Il pene di Rocco Siffredi, la inaffidabilità della Enciclopedia Libera Wikipedia, la sofferenza per la dismorfofobia peniena dell’uomo fallocentrico del Terzo Millennio

IL PENE DI ROCCO SIFFREDI, LA INAFFIDABILITÀ DELLA ENCICLOPEDIA LIBERA DI WIKIPEDIA, LA SOFFERENZA PER LA DISMORFOFOBIA PENIENA DELL’UOMO FALLOCENTRICO DEL TERZO MILLENNIO

 

La pseudo liberazione sessuale ha generato ogni immoralità fuorché libertà. Il sesso tutto e subito, anche nelle forme più sregolate ed estreme consumato a partire dalla giovane età, nei decenni a seguire ha prodotto generazioni di smidollati incapaci a sviluppare il valore dell’attesa, della lotta interiore e della capacità a resistere, strutturando il proprio carattere su personalità sorrette anche su quella auto-disciplina che guida alla conquista dell’auto-controllo e della vera libertà interiore.

— Attualità —

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ciò che è scritto dagli scienziati di Wikipedia è tutto vero?

Dinanzi alla frase: «… ma l’ho letto su Wikipedia!», se di fronte ho una persona semplice, mi ammanto di buon umore e rispondo con una battuta ironica, se con la stessa frase sono investito da una persona che si dà arie da studioso e intellettuale, in quel caso potrei reagire anche male.

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Wikipedia parte dal presupposto errato che storia e conoscenza scientifica nei vari ambiti del sapere possano essere democratici e soggetti alle discussioni e ai giudizi di non meglio precisati wikipediani, tra i quali pullulano anche intellettuali falliti e ricercatori universitari frustrati. Sul piano storico Wikipedia è una miscellanea di imprecisioni. E siccome tutti possono offrire il proprio democratico contributo, quando qualcuno ha osato correggere grossolane inesattezze è spesso accaduto che il democratico comitato dei vari wikipediani, di prassi rigorosamente anonimi, abbia celermente cancellato il dato esatto e lasciato quello palesemente errato, o più semplicemente ideologico.

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Vi narro una esperienza: anni fa decisi di inserire una voce nella pagina italiana di Wikipedia, si trattava di un insigne teologo, figura di notevole spicco che partecipò come perito al Concilio Vaticano II e che fu stretto collaboratore di tre Sommi Pontefici. Poco dopo il wikipediano di turno dispose la cancellazione della pagina motivando che «mancava di enciclopedicità» e che la persona sulla quale era stata costruita quella biografia non era «figura di valenza enciclopedica». Non pago di questo mi accusò di voler «pubblicizzare uno sconosciuto». Provai a discutere con questo democratico anonimo basandomi sui principi della razionalità e del rigore dettato dai dati di fatto. Presi così le pagine di Wikipedia in lingua tedesca e in lingua inglese dimostrando che non solo su questa persona risultavano due rispettive biografie, ma che quella scritta da me sulla pagina in lingua italiana riportava gli stessi identici dati. Fatto questo chiesi sulla base di quali criteri un teologo italiano potesse essere enciclopedico sulle pagine di Wikipedia in Germania e nei Paesi anglofoni, non però in Italia, dove peraltro ha sempre vissuto e operato. Nella discussione intervennero altri scienziati wikipediani, forse degli assistenti di cattedra da anni in attesa del concorso a titoli che erano stati maltrattati dal professore ordinario per tutta la giornata e per questo bisognosi di sfogo, i quali dettero man forte al loro sodale, sostenendo la «non enciclopedicità» contro ogni palese e dimostrata evidenza.

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Dinanzi a persone che negano i fatti, due sono le soluzioni: o si chiude la discussione o si prendono in giro. In quella circostanza optai per la seconda scelta dimostrando a quella insolita “corte giudicante” che cosa Wikipedia intende di fatto per “verità enciclopedica”. Su questa libera enciclopedia che ha assoggettato i fatti storici e il sapere al sindacato democratico di personaggi anonimi senza volto e identità, c’è la voce rigorosamente enciclopedica del celebre porno attore italiano Rocco Siffredi, a cui riguardo fu scritto nel 2015 con ineccepibile enciclopedicità, quindi come dato inconfutabile: «misura del pene 23 centimetri». Presi questo dato enciclopedico e invitai gli anonimi giudici della corte wikipediana a prendere un metro e a misurare una lunghezza di 23 centimetri. Poi, previo consulto con i migliori specialisti in urologia, domandarsi se un pene di quelle dimensioni può rimanere in stato di parziale erezione solo per pochi minuti. A seguire li invitai a porsi una seconda domanda: un Signore che con il suo pene ci lavora come porno attore, può permettersi problemi erettili? O meglio: può permettersi una erezione di durata molto breve? Perché la cosa equivarrebbe a un atleta con problemi di asma cronica e di fiato corto che dovesse fare una corsa in velocità con il salto a ostacoli.

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Proseguii spiegando ai democratici scienziati wikipediani che un pene di quelle dimensioni renderebbe patologicamente malato il pover’uomo che per disgrazia se lo ritrovasse tra le gambe. Questa patologia affatto augurabile ad alcun maschio è indicata nell’ambito clinico come macrofalosomia. Un pene che supera i 20 centimetri di lunghezza è un pene problematico per l’uomo e per la donna che dovrebbe esserne penetrata nel corso del rapporto sessuale. La macrofalosomia può pregiudicare una vita sessuale sana, generando i relativi disagi psicologici individuali e di coppia. A tutto ciò si aggiunge il problema fisiologico di erezioni molto parziali, una tenuta limitata dello stato erettile e la inevitabile propensione alla eiaculazione precoce. I tessuti cavernosi penieni necessitano del necessario afflusso di sangue sia per raggiungere lo stato erettile sia per mantenerlo. Un pene enorme significa più tessuto da gonfiare, quindi un afflusso di sangue molto maggiore nell’area genitale. Nessun corpo maschile può sostenere un simile sforzo. Di conseguenza le erezioni di un macro pene non sono soddisfacenti, con tutti i problemi che ne derivano.

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Anziché rispondermi nel merito circa la enciclopedicità riguardo l’organo genitale del Signor Rocco Siffredi, la Suprema Corte di Cassazione Wikipediana chiuse il discorso definendomi un disturbatore. Trascorsi alcuni anni sono tornato ad aprire la pagina Wikipedia del celebre porno attore mentre stavo scrivendo questo articolo, scoprendo un aggiornamento enciclopedico che mi ha lasciato sbalordito: tra il 2015 e il 2022 la lunghezza del membro del Signor Rocco Siffredi è infatti passata da 23 a 24 centimetri. Il tutto frutto di indiscutibile e democratica enciclopedicità, beninteso! Passare dai 23 centimetri del 2015 quando il porno attore aveva 50 anni d’età, alla misura di 24 centimetri nel 2022 quando di anni ne ha 58, come miracolo enciclopedico è straordinario. Con altrettanto indiscutibile rigore enciclopedico è stata aumentata anche la sua altezza, indicata pari a un metro e 85 centimetri, benché il Signor Rocco Siffredi sia alto un metro e 75 centimetri. Questioni di democratica enciclopedicità, che in quanto democratica è indiscutibile.

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Vorrei che questo racconto servisse a coloro che a partire dalle scuole medie sino alle ricerche per la redazione delle tesi di laurea prendono come fonte attendibile tutte le approssimazioni, le inesattezze e le notizie storiche parziali e viziate da ideologia presentate da Wikipedia, usandole come fonti sicure per redigere i propri lavori, facendo spesso dei veri e propri copia e incolla. Purtroppo, la Libera Enciclopedia Wikipedia, nei concreti fatti è il trionfo dell’analfabetismo digitale ammantato di sapere e di non meglio precisata democrazia, nella totale incuranza che il sapere e le scienze non sono democratiche ma oggettive.     

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La dismorfofobia peniena è un disturbo psicologico maschile che reca spesso problemi seri ad alcuni uomini. Coloro che ne sono affetti ritengono il proprio pene di dimensioni piccole, con il relativo disagio che ne consegue, soprattutto a livello psicologico e comportamentale. Nella gran parte dei casi il tutto è solo frutto della errata percezione del loro sesso, non dovuto alla patologia del micropene congenito. E così, molto a torto e per niente a ragione, un giovane mi disse: «Ho un grosso problema». Poi cercò di sdrammatizzare aggiungendo: «Un problema che riguarda qualche cosa di piccolo». E mi parlò del suo dramma interiore, legato a un pene a suo dire di dimensioni non soddisfacenti. Un altro mi narrò che al termine di un diverbio la sua partner lo aveva irriso facendo riferimento alle dimensioni del suo pene, cosa per la quale si era sentito a tal punto umiliato che aveva cominciato a soffrire di depressione. Anni fa ho avuto in direzione spirituale un giovane di bell’aspetto, di ottimo carattere, brillante nell’intelligenza e dotato negli studi, ma molto insicuro nel temperamento. Un giorno prese coraggio e decise di confidarmi che sin da quand’era adolescente aveva incominciato a soffrire perché riteneva di avere un pene di piccole dimensioni. Dopo il suo sfogo compresi da dove derivava la sua insicurezza, aiutandolo in tal senso con risultati rivelatisi poi ottimi, grazie a Dio. Potrei proseguire con altri esempi più o meno simili, ma qui mi fermo.

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La bellezza del ministero sacerdotale del confessore o del direttore spirituale è data dal fatto che quando gli uomini ― ma anche le donne ― instaurano un rapporto di autentica e profonda fiducia non esitano ad aprire le sfere più intime e delicate del proprio essere al sacerdote scelto come segreto confidente, superando il disagio e il senso di vergogna che certe cose possono comportare. Coloro che pensano di intendersi di Chiesa, oltre che di dottrina cattolica e di teologia, o che dall’alto delle loro cattedre erette sui social media presumono di poterci non solo criticare ― cosa sempre legittima entro i limiti del lecito ― ma persino insegnare come fare i pastori in cura d’anime, non possono neppure immaginare in quali sfere dell’intimo umano ci dobbiamo muovere e con quali problemi esistenziali veniamo a contatto nella segretezza totale del foro interno e del foro esterno. La sessualità, o ciò che attiene alla sessualità umana, è una di queste sfere, sotto certi aspetti la più delicata da trattare, perché investe aspetti del corpo e della psiche umana che sono tutti quanti uno più complesso dell’altro.

