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Come parlare della morte cristiana in una società che della morte rifiuta l’idea stessa?

1 Novembre 2022/in Attualità, Pastorale Liturgica/da Padre Simone

COME PARLARE DELLA MORTE CRISTIANA IN UNA SOCIETÀ CHE DELLA MORTE RIFIUTA L’IDEA STESSA? 

La cultura contemporanea sembra non porsi l’interrogativo della morte, oppure cerca di esorcizzarla e farla cadere in oblio, non porsi domande e non dare risposte, mentre la Divina Rivelazione ci assicura che Dio ha creato l’uomo per un fine di felicità che oltrepassa la vita terrena.

— Pastorale liturgica —

Autore
Simone Pifizzi

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PDF  articolo formato stampa

 

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William-Adolphe Bouguereau, 1859. Il giorno dei morti. Musée des Beaux-Arts, Lione

I Padri dell’ultimo Concilio della Chiesa scrissero che «In fronte alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine» [cfr. Gaudium et Spes, 18]. La Solennità di Tutti i Santi e la Commemorazione dei Fedeli defunti ci viene offerta ogni anno come occasione per «contemplare la città del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre» e ricordare a ogni battezzato che verso questa patria comune «noi pellegrini sulla terra affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa dei membri eletti della Chiesa che il Signore ci ha dato come amici e modelli di vita» [cfr. Prefazio del 1° novembre].

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In genere molte persone, anche quelle poco praticanti, non mancano in questi giorni di fare memoria dei propri cari defunti, partecipando all’Eucaristia nelle Parrocchie e visitando i cimiteri. Con struggente affetto ricordiamo chi ci ha voluto bene, grati per quello che abbiamo ricevuto, desiderosi magari di perdonare e di essere perdonati. Molti sono i figli ormai non più giovani, semmai con figli adulti o persino nonni, che dinanzi alle tombe dei propri genitori riflettono su tanti momenti della loro vita, dicendo a sé stessi, ora con tenerezza ora con amarezza, talora anche con profondi sensi di colpa, che se fosse possibile tornare indietro avrebbero avuto altri atteggiamenti e comportamenti verso di loro.

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La morte non può che indurre a interrogare noi stessi perché ― come spesso mi capita di dire nelle celebrazioni esequiali ― niente è più certo che come questa vita l’abbiamo ricevuta un giorno la dovremo rendere. In modo sapiente un vecchio apologo inglese esprime come un bambino che emette il primo vagito, già comincia a invecchiare, per cui l’età che passa ― fossero anche pochi minuti, o un mese o un anno ― ti rende inesorabilmente vecchio. Per questo un bambino nato da un minuto è one minut old (un minuto più vecchio).

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Quando l’uomo trova la forza di fermarsi e pensare a sé stesso, sente come la morte non gli appartiene. Sentiamo, nel nostro profondo più intimo, che noi siamo fatti per la vita. Ma non semplicemente per una vita eterna su questa terra, dove dovrebbe essere eternamente soggetto alle contraddizioni e ai limiti di questo mondo, oppure in una sorta di moderno highlander, costretto penosamente a separarsi da persone e situazioni care. Portiamo dentro il cuore un germe di eternità che insorge tutte le volte che ci troviamo di fronte al mistero della morte e a ciò che da essa deriva: malattia, sofferenza, timore che tutto finisca per sempre. La morte, bene ricordarlo: è una “invenzione” e conseguenza dell’agire dell’uomo. Dio ci creò immortali, non mortali soggetti come tali a decadenza fisica, invecchiamento e dolore, tutti elementi che entrano nella scena del mondo e nell’esperienza umana attraverso il peccato originale [cfr. Gen 3, 1-19], a causa del quale è stata consegnata all’intera umanità avvenire una natura corrotta. Il tutto frutto della libertà e del libero arbitrio che Dio donò all’uomo nel momento stesso della sua creazione [cfr. cfr. Gen 1, 26; Dt 7, 6].

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La cultura contemporanea sembra non porsi l’interrogativo della morte, oppure cerca di esorcizzarla e farla cadere in oblio, non porsi domande e non dare risposte, mentre la Divina Rivelazione ci assicura che Dio ha creato l’uomo per un fine di felicità che oltrepassa la vita terrena. Dio ha chiamato e chiama l’uomo a stringersi a Lui con l’intera sua natura in una comunione perpetua con la sua vita divina. Gesù, Verbo incarnato, con la sua incarnazione, passione, morte e resurrezione ha completamente abbracciato la nostra natura umana; morendo ha vinto la morte e risorgendo ha ridato all’uomo la vita.

