La partita fondamentale del futuro e del nuovo papato si gioca sull’unità della Chiesa
/in Attualità/da Antonio Caragliu - giuristaLA PARTITA FONDAMENTALE DEL FUTURO E DEL NUOVO PAPATO SI GIOCA SULL’UNITÀ DELLA CHIESA
Significativamente la storica Lucetta Scaraffia rileva l’impossibilità, dopo 12 anni di pontificato, di cogliere un’eredità di Papa Francesco, che non sia quella della mera confusione.
— Gli Autori ospiti de L’Isola di Patmos —

Autore
Antonio Caragliu
avvocato
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L’info-intrattenimento dei mass-media, dopo i pronostici del toto-nomine papale, si concentra ora nel determinare i caratteri della personalità vincente: Leone XIV.

il Sommo Pontefice Leone XIV in visita pastorale nella regione delle Ande peruviane all’epoca in cui era Vescovo di Chiclayo
Continuerà le riforme del predecessore? Confermerà le sue aperture? Come porterà a termine il percorso sinodale? É moderato? È progressista? È un po’ l’uno e un po’ l’altro? È misericordioso con i migranti? Andrà d’accordo con Donald Trump? A simili interrogativi seguono per lo più affermazioni che suonano come slogan, funzionali a segnare un’appartenenza di schieramento più che una visione sostanziale, spiritualmente significativa.
In particolare, si perde di vista, a mio avviso, la partita fondamentale che si presenta al Papa: l’unità della Chiesa. La questione esatta è: quale unità? Ovvero, come deve essere concepita questa unità? Come deve essere interpretata? Come deve essere declinata?
Il Cardinale Giovanni Battista Re, nell’omelia della Missa pro eligendo Romano Pontifice del 7 maggio, aveva dichiarato:
«L’unità della Chiesa è voluta da Cristo; un’unità che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità, purché si rimanga nella piena fedeltà al Vangelo».
Comunione nelle diversità: ma quando le diversità minacciano la comunione? E quando, invece, è un’indebita uniformità a minacciare la ricchezza delle legittime diversità? Re fa riferimento alla «piena fedeltà al Vangelo»: è questo il criterio dirimente. Ma, in verità, la questione, più che risolversi, sembra spostarsi: come determinare, infatti, la «piena fedeltà al Vangelo»?
Si tratta dello stesso tema che aveva affrontato il Cardinale Ratzinger nell’omelia della Missa pro eligendo Romano Pontifice del 18 aprile 2005. In questa omelia, che segnerà il programma del pontificato di Benedetto XVI, Ratzinger aveva determinato con precisione il criterio dell’unità: la verità, la cui dimensione ultima è lo stesso Figlio di Dio, misura del vero umanesimo. E con coraggio aveva calato il significato di un simile criterio nel contesto ideologico del relativismo dominante. Senza elusioni e infingimenti. Con onestà intellettuale.
Con il pontificato di Francesco, invece, si è imposto un differente paradigma di unità ecclesiale: un paradigma gesuitico.
Ho trovato una significativa illustrazione di questo paradigma in una conversazione del giornalista Ross Douthat con il padre gesuita James Martin S.J. circa l’eredità del papato appena concluso (vedere video-intervista del 26.04.2025 QUI). Douthat evidenzia come il carattere drammatico del pontificato di Francesco sia stato determinato dalla spinta a cambiare l’insegnamento e la pratica della Chiesa su una serie di questioni difficili e controverse, come la possibilità per i cattolici divorziati e risposati di accedere alla comunione eucaristica, la possibilità per le donne di diventare diaconi o addirittura sacerdoti, la possibilità di benedire coppie dello stesso sesso. Fino a che punto Francesco si è spinto su tali questioni? Martin, in prima battuta, afferma che questo genere di temi «scottanti» avevano per il Papa un carattere secondario rispetto alla proclamazione del Vangelo. In seconda battuta, afferma che Francesco «è andato fin dove ha potuto». A tal proposito racconta come il Papa, in un suo incontro personale del 23 ottobre 2024 come delegato del sinodo, fosse preoccupato della «unità della Chiesa» a causa delle «resistenze» provenienti dall’Africa subsahariana, dall’Europa orientale e persino dagli Stati Uniti. «E ha ripetuto più volte che l’unità è più importante di questi conflitti. Quindi penso che abbia cercato di aprire la porta alla discussione su alcuni di questi problemi senza rompere la chiesa».
A ben vedere ciò che caratterizza il resoconto di Martin circa le preoccupazioni di Francesco è il particolare rapporto tra unità ecclesiale e verità. Apparentemente nel suo discorso sembra non operare un concetto vincolante di verità. Ma in realtà una verità viene fatta valere. Una verità che sembra non vincolare, ma che conferisce una direzione. Una verità implicita, data per presupposta, che prende posizione per un’indefinita apertura circa le questioni controverse proposte. Una verità criticamente non tematizzata, teologicamente emancipata, priva cioè di un serio confronto con il dato biblico, ridotto tutt’al più a un generico riferimento alla misericordia. È una verità non vincolante? Non proprio. È una verità criticamente disimpegnata ma politicamente vincolante, che, non a caso, affronta le posizioni diverse (e logicamente incompatibili) come «resistenze».
In una dimensione simile non vi è spazio per un dialogo autentico, ma semmai per una mediazione, per un accomodamento. Come se in gioco ci fossero delle forze e degli interessi. L’unità ecclesiale, quindi, non si fonda sulla verità. Non si fonda, per riprendere le parole di Ratzinger, sul «Figlio di Dio, misura del vero umanesimo». L’unità è una composizione di forze, in ultimo, fondata sul potere supremo del Papa, il cui ruolo vicariale si stempera, per far risaltare invece la sua personalità.
Alla luce di questo paradigma gesuitico dell’unità ecclesiale si spiega il carattere autoritario e contraddittorio del papato gesuita, rilevato sovente dagli osservatori più sensibili. Nella prospettiva di una simile concezione dell’unità ecclesiale, infatti, le contraddizioni non fanno problema: possono convivere. Anche se le contraddizioni provengono dallo stesso Papa: non è la verità a fare l’unità, ma il suo potere supremo. Il prezzo di questa impostazione è stato, tuttavia, molto salato. Significativamente la storica Lucetta Scaraffia rileva l’impossibilità, dopo 12 anni di pontificato, di cogliere un’eredità di Papa Francesco, che non sia quella della mera confusione. O, tutt’al più, della promozione di alcune politiche, molto, troppo dettagliate, in tema di immigrazione di massa e di economia politica che, invece, avrebbero richiesto il riconoscimento di un sano pluralismo di posizioni.
In definitiva, il nuovo corso del papato di Leone XIV sarà determinato dal modo in cui egli interpreterà, alla luce della lezione di questi ultimi 12 anni, l’unità ecclesiale e il suo rapporto con la verità. Il suo motto episcopale «In Illo uno unum» e la sua formazione agostiniana fanno ben sperare. Che Dio ce l’abbia mandata buona.
Trieste, 12 maggio 2025
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