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La sessualità dell’uomo è esterna, contrariamente a quella della donna che è interna. Per questo l’uomo tende a esteriorizzare la sessualità, mentre la donna tende a interiorizzarla. Potremmo dire che l’uomo è sessualmente estroverso e la donna sessualmente introversa. Inevitabilmente l’uomo tende ad avere con il proprio pene un rapporto esteriore che mai una donna si sognerebbe di avere con la propria vagina. Del tutto diverso anche il modo in cui uomo e donna raggiungono l’orgasmo. Più volte diverse donne mi hanno espresso disagi in tal senso, accusando ingiustamente sé stesse di frigidità, perché in questo la donna tende a colpevolizzarsi, mentre spesso è tutta colpa dell’uomo che non sa trattare e rapportarsi con il corpo della donna. Se la donna accoglie quando vuole accogliere e ciò che vuole accogliere, l’uomo è preso invece dal bisogno di esibire, afflitto da un indomabile spirito di competizione sessuale, indicata solitamente come “ansia da prestazione” o più semplicemente come narcisismo. Tutto questo si sviluppa da una ben precisa e triste radice: una oggettiva mancanza di conoscenza della donna e della sessualità femminile. Se una donna desidera un uomo e ne è profondamente innamorata, non è neppure minimamente sfiorata dalle dimensioni del suo pene. A una donna in generale, a una innamorata in particolare, per raggiungere l’orgasmo è sufficiente mezzo dito mignolo. Non solo: un cosiddetto arnese eccessivo può darle solo fastidio, oltre che recare male, provocando tutto fuorché piacere.

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L’espressione idiomatica più o meno volgare, però molto realistica, riferita alle varie tipologie di uomini che «ragionano col cazzo», ha un suo senso molto profondo. Spesso l’uomo tende ad agire e interagire usando come metro di misura il pene anziché la ragione, la logica e il senso speculativo. Più volte mi è capitato di ricordarlo a diversi uomini, facendogli presente quanto fossero affetti da fallocentrismo cronico. Il tutto può essere legato al relativo tasso di quell’ormone maschile noto come testosterone, l’eccesso o la carenza del quale può produrre problemi di varia natura. Non è detto che un tasso alto di testosterone sia un toccasana. Un testosterone eccessivo può rendere l’uomo non solo iperattivo e sessualmente efficiente ma anche molto aggressivo e non sempre capace a controllare la sua aggressività. Più volte è accaduto che nel corso di certi processi penali legati a varie forme di violenza il difensore dell’imputato abbia presentato perizie ed esami clinici che attestavano la produzione eccessiva di testosterone. Qualche volta è anche capitato che il giudice ne tenesse conto riducendo la colpa legata a volontà o premeditato dolo. Per inverso, un testosterone basso, può originare insicurezza, ansia e stati depressivi.

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Il ragionare e l’agire fallocentrico dell’uomo altro non è che quella dimensione speculare alla donna che agisce e interagisce in modo uterocentrico, presa più o meno da isteria. Non a caso il termine deriva dalla radice greca di ύστερα (ystera) che significa utero, da cui deriva il termine ysterikòs. Il corpo dell’uomo e della donna sono delle macchine molto complesse, mentre la mente dell’uno e dell’altra rimane per gran parte un mistero da conoscere ed esplorare. Il sacerdote che vive a contatto con il materiale umano deve confrontarsi anche con certe complesse realtà, dalle quali spesso emergono problemi che non si risolvono prescrivendo la recita terapeutica di una Ave Maria in attesa del «definitivo trionfo del suo cuore immacolato», come pensano quei simpatici cattolici magico-onirici sempre pronti a insegnarci come svolgere correttamente il nostro sacro ministero, pur non avendo mai toccato con mano, ma neppure sfiorato a distanza, certi complessi drammi delle esistenze umane. Sorvoliamo poi sullo spirito rigoroso e impietoso col quale questi stessi cattolici magico-onirici trattano il sesso e la sessualità umana, concentrandovi sopra l’essenza dell’intero mistero del male, come se il sesso fosse il peccato dei peccati. Argomenti questi sui quali ho scritto più volte e in modo dettagliato.

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Viviamo in una società malata di sessuomania, siamo invasi da una pornografia che veicola modelli sessuali e modalità di rapporti sessuali che sono a dir poco surreali, presentati in parte come realtà in parte come traguardi da raggiungere. Questo mercato pornografico ha sortito come effetto quello di dare ai giovanissimi un’idea distorta del sesso, delle relazioni e dei rapporti sessuali. Mai come oggi urologi e andrologi si erano ritrovati dinanzi a pazienti giovanissimi con problematiche che sono tutte psicologiche e non fisiche, meno che mai clinico-patologiche. I problemi dei giovani cresciuti a pane e pornografia possono variare da una visione completamente alterata della sessualità umana, dei rapporti sessuali e delle loro dinamiche, con relative carenze di erezione e problemi di eiaculazione precoce come mai si erano visti prima e che per questo hanno costituito oggetto di numerosi convegni internazionali da parte della Società degli urologi e degli andrologi.

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Il Signor Ventiquattro Centimetri rigorosamente enciclopedico-wikipediani vanta e si attribuisce il merito di avere sdoganato il sesso con i suoi film e le sue accademie del porno, mentre in verità lo ha reso surreale e violento, inducendo alcune generazioni di giovani e giovanissimi ad averne una visione del tutto alterata, con quello che di pericoloso ne consegue a livello singolo e sociale. Insomma, lasciatemi andare giù pari, perché se giochiamo di pudorosi eufemismi e latinismi scientifici non ci intenderemo e soprattutto non potremmo focalizzare il problema. La pazzia collettiva — come la indicava in modo profetico il Servo di Dio Enrico Medi negli anni Settanta del Novecento — è giunta ormai a questi livelli: se un tifoso goliardico molla una pacca sul culo a una telecronista che sta conducendo una diretta televisiva fuori dallo stadio, si leva un coro di scandalizzati che urlano alla violenza sessuale e che invocano persino la condanna per stupro dell’improvvido e inopportuno ragazzaccio, che non doveva fare quel che ha fatto, ma che di certo non ha violentato una ragazza, le ha mancato di rispetto in modo scherzoso come in ogni caso non si deve fare. Però, lo stesso coro di squinternati scandalizzati, tace e non proferisce gemito se in uno dei tanti film porno una donna circondata da una gang di quattro uomini viene penetrata da due per volta nella vagina e nell’orifizio anale, schiaffeggiata sulle natiche e tirata per i capelli in modo violento durante un coito orale. Immagini simili e altre peggiori sono reperibili e visibili da qualsiasi adolescente che abbia in mano uno smartphone. Dinanzi a queste descrizioni, adesso si leverà il solito coretto stonato, noioso e immancabile, dei puritani cattolici per caso pronti a sentenziare «un prete non si esprime così: vergogna!». Invece, rifiutarsi di vedere i problemi in tutta la loro gravità, descriverli e sbatterli in faccia a chi non li vuole vedere perché deciso a vivere nel suo mondo di madonnine languide e cristi androgini photoshoppati, è il modo sicuramente migliore per risolverli, soprattutto per cercare di tutelare i nostri giovanissimi dalle insidie del Demonio. Pertanto domandatevi: è da considerare equilibrata una società che invoca la condanna per stupro di un emerito coglione dalla goliardia inopportuna, ma che tace dinanzi a un’imperante pornografia violenta e aggressiva nella quale i rapporti sessuali di coppia o di gruppo simulano molto spesso lo stupro? Questo intendeva il Servo di Dio Enrico Medi quando irriso da tutti gli intellettuali chic affermava di non temere l’inquinamento e neppure la possibilità di una guerra nucleare, bensì di temere la follia collettiva verso la quale l’umanità stava precipitando. E nella quale infine, l’umanità, oggi è precipitata.

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Se osiamo parlare ai giovani di purezza e di castità, finiamo accusati all’istante di spirito retrogrado e sessuofobico, come pochi giorni fa è accaduto al Sommo Pontefice, prontamente cannoneggiato da tutta la stampa della sinistra radical chic. A parlare infatti di purezza e castità, il minimo che può capitarci è di essere guardati dai diretti interessati come degli extraterrestri atterrati sul pianeta Terra. A seguire, mammine in testa, semmai persino cattoliche adulte e impegnate, variamente catto-comuniste se non addirittura catechiste, si premureranno di dire ai figli di non prestare ascolto a un ridicolo prete che vive in chissà quale iperuranio e che non si rende conto che i tempi sono cambiati. Dopodiché, la mammina amorosa, a sapiente suggello aggiungerà: «Quel che solo conta è l’amore», senza però spiegare ai figli cosa sia l’amore e che cosa comporti, soprattutto in sacrifici e rinunce. Siamo sicuri che dei genitori premurosi e amorosi possano risolvere il problema della corretta educazione sessuale dei figli raccomandando a degli adolescenti l’uso dei preservativi e facendo prescrivere la pillola anticoncezionale alla figlia appena quattordicenne? Io che sono un signore in procinto di compiere a breve 59 anni posso testimoniare che mio padre e mia madre non si sono sottratti all’obbligo delicato e gravoso di educarmi alla sessualità, insegnandomi la prudenza e la continenza, spiegandomi che non si può avere tutto e subito e che l’esercizio della sessualità comporta anche dei rischi e delle responsabilità che poi, a danno fatto, non si possono certo risolvere con l’abominio dell’aborto. E le loro gravose responsabilità di educatori i miei genitori non le hanno mai demandate né scaricate su un preservativo e su una pillola, come fanno invece numerose mammine amorose cattoliche adulte impegnate e militanti, talora persino catechiste, quando irridendoci dinanzi ai figli e alle figlie li invitano a non prestare ascolto alle fesserie che a loro dire sarebbero frutto delle menti fuori dal tempo e dal mondo di noi preti.

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La pseudo liberazione sessuale ha generato ogni immoralità fuorché libertà. Il sesso tutto e subito, anche nelle forme più sregolate ed estreme consumato a partire dalla giovane età, nei decenni a seguire ha prodotto generazioni di smidollati incapaci a sviluppare il valore dell’attesa, della lotta interiore e della capacità a resistere, strutturando il proprio carattere su personalità sorrette anche su quella auto-disciplina che guida alla conquista dell’auto-controllo e della vera libertà interiore. Se dei genitori hanno delle figlie adolescenti che si muovono per le strade mezze nude e che si comportano come delle autentiche cagnette in calore, il grave problema non si risolve dicendo «oggi è così», oppure «così vestono in televisione», o peggio «i tempi sono cambiati», perché un genitore degno di questo nome, oltre a essere un attento educatore deve saper tutelare le figlie adolescenti da tutte le tendenze sbagliate e altamente immorali che sono propagate ai giovanissimi, in modo deciso e all’occorrenza anche severo. A dimostrare ciò che dico è che giovani e giovanissimi non sono più in grado di reggere un no, di superare una sconfitta. Se qualcuno osa dir loro che non è vero che tutto sia dovuto e che al contrario tutto va meritato e conquistato a caro prezzo, che non esistono i successi immediati frutto di esiti magici, eccoli cadere in stati depressivi. A quel punto sono colti da istinti di suicidio, diventano violenti, spesso si raggruppano in branchi nei quali la violenza è sfogata in gruppo, esercitando violenza gratuita in danno di deboli, fragili e disabili sino alla violenza sessuale sulle donne.

