Gabriele Giordano M. Scardocci
Dell'Ordine dei Frati Predicatori
Presbitero e Teologo

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Padre Gabriele

E se dalla filmografia catastrofista americana provassimo a riflettere sulla vera Apocalisse delle Sacre Scritture?

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

E SE DALLA FILMOGRAFIA CATASTROFISTICA AMERICANA PROVASSIMO A RIFLETTERE SULLA VERA APOCALISSE DELLE SACRE SCRITTURE?

«Il vero martire è colui che è diventato lo strumento di Dio, che ha perduto la sua volontà nella volontà di Dio, e che non desidera più niente per sé stesso, neppure la gloria di essere un martire».

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari lettori de L’Isola di Patmos,

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questa XXXIII domenica del Tempo Ordinario ci pone dinanzi a un tema che riguarda i segni e i tempi apocalittici. Nel lessico corrente il termine Apocalisse ci fa paura perché evoca qualcosa di terribile, sembra una parola che dice che noi moriremo tutti alla fine del mondo. Se però evitiamo un po’ le americanate filmiche che hanno giocato tantissimo su questo termine, specialmente nel periodo di fine primo millennio (1997–2000) – a cui hanno contribuito vari film tipo Deep Impact, Armageddon ecc… – possiamo finalmente capire sul serio che cosa indica questa parola, senza minimizzare la sua importanza, ma senza neanche aver paura di scenari che profetizzano grandi disastri e grandi tragedie.

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Apocalisse è parola greca (ἀποκάλυψις) composta da ἀπό (apo) e καλύπτω (calupto) che potremmo tradurre con “rivelato”. Dunque, l’Apocalisse è la rivelazione definitiva. Già la traduzione dovrebbe tranquillizzarci, poiché non significa nulla che evoca morte, dolore e distruzione. Da questo capiamo una cosa importante: Gesù nel brano di oggi è venuto a offrire una rivelazione definitiva e risolutiva per tutti coloro che saranno suoi testimoni. Gesù descrive dunque il percorso che ogni discepolo e apostolo è chiamato a fare fino al compimento. Fino al nostro approdo in Paradiso. A tal fine trae spunto da una circostanza quotidiana:

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«Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta». 

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L’annuncio della fine del Tempio e delle belle pietre è davvero fortissimo per chi lo ascolta. Infatti Gesù ha davanti il Tempio splendido iniziato dal Re Erode da dieci anni, che ha impiegato centomila operai e mille sacerdoti che furono appositamente addestrati come muratori. La fabbrica del Tempio fu iniziata nel 20 a.C. e continuò molto a lungo a causa delle numerose decorazioni. Verrà concluso con pietre bianche di calcare bianco solo nel 64 dopo Cristo, e fu distrutto nel 70 dall’imperatore Tito Vespasiano durante la prima guerra giudaica e fu funzionale solo per sei anni. Gesù dunque, in questo momento, sta descrivendo un Tempio pieno di doni votivi a Dio. Quel «non rimarrà pietra su pietra» ha un valore che supera la distruzione dell’opera monumentale che si erge davanti agli interlocutori.

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Questa distruzione preannuncia un grande evento: il primo Tempio che sarà distrutto sarà proprio il corpo di Cristo, nei giorni della sua passione. Quell’evento apocalittico rivelerà davvero l’amore di Dio per il prossimo. Le pietre del Tempio, che pure erano luogo di incontro con Dio, saranno ridimensionate rispetto al luogo di incontro post-pasquale, che sarà appunto Cristo stesso. A questa distruzione del Tempio, a questa offerta di sé nelle proprie croci quotidiane ognuno di noi che è discepolo e seguace di Gesù è chiamato. Ecco qual è l’Apocalisse dei suoi testimoni, cioè la rivelazione più importante che Gesù offre a noi oggi:

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«Sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime».

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Gesù ci preannuncia che la sua sequela ci porterà antipatia e odio. Ma al contempo ci rassicura che non dobbiamo temere nulla. Infatti, la nostra testimonianza di veri credenti genera scompiglio e contrasto da parte di tutti coloro che non riconoscono la verità. Li scuote nella coscienza assieme a quelli che non vogliono uscire dalla loro zona comfort sino a fare di tutto per farci tacere. Saremo dunque coloro che sono gli apocalittici, i rivelatori di una verità più grande. Il Signore ci chiede di perseverare nonostante le difficoltà e il contrasto del mondo, perché questa testimonianza di verità fino al martirio bianco, salverà innanzitutto noi stessi. Ecco dunque il nucleo centrale dell’insegnamento di oggi, evitando riletture catastrofistiche.

