Il dilemma dell’Intelligenza Artificiale e l’uomo creato a immagine di Dio. Una riflessione a partire dalla “Antiqua et Nova” — The dilemma of Artificial Intelligence and man created in the image of God. A reflection starting from “Antiqua et Nova”

(English text after the Italian)

 

IL DILEMMA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E L’UOMO CREATO AD IMMAGINE DI DIO. UNA RIFLESSIONE A PARTIRE DALLA ANTIQUA ET NOVA 

Il rischio di generare con l’IA un pericolo che colpisca tutta l’umanità nella sua totalità è grande ed alle porte. Come avvenuto nel caso dell’uso del nucleare in ambito militare. Uno sviluppo che, forse inatteso, o forse si, in origine aveva degli intenti buoni: pensiamo alla medicina nucleare per la diagnostica tramite dispositivi avanzati. Poi all’improvviso, dal guarire, il nucleare è diventato sinonimo di morte immediata e generalizzata. Così potrebbe succedere anche per l’IA. 

— Le pagine di Thelogica —

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Immaginiamo di ricevere una telefonata. Dall’altra parte una voce gentile offre la soluzione a un problema che ci assilla da tempo, oppure propone un investimento irrinunciabile con parole estremamente convincenti, o, semplicemente, ci offre un cambio di tariffa per le utenze.

Altro scenario. Pensiamo a un artista che, dopo anni di silenzio, pubblica un nuovo brano musicale che commuove milioni di persone. Ma poi accade, dopo un po’ di tempo, che ci venga rivelato che in entrambi i casi, sia la voce del call center che proponeva le offerte, sia la composizione dell’artista, provenivano non da un essere umano, bensì da un software capace di imitarlo alla perfezione. Forse, senza saperlo, abbiamo già interagito con simili creazioni, tanto raffinate da sembrare umane, poiché esse non sono più solo trame di film futuristici, ma scenari che l’Intelligenza Artificiale sta rendendo sempre più concreti e che ci interpellano profondamente. A questo link potete leggere la Nota dei dicasteri per la Dottrina della fede e per la Cultura e l’Educazione sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana.

L’intelligenza Artificiale (da ora in poi: IA) è una realtà che sta rapidamente trasformando il nostro mondo, interpellando la comprensione dell’essere umano e il suo posto nella creazione. Desidero, perciò, esplorare questo argomento senza timore, con quello sguardo attento e illuminato che solo la fede e la Tradizione della Chiesa sanno offrire, cercando di discernere le opportunità e le sfide che esso ci prospetta. Recentemente, nel gennaio di quest’anno, è uscita una Nota vaticana su questi temi, da parte dei Dicasteri per la Dottrina della Fede e per la Cultura e l’Educazione, che riporta l’emblematico titolo di Antiqua et Nova e che vorrei qui richiamare. Infine, vorrei offrire qualche personale considerazione.

IA: DEFINIZIONE E RAPPORTO CON L’UOMO

L’IA, secondo la Nota Antiqua et Nova, ha mosso i suoi primi passi oltre mezzo secolo fa, con l’ambizioso obiettivo di creare macchine capaci di compiere azioni che, se fatte da un essere umano, riterremmo intelligenti. Inizialmente, si sono sviluppate forme di IA cosiddetta «ristretta», specializzata in compiti specifici, come analizzare enormi moli di dati o scoprire nuove vie di ricerca. Queste tecnologie possono oggi imitare, e in certi casi sostituire, l’uomo in alcuni processi cognitivi. Pensiamo all’analisi di informazioni complesse, al ragionamento logico applicato a problemi definiti, all’interpretazione di immagini o al riconoscimento dei volti. È importante comprendere, però, che la prospettiva con cui nasce e opera l’IA è eminentemente funzionale: essa è concepita per risolvere problemi specifici dove il comportamento intelligente umano ne offre il modello.

Dopo questa fase iniziale, visto il progresso inarrestabile che sta avendo, possiamo già porci qualche domanda, a mo’ di riflessione, sul rapporto fra la macchina intelligente e l’idea, proveniente dalla Rivelazione cristiana, che l’uomo sia immagine di Dio, imago Dei, e perciò intelligente. Quale differenza sussiste, quindi, fra l’uomo, come lo concepisce la Rivelazione, e l’IA? Quali problemi di etica soggiacciono all’utilizzo dell’IA, soprattutto quando questo ha un impatto sulla vita degli esseri viventi e sul creato?  

L’intelligenza umana, per noi cristiani, è molto più di una semplice capacità di calcolo o di risoluzione di problemi. Essa è un riflesso caratteristico dell’essere l’uomo imago Dei, ad immagine di Dio (Gen 1,26). Infatti, è radicata nella persona intera, unione inscindibile di anima e di corpo. L’intelligenza dell’uomo si manifesta attraverso la razionalità, ma anche attraverso la corporeità, ovvero la sua capacità intrinseca di entrare in relazione con Dio, con le persone e con il creato; e possiede una sua profonda connessione con la ricerca della verità e del bene. L’intelligenza umana coinvolge, dunque, la totalità del nostro essere: la parte spirituale, il mondo cognitivo, la realtà fisica, corporea e relazionale. L’IA, per quanto sofisticata e ben ingegnerizzata, possiede al contrario dei limiti intrinseci. Essa opera prevalentemente nell’ambito logico-computazionale. Manca di discernimento morale autentico e non è capace di generare relazioni vere, quelle che nutrono lo spirito. Di conseguenza, è deficitaria di quell’apertura costitutiva al bene e al vero che caratterizza l’essere umano. L’IA può simulare il ragionamento, può offrire un ausilio prezioso, ma non apprende attraverso l’esperienza vissuta, corporea, e non possiede la comprensione interpretativa, quella sapienza che nasce dal cuore e dall’intelletto uniti.

LE IMPLICAZIONI ETICHE E ANTROPOLOGICHE: LA DIGNITÀ UMANA COME FARO

Di fronte allo sviluppo inesorabile dell’IA, la Chiesa si richiama a un principio guida irrinunciabile: la promozione della dignità di ogni essere umano e l’accompagnamento verso la pienezza della sua vocazione. Questo è il criterio fondamentale di discernimento per ogni applicazione tecnologica: lo sviluppo umano integrale, dal quale conseguono grandi responsabilità. L’essere umano, in quanto agente morale, è sempre responsabile dell’IA. Chi la programma è responsabile della sua attivazione e delle sue logiche interne, così chi la utilizza è responsabile delle finalità e delle modalità del suo impiego. Non dobbiamo mai delegare il giudizio morale o le decisioni fondamentali che toccano la vita e il destino delle persone a una macchina. È richiesta una profonda prudenza, affinché l’IA sia sempre a servizio dell’uomo e della sua dignità e mai il contrario. Esiste, infatti, il rischio di una «funzionalizzazione» dell’intelligenza stessa. Se la riduciamo a mero calcolo, finiamo per avere una visione riduttiva anche dell’uomo, considerandolo solo per la sua efficienza o utilità, dimenticando le dimensioni più profonde della sua esistenza. Da evitare anche l’«antropomorfizzazione» della IA, ovvero cercare di rappresentarla come se fosse una persona; un rischio in cui potrebbero incorrere soprattutto i giovani o le persone più fragili. Farlo, soprattutto per scopi manipolatori o fraudolenti, costituisce una grave mancanza etica, poiché può indurre schemi di interazione utilitaristici e impoverire la percezione delle relazioni umane autentiche, ad esempio quella tra studente e insegnante.

L’APPLICAZIONE DELLA IA IN DIVERSI SETTORI E RELATIVE QUESTIONI SPECIFICHE

La nota Antiqua et Nova sottolinea alcuni campi di applicazione dell’IA nei diversi settori della vita quotidiana e culturale e la relazione che ciò ha con l’etica. Per esempio, nella Sanità, l’IA offre un potenziale immenso. Diagnosi più precise, sviluppo di nuovi trattamenti, facilitazione dell’accesso alle cure. Tuttavia, il rischio è che la macchina si interponga eccessivamente nella relazione tra paziente e operatore sanitario, che rappresenta un cardine della cura. La solitudine del malato potrebbe acuirsi. Sarebbe bene che le decisioni terapeutiche rimangano sempre nelle mani delle persone. Vi è anche il pericolo che l’IA amplifichi le disuguaglianze, favorendo una «medicina per ricchi», per chi, avendo mezzi, può permettersela, a scapito dell’accesso universale alle cure.

Un altro campo di applicazione è rappresentato dall’Educazione. Qui l’’IA può essere una risorsa preziosa, migliorando l’accesso all’istruzione e offrendo supporto personalizzato, specie in contesti poveri di risorse. Ma non potrà sostituire del tutto la relazione viva tra insegnante e studente, fondamentale per la crescita integrale della persona. Un ricorso eccessivo o esclusivo all’IA può generare dipendenza o atrofizzare la capacità di apprendere e agire autonomamente. Alcuni strumenti, anziché stimolare il pensiero critico, potrebbero addirittura fornire risposte preconfezionate. L’obiettivo dovrebbe essere sempre quello di promuovere la capacità di pensare con la propria testa.

Per ciò che concerne l’ambito della informazione, da un lato l’IA può aiutare a comprendere fatti complessi e a ricercare la verità, dall’altro esiste la possibilità che possano prodursi contenuti falsi, però estremamente realistici, i cosiddetti deep fake. L’uso di tali strumenti per ingannare o danneggiare è una grave violazione etica che distorce il nostro rapporto con la realtà. Produttori e utenti di IA hanno la responsabilità di assicurare la veridicità delle informazioni e di evitare la diffusione di materiale lesivo della dignità.

Legato al tema dell’informazione vi è anche quello della privacy, per il fatto che bisogna sempre tenere presente che gli esseri umani sono esseri relazionali, e i nostri dati digitali sono un’espressione di questa natura. La privacy è volta a proteggere gli spazi intimi della vita e garantire la libertà. L’IA, capace di rilevare schemi di pensiero e comportamento da pochi dati, rende questa tutela ancora più urgente. Non è giustificabile un uso dell’IA finalizzato al controllo indiscriminato, allo sfruttamento, alla limitazione della libertà o al vantaggio di pochi a danno di molti. Dobbiamo resistere alla tentazione di identificare la persona come un semplice insieme di dati, come avviene, ad esempio, nelle pratiche di social scoring.

