Se a qualcuno prude, che si gratti e taccia, anziché fare pruriginosi gossip sul Conclave —  If anyone itches, let him scratch himself and keep quiet, rather than gossip about the Conclave

(English text after the Italian)

SE A QUALCUNO PRUDE, CHE SI GRATTI E TACCIA, ANZICHÈ FARE PRURIGINOSI GOSSIP SUL CONCLAVE

La Chiesa, disorientata e smarrita, vive in uno stato di decadenza irreversibile, da tempo abbiamo superata la soglia del non-ritorno. La Chiesa di oggi non è più nel Getsemani, neppure in croce sul Calvario, sta vivendo il momento a suo modo più drammatico: quel silenzio che pare quasi una assenza totale di Dio.

— Attualità ecclesiale —

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Diversi Lettori hanno scritto alla nostra redazione per chiedere come mai non abbiamo scritto niente sulla Sede Vacante e sul Conclave ormai alle porte. 

 

La Chiesa, disorientata e smarrita, vive in uno stato di decadenza irreversibile, da tempo abbiamo superata la soglia del non-ritorno. La Chiesa di oggi non è più nel Getsemani, neppure in croce sul Calvario, sta vivendo il momento a suo modo più drammatico: quel silenzio che pare quasi una assenza totale di Dio. Uno spazio di tempo che va dal calar del sole del Venerdì Santo alla Domenica di Risurrezione. Tra la chiusura del sepolcro e il sepolcro vuoto del Risorto si sperimenta una sorta di divino vuoto, dinanzi al quale l’unica cosa opportuna è quel silenzio che non può essere compreso e vissuto se non attraverso la fede, la speranza e la carità.

Tutti sanno parlare, specie a sproposito, pochi tacere e vivere quel grande silenzio che ci conduce alla risurrezione. C’è chi non può tacere e gioca al gossip del toto-papa in una dimensione tutta quanta mondana, chi invece comprende l’importanza del tacere, in una dimensione tutta quanta mistagogica.

Posso quindi solo riproporre, a seguire, quanto già scritto nella seconda parte di un mio articolo pubblicato il 2 marzo, mentre l’Augusto Pontefice defunto era ricoverato al Policlinico Agostino Gemelli di Roma tra la vita e la morte: «E se al prossimo conclave tornasse in voga la simonia?» (cfr. QUI).

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Ognuno ha il proprio stile, singolo o collettivo. Nel primo, come nel secondo caso, può essere spontaneo, oppure studiato a tavolino. I Padri de L’Isola di Patmos, nel corso dei loro dieci anni di attività pubblicistica, a partire dall’ottobre 2014, più volte per opportunità, altre per virtù di prudenza, hanno rinunciato a trattare certi temi emergenti legati alla Chiesa e al Papato, essendo anzitutto presbiteri; redattori e pubblicisti a seguire, ma avanti a tutto presbiteri. Certi temi possono richiedere di essere non tanto taciuti, o peggio nascosti, ma trattati quando si hanno maggiori elementi conoscitivi che possano portare a un veritiero, equo ed equilibrato giudizio.

Quando le porte della Cappella Sistina si chiuderanno, la Chiesa dovrà fare i conti coi vari problemi lasciati in eredità da questo pontificato, che rimane giudicabile nel complesso solo dalla storia, forse anche tra molti anni. Il Sommo Pontefice Francesco è stato eletto dopo un atto di rinuncia da parte del suo predecessore, evento raro risultato per tutti noi traumatico, soprattutto per le infelici modalità scelte a suo tempo da Benedetto XVI, con tanto di stravagante invenzione del «papato emerito», o di termini svianti come «papato allargato», «papato attivo e papato contemplativo» …

Quello del Santo Padre Francesco è un pontificato che si colloca in un contesto sociale e geopolitico di grande decadenza a livello planetario, con una scristianizzazione dell’Europa che ha raggiunto già da un ventennio livelli irreversibili. Altrove si è invece consumata una emorragia di fedeli in quelli che una volta erano i due polmoni coi quali il Cattolicesimo respirava: l’America Latina e l’Africa. Quello di Francesco è stato un pontificato carico di problematicità, fatto di ambiguità e mancanza di chiarezza, non sono neppure mancate forme di dispotismo messe in atto nel disprezzo totale delle leggi e delle regole ecclesiastiche. Negare che questo Pontefice lascerà una Chiesa confusa, divisa e litigiosa a causa di processi aperti su tutti i fronti, basati sull’insolito principio che «l’importante è aprire i processi» senza però concluderli e portarli a pieno compimento, vuol dire negare la più palese evidenza dei fatti. Però, Chi ci dice che tra svariati anni non si dovrà rendere grazie al pontificato di Francesco per aver preservata e salvata la Chiesa da problemi e danni che senza il suo agire, non comprensibile sul momento, sarebbero stati maggiori, o persino irreparabili? Francesco è un uomo complicato che si inserisce come tale in un momento storico molto complicato, qualsiasi giudizio dato al presente su di lui e sul suo pontificato potrebbe risultare del tutto sbagliato domani. Certe espressioni o decisioni giudicate come eccentriche ― e di fatto lo sono ―, in che modo del tutto diverso potrebbero apparire domani? Non sarebbe la prima volta che certi uomini, non compresi sul momento nel loro agire, sono stati celebrati successivamente come personalità che erano avanti di decenni rispetto al tempo presente in cui vissero. Ecco perché talvolta, proprio quando si è perplessi, disorientati e sofferenti per certi atteggiamenti ambigui e non facili neppure da decifrare, pur esercitando il legittimo senso critico merita sospendere prudenzialmente il giudizio.

Uno dei gravi problemi che questo pontificato lascerà al prossimo conclave è dato dal fatto che i Cardinali elettori non si conoscono tra di loro. L’ultimo concistoro segreto si svolse nel 2015. Chiariamo: il concistoro è l’assemblea dei cardinali convocata dal Romano Pontefice e può essere segreto, pubblico, semi-pubblico (vedere QUI). Viene chiamato “segreto” quello al quale partecipano solo i cardinali riuniti per discutere in forma privata, ossia segreta, con il Sommo Pontefice, riguardo le varie problematiche della Chiesa e del suo governo. Oggi, al grave problema dei cardinali che non si conoscono tra loro, se ne aggiunge un altro ignoto ai laicisti della sinistra internazionale che magnificano la Chiesa povera per i poveri, tanto li eccita la povertà nelle case e sulla pelle degli altri, elogiando questo pontificato che avrebbe nominato decine di cardinali «provenienti dalle periferie del mondo» e «dai paesi più poveri». Sorvoliamo sulla scarsa formazione dottrinale e teologica da parte di svariati di questi sant’uomini provenienti da quelle situazioni privilegiate per le quali oggi si può meritare una porpora cardinalizia: «le periferie» … «i paesi poveri»… Diversi di questi cardinali sono vescovi di Paesi dove la presenza dei cattolici non può essere definita neppure una piccola minoranza: nell’Isola di Tonga, di cui è vescovo il Cardinale Soane Patita Paini Mafi, i cattolici battezzati sono circa 10.000. Fu creato cardinale nel 2020, all’età di appena 46 anni, Giorgio Marengo, vicario apostolico della Mongolia, dove i cattolici contano 1.200 battezzati su 3.300.000 abitanti. Questi cardinali elettori, emblema della «Chiesa povera per i poveri» delle varie «periferie esistenziali», governano chiese locali che possono sopravvivere e vivere in contesti di grande disagio e autentica povertà grazie alle donazioni che pervengono loro da ricche Chiese locali, o da grandi fondazioni dipendenti o legate alle stesse. Per intendersi: una singola parrocchia austriaca, tedesca, australiana, canadese, nordamericana … può mantenere da sola una diocesi intera in certi Paesi poveri del Latino America, dell’Asia e dell’Africa, dove il rapporto tra l’Euro e il Dollaro e la loro moneta nazionale è totalmente sproporzionato in valore di acquisto.