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A proposito di martirio bianco e testimonianza della sequela a Cristo, scrive Thomas Sterne Elliott:

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«Il vero martire è colui che è diventato lo strumento di Dio, che ha perduto la sua volontà nella volontà di Dio, e che non desidera più niente per sé stesso, neppure la gloria di essere un martire».

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Chiediamo al Signore di diventare autentici testimoni del suo amore, diventare strumenti della Trinità, per testimoniare al mondo intero che la fine è il vero inizio di ogni uomo, ma che a quella fine bisogna arrivare dopo una vita di amore e dedizione per Dio e per il prossimo.

Così sia.

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Santa Maria Novella in Firenze, 12 novembre 2022

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Padre Gabriele

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Abortire è come pagare un sicario per uccidere un innocente. L’aborto resterà sempre il fallimento dell’uomo moderno. La 194 è una legge che vuole conciliare opposti inconciliabili

ABORTIRE È COME PAGARE UN SICARIO PER UCCIDERE UN INNOCENTE. L’ABORTO RESTERÀ SEMPRE IL FALLIMENTO DELL’UOMO MODERNO. LA 194 È UNA LEGGE CHE VUOLE CONCILIARE OPPOSTI INCONCILIABILI

Qualcuno ha orgogliosamente affermato che la 194 è una Legge non perfetta, ma degna di un paese civile. Da cattolico e da sacerdote dico invece che la 194 è di fatto una legge chimera, un’ipotesi assurda che alcuni politici democristiani hanno tentato di giustificare attraverso il ricorso al peggiore doppiopesismo clericale che concilia opposti inconciliabili e cioè l’infanticidio legale con la cultura della vita fatta di politiche socio-sanitarie e assistenziali deboli.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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se l’aborto è un «diritto sacrosanto» e una «grande conquista sociale», allora le persone abbiano il coraggio e la coerenza di guardare in faccia il “sacro” il “santo” e la “grande conquista sociale”, senza invocare la censura definendo certe immagini dure e crude. Perché l’aborto è questo, duro e crudo: l’uccisione di un essere umano.

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Con l’insediamento del nuovo governo a trazione centro-destra, il «civilissimo» tema sul diritto all’aborto è stato riproposto con vigore ed enfasi. Usato come detonatore per far scoppiare la rivolta contro i conservatori, le sentinelle dei diritti, mettono ora in guardia l’Italia dal pericolo fascista e chiesastico (leggasi tra le righe Meloni, La Russa e Fontana) nei confronti di una Legge, la 194/1978, che secondo loro correrebbe il rischio di scomparire così come già accaduto per l’Ungheria e la Polonia, paesi in cui l’interruzione volontaria di gravidanza è fortemente scoraggiata.

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Ma come stanno veramente le cose? Siamo veramente di fronte a un pericolo democratico? O forse più prosaicamente stiamo ripercorrendo le orme di una ideologia fallimentare che puzzava di vecchio già più di quarant’anni fa? Andiamo con ordine, desidero anzitutto contribuire all’argomento con alcune considerazioni in merito, sia come cattolico che come sacerdote che ha trascorso anni della propria vita a prestare servizio in un grande polo ospedaliero, ed esprimere così qualche consiglio ― non richiesto ― all’indirizzo del nuovo governo che ha la grande opportunità di accompagnare oggi i cittadini alla riflessione del reale.

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Mai come in questo momento storico c’è bisogno di consapevolezza del reale e senso di realtà per capire che qualunque politica può gestire solo cose semplici, anche se vaste e delicate come l’amministrazione di una nazione. Quando la politica pretende di interferire con la natura dell’uomo, con la sua dignità e sacralità, fino alla pretesa del superamento ontologico ― ossia quell’oltre-uomo dionisiaco, libero dalle catene dei valori etici e normativi ― si sperimentano puntualmente i disastri.

