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A difícil mas possível marcha dos santos na canção dos negros de Nova Orleans - A difícil mas possível marcha dos santos na canção dos negros de Nova Orleans

31 Outubro 2026/dentro Catequese/de Pai de Ariel

italiano, Inglês, Espanhol

 

LA DIFFICILE MA POSSIBILE MARCIA DEI SANTI NEL CANTO DEI NEGRI DI NEW ORLEANS

La santità non è il premio riservato a chi non ha mai sbagliato, ma il punto d’arrivo di chi non ha mai smesso di lasciarsi raggiungere da Dio.

— Catechesi —

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Autor

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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artigo em formato de impressão PDF – formato de impressão do artigo – artigo em formato impresso

 

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A New Orleans, nei primi decenni del Novecento, i funerali avevano un rito tutto loro. La banda accompagnava il feretro verso il cimitero a passo lento, suonando marce funebri. Al ritorno, sepolto il defunto, la stessa banda attaccava a ritmo pieno un vecchio spiritual dei negri d’America: Quando os santos estiverem marchando.

Chi vi assisteva per la prima volta poteva scambiarlo per irriverenza. Era invece una professione di fede suonata con tromba e trombone: la morte non ha l’ultima parola. Reso celebre in tutto il mondo da Louis Armstrong nel 1938, il brano è divenuto tanto familiare da essere cantato negli stadi e nelle feste, dimenticandone del tutto l’origine. Il suo ritornello dice:

«Oh, when the saints go marching in, / Oh Lord, I want to be in that number, / when the saints go marching in» ("Oh, quando i santi entrano in corteo, / homem, voglio essere in quel numero, / quando i santi entrano in corteo»).

Due parole meritano attenzione. La prima è «dentro». I santi non sfilano per le strade come una parata qualsiasi: entrano, varcano la soglia della Gerusalemme celeste. La seconda è «that number», quel numero. Gli schiavi e i figli degli schiavi che cantavano questo spiritual conoscevano la Bibbia meglio di non pochi teologi: quel numero è quello dell’Apocalisse, dove dopo i 144.000 appare «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (Ap 7,9). È la prima lettura della Messa di Ognissanti. In un canto nato tra i negri ridotti in schiavitù e poi discriminati dalla segregazione razziale, ai quali veniva negata perfino la dignità di persone, la speranza aveva i tratti precisi della liturgia della Chiesa: entrare in quel numero.

Una chiamata rivolta a tutti

"Sede santos, por que eu, o senhor, seu Deus, Sou santo " (Nível 19,2). «Voi, assim, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (MT 5,48). «Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione» (1Ts 4,3). La Scrittura non conosce una santità per pochi specialisti dello spirito, né una carriera riservata a chi indossa un abito religioso. Il Concilio Vaticano II lo ha ribadito senza ambiguità: «tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carit໹. È una santità che non abita soltanto nei chiostri e sugli altari, ma nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle corsie degli ospedali, dovunque un uomo o una donna vivono con fedeltà, dia a dia, ciò che Dio ha loro affidato.

Se la santità fosse qualcosa di irraggiungibile, Dio ci avrebbe comandato l’impossibile. E Dio non prende in giro le sue creature.

Che cosa è davvero la santità

Nell’immaginario comune la santità coincide con l’impeccabilità, con i prodigi, con le estasi, con i digiuni prolungati oltre ogni ragionevolezza. Tutte cose che possono accompagnare la vita di un santo, ma che non ne costituiscono l’essenza. San Tommaso d’Aquino lo dice con la consueta sobrietà: la perfezione della vita cristiana consiste essenzialmente nella carità². Il santo non è anzitutto colui che non ha peccato, ma colui che ha amato Dio e il prossimo fino in fondo, lasciando che la grazia lavorasse in lui fino a trasformarlo.

Questo non significa che la santità sia una conquista morale, il frutto di una ginnastica della volontà. È anzitutto un dono che Dio offre e che l’uomo è chiamato ad accogliere. Ma l’accoglienza non è passività: «Il cammino della perfezione passa attraverso la croce. Non c’è santità senza rinuncia e senza combattimento spirituale»³. La santità non è il premio riservato a chi non ha mai sbagliato, ma il punto d’arrivo di chi non ha mai smesso di lasciarsi raggiungere da Dio.

Basta scorrere le vite di non pochi santi per rendersene conto: Agostino d’Ippona visse per anni con una concubina, dalla quale ebbe un figlio, Adeodato, prima di arrendersi alla grazia. Maria Egiziaca, de acordo com Vita scritta da Sofronio di Gerusalemme, si prostituì per diciassette anni ad Alessandria d’Egitto⁴. Margherita da Cortona fu per circa dieci anni l’amante di un giovane nobile di Montepulciano, al quale diede un figlio. Mosè l’Etiope, prima di diventare uno dei grandi Padri del deserto, era stato capo di una banda di briganti. Camillo de Lellis, soldato di ventura, era schiavo del gioco d’azzardo al punto da perdere tutto ciò che possedeva, fino alla camicia. Ignazio di Loyola, per sua stessa ammissione, fino a ventisei anni fu un uomo dedito alle vanità del mondo⁵. Charles de Foucauld, giovane ufficiale di cavalleria, si fece notare più per i bagordi e le amanti che per la disciplina. Bartolo Longo, prima di fondare il santuario di Pompei, frequentò i circoli spiritisti di Napoli fino a dichiararsi consacrato sacerdote di Satana; Leone XIV lo ha proclamato santo nel 2025. Nessuno di loro nacque santo. Tutti lo diventarono, passando non accanto al peccato, ma attraverso di esso, finché la grazia non li raggiunse e non li trovò, Finalmente, disposti a lasciarsi raggiungere.

Dai martiri ai confessori

Nei primi secoli i santi venerati dalla Chiesa erano i martiri. Sulle loro tombe si celebrava l’Eucaristia nel giorno anniversario della morte, nomeado dies natalis, giorno della nascita al cielo. Il sangue versato per Cristo era il segno inequivocabile della santità. Ma quando con la pace di Costantino le persecuzioni cessarono, si pose una domanda nuova: si può essere santi senza versare il sangue? La risposta ha un nome: Martino di Tours, soldado, Mônaco, bispo, morreu em 397. Fu tra i primi, se non il primo, in Occidente a ricevere un culto pubblico pur non essendo martire. Il suo biografo Sulpicio Severo lo spiegò così:

«Sebbene la condizione dei tempi non abbia potuto offrirgli il martirio, egli non sarà privo della gloria del martire, perché con il desiderio e con la virtù poté e volle essere martire»⁶.

Nasceva così la figura del «confessore», colui che testimonia Cristo non con la morte violenta, ma con il dono quotidiano della vita. Va detto, per esattezza storica, che al tempo di Martino la canonizzazione non esisteva: il culto nasceva dal basso, dalla fama di santità presso il popolo e dall’approvazione del vescovo locale. La prima canonizzazione formale pronunciata da un Romano Pontefice è quella di Ulrico di Augusta, proclamato santo da Giovanni XV nel 993.

Santi non si nasce

Nel corso dei secoli abbiamo idealizzato i santi fino a renderli inimitabili. Quel simpatico e fantasioso domenicano che fu Jacopo da Varazze, arcivescovo di Genova, em seu Legenda aurea racconta senza alcun timore di cadere nel ridicolo che San Nicola, ancora lattante, il mercoledì e il venerdì prendeva il latte materno una sola volta al giorno, per osservare il digiuno⁷. Un neonato già osservante del calendario penitenziale, em conclusão. L’agiografia barocca ha moltiplicato santi che fin dalla culla mostravano virtù eroiche e i santini devozionali hanno fatto il resto, consegnandoci figure angelicate, dagli occhi rivolti al cielo, senza un’ombra di lotta interiore. Il risultato è stato paradossale: proprio perché perfetti fin dall’inizio, i santi sono divenuti modelli da ammirare a distanza, non da imitare. E così ci siamo sentiti dispensati dal provarci, proprio grazie ai vari Jacopo da Varazze.

La realtà è ben diversa. Paolo di Tarso perseguitava la Chiesa entrando nelle case e trascinando in carcere uomini e donne (cf.. No 8,3) e fino alla fine si definì il primo dei peccatori (cf.. 1TM 1,15). Francisco de Assis, prima di abbracciare madonna Povertà, era il re delle gozzoviglie della gioventù assisana⁸. I santi non nacquero tali: lo diventarono, spesso dopo lunghi anni vissuti anche nei peccati più gravi.

Ciò che molti non sanno, o forse non ricordano, è che il primo santo proclamato tale fu un criminale condannato a morte. Crocifisso accanto a Gesù, a differenza dell’altro malfattore che lo insultava, gli si rivolse dicendo: "Jesus, lembre-se de mim quando você entrar no seu reino ". E Jesus lhe respondeu: "Em verdade te digo:: hoje comigo você estará no paraíso" (LC 23,42-43). Se mai c’è stata una canonizzazione, la celebrò Cristo stesso, dalla croce, senza processo, senza postulatore e senza miracoli accertati. Il dettaglio più sorprendente è un altro: secondo Matteo e Marco, anche quel ladrone, a princípio, insultava Gesù insieme al suo compagno (cf.. MT 27,44; MC 15,32). Il santo che la tradizione chiamerà Disma⁹ è venuto fuori da chi, fino a poco prima, bestemmiava. È tutta la teologia della grazia racchiusa in pochi istanti: nessuno è troppo lontano per essere raggiunto, neppure all’ultimo respiro.

L’esercito senza nome

La festa di Ognissanti ha una storia lunga. Dentro 609 il Pontefice Bonifacio IV dedicò il Pantheon di Roma alla Vergine Maria e a tutti i martiri. Nel secolo successivo Gregorio III consacrò nella Basilica di San Pietro un oratorio a tutti i santi e fissò la celebrazione al 1° novembre, data che Gregorio IV estese poi a tutta la Chiesa nell’835.

Ma il senso profondo di questa solennità sfugge a molti. Non è anzitutto la festa dei santi canonizzati e inseriti nel calendario, ciascuno dei quali ha già il proprio giorno. È la festa di quella «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare» (Ap 7,9): l’esercito sterminato di santi ignoti che nessun Dicastero delle Cause dei Santi ha mai esaminato, né mai esaminerà. La nonna che ha recitato il rosario ogni sera per un nipote lontano dalla fede. Il padre di famiglia che ha lavorato onestamente per quarant’anni senza mai rubare un euro. Il parroco di un paese di montagna dimenticato da tutti, fuorché da Dio. Il malato che ha offerto la propria sofferenza senza farne un vessillo. Nessuno di loro avrà una statua, uma imagem, una festa. Eppure sono loro, in grandissima parte, «quel numero».

Lo scrittore francese Léon Bloy chiuse uno dei suoi romanzi con una frase rimasta celebre: «Non c’è che una tristezza, quella di non essere santi»¹⁰. Ognissanti ci ricorda che questa tristezza non è una condanna, perché la porta resta aperta fino all’ultimo istante, come ha sperimentato quel ladrone sulla croce. La marcia dei santi è difficile, nessuno lo nega. Ma è possibile, perché a camminare davanti a noi non c’è un modello irraggiungibile, ma una folla innumerevole di uomini e di donne che, peccatori come noi, si sono lasciati salvare.

Quando la banda di New Orleans tornava dal cimitero, la gente scendeva per le strade e si univa al corteo ballando. Non si limitava ad ascoltare: entrava nella fila. È questo l’invito di Ognissanti. E la preghiera più sincera che possiamo rivolgere a Dio in questo giorno è forse proprio quella dello spiritual dei negri d’America: «Oh Lord, I want to be in that number»: homem, voglio essere in quel numero.

Da ilha de Patmos, 1novembro 2026

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NOTA

¹ Concilio Ecumenico Vaticano II, Constituição dogmática na igreja A luz, n. 40.

² Cfr. Tomás de Aquino, PERGUNTA, II-II, q. 184, uma. 1.

³ Catecismo da Igreja Católica, n. 2015.

⁴ Cfr. Sofronio di Gerusalemme, Vita di Santa Maria Egiziaca.

⁵ Cfr. Ignazio di Loyola, Autobiografia, n. 1.

⁶ Sulpicio Severo, Carta (II), 9. Traduzione nostra.

⁷ Cfr. Jacopo da Varazze, Legenda aurea, boné. «San Nicola».

⁸ Cfr. Tomás de Celano, Vita prima di San Francesco, eu, 1-2.

⁹ Il nome compare nel Vangelo di Nicodemo (o Atos de Pilatos), 10, scritto apocrifo.

¹⁰ L. Bloy, La femme pauvre (1897), ultima pagina.

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THE DIFFICULT YET POSSIBLE MARCH OF THE SAINTS IN THE SONG OF THE NEGROES OF NEW ORLEANS

Holiness is not a prize reserved for those who have never gone wrong, but the destination of those who have never stopped letting God reach them.

— Catechesis —

Autor

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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In New Orleans, in the early decades of the twentieth century, funerals had a ritual all their own. The band accompanied the coffin to the cemetery at a slow pace, playing funeral marches. On the way back, once the deceased had been buried, the same band would strike up, at full tempo, an old Negro spiritual: Quando os santos estiverem marchando. Anyone witnessing it for the first time might have mistaken it for irreverence. It was instead a profession of faith played on trumpet and trombone: death does not have the last word. Made famous throughout the world by Louis Armstrong in 1938, the song has become so familiar that it is sung in stadiums and at parties, its origin entirely forgotten. Its refrain goes:

"Oh, when the saints go marching in, / Oh Lord, I want to be in that number, / when the saints go marching in».

Two words deserve attention. The first is «in». The saints do not file through the streets like any ordinary parade: they go in, they cross the threshold of the heavenly Jerusalem. The second is «that number». The slaves and the children of slaves who sang this spiritual knew the Bible better than not a few theologians: that number is the one in the Book of Revelation where, after the hundred and forty-four thousand who were sealed, there appears «a great multitude, which no one could count, from every nation, race, pessoas, and tongue» (Rotação 7:9). It is the first reading of the Mass of All Saints. In a song born among Negroes held in slavery and later discriminated against under racial segregation, who were denied even the dignity of persons, hope bore the precise features of the Church’s liturgy: to enter that number.

A call addressed to all

«Be holy, for I, the LORD your God, am holy» (Lev 19:2). «So be perfect, just as your heavenly Father is perfect» (MT 5:48). «This is the will of God, your holiness» (1 Thes 4:3). Scripture knows no holiness for a few specialists of the spirit, nor a career reserved for those who wear a religious habit. The Second Vatican Council restated this without ambiguity: «all the faithful of Christ of whatever rank or status, are called to the fullness of the Christian life and to the perfection of charity»¹. It is a holiness that dwells not only in cloisters and on altars, but in homes, in workplaces, in hospital wards, wherever a man or a woman lives out faithfully, day after day, what God has entrusted to them.

If holiness were something unattainable, God would have commanded us to do the impossible. And God does not make fools of his creatures.

What holiness really is

In the popular imagination, holiness is identified with sinlessness, with miracles, with ecstasies, with fasts prolonged beyond all reason. All things that may accompany the life of a saint, but that do not constitute its essence. Saint Thomas Aquinas puts it with his usual sobriety: the perfection of the Christian life consists essentially in charity². The saint is not first of all the one who has never sinned, but the one who has loved God and neighbour to the very end, letting grace work in him until it transformed him.

This does not mean that holiness is a moral achievement, the fruit of some gymnastics of the will. It is first of all a gift that God offers and that man is called to receive. But receiving is not passivity: «The way of perfection passes by way of the Cross. There is no holiness without renunciation and spiritual battle»³. Holiness is not a prize reserved for those who have never gone wrong, but the destination of those who have never stopped letting God reach them.

One need only glance through the lives of not a few saints to see this. Augustine of Hippo lived for years with a concubine, by whom he had a son, Adeodatus, before surrendering to grace. Mary of Egypt, according to the Life written by Sophronius of Jerusalem, lived as a prostitute in Alexandria for seventeen years⁴. Margaret of Cortona was for some ten years the mistress of a young nobleman of Montepulciano, to whom she bore a son. Moses the Ethiopian, before becoming one of the great Desert Fathers, had been the leader of a band of brigands. Camillus de Lellis, a soldier of fortune, was so enslaved to gambling that he lost everything he owned, down to the shirt on his back. Ignatius of Loyola, by his own admission, was until the age of twenty-six a man given to the vanities of the world⁵. Charles de Foucauld, as a young cavalry officer, was known more for his carousing and his mistresses than for his discipline. Bartolo Longo, before founding the shrine of Pompeii, frequented the spiritualist circles of Naples to the point of declaring himself consecrated a priest of Satan; Leo XIV proclaimed him a saint in 2025. None of them was born a saint. All of them became saints, passing not alongside sin but through it, until grace reached them and found them, at last, willing to let themselves be reached.

From martyrs to confessors

In the first centuries the saints venerated by the Church were the martyrs. The Eucharist was celebrated over their tombs on the anniversary of their death, called the dies natalis, the day of their birth into heaven. Blood shed for Christ was the unmistakable sign of holiness. But when the persecutions ceased with the Peace of Constantine, a new question arose: can one be a saint without shedding one’s blood? The answer has a name: Martin of Tours, soldier, monk and bishop, who died in 397. He was among the first, if not the very first, in the West to receive public veneration without having been a martyr. His biographer Sulpicius Severus explained it thus:

«Although the circumstances of his time could not offer him martyrdom, he will not lack the glory of a martyr, because by desire and by virtue he both could have been and wished to be a martyr»⁶.

Thus was born the figure of the «confessor», one who bears witness to Christ not by a violent death but by the daily gift of his life. For the sake of historical accuracy, it should be said that canonisation did not exist in Martin’s day: veneration arose from below, from a reputation for holiness among the people and from the approval of the local bishop. The first formal canonisation pronounced by a Roman Pontiff was that of Ulrich of Augsburg, declared a saint by John XV in 993.

Saints are not born

Over the centuries we have idealised the saints to the point of making them inimitable. That likeable and imaginative Dominican, Jacopo da Varazze, archbishop of Genoa, relates in his Golden Legend, without the slightest fear of looking ridiculous, that Saint Nicholas, while still a nursing infant, took his mother’s milk only once a day on Wednesdays and Fridays, so as to keep the fast⁷. A newborn already keeping the penitential calendar, resumidamente. Baroque hagiography multiplied saints who displayed heroic virtue from the cradle, and devotional holy cards did the rest, handing down to us angelic figures with eyes turned heavenwards and not a shadow of inner struggle. The result was paradoxical: precisely because they were perfect from the start, the saints became models to be admired from afar, not imitated. And so we felt excused from even trying, thanks precisely to the likes of Jacopo da Varazze.

The reality is quite different. Paul of Tarsus persecuted the Church, entering house after house and dragging men and women off to prison (cf. Atos 8:3), and to the very end called himself the foremost of sinners (cf. 1 Tim 1:15). Francis of Assisi, before embracing Lady Poverty, was the king of the revels among the young men of Assisi⁸. The saints were not born such: they became saints, often after long years spent even in the gravest sins.

What many do not know, or perhaps do not remember, is that the first saint ever proclaimed as such was a criminal condemned to death. Crucified beside Jesus, unlike the other wrongdoer who reviled him, he turned to him and said: «Jesus, remember me when you come into your kingdom». And Jesus replied: "Amém, Eu digo para você, today you will be with me in Paradise» (Página 23:42-43). If there was ever a canonisation, Christ himself celebrated it, from the cross, with no trial, no postulator and no verified miracles. The most surprising detail lies elsewhere: according to Matthew and Mark, that thief too at first reviled Jesus together with his companion (cf. MT 27:44; Mk 15:32). The saint whom tradition would call Dismas⁹ came forth from a man who, moments earlier, had been blaspheming. The whole theology of grace is contained in those few moments: no one is too far away to be reached, not even at his last breath.

The nameless army

The feast of All Saints has a long history. Dentro 609 Pope Boniface IV dedicated the Pantheon in Rome to the Virgin Mary and all the martyrs. In the following century Gregory III consecrated an oratory to all the saints in Saint Peter’s Basilica and fixed the celebration on 1 Novembro , a date that Gregory IV extended to the whole Church in 835.

Yet the deeper meaning of this solemnity escapes many. It is not first of all the feast of the canonised saints listed in the calendar, each of whom already has a day of his or her own. It is the feast of that «great multitude, which no one could count» (Rotação 7:9): the countless army of unknown saints whom no Dicastery for the Causes of Saints has ever examined, nor ever will. The grandmother who prayed the rosary every evening for a grandchild who had drifted from the faith. The father who worked honestly for forty years without ever stealing a single cent. The parish priest of a mountain village forgotten by everyone except God. The sick man who offered up his suffering without turning it into a banner. None of them will have a statue, an image, a feast day. Yet it is they, for the most part, who make up «that number».

The French writer Léon Bloy ended one of his novels with a sentence that has become famous: «There is only one sadness: not to be saints»¹⁰. All Saints reminds us that this sadness is not a condemnation, because the door remains open until the very last moment, as that thief on the cross discovered. The march of the saints is difficult; no one denies it. But it is possible, because what walks ahead of us is not an unattainable model, but an innumerable crowd of men and women who, sinners like us, allowed themselves to be saved.

When the New Orleans band came back from the cemetery, people poured into the streets and joined the procession, dancing. They did not merely listen: they fell into line. This is the invitation of All Saints. And the most sincere prayer we can address to God on this day is perhaps precisely that of the old Negro spiritual: «Oh Lord, I want to be in that number».

Da ilha de Patmos, 1 Novembro 2026

 

NOTAS

¹ Second Vatican Ecumenical Council, Dogmatic Constitution on the Church A luz, n. 40.

² Cf. Tomás de Aquino, PERGUNTA, II-II, q. 184, uma. 1.

³ Catecismo da Igreja Católica, n. 2015.

⁴ Cf. Sophronius of Jerusalem, Life of Saint Mary of Egypt.

⁵ Cf. Ignatius of Loyola, Autobiography, n. 1.

⁶ Sulpicius Severus, Carta (II), 9. Our translation.

⁷ Cf. Jacopo da Varazze, Golden Legend, chapter «Saint Nicholas».

⁸ Cf. Thomas of Celano, First Life of Saint Francis, eu, 1-2.

⁹ The name appears in the Gospel of Nicodemus (ou Atos de Pilatos), 10, an apocryphal text.

¹⁰ L. Bloy, La femme pauvre (1897), last page. Our translation.

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LA DIFÍCIL PERO POSIBLE MARCHA DE LOS SANTOS EN EL CANTO DE LOS NEGROS DE NUEVA ORLEANS

La santidad no es el premio reservado a quien nunca se ha equivocado, sino la meta de quien nunca ha cesado de dejarse alcanzar por Dios.

Autor

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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En Nueva Orleans, en las primeras décadas del siglo XX, los funerales tenían un rito muy particular. La banda acompañaba el féretro hacia el cementerio a paso lento, tocando marchas fúnebres. A la vuelta, una vez sepultado el difunto, la misma banda arrancaba a pleno ritmo con un viejo espiritual de los negros de América: Quando os santos estiverem marchando. Quien lo presenciaba por primera vez podía tomarlo por una irreverencia. Era, em vez de, una profesión de fe tocada con trompeta y trombón: la muerte no tiene la última palabra. Popularizada en todo el mundo por Louis Armstrong en 1938, la canción se ha vuelto tan familiar que se canta en los estadios y en las fiestas, olvidando por completo su origen. Su estribillo dice:

«Oh, when the saints go marching in, / Oh Lord, I want to be in that number, / when the saints go marching in» ("Oh, cuando los santos entran en cortejo, / Senhor, quiero estar en ese número, / cuando los santos entran en cortejo»).

Dos palabras merecen atención. La primera es «dentro». Los santos no recorren las calles como en un desfile cualquiera: entran, cruzan el umbral de la Jerusalén celestial. La segunda es «that number», ese número. Los esclavos y los hijos de los esclavos que cantaban este espiritual conocían la Biblia mejor que no pocos teólogos: ese número es el del Apocalipsis, onde, después de los ciento cuarenta y cuatro mil marcados con el sello, aparece «una muchedumbre inmensa, que nadie podría contar, de todas las naciones, razas, pueblos y lenguas» (Ap 7,9). Es la primera lectura de la Misa de Todos los Santos. En un canto nacido entre los negros reducidos a la esclavitud y después discriminados por la segregación racial, a quienes se negaba incluso la dignidad de personas, la esperanza tenía los rasgos precisos de la liturgia de la Iglesia: entrar en ese número.