Domani, nella Cappella Sistina, un gruppo di cardinali provenienti da questi Paesi, rigorosamente scelti tra gli esponenti del cosiddetto progressismo più avanzato, con delicata disinvoltura faranno capire che i cordoni della borsa li reggono loro, lasciando a decine di cardinali “povero-periferico-esistenziali” la scelta obbligata giocata sulla sopravvivenza di Chiese locali che possono vivere solo grazie ad aiuti esterni. Certo, una volta questa si chiamava simonia, oggi si chiama invece «Chiesa povera per i poveri».

Allo stato attuale i poveri tanto esaltati in questo pontificato sono stati lasciati ostaggio dei capricci dei ricchi come mai lo erano stati prima, dopo aver dato vita a un Collegio di cardinali elettori che non rappresentano le varie voci, le opinioni e le posizioni più diverse che hanno sempre arricchito la Chiesa al proprio interno, ma una voce univoca, monocorde e, non ultimo: ruffiana. E tra i vari danni perpetrati, questo risulterà forse il peggiore, perché grava come una ipoteca pesante come il piombo sul prossimo conclave. Ciò con buona pace della Chiesa povera, che dentro la Cappella Sistina strozzerà i poveri coi cordoni della borsa dei ricchi più progressisti e più ideologizzati. E qualcuno l’ha persino chiamata «Chiesa povera per i poveri».

Dall’Isola di Patmos, 5 maggio 2025

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IF ANYONE ITCHES, LET HIM SCRATCH HIMSELF AND KEEP QUIET, RATHER THAN GOSSIP ABOUT THE CONCLAVE

The Church, disoriented and lost, lives in a state of irreversible decadence, we have long since passed the threshold of no return. The Church of today is no longer in Gethsemane, not even on the cross on Calvary, it is living the most dramatic moment in its way: that silence that seems almost a total absence of God.

— Ecclesial actuality —

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Several Readers have written to our editorial staff asking why we have not written anything about the Sede Vacante and the Conclave now upon us.

The Church, disoriented and lost, lives in a state of irreversible decadence, we have long since passed the threshold of no return. The Church of today is no longer in Gethsemane, not even on the cross on Calvary, it is living the most dramatic moment in its way: that silence that seems almost a total absence of God. A space of time that goes from sunset on Good Friday to Easter Sunday. Between the closing of the tomb and the empty tomb of the Risen One, a sort of divine emptiness is experienced, before which the only appropriate thing is that silence that cannot be understood and lived except through faith, hope and charity.

Everyone knows how to speak, especially inappropriately, few know how to keep quiet and live that great silence that leads us to the resurrection. There are those who cannot remain silent and gossip by playing predictions about the future pope, in a completely worldly dimension, and those who understand the importance of remaining silent, in a completely mystagogical dimension.

I can therefore only repeat, below, what I have already written in the second part of an article of mine published on March 2, while the deceased August Pontiff was hospitalized at the Policlinico Agostino Gemelli in Rome between life and death: «And if simony were to come back into fashion at the next conclave?» (See HERE)

Everyone has their own style, individual or collective. In the first, as in the second case, it can be spontaneous, or studied on the table. The Fathers of this magazine The Island of Patmos , during ten years of journalistic activity, starting from October 2014, several times due to opportunity, other times due to the virtue of prudence, have renounced dealing with emerging themes linked to the Church and the Papacy, being first and foremost presbyters ; editors and publicists to follow, but presbyters ahead of everything. Certain topics may require to be dealt with when there is greater knowledge that can lead to a truthful, fair and balanced judgement.

 

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When the doors of the Sistine Chapel close, the Church will have to deal with the various problems left as a legacy by this pontificate, which remains judgeable, overall, only by history, perhaps even many years from now. The Supreme Pontiff Francis was elected after an act of renunciation by his predecessor, a rare event and a traumatic for all of us, especially due to the unfortunate methods chosen at the time by Benedict XVI, complete with the extravagant invention of the «emeritus papacy», or misleading terms such as «enlarged papacy», «active papacy and contemplative papacy» (!?)…

That of the Holy Father Francis is a pontificate that takes place in a social and geopolitical context of great decadence on a global level, with a de-Christianization of Europe that has already reached irreversible levels for twenty years. Elsewhere a hemorrhage of faithful has taken place in what were once the two lungs with which Catholicism breathed: Latin America and Africa.

Francis’ pontificate was full of problems, ambiguities and lack of clarity, there were also forms of despotism in total contempt of ecclesiastical laws and rules. To deny that this Pontiff will leave a confused, divided and quarrelsome Church due to trials open on all fronts, based on the unusual principle that «the important thing is to open the trials», without however concluding them and bringing them to full completion, is to deny the clearest evidence of the facts. However, who tells us that in several years we will not have to thank the pontificate of Francis for having preserved and saved the Church from problems and damage which without his actions, not understandable at the time, would have been greater, or even irreparable? Francis is a complicated man who fits into a very complicated historical moment, any judgment given in the present about him and his pontificate, could be completely wrong tomorrow.

It would not be the first time that certain men, not understood at the time in their actions, were later celebrated as extraordinary personalities who were decades ahead of the present time in which they lived. This is why sometimes, precisely when one is perplexed, disoriented and grieve for certain ambiguous attitudes and not even easy to decipher, despite exercising legitimate critical sense, is necessary and prudently suspending judgement..

One of the serious problems this pontificate will leave for the next conclave is this: tthe cardinal electors do not know each other. The last secret consistory took place in 2015. Let’s clarify: the consistory is the assembly of cardinals convened by the Roman Pontiff and can be secret, public, semi-public. What is called “secret” is that in which only the cardinals gathered to discuss in a private, i.e. secret, form with the Supreme Pontiff participate, regarding the various problems of the Church and its government. Today, to the serious problem of the cardinals who do not know each other, there is another one unknown to the secularists of the international left who glorify «the poor Church for the poor», so much does poverty in the homes and on the lives of others excites them, praising this pontificate which has appointed dozens of cardinals «coming from the peripheries of the world» and «from the poorest countries».

Let us not dwell the poor doctrinal and theological training of several of these holy men coming from those privileged situations for which today they can deserve a cardinal’s purple: «the suburbs» … «the poor countries». Several of these cardinals are bishops of countries where the presence of Catholics cannot be defined as even a small minority: on the island of Tonga, of which Cardinal Soane Patita Paini Mafi is bishop, there are around 10,000 baptized Catholics. Giorgio Marengo, apostolic vicar of Mongolia, where Catholics number 1,200 baptized out of 3,300,000 inhabitants, was created cardinal in 2020, at the age of just 46. These cardinal electors, emblem of the «poor Church for the poor» of the various «existential peripheries», govern local churches that can survive and live in contexts of great hardship and authentic poverty thanks to the donations that come to them from rich local churches, or from large foundations on linked to them. To be clear: a single Austrian, German, Australian, Canadian or North American parish can maintain an entire diocese in certain poor countries in Latin America, Asia and Africa, where the relationship between the Euro and the Dollar and their national currency is totally disproportionate in terms of purchase value.

Tomorrow, in the Sistine Chapel, a group of cardinals from these countries, rigorously chosen by Holy Father among the exponents of the so-called most advanced progressivism, will with delicate ease make it clear that they hold the purse strings, leaving dozens of “poor-peripheral-existential” cardinals the forced choice based on the survival of their local churches that can only live thanks to external aid. Of course, once this was called simony, today it is instead called «poor church for the poor».

At present the poor so exalted in this pontificate have been left hostage to the whims of the rich as they had never been before, after having given life to a College of cardinal electors who do not represent the various and noumerous voices, opinions and positions that have always enriched the Church internally, but a single, monotonous voice. And among the various damages perpetrated, this will perhaps be the worst, because it weighs like a lead-heavy mortgage on the next conclave. With all due respect to the poor Church, which inside the Sistine Chapel will strangle the poor, with the purse strings by rich most progressive and ideologicalized.