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Nei confessionali sempre più deserti, in alcune chiese persino tolti da sotto le navate per lasciare spazio a colloqui socio-psicologici tra confessore e penitente seduti sulle panche come due amici sulla panchina del parco pubblico, oggi nessuno si accusa più di avere rapporti sessuali con l’amichetto o l’amichetta conosciuta il mese prima alla tenera età di 14 anni, nessun giovane chiede perdono a Dio perché convive con una donna o un uomo senza essere sposato, nessuna donna confessa di avere fatto sino all’incredibile per convincere il suo amante ad abbandonare la moglie e i figli e andare a vivere con lei, perché ciò che solo conta è l’amore. Un amore del tutto falso e falsante al quale è stato tolto ogni elemento sorretto anzitutto sulla capacità di rinunciare a ciò che non si può e che non si deve avere. Purtroppo può capitare, come più volte ho spiegato a diverse donne, di innamorarsi anche di un uomo sposato che ha moglie e figli. Però l’essere umano è dotato di ragione e senso critico, non è vero che l’amore è cieco e che comanda lui, siamo noi che comandiamo e scegliamo. Ma soprattutto, l’amore, non si può celare dietro falsi pretesti di puro egoismo. Pertanto, se tu fossi veramente innamorata di quell’uomo che non è libero e che ha una moglie e dei figli, proprio per l’amore che nutri per lui dovresti allontanarti, anziché pretendere per un non meglio precisato amore che lui lasci la famiglia per venire a vivere con te, perché questo non è amore, ma egoismo distruttivo. E se parliamo di quell’egoismo che si spinge sino alla distruzione di matrimoni e famiglie, bisogna ammettere che nessun uomo riesce a esercitare la malizia di cui è capace una donna intestardita decisa ad avere un uomo a tutti i costi e costi quel che costi. Per quanto riguarda la mia personale esperienza posso dire che le innamorate in questione non hanno mai ascoltato le mie parole, semmai hanno ascoltato quelle delle amiche e soprattutto delle esperte madri che si sono premurate persino di istruirle su come indurre il loro amante a lasciare la moglie e i figli. Però lo chiamano amore.

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Cos’altro potremmo aspettarci da una società in cui, con rigorosa e indiscutibile “enciclopedicità”, è presentato come aspirazione e come modello un pene di 24 centimetri, nella inconsapevolezza e nella totale ignoranza che un uomo con un membro del genere non sarebbe affatto un meraviglioso stallone, ma solo un povero malato?

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dall’Isola di Patmos, 29 giugno 2022

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Cari Lettori,

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Vi ringrazio

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Dopo che hanno portato in processione al Gay Pride la Madonna sadomaso e il Cristo sui tacchi a spillo, mi trovo sotto processo per avere dato dell’incoerente a un promotore LGBT

DOPO CHE HANNO PORTATO IN PROCESSIONE AL GAY PRIDE LA MADONNA SADOMASO E IL CRISTO SUI TACCHI A SPILLO, MI TROVO SOTTO PROCESSO PER AVERE DATO DELL’INCOERENTE A UN PROMOTORE LGBT 

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Sono nelle mani della vostra generosità: da una parte ho solo voi, dall’altra un branco di lupi che non vogliono certo la condanna mia ― che realisticamente è improbabile ― ma quella della Chiesa Cattolica, per attaccarsi così una medaglietta ideologica sul petto e seguitare a prenderci a schiaffi con la prossima Madonna sadomaso o con il prossimo Cristo sui tacchi a spillo, bordandoci querele se qualcuno osa replicare ai promotori del fascismo dell’antifascismo, alla intolleranza dei tolleranti e alla discriminazione dei paladini della antidiscriminazione.

— Attualità —

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La Madonna sadomaso portata il processione il 5 giugno al Gay Pride di Cremona dai fascisti dell’antifascismo e dai discriminatori dell’antidiscriminazione

I soliti lobbisti LGBT hanno portato in processione al gay pride di Cremona la Madonna sadomaso preceduta lo scorso anno dal Cristo in minigonna sui tacchi a spillo e varie altre amenità inscenate a queste parate porcine. Non si sa bene sulla base di quali libertà, perché la dissacrazione di tutto ciò che è cattolico non rientra nelle libertà sancite dalla Costituzione della Repubblica Italiana.

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Mentre per le vie di Cremona sfilava la statua della Madonna sadomaso per opera della gaiezza più creativa che da sempre si sente libera di esprimere oltraggi ai sentimenti cristiani, io mi trovo sotto processo penale perché querelato da un promotore LGBT, con tanto di associazione appartenente al segmento più radicale della lobby LGBT che si è costituita parte civile. Per quale danno non è dato sapere.

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Il mio rispetto per la Legge non mi consente di fornirvi dettagli e di entrare nei particolari, perché i processi si fanno nelle aule giudiziarie, non sui giornali o sulle piazze. Sono i giudici a dover giudicare, non le tifoserie delle parti coinvolte. Posso solo dirvi che in un ambito legittimamente polemico, forse animato ma non insultante, senza ledere la dignità della persona umana ho rimproverato pubblicamente un promotore LGBT impegnato nella difesa dei “diritti civili” di essere incoerente e di «sputare nel piatto dove mangiava», perché mentre da una parte supportava l’ideologia gender, il matrimonio tra coppie dello stesso sesso, l’adozione dei bambini alle coppie gay, l’aborto e l’eutanasia considerati conquiste sociali e a seguire tutte le cose che io non condivido ma che chicchessia è totalmente libero di esprimere, al tempo stesso studiava presso un’università cattolica di proprietà della Santa Sede, beneficiando persino di una borsa di studio, mentre i suoi colleghi pagavano 20.000 euro per fare quello stesso master biennale. Domanda: a me prete e teologo cattolico, sarebbe permesso di aderire e iscrivermi a una associazione LGBT con tutte le mie convinzioni morali, sapendo che non perdo occasione per rigettare ciò che di ideologico queste associazioni propagano? Questioni di pura e semplice coerenza. Se uno è contrario a tutto ciò che la Chiesa Cattolica insegna sul piano morale — ed è libero di esserlo — perché andare a studiare proprio in un’università cattolica di proprietà della Santa Sede con tanto di borsa di studio? La natura di questo dibattito polemico era così chiara che il Pubblico Ministero dispose l’archiviazione «per particolare tenuità del fatto». Il mio querelante presentò però opposizione al decreto di archiviazione, obbligandomi a sostenere un processo, che vuol dire anzitutto spendere soldi.

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Semplice e palese la logica del tutto: colpirne uno per metterne a cuccia 100, perché la Madonna sadomaso e il Cristo in minigonna sui tacchi a spillo vanno bene, rientrano nella gaia libertà di espressione, ma una replica critica rivolta a questi attivisti e promotori non è consentita, mai! Non solo: finisci per ritrovarti in tribunale con tanto di associazione LGBT che si costituisce parte civile al fine di reclamare danni (!?).

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Purtroppo non ho alle spalle né uno studio legale che patrocina gli attivisti cattolici né una associazione cattolica che li sostiene finanziariamente. Però sono un prete e un teologo dotato di un coraggio riconosciuto persino dai miei peggiori nemici, che mi consente di lavorare per dare voce a molti cattolici, sempre più spinti verso una nuova riserva indiana dalla intolleranza dei tolleranti, o se preferite dai fascisti dell’antifascismo.

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Lo scorso anno ho chiesto aiuto ai Lettori, voi me lo avete dato e ve ne sono grato. Grazie alle vostre libere offerte ho potuto pagare le spese legali sostenute sino a oggi, ma altre purtroppo ne devo sostenere per le successive fasi di un processo che si sarebbe dovuto chiudere con una archiviazione ma che è stato spinto sino alla sentenza, con tutto ciò che comporterà non tanto in tempo quanto purtroppo in spese. Se ritenete che il mio sia un lavoro che dà realmente voce anche al pensiero di molti di voi costretti a tacere, vi prego di sostenermi, perché non posso fare affidamento sull’aiuto di nessuno.

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Quando questa vicenda sarà terminata vi darò preciso resoconto di tutto lo svolgimento, ma non posso farlo adesso, perché come ho spiegato mancherei di rispetto verso la Giustizia e chi è chiamato ad amministrarla.

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Sono nelle mani della vostra generosità: da una parte ho solo voi, dall’altra un branco di lupi che non vogliono certo la condanna mia ― che realisticamente è improbabile ― ma quella della Chiesa Cattolica, per attaccarsi così una medaglietta ideologica sul petto e seguitare a prenderci a schiaffi con la prossima Madonna sadomaso o con il prossimo Cristo sui tacchi a spillo, bordandoci querele se qualcuno osa replicare ai promotori del fascismo dell’antifascismo, alla intolleranza dei tolleranti e alla discriminazione dei paladini della antidiscriminazione.

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dall’Isola di Patmos, 21 giugno 2022

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Solennità del Corpus Domini — Il Mistero Eucaristico è segno e presenza reale di Gesù, nutrimento di gioia per il cristiano

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL MISTERO EUCARISTICO È SEGNO E PRESENZA REALE DI GESÙ, NUTRIMENTO DI GIOIA PER IL CRISTIANO

 

Ricevere Pane e Vino Eucaristici ci aiuta a diventare “piccoli” Gesù e vivere ogni giorno con gioia e spontaneità. Dunque, dall’intimità con Lui Eucaristico, sorge la Carità, che lo stesso Gesù descrive nel Vangelo.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari Lettori de L’Isola di Patmos,

tre cantori domenicani di Santa Maria Sopra Minerva eseguono l’inno eucaristico composto da San Tommaso d’Aquino

La solennità del Corpus Domini ci mostra che Gesù nell’ultima Cena ci ha donato il Sacramento della sua Presenza e Intimità più profonda: l’Eucarestia.

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Immaginiamo una delle ultime cene che abbiamo fatto insieme agli amici: le loro battute, i loro scherzi, anche i loro numerosi racconti che spesso ci hanno donato gioia e serenità. Ecco allora che il Signore, nella sua Ultima Cena, ci dona tutta la sua persona, tutta la sua gioia, serenità e grazia. Questa ultima cena ci è presentata da San Paolo, nel più antico racconto dell’istituzione dell’Eucarestia:

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«Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria— di me”».

