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La difficile ma possibile marcia dei santi nel canto dei negri di New Orleans ― The difficult yet possible march of the saints in the song of the Negroes of New Orleans ― La difícil pero posible marcha de los santos en el canto de los negros de Nueva Orleans

31 Ottobre 2026/in Catechesi/da Padre Ariel

Italiano, English, Español

 

LA DIFFICILE MA POSSIBILE MARCIA DEI SANTI NEL CANTO DEI NEGRI DI NEW ORLEANS

La santità non è il premio riservato a chi non ha mai sbagliato, ma il punto d’arrivo di chi non ha mai smesso di lasciarsi raggiungere da Dio.

— Catechesi —

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Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

 

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A New Orleans, nei primi decenni del Novecento, i funerali avevano un rito tutto loro. La banda accompagnava il feretro verso il cimitero a passo lento, suonando marce funebri. Al ritorno, sepolto il defunto, la stessa banda attaccava a ritmo pieno un vecchio spiritual dei negri d’America: When the Saints Go Marching In.

Chi vi assisteva per la prima volta poteva scambiarlo per irriverenza. Era invece una professione di fede suonata con tromba e trombone: la morte non ha l’ultima parola. Reso celebre in tutto il mondo da Louis Armstrong nel 1938, il brano è divenuto tanto familiare da essere cantato negli stadi e nelle feste, dimenticandone del tutto l’origine. Il suo ritornello dice:

«Oh, when the saints go marching in, / Oh Lord, I want to be in that number, / when the saints go marching in» («Oh, quando i santi entrano in corteo, / Signore, voglio essere in quel numero, / quando i santi entrano in corteo»).

Due parole meritano attenzione. La prima è «in». I santi non sfilano per le strade come una parata qualsiasi: entrano, varcano la soglia della Gerusalemme celeste. La seconda è «that number», quel numero. Gli schiavi e i figli degli schiavi che cantavano questo spiritual conoscevano la Bibbia meglio di non pochi teologi: quel numero è quello dell’Apocalisse, dove dopo i 144.000 appare «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (Ap 7,9). È la prima lettura della Messa di Ognissanti. In un canto nato tra i negri ridotti in schiavitù e poi discriminati dalla segregazione razziale, ai quali veniva negata perfino la dignità di persone, la speranza aveva i tratti precisi della liturgia della Chiesa: entrare in quel numero.

Una chiamata rivolta a tutti

«Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2). «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). «Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione» (1Ts 4,3). La Scrittura non conosce una santità per pochi specialisti dello spirito, né una carriera riservata a chi indossa un abito religioso. Il Concilio Vaticano II lo ha ribadito senza ambiguità: «tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carit໹. È una santità che non abita soltanto nei chiostri e sugli altari, ma nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle corsie degli ospedali, dovunque un uomo o una donna vivono con fedeltà, giorno dopo giorno, ciò che Dio ha loro affidato.

Se la santità fosse qualcosa di irraggiungibile, Dio ci avrebbe comandato l’impossibile. E Dio non prende in giro le sue creature.

Che cosa è davvero la santità

Nell’immaginario comune la santità coincide con l’impeccabilità, con i prodigi, con le estasi, con i digiuni prolungati oltre ogni ragionevolezza. Tutte cose che possono accompagnare la vita di un santo, ma che non ne costituiscono l’essenza. San Tommaso d’Aquino lo dice con la consueta sobrietà: la perfezione della vita cristiana consiste essenzialmente nella carità². Il santo non è anzitutto colui che non ha peccato, ma colui che ha amato Dio e il prossimo fino in fondo, lasciando che la grazia lavorasse in lui fino a trasformarlo.

Questo non significa che la santità sia una conquista morale, il frutto di una ginnastica della volontà. È anzitutto un dono che Dio offre e che l’uomo è chiamato ad accogliere. Ma l’accoglienza non è passività: «Il cammino della perfezione passa attraverso la croce. Non c’è santità senza rinuncia e senza combattimento spirituale»³. La santità non è il premio riservato a chi non ha mai sbagliato, ma il punto d’arrivo di chi non ha mai smesso di lasciarsi raggiungere da Dio.

Basta scorrere le vite di non pochi santi per rendersene conto: Agostino d’Ippona visse per anni con una concubina, dalla quale ebbe un figlio, Adeodato, prima di arrendersi alla grazia. Maria Egiziaca, secondo la Vita scritta da Sofronio di Gerusalemme, si prostituì per diciassette anni ad Alessandria d’Egitto⁴. Margherita da Cortona fu per circa dieci anni l’amante di un giovane nobile di Montepulciano, al quale diede un figlio. Mosè l’Etiope, prima di diventare uno dei grandi Padri del deserto, era stato capo di una banda di briganti. Camillo de Lellis, soldato di ventura, era schiavo del gioco d’azzardo al punto da perdere tutto ciò che possedeva, fino alla camicia. Ignazio di Loyola, per sua stessa ammissione, fino a ventisei anni fu un uomo dedito alle vanità del mondo⁵. Charles de Foucauld, giovane ufficiale di cavalleria, si fece notare più per i bagordi e le amanti che per la disciplina. Bartolo Longo, prima di fondare il santuario di Pompei, frequentò i circoli spiritisti di Napoli fino a dichiararsi consacrato sacerdote di Satana; Leone XIV lo ha proclamato santo nel 2025. Nessuno di loro nacque santo. Tutti lo diventarono, passando non accanto al peccato, ma attraverso di esso, finché la grazia non li raggiunse e non li trovò, finalmente, disposti a lasciarsi raggiungere.

Dai martiri ai confessori

Nei primi secoli i santi venerati dalla Chiesa erano i martiri. Sulle loro tombe si celebrava l’Eucaristia nel giorno anniversario della morte, chiamato dies natalis, giorno della nascita al cielo. Il sangue versato per Cristo era il segno inequivocabile della santità. Ma quando con la pace di Costantino le persecuzioni cessarono, si pose una domanda nuova: si può essere santi senza versare il sangue? La risposta ha un nome: Martino di Tours, soldato, monaco, vescovo, morto nel 397. Fu tra i primi, se non il primo, in Occidente a ricevere un culto pubblico pur non essendo martire. Il suo biografo Sulpicio Severo lo spiegò così:

«Sebbene la condizione dei tempi non abbia potuto offrirgli il martirio, egli non sarà privo della gloria del martire, perché con il desiderio e con la virtù poté e volle essere martire»⁶.

Nasceva così la figura del «confessore», colui che testimonia Cristo non con la morte violenta, ma con il dono quotidiano della vita. Va detto, per esattezza storica, che al tempo di Martino la canonizzazione non esisteva: il culto nasceva dal basso, dalla fama di santità presso il popolo e dall’approvazione del vescovo locale. La prima canonizzazione formale pronunciata da un Romano Pontefice è quella di Ulrico di Augusta, proclamato santo da Giovanni XV nel 993.

Santi non si nasce

Nel corso dei secoli abbiamo idealizzato i santi fino a renderli inimitabili. Quel simpatico e fantasioso domenicano che fu Jacopo da Varazze, arcivescovo di Genova, nella sua Legenda aurea racconta senza alcun timore di cadere nel ridicolo che San Nicola, ancora lattante, il mercoledì e il venerdì prendeva il latte materno una sola volta al giorno, per osservare il digiuno⁷. Un neonato già osservante del calendario penitenziale, insomma. L’agiografia barocca ha moltiplicato santi che fin dalla culla mostravano virtù eroiche e i santini devozionali hanno fatto il resto, consegnandoci figure angelicate, dagli occhi rivolti al cielo, senza un’ombra di lotta interiore. Il risultato è stato paradossale: proprio perché perfetti fin dall’inizio, i santi sono divenuti modelli da ammirare a distanza, non da imitare. E così ci siamo sentiti dispensati dal provarci, proprio grazie ai vari Jacopo da Varazze.

La realtà è ben diversa. Paolo di Tarso perseguitava la Chiesa entrando nelle case e trascinando in carcere uomini e donne (cfr. At 8,3) e fino alla fine si definì il primo dei peccatori (cfr. 1Tm 1,15). Francesco d’Assisi, prima di abbracciare madonna Povertà, era il re delle gozzoviglie della gioventù assisana⁸. I santi non nacquero tali: lo diventarono, spesso dopo lunghi anni vissuti anche nei peccati più gravi.

Ciò che molti non sanno, o forse non ricordano, è che il primo santo proclamato tale fu un criminale condannato a morte. Crocifisso accanto a Gesù, a differenza dell’altro malfattore che lo insultava, gli si rivolse dicendo: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». E Gesù gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,42-43). Se mai c’è stata una canonizzazione, la celebrò Cristo stesso, dalla croce, senza processo, senza postulatore e senza miracoli accertati. Il dettaglio più sorprendente è un altro: secondo Matteo e Marco, anche quel ladrone, in un primo momento, insultava Gesù insieme al suo compagno (cfr. Mt 27,44; Mc 15,32). Il santo che la tradizione chiamerà Disma⁹ è venuto fuori da chi, fino a poco prima, bestemmiava. È tutta la teologia della grazia racchiusa in pochi istanti: nessuno è troppo lontano per essere raggiunto, neppure all’ultimo respiro.

L’esercito senza nome

La festa di Ognissanti ha una storia lunga. Nel 609 il Pontefice Bonifacio IV dedicò il Pantheon di Roma alla Vergine Maria e a tutti i martiri. Nel secolo successivo Gregorio III consacrò nella Basilica di San Pietro un oratorio a tutti i santi e fissò la celebrazione al 1° novembre, data che Gregorio IV estese poi a tutta la Chiesa nell’835.

Ma il senso profondo di questa solennità sfugge a molti. Non è anzitutto la festa dei santi canonizzati e inseriti nel calendario, ciascuno dei quali ha già il proprio giorno. È la festa di quella «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare» (Ap 7,9): l’esercito sterminato di santi ignoti che nessun Dicastero delle Cause dei Santi ha mai esaminato, né mai esaminerà. La nonna che ha recitato il rosario ogni sera per un nipote lontano dalla fede. Il padre di famiglia che ha lavorato onestamente per quarant’anni senza mai rubare un euro. Il parroco di un paese di montagna dimenticato da tutti, fuorché da Dio. Il malato che ha offerto la propria sofferenza senza farne un vessillo. Nessuno di loro avrà una statua, un’immagine, una festa. Eppure sono loro, in grandissima parte, «quel numero».

Lo scrittore francese Léon Bloy chiuse uno dei suoi romanzi con una frase rimasta celebre: «Non c’è che una tristezza, quella di non essere santi»¹⁰. Ognissanti ci ricorda che questa tristezza non è una condanna, perché la porta resta aperta fino all’ultimo istante, come ha sperimentato quel ladrone sulla croce. La marcia dei santi è difficile, nessuno lo nega. Ma è possibile, perché a camminare davanti a noi non c’è un modello irraggiungibile, ma una folla innumerevole di uomini e di donne che, peccatori come noi, si sono lasciati salvare.

Quando la banda di New Orleans tornava dal cimitero, la gente scendeva per le strade e si univa al corteo ballando. Non si limitava ad ascoltare: entrava nella fila. È questo l’invito di Ognissanti. E la preghiera più sincera che possiamo rivolgere a Dio in questo giorno è forse proprio quella dello spiritual dei negri d’America: «Oh Lord, I want to be in that number»: Signore, voglio essere in quel numero.

Dall’Isola di Patmos, 1° novembre 2026

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NOTE

¹ Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, n. 40.

² Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 184, a. 1.

³ Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2015.

⁴ Cfr. Sofronio di Gerusalemme, Vita di Santa Maria Egiziaca.

⁵ Cfr. Ignazio di Loyola, Autobiografia, n. 1.

⁶ Sulpicio Severo, Epistola II, 9. Traduzione nostra.

⁷ Cfr. Jacopo da Varazze, Legenda aurea, cap. «San Nicola».

⁸ Cfr. Tommaso da Celano, Vita prima di San Francesco, I, 1-2.

⁹ Il nome compare nel Vangelo di Nicodemo (o Atti di Pilato), 10, scritto apocrifo.

¹⁰ L. Bloy, La femme pauvre (1897), ultima pagina.

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THE DIFFICULT YET POSSIBLE MARCH OF THE SAINTS IN THE SONG OF THE NEGROES OF NEW ORLEANS

Holiness is not a prize reserved for those who have never gone wrong, but the destination of those who have never stopped letting God reach them.

 

— Catechesis —

Autore

Author
Ariel S. Levi di Gualdo

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In New Orleans, in the early decades of the twentieth century, funerals had a ritual all their own. The band accompanied the coffin to the cemetery at a slow pace, playing funeral marches. On the way back, once the deceased had been buried, the same band would strike up, at full tempo, an old Negro spiritual: When the Saints Go Marching In. Anyone witnessing it for the first time might have mistaken it for irreverence. It was instead a profession of faith played on trumpet and trombone: death does not have the last word. Made famous throughout the world by Louis Armstrong in 1938, the song has become so familiar that it is sung in stadiums and at parties, its origin entirely forgotten. Its refrain goes:

«Oh, when the saints go marching in, / Oh Lord, I want to be in that number, / when the saints go marching in».

Two words deserve attention. The first is «in». The saints do not file through the streets like any ordinary parade: they go in, they cross the threshold of the heavenly Jerusalem. The second is «that number». The slaves and the children of slaves who sang this spiritual knew the Bible better than not a few theologians: that number is the one in the Book of Revelation where, after the hundred and forty-four thousand who were sealed, there appears «a great multitude, which no one could count, from every nation, race, people, and tongue» (Rev 7:9). It is the first reading of the Mass of All Saints. In a song born among Negroes held in slavery and later discriminated against under racial segregation, who were denied even the dignity of persons, hope bore the precise features of the Church’s liturgy: to enter that number.

A call addressed to all

«Be holy, for I, the LORD your God, am holy» (Lev 19:2). «So be perfect, just as your heavenly Father is perfect» (Mt 5:48). «This is the will of God, your holiness» (1 Thes 4:3). Scripture knows no holiness for a few specialists of the spirit, nor a career reserved for those who wear a religious habit. The Second Vatican Council restated this without ambiguity: «all the faithful of Christ of whatever rank or status, are called to the fullness of the Christian life and to the perfection of charity»¹. It is a holiness that dwells not only in cloisters and on altars, but in homes, in workplaces, in hospital wards, wherever a man or a woman lives out faithfully, day after day, what God has entrusted to them.

If holiness were something unattainable, God would have commanded us to do the impossible. And God does not make fools of his creatures.

What holiness really is

In the popular imagination, holiness is identified with sinlessness, with miracles, with ecstasies, with fasts prolonged beyond all reason. All things that may accompany the life of a saint, but that do not constitute its essence. Saint Thomas Aquinas puts it with his usual sobriety: the perfection of the Christian life consists essentially in charity². The saint is not first of all the one who has never sinned, but the one who has loved God and neighbour to the very end, letting grace work in him until it transformed him.

This does not mean that holiness is a moral achievement, the fruit of some gymnastics of the will. It is first of all a gift that God offers and that man is called to receive. But receiving is not passivity: «The way of perfection passes by way of the Cross. There is no holiness without renunciation and spiritual battle»³. Holiness is not a prize reserved for those who have never gone wrong, but the destination of those who have never stopped letting God reach them.

One need only glance through the lives of not a few saints to see this. Augustine of Hippo lived for years with a concubine, by whom he had a son, Adeodatus, before surrendering to grace. Mary of Egypt, according to the Life written by Sophronius of Jerusalem, lived as a prostitute in Alexandria for seventeen years⁴. Margaret of Cortona was for some ten years the mistress of a young nobleman of Montepulciano, to whom she bore a son. Moses the Ethiopian, before becoming one of the great Desert Fathers, had been the leader of a band of brigands. Camillus de Lellis, a soldier of fortune, was so enslaved to gambling that he lost everything he owned, down to the shirt on his back. Ignatius of Loyola, by his own admission, was until the age of twenty-six a man given to the vanities of the world⁵. Charles de Foucauld, as a young cavalry officer, was known more for his carousing and his mistresses than for his discipline. Bartolo Longo, before founding the shrine of Pompeii, frequented the spiritualist circles of Naples to the point of declaring himself consecrated a priest of Satan; Leo XIV proclaimed him a saint in 2025. None of them was born a saint. All of them became saints, passing not alongside sin but through it, until grace reached them and found them, at last, willing to let themselves be reached.

From martyrs to confessors

In the first centuries the saints venerated by the Church were the martyrs. The Eucharist was celebrated over their tombs on the anniversary of their death, called the dies natalis, the day of their birth into heaven. Blood shed for Christ was the unmistakable sign of holiness. But when the persecutions ceased with the Peace of Constantine, a new question arose: can one be a saint without shedding one’s blood? The answer has a name: Martin of Tours, soldier, monk and bishop, who died in 397. He was among the first, if not the very first, in the West to receive public veneration without having been a martyr. His biographer Sulpicius Severus explained it thus:

«Although the circumstances of his time could not offer him martyrdom, he will not lack the glory of a martyr, because by desire and by virtue he both could have been and wished to be a martyr»⁶.

Thus was born the figure of the «confessor», one who bears witness to Christ not by a violent death but by the daily gift of his life. For the sake of historical accuracy, it should be said that canonisation did not exist in Martin’s day: veneration arose from below, from a reputation for holiness among the people and from the approval of the local bishop. The first formal canonisation pronounced by a Roman Pontiff was that of Ulrich of Augsburg, declared a saint by John XV in 993.

Saints are not born

Over the centuries we have idealised the saints to the point of making them inimitable. That likeable and imaginative Dominican, Jacopo da Varazze, archbishop of Genoa, relates in his Golden Legend, without the slightest fear of looking ridiculous, that Saint Nicholas, while still a nursing infant, took his mother’s milk only once a day on Wednesdays and Fridays, so as to keep the fast⁷. A newborn already keeping the penitential calendar, in short. Baroque hagiography multiplied saints who displayed heroic virtue from the cradle, and devotional holy cards did the rest, handing down to us angelic figures with eyes turned heavenwards and not a shadow of inner struggle. The result was paradoxical: precisely because they were perfect from the start, the saints became models to be admired from afar, not imitated. And so we felt excused from even trying, thanks precisely to the likes of Jacopo da Varazze.

The reality is quite different. Paul of Tarsus persecuted the Church, entering house after house and dragging men and women off to prison (cf. Acts 8:3), and to the very end called himself the foremost of sinners (cf. 1 Tim 1:15). Francis of Assisi, before embracing Lady Poverty, was the king of the revels among the young men of Assisi⁸. The saints were not born such: they became saints, often after long years spent even in the gravest sins.

What many do not know, or perhaps do not remember, is that the first saint ever proclaimed as such was a criminal condemned to death. Crucified beside Jesus, unlike the other wrongdoer who reviled him, he turned to him and said: «Jesus, remember me when you come into your kingdom». And Jesus replied: «Amen, I say to you, today you will be with me in Paradise» (Lk 23:42-43). If there was ever a canonisation, Christ himself celebrated it, from the cross, with no trial, no postulator and no verified miracles. The most surprising detail lies elsewhere: according to Matthew and Mark, that thief too at first reviled Jesus together with his companion (cf. Mt 27:44; Mk 15:32). The saint whom tradition would call Dismas⁹ came forth from a man who, moments earlier, had been blaspheming. The whole theology of grace is contained in those few moments: no one is too far away to be reached, not even at his last breath.

The nameless army

The feast of All Saints has a long history. In 609 Pope Boniface IV dedicated the Pantheon in Rome to the Virgin Mary and all the martyrs. In the following century Gregory III consecrated an oratory to all the saints in Saint Peter’s Basilica and fixed the celebration on 1 November, a date that Gregory IV extended to the whole Church in 835.

Yet the deeper meaning of this solemnity escapes many. It is not first of all the feast of the canonised saints listed in the calendar, each of whom already has a day of his or her own. It is the feast of that «great multitude, which no one could count» (Rev 7:9): the countless army of unknown saints whom no Dicastery for the Causes of Saints has ever examined, nor ever will. The grandmother who prayed the rosary every evening for a grandchild who had drifted from the faith. The father who worked honestly for forty years without ever stealing a single cent. The parish priest of a mountain village forgotten by everyone except God. The sick man who offered up his suffering without turning it into a banner. None of them will have a statue, an image, a feast day. Yet it is they, for the most part, who make up «that number».

The French writer Léon Bloy ended one of his novels with a sentence that has become famous: «There is only one sadness: not to be saints»¹⁰. All Saints reminds us that this sadness is not a condemnation, because the door remains open until the very last moment, as that thief on the cross discovered. The march of the saints is difficult; no one denies it. But it is possible, because what walks ahead of us is not an unattainable model, but an innumerable crowd of men and women who, sinners like us, allowed themselves to be saved.

When the New Orleans band came back from the cemetery, people poured into the streets and joined the procession, dancing. They did not merely listen: they fell into line. This is the invitation of All Saints. And the most sincere prayer we can address to God on this day is perhaps precisely that of the old Negro spiritual: «Oh Lord, I want to be in that number».

From The Island of Patmos, 1 November 2026

 

NOTES

¹ Second Vatican Ecumenical Council, Dogmatic Constitution on the Church Lumen gentium, n. 40.

² Cf. Thomas Aquinas, Summa Theologiae, II-II, q. 184, a. 1.

³ Catechism of the Catholic Church, n. 2015.

⁴ Cf. Sophronius of Jerusalem, Life of Saint Mary of Egypt.

⁵ Cf. Ignatius of Loyola, Autobiography, n. 1.

⁶ Sulpicius Severus, Letter II, 9. Our translation.

⁷ Cf. Jacopo da Varazze, Golden Legend, chapter «Saint Nicholas».

⁸ Cf. Thomas of Celano, First Life of Saint Francis, I, 1-2.

⁹ The name appears in the Gospel of Nicodemus (or Acts of Pilate), 10, an apocryphal text.

¹⁰ L. Bloy, La femme pauvre (1897), last page. Our translation.

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LA DIFÍCIL PERO POSIBLE MARCHA DE LOS SANTOS EN EL CANTO DE LOS NEGROS DE NUEVA ORLEANS

La santidad no es el premio reservado a quien nunca se ha equivocado, sino la meta de quien nunca ha cesado de dejarse alcanzar por Dios.

Autore

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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En Nueva Orleans, en las primeras décadas del siglo XX, los funerales tenían un rito muy particular. La banda acompañaba el féretro hacia el cementerio a paso lento, tocando marchas fúnebres. A la vuelta, una vez sepultado el difunto, la misma banda arrancaba a pleno ritmo con un viejo espiritual de los negros de América: When the Saints Go Marching In. Quien lo presenciaba por primera vez podía tomarlo por una irreverencia. Era, en cambio, una profesión de fe tocada con trompeta y trombón: la muerte no tiene la última palabra. Popularizada en todo el mundo por Louis Armstrong en 1938, la canción se ha vuelto tan familiar que se canta en los estadios y en las fiestas, olvidando por completo su origen. Su estribillo dice:

«Oh, when the saints go marching in, / Oh Lord, I want to be in that number, / when the saints go marching in» («Oh, cuando los santos entran en cortejo, / Señor, quiero estar en ese número, / cuando los santos entran en cortejo»).

Dos palabras merecen atención. La primera es «in». Los santos no recorren las calles como en un desfile cualquiera: entran, cruzan el umbral de la Jerusalén celestial. La segunda es «that number», ese número. Los esclavos y los hijos de los esclavos que cantaban este espiritual conocían la Biblia mejor que no pocos teólogos: ese número es el del Apocalipsis, donde, después de los ciento cuarenta y cuatro mil marcados con el sello, aparece «una muchedumbre inmensa, que nadie podría contar, de todas las naciones, razas, pueblos y lenguas» (Ap 7,9). Es la primera lectura de la Misa de Todos los Santos. En un canto nacido entre los negros reducidos a la esclavitud y después discriminados por la segregación racial, a quienes se negaba incluso la dignidad de personas, la esperanza tenía los rasgos precisos de la liturgia de la Iglesia: entrar en ese número.