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Il miglioramento degli esseri umani non è stabilito dalla politica ma dall’accettazione di obiettivi alti e impegnativi. L’esperienza del sacro, della verità, del bello e del buono sono principi imprescindibili e inalienabili per restare umani, valori conosciuti anche dai nostri padri greci e latini e che il Cristianesimo ha raccolto attribuendoli al Dio della rivelazione come Ente Supremo da cui scaturisce ogni bene. Tra gli obiettivi alti e impegnativi che la vita ci offre possiamo certamente annoverare la custodia della vita umana. La vita non è una res da plasmare a piacere, un campione di materia primitiva inerme svuotata di qualsiasi riflesso superiore e spirituale. La vita umana è sacra, sempre e comunque, dal suo sorgere fino al suo naturale declino. Nel momento in cui ci avviciniamo alla reificazione della vita dobbiamo essere consapevoli di avvicinarci a un processo altamente pericoloso che conduce a quel transumanesimo che ha fatto dell’aborto il suo frutto più violento, rivendicato con orgoglio, oserei dire diabolico, come «diritto della civiltà» e come «grande conquista sociale».

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Anzitutto partiamo da un’evidenza: fa comodo a tutti oggi non considerare la Legge 194 nella sua vera essenza, in quell’humus culturale e politico in cui fu scritta e pensata alquanto male dal legislatore. Sorvoliamo sul fatto che questa legge fu sottoscritta da sei politici appartenenti alla Democrazia Cristiana: un presidente della Repubblica, un presidente del Consiglio dei ministri e quattro ministri. Costoro si rifiutarono di ascoltare la voce della coscienza per addivenire a un provvedimento di legge più giusto e tutelativo preferendo un escamotage clericale che solo delle vecchie volpi democristiane avrebbero potuto escogitare. Come propugnatori di valori cristiani, ma molto di più come uomini di Stato, avrebbero dovuto esercitare un sano principio di laicità (da non confondere con il laicismo) che avrebbe permesso loro di considerare prioritaria la difesa della vita integralmente intesa, salvaguardando le fondamenta di una civiltà moderna e democratica. E qui ricordiamo per inciso la vicenda del Re del Belgio Baldovino I che nel 1990 si rifiutò, per questioni di coscienza, di apporre la propria firma sulla legge che rendeva legale l’aborto, al punto da abdicare il trono per due giorni [vedere QUI, QUI]. Ma d’altronde, questo Sovrano, non era un baciapile democristiano ma un autentico cristiano.

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È la nostra storia europea, quella per intenderci che inizia con San Benedetto da Norcia e i suoi monaci, che ci dice come un’autentica civiltà democratica moderna si caratterizza per l’accudimento dei suoi membri ― dal concepimento fino alla morte ― tutelando soprattutto la vita dei debole, dei poveri, degli indifesi e degli infermi, senza incorrere in quella schizofrenia ideologica che arriva a riconoscere tutti i diritti come uguali, salvo poi sbraitare che alcuni diritti sono più uguali di altri.

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Per i sostenitori della legge 194, di ieri come di oggi, la principale arringa difensiva consiste nel ribadire come un mantra la ratio fondamentale con cui fu portata avanti La legge, quella cioè di impedire la pratica dell’aborto clandestino alle classi più povere che non potevano permettersi un viaggio a Londra o a Lugano per sbarazzarsi del nascituro in tutta riservatezza e pulizia. Legge che, nell’intenzione dei più smaliziati, non voleva certo concedere alle donne l’aborto selvaggio ma solo fare fronte a un’emergenza medica e sociale che a quel tempo si praticava in scantinati malsani e ambulatori improvvisati, con il fondato rischio e pericolo per la salute delle donne che si sottoponevano a tali interventi. Bisogna però ribadire che questo ragionamento è falso perché costituisce solo una verità parziale, un buon cavallo di Troia che consente di raggiungere il vero obiettivo che è quello di normalizzare l’aborto, quindi l’uccisione del feto, come processo di un compromesso terapeutico.

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Ricordiamo ai più giovani uno dei metodi di aborto più in voga alla fine degli anni Settanta, il cosiddetto metodo Karman, sponsorizzato degli attivisti del CISA (Centro Informazioni Sterilizzazione e Aborto) fondato da Emma Bonino e soci. Metodo che è diventato iconico perché documentato da una foto che ritrae proprio Emma Bonino in atto di praticare l’aborto con il metodo Karman. Foto che poi venne utilizzata per scopi propagandistici sia dal Partito Radicale e da +Europa per portare avanti le «idee di civiltà» di una grande italiana di oggi [cfr. QUI]. Accanto all’intenzione dei puri di creare un provvedimento giuridico che limitasse i danni della pratica dell’aborto clandestino, bisogna considerare molto più seriamente la linea di pensiero che vi è sottesa in questa legge e che rappresenta la vera culla ideologica nella quale la 194 ha trovato una giustificazione politica, sociale e successivamente referendaria.

