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La difícil pero posible marcha de los santos en el canto de los negros de Nueva Orleans ― La difícil pero posible marcha de los santos en el canto de los negros de Nueva Orleans

31 Octubre 2026/en Catequesis/por Padre Ariel

italiano, Inglés, Español

 

LA DIFFICILE MA POSSIBILE MARCIA DEI SANTI NEL CANTO DEI NEGRI DI NEW ORLEANS

La santità non è il premio riservato a chi non ha mai sbagliato, ma il punto d’arrivo di chi non ha mai smesso di lasciarsi raggiungere da Dio.

— Catechesi —

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Autor

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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Artículo en formato de impresión PDF – formato de impresión del artículo – articulo en formato impreso

 

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A New Orleans, nei primi decenni del Novecento, i funerali avevano un rito tutto loro. La banda accompagnava il feretro verso il cimitero a passo lento, suonando marce funebri. Al ritorno, sepolto il defunto, la stessa banda attaccava a ritmo pieno un vecchio spiritual dei negri d’America: Cuando los santos van marchando.

Chi vi assisteva per la prima volta poteva scambiarlo per irriverenza. Era invece una professione di fede suonata con tromba e trombone: la morte non ha l’ultima parola. Reso celebre in tutto il mondo da Louis Armstrong nel 1938, il brano è divenuto tanto familiare da essere cantato negli stadi e nelle feste, dimenticandone del tutto l’origine. Il suo ritornello dice:

«Oh, when the saints go marching in, / Oh Lord, I want to be in that number, / when the saints go marching in» ("Oh, quando i santi entrano in corteo, / Señor, voglio essere in quel numero, / quando i santi entrano in corteo»).

Due parole meritano attenzione. La prima è «en». I santi non sfilano per le strade come una parata qualsiasi: entrano, varcano la soglia della Gerusalemme celeste. La seconda è «that number», quel numero. Gli schiavi e i figli degli schiavi che cantavano questo spiritual conoscevano la Bibbia meglio di non pochi teologi: quel numero è quello dell’Apocalisse, dove dopo i 144.000 appare «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (Ap 7,9). È la prima lettura della Messa di Ognissanti. In un canto nato tra i negri ridotti in schiavitù e poi discriminati dalla segregazione razziale, ai quali veniva negata perfino la dignità di persone, la speranza aveva i tratti precisi della liturgia della Chiesa: entrare in quel numero.

Una chiamata rivolta a tutti

"Sed santos, por qué yo, el señor, tu Dios, Soy santo » (lv 19,2). «Voi, así pues, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). «Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione» (1ts 4,3). La Scrittura non conosce una santità per pochi specialisti dello spirito, né una carriera riservata a chi indossa un abito religioso. Il Concilio Vaticano II lo ha ribadito senza ambiguità: «tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carit໹. È una santità che non abita soltanto nei chiostri e sugli altari, ma nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle corsie degli ospedali, dovunque un uomo o una donna vivono con fedeltà, día a día, ciò che Dio ha loro affidato.

Se la santità fosse qualcosa di irraggiungibile, Dio ci avrebbe comandato l’impossibile. E Dio non prende in giro le sue creature.

Che cosa è davvero la santità

Nell’immaginario comune la santità coincide con l’impeccabilità, con i prodigi, con le estasi, con i digiuni prolungati oltre ogni ragionevolezza. Tutte cose che possono accompagnare la vita di un santo, ma che non ne costituiscono l’essenza. San Tommaso d’Aquino lo dice con la consueta sobrietà: la perfezione della vita cristiana consiste essenzialmente nella carità². Il santo non è anzitutto colui che non ha peccato, ma colui che ha amato Dio e il prossimo fino in fondo, lasciando che la grazia lavorasse in lui fino a trasformarlo.

Questo non significa che la santità sia una conquista morale, il frutto di una ginnastica della volontà. È anzitutto un dono che Dio offre e che l’uomo è chiamato ad accogliere. Ma l’accoglienza non è passività: «Il cammino della perfezione passa attraverso la croce. Non c’è santità senza rinuncia e senza combattimento spirituale»³. La santità non è il premio riservato a chi non ha mai sbagliato, ma il punto d’arrivo di chi non ha mai smesso di lasciarsi raggiungere da Dio.

Basta scorrere le vite di non pochi santi per rendersene conto: Agostino d’Ippona visse per anni con una concubina, dalla quale ebbe un figlio, Adeodato, prima di arrendersi alla grazia. Maria Egiziaca, de acuerdo a Vitae scritta da Sofronio di Gerusalemme, si prostituì per diciassette anni ad Alessandria d’Egitto⁴. Margherita da Cortona fu per circa dieci anni l’amante di un giovane nobile di Montepulciano, al quale diede un figlio. Mosè l’Etiope, prima di diventare uno dei grandi Padri del deserto, era stato capo di una banda di briganti. Camillo de Lellis, soldato di ventura, era schiavo del gioco d’azzardo al punto da perdere tutto ciò che possedeva, fino alla camicia. Ignazio di Loyola, per sua stessa ammissione, fino a ventisei anni fu un uomo dedito alle vanità del mondo⁵. Charles de Foucauld, giovane ufficiale di cavalleria, si fece notare più per i bagordi e le amanti che per la disciplina. Bartolo Longo, prima di fondare il santuario di Pompei, frequentò i circoli spiritisti di Napoli fino a dichiararsi consacrato sacerdote di Satana; Leone XIV lo ha proclamato santo nel 2025. Nessuno di loro nacque santo. Tutti lo diventarono, passando non accanto al peccato, ma attraverso di esso, finché la grazia non li raggiunse e non li trovò, finalmente, disposti a lasciarsi raggiungere.

Dai martiri ai confessori

Nei primi secoli i santi venerati dalla Chiesa erano i martiri. Sulle loro tombe si celebrava l’Eucaristia nel giorno anniversario della morte, llamado dies natalis, giorno della nascita al cielo. Il sangue versato per Cristo era il segno inequivocabile della santità. Ma quando con la pace di Costantino le persecuzioni cessarono, si pose una domanda nuova: si può essere santi senza versare il sangue? La risposta ha un nome: Martino di Tours, soldado, Mónaco, Obispo, d. 397. Fu tra i primi, se non il primo, in Occidente a ricevere un culto pubblico pur non essendo martire. Il suo biografo Sulpicio Severo lo spiegò così:

«Sebbene la condizione dei tempi non abbia potuto offrirgli il martirio, egli non sarà privo della gloria del martire, perché con il desiderio e con la virtù poté e volle essere martire»⁶.

Nasceva così la figura del «confessore», colui che testimonia Cristo non con la morte violenta, ma con il dono quotidiano della vita. Va detto, per esattezza storica, che al tempo di Martino la canonizzazione non esisteva: il culto nasceva dal basso, dalla fama di santità presso il popolo e dall’approvazione del vescovo locale. La prima canonizzazione formale pronunciata da un Romano Pontefice è quella di Ulrico di Augusta, proclamato santo da Giovanni XV nel 993.

Santi non si nasce

Nel corso dei secoli abbiamo idealizzato i santi fino a renderli inimitabili. Quel simpatico e fantasioso domenicano che fu Jacopo da Varazze, arcivescovo di Genova, en su Legenda aurea racconta senza alcun timore di cadere nel ridicolo che San Nicola, ancora lattante, il mercoledì e il venerdì prendeva il latte materno una sola volta al giorno, per osservare il digiuno⁷. Un neonato già osservante del calendario penitenziale, en conclusión. L’agiografia barocca ha moltiplicato santi che fin dalla culla mostravano virtù eroiche e i santini devozionali hanno fatto il resto, consegnandoci figure angelicate, dagli occhi rivolti al cielo, senza un’ombra di lotta interiore. Il risultato è stato paradossale: proprio perché perfetti fin dall’inizio, i santi sono divenuti modelli da ammirare a distanza, non da imitare. E così ci siamo sentiti dispensati dal provarci, proprio grazie ai vari Jacopo da Varazze.

La realtà è ben diversa. Paolo di Tarso perseguitava la Chiesa entrando nelle case e trascinando in carcere uomini e donne (cf.. Hc 8,3) e fino alla fine si definì il primo dei peccatori (cf.. 1TM 1,15). Francisco de Asís, prima di abbracciare madonna Povertà, era il re delle gozzoviglie della gioventù assisana⁸. I santi non nacquero tali: lo diventarono, spesso dopo lunghi anni vissuti anche nei peccati più gravi.

Ciò che molti non sanno, o forse non ricordano, è che il primo santo proclamato tale fu un criminale condannato a morte. Crocifisso accanto a Gesù, a differenza dell’altro malfattore che lo insultava, gli si rivolse dicendo: "Jesús, acuérdate de mí cuando entres en tu reino". Y Jesús le respondió: "De cierto te digo: hoy estarás conmigo en el paraíso" (Lc 23,42-43). Se mai c’è stata una canonizzazione, la celebrò Cristo stesso, dalla croce, senza processo, senza postulatore e senza miracoli accertati. Il dettaglio più sorprendente è un altro: secondo Matteo e Marco, anche quel ladrone, En primer lugar, insultava Gesù insieme al suo compagno (cf.. Mt 27,44; MC 15,32). Il santo che la tradizione chiamerà Disma⁹ è venuto fuori da chi, fino a poco prima, bestemmiava. È tutta la teologia della grazia racchiusa in pochi istanti: nessuno è troppo lontano per essere raggiunto, neppure all’ultimo respiro.

L’esercito senza nome

La festa di Ognissanti ha una storia lunga. En el 609 il Pontefice Bonifacio IV dedicò il Pantheon di Roma alla Vergine Maria e a tutti i martiri. Nel secolo successivo Gregorio III consacrò nella Basilica di San Pietro un oratorio a tutti i santi e fissò la celebrazione al 1° novembre, data che Gregorio IV estese poi a tutta la Chiesa nell’835.

Ma il senso profondo di questa solennità sfugge a molti. Non è anzitutto la festa dei santi canonizzati e inseriti nel calendario, ciascuno dei quali ha già il proprio giorno. È la festa di quella «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare» (Ap 7,9): l’esercito sterminato di santi ignoti che nessun Dicastero delle Cause dei Santi ha mai esaminato, né mai esaminerà. La nonna che ha recitato il rosario ogni sera per un nipote lontano dalla fede. Il padre di famiglia che ha lavorato onestamente per quarant’anni senza mai rubare un euro. Il parroco di un paese di montagna dimenticato da tutti, fuorché da Dio. Il malato che ha offerto la propria sofferenza senza farne un vessillo. Nessuno di loro avrà una statua, una imagen, una festa. Eppure sono loro, in grandissima parte, «quel numero».

Lo scrittore francese Léon Bloy chiuse uno dei suoi romanzi con una frase rimasta celebre: «Non c’è che una tristezza, quella di non essere santi»¹⁰. Ognissanti ci ricorda che questa tristezza non è una condanna, perché la porta resta aperta fino all’ultimo istante, come ha sperimentato quel ladrone sulla croce. La marcia dei santi è difficile, nessuno lo nega. Ma è possibile, perché a camminare davanti a noi non c’è un modello irraggiungibile, ma una folla innumerevole di uomini e di donne che, peccatori come noi, si sono lasciati salvare.

Quando la banda di New Orleans tornava dal cimitero, la gente scendeva per le strade e si univa al corteo ballando. Non si limitava ad ascoltare: entrava nella fila. È questo l’invito di Ognissanti. E la preghiera più sincera che possiamo rivolgere a Dio in questo giorno è forse proprio quella dello spiritual dei negri d’America: «Oh Lord, I want to be in that number»: Señor, voglio essere in quel numero.

Desde la isla de Patmos, 1Noviembre 2026

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NOTAS

¹ Concilio Ecumenico Vaticano II, Constitución Dogmática sobre la Iglesia lumen gentium, n. 40.

² Cfr. Tomás de Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 184, a. 1.

³ Catecismo de la Iglesia Católica, n. 2015.

⁴ Cfr. Sofronio di Gerusalemme, Vita di Santa Maria Egiziaca.

⁵ Cfr. Ignazio di Loyola, Autobiografia, n. 1.

⁶ Sulpicio Severo, Letra II, 9. Traduzione nostra.

⁷ Cfr. Jacopo da Varazze, Legenda aurea, gorra. «San Nicola».

⁸ Cfr. Tommaso da Celano, Vita prima di San Francesco, E, 1-2.

⁹ Il nome compare nel Vangelo di Nicodemo (o Hechos de Pilato), 10, scritto apocrifo.

¹⁰ L. Bloy, La femme pauvre (1897), ultima pagina.

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THE DIFFICULT YET POSSIBLE MARCH OF THE SAINTS IN THE SONG OF THE NEGROES OF NEW ORLEANS

Holiness is not a prize reserved for those who have never gone wrong, but the destination of those who have never stopped letting God reach them.

— Catechesis —

Autor

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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In New Orleans, in the early decades of the twentieth century, funerals had a ritual all their own. The band accompanied the coffin to the cemetery at a slow pace, playing funeral marches. On the way back, once the deceased had been buried, the same band would strike up, at full tempo, an old Negro spiritual: Cuando los santos van marchando. Anyone witnessing it for the first time might have mistaken it for irreverence. It was instead a profession of faith played on trumpet and trombone: death does not have the last word. Made famous throughout the world by Louis Armstrong in 1938, the song has become so familiar that it is sung in stadiums and at parties, its origin entirely forgotten. Its refrain goes:

"Oh, when the saints go marching in, / Oh Lord, I want to be in that number, / when the saints go marching in».

Two words deserve attention. The first is «in». The saints do not file through the streets like any ordinary parade: they go in, they cross the threshold of the heavenly Jerusalem. The second is «that number». The slaves and the children of slaves who sang this spiritual knew the Bible better than not a few theologians: that number is the one in the Book of Revelation where, after the hundred and forty-four thousand who were sealed, there appears «a great multitude, which no one could count, from every nation, race, gente, and tongue» (Rev 7:9). It is the first reading of the Mass of All Saints. In a song born among Negroes held in slavery and later discriminated against under racial segregation, who were denied even the dignity of persons, hope bore the precise features of the Church’s liturgy: to enter that number.

A call addressed to all

«Be holy, for I, the LORD your God, am holy» (lev 19:2). «So be perfect, just as your heavenly Father is perfect» (Mt 5:48). «This is the will of God, your holiness» (1 Thes 4:3). Scripture knows no holiness for a few specialists of the spirit, nor a career reserved for those who wear a religious habit. The Second Vatican Council restated this without ambiguity: «all the faithful of Christ of whatever rank or status, are called to the fullness of the Christian life and to the perfection of charity»¹. It is a holiness that dwells not only in cloisters and on altars, but in homes, in workplaces, in hospital wards, wherever a man or a woman lives out faithfully, day after day, what God has entrusted to them.

If holiness were something unattainable, God would have commanded us to do the impossible. And God does not make fools of his creatures.

What holiness really is

In the popular imagination, holiness is identified with sinlessness, with miracles, with ecstasies, with fasts prolonged beyond all reason. All things that may accompany the life of a saint, but that do not constitute its essence. Saint Thomas Aquinas puts it with his usual sobriety: the perfection of the Christian life consists essentially in charity². The saint is not first of all the one who has never sinned, but the one who has loved God and neighbour to the very end, letting grace work in him until it transformed him.

This does not mean that holiness is a moral achievement, the fruit of some gymnastics of the will. It is first of all a gift that God offers and that man is called to receive. But receiving is not passivity: «The way of perfection passes by way of the Cross. There is no holiness without renunciation and spiritual battle»³. Holiness is not a prize reserved for those who have never gone wrong, but the destination of those who have never stopped letting God reach them.

One need only glance through the lives of not a few saints to see this. Augustine of Hippo lived for years with a concubine, by whom he had a son, Adeodatus, before surrendering to grace. Mary of Egypt, according to the Life written by Sophronius of Jerusalem, lived as a prostitute in Alexandria for seventeen years⁴. Margaret of Cortona was for some ten years the mistress of a young nobleman of Montepulciano, to whom she bore a son. Moses the Ethiopian, before becoming one of the great Desert Fathers, had been the leader of a band of brigands. Camillus de Lellis, a soldier of fortune, was so enslaved to gambling that he lost everything he owned, down to the shirt on his back. Ignatius of Loyola, by his own admission, was until the age of twenty-six a man given to the vanities of the world⁵. Charles de Foucauld, as a young cavalry officer, was known more for his carousing and his mistresses than for his discipline. Bartolo Longo, before founding the shrine of Pompeii, frequented the spiritualist circles of Naples to the point of declaring himself consecrated a priest of Satan; Leo XIV proclaimed him a saint in 2025. None of them was born a saint. All of them became saints, passing not alongside sin but through it, until grace reached them and found them, at last, willing to let themselves be reached.

From martyrs to confessors

In the first centuries the saints venerated by the Church were the martyrs. The Eucharist was celebrated over their tombs on the anniversary of their death, called the dies natalis, the day of their birth into heaven. Blood shed for Christ was the unmistakable sign of holiness. But when the persecutions ceased with the Peace of Constantine, a new question arose: can one be a saint without shedding one’s blood? The answer has a name: Martin of Tours, soldier, monk and bishop, who died in 397. He was among the first, if not the very first, in the West to receive public veneration without having been a martyr. His biographer Sulpicius Severus explained it thus:

«Although the circumstances of his time could not offer him martyrdom, he will not lack the glory of a martyr, because by desire and by virtue he both could have been and wished to be a martyr»⁶.

Thus was born the figure of the «confessor», one who bears witness to Christ not by a violent death but by the daily gift of his life. For the sake of historical accuracy, it should be said that canonisation did not exist in Martin’s day: veneration arose from below, from a reputation for holiness among the people and from the approval of the local bishop. The first formal canonisation pronounced by a Roman Pontiff was that of Ulrich of Augsburg, declared a saint by John XV in 993.

Saints are not born

Over the centuries we have idealised the saints to the point of making them inimitable. That likeable and imaginative Dominican, Jacopo da Varazze, archbishop of Genoa, relates in his Golden Legend, without the slightest fear of looking ridiculous, that Saint Nicholas, while still a nursing infant, took his mother’s milk only once a day on Wednesdays and Fridays, so as to keep the fast⁷. A newborn already keeping the penitential calendar, en breve. Baroque hagiography multiplied saints who displayed heroic virtue from the cradle, and devotional holy cards did the rest, handing down to us angelic figures with eyes turned heavenwards and not a shadow of inner struggle. The result was paradoxical: precisely because they were perfect from the start, the saints became models to be admired from afar, not imitated. And so we felt excused from even trying, thanks precisely to the likes of Jacopo da Varazze.

The reality is quite different. Paul of Tarsus persecuted the Church, entering house after house and dragging men and women off to prison (cf. Hechos 8:3), and to the very end called himself the foremost of sinners (cf. 1 Tim 1:15). Francis of Assisi, before embracing Lady Poverty, was the king of the revels among the young men of Assisi⁸. The saints were not born such: they became saints, often after long years spent even in the gravest sins.

What many do not know, or perhaps do not remember, is that the first saint ever proclaimed as such was a criminal condemned to death. Crucified beside Jesus, unlike the other wrongdoer who reviled him, he turned to him and said: «Jesus, remember me when you come into your kingdom». And Jesus replied: "Amén, te digo, today you will be with me in Paradise» (Lc 23:42-43). If there was ever a canonisation, Christ himself celebrated it, from the cross, with no trial, no postulator and no verified miracles. The most surprising detail lies elsewhere: according to Matthew and Mark, that thief too at first reviled Jesus together with his companion (cf. Mt 27:44; Mk 15:32). The saint whom tradition would call Dismas⁹ came forth from a man who, moments earlier, had been blaspheming. The whole theology of grace is contained in those few moments: no one is too far away to be reached, not even at his last breath.

The nameless army

The feast of All Saints has a long history. En 609 Pope Boniface IV dedicated the Pantheon in Rome to the Virgin Mary and all the martyrs. In the following century Gregory III consecrated an oratory to all the saints in Saint Peter’s Basilica and fixed the celebration on 1 Noviembre, a date that Gregory IV extended to the whole Church in 835.

Yet the deeper meaning of this solemnity escapes many. It is not first of all the feast of the canonised saints listed in the calendar, each of whom already has a day of his or her own. It is the feast of that «great multitude, which no one could count» (Rev 7:9): the countless army of unknown saints whom no Dicastery for the Causes of Saints has ever examined, nor ever will. The grandmother who prayed the rosary every evening for a grandchild who had drifted from the faith. The father who worked honestly for forty years without ever stealing a single cent. The parish priest of a mountain village forgotten by everyone except God. The sick man who offered up his suffering without turning it into a banner. None of them will have a statue, an image, a feast day. Yet it is they, for the most part, who make up «that number».

The French writer Léon Bloy ended one of his novels with a sentence that has become famous: «There is only one sadness: not to be saints»¹⁰. All Saints reminds us that this sadness is not a condemnation, because the door remains open until the very last moment, as that thief on the cross discovered. The march of the saints is difficult; no one denies it. But it is possible, because what walks ahead of us is not an unattainable model, but an innumerable crowd of men and women who, sinners like us, allowed themselves to be saved.

When the New Orleans band came back from the cemetery, people poured into the streets and joined the procession, dancing. They did not merely listen: they fell into line. This is the invitation of All Saints. And the most sincere prayer we can address to God on this day is perhaps precisely that of the old Negro spiritual: «Oh Lord, I want to be in that number».

De la isla de Patmos, 1 Noviembre 2026

 

NOTAS

¹ Second Vatican Ecumenical Council, Dogmatic Constitution on the Church lumen gentium, n. 40.

² Cf. Thomas Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 184, a. 1.

³ Catecismo de la Iglesia Católica, n. 2015.

⁴ Cf. Sophronius of Jerusalem, Life of Saint Mary of Egypt.

⁵ Cf. Ignatius of Loyola, Autobiography, n. 1.

⁶ Sulpicius Severus, Carta II, 9. Our translation.

⁷ Cf. Jacopo da Varazze, Golden Legend, chapter «Saint Nicholas».

⁸ Cf. Thomas of Celano, First Life of Saint Francis, E, 1-2.

⁹ The name appears in the Gospel of Nicodemus (o Hechos de Pilato), 10, an apocryphal text.

¹⁰ L. Bloy, La femme pauvre (1897), last page. Our translation.

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LA DIFÍCIL PERO POSIBLE MARCHA DE LOS SANTOS EN EL CANTO DE LOS NEGROS DE NUEVA ORLEANS

La santidad no es el premio reservado a quien nunca se ha equivocado, sino la meta de quien nunca ha cesado de dejarse alcanzar por Dios.

Autor

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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En Nueva Orleans, en las primeras décadas del siglo XX, los funerales tenían un rito muy particular. La banda acompañaba el féretro hacia el cementerio a paso lento, tocando marchas fúnebres. A la vuelta, una vez sepultado el difunto, la misma banda arrancaba a pleno ritmo con un viejo espiritual de los negros de América: Cuando los santos van marchando. Quien lo presenciaba por primera vez podía tomarlo por una irreverencia. Era, en cambio, una profesión de fe tocada con trompeta y trombón: la muerte no tiene la última palabra. Popularizada en todo el mundo por Louis Armstrong en 1938, la canción se ha vuelto tan familiar que se canta en los estadios y en las fiestas, olvidando por completo su origen. Su estribillo dice:

«Oh, when the saints go marching in, / Oh Lord, I want to be in that number, / when the saints go marching in» ("Oh, cuando los santos entran en cortejo, / Señor, quiero estar en ese número, / cuando los santos entran en cortejo»).

Dos palabras merecen atención. La primera es «en». Los santos no recorren las calles como en un desfile cualquiera: entran, cruzan el umbral de la Jerusalén celestial. La segunda es «that number», ese número. Los esclavos y los hijos de los esclavos que cantaban este espiritual conocían la Biblia mejor que no pocos teólogos: ese número es el del Apocalipsis, donde, después de los ciento cuarenta y cuatro mil marcados con el sello, aparece «una muchedumbre inmensa, que nadie podría contar, de todas las naciones, razas, pueblos y lenguas» (Ap 7,9). Es la primera lectura de la Misa de Todos los Santos. En un canto nacido entre los negros reducidos a la esclavitud y después discriminados por la segregación racial, a quienes se negaba incluso la dignidad de personas, la esperanza tenía los rasgos precisos de la liturgia de la Iglesia: entrar en ese número.

Una llamada dirigida a todos

«Sed santos, porque yo, el Señor, vuestro Dios, soy santo» (lv 19,2). «Por tanto, sed perfectos, como vuestro Padre celestial es perfecto» (Mt 5,48). «Esta es la voluntad de Dios: vuestra santificación» (1 tes 4,3). La Escritura no conoce una santidad para unos pocos especialistas del espíritu, ni una carrera reservada a quien viste un hábito religioso. El Concilio Vaticano II lo reafirmó sin ambigüedad: «todos los fieles, de cualquier estado o condición, están llamados a la plenitud de la vida cristiana y a la perfección de la caridad»¹. Es una santidad que no habita solo en los claustros y en los altares, sino en las casas, en los lugares de trabajo, en las salas de los hospitales, dondequiera que un hombre o una mujer viven con fidelidad, día tras día, lo que Dios les ha confiado.