Una llamada dirigida a todos

«Sed santos, porque yo, el Señor, vuestro Dios, soy santo» (Lv 19,2). «Por tanto, sed perfectos, como vuestro Padre celestial es perfecto» (Mt 5,48). «Esta es la voluntad de Dios: vuestra santificación» (1 Tes 4,3). La Escritura no conoce una santidad para unos pocos especialistas del espíritu, ni una carrera reservada a quien viste un hábito religioso. El Concilio Vaticano II lo reafirmó sin ambigüedad: «todos los fieles, de cualquier estado o condición, están llamados a la plenitud de la vida cristiana y a la perfección de la caridad»¹. Es una santidad que no habita solo en los claustros y en los altares, sino en las casas, en los lugares de trabajo, en las salas de los hospitales, dondequiera que un hombre o una mujer viven con fidelidad, día tras día, lo que Dios les ha confiado.

Si la santidad fuera algo inalcanzable, Dios nos habría mandado lo imposible. Y Dios no se burla de sus criaturas.

Qué es realmente la santidad

En el imaginario común, la santidad coincide con la impecabilidad, con los prodigios, con los éxtasis, con ayunos prolongados más allá de toda sensatez. Cosas todas ellas que pueden acompañar la vida de un santo, pero que no constituyen su esencia. Santo Tomás de Aquino lo dice con su habitual sobriedad: la perfección de la vida cristiana consiste esencialmente en la caridad². El santo no es ante todo quien no ha pecado, sino quien ha amado a Dios y al prójimo hasta el final, dejando que la gracia obrara en él hasta transformarlo.

Esto no significa que la santidad sea una conquista moral, fruto de una gimnasia de la voluntad. Es ante todo un don que Dios ofrece y que el hombre está llamado a acoger. Pero acoger no es quedarse pasivo: «El camino de la perfección pasa por la cruz. No hay santidad sin renuncia y sin combate espiritual»³. La santidad no es el premio reservado a quien nunca se ha equivocado, sino la meta de quien nunca ha cesado de dejarse alcanzar por Dios.

Basta recorrer la vida de no pocos santos para comprobarlo. Agustín de Hipona vivió durante años con una concubina, de la que tuvo un hijo, Adeodato, antes de rendirse a la gracia. María Egipciaca, según la Vida escrita por Sofronio de Jerusalén, se prostituyó durante diecisiete años en Alejandría⁴. Margarita de Cortona fue durante unos diez años la amante de un joven noble de Montepulciano, al que dio un hijo. Moisés el Etíope, antes de convertirse en uno de los grandes Padres del desierto, había sido cabecilla de una banda de salteadores. Camilo de Lelis, soldado de fortuna, era esclavo del juego hasta el punto de perder todo cuanto poseía, hasta la camisa. Ignacio de Loyola, según su propia confesión, hasta los veintiséis años fue hombre dado a las vanidades del mundo⁵. Carlos de Foucauld, joven oficial de caballería, se hizo notar más por sus juergas y sus amantes que por su disciplina. Bartolo Longo, antes de fundar el santuario de Pompeya, frecuentó los círculos espiritistas de Nápoles hasta declararse consagrado sacerdote de Satanás; León XIV lo proclamó santo en 2025. Ninguno de ellos nació santo. Todos llegaron a serlo, pasando no junto al pecado, sino a través de él, hasta que la gracia los alcanzó y los encontró, por fin, dispuestos a dejarse alcanzar.

De los mártires a los confesores

En los primeros siglos, los santos venerados por la Iglesia eran los mártires. Sobre sus tumbas se celebraba la Eucaristía en el aniversario de su muerte, llamado dies natalis, día del nacimiento al cielo. La sangre derramada por Cristo era el signo inequívoco de la santidad. Pero cuando, con la paz de Constantino, cesaron las persecuciones, se planteó una pregunta nueva: ¿se puede ser santo sin derramar la sangre? La respuesta tiene un nombre: Martín de Tours, soldado, monje y obispo, muerto en el año 397. Fue uno de los primeros, si no el primero, en recibir en Occidente un culto público sin haber sido mártir. Su biógrafo Sulpicio Severo lo explicó así:

«Aunque las circunstancias de su tiempo no pudieron ofrecerle el martirio, no carecerá de la gloria del mártir, porque con el deseo y con la virtud pudo y quiso ser mártir»⁶.

Nacía así la figura del «confesor», el que da testimonio de Cristo no con una muerte violenta, sino con la entrega cotidiana de la vida. En honor a la exactitud histórica, hay que decir que en tiempos de Martín la canonización no existía: el culto nacía desde abajo, de la fama de santidad entre el pueblo y de la aprobación del obispo local. La primera canonización formal pronunciada por un Romano Pontífice es la de Ulrico de Augsburgo, proclamado santo por Juan XV en el año 993.

Santo no se nace

A lo largo de los siglos hemos idealizado a los santos hasta hacerlos inimitables. Aquel simpático y fantasioso dominico que fue Santiago de la Vorágine, arzobispo de Génova, cuenta en su Leyenda dorada, sin el menor temor a caer en el ridículo, que San Nicolás, siendo todavía lactante, los miércoles y los viernes tomaba la leche materna una sola vez al día para guardar el ayuno⁷. Un recién nacido ya cumplidor del calendario penitencial, en definitiva. La hagiografía barroca multiplicó los santos que desde la cuna mostraban virtudes heroicas y las estampitas devotas hicieron el resto, entregándonos figuras angelicales, con los ojos vueltos al cielo, sin sombra de lucha interior. El resultado fue paradójico: precisamente por ser perfectos desde el principio, los santos se convirtieron en modelos para admirar a distancia, no para imitar. Y así nos sentimos dispensados de intentarlo, gracias precisamente a los Santiago de la Vorágine de turno.

La realidad es muy distinta. Pablo de Tarso perseguía a la Iglesia entrando en las casas y arrastrando a la cárcel a hombres y mujeres (cf. Hch 8,3) y hasta el final se llamó a sí mismo el primero de los pecadores (cf. 1 Tim 1,15). Francisco de Asís, antes de abrazar a la señora Pobreza, era el rey de las francachelas de la juventud de Asís⁸. Los santos no nacieron tales: llegaron a serlo, a menudo después de largos años vividos incluso en los pecados más graves.

Lo que muchos no saben, o quizá no recuerdan, es que el primer santo proclamado como tal fue un criminal condenado a muerte. Crucificado junto a Jesús, a diferencia del otro malhechor, que lo insultaba, se dirigió a él diciendo: «Jesús, acuérdate de mí cuando llegues a tu reino». Y Jesús le respondió: «En verdad te digo: hoy estarás conmigo en el paraíso» (Lc 23,42-43). Si alguna vez hubo una canonización, la celebró Cristo mismo, desde la cruz, sin proceso, sin postulador y sin milagros comprobados. El detalle más sorprendente es otro: según Mateo y Marcos, también aquel ladrón, en un primer momento, insultaba a Jesús junto con su compañero (cf. Mt 27,44; Mc 15,32). El santo al que la tradición llamará Dimas⁹ salió de quien, poco antes, blasfemaba. Toda la teología de la gracia queda encerrada en unos pocos instantes: nadie está demasiado lejos para ser alcanzado, ni siquiera en su último aliento.

El ejército sin nombre

La fiesta de Todos los Santos tiene una larga historia. En el año 609 el papa Bonifacio IV dedicó el Panteón de Roma a la Virgen María y a todos los mártires. En el siglo siguiente Gregorio III consagró en la basílica de San Pedro un oratorio a todos los santos y fijó la celebración el 1 de noviembre, fecha que Gregorio IV extendió después a toda la Iglesia en el año 835.

Pero a muchos se les escapa el sentido profundo de esta solemnidad. No es ante todo la fiesta de los santos canonizados e inscritos en el calendario, cada uno de los cuales tiene ya su propio día. Es la fiesta de aquella «muchedumbre inmensa, que nadie podría contar» (Ap 7,9): el ejército innumerable de santos desconocidos que ningún Dicasterio de las Causas de los Santos ha examinado nunca, ni examinará jamás. La abuela que rezó el rosario cada noche por un nieto alejado de la fe. El padre de familia que trabajó honradamente durante cuarenta años sin robar nunca un euro. El párroco de un pueblo de montaña olvidado por todos, menos por Dios. El enfermo que ofreció su sufrimiento sin hacer de él una bandera. Ninguno de ellos tendrá una estatua, una imagen, una fiesta. Y, sin embargo, son ellos, en su inmensa mayoría, «ese número».

El escritor francés Léon Bloy cerró una de sus novelas con una frase que se ha hecho célebre: «No hay más que una tristeza: la de no ser santos»¹⁰. Todos los Santos nos recuerda que esta tristeza no es una condena, porque la puerta permanece abierta hasta el último instante, como experimentó aquel ladrón en la cruz. La marcha de los santos es difícil, nadie lo niega. Pero es posible, porque delante de nosotros no camina un modelo inalcanzable, sino una muchedumbre innumerable de hombres y mujeres que, pecadores como nosotros, se dejaron salvar.

Cuando la banda de Nueva Orleans volvía del cementerio, la gente bajaba a la calle y se unía al cortejo bailando. No se limitaba a escuchar: entraba en la fila. Esta es la invitación de Todos los Santos. Y la oración más sincera que podemos dirigir a Dios en este día es quizá precisamente la del espiritual de los negros de América: «Oh Lord, I want to be in that number»: Señor, quiero estar en ese número.

Desde la Isla de Patmos, 1 de noviembre de 2026

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NOTAS

¹ Concilio Ecuménico Vaticano II, Constitución dogmática sobre la Iglesia Lumen gentium, n. 40.

² Cf. Tomás de Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 184, a. 1.

³ Catecismo de la Iglesia Católica, n. 2015.

⁴ Cf. Sofronio de Jerusalén, Vida de Santa María Egipciaca.

⁵ Cf. Ignacio de Loyola, Autobiografía, n. 1.

⁶ Sulpicio Severo, Epístola II, 9. Traducción nuestra.

⁷ Cf. Santiago de la Vorágine, Leyenda dorada, cap. «San Nicolás».

⁸ Cf. Tomás de Celano, Vida primera de San Francisco, I, 1-2.

⁹ El nombre aparece en el Evangelio de Nicodemo (o Hechos de Pilato), 10, escrito apócrifo.

¹⁰ L. Bloy, La femme pauvre (1897), última página. Traducción nuestra.

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L’Edificio chiesa. Spazio simbolico e iniziatico ― The church building. A symbolic and initiatory space ― El templo cristiano. Espacio simbólico e iniciático

31 Ottobre 2026/in Pastorale Liturgica/da Padre Simone

Italian, english, español

 

L’EDIFICIO CHIESA, SPAZIO SIMBOLICO E INIZIATICO

Per comprendere l’identità del cristiano è opportuno ritornare al luogo dove egli è nato come tale, cioè al fonte battesimale.

— Pastorale liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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C’è una profonda relazione tra l’uomo e lo spazio che lo circonda. L’uomo vi si riflette e di conseguenza comunica qualcosa di sé agli altri. Lo spazio diventa quindi una porta che ci permette di entrare in qualche modo nell’universo dei pensieri e dei sentimenti di una persona, di un gruppo, di un popolo. Questo vale anche per lo spazio liturgico; in esso infatti la Chiesa peregrinante nel tempo riflette sé stessa e la sua storia quale incarnazione di quel Vangelo che, in modo del tutto speciale, viene comunicato attraverso le celebrazioni sacramentali, le quali, a loro volta, hanno “plasmato” lo spazio liturgico.

Dalla «casa della Chiesa» alla Chiesa di tutto un popolo

Il modo di comunicare e celebrare la fede ha dato vita nei secoli a vari tipi o stili di chiese, secondo le particolari esigenze di ogni tempo. Nei primi tre secoli, anche per motivi contingenti che non permettevano di fare diversamente, la comunità cristiana ha riflesso la propria immagine nella domus ecclesiae, cioè letteralmente nella «casa della Chiesa», del popolo convocato da Dio. Si trattava generalmente di un’abitazione privata capiente, messa a disposizione della comunità locale da parte di qualche cristiano facoltoso. In tale periodo la Chiesa ha espresso in modo particolare la sua dimensione domestica, che privilegiava il rapporto familiare caratterizzante la vita di Gesù con i suoi e la vita della prima comunità apostolica (cfr. At 2,46).

Con la pace di Costantino (313), che segna di fatto la fine delle persecuzioni e il riconoscimento giuridico del Cristianesimo da parte dello Stato, la comunità cristiana si ingrandì e, dovendo usare luoghi di culto più ampi, fece propria la struttura già esistente della basilica romana, cioè del luogo nel quale la società civile si riuniva per i momenti importanti della vita pubblica. Si trattava sempre e comunque di un luogo in funzione del popolo convocato; in questo caso non più da un re (in greco βασιλεύς, basileús, da cui il termine «basilica»), ma da Dio. E proprio perché l’assemblea cristiana è convocata da Dio, nasce dal battesimo, cresce alla mensa della Parola e del Pane di vita, la struttura della basilica pian piano si adatta alle esigenze del culto e si modifica mettendo in evidenza sempre più la sede o cattedra di chi presiede, il luogo del battesimo, l’ambone e ovviamente l’altare.

Uno spazio per evangelizzare e iniziare alla fede

Senza ripercorrere tutta la storia degli edifici sacri, è sufficiente pensare alle diverse forme di chiese per intuire che lo spazio liturgico non è solo funzionale, ma esprime un certo modo di essere Chiesa e possiede un’inevitabile dimensione iniziatica. Si pensi ad esempio alle cattedrali gotiche, che con il loro slancio spingono a guardare in alto, o alle chiese costruite in seguito alla riforma del Concilio di Trento, che mirano ad avere al centro l’Eucaristia. Lo spazio liturgico e il suo arredo hanno una grandissima importanza in vista di un’evangelizzazione corretta, nuova e adeguata al nostro tempo; ma questa sensibilità fatica ancora a divenire una componente dell’attività pastorale.

Battistero e fonte battesimale

Il fonte battesimale è il luogo — tra i più importanti in una chiesa — dove si celebra il battesimo, primo sacramento della Nuova Alleanza, in forza del quale gli uomini, aderendo nella fede a Cristo Signore, ricevono lo Spirito di adozione a figli e, uniti a Cristo nella sua morte e resurrezione (cfr. Rm 6,3-5), entrano a far parte del suo corpo che è la Chiesa.

Quando si scrive la biografia di una persona, per meglio comprendere il personaggio descritto, è opportuno andare alle sue origini, alla terra che gli ha dato i natali, alla famiglia e all’ambiente sociale in cui è cresciuto… Anche per comprendere l’identità del cristiano è opportuno ritornare al luogo dove egli è nato come tale, cioè al fonte battesimale. Per la verità oggi questo “pellegrinaggio” alle fonti potrebbe risultare alquanto deludente. Una lunga tradizione che ci sta alle spalle ha in qualche modo umiliato lo spazio dell’iniziazione cristiana e lo ha ridotto sovente a un angolo oscuro e abbandonato, con serie difficoltà ad esprimere le luminose origini pasquali della vita cristiana.

Il rinnovamento liturgico scaturito dal Concilio Vaticano II ha influito profondamente sulla prassi dell’iniziazione cristiana e, di conseguenza, anche sullo spazio cultuale riservato alla celebrazione del battesimo. Anche questo spazio, come del resto tutta la struttura architettonica della chiesa, è chiamato a rivelare l’identità del cristiano e la sua missione nel mondo contemporaneo. In primo luogo il fonte battesimale deve oggi esprimere la dimensione comunitaria della fede (e del battesimo); dimensione che per lungo tempo è stata oscurata. Per questo le norme, con soluzioni coraggiose e veramente nuove, prevedono uno spazio battesimale che prima di tutto permetta la celebrazione comunitaria¹.

A chi entra oggi in una chiesa deve apparire subito ben chiaro che il fonte battesimale non è un accessorio secondario, ma il simbolo di ciò che è il cristiano, cioè un “resuscitato”, un rinato nello Spirito (cfr. Gv 3,5) per mezzo di quell’acqua che è simbolo di Cristo e della sua parola che rende puri e giustificati (cfr. Gv 4,1-26; Gv 15,3). È tutta questa ricchezza simbolica che oggi le chiese, soprattutto quelle di nuova costruzione, sono chiamate a esprimere attraverso lo spazio riservato all’iniziazione cristiana.

L’ambone: spazio della Parola

L’ambone è un elemento che non si trova nei templi pagani: è specifico del culto cristiano, che sviluppa la tradizione ebraica al centro della quale c’è la Parola del Signore. È però sintomatico che oggi tra i fedeli cattolici non ci sia una particolare sensibilità verso l’ambone, che è da tempo scomparso dalle nostre chiese, eccezion fatta per quelle antichissime o di recente costruzione. Nel frattempo ci si trova sovente di fronte a un leggio, qualche volta traballante e assai misero, che non esprime certo l’importanza della Parola di Dio².

Un po’ di storia

Il popolo di Dio nasce dall’ascolto della Parola. E Gesù, la Parola fatta carne (cfr. Gv 1,14), ribadisce: «Chi ascolta la mia parola […] ha la vita eterna» (Gv 5,24). Il cristianesimo non esprime un rapporto fiscale con una divinità che è placata e messa a tacere dai riti, bensì un dialogo d’amore con quel Dio che per sua natura intende stabilire un’alleanza con l’umanità. Fin dall’inizio infatti il culto cristiano si qualifica agli occhi dei pagani come profondamente legato alla Parola. Non senza ragione l’imperatore Diocleziano nel 303 scatenò una feroce persecuzione contro i cristiani con l’ordine esplicito di consegnare e distruggere i loro libri³. Cosicché, quando la Chiesa ebbe la possibilità di edificare luoghi di culto, diede uno spazio tutto speciale alla proclamazione della Scrittura. Nacque così l’ambone (dal greco anabáino, «salgo»), uno spazio elevato e nobile che, oltre ai vantaggi pratici dell’ascolto, esprimesse anche e soprattutto la centralità e l’importanza della Parola di Dio. L’ambone costituisce fin da subito un luogo santo, quasi come l’altare; in entrambi i luoghi è lo stesso mistero pasquale di Cristo che si unisce alla testimonianza dei battezzati.

Mensa della Parola

«Nella celebrazione liturgica la Sacra Scrittura ha una importanza estrema»⁴. «Nell’ascolto della Parola di Dio si edifica e cresce la Chiesa»⁵. La riforma liturgica del Vaticano II ha recuperato la centralità della Parola e di conseguenza non solo l’Evangeliario ha ritrovato il suo posto nella processione d’ingresso subito dopo la croce, ma la proclamazione della Parola di Dio ha anche ritrovato, dopo tanti secoli, il suo spazio simbolico. «L’importanza della Parola di Dio esige che vi sia nella chiesa un luogo adatto dal quale essa venga annunciata, e verso il quale, durante la liturgia della Parola, spontaneamente si rivolga l’attenzione dei fedeli»⁶.

A questa norma fanno eco anche le disposizioni della Commissione episcopale per la liturgia della Conferenza Episcopale Italiana: «[L’ambone] è il luogo proprio della Parola di Dio. La sua forma sia correlata all’altare, senza tuttavia interferire con la priorità di esso; la sua ubicazione sia pensata in prossimità dell’assemblea (anche non all’interno del presbiterio, come testimonia la tradizione liturgica) e renda possibile la processione con l’Evangeliario e la proclamazione pasquale della Parola. Sia conveniente per dignità e funzionalità, disposto in modo tale che i ministri che lo usano possano essere visti e ascoltati dall’assemblea»⁷. L’ambone è quindi la mensa della Parola in stretta connessione con la mensa del Pane di vita. La sua importanza simbolica è in qualche modo riassunta nella preghiera prevista per la benedizione: «O Dio, che chiami gli uomini dalle tenebre alla tua ammirabile luce, accogli il nostro inno di benedizione e di lode; tu non ci lasci mai mancare il nutrimento dolce e forte della tua parola e convocandoci in quest’aula ecclesiale continui a ricordare le meraviglie da te annunciate e compiute. Risuoni dunque, o Padre, ai nostri orecchi la voce del tuo Figlio risorto, perché corrispondendo all’azione interiore dello Spirito, possiamo essere non solo ascoltatori, ma operatori fervidi e coerenti della tua parola. Da questo ambone i tuoi messaggeri ci indichino il sentiero della vita, perché camminando sulle orme di Cristo, possiamo giungere alla gloria eterna»⁸.

Fonte battesimale e ambone non sono dunque semplici arredi, ma tappe di un medesimo cammino: al fonte il cristiano nasce, all’ambone si nutre della Parola che lo ha generato. È questa la dimensione iniziatica dello spazio liturgico: prima ancora che con le parole, è l’edificio stesso a dire chi è il cristiano e da dove viene. E il cammino non si ferma qui, perché dalla mensa della Parola conduce alla mensa del Pane di vita, cioè all’altare.

Firenze, 31 ottobre 2026

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NOTE

¹ Cfr. Conferenza Episcopale Italiana – Commissione episcopale per la liturgia, La progettazione di nuove chiese. Nota pastorale, 18 febbraio 1993, n. 11.

² Cfr. Ordinamento generale del Messale Romano, n. 309; Conferenza Episcopale Italiana, Messale Romano, seconda edizione italiana (1983), Precisazioni, n. 16.

³ Cfr. Lattanzio, De mortibus persecutorum, 12-13; Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, VIII, 2, 4.

⁴ Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium, n. 24.

⁵ Ordo Lectionum Missae, Premesse, n. 7.

⁶ Ordinamento generale del Messale Romano, n. 309.

⁷ La progettazione di nuove chiese, cit., n. 9.

⁸ Benedizionale, Benedizione di un nuovo ambone.

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THE CHURCH BUILDING, A SYMBOLIC AND INITIATORY SPACE

To understand the identity of the Christian, too, it is fitting to return to the place where he was born as such: the baptismal font.

— Liturgical pastoral care —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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There is a deep relationship between human beings and the space that surrounds them. People are mirrored in it and, in so doing, communicate something of themselves to others. Space thus becomes a doorway that allows us to enter, in some way, into the world of thoughts and feelings of a person, a group, a people. This is true of liturgical space as well: in it the Church, on pilgrimage through time, reflects herself and her history as the incarnation of that Gospel which is communicated in a wholly special way through the sacramental celebrations, which in turn have “shaped” liturgical space.

From the «house of the Church» to the Church of an entire people

Over the centuries, the way of communicating and celebrating the faith has given rise to various types or styles of churches, according to the particular needs of each age. In the first three centuries, partly because circumstances allowed nothing else, the Christian community reflected its own image in the domus ecclesiae, literally the «house of the Church», of the people called together by God. It was generally a spacious private dwelling placed at the disposal of the local community by some well-to-do Christian. In this period the Church expressed above all her domestic dimension, which favoured the family relationship that marked the life of Jesus with his own and the life of the first apostolic community (cf. Acts 2:46).

With the Peace of Constantine (313), which effectively marked the end of the persecutions and the legal recognition of Christianity by the State, the Christian community grew and, needing larger places of worship, adopted the already existing structure of the Roman basilica, the place where civil society gathered for the important moments of public life. It was still a place at the service of a people called together; now, however, called together not by a king (in Greek βασιλεύς, basileús, from which the word «basilica» derives), but by God. And precisely because the Christian assembly is called together by God, is born of baptism and grows at the table of the Word and of the Bread of life, the structure of the basilica gradually adapted itself to the needs of worship, increasingly highlighting the chair or cathedra of the one who presides, the place of baptism, the ambo and, of course, the altar.

A space for evangelising and initiating into the faith

Without retracing the whole history of sacred buildings, it is enough to think of the different forms churches have taken to sense that liturgical space is not merely functional, but expresses a certain way of being Church and possesses an inevitable initiatory dimension. Think, for example, of the Gothic cathedrals, whose soaring lines draw the gaze upwards, or of the churches built in the wake of the reform of the Council of Trent, which aim to place the Eucharist at the centre. Liturgical space and its furnishings are of the utmost importance for an evangelisation that is sound, new and suited to our time; yet this sensitivity still struggles to become part of pastoral practice.