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Di quella Santa Cena noi sappiamo, dalle cronache evangeliche e dalle Lettere apostoliche che Gesù e gli apostoli sono radunati in un convivio per condividere il cibo. Questo momento importante si intreccia nel loro percorso di fede con il Signore. Stanno officiando una cena ebraica, quella della Pasqua, nota tutt’oggi come סדר (séder), in cui Gesù inserisce due elementi nuovi: il pane e il vino. Elementi dei campi e del frutto del lavoro umano. Il Signore benedice questo pane e questo vino che ha preso con sé.

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Gesù benedice Dio per i doni dei frutti della terra. Al contrario, Adamo ed Eva avevano rubato il frutto, istigati dal serpente: avevano preso quel cibo senza benedire Dio e anzi quasi maledicendolo. In questo modo, Adamo ed Eva hanno generato divisione fra loro e Dio. Gesù, al contrario, benedice quel cibo nuovo, capovolgendo l’ottica del peccato: pane e vino divengono elementi di Comunione fra gli uomini e Dio.

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Per questo il Signore offre immediatamente il pane e il vino agli apostoli, mutandone la sostanza materiale e visibile nel Suo Santissimo Corpo e nel Suo Santissimo Sangue. Ad essere onesto non so quanto nell’immediato gli stessi apostoli avessero capito cosa stesse accadendo. Alla fine della cena hanno cantato l’inno, il salmo 135 in cui si dice «Rendete grazie al Signore perché buono, perché eterna è la sua misericordia». Dopo aver consumato Gesù Pane e Gesù Vino, gli apostoli hanno un cuore nuovo: perciò solo alla fine intuiscono il grande miracolo che è accaduto nell’Ultima Cena.

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Questo miracolo viene presentato di nuovo ogni volta anche a noi quando partecipiamo alla Messa. Ogni volta che riceviamo l’Eucarestia noi assimiliamo Lui, che al tempo stesso assimila noi a Lui. Ci rende pieni di una forza nuova, prorompente, divina, con la quale nessun impedimento ci può ostacolare. Ricevere Pane e Vino Eucaristici ci aiuta a diventare “piccoli” Gesù e vivere ogni giorno con gioia e spontaneità. Dunque, dall’intimità con Lui Eucaristico, sorge la Carità, che lo stesso Gesù descrive nel Vangelo.

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Chiediamo al Signore la grazia di oggi di fare una santa Comunione e di camminare nei sentieri sempiterni dell’amore di Carità e infiammare tutto il mondo con la sua grazia.

Così sia.

Roma, 18 giugno 2022

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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I Padri dell’Isola di Patmos

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“Un tocco di leggerezza estiva” ― Antonio Spadaro, te lo domando per un amico: se pizzi e merletti rasentano la bestemmia contro lo Spirito Santo, le cosce delle gesuite esibite davanti al Sommo Pontefice rientrano invece nella moda del nuovo corso?

“UN TOCCO DI LEGGEREZZA ESTIVA” ― ANTONIO SPADARO, TE LO DOMANDO PER UN AMICO: SE PIZZI E MERLETTI RASENTANO LA BESTEMMIA CONTRO LO SPIRITO SANTO, LE COSCE DELLE GESUITE ESIBITE DAVANTI AL SOMMO PONTEFICE RIENTRANO INVECE NELLA MODA DEL NUOVO CORSO?

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Dopo che il Sommo Pontefice Clemente XIII ebbe soppressa la Compagnia di Gesù nel 1773 e incarcerato a Castel Sant’Angelo il Preposito Generale Lorenzo Ricci, alla sua morte avvenuta nel 1775 il Maestro dell’Ordine dei Predicatori commentò: «Cristo è morto crocifisso tra due ladroni, questo è un ladrone morto tra due crocifissi».

— Attualità —

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Diletto Fratello Antonio Spadaro,

Le cosce lunghe gesuite in udienza dal Romano Pontefice, ma il problema di grande emergenza ecclesiale e pastorale sono però pizzi e merletti …

chiedo a te, ma lo faccio per un amico, non essendo io interessato a tutto ciò che attiene la Compagnia delle Indie, che fu a suo tempo la Compagnia di Gesù. Se infatti Dio me ne concederà grazia, spero di vivere sino al giorno che i Gesuiti saranno definitivamente soppressi da qualche Sommo Pontefice con pregressa esperienza di specialista in oncologia, quindi abituato a trattare i tumori degenerativi in fase terminale.

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Di recente il Sommo Pontefice ha fatto un discorso a un gruppo di presbiteri siciliani, l’ultima parte del quale richiamava la canzone di Gino Paoli «Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo». Molto interessante la prima parte, nel corso della quale se l’è di fatto presa con un episcopato mediocre e inadeguato, formato da soggetti tutti quanti nominati rigorosamente da lui, o a lui suggeriti dai suoi più stretti fiduciari, che semmai si sono premurati di bruciare le candidature di soggetti di autentico valore. Se però, in certi discorsi seri, si inseriscono delle battute sarcastiche a raffica, è inevitabile che i mezzi di comunicazione di massa si incentrino poi solo su quelle, riducendo il tutto a delle sferzate dirette a preti che bivaccherebbero tra pizzi e merletti. Mentre il discorso in verità, o perlomeno tutta la prima parte di esso, era molto serio. Questa si chiama scienza o tecnica della comunicazione, che tu dovresti conoscere.

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Non so chi informi il Santo Padre e soprattutto che sceneggiatura di film di fantascienza gli sia stata narrata, perché il clero siculo, lungi dall’essere una congrega di merlettari, semmai imbarazza per la sua sciatteria. Trovare in estate preti che si presentano a celebrare la Santa Messa in bermuda a fiori e ciabatte infradito è cosa all’ordine del giorno, altro che «pizzi della nonna»! La gran parte non indossa neppure la casula o la pianeta, solo un camice dal quale traspaiono sotto i calzoncini corti e una stola gettata sulle spalle. Insomma: i suoi fiduciari, quale trama di film di fantascienza gli hanno narrato per indurlo a quelle battute stile «quattro amici al bar» che hanno deviato ascoltatori e poi commentatori da tutto ciò che di molto serio aveva detto poco prima?

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Non è la prima volta che il Santo Padre si esprime basandosi sul «mi hanno detto che…», espressione che prelude il substrato di fonti discutibilmente attendibili derivanti da quel chiacchiericcio clericale che la Santità di Nostro Signore ha più volte additato e rimproverato a giusta ragione. Può essere che esista allora un chiacchiericcio buono e uno cattivo? O più semplicemente: può essere che non esistono più le persone in grado di rispondere? Perché quando a me un Vescovo disse «mi hanno detto che …», per tutta risposta replicai: «Anche a me hanno detto tante cose su di lei, però mi guardo bene dal convocarla per dirgliele».

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Il 19 maggio 2022 hai guidato i direttori delle riviste europee della vostra Compagnia delle Indie a colloquio con il Sommo Pontefice, dandone tu stesso resoconto con un articolo su La Civiltà Cattolica. Nella foto che campeggia nel tuo articolo si nota una donna piuttosto in carne coperta da una gonna aderente che lascia scoperte le gambe 20 centimetri sopra le ginocchia. Peraltro stiamo a parlare  di gambe non propriamente paragonabili a quelle di una top model, gambe che sarebbe bene coprire e non esibire.

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Caro Antonio Spadaro, per coerenza e spirito di verità devo dichiarare di essere stato nella mia vita un peccatore e purtroppo anche un libertino. E di donne — mentirei se lo negassi — ne ho conosciute in lungo e in largo, soprattutto belle. Poi è avvenuta la mia conversione, la mia purificazione dai tanti peccati della carne che ho commesso e oggi vivo nel rispetto delle sacre promesse, senza mai essere venuto meno alla continenza e alla castità, per grazia di Dio. Il sacro ordine sacerdotale non ha però azzerato la mia memoria, inclusa la pregressa vita di libertino peccatore. Per questo, intendendomi di donne sicuramente più di te, mi permetto di darti un consiglio assolutamente non richiesto: riferisci a nome mio alla Signora Gesuita in questione che non ha né le gambe né il fisico per portare abiti del genere e che l’indumento più idoneo sarebbe stato per lei una toga romana, adatta a coprire con dignitoso pudore ciò che non si dovrebbe proprio mostrare, perché del tutto inopportuno mostrare, specie di fronte al Romano Pontefice.

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Concludo con una domanda per un amico, diplomatico di lungo corso, nato in una famiglia protestante ma di fatto agnostico. Quando nel 2019 si recò in udienza privata dal Sommo Pontefice assieme alla sua bellissima moglie, anch’essa non cattolica, la Signora aveva una gonna che la copriva 20 centimetri sotto le ginocchia, benché estate aveva i collant e il vestito abbottonato fin sotto il collo, le braccia coperte fino ai polsi e un velo nero in testa. Tutto questo perché era una donna non cattolica profondamente rispettosa dell’Augusta Persona del Romano Pontefice, del luogo dove si trovava e del cerimoniale. Ebbene, se questo diplomatico non cattolico vedesse la foto della vostra Signora Gesuita scosciata e mi domandasse lumi, pensi di potergli rispondere tu? Perché da parte mia potrei solo replicare che oggi, nella Chiesa Cattolica, il problema sono solo pizzi e merletti che nei concreti fatti equivalgono a una autentica bestemmia contro lo Spirito Santo.

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Dopo che il Sommo Pontefice Clemente XIII ebbe soppressa la Compagnia di Gesù nel 1773 e incarcerato a Castel Sant’Angelo il Preposito Generale Lorenzo Ricci, alla sua morte avvenuta nel 1775 il Maestro dell’Ordine dei Predicatori commentò: «Cristo è morto crocifisso tra due ladroni, questo è un ladrone morto tra due crocifissi».

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In attesa della vostra prossima e spero vicina soppressione definitiva, ti porgo un fraterno saluto.

dall’Isola di Patmos, 17 giugno 2022

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il Covid ci impediva di mettere l’acqua nelle acquasantiere ma il clericalmente corretto ci “permette” di benedire le coppie di gay dopo la loro unione civile in municipio

IL COVID CI IMPEDIVA DI METTERE L’ACQUA NELLE ACQUESANTIERE MA IL CLERICAMENTE CORRETTO CI “PERMETTE” DI BENEDIRE LE COPPIE DI GAY DOPO LA LORO UNIONE CIVILE IN MUNICIPIO

 

Il presbitero che ha inscenato e presieduto il tutto si è affrettato a giustificare che sono state solo benedette due persone. E, se dopo la Comunione Eucaristica i due “sposini amorosi” sono saliti all’altare per ricevere un grembiule, simbolo del servizio da loro prestato a questo gruppo di cattolici LGBT in cammino, ciò «non è stato un gesto liturgico», ha precisato, pure se il tutto è avvenuto nell’ambito della sacra liturgia e non nella sala da fumo del bar poco distante dalla chiesa parrocchiale, perché quando certi tipi di preti pensano di poter prendere in giro gli altri credendosi di prassi più scaltri, finiscono col perdere sia il senso del ridicolo che quello della umana decenza.

