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Abortire è come pagare un sicario per uccidere un innocente. L’aborto resterà sempre il fallimento dell’uomo moderno. La 194 è una legge che vuole conciliare opposti inconciliabili

9 Novembre 2022/1 Commento/in Attualità/da Padre Ivano

ABORTIRE È COME PAGARE UN SICARIO PER UCCIDERE UN INNOCENTE. L’ABORTO RESTERÀ SEMPRE IL FALLIMENTO DELL’UOMO MODERNO. LA 194 È UNA LEGGE CHE VUOLE CONCILIARE OPPOSTI INCONCILIABILI

Qualcuno ha orgogliosamente affermato che la 194 è una Legge non perfetta, ma degna di un paese civile. Da cattolico e da sacerdote dico invece che la 194 è di fatto una legge chimera, un’ipotesi assurda che alcuni politici democristiani hanno tentato di giustificare attraverso il ricorso al peggiore doppiopesismo clericale che concilia opposti inconciliabili e cioè l’infanticidio legale con la cultura della vita fatta di politiche socio-sanitarie e assistenziali deboli.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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se l’aborto è un «diritto sacrosanto» e una «grande conquista sociale», allora le persone abbiano il coraggio e la coerenza di guardare in faccia il “sacro” il “santo” e la “grande conquista sociale”, senza invocare la censura definendo certe immagini dure e crude. Perché l’aborto è questo, duro e crudo: l’uccisione di un essere umano.

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Con l’insediamento del nuovo governo a trazione centro-destra, il «civilissimo» tema sul diritto all’aborto è stato riproposto con vigore ed enfasi. Usato come detonatore per far scoppiare la rivolta contro i conservatori, le sentinelle dei diritti, mettono ora in guardia l’Italia dal pericolo fascista e chiesastico (leggasi tra le righe Meloni, La Russa e Fontana) nei confronti di una Legge, la 194/1978, che secondo loro correrebbe il rischio di scomparire così come già accaduto per l’Ungheria e la Polonia, paesi in cui l’interruzione volontaria di gravidanza è fortemente scoraggiata.

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Ma come stanno veramente le cose? Siamo veramente di fronte a un pericolo democratico? O forse più prosaicamente stiamo ripercorrendo le orme di una ideologia fallimentare che puzzava di vecchio già più di quarant’anni fa? Andiamo con ordine, desidero anzitutto contribuire all’argomento con alcune considerazioni in merito, sia come cattolico che come sacerdote che ha trascorso anni della propria vita a prestare servizio in un grande polo ospedaliero, ed esprimere così qualche consiglio ― non richiesto ― all’indirizzo del nuovo governo che ha la grande opportunità di accompagnare oggi i cittadini alla riflessione del reale.

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Mai come in questo momento storico c’è bisogno di consapevolezza del reale e senso di realtà per capire che qualunque politica può gestire solo cose semplici, anche se vaste e delicate come l’amministrazione di una nazione. Quando la politica pretende di interferire con la natura dell’uomo, con la sua dignità e sacralità, fino alla pretesa del superamento ontologico ― ossia quell’oltre-uomo dionisiaco, libero dalle catene dei valori etici e normativi ― si sperimentano puntualmente i disastri.

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Il miglioramento degli esseri umani non è stabilito dalla politica ma dall’accettazione di obiettivi alti e impegnativi. L’esperienza del sacro, della verità, del bello e del buono sono principi imprescindibili e inalienabili per restare umani, valori conosciuti anche dai nostri padri greci e latini e che il Cristianesimo ha raccolto attribuendoli al Dio della rivelazione come Ente Supremo da cui scaturisce ogni bene. Tra gli obiettivi alti e impegnativi che la vita ci offre possiamo certamente annoverare la custodia della vita umana. La vita non è una res da plasmare a piacere, un campione di materia primitiva inerme svuotata di qualsiasi riflesso superiore e spirituale. La vita umana è sacra, sempre e comunque, dal suo sorgere fino al suo naturale declino. Nel momento in cui ci avviciniamo alla reificazione della vita dobbiamo essere consapevoli di avvicinarci a un processo altamente pericoloso che conduce a quel transumanesimo che ha fatto dell’aborto il suo frutto più violento, rivendicato con orgoglio, oserei dire diabolico, come «diritto della civiltà» e come «grande conquista sociale».