Baptistery and baptismal font

The baptismal font is the place, among the most important in a church, where baptism is celebrated: the first sacrament of the New Covenant, by which men and women, adhering in faith to Christ the Lord, receive the Spirit of adoption as children and, united with Christ in his death and resurrection (cf. Rom 6:3-5), become members of his body, which is the Church.

When writing a person’s biography, to understand the subject better it is useful to go back to his origins, to the land of his birth, to the family and social milieu in which he grew up… To understand the identity of the Christian, too, it is fitting to return to the place where he was born as such: the baptismal font. To tell the truth, this “pilgrimage” to the sources might prove rather disappointing today. A long tradition behind us has in some way humbled the space of Christian initiation, often reducing it to a dark and neglected corner that struggles to express the luminous paschal origins of Christian life.

The liturgical renewal that sprang from the Second Vatican Council has profoundly influenced the practice of Christian initiation and, consequently, the space set aside for the celebration of baptism. This space too, like the whole architectural structure of the church, is called to reveal the identity of the Christian and his mission in today’s world. First of all, the baptismal font must now express the communal dimension of faith (and of baptism), a dimension long obscured. For this reason the norms, with bold and truly new solutions, provide for a baptismal space that above all allows for communal celebration¹.

Anyone entering a church today should see at once that the baptismal font is not a secondary accessory, but the symbol of what the Christian is: one “risen”, one reborn in the Spirit (cf. Jn 3:5) through that water which is a symbol of Christ and of his word, which makes us clean and righteous (cf. Jn 4:1-26; Jn 15:3). It is all this symbolic richness that churches today, especially newly built ones, are called to express through the space set aside for Christian initiation.

The ambo: the place of the Word

The ambo is not found in pagan temples: it is proper to Christian worship, which develops the Jewish tradition, at whose heart lies the Word of the Lord. It is telling, however, that Catholics today show no particular sensitivity towards the ambo, which has long since disappeared from our churches, except for very ancient or recently built ones. Meanwhile we are often faced with a lectern, sometimes wobbly and rather shabby, that hardly conveys the importance of the Word of God².

A little history

The people of God is born from listening to the Word. And Jesus, the Word made flesh (cf. Jn 1:14), declares: «whoever hears my word […] has eternal life» (Jn 5:24). Christianity does not express a transactional relationship with a deity to be placated and silenced by rites, but a dialogue of love with the God who by his very nature wills to establish a covenant with humanity. From the very beginning, in fact, Christian worship appeared to pagan eyes as profoundly bound to the Word. It was not without reason that in 303 the emperor Diocletian unleashed a ferocious persecution against the Christians, with the explicit order that their books be handed over and destroyed³. So when the Church was able to build places of worship, she gave a wholly special space to the proclamation of Scripture. Thus the ambo was born (from the Greek anabáino, «I go up»): a raised and noble space which, beyond the practical advantages for hearing, was meant to express above all the centrality and importance of the Word of God. From the outset the ambo is a holy place, almost like the altar; in both it is the same paschal mystery of Christ that is united to the witness of the baptised.

The table of the Word

«Sacred scripture is of the greatest importance in the celebration of the liturgy»⁴. «The Church is built up and grows by hearing the word of God»⁵. The liturgical reform of Vatican II recovered the centrality of the Word; consequently, not only has the Book of the Gospels regained its place in the entrance procession immediately after the cross, but the proclamation of the Word of God has also, after so many centuries, regained its symbolic space. «The dignity of the word of God requires that in the church there be a suitable place from which it may be proclaimed and toward which the attention of the faithful naturally turns during the Liturgy of the Word»⁶.

This norm is echoed in the provisions of the Episcopal Commission for the Liturgy of the Italian Episcopal Conference: «[The ambo] is the proper place of the Word of God. Its form should be related to the altar, without however interfering with the altar’s priority; its location should be close to the assembly (even outside the presbytery, as liturgical tradition attests) and should allow for the procession with the Book of the Gospels and the paschal proclamation of the Word. It should be fitting in dignity and functionality, and so arranged that the ministers who use it can be seen and heard by the assembly»⁷. The ambo is therefore the table of the Word, closely connected with the table of the Bread of life. Its symbolic significance is in some way summed up in the prayer for its blessing: «O God, who call all people out of darkness into your marvellous light, accept our hymn of blessing and praise. You never let us lack the sweet and strong nourishment of your word, and by gathering us in this church you continue to recall the wonders you have proclaimed and accomplished. May the voice of your risen Son resound in our ears, O Father, so that, responding to the inner working of the Spirit, we may be not only hearers but fervent and faithful doers of your word. From this ambo may your messengers show us the path of life, so that, walking in the footsteps of Christ, we may attain eternal glory»⁸.

The baptismal font and the ambo, then, are not mere furnishings but stages of a single journey: at the font the Christian is born, at the ambo he is nourished by the Word that gave him life. This is the initiatory dimension of liturgical space: even before words do, the building itself tells who the Christian is and where he comes from. And the journey does not end here, for from the table of the Word it leads to the table of the Bread of life, that is, to the altar.

Florence, 31 October 2026

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NOTES

¹ Cf. Italian Episcopal Conference – Episcopal Commission for the Liturgy, La progettazione di nuove chiese [The Planning of New Churches], pastoral note, 18 February 1993, n. 11.

² Cf. General Instruction of the Roman Missal, n. 309; Italian Episcopal Conference, Messale Romano, 2nd Italian edition (1983), Precisazioni [Clarifications], n. 16.

³ Cf. Lactantius, De mortibus persecutorum, 12-13; Eusebius of Caesarea, Ecclesiastical History, VIII, 2, 4.

⁴ Second Vatican Ecumenical Council, Constitution on the Sacred Liturgy Sacrosanctum Concilium, n. 24.

⁵ Lectionary for Mass, Introduction, n. 7. Our translation.

⁶ General Instruction of the Roman Missal, n. 309.

⁷ La progettazione di nuove chiese, op. cit., n. 9. Our translation.

⁸ Benedizionale [Italian Book of Blessings], Blessing of a New Ambo. Our translation.

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EL TEMPLO CRISTIANO, ESPACIO SIMBÓLICO E INICIÁTICO

Para comprender la identidad del cristiano conviene volver al lugar donde nació como tal, es decir, a la pila bautismal.

— Pastoral litúrgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Existe una profunda relación entre el hombre y el espacio que lo rodea. El hombre se refleja en él y, de ese modo, comunica algo de sí a los demás. El espacio se convierte así en una puerta que nos permite entrar, de algún modo, en el universo de pensamientos y sentimientos de una persona, de un grupo, de un pueblo. Esto vale también para el espacio litúrgico: en él la Iglesia, peregrina en el tiempo, se refleja a sí misma y refleja su historia como encarnación de aquel Evangelio que, de un modo del todo especial, se comunica a través de las celebraciones sacramentales, las cuales, a su vez, han “modelado” el espacio litúrgico.

De la «casa de la Iglesia» a la Iglesia de todo un pueblo

La manera de comunicar y celebrar la fe ha dado lugar a lo largo de los siglos a distintos tipos o estilos de iglesias, según las necesidades particulares de cada época. En los tres primeros siglos, también por circunstancias que no permitían hacerlo de otro modo, la comunidad cristiana reflejó su propia imagen en la domus ecclesiae, es decir, literalmente, en la «casa de la Iglesia», del pueblo convocado por Dios. Se trataba por lo general de una vivienda privada amplia, puesta a disposición de la comunidad local por algún cristiano acomodado. En ese periodo la Iglesia expresó de modo particular su dimensión doméstica, que privilegiaba la relación familiar propia de la vida de Jesús con los suyos y de la primera comunidad apostólica (cf. Hch 2,46).

Con la paz de Constantino (313), que marca de hecho el final de las persecuciones y el reconocimiento jurídico del cristianismo por parte del Estado, la comunidad cristiana creció y, al necesitar lugares de culto más amplios, hizo suya la estructura ya existente de la basílica romana, es decir, del lugar en el que la sociedad civil se reunía para los momentos importantes de la vida pública. Seguía tratándose de un lugar al servicio del pueblo convocado; en este caso, sin embargo, ya no por un rey (en griego βασιλεύς, basileús, de donde procede el término «basílica»), sino por Dios. Y precisamente porque la asamblea cristiana es convocada por Dios, nace del bautismo y crece en la mesa de la Palabra y del Pan de vida, la estructura de la basílica se fue adaptando poco a poco a las exigencias del culto, poniendo cada vez más de relieve la sede o cátedra de quien preside, el lugar del bautismo, el ambón y, naturalmente, el altar.

Un espacio para evangelizar e iniciar en la fe

Sin recorrer toda la historia de los edificios sagrados, basta pensar en las distintas formas que han adoptado las iglesias para intuir que el espacio litúrgico no es solo funcional, sino que expresa un determinado modo de ser Iglesia y posee una inevitable dimensión iniciática. Pensemos, por ejemplo, en las catedrales góticas, cuyo impulso vertical invita a mirar hacia lo alto, o en las iglesias construidas a raíz de la reforma del Concilio de Trento, que buscan situar la Eucaristía en el centro. El espacio litúrgico y su mobiliario tienen una enorme importancia para una evangelización correcta, nueva y adecuada a nuestro tiempo; sin embargo, todavía cuesta que esta sensibilidad llegue a formar parte de la acción pastoral.

Baptisterio y pila bautismal

La pila bautismal es el lugar, uno de los más importantes de una iglesia, donde se celebra el bautismo, primer sacramento de la Nueva Alianza, en virtud del cual los hombres, adhiriéndose por la fe a Cristo Señor, reciben el Espíritu de adopción filial y, unidos a Cristo en su muerte y resurrección (cf. Rom 6,3-5), pasan a formar parte de su cuerpo, que es la Iglesia.

Cuando se escribe la biografía de una persona, para comprender mejor al personaje descrito, conviene remontarse a sus orígenes, a la tierra que lo vio nacer, a la familia y al ambiente social en el que creció… También para comprender la identidad del cristiano conviene volver al lugar donde nació como tal, es decir, a la pila bautismal. A decir verdad, hoy esta “peregrinación” a las fuentes podría resultar bastante decepcionante. Una larga tradición que tenemos a nuestras espaldas ha humillado en cierto modo el espacio de la iniciación cristiana y lo ha reducido a menudo a un rincón oscuro y abandonado, con serias dificultades para expresar los luminosos orígenes pascuales de la vida cristiana.

La renovación litúrgica surgida del Concilio Vaticano II ha influido profundamente en la praxis de la iniciación cristiana y, en consecuencia, también en el espacio cultual reservado a la celebración del bautismo. También este espacio, como toda la estructura arquitectónica de la iglesia, está llamado a revelar la identidad del cristiano y su misión en el mundo contemporáneo. En primer lugar, la pila bautismal debe expresar hoy la dimensión comunitaria de la fe (y del bautismo), una dimensión que durante mucho tiempo quedó oscurecida. Por eso las normas, con soluciones audaces y verdaderamente nuevas, prevén un espacio bautismal que permita ante todo la celebración comunitaria¹.

Quien entra hoy en una iglesia debe percibir enseguida con claridad que la pila bautismal no es un accesorio secundario, sino el símbolo de lo que es el cristiano: un “resucitado”, un renacido en el Espíritu (cf. Jn 3,5) por medio de aquella agua que es símbolo de Cristo y de su palabra, que purifica y justifica (cf. Jn 4,1-26; Jn 15,3). Es toda esta riqueza simbólica la que hoy las iglesias, sobre todo las de nueva construcción, están llamadas a expresar a través del espacio reservado a la iniciación cristiana.

El ambón, espacio de la Palabra

El ambón es un elemento que no se encuentra en los templos paganos: es propio del culto cristiano, que desarrolla la tradición judía, en cuyo centro está la Palabra del Señor. Resulta, sin embargo, significativo que hoy los fieles católicos no muestren una especial sensibilidad hacia el ambón, que desde hace tiempo ha desaparecido de nuestras iglesias, salvo en las muy antiguas o en las de reciente construcción. Mientras tanto, nos encontramos a menudo ante un atril, a veces tambaleante y bastante pobre, que desde luego no expresa la importancia de la Palabra de Dios².

Un poco de historia

El pueblo de Dios nace de la escucha de la Palabra. Y Jesús, la Palabra hecha carne (cf. Jn 1,14), afirma: «quien escucha mi palabra […] posee la vida eterna» (Jn 5,24). El cristianismo no expresa una relación mercantil con una divinidad a la que se aplaca y se acalla con ritos, sino un diálogo de amor con el Dios que por su propia naturaleza quiere establecer una alianza con la humanidad. Desde el principio, en efecto, el culto cristiano aparece a los ojos de los paganos como profundamente ligado a la Palabra. No sin razón el emperador Diocleciano desencadenó en el año 303 una feroz persecución contra los cristianos, con la orden expresa de entregar y destruir sus libros³. Así, cuando la Iglesia tuvo la posibilidad de edificar lugares de culto, reservó un espacio del todo especial a la proclamación de la Escritura. Nació de este modo el ambón (del griego anabáino, «subo»), un espacio elevado y noble que, además de las ventajas prácticas para la escucha, expresara también y sobre todo la centralidad y la importancia de la Palabra de Dios. El ambón es desde el principio un lugar santo, casi como el altar; en ambos lugares es el mismo misterio pascual de Cristo el que se une al testimonio de los bautizados.

La mesa de la Palabra

«La importancia de la Sagrada Escritura en la celebración de la Liturgia es máxima»⁴. «La Iglesia crece y se construye al escuchar la palabra de Dios»⁵. La reforma litúrgica del Vaticano II recuperó la centralidad de la Palabra; en consecuencia, no solo el Evangeliario ha recobrado su lugar en la procesión de entrada, inmediatamente después de la cruz, sino que también la proclamación de la Palabra de Dios ha recobrado, después de tantos siglos, su espacio simbólico. «La dignidad de la Palabra de Dios exige que en la iglesia haya un sitio conveniente desde el que se proclame, y al que durante la Liturgia de la Palabra, se dirija espontáneamente la atención de los fieles»⁶.

A esta norma hacen eco las disposiciones de la Comisión Episcopal para la Liturgia de la Conferencia Episcopal Italiana: «[El ambón] es el lugar propio de la Palabra de Dios. Su forma esté en relación con el altar, sin interferir, no obstante, con la prioridad de este; su ubicación se piense cerca de la asamblea (incluso fuera del presbiterio, como atestigua la tradición litúrgica) y haga posible la procesión con el Evangeliario y la proclamación pascual de la Palabra. Sea adecuado por su dignidad y funcionalidad, y esté dispuesto de tal modo que los ministros que lo utilizan puedan ser vistos y escuchados por la asamblea»⁷. El ambón es, por tanto, la mesa de la Palabra, en estrecha conexión con la mesa del Pan de vida. Su importancia simbólica queda resumida, en cierto modo, en la oración prevista para su bendición: «Oh Dios, que llamas a los hombres de las tinieblas a tu luz admirable, acoge nuestro himno de bendición y de alabanza; tú nunca dejas que nos falte el alimento dulce y fuerte de tu palabra y, al convocarnos en esta aula eclesial, sigues recordándonos las maravillas que has anunciado y realizado. Resuene, pues, Padre, en nuestros oídos la voz de tu Hijo resucitado, para que, correspondiendo a la acción interior del Espíritu, seamos no solo oyentes, sino fervorosos y coherentes cumplidores de tu palabra. Que desde este ambón tus mensajeros nos indiquen el camino de la vida, para que, siguiendo las huellas de Cristo, podamos llegar a la gloria eterna»⁸.

La pila bautismal y el ambón no son, pues, simples elementos del mobiliario, sino etapas de un mismo camino: en la pila el cristiano nace, en el ambón se alimenta de la Palabra que lo ha engendrado. Esta es la dimensión iniciática del espacio litúrgico: antes aún que las palabras, es el propio edificio el que dice quién es el cristiano y de dónde viene. Y el camino no termina aquí, porque desde la mesa de la Palabra conduce a la mesa del Pan de vida, es decir, al altar.

Florencia, 31 de octubre de 2026

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NOTAS

¹ Cf. Conferencia Episcopal Italiana – Comisión Episcopal para la Liturgia, La progettazione di nuove chiese [El proyecto de nuevas iglesias], nota pastoral, 18 de febrero de 1993, n. 11.

² Cf. Instrucción General del Misal Romano, n. 309; Conferencia Episcopal Italiana, Messale Romano, segunda edición italiana (1983), Precisazioni [Precisiones], n. 16.

³ Cf. Lactancio, De mortibus persecutorum, 12-13; Eusebio de Cesarea, Historia eclesiástica, VIII, 2, 4.

⁴ Concilio Ecuménico Vaticano II, Constitución sobre la sagrada liturgia Sacrosanctum Concilium, n. 24.

⁵ Ordenación de las Lecturas de la Misa, Prenotandos, n. 7.

⁶ Instrucción General del Misal Romano, n. 309.

⁷ La progettazione di nuove chiese, cit., n. 9. Traducción nuestra.

⁸ Benedizionale [Bendicional italiano], Bendición de un nuevo ambón. Traducción nuestra.

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Le parole sono importanti

23 Ottobre 2026/0 Commenti/in Attualità/da Monaco Eremita

LE PAROLE SONO IMPORTANTI

Oggi nella Chiesa si abita di tutto, si va dall’abitare le inquietudini del tempo e le relazioni fino — e questa è un’espressione che piace tantissimo — ad abitare la complessità, o come cantava Mina: «Parole soltanto parole, parole tra noi».

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AutoreMonaco Eremita

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Monaco Eremita 

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Ogni ambiente umano si esprime con un proprio linguaggio, che se da un lato è utile a comunicare e a preservare la propria identità, dall’altro rischia di precludere l’accesso ai non iniziati, rasentando addirittura l’autoreferenzialità.

I linguisti e i sociologi studiano da tempo il fenomeno, che per alcuni versi è esperibile anche ai profani: basta venire a contatto con qualcuno di questi ambienti per riconoscere un determinato uso della lingua con il suo correlato frasario. Prendiamo ad esempio il mondo del marketing. Chi sente parlare gli esperti di questo settore ascolterà un profluvio di anglicismi come target, mindset, performance, adottati non da ultimo per darsi un tono professionale. Perfino le mode si avvicendano: il meeting, che per molti evoca ormai soltanto l’annuale Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, ha ceduto il passo alla call, che abbiamo imparato a usare a motivo del Covid, quando molti sono stati costretti a lavorare da remoto o, come si dice oggi, in smart working. Fare una call, entrare in call, vederci in call è divenuto un modo abituale di dire e di rapportarsi.

A parte questi aspetti laterali del parlare quotidiano, al centro rimane il fatto che più gli ambienti sono chiusi, più il linguaggio rimane comprensibile ai soli iniziati, a coloro cioè che fanno parte del gruppo e condividono lo stesso verbo. Capita anche nella Chiesa. Se per il linguaggio usato e compreso nei partiti e dai loro rappresentanti esiste una definizione, il politichese, ne è stata coniata una anche per quello di coloro che frequentano il mondo ecclesiale: l’ecclesialese. Sull’argomento sono uscite diverse pubblicazioni e qualche articolo di giornale, poiché l’ecclesialese, tutt’altro che in declino, si è diffuso in modo sotterraneo ma dilagante. Qualcuno lo ha definito:

«Debole nei contenuti e nel pensiero, rigido con la sua schematica ripetitività ma in realtà flessibile nel piegarla alle contingenze più banali, prono agli slogan e sensibile all’effimero; insomma, “liquido” quanto basta per adattarsi perfettamente alle esigenze dell’“uomo di mondo” (e di potere) clericale»¹.

Così accade che alla parola «ateo» si preferisca la più innocua «non credente». «Amare il prossimo» si può dire, ma suona meglio «fare esercizio di prossimità». I «desiderata» o i «programmi» di un vescovo e dei suoi collaboratori, meglio chiamarli «orientamenti» e «piano pastorale». E i risultati delle iniziative adottate? Definiti, naturalmente, «ricadute pastorali». La dottrina, il catechismo? Parole desuete: meglio parlare di «percorso di iniziazione cristiana». Sembrano battute, ma è proprio così.

Anche le parole dell’ecclesialese hanno le loro stagioni. Qualcuno ricorderà che in un passato non molto lontano andava di moda il termine «discernimento», che poteva essere degli spiriti o dei carismi: si potevano discernere le situazioni, le vocazioni e ogni genere di cosa. Quando don Luigi Ciotti, fondatore a Torino del Gruppo Abele e poi di Libera, iniziò a usare spesso l’espressione «fare fatica», presto questa dizione si diffuse anche negli ambienti ecclesiali dediti al sociale e alla carità, per indicare quelle persone che appunto fanno fatica a trovare soldi, lavoro, un tetto e stabilità in una vita della quale vivono ai margini. C’è stato poi un tempo in cui non si parlava che di progetti, che naturalmente potevano essere educativi, formativi o pastorali: qualcuno ricorda il progetto culturale della Chiesa italiana, così in voga negli anni Novanta del secolo scorso? Infine sulla scena piombò Papa Francesco che, come coniatore di slogan divenuti di tendenza nel linguaggio ecclesiale, fu davvero imbattibile. Solo pochi giorni fa ho udito l’omelia di un arcivescovo italiano che nel suo incipit richiamava le «periferie esistenziali», un’espressione che ha avuto una certa fortuna.

Ma qual è la parola che oggi va più di moda nella Chiesa, almeno in quella italiana o perlomeno in una parte di essa? Vado a spanne, poiché una ricerca dettagliata richiederebbe molto tempo e dedizione. Eppure a me sembra che il termine più ricorrente sia «abitare». Oggi nella Chiesa si abita di tutto, si va dall’abitare le inquietudini del tempo e le relazioni fino — e questa è un’espressione che piace tantissimo — ad abitare la complessità, o come cantava Mina: «Parole soltanto parole, parole tra noi».

Un amico sacerdote mi ha inviato il dépliant, che una volta si diceva programma, della festa in onore del patrono della sua parrocchia e fra le varie iniziative scorgo una conferenza dal titolo: Abitare la storia. Per avere la riprova di questa mia convinzione ho aperto la pagina web di una rivista di informazione religiosa e, digitando la parola «abitare» nella casella di ricerca, sono saltati fuori decine di articoli che avevano tutti quel termine nel titolo. Così ho scoperto che si possono abitare le ferite, le frontiere, i confini, la speranza, la tensione, l’arte, di nuovo il mondo e le relazioni, il vuoto del cuore e per fortuna anche lo sguardo di Cristo.

«Quando è moda è moda», cantava Giorgio Gaber nel 1978, in un brano del suo famoso album Polli d’allevamento. Ma che cosa si può fare allora per non essere omologati, proprio come animali in batteria, usando tutti lo stesso frasario e le medesime parole solo perché in quel momento sono quelle che tirano di più o perché le ha usate una volta il tizio famoso? Non sono un esperto, quindi per non sbagliare miro in alto e mi viene in mente il modo di parlare di Gesù, il suo linguaggio.

In un’intervista rilasciata ormai molti anni fa, al regista e intellettuale Pier Paolo Pasolini fu chiesto chi fosse Gesù per lui. Egli rispose:

«Come archetipo di ogni possibile rapporto con il mondo è il più alto che io conosca» (cfr. qui).