L’IA ha dimostrato, di avere applicazioni promettenti nel campo della custodia e salvaguardia del creato. Potrebbe aiutarci a migliorare il nostro rapporto con l’ambiente, ad esempio nella gestione degli eventi climatici estremi. Tuttavia, gli attuali modelli di IA e l’hardware necessario richiedono enormi quantità di energia e acqua, contribuendo così all’impatto ambientale. I grandi modelli linguistici, in particolare, necessitano di una notevole potenza di calcolo e di infrastrutture di stoccaggio dati. La soluzione, come ci ricorda l’Enciclica Laudato Si’, non risiede solo nella tecnica, ma in un cambiamento del cuore umano.

Nel contesto militare e bellico, le capacità analitiche dell’IA potrebbero, in teoria, aiutare la ricerca della pace. Tuttavia, l’impiego dell’IA in questi ambiti, specialmente per quanto riguarda i sistemi d’arma autonomi letali (LAWS), è estremamente problematico. Queste macchine mancano della capacità umana di giudizio morale e sollevano gravissime questioni etiche. Lo sviluppo di armamenti basati sull’IA deve essere sottoposto al più rigoroso controllo etico, nel pieno rispetto della dignità umana e della sacralità della vita. Infine, nel settore delicato e fragile dell’economia e nel lavoro, l’IA può certamente aumentare la produttività, facendosi carico di compiti ripetitivi. Ma la crescente dipendenza dalla tecnologia digitale nell’economia rischia di impoverire la diversità delle comunità locali. Nel mondo del lavoro c’è il pericolo che i lavoratori siano costretti ad adattarsi ai ritmi disumanizzanti delle macchine e che il lavoro stesso perda il suo valore intrinseco. L’efficienza ottenuta a scapito dell’umanità è un prezzo troppo alto. L’IA deve assistere, non sostituire, il giudizio umano; non deve degradare la creatività, né ridurre i lavoratori a semplici ingranaggi di un sistema.

ESISTE UNA RELAZIONE FRA IA E IL PERSONALE RAPPORTO CON DIO?

Un’ultima, ma non meno importante riflessione, riguarda il rapporto tra l’IA e la nostra dimensione spirituale. In una società che tende ad allontanarsi dal legame con il trascendente, può sorgere la tentazione di rivolgersi all’IA, specialmente alle sue forme più avanzate e futuribili, come l’Intelligenza Artificiale Generale (AGI, nella sigla inglese), in cerca di risposte ultime, di un senso di pienezza che, in verità, dovrebbe per un credente trovare autentica soddisfazione solo nella comunione con Dio. La presunzione di poter sostituire Dio con un’opera delle nostre mani è, e sempre sarà, una forma di idolatria. L’Intelligenza Artificiale è un prodotto dell’ingegno umano, un’impronta della nostra creatività. Ma non ha un cuore, non ha un’anima, e non potrà mai sostituire il rapporto vivo e personale che ogni uomo è chiamato ad avere con il suo Creatore.

PER UN’IA AL SERVIZIO DEL BENE COMUNE

La riflessione cristiana sull’Intelligenza Artificiale integra la tecnologia all’interno di una visione più ampia e profonda della natura umana, della sua vocazione e del disegno amorevole di Dio. L’IA è uno strumento potente, ricco di potenzialità benefiche ma anche portatore di rischi significativi. La chiave per un suo utilizzo etico e saggio risiede, innanzitutto, nella chiara distinzione tra l’intelligenza umana e quella artificiale, nella consapevolezza dei limiti intrinseci di quest’ultima e, soprattutto, nella costante assunzione di responsabilità morale da parte dell’uomo che la progetta, la sviluppa e la impiega. La dignità umana deve rimanere il criterio supremo per valutare ogni applicazione dell’IA. È fondamentale evitare di confondere la macchina con la persona e vigilare affinché l’IA non diventi strumento di controllo, disuguaglianza, disinformazione o di sostituzione delle relazioni umane autentiche e del nostro rapporto con la realtà e con Dio. La prudenza e il discernimento morale, illuminati dai principi perenni della dottrina sociale della Chiesa, sono essenziali per garantire che l’Intelligenza Artificiale contribuisca realmente al progresso umano integrale e al bene comune. Come ogni altra tecnologia, anche l’IA può essere parte di una risposta consapevole e responsabile alla vocazione dell’umanità a operare il bene e a custodire il mondo che ci è stato affidato. Sia questo il nostro impegno: guidare lo sviluppo e l’uso dell’Intelligenza Artificiale con sapienza, responsabilità e cuore, perché sia veramente a servizio di ogni uomo e di tutto l’uomo.

PROGRESSO TECNOLOGICO, RESPONSABILITÀ UMANA E LA RICERCA DELLA VERA SAPIENZA

Antiqua et nova sottolinea che l’inarrestabile avanzata della tecnologia, in particolare dell’IA, pone l’umanità di fronte a sfide cruciali che interpellano la sua coscienza, i suoi valori e il suo stesso concetto di progresso. Come ha sottolineato Papa Francesco, esiste un’urgenza impellente affinché lo sviluppo della responsabilità, dei valori e della coscienza proceda di pari passo con l’incremento delle possibilità offerte dalla tecnologia. Infatti, con l’aumentare della potenza a disposizione dell’uomo, si espande proporzionalmente anche la sua responsabilità individuale e collettiva. In questo contesto, la domanda essenziale che risuona con forza è se, attraverso questo progresso, l’essere umano diventi veramente migliore: più maturo spiritualmente, più consapevole della dignità intrinseca della sua umanità, più responsabile nelle sue scelte, più aperto all’altro, specialmente ai più bisognosi e vulnerabili, e più incline a offrire aiuto e solidarietà. Questo interrogativo fondamentale deve guidare ogni riflessione e azione riguardante le nuove tecnologie.

Diventa quindi decisiva una capacità critica verso le singole applicazioni tecnologiche, analizzandole nei loro contesti specifici. Come abbiamo detto più volte, l’obiettivo di tale discernimento è determinare se esse effettivamente promuovano la dignità umana, la pienezza della vocazione di ogni persona e il bene comune dell’intera famiglia umana. Gli effetti delle diverse applicazioni dell’IA, come per molte altre tecnologie, possono non essere immediatamente prevedibili nelle loro fasi iniziali. Man mano che tali applicazioni e il loro impatto sulla società diventano più chiari, è imperativo che si attivino meccanismi di riscontro e adeguamento a tutti i livelli, dai singoli utenti alle famiglie, dalla società civile alle imprese, dalle istituzioni governative alle organizzazioni internazionali. Ciascun attore, secondo il principio di sussidiarietà e nell’ambito delle proprie competenze, è chiamato a impegnarsi affinché l’uso dell’IA sia sempre orientato al bene di tutti.

Una sfida significativa, che si configura al contempo come una grande opportunità per il bene comune, risiede nel considerare la tecnologia all’interno di un orizzonte di «intelligenza relazionale». Questo approccio valorizza l’intrinseca interconnessione tra i singoli individui e tra le comunità, esaltando la responsabilità condivisa nel promuovere il benessere integrale di ogni persona. Il filosofo Nikolaj Berdjaev ammoniva circa la tendenza a incolpare le macchine per i problemi individuali e sociali, un atteggiamento che sminuisce l’uomo e non rispecchia la sua dignità[1]. È infatti indegno trasferire la responsabilità dall’essere umano, unico soggetto capace di agire moralmente, a un artefatto tecnologico. Le sfide poste da una società sempre più tecnologizzata riguardano, in ultima analisi, lo spirito umano. Per affrontarle adeguatamente, si rende necessario un profondo rinvigorimento della sensibilità spirituale.

L’irruzione dell’IA sulla scena mondiale lancia anche un appello pressante a rinnovare la valorizzazione di tutto ciò che è autenticamente umano. Come osservava acutamente lo scrittore Georges Bernanos, il vero pericolo non risiede tanto nella proliferazione delle macchine, quanto nel crescente numero di persone abituate, sin dalla giovane età, a desiderare unicamente ciò che le macchine possono offrire. Questa intuizione rimane di stringente attualità: la rapida digitalizzazione comporta il rischio di un «riduzionismo digitale», una tendenza a mettere da parte, dimenticare o considerare irrilevanti tutte quelle esperienze umane non quantificabili o non traducibili in termini formali e calcolabili. È fondamentale, invece, che l’IA venga impiegata come uno strumento complementare all’intelligenza umana, senza mai pretendere di sostituirne la ricchezza, la complessità e l’intuizione. Coltivare quegli aspetti della vita umana che trascendono il mero calcolo è di cruciale importanza per preservare un’«autentica umanità», quella dimensione profonda che, come una nebbia sottile, sembra quasi impercettibilmente abitare e resistere anche nel cuore della civiltà tecnologica.

Di fronte alla vasta estensione della conoscenza oggi accessibile, che avrebbe meravigliato le generazioni passate, è indispensabile compiere un passo ulteriore: andare oltre la semplice accumulazione di dati per sforzarsi di raggiungere la vera sapienza. Senza questo passaggio, i progressi scientifici e tecnologici rischiano di rimanere umanamente e spiritualmente sterili.

Questa sapienza, definita da Papa Francesco come «sapienza del cuore», è il dono di cui l’umanità ha più disperatamente bisogno per affrontare le profonde questioni e le complesse sfide etiche poste dall’IA. Solo dotandoci di uno sguardo spirituale, solo recuperando questa sapienza che sgorga dal cuore, possiamo leggere e interpretare con profondità le novità del nostro tempo. È una virtù che permette di tessere insieme il tutto e le parti, le decisioni e le loro conseguenze, a lungo termine. L’umanità non può pretendere di ricevere questa sapienza dalle macchine; essa, come insegnano le Scritture, si lascia trovare da chi la cerca con cuore sincero, si manifesta a chi la ama, previene chi la desidera e va attivamente in cerca di chi ne è degno. In un mondo sempre più plasmato dall’IA, abbiamo un bisogno vitale della grazia dello Spirito Santo, che ci permette di vedere le cose con gli occhi di Dio, di comprendere le connessioni profonde, le situazioni, gli avvenimenti e di scoprirne il senso ultimo. La misura della perfezione delle persone, infatti, non è data dalla quantità di dati e conoscenze che possono accumulare, ma dal loro grado di carità. Di conseguenza, il modo in cui l’IA viene adottata e impiegata per includere gli ultimi, i fratelli e le sorelle più deboli e bisognosi, diventa la misura rivelatrice della nostra stessa umanità. Questa sapienza, radicata nell’amore, può illuminare e guidare un uso della tecnologia che sia autenticamente centrato sull’essere umano. Un tale approccio può contribuire a promuovere il bene comune, ad avere cura della «casa comune», ad avanzare nella ricerca della verità, a sostenere lo sviluppo umano integrale e a favorire la solidarietà e la fraternità universale, orientando infine l’umanità verso il suo fine ultimo: la comunione felice e piena con Dio.