Si la santidad fuera algo inalcanzable, Dios nos habría mandado lo imposible. Y Dios no se burla de sus criaturas.

Qué es realmente la santidad

En el imaginario común, la santidad coincide con la impecabilidad, con los prodigios, con los éxtasis, con ayunos prolongados más allá de toda sensatez. Cosas todas ellas que pueden acompañar la vida de un santo, pero que no constituyen su esencia. Santo Tomás de Aquino lo dice con su habitual sobriedad: la perfección de la vida cristiana consiste esencialmente en la caridad². El santo no es ante todo quien no ha pecado, sino quien ha amado a Dios y al prójimo hasta el final, dejando que la gracia obrara en él hasta transformarlo.

Esto no significa que la santidad sea una conquista moral, fruto de una gimnasia de la voluntad. Es ante todo un don que Dios ofrece y que el hombre está llamado a acoger. Pero acoger no es quedarse pasivo: «El camino de la perfección pasa por la cruz. No hay santidad sin renuncia y sin combate espiritual»³. La santidad no es el premio reservado a quien nunca se ha equivocado, sino la meta de quien nunca ha cesado de dejarse alcanzar por Dios.

Basta recorrer la vida de no pocos santos para comprobarlo. Agustín de Hipona vivió durante años con una concubina, de la que tuvo un hijo, Adeodato, antes de rendirse a la gracia. María Egipciaca, según la Vida escrita por Sofronio de Jerusalén, se prostituyó durante diecisiete años en Alejandría⁴. Margarita de Cortona fue durante unos diez años la amante de un joven noble de Montepulciano, al que dio un hijo. Moisés el Etíope, antes de convertirse en uno de los grandes Padres del desierto, había sido cabecilla de una banda de salteadores. Camilo de Lelis, soldado de fortuna, era esclavo del juego hasta el punto de perder todo cuanto poseía, hasta la camisa. Ignacio de Loyola, según su propia confesión, hasta los veintiséis años fue hombre dado a las vanidades del mundo⁵. Carlos de Foucauld, joven oficial de caballería, se hizo notar más por sus juergas y sus amantes que por su disciplina. Bartolo Longo, antes de fundar el santuario de Pompeya, frecuentó los círculos espiritistas de Nápoles hasta declararse consagrado sacerdote de Satanás; León XIV lo proclamó santo en 2025. Ninguno de ellos nació santo. Todos llegaron a serlo, pasando no junto al pecado, sino a través de él, hasta que la gracia los alcanzó y los encontró, por fin, dispuestos a dejarse alcanzar.

De los mártires a los confesores

En los primeros siglos, los santos venerados por la Iglesia eran los mártires. Sobre sus tumbas se celebraba la Eucaristía en el aniversario de su muerte, llamado dies natalis, día del nacimiento al cielo. La sangre derramada por Cristo era el signo inequívoco de la santidad. Pero cuando, con la paz de Constantino, cesaron las persecuciones, se planteó una pregunta nueva: ¿se puede ser santo sin derramar la sangre? La respuesta tiene un nombre: Martín de Tours, soldado, monje y obispo, muerto en el año 397. Fue uno de los primeros, si no el primero, en recibir en Occidente un culto público sin haber sido mártir. Su biógrafo Sulpicio Severo lo explicó así:

«Aunque las circunstancias de su tiempo no pudieron ofrecerle el martirio, no carecerá de la gloria del mártir, porque con el deseo y con la virtud pudo y quiso ser mártir»⁶.

Nacía así la figura del «confesor», el que da testimonio de Cristo no con una muerte violenta, sino con la entrega cotidiana de la vida. En honor a la exactitud histórica, hay que decir que en tiempos de Martín la canonización no existía: el culto nacía desde abajo, de la fama de santidad entre el pueblo y de la aprobación del obispo local. La primera canonización formal pronunciada por un Romano Pontífice es la de Ulrico de Augsburgo, proclamado santo por Juan XV en el año 993.

Santo no se nace

A lo largo de los siglos hemos idealizado a los santos hasta hacerlos inimitables. Aquel simpático y fantasioso dominico que fue Santiago de la Vorágine, arzobispo de Génova, cuenta en su Leyenda dorada, sin el menor temor a caer en el ridículo, que San Nicolás, siendo todavía lactante, los miércoles y los viernes tomaba la leche materna una sola vez al día para guardar el ayuno⁷. Un recién nacido ya cumplidor del calendario penitencial, en definitiva. La hagiografía barroca multiplicó los santos que desde la cuna mostraban virtudes heroicas y las estampitas devotas hicieron el resto, entregándonos figuras angelicales, con los ojos vueltos al cielo, sin sombra de lucha interior. El resultado fue paradójico: precisamente por ser perfectos desde el principio, los santos se convirtieron en modelos para admirar a distancia, no para imitar. Y así nos sentimos dispensados de intentarlo, gracias precisamente a los Santiago de la Vorágine de turno.

La realidad es muy distinta. Pablo de Tarso perseguía a la Iglesia entrando en las casas y arrastrando a la cárcel a hombres y mujeres (cf. hch 8,3) y hasta el final se llamó a sí mismo el primero de los pecadores (cf. 1 Tim 1,15). Francisco de Asís, antes de abrazar a la señora Pobreza, era el rey de las francachelas de la juventud de Asís⁸. Los santos no nacieron tales: llegaron a serlo, a menudo después de largos años vividos incluso en los pecados más graves.

Lo que muchos no saben, o quizá no recuerdan, es que el primer santo proclamado como tal fue un criminal condenado a muerte. Crucificado junto a Jesús, a diferencia del otro malhechor, que lo insultaba, se dirigió a él diciendo: «Jesús, acuérdate de mí cuando llegues a tu reino». Y Jesús le respondió: «En verdad te digo: hoy estarás conmigo en el paraíso» (Lc 23,42-43). Si alguna vez hubo una canonización, la celebró Cristo mismo, desde la cruz, sin proceso, sin postulador y sin milagros comprobados. El detalle más sorprendente es otro: según Mateo y Marcos, también aquel ladrón, en un primer momento, insultaba a Jesús junto con su compañero (cf. Mt 27,44; MC 15,32). El santo al que la tradición llamará Dimas⁹ salió de quien, poco antes, blasfemaba. Toda la teología de la gracia queda encerrada en unos pocos instantes: nadie está demasiado lejos para ser alcanzado, ni siquiera en su último aliento.

El ejército sin nombre

La fiesta de Todos los Santos tiene una larga historia. En el año 609 el papa Bonifacio IV dedicó el Panteón de Roma a la Virgen María y a todos los mártires. En el siglo siguiente Gregorio III consagró en la basílica de San Pedro un oratorio a todos los santos y fijó la celebración el 1 de noviembre, fecha que Gregorio IV extendió después a toda la Iglesia en el año 835.

Pero a muchos se les escapa el sentido profundo de esta solemnidad. No es ante todo la fiesta de los santos canonizados e inscritos en el calendario, cada uno de los cuales tiene ya su propio día. Es la fiesta de aquella «muchedumbre inmensa, que nadie podría contar» (Ap 7,9): el ejército innumerable de santos desconocidos que ningún Dicasterio de las Causas de los Santos ha examinado nunca, ni examinará jamás. La abuela que rezó el rosario cada noche por un nieto alejado de la fe. El padre de familia que trabajó honradamente durante cuarenta años sin robar nunca un euro. El párroco de un pueblo de montaña olvidado por todos, menos por Dios. El enfermo que ofreció su sufrimiento sin hacer de él una bandera. Ninguno de ellos tendrá una estatua, una imagen, una fiesta. Y, sin embargo, son ellos, en su inmensa mayoría, «ese número».

El escritor francés Léon Bloy cerró una de sus novelas con una frase que se ha hecho célebre: «No hay más que una tristeza: la de no ser santos»¹⁰. Todos los Santos nos recuerda que esta tristeza no es una condena, porque la puerta permanece abierta hasta el último instante, como experimentó aquel ladrón en la cruz. La marcha de los santos es difícil, nadie lo niega. Pero es posible, porque delante de nosotros no camina un modelo inalcanzable, sino una muchedumbre innumerable de hombres y mujeres que, pecadores como nosotros, se dejaron salvar.

Cuando la banda de Nueva Orleans volvía del cementerio, la gente bajaba a la calle y se unía al cortejo bailando. No se limitaba a escuchar: entraba en la fila. Esta es la invitación de Todos los Santos. Y la oración más sincera que podemos dirigir a Dios en este día es quizá precisamente la del espiritual de los negros de América: «Oh Lord, I want to be in that number»: Señor, quiero estar en ese número.

Desde la Isla de Patmos, 1 de noviembre de 2026

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NOTAS

¹ Concilio Ecuménico Vaticano II, Constitución dogmática sobre la Iglesia lumen gentium, n. 40.

² Cf. Tomás de Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 184, a. 1.

³ Catecismo de la Iglesia Católica, n. 2015.

⁴ Cf. Sofronio de Jerusalén, Vida de Santa María Egipciaca.

⁵ Cf. Ignacio de Loyola, Autobiografía, n. 1.

⁶ Sulpicio Severo, Epístola II, 9. Traducción nuestra.

⁷ Cf. Santiago de la Vorágine, Leyenda dorada, gorra. «San Nicolás».

⁸ Cf. Tomás de Celano, Vida primera de San Francisco, E, 1-2.

⁹ El nombre aparece en el Evangelio de Nicodemo (o Hechos de Pilato), 10, escrito apócrifo.

¹⁰ L. Bloy, La femme pauvre (1897), última página. Traducción nuestra.

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El edificio de la iglesia. Espacio simbólico e iniciático - El edificio de la iglesia. Un espacio simbólico e iniciático ― El templo cristiano. Espacio simbólico e iniciático

31 Octubre 2026/en Pastoral litúrgica/por padre simone

italiano, inglés, español

 

L’EDIFICIO CHIESA, SPAZIO SIMBOLICO E INIZIATICO

Per comprendere l’identità del cristiano è opportuno ritornare al luogo dove egli è nato come tale, cioè al fonte battesimale.

— Ministerio litúrgico —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
simone pifizzi

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Artículo en formato de impresión PDF – formato de impresión del artículo – articulo en formato impreso

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C’è una profonda relazione tra l’uomo e lo spazio che lo circonda. L’uomo vi si riflette e di conseguenza comunica qualcosa di sé agli altri. Lo spazio diventa quindi una porta che ci permette di entrare in qualche modo nell’universo dei pensieri e dei sentimenti di una persona, un grupo, de un pueblo. Questo vale anche per lo spazio liturgico; in esso infatti la Chiesa peregrinante nel tempo riflette sé stessa e la sua storia quale incarnazione di quel Vangelo che, in modo del tutto speciale, viene comunicato attraverso le celebrazioni sacramentali, las cuales, Sucesivamente, hanno “plasmato” lo spazio liturgico.

Dalla «casa della Chiesa» alla Chiesa di tutto un popolo

Il modo di comunicare e celebrare la fede ha dato vita nei secoli a vari tipi o stili di chiese, secondo le particolari esigenze di ogni tempo. Nei primi tre secoli, anche per motivi contingenti che non permettevano di fare diversamente, la comunità cristiana ha riflesso la propria immagine nella domus ecclesiae, cioè letteralmente nella «casa della Chiesa», del popolo convocato da Dio. Si trattava generalmente di un’abitazione privata capiente, messa a disposizione della comunità locale da parte di qualche cristiano facoltoso. In tale periodo la Chiesa ha espresso in modo particolare la sua dimensione domestica, che privilegiava il rapporto familiare caratterizzante la vita di Gesù con i suoi e la vita della prima comunità apostolica (cf.. Hc 2,46).

Con la pace di Costantino (313), che segna di fatto la fine delle persecuzioni e il riconoscimento giuridico del Cristianesimo da parte dello Stato, la comunità cristiana si ingrandì e, dovendo usare luoghi di culto più ampi, fece propria la struttura già esistente della basilica romana, cioè del luogo nel quale la società civile si riuniva per i momenti importanti della vita pubblica. Si trattava sempre e comunque di un luogo in funzione del popolo convocato; in questo caso non più da un re (in greco βασιλεύς, basileús, da cui il termine «basilica»), ma da Dio. E proprio perché l’assemblea cristiana è convocata da Dio, nasce dal battesimo, cresce alla mensa della Parola e del Pane di vita, la struttura della basilica pian piano si adatta alle esigenze del culto e si modifica mettendo in evidenza sempre più la sede o cattedra di chi presiede, il luogo del battesimo, l’ambone e ovviamente l’altare.

Uno spazio per evangelizzare e iniziare alla fede

Senza ripercorrere tutta la storia degli edifici sacri, è sufficiente pensare alle diverse forme di chiese per intuire che lo spazio liturgico non è solo funzionale, ma esprime un certo modo di essere Chiesa e possiede un’inevitabile dimensione iniziatica. Si pensi ad esempio alle cattedrali gotiche, che con il loro slancio spingono a guardare in alto, o alle chiese costruite in seguito alla riforma del Concilio di Trento, che mirano ad avere al centro l’Eucaristia. Lo spazio liturgico e il suo arredo hanno una grandissima importanza in vista di un’evangelizzazione corretta, nuova e adeguata al nostro tempo; ma questa sensibilità fatica ancora a divenire una componente dell’attività pastorale.

Battistero e fonte battesimale

Il fonte battesimale è il luogo — tra i più importanti in una chiesa — dove si celebra il battesimo, primo sacramento della Nuova Alleanza, in forza del quale gli uomini, aderendo nella fede a Cristo Signore, ricevono lo Spirito di adozione a figli e, uniti a Cristo nella sua morte e resurrezione (cf.. Rm 6,3-5), entrano a far parte del suo corpo che è la Chiesa.

Quando si scrive la biografia di una persona, per meglio comprendere il personaggio descritto, è opportuno andare alle sue origini, alla terra che gli ha dato i natali, alla famiglia e all’ambiente sociale in cui è cresciuto… Anche per comprendere l’identità del cristiano è opportuno ritornare al luogo dove egli è nato come tale, cioè al fonte battesimale. Per la verità oggi questo “pellegrinaggio” alle fonti potrebbe risultare alquanto deludente. Una lunga tradizione che ci sta alle spalle ha in qualche modo umiliato lo spazio dell’iniziazione cristiana e lo ha ridotto sovente a un angolo oscuro e abbandonato, con serie difficoltà ad esprimere le luminose origini pasquali della vita cristiana.

Il rinnovamento liturgico scaturito dal Concilio Vaticano II ha influito profondamente sulla prassi dell’iniziazione cristiana e, como consecuencia, anche sullo spazio cultuale riservato alla celebrazione del battesimo. Anche questo spazio, come del resto tutta la struttura architettonica della chiesa, è chiamato a rivelare l’identità del cristiano e la sua missione nel mondo contemporaneo. In primo luogo il fonte battesimale deve oggi esprimere la dimensione comunitaria della fede (e del battesimo); dimensione che per lungo tempo è stata oscurata. Per questo le norme, con soluzioni coraggiose e veramente nuove, prevedono uno spazio battesimale che prima di tutto permetta la celebrazione comunitaria¹.

A chi entra oggi in una chiesa deve apparire subito ben chiaro che il fonte battesimale non è un accessorio secondario, ma il simbolo di ciò che è il cristiano, cioè un “resuscitato”, un rinato nello Spirito (cf.. Juan 3,5) per mezzo di quell’acqua che è simbolo di Cristo e della sua parola che rende puri e giustificati (cf.. Juan 4,1-26; Juan 15,3). È tutta questa ricchezza simbolica che oggi le chiese, soprattutto quelle di nuova costruzione, sono chiamate a esprimere attraverso lo spazio riservato all’iniziazione cristiana.

L’ambone: spazio della Parola

L’ambone è un elemento che non si trova nei templi pagani: è specifico del culto cristiano, che sviluppa la tradizione ebraica al centro della quale c’è la Parola del Signore. È però sintomatico che oggi tra i fedeli cattolici non ci sia una particolare sensibilità verso l’ambone, che è da tempo scomparso dalle nostre chiese, eccezion fatta per quelle antichissime o di recente costruzione. Nel frattempo ci si trova sovente di fronte a un leggio, qualche volta traballante e assai misero, che non esprime certo l’importanza della Parola di Dio².

Un po’ di storia

Il popolo di Dio nasce dall’ascolto della Parola. y Jesús, la Parola fatta carne (cf.. Juan 1,14), ribadisce: «Chi ascolta la mia parola [...] ha la vita eterna» (Juan 5,24). Il cristianesimo non esprime un rapporto fiscale con una divinità che è placata e messa a tacere dai riti, bensì un dialogo d’amore con quel Dio che per sua natura intende stabilire un’alleanza con l’umanità. Fin dall’inizio infatti il culto cristiano si qualifica agli occhi dei pagani come profondamente legato alla Parola. Non senza ragione l’imperatore Diocleziano nel 303 scatenò una feroce persecuzione contro i cristiani con l’ordine esplicito di consegnare e distruggere i loro libri³. Así que eso, quando la Chiesa ebbe la possibilità di edificare luoghi di culto, diede uno spazio tutto speciale alla proclamazione della Scrittura. Nacque così l’ambone (del griego anabáino, «salgo»), uno spazio elevato e nobile che, oltre ai vantaggi pratici dell’ascolto, esprimesse anche e soprattutto la centralità e l’importanza della Parola di Dio. L’ambone costituisce fin da subito un luogo santo, quasi come l’altare; in entrambi i luoghi è lo stesso mistero pasquale di Cristo che si unisce alla testimonianza dei battezzati.

Mensa della Parola

«Nella celebrazione liturgica la Sacra Scrittura ha una importanza estrema»⁴. «Nell’ascolto della Parola di Dio si edifica e cresce la Chiesa»⁵. La riforma liturgica del Vaticano II ha recuperato la centralità della Parola e di conseguenza non solo l’Evangeliario ha ritrovato il suo posto nella processione d’ingresso subito dopo la croce, ma la proclamazione della Parola di Dio ha anche ritrovato, dopo tanti secoli, il suo spazio simbolico. «L’importanza della Parola di Dio esige che vi sia nella chiesa un luogo adatto dal quale essa venga annunciata, e verso il quale, durante la liturgia della Parola, spontaneamente si rivolga l’attenzione dei fedeli»⁶.

A questa norma fanno eco anche le disposizioni della Commissione episcopale per la liturgia della Conferenza Episcopale Italiana: «[L’ambone] è il luogo proprio della Parola di Dio. La sua forma sia correlata all’altare, senza tuttavia interferire con la priorità di esso; la sua ubicazione sia pensata in prossimità dell’assemblea (anche non all’interno del presbiterio, come testimonia la tradizione liturgica) e renda possibile la processione con l’Evangeliario e la proclamazione pasquale della Parola. Sia conveniente per dignità e funzionalità, disposto in modo tale che i ministri che lo usano possano essere visti e ascoltati dall’assemblea»⁷. L’ambone è quindi la mensa della Parola in stretta connessione con la mensa del Pane di vita. La sua importanza simbolica è in qualche modo riassunta nella preghiera prevista per la benedizione: "Odio, che chiami gli uomini dalle tenebre alla tua ammirabile luce, accogli il nostro inno di benedizione e di lode; tu non ci lasci mai mancare il nutrimento dolce e forte della tua parola e convocandoci in quest’aula ecclesiale continui a ricordare le meraviglie da te annunciate e compiute. Risuoni dunque, o Padre, ai nostri orecchi la voce del tuo Figlio risorto, perché corrispondendo all’azione interiore dello Spirito, possiamo essere non solo ascoltatori, ma operatori fervidi e coerenti della tua parola. Da questo ambone i tuoi messaggeri ci indichino il sentiero della vita, perché camminando sulle orme di Cristo, possiamo giungere alla gloria eterna»⁸.

Fonte battesimale e ambone non sono dunque semplici arredi, ma tappe di un medesimo cammino: al fonte il cristiano nasce, all’ambone si nutre della Parola che lo ha generato. È questa la dimensione iniziatica dello spazio liturgico: prima ancora che con le parole, è l’edificio stesso a dire chi è il cristiano e da dove viene. E il cammino non si ferma qui, perché dalla mensa della Parola conduce alla mensa del Pane di vita, cioè all’altare.

Florencia, 31 de Octubre del 2026

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NOTAS

¹ Cfr. Conferenza Episcopale Italiana – Commissione episcopale per la liturgia, La progettazione di nuove chiese. Nota pastorale, 18 Febrero 1993, n. 11.

² Cfr. Ordinamento generale del Messale Romano, n. 309; Conferencia Episcopal Italiana, Misal Romano, seconda edizione italiana (1983), Precisazioni, n. 16.

³ Cfr. Lattanzio, De mortibus persecutorum, 12-13; Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, viii, 2, 4.

⁴ Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium, n. 24.

⁵ Ordo Lectionum Missae, Premesse, n. 7.

⁶ Ordinamento generale del Messale Romano, n. 309.

⁷ La progettazione di nuove chiese, cit., n. 9.

⁸ Bendiciones, Benedizione di un nuovo ambone.

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THE CHURCH BUILDING, A SYMBOLIC AND INITIATORY SPACE

To understand the identity of the Christian, too, it is fitting to return to the place where he was born as such: the baptismal font.

— Pastoral litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
simone pifizzi

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There is a deep relationship between human beings and the space that surrounds them. People are mirrored in it and, in so doing, communicate something of themselves to others. Space thus becomes a doorway that allows us to enter, in some way, into the world of thoughts and feelings of a person, a group, a people. This is true of liturgical space as well: in it the Church, on pilgrimage through time, reflects herself and her history as the incarnation of that Gospel which is communicated in a wholly special way through the sacramental celebrations, which in turn have “shaped” liturgical space.

From the «house of the Church» to the Church of an entire people

A lo largo de los siglos, the way of communicating and celebrating the faith has given rise to various types or styles of churches, according to the particular needs of each age. In the first three centuries, partly because circumstances allowed nothing else, the Christian community reflected its own image in the domus ecclesiae, literally the «house of the Church», of the people called together by God. It was generally a spacious private dwelling placed at the disposal of the local community by some well-to-do Christian. In this period the Church expressed above all her domestic dimension, which favoured the family relationship that marked the life of Jesus with his own and the life of the first apostolic community (cf. Hechos 2:46).

With the Peace of Constantine (313), which effectively marked the end of the persecutions and the legal recognition of Christianity by the State, the Christian community grew and, needing larger places of worship, adopted the already existing structure of the Roman basilica, the place where civil society gathered for the important moments of public life. It was still a place at the service of a people called together; ahora, sin embargo, called together not by a king (in Greek βασιλεύς, basileús, from which the word «basilica» derives), but by God. And precisely because the Christian assembly is called together by God, is born of baptism and grows at the table of the Word and of the Bread of life, the structure of the basilica gradually adapted itself to the needs of worship, increasingly highlighting the chair or cathedra of the one who presides, the place of baptism, the ambo and, por supuesto, the altar.

A space for evangelising and initiating into the faith

Without retracing the whole history of sacred buildings, it is enough to think of the different forms churches have taken to sense that liturgical space is not merely functional, but expresses a certain way of being Church and possesses an inevitable initiatory dimension. Think, por ejemplo, of the Gothic cathedrals, whose soaring lines draw the gaze upwards, or of the churches built in the wake of the reform of the Council of Trent, which aim to place the Eucharist at the centre. Liturgical space and its furnishings are of the utmost importance for an evangelisation that is sound, new and suited to our time; yet this sensitivity still struggles to become part of pastoral practice.

Baptistery and baptismal font

The baptismal font is the place, among the most important in a church, where baptism is celebrated: the first sacrament of the New Covenant, by which men and women, adhering in faith to Christ the Lord, receive the Spirit of adoption as children and, united with Christ in his death and resurrection (cf. ROM 6:3-5), become members of his body, cual es la iglesia.

When writing a person’s biography, to understand the subject better it is useful to go back to his origins, to the land of his birth, to the family and social milieu in which he grew up… To understand the identity of the Christian, too, it is fitting to return to the place where he was born as such: the baptismal font. To tell the truth, this “pilgrimage” to the sources might prove rather disappointing today. A long tradition behind us has in some way humbled the space of Christian initiation, often reducing it to a dark and neglected corner that struggles to express the luminous paschal origins of Christian life.