From The Island of Patmos, May 5, 2025

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Quando sarai vecchio un altro ti porterà dove tu non vuoi

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

QUANDO SARAI VECCHIO UN ALTRO TI PORTERÀ DOVE TU NON VUOI 

Nei Vangeli sinottici Pietro, dopo essere stato rimproverato e tacciato di essere come Satana, riceve una seconda chiamata, analoga a quella di Abramo in Gen 22, dopo quella di Gen 12: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

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Verso la fine del primo secolo qualcuno integra il Vangelo di Giovanni con l’attuale suo capitolo 21, anche se l’opera sembrava già conclusa nel precedente, quello delle apparizioni del Risorto.

Ciò viene spiegato dal fatto che i tempi stavano velocemente cambiando per la chiesa, con le avvisaglie di prime differenziazioni al suo interno e la formazione di una primitiva letteratura propriamente cristiana. In più, lascia intravedere lo scritto, era sopraggiunta la morte di due grandi apostoli: Pietro e il discepolo amato, la fonte ispiratrice di quel Vangelo. Oggi leggiamo solo una sezione del capitolo 21, ma per capirne la portata è consigliabile leggerlo tutto. Ecco il brano.

«In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No”. Allora egli disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “È il Signore!”. Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: “Portate un po’ del pesce che avete preso ora”. Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo, per la seconda volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pascola le mie pecore”. Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene” Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: “Seguimi”» (Gv 21,1-19).

La prima cosa che salta agli occhi approcciando il capitolo 21 del quarto Vangelo sono i tanti indizi che richiamano i primi tre Vangeli, come se la tradizione giovannea volesse interloquire con l’altra, maggioritaria, contenuta nei Vangeli sinottici. Mai, infatti, nel quarto Vangelo, viene detto che gli apostoli fossero pescatori o si insiste lì sulla professione della pesca, che invece è molto sottolineata dai vangeli sinottici. Un’attività che questi Vangeli concentrano in Galilea, mentre Giovanni preferisce la predicazione e l’attività di Gesù in Giudea. Ed ora questa scena è collocata presso il lago, dove secondo i sinottici pescavano i discepoli, ma chiamato di «Tiberiade» come in San Giovanni (Gv 6, 1): un chiaro rimando al luogo dove Gesù aveva sfamato la gente coi pani e i pesci. Si nota pure l’identificazione di Giacomo e Giovanni quali «figli di Zebedeo», di chiara derivazione sinottica. Di converso il brano non dimentica il «discepolo amato» dietro il quale la tradizione ha sempre visto l’apostolo Giovanni, colui che reclinò il capo sul petto di Gesù nell’ultima cena, che precedette Pietro al sepolcro e ora qui nel riconoscimento del Risorto. Ed infine Pietro che compare protagonista principale, fatto salvo il Risorto, ma non col soprannome di Cefa come viene appellato nel vangelo giovanneo e nelle lettere paoline (cfr. Gv 1,42; 1Cor 1,12;3,22), ma di Simone, secondo l’uso che troviamo molto di frequente nei sinottici (Mt 4,18; Mc 1,16; Lc 4,38).

Tutte queste particolarità ci permettono di affermare senz’ombra di dubbio che questa aggiunta al Vangelo sta cercando un dialogo che sfocia in una richiesta da parte della tradizione risalente al discepolo amato, alias Giovanni, di avere lo stesso rango, di essere posta allo stesso livello di quella sinottica, la quale tradizionalmente si fa risalire alla predicazione degli altri apostoli che qui Simon Pietro riassume con la sua sola presenza. Di passaggio ricordo che un’antica notizia risalente a Papia di Gerapoli (+130 d.C.) lega Pietro al vangelo marciano, come pure rimarca la Prima Lettera di quell’apostolo: «Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia [Roma, ndr.]; e anche Marco, mio figlio» (1 Pt 5,13). L’altra tradizione, invece, è qui rappresentata dalla presenza di Tommaso che riallaccia i lettori al capitolo precedente dove era protagonista con la sua bella professione di fede, dal discepolo Natanaele che compare all’inizio del Quarto Vangelo e qui si specifica che fosse di Cana dove Gesù compì il primo dei segni e dagli stessi Giacomo e Giovanni, chiamati però «figli di Zebedeo» come nei sinottici e lì ricordati in quanto pescatori e soci di Simone.

Siamo nei primi tempi della vita della Chiesa e già si delinea l’alterità, ovvero la diversità dei punti di vista sul mistero cristiano, i quali desiderano armonizzarsi e non escludersi. Vengono richiamati i sinottici con la loro insistenza sulla sequela, il «Tu seguimi» di Gv 21,22, senza tralasciare il rimanere, che contrassegna la vita profonda del Figlio di Dio e del discepolo nel Vangelo giovanneo: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?» (Gv 21,23). Una lezione che arriva alla Chiesa contemporanea da quella antica e che le fa particolarmente bene, soprattutto oggi che ha bisogno di riscoprire la comunione e la fraternità al suo interno e non la divisione. I Vangeli sono quattro, diversi fra loro e pur narrando lo stesso oggetto dipendono dall’originalità degli autori che fra loro dialogano e l’uno all’altro si richiamano, a volte dipendono, tanto da formare, secondo una fortunata espressione di Ireneo di Lione, «Il vangelo quadriforme».

Nel racconto evangelico ritornano alcuni argomenti cari a San Giovanni come il fatto che il gruppo dei discepoli quando non riconosce il Signore Risorto o la Sua presenza permane nella notte, tant’è che la pesca, in questo caso simbolo dell’attività apostolica e dell’attrazione delle persone nella Chiesa, è infruttuosa o addirittura nulla: «Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla» (Gv 21,3). Ma alla luce del giorno un Gesù non ancora identificato li invita a gettare la rete dalla parte destra della barca. Cogliamo qui il rimando alla profezia di Ezechiele che vedeva uscire dal lato destro del tempio un’acqua che man mano si ingrossava, tanto da divenire un torrente enorme: «Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare… Sulle sue rive vi saranno pescatori: da Engàddi a En-Eglàim vi sarà una distesa di reti. I pesci, secondo le loro specie, saranno abbondanti come i pesci del Mare Grande» (Ez 47, 1-10).

La medesima profezia che Giovanni vede realizzarsi sotto la croce: Gesù morto, colpito dalla lancia, diviene il tempio escatologico dal quale defluisce l’acqua dello Spirito sulla Chiesa nascente, rappresentata lì dalla Madre di Gesù e dal discepolo amato. Qui, invece, è la chiesa ormai pasquale che getta la rete per attrarre le persone al Cristo nella Chiesa. Molto brevemente e velocemente bisogna accennare alla differenza nel nostro brano fra il termine ictus, ἰχθύς, utilizzato da Giovanni per quel pescato, simbolo dei nuovi credenti che vengono tirati sulla barca e il termine opsarion, ὀψαρίων, che è invece il pesce del pasto, al quale Gesù invita i discepoli scesi a terra. Ricordo anche la sorgente di Eglàim a cui accennava la profezia di Ezechiele sopra ricordata. Essa è situata presso le acque salse del Mar Morto, che vengono risanate dalle quelle che il profeta vede uscire dal tempio ed ingrossare. Ora il valore numerico di Eglàim secondo il computo della Gematria — il sistema utilizzato nell’ebraismo per assegnare valori numerici alle lettere e, di conseguenza, alle parole e alle frasi — è proprio di 153, tanti quanti i grossi pesci che Pietro e gli altri pescano, cioè, a questo punto possiamo dirlo, salvano. E la rete non si spezzò dice San Giovanni utilizzando il verbo schizo, σχίζω, da cui il termine scisma, lo stesso verbo che aveva usato per la tunica inconsutile di Gesù sotto la croce, che per i padri greci fu da subito immagine dell’unità della Chiesa.

