La prima omelia di Leone XIV è stata una armonica continuità con la tradizione della Chiesa
LA PRIMA OMELIA DI LEONE XIV È STATA UNA ARMONICA CONTINUITÀ CON LA TRADIZIONE DELLA CHIESA
Urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco. Questo è il mondo che ci è affidato […]
– Attualità ecclesiale –

Autore
Teodoro Beccia
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Potrebbe apparire presuntuoso mettersi a commentare l’omelia del Sommo Pontefice Leone XIV, pronunciata nella sua prima vera apparizione pubblica, la Santa Messa Pro Ecclesia celebrata con i Cardinali che hanno partecipato al conclave della sua elezione.

il Sommo Pontefice Leone XIV al suo primo affaccio alla loggia centrale della Papale Arcibasilica di San Pietro
Oppure potrebbe essere semplicemente bello valorizzare questo primo atto del nuovo Vescovo di Roma, immaginando, senza scostarci troppo dal vero, che queste parole che egli ha pronunciato a commento del Vangelo siano effettivamente sortite dal suo cuore, siano proprio sue, meditate nel breve spazio di tempo concessogli fra l’impatto dell’elezione, l’emozione della presentazione al pubblico ed al mondo e questo primo impegno pubblico. Esse, come vedremo, sembrano proprio un programma per la Chiesa che ha iniziato a presiedere, la cifra entro la quale vorrà muoversi e anche in che maniera sente di esservi coinvolto.
Rimandando a una lettura personale della bella omelia papale (QUI), voglio solo sottolinearne tre aspetti.
Il primo e più importante è il richiamo al Cristo. Potrebbe sembrare ridondante sottolinearlo: di chi dovrebbe parlare un Pontefice se non di Gesù? Ma il fatto che subito ne abbia accennato, al primo apparire dalla loggia centrale della basilica di San Pietro e ora qui nella sua prima omelia, è significativo. Egli ha affermato che le parole di Pietro ricordate nel Vangelo «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16) esprimono «in sintesi il patrimonio che da duemila anni la Chiesa, attraverso la successione apostolica, custodisce, approfondisce e trasmette. Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del Padre». Leone XIV si pone, così, in continuità con la tradizione della Chiesa, così come hanno fatto i suoi recenti predecessori. Giovanni Paolo II col suo: «Aprite, anzi spalancate le porta e a Cristo»; proferite proprio nella sua prima omelia. Papa Benedetto che ha scandagliato il mistero del Signore con la sua intelligenza e ha insegnato alla Chiesa a riconoscerlo e Papa Francesco che ci ha aiutato a scorgere il suo volto in tutti, soprattutto i più poveri. E di Cristo Papa Leone traccia l’identikit:
«per rendersi vicino e accessibile agli uomini, si è rivelato a noi negli occhi fiduciosi di un bambino, nella mente vivace di un giovane, nei lineamenti maturi di un uomo (Gaudium et spes, 22), fino ad apparire ai suoi, dopo la risurrezione, con il suo corpo glorioso. Ci ha mostrato così un modello di umanità santa che tutti possiamo imitare, insieme alla promessa di un destino eterno che invece supera ogni nostro limite e capacità».
Il secondo aspetto che mi preme sottolineare dell’omelia papale è proprio il richiamo alla santità. Egli la vede come un dono, ma anche come cammino di trasformazione personale e comunitaria. Santità che supera meriti e limiti perché anticipa la nostra nascita (cfr. Ger 1,5) e grazie alla rinascita battesimale ci conduce e ci rende partecipi della missione del Cristo. Un compito che coinvolge il Papa in prima persona e poi tutta la Chiesa: «città posta sul monte (cfr Ap 21,10), arca di salvezza che naviga attraverso i flutti della storia, faro che illumina le notti del mondo. E ciò non tanto grazie alla magnificenza delle sue strutture o per la grandiosità delle sue costruzioni…, quanto attraverso la santità dei suoi membri, di quel «popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» (1Pt 2,9).
Infine, un terzo motivo mi piace appuntare dell’omelia del Santo Padre: il confronto con il mondo, compreso quello ecclesiale dei credenti. Dice il Papa:
«Non è una questione banale, anzi riguarda un aspetto importante del nostro ministero: la realtà in cui viviamo, con i suoi limiti e le sue potenzialità, le sue domande e le sue convinzioni».
Come avvenne ai tempi del Signore le risposte alla sua domanda, «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?», apparivano incomplete e monche, così anche oggi il mondo spesso fraintende il messaggio cristiano per eccesso di sufficienza o tracotanza. Eppure, afferma il Papa:
«proprio per questo… urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco. Questo è il mondo che ci è affidato, nel quale, come tante volte ci ha insegnato Papa Francesco, siamo chiamati a testimoniare la fede gioiosa in Gesù Salvatore. Perciò, anche per noi, è essenziale ripetere: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16).
Come abbiamo letto egli richiama il tema della missione, cosa che aveva fatto anche la sera prima, affacciandosi dalla loggia principale della basilica vaticana (QUI).
Ma la missione si rivolge anche verso i credenti, poiché possono correre il rischio di adattare il Vangelo e l’immagine di Cristo alle proprie personali visioni. Queste le parole del Pontefice: «Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto».
Nelle ultime battute dell’omelia il Santo Padre ricorda l’importanza del rapporto personale col Cristo, nell’impegno di un quotidiano cammino di conversione e richiama tutta la Chiesa a vivere l’appartenenza al Signore portandone a tutti la Buona Notizia.
Da ultimo il Santo Padre parla di sé. Lo fa citando la Lettera ai Romani del Padre apostolico Ignazio di Antiochia, per definire il suo compito e ruolo di Vescovo della Chiesa che è in Roma, chiamato a presiedere nella carità la chiesa universale. E sempre riportando le parole di Sant’Ignazio:
«Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo» (Lettera ai Romani, IV, 1).
Conclude il suo intervento omiletico così:
«Si riferiva all’essere divorato dalle belve nel circo — e così avvenne —, ma le sue parole richiamano in senso più generale un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato (cfr Gv 3,30), spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo. Dio mi dia questa grazia, oggi e sempre, con l’aiuto della tenerissima intercessione di Maria Madre della Chiesa».
L’omelia termina così come era iniziata, col rimando a Cristo. Vale la pena ricordare le citazioni usate da Papa Leone in questo suo intervento liturgico. La Lettera di Sant’Ignazio di Antiochia ai Romani, sopra rammentata, nove rimandi a brani del Nuovo Testamento e a uno solo del Vecchio. Ci sono poi due citazioni del Concilio, tratte dai due documenti che parlano della Chiesa: la Lumen Gentium e la Gaudium et Spes.
Un intervento, si diceva all’inizio, che parrebbe programmatico, lasciando dunque sperare in un proseguo che potrebbe essere proficuo per la Chiesa. Credo che il Papa non si aspetti solo l’attesa, ma anche il sostengo della preghiera e la fattiva collaborazione dei credenti.
Velletri di Roma, 11 maggio 2025
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