In questa prospettiva, i credenti sono chiamati a operare come agenti responsabili, capaci di utilizzare questa tecnologia per promuovere una visione autentica della persona umana e della società. Ciò parte da una comprensione del progresso tecnologico non come fine a sé stesso, ma come parte del disegno provvidente di Dio per la creazione: un’attività che l’umanità è chiamata a orientare e ordinare verso il Mistero Pasquale di Gesù Cristo, nella costante e instancabile ricerca del Vero e del Bene.

CONCLUSIONI

Il rischio di generare con l’IA un pericolo che colpisca tutta l’umanità nella sua totalità è grande ed alle porte. Come avvenuto nel caso dell’uso del nucleare in ambito militare. Uno sviluppo che, forse inatteso, o forse si, in origine aveva degli intenti buoni: pensiamo alla medicina nucleare per la diagnostica tramite dispositivi avanzati. Poi all’improvviso, dal guarire, il nucleare è diventato sinonimo di morte immediata e generalizzata. Così potrebbe succedere anche per l’IA. Se il nucleare rischia di andare a ledere il corpo, l’IA rischia di ledere la mente e l’intelletto, dunque lo spirito. Facciamone un uso sapienziale. Riscoprire, come si diceva più sopra, una sapienza del cuore che è sguardo contemplativo della realtà, in grado di gustare, percepire e penetrare con l’aiuto della grazia il mondo, la società, l’epoca storica che viviamo per viverlo con la virtù di fede, speranza e carità, per mezzo dei frutti dello Spirito Santo.

Solo con questo sguardo, l’IA non solo non sarà pericolosa, ma diventerà uno strumento utile, quasi essenziale per rispondere velocemente alle sfide del nostro tempo. Un’IA non può mai santificarsi, non può mai ricevere la grazia, ma l’uomo che la destina per fini buoni sì. Impariamo ad usarla bene: senza paura, senza demonizzarla, non come un idolo da adorare, ma come strumento di miglioramento. Un nostro imperativo sarà quello di usarla non tralasciando la mente, il cuore e lo spirito umani. Come da sempre hanno fanno i credenti, con qualsiasi strumento artefatto nato dall’ingegno. In questo modo aiuteremo coloro che sempre più utilizzeranno le IA a farne uno strumento di promozione e, perché no, di aiuto al cammino di chi cerca Dio.

Santa Maria Novella in Florence, June 21, 2025

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[1] Berdjaev N., «Man and Machine», in C. Mitcham – R. Mackey (edd.), Philosophy and Technology: Readings in the Philosophical Problems of Technology, The Free Press, New York 1983, 212-213.

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THE DILEMMA OF ARTIFICIAL INTELLIGENCE AND MAN CREATED IN THE IMAGE OF GOD. A REFLECTION STARTING FROM “ANTIQUA ET NOVA

The risk of generating with AI a danger that affects all humanity in its entirety is great and upon us. As happened in the case of the use of nuclear power in the military field. A development that, perhaps unexpectedly, or perhaps yes, originally had good intentions: think of nuclear medicine for diagnostics through advanced devices. Then suddenly, from healing, nuclear power has become synonymous with immediate and generalized death. The same could happen with AI.

the pages of thelogica

 

Author:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Imagine receiving a phone call. On the other end, a kind voice offers the solution to a problem that has been bothering us for a long time, or proposes an essential investment with extremely convincing words, or simply offers us a change in the rate for the telephone service.

Another example: think of an artist who, after years of silence, publishes a new piece of music that moves millions of people. But then, after some time, it happens that it is revealed to us that in both cases, both the voice of the call center that proposed the offers, and the composition of the artist, did not come from a human being, but from a software capable of imitating him perfectly. Perhaps, without knowing it, we have already interacted with similar creations, so refined that they seem human, since they are no longer just plots of futuristic films, but scenarios that Artificial Intelligence is making increasingly concrete and that question us deeply. At this link you can read the Note of the dicasteries for the Doctrine of the Faith and for Culture and Education on the relationship between artificial intelligence and human intelligence.

Artificial Intelligence (hereafter: AI) is a reality that is rapidly transforming our world, challenging the understanding of the human being and his place in creation. I would therefore like to explore this topic without fear, with that attentive and enlightened gaze that only faith and the Tradition of the Church can offer, seeking to discern the opportunities and challenges that it presents to us. Recently, in January of this year, a Vatican Note on these themes was released by the Dicasteries for the Doctrine of the Faith and for Culture and Education, which bears the emblematic title of Antiqua et Nova and which I would like to recall here. Finally, I would like to offer some personal considerations.

AI: DEFINITION AND RELATIONSHIP WITH MAN

According to the Nota “Antiqua et Nova”, AI took its first steps over half a century ago, with the ambitious goal of creating machines capable of performing actions that, if done by a human being, we would consider intelligent. Initially, forms of so-called “narrow” AI were developed, specializing in specific tasks, such as analyzing huge amounts of data or discovering new avenues of research. These technologies can now imitate, and in some cases replace, humans in some cognitive processes. Think of the analysis of complex information, logical reasoning applied to defined problems, the interpretation of images or facial recognition. It is important to understand, however, that the perspective from which AI is born and operates is eminently functional: it is designed to solve specific problems where intelligent human behavior offers the model.

After this initial phase, given the unstoppable progress it is having, we can already ask ourselves some questions, as a reflection, on the relationship between the intelligent machine and the idea, coming from Christian Revelation, that man is the image of God, “imago Dei”, and therefore intelligent. What difference exists, therefore, between man, as conceived by Revelation, and AI? What ethical problems underlie the use of AI, especially when this has an impact on the life of living beings and on creation?

Human intelligence, for us Christians, is much more than a simple ability to calculate or solve problems. It is a characteristic reflection of being the man, in the image of God “imago Dei” (Gen 1:26). In fact, it is rooted in the whole person, an inseparable union of soul and body. Human intelligence manifests itself through rationality, but also through corporeality, that is, its intrinsic capacity to enter into a relationship with God, with people and with creation; and it has its own profound connection with the search for truth and goodness. Human intelligence therefore involves the totality of our being: the spiritual part, the cognitive world, the physical, corporeal and relational reality. AI, however sophisticated and well-engineered, on the contrary has intrinsic limits. It operates mainly in the logical-computational field. It lacks authentic moral discernment and is not capable of generating true relationships, those that nourish the spirit. Consequently, it lacks that constitutive openness to good and truth that characterizes the human being. AI can simulate reasoning, it can offer valuable assistance, but it does not learn through lived, bodily experience, and it does not possess interpretative understanding, that wisdom that comes from the heart and the intellect united.

ETHICAL AND ANTHROPOLOGICAL IMPLICATIONS: HUMAN DIGNITY AS A LIGHTHOUSE

Faced with the inexorable development of AI, the Church calls upon an indispensable guiding principle: the promotion of the dignity of every human being and accompaniment towards the fullness of his or her vocation. This is the fundamental criterion of discernment for every technological application: integral human development, from which great responsibilities ensue. The human being, as a moral agent, is always responsible for AI. Those who program it are responsible for its activation and its internal logic; likewise, those who use it are responsible for the purposes and methods of its use. We must never delegate moral judgment or fundamental decisions that affect the life and destiny of people to a machine. Profound prudence is required, so that AI is always at the service of man and his dignity and never the other way around. There is, in fact, the risk of a “functionalization” of intelligence itself. If we reduce it to mere calculation, we end up having a reductive vision of man too, considering him only for his efficiency or usefulness, forgetting the deeper dimensions of his existence. We should also avoid the “anthropomorphization” of AI, that is, trying to represent it as if it were a person; a risk that could especially be incurred by young people or the most fragile people. Doing so, especially for manipulative or fraudulent purposes, constitutes a serious ethical failing, as it can induce utilitarian patterns of interaction and impoverish the perception of authentic human relationships, such as that between student and teacher.

 THE APPLICATION OF AI IN DIFFERENT SECTORS AND RELATED SPECIFIC QUESTIONS

The note “Antiqua et Nova” highlights some fields of application of AI in the different sectors of daily and cultural life and the relationship that this has with ethics. For example, in Healthcare, AI offers immense potential. More precise diagnoses, development of new treatments, facilitation of access to care. However, the risk is that the machine will excessively intervene in the relationship between patient and healthcare professional, which is a cornerstone of care. The loneliness of the patient could worsen. It would be good for therapeutic decisions to always remain in the hands of people. There is also the danger that AI will amplify inequalities, favoring a “medicine for the rich”, for those who, having the means, can afford it, to the detriment of universal access to care. Another field of application is Education. Here AI can be a precious resource, improving access to education and offering personalized support, especially in contexts poor in resources. But it cannot completely replace the living relationship between teacher and student, which is fundamental for the integral growth of the person. An excessive or exclusive use of AI can generate dependency or atrophy the ability to learn and act autonomously. Some tools, instead of stimulating critical thinking, could even provide prepackaged answers. The goal should always be to promote the ability to think for oneself.

In the area of ​​information, on the one hand, AI can help understand complex facts and seek the truth, on the other hand, there is the possibility that false but extremely realistic content, the so-called deep fakes, may be produced. The use of such tools to deceive or harm is a serious ethical violation that distorts our relationship with reality. Producers and users of AI have the responsibility to ensure the truthfulness of information and to avoid the dissemination of material that is harmful to dignity.