— Attualità —

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Per approfondire il tema vi suggeriamo la lettura di questo libro scritto dai Padri Ariel S. Levi di Gualdo e Ivano Liguori (per andare al negozio cliccate sopra l’immagine)

Non è paradosso né ossimoro ma semplice realtà: per disposizione della Conferenza Episcopale Italiana è stato proibito per due anni di mettere l’acqua lustrale dentro le acquasantiere delle chiese per evitare di veicolare la diffusione e il contagio da Covid-19, solo in questi giorni ne è stato ripristinato l’uso. Una scelta saggia e prudente già adottata nei secoli passati durante le grandi pestilenze. Analoga prudenza non è stata applicata ad altri casi legati a epidemie più gravi. E così, direttamente nella diocesi governata dal Presidente dell’Assemblea dei Vescovi Italiani, sono stati accolti in chiesa e benedetti due omosessuali fieramente praticanti che poco prima hanno suggellata la loro “unione civile” nel vicino palazzo municipale di Budrio in provincia di Bologna.

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Noi “vecchi preti” nati sotto il pontificato del Santo Pontefice Paolo VI e cresciuti sotto il lungo pontificato del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, eravamo abituati all’idea che il virus peggiore fosse il peccato, fucina di tutte le peggiori pandemie. Oggi devo prendere atto che ci eravamo sbagliati. In verità erano solo le pile dell’acquasanta, a essere potenziali veicoli di infezioni virali e di sviluppo delle pandemie.

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A lume di logica ecclesiale ed ecclesiastica desidero precisare che dubito sia stato adeguatamente informato il Cardinale Matteo Maria Zuppi, dai preti-capocomici di questa sceneggiata sacrilega, perché di un atto sacrilego si tratta, c’è poco da girarci attorno. Se fosse stato informato, dubito che avrebbe acconsentito, soprattutto sapendo quale clamore mediatico suscitano da sempre certe gaie pagliacciate, ampliate, nel caso specifico, dal delicato ruolo ricoperto dall’Arcivescovo metropolita di Bologna, che è Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Per questo credo a priori alla totale innocenza del Cardinale Matteo Maria Zuppi, che di questa sceneggiata è stato sicuramente la prima vittima, cosa di cui mi dispaccio per lui, perché è un uomo buono, giusto e da sempre molto accogliente e premuroso verso i presbiteri, sin da quando era vescovo ausiliare a Roma.

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Riassumiamo il fatto di cronaca per poi passare a commentare una parola e un concetto divenuto ormai tabù: peccato. L’11 giugno è accaduto che due giovani uomini hanno ufficializzato la loro “unione civile” nel Comune di Budrio in provincia di Bologna. Il tempo di attraversare la piazza per giungere nella chiesa parrocchiale di San Lorenzo, dove erano attesi da una folla festante e da 14 sacerdoti concelebranti, verosimilmente tutti clerical gay friendly. A presiedere la sacra liturgia è stato Gabriele Davalli, responsabile diocesano ― udite, udite! ―  della pastorale della famiglia e arciprete di una parrocchia limitrofa, che aveva seguito i due “sposini amorosi” durante il loro cammino nel gruppo di Cattolici LGBT.

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Alcuni confratelli di quel presbiterio hanno contattato la nostra redazione precisando:

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«Casomai il responsabile della sceneggiata volesse correggere il tiro a danno ormai compiuto, dicendo di avere solo benedetto due persone, sappiate che erano presenti tutti gli annessi e connessi tipici delle cerimonie nuziali, dai fiori al fotografo per riprendere i due in prima fila sotto il presbiterio» [cfr. QUI].

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E come da loro preannunciato è andata proprio così: il presbitero che ha inscenato e presieduto il tutto si è affrettato a giustificare che sono state solo benedette due persone. E, se dopo la Comunione Eucaristica i due “sposini amorosi” sono saliti all’altare per ricevere un grembiule, simbolo del servizio da loro prestato a questo gruppo di cattolici LGBT in cammino, ciò «non è stato un gesto liturgico», ha precisato, pure se il tutto è avvenuto nell’ambito della sacra liturgia e non nella sala da fumo del bar poco distante dalla chiesa parrocchiale, perché quando certi tipi di preti pensano di poter prendere in giro gli altri credendosi di prassi più scaltri, finiscono col perdere sia il senso del ridicolo che quello della umana decenza. Cos’altro aggiungere: ogni commento a cotanta ipocrisia clerical chic sarebbe superfluo, quindi concludiamo con una domanda destinata a rimanere senza risposta, per poi passare a cose più serie. Non so chi abbia formato il presbitero Gabriele Davalli nella teologia fondamentale e nella morale cattolica. Però, siccome a essere formato male sono stato sicuramente io, che tra i miei preziosi formatori ho avuto anche il Cardinale Carlo Caffarra, in modo pacato, anzi in modo timido, col rossore che mi avvampa le gote, perché come noto sono un timido ragazzo di campagna, in modo sommesso oso domandare: Gabriele Davalli, dopo avere ammesso alla Comunione Eucaristica due gay dichiarati freschi “sposi novelli” e dopo avere dato loro il grembiule simbolo del servizio prestato prima della fine della Santa Messa, eri o no consapevole che la sera, i due, avranno sicuramente festeggiato inchiappettandosi a vicenda, con tanto di cerimonia e benedizione ricevuta il mattino durante la Santa Messa? O pensi forse, caro Gabriele Davalli, che la sera si sono coricati recitando il Santo Rosario alla Beata Vergine Maria chiedendo la sua intercessione per avere il sostegno e la forza necessaria a non cadere in turpe peccato? Questo, sarebbe ciò che domanderei a Gabriele Davalli se fossi il suo vescovo, che ovviamente, per grazia sua e per grazia mia, non sono.

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La triste verità è che un responsabile diocesano della pastorale per la famiglia e altri tredici preti gay friendly che hanno concelebrato mutando l’Eucaristia in un teatrino sacrilego, hanno di fatto benedetto il peccato e confermato pubblicamente due persone nel peccato mortale. E se qualcuno è in grado di smentirmi — in testa a tutti l’Arcivescovo metropolita di Bologna, che come ripeto ritengo del tutto non colpevole, oltre che uomo buono e giusto — si faccia avanti e mi dimostri il contrario. Soprattutto desidero che, vescovi in testa, mi dicano pubblicamente ― non con la classica letterina privata rammaricata ― che la teologia e la morale cattolica con la quale sono stato formato posso tranquillamente gettarle nel cesso e poi tirare l’acqua dello scarico. Ma soprattutto desidero mi spieghino che tutto ciò che sino a ieri era turpe peccato mortale, oggi è diventato amore da accogliere e da benedire. Dopo che mi avranno spiegato questo, pubblicamente, il giorno dopo rimetterò il mio mandato all’esercizio del sacro ministero sacerdotale nelle mani del vescovo che me lo ha conferito e mi ritirerò a vita privata.

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Nella società civile essere omosessuali e praticare l’omosessualità non è reato. Aggiungo: e mai potrebbe esserlo, sarei il primo a scendere in piazza a protestare, se chicchessia tentasse di perseguire a qualsiasi titolo gli omosessuali in quanto tali. L’omosessualità non è una malattia, al limite può essere un disturbo o un disagio psicologico più o meno grave in coloro che la vivono male o in coloro che non la accettano e che per questo ne soffrono. Come sacerdote cattolico e come teologo ho sempre riconosciuto alle persone il diritto a vivere la sessualità che vogliono e a non essere ad alcun titolo discriminate per le loro scelte e le loro pratiche sessuali, lo dice anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, che per inciso è bene ricordare:

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2357 «L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni (cfr. Gn 19,1-29; Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm 1,10) la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati” (cfr. Persona humana, n. 8). Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati».

2358 «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione».

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Per me la questione è tutta quanta teologica, visto che faccio il prete e il teologo non il master chef. Se Dio non ha impedito ad Adamo ed Eva di commettere il peccato originale, possiamo forse impedire noi, agli uomini, di commettere peccati? Perché, che piaccia o no a certi miei mondani confratelli gay friendly, pronti all’occorrenza a mascherare un farsesco “matrimonio” tra due uomini da benedizione che come tale non si nega a nessuno, resta in ogni caso il fatto che per la morale cattolica e la legge di Dio in cui essa si radica «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati». Una volta condannato l’atto, ossia il peccato, riguardo invece i singoli omosessuali, cioè i peccatori, la morale cattolica chiarisce: «[…] devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione». Il tutto sempre ribandendo, per quanto riguarda il peccato, che certi atti «Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale» e che «In nessun caso possono essere approvati».

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La sodomia è un grave peccato contro la natura creata e ordinata da Dio. Se quindi certi preti conoscessero e praticassero gli elementi basilari della teologia e della morale cattolica, se conoscessero semplicemente il Catechismo, anziché mascherare da “benedizione” il “matrimonio farsa” di due uomini, dovrebbero essere consapevoli che il peccato rientra nell’esercizio della piena libertà e del libero arbitrio dell’uomo, ma che il peccato deturpa l’anima del peccatore e reca scandalo alla comunità dei credenti. Pertanto, il peccato, rientra sì nel pieno esercizio della libertà dell’uomo, ma non è però un diritto e nessuno, specie all’interno della Chiesa, può rivendicarlo come tale, neppure le coppie di “amorosi sposini” omosessuali.

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Più volte nei miei pubblici scritti, ma anche durante i miei colloqui privati con quei confratelli che si avvalgono di me come direttore spirituale o come confessore, mi sono ritrovato a spiegare la sostanziale differenza che corre tra peccato e peccatore, soprattutto a giovani sacerdoti usciti dal set di quel film di fantascienza a cui sono ormai ridotti i nostri seminari tutti pace, gioia e amore. Noi sacerdoti, come santificatori, maestri e guide del Popolo di Dio abbiamo non solo il dovere di rigettare il peccato, perché sulle nostre coscienze sacerdotali grava l’imperativo e l’obbligo di combatterlo. Diverso il discorso del peccatore, che è nostro dove e obbligo accogliere, assistere e amare, soprattutto coloro che commettono i peccati più gravi, perché anzitutto per loro Cristo ha sparso il proprio sangue redentore sulla croce. Quindi, se anziché accogliere il peccatore noi lo respingessimo in quanto tale, tradiremmo e profaneremmo nel peggiore dei modi la santa missione che Cristo Dio ci ha affidato attraverso la istituzione del sacerdozio ministeriale.

