Le parole sono importanti
LE PAROLE SONO IMPORTANTI
Oggi nella Chiesa si abita di tutto, si va dall’abitare le inquietudini del tempo e le relazioni fino — e questa è un’espressione che piace tantissimo — ad abitare la complessità, o come cantava Mina: «Parole soltanto parole, parole tra noi».
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Autore
Monaco Eremita
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Ogni ambiente umano si esprime con un proprio linguaggio, che se da un lato è utile a comunicare e a preservare la propria identità, dall’altro rischia di precludere l’accesso ai non iniziati, rasentando addirittura l’autoreferenzialità.

I linguisti e i sociologi studiano da tempo il fenomeno, che per alcuni versi è esperibile anche ai profani: basta venire a contatto con qualcuno di questi ambienti per riconoscere un determinato uso della lingua con il suo correlato frasario. Prendiamo ad esempio il mondo del marketing. Chi sente parlare gli esperti di questo settore ascolterà un profluvio di anglicismi come target, mindset, performance, adottati non da ultimo per darsi un tono professionale. Perfino le mode si avvicendano: il meeting, che per molti evoca ormai soltanto l’annuale Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, ha ceduto il passo alla call, che abbiamo imparato a usare a motivo del Covid, quando molti sono stati costretti a lavorare da remoto o, come si dice oggi, in smart working. Fare una call, entrare in call, vederci in call è divenuto un modo abituale di dire e di rapportarsi.
A parte questi aspetti laterali del parlare quotidiano, al centro rimane il fatto che più gli ambienti sono chiusi, più il linguaggio rimane comprensibile ai soli iniziati, a coloro cioè che fanno parte del gruppo e condividono lo stesso verbo. Capita anche nella Chiesa. Se per il linguaggio usato e compreso nei partiti e dai loro rappresentanti esiste una definizione, il politichese, ne è stata coniata una anche per quello di coloro che frequentano il mondo ecclesiale: l’ecclesialese. Sull’argomento sono uscite diverse pubblicazioni e qualche articolo di giornale, poiché l’ecclesialese, tutt’altro che in declino, si è diffuso in modo sotterraneo ma dilagante. Qualcuno lo ha definito:
«Debole nei contenuti e nel pensiero, rigido con la sua schematica ripetitività ma in realtà flessibile nel piegarla alle contingenze più banali, prono agli slogan e sensibile all’effimero; insomma, “liquido” quanto basta per adattarsi perfettamente alle esigenze dell’“uomo di mondo” (e di potere) clericale»¹.
Così accade che alla parola «ateo» si preferisca la più innocua «non credente». «Amare il prossimo» si può dire, ma suona meglio «fare esercizio di prossimità». I «desiderata» o i «programmi» di un vescovo e dei suoi collaboratori, meglio chiamarli «orientamenti» e «piano pastorale». E i risultati delle iniziative adottate? Definiti, naturalmente, «ricadute pastorali». La dottrina, il catechismo? Parole desuete: meglio parlare di «percorso di iniziazione cristiana». Sembrano battute, ma è proprio così.
Anche le parole dell’ecclesialese hanno le loro stagioni. Qualcuno ricorderà che in un passato non molto lontano andava di moda il termine «discernimento», che poteva essere degli spiriti o dei carismi: si potevano discernere le situazioni, le vocazioni e ogni genere di cosa. Quando don Luigi Ciotti, fondatore a Torino del Gruppo Abele e poi di Libera, iniziò a usare spesso l’espressione «fare fatica», presto questa dizione si diffuse anche negli ambienti ecclesiali dediti al sociale e alla carità, per indicare quelle persone che appunto fanno fatica a trovare soldi, lavoro, un tetto e stabilità in una vita della quale vivono ai margini. C’è stato poi un tempo in cui non si parlava che di progetti, che naturalmente potevano essere educativi, formativi o pastorali: qualcuno ricorda il progetto culturale della Chiesa italiana, così in voga negli anni Novanta del secolo scorso? Infine sulla scena piombò Papa Francesco che, come coniatore di slogan divenuti di tendenza nel linguaggio ecclesiale, fu davvero imbattibile. Solo pochi giorni fa ho udito l’omelia di un arcivescovo italiano che nel suo incipit richiamava le «periferie esistenziali», un’espressione che ha avuto una certa fortuna.