Ed infine l’apostolo Pietro. Egli impara che cosa significhi seguire davvero Gesù. Nei Vangeli sinottici Pietro, dopo essere stato rimproverato e tacciato di essere come Satana, riceve una seconda chiamata, analoga a quella di Abramo in Genesi 22, dopo quella di Gen 12: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà» (Mc 8,34-35). Così nel Vangelo di Giovanni Pietro riceve un invito alla sequela, dopo quello che era successo nella notte della passione. Grazie all’imprescindibile testimonianza — «È il Signore!» — del discepolo amato e quindi anche alla tradizione evangelica che a lui si rifà, Pietro, subito, si getta dalla barca per andargli incontro e il Vangelo ci narra l’ennesima conversione di questo straordinario Apostolo, attraverso un gioco di verbi molto significativo. In greco il verbo filéo esprime l’amore di amicizia, tenero ma non totalizzante, mentre il verbo agapáo designa l’amore senza riserve, totale ed incondizionato. Gesù domanda a Pietro la prima volta: «Simone, mi ami tu (agapâs me)», cioè secondo questo amore totale e incondizionato (Gv 21,15)? Prima dell’esperienza del tradimento l’impulsivo Apostolo avrebbe certamente detto: «Ti amo (agapô se) incondizionatamente». Ora che ha conosciuto l’amara tristezza dell’infedeltà e della propria debolezza, con umiltà dice: «Signore, ti voglio bene (filô se)», ovvero «ti amo del mio povero amore umano». Il Cristo insiste: «Simone, mi ami tu di questo amore totale?». E Pietro ripete la risposta del suo umile amore umano: «Kyrie, filô se», «Signore, ti voglio bene come so». Ma la terza volta Gesù dice a Simone soltanto: «Fileîs me?», «mi vuoi bene?». Simone comprende che a Gesù basta il suo povero amore, l’unico di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. Gli risponde perciò: «Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene (filô se)». Verrebbe da dire che Gesù si è adeguato a Pietro, invece che Pietro a Gesù.

È proprio questo adeguamento divino a dare speranza al discepolo Pietro, ma anche a noi quando abbiamo conosciuto la sofferenza dell’infedeltà. Da qui nasce la fiducia che renderà Pietro capace della sequela fino alla fine: «Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi» (Gv 21,19). Da quel giorno Pietro ha «seguito» come vero discepolo il Maestro con la precisa consapevolezza della propria fragilità; ma questa consapevolezza non l’ha scoraggiato. Egli sapeva infatti di poter contare sulla presenza accanto a sé del Risorto. Dagli ingenui entusiasmi dell’adesione iniziale, passando attraverso l’esperienza dolorosa del rinnegamento ed il pianto della conversione, Pietro è giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità d’amore. Ed è proprio l’amore ciò che definisce e contraddistinguerà da allora in poi il suo compito e servizio nella Chiesa.

Dall’Eremo, 4 maggio 2025

 

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Quando muore il Romano Pontefice. Breve excursus storico-liturgico — When the Roman Pontiff dies. A brief historical-liturgical excursus

QUANDO MUORE IL ROMANO PONTEFICE. BREVE EXCURSUS STORICO-LITURGICO

Ogni Papa, nella sua veste di Vicario di Cristo, non appartiene interamente a sé stesso; questo risulta evidente in particolare quando ne sopraggiunge la morte. Nel passato anche recente, difficilmente, i Papi riuscivano a morire in santa pace, nel silenzio, lontano da occhi indiscreti o rituali di preambolo. Un Papa trapassava quasi mai da solo ma, come un antico sovrano, era circondato dai suoi cortigiani.

— Pastorale liturgica —

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Autore
Simone Pifizzi

 

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La morte del Romano Pontefice è un momento particolare per la vita della Chiesa Cattolica; un passaggio definito tecnicamente Sede Apostolica vacante, che porta con sé un insieme di atti, di avvenimenti e di riti che, per loro natura, sono unici nel loro genere. 

Non vogliamo farne qui una trattazione sistematica, ma piuttosto toccare, anche per mezzo del ricorso alla storia, alcuni aspetti liturgici e rituali che sono passati sotto i nostri occhi in occasione della morte di Papa Francesco.

Morire da Papa. La prima stazione

Ogni Papa, nella sua veste di Vicario di Cristo, non appartiene interamente a sé stesso; questo risulta evidente in particolare quando ne sopraggiunge la morte. Nel passato anche recente, difficilmente, i Papi riuscivano a morire in santa pace, nel silenzio, lontano da occhi indiscreti o rituali di preambolo. Un Papa trapassava quasi mai da solo ma, come un antico sovrano, era circondato dai suoi cortigiani. Alle prime avvisaglie di agonia, infatti, si metteva in moto una serie di minuziose azioni cerimoniali che accompagnavano il Pontefice verso la fine terrena.

Come prima cosa venivano avvisati tutti i cardinali residenti a Roma, così come tutti i titolari dei vari Dicasteri della Santa Sede; ed iniziava una silenziosa processione davanti al moribondo per rendergli l’ultimo omaggio. L’Unzione degli Infermi ed il Viatico erano amministrati dal Cardinale Vicario, mentre era compito dei penitenzieri e dei canonici della Basilica Vaticana elevare le preghiere di accompagnamento nell’agonia, soprattutto le litanie dei santi canonizzati dal Pontefice morente.

Emesso l’ultimo respiro, la morte del Papa era accertata dal medico; il Maestro di Camera copriva il volto del Pontefice defunto con un velo bianco e, mentre nella cappella privata iniziavano le celebrazioni delle SS. Messe per la sua anima, si provvedeva ad una prima vestizione: la talare bianca, il rocchetto e la mozzetta papale. Solo in questo momento veniva introdotto il Cardinale Camerlengo che di fatto, nella Sede Apostolica Vacante, assume la «reggenza» della Chiesa. Scortato dalle guardie svizzere compiva l’atto di riconoscimento ufficiale della morte del Pontefice per tutta la Chiesa. Il Camerlengo, intonato il De Profundis, toglieva il velo e batteva per tre volte la fronte del defunto, chiamandolo col nome di battesimo: «N. sei morto?»; al terzo colpo, non ricevendo risposta, annunciava: «Vere Papa mortuus est». Questo rito oggi non avviene più. La riforma voluta da Papa Francesco, stabilisce che la costatazione ufficiale della morte avvenga nella cappella, dopo che la salma del Papa è già stata composta.

Oggi quei rituali che possono perfino sembrare «folcroristici» e che gravitavano intorno all’agonia e alla morte del Papa hanno lasciato il passo ai momenti di preghiera ecclesiale, per affermare la fede in Dio a cui sempre apparteniamo e nelle cui mani sempre siamo, vivi o defunti. A Dio Padre è raccomandato il Papa che ha appena lasciato questo mondo e alla Vergine Maria, col canto del Salve Regina, si chiede di mostrare al Papa defunto il volto di Gesù, frutto benedetto del suo grembo. Compito del Cardinale Camerlengo, in questa fase, è quello di spezzare l’Anello del Pescatore e annullare il Sigillo Papale.

La salma del Papa viene imbalsamata per permettere la conservazione nei giorni di esposizione pubblica. Un tempo questo processo, che contemplava l’utilizzo di antiche tecniche imbalsamatorie, prevedeva anche il prelevamento dei visceri, mentre il cuore del Papa defunto veniva conservato in un’urna nel coro della Chiesa dei SS. Vincenzo e Atanasio alla Fontana di Trevi. Si ritiene che questa pratica sia avvenuta l’ultima volta in occasione della morte di Leone XIII. Oggi, per evitare eccessive manipolazioni, vengono usati metodi meno invasivi.

Il corpo del Papa, sotto la supervisione del Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, viene rivestito degli abiti pontificali: il camice, la casula rossa, il pallio, la mitria bianca bordata d’oro, lo zucchetto bianco, un anello episcopale e la croce pettorale. Il rosso è il colore liturgico del «lutto papale», usato dal Pontefice anche in vita, quando per esempio presiede il rito delle esequie. Come sappiamo è un colore che richiama il sangue dei martiri e la presenza viva dello Spirito Santo; per questo motivo il Papa, in quanto successore di Pietro, è avvolto nei paramenti rossi che simboleggiano il suo servizio interamente consacrato a Cristo e alla Chiesa, nella testimonianza della fede.