Ma subito dopo precisava che questo era vero per lui, nato negli anni Venti del secolo scorso e cresciuto, per parte di madre, nel mondo contadino del Friuli, legato alla terra e ancora capace di comprendere le metafore agricole del Vangelo. Il mondo moderno, i giovani soprattutto, non le capirebbero più; l’edonismo dilagante già ai suoi tempi riterrebbe perfino le beatitudini delle realtà aliene. Senza nulla togliere alla graffiante disanima del regista de Il Vangelo secondo Matteo, ciò che emerge dalla lettura dei Vangeli non è tanto il cosa — di che cosa appunto doveva parlare Gesù ai suoi tempi, se non di pecore e di pastori, di semi e di alberi o di una donna che spazza la casa? — quanto il come. Egli prende la materia del mondo che lo circonda e la porge in una maniera assolutamente nuova, tanto che le stesse guardie inviate ad arrestarlo sono costrette a dire: «Mai un uomo ha parlato così!» (Gv 7,46). Perfino le sue interpretazioni della Scrittura, pur muovendosi tutte dentro l’ambiente culturale e religioso giudaico del tempo, si distinguono per l’originalità delle soluzioni e delle proposte: «Avete inteso che fu detto […] Ma io vi dico» (cfr. Mt 5,21-48). Così molti stavano ad ascoltarlo soppesando e ricordando ogni parola: fra tanti anche i capi e i responsabili religiosi, con i quali dialogava pur scontrandosi. Perfino il diavolo, sorpreso dalle sue risposte, preferì prendere tempo e tornare in un momento più opportuno, per lui (cfr. Lc 4,13).

Questa modalità di Gesù ritengo debba illuminare il nostro parlare: nel suo non si ascoltano mai slogan o frasi fatte e, se cita un proverbio tradizionale, lo fa per comunicare un di più di senso senza perdersi in verbosità. Eppure Gesù non aveva studiato alla Sorbona. Ed è proprio la Sorbona a dare il titolo a un celebre articolo che il domenicano François-Paul Dreyfus pubblicò nel 1975 sulla Revue Biblique, la rivista dell’École biblique di Gerusalemme, mettendo a confronto l’esegesi biblica praticata in ambito universitario e quella teologica e spirituale coltivata in seno alla Chiesa²: la prima allineata sul versante storico-critico e di carattere scientifico, la seconda meno accademica, ma volta a nutrire spiritualmente i credenti di oggi. L’autore auspicava che i due mondi riuscissero a incontrarsi; ed è lo stesso rischio di cui si è detto all’inizio: ogni ambiente, chiuso nel proprio linguaggio, finisce per parlare soltanto ai propri iniziati. Ma la Parola che entrambi i mondi studiano è uscita dalla bocca di chi non aveva neppure un dottorato in teologia a Tubinga, come invece, sia pure honoris causa, l’Anticristo del celebre racconto di Soloviev. Ciononostante, la sua parola era bella. Quando il servo del sommo sacerdote lo schiaffeggia, Gesù risponde: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?» (Gv 18,23); e quel «bene» nel greco del Vangelo è kalōs, che significa insieme bene e bellamente.

Se Gesù ci apparisse un esempio troppo alto da emulare, potremmo almeno guardare a Francesco di Assisi, un altro che non aveva titoli né cultura raffinata, eppure a ottocento anni esatti dal suo transito, avvenuto la sera del 3 ottobre 1226, continua a essere presente nel mondo. È forse il santo più universale, nel quale riescono a riconoscersi anche uomini di altre tradizioni spirituali e il cui esempio parla perfino a persone non religiose. Non molti sanno che amava parlare francese pur non conoscendolo benissimo. Ce lo fa sapere la Leggenda dei tre compagni, attribuita a Leone, Rufino e Angelo, con una piccola involontaria civetteria da parte di chi, come Rufino, cugino di Chiara, proveniva da ben altra estrazione e formazione: «Parlava volentieri questa lingua sebbene non fosse in grado di usarla correttamente»³. Il santo amava esprimersi in francese soprattutto all’inizio del suo cambiamento di vita⁴, per testimoniare il nuovo modo di stare al mondo. In questa lingua chiedeva l’elemosina, rispondeva al fratello di sangue Angelo che lo prendeva in giro incontrandolo in Assisi e soprattutto esprimeva la sua gioia e le lodi a Dio Altissimo. In seguito, Francesco non abbandonò questa predilezione per il francese, ma a quanto pare la riservò ai momenti di solitudine. Nella comunicazione in pubblico si sforzò piuttosto, nel tempo, di dare al suo volgare umbro la qualità e la dignità di una lingua letteraria e spirituale, come dimostra il Cantico di frate Sole. Il francese, lingua di prestigio delle corti e della cavalleria, gli era servito per segnare una rottura; per farsi capire da tutti scelse invece la lingua di tutti, dandole bellezza. E adottò un saluto nuovo, che egli stesso afferma di aver ricevuto dal Signore: «Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: Il Signore ti dia la pace!»⁵. La formula era così particolare e inconsueta per l’epoca da turbare per la sua novità, al punto che alcuni frati si vergognavano a pronunciarla⁶.

Piccoli accenni per sottolineare, tornando al nostro argomento, che non sarebbe poi così difficile trovare parole e linguaggi che le persone, anche le più umili, siano capaci di intendere quando si parla delle cose della fede, della Chiesa e di come questa si pone nel mondo, senza la necessità di ricorrere a frasi fatte, a espressioni standard o alla moda del momento. Certo occorrono sensibilità e grandezza d’animo, come fu per Francesco, ma anche cultura, buone letture, capacità di dare dignità al proprio linguaggio mettendoci cura e attenzione.

«Le parole sono importanti!», gridava Nanni Moretti in una famosa scena del suo film Palombella rossa. E lo sono anche e soprattutto per chi è stato chiamato a essere servitore di una Parola più grande.

Dall’Eremo, 23 ottobre 2026

 

NOTE

¹ R. Beretta, Il nuovo piccolo ecclesialese illustrato, Milano 2013.

² F.-P. Dreyfus, Exégèse en Sorbonne, exégèse en Église, in Revue Biblique 82 (1975), pp. 321-359.

³ Leggenda dei tre compagni, 10, in Fonti Francescane, p. 800.

⁴ S. Piron, Francesco e i suoi fratelli. Una biografia, Sellerio, Palermo 2026, p. 75.

⁵ Francesco d’Assisi, Testamento, 23.

⁶ Compilazione di Assisi, 101, in Fonti Francescane, p. 968.

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Quel cancro che nessuno chirurgo ha mai asportato e le metastasi dell’omosessualismo all’interno del clero – The cancer no surgeon has removed and the metastases of homosexualism within the clergy – El cáncer que ningún cirujano ha extirpado y las metástasis del homosexualismo dentro del clero

22 Ottobre 2026/in Attualità/da Padre Ariel

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QUEL CANCRO CHE NESSUN CHIRURGO HA ASPORTATO E LE METASTASI DELL’OMOSESSUALISMO ALL’INTERNO DEL CLERO

Eludere il tema dell’omosessualismo clericale, illudendosi di poter parlare e scrivere in modo serio e credibile di crisi del clero e di formazione dei sacerdoti, è come parlare di «preti su Marte».

 

— Attualità ecclesiale —

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Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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In giro per i social network si stanno moltiplicando personaggi che parlano con disinvoltura di crisi del clero, per poi entrare a gamba tesa in una sfera di tale delicatezza che — come più volte ribadito su queste colonne — farebbe tremare vescovi e presbiteri con diversi decenni di esperienza nella cura spirituale del clero, in particolare di quanti versano in situazioni di sconforto, soggetti a fragilità o a vere e proprie sindro­mi depressive. Ciò di cui pochi parlano — e qui si inserisce l’elemento di quella paura dei preti verso altri preti che giunge a mutarsi talora in terrore — è il problema dell’omosessualità sempre più diffusa nel clero e, quel che è peggio, di una vera e propria cultura omosessualista che sta prendendo campo attraverso quello che — sempre su queste colonne — è stato più volte indicato come il cavallo di Troia arcobalenato. Questa cultura, che gli appartenenti a una numerosa «confraternita» cercano di imporre da anni all’interno della Chiesa, è la massa tumorale che purtroppo, sino a oggi, nessun chirurgo è riuscito ad asportare. Pertanto, parlare di crisi del clero e della sua formazione senza affrontare le metastasi di questo cancro, come fanno quei personaggi, è pura retorica, a volte persino mirata a sviare l’attenzione da un problema tutt’altro che marginale: se ne descrivono con dovizia i sintomi — la paura del giudizio, le confidenze tradite, il confratello percepito come avversario — senza mai nominare la malattia, ossia un clero che appare sempre più omosessualizzato.

Qual è l’oggetto di questa analisi? Non gli omosessuali, sulle cui libere scelte di vita nessuno ha il diritto di sindacare, ma gli aspiranti al sacerdozio o i sacerdoti omosessuali sui quali invece è del tutto lecito sindacare, talora persino doveroso, perché — come più volte spiegato in diversi miei articoli a tema — non possono essere liberamente se stessi. E un prete deve poter essere sempre se stesso, in modo aperto e libero, non certo vivere una vita di finzione e doppiezza, in seno alla quale il disordine sessuale, se presente, è destinato a moltiplicarsi alla massima potenza, in un clima di nascondimento e di repressione.

I. Dalla trasgressione alla sospensione della coscienza

I peccati contro il VI comandamento non costituiscono una novità nella storia della Chiesa: hanno attraversato i secoli, come attestano con crudezza testi antichi e autorevoli, tra i quali il Liber Gomorrhianus che san Pier Damiani indirizzò intorno al 1049 al Sommo Pontefice Leone IX. Quel testo rimane una testimonianza inequivocabile non soltanto del vizio, ma anche della rete di complicità che già allora lo proteggeva: chierici che si confessavano gli uni agli altri per assolversi a vicenda senza che nulla trapelasse, superiori inclini a coprire e a minimizzare, colpevoli mantenuti nei sacri ordini. Il futuro Dottore della Chiesa chiedeva che fossero deposti e che non venissero più ammessi al ministero. La presenza del peccato, anche grave e diffuso, o persino di una complicità organizzata per occultarlo, non rappresenta dunque l’elemento distintivo della crisi attuale, né consente di parlare, di per sé, di una decadenza senza precedenti.

I chierici denunciati da Pier Damiani si nascondevano perché sapevano di essere nel peccato: la loro complicità era la difesa di una colpa riconosciuta come tale. Ciò che rende la situazione contemporanea radicalmente diversa, per molti aspetti inedita nella storia ecclesiale, è il superamento di una soglia di non ritorno, oltre la quale viene meno la stessa capacità di riconoscere il bene e il male e di percepire il pericolo. In epoche precedenti, anche nei momenti di maggiore corruzione, il peccato era vissuto come tale, vale a dire come caduta, come debolezza, come infedeltà consapevole. La coscienza, pur ferita, restava operante; il soggetto sapeva di sbagliare, talvolta si giustificava, talvolta si nascondeva, ma non poteva cancellare del tutto il giudizio interiore che qualificava l’atto come disordinato. Nella situazione attuale, invece, si assiste a un passaggio qualitativo ben più grave: la sospensione e, in molti casi, l’annientamento della coscienza morale, accompagnati da una cultura che non si limita a nascondere il disordine, ma pretende di legittimarlo e di imporlo come un bene. Il comportamento non è più percepito come trasgressione di un bene riconosciuto, ma come modalità normale e indiscussa dell’agire. Il giudizio morale non viene rimosso per conflitto o per debolezza, ma perché non è più considerato pertinente. L’azione si colloca, per riprendere il titolo di un’opera di Friedrich Nietzsche divenuto drammaticamente attuale, al di là del bene e del male, non come scelta tragica e consapevole, ma come condizione ordinaria dell’esistenza.

Questa mutazione antropologica ha delle conseguenze profonde sul piano ecclesiale. Là dove il peccato è vissuto come caduta, resta aperta la possibilità della conversione; là dov’è vissuto come normalità priva di giudizio, la conversione non è semplicemente rifiutata, ma diventa impensabile. Non vi è conflitto interiore, non vi è pentimento, non vi è domanda di verità. La coscienza non viene zittita: non parla proprio più. È in questo contesto che si comprende come una condizione moralmente disordinata possa trasformarsi da fragilità personale in fattore funzionale al potere clericale. Soggetti privi di attrito morale, non attraversati dal dramma del limite, incapaci di riconoscere un bene oggettivo che giudichi l’azione, risultano particolarmente adatti a inserirsi in meccanismi di governo fondati sul silenzio, sulla complicità e sulla reciproca esposizione. La mancanza di coscienza non costituisce più un ostacolo, ma un vantaggio.

La lobby omosessualista clericale si innesta precisamente in questa frattura. Non nasce primariamente dalla debolezza o dall’occasionale incoerenza, né da quella caduta umana che, una volta riconosciuta e attraversata, può persino rendere l’uomo più consapevole e migliore di quanto fosse prima. Essa si forma invece attraverso la normalizzazione del peccato e della menzogna come condizione di appartenenza, trasformando ciò che dovrebbe essere riconosciuto e sanato in presupposto identitario e vincolo di sistema. Là dove il peccato non è più percepito come tale, ma vissuto come dato acquisito e condiviso, cessa di essere un problema morale e diventa un vincolo: ciò che è occulto e comune garantisce fedeltà, ciò che è taciuto e scambiabile assicura protezione, ciò che compromette tutti rende tutti controllabili.

È la distinzione che il Santo Padre Francesco pose in termini inequivocabili, rispondendo ai giornalisti sul volo di ritorno da Rio de Janeiro il 28 luglio 2013:

«Il problema non è avere questa tendenza, no, dobbiamo essere fratelli […]. Il problema è fare lobby di questa tendenza […]. Questo è il problema più grave per me» (cfr. qui).

Non la fragilità del singolo, dunque, ma l’organizzazione, la lobby. In tale scenario non sono i chierici amorali a risultare problematici per il sistema, ma coloro che pur vivendo nella fedeltà conservano una coscienza vigile e rifiutano di entrare in quel circuito di complicità, di silenzio e di scambio su cui l’omosessualismo clericale si regge e si trasforma in una struttura organizzata di potere. La coscienza libera, non negoziabile e non ricattabile, diventa così l’elemento destabilizzante, non per la sua forza polemica, ma per la sua semplice esistenza.

La crisi attuale non consiste dunque in una recrudescenza del peccato, ma nella sua trasformazione in criterio di governabilità, fino a giungere a una deriva ancora più grave: criterio di selezione per l’accesso al presbiterato e, successivamente, per l’individuazione dei candidati ritenuti idonei all’episcopato. Quando il processo di selezione viene intaccato a questo livello, le conseguenze non restano circoscritte, ma si riflettono inevitabilmente sull’intero corpo ecclesiale. Eppure la norma esiste ed è chiara. L’Istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica approvata dal Sommo Pontefice Benedetto XVI e pubblicata il 4 novembre 2005 stabilisce che la Chiesa, «pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay» (cfr. qui). La stessa disposizione è stata ribadita nel 2016 dalla Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (cfr. qui). Il problema non è dunque l’assenza di criteri, ma la loro disapplicazione proprio là dove si formano e si scelgono i futuri presbiteri e vescovi.

È questo il passaggio che segna una decadenza senza precedenti storici: non la caduta dell’uomo, sempre possibile sin dall’alba dei tempi, a partire dall’irruzione del peccato originale nella storia, ma la costruzione di sistemi nei quali la caduta non è più riconosciuta come tale e la coscienza, svuotata della sua funzione giudicante, cessa di essere luogo di verità per diventare spazio neutro, funzionale al potere.

II. L’omosessualismo clericale come sistema fondato sulla normalizzazione della menzogna

Ogni sistema di potere che intenda preservare se stesso evita, per quanto possibile, l’esposizione diretta. Non agisce in prima persona, non si compromette apertamente, non si assume pubblicamente la responsabilità delle proprie decisioni più controverse. Preferisce operare per interposta persona, servendosi di soggetti che fungono da schermo, da esecutori, da strumenti sacrificabili. Si tratta degli uomini di paglia e degli utili idioti: figure che non governano realmente, ma agiscono al posto del potere, eseguendo ciò che altri decidono, dopo essere stati neutralizzati dall’illusione di appartenere al potere e di trarne un riconoscimento indiretto.

Nel contesto ecclesiastico, questi soggetti sono spesso laici clericalizzati, inseriti stabilmente negli ambienti di Curia e nei circuiti amministrativi, finanziari e mediatici, o comunque nei luoghi di maggiore influenza ecclesiale. Pur privi di una responsabilità istituzionale formale, godono di una libertà operativa che il clero non può permettersi. Sono loro a intervenire là dove il potere clericale non intende esporsi direttamente: intimidiscono, delegittimano, diffamano, segnalano, accusano, danno vita a procedimenti privi di qualsiasi fondamento reale. Agiscono convinti di contare e di avere un peso all’interno della struttura di potere, mentre in realtà vengono utilizzati proprio perché sostituibili, esposti e sacrificabili, ridotti a meri strumenti esecutivi destinati ad assorbire l’urto delle azioni più sudice con le quali i clericali non vogliono sporcarsi le mani.

Non è raro che un laico clericalizzato, privo di qualsiasi mandato formale, si faccia improvvisamente promotore di «segnalazioni» motivate da un presunto zelo per il bene della Chiesa. Nessuna accusa esplicita, nessuna prova concreta: solo allusioni, sospetti, frasi lasciate cadere con apparente discrezione. È sufficiente, tuttavia, che tali voci giungano agli ambienti giusti che le attendevano già in una silenziosa disponibilità, perché un incarico venga revocato, una collaborazione interrotta, una persona isolata. Il laico si è esposto, ha svolto il lavoro sporco; il potere resta sullo sfondo e conserva, per così dire, le mani pulite.

Questa modalità di azione non è episodica, ma strutturale. Il potere clericale conserva così una distanza di sicurezza e mantiene sempre una plausibile negazione. È lo stesso meccanismo che si riscontra in ogni organizzazione che intenda esercitare un controllo senza assumersene apertamente il peso morale e giuridico. La responsabilità resta invisibile; l’azione, invece, è molto concreta, non di rado devastante.

Accanto a questa prima categoria, ne emerge una seconda, ancora più aggressiva e pericolosa: quella dei laici omosessuali clericalizzati ideologicamente, caratterizzati da una militanza aspra, vendicativa e talora apertamente violenta sul piano morale e relazionale. Non si limitano a fungere da strumenti passivi del sistema, ma ne diventano attori attivi, mossi dall’obiettivo di sdoganare e legittimare l’omosessualismo all’interno della Chiesa, trasformandolo da disordine tollerato in criterio di riconoscimento e di appartenenza. Questi secondi soggetti agiscono spesso come avanguardia del sistema: dicono e scrivono, anche attraverso blog e social media, ciò che certi chierici velenosi non possono permettersi di affermare pubblicamente; attaccano chi questi chierici non possono colpire direttamente; esercitano una pressione costante mediante accuse, insinuazioni, segnalazioni alle autorità ecclesiastiche e campagne di delegittimazione. La loro forza risiede nell’assenza pressoché totale di vincoli. Non rispondono a un’autorità ecclesiastica formale, non rischiano sanzioni canoniche, non pagano alcun prezzo istituzionale e, nella pratica, agiscono in una zona di sostanziale impunità, che rende inefficace ogni tentativo di reazione giuridica proporzionata. Per questo risultano estremamente utili a certe frange clericali che se ne servono mantenendo al contempo una posizione apparentemente neutra: sono loro a esporsi, a parlare, a scrivere, a segnalare, mentre l’apparato resta sullo sfondo, pronto, all’occorrenza, a dichiararsi estraneo ai fatti. In tal modo possono colpire, intimidire e delegittimare senza subire serie conseguenze.

Nessuno di questi soggetti potrebbe operare efficacemente se la verità fosse riconosciuta e assunta come criterio operativo comune, ossia come parametro concreto per valutare i comportamenti, prendere decisioni, attribuire responsabilità e intervenire quando emergono abusi o menzogne. Essi prosperano in un contesto nel quale il silenzio è premiato, la discrezione è elevata a virtù, la lealtà non è misurata sulla rettitudine, ma sulla capacità di non mettere in crisi il sistema. La menzogna non è più percepita come deviazione, ma come condizione necessaria per restare all’interno del circuito.

È in questo ambiente che l’omosessualismo clericale cessa di essere una somma di comportamenti individuali e si configura come sistema. Non perché tutti vi partecipino, ma perché chi ne fa parte accetta regole non scritte, ma molto rigide: non vedere, non parlare, non nominare. La vita privata diventa strumento di controllo; il segreto condiviso diventa garanzia di affidabilità; la compromissione reciproca diventa fondamento di protezione. Chi accetta queste condizioni viene integrato; chi le rifiuta, anche senza denunciare nulla, viene percepito come pericoloso elemento destabilizzante, quindi come un problematico. La menzogna, così normalizzata, non è più un effetto collaterale del sistema, ma il suo fondamento operativo. È la vecchia tecnica del Demonio, capace di dire nove verità per poi, giunto infine alla decima, dire una colossale menzogna che snatura completamente quanto di vero era stato detto in precedenza. A quel punto la verità snaturata diviene, per diabolico paradosso, supporto funzionale alla menzogna, che può essere anche un’omissione: non soltanto non dire le cose come stanno, ma negare come stanno le cose.

A governare questo sistema non sono, in ultima analisi, coloro che parlano o che agiscono in modo visibile, ma quegli ecclesiastici che non intervengono mai direttamente, che osservano, ascoltano, lasciano fare. Non impartiscono ordini espliciti, non firmano provvedimenti, non assumono decisioni formalizzate, ma nulla accade senza il loro tacito consenso. Quando il danno è compiuto, possono sempre dichiarare di non sapere, di non essere stati informati, di non aver autorizzato alcunché, sacrificando semmai, all’occorrenza, gli utili idioti mandati alla carica di cui si sono serviti. Il potere, così esercitato, rimane intatto proprio perché non si espone: governa per delega, colpisce per interposta persona, preserva la propria posizione mentre altri assorbono il conflitto e la responsabilità. È all’interno di questo ambiente degradato, degradante e opaco che la lobby omosessualista clericale trova le condizioni ideali per consolidarsi e riprodursi con danni incalcolabili.

È su questa base che l’omosessualismo clericale diventa un organismo stabile, capace di difendersi e di incidere nella struttura del governo ecclesiastico, preparando al tempo stesso il terreno a forme ulteriori di scambio e di ricatto, nelle quali la compromissione sessuale diventa moneta di governo. Eludere il tema dell’omosessualismo clericale, illudendosi di poter parlare e scrivere in modo serio e credibile di crisi del clero e di formazione dei sacerdoti, è come parlare di «preti su Marte».

Dall’Isola di Patmos, 22 ottobre 2026

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THE CANCER NO SURGEON HAS REMOVED AND THE METASTASES OF  HOMOSEXUALISM WITHIN THE CLERGY

To evade the issue of clerical homosexualism, under the illusion of being able to speak and write seriously and credibly about the crisis of the clergy and the formation of priests, is like talking about «priests on Mars».

— Contemporary ecclesial affairs —

Autore

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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All over the social networks there is a growing number of characters who speak glibly about the crisis of the clergy, only to go in feet first into a sphere so delicate that — as we have stated more than once in these columns — bishops and priests would tremble before it, even those with several decades of experience in the spiritual care of the clergy, particularly of priests in states of despondency, beset by frailty or by genuine depressive syndromes. What few people speak of — and here we come to that fear priests have of other priests, which at times turns into terror — is the problem of an ever more widespread homosexuality among the clergy and, what is worse, of a genuine homosexualist culture that is gaining ground through what — again in these columns — has repeatedly been called the rainbow Trojan horse. This culture, which the members of a large «confraternity» have for years been trying to impose within the Church, is the tumorous mass which, sadly, no surgeon has so far managed to remove. Therefore, to speak of the crisis of the clergy and of its formation without addressing the metastases of this cancer, as those characters do, is mere rhetoric, at times even aimed at diverting attention from a problem that is anything but marginal: they describe its symptoms in abundant detail — the fear of judgement, betrayed confidences, the brother priest perceived as an adversary — without ever naming the disease, namely a clergy that appears ever more homosexualised.