Una llamada dirigida a todos

«Sed santos, porque yo, el Señor, vuestro Dios, soy santo» (Nível 19,2). «Por tanto, sed perfectos, como vuestro Padre celestial es perfecto» (MT 5,48). «Esta es la voluntad de Dios: vuestra santificación» (1 Tes 4,3). La Escritura no conoce una santidad para unos pocos especialistas del espíritu, ni una carrera reservada a quien viste un hábito religioso. El Concilio Vaticano II lo reafirmó sin ambigüedad: «todos los fieles, de cualquier estado o condición, están llamados a la plenitud de la vida cristiana y a la perfección de la caridad»¹. Es una santidad que no habita solo en los claustros y en los altares, sino en las casas, en los lugares de trabajo, en las salas de los hospitales, dondequiera que un hombre o una mujer viven con fidelidad, dia após dia, lo que Dios les ha confiado.

Si la santidad fuera algo inalcanzable, Dios nos habría mandado lo imposible. Y Dios no se burla de sus criaturas.

Qué es realmente la santidad

En el imaginario común, la santidad coincide con la impecabilidad, con los prodigios, con los éxtasis, con ayunos prolongados más allá de toda sensatez. Cosas todas ellas que pueden acompañar la vida de un santo, pero que no constituyen su esencia. Santo Tomás de Aquino lo dice con su habitual sobriedad: la perfección de la vida cristiana consiste esencialmente en la caridad². El santo no es ante todo quien no ha pecado, sino quien ha amado a Dios y al prójimo hasta el final, dejando que la gracia obrara en él hasta transformarlo.

Esto no significa que la santidad sea una conquista moral, fruto de una gimnasia de la voluntad. Es ante todo un don que Dios ofrece y que el hombre está llamado a acoger. Pero acoger no es quedarse pasivo: «El camino de la perfección pasa por la cruz. No hay santidad sin renuncia y sin combate espiritual»³. La santidad no es el premio reservado a quien nunca se ha equivocado, sino la meta de quien nunca ha cesado de dejarse alcanzar por Dios.

Basta recorrer la vida de no pocos santos para comprobarlo. Agustín de Hipona vivió durante años con una concubina, de la que tuvo un hijo, Adeodato, antes de rendirse a la gracia. María Egipciaca, según la Vida escrita por Sofronio de Jerusalén, se prostituyó durante diecisiete años en Alejandría⁴. Margarita de Cortona fue durante unos diez años la amante de un joven noble de Montepulciano, al que dio un hijo. Moisés el Etíope, antes de convertirse en uno de los grandes Padres del desierto, había sido cabecilla de una banda de salteadores. Camilo de Lelis, soldado de fortuna, era esclavo del juego hasta el punto de perder todo cuanto poseía, hasta la camisa. Ignacio de Loyola, según su propia confesión, hasta los veintiséis años fue hombre dado a las vanidades del mundo⁵. Carlos de Foucauld, joven oficial de caballería, se hizo notar más por sus juergas y sus amantes que por su disciplina. Bartolo Longo, antes de fundar el santuario de Pompeya, frecuentó los círculos espiritistas de Nápoles hasta declararse consagrado sacerdote de Satanás; León XIV lo proclamó santo en 2025. Ninguno de ellos nació santo. Todos llegaron a serlo, pasando no junto al pecado, sino a través de él, hasta que la gracia los alcanzó y los encontró, afinal, dispuestos a dejarse alcanzar.

De los mártires a los confesores

En los primeros siglos, los santos venerados por la Iglesia eran los mártires. Sobre sus tumbas se celebraba la Eucaristía en el aniversario de su muerte, llamado dies natalis, día del nacimiento al cielo. La sangre derramada por Cristo era el signo inequívoco de la santidad. Pero cuando, con la paz de Constantino, cesaron las persecuciones, se planteó una pregunta nueva: ¿se puede ser santo sin derramar la sangre? La respuesta tiene un nombre: Martín de Tours, soldado, monje y obispo, muerto en el año 397. Fue uno de los primeros, si no el primero, en recibir en Occidente un culto público sin haber sido mártir. Su biógrafo Sulpicio Severo lo explicó así:

«Aunque las circunstancias de su tiempo no pudieron ofrecerle el martirio, no carecerá de la gloria del mártir, porque con el deseo y con la virtud pudo y quiso ser mártir»⁶.

Nacía así la figura del «confesor», el que da testimonio de Cristo no con una muerte violenta, sino con la entrega cotidiana de la vida. En honor a la exactitud histórica, hay que decir que en tiempos de Martín la canonización no existía: el culto nacía desde abajo, de la fama de santidad entre el pueblo y de la aprobación del obispo local. La primera canonización formal pronunciada por un Romano Pontífice es la de Ulrico de Augsburgo, proclamado santo por Juan XV en el año 993.

Santo no se nace

A lo largo de los siglos hemos idealizado a los santos hasta hacerlos inimitables. Aquel simpático y fantasioso dominico que fue Santiago de la Vorágine, arzobispo de Génova, cuenta en su Leyenda dorada, sin el menor temor a caer en el ridículo, que San Nicolás, siendo todavía lactante, los miércoles y los viernes tomaba la leche materna una sola vez al día para guardar el ayuno⁷. Un recién nacido ya cumplidor del calendario penitencial, Resumidamente. La hagiografía barroca multiplicó los santos que desde la cuna mostraban virtudes heroicas y las estampitas devotas hicieron el resto, entregándonos figuras angelicales, con los ojos vueltos al cielo, sin sombra de lucha interior. El resultado fue paradójico: precisamente por ser perfectos desde el principio, los santos se convirtieron en modelos para admirar a distancia, no para imitar. Y así nos sentimos dispensados de intentarlo, gracias precisamente a los Santiago de la Vorágine de turno.

La realidad es muy distinta. Pablo de Tarso perseguía a la Iglesia entrando en las casas y arrastrando a la cárcel a hombres y mujeres (cf. Hch 8,3) y hasta el final se llamó a sí mismo el primero de los pecadores (cf. 1 Tim 1,15). Francisco de Asís, antes de abrazar a la señora Pobreza, era el rey de las francachelas de la juventud de Asís⁸. Los santos no nacieron tales: llegaron a serlo, a menudo después de largos años vividos incluso en los pecados más graves.

Lo que muchos no saben, o quizá no recuerdan, es que el primer santo proclamado como tal fue un criminal condenado a muerte. Crucificado junto a Jesús, a diferencia del otro malhechor, que lo insultaba, se dirigió a él diciendo: «Jesús, acuérdate de mí cuando llegues a tu reino». Y Jesús le respondió: «En verdad te digo: hoy estarás conmigo en el paraíso» (LC 23,42-43). Si alguna vez hubo una canonización, la celebró Cristo mismo, desde la cruz, sin proceso, sin postulador y sin milagros comprobados. El detalle más sorprendente es otro: según Mateo y Marcos, también aquel ladrón, inicialmente, insultaba a Jesús junto con su compañero (cf. MT 27,44; MC 15,32). El santo al que la tradición llamará Dimas⁹ salió de quien, poco antes, blasfemaba. Toda la teología de la gracia queda encerrada en unos pocos instantes: nadie está demasiado lejos para ser alcanzado, ni siquiera en su último aliento.

El ejército sin nombre

La fiesta de Todos los Santos tiene una larga historia. En el año 609 el papa Bonifacio IV dedicó el Panteón de Roma a la Virgen María y a todos los mártires. En el siglo siguiente Gregorio III consagró en la basílica de San Pedro un oratorio a todos los santos y fijó la celebración el 1 de noviembre, fecha que Gregorio IV extendió después a toda la Iglesia en el año 835.

Pero a muchos se les escapa el sentido profundo de esta solemnidad. No es ante todo la fiesta de los santos canonizados e inscritos en el calendario, cada uno de los cuales tiene ya su propio día. Es la fiesta de aquella «muchedumbre inmensa, que nadie podría contar» (Ap 7,9): el ejército innumerable de santos desconocidos que ningún Dicasterio de las Causas de los Santos ha examinado nunca, ni examinará jamás. La abuela que rezó el rosario cada noche por un nieto alejado de la fe. El padre de familia que trabajó honradamente durante cuarenta años sin robar nunca un euro. El párroco de un pueblo de montaña olvidado por todos, menos por Dios. El enfermo que ofreció su sufrimiento sin hacer de él una bandera. Ninguno de ellos tendrá una estatua, una imagen, una fiesta. S, no entanto, son ellos, en su inmensa mayoría, «ese número».

El escritor francés Léon Bloy cerró una de sus novelas con una frase que se ha hecho célebre: «No hay más que una tristeza: la de no ser santos»¹⁰. Todos los Santos nos recuerda que esta tristeza no es una condena, porque la puerta permanece abierta hasta el último instante, como experimentó aquel ladrón en la cruz. La marcha de los santos es difícil, nadie lo niega. Pero es posible, porque delante de nosotros no camina un modelo inalcanzable, sino una muchedumbre innumerable de hombres y mujeres que, pecadores como nosotros, se dejaron salvar.

Cuando la banda de Nueva Orleans volvía del cementerio, la gente bajaba a la calle y se unía al cortejo bailando. No se limitaba a escuchar: entraba en la fila. Esta es la invitación de Todos los Santos. Y la oración más sincera que podemos dirigir a Dios en este día es quizá precisamente la del espiritual de los negros de América: «Oh Lord, I want to be in that number»: Senhor, quiero estar en ese número.

Da Ilha de Patmos, 1 novembro 2026

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NOTAS

¹ Concilio Ecuménico Vaticano II, Constitución dogmática sobre la Iglesia A luz, n. 40.

² Cf. Tomás de Aquino, PERGUNTA, II-II, q. 184, uma. 1.

³ Catecismo da Igreja Católica, n. 2015.

⁴ Cf. Sofronio de Jerusalén, Vida de Santa María Egipciaca.

⁵ Cf. Ignacio de Loyola, Autobiografía, n. 1.

⁶ Sulpicio Severo, Epístola (II), 9. Traducción nuestra.

⁷ Cf. Santiago de la Vorágine, Leyenda dorada, boné. «San Nicolás».

⁸ Cf. Tomás de Celano, Vida primera de San Francisco, eu, 1-2.

⁹ El nombre aparece en el Evangelio de Nicodemo (o Atos de Pilatos), 10, escrito apócrifo.

¹⁰ L. Bloy, La femme pauvre (1897), última página. Traducción nuestra.

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O prédio da igreja. Espaço simbólico e iniciático – O edifício da igreja. Um espaço simbólico e iniciático ― El templo cristiano. Espaço simbólico e iniciático

31 Outubro 2026/dentro pastoral litúrgica/de Padre Simone

italiano, inglês, espanhol

 

L’EDIFICIO CHIESA, SPAZIO SIMBOLICO E INIZIATICO

Per comprendere l’identità del cristiano è opportuno ritornare al luogo dove egli è nato come tale, cioè al fonte battesimale.

— Ministério litúrgico —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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C’è una profonda relazione tra l’uomo e lo spazio che lo circonda. L’uomo vi si riflette e di conseguenza comunica qualcosa di sé agli altri. Lo spazio diventa quindi una porta che ci permette di entrare in qualche modo nell’universo dei pensieri e dei sentimenti di una persona, um grupo, de um povo. Questo vale anche per lo spazio liturgico; in esso infatti la Chiesa peregrinante nel tempo riflette sé stessa e la sua storia quale incarnazione di quel Vangelo che, in modo del tutto speciale, viene comunicato attraverso le celebrazioni sacramentali, que, por sua vez, hanno “plasmato” lo spazio liturgico.

Dalla «casa della Chiesa» alla Chiesa di tutto un popolo

Il modo di comunicare e celebrare la fede ha dato vita nei secoli a vari tipi o stili di chiese, secondo le particolari esigenze di ogni tempo. Nei primi tre secoli, anche per motivi contingenti che non permettevano di fare diversamente, la comunità cristiana ha riflesso la propria immagine nella domus ecclesiae, cioè letteralmente nella «casa della Chiesa», del popolo convocato da Dio. Si trattava generalmente di un’abitazione privata capiente, messa a disposizione della comunità locale da parte di qualche cristiano facoltoso. In tale periodo la Chiesa ha espresso in modo particolare la sua dimensione domestica, che privilegiava il rapporto familiare caratterizzante la vita di Gesù con i suoi e la vita della prima comunità apostolica (cf.. No 2,46).

Con la pace di Costantino (313), che segna di fatto la fine delle persecuzioni e il riconoscimento giuridico del Cristianesimo da parte dello Stato, la comunità cristiana si ingrandì e, dovendo usare luoghi di culto più ampi, fece propria la struttura già esistente della basilica romana, cioè del luogo nel quale la società civile si riuniva per i momenti importanti della vita pubblica. Si trattava sempre e comunque di un luogo in funzione del popolo convocato; in questo caso non più da un re (in greco βασιλεύς, basileús, da cui il termine «basilica»), ma da Dio. E proprio perché l’assemblea cristiana è convocata da Dio, nasce dal battesimo, cresce alla mensa della Parola e del Pane di vita, la struttura della basilica pian piano si adatta alle esigenze del culto e si modifica mettendo in evidenza sempre più la sede o cattedra di chi presiede, il luogo del battesimo, l’ambone e ovviamente l’altare.

Uno spazio per evangelizzare e iniziare alla fede

Senza ripercorrere tutta la storia degli edifici sacri, è sufficiente pensare alle diverse forme di chiese per intuire che lo spazio liturgico non è solo funzionale, ma esprime un certo modo di essere Chiesa e possiede un’inevitabile dimensione iniziatica. Si pensi ad esempio alle cattedrali gotiche, che con il loro slancio spingono a guardare in alto, o alle chiese costruite in seguito alla riforma del Concilio di Trento, che mirano ad avere al centro l’Eucaristia. Lo spazio liturgico e il suo arredo hanno una grandissima importanza in vista di un’evangelizzazione corretta, nuova e adeguata al nostro tempo; ma questa sensibilità fatica ancora a divenire una componente dell’attività pastorale.

Battistero e fonte battesimale

Il fonte battesimale è il luogo — tra i più importanti in una chiesa — dove si celebra il battesimo, primo sacramento della Nuova Alleanza, in forza del quale gli uomini, aderendo nella fede a Cristo Signore, ricevono lo Spirito di adozione a figli e, uniti a Cristo nella sua morte e resurrezione (cf.. RM 6,3-5), entrano a far parte del suo corpo che è la Chiesa.

Quando si scrive la biografia di una persona, per meglio comprendere il personaggio descritto, è opportuno andare alle sue origini, alla terra che gli ha dato i natali, alla famiglia e all’ambiente sociale in cui è cresciuto… Anche per comprendere l’identità del cristiano è opportuno ritornare al luogo dove egli è nato come tale, cioè al fonte battesimale. Per la verità oggi questo “pellegrinaggio” alle fonti potrebbe risultare alquanto deludente. Una lunga tradizione che ci sta alle spalle ha in qualche modo umiliato lo spazio dell’iniziazione cristiana e lo ha ridotto sovente a un angolo oscuro e abbandonato, con serie difficoltà ad esprimere le luminose origini pasquali della vita cristiana.

Il rinnovamento liturgico scaturito dal Concilio Vaticano II ha influito profondamente sulla prassi dell’iniziazione cristiana e, Consequentemente, anche sullo spazio cultuale riservato alla celebrazione del battesimo. Anche questo spazio, come del resto tutta la struttura architettonica della chiesa, è chiamato a rivelare l’identità del cristiano e la sua missione nel mondo contemporaneo. In primo luogo il fonte battesimale deve oggi esprimere la dimensione comunitaria della fede (e del battesimo); dimensione che per lungo tempo è stata oscurata. Per questo le norme, con soluzioni coraggiose e veramente nuove, prevedono uno spazio battesimale che prima di tutto permetta la celebrazione comunitaria¹.

A chi entra oggi in una chiesa deve apparire subito ben chiaro che il fonte battesimale non è un accessorio secondario, ma il simbolo di ciò che è il cristiano, cioè un “resuscitato”, un rinato nello Spirito (cf.. GV 3,5) per mezzo di quell’acqua che è simbolo di Cristo e della sua parola che rende puri e giustificati (cf.. GV 4,1-26; GV 15,3). È tutta questa ricchezza simbolica che oggi le chiese, soprattutto quelle di nuova costruzione, sono chiamate a esprimere attraverso lo spazio riservato all’iniziazione cristiana.

L’ambone: spazio della Parola

L’ambone è un elemento che non si trova nei templi pagani: è specifico del culto cristiano, che sviluppa la tradizione ebraica al centro della quale c’è la Parola del Signore. È però sintomatico che oggi tra i fedeli cattolici non ci sia una particolare sensibilità verso l’ambone, che è da tempo scomparso dalle nostre chiese, eccezion fatta per quelle antichissime o di recente costruzione. Nel frattempo ci si trova sovente di fronte a un leggio, qualche volta traballante e assai misero, che non esprime certo l’importanza della Parola di Dio².

Un po’ di storia

Il popolo di Dio nasce dall’ascolto della Parola. e Jesus, la Parola fatta carne (cf.. GV 1,14), ribadisce: «Chi ascolta la mia parola [...] ha la vita eterna» (GV 5,24). Il cristianesimo non esprime un rapporto fiscale con una divinità che è placata e messa a tacere dai riti, bensì un dialogo d’amore con quel Dio che per sua natura intende stabilire un’alleanza con l’umanità. Fin dall’inizio infatti il culto cristiano si qualifica agli occhi dei pagani come profondamente legato alla Parola. Non senza ragione l’imperatore Diocleziano nel 303 scatenò una feroce persecuzione contro i cristiani con l’ordine esplicito di consegnare e distruggere i loro libri³. De modo a, quando la Chiesa ebbe la possibilità di edificare luoghi di culto, diede uno spazio tutto speciale alla proclamazione della Scrittura. Nacque così l’ambone (o grego anabáino, «salgo»), uno spazio elevato e nobile che, oltre ai vantaggi pratici dell’ascolto, esprimesse anche e soprattutto la centralità e l’importanza della Parola di Dio. L’ambone costituisce fin da subito un luogo santo, quasi come l’altare; in entrambi i luoghi è lo stesso mistero pasquale di Cristo che si unisce alla testimonianza dei battezzati.

Mensa della Parola

«Nella celebrazione liturgica la Sacra Scrittura ha una importanza estrema»⁴. «Nell’ascolto della Parola di Dio si edifica e cresce la Chiesa»⁵. La riforma liturgica del Vaticano II ha recuperato la centralità della Parola e di conseguenza non solo l’Evangeliario ha ritrovato il suo posto nella processione d’ingresso subito dopo la croce, ma la proclamazione della Parola di Dio ha anche ritrovato, dopo tanti secoli, il suo spazio simbolico. «L’importanza della Parola di Dio esige che vi sia nella chiesa un luogo adatto dal quale essa venga annunciata, e verso il quale, durante la liturgia della Parola, spontaneamente si rivolga l’attenzione dei fedeli»⁶.

A questa norma fanno eco anche le disposizioni della Commissione episcopale per la liturgia della Conferenza Episcopale Italiana: «[L’ambone] è il luogo proprio della Parola di Dio. La sua forma sia correlata all’altare, senza tuttavia interferire con la priorità di esso; la sua ubicazione sia pensata in prossimità dell’assemblea (anche non all’interno del presbiterio, come testimonia la tradizione liturgica) e renda possibile la processione con l’Evangeliario e la proclamazione pasquale della Parola. Sia conveniente per dignità e funzionalità, disposto in modo tale che i ministri che lo usano possano essere visti e ascoltati dall’assemblea»⁷. L’ambone è quindi la mensa della Parola in stretta connessione con la mensa del Pane di vita. La sua importanza simbolica è in qualche modo riassunta nella preghiera prevista per la benedizione: "Odiar, che chiami gli uomini dalle tenebre alla tua ammirabile luce, accogli il nostro inno di benedizione e di lode; tu non ci lasci mai mancare il nutrimento dolce e forte della tua parola e convocandoci in quest’aula ecclesiale continui a ricordare le meraviglie da te annunciate e compiute. Risuoni dunque, ou Pai, ai nostri orecchi la voce del tuo Figlio risorto, perché corrispondendo all’azione interiore dello Spirito, possiamo essere non solo ascoltatori, ma operatori fervidi e coerenti della tua parola. Da questo ambone i tuoi messaggeri ci indichino il sentiero della vita, perché camminando sulle orme di Cristo, possiamo giungere alla gloria eterna»⁸.

Fonte battesimale e ambone non sono dunque semplici arredi, ma tappe di un medesimo cammino: al fonte il cristiano nasce, all’ambone si nutre della Parola che lo ha generato. È questa la dimensione iniziatica dello spazio liturgico: prima ancora che con le parole, è l’edificio stesso a dire chi è il cristiano e da dove viene. E il cammino non si ferma qui, perché dalla mensa della Parola conduce alla mensa del Pane di vita, cioè all’altare.

Florença, 31 Outubro 2026

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NOTA

¹ Cfr. Conferenza Episcopale Italiana – Commissione episcopale per la liturgia, La progettazione di nuove chiese. Nota pastorale, 18 fevereiro 1993, n. 11.

² Cfr. Ordinamento generale del Messale Romano, n. 309; Conferência Episcopal Italiana, Missal Romano, seconda edizione italiana (1983), Precisazioni, n. 16.

³ Cfr. Lattanzio, De mortibus persecutorum, 12-13; Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, VIII, 2, 4.

⁴ Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione sulla sacra liturgia Santo Conselho, n. 24.

⁵ Ordo Lectionum Missae, Premesse, n. 7.

⁶ Ordinamento generale del Messale Romano, n. 309.

⁷ La progettazione di nuove chiese, Cit., n. 9.

⁸ Bênçãos, Benedizione di un nuovo ambone.

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THE CHURCH BUILDING, A SYMBOLIC AND INITIATORY SPACE

To understand the identity of the Christian, too, it is fitting to return to the place where he was born as such: the baptismal font.

— Pastoral litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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There is a deep relationship between human beings and the space that surrounds them. People are mirrored in it and, in so doing, communicate something of themselves to others. Space thus becomes a doorway that allows us to enter, in some way, into the world of thoughts and feelings of a person, a group, a people. This is true of liturgical space as well: in it the Church, on pilgrimage through time, reflects herself and her history as the incarnation of that Gospel which is communicated in a wholly special way through the sacramental celebrations, which in turn have “shaped” liturgical space.

From the «house of the Church» to the Church of an entire people

Ao longo dos séculos, the way of communicating and celebrating the faith has given rise to various types or styles of churches, according to the particular needs of each age. In the first three centuries, partly because circumstances allowed nothing else, the Christian community reflected its own image in the domus ecclesiae, literally the «house of the Church», of the people called together by God. It was generally a spacious private dwelling placed at the disposal of the local community by some well-to-do Christian. In this period the Church expressed above all her domestic dimension, which favoured the family relationship that marked the life of Jesus with his own and the life of the first apostolic community (cf. Atos 2:46).

With the Peace of Constantine (313), which effectively marked the end of the persecutions and the legal recognition of Christianity by the State, the Christian community grew and, needing larger places of worship, adopted the already existing structure of the Roman basilica, the place where civil society gathered for the important moments of public life. It was still a place at the service of a people called together; agora, no entanto, called together not by a king (in Greek βασιλεύς, basileús, from which the word «basilica» derives), but by God. And precisely because the Christian assembly is called together by God, is born of baptism and grows at the table of the Word and of the Bread of life, the structure of the basilica gradually adapted itself to the needs of worship, increasingly highlighting the chair or cathedra of the one who presides, the place of baptism, the ambo and, é claro, the altar.

A space for evangelising and initiating into the faith

Without retracing the whole history of sacred buildings, it is enough to think of the different forms churches have taken to sense that liturgical space is not merely functional, but expresses a certain way of being Church and possesses an inevitable initiatory dimension. Think, por exemplo, of the Gothic cathedrals, whose soaring lines draw the gaze upwards, or of the churches built in the wake of the reform of the Council of Trent, which aim to place the Eucharist at the centre. Liturgical space and its furnishings are of the utmost importance for an evangelisation that is sound, new and suited to our time; yet this sensitivity still struggles to become part of pastoral practice.

Baptistery and baptismal font

The baptismal font is the place, among the most important in a church, where baptism is celebrated: the first sacrament of the New Covenant, by which men and women, adhering in faith to Christ the Lord, receive the Spirit of adoption as children and, united with Christ in his death and resurrection (cf. ROM 6:3-5), become members of his body, que é a Igreja.