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Anzitutto partiamo da un’evidenza: fa comodo a tutti oggi non considerare la Legge 194 nella sua vera essenza, in quell’humus culturale e politico in cui fu scritta e pensata alquanto male dal legislatore. Sorvoliamo sul fatto che questa legge fu sottoscritta da sei politici appartenenti alla Democrazia Cristiana: un presidente della Repubblica, un presidente del Consiglio dei ministri e quattro ministri. Costoro si rifiutarono di ascoltare la voce della coscienza per addivenire a un provvedimento di legge più giusto e tutelativo preferendo un escamotage clericale che solo delle vecchie volpi democristiane avrebbero potuto escogitare. Come propugnatori di valori cristiani, ma molto di più come uomini di Stato, avrebbero dovuto esercitare un sano principio di laicità (da non confondere con il laicismo) che avrebbe permesso loro di considerare prioritaria la difesa della vita integralmente intesa, salvaguardando le fondamenta di una civiltà moderna e democratica. E qui ricordiamo per inciso la vicenda del Re del Belgio Baldovino I che nel 1990 si rifiutò, per questioni di coscienza, di apporre la propria firma sulla legge che rendeva legale l’aborto, al punto da abdicare il trono per due giorni [vedere QUI, QUI]. Ma d’altronde, questo Sovrano, non era un baciapile democristiano ma un autentico cristiano.

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È la nostra storia europea, quella per intenderci che inizia con San Benedetto da Norcia e i suoi monaci, che ci dice come un’autentica civiltà democratica moderna si caratterizza per l’accudimento dei suoi membri ― dal concepimento fino alla morte ― tutelando soprattutto la vita dei debole, dei poveri, degli indifesi e degli infermi, senza incorrere in quella schizofrenia ideologica che arriva a riconoscere tutti i diritti come uguali, salvo poi sbraitare che alcuni diritti sono più uguali di altri.

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Per i sostenitori della legge 194, di ieri come di oggi, la principale arringa difensiva consiste nel ribadire come un mantra la ratio fondamentale con cui fu portata avanti La legge, quella cioè di impedire la pratica dell’aborto clandestino alle classi più povere che non potevano permettersi un viaggio a Londra o a Lugano per sbarazzarsi del nascituro in tutta riservatezza e pulizia. Legge che, nell’intenzione dei più smaliziati, non voleva certo concedere alle donne l’aborto selvaggio ma solo fare fronte a un’emergenza medica e sociale che a quel tempo si praticava in scantinati malsani e ambulatori improvvisati, con il fondato rischio e pericolo per la salute delle donne che si sottoponevano a tali interventi. Bisogna però ribadire che questo ragionamento è falso perché costituisce solo una verità parziale, un buon cavallo di Troia che consente di raggiungere il vero obiettivo che è quello di normalizzare l’aborto, quindi l’uccisione del feto, come processo di un compromesso terapeutico.

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Ricordiamo ai più giovani uno dei metodi di aborto più in voga alla fine degli anni Settanta, il cosiddetto metodo Karman, sponsorizzato degli attivisti del CISA (Centro Informazioni Sterilizzazione e Aborto) fondato da Emma Bonino e soci. Metodo che è diventato iconico perché documentato da una foto che ritrae proprio Emma Bonino in atto di praticare l’aborto con il metodo Karman. Foto che poi venne utilizzata per scopi propagandistici sia dal Partito Radicale e da +Europa per portare avanti le «idee di civiltà» di una grande italiana di oggi [cfr. QUI]. Accanto all’intenzione dei puri di creare un provvedimento giuridico che limitasse i danni della pratica dell’aborto clandestino, bisogna considerare molto più seriamente la linea di pensiero che vi è sottesa in questa legge e che rappresenta la vera culla ideologica nella quale la 194 ha trovato una giustificazione politica, sociale e successivamente referendaria.