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Dieci anni prima dell’uscita della Legge, esattamente nel 1968, tutti avevano assistito a quel grande inganno per la gioventù che riguardava la libertà e l’autodeterminazione sessuale considerata oramai come un’emergenza della modernità. Infatti, quando il pensiero sessantottino spargeva i suoi errori all’interno dei licei e delle università, propugnava anche con orgoglio e convinzione il diritto all’uso della propria corporeità in modalità multitasking. Non ci fu però in quei giovani l’accoglimento di altrettanti doveri che, a fronte di una autodeterminazione sessuale, sarebbero dovuti scaturire. In altre parole, si difendeva ad oltranza il diritto di fare l’amore con chiunque e dovunque, senza peraltro riconoscersi responsabili per quel concepimento che da quell’atto fisico ne sarebbe scaturito. La donna veniva guidata da una libertà positiva che non accettava limitazioni e controlli, fino al punto di negare la libertà al nascituro di venire al mondo e limitare fortemente il coinvolgimento del padre biologico che finiva per essere uno spettatore, un mero cooperatore alla copula. Così si continuò a portare avanti una politica fatta di diritti ― sessuali e non ― a suon di slogan e di parole surreali che fu la causa di numerose gravidanze non desiderate, ma soprattutto di una mentalità ipocrita che si imponeva repentina nella mente delle nuove generazioni: «io posso fare quello che voglio, il corpo è il mio e di nessun altro, l’utero è mio e comando io».

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Con l’arrivo di tante gravidanze indesiderate, subentrava il problema concreto di dover rispondere in qualche modo del frutto dei numerosi concepimenti. Questo avveniva in due modi: o attraverso l’invio dei bambini agli orfanotrofi ― chiusi in Italia con la Legge del 28 marzo 2001 ― o con il ricorso all’aborto. E certamente non tutte queste gravidanze interrotte, circa 6 milioni e più di aborti dal 1978 ad oggi, erano feti malformati o aborti spontanei. Purtroppo, ancora oggi, i puri predicatori dei diritti si dimenticano troppo frequentemente di predicare anche i doveri che sono immancabilmente scaricati sulle spalle degli altri, prima fra tutte la Chiesa Cattolica che per lungo tempo si è fatta carico della tutela dei piccoli figli non voluti, da qui nascono per esempio i cognomi di Proietti, Esposito, Diotallevi, Sperandio, Trovati, Incerti, Innocenti etc …

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La Legge 194 ha prometeicamente tentato di arginare la disdicevole e pericolosa pratica dell’aborto clandestino senza però mai riuscirci veramente, a ben considerare che in Italia sussistono ancora tra i 10.000 e i 13.000 casi di aborti clandestini l’anno. Peggio del peggio, questa Legge non ha saputo creare una cultura dell’accudimento nei confronti delle donne con cui poter valorizzare la vita come realtà discriminate e difendere quella vocazione alla vita che fiorisce proprio nel naturale compito di genitrice. Ciò avrebbe consentito alle donne di maturare una loro responsabilità sociale a partire dalla loro identità più vera, unita a quel dovere di maternità che si esprime anzitutto portando a termine una gravidanza, indipendentemente dal fatto che si voglia riconoscere o meno il nascituro o affidarlo ad altre famiglie che possano accudirlo con amore. Questi gli interventi per poter esercitare una vera maternità responsabile, così come la Chiesa Cattolica continua a proporre attraverso il magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II.

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Qualcuno ha orgogliosamente affermato che la 194 è una Legge non perfetta, ma degna di un paese civile. Da cattolico e da sacerdote dico invece che la 194 è di fatto una legge chimera, un’ipotesi assurda che alcuni politici democristiani hanno tentato di giustificare attraverso il ricorso al peggiore doppiopesismo clericale che concilia opposti inconciliabili e cioè l’infanticidio legale con la cultura della vita fatta di politiche socio-sanitarie e assistenziali deboli. Non è una legge di civiltà perché non esiste nessuna civiltà moderna che possa giustificare l’infanticidio come un diritto inviolabile dell’uomo o della donna [cfr. art. 2 Costituzione Italiana e Dichiarazione Universale dei diritti umani]. A questo proposito è bene soffermarci sui paragrafi 4 e 5 della legge 194 che rappresentano l’anello debole tra due posizioni chiaramente inconciliabili: il paragrafo 4 vede la prosecuzione della gravidanza come

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«un pericolo per la sua salute fisica o psichica [della donna], in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito»;

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e il paragrafo 5 che cerca delle soluzioni per

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«aiutare [la donna] a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, e metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenerla, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto».