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Il problema di fondo è che un esercito di presbiteri sessantottini e di nipotini del Sessantotto da loro cresciuti e allevati a overdosi di imprecisata pace, gioia e amore, non conoscono più la differenza che corre tra peccato e peccatore, che è una differenza fondamentale e sostanziale. Per quanto inutile possa essere, perché nulla di ciò che è strutturalmente ideologico può essere scalfito, cerchiamo adesso di comprendere bene quel pericolo mortale costituito dal terrificante peccato propagato dai lobbisti LGBT, di cui lungamente ebbi a parlare nei miei lunghi colloqui privati con il Cardinale Carlo Caffarra. Questo pericolo ― che ripeto è mortale e terrificante ― è dato dal fatto che gruppi costituiti da sedicenti cattolici auto-denominatisi “Cattolici LGBT” si stanno facendo largo all’interno della Chiesa e delle comunità parrocchiali, infinocchiando in modo grandioso vescovi, preti e suorine stolte. E si stanno facendo largo non per essere seguiti e curati spiritualmente, non per curare le loro fragilità e ferite, non per cercare di sanare le loro anime dal virus epidemico del peccato, ma per essere legittimati e confermati nel peccato mortale. Trappola questa nella quale un esercito di vescovi, preti e suorine stolte stanno cadendo come pesci dentro la rete. La lobby LGBT è entrata ormai da un decennio dentro la Chiesa come un cavallo di troia per rivendicare e dimostrare che il primo a sbagliarsi è stato anzitutto Dio nel crearci maschio e femmina. In errore non sono loro, sempre ammantati di vittimismo e dolorismo, lo è la Chiesa che con la sua “retriva” e “cupa” morale osa impedire a due gay o a due lesbiche di amarsi, negando a questo modo — a loro dire — l’essenza stessa del Santo Vangelo, che è amore e solo amore. Certo, che il Santo Vangelo è amore, basterebbe però chiedersi e comprendere quale vero amore diffonde, perché l’amore che annuncia finisce a sanguinare sulla croce con quattro chiodi piantati nella carne e con una corona di spine sulla testa, cosa del tutto diversa dai tripudi porcini e dissacranti dei vari gay pride, che anche di recente ci hanno regalato la Madonna sadomaso e Cristo sui tacchi a spillo. O forse il Santo Vangelo, in nome di un non meglio precisato “amore”, ci consente di benedire l’unione di due uomini, di festeggiarli in chiesa e di ammetterli alla Comunione Eucaristica, affinché possano rientrare la sera nella loro camera da letto, “benedetti” e “santificati”, a sodomizzarsi a vicenda in nome dell’amore? È forse questo l’amore annunciato dal Santo Vangelo?

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Fu per questo motivo che nel 2009, quel sapiente uomo di Dio del Cardinale Carlo Caffarra, pur ricoperto di tutte le peggiori contumelie, criticato e insultato su tutta la stampa gay friendly della sinistra radical chic, proibì a un coro composto da 25 omosessuali dichiarati di radunarsi nei locali della parrocchia bolognese di San Bartolomeo della Beverara. Perché un conto è accogliere il singolo omosessuale, che va accolto, rispettato, amato e accudito spiritualmente, sempre. Altra cosa permettere che direttamente all’interno delle strutture ecclesiali ed ecclesiastiche siano costituiti gruppi di non meglio precisati omosessuali cattolici, che come l’esperienza ci insegna e come di prassi è quasi sempre accaduto, pongono anzitutto in discussione la dottrina e la morale della Chiesa Cattolica. Perché è la Chiesa, che deve piegarsi al capriccio del loro peccato, accoglierlo e legittimarlo, infine benedirlo. Cosa questa che la Chiesa non potrà mai fare.

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Ogni tanto qualche vescovo mi accusa di usare toni forti, altri, molto più numerosi, mi pregano invece di dare pubblica voce a ciò che loro non sempre possono dire in toni forti. E come potrei non usare toni forti, di fronte a un esercito sempre più fitto di preti che non sono più in grado di distinguere neppure il peccato dal peccatore? Però il problema non sono loro, sono io che sono duro. E nella Chiesa visibile intrisa di un non meglio precisato amore la durezza non è ammessa, perché ormai non siamo più «il sale della terra» [Mt 5, 13] ma lo zucchero della terra. Di conseguenza, benedire in chiesa durante l’azione liturgica due omosessuali che la sera tornano a giocare alla cavallina, questa è cosa veramente buona e giusta, almeno per tutti coloro che hanno deciso di mutarsi in zucchero della terra.

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Ogni stagione storica ha i suoi personaggi, ma in circostanze di questo genere sentiamo certamente la mancanza del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II. Perché in casi più o meno analoghi, verificatisi ormai in numerose diocesi del mondo, non avrebbe esitato a chiamare dinanzi a sé i rispettivi vescovi. E per spirito di autentica carità cristiana gli assistenti di camera, prima del loro ingresso in udienza, avrebbero raccomandato: «Eccellenza, prima di recarsi dal Sommo Pontefice passi dalla Farmacia Vaticana, acquisti e indossi il pannolone di contenzione, perché sarebbe sicuramente imbarazzante, per lei come per chiunque, pisciarsi addosso dinanzi al Santo Padre». Oggi le cose sono cambiate, abbiamo il presbitero padovano Marco Pozza, per gli amici Don Spritz, che in jeans e scarpette da ginnastica slacciate va a intervistare il Santo Padre e che non avendo di meglio da fare pubblica un messaggio di auguri per una coppia di suoi amici gay in occasione del loro matrimonio, salvo correggere poco dopo il post cambiando la parola “matrimonio” con “unione civile”. Ciò che però solo importa è di non presentarsi dinanzi al Santo Padre con una talare romana addosso e un rispettoso ferraiolo sulle spalle, perché in quel caso si può correre il rischio di essere fulminati con uno sguardo. Ma tutto finirebbe con un’occhiata fulminea, perché per far pisciare addosso qualcuno occorrerebbe la tempra che all’occorrenza sapeva avere il Santo Pontefice Giovanni Paolo II, ma soprattutto sarebbe necessaria la sua santità, perché solo i Santi, quando il caso lo richiede, riescono anche a farti pisciare addosso per la salvezza della tua anima.

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Mio amato e venerato Carlo Caffarra, provo santa invidia per te, che sei stato chiamato nel settembre 2017 alla Casa del Padre, dove vorrei essere anch’io, risparmiando così a me stesso l’abominio della desolazione che ci attende, perché ormai, certi nostri pavidi e improvvidi vescovi, amorevoli verso il peccato ma stizzosi verso quei loro preti che il peccato osano sempre condannarlo, da tempo ci stanno facendo veramente aspirare la grande grazia della morte.

dall’Isola di Patmos, 16 giugno 2022

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Guarigione dell’albero genealogico? Tra karma e riti sciamanici. Alcune linee teologiche e pastorali per fare discernimento

GUARIGIONE DELL’ALBERO GENEALOGICO? TRA KARMA E RITI SCIAMANICI. ALCUNE LINEE TEOLOGICHE E PASTORALI PER FARE DISCERNIMENTO

Pregare per la guarigione delle colpe passate degli antenati in funzione della liberazione dei loro discendenti non solo è inutile ma è anche non cristiano in quanto contrario alla Rivelazione e all’insegnamento di Gesù. Detto questo poniamoci adesso una domanda: perché dovremmo chiedere con insistenza al Signore di liberarci dalle colpe dei nostri antenati, dalle loro scelte sbagliate, dai loro atti viziati nell’uso del libero arbitrio se così facendo affermiamo di fatto un rapporto moralistico malato di causa-effetto così apparentemente scontato, così impietoso da veicolare un distruttivo determinismo che Gesù rifiuta?

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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È un fatto triste e vero che quando l’uomo non crede più in niente finisce sempre col credere a tutto, quando cessa di credere in Dio finisce col credere agli dei e alla lettura dei tarocchi. Non mancano poi personaggi oscuri che stravolgono gli elementi del Cattolicesimo, tra i quali la Beata Vergine Maria, che finisce per essere falsata e deturpata nel peggiore dei modi, in parte per creare attrazione, in parte per mettere in piedi dei veri e propri mercati redditizi.

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Da diversi anni a questa parte assistiamo, all’interno di alcuni movimenti legati alla Chiesa Cattolica, specie a quelli più vicini all’area estremista dei carismatici, a una pratica spirituale conosciuta col nome di Preghiera di guarigione dell’albero genealogico o Preghiera di guarigione intergenerazionale. Che cos’è di preciso questa preghiera? È utile? Ma soprattutto, è cattolico e in linea con la Rivelazione pregare in questo modo?

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Con questo articolo desidero dare solo alcune linee di interpretazione teologica e pastorale per aiutare i fedeli a operare un giusto e sano discernimento, dato che spesso la confusione può prendere il sopravvento sulle persone che si trovano a dover affrontare situazioni di malattia e di sofferenza che impediscono di mantenere la giusta lucidità della fede nel tempo della prova. E quando si è colpiti da quel dolore che spesso rende fragili e vulnerabili, dietro l’angolo c’è sempre chi cerca di ricavarne un profitto personale, che può variare dalla raccolta di danaro alla perversa gioia di esercitare il potere di controllo sulle coscienze.

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Sono ben consapevole della delicatezza e della complessità dell’argomento che avrebbe bisogno di ben altri strumenti e spazi per essere trattato in modo del tutto esauriente. Bisognerebbe spendere molto tempo a dipanare le delicate questioni teologiche e psicologiche sottese al bisogno di guarigione e di cura, assieme alla responsabilità personale e comunitaria davanti al mistero del male e del peccato che affaticano il cammino quotidiano dell’uomo e della società. La cosa più opportuna da fare sarebbe quella di scrivere un libro sull’argomento per poter essere veramente certi di trattare ogni più piccolo aspetto e interrogativo che il tema della guarigione dell’albero genealogico pone in evidenza. In attesa che qualcuno porti a termine un lavoro del genere che attualmente non esiste ― tanto si è scritto su questo tipo di preghiera di guarigione ma sempre in modo molto parziale, di parte e frammentario ― è bene mettere subito in relazione questa preghiera con il Magistero della Chiesa, soprattutto in riferimento alla persona di Cristo come vincitore del peccato e della sofferenza in tutte le sue forme. Gesù è «colui che libera da ogni male» [Sap 16,8], e continua a essere il Salvatore potente che dona la salvezza e la salute al suo popolo, sempre pronto a intervenire per il bene di coloro che a Lui si rivolgono come Buon Samaritano.