What is the object of this analysis? Not homosexuals, whose free life choices no one has any right to sit in judgement on, but candidates for the priesthood or homosexual priests, whom it is entirely legitimate, at times even a duty, to scrutinise, because — as I have explained more than once in several of my articles on the subject — they cannot freely be themselves. A priest must always be able to be himself, openly and freely, not live a life of pretence and duplicity, in which sexual disorder, where present, is bound to multiply to the highest power, in a climate of concealment and repression.

I. From Transgression to the Suspension of Conscience

Sins against the Sixth Commandment are no novelty in the history of the Church: they have run through the centuries, as ancient and authoritative texts starkly attest, among them the Liber Gomorrhianus which Saint Peter Damian addressed around 1049 to the Supreme Pontiff Leo IX. That text remains an unequivocal testimony not only to the vice, but also to the network of complicity that already protected it: clerics who confessed to one another so as to absolve each other without anything leaking out, superiors inclined to cover up and play down, culprits kept in sacred orders. The future Doctor of the Church demanded that they be deposed and no longer admitted to the ministry. The presence of sin, even grave and widespread, or indeed of an organised complicity to conceal it, is therefore not the distinguishing feature of the present crisis, nor does it, in itself, allow us to speak of an unprecedented decadence.

The clerics denounced by Peter Damian hid because they knew they were in sin: their complicity was the defence of a guilt recognised as such. What makes the contemporary situation radically different, in many respects unprecedented in ecclesial history, is the crossing of a point of no return, beyond which the very capacity to recognise good and evil and to perceive danger fails. In earlier ages, even in moments of the greatest corruption, sin was experienced as such, that is to say as a fall, as weakness, as conscious infidelity. Conscience, though wounded, remained operative; the subject knew he was doing wrong, sometimes justified himself, sometimes hid, but could not entirely erase the inner judgement that qualified the act as disordered. In the present situation, by contrast, we witness a far graver qualitative shift: the suspension and, in many cases, the annihilation of moral conscience, accompanied by a culture that does not merely conceal the disorder, but claims to legitimise it and impose it as a good. Behaviour is no longer perceived as the transgression of a recognised good, but as a normal and unquestioned way of acting. Moral judgement is not set aside through conflict or weakness, but because it is no longer considered relevant. Action is situated, to borrow the title of a work by Friedrich Nietzsche that has become dramatically topical, beyond good and evil, not as a tragic and conscious choice, but as the ordinary condition of existence.

This anthropological mutation has profound consequences on the ecclesial plane. Where sin is experienced as a fall, the possibility of conversion remains open; where it is experienced as normality devoid of judgement, conversion is not simply refused, but becomes unthinkable. There is no inner conflict, no repentance, no demand for truth. Conscience is not silenced: it simply no longer speaks. It is in this context that one understands how a morally disordered condition can turn from personal frailty into a factor serving clerical power. Individuals devoid of moral friction, untouched by the drama of limitation, incapable of recognising an objective good that judges action, prove particularly suited to fitting into mechanisms of government founded on silence, complicity and mutual exposure. The lack of conscience is no longer an obstacle, but an advantage.

The clerical homosexualist lobby takes root precisely in this fracture. It does not arise primarily from weakness or occasional inconsistency, nor from that human fall which, once acknowledged and worked through, can even make a man more aware and better than he was before. It is formed instead through the normalisation of sin and of lies as a condition of belonging, turning what ought to be acknowledged and healed into a premise of identity and a systemic bond. Where sin is no longer perceived as such, but lived as something acquired and shared, it ceases to be a moral problem and becomes a bond: what is hidden and held in common guarantees loyalty, what is kept silent and exchangeable ensures protection, what compromises everyone makes everyone controllable.

It is the distinction that the Holy Father Francis drew in unequivocal terms, answering journalists on the return flight from Rio de Janeiro on 28 July 2013:

«The problem is not having this tendency, no, we must be brothers and sisters to one another […]. The problem is in making a lobby of this tendency […]. For me, this is the greater problem» (cf. here).

Not the frailty of the individual, then, but the organisation, the lobby. In such a scenario it is not amoral clerics who prove problematic for the system, but those who, while living in fidelity, preserve a vigilant conscience and refuse to enter that circuit of complicity, silence and exchange on which clerical homosexualism rests and turns itself into an organised structure of power. A free conscience, non-negotiable and not open to blackmail, thus becomes the destabilising element, not because of its polemical force, but by its mere existence.

The present crisis therefore does not consist in a resurgence of sin, but in its transformation into a criterion of governability, to the point of an even graver drift: a criterion of selection for access to the priesthood and, subsequently, for identifying the candidates deemed suitable for the episcopate. When the selection process is compromised at this level, the consequences do not remain circumscribed, but inevitably affect the entire ecclesial body. And yet the norm exists and is clear. The Instruction of the Congregation for Catholic Education approved by the Supreme Pontiff Benedict XVI and published on 4 November 2005 establishes that the Church, «while profoundly respecting the persons in question, cannot admit to the seminary or to holy orders those who practise homosexuality, present deep-seated homosexual tendencies or support the so-called “gay culture”» (cf. here). The same provision was reaffirmed in 2016 by the Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (cf. here). The problem, then, is not the absence of criteria, but their non-application precisely where future priests and bishops are formed and chosen.

This is the step that marks a decadence without historical precedent: not the fall of man, always possible since the dawn of time, from the irruption of original sin into history, but the construction of systems in which the fall is no longer recognised as such and conscience, emptied of its judging function, ceases to be a place of truth and becomes a neutral space serving power.

II. Clerical Homosexualism as a System Founded on the Normalisation of Lies

Every system of power that intends to preserve itself avoids, as far as possible, direct exposure. It does not act in the first person, does not compromise itself openly, does not publicly take responsibility for its most controversial decisions. It prefers to operate through intermediaries, making use of individuals who serve as screens, as executors, as expendable instruments. These are the men of straw and the useful idiots: figures who do not really govern, but act in place of power, carrying out what others decide, after having been neutralised by the illusion of belonging to power and of drawing an indirect recognition from it.

In the ecclesiastical context, these individuals are often clericalised laymen, permanently embedded in Curial circles and in administrative, financial and media networks, or in any case in the places of greatest ecclesial influence. Though lacking any formal institutional responsibility, they enjoy a freedom of action that the clergy cannot afford. It is they who step in where clerical power does not wish to expose itself directly: they intimidate, delegitimise, defame, report, accuse, set in motion proceedings devoid of any real foundation. They act convinced that they count and carry weight within the power structure, while in reality they are used precisely because they are replaceable, exposed and expendable, reduced to mere executive tools destined to absorb the impact of the filthiest actions with which the clericalists do not wish to dirty their hands.

It is not uncommon for a clericalised layman, devoid of any formal mandate, suddenly to become the promoter of «reports» motivated by a supposed zeal for the good of the Church. No explicit accusation, no concrete evidence: only allusions, suspicions, phrases dropped with apparent discretion. It is enough, however, for such rumours to reach the right circles, which were already awaiting them in silent readiness, for an appointment to be revoked, a collaboration ended, a person isolated. The layman has exposed himself, he has done the dirty work; power remains in the background and keeps, so to speak, its hands clean.

This mode of action is not episodic, but structural. Clerical power thus keeps a safe distance and always maintains plausible deniability. It is the same mechanism found in any organisation that intends to exercise control without openly assuming its moral and legal burden. Responsibility remains invisible; the action, however, is very concrete, often devastating.

Alongside this first category there emerges a second, even more aggressive and dangerous: that of ideologically clericalised homosexual laymen, marked by a harsh, vindictive and at times openly violent militancy on the moral and relational plane. They do not merely serve as passive instruments of the system, but become its active players, driven by the aim of mainstreaming and legitimising homosexualism within the Church, turning it from a tolerated disorder into a criterion of recognition and belonging. These second individuals often act as the vanguard of the system: they say and write, also through blogs and social media, what certain venomous clerics cannot afford to state publicly; they attack those whom these clerics cannot strike directly; they exert constant pressure through accusations, insinuations, reports to the ecclesiastical authorities and campaigns of delegitimisation. Their strength lies in the almost total absence of constraints. They answer to no formal ecclesiastical authority, they risk no canonical sanctions, they pay no institutional price and, in practice, they act in a zone of substantial impunity that renders ineffective every attempt at a proportionate legal response. This is why they prove extremely useful to certain clerical factions that make use of them while maintaining an apparently neutral position: it is they who expose themselves, who speak, write and report, while the apparatus remains in the background, ready, if need be, to disclaim any involvement. In this way they can strike, intimidate and delegitimise without suffering serious consequences.

None of these individuals could operate effectively if truth were acknowledged and adopted as a common operative criterion, that is, as a concrete standard for assessing conduct, making decisions, assigning responsibility and intervening when abuses or lies come to light. They thrive in a context in which silence is rewarded, discretion is raised to a virtue, loyalty is measured not by rectitude, but by the ability not to put the system in crisis. Lying is no longer perceived as a deviation, but as a necessary condition for remaining inside the circuit.

It is in this environment that clerical homosexualism ceases to be a sum of individual behaviours and takes shape as a system. Not because everyone takes part in it, but because those who belong to it accept unwritten yet very rigid rules: see nothing, say nothing, name nothing. Private life becomes an instrument of control; the shared secret becomes a guarantee of reliability; being mutually compromised becomes the foundation of protection. Those who accept these conditions are integrated; those who refuse them, even without denouncing anything, are perceived as a dangerous destabilising element and therefore as a troublemaker. The lie, thus normalised, is no longer a side effect of the system, but its operational foundation. It is the Devil’s old technique: he is capable of telling nine truths and then, having finally reached the tenth, telling a colossal lie that utterly distorts whatever truth had been told before. At that point the distorted truth becomes, by diabolical paradox, a functional support for the lie, which may also be an omission: not merely failing to tell things as they are, but denying how things are.

Those who govern this system are not, in the final analysis, the ones who speak or act visibly, but those churchmen who never intervene directly, who observe, listen, let things happen. They issue no explicit orders, sign no measures, take no formal decisions, yet nothing happens without their tacit consent. When the damage is done, they can always declare that they did not know, that they had not been informed, that they had authorised nothing, sacrificing instead, when necessary, the useful idiots they had sent to the charge and made use of. Power exercised in this way remains intact precisely because it does not expose itself: it governs by delegation, strikes through intermediaries, preserves its own position while others absorb the conflict and the responsibility. It is within this degraded, degrading and opaque environment that the clerical homosexualist lobby finds the ideal conditions to consolidate and reproduce itself, causing incalculable damage.

It is on this basis that clerical homosexualism becomes a stable organism, capable of defending itself and of shaping the structure of ecclesiastical government, while at the same time preparing the ground for further forms of exchange and blackmail, in which being sexually compromised becomes the currency of government. To evade the issue of clerical homosexualism, under the illusion of being able to speak and write seriously and credibly about the crisis of the clergy and the formation of priests, is like talking about «priests on Mars».

From The Island of Patmos, 22 October 2026

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EL CÁNCER QUE NINGÚN CIRUJANO HA EXTIRPADO Y LAS METÁSTASIS DEL HOMOSEXUALISMO DENTRO DEL CLERO

Eludir el tema del homosexualismo clerical, con la ilusión de poder hablar y escribir de modo serio y creíble de la crisis del clero y de la formación de los sacerdotes, es como hablar de «curas en Marte».

— Actualidad eclesial —

Autore

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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En las redes sociales se están multiplicando personajes que hablan con desenvoltura de la crisis del clero, para luego entrar en tromba en una esfera de tal delicadeza que — como hemos reiterado más de una vez en estas columnas — haría temblar a obispos y presbíteros con varias décadas de experiencia en el cuidado espiritual del clero, en particular de quienes se encuentran en situaciones de abatimiento, sujetos a fragilidades o a verdaderos síndromes depresivos. De lo que pocos hablan — y aquí entra el elemento de ese miedo de los sacerdotes hacia otros sacerdotes que a veces llega a convertirse en terror — es del problema de la homosexualidad cada vez más extendida en el clero y, lo que es peor, de una verdadera cultura homosexualista que va ganando terreno a través de lo que — también en estas columnas — se ha señalado repetidamente como el caballo de Troya arcoíris. Esta cultura, que los miembros de una numerosa «cofradía» intentan imponer desde hace años dentro de la Iglesia, es la masa tumoral que, por desgracia, hasta hoy ningún cirujano ha logrado extirpar. Por tanto, hablar de la crisis del clero y de su formación sin afrontar las metástasis de este cáncer, como hacen esos personajes, es pura retórica, a veces incluso orientada a desviar la atención de un problema que dista mucho de ser marginal: se describen con profusión sus síntomas — el miedo al juicio, las con­fidencias traicionadas, el hermano sacerdote percibido como adversario — sin nombrar nunca la enfermedad, es decir, un clero que parece cada vez más homosexualizado.

¿Cuál es el objeto de este análisis? No los homosexuales, sobre cuyas libres opciones de vida nadie tiene derecho a pronunciarse, sino los aspirantes al sacerdocio o los sacerdotes homosexuales, sobre los cuales, en cambio, es del todo lícito, y a veces incluso un deber, pronunciarse, porque — como he explicado varias veces en distintos artículos míos sobre el tema — no pueden ser libremente ellos mismos. Y un sacerdote debe poder ser siempre él mismo, de manera abierta y libre: no puede vivir una vida de ficción y doblez, en cuyo seno el desorden sexual, si está presente, está destinado a multiplicarse a la máxima potencia, en un clima de ocultamiento y de represión.

  1. De la transgresión a la suspensión de la conciencia

Los pecados contra el sexto mandamiento no constituyen ninguna novedad en la historia de la Iglesia: han atravesado los siglos, como atestiguan con crudeza textos antiguos y autorizados, entre ellos el Liber Gomorrhianus que san Pedro Damián dirigió hacia el año 1049 al Sumo Pontífice León IX. Aquel texto sigue siendo un testimonio inequívoco no solo del vicio, sino también de la red de complicidades que ya entonces lo protegía: clérigos que se confesaban unos a otros para absolverse mutuamente sin que nada trascendiera, superiores inclinados a encubrir y a minimizar, culpables mantenidos en las sagradas órdenes. El futuro Doctor de la Iglesia pedía que fueran depuestos y que no se los admitiera más al ministerio. La presencia del pecado, grave y extendido, o incluso de una complicidad organizada para ocultarlo, no constituye por tanto el elemento distin­tivo de la crisis actual, ni permite hablar, por sí sola, de una decadencia sin precedentes.

Los clérigos denunciados por Pedro Damián se escondían porque sabían que estaban en pecado: su complicidad era la defensa de una culpa reconocida como tal. Lo que hace que la situación contemporánea sea radicalmente distinta, en muchos aspectos inédita en la historia eclesial, es la superación de un umbral sin retorno, más allá del cual desaparece la capacidad misma de reconocer el bien y el mal y de percibir el peligro. En épocas anteriores, incluso en los momentos de mayor corrupción, el pecado se vivía como tal, es decir, como caída, como debilidad, como infidelidad consciente. La conciencia, aunque herida, seguía operando; el sujeto sabía que obraba mal, a veces se justificaba, a veces se escondía, pero no podía borrar del todo el juicio interior que calificaba el acto como desordenado. En la situación actual, en cambio, asistimos a un paso cualitativo mucho más grave: la suspensión y, en muchos casos, la aniquilación de la conciencia moral, acom­pañadas de una cultura que no se limita a ocultar el desorden, sino que pretende legiti­marlo e imponerlo como un bien. El comportamiento ya no se percibe como transgresión de un bien reconocido, sino como modo normal e indiscutido de obrar. El juicio moral no se elimina por conflicto o por debilidad, sino porque ya no se considera pertinente. La acción se sitúa, por retomar el título de una obra de Friedrich Nietzsche que se ha vuelto dramáticamente actual, más allá del bien y del mal, no como elección trágica y consciente, sino como condición ordinaria de la existencia.

Esta mutación antropológica tiene consecuencias profundas en el plano eclesial. Allí donde el pecado se vive como caída, permanece abierta la posibilidad de la conversión; allí donde se vive como normalidad carente de juicio, la conversión no es simplemente rechazada, sino que se vuelve impensable. No hay conflicto interior, no hay arrepen­timiento, no hay búsqueda de la verdad. La conciencia no es acallada: sencillamente ya no habla. Es en este contexto donde se comprende cómo una condición moralmente desordenada puede pasar de fragilidad personal a factor funcional al poder clerical. Sujetos carentes de fricción moral, no atravesados por el drama del límite, incapaces de reconocer un bien objetivo que juzgue la acción, resultan particularmente aptos para insertarse en mecanismos de gobierno basados en el silencio, la complicidad y la exposición recíproca. La falta de conciencia ya no constituye un obstáculo, sino una ventaja.

El lobby homosexualista clerical se injerta precisamente en esta fractura. No nace principalmente de la debilidad o de la incoherencia ocasional, ni de esa caída humana que, una vez reconocida y atravesada, puede incluso hacer al hombre más consciente y mejor de lo que era antes. Se forma, en cambio, mediante la normalización del pecado y de la mentira como condición de pertenencia, transformando lo que debería ser reconocido y sanado en presupuesto identitario y vínculo de sistema. Allí donde el pecado ya no se percibe como tal, sino que se vive como un dato adquirido y compartido, deja de ser un problema moral y se convierte en un vínculo: lo que está oculto y es común garantiza fidelidad, lo que se calla y se intercambia asegura protección, lo que compromete a todos hace a todos controlables.

Es la distinción que el Santo Padre Francisco estableció en términos inequívocos, respondiendo a los periodistas en el vuelo de regreso de Río de Janeiro el 28 de julio de 2013:

«El problema no es tener esta tendencia; no, debemos ser hermanos […]. El problema es hacer el lobby de esta tendencia […]. Éste es el problema más grave para mí» (cf. aquí).

No la fragilidad del individuo, sino la organización, el lobby. En este escenario no son los clérigos amorales los que resultan problemáticos para el sistema, sino quienes, viviendo en la fidelidad, conservan una conciencia vigilante y se niegan a entrar en ese circuito de complicidad, de silencio y de intercambio sobre el que el homosexualismo clerical se sostiene y se transforma en una estructura organizada de poder. La conciencia libre, innegociable y no chantajeable, se convierte así en el elemento desestabilizador, no por su fuerza polémica, sino por su simple existencia.

La crisis actual no consiste, por tanto, en un recrudecimiento del pecado, sino en su transformación en criterio de gobernabilidad, hasta llegar a una deriva aún más grave: criterio de selección para el acceso al presbiterado y, posteriormente, para la identificación de los candidatos considerados idóneos para el episcopado. Cuando el proceso de selección queda dañado a este nivel, las consecuencias no permanecen circunscritas, sino que repercuten inevitablemente en todo el cuerpo eclesial. Y sin embargo, la norma existe y es clara. La Instrucción de la Congregación para la Educación Católica aprobada por el Sumo Pontífice Benedicto XVI y publicada el 4 de noviembre de 2005 establece que la Iglesia, «respetando profundamente a las personas en cuestión, no puede admitir al Seminario y a las Órdenes Sagradas a quienes practican la homosexualidad, presentan tendencias homosexuales profundamente arraigadas o sostienen la así llamada cultura gay» (cf. aquí). La misma disposición fue reafirmada en 2016 por la Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (cf. aquí). El problema no es, por tanto, la ausencia de criterios, sino su falta de aplicación precisamente allí donde se forman y se eligen los futuros presbíteros y obispos.

Es este el paso que marca una decadencia sin precedentes históricos: no la caída del hombre, siempre posible desde el alba de los tiempos, a partir de la irrupción del pecado original en la historia, sino la construcción de sistemas en los que la caída ya no se reconoce como tal y la conciencia, vaciada de su función de juicio, deja de ser lugar de verdad para convertirse en espacio neutro, funcional al poder.

  1. El homosexualismo clerical como sistema basado en la normalización de la mentira

Todo sistema de poder que pretenda preservarse evita, en la medida de lo posible, la exposición directa. No actúa en primera persona, no se compromete abiertamente, no asume públicamente la responsabilidad de sus decisiones más controvertidas. Prefiere operar por persona interpuesta, sirviéndose de sujetos que hacen de pantalla, de ejecutores, de instrumentos sacrificables. Se trata de los hombres de paja y de los tontos útiles: figuras que no gobiernan realmente, sino que actúan en lugar del poder, ejecutando lo que otros deciden, después de haber sido neutralizadas por la ilusión de pertenecer al poder y de obtener de él un reconocimiento indirecto.

En el contexto eclesiástico, estos sujetos son a menudo laicos clericalizados, insertos de forma estable en los ambientes de Curia y en los circuitos administrativos, financieros y mediáticos, o en todo caso en los lugares de mayor influencia eclesial. Aunque carecen de una responsabilidad institucional formal, gozan de una libertad operativa que el clero no puede permitirse. Son ellos quienes intervienen allí donde el poder clerical no quiere exponerse directamente: intimidan, deslegitiman, difaman, delatan, acusan, ponen en marcha procedimientos carentes de todo fundamento real. Actúan convencidos de contar y de tener peso dentro de la estructura de poder, mientras que en realidad son utilizados precisamente porque son sustituibles, expuestos y sacrificables, reducidos a meros instrumentos ejecutivos destinados a absorber el impacto de las acciones más sucias con las que los clericales no quieren mancharse las manos.

No es raro que un laico clericalizado, carente de todo mandato formal, se convierta de repente en promotor de «denuncias» motivadas por un supuesto celo por el bien de la Iglesia. Ninguna acusación explícita, ninguna prueba concreta: solo alusiones, sospechas, frases dejadas caer con aparente discreción. Basta, sin embargo, con que esos rumores lleguen a los ambientes adecuados, que ya los esperaban con silenciosa disposición, para que se revoque un cargo, se interrumpa una colaboración, se aísle a una persona. El laico se ha expuesto, ha hecho el trabajo sucio; el poder permanece en segundo plano y conserva, por así decirlo, las manos limpias.

Este modo de actuar no es episódico, sino estructural. El poder clerical mantiene así una distancia de seguridad y conserva siempre una negación plausible. Es el mismo mecanismo que se encuentra en toda organización que pretende ejercer un control sin asumir abiertamente su peso moral y jurídico. La responsabilidad permanece invisible; la acción, en cambio, es muy concreta, a menudo devastadora.

Junto a esta primera categoría surge una segunda, aún más agresiva y peligrosa: la de los laicos homosexuales clericalizados ideológicamente, caracterizados por una militancia áspera, vengativa y a veces abiertamente violenta en el plano moral y relacional. No se limitan a hacer de instrumentos pasivos del sistema, sino que se convierten en sus actores activos, movidos por el objetivo de dar carta de ciudadanía y legitimar el homosexualismo dentro de la Iglesia, transformándolo de desorden tolerado en criterio de reconocimiento y de pertenencia. Estos segundos sujetos actúan a menudo como vanguardia del sistema: dicen y escriben, también a través de blogs y redes sociales, lo que ciertos clérigos venenosos no pueden permitirse afirmar públicamente; atacan a quien esos clérigos no pueden golpear directamente; ejercen una presión constante mediante acusaciones, insinuaciones, denuncias ante las autoridades eclesiásticas y campañas de deslegitimación. Su fuerza reside en la ausencia casi total de ataduras. No responden ante ninguna autori­dad eclesiástica formal, no se arriesgan a sanciones canónicas, no pagan ningún precio institucional y, en la práctica, actúan en una zona de sustancial impunidad que hace ineficaz todo intento de reacción jurídica proporcionada. Por eso resultan extrema­damente útiles a ciertas facciones clericales que se sirven de ellos manteniendo al mismo tiempo una posición aparentemente neutral: son ellos quienes se exponen, hablan, escriben y denuncian, mientras el aparato permanece en segundo plano, dispuesto, llegado el caso, a declararse ajeno a los hechos. De este modo pueden golpear, intimidar y deslegitimar sin sufrir consecuencias serias.