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Dieci anni prima dell’uscita della Legge, esattamente nel 1968, tutti avevano assistito a quel grande inganno per la gioventù che riguardava la libertà e l’autodeterminazione sessuale considerata oramai come un’emergenza della modernità. Infatti, quando il pensiero sessantottino spargeva i suoi errori all’interno dei licei e delle università, propugnava anche con orgoglio e convinzione il diritto all’uso della propria corporeità in modalità multitasking. Non ci fu però in quei giovani l’accoglimento di altrettanti doveri che, a fronte di una autodeterminazione sessuale, sarebbero dovuti scaturire. In altre parole, si difendeva ad oltranza il diritto di fare l’amore con chiunque e dovunque, senza peraltro riconoscersi responsabili per quel concepimento che da quell’atto fisico ne sarebbe scaturito. La donna veniva guidata da una libertà positiva che non accettava limitazioni e controlli, fino al punto di negare la libertà al nascituro di venire al mondo e limitare fortemente il coinvolgimento del padre biologico che finiva per essere uno spettatore, un mero cooperatore alla copula. Così si continuò a portare avanti una politica fatta di diritti ― sessuali e non ― a suon di slogan e di parole surreali che fu la causa di numerose gravidanze non desiderate, ma soprattutto di una mentalità ipocrita che si imponeva repentina nella mente delle nuove generazioni: «io posso fare quello che voglio, il corpo è il mio e di nessun altro, l’utero è mio e comando io».

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Con l’arrivo di tante gravidanze indesiderate, subentrava il problema concreto di dover rispondere in qualche modo del frutto dei numerosi concepimenti. Questo avveniva in due modi: o attraverso l’invio dei bambini agli orfanotrofi ― chiusi in Italia con la Legge del 28 marzo 2001 ― o con il ricorso all’aborto. E certamente non tutte queste gravidanze interrotte, circa 6 milioni e più di aborti dal 1978 ad oggi, erano feti malformati o aborti spontanei. Purtroppo, ancora oggi, i puri predicatori dei diritti si dimenticano troppo frequentemente di predicare anche i doveri che sono immancabilmente scaricati sulle spalle degli altri, prima fra tutte la Chiesa Cattolica che per lungo tempo si è fatta carico della tutela dei piccoli figli non voluti, da qui nascono per esempio i cognomi di Proietti, Esposito, Diotallevi, Sperandio, Trovati, Incerti, Innocenti etc …

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La Legge 194 ha prometeicamente tentato di arginare la disdicevole e pericolosa pratica dell’aborto clandestino senza però mai riuscirci veramente, a ben considerare che in Italia sussistono ancora tra i 10.000 e i 13.000 casi di aborti clandestini l’anno. Peggio del peggio, questa Legge non ha saputo creare una cultura dell’accudimento nei confronti delle donne con cui poter valorizzare la vita come realtà discriminate e difendere quella vocazione alla vita che fiorisce proprio nel naturale compito di genitrice. Ciò avrebbe consentito alle donne di maturare una loro responsabilità sociale a partire dalla loro identità più vera, unita a quel dovere di maternità che si esprime anzitutto portando a termine una gravidanza, indipendentemente dal fatto che si voglia riconoscere o meno il nascituro o affidarlo ad altre famiglie che possano accudirlo con amore. Questi gli interventi per poter esercitare una vera maternità responsabile, così come la Chiesa Cattolica continua a proporre attraverso il magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II.

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Qualcuno ha orgogliosamente affermato che la 194 è una Legge non perfetta, ma degna di un paese civile. Da cattolico e da sacerdote dico invece che la 194 è di fatto una legge chimera, un’ipotesi assurda che alcuni politici democristiani hanno tentato di giustificare attraverso il ricorso al peggiore doppiopesismo clericale che concilia opposti inconciliabili e cioè l’infanticidio legale con la cultura della vita fatta di politiche socio-sanitarie e assistenziali deboli. Non è una legge di civiltà perché non esiste nessuna civiltà moderna che possa giustificare l’infanticidio come un diritto inviolabile dell’uomo o della donna [cfr. art. 2 Costituzione Italiana e Dichiarazione Universale dei diritti umani]. A questo proposito è bene soffermarci sui paragrafi 4 e 5 della legge 194 che rappresentano l’anello debole tra due posizioni chiaramente inconciliabili: il paragrafo 4 vede la prosecuzione della gravidanza come

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«un pericolo per la sua salute fisica o psichica [della donna], in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito»;

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e il paragrafo 5 che cerca delle soluzioni per

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«aiutare [la donna] a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, e metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenerla, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto».