When writing a person’s biography, to understand the subject better it is useful to go back to his origins, to the land of his birth, to the family and social milieu in which he grew up… To understand the identity of the Christian, too, it is fitting to return to the place where he was born as such: the baptismal font. To tell the truth, this “pilgrimage” to the sources might prove rather disappointing today. A long tradition behind us has in some way humbled the space of Christian initiation, often reducing it to a dark and neglected corner that struggles to express the luminous paschal origins of Christian life.

The liturgical renewal that sprang from the Second Vatican Council has profoundly influenced the practice of Christian initiation and, consequently, the space set aside for the celebration of baptism. This space too, like the whole architectural structure of the church, is called to reveal the identity of the Christian and his mission in today’s world. Em primeiro lugar, the baptismal font must now express the communal dimension of faith (and of baptism), a dimension long obscured. For this reason the norms, with bold and truly new solutions, provide for a baptismal space that above all allows for communal celebration¹.

Anyone entering a church today should see at once that the baptismal font is not a secondary accessory, but the symbol of what the Christian is: one “risen”, one reborn in the Spirit (cf. Jn 3:5) through that water which is a symbol of Christ and of his word, which makes us clean and righteous (cf. Jn 4:1-26; Jn 15:3). It is all this symbolic richness that churches today, especially newly built ones, are called to express through the space set aside for Christian initiation.

The ambo: the place of the Word

The ambo is not found in pagan temples: it is proper to Christian worship, which develops the Jewish tradition, at whose heart lies the Word of the Lord. It is telling, no entanto, that Catholics today show no particular sensitivity towards the ambo, which has long since disappeared from our churches, except for very ancient or recently built ones. Meanwhile we are often faced with a lectern, sometimes wobbly and rather shabby, that hardly conveys the importance of the Word of God².

A little history

The people of God is born from listening to the Word. And Jesus, the Word made flesh (cf. Jn 1:14), declara: «whoever hears my word [...] tem vida eterna» (Jn 5:24). Christianity does not express a transactional relationship with a deity to be placated and silenced by rites, but a dialogue of love with the God who by his very nature wills to establish a covenant with humanity. From the very beginning, na verdade, Christian worship appeared to pagan eyes as profoundly bound to the Word. It was not without reason that in 303 the emperor Diocletian unleashed a ferocious persecution against the Christians, with the explicit order that their books be handed over and destroyed³. So when the Church was able to build places of worship, she gave a wholly special space to the proclamation of Scripture. Thus the ambo was born (do grego anabáino, «I go up»): a raised and noble space which, beyond the practical advantages for hearing, was meant to express above all the centrality and importance of the Word of God. From the outset the ambo is a holy place, almost like the altar; in both it is the same paschal mystery of Christ that is united to the witness of the baptised.

The table of the Word

«Sacred scripture is of the greatest importance in the celebration of the liturgy»⁴. «The Church is built up and grows by hearing the word of God»⁵. The liturgical reform of Vatican II recovered the centrality of the Word; consequently, not only has the Book of the Gospels regained its place in the entrance procession immediately after the cross, but the proclamation of the Word of God has also, after so many centuries, regained its symbolic space. «The dignity of the word of God requires that in the church there be a suitable place from which it may be proclaimed and toward which the attention of the faithful naturally turns during the Liturgy of the Word»⁶.

This norm is echoed in the provisions of the Episcopal Commission for the Liturgy of the Italian Episcopal Conference: «[The ambo] is the proper place of the Word of God. Its form should be related to the altar, without however interfering with the altar’s priority; its location should be close to the assembly (even outside the presbytery, as liturgical tradition attests) and should allow for the procession with the Book of the Gospels and the paschal proclamation of the Word. It should be fitting in dignity and functionality, and so arranged that the ministers who use it can be seen and heard by the assembly»⁷. The ambo is therefore the table of the Word, closely connected with the table of the Bread of life. Its symbolic significance is in some way summed up in the prayer for its blessing: “Oh Deus, who call all people out of darkness into your marvellous light, accept our hymn of blessing and praise. You never let us lack the sweet and strong nourishment of your word, and by gathering us in this church you continue to recall the wonders you have proclaimed and accomplished. May the voice of your risen Son resound in our ears, O Father, de modo a, responding to the inner working of the Spirit, we may be not only hearers but fervent and faithful doers of your word. From this ambo may your messengers show us the path of life, de modo a, walking in the footsteps of Christ, we may attain eternal glory»⁸.

The baptismal font and the ambo, então, are not mere furnishings but stages of a single journey: at the font the Christian is born, at the ambo he is nourished by the Word that gave him life. This is the initiatory dimension of liturgical space: even before words do, the building itself tells who the Christian is and where he comes from. And the journey does not end here, for from the table of the Word it leads to the table of the Bread of life, isso é, to the altar.

Florença, 31 Outubro 2026

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NOTAS

¹ Cf. Italian Episcopal Conference – Episcopal Commission for the Liturgy, La progettazione di nuove chiese [The Planning of New Churches], pastoral note, 18 fevereiro 1993, n. 11.

² Cf. Instrução Geral do Missal Romano, n. 309; Italian Episcopal Conference, Missal Romano, 2nd Italian edition (1983), Precisazioni [Clarifications], n. 16.

³ Cf. Lactantius, De mortibus persecutorum, 12-13; Eusebius of Caesarea, Ecclesiastical History, VIII, 2, 4.

⁴ Second Vatican Ecumenical Council, Constitution on the Sacred Liturgy Santo Conselho, n. 24.

⁵ Lectionary for Mass, Introdução, n. 7. Our translation.

⁶ Instrução Geral do Missal Romano, n. 309.

⁷ La progettazione di nuove chiese, em. Cit., n. 9. Our translation.

⁸ Bênçãos [Italian Book of Blessings], Blessing of a New Ambo. Our translation.

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EL TEMPLO CRISTIANO, ESPACIO SIMBÓLICO E INICIÁTICO

Para comprender la identidad del cristiano conviene volver al lugar donde nació como tal, isto é,, a la pila bautismal.

— Pastoral Litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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Existe una profunda relación entre el hombre y el espacio que lo rodea. El hombre se refleja en él y, de ese modo, comunica algo de sí a los demás. El espacio se convierte así en una puerta que nos permite entrar, de alguma forma, en el universo de pensamientos y sentimientos de una persona, de un grupo, de un pueblo. Esto vale también para el espacio litúrgico: en él la Iglesia, peregrina en el tiempo, se refleja a sí misma y refleja su historia como encarnación de aquel Evangelio que, de un modo del todo especial, se comunica a través de las celebraciones sacramentales, las cuales, por sua vez, han “modelado” el espacio litúrgico.

De la «casa de la Iglesia» a la Iglesia de todo un pueblo

La manera de comunicar y celebrar la fe ha dado lugar a lo largo de los siglos a distintos tipos o estilos de iglesias, según las necesidades particulares de cada época. En los tres primeros siglos, también por circunstancias que no permitían hacerlo de otro modo, la comunidad cristiana reflejó su propia imagen en la domus ecclesiae, isto é,, literalmente, en la «casa de la Iglesia», del pueblo convocado por Dios. Se trataba por lo general de una vivienda privada amplia, puesta a disposición de la comunidad local por algún cristiano acomodado. En ese periodo la Iglesia expresó de modo particular su dimensión doméstica, que privilegiaba la relación familiar propia de la vida de Jesús con los suyos y de la primera comunidad apostólica (cf. Hch 2,46).

Con la paz de Constantino (313), que marca de hecho el final de las persecuciones y el reconocimiento jurídico del cristianismo por parte del Estado, la comunidad cristiana creció y, al necesitar lugares de culto más amplios, hizo suya la estructura ya existente de la basílica romana, isto é,, del lugar en el que la sociedad civil se reunía para los momentos importantes de la vida pública. Seguía tratándose de un lugar al servicio del pueblo convocado; en este caso, no entanto, ya no por un rey (en griego βασιλεύς, basileús, de donde procede el término «basílica»), sino por Dios. Y precisamente porque la asamblea cristiana es convocada por Dios, nace del bautismo y crece en la mesa de la Palabra y del Pan de vida, la estructura de la basílica se fue adaptando poco a poco a las exigencias del culto, poniendo cada vez más de relieve la sede o cátedra de quien preside, el lugar del bautismo, el ambón y, naturalmente, el altar.

Un espacio para evangelizar e iniciar en la fe

Sin recorrer toda la historia de los edificios sagrados, basta pensar en las distintas formas que han adoptado las iglesias para intuir que el espacio litúrgico no es solo funcional, sino que expresa un determinado modo de ser Iglesia y posee una inevitable dimensión iniciática. Vamos pensar, Por exemplo, en las catedrales góticas, cuyo impulso vertical invita a mirar hacia lo alto, o en las iglesias construidas a raíz de la reforma del Concilio de Trento, que buscan situar la Eucaristía en el centro. El espacio litúrgico y su mobiliario tienen una enorme importancia para una evangelización correcta, nueva y adecuada a nuestro tiempo; no entanto, todavía cuesta que esta sensibilidad llegue a formar parte de la acción pastoral.

Baptisterio y pila bautismal

La pila bautismal es el lugar, uno de los más importantes de una iglesia, donde se celebra el bautismo, primer sacramento de la Nueva Alianza, en virtud del cual los hombres, adhiriéndose por la fe a Cristo Señor, reciben el Espíritu de adopción filial y, unidos a Cristo en su muerte y resurrección (cf. ROM 6,3-5), pasan a formar parte de su cuerpo, o que é a Igreja.

Cuando se escribe la biografía de una persona, para comprender mejor al personaje descrito, conviene remontarse a sus orígenes, a la tierra que lo vio nacer, a la familia y al ambiente social en el que creció… También para comprender la identidad del cristiano conviene volver al lugar donde nació como tal, isto é,, a la pila bautismal. A decir verdad, hoy esta “peregrinación” a las fuentes podría resultar bastante decepcionante. Una larga tradición que tenemos a nuestras espaldas ha humillado en cierto modo el espacio de la iniciación cristiana y lo ha reducido a menudo a un rincón oscuro y abandonado, con serias dificultades para expresar los luminosos orígenes pascuales de la vida cristiana.

La renovación litúrgica surgida del Concilio Vaticano II ha influido profundamente en la praxis de la iniciación cristiana y, consequentemente, también en el espacio cultual reservado a la celebración del bautismo. También este espacio, como toda la estructura arquitectónica de la iglesia, está llamado a revelar la identidad del cristiano y su misión en el mundo contemporáneo. Em primeiro lugar, la pila bautismal debe expresar hoy la dimensión comunitaria de la fe (y del bautismo), una dimensión que durante mucho tiempo quedó oscurecida. Por eso las normas, con soluciones audaces y verdaderamente nuevas, prevén un espacio bautismal que permita ante todo la celebración comunitaria¹.

Quien entra hoy en una iglesia debe percibir enseguida con claridad que la pila bautismal no es un accesorio secundario, sino el símbolo de lo que es el cristiano: un “resucitado”, un renacido en el Espíritu (cf. Jn 3,5) por medio de aquella agua que es símbolo de Cristo y de su palabra, que purifica y justifica (cf. Jn 4,1-26; Jn 15,3). Es toda esta riqueza simbólica la que hoy las iglesias, sobre todo las de nueva construcción, están llamadas a expresar a través del espacio reservado a la iniciación cristiana.

El ambón, espacio de la Palabra

El ambón es un elemento que no se encuentra en los templos paganos: es propio del culto cristiano, que desarrolla la tradición judía, en cuyo centro está la Palabra del Señor. Resulta, no entanto, significativo que hoy los fieles católicos no muestren una especial sensibilidad hacia el ambón, que desde hace tiempo ha desaparecido de nuestras iglesias, salvo en las muy antiguas o en las de reciente construcción. Enquanto isso, nos encontramos a menudo ante un atril, a veces tambaleante y bastante pobre, que desde luego no expresa la importancia de la Palabra de Dios².

Un poco de historia

El pueblo de Dios nace de la escucha de la Palabra. Y Jesús, la Palabra hecha carne (cf. Jn 1,14), afirma: «quien escucha mi palabra [...] posee la vida eterna» (Jn 5,24). El cristianismo no expresa una relación mercantil con una divinidad a la que se aplaca y se acalla con ritos, sino un diálogo de amor con el Dios que por su propia naturaleza quiere establecer una alianza con la humanidad. Desde el principio, de fato, el culto cristiano aparece a los ojos de los paganos como profundamente ligado a la Palabra. No sin razón el emperador Diocleciano desencadenó en el año 303 una feroz persecución contra los cristianos, con la orden expresa de entregar y destruir sus libros³. Então, cuando la Iglesia tuvo la posibilidad de edificar lugares de culto, reservó un espacio del todo especial a la proclamación de la Escritura. Nació de este modo el ambón (do grego anabáino, «subo»), un espacio elevado y noble que, además de las ventajas prácticas para la escucha, expresara también y sobre todo la centralidad y la importancia de la Palabra de Dios. El ambón es desde el principio un lugar santo, casi como el altar; en ambos lugares es el mismo misterio pascual de Cristo el que se une al testimonio de los bautizados.

La mesa de la Palabra

«La importancia de la Sagrada Escritura en la celebración de la Liturgia es máxima»⁴. «La Iglesia crece y se construye al escuchar la palabra de Dios»⁵. La reforma litúrgica del Vaticano II recuperó la centralidad de la Palabra; consequentemente, no solo el Evangeliario ha recobrado su lugar en la procesión de entrada, inmediatamente después de la cruz, sino que también la proclamación de la Palabra de Dios ha recobrado, después de tantos siglos, su espacio simbólico. «La dignidad de la Palabra de Dios exige que en la iglesia haya un sitio conveniente desde el que se proclame, y al que durante la Liturgia de la Palabra, se dirija espontáneamente la atención de los fieles»⁶.

A esta norma hacen eco las disposiciones de la Comisión Episcopal para la Liturgia de la Conferencia Episcopal Italiana: «[El ambón] es el lugar propio de la Palabra de Dios. Su forma esté en relación con el altar, sin interferir, no entanto, con la prioridad de este; su ubicación se piense cerca de la asamblea (incluso fuera del presbiterio, como atestigua la tradición litúrgica) y haga posible la procesión con el Evangeliario y la proclamación pascual de la Palabra. Sea adecuado por su dignidad y funcionalidad, y esté dispuesto de tal modo que los ministros que lo utilizan puedan ser vistos y escuchados por la asamblea»⁷. El ambón es, portanto, la mesa de la Palabra, en estrecha conexión con la mesa del Pan de vida. Su importancia simbólica queda resumida, de uma forma, en la oración prevista para su bendición: «Oh Deus, que llamas a los hombres de las tinieblas a tu luz admirable, acoge nuestro himno de bendición y de alabanza; tú nunca dejas que nos falte el alimento dulce y fuerte de tu palabra y, al convocarnos en esta aula eclesial, sigues recordándonos las maravillas que has anunciado y realizado. Resuene, bem, Pai, en nuestros oídos la voz de tu Hijo resucitado, para que, correspondiendo a la acción interior del Espíritu, seamos no solo oyentes, sino fervorosos y coherentes cumplidores de tu palabra. Que desde este ambón tus mensajeros nos indiquen el camino de la vida, para que, seguindo os passos de Cristo, podamos llegar a la gloria eterna»⁸.

La pila bautismal y el ambón no son, bem, simples elementos del mobiliario, sino etapas de un mismo camino: en la pila el cristiano nace, en el ambón se alimenta de la Palabra que lo ha engendrado. Esta es la dimensión iniciática del espacio litúrgico: antes aún que las palabras, es el propio edificio el que dice quién es el cristiano y de dónde viene. Y el camino no termina aquí, porque desde la mesa de la Palabra conduce a la mesa del Pan de vida, isto é,, al altar.

Florença, 31 outubro 2026

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NOTAS

¹ Cf. Conferencia Episcopal Italiana – Comisión Episcopal para la Liturgia, La progettazione di nuove chiese [El proyecto de nuevas iglesias], nota pastoral, 18 Fevereiro 1993, n. 11.

² Cf. Instrucción General del Misal Romano, n. 309; Conferencia Episcopal Italiana, Missal Romano, segunda edición italiana (1983), Precisazioni [Precisiones], n. 16.

³ Cf. Lactancio, De mortibus persecutorum, 12-13; Eusebio de Cesarea, Historia eclesiástica, VIII, 2, 4.

⁴ Concilio Ecuménico Vaticano II, Constitución sobre la sagrada liturgia Santo Conselho, n. 24.

⁵ Ordenación de las Lecturas de la Misa, Prenotandos, n. 7.

⁶ Instrucción General del Misal Romano, n. 309.

⁷ La progettazione di nuove chiese, Cit., n. 9. Traducción nuestra.

⁸ Bênçãos [Bendicional italiano], Bendición de un nuevo ambón. Traducción nuestra.

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Palavras são importantes

23 Outubro 2026/0 Comentários/dentro Realidade/de Monge Eremita

AS PALAVRAS SÃO IMPORTANTES

Hoje tudo é habitado na Igreja, passamos de habitar as angústias do tempo e das relações até - e esta é uma expressão que gostamos muito - a habitar a complexidade, o come cantava Mina: «Palavras apenas palavras, palavras entre nós".

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AutoreMonaco Hermitage

Autor
Monge Eremita

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artigo em formato de impressão PDF

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Cada ambiente humano se expressa com sua própria linguagem, que por um lado é útil para comunicar e preservar a identidade, por outro lado, corre o risco de impedir o acesso aos não iniciados, chegando mesmo a beirar a auto-referencialidade.

Lingüistas e sociólogos estudam o fenômeno há muito tempo, que de certa forma também pode ser vivenciado por leigos: basta entrar em contato com alguns desses ambientes para reconhecer um determinado uso da língua com seu livro de frases relacionado. Vamos pegar o mundo do marketing, por exemplo. Qualquer um que ouça falar de especialistas neste setor ouvirá uma enxurrada de anglicismos como alvo, mentalidade, desempenho, adotado principalmente para dar um tom profissional. Até as modas mudam: a encontro, que para muitos agora apenas evoca o anual Reunião de Rimini de Comunhão e Libertação, deu lugar a chamar, que aprendemos a usar devido à Covid, quando muitos foram forçados a trabalhar remotamente ou, como dizem hoje, dentro trabalho inteligente. Faça um chamar, digitar chamar, veja-nos em chamar tornou-se uma forma habitual de falar e se relacionar.

Além desses aspectos laterais de falar diariamente, no centro permanece o fato de que quanto mais fechados os ambientes são, mais a linguagem permanece compreensível apenas para os iniciados, isto é, para aqueles que fazem parte do grupo e compartilham o mesmo verbo. Isso também acontece na Igreja. Se houver uma definição para a linguagem utilizada e compreendida pelas partes e seus representantes, o político, um também foi cunhado para quem frequenta o mundo eclesial: o eclesiástico. Várias publicações e alguns artigos de jornais foram publicados sobre o assunto, desde eclesiástico, tudo menos em declínio, espalhou-se no subsolo, mas desenfreadamente. Alguém definiu isso:

«Fraco em conteúdo e pensamento, rígido com sua repetitividade esquemática, mas na verdade flexível em dobrá-lo às contingências mais banais, propenso a slogans e sensível ao efêmero; em conclusão, “líquido” o suficiente para se adaptar perfeitamente às necessidades do “homem do mundo” (e poder) administrativo"¹.

Assim acontece que a palavra “ateu” prefira o "não-crente" mais inofensivo. “Amar o próximo” podemos dizer, mas parece melhor "exercitar a proximidade". As “desirata” ou “programas” de um bispo e de seus colaboradores, melhor chamá-los de “orientações” e “plano pastoral”. E os resultados das iniciativas adotadas? Definido, naturalmente, «implicações pastorais». A doutrina, o catecismo? Palavras desatualizadas: melhor falar sobre o “caminho da iniciação cristã”. Eles parecem piadas, mas é exatamente assim.

Até as palavras dos eclesiais têm épocas. Alguém se lembrará que num passado não muito distante o termo “discernimento” estava na moda, que podem ser espíritos ou carismas: situações poderiam ser discernidas, vocações e todo tipo de coisas. Quando Dom Luigi Ciotti, fundador do Grupo Abele em Torino e depois do Libera, ele começou a usar frequentemente a expressão "lutando", logo este termo se difundiu também nos círculos eclesiais dedicados às questões sociais e à caridade, para indicar aquelas pessoas que lutam para encontrar dinheiro, trabalhar, um teto e estabilidade em uma vida que vivem à margem de. Depois houve um tempo em que só falávamos de projetos, o que, claro, poderia ser educacional, formativo ou pastoral: alguém se lembra do projeto cultural da Igreja italiana, tão popular nos anos noventa do século passado? Finalmente o Papa Francisco entrou em cena, como criador de slogans que se tornaram moda na linguagem eclesial, foi realmente imbatível. Há poucos dias ouvi a homilia de um arcebispo italiano que no seu incipit se referiu às “periferias existenciais”, uma expressão que teve algum sucesso.

Mas qual é a palavra que está mais em voga na Igreja hoje?, pelo menos no italiano ou pelo menos em parte dele? vou pelos meus pés, já que uma pesquisa detalhada exigiria muito tempo e dedicação. No entanto, parece-me que o termo mais recorrente é “viver”. Hoje tudo é habitado na Igreja, passamos de habitar as angústias do tempo e das relações até - e esta é uma expressão que gostamos muito - a habitar a complexidade, o come cantava Mina: «Palavras apenas palavras, palavras entre nós".

Um padre amigo me enviou o folheto, que já foi chamado de programa, da festa em honra do padroeiro da sua freguesia e entre as diversas iniciativas vejo uma conferência intitulada: Habitando a história. Para ter provas desta minha crença abri a página de uma revista de informação religiosa e, digitando a palavra «viver» na caixa de pesquisa, surgiram dezenas de artigos com esse termo no título. Então descobri que as feridas podem ser habitadas, as fronteiras, as fronteiras, a esperança, a tensão, a arte, o mundo e os relacionamentos novamente, o vazio do coração e felizmente também o olhar de Cristo.

«Quando é moda, é moda», cantou Giorgio Gaber em 1978, em uma música de seu famoso álbum Galinhas de criação. Mas o que você pode fazer então para não ser aprovado, assim como animais de bateria, todos usando o mesmo livro de frases e as mesmas palavras só porque são as mais populares naquele momento ou porque o famoso as usou uma vez? Eu não sou um especialista, então para não cometer erros eu miro alto e o jeito de falar de Jesus me vem à mente, a língua dele.

Em uma entrevista lançado há muitos anos, perguntaram ao diretor e intelectual Pier Paolo Pasolini quem era Jesus para ele. Ele respondeu:

«Como arquétipo de toda relação possível com o mundo é o mais elevado que conheço» (cf.. Who).

Mas imediatamente depois ele esclareceu que isso era verdade para ele, nascido nos anos vinte do século passado e criado, do lado da mãe, no mundo camponês do Friuli, amarrado à terra e ainda capaz de compreender as metáforas agrícolas do Evangelho. O mundo moderno, especialmente os jovens, eles não os entenderiam mais; o hedonismo que já era galopante em sua época reteria até as bem-aventuranças de realidades estranhas. Sem tirar nada do exame contundente do diretor O Evangelho segundo Mateus, o que emerge da leitura dos Evangelhos não é tanto o quê - o que exatamente Jesus tinha para falar em seu tempo, se não de ovelhas e pastores, de sementes e árvores ou de uma mulher varrendo a casa? - tanto quanto como. Ele pega o material do mundo ao seu redor e o apresenta de uma maneira absolutamente nova, tanto que os mesmos guardas enviados para prendê-lo são obrigados a dizer: «Nunca um homem falou assim!» (GV 7,46). Até mesmo suas interpretações das Escrituras, apesar de todos se moverem dentro do ambiente cultural e religioso judaico da época, destacam-se pela originalidade das suas soluções e propostas: "Ouvistes que foi dito: [...] Mas eu te digo" (cf.. MT 5,21-48). Muitos o ouviram pesando e lembrando cada palavra: entre muitos também líderes e líderes religiosos, com quem dialogou mesmo tendo entrado em conflito. Até o diabo, surpreso com suas respostas, ele preferiu não ter pressa e voltar em um momento mais oportuno, para ele (cf.. LC 4,13).