The liturgical renewal that sprang from the Second Vatican Council has profoundly influenced the practice of Christian initiation and, consequently, the space set aside for the celebration of baptism. This space too, like the whole architectural structure of the church, is called to reveal the identity of the Christian and his mission in today’s world. En primer lugar, the baptismal font must now express the communal dimension of faith (and of baptism), a dimension long obscured. For this reason the norms, with bold and truly new solutions, provide for a baptismal space that above all allows for communal celebration¹.

Anyone entering a church today should see at once that the baptismal font is not a secondary accessory, but the symbol of what the Christian is: one “risen”, one reborn in the Spirit (cf. Jn 3:5) through that water which is a symbol of Christ and of his word, which makes us clean and righteous (cf. Jn 4:1-26; Jn 15:3). It is all this symbolic richness that churches today, especially newly built ones, are called to express through the space set aside for Christian initiation.

The ambo: the place of the Word

The ambo is not found in pagan temples: it is proper to Christian worship, which develops the Jewish tradition, at whose heart lies the Word of the Lord. It is telling, sin embargo, that Catholics today show no particular sensitivity towards the ambo, which has long since disappeared from our churches, except for very ancient or recently built ones. Meanwhile we are often faced with a lectern, sometimes wobbly and rather shabby, that hardly conveys the importance of the Word of God².

A little history

The people of God is born from listening to the Word. And Jesus, the Word made flesh (cf. Jn 1:14), declara: «whoever hears my word [...] tiene vida eterna» (Jn 5:24). Christianity does not express a transactional relationship with a deity to be placated and silenced by rites, but a dialogue of love with the God who by his very nature wills to establish a covenant with humanity. From the very beginning, De hecho, Christian worship appeared to pagan eyes as profoundly bound to the Word. It was not without reason that in 303 the emperor Diocletian unleashed a ferocious persecution against the Christians, with the explicit order that their books be handed over and destroyed³. So when the Church was able to build places of worship, she gave a wholly special space to the proclamation of Scripture. Thus the ambo was born (del griego anabáino, «I go up»): a raised and noble space which, beyond the practical advantages for hearing, was meant to express above all the centrality and importance of the Word of God. From the outset the ambo is a holy place, almost like the altar; in both it is the same paschal mystery of Christ that is united to the witness of the baptised.

The table of the Word

«Sacred scripture is of the greatest importance in the celebration of the liturgy»⁴. «The Church is built up and grows by hearing the word of God»⁵. The liturgical reform of Vatican II recovered the centrality of the Word; consequently, not only has the Book of the Gospels regained its place in the entrance procession immediately after the cross, but the proclamation of the Word of God has also, after so many centuries, regained its symbolic space. «The dignity of the word of God requires that in the church there be a suitable place from which it may be proclaimed and toward which the attention of the faithful naturally turns during the Liturgy of the Word»⁶.

This norm is echoed in the provisions of the Episcopal Commission for the Liturgy of the Italian Episcopal Conference: «[The ambo] is the proper place of the Word of God. Its form should be related to the altar, without however interfering with the altar’s priority; its location should be close to the assembly (even outside the presbytery, as liturgical tradition attests) and should allow for the procession with the Book of the Gospels and the paschal proclamation of the Word. It should be fitting in dignity and functionality, and so arranged that the ministers who use it can be seen and heard by the assembly»⁷. The ambo is therefore the table of the Word, closely connected with the table of the Bread of life. Its symbolic significance is in some way summed up in the prayer for its blessing: “Oh Dios, who call all people out of darkness into your marvellous light, accept our hymn of blessing and praise. You never let us lack the sweet and strong nourishment of your word, and by gathering us in this church you continue to recall the wonders you have proclaimed and accomplished. May the voice of your risen Son resound in our ears, O Father, de modo que, responding to the inner working of the Spirit, we may be not only hearers but fervent and faithful doers of your word. From this ambo may your messengers show us the path of life, de modo que, walking in the footsteps of Christ, we may attain eternal glory»⁸.

The baptismal font and the ambo, entonces, are not mere furnishings but stages of a single journey: at the font the Christian is born, at the ambo he is nourished by the Word that gave him life. This is the initiatory dimension of liturgical space: even before words do, the building itself tells who the Christian is and where he comes from. And the journey does not end here, for from the table of the Word it leads to the table of the Bread of life, es decir, to the altar.

Florencia, 31 Octubre 2026

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NOTAS

¹ Cf. Italian Episcopal Conference – Episcopal Commission for the Liturgy, La progettazione di nuove chiese [The Planning of New Churches], pastoral note, 18 Febrero 1993, n. 11.

² Cf. Instrucción General del Misal Romano, n. 309; Italian Episcopal Conference, Misal Romano, 2nd Italian edition (1983), Precisazioni [Clarifications], n. 16.

³ Cf. Lactantius, De mortibus persecutorum, 12-13; Eusebius of Caesarea, Ecclesiastical History, viii, 2, 4.

⁴ Second Vatican Ecumenical Council, Constitution on the Sacred Liturgy Sacrosanctum Concilium, n. 24.

⁵ Lectionary for Mass, Introducción, n. 7. Our translation.

⁶ Instrucción General del Misal Romano, n. 309.

⁷ La progettazione di nuove chiese, en. cit., n. 9. Our translation.

⁸ Bendiciones [Italian Book of Blessings], Blessing of a New Ambo. Our translation.

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EL TEMPLO CRISTIANO, ESPACIO SIMBÓLICO E INICIÁTICO

Para comprender la identidad del cristiano conviene volver al lugar donde nació como tal, es decir, a la pila bautismal.

— Pastoral litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
simone pifizzi

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Existe una profunda relación entre el hombre y el espacio que lo rodea. El hombre se refleja en él y, de ese modo, comunica algo de sí a los demás. El espacio se convierte así en una puerta que nos permite entrar, de algún modo, en el universo de pensamientos y sentimientos de una persona, de un grupo, de un pueblo. Esto vale también para el espacio litúrgico: en él la Iglesia, peregrina en el tiempo, se refleja a sí misma y refleja su historia como encarnación de aquel Evangelio que, de un modo del todo especial, se comunica a través de las celebraciones sacramentales, las cuales, a su vez, han “modelado” el espacio litúrgico.

De la «casa de la Iglesia» a la Iglesia de todo un pueblo

La manera de comunicar y celebrar la fe ha dado lugar a lo largo de los siglos a distintos tipos o estilos de iglesias, según las necesidades particulares de cada época. En los tres primeros siglos, también por circunstancias que no permitían hacerlo de otro modo, la comunidad cristiana reflejó su propia imagen en la domus ecclesiae, es decir, literalmente, en la «casa de la Iglesia», del pueblo convocado por Dios. Se trataba por lo general de una vivienda privada amplia, puesta a disposición de la comunidad local por algún cristiano acomodado. En ese periodo la Iglesia expresó de modo particular su dimensión doméstica, que privilegiaba la relación familiar propia de la vida de Jesús con los suyos y de la primera comunidad apostólica (cf. hch 2,46).

Con la paz de Constantino (313), que marca de hecho el final de las persecuciones y el reconocimiento jurídico del cristianismo por parte del Estado, la comunidad cristiana creció y, al necesitar lugares de culto más amplios, hizo suya la estructura ya existente de la basílica romana, es decir, del lugar en el que la sociedad civil se reunía para los momentos importantes de la vida pública. Seguía tratándose de un lugar al servicio del pueblo convocado; en este caso, sin embargo, ya no por un rey (en griego βασιλεύς, basileús, de donde procede el término «basílica»), sino por Dios. Y precisamente porque la asamblea cristiana es convocada por Dios, nace del bautismo y crece en la mesa de la Palabra y del Pan de vida, la estructura de la basílica se fue adaptando poco a poco a las exigencias del culto, poniendo cada vez más de relieve la sede o cátedra de quien preside, el lugar del bautismo, el ambón y, naturalmente, el altar.

Un espacio para evangelizar e iniciar en la fe

Sin recorrer toda la historia de los edificios sagrados, basta pensar en las distintas formas que han adoptado las iglesias para intuir que el espacio litúrgico no es solo funcional, sino que expresa un determinado modo de ser Iglesia y posee una inevitable dimensión iniciática. Pensemos, por ejemplo, en las catedrales góticas, cuyo impulso vertical invita a mirar hacia lo alto, o en las iglesias construidas a raíz de la reforma del Concilio de Trento, que buscan situar la Eucaristía en el centro. El espacio litúrgico y su mobiliario tienen una enorme importancia para una evangelización correcta, nueva y adecuada a nuestro tiempo; sin embargo, todavía cuesta que esta sensibilidad llegue a formar parte de la acción pastoral.

Baptisterio y pila bautismal

La pila bautismal es el lugar, uno de los más importantes de una iglesia, donde se celebra el bautismo, primer sacramento de la Nueva Alianza, en virtud del cual los hombres, adhiriéndose por la fe a Cristo Señor, reciben el Espíritu de adopción filial y, unidos a Cristo en su muerte y resurrección (cf. ROM 6,3-5), pasan a formar parte de su cuerpo, que es la Iglesia.

Cuando se escribe la biografía de una persona, para comprender mejor al personaje descrito, conviene remontarse a sus orígenes, a la tierra que lo vio nacer, a la familia y al ambiente social en el que creció… También para comprender la identidad del cristiano conviene volver al lugar donde nació como tal, es decir, a la pila bautismal. A decir verdad, hoy esta “peregrinación” a las fuentes podría resultar bastante decepcionante. Una larga tradición que tenemos a nuestras espaldas ha humillado en cierto modo el espacio de la iniciación cristiana y lo ha reducido a menudo a un rincón oscuro y abandonado, con serias dificultades para expresar los luminosos orígenes pascuales de la vida cristiana.

La renovación litúrgica surgida del Concilio Vaticano II ha influido profundamente en la praxis de la iniciación cristiana y, en consecuencia, también en el espacio cultual reservado a la celebración del bautismo. También este espacio, como toda la estructura arquitectónica de la iglesia, está llamado a revelar la identidad del cristiano y su misión en el mundo contemporáneo. En primer lugar, la pila bautismal debe expresar hoy la dimensión comunitaria de la fe (y del bautismo), una dimensión que durante mucho tiempo quedó oscurecida. Por eso las normas, con soluciones audaces y verdaderamente nuevas, prevén un espacio bautismal que permita ante todo la celebración comunitaria¹.

Quien entra hoy en una iglesia debe percibir enseguida con claridad que la pila bautismal no es un accesorio secundario, sino el símbolo de lo que es el cristiano: un “resucitado”, un renacido en el Espíritu (cf. Jn 3,5) por medio de aquella agua que es símbolo de Cristo y de su palabra, que purifica y justifica (cf. Jn 4,1-26; Jn 15,3). Es toda esta riqueza simbólica la que hoy las iglesias, sobre todo las de nueva construcción, están llamadas a expresar a través del espacio reservado a la iniciación cristiana.

El ambón, espacio de la Palabra

El ambón es un elemento que no se encuentra en los templos paganos: es propio del culto cristiano, que desarrolla la tradición judía, en cuyo centro está la Palabra del Señor. Resulta, sin embargo, significativo que hoy los fieles católicos no muestren una especial sensibilidad hacia el ambón, que desde hace tiempo ha desaparecido de nuestras iglesias, salvo en las muy antiguas o en las de reciente construcción. Mientras tanto, nos encontramos a menudo ante un atril, a veces tambaleante y bastante pobre, que desde luego no expresa la importancia de la Palabra de Dios².

Un poco de historia

El pueblo de Dios nace de la escucha de la Palabra. Y Jesús, la Palabra hecha carne (cf. Jn 1,14), afirma: «quien escucha mi palabra [...] posee la vida eterna» (Jn 5,24). El cristianismo no expresa una relación mercantil con una divinidad a la que se aplaca y se acalla con ritos, sino un diálogo de amor con el Dios que por su propia naturaleza quiere establecer una alianza con la humanidad. Desde el principio, en efecto, el culto cristiano aparece a los ojos de los paganos como profundamente ligado a la Palabra. No sin razón el emperador Diocleciano desencadenó en el año 303 una feroz persecución contra los cristianos, con la orden expresa de entregar y destruir sus libros³. Así, cuando la Iglesia tuvo la posibilidad de edificar lugares de culto, reservó un espacio del todo especial a la proclamación de la Escritura. Nació de este modo el ambón (del griego anabáino, «subo»), un espacio elevado y noble que, además de las ventajas prácticas para la escucha, expresara también y sobre todo la centralidad y la importancia de la Palabra de Dios. El ambón es desde el principio un lugar santo, casi como el altar; en ambos lugares es el mismo misterio pascual de Cristo el que se une al testimonio de los bautizados.

La mesa de la Palabra

«La importancia de la Sagrada Escritura en la celebración de la Liturgia es máxima»⁴. «La Iglesia crece y se construye al escuchar la palabra de Dios»⁵. La reforma litúrgica del Vaticano II recuperó la centralidad de la Palabra; en consecuencia, no solo el Evangeliario ha recobrado su lugar en la procesión de entrada, inmediatamente después de la cruz, sino que también la proclamación de la Palabra de Dios ha recobrado, después de tantos siglos, su espacio simbólico. «La dignidad de la Palabra de Dios exige que en la iglesia haya un sitio conveniente desde el que se proclame, y al que durante la Liturgia de la Palabra, se dirija espontáneamente la atención de los fieles»⁶.

A esta norma hacen eco las disposiciones de la Comisión Episcopal para la Liturgia de la Conferencia Episcopal Italiana: «[El ambón] es el lugar propio de la Palabra de Dios. Su forma esté en relación con el altar, sin interferir, no obstante, con la prioridad de este; su ubicación se piense cerca de la asamblea (incluso fuera del presbiterio, como atestigua la tradición litúrgica) y haga posible la procesión con el Evangeliario y la proclamación pascual de la Palabra. Sea adecuado por su dignidad y funcionalidad, y esté dispuesto de tal modo que los ministros que lo utilizan puedan ser vistos y escuchados por la asamblea»⁷. El ambón es, por tanto, la mesa de la Palabra, en estrecha conexión con la mesa del Pan de vida. Su importancia simbólica queda resumida, en cierto modo, en la oración prevista para su bendición: «Oh Dios, que llamas a los hombres de las tinieblas a tu luz admirable, acoge nuestro himno de bendición y de alabanza; tú nunca dejas que nos falte el alimento dulce y fuerte de tu palabra y, al convocarnos en esta aula eclesial, sigues recordándonos las maravillas que has anunciado y realizado. Resuene, pues, Padre, en nuestros oídos la voz de tu Hijo resucitado, para que, correspondiendo a la acción interior del Espíritu, seamos no solo oyentes, sino fervorosos y coherentes cumplidores de tu palabra. Que desde este ambón tus mensajeros nos indiquen el camino de la vida, para que, siguiendo las huellas de Cristo, podamos llegar a la gloria eterna»⁸.

La pila bautismal y el ambón no son, pues, simples elementos del mobiliario, sino etapas de un mismo camino: en la pila el cristiano nace, en el ambón se alimenta de la Palabra que lo ha engendrado. Esta es la dimensión iniciática del espacio litúrgico: antes aún que las palabras, es el propio edificio el que dice quién es el cristiano y de dónde viene. Y el camino no termina aquí, porque desde la mesa de la Palabra conduce a la mesa del Pan de vida, es decir, al altar.

Florencia, 31 de octubre de 2026

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NOTAS

¹ Cf. Conferencia Episcopal Italiana – Comisión Episcopal para la Liturgia, La progettazione di nuove chiese [El proyecto de nuevas iglesias], nota pastoral, 18 de febrero de 1993, n. 11.

² Cf. Instrucción General del Misal Romano, n. 309; Conferencia Episcopal Italiana, Misal Romano, segunda edición italiana (1983), Precisazioni [Precisiones], n. 16.

³ Cf. Lactancio, De mortibus persecutorum, 12-13; Eusebio de Cesarea, Historia eclesiástica, viii, 2, 4.

⁴ Concilio Ecuménico Vaticano II, Constitución sobre la sagrada liturgia Sacrosanctum Concilium, n. 24.

⁵ Ordenación de las Lecturas de la Misa, Prenotandos, n. 7.

⁶ Instrucción General del Misal Romano, n. 309.

⁷ La progettazione di nuove chiese, cit., n. 9. Traducción nuestra.

⁸ Bendiciones [Bendicional italiano], Bendición de un nuevo ambón. Traducción nuestra.

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las palabras son importantes

23 Octubre 2026/0 Comentarios/en Actualidad/por Monje ermitaño

LAS PALABRAS SON IMPORTANTES

Hoy todo está habitado en la Iglesia, pasamos de habitar las angustias del tiempo y de las relaciones hasta -y ésta es una expresión que nos gusta mucho- a habitar la complejidad, lo que cantó mina: «Palabras solo palabras, palabras entre nosotros".

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AutoreMonaco Eremita

Autor
Monje ermitaño

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Artículo en formato de impresión PDF

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Cada entorno humano se expresa con su propio lenguaje., que por un lado es útil para comunicar y preservar la propia identidad, por el otro, se corre el riesgo de impedir el acceso a los no iniciados, incluso rozando la autorreferencialidad.

Lingüistas y sociólogos llevan mucho tiempo estudiando el fenómeno, que en cierto modo también pueden ser experimentados por los laicos: basta con entrar en contacto con algunos de estos entornos para reconocer un determinado uso de la lengua con su libro de frases relacionado. Tomemos como ejemplo el mundo del marketing.. Cualquiera que escuche hablar a expertos en este sector escuchará una avalancha de anglicismos como objetivo, mentalidad, presentaciones, adoptado sobre todo para dar un tono profesional. Incluso las modas cambian: el reunión, que para muchos ahora sólo evoca la anual Reunión de Rimini de Comunión y Liberación, ha dado paso a llamar, que hemos aprendido a utilizar gracias al Covid, cuando muchos se vieron obligados a trabajar de forma remota o, como dicen hoy, en trabajo inteligente. hacer uno llamar, ingresar llamar, vernos en llamar se ha convertido en una forma habitual de hablar y relacionarse.

Aparte de estos aspectos laterales del hablar diario, En el centro permanece el hecho de que cuanto más cerrados son los entornos, cuanto más el lenguaje sigue siendo comprensible sólo para los iniciados, es decir, a aquellos que forman parte del grupo y comparten el mismo verbo. También sucede en la Iglesia.. Si existe una definición del lenguaje utilizado y comprendido por las partes y sus representantes, el politico, uno también fue acuñado para quienes frecuentan el mundo eclesial: el eclesiástico. Se han publicado diversas publicaciones y algunos artículos periodísticos sobre el tema., desde eclesiástico, cualquier cosa menos declinar, se extendió bajo tierra pero desenfrenadamente. Alguien lo definió:

«Débil en contenido y pensamiento, rígido con su repetitividad esquemática pero en realidad flexible al doblegarlo a las contingencias más banales, proclive a los eslóganes y sensible a lo efímero; en conclusión, Lo suficientemente "líquido" para adaptarse perfectamente a las necesidades del "hombre de mundo" (y poder) clerical"¹.

Así sucede que la palabra "ateo" Prefiero al más inofensivo "no creyente". "Amar al prójimo" podemos decir, pero suena mejor "ejercitar la proximidad". Los "desirata" o "programas" de un obispo y sus colaboradores, mejor llamarlos "orientaciones" y "plan pastoral". Y los resultados de las iniciativas adoptadas? Definido, naturalmente, «implicaciones pastorales». la doctrina, el catecismo? Palabras obsoletas: mejor hablar del "camino de iniciación cristiana". parecen bromas, pero así es exactamente como es.

Incluso las palabras de los eclesiásticos tienen sus estaciones.. Alguien recordará que en un pasado no muy lejano estaba de moda el término “discernimiento”, que podrían ser espíritus o carismas: Se pueden discernir situaciones, vocaciones y todo tipo de cosas. Cuando Don Luigi Ciotti, fundador del Grupo Abele en Turín y luego de Libera, comenzó a utilizar a menudo la expresión "luchando", pronto este término también se difundió en los círculos eclesiales dedicados a las cuestiones sociales y a la caridad., para indicar aquellas personas que luchan por encontrar dinero, trabajo, un techo y estabilidad en una vida que viven al margen de. Luego hubo un tiempo en el que sólo hablábamos de proyectos., que por supuesto podría ser educativo, formativo o pastoral: alguien recuerda el proyecto cultural de la Iglesia italiana, tan popular en los años noventa del siglo pasado? Finalmente el Papa Francisco entró en escena, como acuñador de consignas que se pusieron de moda en el lenguaje eclesial, fue realmente inmejorable. Hace apenas unos días escuché la homilía de un arzobispo italiano que en su incipit se refería a las "periferias existenciales", una expresión que ha tenido cierto éxito.

Pero ¿cuál es la palabra que más de moda está hoy en la Iglesia?, al menos en el italiano o al menos en una parte del mismo? voy por mis pies, ya que una investigación detallada requeriría mucho tiempo y dedicación. Sin embargo, me parece que el término más recurrente es "vivir".. Hoy todo está habitado en la Iglesia, pasamos de habitar las angustias del tiempo y de las relaciones hasta -y ésta es una expresión que nos gusta mucho- a habitar la complejidad, lo que cantó mina: «Palabras solo palabras, palabras entre nosotros".

Un amigo sacerdote me envió el prospecto, que alguna vez fue llamado programa, de las fiestas en honor al santo patrón de su parroquia y entre las diversas iniciativas veo una conferencia titulada: Habitando la historia. Para tener pruebas de esta creencia mía abrí la página web de una revista de información religiosa y, escribiendo la palabra «vivir» en el cuadro de búsqueda, Aparecieron docenas de artículos que tenían ese término en el título.. Entonces descubrí que las heridas se pueden habitar., las fronteras, las fronteras, la esperanza, la tensión, el arte, El mundo y las relaciones de nuevo., el vacío del corazón y afortunadamente también la mirada de Cristo.

«Cuando es moda, es moda», cantó Giorgio Gaber en 1978, en una canción de su famoso disco Pollos de granja. Pero ¿qué puedes hacer entonces para no ser aprobado?, como animales de batería, todos usan el mismo libro de frases y las mismas palabras solo porque son las más populares en ese momento o porque el famoso las usó una vez? no soy un experto, así que para no cometer errores apunto alto y me viene a la mente la forma de hablar de Jesús, su idioma.

en una entrevista lanzado hace muchos años, Al director e intelectual Pier Paolo Pasolini le preguntaron quién era Jesús para él.. Respondió:

«Como arquetipo de toda relación posible con el mundo es la más elevada que conozco» (cf.. aquí).

Pero inmediatamente después aclaró que esto era cierto para él, nacido en los años veinte del siglo pasado y criado, por parte de la madre, en el mundo campesino del Friuli, atado a la tierra y aún capaz de comprender las metáforas agrícolas del Evangelio. el mundo moderno, especialmente los jóvenes, ya no los entenderían; el hedonismo que ya prevalecía en su época conservaría incluso las bienaventuranzas de realidades ajenas. Sin quitarle nada al mordaz examen del director El evangelio según Mateo, Lo que surge de la lectura de los Evangelios no es tanto el qué, sino de qué exactamente tenía que hablar Jesús en su tiempo., si no de ovejas y pastores, de semillas y árboles o de una mujer barriendo la casa? - tanto como el cómo. Toma el material del mundo que lo rodea y lo presenta de una manera absolutamente nueva., tanto es así que los mismos guardias enviados a arrestarlo se ven obligados a decir: «Nunca un hombre ha hablado así!» (Juan 7,46). Incluso sus interpretaciones de las Escrituras, a pesar de que todos se movían dentro del entorno cultural y religioso judío de la época, destacan por la originalidad de sus soluciones y propuestas: "Ustedes han oído que se dijo: [...] Pero te lo digo" (cf.. Mt 5,21-48). Tantos lo escuchaban sopesando y recordando cada palabra.: entre muchos también líderes y líderes religiosos, con quien dialogó aunque chocó. Incluso el diablo, sorprendido por sus respuestas, prefirió tomarse su tiempo y regresar en un momento más oportuno, para él (cf.. Lc 4,13).

Este camino de Jesús Creo que debería iluminar nuestra conversación.: en él nunca se oyen eslóganes ni clichés y, si cita un proverbio tradicional, lo hace para comunicar más significado sin perderse en la palabrería. Sin embargo, Jesús no había estudiado en la Sorbona.. Y es precisamente la Sorbona la que da título a un célebre artículo que el dominico François-Paul Dreyfus publicó en 1975 sobre el Revisión de la Biblia, la revista de la Escuela Bíblica de Jerusalén, comparando la exégesis bíblica practicada en las universidades y la exégesis teológica y espiritual cultivada dentro de la Iglesia²: los primeros alineados en el lado histórico-crítico y científico, el segundo menos academico, pero dirigido a nutrir espiritualmente a los creyentes de hoy. El autor esperaba que los dos mundos pudieran encontrarse.; y es el mismo riesgo que se mencionó al principio: cada ambiente, cerrado en su propio idioma, termina hablando solo con sus propios iniciados. Pero la Palabra que estudian ambos mundos salió de la boca de alguien que ni siquiera tenía un doctorado en teología en Tubinga., como en lugar, sea ​​asi Honorario, el anticristo de la famosa historia de soloviev. sin embargo, su palabra fue hermosa. Cuando el criado del sumo sacerdote lo abofetea, Jesús responde: "Si hablara mal, muéstrame dónde está el mal. Pero si hablé correctamente, ¿por qué me pegas?» (Juan 18,23); y ese "bien" en el griego del evangelio es kalōs, lo que significa bien y bellamente.