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Quest’ultimo paragrafo è del tutto insignificante e male applicato allo stato della questione. Fino a oggi la 194 è ritenuta da tutti la legge dell’aborto e per l’aborto. Quella legge che permette di dare la morte a un innocente quando la madre non ha un reddito sufficiente, quando è stata abbandonata, quando qualcuno si è dimostrato contrario al prosieguo della gravidanza, quando per via dell’età si è troppo giovani per diventare madre, quando il tempo o il modo per mettere al mondo un figlio non è reputato adatto, quando il nascituro non è esteticamente perfetto. Spesso l’ideologia femminista ha contribuito a mortificare ogni dimostrazione di tutela per la donna incinta e per il nascituro, quasi che fosse più urgente lo scegliere di abortire anziché farsi aiutare durante il pre e il post gravidanza.

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Con l’insediamento del nuovo governo, la schizofrenia giuridica sui paragrafi 4 e 5 della legge 194 sembra essere stata ripresa dal senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri. Con un disegno di legge ha pensato di potenziare l’aspetto della tutela della donna in gravidanza ma soprattutto del nascituro. Attraverso una manovra decisamente pro-vita si vuole tutelare la capacità giuridica del concepito fin dal seno della madre e sensibilizzare il Paese verso una cultura della vita istituendo una giornata dedicata alla vita nascente. Trovo queste proposte di legge molto sensate perché è necessario riaffermare che esiste solo un diritto da difendere che è quello alla vita. Dalla comprensione di questo, scaturiscono poi tutta una serie di altri interventi atti a favorire una vita dignitosa: politiche economiche, incremento del lavoro, potenziamento dell’istruzione e della cultura, politiche sanitarie focalizzate sul bene del malato. Se queste proposte dovessero trovare accoglimento, rappresenterebbero solo una piccola parte di quei timidi tentativi di focalizzare l’Italia, sempre più colpita dall’inverno demografico, verso una consapevolezza di tutela dell’uomo, un cammino di umanizzazione integrale e di accompagnamento della debolezza largamente intesa.

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Il miglior consiglio che mi sento di dare al nuovo governo è quello di investire subito in politiche familiari, sociali e sanitarie pro-life con prodigalità e determinazione, coinvolgendo quante più persone possibili. Al di là di quanto si possa pensare, la tutela della vita non è solo una questione di cattolici oscurantisti. Ci sono tante persone che pur non riconoscendosi dentro una fede sentono come necessità il lottare in difesa della vita umana, evidenziando quel cortocircuito culturale del mainstream che pretende di tutelare tutte le forme di vita del pianeta, dal clima agli animali sino alle piante, rifiutandosi però di tutelare l’uomo fin dai suoi primi momenti di vita biologica nel seno materno.

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In tutto questo discorso non mancano editorialisti e opinionisti illuminati che hanno gridato allo scandalo fascista sulle proposte di legge del senatore Gasparri, proponendo la solita propaganda sull’autodeterminazione delle donne le quali, in quanto portatrici d’utero, non possono e non devono mai essere contraddette, non solo nei giorni del loro ciclo mestruale, ma soprattutto quando si presenta il diritto di scegliere sul proprio corpo e sulla propria salute. Poco importa, poi, se questo diritto nega a un neonato di venire alla luce e se il principio terapeutico salutista coincida nella pratica con la morte in grembo del concepito.

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Mi piace affermare che chi si fa portavoce di questi «civilissimi» diritti intoccabili è figlio di quella stessa intellighenzia violenta e manipolatrice che in questi giorni sta creando agitazione all’interno dell’università La Sapienza di Roma per negare il diritto di parola e di confronto a chi la pensa diversamente. E dopo più di quarant’anni dalla legge 194 si sente l’esigenza di pensare altrimenti, prendere atto che prima della giusta obiezione di coscienza esiste un’obiezione di pensiero che è quella che permette di vedere la realtà per quella che è, chiamando le cose con il loro proprio nome. E qualora ci sentissimo dire che è civiltà l’interruzione terapeutica e volontaria di gravidanza possiamo fare la nostra decisa obiezione di pensiero e dire, usando le parole del Sommo Pontefice Francesco, che l’aborto è la pratica di chi vuole assoldare un sicario per mettere fine alla vita di un innocente [cfr. QUI].

Laconi, 9 novembre 2022

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