Este caminho de Jesus Eu acho que isso deveria iluminar nossa conversa: nele você nunca ouve slogans ou clichês e, se ele citar um provérbio tradicional, ele faz isso para comunicar mais significado sem se perder em palavreado. No entanto, Jesus não estudou na Sorbonne. E é precisamente a Sorbonne que dá título a um famoso artigo que o dominicano François-Paul Dreyfus publicou em 1975 no Revisão da Bíblia, a revista da Escola Bíblica de Jerusalém, comparando a exegese bíblica praticada nas universidades e a exegese teológica e espiritual cultivada na Igreja²: o primeiro alinhado pelo lado histórico-crítico e científico, o segundo menos acadêmico, mas com o objetivo de nutrir espiritualmente os crentes de hoje. O autor esperava que os dois mundos pudessem se encontrar; e é o mesmo risco que foi mencionado no início: cada ambiente, fechado em seu próprio idioma, ele acaba falando apenas com seus próprios iniciados. Mas a Palavra que os dois mundos estudam veio da boca de alguém que nem tinha doutorado em teologia em Tübingen, como em vez disso, que assim seja Honorário, a famosa história do Anticristo de Soloviev. Não obstante, sua palavra foi linda. Quando o servo do sumo sacerdote lhe dá um tapa, Jesus responde: “Se eu falasse mal, mostre-me onde está o mal. Mas se eu falei corretamente, por que me bates?» (GV 18,23); e esse “bom” no grego do Evangelho é kalōs, o que significa bem e lindamente.

Se Jesus nos parecesse um exemplo muito elevado para ser imitado, poderíamos pelo menos olhar para Francisco de Assis, outro que não tinha títulos nem cultura refinada, ainda assim, exatamente oitocentos anos após seu trânsito, ocorreu na noite de 3 Outubro 1226, continua presente no mundo. Ele é talvez o santo mais universal, em que até mesmo homens de outras tradições espirituais podem se reconhecer e cujo exemplo fala até mesmo a pessoas não religiosas. Poucas pessoas sabem que ele adorava falar francês, embora não o conhecesse muito bem. Ele nos avisará Lenda dos três companheiros, atribuído a Leão, Rufino e Ângelo, com um pouco de coqueteria involuntária por parte daqueles, como Rufino, Primo de Chiara, ele veio de uma formação e formação muito diferentes: «Ele falava esta língua de boa vontade, embora não conseguisse usá-la corretamente»³. O santo adorava se expressar em francês principalmente no início de sua mudança de vida⁴, testemunhar a nova forma de estar no mundo. Nesta língua ele pediu esmola, respondeu ao seu irmão de sangue Ângelo que zombou dele ao encontrá-lo em Assis e sobretudo expressou sua alegria e louvor ao Deus Altíssimo. Mais tarde, Francisco não abandonou esta predileção pelo francês, mas aparentemente ele reservou para momentos de solidão. Ele fez um grande esforço na comunicação pública, em tempo, dar ao seu vernáculo da Úmbria a qualidade e a dignidade de uma linguagem literária e espiritual, como demonstrado por Cântico do Irmão Sol. Os franceses, linguagem de prestígio das cortes e da cavalaria, serviu para marcar uma pausa; para se fazer entender por todos, ele escolheu a língua de todos, dando-lhe beleza. E ele adotou uma nova saudação, que ele mesmo afirma ter recebido do Senhor: «O Senhor me revelou que deveríamos dizer esta saudação: Que o Senhor lhe dê paz!»⁵. A fórmula era tão particular e inusitada para a época que incomodava pela novidade, a tal ponto que alguns frades tiveram vergonha de pronunciá-lo⁶.

Pequenas dicas para sublinhar, voltando ao nosso tópico, que não seria tão difícil encontrar palavras e idiomas que as pessoas, até o mais humilde, são capazes de entender quando falam sobre as coisas da fé, da Igreja e como ela se posiciona no mundo, sem a necessidade de recorrer a clichês, às expressões padrão ou à moda do momento. Claro, são necessárias sensibilidade e grandeza de alma, como foi para Francesco, mas também cultura, boas leituras, capacidade de dar dignidade à própria língua, colocando cuidado e atenção nela.

«As palavras são importantes!», gritou Nanni Moretti em uma cena famosa de seu filme Palombela Vermelha. E são também e sobretudo para aqueles que foram chamados a ser servos de uma Palavra maior.

Do Eremitério, 23 Outubro 2026

 

NOTA

¹R. Bereta, O novo pequeno livro eclesiástico ilustrado, Milão 2013.

² F.-P. Dreyfus, Exegese na Sorbonne, exegese na Igreja, dentro Revisão da Bíblia 82 (1975), PP. 321-359.

³ Lenda dos três companheiros, 10, em fontes franciscanas, p. 800.

⁴S. Pera, Francisco e seus irmãos. Uma biografia, Sellério, Palermo 2026, p. 75.

⁵ Francisco de Assis, Vontade, 23.

⁶ Compilação de Assis, 101, dentro fontes franciscanas, p. 968.

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Esse câncer que nenhum cirurgião jamais removeu e a metástase do homossexualismo dentro do clero – O câncer que nenhum cirurgião removeu e as metástases do homossexualismo no clero – O câncer que nenhum cirurgião removeu e as metástases da homossexualidade no clero

22 Outubro 2026/dentro Realidade/de Pai de Ariel

italiano, Inglês, Espanhol

 

AQUELE CÂNCER QUE NENHUM CIRURGIÃO REMOVEU E AS METÁSTASES DO HOMOSSEXUALISMO NO CLERO

Evitando o tema do homossexualismo clerical, iludindo-se pensando que podem falar e escrever de forma séria e credível sobre a crise do clero e da formação dos sacerdotes, é como falar sobre "sacerdotes em Marte".

- Notícias da Igreja -

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Autor

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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Ao redor do rede social É cada vez maior o número de personagens que falam casualmente sobre a crise do clero, para então entrar diretamente numa esfera de tamanha delicadeza que - como reiterado várias vezes nestas colunas - faria tremer bispos e padres com várias décadas de experiência no cuidado espiritual do clero, em particular aqueles que se encontram em situações de desespero, sofrendo de fragilidade ou síndromes depressivas reais. Aquilo de que poucas pessoas falam - e aí surge o elemento daquele medo dos padres em relação a outros padres que por vezes se transforma em terror - é o problema da homossexualidade, que está cada vez mais difundido entre o clero e, O que é pior, de uma verdadeira cultura homossexual que está se consolidando através do que - novamente nestas colunas - tem sido repetidamente referido como o cavalo de Tróia arco-íris. Esta cultura, que os membros de uma numerosa “irmandade” há anos tentam impor dentro da Igreja, é a massa tumoral que infelizmente, até à data, nenhum cirurgião foi capaz de removê-lo. Portanto, falar da crise do clero e da sua formação sem abordar a metástase deste cancro, como esses personagens fazem, é pura retórica, às vezes até com o objetivo de desviar a atenção de um problema que é tudo menos marginal: os sintomas são descritos em detalhes - o medo do julgamento, confidências traídas, o irmão percebido como adversário — sem nunca falar da doença, isto é, um clero que parece cada vez mais homossexualizado.

Qual é o objeto desta análise? Não homossexuais, sobre cujas escolhas de vida livres ninguém tem o direito de questionar, mas os aspirantes ao sacerdócio ou os sacerdotes homossexuais sobre os quais é inteiramente legítimo questionar, às vezes até necessário, porque - como explicado várias vezes em vários dos meus artigos temáticos - eles não podem ser eles mesmos livremente. E um padre deve sempre ser capaz de ser ele mesmo, aberta e livremente, certamente não vivendo uma vida de fingimento e duplicidade, dentro do qual o distúrbio sexual, se presente, está destinado a se multiplicar na potência máxima, num clima de ocultação e repressão.

eu. Da transgressão à suspensão da consciência

Pecados contra o VI mandamento eles não constituem nada de novo na história da Igreja: atravessaram os séculos, como textos antigos e oficiais atestam cruamente, incluindo o Grátis Gomorrhianus que São Pier Damiani dirigiu em torno do 1049 ao Sumo Pontífice Leão IX. Esse texto continua a ser um testemunho inequívoco não só do vício, mas também da rede de cumplicidade que já o protegia então: clérigos que confessaram uns aos outros para se absolverem sem que nada vazasse, superiores inclinados a encobrir e minimizar, culpados mantidos em ordens sagradas. O futuro Doutor da Igreja pediu que fossem depostos e não mais admitidos no ministério. A presença do pecado, também sério e generalizado, ou mesmo uma cumplicidade organizada para escondê-lo, portanto, não representa o elemento distintivo da crise atual, nem permite falar, por si, de um declínio sem precedentes.

Os clérigos denunciados por Pier Damiani eles se esconderam porque sabiam que estavam em pecado: a sua cumplicidade foi a defesa de uma culpa reconhecida como tal. O que torna a situação contemporânea radicalmente diferente, em muitos aspectos sem precedentes na história eclesial, é a ultrapassagem de um limiar sem retorno, além do qual a própria capacidade de reconhecer o bem e o mal e perceber o perigo se perde. Em tempos anteriores, mesmo em tempos de maior corrupção, o pecado foi experimentado como tal, isto é, como uma queda, como fraqueza, como infidelidade consciente. Consciência, embora ferido, permaneceu operacional; o sujeito sabia que estava errado, às vezes ele se justificava, às vezes ele se escondia, mas não conseguiu apagar completamente o julgamento interno que caracterizou o ato como desordenado. Na situação atual, em vez de, estamos testemunhando uma mudança qualitativa muito mais séria: a suspensão e, em muitos casos, a aniquilação da consciência moral, acompanhada por uma cultura que não esconde simplesmente a desordem, mas pretende legitimá-lo e impô-lo como um bem. O comportamento não é mais percebido como uma transgressão de um bem reconhecido, mas como uma forma normal e indiscutível de agir. O julgamento moral não é removido devido a conflito ou fraqueza, mas porque não é mais considerado relevante. A ação acontece, tomar o título de uma obra de Friedrich Nietzsche que se tornou dramaticamente atual, além do bem e do mal, não como uma escolha trágica e consciente, mas como uma condição comum de existência.

Esta mutação antropológica tem consequências profundas a nível eclesial. Onde o pecado é experimentado como uma queda, a possibilidade de conversão permanece aberta; onde é experimentado como normalidade sem julgamento, a conversão não é simplesmente rejeitada, mas isso se torna impensável. Não há conflito interno, não há arrependimento, não há questão de verdade. A consciência não está silenciada: ele não fala mais nada. É neste contexto que compreendemos como uma condição moralmente desordenada pode passar de fragilidade pessoal a fator funcional do poder clerical. Assuntos sem atrito moral, não atravessado pelo drama dos limites, incapaz de reconhecer um bem objetivo que julgue a ação, são particularmente adequados para se inserirem em mecanismos governamentais baseados no silêncio, sobre cumplicidade e exposição mútua. A falta de consciência não é mais um obstáculo, mas uma vantagem.

O lobby clerical homossexualista cabe precisamente nesta fratura. Não surge principalmente de fraqueza ou inconsistência ocasional, nem daquela queda humana que, uma vez reconhecido e cruzado, pode até tornar o homem mais consciente e melhor do que era antes. Em vez disso, é formado através da normalização do pecado e da mentira como condição de pertencimento, transformar o que deveria ser reconhecido e curado em um pressuposto de identidade e restrição de sistema. Onde o pecado não é mais percebido como tal, mas experimentado como dados adquiridos e compartilhados, deixa de ser um problema moral e se torna uma restrição: o que está oculto e comum garante fidelidade, o que não é dito e trocável garante proteção, o que compromete a todos torna todos controláveis.

É a distinção que o Santo Padre Francisco colocado em termos inequívocos, respondendo aos jornalistas no voo do Rio de Janeiro para casa em 28 julho 2013:

«O problema é não ter esta tendência, não, devemos ser irmãos […]. O problema é fazer lobby nessa tendência […]. Este é o problema mais sério para mim" (cf.. Who).

Não a fragilidade do indivíduo, assim, mas a organização, deixe lobby. Neste cenário, não são os clérigos amorais que são problemáticos para o sistema, mas aqueles que, apesar de viverem fielmente, mantêm a consciência vigilante e se recusam a entrar nesse circuito de cumplicidade, de silêncio e de troca em que se baseia o homossexualismo clerical e se transforma numa estrutura organizada de poder. A consciência liberta, inegociável e não chantageável, torna-se assim o elemento desestabilizador, não por sua força polêmica, mas pela sua simples existência.

A crise atual não consiste, portanto, num ressurgimento do pecado, mas na sua transformação em critério de governabilidade, até chegar a um desvio ainda mais sério: critério de seleção para acesso ao sacerdócio e, subseqüentemente, para a identificação dos candidatos considerados idôneos para o episcopado. Quando o processo de seleção é afetado neste nível, as consequências não permanecem limitadas, mas reflectem-se inevitavelmente em todo o corpo eclesial. No entanto, a regra existe e é clara. A Instrução da Congregação para a Educação Católica aprovada pelo Sumo Pontífice Bento XVI e publicada em 4 novembro 2005 estabelece que a Igreja, «respeitando profundamente as pessoas em questão, não pode admitir aqueles que praticam a homossexualidade no Seminário e nas Ordens Sagradas, apresentam tendências homossexuais profundamente enraizadas ou apoiam a chamada cultura gay" (cf.. Who). A mesma disposição foi reiterada em 2016 de Sistema Fundamental da Instituição Sacerdotal (cf.. Who). O problema não é, portanto, a ausência de critérios, mas a sua falta de aplicação precisamente onde os futuros padres e bispos são formados e escolhidos.

Esta é a passagem que marca uma decadência sem precedente histórico: não a queda do homem, sempre possível desde o início dos tempos, a partir da irrupção do pecado original na história, mas a construção de sistemas em que a queda não seja mais reconhecida como tal e a consciência, esvaziado de sua função de juiz, deixa de ser um lugar de verdade para se tornar um espaço neutro, funcional para poder.

(II). O homossexualismo clerical como um sistema baseado na normalização de mentiras

Todo sistema de poder que pretende preservar-se evita, o mais longe possível, exposição direta. Ele não age pessoalmente, ele não se compromete abertamente, não assume publicamente a responsabilidade pelas suas decisões mais controversas. Ele prefere operar por meio de terceiros, usando assuntos que funcionam como uma tela, por artistas, de ferramentas descartáveis. É sobre o homens de palha e deuses idiotas úteis: figuras que realmente não governam, mas eles agem no lugar do poder, realizando o que os outros decidem, depois de ter sido neutralizado pela ilusão de pertencer ao poder e obter dele reconhecimento indireto.

No contexto eclesiástico, esses sujeitos são muitas vezes leigos clericalizados, permanentemente inserido nos ambientes da Cúria e nos circuitos administrativos, financeira e mídia, ou em qualquer caso nos lugares de maior influência eclesial. Mesmo sem responsabilidade institucional formal, eles desfrutam de uma liberdade operacional que o clero não pode permitir. São eles que intervêm onde o poder clerical não pretende expor-se diretamente: intimidação, eles deslegitimam, eles difamam, eles relatam, eles acusam, dão origem a processos sem qualquer fundamento real. Eles agem convencidos de que contam e têm peso dentro da estrutura de poder, enquanto na realidade eles são usados ​​precisamente porque são substituíveis, exposto e dispensável, reduzidos a meros instrumentos executivos destinados a absorver o impacto das ações mais sujas com as quais os clérigos não querem sujar as mãos.

Não é incomum que um leigo se torne clerical, desprovido de qualquer mandato formal, de repente torna-se promotor de “relatórios” motivados por um suposto zelo pelo bem da Igreja. Nenhuma acusação explícita, nenhuma evidência concreta: apenas alusões, suspeito, sentenças retiradas com aparente discrição. Isso é o suficiente, no entanto, que essas vozes cheguem aos ambientes certos que já as esperavam em disponibilidade silenciosa, para que uma atribuição seja revogada, uma colaboração quebrada, uma pessoa isolada. O leigo se expôs, fiz o trabalho sujo; o poder permanece em segundo plano e conserva, apenas dizendo, mãos limpas.

Este modo de ação não é episódico, mas estrutural. O poder clerical mantém assim uma distância segura e mantém sempre uma negação plausível. É o mesmo mecanismo que se encontra em toda organização que pretende exercer controle sem assumir abertamente o peso moral e legal. A responsabilidade permanece invisível; a acção, em vez de, é muito concreto, muitas vezes devastador.

Ao lado desta primeira categoria, surge um segundo, ainda mais agressivo e perigoso: a dos homossexuais leigos ideologicamente clericalizados, caracterizado por uma militância amarga, vingativo e às vezes abertamente violento em nível moral e relacional. Eles não servem apenas como ferramentas passivas do sistema, mas eles se tornam atores ativos, movido pelo objetivo de limpar e legitimar o homossexualismo dentro da Igreja, transformando-o de uma desordem tolerada em um critério de reconhecimento e pertencimento. Esses segundos sujeitos muitas vezes atuam como a vanguarda do sistema: eles dizem e escrevem, também através de blogs e mídia social, o que certos clérigos venenosos não podem se dar ao luxo de declarar publicamente; eles atacam quem esses clérigos não podem atacar diretamente; eles exercem pressão constante por meio de acusações, insinuações, relatórios às autoridades eclesiásticas e campanhas de deslegitimação. A sua força reside na quase total ausência de restrições. Eles não respondem à autoridade eclesiástica formal, eles não correm o risco de sanções canônicas, eles não pagam nenhum preço institucional e, na prática, eles operam em uma área de impunidade substancial, o que torna ineficaz qualquer tentativa de reação jurídica proporcional. Por esta razão são extremamente úteis para certas franjas clericais que os utilizam mantendo uma posição aparentemente neutra: são eles que se expõem, conversar, escrever, relatar, enquanto o dispositivo permanece em segundo plano, pronto, Se for necessário, declarar-se alheio aos fatos. Desta forma eles podem atacar, intimidar e deslegitimar sem sofrer consequências graves.

Nenhuma dessas entidades poderia operar de forma eficaz se a verdade fosse reconhecida e assumida como critério operacional comum, isto é, como parâmetro concreto para avaliar comportamentos, tomar decisões, atribuir responsabilidades e intervir quando surgirem abusos ou mentiras. Eles prosperam em um contexto em que o silêncio é recompensado, a discrição é elevada a uma virtude, lealdade não é medida pela retidão, mas na capacidade de não minar o sistema. Mentir não é mais percebido como um desvio, mas como condição necessária para permanecer dentro do circuito.

É neste ambiente que o homossexualismo clerical deixa de ser uma soma de comportamentos individuais e assume a forma de um sistema. Não porque todos participam, mas porque aqueles que fazem parte aceitam regras não escritas, mas muito rígido: não vejo, não fale, não nomeie. A vida privada torna-se um instrumento de controle; o segredo compartilhado torna-se uma garantia de confiabilidade; o compromisso mútuo torna-se a base da proteção. Quem aceita estas condições está integrado; quem os rejeita, mesmo sem relatar nada, é visto como um perigoso elemento desestabilizador, portanto, tão problemático. A mentira, assim normalizado, não é mais um efeito colateral do sistema, mas a sua base operacional. É a velha técnica do Diabo, capaz de contar nove verdades para depois, finalmente cheguei ao décimo, contar uma mentira colossal que distorce completamente o que foi dito anteriormente. Nesse ponto a verdade fica distorcida, por paradoxo diabólico, suporte funcional para mentir, o que também pode ser uma omissão: não apenas não contar como é, mas negar como as coisas são.

Para governar este sistema eles não são, em última análise, aqueles que falam ou agem visivelmente, mas aqueles eclesiásticos que nunca intervêm diretamente, quem observa, eles ouvem, eles deixaram isso acontecer. Eles não dão ordens explícitas, eles não assinam medidas, eles não tomam decisões formalizadas, mas nada acontece sem o seu consentimento tácito. Quando o dano estiver feito, eles sempre podem alegar que não sabem, que não foram informados, que você não autorizou nada, sacrificando se alguma coisa, Se for necessário, a idiotas úteis enviado para o escritório que eles usaram. O poder, tão praticado, permanece intacto precisamente porque não está exposto: governa por delegação, ataca indiretamente, preserva a posição de alguém enquanto outros absorvem o conflito e a responsabilidade. É dentro deste ambiente degradado, degradante e opaco que o lobby clerical homossexualista encontre as condições ideais para se consolidar e reproduzir com danos incalculáveis.

É nesta base que o homossexualismo clerical torna-se um organismo estável, capaz de se defender e influenciar a estrutura do governo eclesiástico, ao mesmo tempo que prepara o terreno para novas formas de troca e chantagem, em que o compromisso sexual se torna a moeda do governo. Evitando o tema do homossexualismo clerical, iludindo-se pensando que podem falar e escrever de forma séria e credível sobre a crise do clero e da formação dos sacerdotes, é como falar sobre "sacerdotes em Marte".

Da ilha de Patmos, 22 Outubro 2026

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O CÂNCER QUE NENHUM CIRURGIÃO REMOVEU E AS METÁSTASES DO HOMOSSEXUALISMO NO CLERO

Para fugir da questão do homossexualismo clerical, sob a ilusão de poder falar e escrever com seriedade e credibilidade sobre a crise do clero e da formação dos sacerdotes, é como falar de «sacerdotes em Marte».

— Assuntos eclesiais contemporâneos —

Autor

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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Em todas as redes sociais há um número crescente de personagens que falam levianamente sobre a crise do clero, apenas para entrar primeiro com os pés numa esfera tão delicada que - como afirmamos mais de uma vez nestas colunas - bispos e padres tremeriam diante dela, mesmo aqueles com várias décadas de experiência no cuidado espiritual do clero, particularmente de sacerdotes em estados de desânimo, assolado por fragilidade ou por síndromes depressivas genuínas. Aquilo de que poucas pessoas falam – e aqui chegamos ao medo que os padres têm de outros padres, que às vezes se transforma em terror - é o problema de uma homossexualidade cada vez mais difundida entre o clero e, o que é pior, de uma cultura homossexual genuína que está ganhando terreno através do que – novamente nestas colunas – tem sido repetidamente chamado de cavalo de Tróia arco-íris. Esta cultura, que os membros de uma grande «confraria» há anos tentam impor dentro da Igreja, é a massa tumoral que, tristemente, nenhum cirurgião conseguiu até agora remover. Assim sendo, falar da crise do clero e da sua formação sem abordar as metástases deste cancro, como esses personagens fazem, é mera retórica, às vezes até com o objetivo de desviar a atenção de um problema que é tudo menos marginal: eles descrevem seus sintomas em detalhes abundantes – o medo do julgamento, confidências traídas, o irmão padre percebido como um adversário – sem nunca nomear a doença, nomeadamente um clero que parece cada vez mais homossexualizado.

Qual é o objeto desta análise? Não homossexuais, cujas escolhas de vida livres ninguém tem o direito de julgar, mas candidatos ao sacerdócio ou padres homossexuais, quem é inteiramente legítimo, às vezes até um dever, examinar, porque — como já expliquei mais de uma vez em vários dos meus artigos sobre o assunto — eles não podem ser eles mesmos livremente. Um sacerdote deve sempre ser capaz de ser ele mesmo, aberta e livremente, não viver uma vida de fingimento e duplicidade, em que distúrbio sexual, onde presente, é obrigado a multiplicar-se à maior potência, num clima de ocultação e repressão.

eu. Da Transgressão à Suspensão da Consciência

Pecados contra o Sexto Mandamento não são novidade na história da Igreja: eles percorreram os séculos, como textos antigos e oficiais atestam claramente, entre eles o Grátis Gomorrhianus que São Pedro Damião dirigiu por volta 1049 ao Sumo Pontífice Leão IX. Esse texto continua a ser um testemunho inequívoco não só do vício, mas também à rede de cumplicidade que já a protegia: clérigos que confessavam uns aos outros para se absolverem sem que nada vazasse, superiores inclinados a encobrir e minimizar, culpados mantidos em ordens sagradas. O futuro Doutor da Igreja exigiu que fossem depostos e não mais admitidos no ministério. A presença do pecado, mesmo grave e generalizado, ou mesmo de uma cumplicidade organizada para ocultá-lo, não é, portanto, a característica distintiva da actual crise, nem, em si, permita-nos falar de uma decadência sem precedentes.

Os clérigos denunciados por Pedro Damião se esconderam porque sabiam que estavam em pecado: a sua cumplicidade foi a defesa de uma culpa reconhecida como tal. O que torna a situação contemporânea radicalmente diferente, em muitos aspectos sem precedentes na história eclesial, é a travessia de um ponto sem retorno, além do qual a própria capacidade de reconhecer o bem e o mal e de perceber o perigo falha. Em épocas anteriores, mesmo em momentos de maior corrupção, o pecado foi experimentado como tal, isto é, como uma queda, como fraqueza, como infidelidade consciente. Consciência, embora ferido, permaneceu operacional; o sujeito sabia que estava fazendo algo errado, às vezes se justificava, às vezes se escondia, mas não conseguiu apagar totalmente o julgamento interno que qualificou o ato como desordenado. Na situação atual, por contraste, testemunhamos uma mudança qualitativa muito mais grave: a suspensão e, em muitos casos, a aniquilação da consciência moral, acompanhado por uma cultura que não apenas esconde a desordem, mas pretende legitimá-lo e impô-lo como um bem. O comportamento não é mais percebido como a transgressão de um bem reconhecido, mas como uma forma normal e inquestionável de agir. O julgamento moral não é posto de lado por conflito ou fraqueza, mas porque não é mais considerado relevante. A ação está situada, tomar emprestado o título de uma obra de Friedrich Nietzsche que se tornou dramaticamente atual, além do bem e do mal, não como uma escolha trágica e consciente, mas como condição ordinária de existência.