Con la deposizione del corpo del defunto nella bara — un tempo era posto su una portantina, ma Francesco, riformando i riti delle esequie pontificie, ha disposto diversamente — inizia la Prima Stazione, che si svolge nel luogo dove il Papa è morto. È quindi un momento riservato alle persone più vicine al lui, accompagnato dalla preghiera di suffragio.

Videre Petrum. La seconda stazione

Nel giorno e nell’ora stabilita dal Collegio Cardinalizio, la salma del Pontefice defunto viene traslata nella Basilica di San Pietro «dove ha esercitato spesso il suo ministero di Vescovo della Chiesa che è in Roma e di Pastore della Chiesa Universale» (Ordo Exsequiarum Romani Pontificis, in seguito OERP, editio 2005, n. 68) per ricevere l’omaggio dei fedeli. Un tempo il corpo del Papa veniva esposto nella Cappella del Santissimo Sacramento, su un catafalco reclinato che permetteva ai fedeli di toccarne i piedi per l’ultimo atto di venerazione. Oggi, più significativamente, la bara viene posta davanti all’altare della Confessione, in corrispondenza della tomba dell’Apostolo Pietro.

La processione è accompagnata dal canto di alcuni salmi e cantici evangelici adatti alla circostanza, mentre all’ingresso in Basilica si intonano le litanie dei santi. Per alcuni giorni, la salma del Pontefice rimarrà esposta nella basilica e riceverà l’omaggio dei fedeli: «Presso la salma, i fedeli innalzeranno a Dio incessanti preghiere per il defunto Pontefice» (OERP, editio 2005, n.87).

Durante questi giorni sono previsti vari momenti di preghiera comunitaria, in modo particolare la celebrazione dell’Eucaristia e la Liturgia delle Ore.

Et in carne mea videbo Deum, salvatorem meum. La terza stazione: Messa esequiale e sepoltura

La Santa Messa esequiale rappresenta il momento culminante delle esequie del Romano Pontefice. La Costituzione Universi Dominici Gregis che regola le fasi della Sede Apostolica Vacante, stabilisce che questo momento avvenga entro il 4° e il 6° giorno dalla morte del Papa. Sono i Cardinali a stabilire il luogo delle esequie solenni, ma, dato il prevedibile concorso di popolo,  generalmente queste avvengono in Piazza San Pietro.

Il giorno precedente i funerali avviene il rito della chiusura del feretro, un’occasione densa di significato, poiché è il momento in cui il corpo del Papa viene sottratto da ora in poi alla vista del popolo di Dio. Dopo la lettura e la firma del Rogito, un documento che ricorda i principali avvenimenti e atti della vita del Pontefice, il volto del Papa viene coperto con un velo bianco «nella viva speranza che egli possa contemplare il volto del Padre, insieme con la beata Vergine Maria e tutti i Santi» (OERP, editio 2005, n.95). Quindi il Rogito ed alcune monete coniate nel corso del pontificato vengono deposte nella bara prima della sua effettiva chiusura.

La Messa esequiale è presieduta dal Cardinale Decano e concelebrata dai Cardinali e dai Patriarchi delle Chiese orientali. Queste esequie non si discostano, nella loro struttura principale, da quelle di un qualsiasi cristiano. Come prima lettura viene proclamato un testo degli Atti degli Apostoli (10,34-43); come responsorio il Salmo 23 («Il Signore è il mio pastore») a cui segue un brano della Lettera ai Filippesi (3,20–4,1) e la celebre pagina evangelica di Giovanni che richiama direttamente il ministero petrino: «Simone, mi ami tu? Signore, tu lo sai che ti voglio bene» (Gv 21,15-19).

Un elemento caratteristico della liturgia esequiale del Sommo Pontefice è rappresentato dall’Ultima Raccomandazione e Commiato che corrisponde al saluto che la comunità dei credenti rivolge al fratello e al Pastore della Chiesa universale. Nelle esequie del Papa questo saluto è dato:

– Dalla Chiesa di Roma al suo vescovo, per bocca del Cardinale Vicario, invocando la Beata Vergine Maria Salus populi romani, gli apostoli, i martiri, i papi, i santi e le sante romani;

– Dalle Chiese Orientali, per bocca di un Patriarca unito agli altri rappresentanti delle Chiese d’Oriente;

– Da tutta la Chiesa cattolica al suo pastore, per bocca del Cardinale Decano.

Questo triplice affidamento dell’anima del defunto, si conclude con una rinnovata professione di fede, espressa dalla schola che, durante l’aspersione e l’incensazione, canta:

«Io credo: Il Signore è risorto e vive,
e un giorno anch’io risorgerò con lui.
Che io possa contemplarti, mio Dio e Salvatore mio.
I miei occhi si apriranno alla sua luce,
e su di lui si poserà il mio sguardo.
Che io possa contemplarti, mio Dio e Salvatore mio.
Conservo salda questa speranza in cuore:
Che io possa contemplarti, mio Dio e Salvatore mio».

Al termine della celebrazione esequiale, il feretro viene prelevato ed accompagnato al luogo della sepoltura. La sepoltura nelle grotte vaticane, sotto la Basilica di San Pietro, è diventato tradizionale; tuttavia il Papa può decidere diversamente, come ha fatto Papa Francesco che ha scelto di essere sepolto in Santa Maria Maggiore.

I novendiali

È tradizione, confermata anche dalla riforma voluta da Papa Francesco, che a partire dalla Messa esequiale seguano nove giorni di celebrazioni eucaristiche in suffragio del Papa defunto. In queste celebrazioni è coinvolto tutto il popolo di Dio, anche se esse sono affidate a particolari categorie di persone: fedeli della Città del Vaticano, della Chiesa di Roma, i Capitoli delle Basiliche papali, i membri della Curia Romana, le Chiese Orientali.

Tutta la Chiesa sparsa nel mondo si unisce nella preghiera e rafforza la fede e la speranza; così anche la morte diventa dono di grazia e occasione per ringraziare e benedire il Dio di ogni consolazione.

«Morto un Papa, se ne fa un altro»

Questo celebre detto, che può suonare addirittura fatalista, è, nei fatti, ciò che avviene dopo la morte di ogni Pontefice Romano. Si potrebbe affermare che la Sede Vacante è quel momento forte in cui il Pontificato entra in una sorta di «anonimato» cosicché il pontefice defunto e il suo successore eletto, poiché appartengono a qualcosa di più grande, paiono passarsi l’anima del ruolo. È quanto afferma il celebre poeta romanesco Giacchino Belli: il Papa morto consegna al neoeletto lo spirito dell’importante compito. Possono variare le forme esteriori del corpo o anche il cervello, ma il lascito sarà quello, poiché voluto dall’eterno. Con versi arditi, ma significativi, il poeta dice: sembra quasi che il corpo del nuovo Papa cada dal cielo senz’anima, ma solo col fiato vitale. Perché la dignità, l’anima del ruolo di ogni pontefice gli viene lasciata da chi lo ha preceduto.

Lascio adesso al Padre Ariel la lettura della poesia Er passa-mano, pubblicata da Gioacchino Belli il 4 ottobre 1835:

«Er Papa, er Visceddio, Nostro Siggnore,
È un Padre eterno com’ er Padr’ Eterno.
Ciovè nun more, o, ppe ddí mmejjo, more,
Ma mmore solamente in ne l’isterno.

Ché cquanno er corpo suo lassa er governo,
L’anima, ferma in ne l’antico onore,
Nun va nné in paradiso né a l’inferno,
Passa subbito in corpo ar zuccessore.

Accussí ppò vvariasse un po’ er cervello,
Lo stòmmico, l’orecchie, er naso, er pelo;
Ma er Papa, in quant’ a Ppapa, è ssempre quello.

E ppe cquesto oggni corpo distinato
A cquella indiggnità, ccasca dar celo
Senz’anima, e nun porta antro, ch’ er fiato».