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Quest’ultimo paragrafo è del tutto insignificante e male applicato allo stato della questione. Fino a oggi la 194 è ritenuta da tutti la legge dell’aborto e per l’aborto. Quella legge che permette di dare la morte a un innocente quando la madre non ha un reddito sufficiente, quando è stata abbandonata, quando qualcuno si è dimostrato contrario al prosieguo della gravidanza, quando per via dell’età si è troppo giovani per diventare madre, quando il tempo o il modo per mettere al mondo un figlio non è reputato adatto, quando il nascituro non è esteticamente perfetto. Spesso l’ideologia femminista ha contribuito a mortificare ogni dimostrazione di tutela per la donna incinta e per il nascituro, quasi che fosse più urgente lo scegliere di abortire anziché farsi aiutare durante il pre e il post gravidanza.

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Con l’insediamento del nuovo governo, la schizofrenia giuridica sui paragrafi 4 e 5 della legge 194 sembra essere stata ripresa dal senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri. Con un disegno di legge ha pensato di potenziare l’aspetto della tutela della donna in gravidanza ma soprattutto del nascituro. Attraverso una manovra decisamente pro-vita si vuole tutelare la capacità giuridica del concepito fin dal seno della madre e sensibilizzare il Paese verso una cultura della vita istituendo una giornata dedicata alla vita nascente. Trovo queste proposte di legge molto sensate perché è necessario riaffermare che esiste solo un diritto da difendere che è quello alla vita. Dalla comprensione di questo, scaturiscono poi tutta una serie di altri interventi atti a favorire una vita dignitosa: politiche economiche, incremento del lavoro, potenziamento dell’istruzione e della cultura, politiche sanitarie focalizzate sul bene del malato. Se queste proposte dovessero trovare accoglimento, rappresenterebbero solo una piccola parte di quei timidi tentativi di focalizzare l’Italia, sempre più colpita dall’inverno demografico, verso una consapevolezza di tutela dell’uomo, un cammino di umanizzazione integrale e di accompagnamento della debolezza largamente intesa.

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Il miglior consiglio che mi sento di dare al nuovo governo è quello di investire subito in politiche familiari, sociali e sanitarie pro-life con prodigalità e determinazione, coinvolgendo quante più persone possibili. Al di là di quanto si possa pensare, la tutela della vita non è solo una questione di cattolici oscurantisti. Ci sono tante persone che pur non riconoscendosi dentro una fede sentono come necessità il lottare in difesa della vita umana, evidenziando quel cortocircuito culturale del mainstream che pretende di tutelare tutte le forme di vita del pianeta, dal clima agli animali sino alle piante, rifiutandosi però di tutelare l’uomo fin dai suoi primi momenti di vita biologica nel seno materno.

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In tutto questo discorso non mancano editorialisti e opinionisti illuminati che hanno gridato allo scandalo fascista sulle proposte di legge del senatore Gasparri, proponendo la solita propaganda sull’autodeterminazione delle donne le quali, in quanto portatrici d’utero, non possono e non devono mai essere contraddette, non solo nei giorni del loro ciclo mestruale, ma soprattutto quando si presenta il diritto di scegliere sul proprio corpo e sulla propria salute. Poco importa, poi, se questo diritto nega a un neonato di venire alla luce e se il principio terapeutico salutista coincida nella pratica con la morte in grembo del concepito.

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Mi piace affermare che chi si fa portavoce di questi «civilissimi» diritti intoccabili è figlio di quella stessa intellighenzia violenta e manipolatrice che in questi giorni sta creando agitazione all’interno dell’università La Sapienza di Roma per negare il diritto di parola e di confronto a chi la pensa diversamente. E dopo più di quarant’anni dalla legge 194 si sente l’esigenza di pensare altrimenti, prendere atto che prima della giusta obiezione di coscienza esiste un’obiezione di pensiero che è quella che permette di vedere la realtà per quella che è, chiamando le cose con il loro proprio nome. E qualora ci sentissimo dire che è civiltà l’interruzione terapeutica e volontaria di gravidanza possiamo fare la nostra decisa obiezione di pensiero e dire, usando le parole del Sommo Pontefice Francesco, che l’aborto è la pratica di chi vuole assoldare un sicario per mettere fine alla vita di un innocente [cfr. QUI].