Si Jesús nos pareciera un ejemplo demasiado elevado para emularlo, al menos podríamos mirar a Francisco de Asís, otro que no tenía títulos ni cultura refinada, sin embargo, exactamente ochocientos años después de su tránsito, ocurrió la tarde de 3 de Octubre del 1226, sigue estando presente en el mundo. Es quizás el santo más universal., en el que incluso hombres de otras tradiciones espirituales pueden reconocerse y cuyo ejemplo habla incluso a personas no religiosas. No mucha gente sabe que le encantaba hablar francés aunque no lo sabía muy bien.. Él nos hará saber Leyenda de los tres compañeros, atribuido a leo, Rufino y Angelo, con un poco de coquetería involuntaria por parte de aquellos, como Rufino, prima de chiara, él vino de un entorno y un entorno muy diferentes: «Hablaba de buena gana este idioma aunque no sabía utilizarlo correctamente»³. Al santo le encantaba expresarse en francés, especialmente al comienzo de su cambio de vida⁴, para presenciar la nueva forma de estar en el mundo. En este idioma pidió limosna., respondió a su hermano de sangre Angelo que se burló de él encontrándolo en Asís y sobre todo expresó su alegría y alabanza al Dios Altísimo.. Después, Francisco no abandonó esta predilección por el francés, pero al parecer lo reservaba para momentos de soledad. Hizo un gran esfuerzo en la comunicación pública., a tiempo, Dar a su lengua vernácula de Umbría la calidad y dignidad de una lengua literaria y espiritual., como lo demuestra Cántico del Hermano Sol. los franceses, Lenguaje de prestigio de las cortes y la caballería., había servido para marcar una ruptura; Para hacerse entender por todos, eligió el idioma de todos., dándole belleza. Y adoptó un nuevo saludo., que él mismo afirma haber recibido del Señor: «El Señor me reveló que debemos decir este saludo: Que el Señor te dé paz!»⁵. La fórmula era tan particular e inusual para la época que resultaba inquietante por su novedad, hasta el punto que algunos frailes tuvieron vergüenza de pronunciarlo⁶.

Pequeños consejos para subrayar, volviendo a nuestro tema, que no sería tan difícil encontrar palabras e idiomas que la gente, incluso el más humilde, son capaces de entender cuando se habla de las cosas de la fe, de la Iglesia y cómo se sitúa en el mundo, sin necesidad de recurrir a clichés, a expresiones estándar o a la moda del momento. Por supuesto, se necesita sensibilidad y grandeza de alma., como lo fue para francesco, pero también la cultura, buenas lecturas, capacidad de dignificar la propia lengua poniéndole cuidado y atención.

«Las palabras son importantes!», gritó Nanni Moretti en una famosa escena de su película Palombella roja. Y son también y sobre todo para aquellos que han sido llamados a ser servidores de una Palabra mayor..

Desde la ermita, 23 de Octubre del 2026

 

NOTAS

¹R. Beretta, El nuevo librito eclesiástico ilustrado, Milano 2013.

² F.-P. Dreyfus, Exégesis en la Sorbona, Exégesis en la Iglesia., en Revisión de la Biblia 82 (1975), pags.. 321-359.

³ Leyenda de los tres compañeros, 10, en fuentes franciscanas, pag. 800.

⁴S. Pera, Francisco y sus hermanos. una biografia, vendedorio, palermo 2026, pag. 75.

⁵ Francisco de Asís, Testamento, 23.

⁶ compilación asís, 101, en fuentes franciscanas, pag. 968.

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Ese cáncer que ningún cirujano ha extirpado jamás y la metástasis del homosexualismo en el clero – El cáncer que ningún cirujano ha extirpado y las metástasis del homosexualismo en el clero – El cáncer que ningún cirujano ha extirpado y las metástasis del homosexualismo dentro del clero

22 Octubre 2026/en Actualidad/por Padre Ariel

italiano, Inglés, Español

 

ESE CÁNCER QUE NINGÚN CIRUJANO HA EXTRACTO Y LAS METÁSTASIS DEL HOMOSEXUALISMO DENTRO DEL CLERO

Evitar el tema del homosexualismo clerical, engañarse pensando que pueden hablar y escribir de manera seria y creíble sobre la crisis del clero y la formación de los sacerdotes, es como hablar de "sacerdotes en Marte".

- Noticias eclesiales -

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Autor

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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alrededor del red social Cada vez son más los personajes que hablan con naturalidad de la crisis del clero, para luego entrar de lleno en una esfera de tal delicadeza que, como se reitera varias veces en estas columnas, haría temblar a obispos y sacerdotes con varias décadas de experiencia en el cuidado espiritual del clero., en particular aquellos que se encuentran en situaciones de desesperación, Sufrir de fragilidad o síndromes depresivos reales.. De lo que pocos hablan -y de aquí viene el elemento de ese miedo de los sacerdotes hacia otros sacerdotes que a veces se convierte en terror- es del problema de la homosexualidad, que está cada vez más extendido entre el clero y, Qué es peor, de una verdadera cultura homosexualista que se está afianzando a través de lo que, nuevamente en estas columnas, se ha denominado repetidamente el caballo de Troya arcoíris.. esta cultura, que los miembros de una numerosa "hermandad" intentan imponer desde hace años en el seno de la Iglesia, es la masa tumoral la que lamentablemente, hasta hoy, ningún cirujano pudo extirparlo. Por lo tanto, hablar de la crisis del clero y su formación sin abordar la metástasis de este cáncer, como lo hacen esos personajes, es pura retórica, a veces incluso destinado a desviar la atención de un problema que no es marginal: Los síntomas se describen en detalle: el miedo al juicio., confidencias traicionadas, el hermano percibido como un adversario, sin mencionar nunca la enfermedad, es decir, un clero que aparece cada vez más homosexualizado.

¿Cuál es el objeto de este análisis?? no homosexuales, sobre cuyas elecciones de vida nadie tiene derecho a cuestionar, pero los aspirantes al sacerdocio o los sacerdotes homosexuales sobre los cuales es enteramente legítimo cuestionarse, a veces incluso necesario, porque - como expliqué varias veces en varios de mis artículos temáticos - no pueden ser ellos mismos libremente. Y un sacerdote siempre debe poder ser él mismo, abierta y libremente, Ciertamente no vivir una vida de pretensión y duplicidad., dentro del cual el trastorno sexual, si está presente, está destinado a multiplicarse a máxima potencia, en un clima de ocultamiento y represión.

E. De la transgresión a la suspensión de conciencia

Pecados contra el VI mandamiento no constituyen nada nuevo en la historia de la Iglesia: han abarcado los siglos, como atestiguan crudamente textos antiguos y autorizados, incluyendo el Libre Gomorrhianus que San Pier Damiani dirigió alrededor del 1049 al Sumo Pontífice León IX. Ese texto sigue siendo un testimonio inequívoco no sólo del vicio, pero también de la red de complicidades que ya lo protegía entonces: clérigos que se confesaban para absolverse mutuamente sin que se filtrara nada, superiores inclinados a encubrir y minimizar, culpables mantenidos en órdenes sagradas. El futuro Doctor de la Iglesia pidió que los destituyan y no los admitan más en el ministerio. La presencia del pecado, también grave y generalizado, o incluso una complicidad organizada para ocultarlo, Por lo tanto, no representa el elemento distintivo de la crisis actual., ni permite hablar, por sí, de una caída sin precedentes.

Los clérigos denunciados por Pier Damiani se escondieron porque sabían que estaban en pecado: su complicidad fue la defensa de una culpa reconocida como tal. Lo que hace que la situación contemporánea sea radicalmente diferente., en muchos aspectos sin precedentes en la historia eclesial, es el cruce de un umbral de no retorno, más allá del cual se pierde la capacidad misma de reconocer el bien y el mal y percibir el peligro.. En tiempos anteriores, incluso en tiempos de mayor corrupción, El pecado fue experimentado como tal., es decir, como una caída, como debilidad, como infidelidad consciente. Conciencia, aunque herido, permaneció operativo; el sujeto sabía que estaba equivocado, a veces se justificaba, a veces se escondía, pero no pudo borrar por completo el juicio interno que caracterizó el acto como desordenado. En la situación actual, en cambio, Estamos asistiendo a un cambio cualitativo mucho más grave.: la suspensión e, en muchos casos, la aniquilación de la conciencia moral, acompañado de una cultura que no se limita a ocultar el desorden, pero pretende legitimarlo e imponerlo como un bien. El comportamiento ya no se percibe como una transgresión de un bien reconocido., sino como una forma normal e indiscutible de actuar. El juicio moral no se elimina por conflicto o debilidad., sino porque ya no se considera relevante. La acción tiene lugar, tomar el título de una obra de Friedrich Nietzsche que se ha vuelto dramáticamente actual, más allá del bien y del mal, no como una elección trágica y consciente, sino como una condición ordinaria de existencia.

Esta mutación antropológica tiene profundas consecuencias a nivel eclesial. Donde el pecado se vive como una caída, la posibilidad de conversión permanece abierta; donde se vive como normalidad sin juzgar, la conversión no se rechaza simplemente, pero se vuelve impensable. No hay conflicto interno., no hay arrepentimiento, no hay duda de la verdad. La conciencia no se calla: ya no habla nada. Es en este contexto que entendemos cómo una condición moralmente desordenada puede transformarse de fragilidad personal en un factor funcional para el poder clerical.. Temas sin fricciones morales, no atravesado por el drama de los límites, incapaz de reconocer un bien objetivo que juzgue la acción, son particularmente aptos para insertarse en mecanismos gubernamentales basados ​​en el silencio, sobre la complicidad y la exposición mutua. La falta de conciencia ya no es un obstáculo, pero una ventaja.

El lobby homosexual clerical encaja precisamente en esta fractura. No surge principalmente de debilidad o inconsistencia ocasional., ni de esa caída humana que, una vez reconocido y cruzado, Incluso puede hacer que el hombre sea más consciente y mejor de lo que era antes.. Más bien se forma a través de la normalización del pecado y de la mentira como condición de pertenencia., Transformar lo que debería ser reconocido y sanado en una presuposición de identidad y una restricción del sistema.. Donde el pecado ya no se percibe como tal, pero experimentado como datos adquiridos y compartidos, deja de ser un problema moral y se convierte en una limitación: lo oculto y lo común garantiza la fidelidad, lo no dicho y lo intercambiable garantiza la protección, lo que compromete a todos hace que todos sean controlables.

Es la distinción que el Santo Padre Francisco planteado en términos inequívocos, respondiendo a los periodistas en el vuelo de regreso a casa desde Río de Janeiro el 28 De julio 2013:

«El problema es no tener esta tendencia, no, debemos ser hermanos […]. El problema es ejercer presión sobre esta tendencia. […]. Este es el problema más grave para mí" (cf.. aquí).

No la fragilidad del individuo, así pues, pero la organización, dejar lobby. En este escenario no son los clérigos amorales los problemáticos para el sistema., pero aquellos que, a pesar de vivir fielmente, mantienen una conciencia vigilante y se niegan a entrar en ese circuito de complicidad., de silencio e intercambio en el que se basa el homosexualismo clerical y se transforma en una estructura organizada de poder. La conciencia libera, no negociable y no chantajeable, se convierte así en el elemento desestabilizador, no por su fuerza polémica, sino por su simple existencia.

La crisis actual Por tanto, no consiste en un resurgimiento del pecado., pero en su transformación en criterio de gobernabilidad, hasta llegar a una deriva aún más grave: criterio de selección para el acceso al sacerdocio e, después, para la identificación de candidatos considerados aptos para el episcopado. Cuando el proceso de selección se ve afectado en este nivel, las consecuencias no son limitadas, pero inevitablemente se reflejan en todo el cuerpo eclesial. Sin embargo, la regla existe y es clara.. La Instrucción de la Congregación para la Educación Católica aprobada por el Sumo Pontífice Benedicto XVI y publicada el 4 Noviembre 2005 establece que la Iglesia, «respetando profundamente a las personas en cuestión, no puede admitir al Seminario y a las Sagradas Órdenes a quienes practican la homosexualidad, presentar tendencias homosexuales profundamente arraigadas o apoyar la llamada cultura gay" (cf.. aquí). La misma disposición se reiteró en 2016 desde el Sistema fundamental de institución sacerdotal (cf.. aquí). Por tanto, el problema no es la ausencia de criterios, pero su falta de aplicación precisamente allí donde se forman y eligen los futuros sacerdotes y obispos.

Este es el pasaje que marca una decadencia sin precedentes históricos: no la caída del hombre, Siempre es posible desde el principio de los tiempos., a partir de la irrupción del pecado original en la historia, sino la construcción de sistemas en los que la caída ya no sea reconocida como tal y la conciencia, vaciado de su función de juzgar, deja de ser un lugar de verdad para convertirse en un espacio neutral, funcional al poder.

II. El homosexualismo clerical como sistema fundado en la normalización de la mentira.

Todo sistema de poder que pretende preservarse evita, tanto como sea posible, exposición directa. No actúa personalmente., no se compromete abiertamente, no se responsabiliza públicamente de sus decisiones más controvertidas. Prefiere operar a través de terceros, utilizando sujetos que actúan como pantalla, por artistas, de herramientas prescindibles. Se trata del hombres de paja y dioses idiotas útiles: figuras que realmente no gobiernan, pero actúan en lugar del poder, llevar a cabo lo que otros deciden, después de haber sido neutralizado por la ilusión de pertenecer al poder y haber obtenido de él un reconocimiento indirecto.

En el contexto eclesiástico, estos sujetos son a menudo laicos clericales, insertados permanentemente en los ambientes de la Curia y en los circuitos administrativos, finanzas y medios, o en todo caso en los lugares de mayor influencia eclesial. Incluso sin responsabilidad institucional formal, disfrutan de una libertad operativa que el clero no puede permitirse. Son ellos quienes intervienen allí donde el poder clerical no pretende exponerse directamente.: intimidiscono, ellos deslegitiman, ellos difaman, ellos reportan, ellos acusan, dan lugar a procedimientos sin ningún fundamento real. Actúan convencidos de que cuentan y tienen peso dentro de la estructura de poder., mientras que en realidad se utilizan precisamente porque son reemplazables, expuesto y prescindible, reducidos a meros instrumentos ejecutivos destinados a absorber el impacto de las acciones más sucias con las que los clérigos no quieren ensuciarse las manos.

No es raro que un laico se convierta en clerical., carente de cualquier mandato formal, de repente se convierte en promotor de "informes" motivados por un supuesto celo por el bien de la Iglesia. Ninguna acusación explícita, ninguna evidencia concreta: solo alusiones, sospechoso, sentencias retiradas con aparente discreción. eso es suficiente, sin embargo, que estas voces lleguen a los entornos adecuados que ya las esperaban en silenciosa disponibilidad, para que una cesión sea revocada, una colaboración rota, una persona aislada. El profano se expuso, hizo el trabajo sucio; el poder permanece en un segundo plano y se conserva, solo digo, manos limpias.

Este modo de acción no es episódico., pero estructural. El poder clerical mantiene así una distancia segura y siempre mantiene una negación plausible.. Es el mismo mecanismo que se encuentra en toda organización que pretende ejercer el control sin asumir abiertamente el peso moral y legal.. La responsabilidad sigue siendo invisible; la acción, en cambio, es muy concreto, a menudo devastador.

Junto a esta primera categoría, surge un segundo, aún más agresivo y peligroso: el de los homosexuales laicos ideológicamente clericalizados, caracterizado por una amarga militancia, vengativo y a veces abiertamente violento a nivel moral y relacional. No sirven sólo como herramientas pasivas del sistema., pero se convierten en actores activos, Movido por el objetivo de aclarar y legitimar el homosexualismo dentro de la Iglesia., transformarlo de un trastorno tolerado a un criterio de reconocimiento y pertenencia. Estos segundos sujetos suelen actuar como vanguardia del sistema.: dicen y escriben, también a través de blogs y social media, lo que ciertos clérigos venenosos no pueden permitirse el lujo de declarar públicamente; atacan a quienes estos clérigos no pueden atacar directamente; ejercen presión constante a través de acusaciones, insinuaciones, informes a autoridades eclesiásticas y campañas de deslegitimación. Su fuerza reside en la ausencia casi total de limitaciones.. No responden a la autoridad eclesiástica formal, no corren el riesgo de sanciones canónicas, no pagan ningún precio institucional y, en la práctica, operan en una zona de impunidad sustancial, lo que hace ineficaz cualquier intento de una reacción jurídica proporcionada. Por esta razón son extremadamente útiles para ciertos sectores clericales que los utilizan manteniendo una posición aparentemente neutral.: ellos son los que se exponen, hablar, escribir, informar, mientras el dispositivo permanece en segundo plano, pronto, si necesario, declararse ajeno a los hechos. De esta manera pueden atacar, intimidar y deslegitimar sin sufrir consecuencias graves.

Ninguna de estas entidades podría operar eficazmente si la verdad fuera reconocida y asumida como criterio operativo común, es decir, como parámetro concreto para evaluar conductas, tomar decisiones, atribuir responsabilidad e intervenir cuando surjan abusos o mentiras. Prosperan en un contexto en el que el silencio es recompensado, La discreción se eleva a virtud., La lealtad no se mide por la rectitud., sino de la capacidad de no socavar el sistema. Mentir ya no se percibe como una desviación, sino como condición necesaria para permanecer dentro del circuito.

Es en este ambiente que el homosexualismo clerical deja de ser una suma de comportamientos individuales y toma la forma de un sistema. No porque todos participen, sino porque quienes forman parte de él aceptan reglas no escritas, pero muy rígido: no veo, no hables, sin dejar de mencionar. La vida privada se convierte en un instrumento de control.; el secreto compartido se convierte en garantía de fiabilidad; el compromiso mutuo se convierte en la base de la protección. Quien acepta estas condiciones queda integrado; quien los rechaza, incluso sin informar nada, Se percibe como un peligroso elemento desestabilizador., por lo tanto tan problemático. la mentira, así normalizado, ya no es un efecto secundario del sistema, pero su base operativa. Es la vieja técnica del diablo., capaz de decir nueve verdades para después, finalmente llegó al décimo, Decir una mentira colosal que distorsiona por completo lo dicho anteriormente.. En ese momento la verdad se distorsiona., por paradoja diabólica, soporte funcional para tumbarse, que también puede ser una omisión: no sólo no decir las cosas como son, pero niega como son las cosas.

Para gobernar este sistema no son, por último, aquellos que hablan o actúan visiblemente, pero aquellos eclesiásticos que nunca intervienen directamente, quien observa, ellos escuchan, ellos dejaron que sucediera. No dan órdenes explícitas., no firman medidas, no toman decisiones formalizadas, pero nada sucede sin su consentimiento tácito. Cuando el daño está hecho, siempre pueden decir que no saben, que no fueron informados, que no has autorizado nada, sacrificando en todo caso, si necesario, le idiotas útiles enviado a la oficina que usaron. el poder, tan practicado, permanece intacto precisamente porque no está expuesto: gobierna por delegación, ataca indirectamente, Preserva la propia posición mientras otros absorben el conflicto y la responsabilidad.. Es dentro de este ambiente degradado, degradante y opaco que el lobby homosexual clerical encuentra las condiciones ideales para consolidarse y reproducirse con daños incalculables.

Es sobre esta base que el homosexualismo clerical se convierte en un organismo estable, capaz de defenderse e influir en la estructura del gobierno eclesiástico, al mismo tiempo, preparando el terreno para nuevas formas de intercambio y chantaje, en el que el compromiso sexual se convierte en la moneda de cambio del gobierno. Evitar el tema del homosexualismo clerical, engañarse pensando que pueden hablar y escribir de manera seria y creíble sobre la crisis del clero y la formación de los sacerdotes, es como hablar de "sacerdotes en Marte".

Desde la isla de Patmos, 22 de Octubre del 2026

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EL CÁNCER QUE NINGÚN CIRUJANO HA ELIMINADO Y LAS METÁSTASIS DEL HOMOSEXUALISMO EN EL CLERO

Para evadir la cuestión del homosexualismo clerical, bajo la ilusión de poder hablar y escribir con seriedad y credibilidad sobre la crisis del clero y la formación de los sacerdotes, es como hablar de «sacerdotes en Marte».

— Asuntos eclesiales contemporáneos —

Autor

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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Por todas las redes sociales Cada vez son más los personajes que hablan con ligereza de la crisis del clero., sólo para entrar con los pies por delante en una esfera tan delicada que, como hemos dicho más de una vez en estas columnas, obispos y sacerdotes temblarían ante ella., incluso aquellos con varias décadas de experiencia en el cuidado espiritual del clero, particularmente de los sacerdotes en estados de abatimiento, acosados ​​por la fragilidad o por auténticos síndromes depresivos. De lo que poca gente habla, y aquí llegamos al miedo que los sacerdotes tienen a otros sacerdotes, que a veces se convierte en terror- es el problema de una homosexualidad cada vez más extendida entre el clero y, que es peor, de una genuina cultura homosexualista que está ganando terreno a través de lo que (de nuevo en estas columnas) se ha llamado repetidamente el caballo de Troya arcoíris.. esta cultura, que los miembros de una gran «cofradía» intentan desde hace años imponer en el seno de la Iglesia, es la masa tumoral que, desafortunadamente, ningún cirujano ha logrado hasta ahora extirpar. Por lo tanto, hablar de la crisis del clero y de su formación sin abordar las metástasis de este cáncer, como lo hacen esos personajes, es mera retórica, a veces incluso con el objetivo de desviar la atención de un problema que no es marginal: Describen sus síntomas con abundante detalle: el miedo al juicio., confidencias traicionadas, el hermano sacerdote percibido como un adversario, sin siquiera nombrar la enfermedad, es decir, un clero que parece cada vez más homosexualizado.

¿Cuál es el objeto de este análisis?? no homosexuales, cuyas elecciones de vida libres nadie tiene derecho a juzgar, sino candidatos al sacerdocio o sacerdotes homosexuales, quien es enteramente legítimo, a veces incluso un deber, escudriñar, porque —como he explicado más de una vez en varios de mis artículos sobre el tema— no pueden ser ellos mismos libremente. Un sacerdote debe poder ser siempre él mismo, abierta y libremente, No vivir una vida de pretensión y duplicidad., en qué trastorno sexual, donde presente, está obligado a multiplicarse a la potencia más alta, en un clima de ocultamiento y represión.

E. De la transgresión a la suspensión de la conciencia

Pecados contra el sexto mandamiento No son ninguna novedad en la historia de la Iglesia.: han corrido a través de los siglos, como lo atestiguan claramente textos antiguos y autorizados, entre ellos el Libre Gomorrhianus que San Pedro Damián dirigió alrededor 1049 al Sumo Pontífice León IX. Ese texto sigue siendo un testimonio inequívoco no sólo del vicio, pero también a la red de complicidades que ya lo protegía: clérigos que se confesaban unos a otros para absolverse mutuamente sin que se filtrara nada, superiores inclinados a encubrir y restar importancia, culpables mantenidos en órdenes sagradas. El futuro Doctor de la Iglesia exigió que sean depuestos y no admitidos más en el ministerio. La presencia del pecado, incluso grave y generalizado, o incluso de una complicidad organizada para ocultarlo, Por tanto, no es el rasgo distintivo de la crisis actual., ni tampoco, en sí mismo, permítanos hablar de una decadencia sin precedentes.

Los clérigos denunciados por Pedro Damián se escondieron porque sabían que estaban en pecado: su complicidad fue la defensa de una culpa reconocida como tal. ¿Qué hace que la situación contemporánea sea radicalmente diferente?, en muchos aspectos sin precedentes en la historia eclesial, es el cruce de un punto sin retorno, más allá del cual falla la capacidad misma de reconocer el bien y el mal y de percibir el peligro.. En edades anteriores, incluso en los momentos de mayor corrupción, El pecado fue experimentado como tal., es decir como una caida, como debilidad, como infidelidad consciente. Conciencia, aunque herido, permaneció operativo; el sujeto sabía que estaba haciendo mal, a veces se justificaba, a veces se escondía, pero no pudo borrar del todo el juicio interior que calificaba el acto como desordenado. En la situación actual, por el contrario, somos testigos de un cambio cualitativo mucho más grave: la suspensión y, en muchos casos, la aniquilación de la conciencia moral, acompañado de una cultura que no se limita a ocultar el desorden, pero pretende legitimarlo e imponerlo como un bien. El comportamiento ya no se percibe como la transgresión de un bien reconocido., sino como una forma normal e incuestionable de actuar. El juicio moral no se deja de lado por el conflicto o la debilidad, sino porque ya no se considera relevante. La acción está situada, para tomar prestado el título de una obra de Friedrich Nietzsche que se ha vuelto dramáticamente actual, más allá del bien y del mal, no como una elección trágica y consciente, sino como condición ordinaria de existencia.