Esta mutação antropológica tem consequências profundas no plano eclesial. Onde o pecado é experimentado como uma queda, a possibilidade de conversão permanece aberta; onde é experimentado como normalidade desprovida de julgamento, a conversão não é simplesmente recusada, mas se torna impensável. Não há conflito interno, sem arrependimento, nenhuma demanda pela verdade. A consciência não é silenciada: simplesmente não fala mais. É neste contexto que se compreende como uma condição moralmente desordenada pode passar de fragilidade pessoal a fator a serviço do poder clerical. Indivíduos desprovidos de atrito moral, intocado pelo drama da limitação, incapaz de reconhecer um bem objetivo que julgue a ação, mostram-se particularmente adequados para se enquadrarem em mecanismos de governo baseados no silêncio, cumplicidade e exposição mútua. A falta de consciência não é mais um obstáculo, mas uma vantagem.

O lobby clerical homossexualista enraíza-se precisamente nesta fratura. Não surge principalmente de fraqueza ou inconsistência ocasional, nem daquela queda humana que, uma vez reconhecido e trabalhado, pode até tornar um homem mais consciente e melhor do que era antes. Em vez disso, é formado através da normalização do pecado e da mentira como condição de pertencimento, transformar o que deve ser reconhecido e curado em uma premissa de identidade e um vínculo sistêmico. Onde o pecado não é mais percebido como tal, mas vivido como algo adquirido e compartilhado, deixa de ser um problema moral e se torna um vínculo: o que está escondido e mantido em comum garante a lealdade, o que é mantido em silêncio e trocável garante proteção, o que compromete a todos torna todos controláveis.

É a distinção que o Santo Padre Francisco desenhou em termos inequívocos, respondendo jornalistas no voo de volta do Rio de Janeiro no dia 28 julho 2013:

«O problema é não ter esta tendência, não, devemos ser irmãos e irmãs uns dos outros […]. O problema está em fazer um lobby desta tendência […]. Para mim, este é o problema maior» (cf. aqui).

Não a fragilidade do indivíduo, então, mas a organização, o saguão. Num tal cenário, não são os clérigos amorais que se revelam problemáticos para o sistema., mas aqueles que, enquanto vivemos em fidelidade, preservar a consciência vigilante e recusar entrar nesse circuito de cumplicidade, silêncio e troca sobre os quais o homossexualismo clerical repousa e se transforma em uma estrutura organizada de poder. Uma consciência livre, inegociável e não aberto a chantagem, torna-se assim o elemento desestabilizador, não por sua força polêmica, mas pela sua mera existência.

A crise atual portanto, não consiste em um ressurgimento do pecado, mas na sua transformação em critério de governabilidade, ao ponto de uma deriva ainda mais grave: um critério de seleção para o acesso ao sacerdócio e, posteriormente, para identificar os candidatos considerados idôneos para o episcopado. Quando o processo seletivo fica comprometido nesse nível, as consequências não permanecem circunscritas, mas afecta inevitavelmente todo o corpo eclesial. E ainda assim a norma existe e é clara. A Instrução da Congregação para a Educação Católica aprovada pelo Sumo Pontífice Bento XVI e publicada em 4 Novembro 2005 estabelece que a Igreja, «respeitando profundamente as pessoas em questão, não pode admitir no seminário ou nas ordens sagradas aqueles que praticam a homossexualidade, apresentam tendências homossexuais profundas ou apoiam a chamada “cultura gay”» (cf. aqui). A mesma disposição foi reafirmada em 2016 pelo Sistema Fundamental da Instituição Sacerdotal (cf. aqui). O problema, então, não é a ausência de critérios, mas a sua não aplicação precisamente onde os futuros sacerdotes e bispos são formados e escolhidos.

Este é o passo que marca uma decadência sem precedentes históricos: não a queda do homem, sempre possível desde o início dos tempos, da irrupção do pecado original na história, mas a construção de sistemas em que a queda não seja mais reconhecida como tal e a consciência, esvaziado de sua função de juiz, deixa de ser um lugar de verdade e se torna um espaço neutro ao serviço do poder.

(II). O homossexualismo clerical como sistema baseado na normalização de mentiras

Todo sistema de poder que pretende preservar-se evita, tanto quanto possível, exposição direta. Não atua na primeira pessoa, não se compromete abertamente, não assume publicamente a responsabilidade pelas suas decisões mais controversas. Prefere operar através de intermediários, fazendo uso de indivíduos que servem como telas, como executores, como instrumentos dispensáveis. Estes são os homens de palha e o idiotas úteis: figuras que realmente não governam, mas agir no lugar do poder, realizando o que os outros decidem, depois de ter sido neutralizado pela ilusão de pertencer ao poder e de extrair dele um reconhecimento indireto.

No contexto eclesiástico, esses indivíduos são frequentemente leigos clericalizados, permanentemente inserido nos círculos curiais e nos órgãos administrativos, redes financeiras e de mídia, ou em qualquer caso nos lugares de maior influência eclesial. Embora sem qualquer responsabilidade institucional formal, eles desfrutam de uma liberdade de ação que o clero não pode permitir. São eles que intervêm onde o poder clerical não quer expor-se diretamente: eles intimidam, deslegitimação, difamar, relatório, acusar, desencadear um processo desprovido de qualquer fundamento real. Eles agem convencidos de que contam e têm peso dentro da estrutura de poder, enquanto na realidade eles são usados ​​precisamente porque são substituíveis, exposto e dispensável, reduzidos a meros instrumentos executivos destinados a absorver o impacto das ações mais sujas com as quais os clericalistas não querem sujar as mãos.

Não é incomum que um leigo clericalizado, desprovido de qualquer mandato formal, tornar-se subitamente promotor de «relatórios» motivado por um suposto zelo pelo bem da Igreja. Nenhuma acusação explícita, nenhuma evidência concreta: apenas alusões, suspeitas, frases deixadas cair com aparente discrição. É o suficiente, no entanto, para que tais rumores cheguem aos círculos certos, que já os esperavam em prontidão silenciosa, para que uma nomeação seja revogada, uma colaboração terminou, uma pessoa isolada. O leigo se expôs, ele fez o trabalho sujo; o poder permanece em segundo plano e mantém, por assim dizer, suas mãos limpas.

Este modo de ação não é episódico, mas estrutural. O poder clerical mantém, portanto, uma distância segura e sempre mantém uma negação plausível. É o mesmo mecanismo encontrado em qualquer organização que pretenda exercer controle sem assumir abertamente o seu ônus moral e legal.. A responsabilidade permanece invisível; a ação, no entanto, é muito concreto, muitas vezes devastador.

Ao lado desta primeira categoria surge uma segunda, ainda mais agressivo e perigoso: a dos leigos homossexuais ideologicamente clericalizados, marcada por uma dura, militância vingativa e às vezes abertamente violenta no plano moral e relacional. Eles não servem apenas como instrumentos passivos do sistema, mas tornem-se seus jogadores ativos, impulsionado pelo objetivo de integrar e legitimar o homossexualismo dentro da Igreja, transformando-o de uma desordem tolerada em um critério de reconhecimento e pertencimento. Esses segundos indivíduos muitas vezes atuam como a vanguarda do sistema: eles dizem e escrevem, também através de blogs e mídias sociais, o que certos clérigos venenosos não podem se dar ao luxo de declarar publicamente; eles atacam aqueles a quem esses clérigos não podem atacar diretamente; eles exercem pressão constante por meio de acusações, insinuações, relatórios às autoridades eclesiásticas e campanhas de deslegitimação. A sua força reside na quase total ausência de restrições. Eles não respondem a nenhuma autoridade eclesiástica formal, eles não correm o risco de sanções canônicas, eles não pagam nenhum preço institucional e, na prática, eles agem em uma zona de impunidade substancial que torna ineficaz qualquer tentativa de resposta legal proporcional. É por isso que se revelam extremamente úteis para certas facções clericais que deles fazem uso, mantendo uma posição aparentemente neutra.: são eles que se expõem, quem fala, escrever e relatar, enquanto o aparelho permanece em segundo plano, preparar, se for necessário, negar qualquer envolvimento. Desta forma eles podem atacar, intimidar e deslegitimar sem sofrer consequências graves.

Nenhum desses indivíduos poderia operar de forma eficaz se a verdade fosse reconhecida e adotada como critério operativo comum, isso é, como um padrão concreto para avaliar a conduta, tomando decisões, atribuir responsabilidades e intervir quando abusos ou mentiras vêm à tona. Eles prosperam em um contexto em que o silêncio é recompensado, a discrição é elevada a uma virtude, a lealdade não é medida pela retidão, mas pela capacidade de não colocar o sistema em crise. Mentir não é mais percebido como um desvio, mas como condição necessária para permanecer dentro do circuito.

É neste ambiente que o homossexualismo clerical deixa de ser uma soma de comportamentos individuais e se configura como um sistema. Não porque todos participam, mas porque aqueles que pertencem a ela aceitam regras não escritas, mas muito rígidas: não vejo nada, não diga nada, não nomeie nada. A vida privada torna-se um instrumento de controle; o segredo compartilhado torna-se uma garantia de confiabilidade; estar mutuamente comprometido torna-se a base da proteção. Aqueles que aceitam estas condições estão integrados; aqueles que os recusam, mesmo sem denunciar nada, são vistos como um elemento desestabilizador perigoso e, portanto, como um causador de problemas. A mentira, assim normalizado, não é mais um efeito colateral do sistema, mas a sua base operacional. É a velha técnica do Diabo: ele é capaz de dizer nove verdades e então, tendo finalmente chegado ao décimo, contando uma mentira colossal que distorce completamente qualquer verdade que tenha sido dita antes. Nesse ponto, a verdade distorcida torna-se, por paradoxo diabólico, um suporte funcional para a mentira, o que também pode ser uma omissão: não apenas deixar de contar as coisas como elas são, mas negar como as coisas são.

Aqueles que governam este sistema não são, em última análise, aqueles que falam ou agem visivelmente, mas aqueles clérigos que nunca intervêm diretamente, quem observa, ouvir, deixe as coisas acontecerem. Eles não emitem ordens explícitas, não assine nenhuma medida, não tome decisões formais, no entanto, nada acontece sem o seu consentimento tácito. Quando o dano estiver feito, eles sempre podem declarar que não sabiam, que não foram informados, que eles não tinham autorizado nada, sacrificando em vez disso, quando necessário, os idiotas úteis que eles enviaram para o ataque e fizeram uso de. O poder assim exercido permanece intacto precisamente porque não se expõe: governa por delegação, greves através de intermediários, preserva a sua própria posição enquanto outros absorvem o conflito e a responsabilidade. É dentro deste degradado, ambiente degradante e opaco que o lobby clerical homossexualista encontra as condições ideais para consolidar-se e reproduzir-se, causando danos incalculáveis.

É nesta base que o homossexualismo clerical torna-se um organismo estável, capaz de se defender e de moldar a estrutura do governo eclesiástico, ao mesmo tempo que prepara o terreno para novas formas de troca e chantagem, em que estar sexualmente comprometido se torna a moeda do governo. Para fugir da questão do homossexualismo clerical, sob a ilusão de poder falar e escrever com seriedade e credibilidade sobre a crise do clero e da formação dos sacerdotes, é como falar de «sacerdotes em Marte».

Da ilha de Patmos, 22 Outubro 2026

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O CÂNCER QUE NENHUM CIRURGIÃO REMOVEU E AS METÁSTASES DO HOMOSSEXUALISMO NO CLERO

Evitando a questão da homossexualidade clerical, com a esperança de poder falar e escrever de forma séria e credível sobre a crise do clero e da formação dos sacerdotes, É como falar sobre “curas em Marte”.

— Notícias eclesiásticas —

Autor

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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Nas redes sociais multiplicam-se personagens que falam com naturalidade sobre a crise do clero, e depois precipitar-se para uma esfera de tal delicadeza que – como reiteramos mais de uma vez nestas colunas – faria tremer bispos e padres com várias décadas de experiência no cuidado espiritual do clero., particularmente daqueles que se encontram em situações de desânimo, sujeito a fragilidades ou verdadeiras síndromes depressivas. Aquilo de que poucos falam - e aí vem o elemento daquele medo dos padres em relação a outros padres que por vezes se transforma em terror - é o problema da homossexualidade que está cada vez mais difundido no clero e, o que é pior, de uma verdadeira cultura homossexual que está a ganhar terreno através daquilo que - também nestas colunas - tem sido repetidamente apontado como o cavalo de Tróia arco-íris. Esta cultura, que os membros de uma grande “irmandade” vêm tentando impor há anos dentro da Igreja, é a massa tumoral que, infelizmente, Até o momento, nenhum cirurgião conseguiu remover. Por tanto, falar da crise do clero e da sua formação sem enfrentar as metástases deste cancro, Como esses personagens se saem?, É pura retórica, às vezes até com o objetivo de desviar a atenção de um problema que está longe de ser marginal: seus sintomas são descritos detalhadamente – medo do julgamento, confidências traídas, o irmão padre percebido como um adversário – sem nunca nomear a doença, isto é,, um clero que parece cada vez mais homossexualizado.

Qual é o objetivo desta análise? Não homossexuais, sobre cujas escolhas de vida livres ninguém tem o direito de falar, mas aspirantes ao sacerdócio ou padres homossexuais, sobre qual, em vez de, É completamente legal, e às vezes até um dever, pronunciar, porque - como já expliquei várias vezes em diferentes artigos meus sobre o assunto - eles não podem ser eles mesmos livremente. E um padre deve sempre ser capaz de ser ele mesmo, aberta e livremente: não posso viver uma vida de ficção e duplicidade, dentro do qual o distúrbio sexual, se presente, destina-se a multiplicar na potência máxima, num clima de ocultação e repressão.

  1. Da transgressão à suspensão da consciência

Pecados contra o sexto mandamento Não constituem nada de novo na história da Igreja: passaram pelos séculos, como textos antigos e oficiais atestam cruamente, entre eles o Grátis Gomorrhianus que São Pedro Damião dirigiu para o ano 1049 ao Sumo Pontífice Leão IX. Esse texto continua a ser um testemunho inequívoco não só do vício, mas também da rede de cumplicidades que até então o protegia: clérigos que confessaram uns aos outros para absolver uns aos outros sem nada transcender, superiores inclinados a esconder e minimizar, culpado mantido em ordens sagradas. O futuro Doutor da Igreja pediu que fossem depostos e que não fossem mais admitidos no ministério.. A presença do pecado, sério e generalizado, ou mesmo cumplicidade organizada para escondê-lo, não constitui, portanto, o elemento distintivo da crise actual, nem sequer é permitido falar, sozinho, de declínio sem precedentes.

Os clérigos denunciados por Pedro Damián Eles se esconderam porque sabiam que estavam em pecado: a sua cumplicidade foi a defesa de uma culpa reconhecida como tal. O que torna a situação contemporânea radicalmente diferente, em muitos aspectos sem precedentes na história eclesial, é a ultrapassagem de um limite sem retorno, além do qual desaparece a própria capacidade de reconhecer o bem e o mal e de perceber o perigo. Em tempos anteriores, mesmo em tempos de maior corrupção, o pecado foi vivido como tal, isto é,, como o outono, como fraqueza, como infidelidade consciente. A consciência, embora ferido, ainda estava operando; o sujeito sabia que estava fazendo algo errado, às vezes era justificado, às vezes ele se escondia, mas não conseguiu apagar completamente o julgamento interno que descrevia o ato como desordenado.. Na situação atual, em vez de, estamos testemunhando um passo qualitativo muito mais sério: a suspensão e, em muitos casos, a aniquilação da consciência moral, acompanhada por uma cultura que não se limita a esconder a desordem, mas antes procura legitimá-lo e impô-lo como um bem. O comportamento não é mais percebido como uma transgressão de um bem reconhecido, mas como uma forma normal e indiscutível de agir. O julgamento moral não é eliminado pelo conflito ou pela fraqueza, mas porque não é mais considerado relevante. A ação está localizada, por assumir o título de uma obra de Friedrich Nietzsche que se tornou dramaticamente atual, além do bem e do mal, não como uma escolha trágica e consciente, mas como uma condição comum de existência.

Esta mutação antropológica Tem consequências profundas a nível eclesiástico.. Onde o pecado é experimentado como uma queda, a possibilidade de conversão permanece aberta; onde é vivido como normalidade sem julgamento, a conversão não é simplesmente rejeitada, mas isso se torna impensável. Não há conflito interno, não há arrependimento, não há busca pela verdade. A consciência não é silenciada: ele simplesmente não fala mais. É neste contexto que se compreende como uma condição moralmente desordenada pode passar de fragilidade pessoal a fator funcional do poder clerical.. Assuntos sem atrito moral, não atravessado pelo drama do limite, incapaz de reconhecer um bem objetivo que julga a ação, São particularmente adequados para se inserirem em mecanismos governamentais baseados no silêncio., cumplicidade e exposição recíproca. A falta de consciência não é mais um obstáculo, mas uma vantagem.

O lobby clerical homossexualista é enxertado precisamente nesta fratura. Não nasce principalmente de fraqueza ou incoerência ocasional, nem daquela queda humana que, uma vez reconhecido e cruzado, pode até tornar o homem mais consciente e melhor do que era antes. É formado, em vez de, através da normalização do pecado e da mentira como condição de pertencimento, transformando o que deveria ser reconhecido e curado em um orçamento de identidade e link de sistema. Onde o pecado não é mais percebido como tal, mas sim é vivido como dados adquiridos e compartilhados, Deixa de ser um problema moral e passa a ser um vínculo: o que está oculto e comum garante fidelidade, o que é mantido em silêncio e trocado garante proteção, o que compromete a todos torna todos controláveis.

É a distinção que o Santo Padre Francisco estabelecido em termos inequívocos, respondendo aos jornalistas no voo de volta do Rio de Janeiro no dia 28 Julho de 2013:

«O problema é não ter esta tendência; não, devemos ser irmãos […]. O problema é fazer lobby por essa tendência […]. Este é o problema mais sério para mim." (cf. aqui).

Não a fragilidade do indivíduo, sino a organização, o saguão. Neste cenário, não são os clérigos amorais que são problemáticos para o sistema, mas quem, vivendo em fidelidade, Mantêm a consciência vigilante e recusam-se a entrar nesse circuito de cumplicidade, de silêncio e de troca em que a homossexualidade clerical é sustentada e transformada numa estrutura organizada de poder. A consciência livre, inegociável e não chantageável, torna-se assim o elemento desestabilizador, não por causa de sua força controversa, mas pela sua simples existência.

A crise atual não consiste, portanto, em um agravamento do pecado, mas na sua transformação em critério de governança, até chegar a um desvio ainda mais sério: critérios de seleção para acesso ao sacerdócio e, posteriormente, para a identificação dos candidatos considerados aptos para o episcopado. Quando o processo seletivo é prejudicado neste nível, as consequências não permanecem circunscritas, mas têm inevitavelmente repercussões em todo o corpo eclesial. E ainda, o padrão existe e é claro. A Instrução da Congregação para a Educação Católica aprovada pelo Sumo Pontífice Bento XVI e publicada em 4 novembro 2005 estabelece que a Igreja, "respeitando profundamente as pessoas em questão, não pode admitir aqueles que praticam a homossexualidade no Seminário e nas Ordens Sagradas, “Eles apresentam tendências homossexuais profundamente enraizadas ou apoiam a chamada cultura gay”. (cf. aqui). A mesma disposição foi reafirmada em 2016 para o Sistema Fundamental da Instituição Sacerdotal (cf. aqui). O problema não é, portanto, a ausência de critérios, mas a sua falta de aplicação precisamente onde os futuros padres e bispos são formados e eleitos.

Este é o passo que marca uma decadência sem precedentes históricos: não a queda do homem, sempre possível desde o início dos tempos, desde o surgimento do pecado original na história, mas a construção de sistemas em que a queda não seja mais reconhecida como tal e a consciência, esvaziado de sua função de julgamento, Deixa de ser um lugar de verdade e passa a ser um espaço neutro, funcional para poder.

  1. A homossexualidade clerical como um sistema baseado na normalização de mentiras

Qualquer sistema de poder que procure preservar-se evita, tanto quanto possível, exposição direta. Não atua em primeira pessoa, não se compromete abertamente, não assume publicamente a responsabilidade pelas suas decisões mais controversas. Prefere operar através de um intermediário, usando assuntos que atuam como telas, de executores, de instrumentos sacrificiais. É sobre o homens de palha e do tolos úteis: figuras que realmente não governam, mas eles agem no lugar do poder, executando o que os outros decidem, depois de ter sido neutralizado pela ilusão de pertencer ao poder e obter dele reconhecimento indireto.

No contexto eclesiástico, Esses sujeitos são muitas vezes leigos clericalizados, Inserido de forma estável nos ambientes da Cúria e nos circuitos administrativos, financeira e mídia, ou em qualquer caso nos lugares de maior influência eclesial. Embora não tenham responsabilidade institucional formal, Gozam de uma liberdade operacional que o clero não pode permitir. São eles que intervêm onde o poder clerical não quer expor-se diretamente.: intimidar, deslegitimar, difamar, trair, acusar, Lançam procedimentos que carecem de qualquer base real. Eles agem convencidos de que contam e têm peso dentro da estrutura de poder., enquanto na realidade eles são usados ​​precisamente porque são substituíveis, exposto e sacrificial, reduzidos a meros instrumentos executivos destinados a absorver o impacto das ações mais sujas com as quais os clérigos não querem sujar as mãos.

Não é incomum que um leigo clericalizado, sem qualquer mandato formal, de repente torna-se um promotor de “queixas” motivadas por um suposto zelo pelo bem da Igreja. Nenhuma acusação explícita, nenhuma prova concreta: apenas alusões, suspeitas, frases deixadas cair com aparente discrição. O suficiente, no entanto, com esses rumores chegando aos ambientes certos, que já os esperavam com disposição silenciosa, ter uma cobrança revogada, uma colaboração é interrompida, uma pessoa está isolada. O leigo se expôs, fez o trabalho sujo; o poder permanece em segundo plano e preserva, por assim dizer, mãos limpas.

Essa forma de agir não é episódica, mas estrutural. O poder clerical mantém assim uma distância segura e mantém sempre uma negação plausível.. É o mesmo mecanismo que se encontra em qualquer organização que procura exercer controlo sem assumir abertamente o seu peso moral e legal.. A responsabilidade permanece invisível; a ação, em vez de, É muito específico, muitas vezes devastador.

Juntamente com esta primeira categoria, surge uma segunda, ainda mais agressivo e perigoso: a dos leigos homossexuais ideologicamente clericalizados, caracterizado por uma militância dura, vingativo e às vezes abertamente violento em nível moral e relacional. Eles não estão limitados a atuar como instrumentos passivos do sistema, mas eles se tornam seus atores ativos, motivado pelo objetivo de dar uma carta de cidadania e legitimar a homossexualidade dentro da Igreja, transformando-a de desordem tolerada em critério de reconhecimento e pertencimento. Esses segundos sujeitos muitas vezes atuam como a vanguarda do sistema: eles dizem e escrevem, também através de blogs e redes sociais, o que certos clérigos venenosos não podem se dar ao luxo de declarar publicamente; Eles atacam quem esses clérigos não conseguem atingir diretamente; Eles exercem pressão constante por meio de acusações, avanços, reclamações às autoridades eclesiásticas e campanhas de deslegitimação. A sua força reside na quase total ausência de vínculos. Eles não respondem a nenhuma autoridade eclesiástica formal, eles não correm o risco de sanções canônicas, Eles não pagam nenhum preço institucional e, na prática, Eles atuam em uma área de impunidade substancial que torna ineficaz qualquer tentativa de reação jurídica proporcional.. É por isso que são extremamente úteis para certas facções clericais que os utilizam, mantendo uma posição aparentemente neutra.: são eles que se expõem, eles falam, eles escrevem e relatam, enquanto o dispositivo permanece em segundo plano, disposto, se necessário, declarar-se desconhecedor dos factos. Desta forma eles podem acertar, intimidar e deslegitimar sem sofrer consequências graves.