Firenze, 1° maggio 2025

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WHEN THE ROMAN PONTIFF DIES. A BRIEF HISTORICAL-LITURGICAL EXCURSUS

Every Pope, in his role as Vicar of Christ, does not belong entirely to himself; this is particularly evident when death comes. In the recent past, Popes rarely managed to die in peace, in silence, far from prying eyes or preamble rituals. A Pope almost never passed away alone but, like an ancient sovereign, was surrounded by his courtiers.

— Liturgical pastoral —

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Autore
Simone Pifizzi

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The death of the Roman Pontiff is a special moment in the life of the Catholic Church; a passage technically defined Vacant See, which brings with it a set of acts, events and rites that, by their nature, are unique in their kind.

We do not want to make a systematic treatment of it here, but rather touch, also by recourse to history, on some liturgical and ritual aspects that passed before our eyes on the occasion of the death of Pope Francis.

Dying as Pope. The First stage

Every Pope, in his role as Vicar of Christ, does not belong entirely to himself; this is particularly evident when death comes. In the recent past, Popes rarely managed to die in peace, in silence, far from prying eyes or preamble rituals. A Pope almost never passed away alone but, like an ancient sovereign, was surrounded by his courtiers. At the first signs of agony, in fact, a series of meticulous ceremonial actions were set in motion that accompanied the Pontiff towards his earthly end.

The first thing to do: notify all the cardinals residing in Rome, and all the heads of the various Dicasteries of the Holy See; a silent procession before the dying man to pay him their last respects. The Anointing of the Sick and the Viaticum administered by the Cardinal Vicar, while it was the task of the penitentiaries and canons of the Vatican Basilica to raise the prayers accompanying him in his agony, especially the Litanies of the Saints canonized by the dying Pontiff.

After the Pope’s last breath, his death is certified by the doctor; the Master of the Chamber covered the deceased Pontiff’s face with a white veil and, while the celebrations of the Holy Masses for his soul began in the private chapel, the first vestment was carried out: the white cassock, the rochet and the papal mozzetta. Only at this moment was the Cardinal Camerlengo introduced, who in fact, in the Vacant Apostolic See, assumed the “regency” of the Church. Escorted by the Swiss guards, he performed the act of official recognition of the Pontiff’s death for the entire Church. The Camerlengo, having intoned the De Profundis, removed the veil and struck the deceased’s forehead three times, calling him by his baptismal name: «(Name). are you dead?»; at the third blow, receiving no response, he announced: «Vere Papa mortuus est». This rite no longer occurs today. The reform desired by Pope Francis establishes that the official certification of death takes place in the chapel, after the Pope’s body has already been composed.

Today those rituals that may even seem “folkloristic” around the agony and death of the Pope have given way to moments of ecclesial prayer, to affirm faith in God to whom we always belong and in whose hands we always are, whether alive or dead. The Pope who has just left this world is recommended to God the Father and the Virgin Mary, with the singing of the Salve Regina, is asked to show the deceased Pope the face of Jesus, the blessed fruit of her womb. The task of the Cardinal Camerlengo, in this phase, is to break the Ring of the Fisherman and cancel the Papal Seal.

The body of the Roman Pontiff is embalmed to allow for its preservation during the days of public display. At one time, this process, which involved the use of ancient embalming techniques, also included the removal of the viscera, while the heart of the deceased Pope was preserved in an urn in the choir of the Church of St. Vincenzo e Atanasio at the Trevi Fountain. It is believed that this practice took place for the last time on the occasion of the death of Leo XIII. Today, to avoid excessive manipulation, less invasive methods are used.

The body of the Roman Pontiff, under the supervision of the Master of Pontifical Liturgical Celebrations, is dressed in pontifical vestments: the alb, the red chasuble, the pallium, the white miter edged with gold, the white zucchetto, an episcopal ring and the pectoral cross. Red is the liturgical colour of “papal mourning”, used by the Pontiff even in life, for example when he presides over the funeral rite. As we know, it is a colour that recalls the blood of the martyrs and the living presence of the Holy Spirit; for this reason the Pope, as the successor of Peter, is wrapped in red vestments that symbolize his service entirely consecrated to Christ and to the Church, in the testimony of faith.

With the deposition of the body of the deceased in the catafalque — once it was placed on a stretcher, but Francis, reforming the rites of papal funerals, has arranged otherwise — the First Station begins, which takes place in the place where the Pope died. It is therefore a moment reserved for the people closest to him, accompanied by prayers of suffrage.

Videre Petrum. The Second Stage

On the day and at the time established by the College of Cardinals, the body of the deceased Pontiff is transferred to St. Peter’s Papal Archibasilic “where he often exercised his ministry as Bishop of the Church in Rome and Pastor of the Universal Church” (Ordo Exsequiarum Romani Pontificis, hereinafter, 2005 edition, n. 68) to receive the homage of the faithful. In the past, the body of the Pope was exposed in the Chapel of the Blessed Sacrament, on a reclining catafalque that allowed the faithful to touch his feet for the final act of veneration. Today, more significantly, the coffin is placed in front of the Altar of Confession, in correspondence with the tomb of the Apostle Peter.

The procession is accompanied by the singing of some psalms and evangelical hymns appropriate to the occasion, while at the entrance to the Basilica the litanies of the saints are intoned. For a few days, the body of the Pontiff will remain exposed in the basilica and will receive the homage of the faithful: “At the body, the faithful will raise incessant prayers to God for the deceased Pontiff” (Ordo Exsequiarum Romani Pontificis, 2005 edition, n.87).

During these days, various moments of community prayer are planned, in particular the celebration of the Eucharist and the Liturgy of the Hours.

Et in carne mea videbo Deum, Salvatorem meum. The Third Stage: Funeral Mass and Burial

The Funeral Mass is the culminating moment of the funeral of the Roman Pontiff. The Constitution Universi Dominici Gregis which regulates the phases of the Apostolic See Vacant, establishes that this moment occurs within the 4th and 6th day after the death of the Pope. The Cardinals are the ones who establish the place of the solemn funeral, but, given the foreseeable crowd of people, generally these take place in St. Peter’s Square.

The day before the funeral, the rite of closing the coffin takes place, an occasion full of meaning, since it is the moment in which the Pope’s body is removed from the sight of the people of God from now on. After the reading and signing of the Deed, a document that recalls the main events and acts of the Pontiff’s life, the Pope’s face is covered with a white veil “in the fervent hope that he may contemplate the face of the Father, together with the Blessed Virgin Mary and all the Saints” (Ordo Exsequiarum Romani Pontificis, 2005 edition, n.95). Then the Deed and some coins minted during the pontificate are placed in the coffin before its actual closing.

The funeral Mass is presided over by the Cardinal Dean and concelebrated by the Cardinals and Patriarchs of the Eastern Churches. These funerals do not differ, in their main structure, from those of any Christian. As the first reading, a text from the Acts of the Apostles is proclaimed (10:34-43); as a responsory, Psalm 23 (“The Lord is my shepherd”), followed by a passage from the Letter to the Philippians (3:20-4:1) and the famous Gospel passage from John which directly recalls the Petrine ministry: “Simon, do you love me? Lord, you know that I love you” (Jn 21:15-19).

A characteristic element of the funeral liturgy of the Supreme Pontiff is represented by the Last Recommendation and Farewell which corresponds to the greeting that the community of believers addresses to the brother and the Pastor of the universal Church. In the funeral of the Pope this greeting is given:

– From the Church of Rome to its Bishop, through the mouth of the Cardinal Vicar, invoking the Blessed Virgin Mary Salus populi romani, the apostles, the martyrs, the popes, the Roman saints and saints;

– From the Eastern Churches, through the mouth of a Patriarch united with the other representatives of the Eastern Churches;

– From the entire Catholic Church to its pastor, through the mouth of the Cardinal Dean.

This triple entrustment of the soul of the deceased ends with a renewed profession of faith, expressed by the choir which, during the sprinkling and incensing, sings:

«I believe: The Lord is risen and lives,
and one day I too will rise with him.
That I may contemplate you, my God and my Savior.
My eyes will open to his light,
and my gaze will rest on him.
That I may contemplate you, my God and my Savior.
I keep this hope firm in my heart:
That I may contemplate you, my God and my Savior».