Esta mutación antropológica tiene profundas consecuencias en el plano eclesial. Donde el pecado se vive como una caída, la posibilidad de conversión permanece abierta; donde se vive como normalidad sin juicio, la conversión no se rechaza simplemente, pero se vuelve impensable. No hay conflicto interno, sin arrepentimiento, no hay exigencia de verdad. La conciencia no se silencia: simplemente ya no habla. Es en este contexto que se comprende cómo una condición moralmente desordenada puede pasar de ser una fragilidad personal a un factor al servicio del poder clerical.. Individuos sin fricciones morales., intocado por el drama de la limitación, incapaz de reconocer un bien objetivo que juzgue la acción, resultan particularmente adecuados para encajar en mecanismos de gobierno basados ​​en el silencio, complicidad y exposición mutua. La falta de conciencia ya no es un obstáculo, pero una ventaja.

El lobby homosexual clerical se arraiga precisamente en esta fractura. No surge principalmente de debilidad o inconsistencia ocasional., ni de esa caída humana que, una vez reconocido y trabajado, Incluso puede hacer que un hombre sea más consciente y mejor de lo que era antes.. Se forma más bien a través de la normalización del pecado y de la mentira como condición de pertenencia., convertir lo que debería ser reconocido y sanado en una premisa de identidad y un vínculo sistémico. Donde el pecado ya no se percibe como tal, pero vivido como algo adquirido y compartido, deja de ser un problema moral y se convierte en un vínculo: lo oculto y lo común garantiza la lealtad, lo que se mantiene en silencio y es intercambiable garantiza la protección, lo que compromete a todos hace que todos sean controlables.

Es la distinción que el Santo Padre Francisco dibujó en términos inequívocos, respondiendo a los periodistas en el vuelo de regreso desde Río de Janeiro el 28 Julio 2013:

«El problema es no tener esta tendencia, no, debemos ser hermanos y hermanas unos para otros […]. El problema está en hacer lobby con esta tendencia. […]. Para mí, este es el mayor problema» (cf. aquí).

No la fragilidad del individuo, entonces, pero la organización, el lobby. En tal escenario, no son los clérigos amorales los que resultan problemáticos para el sistema., pero aquellos que, mientras vivimos en fidelidad, mantener una conciencia vigilante y negarse a entrar en ese circuito de complicidad, El silencio y el intercambio sobre los que se apoya el homosexualismo clerical y se convierte en una estructura organizada de poder.. una conciencia libre, No negociable y no abierto a chantaje., se convierte así en el elemento desestabilizador, no por su fuerza polémica, sino por su mera existencia.

La crisis actual por lo tanto no consiste en un resurgimiento del pecado, pero en su transformación en criterio de gobernabilidad, hasta el punto de una deriva aún más grave: un criterio de selección para el acceso al sacerdocio y, después, para identificar a los candidatos considerados aptos para el episcopado. Cuando el proceso de selección se ve comprometido a este nivel, las consecuencias no quedan circunscritas, pero afectan inevitablemente a todo el cuerpo eclesial. Y sin embargo la norma existe y es clara.. La Instrucción de la Congregación para la Educación Católica aprobada por el Sumo Pontífice Benedicto XVI y publicada el 4 Noviembre 2005 establece que la Iglesia, «respetando profundamente a las personas en cuestión, No se puede admitir al seminario o a las órdenes sagradas que practican la homosexualidad, presentar tendencias homosexuales profundamente arraigadas o apoyar la llamada “cultura gay”» (cf. aquí). La misma disposición fue reafirmada en 2016 por el Sistema fundamental de institución sacerdotal (cf. aquí). el problema, entonces, no es la ausencia de criterio, pero su no aplicación precisamente allí donde se forman y eligen los futuros sacerdotes y obispos.

Este es el paso que marca una decadencia sin precedentes historicos: no la caída del hombre, Siempre es posible desde el principio de los tiempos., de la irrupción del pecado original en la historia, sino la construcción de sistemas en los que la caída ya no sea reconocida como tal y la conciencia, vaciado de su función de juzgar, deja de ser un lugar de verdad y se convierte en un espacio neutral al servicio del poder.

II. El homosexualismo clerical como sistema fundado en la normalización de la mentira

Todo sistema de poder que pretende preservarse evita, en la medida de lo posible, exposición directa. No actúa en primera persona., no se compromete abiertamente, no se responsabiliza públicamente de sus decisiones más controvertidas. Prefiere operar a través de intermediarios, haciendo uso de individuos que sirven como pantallas, como albaceas, como instrumentos prescindibles. Estos son los hombres de paja y el idiotas útiles: figuras que realmente no gobiernan, pero actúa en lugar del poder, llevar a cabo lo que otros deciden, después de haber sido neutralizado por la ilusión de pertenecer al poder y de obtener de él un reconocimiento indirecto.

En el contexto eclesiástico, estos individuos son a menudo laicos clericales, permanentemente integrados en los círculos curiales y en los círculos administrativos., redes financieras y de medios, o en todo caso en los lugares de mayor influencia eclesial. Aunque carece de cualquier responsabilidad institucional formal, disfrutan de una libertad de acción que el clero no puede permitirse. Son ellos los que intervienen allí donde el poder clerical no quiere exponerse directamente.: ellos intimidan, deslegitimación, difamar, informe, acusar, poner en marcha procedimientos carentes de fundamento real. Actúan convencidos de que cuentan y tienen peso dentro de la estructura de poder., mientras que en realidad se utilizan precisamente porque son reemplazables, expuesto y prescindible, reducidos a meros instrumentos ejecutivos destinados a absorber el impacto de las acciones más sucias con las que los clericales no quieren ensuciarse las manos.

No es raro que un laico clericalizado, carente de cualquier mandato formal, convertirse de pronto en promotor de «informes» motivados por un supuesto celo por el bien de la Iglesia. Ninguna acusación explícita, ninguna evidencia concreta: solo alusiones, sospechas, frases caídas con aparente discreción. es suficiente, sin embargo, para que tales rumores lleguen a los círculos adecuados, que ya los esperaban en silencio y listos, para que se revoque un nombramiento, una colaboración terminó, una persona aislada. El profano se ha expuesto, él ha hecho el trabajo sucio; el poder permanece en un segundo plano y se mantiene, por decirlo así, sus manos limpias.

Este modo de acción no es episódico., pero estructural. El poder clerical mantiene así una distancia segura y siempre mantiene una negación plausible.. Es el mismo mecanismo que se encuentra en cualquier organización que pretenda ejercer control sin asumir abiertamente su carga moral y legal.. La responsabilidad sigue siendo invisible; la acción, sin embargo, es muy concreto, a menudo devastador.

Junto a esta primera categoría surge una segunda, aún más agresivo y peligroso: el de los laicos homosexuales ideológicamente clericales, marcado por una dura, militancia vengativa y a veces abiertamente violenta en el plano moral y relacional. No sirven simplemente como instrumentos pasivos del sistema., pero conviértanse en sus jugadores activos, impulsado por el objetivo de incorporar y legitimar el homosexualismo dentro de la Iglesia, convertirlo de un trastorno tolerado en un criterio de reconocimiento y pertenencia. Estos segundos individuos a menudo actúan como la vanguardia del sistema.: dicen y escriben, También a través de blogs y redes sociales., lo que ciertos clérigos venenosos no pueden permitirse el lujo de declarar públicamente; Atacan a aquellos a quienes estos clérigos no pueden atacar directamente.; ejercen presión constante a través de acusaciones, insinuaciones, Informes a las autoridades eclesiásticas y campañas de deslegitimación.. Su fuerza reside en la ausencia casi total de limitaciones.. No responden ante ninguna autoridad eclesiástica formal., no corren el riesgo de recibir sanciones canónicas, no pagan ningún precio institucional y, en la práctica, Actúan en una zona de impunidad sustancial que vuelve ineficaz cualquier intento de una respuesta legal proporcionada.. Por eso resultan extremadamente útiles para determinadas facciones clericales que hacen uso de ellos manteniendo una posición aparentemente neutral.: son ellos quienes se exponen, quien habla, escribir e informar, mientras el aparato permanece en segundo plano, listo, si es necesario, negar cualquier implicación. De esta manera pueden atacar, intimidar y deslegitimar sin sufrir consecuencias graves.

Ninguno de estos individuos podría operar efectivamente si la verdad fuera reconocida y adoptada como criterio operativo común, es decir, como estándar concreto para evaluar la conducta, tomando decisiones, asignar responsabilidades e intervenir cuando salen a la luz abusos o mentiras. Prosperan en un contexto en el que el silencio es recompensado, La discreción se eleva a virtud., La lealtad no se mide por la rectitud., sino por la capacidad de no poner en crisis el sistema. Mentir ya no se percibe como una desviación, sino como condición necesaria para permanecer dentro del circuito.

Es en este ambiente que el homosexualismo clerical deja de ser una suma de comportamientos individuales y toma forma como un sistema. No porque todos participen en ello., sino porque quienes pertenecen a él aceptan reglas no escritas pero muy rígidas: no ver nada, no digas nada, no nombrar nada. La vida privada se convierte en un instrumento de control.; el secreto compartido se convierte en garantía de fiabilidad; estar mutuamente comprometidos se convierte en la base de la protección. Quienes aceptan estas condiciones quedan integrados; aquellos que los rechazan, aun sin denunciar nada, son percibidos como un peligroso elemento desestabilizador y, por tanto, como un alborotador. la mentira, así normalizado, ya no es un efecto secundario del sistema, pero su base operativa. Es la vieja técnica del diablo.: es capaz de decir nueve verdades y luego, finalmente habiendo llegado al décimo, Decir una mentira colosal que distorsiona por completo cualquier verdad que se haya dicho antes.. En ese punto la verdad distorsionada se vuelve, por paradoja diabólica, un soporte funcional para la mentira, que también puede ser una omisión: no simplemente dejar de contar las cosas tal como son, pero negando como son las cosas.

Quienes gobiernan este sistema no son, en el análisis final, los que hablan o actúan visiblemente, pero aquellos eclesiásticos que nunca intervienen directamente, quien observa, escuchar, deja que las cosas sucedan. No emiten órdenes explícitas., firmar sin medidas, no tomar decisiones formales, sin embargo, nada sucede sin su consentimiento tácito. Cuando el daño está hecho, siempre pueden declarar que no sabían, que no habían sido informados, que no habian autorizado nada, sacrificando en su lugar, cuando sea necesario, los idiotas útiles que habían enviado a la carga y habían hecho uso de. El poder así ejercido permanece intacto precisamente porque no se expone: gobierna por delegación, huelgas a través de intermediarios, preserva su propia posición mientras otros absorben el conflicto y la responsabilidad. Está dentro de este degradado, En un entorno degradante y opaco, el lobby homosexual clerical encuentra las condiciones ideales para consolidarse y reproducirse., causando daños incalculables.

Es sobre esta base que el homosexualismo clerical se convierte en un organismo estable, capaz de defenderse y de configurar la estructura del gobierno eclesiástico, y al mismo tiempo preparar el terreno para nuevas formas de intercambio y chantaje, en el que estar sexualmente comprometido se convierte en la moneda de cambio del gobierno. Para evadir la cuestión del homosexualismo clerical, bajo la ilusión de poder hablar y escribir con seriedad y credibilidad sobre la crisis del clero y la formación de los sacerdotes, es como hablar de «sacerdotes en Marte».

De la isla de Patmos, 22 Octubre 2026

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EL CÁNCER QUE NINGÚN CIRUJANO HA EXTIRPADO Y LAS METÁSTASIS DEL HOMOSEXUALISMO DENTRO DEL CLERO

Eludir el tema del homosexualismo clerical, con la ilusión de poder hablar y escribir de modo serio y creíble de la crisis del clero y de la formación de los sacerdotes, es como hablar de «curas en Marte».

— Actualidad eclesial —

Autor

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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En las redes sociales se están multiplicando personajes que hablan con desenvoltura de la crisis del clero, para luego entrar en tromba en una esfera de tal delicadeza que — como hemos reiterado más de una vez en estas columnas — haría temblar a obispos y presbíteros con varias décadas de experiencia en el cuidado espiritual del clero, en particular de quienes se encuentran en situaciones de abatimiento, sujetos a fragilidades o a verdaderos síndromes depresivos. De lo que pocos hablan — y aquí entra el elemento de ese miedo de los sacerdotes hacia otros sacerdotes que a veces llega a convertirse en terror — es del problema de la homosexualidad cada vez más extendida en el clero y, lo que es peor, de una verdadera cultura homosexualista que va ganando terreno a través de lo que — también en estas columnas — se ha señalado repetidamente como el caballo de Troya arcoíris. Esta cultura, que los miembros de una numerosa «cofradía» intentan imponer desde hace años dentro de la Iglesia, es la masa tumoral que, por desgracia, hasta hoy ningún cirujano ha logrado extirpar. Por tanto, hablar de la crisis del clero y de su formación sin afrontar las metástasis de este cáncer, como hacen esos personajes, es pura retórica, a veces incluso orientada a desviar la atención de un problema que dista mucho de ser marginal: se describen con profusión sus síntomas — el miedo al juicio, las con­fidencias traicionadas, el hermano sacerdote percibido como adversario — sin nombrar nunca la enfermedad, es decir, un clero que parece cada vez más homosexualizado.

¿Cuál es el objeto de este análisis? No los homosexuales, sobre cuyas libres opciones de vida nadie tiene derecho a pronunciarse, sino los aspirantes al sacerdocio o los sacerdotes homosexuales, sobre los cuales, en cambio, es del todo lícito, y a veces incluso un deber, pronunciarse, porque — como he explicado varias veces en distintos artículos míos sobre el tema — no pueden ser libremente ellos mismos. Y un sacerdote debe poder ser siempre él mismo, de manera abierta y libre: no puede vivir una vida de ficción y doblez, en cuyo seno el desorden sexual, si está presente, está destinado a multiplicarse a la máxima potencia, en un clima de ocultamiento y de represión.

  1. De la transgresión a la suspensión de la conciencia

Los pecados contra el sexto mandamiento no constituyen ninguna novedad en la historia de la Iglesia: han atravesado los siglos, como atestiguan con crudeza textos antiguos y autorizados, entre ellos el Libre Gomorrhianus que san Pedro Damián dirigió hacia el año 1049 al Sumo Pontífice León IX. Aquel texto sigue siendo un testimonio inequívoco no solo del vicio, sino también de la red de complicidades que ya entonces lo protegía: clérigos que se confesaban unos a otros para absolverse mutuamente sin que nada trascendiera, superiores inclinados a encubrir y a minimizar, culpables mantenidos en las sagradas órdenes. El futuro Doctor de la Iglesia pedía que fueran depuestos y que no se los admitiera más al ministerio. La presencia del pecado, grave y extendido, o incluso de una complicidad organizada para ocultarlo, no constituye por tanto el elemento distin­tivo de la crisis actual, ni permite hablar, por sí sola, de una decadencia sin precedentes.

Los clérigos denunciados por Pedro Damián se escondían porque sabían que estaban en pecado: su complicidad era la defensa de una culpa reconocida como tal. Lo que hace que la situación contemporánea sea radicalmente distinta, en muchos aspectos inédita en la historia eclesial, es la superación de un umbral sin retorno, más allá del cual desaparece la capacidad misma de reconocer el bien y el mal y de percibir el peligro. En épocas anteriores, incluso en los momentos de mayor corrupción, el pecado se vivía como tal, es decir, como caída, como debilidad, como infidelidad consciente. La conciencia, aunque herida, seguía operando; el sujeto sabía que obraba mal, a veces se justificaba, a veces se escondía, pero no podía borrar del todo el juicio interior que calificaba el acto como desordenado. En la situación actual, en cambio, asistimos a un paso cualitativo mucho más grave: la suspensión y, en muchos casos, la aniquilación de la conciencia moral, acom­pañadas de una cultura que no se limita a ocultar el desorden, sino que pretende legiti­marlo e imponerlo como un bien. El comportamiento ya no se percibe como transgresión de un bien reconocido, sino como modo normal e indiscutido de obrar. El juicio moral no se elimina por conflicto o por debilidad, sino porque ya no se considera pertinente. La acción se sitúa, por retomar el título de una obra de Friedrich Nietzsche que se ha vuelto dramáticamente actual, más allá del bien y del mal, no como elección trágica y consciente, sino como condición ordinaria de la existencia.

Esta mutación antropológica tiene consecuencias profundas en el plano eclesial. Allí donde el pecado se vive como caída, permanece abierta la posibilidad de la conversión; allí donde se vive como normalidad carente de juicio, la conversión no es simplemente rechazada, sino que se vuelve impensable. No hay conflicto interior, no hay arrepen­timiento, no hay búsqueda de la verdad. La conciencia no es acallada: sencillamente ya no habla. Es en este contexto donde se comprende cómo una condición moralmente desordenada puede pasar de fragilidad personal a factor funcional al poder clerical. Sujetos carentes de fricción moral, no atravesados por el drama del límite, incapaces de reconocer un bien objetivo que juzgue la acción, resultan particularmente aptos para insertarse en mecanismos de gobierno basados en el silencio, la complicidad y la exposición recíproca. La falta de conciencia ya no constituye un obstáculo, sino una ventaja.

El lobby homosexualista clerical se injerta precisamente en esta fractura. No nace principalmente de la debilidad o de la incoherencia ocasional, ni de esa caída humana que, una vez reconocida y atravesada, puede incluso hacer al hombre más consciente y mejor de lo que era antes. Se forma, en cambio, mediante la normalización del pecado y de la mentira como condición de pertenencia, transformando lo que debería ser reconocido y sanado en presupuesto identitario y vínculo de sistema. Allí donde el pecado ya no se percibe como tal, sino que se vive como un dato adquirido y compartido, deja de ser un problema moral y se convierte en un vínculo: lo que está oculto y es común garantiza fidelidad, lo que se calla y se intercambia asegura protección, lo que compromete a todos hace a todos controlables.

Es la distinción que el Santo Padre Francisco estableció en términos inequívocos, respondiendo a los periodistas en el vuelo de regreso de Río de Janeiro el 28 de julio de 2013:

«El problema no es tener esta tendencia; no, debemos ser hermanos […]. El problema es hacer el lobby de esta tendencia […]. Éste es el problema más grave para mí» (cf. aquí).

No la fragilidad del individuo, sino la organización, el lobby. En este escenario no son los clérigos amorales los que resultan problemáticos para el sistema, sino quienes, viviendo en la fidelidad, conservan una conciencia vigilante y se niegan a entrar en ese circuito de complicidad, de silencio y de intercambio sobre el que el homosexualismo clerical se sostiene y se transforma en una estructura organizada de poder. La conciencia libre, innegociable y no chantajeable, se convierte así en el elemento desestabilizador, no por su fuerza polémica, sino por su simple existencia.

La crisis actual no consiste, por tanto, en un recrudecimiento del pecado, sino en su transformación en criterio de gobernabilidad, hasta llegar a una deriva aún más grave: criterio de selección para el acceso al presbiterado y, más tarde, para la identificación de los candidatos considerados idóneos para el episcopado. Cuando el proceso de selección queda dañado a este nivel, las consecuencias no permanecen circunscritas, sino que repercuten inevitablemente en todo el cuerpo eclesial. Y sin embargo, la norma existe y es clara. La Instrucción de la Congregación para la Educación Católica aprobada por el Sumo Pontífice Benedicto XVI y publicada el 4 de noviembre de 2005 establece que la Iglesia, «respetando profundamente a las personas en cuestión, no puede admitir al Seminario y a las Órdenes Sagradas a quienes practican la homosexualidad, presentan tendencias homosexuales profundamente arraigadas o sostienen la así llamada cultura gay» (cf. aquí). La misma disposición fue reafirmada en 2016 por la Sistema fundamental de institución sacerdotal (cf. aquí). El problema no es, por tanto, la ausencia de criterios, sino su falta de aplicación precisamente allí donde se forman y se eligen los futuros presbíteros y obispos.

Es este el paso que marca una decadencia sin precedentes históricos: no la caída del hombre, siempre posible desde el alba de los tiempos, a partir de la irrupción del pecado original en la historia, sino la construcción de sistemas en los que la caída ya no se reconoce como tal y la conciencia, vaciada de su función de juicio, deja de ser lugar de verdad para convertirse en espacio neutro, funcional al poder.

  1. El homosexualismo clerical como sistema basado en la normalización de la mentira

Todo sistema de poder que pretenda preservarse evita, en la medida de lo posible, la exposición directa. No actúa en primera persona, no se compromete abiertamente, no asume públicamente la responsabilidad de sus decisiones más controvertidas. Prefiere operar por persona interpuesta, sirviéndose de sujetos que hacen de pantalla, de ejecutores, de instrumentos sacrificables. Se trata de los hombres de paja y de los tontos útiles: figuras que no gobiernan realmente, sino que actúan en lugar del poder, ejecutando lo que otros deciden, después de haber sido neutralizadas por la ilusión de pertenecer al poder y de obtener de él un reconocimiento indirecto.

En el contexto eclesiástico, estos sujetos son a menudo laicos clericalizados, insertos de forma estable en los ambientes de Curia y en los circuitos administrativos, financieros y mediáticos, o en todo caso en los lugares de mayor influencia eclesial. Aunque carecen de una responsabilidad institucional formal, gozan de una libertad operativa que el clero no puede permitirse. Son ellos quienes intervienen allí donde el poder clerical no quiere exponerse directamente: intimidan, deslegitiman, difaman, delatan, acusan, ponen en marcha procedimientos carentes de todo fundamento real. Actúan convencidos de contar y de tener peso dentro de la estructura de poder, mientras que en realidad son utilizados precisamente porque son sustituibles, expuestos y sacrificables, reducidos a meros instrumentos ejecutivos destinados a absorber el impacto de las acciones más sucias con las que los clericales no quieren mancharse las manos.

No es raro que un laico clericalizado, carente de todo mandato formal, se convierta de repente en promotor de «denuncias» motivadas por un supuesto celo por el bien de la Iglesia. Ninguna acusación explícita, ninguna prueba concreta: solo alusiones, sospechas, frases dejadas caer con aparente discreción. Suficiente, sin embargo, con que esos rumores lleguen a los ambientes adecuados, que ya los esperaban con silenciosa disposición, para que se revoque un cargo, se interrumpa una colaboración, se aísle a una persona. El laico se ha expuesto, ha hecho el trabajo sucio; el poder permanece en segundo plano y conserva, por así decirlo, las manos limpias.

Este modo de actuar no es episódico, sino estructural. El poder clerical mantiene así una distancia de seguridad y conserva siempre una negación plausible. Es el mismo mecanismo que se encuentra en toda organización que pretende ejercer un control sin asumir abiertamente su peso moral y jurídico. La responsabilidad permanece invisible; la acción, en cambio, es muy concreta, a menudo devastadora.

Junto a esta primera categoría surge una segunda, aún más agresiva y peligrosa: la de los laicos homosexuales clericalizados ideológicamente, caracterizados por una militancia áspera, vengativa y a veces abiertamente violenta en el plano moral y relacional. No se limitan a hacer de instrumentos pasivos del sistema, sino que se convierten en sus actores activos, movidos por el objetivo de dar carta de ciudadanía y legitimar el homosexualismo dentro de la Iglesia, transformándolo de desorden tolerado en criterio de reconocimiento y de pertenencia. Estos segundos sujetos actúan a menudo como vanguardia del sistema: dicen y escriben, también a través de blogs y redes sociales, lo que ciertos clérigos venenosos no pueden permitirse afirmar públicamente; atacan a quien esos clérigos no pueden golpear directamente; ejercen una presión constante mediante acusaciones, insinuaciones, denuncias ante las autoridades eclesiásticas y campañas de deslegitimación. Su fuerza reside en la ausencia casi total de ataduras. No responden ante ninguna autori­dad eclesiástica formal, no se arriesgan a sanciones canónicas, no pagan ningún precio institucional y, en la práctica, actúan en una zona de sustancial impunidad que hace ineficaz todo intento de reacción jurídica proporcionada. Por eso resultan extrema­damente útiles a ciertas facciones clericales que se sirven de ellos manteniendo al mismo tiempo una posición aparentemente neutral: son ellos quienes se exponen, hablan, escriben y denuncian, mientras el aparato permanece en segundo plano, dispuesto, llegado el caso, a declararse ajeno a los hechos. De este modo pueden golpear, intimidar y deslegitimar sin sufrir consecuencias serias.