Laconi, 9 novembre 2022

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Se una donna sposa sette uomini rimanendo vedova di tutti, nel giorno della risurrezione, quale di loro sarà suo marito?

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

SE UNA DONNA SPOSA SETTE UOMINI RIMANENDO VEDOVA DI TUTTI, NEL GIORNO DELLA RISURREZIONE, QUALE DI LORO SARÀ SUO MARITO?

 

«Quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio».

 

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Cari Lettori de L’Isola di Patmos,

«La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie»

questa domenica ci spinge a riflettere sul tema della resurrezione della carne, quindi del nostro rapporto quotidiano con Dio. Un rapporto di amore e di slancio vitale verso di noi, come quello di un Padre tenero e affettuoso che non si svincola mai dai suoi figli, che però al tempo stesso responsabilizza nella libertà individuale.

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Nel Santo Vangelo di oggi Gesù deve innanzitutto rispondere all’interrogativo dei Sadducei che usano la legge del Levirato per cercare di metterLo in trappola e farlo contraddire. La Legge del Levirato presente — in Genesi ed Esodo — chiedeva che la vedova di un levita sposasse suo fratello e le desse dei figli, che sarebbero stati poi riconosciuti come prole del primo marito. Dunque, i sadducei esasperano questa Legge che creava precisi vincoli ai membri della casta sacerdotale, perché loro non credevano né alla resurrezione della carne né alla immortalità dell’Anima. Ecco allora la domanda-trappola:

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«La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».

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Gesù sa bene che quella domanda è posta per mettere in discussione le sue parole e il suo operato. Serve ai sadducei per screditarlo davanti alle folle che avevano iniziato a seguirlo, ma per rispondere e superare l’obiezione fallace offre una risposta articolata. Il punto centrale della risposta sta in queste parole:

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«Quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio».

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I figli di Dio sono figli della resurrezione e non si sposano più. Questa è in sintesi la risposta del Signore che spiega come il matrimonio — realtà consacrata definitivamente da Gesù quando aveva benedetto le nozze di Cana e trasformata l’acqua in vino — sia un cammino duale e di coppia, ma innanzitutto un sentiero per la santità personale e del coniuge. Dunque un percorso che accompagna la coppia fino alla resurrezione.

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Questo è il senso profondo: c’è la vita dopo la morte. Sin dall’inizio della nostra esistenza siamo sempre stati accompagnati dal Signore. Siamo nati e non moriremo mai più. Perciò Dio, sin da quando eravamo minuscoli embrioni nel ventre della nostra mamma, ci ha sempre effuso di amore. Con il Battesimo siamo entrati poi nell’ottica di Figli di Dio: cioè adottati da Dio come figli da alimentare e sostenere ogni momento. Fra noi e Dio c’è una relazione radicale e di dipendenza. Senza di Lui non possiamo far nulla.

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Capite bene che esiste un orizzonte che supera la materia e l’orizzontalità. C’è una dimensione di eternità a cui tutti siamo chiamati. Tocca poi a noi, alla nostra libertà e al nostro libero arbitrio di rispondere responsabilmente e liberamente dinanzi alla vocazione all’eternità che ci attende. Riscopriamola in modo tale da non finire nelle congetture del puro effimero, tipico dei sadducei.

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Scriveva Sören Kierkegaard: «Nulla di finito, nemmeno l’intero mondo, può soddisfare l’animo umano che sente il bisogno dell’eterno».

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Chiediamo al Signore di riscoprire la nostra sete di eternità, per fondare ogni nostro atto quotidiano di gentilezza e amore nell’Amore di Gesù, colui che ha deciso di amarci sino alla fine.

Così sia

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Santa Maria Novella in Firenze, 5 novembre 2022

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Padre Gabriele

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Come parlare della morte cristiana in una società che della morte rifiuta l’idea stessa?

COME PARLARE DELLA MORTE CRISTIANA IN UNA SOCIETÀ CHE DELLA MORTE RIFIUTA L’IDEA STESSA? 

La cultura contemporanea sembra non porsi l’interrogativo della morte, oppure cerca di esorcizzarla e farla cadere in oblio, non porsi domande e non dare risposte, mentre la Divina Rivelazione ci assicura che Dio ha creato l’uomo per un fine di felicità che oltrepassa la vita terrena.