Ninguno de estos sujetos podría operar eficazmente si la verdad fuera reconocida y asumida como criterio operativo común, es decir, como parámetro concreto para valorar los comportamientos, tomar decisiones, atribuir responsabilidades e intervenir cuando surgen abusos o mentiras. Prosperan en un contexto en el que el silencio se premia, la discreción se eleva a virtud, la lealtad no se mide por la rectitud, sino por la capacidad de no poner en crisis el sistema. La mentira ya no se percibe como desviación, sino como condición necesaria para permanecer dentro del circuito.

Es en este ambiente donde el homosexualismo clerical deja de ser una suma de comportamientos individuales y se configura como sistema. No porque todos participen en él, sino porque quien forma parte de él acepta reglas no escritas, pero muy rígidas: no ver, no hablar, no nombrar. La vida privada se convierte en instrumento de control; el secreto compartido, en garantía de fiabilidad; la recíproca exposición al chantaje, en fundamento de protección. Quien acepta estas condiciones es integrado; quien las rechaza, aun sin denunciar nada, es percibido como un peligroso elemento desestabilizador y, por tanto, como alguien problemático. La mentira, así normalizada, ya no es un efecto colateral del sistema, sino su fundamento operativo. Es la vieja técnica del Demonio, capaz de decir nueve verdades para luego, llegado por fin a la décima, decir una mentira colosal que desnaturaliza por completo cuanto de verdadero se había dicho antes. En ese punto la verdad desnaturalizada se convierte, por diabólica paradoja, en apoyo funcional de la mentira, que puede ser también una omisión: no solo no decir las cosas como son, sino negar cómo son las cosas.

Quienes gobiernan este sistema no son, en último análisis, los que hablan o actúan de modo visible, sino aquellos eclesiásticos que nunca intervienen directamente, que observan, escuchan, dejan hacer. No imparten órdenes explícitas, no firman disposiciones, no adoptan decisiones formales, pero nada sucede sin su consentimiento tácito. Cuando el daño está hecho, siempre pueden declarar que no sabían, que no habían sido informados, que no habían autorizado nada, sacrificando en todo caso, llegado el momento, a los tontos útiles que habían lanzado a la carga y de los que se habían servido. El poder, ejercido así, permanece intacto precisamente porque no se expone: gobierna por delegación, golpea por persona interpuesta, preserva su posición mientras otros absorben el conflicto y la responsabilidad. Es dentro de este ambiente degradado, degradante y opaco donde el lobby homosexualista clerical encuentra las condiciones ideales para consolidarse y reproducirse con daños incalculables.

Es sobre esta base sobre la que el homosexualismo clerical se convierte en un organismo estable, capaz de defenderse y de incidir en la estructura del gobierno eclesiástico, preparando al mismo tiempo el terreno para ulteriores formas de intercambio y de chantaje, en las que lo que compromete sexualmente se convierte en moneda de gobierno. Eludir el tema del homosexualismo clerical, con la ilusión de poder hablar y escribir de modo serio y creíble de la crisis del clero y de la formación de los sacerdotes, es como hablar de «curas en Marte».

Desde la Isla de Patmos, 22 de octubre de 2026

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Guerriglia a Milano. Marco Rizzo e la pedagogica sapienza di un “vecchio” comunista

20 Ottobre 2026/in Le brevi dei Padri/da Redazione

GUERRIGLIA A MILANO. MARCO RIZZO E LA PEDAGOGICA SAPIENZA DI UN “VECCHIO” COMUNISTA

Le forze dell’ordine, davanti a chi sfascia, saccheggia e lancia pietre, devono poter intervenire con tutta la fermezza necessaria, fino a gonfiare i teppisti come zampogne che suonano le arie di Natale e a far veder loro Gesù Bambino che scende dalle stelle, senza il timore di finire sotto processo per aver fatto il loro dovere, anche a colpi di manganello.

— Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos —

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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Sabato 17 e domenica 18 ottobre il centro di Milano è stato messo a ferro e fuoco da centinaia di ragazzi a volto coperto, in larga parte minorenni, convocati su TikTok col pretesto di una manifestazione contro il caro vita, combattuto svaligiando il Foot Locker di corso Vittorio Emanuele, il Carrefour di via Torino e il Decathlon di piazza Castello.

Il bilancio: 271 persone accompagnate in questura, l’80% minorenni, il più piccolo di undici anni; agenti feriti; i fedeli usciti dalla Messa dell’Arcivescovo Mario Delpini fatti evacuare da un passaggio sotterraneo della Cattedrale metropolitana della Natività della Beata Vergine Maria.

Davanti a tutto questo, la proposta più sensata non è venuta dai sociologi inclusivi da salotto televisivo né dagli psicologi del dialogo dell’età evolutiva, ma da un comunista a tutto tondo: Marco Rizzo, già deputato ed europarlamentare, per anni alla guida del Partito Comunista. Che cosa propone? Una norma semplice ed efficace: chi spacca viene fermato ed esce soltanto quando mamma e papà vanno col portafogli in mano a pagare la cauzione. E aggiunge così che il figliolo finalmente si prenderà anche i due schiaffi che già da tempo avrebbe dovuto prendere, imparando che le azioni hanno conseguenze e che le conseguenze hanno un prezzo che qualcuno deve pagare.

Il problema di fondo è la distruzione dell’autorità. Per decenni ci è stato spiegato che l’autorità è repressione, il limite è trauma, il «no» è violenza psicologica. Abbiamo così cresciuto una generazione di genitori-sindacalisti, pronti a contestare il voto dell’insegnante, a denunciare l’allenatore che ha lasciato il figlio in panchina, a vedere in ogni rimprovero un attentato all’autostima del pargolo. Il genitore iperprotettivo non è un genitore amorevole: è un genitore assente, che ha delegato all’impunità l’educazione del figlio. Il risultato sono dodicenni che non temono nulla e nessuno, perché nessuno ha mai insegnato loro a temere qualcosa.

Su questo vuoto educativo si innesta la sottocultura di una certa musica trap e drill che canta la rapina, il coltello, il disprezzo per la polizia, il denaro facile e il marchio griffato come unico segno di valore. Non è la causa unica, ma è la colonna sonora. E non è un caso che le vetrine prese d’assalto fossero quelle delle scarpe da ginnastica e dell’abbigliamento sportivo: si saccheggia ciò che si ostenta nei video.

C’è poi un nodo che nessuno vuole sciogliere: questi ragazzi sanno benissimo che non può accadere loro nulla, che il poliziotto, fermandoli, rischia più di loro. Se un agente, per bloccare un minore che sfonda la vetrina di un negozio per rubare capi griffati, lo colpisce con un manganello di gomma, a finire davanti a un giudice sarà lui, che non di rado ne uscirà condannato. E finché il poliziotto avrà più paura del giudice di quanta il teppista ne abbia del poliziotto, la delinquenza trionferà.

Certi soggetti, vedendo a distanza le forze dell’ordine, dovrebbero avvertire un brivido lungo la schiena: a esse è affidata la nostra sicurezza e, all’occorrenza, l’uso della forza legittima, protettiva e difensiva, di cui solo lo Stato detiene il monopolio. E le forze dell’ordine, davanti a chi sfascia, saccheggia e lancia pietre, devono poter intervenire con tutta la fermezza necessaria, fino a gonfiare i teppisti come zampogne che suonano le arie di Natale e a far veder loro Gesù Bambino che scende dalle stelle, senza il timore di finire sotto processo per aver fatto il loro dovere, anche a colpi di manganello. Non è un’apologia della violenza, ma la difesa dell’autorità dello Stato: è la richiesta che lo Stato smetta di lasciare soli i suoi agenti e di garantire, nei fatti, l’impunità a chi delinque. 

Strano destino quello di noi presbiteri: per ascoltare un discorso educativo serio, abbiamo dovuto dare retta a un vecchio e lucido comunista, mentre la parodia della sinistra salottiera bivacca fuori dal reale tra i super attici dei Parioli e le ville di Capalbio.

Dall’Isola di Patmos, 20 ottobre 2026

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/faviconbianco150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2026-10-20 23:19:512026-10-21 01:12:07Guerriglia a Milano. Marco Rizzo e la pedagogica sapienza di un “vecchio” comunista

Il capo e i piedi di Cristo: San Cromazio di Aquileia contro le polarizzazioni della contemporaneità

19 Ottobre 2026/in Theologica/da Padre Gabriele

Italian, English, Español

 

IL CAPO E I PIEDI DI CRISTO: SAN CROMAZIO DI AQUILEIA CONTRO LE POLARIZZAZIONI DELLA CONTEMPORANEITÀ

Oggi la Chiesa sembra spaccata tra due fazioni parossistiche, incapaci di comunicare se non per anatemi reciproci: i sacerdoti della pura prassi mondana da un lato e gli gnostici dell’astrazione sacrale dall’altro.

— Theologica —

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

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Le polarizzazioni hanno animato lo scontro geopolitico del secolo scorso. Capitalismo da una parte, socialismo dall’altra.

Ritratto del vescovo nella Sala del Trono nel Palazzo Patriarcale di Udine

Caduto il Muro di Berlino, pensavamo fosse tutto risolto. E invece no. In ognuno di noi c’è una forma di catarismo dualistico che ci spinge a sentirci i buoni e i puri e a metterci contro un altro, che sarebbe il cattivo e il demoniaco. Neppure i social network aiutano in questo. Per provare a entrare di più in questa riflessione, attingiamo alle fonti di un antico padre della Chiesa: san Cromazio.

I. Aquileia al tramonto dell’Impero: il profilo di un pastore integro

Ad Aquileia, cerniera tra Oriente e Occidente nella romanità tardo-antica, rifulse tra il IV e il V secolo la figura mite ma granitica di san Cromazio. Nato intorno al 335-340, cresciuto nel grembo di quella comunità ascetica e clericale che Girolamo lodava come un «coro di beati», fu consacrato vescovo da sant’Ambrogio nel 388 e guidò la sua Chiesa fino alla morte, nel 407 o nei primi mesi del 408. Amico di Rufino d’Aquileia e dello stesso Girolamo, quando la controversia origenista li divise fu lui a cercare di ricomporre la loro rottura: un uomo capace di custodire la comunione senza mai barattare la verità dogmatica. Le riscoperte manoscritte del Novecento ci hanno restituito i suoi sermoni liturgici, densi di un’esegesi biblica nitida, dove la mistica si fonde con la dogmatica più rigorosa.

II. Il profumo di Betania e l’unità del mistero cristiano

Tra le pagine più mirabili dell’omiletica cromaziana spicca l’indagine esegetica dedicata all’episodio dell’unzione di Betania, narrato al capitolo 12 del Vangelo secondo Giovanni (cfr. Gv 12,1-8), in profonda connessione con quanto accade al capitolo precedente (cfr. Gv 11,33-35). È la scena in cui Maria, sorella del risorto Lazzaro, prende una libbra di nardo autentico, assai prezioso, ne cosparge i piedi di Gesù e glieli asciuga con le proprie chiome, mentre l’intera casa si satura dell’aroma di quel balsamo. Cromazio legge questo gesto non con sentimentalismo né con il calcolo utilitaristico di Giuda, che avrebbe voluto vendere quel profumo per trecento denari (cfr. Gv 12,4-6), ma secondo il metodo allegorico e tipologico caro alla tradizione patristica, cogliendovi una sintesi densissima del dogma cristiano. Egli rammenta anzitutto come fu la medesima Maria a portare davanti a Gesù il lutto per la morte del fratello, provocando il pianto del Redentore. Da questo dettaglio scaturisce una folgorante intuizione cristologica:

«Nelle lacrime del Signore viene mostrato il mistero dell’Incarnazione; nella risurrezione di Lazzaro viene proclamata la potenza della sua Divinità».

Maria strappa a Cristo lacrime di autentica commozione umana e, subito dopo, offre la più sublime testimonianza di fede prostrandosi ai suoi piedi per ungerli. Per Cromazio, Maria è figura trasparente della Chiesa (figura Ecclesiae): ella prefigura la Sposa immacolata che tributa al Verbo la pienezza della devozione e dell’adorazione. L’esegesi si fa qui di una precisione millimetrica. Richiamando un simbolismo amato anche da san Girolamo, Cromazio osserva che la libbra romana è composta esattamente di dodici once. La Chiesa, dunque, reca a Cristo il peso intero dell’unguento prezioso perché essa ha ricevuto la retta dottrina dai dodici Apostoli. Non vi è profumo gradito a Dio che non provenga dal deposito apostolico. Inoltre, quell’unguento è costituito dalla composizione armonica di molteplici aromi scelti: così è la dottrina apostolica, la quale, pur essendo una e indivisibile nella sostanza della fede, risplende nella varietà delle grazie spirituali, dei carismi e delle virtù che rendono percepibile nel mondo la soavità di Cristo.

Il Redentore, ricorda il vescovo di Aquileia, quando si degnò di annientarsi scendendo dal seno del Padre per assumere un corpo mortale, passò quasi inosservato agli occhi del mondo; eppure, proprio in quella kenosi, il profumo del suo Nome — il Cristo, cioè l’«Unto» per eccellenza — riempì l’orbe terracqueo. E la Chiesa non avrebbe mai potuto conoscere o raggiungere il Redentore se non attraverso il tramite oggettivo di questa dottrina apostolica.

III. Il capo e i piedi: la duplice confessione salvifica

Il fulcro teologico dell’omelia cromaziana risiede nell’anatomia spirituale del corpo del Signore: perché la donna unge i piedi di Gesù e non il capo, come invece riferiscono Matteo e Marco (cfr. Mt 26,7; Mc 14,3)? Per Cromazio, l’atto racchiude un ordine pedagogico e salvifico fondamentale. I piedi significano l’abbassamento dell’Incarnazione: il Verbo eterno che tocca la terra, che cammina nella nostra polvere, che «negli ultimi tempi si degnò di nascere da una Vergine». Il capo indica la gloria imperitura della sua divinità: la generazione eterna dal Padre prima di tutti i secoli, luce da luce, Dio vero da Dio vero.

La Chiesa, spiega Cromazio, comincia necessariamente con l’ungere i piedi. Se l’uomo non riconosce e non adora l’umanità del Salvatore — la carne assunta, le piaghe, la via dolorosa, la concretezza storica della Redenzione — non potrà mai elevarsi alla contemplazione della divinità che risiede nel capo:

«Noi non ci possiamo salvare se non teniamo insieme queste due verità sulla duplice natura di Cristo, che sono significate dal capo e dai piedi. Abbiamo i piedi perché crediamo all’Incarnazione dalla Vergine; abbiamo il capo perché confessiamo la sua Divinità che procede dal Padre».

La salvezza non è un concetto astratto né una filantropia sociale: non si dà senza la professione integrale dell’unione ipostatica. Omettere i piedi significa precipitare in uno spiritualismo disincarnato; omettere il capo significa degradare il Signore a un semplice maestro di morale umana.

Cromazio si sofferma infine sui capelli con cui la donna deterge i piedi del Signore. Riprendendo il Cantico dei Cantici (cfr. Ct 4,1), il santo vescovo vi vede il popolo santo della Chiesa e le sue virtù: la preghiera pura e l’ardore della carità. L’unguento della dottrina apostolica, versato sui piedi del Signore, si traduce così nelle opere concrete di pietà e di misericordia corporale e spirituale. Quando il cristiano soccorre il povero, cura il sofferente, difende l’oppresso e si spende per i fratelli, egli sta versando nardo sui piedi piagati di Cristo e li sta asciugando con la propria vita.

IV. La lezione di Cromazio all’odierna Babele: l’antidoto alle polarizzazioni estreme

Se le pagine di san Cromazio risuonano oggi con una freschezza disarmante, è perché esse colpiscono al cuore la tragedia ecclesiologica e dottrinale del nostro tempo. Sulle colonne de L’Isola di Patmos abbiamo più volte denunciato come il dramma della Chiesa contemporanea risieda nella perdita dell’armonia cattolica (l’et-et) a favore di una dialettica faziosa, ideologica e distruttiva (l’aut-aut).

Osservando la frammentazione ecclesiale odierna, emerge con solare evidenza che stiamo assistendo alla riesumazione, in vesti moderne, delle antiche eresie cristologiche: l’arianesimo che Cromazio combatté al suo tempo e il monofisismo che esplose pochi decenni dopo la sua morte. Oggi la Chiesa sembra spaccata tra due fazioni parossistiche, incapaci di comunicare se non per anatemi reciproci: i sacerdoti della pura prassi mondana da un lato e gli gnostici dell’astrazione sacrale dall’altro.

V. La deriva «orizzontalista» e neopelagiana: l’idolatria dei piedi senza il capo

Da una parte incontriamo il progressismo secolarizzato, che trasforma la Chiesa in una gigantesca organizzazione non governativa dedita al commento sociologico o all’assistenzialismo burocratico, illudendosi di edificare il Regno con le sole forze umane: un pelagianesimo di ritorno. Questa corrente, imbevuta di modernismo e sociologismo, si occupa quasi ossessivamente dei «piedi», intesi però non come l’Incarnazione del Verbo che redime la carne dal peccato, ma come una pura immanenza mondana.

Cristo viene ridotto a un nobile agitatore sociale, a un profeta dell’inclusione universale, a un Socrate palestinese la cui risurrezione diventa un mito simbolico e la cui divinità costituisce quasi un intralcio per il dialogo con il mondo. In questa prospettiva l’unguento della dottrina apostolica viene svenduto o considerato un orpello divisivo: conta solo l’azione immediata, l’accordo con lo Zeitgeist, l’adeguamento ai parametri secolari. Ma se ci si dimentica del capo — cioè della divinità consustanziale di Cristo, del suo primato assoluto, della grazia increata e del fine escatologico dell’uomo — le opere di misericordia perdono la loro fragranza divina e decadono in una sterile filantropia laicista. Senza il capo generato dal Padre, i piedi non camminano verso la Vita eterna: brancolano nel fango del relativismo.

VI. La deriva «iper-tradizionalista» e gnostica: il feticismo del capo senza i piedi

All’estremo opposto prolifera una tentazione altrettanto velenosa, benché spesso ammantata di devozione incorrotta: l’iper-tradizionalismo intellettualistico o formalista. È la fazione di coloro che, come gli antichi gnostici, pretendono di ungere esclusivamente il «capo», vagheggiando una Chiesa disincarnata, purista, ridotta a un museo di formule dogmatiche mummificate, staccate da qualsiasi viva sollecitudine per le membra sofferenti di Cristo.

In costoro la dottrina apostolica non è più l’unguento aromatico che sana le ferite dell’anima e spinge alla missione, bensì un’arma polemica per misurare l’indegnità altrui da un piedistallo di intoccabilità farisaica. Essi cadono in un monofisismo pratico: Cristo è talmente ed esclusivamente «divino», distante e ieratico, che la sua Incarnazione fatica a sporcarsi le mani con la miseria della storia umana. Dimenticando i «piedi», dimenticano la pastorale, la pazienza pedagogica, la vicinanza ai peccatori, le lacrime condivise con chi soffre il lutto e la precarietà dell’esistenza. Trascurano il fatto che la verità, se non si traduce nell’opera di misericordia e nella carità viva, non è ortodossia cattolica, ma superbia luciferina.

Conclusione: tornare al profumo della dottrina apostolica

San Cromazio ci ammonisce dal profondo dei secoli: non vi è redenzione senza la confessione piena, simultanea e indivisibile delle due nature nell’unica Persona del Verbo incarnato. Non possiamo amputare il Cristo per assecondare le mode ideologiche del momento. È questa la sola cura per quel catarismo dualistico che si annida in ognuno di noi: non lo si vince scegliendo una metà di Cristo contro l’altra, ma tornando a confessarlo intero.

La Chiesa autentica non sceglie tra la mistica e la pastorale, tra il dogma e la carità, tra la cattedra e la corsia d’ospedale. Maria di Betania compie l’atto perfetto perché comincia da dove la Chiesa deve cominciare: unge i piedi del Salvatore con l’unguento della fede apostolica e li asciuga con le virtù vive dei propri capelli, aprendo la via che sale fino al capo. La carità trae la sua linfa vitale e il suo orientamento dalla retta dottrina; la dottrina trova la sua fecondità e la sua glorificazione nel mistero vissuto della carità verso le membra di Cristo.

Contro i deliri dei progressismi che degradano il cristianesimo a moralismo politico e contro le secche dei tradizionalismi esasperati che congelano la fede in una gnosi priva di viscere di misericordia, la voce del vescovo di Aquileia si leva come un faro di equilibrio sovrannaturale. È tempo che la Chiesa ritrovi la consapevolezza della propria identità sponsale: stringersi ai piedi piagati dell’umanità del Signore con la pietà delle opere, senza mai distogliere lo sguardo adorante dal Capo glorioso che regna nei cieli, dal quale discende ogni grazia e verso il quale converge l’intera storia della salvezza.

Convento di Santa Maria Novella in Firenze, 19 ottobre 2026

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THE HEAD AND THE FEET OF CHRIST: SAINT CHROMATIUS OF AQUILEIA AGAINST THE POLARIZATIONS OF OUR TIME

Today the Church seems split between two paroxysmal factions, unable to communicate except through mutual anathemas: the priests of pure worldly praxis on one side and the gnostics of sacral abstraction on the other.

— Theologica —

Author:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Polarizations drove the geopolitical clash of the last century. Capitalism on one side, socialism on the other. When the Berlin Wall fell, we thought everything had been settled. Not so. In each of us there is a form of dualistic Catharism that drives us to feel we are the good and the pure and to set ourselves against someone else, whom we cast as the wicked and the demonic one. Nor do social networks help in this. To enter more deeply into this reflection, let us draw on the sources of an ancient Father of the Church: Saint Chromatius.

I. Aquileia at the Twilight of the Empire: The Profile of an Upright Shepherd

In Aquileia, the hinge between East and West in late-antique Roman civilization, there shone forth between the fourth and fifth centuries the gentle yet granitic figure of Saint Chromatius. Born around 335-340, raised in the bosom of that ascetic and clerical community which Jerome praised as a «choir of the blessed», he was consecrated bishop by Saint Ambrose in 388 and led his Church until his death, in 407 or the first months of 408. A friend of Rufinus of Aquileia and of Jerome himself, when the Origenist controversy divided them it was he who sought to mend their rupture: a man capable of safeguarding communion without ever bartering away dogmatic truth. The manuscript rediscoveries of the twentieth century have restored to us his liturgical sermons, rich in a lucid biblical exegesis, in which mysticism merges with the most rigorous dogmatics.

II. The Fragrance of Bethany and the Unity of the Christian Mystery

Among the most admirable pages of Chromatius’s homiletics stands the exegetical inquiry devoted to the episode of the anointing at Bethany, narrated in chapter 12 of the Gospel according to John (cf. Jn 12:1-8), in profound connection with what takes place in the preceding chapter (cf. Jn 11:33-35). It is the scene in which Mary, sister of the risen Lazarus, takes a pound of genuine nard, very costly, pours it over the feet of Jesus and dries them with her hair, while the whole house is filled with the fragrance of that balm. Chromatius reads this gesture neither with sentimentality nor with the utilitarian calculation of Judas, who wanted that perfume sold for three hundred denarii (cf. Jn 12:4-6), but according to the allegorical and typological method dear to the patristic tradition, discerning in it an extraordinarily dense synthesis of Christian dogma. He recalls first of all that it was this same Mary who brought before Jesus her grief over her brother’s death, moving the Redeemer to tears. From this detail springs a dazzling Christological insight:

«In the tears of the Lord the mystery of the Incarnation is shown; in the raising of Lazarus the power of his Divinity is proclaimed».

Mary draws from Christ tears of genuine human emotion and, immediately afterwards, offers the most sublime testimony of faith by prostrating herself at his feet to anoint them. For Chromatius, Mary is a transparent figure of the Church (figura Ecclesiae): she prefigures the immaculate Bride who renders to the Word the fullness of devotion and adoration.