Ninguno de estos sujetos podría operar eficazmente si la verdad fuera reconocida y asumida como criterio operativo común, es decir, como parámetro concreto para valorar los comportamientos, tomar decisiones, atribuir responsabilidades e intervenir cuando surgen abusos o mentiras. Prosperan en un contexto en el que el silencio se premia, la discreción se eleva a virtud, la lealtad no se mide por la rectitud, sino por la capacidad de no poner en crisis el sistema. La mentira ya no se percibe como desviación, sino como condición necesaria para permanecer dentro del circuito.

Es en este ambiente donde el homosexualismo clerical deja de ser una suma de comportamientos individuales y se configura como sistema. No porque todos participen en él, sino porque quien forma parte de él acepta reglas no escritas, pero muy rígidas: no ver, no hablar, no nombrar. La vida privada se convierte en instrumento de control; el secreto compartido, en garantía de fiabilidad; la recíproca exposición al chantaje, en fundamento de protección. Quien acepta estas condiciones es integrado; quien las rechaza, aun sin denunciar nada, es percibido como un peligroso elemento desestabilizador y, por tanto, como alguien problemático. La mentira, así normalizada, ya no es un efecto colateral del sistema, sino su fundamento operativo. Es la vieja técnica del Demonio, capaz de decir nueve verdades para luego, llegado por fin a la décima, decir una mentira colosal que desnaturaliza por completo cuanto de verdadero se había dicho antes. En ese punto la verdad desnaturalizada se convierte, por diabólica paradoja, en apoyo funcional de la mentira, que puede ser también una omisión: no solo no decir las cosas como son, sino negar cómo son las cosas.

Quienes gobiernan este sistema no son, en último análisis, los que hablan o actúan de modo visible, sino aquellos eclesiásticos que nunca intervienen directamente, que observan, escuchan, dejan hacer. No imparten órdenes explícitas, no firman disposiciones, no adoptan decisiones formales, pero nada sucede sin su consentimiento tácito. Cuando el daño está hecho, siempre pueden declarar que no sabían, que no habían sido informados, que no habían autorizado nada, sacrificando en todo caso, llegado el momento, a los tontos útiles que habían lanzado a la carga y de los que se habían servido. El poder, ejercido así, permanece intacto precisamente porque no se expone: gobierna por delegación, golpea por persona interpuesta, preserva su posición mientras otros absorben el conflicto y la responsabilidad. Es dentro de este ambiente degradado, degradante y opaco donde el lobby homosexualista clerical encuentra las condiciones ideales para consolidarse y reproducirse con daños incalculables.

Es sobre esta base sobre la que el homosexualismo clerical se convierte en un organismo estable, capaz de defenderse y de incidir en la estructura del gobierno eclesiástico, preparando al mismo tiempo el terreno para ulteriores formas de intercambio y de chantaje, en las que lo que compromete sexualmente se convierte en moneda de gobierno. Eludir el tema del homosexualismo clerical, con la ilusión de poder hablar y escribir de modo serio y creíble de la crisis del clero y de la formación de los sacerdotes, es como hablar de «curas en Marte».

Desde la Isla de Patmos, 22 de octubre de 2026

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Guerra de guerrillas en Milán. Marco Rizzo y la sabiduría pedagógica de un “viejo” comunista

20 Octubre 2026/en Breves de los Padres/por Redacción

GUERRILLA EN MILÁN. MARCO RIZZO Y LA SABIDURÍA PEDAGÓGICA DE UN “VECCHIO” COMUNISTA

las fuerzas policiales, frente a los que destruyen, saquea y tira piedras, deben poder intervenir con toda la firmeza necesaria, hasta que inflan a los gamberros como gaitas tocando melodías navideñas y les hacen ver al Niño Jesús descendiendo de las estrellas, sin temor a terminar en juicio por cumplir con su deber, incluso a golpes de porra.

— Los Breves de los Padres de la Isla de Patmos —

Autor
Redacción de la Isla de Patmos

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Sábado 17 y domingo 18 de Octubre del El centro de Milán fue incendiado por cientos de niños con el rostro cubierto, en su mayoría menores, convocado Tik Tok con el pretexto de una manifestación contra el coste de la vida, luchó robando el Taquilla de pie de Corso Vittorio Emanuele, el Carrefour de via Torino y el Decathlon de la plaza Castello.

El presupuesto del estado: 271 personas acompañadas a la comisaría, 80% menores, el menor de once; oficiales heridos; Los fieles que salían de la misa del arzobispo Mario Delpini fueron evacuados de un pasaje subterráneo de la Catedral Metropolitana de la Natividad de la Santísima Virgen María..

Ante todo esto, La propuesta más sensata no vino de los sociólogos de la televisión inclusiva ni de los psicólogos del diálogo evolutivo., pero de un comunista integral: Marco Rizzo, exdiputado y eurodiputado, durante años al frente del Partido Comunista. ¿Qué propone?? Una regla simple y efectiva: A los que destrozan los detienen y sólo salen cuando mamá y papá van con la cartera en la mano a pagar la fianza.. Y agrega que su hijo finalmente recibirá las dos bofetadas que debió recibir hace mucho tiempo, Aprender que las acciones tienen consecuencias y que las consecuencias tienen un precio que alguien debe pagar..

El problema de fondo es la destrucción de la autoridad.. Durante décadas nos han explicado que autoridad es represión, el límite es el trauma, "no" es violencia psicológica. Hemos criado así una generación de padres unionistas., Listo para desafiar el voto de los maestros., Denunciar al entrenador que dejó a su hijo en el banquillo, ver cada reproche como un ataque a la autoestima del niño. El padre sobreprotector no es un padre amoroso: es un padre ausente, que delegó en la impunidad la educación de su hijo. El resultado son niños de doce años que no temen a nada ni a nadie., porque nunca nadie les enseñó a temer nada.

Sobre este vacío educativo se injerta la subcultura de una determinada música trampa y perforar quien canta el robo, el cuchillo, desprecio por la policia, Dinero fácil y la marca del diseñador como única señal de valor.. No es la única causa, pero es la banda sonora. Y no es casualidad que los escaparates atacados fueran los de venta de zapatillas y ropa deportiva.: lo que se muestra en los videos es saqueado.

Entonces hay un nudo que nadie quiere desatar.: Estos niños saben muy bien que no les puede pasar nada., que el policia, fermandoli, arriesga más que ellos. Se un agente, Para detener a un menor que rompe un escaparate para robar ropa de marca, lo golpea con una porra de goma, terminará frente a un juez, que muchas veces saldrá condenado. Y mientras el policía le tenga más miedo al juez que el matón al policía, la delincuencia triunfará.

Ciertos temas, ver a la policia desde lejos, deberían sentir un escalofrío recorriendo su columna vertebral: nuestra seguridad está confiada a ellos y, si necesario, el uso de la fuerza legítima, protector y defensivo, de los cuales sólo el Estado tiene el monopolio. y la policia, frente a los que destruyen, saquea y tira piedras, deben poder intervenir con toda la firmeza necesaria, hasta que inflan a los gamberros como gaitas tocando melodías navideñas y les hacen ver al Niño Jesús descendiendo de las estrellas, sin temor a terminar en juicio por cumplir con su deber, incluso a golpes de porra. No es una apología de la violencia, pero la defensa de la autoridad del Estado: es el pedido de que el Estado deje de dejar solos a sus agentes y garantice, De hecho, impunidad para los delincuentes.

Extraño destino el de nosotros los sacerdotes: escuchar una charla educativa seria, Tuvimos que escuchar a un viejo y lúcido comunista., mientras la parodia del siniestro salón vivac fuera de la realidad entre los súper áticos de Parioli y las villas de Capalbio.

Desde la isla de Patmos, 20 de Octubre del 2026

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/faviconbianco150.jpg?ajuste = 150,150 y SSL = 1 150 150 Redacción https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redacción2026-10-20 23:19:512026-10-21 01:12:07Guerra de guerrillas en Milán. Marco Rizzo y la sabiduría pedagógica de un “viejo” comunista

La cabeza y los pies de Cristo.: San Cromacio de Aquilea contra las polarizaciones de la contemporaneidad

19 Octubre 2026/en Theologica/por Padre Gabriele

italiano, Inglés, Español

 

LA CABEZA Y LOS PIES DE CRISTO: SAN CROMAZIO DE AQUILEIA CONTRA LAS POLARIZACIONES CONTEMPORÁNEAS

Hoy la Iglesia parece dividida entre dos facciones paroxísticas, incapaz de comunicarse excepto por anatema mutuo: los sacerdotes de la pura praxis mundana por un lado y los gnósticos de la abstracción sacra por el otro.

- Theologica -

Autor:
Gabriele Giordano M.. Scardocci, o.p.

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Artículo en formato de impresión PDF – formato de impresión del artículo – articulo en formato impreso

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Las polarizaciones han animado el choque geopolítico del último siglo. El capitalismo por un lado, el socialismo por el otro.

Retrato del obispo en el Salón del Trono del Palacio Patriarcal de Udine

Cayó el muro de Berlín, Pensamos que todo estaba resuelto.. Pero no. En cada uno de nosotros existe una forma de catarismo dualista que nos empuja a sentirnos buenos y puros y a volvernos contra el otro., lo cual sería malvado y demoniaco. Ni siquiera las redes sociales ayudan con esto.. Para intentar profundizar en esta reflexión, Nos basamos en las fuentes de un antiguo padre de la Iglesia.: San Cromacio.

E. Aquileia al final del Imperio: el perfil de un pastor integral

Anuncio de Aquilea, bisagra entre Oriente y Occidente a finales de la época romana antigua, la figura suave pero granítica de San Cromacio brilló entre los siglos IV y V. Nacido alrededor 335-340, Creció en el seno de aquella comunidad ascética y clerical que Girolamo elogiaba como un "coro de los bienaventurados", fue consagrado obispo por San Ambrosio en 388 y dirigió su Iglesia hasta su muerte, en el 407 o en los primeros meses de 408. Amigo de Rufino de Aquileia y del propio Girolamo, cuando la controversia origenista los dividió, fue él quien intentó arreglar su brecha: un hombre capaz de salvaguardar la comunión sin negociar jamás la verdad dogmática. Los redescubrimientos de manuscritos del siglo XX nos han dejado sus sermones litúrgicos., lleno de clara exégesis bíblica, donde el misticismo se fusiona con la dogmática más rigurosa.

II. El aroma de Betania y la unidad del misterio cristiano

Entre las páginas más maravillosas de la homilética cromatiana destaca la investigación exegética dedicada al episodio de la unción de Betania., narrado en el capitulo 12 Evangelio según San Juan (cf.. Juan 12,1-8), en profunda conexión con lo que sucede en el capítulo anterior (cf.. Juan 11,33-35). Es la escena donde María, hermana del resucitado Lázaro, toma una libra de nardo genuino, muy precioso, rocía con él los pies de Jesús y los seca con sus propios cabellos, mientras toda la casa se satura con el aroma de ese bálsamo. Chromazio lee este gesto ni con sentimentalismo ni con el cálculo utilitario de Judas., que quería vender ese perfume por trescientos denarios (cf.. Juan 12,4-6), pero según el método alegórico y tipológico querido por la tradición patrística, Capturando una síntesis muy densa del dogma cristiano.. Recuerda, en primer lugar, cómo fue María misma quien lloró la muerte de su hermano ante Jesús., haciendo llorar al Redentor. De este detalle surge una deslumbrante intuición cristológica.:

«En las lágrimas del Señor se muestra el misterio de la Encarnación; en la resurrección de Lázaro se proclama el poder de su Divinidad".

María derrama lágrimas de Cristo de auténtica emoción humana y, inmediatamente despues, ofrece el más sublime testimonio de fe postrándose a sus pies para ungirlos. Para Cromazio, María es una figura transparente de la Iglesia (figura de la iglesia): ella prefigura a la Esposa inmaculada que da a la Palabra la plenitud de la devoción y la adoración. La exégesis aquí se hace con precisión milimétrica.. Recordando un simbolismo también amado por San Jerónimo, Cromazio observa que el libra Romana se compone de exactamente doce onzas. La Iglesia, así pues, trae a Cristo todo el peso del precioso ungüento porque ha recibido la doctrina correcta de doce apóstoles. No hay perfume agradable a Dios que no provenga del depósito apostólico. Además, ese ungüento se compone de la composición armoniosa de múltiples aromas elegidos: así es la doctrina apostólica, la cual, a pesar de ser uno e indivisible en la sustancia de la fe, brilla en la variedad de gracias espirituales, de los carismas y virtudes que hacen perceptible la dulzura de Cristo en el mundo.

El Redentor, recuerda el obispo de Aquileia, cuando se dignó aniquilarse descendiendo del seno del Padre para asumir un cuerpo mortal, pasó casi desapercibido ante los ojos del mundo; Sin embargo, precisamente en esa kénosis, el aroma de su Nombre - el Cristo, es decir, el “Ungido” por excelencia- llenó el orbe terrenal. Y la Iglesia nunca podría haber conocido o alcanzado al Redentor excepto a través del medio objetivo de esta doctrina apostólica..

III. La cabeza y los pies: la doble confesión salvadora

El punto de apoyo teológico de la homilía cromatiana reside en la anatomía espiritual del cuerpo del Señor.: porque la mujer unge al pies de Jesús y no del jefe, como relatan Mateo y Marcos (cf.. Mt 26,7; MC 14,3)? Para Cromazio, el acto contiene un orden pedagógico y salvífico fundamental. Los pies significan la humillación de la Encarnación.: la Palabra eterna que toca la tierra, quien camina en nuestro polvo, quien "en estos últimos tiempos se dignó nacer de una Virgen". La cabeza indica la gloria eterna de su divinidad.: la generación eterna del Padre antes de todos los siglos, luz de la luz, Dios verdadero de Dios verdadero.

La Iglesia, explica Cromazio, necesariamente comienza con la unción de los pies. Si el hombre no reconoce y adora la humanidad del Salvador - la carne asumida, las heridas, el camino doloroso, la concreción histórica de la Redención- nunca podrá elevarse a la contemplación de la divinidad que reside en la cabeza:

«No podemos salvarnos a nosotros mismos si no mantenemos juntas estas dos verdades sobre la naturaleza dual de Cristo, que están representados por la cabeza y los pies. Tenemos pies porque creemos en la Encarnación de la Virgen; tenemos la cabeza porque confesamos su Divinidad que procede del Padre".

La salvación no es un concepto abstracto ni una filantropía social: no se da sin la profesión integral de la unión hipostática. Omitir los pies es caer en un espiritualismo incorpóreo; omitir la cabeza es degradar al Señor a un mero maestro de la moral humana.

Cromazio finalmente se centra en el cabello con el que la mujer limpia los pies del Señor. Tomando el Cantar de los cantares (cf.. Connecticut 4,1), el santo obispo ve allí al pueblo santo de la Iglesia y sus virtudes: pura oración y el ardor de la caridad. El ungüento de la doctrina apostólica, derramado a los pies del Señor, se traduce así en obras concretas de piedad y de misericordia corporal y espiritual. Cuando el cristiano ayuda a los pobres, curar a la víctima, defiende a los oprimidos y se entrega por sus hermanos, está echando nardo sobre los pies heridos de Cristo y secándolos con su propia vida.

IV. La lección de Cromacio en la Babel actual: el antídoto contra las polarizaciones extremas

Si las páginas de San Cromacio resuenan hoy con una frescura desarmante, es porque tocan el corazón de la tragedia eclesiológica y doctrinal de nuestro tiempo. En las columnas de La Isla de Patmos Hemos denunciado repetidamente cómo el drama de la Iglesia contemporánea reside en la pérdida de la armonía católica. (el y-y) a favor de una dialéctica partidista, ideológico y destructivo (el aut-aut).

Observando la fragmentación eclesial hoy, surge con pruebas claras de que estamos asistiendo a la exhumación, y conciencia de la modernidad, de las antiguas herejías cristológicas: el arrianismo que combatió Cromacio en su época y el monofisismo que estalló pocas décadas después de su muerte. Hoy la Iglesia parece dividida entre dos facciones paroxísticas, incapaz de comunicarse excepto por anatema mutuo: los sacerdotes de la pura praxis mundana por un lado y los gnósticos de la abstracción sacra por el otro.

V. La deriva «horizontalista» y neopelagiana: la idolatría de los pies sin cabeza

Por un lado nos encontramos con un progresismo secularizado., que transforma a la Iglesia en una gigantesca organización no gubernamental dedicada al comentario sociológico o al bienestar burocrático., engañándose a sí mismos para construir el Reino sólo con la fuerza humana: Un pelagianismo que regresa. esta corriente, imbuido de modernismo y sociologismo, trata casi obsesivamente con los "pies", entendido, sin embargo, no como la Encarnación del Verbo que redime la carne del pecado, sino como pura inmanencia mundana.

Cristo queda reducido a un noble agitador social, a un profeta de la inclusión universal, a un Sócrates palestino cuya resurrección se convierte en un mito simbólico y cuya divinidad casi constituye un obstáculo al diálogo con el mundo. Desde esta perspectiva, el ungüento de la doctrina apostólica se subestima o se considera un adorno divisivo.: sólo cuenta la acción inmediata, el acuerdo con el espíritu de la época, adaptación a parámetros seculares. Pero si olvidamos la cabeza, es decir, la divinidad consustancial de Cristo, de su primacía absoluta, de la gracia increada y del propósito escatológico del hombre: las obras de misericordia pierden su fragancia divina y decaen en una filantropía secular estéril. Sin la cabeza generada por el Padre, los pies no caminan hacia la Vida eterna: están tanteando en el barro del relativismo.

WE. La deriva «hipertradicionalista» y gnóstica: El fetichismo de la cabeza sin los pies.

En el otro extremo, prolifera una tentación igualmente venenosa, aunque a menudo envuelto en una devoción incorrupta: Hipertradicionalismo intelectualista o formalista.. Es la facción de aquellos que, como los antiguos gnósticos, dicen ungir exclusivamente al "jefe", anhelo de una Iglesia incorpórea, estrujar, reducido a un museo de fórmulas dogmáticas momificadas, desprendido de cualquier preocupación viva por los miembros sufrientes de Cristo.

En entre ellos la doctrina apostólica ya no es el ungüento aromático que cura las heridas del alma y empuja hacia la misión, sino más bien un arma polémica para medir la indignidad de los demás desde un pedestal de intocabilidad farisaica.. Caen en un monofisismo práctico: Cristo es tan y exclusivamente "divino", distante y hierático, que su Encarnación lucha por ensuciarse las manos con la miseria de la historia humana. Olvidando los "pies", se olvidan del cuidado pastoral, paciencia pedagógica, cercanía a los pecadores, las lágrimas compartidas con quienes sufren el duelo y la precariedad de la existencia. Pasan por alto el hecho de que la verdad, si no se traduce en obra de misericordia y caridad viva, no es ortodoxia católica, pero el orgullo luciferino.

Conclusión: volver al olor de la doctrina apostólica

San Cromacio nos advierte desde lo más profundo de los siglos: No hay redención sin confesión plena., naturaleza simultánea e indivisible de las dos naturalezas en la única Persona del Verbo encarnado. No podemos amputar a Cristo para satisfacer las modas ideológicas del momento. Esta es la única cura para ese catarismo dualista que acecha en cada uno de nosotros.: no se puede ganar eligiendo una mitad de Cristo frente a la otra, pero volviendo a confesarlo entero.

La Iglesia auténtica no elige entre lo místico y lo pastoral, entre el dogma y la caridad, entre el escritorio del profesor y la sala del hospital. María de Betania realiza el acto perfecto porque comienza donde debe comenzar la Iglesia: joven en pies del Salvador con el ungüento de fe apostólica y los seca con virtud viva de su cabello, abriendo el camino hasta el cabo. La caridad saca su alma y su orientación de la correcta doctrina; La doctrina encuentra su fecundidad y su glorificación en el misterio vivido de la caridad hacia los miembros de Cristo..

Contra los delirios del progresismo que degradan el cristianismo al nivel de moralismo político y contra los bajíos de los tradicionalismos exasperados que congelan la fe en una gnosis desprovista de las entrañas de la misericordia., la voz del obispo de Aquileia se eleva como un faro de equilibrio sobrenatural. Es hora de que la Iglesia recupere la conciencia de su propia identidad esponsal: aferrarnos a los pies heridos de la humanidad del Señor con la piedad de las obras, sin apartar jamás nuestra mirada adoradora de la Cabeza gloriosa que reina en los cielos, de donde desciende toda gracia y hacia donde converge toda la historia de la salvación.

Convento de Santa María Novella en Florencia, 19 de Octubre del 2026

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LA CABEZA Y LOS PIES DE CRISTO: SAN CROMACIO DE AQUILEIA CONTRA LAS POLARIZACIONES DE NUESTRO TIEMPO

Hoy la Iglesia parece dividida entre dos facciones paroxísticas, incapaz de comunicarse excepto a través de anatemas mutuos: los sacerdotes de la pura praxis mundana por un lado y los gnósticos de la abstracción sacra por el otro.

- Theologica -

Autor:
Gabriele Giordano M.. Scardocci, o.p.

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Las polarizaciones impulsaron el choque geopolítico del siglo pasado. Capitalismo por un lado, el socialismo por el otro. Cuando cayó el muro de Berlín, Pensamos que todo estaba arreglado. No es así. En cada uno de nosotros hay una forma de catarismo dualista que nos impulsa a sentirnos buenos y puros y a enfrentarnos a alguien más., a quien presentamos como el malvado y el demoníaco. Tampoco las redes sociales ayudan en esto. Para entrar más profundamente en esta reflexión, recurramos a las fuentes de un antiguo Padre de la Iglesia: San Cromacio.

E. Aquileia en el ocaso del imperio: El perfil de un pastor íntegro

En Aquilea, La bisagra entre Oriente y Occidente en la civilización romana tardía, brilló entre los siglos IV y V la figura gentil pero granítica de San Cromacio. Nacido alrededor 335-340, criado en el seno de aquella comunidad ascética y clerical que Jerónimo elogiaba como «coro de los bienaventurados», fue consagrado obispo por San Ambrosio en 388 y dirigió su Iglesia hasta su muerte, en 407 o los primeros meses de 408. Amigo de Rufino de Aquileia y del propio Jerónimo, cuando la controversia origenista los dividió fue él quien buscó reparar su ruptura: un hombre capaz de salvaguardar la comunión sin renunciar jamás a la verdad dogmática. Los redescubrimientos de manuscritos del siglo XX nos han devuelto sus sermones litúrgicos., rico en una lúcida exégesis bíblica, en el que el misticismo se fusiona con la dogmática más rigurosa.

II. La fragancia de Betania y la unidad del misterio cristiano

Entre las páginas más admirables de la homilética de Cromacio se encuentra la investigación exegética dedicada al episodio de la unción en Betania., narrado en el capitulo 12 del Evangelio según Juan (cf. Jn 12:1-8), en profunda conexión con lo que ocurre en el capítulo anterior (cf. Jn 11:33-35). Es la escena en la que María, hermana del resucitado Lázaro, toma una libra de nardo genuino, muy costoso, lo vierte sobre los pies de Jesús y los seca con sus cabellos, mientras toda la casa se llena del aroma de aquel bálsamo. Cromacio lee este gesto ni con sentimentalismo ni con el cálculo utilitario de Judas., ¿Quién quería que ese perfume se vendiera por trescientos denarios? (cf. Jn 12:4-6), pero según el método alegórico y tipológico querido por la tradición patrística, discerniendo en él una síntesis extraordinariamente densa del dogma cristiano. Recuerda en primer lugar que fue esta misma María quien llevó ante Jesús su dolor por la muerte de su hermano., haciendo llorar al Redentor. De este detalle surge una deslumbrante visión cristológica.:

«En las lágrimas del Señor se muestra el misterio de la Encarnación; en la resurrección de Lázaro se proclama el poder de su Divinidad».

María saca de Cristo lágrimas de genuina emoción humana y, inmediatamente después, ofrece el más sublime testimonio de fe postrándose a sus pies para ungirlos. Para Cromacio, María es una figura transparente de la Iglesia (figura de la iglesia): ella prefigura a la Esposa inmaculada que entrega a la Palabra la plenitud de la devoción y la adoración.

Aquí la exégesis alcanza una precisión milimétrica.. Recordando un simbolismo también querido por San Jerónimo, Cromacio observa que los romanos libra se compone exactamente de doce onzas. La iglesia, por lo tanto, trae a Cristo todo el peso del ungüento precioso porque ha recibido la doctrina correcta del doce apóstoles. No hay fragancia agradable a Dios que no provenga del depósito apostólico. Además, ese ungüento se compone de una mezcla armoniosa de muchas especias selectas: Lo mismo ocurre con la doctrina apostólica., cual, siendo uno e indivisible en la sustancia de la fe, brilla en la variedad de gracias espirituales, carismas y virtudes que hacen perceptible la dulzura de Cristo en el mundo.

