’opera in sé e per sé, che nella sua sostanza è pur sempre un’opera d’arte, che piaccia o meno, frutto di una cultura e società che ne ha deputato la sua nascita;  è piuttosto la natura del messaggio di umiltà, carità e forza di spirito di chi non si arrende, che incarnano tutti i valori della famiglia cristiana, che dovrebbe cogliersi, per essere trasmesso al popolo, unico protagonista e destinatario della propaganda sacra, in occasione del Santo Natale.

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L’ardita scelta della Santa Sede che cade proprio su quest’opera inconsueta, a spezzare la tradizione, sembra appoggiare quella linea primitivistica seguita dagli inizi del pontificato di Francesco I, il quale, se ricordiamo bene, scelse quale logo della celebrazione dell’anno giubilare della Misericordia, l’opera raffigurante il Buon Pastore del Gesuita padre Marco I. Rupnik, in modo del tutto più che avanguardistico, ma che ha poco a che fare con la tradizione iconografica canonica [vedere QUI]. Se la scelta dell’opera a manifesto dell’anno giubilare cadde esclusivamente sulla genuinità del messaggio iconologico che sostituisce alla pecora smarrita l’uomo, caricando su di sé l’umanità, ad oggi nella volontà di incoraggiarla alla speranza nella trasmissione dei valori della famiglia, del calore umano, della letizia, vi è senza dubbio una certa reticenza ad accettare l’istallazione presepiale ceramica dall’aspetto prevalentemente totemico pagano quale baluardo della Cristianità.

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Il Koùros di Milo è una scultura in marmo databile al 540 a.C. circa e conservata nel Museo archeologico nazionale di Atene

È risaputo sin dall’antichità che la diffusione delle epidemie abbia sconvolto l’intero assetto societario, minando gli equilibri politici, economici, insinuando anche forti fragilità nella gestione religiosa dei paesi. La preferenza di Papa Francesco riposta sul presepe di Castelli, per molti risulta incomprensibile e ancor di più paradossale, specie se si pensa che il Vescovo di Roma abbia scelto proprio il nome di Francesco, per guidare la Chiesa, il Santo che per primo elaborò la composizione presepiale nota in tutto il mondo, come strumento catechetico e pedagogico per far comprendere a tutti sino ai più semplici il mistero e poi dogma della nascita di Gesù uomo e figlio di Dio.

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Ancora una volta è dunque l’arte a farsi interprete dell’identità storica, ma questa volta più che attirare al consueto giubilo sembra spaccare l’opinione pubblica tutta finanche a scandalizzarla. E il messaggio che forzatamente potrebbe cogliersi può essere con una certa difficoltà e con uno sguardo di benevolenza, un monito alla ricostruzione dei valori perduti, perché osservando l’opera ci si convince sempre più che al di là di ciò che la Chiesa e il Romano Pontefice abbiano voluto trasmetterci, anche se l’istallazione della Greppia monumentale, venne concepita oltre un quarantennio or sono, nella sua globalità, in realtà, pare abbia voluto profetizzare ciò che rimane della nostra società, ormai priva di qualsiasi “forma umana” raggelata nella tecnologia, nel freddo egoismo, nell’assenza dell’affezione e nel totale sconvolgimento della famiglia che allo stato attuale risulta dispersa nell’etere. 

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Siracusa, 23 dicembre 2020

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* Storico e critico d’arte. Già segnalatrice critica del Catalogo dell’arte moderna (C.A.M.) Editoriale Giorgio Mondadori – Cairo

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NOTE

[1] Fondato nel 1906 per volontà di due illustri castellani, Beniamino Olivieri e Felice Barnabei, allora rispettivamente Sindaco del paese e primo Direttore generale delle Belle Arti. Oggi è il Liceo artistico, ospitato in una struttura moderna costruita accanto all’antico ex Convento che è divenuto sede del Museo.

[2] Il κοῦρος è una scultura di grandi dimensioni che raffigura un giovane uomo nudo(si pensi per esempio ai celebri bronzi di Riace) in posizione stante e rappresenta, indifferentemente, una divinità o un eroe con destinazione devozionale o funebre.