Here the exegesis attains pinpoint precision. Recalling a symbolism also dear to Saint Jerome, Chromatius observes that the Roman pound is made up of exactly twelve ounces. The Church, therefore, brings to Christ the whole weight of the precious ointment because she has received right doctrine from the twelve Apostles. There is no fragrance pleasing to God that does not come from the apostolic deposit. Moreover, that ointment is composed of a harmonious blend of many choice spices: so it is with apostolic doctrine, which, while being one and indivisible in the substance of the faith, shines forth in the variety of spiritual graces, charisms and virtues that make the sweetness of Christ perceptible in the world.

The Redeemer, the bishop of Aquileia reminds us, when he deigned to empty himself by descending from the bosom of the Father to take on a mortal body, passed almost unnoticed in the eyes of the world; and yet, precisely in that kenosis, the fragrance of his Name — the Christ, that is, the «Anointed One» par excellence — filled the whole earth. And the Church could never have known or reached the Redeemer except through the objective channel of this apostolic doctrine.

III. The Head and the Feet: The Twofold Saving Confession

The theological core of Chromatius’s homily lies in the spiritual anatomy of the Lord’s body: why does the woman anoint the feet of Jesus and not his head, as Matthew and Mark relate instead (cf. Mt 26:7; Mk 14:3)? For Chromatius, the act contains a fundamental pedagogical and salvific order. The feet signify the abasement of the Incarnation: the eternal Word who touches the earth, who walks in our dust, who «in the last times deigned to be born of a Virgin». The head indicates the imperishable glory of his divinity: the eternal generation from the Father before all ages, Light from Light, true God from true God.

The Church, Chromatius explains, necessarily begins by anointing the feet. If man does not recognize and adore the humanity of the Savior — the flesh assumed, the wounds, the sorrowful way, the historical concreteness of the Redemption — he will never be able to rise to the contemplation of the divinity that dwells in the head:

«We cannot be saved unless we hold together these two truths about the twofold nature of Christ, which are signified by the head and the feet. We have the feet because we believe that he was incarnate of the Virgin; we have the head because we confess his Divinity which proceeds from the Father».

Salvation is neither an abstract concept nor a social philanthropy: it is not attained without the integral profession of the hypostatic union. To omit the feet means plunging into a disembodied spiritualism; to omit the head means degrading the Lord to a mere teacher of human morality.

Finally, Chromatius dwells on the hair with which the woman wipes the Lord’s feet. Taking up the Song of Songs (cf. Sg 4:1), the holy bishop sees in that hair the holy people of the Church and its virtues: pure prayer and the ardor of charity. The ointment of apostolic doctrine, poured out upon the Lord’s feet, is thus translated into concrete works of piety and of corporal and spiritual mercy. When the Christian helps the poor, tends the suffering, defends the oppressed and spends himself for his brethren, he is pouring nard upon the wounded feet of Christ and drying them with his own life.

IV. Chromatius’s Lesson for Today’s Babel: The Antidote to Extreme Polarizations

If the pages of Saint Chromatius resound today with disarming freshness, it is because they strike at the heart of the ecclesiological and doctrinal tragedy of our time. In the columns of L’Isola di Patmos we have repeatedly denounced how the drama of the contemporary Church lies in the loss of Catholic harmony (the et-et) in favor of a factional, ideological and destructive dialectic (the aut-aut).

Looking at today’s ecclesial fragmentation, one sees with crystal clarity that we are witnessing the exhumation, in modern garb, of the ancient Christological heresies: the Arianism that Chromatius fought in his own time and the Monophysitism that erupted a few decades after his death. Today the Church seems split between two paroxysmal factions, unable to communicate except through mutual anathemas: the priests of pure worldly praxis on one side and the gnostics of sacral abstraction on the other.

V. The «Horizontalist» and Neo-Pelagian Drift: The Idolatry of the Feet without the Head

On one side we find secularized progressivism, which turns the Church into a gigantic non-governmental organization devoted to sociological commentary or bureaucratic welfarism, deluding itself that it can build the Kingdom by human strength alone: a resurgent Pelagianism. This current, steeped in modernism and sociologism, concerns itself almost obsessively with the «feet», understood, however, not as the Incarnation of the Word who redeems the flesh from sin, but as a pure worldly immanence.

Christ is reduced to a noble social agitator, a prophet of universal inclusion, a Palestinian Socrates whose resurrection becomes a symbolic myth and whose divinity is almost an obstacle to dialogue with the world. In this perspective the ointment of apostolic doctrine is sold off or regarded as a divisive frill: all that counts is immediate action, agreement with the Zeitgeist, conformity to secular standards. But if we forget the head — that is, the consubstantial divinity of Christ, his absolute primacy, uncreated grace and the eschatological end of man — the works of mercy lose their divine fragrance and decay into a sterile secularist philanthropy. Without the head begotten of the Father, the feet do not walk toward eternal Life: they grope in the mud of relativism.

VI. The «Hyper-Traditionalist» and Gnostic Drift: The Fetishism of the Head without the Feet

At the opposite extreme there proliferates a temptation no less poisonous, though often cloaked in incorruptible devotion: intellectualist or formalist hyper-traditionalism. It is the faction of those who, like the ancient gnostics, presume to anoint only the «head», dreaming of a disembodied, purist Church, reduced to a museum of mummified dogmatic formulas, cut off from any living solicitude for the suffering members of Christ.

In them apostolic doctrine is no longer the aromatic ointment that heals the wounds of the soul and impels toward mission, but a polemical weapon for measuring the unworthiness of others from a pedestal of Pharisaic untouchability. They fall into a practical Monophysitism: Christ is so utterly and exclusively «divine», distant and hieratic, that his Incarnation struggles to get its hands dirty with the misery of human history. Forgetting the «feet», they forget pastoral care, pedagogical patience, closeness to sinners, the tears shared with those who suffer grief and the precariousness of existence. They overlook the fact that truth, if it is not translated into the work of mercy and living charity, is not Catholic orthodoxy, but Luciferian pride.

Conclusion: Returning to the Fragrance of Apostolic Doctrine

Saint Chromatius admonishes us from the depths of the centuries: there is no redemption without the full, simultaneous and indivisible confession of the two natures in the one Person of the incarnate Word. We cannot amputate Christ to pander to the ideological fashions of the moment. This is the only cure for that dualistic Catharism that lurks in each of us: it is not overcome by choosing one half of Christ against the other, but by returning to confess him whole.

The authentic Church does not choose between mysticism and pastoral care, between dogma and charity, between the professorial chair and the hospital ward. Mary of Bethany performs the perfect act because she begins where the Church must begin: she anoints the feet of the Savior with the ointment of apostolic faith and dries them with the living virtues of her hair, opening the way that rises up to the head. Charity draws its vital sap and its orientation from right doctrine; doctrine finds its fruitfulness and its glorification in the lived mystery of charity toward the members of Christ.

Against the ravings of progressivisms that degrade Christianity to political moralism and against the shoals of exasperated traditionalisms that freeze the faith into a gnosis devoid of any heart of mercy, the voice of the bishop of Aquileia rises like a beacon of supernatural balance. It is time for the Church to rediscover the awareness of her own spousal identity: to cling to the wounded feet of the Lord’s humanity with the piety of works, without ever turning her adoring gaze away from the glorious Head who reigns in heaven, from whom every grace descends and toward whom the whole history of salvation converges.

Santa Maria Novella, Florence, 19 October 2026

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LA CABEZA Y LOS PIES DE CRISTO: SAN CROMACIO DE AQUILEA CONTRA LAS POLARIZACIONES DE NUESTRO TIEMPO

Hoy la Iglesia parece dividida entre dos facciones paroxísticas, incapaces de comunicarse si no es mediante anatemas recíprocos: los sacerdotes de la pura praxis mundana por un lado y los gnósticos de la abstracción sacral por el otro.

— Theologica —

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Las polarizaciones marcaron el enfrentamiento geopolítico del siglo pasado. Capitalismo por un lado, socialismo por el otro. Caído el Muro de Berlín, pensábamos que todo estaba resuelto. Y sin embargo, no. En cada uno de nosotros hay una forma de catarismo dualista que nos empuja a sentirnos los buenos y los puros y a ponernos en contra de otro, que sería el malo y el demoníaco. Tampoco las redes sociales ayudan en esto. Para intentar adentrarnos más en esta reflexión, recurramos a las fuentes de un antiguo Padre de la Iglesia: san Cromacio.

I. Aquilea en el ocaso del Imperio: el perfil de un pastor íntegro

En Aquilea, bisagra entre Oriente y Occidente en la romanidad tardoantigua, resplandeció entre los siglos IV y V la figura apacible pero granítica de san Cromacio. Nacido hacia el 335-340, criado en el seno de aquella comunidad ascética y clerical que Jerónimo alababa como un «coro de bienaventurados», fue consagrado obispo por san Ambrosio en el 388 y guio su Iglesia hasta su muerte, en el 407 o en los primeros meses del 408. Amigo de Rufino de Aquilea y del propio Jerónimo, cuando la controversia origenista los dividió fue él quien intentó recomponer su ruptura: un hombre capaz de custodiar la comunión sin malbaratar jamás la verdad dogmática. Los redescubrimientos de manuscritos del siglo XX nos han devuelto sus sermones litúrgicos, ricos en una exégesis bíblica nítida, donde la mística se funde con la dogmática más rigurosa.

II. El perfume de Betania y la unidad del misterio cristiano

Entre las páginas más admirables de la homilética cromaciana destaca la indagación exegética dedicada al episodio de la unción de Betania, narrado en el capítulo 12 del Evangelio según san Juan (cf. Jn 12,1-8), en profunda conexión con lo que sucede en el capítulo anterior (cf. Jn 11,33-35). Es la escena en la que María, hermana de Lázaro resucitado, toma una libra de nardo auténtico, muy costoso, unge con él los pies de Jesús y se los enjuga con sus cabellos, mientras toda la casa se llena del aroma de aquel bálsamo. Cromacio lee este gesto no con sentimentalismo ni con el cálculo utilitarista de Judas, que habría querido vender aquel perfume por trescientos denarios (cf. Jn 12,4-6), sino según el método alegórico y tipológico propio de la tradición patrística, descubriendo en él una síntesis densísima del dogma cristiano. Recuerda ante todo que fue la misma María quien llevó ante Jesús el duelo por la muerte de su hermano, provocando el llanto del Redentor. De este detalle brota una fulgurante intuición cristológica:

«En las lágrimas del Señor se muestra el misterio de la Encarnación; en la resurrección de Lázaro se proclama el poder de su Divinidad».

María arranca a Cristo lágrimas de auténtica conmoción humana e, inmediatamente después, ofrece el más sublime testimonio de fe postrándose a sus pies para ungirlos. Para Cromacio, María es figura transparente de la Iglesia (figura Ecclesiae): prefigura a la Esposa inmaculada que tributa al Verbo la plenitud de la devoción y de la adoración.

La exégesis alcanza aquí una precisión milimétrica. Evocando un simbolismo apreciado también por san Jerónimo, Cromacio observa que la libra romana se compone exactamente de doce onzas. La Iglesia, por tanto, ofrece a Cristo el peso entero del ungüento precioso porque ha recibido la recta doctrina de los doce Apóstoles. No hay perfume grato a Dios que no proceda del depósito apostólico. Además, aquel ungüento está compuesto por la armoniosa combinación de múltiples aromas escogidos: así es la doctrina apostólica, la cual, aun siendo una e indivisible en la sustancia de la fe, resplandece en la variedad de las gracias espirituales, de los carismas y de las virtudes que hacen perceptible en el mundo la suavidad de Cristo.

El Redentor, recuerda el obispo de Aquilea, cuando se dignó anonadarse descendiendo del seno del Padre para asumir un cuerpo mortal, pasó casi inadvertido a los ojos del mundo; y sin embargo, precisamente en aquella kénosis, el perfume de su Nombre —el Cristo, es decir, el «Ungido» por excelencia— llenó el orbe entero. Y la Iglesia nunca habría podido conocer o alcanzar al Redentor si no a través del cauce objetivo de esta doctrina apostólica.

III. La cabeza y los pies: la doble confesión salvífica

El núcleo teológico de la homilía cromaciana reside en la anatomía espiritual del cuerpo del Señor: ¿por qué la mujer unge los pies de Jesús y no la cabeza, como en cambio refieren Mateo y Marcos (cf. Mt 26,7; Mc 14,3)? Para Cromacio, el gesto encierra un orden pedagógico y salvífico fundamental. Los pies significan el abajamiento de la Encarnación: el Verbo eterno que toca la tierra, que camina en nuestro polvo, que «en los últimos tiempos se dignó nacer de una Virgen». La cabeza indica la gloria imperecedera de su divinidad: la generación eterna del Padre antes de todos los siglos, Luz de Luz, Dios verdadero de Dios verdadero.

La Iglesia, explica Cromacio, comienza necesariamente por ungir los pies. Si el hombre no reconoce ni adora la humanidad del Salvador —la carne asumida, las llagas, la vía dolorosa, la concreción histórica de la Redención— nunca podrá elevarse a la contemplación de la divinidad que reside en la cabeza:

«No podemos salvarnos si no mantenemos unidas estas dos verdades sobre la doble naturaleza de Cristo, que están significadas por la cabeza y por los pies. Tenemos los pies porque creemos que se encarnó de la Virgen; tenemos la cabeza porque confesamos su Divinidad que procede del Padre».

La salvación no es un concepto abstracto ni una filantropía social: no se da sin la profesión íntegra de la unión hipostática. Omitir los pies significa precipitarse en un espiritualismo desencarnado; omitir la cabeza significa degradar al Señor a un simple maestro de moral humana.

Cromacio se detiene por último en los cabellos con los que la mujer enjuga los pies del Señor. Retomando el Cantar de los Cantares (cf. Cant 4,1), el santo obispo ve en ellos al pueblo santo de la Iglesia y sus virtudes: la oración pura y el ardor de la caridad. El ungüento de la doctrina apostólica, derramado sobre los pies del Señor, se traduce así en las obras concretas de piedad y de misericordia corporal y espiritual. Cuando el cristiano socorre al pobre, cuida al que sufre, defiende al oprimido y se entrega por sus hermanos, está derramando nardo sobre los pies llagados de Cristo y enjugándolos con su propia vida.

IV. La lección de Cromacio para la Babel de hoy: el antídoto contra las polarizaciones extremas

Si las páginas de san Cromacio resuenan hoy con una frescura desarmante, es porque golpean en el corazón de la tragedia eclesiológica y doctrinal de nuestro tiempo. En las columnas de L’Isola di Patmos hemos denunciado repetidamente que el drama de la Iglesia contemporánea reside en la pérdida de la armonía católica (el et-et) en favor de una dialéctica facciosa, ideológica y destructiva (el aut-aut).

Observando la fragmentación eclesial actual, resulta de una claridad meridiana que estamos asistiendo a la exhumación, con ropajes modernos, de las antiguas herejías cristológicas: el arrianismo que Cromacio combatió en su tiempo y el monofisismo que estalló pocas décadas después de su muerte. Hoy la Iglesia parece dividida entre dos facciones paroxísticas, incapaces de comunicarse si no es mediante anatemas recíprocos: los sacerdotes de la pura praxis mundana por un lado y los gnósticos de la abstracción sacral por el otro.

V. La deriva «horizontalista» y neopelagiana: la idolatría de los pies sin la cabeza

Por un lado encontramos el progresismo secularizado, que transforma la Iglesia en una gigantesca organización no gubernamental dedicada al comentario sociológico o al asistencialismo burocrático, con la ilusión de edificar el Reino con las solas fuerzas humanas: un pelagianismo redivivo. Esta corriente, impregnada de modernismo y sociologismo, se ocupa casi obsesivamente de los «pies», entendidos, sin embargo, no como la Encarnación del Verbo que redime la carne del pecado, sino como una pura inmanencia mundana.

Cristo queda reducido a un noble agitador social, a un profeta de la inclusión universal, a un Sócrates palestino cuya resurrección se convierte en un mito simbólico y cuya divinidad constituye casi un estorbo para el diálogo con el mundo. En esta perspectiva, el ungüento de la doctrina apostólica se malvende o se considera un adorno divisivo: solo cuenta la acción inmediata, la sintonía con el Zeitgeist, la adecuación a los parámetros seculares. Pero si nos olvidamos de la cabeza —es decir, de la divinidad consustancial de Cristo, de su primacía absoluta, de la gracia increada y del fin escatológico del hombre—, las obras de misericordia pierden su fragancia divina y degeneran en una estéril filantropía laicista. Sin la cabeza engendrada por el Padre, los pies no caminan hacia la Vida eterna: andan a tientas en el fango del relativismo.

VI. La deriva «hipertradicionalista» y gnóstica: el fetichismo de la cabeza sin los pies

En el extremo opuesto prolifera una tentación igualmente venenosa, aunque a menudo revestida de devoción incorrupta: el hipertradicionalismo intelectualista o formalista. Es la facción de quienes, como los antiguos gnósticos, pretenden ungir exclusivamente la «cabeza», soñando con una Iglesia desencarnada, purista, reducida a un museo de fórmulas dogmáticas momificadas, desligadas de toda viva solicitud por los miembros sufrientes de Cristo.

En ellos la doctrina apostólica ya no es el ungüento aromático que sana las heridas del alma e impulsa a la misión, sino un arma polémica para medir la indignidad ajena desde un pedestal de intocabilidad farisaica. Caen en un monofisismo práctico: Cristo es tan total y exclusivamente «divino», distante y hierático, que su Encarnación se resiste a mancharse las manos con la miseria de la historia humana. Olvidando los «pies», olvidan la pastoral, la paciencia pedagógica, la cercanía a los pecadores, las lágrimas compartidas con quien sufre el duelo y la precariedad de la existencia. Pasan por alto que la verdad, si no se traduce en la obra de misericordia y en la caridad viva, no es ortodoxia católica, sino soberbia luciferina.

Conclusión: volver al perfume de la doctrina apostólica

San Cromacio nos amonesta desde lo profundo de los siglos: no hay redención sin la confesión plena, simultánea e indivisible de las dos naturalezas en la única Persona del Verbo encarnado. No podemos amputar a Cristo para secundar las modas ideológicas del momento. Esta es la única cura para aquel catarismo dualista que anida en cada uno de nosotros: no se vence eligiendo una mitad de Cristo contra la otra, sino volviendo a confesarlo entero.

La Iglesia auténtica no elige entre la mística y la pastoral, entre el dogma y la caridad, entre la cátedra y la sala de hospital. María de Betania realiza el acto perfecto porque comienza por donde la Iglesia debe comenzar: unge los pies del Salvador con el ungüento de la fe apostólica y los enjuga con las virtudes vivas de sus cabellos, abriendo el camino que sube hasta la cabeza. La caridad extrae su savia vital y su orientación de la recta doctrina; la doctrina encuentra su fecundidad y su glorificación en el misterio vivido de la caridad hacia los miembros de Cristo.

Contra los delirios de los progresismos que degradan el cristianismo a moralismo político y contra los bajíos de los tradicionalismos exasperados que congelan la fe en una gnosis carente de entrañas de misericordia, la voz del obispo de Aquilea se alza como un faro de equilibrio sobrenatural. Es hora de que la Iglesia recupere la conciencia de su propia identidad esponsal: abrazarse a los pies llagados de la humanidad del Señor con la piedad de las obras, sin apartar jamás la mirada adorante de la Cabeza gloriosa que reina en los cielos, de la cual desciende toda gracia y hacia la cual converge toda la historia de la salvación.

Santa Maria Novella, Florencia, 19 de octubre de 2026

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Francesco d’Assisi santo mistico, non santino, è una figura molto complicata

7 Ottobre 2026/in Theologica/da Padre Ivano

FRANCESCO D’ASSISI SANTO MISTICO, NON SANTINO, È UNA FIGURA MOLTO COMPLICATA

Francesco è per la teologia, ma rassicura il suo frate che questa non deve portarlo a elucubrazioni, a intellettualismi fini a sé stessi, o a una realtà che potrebbe allontanarlo dal Signore anziché avvicinarlo, che lo elevi a livello intellettuale ma non a livello mistico-spirituale. Ecco perché Francesco si può permettere di correggere ed esortare anche un raffinatissimo teologo come Sant’Antonio da Padova; ecco perché Francesco resta figura molto complessa e complicata da capire, spiegare e trasmettere, soprattutto da seguire.

— Theologica —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF articolo formato stampa

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Questo articolo sul Padre Serafico ― che a suo modo potrebbe essere definito “reattivo” in quanto “ispirato da” ― lo devo all’espressione di uno dei vari giovani vescovi di nuova nomina, che tempo fa, rispondendo a un intervistatore, ha illustrato la propria personalità e le sue prospettive pastorali affermando che si sarebbe ispirato alla «teologia di San Francesco d’Assisi».

Indubbiamente il giovane vescovo avrà cercato di dire qualche cosa di coinvolgente, con trasporto e animo sincero, forse però ignorando che non tanto il Francescanesimo, ma lo stesso Francesco d’Assisi sono qualche cosa di parecchio complesso, per noi francescani per primi.

La redazione dei Padri de L’Isola di Patmos è anche e soprattutto luogo di spirituale confronto pastorale e di discussione teologica tra confratelli. E così, Padre Ariel e Padre Gabriele, entrambi teologi dogmatici di formazione, a me Frate minore cappuccino e presbitero francescano hanno chiesto:

«Quale sarebbe “la teologia di San Francesco”? San Francesco era forse un teologo? E da quando? A noi risulta che i teologi francescani siano stati Antonio da Padova, oggi dottore della Chiesa, che poté esercitare il magistero di teologo con il permesso di Francesco che lo dette con non poca ritrosia iniziale; Bonaventura da Bagnoregio (dottore della Chiesa) che dei teologi è patrono. Per seguire con Arlotto da Prato e Matteo d’Acquasparta, ma soprattutto il grande doctor subtilis Duns Scoto, noto anche come dottore dell’immacolata concezione di Maria».

È sempre nostro dovere spiegare con veritiero rigore storico e teologico cosa è reale e cosa surreale, cosa storicamente autentico e cosa adulterato a livello leggendario, a volte anche ideologico. Per questo è ragionevole e realistico dire che oggi, molti di coloro che si ispirano al nostro Serafico Padre, di San Francesco dimostrano di sapere veramente poco. Purtroppo i fatti dimostrano ― e lo dimostrano i fatti, non i giudizi temerari ― che più che al pauperismo certi soggetti sono molto vicini a quel poverilismo ideologico di stampo socio-politico che sia Francesco d’Assisi sia la sapienza della Chiesa hanno combattuto sin dal XIII secolo, sconfessandolo apertamente e opponendosi a un concetto di povertà che non apriva alla trascendenza e al rapporto con Dio, ma diventava una povertà violenta, accusativa e punitiva verso coloro che possedevano dei beni materiali. Esattamente quella che in epoca post-industriale e post-marxista sarà definita e indicata dai sociologi come invidia sociale.

Per essere precisi bisognerebbe parlare di vecchie eresie di ritorno, a partire da quella di Frate Dolcino, preceduto da Gherardo Segarelli e molti altri più o meno illustri facenti parte di quel movimento ereticale d’inizi XIV secolo noto come Fraticelli. Francesco, a seguire il Francescanesimo che da lui prese vita e poi forma, costituirono la più eclatante sconfessione e implicita lotta contro queste correnti ereticali, nella piena aderenza alla dottrina della Chiesa e all’obbedienza alle sue autorità costituite.

Francesco è estremamente complicato, come Santo e come uomo, pur essendo il Santo da tutti riconosciuto come più semplice, in verità è estremamente complesso. Spesso, i primi a non comprenderlo, siamo stati proprio noi francescani, che più volte lo abbiamo riciclato nel corso della storia a nostro vario uso e consumo, oppure “mitigato” e “addolcito”, come fecero in modi diversi ma di fondo simili Tommaso da Celano e Bonaventura da Bagnoregio.  