Ma qual è la parola che oggi va più di moda nella Chiesa, almeno in quella italiana o perlomeno in una parte di essa? Vado a spanne, poiché una ricerca dettagliata richiederebbe molto tempo e dedizione. Eppure a me sembra che il termine più ricorrente sia «abitare». Oggi nella Chiesa si abita di tutto, si va dall’abitare le inquietudini del tempo e le relazioni fino — e questa è un’espressione che piace tantissimo — ad abitare la complessità, o come cantava Mina: «Parole soltanto parole, parole tra noi».
Un amico sacerdote mi ha inviato il dépliant, che una volta si diceva programma, della festa in onore del patrono della sua parrocchia e fra le varie iniziative scorgo una conferenza dal titolo: Abitare la storia. Per avere la riprova di questa mia convinzione ho aperto la pagina web di una rivista di informazione religiosa e, digitando la parola «abitare» nella casella di ricerca, sono saltati fuori decine di articoli che avevano tutti quel termine nel titolo. Così ho scoperto che si possono abitare le ferite, le frontiere, i confini, la speranza, la tensione, l’arte, di nuovo il mondo e le relazioni, il vuoto del cuore e per fortuna anche lo sguardo di Cristo.
«Quando è moda è moda», cantava Giorgio Gaber nel 1978, in un brano del suo famoso album Polli d’allevamento. Ma che cosa si può fare allora per non essere omologati, proprio come animali in batteria, usando tutti lo stesso frasario e le medesime parole solo perché in quel momento sono quelle che tirano di più o perché le ha usate una volta il tizio famoso? Non sono un esperto, quindi per non sbagliare miro in alto e mi viene in mente il modo di parlare di Gesù, il suo linguaggio.
In un’intervista rilasciata ormai molti anni fa, al regista e intellettuale Pier Paolo Pasolini fu chiesto chi fosse Gesù per lui. Egli rispose:
«Come archetipo di ogni possibile rapporto con il mondo è il più alto che io conosca» (cfr. qui).
Ma subito dopo precisava che questo era vero per lui, nato negli anni Venti del secolo scorso e cresciuto, per parte di madre, nel mondo contadino del Friuli, legato alla terra e ancora capace di comprendere le metafore agricole del Vangelo. Il mondo moderno, i giovani soprattutto, non le capirebbero più; l’edonismo dilagante già ai suoi tempi riterrebbe perfino le beatitudini delle realtà aliene. Senza nulla togliere alla graffiante disanima del regista de Il Vangelo secondo Matteo, ciò che emerge dalla lettura dei Vangeli non è tanto il cosa — di che cosa appunto doveva parlare Gesù ai suoi tempi, se non di pecore e di pastori, di semi e di alberi o di una donna che spazza la casa? — quanto il come. Egli prende la materia del mondo che lo circonda e la porge in una maniera assolutamente nuova, tanto che le stesse guardie inviate ad arrestarlo sono costrette a dire: «Mai un uomo ha parlato così!» (Gv 7,46). Perfino le sue interpretazioni della Scrittura, pur muovendosi tutte dentro l’ambiente culturale e religioso giudaico del tempo, si distinguono per l’originalità delle soluzioni e delle proposte: «Avete inteso che fu detto […] Ma io vi dico» (cfr. Mt 5,21-48). Così molti stavano ad ascoltarlo soppesando e ricordando ogni parola: fra tanti anche i capi e i responsabili religiosi, con i quali dialogava pur scontrandosi. Perfino il diavolo, sorpreso dalle sue risposte, preferì prendere tempo e tornare in un momento più opportuno, per lui (cfr. Lc 4,13).