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Anzitutto è necessario collocare questa preghiera all’interno di una definizione chiara che possa circoscriverne i confini. In sintesi, possiamo dire che la Preghiera di guarigione dell’albero genealogico è quella preghiera che chiede a Dio di eliminare le cause e le conseguenze di quei mali che hanno interessato una determinata persona nel passato le cui conseguenze persistono ancora al presente ricadendo sui suoi discendenti. Facciamo un esempio: se il mio bisnonno ha commesso un peccato, un male o era portatore di una determinata tendenza o tara che ha marchiato la sua esistenza in modo incisivo, questo peccato (male, tendenza, tara) può manifestarsi ancora nella vita futura dei nipoti anche dopo diverse generazioni portandosi dietro le immancabili conseguenze di sofferenza. Quindi mali oggettivi come la violenza, l’alcolismo, la pratica dell’occultismo, la tendenza al suicidio o all’aborto, alcune malattie psicologiche, alcune corruzioni morali, possono ripresentarsi nella vita di una persona che paga al presente e subisce in modo del tutto incolpevole quello che è stato vissuto da un suo antenato nel passato.

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Ho voluto prendere come esempio il caso di un lontano nonno in relazione a un pronipote, ma la stessa cosa potrebbe dirsi in modo più immediato tra un padre e un figlio o tra una madre e un figlio, quindi tra generazioni anche molto vicine tra di loro. Nell’ambito delle scienze cliniche oncologiche è noto e scientificamente accertato che certe forme di tumori possono essere ereditari, per questo gli specialisti consigliano a figli e nipoti di effettuare periodici controlli. Nell’ambito delle scienze cliniche psichiatriche è altrettanto noto che certe malattie o disturbi mentali sono ereditari, per esempio la schizofrenia.

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Proviamo a chiarire il tutto con un altro esempio: il Codice di Diritto Canonico del 1917 ai canoni 983-991 indicava tutta una serie di impedimenti a ricevere il sacro ordine sacerdotale. Le precedenti leggi canoniche successive al Concilio di Trento stabilivano che i figli dei macellai non potevano ricevere gli ordini sacri. Una norma che, se non spiegata, oggi potrebbe suscitare persino ilarità, eppure aveva una sua logica. In alcune epoche storiche quello dei macellai era un mestiere particolarmente cruento e quasi sempre la macellazione degli animali avveniva in modo molto violento. Il tutto finiva per incidere non solo sulla psicologia e l’aspetto comportamentale di chi esercitava questo mestiere, ma anche nei membri della sua famiglia, dei suoi figli e dei suoi nipoti nati e cresciuti in quel genere di contesto familiare, sociale e lavorativo.

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In molti particolari casi la povera persona che patisce tali mali non è nient’altro che un anello di una lunga catena di individui gravati da continui disturbi e malanni fisico-spirituali ripetuti che si protrarranno fino a quando non saranno interrotti i legami con quelle radici che rappresentano la causa oggettiva di questi disturbi. La guarigione avviene attraverso una serie di preghiere specifiche e puntigliose che passano in rassegna tutti i mali fisici e spirituali esistenti nel mondo.

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Per l’esemplificazione dei Lettori riporto qui di seguito alcuni stralci di una Preghiera di guarigione dell’albero genealogico composta da un personaggio sui generis e che è possibile ritrovare sul web. Testi più o meno simili è possibile trovarli anche altrove o leggerli in diversi libri che trattano dell’argomento:

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«Gesù, ci hai rivelato che dal peccato commesso dall’uomo all’origine del mondo è venuto ogni male e che anche il peccato di ciascuno ha influenza negativa sugli altri, specialmente il peccato dei genitori sui figli e i discendenti. Attraverso la generazione si trasmettono gli stessi caratteri fisici e psichici, i buoni frutti delle virtù e le tristi conseguenze dei vizi, la salute e le malattie, il bene e il male. Per il bene che i genitori e gli antenati ci hanno trasmesso, li ringraziamo e ringraziamo Te, perché con la tua grazia hanno agito bene. Per il male che ci hanno trasmesso, li perdoniamo e li affidiamo alla tua misericordia, chiedendo per loro il tuo perdono e facendo suffragi. Gesù, ora ti preghiamo per le nostre generazioni passate e presenti, sia di ramo paterno che di ramo materno. Ti preghiamo di guarire il nostro albero genealogico, di cui noi siamo un frutto. Per il loro bene e il nostro bene, tronca ogni influenza negativa che ci hanno trasmesso. Il tuo Sangue Prezioso scenda a purificare, risanare, liberare, perché oggi la nostra generazione sia sana e santa, unita e felice così che possa trasmettere solo cose positive, essere canale soltanto di salute e di santità. Gesù, guarisci il nostro albero di famiglia».

«Gesù, guariscici da tutte le malattie che sono giunte a noi attraverso le generazioni passate. Guariscici dalle malattie fisiche: del cuore, del sangue, del sistema circolatorio; della bocca, del naso, delle orecchie, della gola, dei bronchi, dei polmoni; dell’esofago, dello stomaco, del fegato, della cistifellea, del pancreas, dell’intestino; dei reni, delle vie urinarie; del cervello, del midollo spinale e del sistema nervoso; delle ossa e della colonna vertebrale; della pelle; dei nostri cinque sensi; guariscici dai tumori e da ogni malattia strana; dalla frigidità e dalla sterilità, dall’impotenza e dalle malattie veneree. Guariscici da tutti i casi di malattie mentali che ci sono stati nella nostra storia familiare: forme di paranoia, schizofrenia, psicosi, comportamenti depressivi e autodistruttivi. Guariscici da tutte le malattie psichiche: ansie, affanni, depressioni, insicurezze, paure, complessi, tristezze, pensieri di suicidio, tedio della vita, squilibri, attacchi di panico. Interrompi la trasmissione di tutte queste malattie. Togli queste tare ereditarie. Fa’ che nella nostra generazione ci siano sempre salute fisica, integrità mentale, equilibrio emozionale, sane relazioni, bontà, amore; per trasmettere questi tuoi doni alle generazioni successive. Gesù, guariscici da tutte le malattie ereditarie»

«Gesù, liberaci da tutti i mali causati in noi dagli antenati che partecipavano all’occultismo, allo spiritismo, alla stregoneria, alla magia, a sette sataniche, alla massoneria. Tronca il potere del maligno che, per colpa loro, ancora pesa sulle nostre generazioni. Spezza la catena di maledizioni, malefici (fatture, legature, segnature, riti voodoo), opere sataniche che gravano sulla nostra famiglia. Liberaci da patti satanici, consacrazioni a satana e legami mentali con i seguaci di satana. Tienici sempre lontano da riunioni spiritiche e da ogni attività con cui satana può continuare ad avere dominio su di noi. Prendi sotto il tuo potere qualsiasi area che sia stata consegnata a satana dai nostri antenati. Allontana per sempre lo spirito cattivo, ripara ogni suo danno, salvaci da ogni sua nuova insidia. Solo da Te possiamo avere tutti la vita, la libertà, la pace. Gesù, liberaci da tutti i mali causati dal maligno»

«Gesù, liberaci da tutte le abitudini cattive presenti nel nostro albero genealogico: dal gioco, dallo sperpero, dal bere, dalla droga, dalla grettezza, dal furto. Poni fine ad ogni nostra cattiva abitudine. Liberaci dai tutti i vizi capitali: dall’accidia, dall’avarizia, dalla gola, dall’ira, dall’invidia, dalla lussuria, dalla superbia. Liberaci dall’eredità cattiva che ci hanno lasciato i nostri antenati dediti a questi vizi. Liberaci da tutti gli idoli che hanno adorato le nostre generazioni precedenti: il denaro, il potere, il piacere, la casa, i terreni, i gioielli, i titoli. Taglia i vincoli che ci legano a questi casi di idolatria. Liberaci da tutta la corruzione e la violenza, dall’ira e dalla malignità dei nostri antenati che sono stati sfruttatori, ricattatori, criminali. Rompi in noi tutti i legami a questi comportamenti. Liberaci da tutto il male compiuto dai nostri antenati spinti dall’odio: odio verso gli altri, verso se stessi, verso Dio, odio razziale, fanatismo religioso».

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Come è evidente dal testo della preghiera sopra riportata, queste invocazioni sono molto lunghe e dettagliate nell’elencare tutti i mali e gli ambiti da cui si vuole essere risanati. La pecca di questa preghiera non è tanto quella di domandare la guarigione dal male o dal maligno ― cosa che peraltro Gesù ci insegna a fare come richiesta esplicita nel Padre Nostro ― ma nella teologia che è sottesa dentro a questa forma di preghiera che è quella che gli antichi ebrei conoscevano con il nome di teologia della retribuzione o teoria retributiva. Questo pensiero teologico lo possiamo ritrovare anche all’interno di alcune filosofie religiose orientali come riferimento alla Legge del Karma o alla credenza nella Reincarnazione.

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Procediamo con ordine: L’origine più immediata di questa Preghiera di guarigione dell’albero genealogico la dobbiamo all’opera e alla dottrina del medico psichiatra britannico Kenneth McAll (1910-2001). Egli è stato un fervente e appassionato missionario protestante, che ha saputo dare il via a questa pratica terapeutica, tanto da trasformarla in una vera e propria scuola spirituale. Per chi volesse approfondire la vita e l’opera di questo medico carismatico, consiglio di leggere i suoi due libri più famosi: Fino alle radici. Guarigione dell’albero genealogico, edizioni Ancora, Guida alla guarigione dell’albero genealogico, edizioni Segno. Tra le pagine di questi testi il lettore troverà l’intero manifesto e impalcatura di tutta quanta questa teoria psico-teologica-terapeutica.  

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Quando trattiamo il tema della sofferenza fisica e spirituale dobbiamo prestare una particolare attenzione a non esasperare o illudere le persone che ne sono coinvolte. Davanti alla sofferenza umana, specie quella sofferenza di tipo incolpevole, non possiamo permetterci il lusso di fare errori o di essere faciloni giocando con la vita delle persone o con le loro fragilità, evitando soprattutto di nutrire e instillare false speranze. Né tantomeno possiamo pensare di confezionare soluzioni a basso costo e ad alto impatto emotivo che si prefiggono di accontentare il sofferente donandogli un senso di sollievo immediato ma che di fatto non risolvono il problema anzi possono portare addirittura a cocenti delusioni.