Figure complicate da comprendere e interpretare esistono da sempre nella storia della Chiesa, anche se talvolta il popolino le ha snaturate attraverso le proprie devozioni più o meno surreali. Una di queste figure, che in tal senso possiamo portare come esempio, è Padre Pio da Pietrelcina, per capire il quale è necessario interpretarne la figura alla luce della teologia mistica in cui Dio attrae a sé l’uomo nella totalità del suo essere e divenire presente e futuro. In caso contrario San Pio da Pietrelcina diverrà una figura popolare scaramantica alla cui immagine sarà riservato il posto sul tir del camionista rigorosamente meridionale, accanto alle foto erotiche del calendario dell’anno solare in corso dove spiccano le figure di dodici fotomodelle ammalianti. Dico «camionista rigorosamente meridionale» per un discorso puramente sociologico, perché quello altoatesino compie una scelta coerente: o sul proprio camion ci mette San Pio da Pietrelcina oppure il calendario erotico dell’anno solare in corso, ma non tutti e due assieme. 

San Francesco di Assisi suscita da circa nove secoli l’interesse non solo delle persone devote, ma anche di studiosi, storici, letterati, teologi e naturalmente artisti, a motivo della straordinarietà della sua esperienza di vita cristiana; una testimonianza del Vangelo che è stata capace di informare e trasformare la nostra società e, naturalmente, la Chiesa. Le povere parole che seguiranno non hanno alcuna pretesa poiché già tanti, è stato premesso, e di gran levatura culturale hanno parlato di Francesco mettendo in luce tutti gli ambiti della sua vita e la sua singolare personalità. L’intento semplice di questo scritto è quello di mettere in risalto il singolo aspetto della sua esperienza mistica, angolo di visuale attraverso il quale potrebbe anche essere letta tutta la sua esistenza di cristiano e di santo.

È lo stesso Francesco a ricordare l’inizio della sua nuova vita come un’esperienza mistica e un dono di Dio. Vent’anni dopo i fatti della sua conversione descrive nel Testamento ormai morente quell’evento, il suo cambiamento di vita, racchiudendolo entro queste poche, densissime parole:

«Il Signore concesse a me, Frate Francesco, d’incominciare così a far penitenza, poiché essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. E poi, stetti un poco, e uscii dal mondo».

Francesco non è un teologo, almeno non come siamo abituati a pensare. Non elabora una concezione sistematizzata dell’esperienza cristiana, né scrive trattati o saggi sulla fede e le sue verità. Ciononostante quando Dante, nella Divina Commedia, parla degli Ordini mendicanti e specificatamente di Francesco, l’elogio di lui viene da colui che è considerato come uno dei più grandi, se non il più grande teologo che la Chiesa abbia avuto: San Tommaso D’Aquino. D’altro canto, l’elogio di San Domenico, fondatore dell’Ordine dei Frati Predicatori, noti come domenicani, l’altro Ordine mendicante per eccellenza, verrà dalla bocca di San Bonaventura, il teologo per antonomasia dei francescani, colui che stigmatizzò per sempre l’immagine di Francesco fino a farlo apparire praticamente quasi inimitabile. Il grande poeta fiorentino, nei due canti gemelli, l’XI e il XII del Paradiso, mette dolorosamente in risalto che entrambi i movimenti hanno perso lo smalto iniziale, essendosi discostati dagli insegnamenti e dalle regole dei loro fondatori. Perciò Dante, attraverso San Tommaso, fa il racconto della vita di Francesco iscrivendolo tutto in una dimensione mistica e spirituale, come dimostra il lungo preambolo che si muove interamente nell’ambito della metafora. Parla dell’unione dell’assisiate con una donna che, nonostante le sue virtù, era rimasta sola per più di millecento anni dopo la morte del primo «marito» e nessun altro uomo aveva voluto prenderla in sposa e che per amor di lei egli, Francesco, andò incontro all’ira paterna. San Tommaso scioglierà la lunga metafora solo nella terzina dove espliciterà finalmente che i due sposi di cui parla sono Francesco e Monna Povertà.

Questo suo itinerario spirituale, fatto di incontri, abbraccio della povertà, fedeltà estrema al Vangelo e tanta preghiera, Francesco lo leggerà, lo abbiamo già accennato, come un dono del Signore. Ci sono tre verbi nel Testamento che sono a riguardo indicativi. Cinque volte ripeterà che «Dominus dedit mihi» di fare penitenza, di aver fede nelle chiese e nei sacerdoti, di avere dei fratelli e di scrivere la Regola per loro. Di seguito affermerà che sempre il Signore «revelavit mihi» quanto doveva fare e di presentarsi col saluto divenuto celebre: «Il Signore ti dia pace». Ed infine «conduxit me» fra i lebbrosi.

A tal proposito Francesco, come si sa, non offre una risposta politica alle ingiustizie sociali, al problema del male nel mondo. Non ha progetti di fattivi e concreti cambiamenti, non medita lotte e ribellioni; Francesco, per intendersi, non è né un hippy né un Che Guevara del Medioevo, né un contemporaneo di certi odierni preti cosiddetti molto sociali. Francesco risponde con la fede, quando riesce a penetrare fino in fondo, con una adesione totale e impetuosa, il sacrificio di Cristo. Cerchiamo di seguirlo nei suoi pensieri: Dio, l’Altissimo, il padrone dell’universo, di tutto il creato, ha sacrificato il Figlio unico e prediletto per non perdere la sua creatura, l’uomo, capace solo di peccare. E se Cristo che è Dio è venuto sulla terra trascinato da un immenso amore, e si è fatto povero e pellegrino, ha sofferto la fame e il freddo, il tradimento e l’abbandono degli amici, fino a dare la sua vita sulla croce pur di ridare la salvezza all’umanità, la gioia eterna del Paradiso, che altro resta da fare all’uomo se non seguire, per quanto possibile, le orme del Salvatore, il Vangelo, se non rispondere all’amore divino con il povero amore umano, cercando di amarsi l’un l’altro come fratelli? E chi, se non il povero e il derelitto, ripetendo nella sofferenza l’esperienza terrena di Cristo, può meglio capire l’ardente carità divina e accettare con gratitudine angosce e patimenti, rimettersi, come Cristo, alla volontà del Padre?

I Fioretti di san Francesco, una meravigliosa raccolta in volgare dell’ultimo quarto del Trecento di «miracoli ed esempi devoti» della sua vita, gli fanno dire, a proposito di che cosa sia la virtù della perfetta letizia:

«Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo, e volentieri per amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri, ma di Dio, onde dice l’Apostolo (Paolo, nella 1Cor 4, 7 n.d.r.): “Che hai tu, che non abbi da Dio? E se tu l’hai avuto da lui, perché te ne glorii, come se tu l’avessi da te?”. Ma nella croce della tribolazione e dell’afflizione ci possiamo gloriare, però che dice l’Apostolo (sempre Paolo, in Gal 6,14 n.d.r): Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo».

E così la croce fin dall’incontro coi lebbrosi, all’inizio della sua conversione, forma parte dell’esperienza di Francesco, del suo orizzonte spirituale. Se proprio volessimo individuare una teologia di San Francesco, potremmo definirla come una «Scientia Crucis». Egli abbraccia la croce come abbraccia il lebbroso poiché ormai ciò che era amaro gli si era tramutato in dolcezza e può udire la voce di Cristo che dalla croce lo chiama, nella chiesetta di San Damiano. Lì, il Redentore, secondo l’iconografia del Cristo trionfante, senza segni di sofferenza fisica, fissa l’osservatore con quieta dolcezza. Francesco credette che l’immagine si rivolgesse proprio a lui e gli parlasse: «Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va dunque a ripararla». Ma Francesco fraintende il significato simbolico delle parole, crede di dover salvare dalla rovina l’edificio materiale, non sospetta quale compito lo attenda: salvare l’edificio spirituale, la Chiesa. Esce tutto lieto, gli sembra che la vita abbia finalmente uno scopo. Ora sa cosa fare, le parole misteriose del precedente sogno di Spoleto, quello del palazzo e della sposa che saranno suoi, cominciano a chiarirsi; per questo, può vedere per la prima volta chi lo chiama e sentire pronunciare il proprio nome. Quello è dunque l’ordine che aspettava. E così Francesco, «munendosi col segno della croce», incominciò la sua missione.

L’afflato mistico di Francesco rintracciabile in moltissime sue opere, dalla Regola non bollata, l’Epistola ai fedeli o Le lodi del Dio Altissimo si coniugano da ora in poi con la devozione per la Croce di Cristo. Nelle Lodi conservate nella Chartula fratri Leonis leggiamo queste famosissime parole rivolte al Signore:

«Tu sei santo, o Signore, solo Dio, che compi cose meravigliose. Tu sei forte, tu sei grande, tu sei altissimo, tu sei onnipotente, tu Padre Santo, re del cielo e della terra. Tu sei trino e uno, Signore, Dio degli dei. Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene, il Signore Dio vivo e vero. Tu sei amore, carità; tu sei sapienza, tu sei umiltà, tu sei pazienza, tu sei bellezza, tu sei mansuetudine, tu sei sicurezza, tu sei quiete, tu sei gioia, tu sei nostra speranza e letizia, tu sei giustizia, tu sei temperanza, tu sei ogni nostra ricchezza in sovrabbondanza. Tu sei bellezza, tu sei mansuetudine; tu sei protettore, tu sei nostro custode e difensore, tu sei fortezza, tu sei refrigerio. Tu sei la nostra speranza, tu sei la nostra fede, tu sei la nostra carità, tu sei tutta la nostra dolcezza, tu sei la nostra vita eterna, o Signore grande e mirabile, Dio onnipotente, misericordioso salvatore».

Come pure nel capitolo terzo dei Fioretti viene narrata la profonda devozione che il Santo assisiate riservava alla Croce di Gesù:

«Viene il dì della santissima Croce, e Santo Francesco la mattina per tempo, innanzi dì, si getta in orazione dinnanzi all’uscio della sua cella, volgendo la faccia verso l’oriente, e pregava in questa forma: O Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti prego che tu mi faccia, innanzi che io muoia; la prima, che in vita mia io senta nell’anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nella ora della tua acerbissima passione; la seconda, che io senta nel cuore mio, quanto è possibile, quel grandissimo amore del quale tu, Figlio di Dio, eri acceso per sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori».

Questi aspetti della spiritualità di Francesco saranno poi figurativamente rappresentati dagli artisti, a cui si accennava all’inizio. Se ne potrebbero citare molti e fra questi il Maestro di San Francesco, il cui nome deriva da una tavola con il Santo e due angeli oggi conservata nel Museo della basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi. Di lui possiamo ricordare l’imponente crocifisso nella Basilica dedicata al Santo, in Arezzo. La Croce dipinta, riprende la tipologia del Christus Patiens, d’ispirazione bizantina, dove il dolore e la morte di Gesù sono sottolineati dalla testa reclinata sulla spalla e dal corpo inarcato. Mentre la maggior parte delle croci dipinte venivano lette dal basso verso l’alto e terminavano con un’Ascensione e un Cristo in gloria, qui il messaggio va letto dall’alto verso il basso, secondo i dettami della spiritualità francescana. Questo Cristo morente, non più Triumphans, è una novità introdotta dai francescani che coltivano l’elemento del patetico, nel senso di invito alla compassione. Ormai la parola misteriosa, depositaria del segreto del Cristianesimo, non è più «amare» ma «soffrire». Invece di apparire in piedi sulla Croce, Risorto e trionfante come in San Damiano, Gesù è raffigurato con gli occhi chiusi e la testa reclinata lateralmente su una spalla. Senza negare la resurrezione, i fedeli si affezionano di più all’Uomo della sofferenza. Il vero messaggio di questa croce è quindi che Gesù è sceso dal cielo e ha sopportato la passione inflittagli da Ponzio Pilato per gli uomini e per la loro salvezza. La devozione lascia spazio alla compassione, alla partecipazione di ciascuno alla sofferenza di Gesù. E il primo di questi devoti è proprio Francesco raffigurato sotto la croce piccolino, che poi così amava chiamarsi, il quale prende fra le mani un piede sanguinante del crocifisso e lo bacia. Un’altra opera a mio avviso capace di descrivere la «Scientia Crucis» francescana è il San Francesco che abbraccia Cristo crocifisso del Murillo. Dipinto realizzato all’incirca nel 1668 e conservato nel Museo di belle arti di Siviglia in Spagna. L’opera faceva parte di un ciclo commissionato al pittore spagnolo dai Cappuccini per una cappella della chiesa del loro convento a Siviglia. Queste opere dovevano esaltare gli elementi distintivi della spiritualità francescana. Il quadro è di una bellezza sconvolgente; commuove lo spettatore che davanti a una simile tela rimane in silenzio, come in preghiera. Il dipinto simboleggia il momento culminante della vita di Francesco: la rinuncia ai suoi beni materiali per abbracciare la vita religiosa. La composizione è armonica. Accanto alla croce, due angeli reggono un libro aperto che reca in latino il passo del Vangelo secondo Luca: «Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» (Lc 14, 25-27).

Ai piedi del Santo vi è un mappamondo, un globo terrestre; Francesco sembra allontanarlo con un piede, metafora del suo rifiuto di ogni vanità. Ma veniamo al fatto più eclatante, ed anche il più controverso almeno nelle testimonianze che lo riportano, per il quale l’afflato mistico di San Francesco si coniuga con la sua profonda devozione per la Croce di Cristo Gesù. Sto parlando dell’episodio de La Verna in Toscana, la visione del serafino e l’impressione delle stimmate. Per rendere palpabile la straordinarietà dell’evento riviviamolo attraverso le parole del biografo del Santo, Tommaso da Celano, uno che lo conobbe personalmente, il quale fu chiamato da Papa Gregorio IX a redigerne la biografia raccogliendo testimonianze sugli eventi. Anche e soprattutto su quello delle stimmate, prima che con la Legenda major San Bonaventura da Bagnoregio sostituisse le precedenti Vite, imponendone la distruzione. Come noto e risaputo Bonaventura, ministro generale dell’Ordine, fece pervenire a tutti i conventi francescani un comando preciso e tassativo: distruggere tutti i manoscritti sulla vita e le gesta del Padre Serafico. Diversi di questi manoscritti si trovavano però anche in alcune abbazie e monasteri benedettini e cistercensi, che si guardarono bene dal dare esecuzione a simile comando. È a loro che gli storici debbono grazie se da qualcuna di queste biblioteche monastiche sono stati poi dissepolti secoli dopo i manoscritti delle Vite narrate da altri autori prima di Bonaventura da Bagnoregio, considerato da taluni storici della Chiesa come il secondo fondatore, o cosiddetto ri-fondatore dell’Ordine Francescano.

Tommaso da Celano nella Vita prima conosceva certamente sui fatti de La Verna la versione di Frate Leone e ovviamente anche la lettera di Frate Elia. Il biografo non poteva permettersi di trascurare né il più caro amico del Santo e suo confessore né il potente capo dell’Ordine. Come raccordare due testimonianze così divergenti? Aggirò la difficoltà raccontando con abili aggiustamenti il miracolo delle stimmate due volte, una prima collocandolo sulla Verna, una seconda al momento dell’esposizione della salma di Francesco. Rileggiamo cosa scrive Tommaso da Celano:

«Due anni prima che Francesco morisse, passando un periodo nel romitorio che dal nome del luogo è chiamato Verna, vide in una visione mandata da Dio un uomo, quasi fosse un Serafino con sei ali, stare sopra di sé, con le mani aperte e i piedi congiunti, confitto ad una croce. Due ali salivano sopra il capo, due si stendevano al volo e due infine coprivano tutto il corpo. Vedendo questo il beato servo dell’Altissimo fu invaso da grandissimo stupore ma non riusciva a capire che cosa volesse dire quella visione. Godeva moltissimo e con grande allegrezza si allietava nel sentirsi guardare con uno sguardo benigno e dolce dal Serafino, la cui bellezza era veramente inimmaginabile, ma al tempo stesso era atterrito dall’affissione alla croce e dalla crudezza della sofferenza di lui. Così si alzò, per così dire, triste e lieto, e in Francesco si alternavano gioia e dolore. Continuava a rimuginare con ansia cosa potesse voler dire la visione, e il suo spirito era terribilmente teso a cercare di coglierne il significato. Poiché ragionando non arrivava ad alcuna interpretazione sicura e si sentiva pervaso e moltissimo agitato nel cuore dalla novità di quella visione, cominciarono ad apparire nelle mani e nei piedi i segni dei chiodi come poco prima aveva visto nell’uomo crocifisso sopra di sé. Le sue mani e i suoi piedi sembravano trafitti nel centro da chiodi: nella parte interna delle mani e su quella superiore dei piedi si vedeva la testa dei chiodi, e dalla parte opposta la punta. Quei segni erano rotondi dalla parte interna delle mani e allungati dalla parte opposta e formavano quasi una escrescenza carnosa e rilevata, come fosse la punta dei chiodi ripiegata e ribattuta. Ugualmente nei piedi erano impressi i segni dei chiodi sporgenti sul resto della carne. Anche il lato destro, quasi fosse stato trafitto da una lancia, mostrava un’ampia cicatrice che spesso emetteva sangue cosicché la tunica e i panni da gamba erano macchiati di frequente del suo santo sangue. Ah, quanti pochi finché il servo di Dio crocifisso visse, ebbero la fortuna di potere vedere la sacra ferita del costato! Ma felice Elia che mentre viveva il Santo meritò in qualche modo di vederla e non meno felice Rufino che poté almeno toccarla».

Più avanti sempre Tommaso da Celano, parlando della gioia e della mestizia delle persone e dei frati al cospetto del corpo ormai defunto del Santo così riporta:

«Pure, una gioia inaudita temperava la loro mestizia e la novità del miracolo riempiva le loro menti di straordinario stupore. Così il lutto si cambiò in canto festoso e il pianto in giubilo. Infatti mai avevano udito né letto nelle Scritture quello che ora vedevano con i loro occhi, e a stento ci avrebbero creduto se non ne avessero avuto davanti una testimonianza così probante e sicura […] Si coglieva in lui la forma della croce. Sembrava infatti appena deposto dalla croce con le mani e i piedi trafitti dai chiodi e il lato destro ferito dalla lancia. Vedevano ancora la sua carne, che prima era scura, risplendere ora di un luminoso candore e la bellezza sovrumana comprovava già il premio della beata resurrezione. Il suo volto, infine, era come quello di un angelo […] Mentre risplendeva davanti a tutti per sì meravigliosa bellezza, la sua carne si faceva sempre più luminosa. Era davvero un miracolo scorgere al centro delle mani e dei piedi non i fori dei chiodi ma i chiodi medesimi formati dalla sua stessa carne, del color scuro come il ferro e il costato a destra imporporato di sangue. E quei segni di martirio non incutevano timore e orrore a chi li vedeva, bensì conferivano decoro e ornamento, come tessere nere in un pavimento candido».

Potremmo fermarci qui e non aggiungere altro al cospetto di un così commovente racconto. Basti sottolineare che a La Verna Francesco visse infine la sua personale e straordinaria identificazione col Cristo e con questi crocifisso. Ma in quale contesto ciò avvenne? Sul finire della vita Francesco si sentiva sempre più incalzato dalla Chiesa preoccupata di normalizzare un progetto di vita cristiana, praticare la povertà e l’amore evangelici, che, se davvero attuato, sarebbe stato rivoluzionario e pericoloso per la stessa struttura ecclesiastica, se male interpetato. Si sentiva anche incompreso da una grande parte dei frati e questo aumentava il suo scoramento. Cresciuti a dismisura non tutti erano capaci di condividere scelte tanto difficili, uomini a volte di limitate virtù o troppo colti, lontani dai purissimi ideali del loro capo spirituale. Come Cristo sempre più solo al traguardo della croce, a circa quarantaquattro anni Francesco prese con sé pochissimi compagni, intimi e partecipi, e si trasferì, come sappiamo, sulla Verna, per un lungo ritiro di solitaria contemplazione. Contava di superare quella profonda crisi; chiedeva continuamente a Dio di illuminarlo, che gli indicasse come sarebbe stata la fine della sua vita. In effetti cominciò a vedere diradarsi il buio nell’anima solo quando comprese di dover rimettere alla decisione di Dio i problemi dell’Ordine e del suo futuro, sopportando, scrive Tommaso da Celano, che «si compisse in lui totalmente la misericordiosa volontà del Padre celeste». Il biografo pensa al fondatore come a un «altro Cristo» sullo sfondo del Monte degli Ulivi. Il Santo, tuttavia, avrebbe voluto almeno conoscere che fine lo attendesse, pur essendo ormai sicuro di non ribellarvisi. Un giorno, dopo avere a lungo pregato, ricorse alla triplice apertura dei Vangeli, che mostrarono sempre lo stesso passo o uno molto simile. Lo sguardo si posò: «sulla Passione di Cristo, ma solo nel tratto in cui viene predetta». Quando Tommaso da Celano scriveva questa parte dell’opera evidentemente conosceva già il seguito, sapeva che di lì a poco avrebbe raccontato dell’apparizione del Serafino e delle stimmate. Deliberatamente costruì l’episodio della triplice apertura con citazioni evangeliche che si riferiscono all’agonia di Cristo secondo Luca (22, 43-45). Cristo, al colmo della sofferenza chiede al Padre: «Allontana da me questo calice», ma comprende di dover accettare tutte le sofferenze della imminente Passione. Nel Vangelo, dopo la visione dell’angelo Gesù si sentì momentaneamente consolato; ma subito dopo ripiombò in una grande angoscia, tanto da sudare sangue. Anche Francesco è sul monte, il monte de La Verna; vede il Serafino e trova consolazione nel momento in cui accetta tutte le sofferenze che ancora lo attendono prima della morte. L’angoscia porta Cristo a sudare sangue; Francesco, scomparsa la visione del Serafino, sente così vicino il Monte degli Ulivi a tal punto che i chiodi di carne, copia dei chiodi della Croce si rendono visibili. Come tutti i grandi santi mistici anche Francesco su La Verna è immerso nel buio della cosiddetta «notte oscura», neanche supportato dal suo caro amico e compagno Leone che viveva, lui stesso, un momento di crisi. Dopo un lungo periodo di ritiro spirituale Francesco ha finalmente un’illuminazione, intravvede la soluzione: se Cristo, che è Dio, si è rimesso alla volontà del Padre, non dovrà fare altrettanto lui stesso? Si compie così quella immedesimazione col Modello che si inscrive non solo nell’animo del Santo, ma anche nella sua carne. Gesù consola Francesco e gli rivela la giustezza del suo cammino che ebbe scaturigine e prima assicurazione dall’altra croce, quella di San Damiano; e gli fa dono anche del suo amore, adesso nel momento terminale della sua vita ed esperienza cristiana. Da questa conoscenza profonda, non intellettuale, ma mistica, della croce di Cristo sgorgheranno dal cuore di Francesco quelle parole che sopra abbiamo riportato e qui condensiamo. Testimonianza di quella «scientia» del mistero cristiano che ci fa ancora oggi emozionare per il modo come Francesco l’ha compresa e vissuta:

«Tu sei amore, carità; tu sei sapienza, tu sei umiltà, tu sei pazienza, tu sei bellezza, tu sei mansuetudine, tu sei sicurezza, tu sei quiete, tu sei gioia, tu sei nostra speranza e letizia, tu sei giustizia, tu sei temperanza, tu sei ogni nostra ricchezza in sovrabbondanza».

In una lettera di Francesco ad Antonio da Padova in cui si rivolge a lui chiamandolo «Frate Antonio mio vescovo» diceva:

«Fai pure teologia, ma attenzione che questa non spenga lo spirito di orazione e di contemplazione».

Francesco è per la teologia, ma rassicura il suo frate che questa non deve portarlo a elucubrazioni, a intellettualismi fini a sé stessi, o a una realtà che potrebbe allontanarlo dal Signore anziché avvicinarlo, che lo elevi a livello intellettuale ma non a livello mistico-spirituale. Ecco perché Francesco si può permettere di correggere ed esortare anche un raffinatissimo teologo come Sant’Antonio da Padova; ecco perché Francesco resta figura molto complessa e complicata da capire, da spiegare e trasmettere, soprattutto da seguire. Anche per questo non è facile parlare di «teologia di San Francesco».

 

Sanluri, 17 luglio 2024

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