Nenhum desses assuntos poderia operar de forma eficaz se a verdade fosse reconhecida e assumida como critério operacional comum, isto é,, como parâmetro específico para avaliar comportamentos, tomar decisões, atribuir responsabilidades e intervir quando surgirem abusos ou mentiras. Eles prosperam em um contexto onde o silêncio é recompensado, a discrição é elevada à virtude, lealdade não é medida pela retidão, mas pela capacidade de não colocar o sistema em crise. Mentir não é mais percebido como desvio, mas como condição necessária para permanecer dentro do circuito.

É neste ambiente que o homossexualismo clerical Deixa de ser uma soma de comportamentos individuais e se configura como um sistema. Não porque todos participam, mas porque quem faz parte aceita regras não escritas, mas muito rígido: não vejo, não fale, não nomeie. A vida privada torna-se um instrumento de controle; o segredo compartilhado, em garantia de confiabilidade; exposição mútua à chantagem, com base na proteção. Quem aceita estas condições está integrado; quem os rejeita, mesmo sem relatar nada, é visto como um perigoso elemento desestabilizador e, portanto, como alguém problemático. A mentira, tão normalizado, Não é mais um efeito colateral do sistema, mas a sua base operacional. É a velha técnica do Diabo, capaz de dizer nove verdades e depois, finalmente cheguei ao décimo, contar uma mentira colossal que distorce completamente tudo o que era verdade que foi dito antes. Nesse ponto, a verdade desnaturada torna-se, por paradoxo diabólico, no suporte funcional da mentira, o que também pode ser uma omissão: não apenas não contar as coisas como elas são, mas negar como as coisas são.

Quem governa este sistema? eles não são, em última análise, aqueles que falam ou agem visivelmente, mas aqueles eclesiásticos que nunca intervêm diretamente, o que eles observam, eles ouvem, deixe-os fazer. Eles não dão ordens explícitas, eles não assinam disposições, eles não tomam decisões formais, mas nada acontece sem o seu consentimento tácito. Quando o dano estiver feito, Eles sempre podem declarar que não sabiam, que não foram informados, que eles não tinham autorizado nada, sacrificando em qualquer caso, chegou a hora, aos tolos úteis que eles lançaram sob o comando e dos quais se aproveitaram. O poder, exercitado assim, permanece intacto precisamente porque não está exposto: governar por delegação, acertos da pessoa interveniente, preserva sua posição enquanto outros absorvem o conflito e a responsabilidade. É dentro deste ambiente degradado, degradante e opaco onde o lobby clerical homossexualista encontra as condições ideais para se consolidar e reproduzir com danos incalculáveis.

É nesta base que a homossexualidade clerical torna-se um organismo estável, capaz de se defender e influenciar a estrutura do governo eclesiástico, ao mesmo tempo que prepara o terreno para novas formas de troca e chantagem, em que o que é sexualmente comprometedor se torna a moeda do governo. Evitando a questão da homossexualidade clerical, com a esperança de poder falar e escrever de forma séria e credível sobre a crise do clero e da formação dos sacerdotes, É como falar sobre “curas em Marte”.

Da Ilha de Patmos, 22 outubro 2026

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HTTPS://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2026/08/Padre-Ariel-piccola-ok.jpeg?FIT = 150,150 & SSL = 1 150 150 Pai de Ariel HTTPS://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Pai de Ariel2026-10-22 14:23:412026-10-23 15:23:10Esse câncer que nenhum cirurgião jamais removeu e a metástase do homossexualismo dentro do clero – O câncer que nenhum cirurgião removeu e as metástases do homossexualismo no clero – O câncer que nenhum cirurgião removeu e as metástases da homossexualidade no clero

Guerra de guerrilha em Milão. Marco Rizzo e a sabedoria pedagógica de um “velho” comunista

20 Outubro 2026/dentro Resumos dos Padres/de Redação

GUERRILHA EM MILÃO. MARCO RIZZO E A SABEDORIA PEDAGÓGICA DE UM “VECCHIO” COMUNISTA

As forças policiais, diante daqueles que destroem, saqueia e atira pedras, devem ser capazes de intervir com toda a firmeza necessária, até inflarem os hooligans como gaitas de foles tocando músicas de Natal e fazê-los ver o Menino Jesus descendo das estrelas, sem medo de acabar em julgamento por cumprir o seu dever, mesmo com golpes de cassetete.

— Os Resumos dos Padres da Ilha de Patmos —

Autor
Editores da ilha de Patmos

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Sábado 17 e domingo 18 Outubro o centro de Milão foi incendiado por centenas de meninos com os rostos cobertos, principalmente menores, convocado TikTok sob o pretexto de uma manifestação contra o custo de vida, lutou roubando o Armário para pés do Corso Vittorio Emanuele, a Carrefour da via Torino e do Decatlo da Praça Castelo.

O orçamento: 271 pessoas acompanhadas à delegacia, 80% menores, o mais novo de onze; oficiais feridos; os fiéis saindo da missa do Arcebispo Mario Delpini evacuados de uma passagem subterrânea da Catedral Metropolitana da Natividade da Bem-Aventurada Virgem Maria.

Diante de tudo isso, a proposta mais sensata não veio dos sociólogos da televisão inclusiva nem dos psicólogos do diálogo evolutivo, mas de um comunista completo: Marco Rizzo, ex-deputado e eurodeputado, durante anos à frente do Partido Comunista. O que ele propõe?? Uma regra simples e eficaz: Quem quebra é parado e só sai quando mamãe e papai vão com a carteira na mão pagar a fiança. E acrescenta que seu filho finalmente vai levar os dois tapas que deveria ter recebido há muito tempo, aprender que as ações têm consequências e que as consequências têm um preço que alguém deve pagar.

O problema subjacente é a destruição da autoridade. Durante décadas nos foi explicado que autoridade é repressão, o limite é o trauma, "não" é violência psicológica. Criamos assim uma geração de pais sindicalistas, pronto para desafiar o voto do professor, denunciar o treinador que deixou o filho no banco, ver cada censura como um ataque à auto-estima da criança. O pai superprotetor não é um pai amoroso: é um pai ausente, que delegou a educação de seu filho à impunidade. O resultado são crianças de doze anos que não temem nada nem ninguém, porque ninguém nunca os ensinou a temer nada.

Sobre esse vazio educacional a subcultura de uma determinada música é enxertada armadilha e furar quem canta o roubo, a faca, desprezo pela polícia, dinheiro fácil e a marca de designer como único sinal de valor. Não é a única causa, mas é a trilha sonora. E não é por acaso que as vitrines atacadas eram de vendedores de tênis e roupas esportivas: o que é mostrado nos vídeos é saqueado.

Então há um nó que ninguém quer desatar: essas crianças sabem muito bem que nada pode acontecer com elas, do que o policial, Fermandoli, arrisca mais do que eles. Seja um agente, impedir um menor que quebra uma vitrine para roubar roupas de grife, bate nele com um cassetete de borracha, ele vai acabar na frente de um juiz, que muitas vezes sairá condenado. E enquanto o policial tiver mais medo do juiz do que o bandido do policial, a delinquência triunfará.

certos indivíduos, vendo a polícia à distância, eles deveriam sentir um arrepio na espinha: nossa segurança é confiada a eles e, Se for necessário, o uso da força legítima, protetor e defensivo, dos quais apenas o Estado detém o monopólio. E a polícia, diante daqueles que destroem, saqueia e atira pedras, devem ser capazes de intervir com toda a firmeza necessária, até inflarem os hooligans como gaitas de foles tocando músicas de Natal e fazê-los ver o Menino Jesus descendo das estrelas, sem medo de acabar em julgamento por cumprir o seu dever, mesmo com golpes de cassetete. Não é um pedido de desculpas à violência, mas a defesa da autoridade do Estado: é o pedido para que o Estado pare de deixar seus agentes sozinhos e garanta, na verdade, impunidade para infratores.

Estranho destino o de nós sacerdotes: ouvir uma palestra educacional séria, tivemos que ouvir um velho e lúcido comunista, enquanto a paródia do sinistro salão acampa fora da realidade entre as super coberturas de Parioli e as vilas de Capalbio.

Da ilha de Patmos, 20 Outubro 2026

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HTTPS://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/faviconbianco150.jpg?FIT = 150,150 & SSL = 1 150 150 Redação HTTPS://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redação2026-10-20 23:19:512026-10-21 01:12:07Guerra de guerrilha em Milão. Marco Rizzo e a sabedoria pedagógica de um “velho” comunista

A cabeça e os pés de Cristo: São Cromácio de Aquiléia contra as polarizações da contemporaneidade

19 Outubro 2026/dentro Theologica/de Padre Gabriel

italiano, Inglês, Espanhol

 

A CABEÇA E OS PÉS DE CRISTO: SAN CROMAZIO DE AQUILEIA CONTRA AS POLARIZAÇÕES CONTEMPORÂNEAS

Hoje a Igreja parece dividida entre duas facções paroxísticas, incapaz de se comunicar, exceto por anátema mútuo: os sacerdotes da pura práxis mundana, por um lado, e os gnósticos da abstração sacra, por outro.

— Teológica —

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, o.p.

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artigo em formato de impressão PDF – formato de impressão do artigo – artigo em formato impresso

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As polarizações animaram o choque geopolítico do século passado. O capitalismo por um lado, socialismo por outro.

Retrato do bispo na Sala do Trono do Palácio Patriarcal de Udine

O Muro de Berlim caiu, pensamos que tudo estava resolvido. Mas não. Em cada um de nós existe uma forma de catarismo dualista que nos leva a nos sentirmos bons e puros e a nos voltarmos contra o outro, o que seria mau e demoníaco. Nem mesmo as redes sociais ajudam nisso. Para tentar aprofundar esta reflexão, recorremos às fontes de um antigo pai da Igreja: São Cromácio.

eu. Aquileia no fim do Império: o perfil de um pastor integral

Ad Aquileia, dobradiça entre Oriente e Ocidente no final da época romana antiga, a figura suave mas granítica de São Cromácio brilhou entre os séculos IV e V. Nascido por volta 335-340, cresceu no seio daquela comunidade ascética e clerical que Girolamo elogiou como um “coro de bem-aventurados”, foi consagrado bispo por Santo Ambrósio em 388 e liderou sua Igreja até sua morte, No 407 ou nos primeiros meses de 408. Amigo de Rufino de Aquileia e do próprio Girolamo, quando a controvérsia origenista os dividiu, foi ele quem tentou consertar a divisão entre eles: um homem capaz de salvaguardar a comunhão sem nunca negociar a verdade dogmática. As redescobertas de manuscritos do século XX nos deram seus sermões litúrgicos, cheio de exegese bíblica clara, onde o misticismo se funde com a dogmática mais rigorosa.

(II). O perfume de Betânia e a unidade do mistério cristão

Entre as páginas mais maravilhosas da homilética croata, destaca-se a investigação exegética dedicada ao episódio da unção de Betânia, narrado no capítulo 12 o Evangelho segundo João (cf.. GV 12,1-8), em profunda conexão com o que acontece no capítulo anterior (cf.. GV 11,33-35). É a cena em que Maria, irmã do ressuscitado Lázaro, pega meio quilo de nardo genuíno, muito precioso, ele borrifa os pés de Jesus com ele e os seca com seu próprio cabelo, enquanto toda a casa fica saturada com o aroma daquele bálsamo. Chromazio não lê este gesto nem com sentimentalismo nem com o cálculo utilitário de Judas, que ele queria vender aquele perfume por trezentos denários (cf.. GV 12,4-6), mas segundo o método alegórico e tipológico caro à tradição patrística, capturando uma síntese muito densa do dogma cristão. Ele recorda antes de tudo como foi a própria Maria quem chorou a morte de seu irmão diante de Jesus, fazendo o Redentor chorar. Deste detalhe surge uma deslumbrante intuição cristológica:

«Nas lágrimas do Senhor se mostra o mistério da Encarnação; na ressurreição de Lázaro é proclamado o poder da sua Divindade".

Maria chora lágrimas de Cristo de emoção humana autêntica e, logo depois, oferece o mais sublime testemunho de fé ao prostrar-se a seus pés para ungi-los. Para Cromácio, Maria é uma figura transparente da Igreja (figura da Igreja): ela prefigura a Esposa imaculada que dá à Palavra a plenitude da devoção e da adoração. A exegese aqui é feita com precisão milimétrica. Relembrando um simbolismo também amado por São Jerônimo, Cromazio observa que o libra Romana é composta de exatamente doze onças. A Igreja, assim, traz a Cristo todo o peso do precioso unguento porque recebeu a doutrina correta de doze apóstolos. Não há perfume agradável a Deus que não venha do depósito apostólico. além disso, essa pomada é composta pela composição harmoniosa de múltiplos aromas escolhidos: assim é a doutrina apostólica, que, apesar de ser um e indivisível na substância da fé, brilha na variedade de graças espirituais, dos carismas e virtudes que tornam perceptível no mundo a doçura de Cristo.

O Redentor, lembra o bispo de Aquileia, quando se dignou aniquilar-se descendo do seio do Pai para assumir um corpo mortal, passou quase despercebido aos olhos do mundo; Mas ainda, precisamente nessa kenosis, o perfume do seu Nome - o Cristo, isto é, o "Ungido" por excelência - encheu o orbe terrestre. E a Igreja nunca poderia ter conhecido ou alcançado o Redentor exceto através do meio objetivo desta doutrina apostólica.

III. A cabeça e os pés: a dupla confissão salvífica

O fulcro teológico da homilia cromatiana reside na anatomia espiritual do corpo do Senhor: porque a mulher unge o pés de Jesus e não do chefe, como relatam Mateus e Marcos (cf.. MT 26,7; MC 14,3)? Para Cromácio, o ato contém uma ordem pedagógica e salvífica fundamental. Os pés significam o rebaixamento da Encarnação: a Palavra eterna que toca a terra, quem anda em nossa poeira, que “nos últimos tempos se dignou a nascer de uma Virgem”. A cabeça indica a glória eterna de sua divindade: a geração eterna do Pai antes de todos os tempos, luz da luz, Deus verdadeiro de Deus verdadeiro.

A Igreja, explica Cromazio, necessariamente começa com a unção dos pés. Se o homem não reconhece e adora a humanidade do Salvador - a carne assumida, as feridas, o caminho doloroso, a concretude histórica da Redenção - nunca poderá subir à contemplação da divindade que reside na cabeça:

«Não podemos salvar-nos se não mantivermos unidas estas duas verdades sobre a natureza dual de Cristo, que são representados pela cabeça e pelos pés. Temos pés porque acreditamos na Encarnação da Virgem; temos a cabeça porque confessamos a sua divindade que procede do Pai”.

A salvação não é um conceito abstrato nem uma filantropia social: não é dado sem a profissão integral da união hipostática. Omitir os pés é cair num espiritismo desencarnado; omitir a cabeça é degradar o Senhor a um mero professor de moralidade humana.

Cromazio finalmente se concentra no cabelo com que a mulher limpa os pés do Senhor. Tomando o Cântico dos Cânticos (cf.. CT 4,1), o santo bispo vê ali o povo santo da Igreja e suas virtudes: a oração pura e o ardor da caridade. O unguento da doutrina apostólica, derramado aos pés do Senhor, traduz-se assim em obras concretas de piedade e de misericórdia corporal e espiritual. Quando o cristão ajuda os pobres, curar o sofredor, defende os oprimidos e se dedica aos irmãos, ele está derramando nardo sobre os pés feridos de Cristo e enxugando-os com sua própria vida.

4. A lição de Cromácio na Babel de hoje: o antídoto para polarizações extremas

Se as páginas de São Cromácio ressoam hoje com um frescor desarmante, é porque atingem o cerne da tragédia eclesiológica e doutrinal do nosso tempo. Nas colunas de A Ilha de Patmos denunciamos repetidamente como o drama da Igreja contemporânea reside na perda da harmonia católica (o e-e) a favor de uma dialética partidária, ideológico e destrutivo (eu'aut-aut).

Observando a fragmentação eclesial hoje, surge com evidências claras de que estamos testemunhando a exumação, e consciência da modernidade, das antigas heresias cristológicas: o Arianismo que Cromácio lutou em sua época e o Monofisismo que explodiu algumas décadas após sua morte. Hoje a Igreja parece dividida entre duas facções paroxísticas, incapaz de se comunicar, exceto por anátema mútuo: os sacerdotes da pura práxis mundana, por um lado, e os gnósticos da abstração sacra, por outro.

V. A deriva «horizontalista» e neopelagiana: a idolatria dos pés sem cabeça

Por um lado, encontramos o progressismo secularizado, que transforma a Igreja numa gigantesca organização não governamental dedicada ao comentário sociológico ou ao bem-estarismo burocrático, iludindo-se em construir o Reino apenas com a força humana: um pelagianismo de retorno. Esta corrente, imbuído de modernismo e sociologismo, lida quase obsessivamente com os “pés”, entendida, porém, não como a Encarnação do Verbo que redime a carne do pecado, mas como uma pura imanência mundana.

Cristo é reduzido a um nobre agitador social, a um profeta da inclusão universal, a um Sócrates palestino cuja ressurreição se torna um mito simbólico e cuja divindade quase constitui um obstáculo ao diálogo com o mundo. Desta perspectiva, o unguento da doutrina apostólica é subestimado ou considerado um complemento divisivo: apenas a ação imediata conta, o acordo com ele Zeitgeist, adaptação aos parâmetros seculares. Mas se esquecermos a cabeça - isto é, a divindade consubstancial de Cristo, da sua primazia absoluta, da graça incriada e do propósito escatológico do homem - as obras de misericórdia perdem a sua fragrância divina e decaem numa filantropia secularista estéril. Sem a cabeça gerada pelo Pai, os pés não caminham para a Vida eterna: eles estão tateando na lama do relativismo.

WE. A deriva «hipertradicionalista» e gnóstica: o fetichismo da cabeça sem os pés

No outro extremo, prolifera uma tentação igualmente venenosa, embora muitas vezes envolto em devoção incorrupta: hipertradicionalismo intelectualista ou formalista. É a facção daqueles que, como os antigos gnósticos, eles afirmam ungir exclusivamente o "chefe", ansiando por uma Igreja desencarnada, espremer, reduzido a um museu de fórmulas dogmáticas mumificadas, desapegado de qualquer preocupação viva pelos membros sofredores de Cristo.

Dentro entre eles a doutrina apostólica não é mais o unguento aromático que cura as feridas da alma e impulsiona para a missão, mas sim uma arma polêmica para medir a indignidade dos outros a partir de um pedestal de intocabilidade farisaica. Eles caem em um monofisismo prático: Cristo é tão e exclusivamente “divino”, distante e hierático, que sua Encarnação luta para sujar as mãos com a miséria da história humana. Esquecendo os “pés”, eles esquecem o cuidado pastoral, paciência pedagógica, proximidade com os pecadores, as lágrimas compartilhadas com quem sofre o luto e a precariedade da existência. Eles ignoram o fato de que a verdade, se não se traduzir na obra de misericórdia e de caridade viva, não é ortodoxia católica, mas o orgulho luciferiano.

Conclusão: voltar ao cheiro da doutrina apostólica

São Cromácio nos alerta desde o fundo dos séculos: não há redenção sem confissão completa, natureza simultânea e indivisível das duas naturezas na única Pessoa do Verbo encarnado. Não podemos amputar Cristo para satisfazer as modas ideológicas do momento. Esta é a única cura para aquele catarismo dualista que se esconde em cada um de nós: não pode ser vencido escolhendo uma metade de Cristo contra a outra, mas voltando a confessar tudo.

A Igreja autêntica ele não escolhe entre o místico e o pastoral, entre dogma e caridade, entre a mesa do professor e a enfermaria do hospital. Maria de Betânia realiza o ato perfeito porque começa onde a Igreja deve começar: jovem em pés do Salvador com o unguento de fé apostólica e os seca com virtude viva dos seus cabelos, abrindo o caminho até o cabo. A caridade tira sua força vital e sua orientação da doutrina correta; a doutrina encontra a sua fecundidade e a sua glorificação no mistério vivido da caridade para com os membros de Cristo.

Contra as ilusões do progressismo que degradam o Cristianismo ao moralismo político e contra as águas rasas dos tradicionalismos exasperados que congelam a fé numa gnose desprovida das entranhas da misericórdia, a voz do bispo de Aquileia eleva-se como um farol de equilíbrio sobrenatural. É hora de a Igreja recuperar a consciência da sua própria identidade esponsal: agarrar-se aos pés feridos da humanidade do Senhor com a piedade das obras, sem nunca desviar o olhar de adoração da Cabeça gloriosa que reina nos céus, de onde desce toda a graça e para a qual converge toda a história da salvação.

Convento de santa maria novela em Florença, 19 Outubro 2026

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A CABEÇA E OS PÉS DE CRISTO: SÃO CROMÁCIO DE AQUILEIA CONTRA AS POLARIZAÇÕES DO NOSSO TEMPO

Hoje a Igreja parece dividida entre duas facções paroxísticas, incapaz de se comunicar, exceto através de anátemas mútuos: os sacerdotes da pura práxis mundana de um lado e os gnósticos da abstração sacra do outro.

— Teológica —

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, o.p.

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Polarizações impulsionaram o choque geopolítico do século passado. Capitalismo de um lado, socialismo por outro. Quando o Muro de Berlim caiu, pensamos que tudo estava resolvido. Não é assim. Em cada um de nós existe uma forma de catarismo dualista que nos leva a sentir que somos bons e puros e a nos colocar contra outra pessoa, a quem lançamos como o ímpio e o demoníaco. Nem as redes sociais ajudam nisso. Para entrar mais profundamente nesta reflexão, vamos recorrer às fontes de um antigo Padre da Igreja: São Cromácio.

eu. Aquileia no Crepúsculo do Império: O perfil de um pastor íntegro

Em Aquiléia, a articulação entre o Oriente e o Ocidente na civilização romana da Antiguidade Tardia, brilhou entre os séculos IV e V a figura suave mas granítica de São Cromácio. Nascido por volta 335-340, criado no seio daquela comunidade ascética e clerical que Jerônimo elogiou como «coro de bem-aventurados», foi consagrado bispo por Santo Ambrósio em 388 e liderou sua Igreja até sua morte, dentro 407 ou nos primeiros meses de 408. Amigo de Rufino de Aquileia e do próprio Jerônimo, quando a controvérsia origenista os dividiu, foi ele quem procurou consertar a ruptura: um homem capaz de salvaguardar a comunhão sem nunca renunciar à verdade dogmática. As redescobertas de manuscritos do século XX devolveram-nos os seus sermões litúrgicos, rico em uma exegese bíblica lúcida, em que o misticismo se funde com a dogmática mais rigorosa.

(II). A fragrância de Betânia e a unidade do mistério cristão

Entre as páginas mais admiráveis ​​da homilética de Cromácio destaca-se a investigação exegética dedicada ao episódio da unção em Betânia., narrado no capítulo 12 do Evangelho segundo João (cf. Jn 12:1-8), em profunda conexão com o que acontece no capítulo anterior (cf. Jn 11:33-35). É a cena em que Maria, irmã do Lázaro ressuscitado, leva meio quilo de nardo genuíno, muito caro, derrama sobre os pés de Jesus e os seca com os cabelos, enquanto toda a casa se enche da fragrância daquele bálsamo. Cromácio não lê este gesto nem com sentimentalismo nem com o cálculo utilitário de Judas, quem queria aquele perfume vendido por trezentos denários (cf. Jn 12:4-6), mas segundo o método alegórico e tipológico caro à tradição patrística, discernindo nele uma síntese extraordinariamente densa do dogma cristão. Ele recorda, em primeiro lugar, que foi esta mesma Maria quem apresentou a Jesus a sua dor pela morte do seu irmão., levando o Redentor às lágrimas. Deste detalhe surge uma deslumbrante visão cristológica:

«Nas lágrimas do Senhor se mostra o mistério da Encarnação; na ressurreição de Lázaro é proclamado o poder da sua Divindade».

Maria extrai de Cristo lágrimas de genuína emoção humana e, imediatamente depois, oferece o mais sublime testemunho de fé ao prostrar-se a seus pés para ungi-los. Para Cromácio, Maria é uma figura transparente da Igreja (figura da Igreja): ela prefigura a Esposa imaculada que dá ao Verbo a plenitude da devoção e da adoração.