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I teologi internetici supercazzolari all’attacco sotto Natale: «I vaccini prodotti con feti abortiti. La Chiesa apre la strada al riconoscimento dell’aborto»

—  Attualità ecclesiale —

I TEOLOGI INTERNETICI SUPERCAZZOLARI ALL’ATTACCO SOTTO NATALE: «VACCINI PRODOTTI CON FETI ABORTITI. LA CHIESA APRE LA STRADA AL RICONOSCIMENTO DELL’ABORTO»

 

Se il teologo internetico laureato in teologia morale e bioetica all’università della paleoastronautica avesse letto il documento emanato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, anziché procedere alla tempestiva semina di supercazzole, avrebbe preso atto che la Chiesa non esprime né concede affatto questo, anzi dichiara il contrario e lo spiega con una chiarezza non passibile di alcun fraintendimento.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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L’ultimo libro dei Padri de L’Isola di Patmos, vedere QUI (in copertina: La ghigliottina dei social media, opera della pittrice romana Anna Boschini – Vitarte Studio)

Il documento della Congregazione per la dottrina della Fede appena uscito riguardo la liceità dell’uso di alcuni vaccini anticovid-19 ha generato un acceso dibattito sui social media, dove insieme a domande giuste, interrogativi, buona volontà di comprendere il testo, si sono mescolate anche considerazioni del tutto impertinenti con l’argomento trattato.

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Potevano mancare gli interventi dei teologi da bar, laureati all’università della paleoastronautica, che hanno sentenziato con ineffabile supercazzolismo che in questo modo si aprirebbe alla liceità dell’aborto in sé stesso? Nulla di più falso potevano diffondere, ma l’hanno fatto. E in questi giorni noi Padri de L’Isola di Patmos siamo stati subissati da messaggi contenenti, non tanto richieste di chiarimenti, che siamo sempre lieti di dare, perché ciò costituisce l’essenza stessa del nostro apostolato di sacerdoti e teologi, ma condanne senza appello dirette alla … «nuova Chiesa satanica» e «anticristica».

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Il documento emanato dalla Congregazione per la dottrina della fede è chiarissimo e riprende i documenti precedenti sullo stesso tema, pubblicati sotto i pontificati di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Ma com’è noto non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, o per riprendere il concetto espresso nel nostro recente libro: non c’è peggior supercazzolaro di chi non vuole smettere di credersi un esperto in Bioetica e Scienze Sacre senza aver neanche letto una riga di quei documenti, essendosi limitato solo a saltare da un blog all’altro o attingendo sapienza dalla famosa accademia delle scienze di Facebook.

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Il tema dell’aborto è invece centrale per la nostra morale: non va assolutamente dimenticato né messo in soffitta. D’altronde, la paura di offendere le persone che hanno abortito in modo volontario, se non peggio quelle che ritengono di averlo fatto compiendo un’azione giusta e del tutto legittima, oggi sembra dominare anche l’importante opera di denuncia e condanna di questo atto terribile. Un atto che il regnante Pontefice ha bollato con parole e termini severi che mai San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avrebbero usato: «Abortire è come affittare un sicario per uccidere una persona» [cfr. Avvenire, 18.10.2018, QUI].

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Non si condanna la persona che ha abortito, da sempre accolta con grande delicatezza e amorevolezza da noi confessori, ma si condanna l’atto in sé stesso e tutte le dinamiche ideologiche e filosofiche che favoriscono l’aborto quale “diritto inalienabile”. Per questo ho accolto con molta gioia la recente pubblicazione del libro: Una difesa della vita senza compromessi – Per minare l’ideologia pro morte alle fondamenta [cfr. QUI] scritto dagli Universitari per la Vita, Fabio Fuiano, Chiara Chiessi e Florio Scifo, un testo dato alle stampe da giovani coraggiosi che da qualche anno si adoperano per combattere la cultura dello scarto, che promuove l’aborto e l’eutanasia.