Linked to the topic of information is also that of privacy, due to the fact that we must always keep in mind that human beings are relational beings, and our digital data are an expression of this nature. Privacy is aimed at protecting the intimate spaces of life and guaranteeing freedom. AI, capable of detecting thought patterns and behavior from a few data, makes this protection even more urgent. The use of AI aimed at indiscriminate control, exploitation, limitation of freedom or the advantage of a few to the detriment of many is not justifiable. We must resist the temptation to identify the person as a simple set of data, as happens, for example, in social scoring practices.

AI has shown promising applications in the field of stewardship and protection of creation. It could help us improve our relationship with the environment, for example in managing extreme weather events. However, current AI models and the necessary hardware require enormous amounts of energy and water, thus contributing to environmental impact. Large language models, in particular, require considerable computing power and data storage infrastructure. The solution, as the Encyclical “Laudato Si’ ” reminds us, lies not only in technology, but in a change of the human heart.

In the context of military and warfare, the analytical capabilities of AI could, in theory, help in the pursuit of peace. However, the use of AI in these areas, especially in the context of lethal autonomous weapon systems (LAWS), is extremely problematic. These machines lack the human capacity for moral judgment and raise very serious ethical questions. The development of AI-based weaponry must be subjected to the strictest ethical scrutiny, with full respect for human dignity and the sanctity of life. Finally, in the delicate and fragile sector of the economy and in work, AI can certainly increase productivity by taking on repetitive tasks. But the growing dependence on digital technology in the economy risks impoverishing the diversity of local communities. In the world of work, there is a danger that workers will be forced to adapt to the dehumanizing rhythms of machines and that work itself will lose its intrinsic value. Efficiency gained at the expense of humanity is too high a price to pay. AI must assist, not replace, human judgment; It must not degrade creativity, nor reduce workers to mere cogs in a system.

IS THERE A RELATIONSHIP BETWEEN AI AND THE PERSONAL RELATIONSHIP WITH GOD?

A final, but no less important reflection concerns the relationship between AI and our spiritual dimension. In a society that tends to distance itself from the bond with the transcendent, the temptation may arise to turn to AI, especially to its most advanced and futuristic forms, such as Artificial General Intelligence (AGI), in search of ultimate answers, of a sense of fullness that, in truth, should for a believer find authentic satisfaction only in communion with God. The presumption of being able to replace God with a work of our hands is, and always will be, a form of idolatry. Artificial Intelligence is a product of human ingenuity, an imprint of our creativity. But it does not have a heart, it does not have a soul, and it will never be able to replace the living and personal relationship that every man is called to have with his Creator.

FOR AN AI AT THE SERVICE OF THE COMMON GOOD

Christian reflection on Artificial Intelligence integrates technology within a broader and deeper vision of human nature, its vocation and God’s loving plan. AI is a powerful tool, rich in beneficial potential but also carrying significant risks. The key to its ethical and wise use lies, first of all, in the clear distinction between human and artificial intelligence, in the awareness of the intrinsic limits of the latter and, above all, in the constant assumption of moral responsibility by the man who designs, develops and uses it. Human dignity must remain the supreme criterion for evaluating every application of AI. It is essential to avoid confusing the machine with the person and to ensure that AI does not become an instrument of control, inequality, disinformation or the replacement of authentic human relationships and our relationship with reality and with God. Prudence and moral discernment, enlightened by the perennial principles of the Social Doctrine of the Church, are essential to ensure that Artificial Intelligence truly contributes to integral human progress and the common good. Like any other technology, AI can also be part of a conscious and responsible response to humanity’s vocation to do good and to protect the world that has been entrusted to us. Let this be our commitment: to guide the development and use of Artificial Intelligence with wisdom, responsibility and heart, so that it may truly be at the service of every man and of all man.

TECHNOLOGICAL PROGRESS, HUMAN RESPONSIBILITY AND THE SEARCH FOR TRUE WISDOM

“Antiqua et nova” emphasizes that the unstoppable advance of technology, especially AI, presents humanity with crucial challenges that question its conscience, its values ​​and its very concept of progress. As the Holy Father Francis has emphasized, there is a pressing urgency for the development of responsibility, values ​​and conscience to proceed hand in hand with the increase in the possibilities offered by technology. In fact, as the power available to man increases, his individual and collective responsibility also expands proportionally. In this context, the essential question that resonates forcefully is whether, through this progress, the human being becomes truly better: more spiritually mature, more aware of the intrinsic dignity of his humanity, more responsible in his choices, more open to others, especially those most in need and vulnerable, and more inclined to offer help and solidarity. This fundamental question must guide every reflection and action regarding new technologies.

A critical capacity towards individual technological applications, analyzing them in their specific contexts, therefore becomes crucial. As we have said several times, the goal of such discernment is to determine whether they actually promote human dignity, the fullness of the vocation of each person and the common good of the entire human family. The effects of the different applications of AI, as with many other technologies, may not be immediately predictable in their initial phases. As these applications and their impact on society become clearer, it is imperative that feedback and adjustment mechanisms are activated at all levels, from individual users to families, from civil society to businesses, from government institutions to international organizations. Each actor, according to the principle of subsidiarity and within the scope of their own competences, is called to commit to ensuring that the use of AI is always oriented to the good of all.

A critical capacity towards individual technological applications, analyzing them in their specific contexts, therefore becomes crucial. As we have said several times, the goal of such discernment is to determine whether they actually promote human dignity, the fullness of the vocation of each person and the common good of the entire human family. The effects of the different applications of AI, as with many other technologies, may not be immediately predictable in their initial phases. As these applications and their impact on society become clearer, it is imperative that feedback and adjustment mechanisms are activated at all levels, from individual users to families, from civil society to businesses, from government institutions to international organizations. Each actor, according to the principle of subsidiarity and within the scope of their own competences, is called to commit to ensuring that the use of AI is always oriented to the good of all.

The emergence of AI on the world stage also launches a pressing call to renew the valorization of all that is authentically human. As the writer Georges Bernanos acutely observed, the real danger lies not so much in the proliferation of machines, but in the growing number of people accustomed, from a young age, to desiring only what machines can offer. This insight remains of pressing relevance: rapid digitalization carries the risk of “digital reductionism”, a tendency to set aside, forget or consider irrelevant all those human experiences that cannot be quantified or translated into formal and calculable terms. It is essential, instead, that AI be used as a complementary tool to human intelligence, without ever claiming to replace its richness, complexity and intuition. Cultivating those aspects of human life that transcend mere calculation is of crucial importance to preserve an “authentic humanity”, that profound dimension that, like a thin mist, seems almost imperceptibly to inhabit and resist even in the heart of technological civilization.

Faced with the vast extent of knowledge accessible today, which would have amazed past generations, it is essential to take a further step: to go beyond the simple accumulation of data to strive to achieve true wisdom. Without this step, scientific and technological progress risks remaining humanly and spiritually sterile.

This wisdom, defined by Holy Father Francis as “wisdom of the heart,” is the gift that humanity most desperately needs to address the profound questions and complex ethical challenges posed by AI. Only by equipping ourselves with a spiritual gaze, only by recovering this wisdom that flows from the heart, can we read and interpret with depth the novelties of our time. It is a virtue that allows us to weave together the whole and the parts, decisions and their consequences, in the long term. Humanity cannot expect to receive this wisdom from machines; it, as the Scriptures teach, allows itself to be found by those who seek it with a sincere heart, reveals itself to those who love it, anticipates those who desire it and actively seeks out those who are worthy of it. In a world increasingly shaped by AI, we have a vital need for the grace of the Holy Spirit, which allows us to see things with the eyes of God, to understand profound connections, situations, events and to discover their ultimate meaning. The measure of people’s perfection, in fact, is not given by the amount of data and knowledge they can accumulate, but by their degree of charity. Consequently, the way in which AI is adopted and used to include the least, the weakest and neediest brothers and sisters, becomes the revealing measure of our own humanity. This wisdom, rooted in love, can illuminate and guide a use of technology that is authentically centered on the human being. Such an approach can help promote the common good, care for the “common home”, advance the search for truth, support integral human development and foster solidarity and universal brotherhood, ultimately orienting humanity towards its ultimate end: happy and full communion with God.

In this perspective, believers are called to act as responsible agents, capable of using this technology to promote an authentic vision of the human person and society. This starts from an understanding of technological progress not as an end in itself, but as part of God’s provident plan for creation: an activity that humanity is called to orient and order towards the Paschal Mystery of Jesus Christ, in the constant and tireless search for the True and the Good.

CONCLUSIONS

The risk of generating with AI a danger that affects all humanity in its entirety is great and upon us. As happened in the case of the use of nuclear power in the military field. A development that, perhaps unexpectedly, or perhaps yes, originally had good intentions: think of nuclear medicine for diagnostics through advanced devices. Then suddenly, from healing, nuclear power has become synonymous with immediate and generalized death. The same could happen with AI. If nuclear power risks harming the body, AI risks harming the mind and the intellect, therefore the spirit. Let’s make it its own wisdom. Rediscover, as was said above, a wisdom of the heart that is a contemplative gaze on reality, capable of tasting, perceiving and penetrating with the help of grace the world, society, the historical era in which we live to live it with the virtue of faith, hope and charity, through the fruits of the Holy Spirit.

Only with this view, AI will not only not be dangerous, but will become a useful tool, almost essential to quickly respond to the challenges of our time. An AI can never sanctify itself, it can never receive grace, but the man who uses it for good purposes can. Let us learn to use it well: without fear, without demonizing it, not as an idol to be worshipped, but as a tool for improvement. Our imperative will be to use it without neglecting the human mind, heart and spirit. As believers have always done, with any artificial tool born of ingenuity. In this way we will help those who will increasingly use AI to make it a tool for promotion and, why not, for help on the path of those who seek God.

Santa Maria Novella in Florence, June 21, 2025

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I Padri dell’Isola di Patmos

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«Giubileo LGBT»? Ridateci gli antichi barbari, perché loro si convertirono, non pretesero di piegare la Chiesa ai propri disordini morali

«GIUBILEO LGBT»? RIDATECI GLI ANTICHI BARBARI, PERCHÈ LORO SI CONVETIRONO, NON PRETESERO DI CONVERTIRE LA CHIESA AI PROPRI DISORDINI MORALI

Certe iniziative variamente camuffate dagli arcobaleniti dietro denominazioni tipo “Cattolici Omosessuali” o “Cattolici LGBT”, hanno sempre nascosto una pericolosa insidia: negare il peccato, normalizzarlo come bene e far passare per amore il disordine morale.

— Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos —

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La caduta dell’Impero Romano coincise con le invasioni dei barbari discesi dal Nord dell’Europa animati da intenzioni tutt’altro che miti. Sebbene maschi rudi e guerrieri aggressivi, rimasero così affascinati dall’autorità e dall’autorevolezza dei nostri grandi Padri della Chiesa che si convertirono in massa al Cristianesimo. 

Sgombro subito il campo dai malintesi di chi esige mal intendere: né il sottoscritto né i Padri redattori di questa rivista intendono elargire a chicchessia giudizi morali, soprattutto se non richiesti. Come pastori in cura d’anime sappiamo che il peccatore va sempre accolto, compito e dovere nostro è respingere il peccato, non il peccatore. Più volte ho spiegato che se un sacerdote respingesse un peccatore tradirebbe nel modo peggiore la missione che Cristo ha affidato alla Chiesa:

«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrificio”. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9, 12-13). 

Certe iniziative variamente camuffate dagli arcobaleniti dietro denominazioni tipo “Cattolici Omosessuali” o “Cattolici LGBT”, hanno sempre nascosto una pericolosa insidia: negare il peccato, normalizzarlo come bene e far passare per amore il disordine morale per capovolgere la massima evangelica e dichiarare il malato in perfetta salute fisica e la malattia elemento di grande salute. Questa è la morale cattolica che è nostro dovere insegnare e ricordare all’occorrenza a tutti i battezzati che si proclamano credenti, senza impedire ai laicisti e ai non credenti di un mondo libero e liberale in cui vige il principio di libera Chiesa in libero Stato e dove i peccati sono cosa del tutto diversa dai reati e viceversa, di vivere la sessualità che vogliono, come vogliono e con chi vogliono, purché non vengano però a battere i piedi sopra i nostri altari pretendendo che certe condotte sessuali disordinate siano dichiarate buone e giuste dalla Chiesa, quindi accolte e benedette, perché ciò non è possibile. La Chiesa ha il dovere di benedire il peccatore pentito, non il peccato, né il peccatore fiero e orgoglioso di essere tale.

Accogliere gli omosessuali è doveroso, come esorta e insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica (cfr. nn. 2357-2359), ma prestando attenzione a impedire a gruppi ideologizzati di far entrare dentro la Chiesa il cavallo di Troia dei programmi e delle istanze LGBT. Sia infatti chiaro: a sbagliare non è la Chiesa dottrinalmente indefettibile che ha impresso certe precise parole nei numeri del Catechismo appena richiamati, ma gli autonominati «Cattolici LGBT» che rivendicano l’eccentrico “diritto” a vivere in stato di peccato mortale e che si cimentano nel pianto vittimistico (cfr. QUI). Quindi, se vogliono passare la Porta Santa nell’anno giubilare, lo facciano come tutti noi peccatori in cerca del perdono che redime e apre alla grazia di Dio, non in gruppo con lo sventolio delle bandiere arcobaleno LGBT, perché la Chiesa non può tollerare ad alcun titolo un Gay Pride giubilare dentro l’Arcibasilica Papale di San Pietro.

Quando i Barbari scesero dal Nord dell’Europa, del glorioso e ormai decaduto Impero Romano che fu, trovarono gli uomini truccati da donna con le parrucche in testa, intenti a darsi ai festini orgiastici con giovani efebici o con aitanti maschi neri importati a uso sessuale dai territori africani. In pratica trovarono il Gay Pride con tutti i suoi annessi e connessi, ed eravamo nel V secolo. Da allora a seguire, abbiamo forse dimenticato le lezioni della storia al punto da volerla ripetere più di prima e peggio di prima?

Dall’Isola di Patmos, 17 giugno 2025

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Tutti al mare col Mago Minutelma e gli auspici della Monaca di Ponza

TUTTI AL MARE COL MAGO MINUTELMA E GLI AUSPICI DELLA MONACA DI PONZA

Alessandro Minutella ha radunato i propri irriducibili a Monza, ma considerato il caldo estivo, tutto si svolgerà sulle coste dell’Isola di Ponza

– Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos –

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos 

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Il Marchese del Grillo insegnava: «Quando si scherza bisogna essere seri». Seguendo il suo alto insegnamento sapienziale, i Padri de L’Isola di Patmos sono convinti che a ciò che non è serio, ma solo grottesco, non va mai conferita serietà, solo pedagogiche prese di giro.

Cursus honorum: Alessandro Minutella è un presbitero dell’Arcidiocesi di Palermo incorso in scomunica latae sententiae per eresia e scisma per avere negata la legittimità e l’autorità del Romano Pontefice Francesco e dichiarato che i Sacramenti amministrati «in unione col falso pontefice della falsa Chiesa sono invalidi». Dopo la scomunica è stato colpito col provvedimento più estremo raramente inflitto ai presbìteri: la dimissione dallo stato clericale. Tutt’oggi prosegue nella sua opera devastante puntando su soggetti deboli e fragili privi di adeguata formazione cattolica che trasforma in fanatici fanatizzanti al proprio seguito. Dopo l’ultimo conclave ha dichiarato che anche il Sommo Pontefice Leone XIV è un falso papa invalidamente eletto.

 

Dall’Isola di Patmos, 14 giugno 2025

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Nell’illuminazione dello Spirito, noi vedremo la vera luce che illumina ogni uomo che viene nel mondo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

NELL’ILLUMINAZIONE DELLO SPIRITO, NOI VEDREMO LA VERA LUCE CHE ILLUMINA OGNI UOMO CHE VIENE NEL MONDO

Esistono due modi egualmente mortali di separare il Cristo dal suo Spirito: quello di sognare un Regno dello Spirito che porterebbe al di là del Cristo, e quello d’immaginare un Cristo che riporterebbe costantemente al di qua dello Spirito.

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Il profeta Isaia implorava: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi» (Is 63,19). Nella Pentecoste quell’antico desiderio è stato esaudito.

El Greco, “Pentecoste”, 1597-1600 (particolare) – Madrid, Museo del Prado

 

«Nella tua luce vedremo la luce», pregava il salmista (Sal 36,10) e San Basilio chiosava: «Nell’illuminazione dello Spirito, noi vedremo la vera luce che illumina ogni uomo che viene nel mondo». La Pentecoste è il compimento del mistero pasquale e rivelazione della vocazione cristiana. Lo Spirito, infatti, come un maestro al discepolo, insegna e fa ricordare, affinché Cristo dimori nel discepolo, ne divenga presenza interiore e intima. Non quindi esteriore, estrinseca o funzionale: il compimento della vocazione cristiana si avvera quando la vita di Cristo vive in noi. E la vocazione, o, se si vuole, l’essenziale della vita cristiana sotto la guida dello Spirito è la vita interiore, come capacità di far abitare in noi la parola del Signore, per meditarla, comprenderla, interpretarla e poi viverla. Leggiamo il Vangelo di questa Solennità:

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”» (Gv 14,15-16.23-26).

Il compimento della Pasqua del Signore implica l’inclusione del credente in questo fondamentale mistero e ciò avviene per mezzo del dono dello Spirito Santo. Egli favorisce il passaggio da Cristo al cristiano, dalla missione di Gesù a quella dei discepoli, come pure dalla predicazione e dall’azione di Gesù alla predicazione e all’azione dei credenti nella storia. Completa, cioè, il passaggio da Cristo alla Chiesa. Come afferma Gesù nel Vangelo, grazie allo Spirito, il credente comprende e ricorda la parola di Gesù e con la Sua forza la annuncia, vi risponde con la preghiera e vi obbedisce con la testimonianza. In questo modo l’evento pentecostale ci rivela chi è il credente, poiché accende la luce sulla vita secondo lo Spirito. Prendiamo ad esempio la preghiera. Grazie allo Spirito essa sorge in risposta alla Parola del Signore ascoltata e permette di invocare Dio col nome di Padre, Abbà, poiché i rinati dallo Spirito sono figli suoi, come ricorda l’Apostolo Paolo nell’odierna seconda lettura con parole rimaste famose:

«Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”. Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo» (Rm 8, 14-15).

Subito prima l’Apostolo aveva richiamato un altro aspetto intrinseco alla vita secondo lo spirito, quello della lotta interiore, che si contraddistingue per la rottura con la «carne» e l’egoismo:

«Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete».

Mentre invece il valore dell’annuncio e della testimonianza sono gli Atti degli Apostoli, la prima lettura di oggi, a sottolinearli, quando i discepoli iniziano a parlare la lingua dello Spirito, rendendo eloquente per tutti il messaggio delle grandi opere di Dio:

«Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?» (At 2,8). 

Tornando al Vangelo, possiamo brevemente riassumere come Gesù prepara i suoi a ricevere l’«altro» Paraclito. Nell’ultima Cena il cuore dei discepoli è turbato dall’annuncio imprevisto della partenza di Gesù (Gv 14,1). Finora egli era restato con loro (Gv 16,4; 14,25); ma adesso annuncia che rimarrà soltanto per poco tempo (Gv 13, 33): ben presto essi non lo vedranno più (Gv 16,11) perché va al Padre (Gv16,10). Tuttavia Gesù tornerà subito presso i suoi (Gv 14,18) non solo al momento delle apparizioni pasquali, ma per mezzo di una presenza tutta spirituale ed interiore: allora soltanto i discepoli saranno capaci di vederlo, in una contemplazione di fede (Gv14,19). E questa sarà opera dello Spirito Santo, il quale viene chiamato «un altro Paraclito» (Gv 14,16), perché continuerà presso i discepoli l’opera che il primo Paraclito, Gesù, ha iniziato. Nel grande conflitto che oppone Gesù e il mondo, lo Spirito avrà il compito di difendere la causa di Gesù presso i discepoli e di confermarli nella loro fede. In questo modo diventa interesse dei discepoli che il Cristo Gesù se ne vada, poiché senza questa dipartita il Paraclito non verrà presso di loro (Gv 16,7). Solo così il Padre donerà loro il Paraclito dietro richiesta di Gesù e nel nome di Gesù (Gv 14,16.26); anzi, il Cristo stesso da presso il Padre invierà loro il Paraclito (Gv 15,26). Questo Spirito che proviene dal Padre resterà coi discepoli per sempre (Gv 14,16), cioè fino alla fine dei tempi: durante tutta la sua permanenza qui in terra, la vita della Chiesa sarà caratterizzata dall’assistenza dello Spirito di verità.