Aqui a exegese atinge precisão exata. Recordando um simbolismo também caro a São Jerônimo, Cromácio observa que o romano libra é composto de exatamente doze onças. A igreja, assim sendo, traz a Cristo todo o peso do ungüento precioso porque ela recebeu a doutrina correta do doze apóstolos. Não há fragrância agradável a Deus que não venha do depósito apostólico. Além disso, essa pomada é composta por uma mistura harmoniosa de muitas especiarias escolhidas: assim é com a doutrina apostólica, que, sendo um e indivisível na substância da fé, brilha na variedade de graças espirituais, carismas e virtudes que tornam perceptível no mundo a doçura de Cristo.

O Redentor, o bispo de Aquileia nos lembra, quando se dignou esvaziar-se descendo do seio do Pai para assumir um corpo mortal, passou quase despercebido aos olhos do mundo; e ainda, precisamente nessa kenosis, a fragrância do seu Nome – o Cristo, isso é, o «Ungido» por excelência — encheu toda a terra. E a Igreja nunca poderia ter conhecido ou alcançado o Redentor exceto através do canal objetivo desta doutrina apostólica.

III. A cabeça e os pés: A Dupla Confissão Salvadora

O núcleo teológico da homilia de Cromácio reside na anatomia espiritual do corpo do Senhor: por que a mulher unge o pés de Jesus e não de seu cabeça, como Mateus e Marcos relatam em vez disso (cf. MT 26:7; Mk 14:3)? Para Cromácio, o ato contém uma ordem pedagógica e salvífica fundamental. Os pés significam o rebaixamento da Encarnação: o Verbo eterno que toca a terra, quem anda em nossa poeira, que «nos últimos tempos se dignou nascer de uma Virgem». A cabeça indica a glória imperecível de sua divindade: a geração eterna do Pai antes de todos os tempos, Luz da Luz, Deus verdadeiro de Deus verdadeiro.

A igreja, Cromácio explica, começa necessariamente pela unção dos pés. Se o homem não reconhece e adora a humanidade do Salvador – a carne assumida, as feridas, o caminho doloroso, a concretude histórica da Redenção — ele nunca poderá subir à contemplação da divindade que habita na cabeça:

«Não podemos ser salvos a menos que mantenhamos unidas estas duas verdades sobre a dupla natureza de Cristo, que são representados pela cabeça e pelos pés. Temos os pés porque acreditamos que ele encarnou da Virgem; temos a cabeça porque confessamos a sua Divindade que procede do Pai».

A salvação não é algo abstrato conceito nem uma filantropia social: não é alcançado sem a profissão integral da união hipostática. Omitir os pés significa mergulhar num espiritismo desencarnado; omitir a cabeça significa degradar o Senhor a um mero professor de moralidade humana.

Finalmente, Cromácio habita no cabelo com que a mulher enxuga os pés do Senhor. Tomando o Cântico dos Cânticos (cf. Sg 4:1), o santo bispo vê naquele cabelo o povo santo da Igreja e as suas virtudes: a oração pura e o ardor da caridade. O unguento da doutrina apostólica, derramado aos pés do Senhor, traduz-se assim em obras concretas de piedade e de misericórdia corporal e espiritual. Quando o cristão ajuda os pobres, cuida do sofrimento, defende os oprimidos e se dedica a seus irmãos, ele está derramando nardo sobre os pés feridos de Cristo e enxugando-os com sua própria vida.

4. A lição de Cromácio para a Babel de hoje: O antídoto para polarizações extremas

Se as páginas de São Cromácio ressoam hoje com um frescor desarmante, é porque atingem o cerne da tragédia eclesiológica e doutrinal do nosso tempo. Nas colunas de A Ilha de Patmos denunciamos repetidamente como o drama da Igreja contemporânea reside na perda da harmonia católica (a e-e) a favor de uma facção, dialética ideológica e destrutiva (a auto-aut).

Olhando para a fragmentação eclesial de hoje, vemos com clareza cristalina que estamos testemunhando a exumação, em traje moderno, das antigas heresias cristológicas: o Arianismo que Cromácio lutou em sua época e o Monofisismo que eclodiu algumas décadas após sua morte. Hoje a Igreja parece dividida entre duas facções paroxísticas, incapaz de se comunicar, exceto através de anátemas mútuos: os sacerdotes da pura práxis mundana de um lado e os gnósticos da abstração sacra do outro.

V. A Deriva «Horizontalista» e Neopelagiana: A idolatria dos pés sem a cabeça

De um lado encontramos o progressismo secularizado, que transforma a Igreja numa gigantesca organização não governamental dedicada ao comentário sociológico ou ao bem-estarismo burocrático, iludindo-se de que pode construir o Reino apenas pela força humana: um pelagianismo ressurgente. Esta corrente, impregnado de modernismo e sociologismo, preocupa-se quase obsessivamente com os «pés», entendido, no entanto, não como a Encarnação do Verbo que redime a carne do pecado, mas como uma pura imanência mundana.

Cristo é reduzido a um nobre agitador social, um profeta da inclusão universal, um Sócrates palestino cuja ressurreição se torna um mito simbólico e cuja divindade é quase um obstáculo ao diálogo com o mundo. Nesta perspectiva, o unguento da doutrina apostólica é vendido ou considerado como um enfeite divisivo.: tudo o que conta é a ação imediata, acordo com o Zeitgeist, conformidade com padrões seculares. Mas se esquecermos a cabeça - isso é, a divindade consubstancial de Cristo, sua primazia absoluta, a graça incriada e o fim escatológico do homem – as obras de misericórdia perdem a sua fragrância divina e decaem numa filantropia secularista estéril. Sem a cabeça gerada pelo Pai, os pés não caminham em direção à Vida eterna: eles tateiam na lama do relativismo.

WE. A Deriva «Hiper-Tradicionalista» e Gnóstica: O Fetichismo da Cabeça sem os Pés

No extremo oposto prolifera uma tentação não menos venenosa, embora muitas vezes envolto em devoção incorruptível: hipertradicionalismo intelectualista ou formalista. É a facção daqueles que, como os antigos gnósticos, presuma ungir apenas a «cabeça», sonhando com um desencarnado, Igreja purista, reduzido a um museu de fórmulas dogmáticas mumificadas, afastado de qualquer solicitude viva pelos membros sofredores de Cristo.

Neles a doutrina apostólica não é mais o unguento aromático que cura as feridas da alma e impele à missão, mas uma arma polêmica para medir a indignidade dos outros a partir de um pedestal de intocabilidade farisaica. Eles caem em um monofisismo prático: Cristo é tão total e exclusivamente «divino», distante e hierático, que sua Encarnação luta para sujar as mãos com a miséria da história humana. Esquecendo os «pés», eles esquecem o cuidado pastoral, paciência pedagógica, proximidade com os pecadores, as lágrimas compartilhadas com quem sofre a dor e a precariedade da existência. Eles ignoram o fato de que a verdade, se não se traduzir na obra de misericórdia e de caridade viva, não é ortodoxia católica, mas o orgulho luciferiano.

Conclusão: Voltando à Fragrância da Doutrina Apostólica

São Cromácio nos adverte desde o fundo dos séculos: não há redenção sem o pleno, confissão simultânea e indivisível das duas naturezas na única Pessoa do Verbo encarnado. Não podemos amputar Cristo para ceder às modas ideológicas do momento. Esta é a única cura para aquele catarismo dualista que se esconde em cada um de nós: não é superado escolhendo uma metade de Cristo contra a outra, mas voltando a confessá-lo inteiro.

A Igreja autêntica não escolhe entre misticismo e pastoral, entre dogma e caridade, entre a cadeira docente e a enfermaria do hospital. Maria de Betânia realiza o ato perfeito porque começa onde a Igreja deve começar: ela unge o pés do Salvador com o unguento de fé apostólica e os seca com o virtudes vivas do cabelo dela, abrindo o caminho que sobe até a cabeça. A caridade tira a sua seiva vital e a sua orientação da justa doutrina; a doutrina encontra a sua fecundidade e a sua glorificação no mistério vivido da caridade para com os membros de Cristo.

Contra os delírios dos progressismos que degradam o Cristianismo ao moralismo político e contra os cardumes de tradicionalismos exasperados que congelam a fé numa gnose desprovida de qualquer coração de misericórdia, a voz do bispo de Aquileia eleva-se como um farol de equilíbrio sobrenatural. É hora de a Igreja redescobrir a consciência da própria identidade esponsal: agarrar-se aos pés feridos da humanidade do Senhor com a piedade das obras, sem nunca desviar o seu olhar de adoração da Cabeça gloriosa que reina no céu, de quem desce toda graça e para quem converge toda a história da salvação.

santa maria novela, Florença, 19 Outubro 2026

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A CABEÇA E OS PÉS DE CRISTO: SÃO CROMÁCIO DE AQUILEA CONTRA AS POLARIZAÇÕES DO NOSSO TEMPO

Hoje a Igreja parece dividida entre duas facções paroxísticas, incapaz de se comunicar exceto através de anátemas recíprocos: os sacerdotes da pura práxis mundana, por um lado, e os gnósticos da abstração sacra, por outro.

— Teológica —

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, o.p.

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Polarizações marcaram o confronto geopolítico do século passado. O capitalismo por um lado, socialismo por outro. Muro de Berlim caiu, pensamos que tudo estava resolvido. E ainda, não. Em cada um de nós existe uma forma de catarismo dualista que nos leva a nos sentirmos bem e puros e a nos colocarmos contra o outro., quem seria o mal e o demoníaco. As redes sociais também não ajudam nisso.. Para tentar aprofundar esta reflexão, voltemo-nos para as fontes de um antigo Padre da Igreja: em Cromácio.

eu. Aquilea no crepúsculo do Império: o perfil de um pastor honesto

Em Aquiléia, articulação entre o Oriente e o Ocidente no final da época romana antiga, entre os séculos IV e V brilhou a pacífica mas granítica figura de São Cromácio. Nascido para 335-340, criado naquela comunidade ascética e clerical que Jerônimo elogiou como um “coro de bem-aventurados”., Foi consagrado bispo por Santo Ambrósio no 388 e guiou sua Igreja até sua morte, nele 407 ou nos primeiros meses de 408. Amigo de Rufino de Aquilea e do próprio Jerônimo, Quando a polêmica da origem os dividiu, foi ele quem tentou consertar a ruptura.: um homem capaz de guardar a comunhão sem nunca minar a verdade dogmática. A redescoberta dos manuscritos do século XX devolveu-nos os seus sermões litúrgicos., rico em exegese bíblica clara, onde o misticismo se funde com a dogmática mais rigorosa.

(II). O perfume de Betânia e a unidade do mistério cristão

Entre as páginas mais admiráveis ​​da homilética cromática destaca-se a investigação exegética dedicada ao episódio da unção de Betânia., narrado no capítulo 12 do Evangelho segundo São João (cf. Jn 12,1-8), em profunda conexão com o que acontece no capítulo anterior (cf. Jn 11,33-35). É a cena em que María, irmã do ressuscitado Lázaro, pegue meio quilo de tuberosa de verdade, muito caro, Ela unge os pés de Jesus com ele e os enxuga com os cabelos., enquanto toda a casa se enche do aroma daquele bálsamo. Cromácio não lê este gesto nem com sentimentalismo nem com o cálculo utilitário de Judas., quem iria querer vender aquele perfume por trezentos denários (cf. Jn 12,4-6), mas segundo o método alegórico e tipológico típico da tradição patrística, descobrindo nele uma síntese muito densa do dogma cristão. Recordai sobretudo que foi a própria Maria quem lamentou a morte do seu irmão diante de Jesus., provocando o grito do Redentor. Deste detalhe brota uma brilhante intuição cristológica.:

«Nas lágrimas do Senhor se mostra o mistério da Encarnação; “Na ressurreição de Lázaro é proclamado o poder da sua Divindade.”.

Maria leva Cristo às lágrimas de choque genuíno humana e, imediatamente depois, oferece o mais sublime testemunho de fé ao prostrar-se a seus pés para ungi-los. Pará Cromácio, Maria é uma figura transparente da Igreja (figura da Igreja): prefigura a Esposa imaculada que presta ao Verbo a plenitude da devoção e da adoração.

A exegese aqui atinge uma precisão milimétrica. Evocando um simbolismo também apreciado por São Jerônimo, Cromácio observa que o Libra Romana é composta de exatamente doze onças. A Igreja, portanto, oferece a Cristo todo o peso do unguento precioso porque ele recebeu a doutrina correta do doze apóstolos. Não há perfume agradável a Deus que não venha do depósito apostólico. Além do mais, Essa pomada é composta pela combinação harmoniosa de múltiplos aromas escolhidos: esta é a doutrina apostólica, qual, mesmo que seja um e indivisível na substância da fé, brilha na variedade de graças espirituais, dos carismas e virtudes que tornam perceptível no mundo a gentileza de Cristo.

O Redentor, lembra o bispo de Aquileia, quando se dignou aniquilar-se descendo do seio do Pai para assumir um corpo mortal, passou quase despercebido aos olhos do mundo; e ainda, precisamente nessa kenosis, o perfume do seu Nome - o Cristo, isto é,, o “Ungido” por excelência – encheu o mundo inteiro. E a Igreja nunca teria podido conhecer ou chegar ao Redentor se não fosse através do canal objetivo desta doutrina apostólica..

III. cabeça e pés: a dupla confissão salvadora

O núcleo teológico da homilia cromática reside na anatomia espiritual do corpo do Senhor: por que a mulher unge o tortas de Jesus e não cabeça, como Mateus e Marcos se referem em vez disso (cf. MT 26,7; MC 14,3)? Pará Cromácio, O gesto contém uma ordem pedagógica e salvífica fundamental. Os pés significam o rebaixamento da Encarnação: a Palavra eterna que toca a terra, que anda em nossa poeira, que “nos últimos tempos dignou-se nascer de uma Virgem”. A cabeça indica a glória imperecível de sua divindade: a geração eterna do Pai antes de todos os tempos, Luz de Luz, verdadeiro deus do verdadeiro deus.

A Igreja, explica Cromacio, começa necessariamente pela unção dos pés. Se o homem não reconhecer e adorar a humanidade do Salvador – a carne assumida, as feridas, o caminho doloroso, a concretização histórica da Redenção – nunca pode elevar-se à contemplação da divindade que reside na cabeça:

«Não podemos ser salvos se não mantivermos unidas estas duas verdades sobre a dupla natureza de Cristo, que são representados pela cabeça e pelos pés. Temos pés porque acreditamos que eles encarnaram da Virgem; “Temos a cabeça porque confessamos a sua Divindade que vem do Pai”..

A salvação não é um conceito abstrato nem uma filantropia social: não ocorre sem a profissão completa da união hipostática. Omitir os pés significa precipitar-se no espiritismo desencarnado.; omitir a cabeça significa degradar o Senhor a um mero professor de moralidade humana.

Cromácio para por último no cabelo com que a mulher enxuga os pés do Senhor. Voltando ao Canção das canções (cf. Não pode 4,1), o santo bispo vê neles o povo santo da Igreja e as suas virtudes: a oração pura e o ardor da caridade. O unguento da doutrina apostólica, derramado aos pés do Senhor, Assim se traduz em obras concretas de piedade e de misericórdia corporal e espiritual.. Quando o cristão ajuda os pobres, cuidar de quem sofre, Ele defende os oprimidos e se entrega pelos irmãos, Ele está derramando nardo sobre os pés doloridos de Cristo e enxugando-os com sua própria vida..

4. A lição de Cromácio para a Babel de hoje: o antídoto para polarizações extremas

Se as páginas de São Cromácio ressoam hoje com um frescor desarmante, É porque atingem o cerne da tragédia eclesiológica e doutrinal do nosso tempo. Nas colunas de A Ilha de Patmos Denunciamos repetidamente que o drama da Igreja contemporânea reside na perda da harmonia católica (ele e-e) em favor de uma dialética facciosa, ideológico e destrutivo (ele auto-aut).

Observando a atual fragmentação eclesial, É absolutamente claro que estamos a assistir à exumação, com roupas modernas, das antigas heresias cristológicas: o Arianismo que Cromácio lutou em sua época e o Monofisismo que eclodiu algumas décadas após sua morte. Hoje a Igreja parece dividida entre duas facções paroxísticas, incapaz de se comunicar exceto através de anátemas recíprocos: os sacerdotes da pura práxis mundana, por um lado, e os gnósticos da abstração sacra, por outro.

V. A deriva “horizontalista” e neopelagiana: a idolatria dos pés sem a cabeça

Por um lado, encontramos o progressismo secularizado, que transforma a Igreja numa gigantesca organização não governamental dedicada ao comentário sociológico ou ao bem-estar burocrático, com a ilusão de construir o Reino apenas com forças humanas: um pelagianismo revivido. Esta corrente, impregnado de modernismo e sociologismo, cuida quase obsessivamente dos “pés”, entendidos, no entanto, não como a Encarnação do Verbo que redime a carne do pecado, mas como uma pura imanência mundana.

Cristo é reduzido a um nobre agitador social, a um profeta da inclusão universal, a um Sócrates palestino cuja ressurreição se torna um mito simbólico e cuja divindade constitui quase um obstáculo ao diálogo com o mundo. Nesta perspectiva, o unguento da doutrina apostólica é subestimado ou considerado um adorno divisivo: apenas a ação imediata conta, harmonia com Zeitgeist, adaptação aos parâmetros seculares. Mas se esquecermos da cabeça - ou seja,, da divindade consubstancial de Cristo, da sua primazia absoluta, da graça incriada e do fim escatológico do homem -, as obras de misericórdia perdem a sua fragrância divina e degeneram em filantropia secular estéril. Sem a cabeça gerada pelo Pai, os pés não caminham para a Vida eterna: eles tateiam na lama do relativismo.

WE. A deriva “hipertradicionalista” e gnóstica: fetichismo da cabeça sem pés

No extremo oposto, prolifera uma tentação igualmente venenosa., embora muitas vezes revestido de devoção incorrupta: hipertradicionalismo intelectualista ou formalista. É a facção daqueles que, como os antigos gnósticos, Pretendem ungir exclusivamente a “cabeça”, sonhando com uma Igreja desencarnada, espremer, reduzido a um museu de fórmulas dogmáticas mumificadas, desapegado de toda preocupação viva pelos membros sofredores de Cristo.

Neles a doutrina apostólica Já não é o unguento aromático que cura as feridas da alma e impulsiona a missão, mas uma arma polêmica para medir a indignidade dos outros a partir de um pedestal de intocabilidade hipócrita. Eles caem em um monofisismo prático: Cristo é tão total e exclusivamente “divino”, distante e hierático, que a sua Encarnação se recusa a manchar as suas mãos com a miséria da história humana. Esquecendo os “pés”, eles esquecem a pastoral, paciência pedagógica, proximidade com os pecadores, as lágrimas compartilhadas com quem sofre a dor e a precariedade da existência. Eles ignoram a verdade, se não se traduzir na obra de misericórdia e de caridade viva, Não é ortodoxia católica, mas orgulho luciferiano.

Conclusão: voltar ao perfume da doutrina apostólica

São Cromácio nos adverte desde o fundo dos séculos: não há redenção sem confissão completa, simultânea e indivisível das duas naturezas na única Pessoa do Verbo encarnado. Não podemos amputar Cristo para apoiar as modas ideológicas do momento. Esta é a única cura para o catarismo dualista que reside em cada um de nós.: Você não vence escolhendo uma metade de Cristo contra a outra., mas confessando-o em sua totalidade.

A Igreja autêntica não escolhe entre misticismo e pastoral, entre dogma e caridade, entre a cadeira e o quarto do hospital. Maria de Betânia realiza o ato perfeito porque começa onde a Igreja deveria começar.: inédito tortas do Salvador com o unguento de fé apostólica e os limpa com virtudes vivas dos seus cabelos, abrindo o caminho que sobe até a cabeça. A caridade tira a sua seiva vital e a sua orientação da justa doutrina; A doutrina encontra a sua fecundidade e a sua glorificação no mistério vivido da caridade para com os membros de Cristo..

Contra as ilusões do progressismo que degradam o Cristianismo ao moralismo político e contra os cardumes de tradicionalismos exasperados que congelam a fé numa gnose desprovida de entranhas de misericórdia, A voz do Bispo de Aquileia eleva-se como um farol de equilíbrio sobrenatural. É hora de a Igreja recuperar a consciência da sua própria identidade esponsal: abrace os pés feridos da humanidade do Senhor com a piedade das obras, sem nunca tirar o olhar de adoração da Cabeça gloriosa que reina nos céus, de onde desce toda a graça e para onde converge toda a história da salvação.

santa maria novela, Florença, 19 outubro 2026

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Santo místico Francisco de Assis, não é santo, É uma figura muito complicada

7 Outubro 2026/dentro Theologica/de Padre Ivano

FRANCISCO DE ASSIS SANTO MÍSTICO, NÃO SANTINO, É UMA FIGURA MUITO COMPLICADA

Francisco é pela teologia, mas ele tranquiliza seu frade que isso não deve levá-lo a elucubrações, o intelectualismo termina em si mesmo, ou para uma realidade que poderia afastá-lo do Senhor em vez de aproximá-lo, que o eleva a um nível intelectual, mas não a um nível místico-espiritual. É por isso que Francisco pode se dar ao luxo de corrigir e exortar até mesmo um teólogo muito refinado como Santo Antônio de Pádua; é por isso que Francisco continua sendo uma figura muito complexa e complicada de entender, explicar e transmitir, acima de tudo seguir.

— Teológica —

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Autor
Ivano Liguori, ofm. Capp.

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artigo em formato de impressão PDF

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Este artigo sobre o Pai Seráfico - que à sua maneira poderia ser definido como "reativo" como "inspirado por” - Devo isso à expressão de um dos vários jovens bispos recém-nomeados, como está o tempo?, respondendo a um entrevistador, ilustrou sua personalidade e suas perspectivas pastorais afirmando que se inspiraria na "teologia de São Francisco de Assis".

Sem dúvida o jovem bispo terá tentado dizer algo envolvente, com transporte e coração sincero, talvez, porém, ignorando não tanto o franciscanismo, mas o próprio Francisco de Assis é algo bastante complexo, para nós, franciscanos, primeiro.

A equipe editorial dos Padres da Ilha de Patmos é também e sobretudo um lugar de discussão espiritual, pastoral e de discussão teológica entre irmãos. E assim, Padre Ariel e Padre Gabriele, ambos teólogos dogmáticos por formação, O Frade Menor Capuchinho e o Padre Franciscano me perguntaram:

"Qual seria “a teologia de São Francisco"? São Francisco talvez tenha sido um teólogo? E desde quando? Parece-nos que os teólogos franciscanos estavam Antônio de Pádua, hoje doutor da Igreja, que pôde exercer o ensino de teólogo com a permissão de Francisco que o concedeu sem pouca relutância inicial; Boaventura da Bagnoregio (Doutor da Igreja) quem é o padroeiro dos teólogos. Para acompanhar Arlotto da Prato e Matteo d’Acquasparta, mas acima de tudo o grande doutor subtilis Duns Escocêso, também conhecido como doutor da imaculada concepção de Maria".

É sempre nosso dever explicar com verdadeiro rigor histórico e teológico o que é real e o que é surreal, o que é historicamente autêntico e o que é adulterado a um nível lendário, às vezes até ideológico. É por isso que é razoável e realista dizer que hoje, muitos daqueles que são inspirados por nosso Pai Seráfico, eles demonstram que sabem muito pouco sobre São Francisco. Infelizmente, os factos demonstram - e os factos demonstram-no, não julgamentos precipitados - que mais do que outros pauperismoo certos assuntos são muito próximos disso pobreza ideologia sócio-política que tanto Francisco de Assis quanto a sabedoria da Igreja lutaram desde o século XIII, negando-a abertamente e opondo-se a um conceito de pobreza que não se abria à transcendência e à relação com Deus, mas tornou-se pobreza violenta, acusatório e punitivo para aqueles que possuíam bens materiais. Exatamente o que na era pós-industrial e pós-marxista será definido e indicado pelos sociólogos como inveja social.

Para ser mais preciso deveríamos falar sobre o retorno de velhas heresias, a partir daquele de Frei Dolcino, precedido por Gherardo Segarelleu e muitos outros membros mais ou menos ilustres daquele movimento herético do início do século XIV conhecido como Fraticelleu. Francis, seguido pelo franciscanismo que tomou vida e depois se formou a partir dele, eles constituíram o mais contundente repúdio e luta implícita contra essas correntes heréticas, em total adesão à doutrina da Igreja e obediência às autoridades estabelecidas.

Francesco é extremamente complicado, como santo e como homem, apesar de ser o Santo reconhecido por todos como mais simples, na verdade é extremamente complexo. Muitas vezes, o primeiro a não entender, Éramos realmente nós, franciscanos, que o reciclamos várias vezes ao longo da história para nossos diversos usos e consumos, ou “mitigado” e “adoçado”, como Tommaso da Celano e Bonaventura da Bagnoregio fizeram de maneiras diferentes, mas fundamentalmente semelhantes.