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La resurrezione di Gesù è il nucleo centrale della fede cristiana. Chi vive e muore in Gesù partecipa alla sua morte per partecipare alla sua resurrezione, come recitiamo nella III Preghiera Eucaristica quando facciamo memoria dei defunti: «Egli (n.d.r Cristo) trasfigurerà il nostro corpo mortale a immagine del Suo corpo glorioso». Il Verbo Incarnato nella preghiera sacerdotale rivolta al Padre prima di subire la passione chiede che «tutti quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria» [Gv 17,24]. Per questo l’Apostolo Paolo afferma: «Certa è questa parola: se moriamo con Cristo, vivremo anche con lui» [2Tm 2, 11]. È in questo che consiste la novità e l’essenza della morte cristiana: con il Battesimo, il cristiano è “sacramentalmente” morto con Cristo, ed è già immesso in una vita nuova. Pertanto, la morte fisica, consuma il nostro morire con Cristo e compie definitivamente la nostra incorporazione a Lui. Il cristiano, pur sapendo che la morte rappresenta un passaggio anche doloroso (“doglie”) affronta l’inesorabile accorciarsi dei suoi giorni nella speranza, sapendo che Gesù ha vinto la morte, che Egli è quella luce del mondo simboleggiato anche dal cero pasquale posto davanti al feretro durante le esequie, il primogenito dei risorti, il Capo del Corpo che è la Chiesa [cfr. Col 1, 18] attraverso il quale la certezza della vita eterna raggiunge tutte le membra.

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La visione cristiana della morte è espressa in modo insuperabile nei gesti e nelle parole del Rito delle esequie e, in generale, nei formulari della Santa Messa dei defunti. Tralasciando per ovvi motivi i testi, vogliamo sottolineare i riti liturgici, nei quali la Chiesa esprime la sua fede, ben sintetizzata dalle parole del primo prefazio dei defunti: «Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo».

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Nel giorno delle esequie la Chiesa, dopo aver affidato a Dio i suoi figli, asperge i corpi con l’acqua benedetta. L’acqua è l’elemento primario e fondamentale perché ci sia la vita. Ci ricorda che noi siamo fatti per la vita. Ci ricorda il Battesimo nel quale siamo stati indissolubilmente uniti alla morte e risurrezione di Cristo e iscritto il nostro nome nel libro della vita. Dopo l’aspersione con l’acqua, il corpo del defunto viene incensato. L’incenso è usato nella liturgia per rendere onore a Dio e a ciò che lo significa. Oltre all’Eucaristia viene incensato anche l’altare, l’Evangelario, il celebrante, l’assemblea, le immagini sacre… Il corpo del defunto viene così onorato perché riconosciuto come “tempio dello Spirito Santo” e strumento di comunione con Dio e i fratelli.

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Il corpo dei fedeli defunti è infine affidato alla terra come seme di immortalità, sepolto in essa mentre attende la primavera senza fine alla fine dei tempi. A tal proposito trovo appropriate queste parole del Cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze, con la quali concludo:

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«Tutt’oggi i cimiteri sono un luogo in cui esercitare la fede pregando per i nostri cari. Un tempo stavano presso le chiese così che là, dove si faceva memoria di Gesù morto e risorto, si ricordavano anche i defunti e il loro ricordo rimandava a Gesù, Signore dei vivi e dei morti. Anche oggi la Chiesa consiglia la sepoltura come la forma più vicina alla nostra fede. Permette anche altre scelte, quali la cremazione, purché non sia fatta esplicitamente per negare la fede nella risurrezione finale. In tutti i casi chiede di conservare le ceneri nei cimiteri, non nelle proprie case e mai disperderle in natura negando un luogo preciso dove fare memoria insieme e dove la comunità cristiana può assicurare la preghiera costante. Possano queste festività darci quella luce e quel calore di cui abbiamo profondamente bisogno e rendere più leggero il passo per chi nella fede cammina verso il luogo della beatitudine e della pace, dove Dio sarà tutto in tutti».

Firenze, 2 novembre 2022

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1 È Presbitero dell’Arcidiocesi di Firenze e specialista in sacra liturgia e storia della liturgia

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LAUDE AI MORTI

Inno liturgico popolare

Chiesa di Santa Maria della Misericordia, Lastra a Signa (Firenze)

Ottavario dei Morti, novembre 2013

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Dei nostri fratelli,
afflitti e piangenti,
Signor delle genti:
perdono, pietà.

Sommersi nel fuoco
di un carcere orrendo
ti gridan piangendo:
perdono, pietà.

Se all’opere nostre
riguardi severo,
allor più non spero:
perdono, pietà.

Ma il guardo benigno
se volgi alla croce,
ripete ogni voce:
perdono, pietà.

Ai nostri fratelli
dai dunque riposo,
o Padre amoroso:
perdono, pietà.

Finché dal quel fuoco
saranno risorti,
Signor dei tuoi morti:
perdono, pietà.

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