At the end of the funeral celebration, the coffin is collected and accompanied to the place of burial. Burial in the Vatican Grottoes, under St. Peter’s Basilica, has become traditional; however, the Pope can decide otherwise, as Pope Francis did, who chose to be buried in the Papal Basilica of St. Mary Greater.

The novendials

It is a tradition, also confirmed by the reform desired by Holy Father Francis, that starting from the funeral Mass, nine days of Eucharistic celebrations follow in suffrage of the deceased Pope. All the people of God are involved in these celebrations, even if they are entrusted to particular categories of People of God: faithful of the Vatican City, of the Church of Rome, the Chapters of the Papal Basilicas, members of the Roman Curia, the Eastern Churches.

The entire Church throughout the world unites in prayer and strengthens faith and hope; thus even death becomes a gift of grace and an opportunity to thank and bless the God of all consolation.

«When a Pope dies, another one is always made»

This famous saying, which may even sound fatalistic, is, in fact, what happens after the death of every Roman Pontiff. One could say that the Vacant See is that moment in which the Pontificate enters into a sort of “anonymity” so that the deceased pontiff and his elected successor, since they belong to something greater, seem to pass on the soul of the role.

This is what the famous Roman poet Gioacchino Belli stated in 1835: the dead Pope hands over to the newly elected the spirit of the important task. The external forms of the body or even the brain may vary, but the legacy will be the same, since it is willed by the eternal. With bold but significant verses, the poet says: it almost seems as if the body of the new Pope falls from the sky without a soul, but only with the breath of life. Because the dignity, the soul of the role of every pontiff is left to him by those who preceded him.

Florence, May 1st 2025

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Lo Spirito Santo, il conclave e l’elezione del Romano Pontefice Vescovo di Roma – The Holy Spirit, the conclave and the election of the Roman Pontiff Bishop of Rome

(English text after the Italian)

 

LO SPIRITO SANTO, IL CONCLAVE E L’ELEZIONE DEL ROMANO PONTEFICE VESCOVO DI ROMA

Un animale da soma non può ambire a diventare un cavallo da corsa. La grazia perfeziona la natura che sussiste nell’uomo, ma non può snaturarla, perché non va oltre la natura che non c’è, così insegna la sapienza di San Tommaso d’Aquino.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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In tempo di Sede Vacante, la febbre del Conclave contagia un po’ tutti: sia credenti che non credenti si guardano bene dal seguire il prudente protocollo di una “vigile attesa” e tutti si lanciano in pronostici che rispecchiano per lo più i propri desideri personali per tratteggiare il profilo del prossimo Vicario di Cristo.

Tra le varie tifoserie come non annoverare i romantici, coloro che insistono nel sostenere che il nuovo Papa sarà eletto dallo Spirito Santo in persona. Detta così, questo concetto vuol dire poco o nulla, se non per una certa coloritura fideista. Eppure, se andiamo più nel profondo del pensiero di queste anime semplici scopriremo che questa idea suona come una sorta di polizza assicurativa che dovrebbe mettere in sicurezza i cardinali elettori e il Popolo di Dio da situazioni incresciose o imbarazzanti. Per carità, una posizione legittima che però non tiene affatto conto delle dinamiche con cui realmente lo Spirito Santo agisce nella storia dell’uomo, così come ha agito nella vita del Signore Gesù e della Chiesa nei suoi duemila anni.

Esempio: se prendiamo la Genealogia dei Vangeli, possiamo forse dire che dentro quella storia di quei nomi fatta di vicende specifiche l’azione dello Spirito Santo si è fatta sempre presente? Il mio vecchio professore di morale fondamentale — scaltro gesuita della vecchia Compagnia di Gesù — avrebbe risposto: «Sì e no». Avrebbe detto per il fatto che la risultante della Genealogia e la persona di Gesù nato da Maria, no per il fatto che tra quelle persone citate che hanno costruito l’impalcatura storica, relazionale e familiare che ha permesso l’incarnazione del Verbo dobbiamo rilevare numerose e abbondanti fragilità e resistenze alla grazia che non sono affatto nuove nella storia dell’uomo.

Qualcuno potrebbe obiettare sbrigativamente, «Beh, vabbè, l’importante è il risultato finale», questo è vero finché parliamo di Cristo e finché prendiamo lui come ultimo riferimento, ma quando c’è l’uomo questo è ancora vero? Per scendere ancora più in profondità, dopo l’Ascensione del Signore, termina il tempo terreno del Risorto e inizia il tempo della Chiesa, in cui sono gli uomini, apostoli e discepoli di Cristo, a portare avanti un deposito che gli è stato affidato dal Maestro. Il libro degli Atti degli Apostoli ci mostra più volte che l’andamento della Chiesa non è sempre stato pacifico e privo di problemi, anche dopo la Pentecoste e il dono dello Spirito Santo. E nel tempo, la situazione non è cambiata di molto. Dobbiamo essere onesti nel considerare lo Spirito Santo non come un severo precettore che conduce obtorto collo il proprio discepolo a forza di sberle ma come un saggio e prudente pedagogo che lascia molto spazio e libertà al suo discepolo stando sempre a pochi passi da lui, permettendo anche le salutari e immancabili cadute.

Questo che significa in soldoni? Significa che — come disse il Cardinale Joseph Ratzinger nel 1997 — lo Spirito Santo non interviene con il suo dito di fuoco in Cappella Sistina indicando il candidato per il quale si debba votare, ma interviene nella mente dei cardinali con un discreto discernimento umano e storico orientato a scegliere il candidato che si dibatte tra le sponde del “peggio” e del “leggermente meno peggio”. Al di là della battutaccia, la storia della Chiesa insegna che tra i vari Vicari di Cristo non tutti sono risultati dei fuoriclasse e dei pii, anzi. Alcuni hanno fatto molti danni — è innegabile — ma allo stesso tempo hanno saputo dare alla Chiesa anche qualcosa di buono nei tempi in cui sono vissuti e hanno esercitato il ministero petrino, in questo certamente possiamo vedere l’azione dello Spirito Santo, in quel po’ di bene che non è stato del tutto rovinato da personalità ingombranti e da interferenze sociali e politiche insieme a simpatie e alleanze umane.

Questa è proprio l’elasticità che lo Spirito Santo esercita nella Chiesa senza privare l’uomo della sua libertà e senza coartarlo al bene. Accanto allo Spirito Santo — diciamolo una buona volta — è presente anche l’anti-spirito che fa prendere tante cantonate e risiede nella testardaggine dell’uomo che vuole fare di testa propria relegando lo Spirito Santo al solo momento del canto del Veni Creator Spiritus.

Attribuire allo Spirito Santo tutto quello che accade dentro a un Conclave o durante una celebrazione di un Sinodo o di un Capitolo sarebbe pura superstizione e ingenuità. Dobbiamo osare ed essere sufficientemente smaliziati nel riconoscere che l’anti-spirito lavora mesi prima per orientare le sorti di un evento, poco importa se si tratti di un Conclave o di una riunione di condominio.

La speranza che tutti nutriamo è che lo Spirito Santo possa parlare al cuore dei cardinali facendo risplendere la Verità e insieme infondendo il coraggio di un cambiamento o l’inizio di un nuovo passo di marcia. Un treno ad alta velocità non può essere fermato di botto, ha bisogno di tempo e di spazio di manovra. Così è nella Chiesa, c’è sempre bisogno di una inversione di rotta e di una conversione ma nulla può avvenire all’improvviso o dopo un Conclave. Spesso, è la storia che ce lo dice, i danni fatti da alcuni Papi hanno necessitato anni per essere riparati, altre volte decenni, talora, per porvi rimedio, è stato necessario convocare un concilio ecumenico. O forse vogliamo dimenticare che sia il IV Concilio Lateranense sia il Concilio di Trento, furono anche la conseguenza di diversi Pontefici non particolarmente raccomandabili susseguitisi tra vicende politiche poco edificanti, lotte di potere, intrallazzi finanziari e simonia?