San Giovanni ricorda che il Padre invierà lo Spirito Santo «nel nome di Gesù», come prima aveva detto che Gesù stesso stava sulla terra «nel nome di suo Padre» (Gv 5,43), in stretta comunione col Padre; egli infatti stava tra gli uomini per far conoscere il nome del Padre, per rivelare il Padre (cfr. Gv 17,6). Di qui si comprende meglio quel che intende dire Gesù quando annuncia che il Paraclito sarà inviato «nel suo nome». Non significa semplicemente che il Padre invierà lo Spirito dietro richiesta del Figlio, oppure in luogo o come rappresentante del Figlio, o ancora per continuare l’opera del Figlio. Il «nome» esprime qui quel che di più profondo esiste nella persona del Cristo Gesù, la sua qualità di Figlio, ed in quanto tale avrà una parte attiva nell’invio dello Spirito. Per questo motivo nei discorsi d’addio si trovano le due formule complementari: il Padre invierà lo Spirito nel nome di Gesù (Gv 14,26); il Figlio stesso invierà lo Spirito da presso il Padre. La formula «nel mio nome» indica dunque chiaramente la comunione perfetta tra il Padre e il Figlio quando Essi inviano lo Spirito. Senza dubbio l’origine di questa «missione» è il Padre ed è per questo che il Figlio invierà lo Spirito «da presso il Padre». Tuttavia anche il Figlio è principio di questo invio: e perciò il Padre invierà lo Spirito «nel nome del Figlio». Così il Padre e il Figlio sono entrambi principio di questa missione del Paraclito. Pertanto, se lo Spirito è inviato nel nome del Cristo Gesù, la sua missione sarà di rivelare il Cristo Gesù, di far conoscere il suo vero nome, quel nome di Figlio di Dio che esprime il mistero della sua persona: Il Paraclito dovrà suscitare la fede in Gesù Figlio di Dio.

Ma il Vangelo va oltre. La seconda metà del versetto (Gv 14,26) descrive il Paraclito «nell’ufficio di maestro di dottrina» (Reginald Garrigue Lagrange). Tale azione viene designata da due differenti verbi: «Egli vi insegnerà ogni cosa e vi farà ricordare tutto quel che io vi ho detto». Questa è una proposizione importante, perché ha dato adito a una tentazione ricorrente nella Chiesa, quella di introdurre nuove rivelazioni dovute allo Spirito. Una tentazione per nulla illusoria se ci ricordiamo il montanismo agli inizi della Chiesa e la corrente spiritualista di Gioacchino da Fiore nel Medioevo. Padre Henry de Lubac benissimo ha scritto:

«Esistono due modi egualmente mortali di separare il Cristo dal suo Spirito: quello di sognare un Regno dello Spirito che porterebbe al di là del Cristo, e quello d’immaginare un Cristo che riporterebbe costantemente al di qua dello Spirito».

Ma il Paraclito ai discepoli non porterà un Vangelo nuovo, nella vita e nell’insegnamento di Gesù, infatti, è contenuto tutto quel che dobbiamo conoscere in vista della costituzione del Regno di Dio e per attuare la nostra Salvezza. La funzione dello Spirito resta essenzialmente subordinata alla Rivelazione già portata da Gesù. «Insegnare» secondo Giovanni è quasi un verbo di rivelazione. Il Padre ha insegnato al Figlio quel che questi ha rivelato al mondo (Gv 8,28). Ma più spesso Gesù medesimo viene presentato come colui che insegna (Gv 6,59; 8,20). Tuttavia, questa dottrina del Cristo Gesù non deve rimanere estrinseca al credente, per questo Giovanni ha insistito fortemente sulla necessità di renderla interiore con l’accoglierla mediante una fede sempre più viva. Tale è il significato delle espressioni tipicamente giovannee «rimanere nella dottrina del Cristo» (2Gv 9), «rimanere nella sua parola» (Gv 8,31). Precisamente qui si pone l’azione dello Spirito: anch’egli «insegna». Egli insegna esattamente quello che è già stato insegnato da Gesù, ma per farlo penetrare nei cuori. Dunque, la Rivelazione ha una perfetta continuità: proveniente dal Padre, essa ci viene comunicata dal Figlio e tuttavia non raggiunge il suo termine che quando è penetrata nel più intimo di noi stessi e questo avviene per opera dello Spirito.

La natura esatta di questo insegnamento del Paraclito viene precisata da un altro verbo: egli «farà ricordare» tutto quel che Gesù ha detto. Questo tema del «richiamo» o del «ricordo» viene fortemente sottolineato dal quarto Vangelo. Giovanni osserva più d’una volta che dopo la partenza di Gesù i discepoli «si ricordarono» di questa o quell’altra parola o azione di Gesù, cioè essi ne colsero il vero significato e tutta la portata soltanto dopo la Resurrezione (Gv 2,17.22; 12,16). Proprio qui si colloca la funzione dello Spirito Santo: nel «ricordare» tutto quel che Gesù aveva detto, ma Egli non si limiterà soltanto a riportare alla loro memoria un insegnamento che altrimenti avrebbero rischiato di dimenticare. Il suo vero compito sarà di far comprendere nella loro interiorità le parole di Gesù, di farle afferrare alla luce della fede, di farne percepire tutte le virtualità, e le ricchezze per la vita della Chiesa. Dunque attraverso l’opera segreta del Paraclito il messaggio di Gesù non rimane più per noi esteriore ed alieno o semplicemente consegnato al passato; lo Spirito Santo l’interiorizza in noi e ci aiuta a penetrarlo spiritualmente perché noi vi scopriamo una parola di vita. Questa parola di Gesù, assimilata nella fede sotto l’azione dello Spirito, è quel che nella sua prima Lettera Giovanni chiama «l’olio d’unzione» che rimane in noi (1Gv 2,27). Lo Spirito agisce nell’intimo del credente affinché l’insegnamento di Gesù acquisti  un senso sempre più pieno (vv. 20 e ssg.) e lo istruisce su tutte le realtà; il cristiano è ormai «nato dallo Spirito» (Gv 3,8). Giunto a questo grado di maturità spirituale egli non ha più necessità d’essere istruito (1Gv 2,27): ormai importa unicamente ch’egli resti in Gesù e che si lasci istruire da Dio (cfr. Gv 6,45).

Dall’Eremo, 07 giugno 2025

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Povertà è riconoscere e custodire quanto ricevuto: i piccoli passi di Leone XIV per un pensiero cristiano sulla povertà

POVERTÀ È RICONOSCERE E CUSTODIRE QUANTO RICEVUTO: I PICCOLI PASSI DI LEONE XIV PER UN PENSIERO CRISTIANO SULLA POVERTÀ

Ci piacerebbe assistere ad altri passi concreti nel cammino di una povertà teologica e pastorale che interessi, ad esempio, la dignità del culto e delle chiese, cosa che il Serafico Padre San Francesco curava molto e non disdegnava di togliere qualcosa alla propria mensa per onorare la casa e l’altare del Signore donando la giusta dignità.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Ironizzava Indro Montanelli: «La Sinistra ama talmente i poveri che ogni volta che va al potere li aumenta di numero», così scriveva riferendosi a un concetto ideologico di povertà appartenente ad alcune correnti politiche.

(Gli aforismi di Indro Montanelli)

Questo grande maestro del giornalismo italiano conosceva bene la vita delle persone e la storia d’Italia e si era accorto come taluni paladini sociali non custodiscono e accompagnano la povertà e il povero ma lo utilizzano, spesso creando delle riserve protette in cui i termini di “povero” e di “povertà” vengono innalzati come un paravento per coprire le proprie distorsioni di pensiero o di illeciti.

Questo pericolo di travisamento non appartiene al solo mondo della politica e del sociale ma è anche presente all’interno della fede, in cui una condizione come quella della povertà bene si presta a trasmutare in qualcosa di alienante da Dio e dall’uomo. La storia del francescanesimo, ad esempio, conosce bene il rischio di un uso ideologico della povertà, in nome della quale si sono reclamate riforme, si sono pretese revisioni di stili di vita, si sono sognate nuove fondazioni fino all’imposizione di quella povertà violenta e aggressiva che è sfociata nell’eresia. Ahimè, nulla di tutto questo ha poi portato i frutti sperati, se non quelli della dispersione e dell’ulteriore divisione. La bellezza del francescanesimo più puro — vicino non tanto all’idea del fondatore ma a quella che Cristo ci ha consegnato — sta nello scegliere liberamente con letizia la povertà del Figlio di Dio senza imporla. Senza sognare un’ideologica «Chiesa povera per i poveri» ma arricchendo la Chiesa e gli uomini di quella essenzialità dell’unico necessario che, pur essendo ricco si è fatto per noi povero per arricchirci, proprio in virtù del suo essere l’Eterno presente.

Riguardo poi alla tendenza a trasmutare il significato di un valore e la sua parola corrispondente al fine di colpire i propri nemici, oggi tale uso è piuttosto frequente. Stesso discorso possiamo fare con altre parole come amore, diritti, inclusione e sinodalità. Non si tratta di una sola questione semantica o demagogica ma anzitutto di quel peccato di superbia tutto umano e pagano di chi ha la sicura pretesa e sicurezza di poter eliminare un male oggettivo a prescindere dall’intervento di Dio usando la volontà unità ad accordi e compromessi. Come non ricordare, a tal proposito, quel presunto movimento politico italiano venuto dal basso che aveva la pretesa di aver finalmente abolito la povertà ponendosi come il paradigma del novum in ambito politico. Beh, conosciamo tutti bene l’epilogo, il movimento si è riciclato e la povertà che si era detta abolita è magicamente ricomparsa.