El Redentor, el obispo de aquilea nos recuerda, cuando se dignó vaciarse descendiendo del seno del Padre para tomar un cuerpo mortal, pasó casi desapercibido a los ojos del mundo; y sin embargo, precisamente en esa kénosis, la fragancia de su Nombre: el Cristo, es decir, el «Ungido» por excelencia—llenó toda la tierra. Y la Iglesia nunca podría haber conocido o llegado al Redentor sino a través del canal objetivo de esta doctrina apostólica..

III. La cabeza y los pies: La doble confesión salvadora

El núcleo teológico de la homilía de Cromacio reside en la anatomía espiritual del cuerpo del Señor: ¿Por qué la mujer unge al pies de Jesús y no de él cabeza, como relatan Mateo y Marcos (cf. Mt 26:7; Mk 14:3)? Para Cromacio, el acto contiene un orden pedagógico y salvífico fundamental. Los pies significan la humillación de la Encarnación.: el Verbo eterno que toca la tierra, quien camina en nuestro polvo, quien «en los últimos tiempos se dignó nacer de una Virgen». La cabeza indica la gloria imperecedera de su divinidad.: la generación eterna del Padre antes de todos los siglos, Luz de la luz, Dios verdadero del Dios verdadero.

La iglesia, Cromacio explica, necesariamente comienza por ungir los pies. Si el hombre no reconoce y adora la humanidad del Salvador, la carne asumida, las heridas, el camino triste, la concreción histórica de la Redención: nunca podrá elevarse a la contemplación de la divinidad que habita en la cabeza.:

«No podemos ser salvos a menos que mantengamos juntas estas dos verdades sobre la doble naturaleza de Cristo, que están representados por la cabeza y los pies. Tenemos los pies porque creemos que fue encarnado de la Virgen.; tenemos la cabeza porque confesamos su Divinidad que procede del Padre».

La salvación no es abstracta. concepto ni una filantropía social: no se logra sin la profesión integral de la unión hipostática. Omitir los pies significa sumergirse en un espiritualismo incorpóreo; omitir la cabeza significa degradar al Señor a un mero maestro de la moral humana.

Finalmente, Cromacio habita en el cabello con que la mujer enjuga los pies del Señor. Tomando el Cantar de los cantares (cf. sg 4:1), el santo obispo ve en ese cabello al pueblo santo de la Iglesia y sus virtudes: pura oración y el ardor de la caridad. El ungüento de la doctrina apostólica, derramado sobre los pies del Señor, se traduce así en obras concretas de piedad y de misericordia corporal y espiritual. Cuando el cristiano ayuda a los pobres, tiende el sufrimiento, defiende a los oprimidos y se entrega por sus hermanos, está derramando nardo sobre los pies heridos de Cristo y secándolos con su propia vida.

IV. La lección de Cromacio para la Babel actual: El antídoto contra las polarizaciones extremas

Si las páginas de San Cromacio resuenan hoy con una frescura desarmante, es porque tocan el corazón de la tragedia eclesiológica y doctrinal de nuestro tiempo. En las columnas de La Isla de Patmos Hemos denunciado repetidamente cómo el drama de la Iglesia contemporánea reside en la pérdida de la armonía católica. (los y-y) a favor de una facción, dialéctica ideológica y destructiva (los aut-au).

Una mirada a la fragmentación eclesial actual, se ve con claridad meridiana que estamos asistiendo a la exhumación, en traje moderno, de las antiguas herejías cristológicas: el arrianismo que combatió Cromacio en su época y el monofisismo que estalló unas décadas después de su muerte. Hoy la Iglesia parece dividida entre dos facciones paroxísticas, incapaz de comunicarse excepto a través de anatemas mutuos: los sacerdotes de la pura praxis mundana por un lado y los gnósticos de la abstracción sacra por el otro.

V. La deriva «horizontalista» y neopelagiana: La idolatría de los pies sin cabeza

Por un lado encontramos el progresismo secularizado., lo que convierte a la Iglesia en una gigantesca organización no gubernamental dedicada al comentario sociológico o al bienestar burocrático., Engañándose a sí mismo pensando que puede construir el Reino sólo con la fuerza humana.: un pelagianismo renaciente. esta corriente, impregnado de modernismo y sociologismo, se preocupa casi obsesivamente por los «pies», comprendido, sin embargo, no como la Encarnación del Verbo que redime la carne del pecado, sino como pura inmanencia mundana.

Cristo queda reducido a un noble agitador social, un profeta de la inclusión universal, un Sócrates palestino cuya resurrección se convierte en un mito simbólico y cuya divinidad es casi un obstáculo para el diálogo con el mundo. En esta perspectiva, el ungüento de la doctrina apostólica se vende o se considera un adorno divisivo.: lo único que cuenta es la acción inmediata, acuerdo con el espíritu de la época, conformidad con las normas seculares. Pero si nos olvidamos de la cabeza, es decir, la divinidad consustancial de Cristo, su primacía absoluta, la gracia increada y el fin escatológico del hombre: las obras de misericordia pierden su fragancia divina y decaen en una filantropía secular estéril. Sin la cabeza engendrada del Padre, los pies no caminan hacia la Vida eterna: ellos andan a tientas en el barro del relativismo.

WE. La deriva «hipertradicionalista» y gnóstica: El fetichismo de la cabeza sin pies

En el extremo opuesto prolifera una tentación no menos venenosa, aunque a menudo envuelto en una devoción incorruptible: Hipertradicionalismo intelectualista o formalista.. Es la facción de aquellos que, como los antiguos gnósticos, pretender ungir sólo la «cabeza», soñar con un incorpóreo, Iglesia purista, reducido a un museo de fórmulas dogmáticas momificadas, separados de toda solicitud viva por los miembros sufrientes de Cristo.

En ellos doctrina apostólica Ya no es el ungüento aromático que cura las heridas del alma e impulsa hacia la misión., sino un arma polémica para medir la indignidad de los demás desde un pedestal de intocabilidad farisaica.. Caen en un monofisismo práctico: Cristo es tan total y exclusivamente «divino», distante y hierático, que su Encarnación lucha por ensuciarse las manos con la miseria de la historia humana. Olvidando los «pies», se olvidan del cuidado pastoral, paciencia pedagógica, cercanía a los pecadores, las lágrimas compartidas con quienes sufren el dolor y la precariedad de la existencia. Pasan por alto el hecho de que la verdad, si no se traduce en obra de misericordia y caridad viva, no es ortodoxia católica, pero el orgullo luciferino.

Conclusión: Regresando a la fragancia de la doctrina apostólica

San Cromacio nos amonesta desde lo más profundo de los siglos: no hay redención sin la plenitud, Confesión simultánea e indivisible de las dos naturalezas en la única Persona del Verbo encarnado. No podemos amputar a Cristo para complacer las modas ideológicas del momento.. Esta es la única cura para ese catarismo dualista que acecha en cada uno de nosotros.: No se supera eligiendo una mitad de Cristo frente a la otra., pero al volver a confesarlo entero.

La Iglesia auténtica no elige entre misticismo y pastoral, entre el dogma y la caridad, entre la cátedra y la sala del hospital. María de Betania realiza el acto perfecto porque comienza donde debe comenzar la Iglesia: ella unge el pies del Salvador con el ungüento de fe apostólica y los seca con el virtudes vivas de su cabello, abriendo el camino que sube hasta la cabeza. La caridad extrae su savia vital y su orientación de la recta doctrina; La doctrina encuentra su fecundidad y su glorificación en el misterio vivido de la caridad hacia los miembros de Cristo..

Contra los desvaríos de los progresismos que degradan el cristianismo al moralismo político y contra los cardúmenes de tradicionalismos exasperados que congelan la fe en una gnosis desprovista de todo corazón de misericordia, la voz del obispo de Aquileia se eleva como un faro de equilibrio sobrenatural. Es hora de que la Iglesia redescubra la conciencia de su propia identidad esponsal: aferrarnos a los pies heridos de la humanidad del Señor con la piedad de las obras, sin apartar nunca su mirada de adoración de la Cabeza gloriosa que reina en el cielo, de quien desciende toda gracia y hacia quien converge toda la historia de la salvación.

Santa María Novella, Florencia, 19 Octubre 2026

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LA CABEZA Y LOS PIES DE CRISTO: SAN CROMACIO DE AQUILEA CONTRA LAS POLARIZACIONES DE NUESTRO TIEMPO

Hoy la Iglesia parece dividida entre dos facciones paroxísticas, incapaces de comunicarse si no es mediante anatemas recíprocos: los sacerdotes de la pura praxis mundana por un lado y los gnósticos de la abstracción sacral por el otro.

- Theologica -

Autor:
Gabriele Giordano M.. Scardocci, o.p.

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Las polarizaciones marcaron el enfrentamiento geopolítico del siglo pasado. Capitalismo por un lado, socialismo por el otro. Caído el Muro de Berlín, pensábamos que todo estaba resuelto. Y sin embargo, no. En cada uno de nosotros hay una forma de catarismo dualista que nos empuja a sentirnos los buenos y los puros y a ponernos en contra de otro, que sería el malo y el demoníaco. Tampoco las redes sociales ayudan en esto. Para intentar adentrarnos más en esta reflexión, recurramos a las fuentes de un antiguo Padre de la Iglesia: en cromacio.

E. Aquilea en el ocaso del Imperio: el perfil de un pastor íntegro

En Aquilea, bisagra entre Oriente y Occidente en la romanidad tardoantigua, resplandeció entre los siglos IV y V la figura apacible pero granítica de san Cromacio. Nacido hacia el 335-340, criado en el seno de aquella comunidad ascética y clerical que Jerónimo alababa como un «coro de bienaventurados», fue consagrado obispo por san Ambrosio en el 388 y guio su Iglesia hasta su muerte, en el 407 o en los primeros meses del 408. Amigo de Rufino de Aquilea y del propio Jerónimo, cuando la controversia origenista los dividió fue él quien intentó recomponer su ruptura: un hombre capaz de custodiar la comunión sin malbaratar jamás la verdad dogmática. Los redescubrimientos de manuscritos del siglo XX nos han devuelto sus sermones litúrgicos, ricos en una exégesis bíblica nítida, donde la mística se funde con la dogmática más rigurosa.

II. El perfume de Betania y la unidad del misterio cristiano

Entre las páginas más admirables de la homilética cromaciana destaca la indagación exegética dedicada al episodio de la unción de Betania, narrado en el capítulo 12 del Evangelio según san Juan (cf. Jn 12,1-8), en profunda conexión con lo que sucede en el capítulo anterior (cf. Jn 11,33-35). Es la escena en la que María, hermana de Lázaro resucitado, toma una libra de nardo auténtico, muy costoso, unge con él los pies de Jesús y se los enjuga con sus cabellos, mientras toda la casa se llena del aroma de aquel bálsamo. Cromacio lee este gesto no con sentimentalismo ni con el cálculo utilitarista de Judas, que habría querido vender aquel perfume por trescientos denarios (cf. Jn 12,4-6), sino según el método alegórico y tipológico propio de la tradición patrística, descubriendo en él una síntesis densísima del dogma cristiano. Recuerda ante todo que fue la misma María quien llevó ante Jesús el duelo por la muerte de su hermano, provocando el llanto del Redentor. De este detalle brota una fulgurante intuición cristológica:

«En las lágrimas del Señor se muestra el misterio de la Encarnación; en la resurrección de Lázaro se proclama el poder de su Divinidad».

María arranca a Cristo lágrimas de auténtica conmoción humano y, inmediatamente después, ofrece el más sublime testimonio de fe postrándose a sus pies para ungirlos. Para Cromacio, María es figura transparente de la Iglesia (figura de la iglesia): prefigura a la Esposa inmaculada que tributa al Verbo la plenitud de la devoción y de la adoración.

La exégesis alcanza aquí una precisión milimétrica. Evocando un simbolismo apreciado también por san Jerónimo, Cromacio observa que la Libra romana se compone exactamente de doce onzas. La Iglesia, por tanto, ofrece a Cristo el peso entero del ungüento precioso porque ha recibido la recta doctrina de los doce Apóstoles. No hay perfume grato a Dios que no proceda del depósito apostólico. Además, aquel ungüento está compuesto por la armoniosa combinación de múltiples aromas escogidos: así es la doctrina apostólica, la cual, aun siendo una e indivisible en la sustancia de la fe, resplandece en la variedad de las gracias espirituales, de los carismas y de las virtudes que hacen perceptible en el mundo la suavidad de Cristo.

El Redentor, recuerda el obispo de Aquilea, cuando se dignó anonadarse descendiendo del seno del Padre para asumir un cuerpo mortal, pasó casi inadvertido a los ojos del mundo; y sin embargo, precisamente en aquella kénosis, el perfume de su Nombre —el Cristo, es decir, el «Ungido» por excelencia— llenó el orbe entero. Y la Iglesia nunca habría podido conocer o alcanzar al Redentor si no a través del cauce objetivo de esta doctrina apostólica.

III. La cabeza y los pies: la doble confesión salvífica

El núcleo teológico de la homilía cromaciana reside en la anatomía espiritual del cuerpo del Señor: ¿por qué la mujer unge los pasteles de Jesús y no la cabeza, como en cambio refieren Mateo y Marcos (cf. Mt 26,7; MC 14,3)? Para Cromacio, el gesto encierra un orden pedagógico y salvífico fundamental. Los pies significan el abajamiento de la Encarnación: el Verbo eterno que toca la tierra, que camina en nuestro polvo, que «en los últimos tiempos se dignó nacer de una Virgen». La cabeza indica la gloria imperecedera de su divinidad: la generación eterna del Padre antes de todos los siglos, Luz de luz, Dios verdadero de Dios verdadero.

La Iglesia, explica Cromacio, comienza necesariamente por ungir los pies. Si el hombre no reconoce ni adora la humanidad del Salvador —la carne asumida, las llagas, la vía dolorosa, la concreción histórica de la Redención— nunca podrá elevarse a la contemplación de la divinidad que reside en la cabeza:

«No podemos salvarnos si no mantenemos unidas estas dos verdades sobre la doble naturaleza de Cristo, que están significadas por la cabeza y por los pies. Tenemos los pies porque creemos que se encarnó de la Virgen; tenemos la cabeza porque confesamos su Divinidad que procede del Padre».

La salvación no es un concepto abstracto ni una filantropía social: no se da sin la profesión íntegra de la unión hipostática. Omitir los pies significa precipitarse en un espiritualismo desencarnado; omitir la cabeza significa degradar al Señor a un simple maestro de moral humana.

Cromacio se detiene por último en los cabellos con los que la mujer enjuga los pies del Señor. Retomando el Cantar de los Cantares (cf. No poder 4,1), el santo obispo ve en ellos al pueblo santo de la Iglesia y sus virtudes: la oración pura y el ardor de la caridad. El ungüento de la doctrina apostólica, derramado sobre los pies del Señor, se traduce así en las obras concretas de piedad y de misericordia corporal y espiritual. Cuando el cristiano socorre al pobre, cuida al que sufre, defiende al oprimido y se entrega por sus hermanos, está derramando nardo sobre los pies llagados de Cristo y enjugándolos con su propia vida.

IV. La lección de Cromacio para la Babel de hoy: el antídoto contra las polarizaciones extremas

Si las páginas de san Cromacio resuenan hoy con una frescura desarmante, es porque golpean en el corazón de la tragedia eclesiológica y doctrinal de nuestro tiempo. En las columnas de La Isla de Patmos hemos denunciado repetidamente que el drama de la Iglesia contemporánea reside en la pérdida de la armonía católica (el y-y) en favor de una dialéctica facciosa, ideológica y destructiva (el aut-au).

Observando la fragmentación eclesial actual, resulta de una claridad meridiana que estamos asistiendo a la exhumación, con ropajes modernos, de las antiguas herejías cristológicas: el arrianismo que Cromacio combatió en su tiempo y el monofisismo que estalló pocas décadas después de su muerte. Hoy la Iglesia parece dividida entre dos facciones paroxísticas, incapaces de comunicarse si no es mediante anatemas recíprocos: los sacerdotes de la pura praxis mundana por un lado y los gnósticos de la abstracción sacral por el otro.

V. La deriva «horizontalista» y neopelagiana: la idolatría de los pies sin la cabeza

Por un lado encontramos el progresismo secularizado, que transforma la Iglesia en una gigantesca organización no gubernamental dedicada al comentario sociológico o al asistencialismo burocrático, con la ilusión de edificar el Reino con las solas fuerzas humanas: un pelagianismo revivido. Esta corriente, impregnada de modernismo y sociologismo, se ocupa casi obsesivamente de los «pies», comprendido, sin embargo, no como la Encarnación del Verbo que redime la carne del pecado, sino como una pura inmanencia mundana.

Cristo queda reducido a un noble agitador social, a un profeta de la inclusión universal, a un Sócrates palestino cuya resurrección se convierte en un mito simbólico y cuya divinidad constituye casi un estorbo para el diálogo con el mundo. En esta perspectiva, el ungüento de la doctrina apostólica se malvende o se considera un adorno divisivo: solo cuenta la acción inmediata, la sintonía con el espíritu de la época, la adecuación a los parámetros seculares. Pero si nos olvidamos de la cabeza —es decir, de la divinidad consustancial de Cristo, de su primacía absoluta, de la gracia increada y del fin escatológico del hombre—, las obras de misericordia pierden su fragancia divina y degeneran en una estéril filantropía laicista. Sin la cabeza engendrada por el Padre, los pies no caminan hacia la Vida eterna: andan a tientas en el fango del relativismo.

WE. La deriva «hipertradicionalista» y gnóstica: el fetichismo de la cabeza sin los pies

En el extremo opuesto prolifera una tentación igualmente venenosa, aunque a menudo revestida de devoción incorrupta: el hipertradicionalismo intelectualista o formalista. Es la facción de quienes, como los antiguos gnósticos, pretenden ungir exclusivamente la «cabeza», soñando con una Iglesia desencarnada, estrujar, reducida a un museo de fórmulas dogmáticas momificadas, desligadas de toda viva solicitud por los miembros sufrientes de Cristo.

En ellos la doctrina apostólica ya no es el ungüento aromático que sana las heridas del alma e impulsa a la misión, sino un arma polémica para medir la indignidad ajena desde un pedestal de intocabilidad farisaica. Caen en un monofisismo práctico: Cristo es tan total y exclusivamente «divino», distante y hierático, que su Encarnación se resiste a mancharse las manos con la miseria de la historia humana. Olvidando los «pies», olvidan la pastoral, la paciencia pedagógica, la cercanía a los pecadores, las lágrimas compartidas con quien sufre el duelo y la precariedad de la existencia. Pasan por alto que la verdad, si no se traduce en la obra de misericordia y en la caridad viva, no es ortodoxia católica, sino soberbia luciferina.

Conclusión: volver al perfume de la doctrina apostólica

San Cromacio nos amonesta desde lo profundo de los siglos: no hay redención sin la confesión plena, simultánea e indivisible de las dos naturalezas en la única Persona del Verbo encarnado. No podemos amputar a Cristo para secundar las modas ideológicas del momento. Esta es la única cura para aquel catarismo dualista que anida en cada uno de nosotros: no se vence eligiendo una mitad de Cristo contra la otra, sino volviendo a confesarlo entero.

La Iglesia auténtica no elige entre la mística y la pastoral, entre el dogma y la caridad, entre la cátedra y la sala de hospital. María de Betania realiza el acto perfecto porque comienza por donde la Iglesia debe comenzar: inaudito pasteles del Salvador con el ungüento de la fe apostólica y los enjuga con las virtudes vivas de sus cabellos, abriendo el camino que sube hasta la cabeza. La caridad extrae su savia vital y su orientación de la recta doctrina; la doctrina encuentra su fecundidad y su glorificación en el misterio vivido de la caridad hacia los miembros de Cristo.

Contra los delirios de los progresismos que degradan el cristianismo a moralismo político y contra los bajíos de los tradicionalismos exasperados que congelan la fe en una gnosis carente de entrañas de misericordia, la voz del obispo de Aquilea se alza como un faro de equilibrio sobrenatural. Es hora de que la Iglesia recupere la conciencia de su propia identidad esponsal: abrazarse a los pies llagados de la humanidad del Señor con la piedad de las obras, sin apartar jamás la mirada adorante de la Cabeza gloriosa que reina en los cielos, de la cual desciende toda gracia y hacia la cual converge toda la historia de la salvación.

Santa María Novella, Florencia, 19 de octubre de 2026

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Francisco de Asís santo místico, no santo, es una figura muy complicada

7 Octubre 2026/en Theologica/por padre ivano

FRANCISCO DE ASÍS SANTO MÍSTICO, NO SANTINO, Es una figura muy complicada

Francesco es para teología, pero asegura a su fraile que esto no debe llevarlo a elucubraciones., El intelectualismo termina en sí mismo., o a una realidad que podría alejarlo del Señor en lugar de acercarlo, que lo elegiste a nivel intelectual pero no a nivel místico-supritual. Es por eso que Francesco puede permitirse corregir y también exhortar a un teólogo refinado como Sant'antonio da Padova; Es por eso que Francesco sigue siendo una figura muy compleja y complicada para entender, explicar y transmitir, especialmente para seguir.

- Theologica -

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Autor
Ivano Liguori, ofm. tapa.

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Artículo en formato de impresión PDF

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Este artículo sobre el padre serfrico - que a su manera podría llamarse "reactivo"Como"inspirado en" - Lo debo a la expresión de uno de los diversos jóvenes obispos de la nueva cita, ¿Como está el clima?, respondiendo a un entrevistador, ilustró su personalidad y sus perspectivas pastorales afirmando que se inspiraría en la "teología de San Francisco de Asís"..

Sin lugar a dudas, el joven obispo habrá tratado de decir algo atractivo, Con transporte y alma sincera, Pero tal vez ignorando que no tanto franciscanismo, Pero Francesco d'Ssisi es algo bastante complejo, Para nosotros franciscanos primero.

El personal editorial de los padres de L'Asola di Patmos También es y, sobre todo, un lugar de comparación pastoral espiritual y discusión teológica entre los confrentes. Y entonces, Padre Ariel y Padre Gabriele, Ambos teólogos dogmáticos del entrenamiento, Para mí, el Cappuccino menor y el presbiterio franciscano han preguntado:

"¿Qué sería “La teología de San Francisco "? San Francisco era quizás un teólogo? y desde cuando? Vemos que los teólogos franciscanos han sido Antonio da padova, Hoy Doctor de la Iglesia, que pudo ejercer el magisterio del teólogo con el permiso de Francesco que le dio con no poca reticencia inicial; Buenaventura da Bagnoregio (Doctora de la Iglesia) el de los teólogos es patrón. Seguir con Arlotto da Prato y Matteo d'Astantessarta, Pero sobre todo el gran Doctor subtilis Duns scoto, También conocido como el médico de la Inmaculada Concepción de María ".

Siempre es nuestro deber explicar Con rigor histórico y teológico veraz lo que es real y surrealista, ¿Qué cosa históricamente auténtica y adulterada en el nivel legendario?, A veces incluso ideológico. Por eso es razonable y realista decir que hoy, Muchos de los inspirados en nuestro padre serfrico, de San Francesco muestran que conocen muy poco. Desafortunadamente, los hechos muestran, y los hechos demuestran esto, no los juicios imprudentes, que más que para el pauperismoo Ciertos sujetos están muy cerca de eso Pobreismo ideológico de un molde sociopolítico que tanto Francis de Asís como la sabiduría de la Iglesia han luchado desde el siglo XIII., Deflexionarlo abiertamente y oponerse a un concepto de pobreza que no se abrió a la trascendencia y a la relación con Dios., Pero se volvió violenta pobreza, acusativo y punitivo para aquellos que poseían bienes materiales. Exactamente eso en la era postindustrial y post marxista será definido e indicado por sociólogos como envidia social.

Ser preciso Deberíamos hablar de viejas herejías de regreso, a partir de la de Fraile dolcino, precedido por Gherardo SegarellRe y muchos otros más o menos ilustre pertenecientes a ese movimiento herético de principios del siglo XIV conocido como FraticellRe. francesco, Siguiendo el franciscanismo que se le ocurrió y luego se formó, constituyeron la negación más sorprendente y la lucha implícita contra estas corrientes heréticas, en plena adhesión a la doctrina de la iglesia y obediencia a sus autoridades establecidas.

Francesco es extremadamente complicado, Como santo y como hombre, a pesar de ser el santo por todos reconocidos como más simples, en verdad es extremadamente complejo. Frecuentemente, el primero en no entenderlo, Éramos precisamente los franciscanos, que lo hemos reciclado repetidamente a lo largo de la historia de nuestro uso y consumo de diversos., o "mitigar" y "ablandarse", Como lo hicieron de diferentes maneras, pero de manera similar Tommaso da Celano y Bonaventura da Bagnoregio.