Il 7 maggio il Conclave avrà inizio, la materia umana dentro la quale sarà scelto il prossimo Vicario di Cristo è rappresentata da collegio cardinalizio fatto, come nel caso della Genealogia, di uomini che poco sanno tra di loro, fragili e alcune volte refrattari alla grazia. Questo non deve essere motivo di scoraggiamento, ma solo di sano realismo. Un animale da soma non può ambire a diventare un cavallo da corsa. La grazia perfeziona la natura che sussiste nell’uomo, ma non può snaturarla, perché non va oltre la natura che non c’è, così insegna la sapienza di San Tommaso d’Aquino: «Gratia non tollit naturam sed eam perficit» (Summa Theologiae, I, I, 8 ad 2). Lo Spirito Santo non è la bacchetta magica che detta automaticamente e insindacabilmente le scelte giuste ma è l’osservatore attento del dialogo dell’uomo con Dio, è lì a supportare questo dialogo per il bene della Chiesa e per la salvezza dell’uomo. Ma quando l’uomo si estromette dal suo accompagnamento ecco che sperimentiamo tutti i disagi di scelte destabilizzanti e divisive. In questo caso — come diceva il Cardinale Joseph Ratzinger — l’unica sicurezza che lo Spirito Santo offre è che tra le varie cadute e testardaggini dell’uomo e della Chiesa il tutto non venga totalmente e irreparabilmente rovinato.

Insomma, lo Spirito Santo ci deve ancora mettere na’ pezza, noi confidiamo in questo con la sapienza del popolo romano, col quale concordiamo quando dice che «morto un Papa se ne fa sempre un altro». Questo è incoraggiante, questo desideriamo e insieme speriamo che il prossimo Romano Pontefice Vescovo di Roma sia donato da Dio, non tollerato per accordi umani, né inflitto come il risultato dell’anti-spirito.

Sanluri, 30 aprile 2025

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THE HOLY SPIRIT, THE CONCLAVE AND THE ELECTION OF THE ROMAN PONTIFF BISHOP OF ROME

A pack animal cannot aspire to become a racehorse. Grace perfects the nature that exists in man, but cannot denature it, because it does not go beyond the nature that does not exist, as the wisdom of St. Thomas Aquinas teaches.

— Ecclesial actuality —

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Author
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

 

In times of vacant see, the fever of the Conclave infects everyone: both believers and non-believers are careful not to follow the prudent protocol of “watchful waiting” and everyone launches into predictions that mostly reflect their own personal desires to outline the profile of the next Vicar of Christ.

Among the various fans, how can we not include the romantics, those who insist on maintaining that the new Pope will be elected by the Holy Spirit himself. Said in this way, this concept means little or nothing, if not for a certain fideistic coloration. Yet, if we delve deeper into the thinking of these simple souls, we will discover that this idea sounds like a sort of insurance policy that should protect the cardinal electors and the People of God from unpleasant or embarrassing situations. A legitimate position that however does not take into account the dynamics with which the Holy Spirit actually acts in the history of man, just as he acted in the life of the Lord Jesus and of the Church in its two thousand years.

Example: if we take the Genealogy of the Gospels, can we perhaps say that within that history of those names made up of specific events the action of the Holy Spirit has always been present? My old professor of fundamental morality — a shrewd Jesuit of the old school by Company of Jesus — would have answered: “Yes and no”. He would have said yes because the result of the Genealogy is the person of Jesus born of Mary, no because among those people cited who built the historical, relational and family scaffolding that allowed the incarnation of the Word we must note numerous and abundant fragilities and resistances to grace that are not at all new in the history of man.

Someone might hastily object, «Well, okay, the important thing is the final result», this is true as long as we talk about Christ and as long as we take him as the final reference, but when there is man is this still true? To go even deeper, after the Ascension of the Lord, the earthly time of the Risen One ends and the time of the Church begins, in which it is men, apostles and disciples of Christ, who carry forward a deposit that was entrusted to them by the Master. The book of the Acts of the Apostles shows us several times that the progress of the Church has not always been peaceful and free of problems, even after Pentecost and the gift of the Holy Spirit. And over time, the situation has not changed much. We must be honest in considering the Holy Spirit not as a severe tutor who reluctantly leads his disciple by force of slaps but as a wise and prudent pedagogue who leaves a lot of space and freedom to his disciple by always remaining a few steps away from him, even allowing for healthy and inevitable falls.

What does this mean in a nutshell? It means that — as Cardinal Joseph Ratzinger said in 1997 — the Holy Spirit does not intervene with his fiery finger in the Sistine Chapel indicating the candidate for whom one should vote, but intervenes in the minds of the cardinals with a discreet human and historical discernment aimed at choosing the candidate who is torn between the shores of “worse” and “slightly less worse”. Beyond the bad joke, the history of the Church teaches that among the various Vicars of Christ not all have been champions and pious, on the contrary. Some have done a lot of damage — it is undeniable — but at the same time they have also been able to give the Church something good in the times in which they lived and exercised the Petrine ministry, in this we can certainly see the action of the Holy Spirit, in that little bit of good that has not been completely ruined by cumbersome personalities and by social and political interference together with human sympathies and alliances.

This is the elasticity that the Holy Spirit exercises in the Church without depriving man of his freedom and without forcing him to do good. Alongside the Holy Spirit there is also the anti-spirit that causes so many blunders and resides in the stubbornness of man who wants to do things his own way, relegating the Holy Spirit to the sole moment of singing the Veni Creator Spiritus.

To attribute to the Holy Spirit everything that happens inside a Conclave or during a celebration of a Synod or a Chapter would be pure superstition and naivety. We must dare and be sufficiently shrewd to recognize that the anti-spirit works months in advance to direct the fate of an event, it matters little whether it is a Conclave or a condominium meeting.

The hope we all have is that the Holy Spirit can speak to the hearts of the cardinals, making the Truth shine and at the same time instilling the courage to change or begin a new step. A high-speed train cannot be stopped suddenly, it needs time and room to maneuver. So it is in the Church, there is always a need for a change of direction and a conversion but nothing can happen suddenly or after a Conclave. Often, history tells us, the damage done by some Popes has taken years to repair, other times decades, sometimes, to remedy it, it has been necessary to convene an ecumenical council. Or perhaps we want to forget that both the Fourth Lateran Council and the Council of Trent were also the consequence of several not particularly recommendable Pontiffs who followed one another amidst less than edifying political events, power struggles, financial intrigues and simony?

The Conclave will begin on May 7th. The human matter within which the next Vicar of Christ will be chosen is represented by the College of Cardinals made up, as in the case of the Genealogy, of men who know little about each other, fragile and sometimes refractory to grace. This should not be a reason for discouragement, but only for healthy realism. A pack animal cannot aspire to become a racehorse. Grace perfects the nature that exists in man, but cannot denature it, because it does not go beyond the nature that does not exist, as the wisdom of St. Thomas Aquinas teaches: «Gratia non tollit naturam sed eam perficit» (Summa Theologiae, I, I, 8 ad 2). The Holy Spirit is not the magic wand that automatically and unquestionably dictates the right choices but is the attentive observer of the dialogue of man with God, he is there to support this dialogue for the good of the Church and for the salvation of man. But when man separates himself from his accompaniment, we experience all the discomforts of destabilizing and divisive choices. In this case — as Cardinal Joseph Ratzinger said — the only security that the Holy Spirit offers is that among the various falls and stubbornness of man and the Church, everything will not be totally and irreparably ruined.

The Holy Spirit still has to patch us up, we trust in this with the wisdom of the Roman people, with whom we agree when they say that «when a Pope dies, another is always made». This is encouraging, this is what we desire and together we hope that the next Roman Pontiff Bishop of Rome will be given by God, not tolerated by human agreements, nor inflicted as the result of the anti-spirit.

Sanluri, April 30, 2025

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