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L’aborto è un atto in sé malvagio che va sempre condannato perché è la soppressione violenta di un innocente nel grembo della madre. Sì, anche se si ha paura a dirlo è un omicidio, il più grave di tutti gli omicidi. Semplice e logico il motivo: se tentiamo di uccidere un adulto, questi può cercare in qualche modo di reagire, potrebbe persino sfuggire alla morte o, nel tentativo di difendersi, uccidere lui l’aggressore che attenta alla sua vita, ma una creatura nel ventre della madre no, non può in alcun modo difendersi. Per questo l’atto è talmente grave che le persone che cooperano in maniera diretta e formale a questo atto cadono nella scomunica latae sententiaeEppure è proprio per queste persone che bisogna pregare molto, perché si convertano e comprendano il loro peccato. Chi ha più peccato, ha bisogno di una maggiore misericordia. Per questo la morale cattolica non condanna la persona, che va recuperata e a cui va mostrato l’amore di Dio, spiegando che l’atto abortivo, resta in sé del tutto e per tutto radicalmente malvagio.

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A questo vorrei aggiungere anche delle mie considerazioni. L’aborto, come l’eutanasia, hanno alle spalle una base ideologica ben salda: una cultura della morte, come la chiamava San Giovanni Paolo II, che chiamerò sinteticamente necrocultura. Giocando con le parole fino a svuotarne il loro significato e basandosi su evidenze a-scientifiche, la necrocultura ha messo le basi all’idea che l’aborto è un diritto, la cui negazione costituirebbe un affronto alla libertà della donna e della società. E qui apro un inciso, infatti continuo a non capire qual è la differenza fra una interruzione volontaria di gravidanza e un aborto volontario, che per molti oggi è una distinzione assolutamente accettabile (!?). Di fatto, queste parole indicano la stessa identica realtà: l’uccisione di un feto nel grembo della madre. La necrocultura ha perciò generato un sistema di omertà: se si prova a sfiorare l’argomento dell’aborto, dicendo a un abortista che non si è favorevoli, il più delle volte si è riempiti di insulti, senza che possa esserci un sano confronto. La necrocultura vuole imporre che se si parla di aborto, esso debba essere per forza considerato un diritto, altrimenti è lecito aggredire verbalmente chi non condivide questa idea. La necrocultura costruita su un’antropologia idealista e priva di fondamento col reale, pretendendo di liberare l’uomo dalle briglie della morale cattolica devozionale, ha poi di fatto generato un altro dogma indiscutibile che proclama che l’aborto è una libertà, un diritto, una conquista di civiltà inattaccabile.

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Credo che la necrocultura abbia in sé i germi della sua distruzione. Infatti, poggiandosi solo sui mass media, solo sulle idee personali dei suoi ideologi, fra qualche tempo crollerà dinanzi all’evidenza.

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Il Natale, in questo senso, è festa universale, anche perché sottolinea la bellezza e la sacralità della donna e della maternità: l’accoglienza di un bambino è scritta nelle corde biologiche della donna, che così diviene, nel suo essere madre, modello di vera accoglienza verso tutti. Così come una madre è stata Maria che accoglie la tenerezza del figlio, Gesù. E successivamente ha imparato da questo figlio l’accoglienza degli amici del figlio, discepoli, donne e apostoli. Così, una gravidanza, una maternità diviene culla e apertura per tutto il mondo: per i poveri, abbandonati, dimenticati, stigmatizzati.

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La necrocultura nega tutto questo e facendolo nega l’uomo intero in tutta la sua socialità e donazione al mondo.

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In questi giorni, quei cattolici che si acculturano su Internet, o «cattolici per hobby», come li chiamano invece i Padri Ivano Liguori e Ariel S. Levi di Gualdo, attingendo perle di saggezza dai guru dell’ignoranza e limitandosi alla lettura del titolo, o forse per meglio comprendere persino il sottotitolo dei giornali, non però più di questo, dovendo freneticamente saltare a spiluccare da un blog all’altro, hanno cominciato a inveire contro la «Chiesa apostatica» e «anticristica» che avrebbe dichiarato lecito l’uso di feti abortiti per la preparazione dei vaccini anti-covid, cosa questa che — affermano in preda al delirio — «aprirà a breve il riconoscimento dell’aborto da parte della Chiesa eretica». Se il teologo internetico laureato in teologia morale e bioetica all’università della paleoastronautica avesse letto il documento emanato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, anziché procedere alla tempestiva semina di supercazzole, avrebbe preso atto che la Chiesa non esprime né concede affatto questo, anzi dichiara l’esatto contrario e lo spiega con una chiarezza non passibile di alcun fraintendimento:

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«La ragione fondamentale per considerare moralmente lecito l’uso di questi vaccini è che il tipo di cooperazione al male (cooperazione materiale passiva) dell’aborto procurato da cui provengono le medesime linee cellulari, da parte di chi utilizza i vaccini che ne derivano, è remota. Il dovere morale di evitare tale cooperazione materiale passiva non è vincolante se vi è un grave pericolo, come la diffusione, altrimenti incontenibile, di un agente patogeno grave: in questo caso, la diffusione pandemica del virus SARS-CoV-2 che causa il Covid-19. è perciò da ritenere che in tale caso si possano usare tutte le vaccinazioni riconosciute come clinicamente sicure ed efficaci con coscienza certa che il ricorso a tali vaccini non significhi una cooperazione formale all’aborto dal quale derivano le cellule con cui i vaccini sono stati prodotti. É da sottolineare tuttavia che l’utilizzo moralmente lecito di questi tipi di vaccini, per le particolari condizioni che lo rendono tale, non può costituire in sé una legittimazione, anche indiretta, della pratica dell’aborto, e presuppone la contrarietà a questa pratica da parte di coloro che vi fanno ricorso» [il documento ufficiale integrale della Santa Sede potere trovarlo QUI].

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Il Natale è la festa dell’Incarnazione, la vittoria sul peccato e sulla cultura dell’aborto e della morte, Il trionfo dell’uomo con Dio, questo è scritto tra le righe anche sul documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, che vi invitiamo a leggere, evitando di abbeverarvi alle pericolose supercazzole dei teologi internetici che operano presso la Accademia delle Scienze dei Social Media, alias: i pericolosi supercazzolari.

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Roma, 23 dicembre 2020

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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LIBRI DI NATALE ― Due nuovi romanzi nella collana di narrativa de L’Isola di Patmos: «La nuova terra» e «Nonna non raccontava la favole»

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

LIBRI DI NATALE ― DUE NUOVI ROMANZI NELLA COLLANA DI NARRATIVA DE L’ISOLA DI PATMOS: «LA NUOVA TERRA» E «NONNA NON RACCONTAVA LE FAVOLE» 

Alle porte del Natale le Edizioni L’Isola di Patmos offrono ai Lettori due pregevoli ed edificanti opere di narrativa di Emilio Biagini e Maria Antonietta Novara.

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Emilio Biagini (Genova 1941), già professore ordinario di geografia alla Facoltà di Lingue dell’Università di Cagliari, è autore di numerose opere di saggistica e oltre cento articoli scientifici. Ha trascorso lunghi periodi di studio negli Stati Uniti, in India, nel Sud Africa, in Gran Bretagna e in Irlanda. Ma la sua vocazione è sempre stata quella letteraria. Ha pubblicato tre romanzi: La luce (2006), Labirinto oscuro (2008), La pioggia di fuoco (2012, con la moglie Maria Antonietta coautrice), Il prato alto. Storia romanzata dell’Austria (2019-2020, pure con la moglie Maria Antonietta coautrice), due volumi di racconti L’uomo in ascolto (2008), Montallegro ed altri racconti (2013) e vari volumi di pièces teatrali satiriche.

Alle porte del Natale Le Edizioni L’Isola di Patmos offrono ai Lettori due pregevoli opere di narrativa.

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La Nuova terra, romanzo di Emilio Biagini, è un viaggio denso di fascino che inizia dal Sud Africa e prende forma con la narrazione magistrale della vita e della storia dei due personaggi chiave, muovendosi dall’antico Continente Africano sino al vecchio e non sempre accogliente Continente Europeo.

Tra queste righe il dramma dell’apartheid non è narrato da un saggista né da un socio-politologo, ma dalla vita vissuta e dalla fede di due figure destinate a lasciare nel Lettore un tenero segno indelebile.