Figuras complicadas para entender e interpretar eles sempre existiram na história da Igreja, mesmo que por vezes a população os tenha distorcido através das suas próprias devoções mais ou menos surreais. Uma dessas figuras, que neste sentido podemos citar como exemplo, é Padre Pio de Pietrelcina, para compreender o que é necessário interpretar a sua figura à luz da teologia mística em que Deus atrai o homem para si na totalidade do seu ser e devir presente e futuro. Caso contrário, San Pio da Pietrelcina se tornará uma figura popular supersticiosa cuja imagem ficará reservada para o lugar no caminhão do caminhoneiro estritamente sulista, ao lado das fotos eróticas do calendário do ano civil em curso onde se destacam as figuras de doze modelos fotográficas encantadoras. Eu digo "camionista estritamente sulista" por um propósito puramente sociológico, porque o Tirol do Sul faz uma escolha coerente: ou ele coloca San Pio da Pietrelcina em seu caminhão ou o calendário erótico do ano civil atual, mas não os dois juntos.

São Francisco de Assis Durante cerca de nove séculos despertou o interesse não só de pessoas devotas, mas também de estudiosos, historiadores, literatos, teólogos e, claro, artistas, pela natureza extraordinária da sua experiência de vida cristã; um testemunho do Evangelho que foi capaz de informar e transformar a nossa sociedade e, naturalmente, a Igreja. As pobres palavras que se seguem não têm pretensão, pois já existem muitas, foi declarado, e de grande prestígio cultural falou sobre Francisco, destacando todas as áreas da sua vida e a sua personalidade singular. A simples intenção deste escrito é destacar o único aspecto de sua experiência mística, ângulo de visão através do qual toda a sua existência como cristão e santo também poderia ser lida.

É o mesmo Francisco recordar o início da sua nova vida como uma experiência mística e um dom de Deus. Vinte anos depois, ele descreve os acontecimentos de sua conversão em Vontade esse evento agora está morrendo, sua vida mudou, encerrando-o dentro desses poucos, muito densamente falado:

«O Senhor me concedeu, Irmão Francisco, para assim começar a fazer penitência, já que estou em pecado, parecia muito amargo ver leprosos; E o próprio Senhor me conduziu entre eles e eu misericórdia com eles. E quando eu os deixei, o que me parecia amargo se transformou em doçura de alma e corpo. Então, fiquei um pouco, e eu deixei o mundo".

Francisco não é teólogo, pelo menos não como estamos acostumados a pensar. Não elabora uma concepção sistematizada da experiência cristã, nem escreve tratados ou ensaios sobre a fé e suas verdades. No entanto, quando Dante, na Divina Comédia, fala sobre as ordens mendicantes e especificamente sobre Francisco, seu elogio vem daquele que é considerado um dos maiores, se não o maior teólogo que a Igreja já teve: São Tomás de Aquino. Por outro lado, o louvor de São Domingos, fundador da Ordem dos Frades Pregadores, conhecidos como dominicanos, a outra Ordem mendicante por excelência, virá da boca de São Boaventura, o teólogo por excelência dos franciscanos, aquele que estigmatizou para sempre a imagem de Francisco, a ponto de fazê-lo parecer praticamente inimitável. O grande poeta florentino, nos dois cantos gêmeos, eu'XI e a XII do Paraíso, destaca dolorosamente que ambos os movimentos perderam seu brilho inicial, tendo se desviado dos ensinamentos e regras de seus fundadores. Portanto Dante, através de São Tomás, conta a história da vida de Francisco colocando tudo numa dimensão mística e espiritual, como demonstrado pelo longo preâmbulo que se move inteiramente dentro do domínio da metáfora. Fala da união do nativo de Assis com uma mulher que, apesar de suas virtudes, ela permaneceu sozinha por mais de mil e cem anos após a morte de seu primeiro “marido” e nenhum outro homem quis tomá-la como esposa e que por amor a ela ele, Francis, ele enfrentou a ira de seu pai. São Tomás desvenda a longa metáfora apenas no terceto onde finalmente explica que os dois esposos de que fala são Francisco e Monna Pobreza.

Este itinerário espiritual do seu, feito de reuniões, abraço da pobreza, extrema fidelidade ao Evangelho e muita oração, Francesco vai ler, nós já mencionamos isso, como um presente do Senhor. Existem três verbos no Vontade que são indicativos a este respeito. Cinco vezes ele repetirá isso «O Senhor me deu» fazer penitência, ter fé nas igrejas e nos padres, ter irmãos e escrever a Regra para eles. Posteriormente, ele afirmará que o Senhor sempre «me reveloueu» o que ele tinha que fazer e se apresentar com a saudação que ficou famosa: «Que o Senhor te dê a paz». E finalmente "Ele me contratou» entre os leprosos.

Neste sentido, Francisco, como você sabe, não oferece uma resposta política às injustiças sociais, para o problema do mal no mundo. Ele não tem planos para mudanças efetivas e concretas, ele não medita sobre lutas e rebeliões; Francis, para ser entendido, não é nem um hippie nem um Che Guevara da Idade Média, nem contemporâneo de certos padres chamados hoje muito sociais. Francisco responde com fé, quando ele consegue penetrar até o fundo, com adesão total e impetuosa, o sacrifício de Cristo. Vamos tentar segui-lo em seus pensamentos: Deu, o mais alto, o mestre do universo, de toda a criação, ele sacrificou seu único e favorito Filho para não perder sua criatura, l'uomo, capaz apenas de pecar. E se Cristo que é Deus veio à terra arrastado por um amor imenso, e ele ficou pobre e peregrino, ele sofria de fome e frio, traição e abandono de amigos, a ponto de dar a vida na cruz para devolver a salvação à humanidade, a eterna alegria do Paraíso, o que mais resta ao homem fazer senão seguir, o mais longe possível, os passos do Salvador, o Evangelho, senão responder ao amor divino com um pobre amor humano, tentando amar uns aos outros como irmãos? E quem, se não os pobres e os abandonados, repetindo a experiência terrena de Cristo no sofrimento, compreender melhor a ardente caridade divina e acolher com gratidão a angústia e o sofrimento, recuperar, como Cristo, à vontade do Pai?

eu Pequenas flores de São Francisco, uma maravilhosa coleção em vernáculo do último quartel do século XIV de "milagres e exemplos piedosos" de sua vida, eles o fazem dizer, sobre qual é a virtude da alegria perfeita:

«Acima de tudo as graças e dons do Espírito Santo, que Cristo concede aos seus amigos, é conquistar a si mesmo, e de boa vontade, pelo amor de Cristo, suportar punições, insultos e opróbrios e inconveniências; porque não podemos nos orgulhar de todos os outros dons de Deus, mas eles não são nossos, mas de Deus, por isso diz o Apóstolo (Paul, em 1 Coríntios 4, 7 n.d.r.): "O que você tem, que você não tem de Deus? E se você conseguiu isso dele, porque eu me gabei disso, como se você mesmo tivesse?”. Mas na cruz da tribulação e da aflição podemos nos gloriar, mas o que diz o apóstolo? (sempre Paulo, em Gal 6,14 ndr): Não quero gloriar-me senão na cruz de nosso Senhor Jesus Cristo".

E assim a cruz desde o encontro com os leprosos, no início de sua conversão, faz parte da experiência de Francesco, do seu horizonte espiritual. Se quiséssemos realmente identificar uma teologia de São Francisco, poderíamos defini-lo como um «Conhecimento da Cruz». Ele abraça a cruz como abraça o leproso porque agora o que era amargo se transformou em doçura e ele pode ouvir a voz de Cristo chamando-o da cruz, na pequena igreja de San Damiano. Lá, o Redentor, segundo a iconografia do Cristo triunfante, sem sinais de sofrimento físico, ele olha para o observador com uma doçura silenciosa. Francesco acreditou que a imagem era dirigida especificamente a ele e falou com ele: «Francesco, você não vê que minha casa está caindo? Então vá e conserte.". Mas Francisco entende mal o significado simbólico das palavras, ele acredita que deve salvar o edifício material da ruína, ele não suspeita que tarefa o espera: salve o edifício espiritual, a Igreja. Ele sai feliz, parece-lhe que a vida finalmente tem um propósito. Agora ele sabe o que fazer, as misteriosas palavras do sonho anterior de Spoleto, a do palácio e da noiva que será sua, eles começam a esclarecer; Por causa disso, ele pode ver quem está ligando para ele pela primeira vez e ouvir seu nome ser falado. Então essa é a ordem que ele estava esperando. E então Francesco, “armar-se com o sinal da cruz”, sua missão começou.

A inspiração mística de Francesco rastreável em muitas de suas obras, de Regra sem carimbo, eu'Epístola aos fiéis o Os louvores do Deus Altíssimo eles são combinados a partir de agora com a devoção à Cruz de Cristo. No Lodi mantido em Mapa do irmão Leo Vamos ler estas palavras tão famosas dirigidas ao Senhor:

«Você é santo, Ó Senhor, só Deus, quem faz coisas maravilhosas. Você é forte, Você é ótimo, você é muito alto, você é onipotente, seu Santo Padre, rei do céu e da terra. Você é três e um, homem, Deus dos deuses. Você é o bom, Muito bom, o bem supremo, o Senhor Deus, vivo e verdadeiro. Você é amor, caridade; você é sabedoria, você é humildade, você é paciência, você é uma beleza, você é mansidão, você é segurança, você é quietude, você é alegria, você é nossa esperança e alegria, você é justiça, você é temperança, vocês são todas as nossas riquezas em superabundância. Você é uma beleza, você é mansidão; você é protetor, você é nosso guardião e defensor, você é uma fortaleza, você é um refresco. Você é nossa esperança, você é nossa fé, você é nossa caridade, você é toda nossa doçura, você é nossa vida eterna, Ó grande e maravilhoso Senhor, Deus Todo-poderoso, misericordioso salvador".

Assim como no terceiro capítulo Folhas narra-se a profunda devoção que o Santo de Assis reservou à Cruz de Jesus:

«O dia da Santa Cruz está chegando, e São Francisco de manhã cedo, antes de dizer, ele se lança em oração na frente da porta de sua cela, virando o rosto para o leste, e orou desta forma: Ó meu Senhor Jesus Cristo, dois obrigado por favor me faça, antes de eu morrer; o primeiro, que na minha vida sinto na alma e no corpo, tanto quanto possível, aquela dor que você, doce Jesus, você apoiou na hora de sua paixão mais amarga; a segunda, que sinto em meu coração, tanto quanto possível, aquele grande amor do qual você, Filho de Deus, você estava animado para apoiar voluntariamente tanta paixão por nós, pecadores".

Estes aspectos da espiritualidade de Francisco eles serão então representados figurativamente pelos artistas, que foi mencionado no início. Muitos poderiam ser mencionados, incluindo: Mestre de São Francisco, cujo nome deriva de um painel com o Santo e dois anjos hoje preservado no Museu da Basílica de Santa Maria degli Angeli em Assis. Podemos lembrá-lo pelo imponente crucifixo da Basílica dedicado ao Santo, em Arezzo. A cruz pintada, assume a tipologia de Cristo Sofrendo, de inspiração bizantina, onde a dor e a morte de Jesus são sublinhadas pela cabeça reclinada sobre o ombro e o corpo arqueado. Enquanto a maioria das cruzes pintadas eram lidas de baixo para cima e terminavam com uma Ascensão e Cristo na glória, aqui a mensagem deve ser lida de cima para baixo, segundo os ditames da espiritualidade franciscana. Este Cristo moribundo, não mais Triunfante, é uma novidade introduzida pelos franciscanos que cultivam o elemento do patético, no sentido de um convite à compaixão. Agora a palavra misteriosa, guardião do segredo do cristianismo, não é mais “amor”, mas “sofrimento”. Em vez de aparecer de pé na cruz, Ressuscitado e triunfante como em San Damiano, Jesus é retratado com os olhos fechados e a cabeça apoiada de lado em um ombro. Sem negar a ressurreição, os fiéis gostam mais do Homem do sofrimento. A verdadeira mensagem desta cruz é, portanto, que Jesus desceu do céu e suportou a paixão que lhe foi infligida por Pôncio Pilatos pelos homens e pela sua salvação.. A devoção abre espaço para a compaixão, à participação de todos no sofrimento de Jesus. E o primeiro desses devotos é o próprio Francisco, retratado como um menino sob a cruz, que é como ele gostava de se chamar, que pega nas mãos um pé sangrento do crucifixo e o beija. Outra obra na minha opinião capaz de descrever o «Sconhecimento da cruz» Franciscano é São Francisco abraçando o Cristo crucificado de Murillo. Pintura criada aproximadamente em 1668 e preservado no Museu de Belas Artes de Sevilha, na Espanha. A obra fazia parte de um ciclo encomendado ao pintor espanhol pelos Capuchinhos para uma capela na igreja do seu convento em Sevilha.. Estas obras deveriam realçar os elementos distintivos da espiritualidade franciscana. A pintura é de uma beleza chocante; comove o espectador que permanece em silêncio diante de tal tela, como na oração. A pintura simboliza o momento culminante da vida de Francisco: a renúncia aos bens materiais para abraçar a vida religiosa. A composição é harmoniosa. Ao lado da cruz, dois anjos seguram um livro aberto que contém a passagem do Evangelho segundo Lucas em latim: «Quem de vós não desiste de todos os seus bens, ele não pode ser meu discípulo" (LC 14, 25-27).

Aos pés do Santo há um globo, um globo terrestre; Francesco parece empurrá-lo com o pé, metáfora de sua rejeição de toda vaidade. Mas vamos ao fato mais marcante, e também o mais polêmico pelo menos nos depoimentos que o relatam, para quem a inspiração mística de São Francisco se combina com a sua profunda devoção à Cruz de Cristo Jesus. Estou falando do episódio de La Verna na Toscana, a visão do serafim e a impressão dos estigmas. Para tornar palpável o caráter extraordinário do acontecimento, revivamo-lo através das palavras do biógrafo do Santo, Tomás de Celano, alguém que o conheceu pessoalmente, que foi chamado pelo Papa Gregório IX para escrever a sua biografia, recolhendo testemunhos sobre os acontecimentos. Também e sobretudo no dos estigmas, antes do que com o Lenda principal San Bonaventura da Bagnoregio substituiu os anteriores Rapidamente, impondo sua destruição. Como Boaventura é bem conhecido e conhecido, ministro geral da Ordem, enviou uma ordem precisa e obrigatória a todos os conventos franciscanos: destruir todos os manuscritos sobre a vida e os feitos do Pai Seráfico. No entanto, vários destes manuscritos também foram encontrados em algumas abadias e mosteiros beneditinos e cistercienses., que tiveram o cuidado de não executar tal comando. É a eles que os historiadores devem agradecimentos se os manuscritos do Rapidamente narrado por outros autores antes de Bonaventura da Bagnoregio, considerado por alguns historiadores da Igreja como o segundo fundador, ou o chamado re-fundador da Ordem Franciscana.

Tommaso da Celano em Vida antes ele certamente conhecia a versão de Frei Leone sobre os acontecimentos de La Verna e obviamente também a carta de Frei Elia. O biógrafo não podia se dar ao luxo de negligenciar nem o amigo mais próximo do Santo e seu confessor, nem o poderoso chefe da Ordem.. Como conectar dois testemunhos tão divergentes? Ele contornou a dificuldade contando duas vezes o milagre dos estigmas com ajustes inteligentes., uma primeira colocação no Verna, um segundo no momento da exposição do corpo de Francisco. Vamos reler o que escreve Tommaso da Celano:

«Dois anos antes da morte de Francesco, passando um período na ermida que se chama Verna pelo nome do lugar, em uma visão enviada por Deus ele viu um homem, quase como se ele fosse um Serafim com seis asas, fique acima de si mesmo, com as mãos abertas e os pés juntos, preso em uma cruz. Duas asas subiram acima de sua cabeça, dois se espalharam na hora e dois finalmente cobriram todo o corpo. Vendo isso, o servo abençoado do Altíssimo ficou muito surpreso, mas não conseguiu entender o que aquela visão significava.. Gostou muito e ficou encantado ao sentir-se olhado com olhar benigno e meigo pelo Serafino., cuja beleza era verdadeiramente inimaginável, mas ao mesmo tempo ficou aterrorizado com a sua fixação na cruz e com a crueldade do seu sofrimento. Então ele se levantou, apenas dizendo, triste e feliz, e em Francesco a alegria e a dor se alternaram. Ele continuou a meditar ansiosamente sobre o que a visão poderia significar, e seu espírito estava terrivelmente tenso para tentar compreender seu significado. Porque raciocinando não chegou a nenhuma interpretação certa e sentiu-se permeado e muito agitado em seu coração pela novidade daquela visão, as marcas de pregos começaram a aparecer em suas mãos e pés, como havia visto pouco antes no homem crucificado acima dele. Suas mãos e pés pareciam perfurados no centro por pregos: as cabeças dos pregos podiam ser vistas na parte interna das mãos e na parte superior dos pés, e no lado oposto a ponta. Essas marcas eram redondas na parte interna das mãos e alongadas no lado oposto e quase formavam uma excrescência carnuda e elevada., como se fosse a ponta das unhas dobradas e presas. Da mesma forma, as marcas de unhas salientes no resto da carne foram impressas nos pés. Até o lado direito, como se ele tivesse sido perfurado por uma lança, ele mostrava uma grande cicatriz que muitas vezes emitia sangue, de modo que sua túnica e perneiras ficavam frequentemente manchadas com seu sangue sagrado.. Ah, quão poucos, enquanto o servo crucificado de Deus viveu, eles tiveram a sorte de poder ver a ferida sagrada em seu lado! Mas feliz Elias que enquanto a Santa viveu mereceu vê-la de alguma forma e não menos feliz Rufino que soube pelo menos tocá-la".

Ainda mais à frente está Tommaso da Celano, falando da alegria e da tristeza do povo e dos frades diante do já falecido corpo do Santo, relata o seguinte:

"Puro, uma alegria sem precedentes amenizou a sua tristeza e a novidade do milagre encheu as suas mentes com extraordinário espanto.. Assim o luto se transformou em canção festiva e o choro em júbilo. Na verdade, eles nunca tinham ouvido ou lido nas Escrituras o que agora viam com os próprios olhos., e dificilmente teriam acreditado se não tivessem diante de si um testemunho tão probatório e certo […] A forma da cruz foi percebida nele. Na verdade, ele parecia ter acabado de ser descido da cruz com as mãos e os pés perfurados por pregos e o lado direito ferido pela lança.. Eles ainda viram sua carne, que antes estava escuro, agora brilhando com uma brancura luminosa e a beleza sobre-humana já demonstrou a recompensa da bendita ressurreição. A cara dele, no fim, era como o de um anjo […] Enquanto ela brilhava diante de todos com uma beleza tão maravilhosa, sua carne tornou-se cada vez mais luminosa. Foi realmente um milagre ver no centro de suas mãos e pés não os buracos dos pregos, mas os próprios pregos formados a partir de sua própria carne., de cor escura como ferro e o lado direito roxo com sangue. E aqueles sinais de martírio não inspiraram medo ou horror em quem os viu, em vez disso, eles conferiram decoro e ornamentação, como azulejos pretos num chão branco".

Poderíamos parar aqui e não dizer mais nada na presença de uma história tão comovente. Basta sublinhar que em La Verna Francisco experimentou finalmente a sua identificação pessoal e extraordinária com Cristo e com Ele crucificado. Mas em que contexto isso aconteceu?? No final da sua vida, Francisco sentiu-se cada vez mais pressionado pela Igreja preocupada em normalizar um projeto de vida cristã, praticando a pobreza e o amor evangélico, aquele, se realmente implementado, teria sido revolucionário e perigoso para a própria estrutura eclesiástica, se mal interpretado. Ele também se sentiu incompreendido por grande parte dos frades e isso aumentou seu desânimo. Tendo crescido desproporcionalmente, nem todos foram capazes de compartilhar escolhas tão difíceis, homens às vezes de virtude limitada ou muito cultos, longe dos ideais puros de seu líder espiritual. Como Cristo cada vez mais sozinho na linha de chegada da cruz, por volta dos quarenta e quatro anos, Francesco levou consigo poucos companheiros, íntimo e envolvido, e mudou-se, como sabemos, na Verna, para um longo retiro de contemplação solitária. Ele contava com a superação daquela profunda crise; ele continuamente pedia a Deus que o iluminasse, isso lhe mostraria como seria o fim de sua vida. Na verdade, ele começou a ver a escuridão em sua alma se dissipar apenas quando entendeu que deveria deixar os problemas da Ordem e seu futuro à decisão de Deus., duradouro, escreve Tommaso da Celano, que “a vontade misericordiosa do Pai celeste se cumpriria totalmente nele”. O biógrafo pensa no fundador como “outro Cristo” tendo como pano de fundo o Monte das Oliveiras. O Santo, no entanto, ele gostaria de pelo menos saber que fim o esperava, apesar de agora ter certeza de não se rebelar contra isso. Um dia, depois de orar por muito tempo, ele recorreu à tríplice abertura dos Evangelhos, que sempre mostrou o mesmo ritmo ou muito parecido. O olhar caiu: «sobre a Paixão de Cristo, mas apenas no trecho em que está previsto". Quando Tommaso da Celano escreveu esta parte da obra evidentemente já conhecia a continuação, ele sabia que logo depois contaria sobre a aparição do Serafim e dos estigmas. Ele construiu deliberadamente o episódio da tríplice abertura com citações evangélicas que remetem à agonia de Cristo segundo Lucas (22, 43-45). Cristo, no auge do sofrimento ele pede ao Pai: «Afasta de mim este copo», mas ele entende que deve aceitar todo o sofrimento da Paixão iminente. No Evangelho, depois da visão do anjo Jesus sentiu-se momentaneamente consolado; mas imediatamente depois ele caiu em grande angústia, o suficiente para suar sangue. Francesco também está na montanha, ele vem de La Verna; ele vê o Serafim e encontra consolo no momento em que aceita todo o sofrimento que ainda o espera antes da morte. Angústia leva Cristo a suar sangue; Francis, a visão do Serafim desapareceu, sente o Monte das Oliveiras tão perto que os pregos da carne, cópias dos pregos da Cruz tornam-se visíveis. Como todos os grandes santos místicos, Francisco de La Verna também está imerso nas trevas da chamada “noite escura”, nem mesmo apoiado por seu querido amigo e companheiro Leone que viveu, ele mesmo, um momento de crise. Após um longo período de retiro espiritual, Francisco finalmente teve uma epifania, vê a solução: seja Cristo, que é Deus, ele se submeteu à vontade do Pai, ele não terá que fazer o mesmo sozinho? Consegue-se assim aquela identificação com o Modelo que está inscrita não só na alma do Santo, mas também em sua carne. Jesus consola Francisco e revela-lhe a justeza do seu caminho que teve origem e primeira garantia na outra cruz, o de São Damião; e também lhe dá o presente do seu amor, agora no momento terminal de sua vida e experiência cristã. A partir deste conhecimento profundo, não intelectual, mas místico, da cruz de Cristo, aquelas palavras que relatamos acima e condensamos aqui fluirão do coração de Francisco. Testemunho disso «Ciência» do mistério cristão que ainda hoje nos emociona pela forma como Francisco o entendeu e viveu:

"Você é amor, caridade; você é sabedoria, você é humildade, você é paciência, você é uma beleza, você é mansidão, você é segurança, você é quietude, você é alegria, você é nossa esperança e alegria, você é justiça, você é temperança, vocês são todas as nossas riquezas em abundância".

Em uma carta de Francisco a Antônio de Pádua no qual se dirigiu a ele como "Irmão Anthony, meu bispo", disse:

«Faça teologia também, mas tome cuidado para que isso não extinga o espírito de oração e contemplação".

Francisco é pela teologia, mas ele tranquiliza seu frade que isso não deve levá-lo a elucubrações, o intelectualismo termina em si mesmo, ou para uma realidade que poderia afastá-lo do Senhor em vez de aproximá-lo, que o eleva a um nível intelectual, mas não a um nível místico-espiritual. É por isso que Francisco pode se dar ao luxo de corrigir e exortar até mesmo um teólogo muito refinado como Santo Antônio de Pádua; é por isso que Francisco continua sendo uma figura muito complexa e complicada de entender, explicar e transmitir, acima de tudo seguir. É também por isso que não é fácil falar da “teologia de São Francisco”.

 

Sanluri, 17 julho 2024

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