— Pastorale liturgica —

Autore
Simone Pifizzi

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PDF  articolo formato stampa

 

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William-Adolphe Bouguereau, 1859. Il giorno dei morti. Musée des Beaux-Arts, Lione

I Padri dell’ultimo Concilio della Chiesa scrissero che «In fronte alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine» [cfr. Gaudium et Spes, 18]. La Solennità di Tutti i Santi e la Commemorazione dei Fedeli defunti ci viene offerta ogni anno come occasione per «contemplare la città del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre» e ricordare a ogni battezzato che verso questa patria comune «noi pellegrini sulla terra affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa dei membri eletti della Chiesa che il Signore ci ha dato come amici e modelli di vita» [cfr. Prefazio del 1° novembre].

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In genere molte persone, anche quelle poco praticanti, non mancano in questi giorni di fare memoria dei propri cari defunti, partecipando all’Eucaristia nelle Parrocchie e visitando i cimiteri. Con struggente affetto ricordiamo chi ci ha voluto bene, grati per quello che abbiamo ricevuto, desiderosi magari di perdonare e di essere perdonati. Molti sono i figli ormai non più giovani, semmai con figli adulti o persino nonni, che dinanzi alle tombe dei propri genitori riflettono su tanti momenti della loro vita, dicendo a sé stessi, ora con tenerezza ora con amarezza, talora anche con profondi sensi di colpa, che se fosse possibile tornare indietro avrebbero avuto altri atteggiamenti e comportamenti verso di loro.

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La morte non può che indurre a interrogare noi stessi perché ― come spesso mi capita di dire nelle celebrazioni esequiali ― niente è più certo che come questa vita l’abbiamo ricevuta un giorno la dovremo rendere. In modo sapiente un vecchio apologo inglese esprime come un bambino che emette il primo vagito, già comincia a invecchiare, per cui l’età che passa ― fossero anche pochi minuti, o un mese o un anno ― ti rende inesorabilmente vecchio. Per questo un bambino nato da un minuto è one minut old (un minuto più vecchio).

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Quando l’uomo trova la forza di fermarsi e pensare a sé stesso, sente come la morte non gli appartiene. Sentiamo, nel nostro profondo più intimo, che noi siamo fatti per la vita. Ma non semplicemente per una vita eterna su questa terra, dove dovrebbe essere eternamente soggetto alle contraddizioni e ai limiti di questo mondo, oppure in una sorta di moderno highlander, costretto penosamente a separarsi da persone e situazioni care. Portiamo dentro il cuore un germe di eternità che insorge tutte le volte che ci troviamo di fronte al mistero della morte e a ciò che da essa deriva: malattia, sofferenza, timore che tutto finisca per sempre. La morte, bene ricordarlo: è una “invenzione” e conseguenza dell’agire dell’uomo. Dio ci creò immortali, non mortali soggetti come tali a decadenza fisica, invecchiamento e dolore, tutti elementi che entrano nella scena del mondo e nell’esperienza umana attraverso il peccato originale [cfr. Gen 3, 1-19], a causa del quale è stata consegnata all’intera umanità avvenire una natura corrotta. Il tutto frutto della libertà e del libero arbitrio che Dio donò all’uomo nel momento stesso della sua creazione [cfr. cfr. Gen 1, 26; Dt 7, 6].

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La cultura contemporanea sembra non porsi l’interrogativo della morte, oppure cerca di esorcizzarla e farla cadere in oblio, non porsi domande e non dare risposte, mentre la Divina Rivelazione ci assicura che Dio ha creato l’uomo per un fine di felicità che oltrepassa la vita terrena. Dio ha chiamato e chiama l’uomo a stringersi a Lui con l’intera sua natura in una comunione perpetua con la sua vita divina. Gesù, Verbo incarnato, con la sua incarnazione, passione, morte e resurrezione ha completamente abbracciato la nostra natura umana; morendo ha vinto la morte e risorgendo ha ridato all’uomo la vita.