… Al di là del tempo esiste la vera realtà, dove il ridicolo e maledetto principe di questo mondo, che tanto meglio riesce ad operare quanto più gli stolti credono che non esista, non ha più alcun potere. Poiché tutte le cose del passato non esistono più, dove inizia la nuova terra. Là tutte le lacrime sono asciugate e tutti i dubbi e le miserie cancellati per sempre.

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Nonna non raccontava le favole, romanzo di Maria Antonietta Novara Biagini, prende avvio da scenari di tardo Ottocento inizi Novecento per poi condurre il Lettore nella contemporaneità. L’Autrice, con linguaggio semplice e diretto, con capacità narrative avvincenti, ripercorre nella memoria un susseguirsi minuzioso ed articolato di quadri familiari vissuti nella vecchia Genova e nelle vicine località costiere, sino a farne cogliere le vive atmosfere, i suoi vecchi vicoli e i sentimenti della sua gente. Un secolo di ricordi, di fatti, di occasionali incontri, di circostanze liete e di episodi tragici che hanno riguardato nel corso degli anni i numerosi componenti della famiglia – gioie, sofferenze e dolori di cui la nonna è stata protagonista e testimone  –-  vicissitudini personali e familiari che risultano fortemente intrecciate con le vicende storiche italiane del XX secolo.

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Maria Antonietta Novara Biagini, genovese, dopo la maturità classica conseguita all’Istituto delle Suore dell’Assunzione si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza, senza giungere al conseguimento della laurea, preferendo occuparsi della sua famiglia, invece di abbandonarla in mano a “truppe mercenarie”. Questo le ha consentito di potersi dedicare a molti interessi culturali, viaggiando per varie parti del mondo e approfondendo al tempo stesso una formazione cattolica solida e controcorrente. È sposata col Prof. Emilio Biagini, autore di diverse pubblicazioni. Ha pubblicato il volume di racconti L’albero sacro (2010), insieme al marito il romanzo La pioggia di fuoco (2012) e un volume di Satire clericali (2014), formato da racconti e atti unici e illustrato dalla pittrice Elena Pongiglione [Copertina: olio su tela, opera della pittrice romana Anna Boschini – Vitarte Studio].

Una nonna, quella narrata dall’Autrice, che non raccontava le favole, come invece si potrebbe credere.

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Prossime pubblicazioni in uscita:

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narrativa:

IL CAMMINO DELLE TRE CHIAVI, Ariel S. Levi di Gualdo

saggistica:

ATTI E MISFATTI DEGLI APOSTATI, Ester Maria Ledda

 

 

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Nascere e rinascere in un Natale speciale, noi che ormai non siamo più abituati agli imprevisti della specialità

—  Attualità ecclesiale —

NASCERE E RINASCERE IN UN NATALE SPECIALE, NOI CHE ORMAI NON SIAMO PIÙ ABITUATI AGLI IMPREVISTI DELLA SPECIALITÀ  

Questo Natale è speciale perché non avremo il cenone come tutte gli altri anni. Con parenti e amici, relegati nelle varie zone colorate d’Italia. Allora proviamo a non dimenticare proprio questo: è Dio che dobbiamo mettere al centro. In Lui le distanze si assottigliano, quasi spariscono, in una comunione spirituale.  Il vero cenone che avremo quest’anno è il Bene per antonomasia, da non dimenticare per tutti i futuri cenoni, anche quando sarà terminata la pandemia.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

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le vignette di Simone Togneri

Nel Vangelo dell’Evangelista Luca è scritto:

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«Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo».

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Proverò a entrare in questo santo giorno di Natale [cfr. mie riflessioni, QUI], per immaginare assieme a voi la scena della natività. Proviamo allora a metterci al posto di uno dei quei pastori. Potremo sentire il freddo gelido della notte israeliana, avere anche il fiatone per la corsa che abbiamo fatto, dopo essere stati avvertiti dagli Angeli di questa meraviglia. Se fossimo davvero lì osserveremo una scena tenerissima: un bambino, con suo papà e sua mamma. Con gli Angeli che cantano Gloria a Dio mentre questo bambino è coccolato dai genitori. Se fossimo lì davvero, ci renderemo conto di avere dinanzi a noi un miracolo. Si, perché nella notte di Natale, almeno per noi, sono avvenute due nascite. Sembra strano dire una cosa del genere, considerando che per noi cattolici non esiste la reincarnazione.