Cifras complicadas para comprender e interpretar Siempre ha existido en la historia de la iglesia., Incluso si a veces la población los ha distorsionado a través de sus devociones más o menos surrealistas. Una de estas figuras, que en este sentido podemos traer como ejemplo, ¿Es Padre Pio da Pietrelcina?, Para entender cuál es necesario interpretar la figura a la luz de la teología mística en la que Dios atrae al hombre a sí mismo en la totalidad de su ser y volverse presente y futuro. De lo contrario, St. Pio da Pietrelcina se convertirá en una figura supersticiosa popular cuya imagen estará reservada para el camión camión del camión del conductor del camión, Junto a las fotos eróticas del calendario del año calendario actual, donde se destacan las cifras de doce fotomodes que fascinan. Digo "Driver estrictamente del camión sureño" para un discurso puramente sociológico, Porque el tirolé del sur toma una elección coherente: Ya sea en su camioneta, pone San Pio da Pietrelcina o el calendario erótico del año calendario actual, Pero no ambos juntos.

San Francisco de Asís Durante unos nueve siglos se ha despertado el interés no solo de las personas dedicadas, pero también de eruditos, historiadores, literatos, Teólogos y, por supuesto, artistas, Debido a la naturaleza extraordinaria de su experiencia como vida cristiana; Un testimonio del evangelio que ha podido informar y transformar nuestra empresa e, naturalmente, La Iglesia. Las malas palabras que seguirán no tienen reclamo, ya que ya son muchas, se dijo, Y de un gran viaje cultural hablaron de Francesco destacando todas las áreas de su vida y su personalidad singular. La simple intención de este escrito es resaltar el aspecto único de su experiencia mística., esquina visual a través de la cual también se podía leer toda su existencia como cristiano y santo.

Es el propio Francesco Para recordar el comienzo de su nueva vida como una experiencia mística y un regalo de Dios. Veinte años después de que los hechos de su conversión se describan en Testamento ahora muriendo ese evento, Su cambio de vida, encerrarlo dentro de estos pocos, densamente libertad condicional:

"El Señor me concedió, FRIAR Francesco, así empiiendo a hacer penitencia, Desde que estaba en pecados, me parecía muy amargo ver a los leprosos; Y el Señor mismo me condujo entre ellos y con ellos misericordia. Y cuando los dejé, Lo que me pareció amargamente cambió en dulzura del alma y el cuerpo. Y luego, Establecer un poco, y salió del mundo ".

Francesco no es un teólogo, al menos no como estamos acostumbrados a pensar. No desarrolla una concepción sistematizada de la experiencia cristiana, ni escribe tratados o sabios sobre la fe y sus verdades. Sin embargo cuando Dante, En la comedia divina, habla de las órdenes mendicantes y específicamente de Francesco, Su alabanza proviene de aquel que es considerado como uno de los más grandes, Si no es el mejor teólogo que la iglesia ha tenido: Santo Tomás de Aquino. Por otro lado, El elogio de San Domenico, Fundador de la Orden de los Predicadores Frailes, conocido como dominicanos, la otra orden de mendigo por excelencia, Vendrá de la boca de San Bonaventura, El teólogo por excelencia de los franciscanos, El que estigmatizó la imagen de Francesco para siempre hasta que parecía prácticamente casi inimitable. El gran poeta florentino, En las dos canciones gemelas, elXI y el XII del paraíso, Resalta dolorosamente que ambos movimientos han perdido el esmalte de uñas inicial, habiendo desaparecido por las enseñanzas y las reglas de sus fundadores. Entonces Dante, A través de San Tommaso, Hace la historia de la vida de Francesco al inscribirla todo en una dimensión mística y espiritual, Como muestra el largo preámbulo que se mueve por completo en el campo de la metáfora. Habla de la unión del Assisiate con una mujer que, A pesar de sus virtudes, Se había quedado solo durante más de miles de años después de la muerte del primer "esposo" y ningún otro hombre había querido llevarla en matrimonio y que por su bien de ella, francesco, Fue a conocer la ira paterna. San Tommaso disolverá la larga metáfora solo en el triplete donde finalmente hará explícito que los dos cónyuges de los que habla son Francesco y Monna Povertà.

Este itinerario espiritual de su, hecho de reuniones, abrazo de la pobreza, Fidelidad extrema al Evangelio y mucha oración, Francesco lo leerá, Ya lo hemos mencionado, Como un regalo del Señor. Hay tres verbos en Testamento que son indicativos a este respecto. Cinco veces repetirá eso "Señor me dio»Hacer penitencia, tener fe en iglesias y sacerdotes, tener hermanos y escribir la regla para ellos. A continuación afirmará que el Señor siempre "revelado ahRe»Cuánto tenía que hacer y presentarse con el saludo que se ha vuelto famoso: "El Señor te da paz". Y finalmente «me contrató"Entre el rastro.

En este sentido, Francesco, tal como lo conocemos, No ofrece una respuesta política a las injusticias sociales, al problema del mal en el mundo. No tiene proyectos para cambios de hechos y concretos, No medita las luchas y las rebeliones; francesco, Sera entendido, No es ni un hippy ni un Guevara de la Edad Media, ni un contemporáneo de ciertos sacerdotes muy sociales. Francesco responde con fe, Cuando logra penetrar todo el camino, con adhesión total e impetuosa, El sacrificio de Cristo. Intentamos seguirlo en sus pensamientos: Dios, el muy alto, El maestro del universo, de toda creación, Sacrificó a su hijo único y favorito para no perder a su criatura, el hombre, capaz de pecar. Y si Cristo que es Dios vino a la tierra arrastrado por un inmenso amor, Y se hizo pobre y peregrino, Sufrió hambre y frío, la traición y el abandono de los amigos, hasta que dio su vida en la cruz para restaurar la salvación a la humanidad, La alegría eterna del paraíso, ¿Qué más queda por hacerle al hombre si no sigue?, tanto como sea posible, Los pasos del Salvador, el Evangelio, Si no es para responder al amor divino con el pobre amor humano, tratando de amarnos como hermanos? Y quien, Si no los pobres y el abandonado, Repetir en sufrir la experiencia terrenal de Cristo, Puede comprender mejor la ardiente caridad divina y aceptar con ansiedades y sufrimientos de gratitud, volver, como cristo, A la voluntad del padre?

E Fioretti di San Francesco, Una maravillosa colección vulgar del último cuarto del siglo XIV de "milagros y ejemplos devotos" de su vida, lo hacen decir, Hablando de lo que es la virtud de la letizia perfecta:

«Sobre todo las gracias y dones del Espíritu Santo, que Cristo le otorga a sus amigos, Estás ganando si lo mismo, y voluntariamente por el amor de Cristo para apoyar las sanciones, insultos y objetos e inconvenientes; Inmetio que en todos los otros dones de Dios no podemos hacernos el uno al otro, Pero no son nuestros, Pero de Dios, Entonces él dice el apóstol (Paolo, en el 1cor 4, 7 n.d.r.): "Que tienes, que no tiene de Dios? Y si lo tuvieras de él, Porque me glorté, Como si lo tuvieras de ti?". Pero en la cruz de la tribulación y de la aflicción podemos hacernos unos a otros, Pero quien dice el apóstol (Siempre paolo, en chica 6,14 n.d.r): No quiero gloriar, excepto en la cruz de nuestro Señor Jesucristo ".

Y así la cruz desde el encuentro con los leprosos, Al comienzo de su conversión, formar parte de la experiencia de Francesco, de su horizonte espiritual. Si realmente queríamos identificar una teología de San Francisco, Podríamos definirlo como un "Cruz de la ciencia». Abraza la cruz mientras abraza al leproso porque ahora lo que estaba amargo lo había convertido en dulzura y puede escuchar la voz de Cristo que lo llama desde la cruz, en la iglesia de San Damiano. Ahí, El redentor, Según la iconografía del triunfante de Cristo, sin signos de sufrimiento físico, Arregle el observador con dulzura tranquila. Francesco creía que la imagen se volvió hacia él y le habló: «Francesco, No ves que mi casa se derrumba? Por lo tanto, va a repararlo ". Pero Francesco malinterpreta el significado simbólico de las palabras, Él cree que tiene que salvar el edificio de material de la ruina., no sospecha qué tarea le espera: salvar el edificio espiritual, La Iglesia. Todo sale feliz, Le parece que la vida finalmente tiene un propósito. Ahora él sabe que hacer, Las misteriosas palabras del sueño anterior de Spoleto, el del palacio y la novia que será la suya, comienzan a aclarar; para esto, Pueden ver por primera vez quién lo llama y escuchar su nombre pronunciado. Ese es, por lo tanto, el orden que estaba esperando. Y entonces Francesco, "Equipo con el signo de la cruz", Comenzó su misión.

La inspiración mística de Francesco rastreable en muchas de sus obras, desde el Regla no estampada, elEpístola a los fieles o Las alabanzas del dios muy alto se combinan de ahora en adelante con devoción a la cruz de Cristo. En el Lodi conservado en el Gráfico a su hermano Lion Leemos estas famosas palabras dirigidas al Señor:

«Eres santo, Oh Señor, Solo Dios, que hace cosas maravillosas. Eres fuerte, Eres genial, Estás muy alto, Eres omnipotente, tu Padre Santo, Rey del cielo y la tierra. Eres Trino y uno, Señor, Dios de los dioses. Tu eres el bien, todo está bien, El pozo supremo, El Señor Dios vivo y verdadero. Eres amor, caridad; Eres sabiduría, Eres humildad, Tu eres paciencia, Eres belleza, Eres el ático, Eres seguridad, Estás callado, Eres Joy, Eres nuestra esperanza y letizia, Tu eres justicia, Eres templanza, Eres nuestra riqueza en sobreabundancia. Eres belleza, Eres el ático; Eres protector, Eres nuestro custodio y defensor, Eres fortaleza, Eres un refresco. Tu eres nuestra esperanza, Tu eres nuestra fe, Tu eres nuestra organización benéfica, Eres todo nuestra dulzura, Eres nuestra vida eterna, O Caballero grande y admirable, Dios omnipotente, mi misericordioso Salvatore ".

Así como en el tercer capítulo de Láminas La profunda devoción de que el santo se reserva para la cruz de Jesús es narrada:

«Llega el día de la Santa Cruz, y Santo Francesco en la mañana a tiempo, Los innoanos dicen, Se lanza a la oración frente a la puerta de su celda, girando su rostro hacia el este, y rezó en esta forma: Oh mi Señor Jesucristo, Dos gracias por favor me haces, Antes de morir; el primero, que en mi vida me siento en el alma y en mi cuerpo, cuanto es posible, Ese dolor que tu, Dulce Jesús, sostenido en la hora de tu amarga pasión; el segundo, que siento en mi corazón, cuanto es posible, Ese gran amor del que tu, Hijo de Dios, Estabas para apoyar con gusto tanta pasión por nosotros, pecadores ".

Estos aspectos de la espiritualidad de Francesco Luego serán representados figurativamente por los artistas., a lo que se mencionó al principio. Muchos podrían mencionarse y entre estos los Maestro de San Francisco, cuyo nombre se deriva de una mesa con el santo y dos ángeles ahora preservados en el Museo de la Basílica de Santa María Degli Angeli en Assisi. Podemos recordar el imponente crucifijo en la basílica dedicado al santo, en arzzo. La cruz pintada, reanuda el tipo de Cristo sufriendo, de inspiración bizantina, donde el dolor y la muerte de Jesús están subrayados por la cabeza de la cabeza reclinada en el hombro y el cuerpo inarn. Mientras que la mayoría de las cruces pintadas se leyeron desde abajo hacia arriba y terminaron con una ascensión y un Cristo en gloria, Aquí el mensaje debe leerse de arriba a abajo, Según los dictados de la espiritualidad franciscana. Este Cristo muriendo, ya no Triunfante, Es una novedad introducida por los franciscanos que cultivan el elemento de lo patético, en el sentido de invitación a la compasión. Ahora la misteriosa palabra, Custodio del secreto del cristianismo, Ya no es "amoroso" sino "sufrimiento". En lugar de aparecer en la cruz, Resucitado y triunfante como en San Damiano, Jesús se representa con los ojos cerrados y su cabeza reclinada lateralmente sobre un hombro. Sin negar la resurrección, Los fieles se vuelven más apegados al hombre de sufrimiento. El verdadero mensaje de esta cruz es, por lo tanto, Jesús se salió del cielo y sufrió su pasión infligida por Ponzio Pilato por los hombres y por su salvación. La devoción deja espacio para la compasión, En la participación de cada uno en el sufrimiento de Jesús. Y el primero de estos devotos es Francesco representado bajo la pequeña cruz, a quien entonces amaba llamarse a sí mismo, quien toma un pie sangrante del crucifijo en sus manos y lo besa. Otro trabajo en mi opinión capaz de describir el "SCIELI CIENTI»Franciscan es el San Francesco que abraza el crucifijo de Cristo de Murillo. Pintura realizada aproximadamente en el 1668 y preservado en el Museo de Bellas Artes de Sevilla en España. El trabajo fue parte de un ciclo encargado al pintor español desde los capuchinos para una capilla de la iglesia de su convento en Sevilla.. Estas obras tuvieron que mejorar los elementos distintivos de la espiritualidad franciscana. La imagen es de belleza impactante; mueve al espectador que permanece en silencio frente a tal lienzo, como en la oración. La pintura simboliza el momento culminante de la vida de Francesco: la renuncia de sus bienes materiales para abrazar la vida religiosa. La composición es armoniosa. Al lado de la cruz, Dos ángeles sostienen un libro abierto que lleva el paso del evangelio en latín según Luca: «Cualquiera de ustedes no renuncia a todas sus pertenencias, No puede ser mi discípulo " (Lc 14, 25-27).

Al pie del santo hay un mapa mundial, un globo terrestre; Francesco parece quitarlo con un pie, metáfora de su rechazo de cada vanidad. Pero vamos al hecho más llamativo, y también el más controvertido al menos en los testimonios que lo informan, por lo cual el rico místico de San Francisco se combina con su profunda devoción por la cruz de Cristo Jesús. Estoy hablando del episodio de La Verna en Toscana, La visión de Serafino y la impresión de los estigmas. Para que la naturaleza extraordinaria del evento sea palpable, revivamos a través de las palabras del biógrafo del santo, Tommaso da Celano, uno que lo conocía personalmente, quien fue llamado por el Papa Gregory IX para elaborar su biografía recolectando testimonios sobre eventos. También y sobre todo sobre el de los estigmas, antes con el Leyenda Mayor San Bonaventura da Bagnoregio reemplazó a los anteriores Rápidamente, imponiendo su destrucción. Como conocido y conocido Bonaventura, Ministro General de la Orden, Envió a todos los conventos franciscanos un comando preciso y estricto: Destruye todos los manuscritos de la vida y los hechos del Padre Seraphic. Sin embargo, varios de estos manuscritos también se encontraron en algunas bendiciones y monasterios y cistierras, quien se miró bien al llevar a cabo un comando similar. Es para ellos que los historiadores deben agradecer si algunas de estas bibliotecas monásticas se disecaron siglos después de los manuscritos del Rápidamente Narrado por otros autores antes de Bonaventura da Bagnoregio, considerado por algunos historiadores de la iglesia como el segundo fundador, o el llamado re-fundador de la orden franciscana.

Tommaso da Celano en el Vida antes Ciertamente conocía la versión de Friar Leone y obviamente también la Carta de FRiar Elia sobre los hechos de La Verna. El biógrafo no podía permitirse descuidar al amigo más caro del santo y su confesor o al poderoso jefe de la orden. Cómo conectar dos testimonios divergentes de este tipo? Deambuló la dificultad diciéndole el milagro de los estigmas dos veces con ajustes calificados., una primera colocándolo en la Verna, un segundo en el momento de la exposición del cuerpo de Francesco. Volvemos a leer lo que escribe Tommaso da Celano:

«Dos años antes de Francesco Morisse, Pasando un período en el Romitorio que por el nombre del lugar se llama Verna, Vi a un hombre enviado por Dios en una visión, Casi si fuera una serafia con seis alas, ser, con manos abiertas y pies de articulación, confeto a una cruz. Dos alas subieron sobre la cabeza, Dos se extienden sobre la mosca y finalmente cubrieron todo el cuerpo. Al ver esto, el bendito sirviente del más alto fue invadido por un gran asombro, pero no pudo entender lo que esa visión quería decir. Disfrutaba mucho y con gran alegría se animó a sentirse mirándose con una apariencia benigna y dulce de Serafino, cuya belleza era verdaderamente inimaginable, Pero al mismo tiempo había aterrizado mediante la publicación de la cruz y la crudeza de él sufriendo. Entonces se levantó, solo digo, triste, Y en Francesco alternaron la alegría y el dolor. Continuó explotando ansiosamente lo que podría significar la visión., Y su espíritu estaba terriblemente dirigido a tratar de comprender su significado. Dado que por razonamiento no llegó a ninguna interpretación segura y se sintió impregnado y muy agitado en el corazón por la novedad de esa visión, Los signos de las uñas comenzaron a aparecer en las manos y los pies como había visto en el hombre crucificado sobre sí mismo.. Sus manos y pies parecían perforados en el centro por Chiodi: En el interior de las manos y en la parte superior de los pies, se vieron las cabezas de las uñas, y en el lado opuesto la punta. Esas señales eran redondas en el interior de las manos y se alargaron en el lado opuesto y formaron casi una salida carnosa y detectada, Como si fuera la punta de las uñas dobladas y respondiera. Igualmente en los pies, los signos de las uñas sobresalientes en el resto de la carne quedaron impresionados. También el lado derecho, Casi había sido perforado por una lanza, Mostró una gran cicatriz que a menudo emitía sangre para que la túnica y la ropa de las piernas se mancharan con frecuencia de su sangre sagrada.. Ah, ¿Cuántos pocos hasta que viviera el siervo de Dios?, Tuvieron la suerte de poder ver la herida sagrada del costo! Pero feliz Elijah que mientras vivía el santo merecía de alguna manera verlo y no menos feliz Rufino que al menos podría tocarlo ».

Más tarde siempre Tommaso da Celano, Hablando de la alegría y la tristeza de la gente y los frailes en presencia del cuerpo ahora fallecido del santo, informa así:

"Puro, Una alegría inaudita atenuó su tristeza y la novedad del milagro llenó sus mentes de asombro extraordinario. Entonces el duelo cambió en el canto festivo y el llanto en júbilo. De hecho, nunca habían escuchado o leído en las Escrituras lo que ahora vieron con los ojos, Y difícilmente habrían creído si no hubieran tenido un testimonio tan probativo y seguro antes […] La forma de la cruz fue agarrada en él. De hecho, parecía haberse depositado de la cruz con las manos y los pies perforados por las uñas y el lado derecho lesionado por la lancia. Todavía vieron su carne, que antes de que estuviera oscuro, Ahora brille con una franqueza brillante y la belleza sobrehumana ya demostró el bendito premio de resurrección. Su cara, por fin, Era como el de un ángel […] Mientras brillaba frente a todos por una belleza tan maravillosa, Su carne se estaba volviendo más brillante. Fue realmente un milagro ver los agujeros de las uñas en el centro de las manos y los pies, pero las uñas se formaron por su propia carne., de color oscuro como el hierro y el aliento de la derecha nominal del derecho de la sangre. Y esos signos de martirio no imponieron miedo y horror a quienes los vieron, pero conferieron decoración y adorno, Cómo negros cartas en un piso sincero ".

Podríamos parar aquí y no agregar nada más En presencia de una historia tan conmovedora. Basta para subrayar que en La Verna Francesco finalmente vivió su identificación personal y extraordinaria con Cristo y con estos crucifijo. Pero en que contexto sucedió esto? Al final de la vida, Francesco se sintió cada vez más instado por la iglesia preocupado por normalizar un proyecto de vida cristiana, Practica la pobreza evangélica y el amor, que, Si realmente se implementa, Hubiera sido revolucionario y peligroso para la misma estructura eclesiástica, Si un mal intermoleado. También se sintió incomprendido por una gran parte de los frailes y esto aumentó su desánimo. Crecidos dramáticamente no todos pudieron compartir elecciones tan difíciles, hombres a veces de virtud limitada o demasiado culto, Lejos de los ideales puros de su cabeza espiritual. Como Cristo cada vez más solo en la línea de meta de la cruz, Aproximadamente cuarenta y cuatro años, Francesco llevó muy pocos compañeros con él, íntimo y participar, y movido, como sabemos, en la Verna, Para un largo retiro de contemplación solitaria. Tenía que superar esa crisis profunda; Continuamente le pidió a Dios que lo iluminara, que le indicó cuál habría sido el final de su vida. De hecho, comenzó a ver la oscuridad en el alma solo cuando entendió que tenía que poner los problemas de la orden y su futuro a la decisión de Dios., perdurar, Tommaso da Celano escribe, que "la voluntad misericordiosa del padre celestial se logró completamente en él". El biógrafo piensa en el fundador como un "otro Cristo" en el fondo del Monte degli Ulivi. El santo, sin embargo, Le hubiera gustado saber qué le pasó, a pesar de estar ahora seguro de no rebelarse. uno día, Después de irse por mucho tiempo, recurrió a la apertura triple de los Evangelios, que siempre mostró el mismo paso o uno muy similar. La mirada posó: «Sobre la pasión de Cristo, Pero solo en el tramo donde tiene miedo ". Cuando Tommaso da Celano escribió esta parte del trabajo evidentemente ya sabía lo siguiente, Sabía que poco después contaría sobre la aparición de Serafino y los estigmas. Construyó deliberadamente el episodio de la apertura triple con citas evangélicas que se refieren a la agonía de Cristo según Luca (22, 43-45). Cristo, En el apogeo del sufrimiento le pregunta al padre: "Este cáliz me deja", pero incluye que debe aceptar todo el sufrimiento de la pasión inminente. en el evangelio, Después de la visión del ángel, Jesús se sintió temporalmente consolado; Pero inmediatamente después desgarró una gran angustia, Tanto para sudar sangre. Francesco también está en la montaña, Él sube la Verna; Él ve el Serafino y encuentra consolación cuando acepta todo el sufrimiento que aún lo espera antes de la muerte.. La angustia lleva a Cristo a sudar sangre; francesco, La visión de Serafino desapareció, Así se siente cerca del Monte degli ulivi hasta tal punto que las uñas de la carne, Copia de las uñas de la cruz se hacen visibles. Como todos los grandes santos místicos, Francesco también en La Verna está inmerso en la oscuridad de la tan "Noche oscura", llamada "Noche oscura", Ni siquiera apoyado por su querido amigo y compañero Leone que vivió, él mismo, Un momento de crisis. Después de un largo período de retiro espiritual, Francesco finalmente tiene una iluminación, Glamento la solución: se Cristo, que es dios, Regresó a la voluntad del padre, No tendrá que hacer lo mismo mismo? Así se realiza esa identificación con el modelo que está inscrito no solo en el alma del santo, pero también en su carne. Jesús consolera Francis y revela la rectitud de su camino que había surgido y el primer seguro de la otra cruz, el de San Damiano; Y él también le da su amor, Ahora en el momento terminal de su vida y experiencia cristiana. De este profundo conocimiento, no inteligente, Pero místico, de la cruz de Cristo fluirá desde el corazón de Francesco esas palabras que hemos informado anteriormente y aquí condensación. Testimonio de eso "conocimiento»Del misterio cristiano que todavía nos emociona por el camino, ya que Francesco lo entendió y lo vivió:

«Tú eres amor, caridad; Eres sabiduría, Eres humildad, Tu eres paciencia, Eres belleza, Eres el ático, Eres seguridad, Estás callado, Eres Joy, Eres nuestra esperanza y letizia, Tu eres justicia, Eres templanza, Todos son nuestra riqueza en sobreabundancia ".

En una carta de Francesco a Antonio da Padova en el que se vuelve hacia él llamándolo "fray Antonio mi obispo", dijo:

"Haz teología también, Pero tenga cuidado de que esto no apaga el espíritu de oración y contemplación ".

Francesco es para teología, pero asegura a su fraile que esto no debe llevarlo a elucubraciones., El intelectualismo termina en sí mismo., o a una realidad que podría alejarlo del Señor en lugar de acercarlo, que lo elegiste a nivel intelectual pero no a nivel místico-supritual. Es por eso que Francesco puede permitirse corregir y también exhortar a un teólogo refinado como Sant'antonio da Padova; Es por eso que Francesco sigue siendo una figura muy compleja y complicada para entender, para ser explicado y transmitido, especialmente para seguir. Esta es también la razón por la cual no es fácil hablar sobre "teología de San Francisco".

 

Sanluri, 17 De julio 2024

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