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La resurrezione di Gesù è il nucleo centrale della fede cristiana. Chi vive e muore in Gesù partecipa alla sua morte per partecipare alla sua resurrezione, come recitiamo nella III Preghiera Eucaristica quando facciamo memoria dei defunti: «Egli (n.d.r Cristo) trasfigurerà il nostro corpo mortale a immagine del Suo corpo glorioso». Il Verbo Incarnato nella preghiera sacerdotale rivolta al Padre prima di subire la passione chiede che «tutti quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria» [Gv 17,24]. Per questo l’Apostolo Paolo afferma: «Certa è questa parola: se moriamo con Cristo, vivremo anche con lui» [2Tm 2, 11]. È in questo che consiste la novità e l’essenza della morte cristiana: con il Battesimo, il cristiano è “sacramentalmente” morto con Cristo, ed è già immesso in una vita nuova. Pertanto, la morte fisica, consuma il nostro morire con Cristo e compie definitivamente la nostra incorporazione a Lui. Il cristiano, pur sapendo che la morte rappresenta un passaggio anche doloroso (“doglie”) affronta l’inesorabile accorciarsi dei suoi giorni nella speranza, sapendo che Gesù ha vinto la morte, che Egli è quella luce del mondo simboleggiato anche dal cero pasquale posto davanti al feretro durante le esequie, il primogenito dei risorti, il Capo del Corpo che è la Chiesa [cfr. Col 1, 18] attraverso il quale la certezza della vita eterna raggiunge tutte le membra.

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La visione cristiana della morte è espressa in modo insuperabile nei gesti e nelle parole del Rito delle esequie e, in generale, nei formulari della Santa Messa dei defunti. Tralasciando per ovvi motivi i testi, vogliamo sottolineare i riti liturgici, nei quali la Chiesa esprime la sua fede, ben sintetizzata dalle parole del primo prefazio dei defunti: «Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo».

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Nel giorno delle esequie la Chiesa, dopo aver affidato a Dio i suoi figli, asperge i corpi con l’acqua benedetta. L’acqua è l’elemento primario e fondamentale perché ci sia la vita. Ci ricorda che noi siamo fatti per la vita. Ci ricorda il Battesimo nel quale siamo stati indissolubilmente uniti alla morte e risurrezione di Cristo e iscritto il nostro nome nel libro della vita. Dopo l’aspersione con l’acqua, il corpo del defunto viene incensato. L’incenso è usato nella liturgia per rendere onore a Dio e a ciò che lo significa. Oltre all’Eucaristia viene incensato anche l’altare, l’Evangelario, il celebrante, l’assemblea, le immagini sacre… Il corpo del defunto viene così onorato perché riconosciuto come “tempio dello Spirito Santo” e strumento di comunione con Dio e i fratelli.

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Il corpo dei fedeli defunti è infine affidato alla terra come seme di immortalità, sepolto in essa mentre attende la primavera senza fine alla fine dei tempi. A tal proposito trovo appropriate queste parole del Cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze, con la quali concludo:

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«Tutt’oggi i cimiteri sono un luogo in cui esercitare la fede pregando per i nostri cari. Un tempo stavano presso le chiese così che là, dove si faceva memoria di Gesù morto e risorto, si ricordavano anche i defunti e il loro ricordo rimandava a Gesù, Signore dei vivi e dei morti. Anche oggi la Chiesa consiglia la sepoltura come la forma più vicina alla nostra fede. Permette anche altre scelte, quali la cremazione, purché non sia fatta esplicitamente per negare la fede nella risurrezione finale. In tutti i casi chiede di conservare le ceneri nei cimiteri, non nelle proprie case e mai disperderle in natura negando un luogo preciso dove fare memoria insieme e dove la comunità cristiana può assicurare la preghiera costante. Possano queste festività darci quella luce e quel calore di cui abbiamo profondamente bisogno e rendere più leggero il passo per chi nella fede cammina verso il luogo della beatitudine e della pace, dove Dio sarà tutto in tutti».

Firenze, 2 novembre 2022

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1 È Presbitero dell’Arcidiocesi di Firenze e specialista in sacra liturgia e storia della liturgia

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LAUDE AI MORTI

Inno liturgico popolare

Chiesa di Santa Maria della Misericordia, Lastra a Signa (Firenze)

Ottavario dei Morti, novembre 2013

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Dei nostri fratelli,
afflitti e piangenti,
Signor delle genti:
perdono, pietà.

Sommersi nel fuoco
di un carcere orrendo
ti gridan piangendo:
perdono, pietà.

Se all’opere nostre
riguardi severo,
allor più non spero:
perdono, pietà.

Ma il guardo benigno
se volgi alla croce,
ripete ogni voce:
perdono, pietà.

Ai nostri fratelli
dai dunque riposo,
o Padre amoroso:
perdono, pietà.

Finché dal quel fuoco
saranno risorti,
Signor dei tuoi morti:
perdono, pietà.

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