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Vediamo allora in che senso, c’è una doppia nascita. Ma per farlo proviamo a leggere le mirabili parole di San Leone Magno, l’uomo piccolo di statura, ma gigantesco nella tempra, tanto da fermare Attila alle porte di Roma. Così scriveva questo Santo Pontefice Magno in una delle sue lettere dogmatiche:

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«Il Figlio è coeterno con il Padre, […] Gesù Cristo è Dio da Dio, onnipotente dall’onnipotente, che è nato coeterno dall’eterno; […]. Il Figlio unigenito dell’eterno Padre, pure sempiterno, è nato ad opera dello Spirito Santo dalla Vergine Maria. Tale nascita, avvenuta nel tempo, nulla tolse alla nascita divina ed eterna (che ha dal Padre), niente gli ha aggiunto, ma è tutta diretta a rifar nuovo l’uomo, che era stato ingannato».

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Proviamo adesso a concentrarci su queste parole: Gesù nacque nell’eternità e nacque nel tempo. Scrive il teologo svizzero Hans Urs Von Balthasar: Egli, nell’Eternità, ricevette dal Padre la vita, il sapere, lo spirito, la parola, l’azione e la dottrina Per noi, piccoli testimoni della pagina evangelica, questa nascita eterna è del tutto oscura.

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Infatti lo stato di Eternità in cui sussiste l’unico Dio in tre Persone non coincide con il nostro essere radicati nel tempo. La nostra corporeità, insieme all’anima e allo spirito, detta e scandisce i momenti del nostro vivere, il nostro conoscere, intuire e anche essere felici e gioiosi. In questa divisione entra una suddivisione in secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni, secoli, centinai, millenni. Entriamo al mondo in un certo tempo e moriamo in un altro tempo. Questo è davvero particolare ma legato radicalmente alla nostra identità.

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Perciò davvero pochissimo sappiamo, donatoci dalla fede, della nascita eterna del Logos. Però proprio perché siamo temporanei, possiamo gustare invece la nascita nel tempo. Perché il Logos Cristo ha preso una natura umana e una carne umana. È entrato nel tempo, insieme a noi, in un momento ben preciso. Da questo dato dottrinale siamo consapevoli di una gioia grande. Nella sua Eternità, Grandezza e Maestosità Dio decise di nascere come un bambino piccolo e desideroso di cure. Perché innanzitutto voleva essere vicinissimo a noi. Dio quindi prende la natura umana, affinché possiamo avere una comunione piena con Lui. Gesù è stato vero Dio e vero uomo in una porzione di tempo insieme strettamente con noi.

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Secondo lo scrittore russo A. Checov:

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«Nei certificati di nascita è scritto dove e quando un uomo viene al mondo, ma non vi è specificato il motivo e lo scopo».

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Gesù invece è chiaro sin da subito: Lui nasce con lo scopo di abbracciarci e farsi vicino a noi. E, dopo questo evento, il Natale, ogni giorno anche gli uomini hanno uno scopo: trasmettere questo abbraccio, questa vicinanza affettuosa a tutti coloro che si sentono abbandonati e soli. Un abbraccio nella Verità: è questo quello che ci chiede di donare il Dio Bambino.

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Questo Natale è speciale perché non avremo il cenone come tutte gli altri anni. Con parenti e amici, relegati nelle varie zone colorate d’Italia. Allora proviamo a non dimenticare proprio questo: è Dio che dobbiamo mettere al centro. In Lui le distanze si assottigliano, quasi spariscono, in una comunione spirituale.  Il vero cenone che avremo quest’anno è il Bene per antonomasia, da non dimenticare per tutti i futuri cenoni, anche quando sarà terminata la pandemia. I cenoni esistono per generare comunione fra noi, ma innanzitutto per ricordare che è Dio che continua a farsi comunione col mondo. Rendiamo questa serata specialissima in un anno speciale: perché specialissimo è il Festeggiato!

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Buon cammino di Avvento verso il mistero del Natale.

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«Gesù dolce, Gesù amore» [Santa Caterina da Siena]

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Roma, 12 dicembre 2020

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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