Questa modalità di Gesù ritengo debba illuminare il nostro parlare: nel suo non si ascoltano mai slogan o frasi fatte e, se cita un proverbio tradizionale, lo fa per comunicare un di più di senso senza perdersi in verbosità. Eppure Gesù non aveva studiato alla Sorbona. Ed è proprio la Sorbona a dare il titolo a un celebre articolo che il domenicano François-Paul Dreyfus pubblicò nel 1975 sulla Revue Biblique, la rivista dell’École biblique di Gerusalemme, mettendo a confronto l’esegesi biblica praticata in ambito universitario e quella teologica e spirituale coltivata in seno alla Chiesa²: la prima allineata sul versante storico-critico e di carattere scientifico, la seconda meno accademica, ma volta a nutrire spiritualmente i credenti di oggi. L’autore auspicava che i due mondi riuscissero a incontrarsi; ed è lo stesso rischio di cui si è detto all’inizio: ogni ambiente, chiuso nel proprio linguaggio, finisce per parlare soltanto ai propri iniziati. Ma la Parola che entrambi i mondi studiano è uscita dalla bocca di chi non aveva neppure un dottorato in teologia a Tubinga, come invece, sia pure honoris causa, l’Anticristo del celebre racconto di Soloviev. Ciononostante, la sua parola era bella. Quando il servo del sommo sacerdote lo schiaffeggia, Gesù risponde: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?» (Gv 18,23); e quel «bene» nel greco del Vangelo è kalōs, che significa insieme bene e bellamente.
Se Gesù ci apparisse un esempio troppo alto da emulare, potremmo almeno guardare a Francesco di Assisi, un altro che non aveva titoli né cultura raffinata, eppure a ottocento anni esatti dal suo transito, avvenuto la sera del 3 ottobre 1226, continua a essere presente nel mondo. È forse il santo più universale, nel quale riescono a riconoscersi anche uomini di altre tradizioni spirituali e il cui esempio parla perfino a persone non religiose. Non molti sanno che amava parlare francese pur non conoscendolo benissimo. Ce lo fa sapere la Leggenda dei tre compagni, attribuita a Leone, Rufino e Angelo, con una piccola involontaria civetteria da parte di chi, come Rufino, cugino di Chiara, proveniva da ben altra estrazione e formazione: «Parlava volentieri questa lingua sebbene non fosse in grado di usarla correttamente»³. Il santo amava esprimersi in francese soprattutto all’inizio del suo cambiamento di vita⁴, per testimoniare il nuovo modo di stare al mondo. In questa lingua chiedeva l’elemosina, rispondeva al fratello di sangue Angelo che lo prendeva in giro incontrandolo in Assisi e soprattutto esprimeva la sua gioia e le lodi a Dio Altissimo. In seguito, Francesco non abbandonò questa predilezione per il francese, ma a quanto pare la riservò ai momenti di solitudine. Nella comunicazione in pubblico si sforzò piuttosto, nel tempo, di dare al suo volgare umbro la qualità e la dignità di una lingua letteraria e spirituale, come dimostra il Cantico di frate Sole. Il francese, lingua di prestigio delle corti e della cavalleria, gli era servito per segnare una rottura; per farsi capire da tutti scelse invece la lingua di tutti, dandole bellezza. E adottò un saluto nuovo, che egli stesso afferma di aver ricevuto dal Signore: «Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: Il Signore ti dia la pace!»⁵. La formula era così particolare e inconsueta per l’epoca da turbare per la sua novità, al punto che alcuni frati si vergognavano a pronunciarla⁶.
Piccoli accenni per sottolineare, tornando al nostro argomento, che non sarebbe poi così difficile trovare parole e linguaggi che le persone, anche le più umili, siano capaci di intendere quando si parla delle cose della fede, della Chiesa e di come questa si pone nel mondo, senza la necessità di ricorrere a frasi fatte, a espressioni standard o alla moda del momento. Certo occorrono sensibilità e grandezza d’animo, come fu per Francesco, ma anche cultura, buone letture, capacità di dare dignità al proprio linguaggio mettendoci cura e attenzione.
«Le parole sono importanti!», gridava Nanni Moretti in una famosa scena del suo film Palombella rossa. E lo sono anche e soprattutto per chi è stato chiamato a essere servitore di una Parola più grande.
Dall’Eremo, 23 ottobre 2026
NOTE
¹ R. Beretta, Il nuovo piccolo ecclesialese illustrato, Milano 2013.
² F.-P. Dreyfus, Exégèse en Sorbonne, exégèse en Église, in Revue Biblique 82 (1975), pp. 321-359.
³ Leggenda dei tre compagni, 10, in Fonti Francescane, p. 800.
⁴ S. Piron, Francesco e i suoi fratelli. Una biografia, Sellerio, Palermo 2026, p. 75.
⁵ Francesco d’Assisi, Testamento, 23.
⁶ Compilazione di Assisi, 101, in Fonti Francescane, p. 968.
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