Non dobbiamo farci delle illusioni in fatto di povertà, lo sappiamo bene da Gesù (cfr. Mc 14,7), questa è una tra le tante macchie endemiche della nostra creaturalità peccatrice che ci accompagnerà nel pellegrinaggio terreno fino alla ricapitolazione di questo nostro mondo, fino a quando Colui che deve venire si manifesterà glorioso e avrà posto tutti i nemici sotto i suoi piedi (cfr. Mt 11,2; 1 Cor 15,21). Del resto, Gesù stesso durante il suo ministero pubblico non ha eliminato la povertà materiale e la miseria ma ha insegnato a soccorrerla e intervenire davanti alle innumerevoli tipologie di povertà umana: di cibo, di salute, di senso, di relazioni, di bene, di Dio. I suoi discepoli, nel corso dei secoli successivi, pur santificandosi dentro i diversi contesti di povertà non sono mai riusciti ad abolirla del tutto. E questo vorrà pur dire qualcosa, perché non appaia come una vittoria dell’uomo ma di Dio che nel Figlio sottomette ogni cosa. Gesù non ci ha detto solo che i poveri ci sono e ci saranno sempre, ci ha detto primariamente che Lui c’è e che bisogna necessariamente partire da questa presenza concreta del Risorto per poter portare avanti un pensiero teologico e pastorale che si possa contrapporre anche alla povertà e che realizzi nell’oggi quel già e non ancora escatologico in cui la povertà, la sofferenza, il peccato e la morte saranno definitivamente sconfitti.

Piccoli passi che partono dal Risorto e conducono a incontrare il Risorto, non moti ideologici e rivoluzionari della superbia umana ma strategie di speranza. Credo che possiamo tutti convenire in tal senso vedendo come il Pontefice Leone XIV ha messo in atto i primi segnali di un concetto teologico di povertà inteso come il riconoscimento di quanto ha ricevuto da Dio al fine di custodirlo per poterlo a sua volta tramandare.

La decisione di ritornare ad abitare presso il Palazzo Apostolico (vedi QUI, QUI). Questa decisione segue un concreto percorso di povertà e di valorizzazione di quella residenza che è stata tradizionalmente riservata al Pontefice dal 1870 fino al 2013. Si tratta certamente non solo di una localizzazione concreta all’interno dello Stato della Città del Vaticano ma di una storia che continua e della certezza di una presenza che i fedeli di tutto il mondo hanno imparato a conoscere e ad amare osservando quella finestra aperta alla domenica mattina e illuminata alla sera: stella polare che dona sicurezza e speranza ai tanti naviganti nel mare della fede. Una presenza consolatrice quella dell’appartamento papale, che nel lontano 2005 ha provocato in tutti i fedeli cristiani un tuffo al cuore in quella sera del 2 aprile quando la luce della camera del Papa si spense segno del consummatum est di Papa Giovanni Paolo II.

La scelta di Leone XIV di riprendere ad affacciarsi al balcone del Palazzo Apostolico ridisegna la vita del nuovo Pontefice e gli assicura una maggiore protezione e intimità, conforme al suo ruolo di leader politico e spirituale ma soprattutto perché quel vezzo di risiedere in Domus Sanctae Marthae stava diventando ormai troppo ingombrante anche in termini di costi. Dentro un pontificato appena trascorso che ha imbastito una buona parte della sua visibilità mediatica sulla povertà e sull’uso “altro” del denaro, come conciliare i 200 mila euro al mese necessari per la sicurezza del Pontefice? Come fa notare il vaticanista de Il Tempo in un suo contributo di domenica 25 maggio, i famosi cinquanta metri quadrati si sono dilatati fino ad occupare l’intero secondo piano della Domus (vedi QUI). Questo con un ingente adeguamento strutturale che ha richiesto degli oneri in termini monetari forse non indispensabili se si fosse mantenuto lo storico appartamento papale che adesso dovrà per forza essere ristrutturato dopo dodici anni di inutilizzo e con conseguenti spese aggiuntive. A essere rispettosi del defunto Pontefice e del suo entourage dirigenziale non possiamo non notare un palese corto circuito in tutto ciò o piuttosto un rigurgito di quella vecchia tentazione prometeica di chi vuole abolire la povertà per finire poi col cadere nell’eccesso opposto. Queste cose purtroppo si pagano doppiamente: anzitutto in senso monetario e poi come accuse pronte per essere scagliate addosso alla Chiesa e al suo Vicario.

Oltre alla ingente somma mensile di denaro per garantire la doverosa sicurezza alla persona del Papa, a ben rifletterci volendo c’è dell’altro. La Domus si affaccia su via Gregorio VII, di fronte a diversi palazzi in territorio italiano che potrebbero essere potenziali postazioni da cui far partire un’offensiva terroristica contro il Santo Padre. Non è pretestuoso pensare che il Governo italiano si sia da tempo affrettato — dal 2013 a oggi — a sventare questa possibilità non remota, pensando a un piano di sicurezza ben strutturato, magari facendo evacuare gli stabili interessati e piazzando reparti specializzati attorno alle zone più sensibili con ulteriore dispendio di denaro? E tutto questo in nome di cosa, forse della povertà? Da francescano e da parroco che ha dovuto amministrare e continua ad amministrare beni non suoi, sono certo che la vera povertà risieda nella gestione intelligente delle cose e delle strutture che già si hanno. Saper salvaguardare e mantenere efficienti le cose, non aggiungere spese non necessarie ma potenziare e migliorare quelle già esistenti: insomma partire dal minimo necessario piuttosto che dal massimo consentito.

Altro piccolo passo verso un cammino di povertà concreta è stato quello che possiamo definire come il Bonus Conclave, cioè la somma di 500 euro elargita ai dipendenti del Vaticano che venne sospesa nel 2013 in occasione dell’atto di rinuncia di Benedetto XVI e dell’elezione di Francesco. Un riconoscimento che premia il lavoro di tutti i dipendenti dello Stato della Città del Vaticano per le ulteriori fatiche in vista del Conclave e dell’elezione del nuovo Romano Pontefice. Cinquecento euro non sono molti, ma possono fare la differenza all’interno di una famiglia che può permettersi di affrontare il mese successivo con più serenità; ma più di tutto, quel che conta e viene apprezzato, è il gesto sensibile in sé verso i dipendenti. Anche in questo caso la povertà esercitata consiste nel riconoscere e premiare chi lavora per il Papa e per la Chiesa e che merita di avere una retribuzione equa e dignitosa, perché il cibo, le medicine e le varie utenze domestiche non possono essere pagate con i Pater Noster.

Concludendo, ci piacerebbe assistere ad altri passi concreti nel cammino di una povertà teologica e pastorale che interessi, ad esempio, la dignità del culto e delle chiese, cosa che il Serafico Padre San Francesco curava molto e non disdegnava di togliere qualcosa alla propria mensa per onorare la casa e l’altare del Signore donando la giusta dignità. Ci piacerebbe assistere a una carezza autentica di povertà verso i diseredati che vivono attorno al colonnato della Basilica di San Pietro che, bontà loro, ancora non sono capaci di usare i servizi igienici messi a loro disposizione e rendono via della Conciliazione con le immediate adiacenze dei veri e propri vespasiani a cielo aperto. Tante cose si potrebbero in verità fare, ma nutriamo la segreta speranza che il Sommo Pontefice Leone XIV le sappia già, perché il guaio di una povertà ideologica e gridata consiste nel rendersi conto degli immancabili disastri che qualcun altro dovrà riparare.

Sanluri, 7 giugno 2025

 

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S’è desto Camillo Ruini, un osso secco rivestito di velluto imbevuto di veleno: «Leone ha rassicurato i fedeli messi a disagio da Francesco»?

S’È DESTO CAMILLO RUINI, UN OSSO SECCO RIVESTITO DI VELLUTO IMBEVUTO DI VELENO: «LEONE HA RASSICURATO I FEDELI MESSI A DISAGIO DA FRANCESCO»?

Quello di Francesco è stato un pontificato complicato quanto complicata era la sua personalità. Nessuno può esprimere giudizi su di esso al presente, perché ancóra non abbiamo i necessari elementi per formulare un equo giudizio obbiettivo. Tra pochi o molti anni, il tempo potrebbe svelarci che è stato l’uomo giusto nel momento storico giusto e che col suo fare, che spesso ci ha disorientati, amareggiati, umiliati e fatti soffrire, salvò la Chiesa da danni molto peggiori che sul momento non potevano neppure immaginare, oppure potrebbe risultare un pontificato disastroso all’insegna della confusione.

— Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos —

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Più volte, noi Padri de L’Isola di Patmos, nel corso degli anni ci siamo detti che l’esercito di papolatri ruffiani si sarebbe dissolto quarantotto ore dopo la morte del Santo Padre Francesco e che, pur avendo sollevato perplessità e rivolto critiche sempre rispettose su certe sue scelte pastorali, su fuorvianti dichiarazioni a braccio e su improvvide comparsate ai talk show televisivi, con conseguente dissacrazione della figura e dell’ufficio del Romano Pontefice, in futuro ci saremmo ritrovati a difenderlo da quanti si sarebbero mutati in sciacalli voraci sul suo cadavere, dopo avergli detto ciò che voleva sentirsi dire, ottenendo in premio privilegi, prebende e cariche ecclesiastiche. E sul conformismo dei vescovi mediocri e ruffiani espresse parole lapidarie indimenticabili l’Arcivescovo emerito di Pisa Alessandro Plotti in una sua intervista del 2014,  riportata in questo mio articolo del 2014 a cui rimando.

Tra questi personaggi che d’improvviso si son desti spicca il novantenne Cardinale Camillo Ruini, un osso secco rivestito di velluto imbevuto di veleno, che a Pontefice morto e sepolto ha dichiarato:

«Tentando una breve analisi delle ragioni che hanno prodotto un tale risultato, probabilmente le ritroviamo in alcuni segni, come il forte accento posto sulla fede e sulla preghiera, o anche la stola e mozzetta che ha indossato. Quei non pochi fedeli che, a torto o a ragione, erano a disagio per le – vere o presunte – aperture dottrinali di papa Francesco si sono sentiti rassicurati» (cfr. QUI, QUI). 

Domanda: mentre Francesco metteva a disagio i fedeli, che «a torto o ragione» soffrivano di ciò «per le – vere o presunte – aperture dottrinali», questo potente cardinale, che con mezzo pizzino inviato a dei parlamentari italiani, neppure scritto da lui ma da interposta persona, era capace a influenzarne il voto su un disegno di legge in discussione alla Camera dei Deputati, in quale pianeta del sistema solare si trovava, nei giorni che questo disagio imperava nella Chiesa e tra i poveri fedeli?

Nel corso dei dodici anni del pontificato di Francesco, tutti noi siamo stati richiamati — chi in modo delicato chi in modo più severo —, dai nostri vescovi o superiori religiosi, essendo salito al sacro soglio il primo pontefice che non poteva essere criticato per nessuna ragione, qualsiasi cosa avesse detto o fatto, ignorando in che modo feroce furono criticati i suoi recenti predecessori, con tanto di collettivi formati da teologi tedeschi e italiani che firmavano e diffondevano persino manifesti contro il magistero di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, diversi dei quali divenuti poi vescovi e cardinali (cfr. QUI, QUI).

Ribadisco quel che ho sempre sostenuto nel corso degli ultimi anni: quello di Francesco è stato un pontificato molto complicato quanto complicata era la sua personalità. Nessuno può esprimere giudizi su di esso al presente, perché ancóra non abbiamo i necessari elementi per formulare un equo giudizio obbiettivo. Tra pochi o molti anni, il tempo potrebbe svelarci che è stato l’uomo giusto nel momento storico giusto e che col suo agire, che spesso ci ha disorientati, amareggiati, umiliati e fatti soffrire, salvò la Chiesa da danni molto peggiori che sul momento non potevamo neppure immaginare, oppure potrebbe risultare un pontificato disastroso all’insegna della confusione.

Poi ci sono i personaggi come il Cardinale Camillo Ruini, che lungi dal sospendere il giudizio in nome della prudenza, non hanno trovato di meglio da fare che svuotare l’orina contenuta dentro il sacchetto del loro catetere sulla tomba del defunto appena sepolto; però lo hanno fatto con due mezze frasi sibilline, come da sempre sono soliti fare i clericali untuosi. 

Dall’Isola di Patmos, 2 giugno 2025

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L’ascensione segna un modo nuovo per i discepoli di essere per Cristo, con Cristo e in Cristo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

L’ASCENSIONE SEGNA PER I DISCEPOLI UN MODO NUOVO DI ESSERE PER CRISTO, CON CRISTO E IN CRISTO

L’Ascensione del Signore inaugura una relazione totalmente nuova fra lui e i discepoli, che se anche è segnata da una separazione fisica, tuttavia non genera tristezza, né rimpianti, perché i discepoli: «tornarono a Gerusalemme con grande gioia». Inizia dunque un legame che avrà una forte incidenza sulla vita spirituale del cristiano, anche perché d’ora in poi viene costituito come testimone.

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L’Ascensione del Signore forma parte costitutiva dell’unico ed indivisibile evento pasquale. Il testo evangelico della festa la colloca al termine del racconto delle apparizioni del Risorto, in quel primo giorno dopo il sabato che per Gesù diventa l’occasione per rincuorare gli ancóra scossi discepoli.

Salvador Dalì, Ascensione di Cristo

In questo modo Egli rafforza la loro fede nella risurrezione: «Così sta scritto: «Il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno» (v. 46); preannuncia loro la futura missione: «nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e la remissione dei peccati» (v. 47); e il dono dello Spirito Santo: «io mando su di voi ciò che il Padre mio ha promesso» (v. 49). Leggiamo il brano evangelico:

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto». Poi li condusse  fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio (Lc 24,46-53).

L’Ascensione è raccontata, in alcuni passi del Nuovo Testamento, con termini che parlano di allontanamento, di partenza, di assunzione (analempsis At 1,11), di cammino (poreoumai At 1,10-11), di salita (anabasis: Gv 20,17), di separazione: «si staccò da loro» (Lc 24,51). Come già abbiamo visto nel vangelo giovanneo di domenica scorsa questo sottrarsi del Signore alla vista fisica non viene letto, però, come un distacco, una mancanza o un’assenza. Poiché esso apre ad un nuovo legame fra Gesù e i suoi, stavolta interiore e spirituale, guidato dallo Spirito e teso a rendere i discepoli testimoni del Risorto. Mentre Giovanni sottolinea l’aspetto dell’inabitazione trinitaria, Luca coglie invece quello della missione e testimonianza: «Di questo voi siete testimoni» (Lc 24,48) ; «Voi sarete miei testimoni a Gerusalemme … e fino ai confini della terra» (At 1,8). Per ambedue gli autori testamentari se l’Ascensione nasconde definitivamente il corpo fisico di Gesù alla vista dei suoi discepoli, ciononostante essi possono di nuovo incontrarlo sia interiormente, grazie alla presenza dello Spirito, sia nell’amore scambievole fra i discepoli e verso il prossimo: lasciandosi guidare dallo Spirito, essi possono fare ciò che Gesù stesso faceva.

Prima di lasciare i suoi, Gesù fa un breve «riassunto» della sua vita e della sua missione. In precedenza, a Emmaus, aveva spiegato come in tutte le Scritture – «cominciando da Mosè e da tutti i profeti» – vi era un riferimento a lui e, soprattutto, che il Messia d’Israele avrebbe «sopportato tutte queste sofferenze per entrare nella sua gloria» (Lc 24,26). Ora questi discorsi sono rivolti agli apostoli, come dice l’introduzione al vangelo di oggi:

«Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi» (v.44).

Gesù sta spiegando, come aveva già fatto nei suoi tre annunci della passione, che il Messia, il Cristo, sarebbe morto e risorto dopo tre giorni. Cogliamo qui l’inizio dell’ermeneutica cristiana delle scritture ed è Gesù stesso ad inaugurarla, poiché, ad esempio, difficilmente troveremmo nell’Antico Testamento un’esplicitazione così chiara, in senso messianico, delle profezie sul servo sofferente di Isaia. Gesù risorto lo segnala ai discepoli. Come avrebbero, infatti,  potuto costoro dare un senso così «pieno» a parole che mai nessuno prima aveva interpretato in quel modo? Da allora in poi i cristiani leggeranno la Bibbia a partire dalla morte e risurrezione di Gesù:

«La morte del Messia, re dei Giudei, e la sua risurrezione diedero ai testi dell’Antico Testamento una pienezza di significato prima inconcepibile. Alla luce degli eventi della Pasqua gli autori del Nuovo Testamento rilessero l’Antico. Lo Spirito Santo inviato dal Cristo glorificato ne fece scoprire loro il senso spirituale» (Pontificia Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana).

L’Ascensione del Signore inaugura, come si è detto, una relazione totalmente nuova fra lui e i discepoli, che se anche è segnata da una separazione fisica, tuttavia non genera tristezza, né rimpianti, perché i discepoli: «tornarono a Gerusalemme con grande gioia». Inizia dunque un legame che avrà una forte incidenza sulla vita spirituale del cristiano, anche perché d’ora in poi viene costituito come testimone: «Di questo voi siete testimoni» (Lc 24,48). E questa relazione sarà posta sotto il sigillo dello Spirito Santo, ovvero, l’amore di Dio e la libera volontà di Lui di comunicare ed entrare in comunione con gli uomini. In questo modo, quello che ha vissuto e fatto Gesù con tutti, toccando le membra povere o peccatrici della nostra umanità, ora lo possono compiere anche i discepoli. Lasciandosi guidare dallo Spirito, essi possono fare ciò che Gesù stesso faceva. Nel racconto dell’Ascensione che si legge negli Atti degli Apostoli, ugualmente lucano come il vangelo, notiamo una continuità tra la venuta del Signore nella gloria ed il suo cammino storico,  il verbo usato per descrivere l’andata di Gesù verso il cielo in At 1,10-11 è lo stesso usato per indicare il cammino che egli ha compiuto fisicamente. L’Asceso al cielo è anche il Veniente ed è colui che passò tra gli uomini facendo il bene e guarendo:

«Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, verrà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (At 1,11).

Venuta escatologica e cammino quotidiano di Gesù sono in stretta continuità; così anche per i discepoli: per conoscere, confessare e testimoniare il Veniente non occorre guardare in cielo, ma ricordare i passi compiuti da Gesù sulla terra. L’umanità di Gesù attestata dai vangeli diventa, così, il magistero che indica ai cristiani la via da percorrere per testimoniare colui che, asceso al cielo, non è più fisicamente presente tra i suoi e verrà nella gloria.

E ancora. Secondo il Vangelo di Luca l’Ascensione di Gesù è accompagnata da una benedizione: «Mentre Gesù benediceva i discepoli, si staccò da loro e fu portato verso il cielo» (v. 51); e secondo gli Atti degli Apostoli da una promessa: «Gesù verrà un giorno…» (At 1,11). Promessa e benedizione sono l’assicurazione che il Signore non abbandona i suoi, ma verrà di nuovo ad incontrarli. Ma sono altresì aspetti che impegnano la Chiesa nella predicazione e nella testimonianza, mentre questa attende gioiosa da Sua venuta gloriosa. Il Vangelo pone in evidenza due caratteristiche decisive della testimonianza cristiana, e cioè la conversione e la remissione dei peccati (Lc 24,47) che furono già al centro della predicazione e del messaggio di Gesù, come gli stessi discepoli hanno sperimentato. Essi hanno condiviso la strada con quel Gesù che è venuto «non a chiamare i giusti, ma i peccatori a conversione» (Lc 5,32), e hanno sperimentato il perdono dei peccati, hanno conosciuto la salvezza nella remissione dei peccati (Lc 1,77). In fondo si è testimoni di ciò che si è conosciuto e sperimentato.

Infine, occorre ricordare che ci sono molti punti, all’interno dei Vangeli, in cui Gesù prefigura quanto avverrà nell’Ascensione, ad esempio durante l’Ultima Cena, in cui annuncia: «vado dal Padre». E il posto alla destra del Padre è, appunto, il posto d’onore, quello del Figlio prediletto che per amore si è fatto carne, è morto e risorto e così ha salvato l’umanità. Quel posto è suo da sempre, perché Gesù prima di essere uomo è Figlio del Padre e presso di Lui ha stabile dimora e gloria. Gesù, tuttavia, ascende al cielo per dare inizio al «regno che non ha fine», ma anche per preparare il nostro posto in cielo. Se Gesù non tornasse al Padre nei cieli, per l’uomo non sarebbe completa sia la redenzione che la salvezza: solo così, infatti, Egli le porta a compimento, inviando nel mondo il Consolatore.

Dall’Eremo, 01 giugno 2025

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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