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La divina Rivelazione ci attesta che il problema della sofferenza è legato inscindibilmente al mistero dell’iniquità che Cristo ha distrutto con la sua passione, morte e risurrezione e che lui stesso ha pagato liberamente attraverso la sua augustissima persona. Da quel primo peccato di disobbedienza, descritto in Genesi 3, la ribellione a Dio ha generato una tragica conseguenza dentro il mondo creato che ha il volto della morte, della sofferenza, del disordine e della perdita della comunione. Dal giusto Abele all’innocente Isacco, dal saggio Giobbe fino a Cristo Signore, l’uomo si è sempre dibattuto e interrogato sul perché della sofferenza e del male nel mondo. Ma soprattutto egli si è sempre interrogato sul perché egli soffra ingiustamente. Eppure, a voler essere sinceri una risposta vera è propria non c’è, o meglio non c’è quella risposta che ci piacerebbe tanto sentire e che è in grado di spiegare tutto.

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Non esiste la carta vincente di un “peccato ancestrale” che diviene l’asso pigliatutto per giustificare ogni stortura dell’esistenza, per cui è possibile de-responsabilizzarsi e demandare tutto all’esterno dell’uomo, mentre invece sarebbe necessario partire dall’interno dell’uomo dal suo cuore. Quando ci riferiamo al peccato originale noi operiamo una sostanziale differenza con il peccato ancestrale. Il primo ammette una responsabilità personale in conseguenza di una libertà male utilizzata, il secondo è il risultato di un cieco determinismo per cui non si può far altro che prendere atto della situazione avversa e subirla. Per discernere su queste questioni ci viene in aiuto la divina Rivelazione che dona non una risposta ma orienta a un senso per spiegare la sofferenza. Esiste la compromissione di un Dio che si incarna e che assume su di sé la condizione e la fragilità dell’uomo, distruggendo ogni male nel sacrificio della croce. La vittoria di Cristo non è solo la vittoria sul male, ma su ogni male. È anzitutto la vittoria sull’origine e sulla causa ultima del male nella sua essenza che è Satana, così come si afferma solennemente nella liturgia battesimale: «Rinunciate a Satana, origine e causa di ogni peccato?», vale a dire di ogni male.  

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Da cristiani, davanti alla sofferenza specie se ingiusta, noi sappiamo fare molto di più di quanto comandò di fare il filosofo Socrate ai suoi discepoli. Noi non offriamo un gallo al dio della medicina Esculapio, noi cristiani davanti alla sofferenza sappiamo offrire il venerabile corpo e sangue del Signore Gesù Cristo che continuamente si offre e si immola per ogni uomo di ogni tempo. La risposta cristiana al male e alla sofferenza non è quindi di natura filosofica ma teologica, è una risposta che supera l’uomo, essa viene elevata a mistero e si comprende solo a partire dalla fede in Colui che ha vinto la sofferenza.

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Per poter capire questo discorso sul mistero del male e della sofferenza voglio soffermarmi principalmente su quello che Gesù ci ha lasciato a questo riguardo. Voglio partire anzitutto dalla guarigione del cieco nato che troviamo descritta nel vangelo di Giovanni [9,1–41] per poi terminare con il brano dell’evangelista Luca [13,1–5]. Il Vangelo di Giovanni racconta che i discepoli di Gesù vedendo un cieco nato sulla strada posero questa domanda al Signore:

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«”Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”. Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”».

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I discepoli non fanno altro che riproporre un pensiero teologico, che era in sintonia con la teoria retributiva dell’epoca. Per dirla con brevità di parola, la teoria retributiva affermava che non vi è sofferenza senza colpevolezza, che se qualche cosa ti è capitato di male nella vita è perché te lo sei cercato e se non sei stato tu il diretto responsabile è stato qualcun altro che ti è vicino, come parenti prossimi o antenati.

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Sebbene già il Libro di Giobbe avesse messo in crisi questa teoria retributiva con la sua annessa teologia sponsorizzata dai tre amici inopportuni, nel pensiero religioso ebraico del tempo di Gesù questa concezione ancora si mantiene forte così come vedremo nel caso dei disordini sociali descritti dal brano dell’evangelista Luca [Lc 13,1–5]. Quello che per noi è sufficiente sapere, in riferimento al nostro discorso sulla Preghiera di guarigione dell’albero genealogico teorizzata dal dr. Kenneth McAll, è che non è possibile dire che i peccati dei padri inficino la vita presente dei figli, secondo quanto già il profeta Ezechiele affermava per conto di Dio:

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«Mi fu rivolta questa parola del Signore: “Perché andate ripetendo questo proverbio sul paese d’Israele: I padri han mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono allegati?”»  [Ez 18, 2].

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Quindi pregare per la guarigione delle colpe passate degli antenati in funzione della liberazione dei loro discendenti non solo è inutile ma è anche non cristiano in quanto contrario alla Rivelazione e all’insegnamento di Gesù. Detto questo poniamoci adesso una domanda: perché dovremmo chiedere con insistenza al Signore di liberarci dalle colpe dei nostri antenati, dalle loro scelte sbagliate, dai loro atti viziati nell’uso del libero arbitrio se così facendo affermiamo di fatto un rapporto moralistico malato di causa-effetto così apparentemente scontato, così impietoso da veicolare un distruttivo determinismo che Gesù rifiuta? Cristo dice no a questa concezione teologica, affermando con forza che la cecità di quell’uomo ha come unico scopo la gloria di Dio, cioè l’epifania del Regno del Figlio e l’annuncio del Vangelo nel mondo. Si tocca qui la prossimità di Dio che in Gesù si affianca all’uomo per liberarlo e guarirlo. Il primo beneficiario di questa gloria sarà il cieco che recupererà la vista, poi i suoi genitori che saranno sgravati da una responsabilità sociale e morale frustrante ed infine i dottori della Legge che avranno una buona occasione per poter accostarsi a quella presenza di quel Dio che tanto predicano ma che stentano ancora a riconoscere in mezzo a loro.

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È sintomatico notare nel Quarto Vangelo il gioco dei contrari che spesso si verifica proprio a partire dai segni epifanici che Gesù compie: colui che è cieco è l’unico a riconoscere e vedere il Salvatore, mentre coloro che dicono di vedere restano ciechi ed intrappolati in rigidi determinismi. A questo proposito la madre Chiesa attraverso un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede ribadisce il pensiero del suo Salvatore facendo ancora più chiarezza attraverso il magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II:

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«La malattia però colpisce anche i giusti e l’uomo se ne domanda il perché. Nel libro di Giobbe questo interrogativo percorre molte delle sue pagine. «Se è vero che la sofferenza ha un senso come punizione, quando è legata alla colpa, non è vero, invece, che ogni sofferenza sia conseguenza della colpa e abbia carattere di punizione. La figura del giusto Giobbe ne è una prova speciale nell’Antico Testamento. (…) E se il Signore acconsente a provare Giobbe con la sofferenza, lo fa per dimostrarne la giustizia. La sofferenza ha carattere di prova» [Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Salvifici doloris, n. 11].  

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Davanti alla sofferenza di qualsiasi natura e origine chiediamo a Dio di essere liberati, la guarigione avviene per opera di Gesù Cristo e il Libro del Siracide ci esorta a chiedere con insistenza il risanamento con atteggiamento filiale: «Figlio, non avvilirti nella malattia, ma prega il Signore ed egli ti guarirà» [Sir 38,9]. Elementi fondamentali di una buona preghiera di guarigione sono la sottomissione alla volontà di Dio Padre, l’abbandono fiducioso al Figlio Gesù Cristo e il ricorso alla virtù teologale della speranza che, illuminata dallo Spirito Santo, ci permette di vedere l’opera di Dio attraverso i mezzi ordinari di guarigione quali il personale medico, le terapie e i farmaci, gli interventi sanitari e una comunità sanante. Tutti gli altri mezzi straordinari di guarigione appartengono a Dio soltanto che sceglie tempi e modalità proprie per agire nel giusto momento.

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Per vivere la malattia con fede ed ottenere la sospirata guarigione dobbiamo porci dentro a un’azione di grazia che è sempre immeritata ma che non può mai prescindere dalla conversione del cuore. Questo discorso ci conduce ad esaminare il brano dell’Evangelista Luca [13,1–5] che prende spunto da un fatto di cronaca nera accaduto al tempo di Gesù. Questa volta il male ha un carattere sociale e corporativo e la teologia della retribuzione ci porta ad allargare il rapporto tra l’individuo e la società. L’uomo è in grado di entrare in relazione con altre persone, per cui le conseguenze di determinate azioni collettive sono causa di sofferenza e di male per l’intera collettività. Dice l’Evangelista Luca:

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«In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

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Anche questa volta Gesù scardina la teologia della retribuzione, non accetta il nesso meccanicistico tra sofferenza e colpevolezza. Con altre parole sembra dire:

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«Voi siete convinti che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei perché hanno fatto quella fine? Ebbene vi sbagliate, erano peccatori quanto e come voi. Il punto è che ancora non si erano convertiti, cioè non avevano capito che la felicità dell’uomo passa attraverso il totale affidamento della propria vita a Dio. Voi che siete ancora in tempo!».

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Non a caso, a questo discorso sulla conversione, si affianca la successiva parabola del fico infruttuoso. Dobbiamo essere sinceri, molto spesso nel nostro rapporto con Dio e con gli altri siamo più propensi a fare aria fritta che non frutti di conversione. Se ci guardiamo con autenticità siamo spesso alberi con le sole foglie ma niente frutti. Ecco la ragione della nostra non guarigione. La conversione è un suggerimento prezioso per poter aprire una strada pastorale verso la guarigione e il risanamento. Convertirsi al Signore significa partire da una vita che si radica in Lui e che abbandona il male attraverso le piccole scelte quotidiane. Anche J.R.R.Tolkien ne Lo Hobbit ribadisce con altre parole questo concetto evangelico nel dialogo tra Gandalf e Galadriel:

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«Ho scoperto che sono le piccole cose […] le azioni quotidiane della gente comune che tengono a bada l’oscurità. Semplici atti di gentilezza e amore».

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Conversione significa ricorrere nell’umiltà alla grazia dei Sacramenti per potersi mantenere in continua comunione con Dio, sapendo che senza ci è impossibile rimanere in piedi. Conversione significa mantenere un costante dialogo con il Signore e chiedere la misericordia verso coloro che ci hanno ferito così come vediamo fare in Abramo che chiese a Dio la guarigione degli empi a partire dalla funzione vicaria dei giusti:

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«Davvero sterminerai il giusto con l’empio? […] Per riguardo a loro, perdonerò tutto quel luogo» [Gn 18, 1-33].

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Per questo motivo è bene chiarire che non sono gli altri che sono i responsabili della mia felicità non realizzata, della mia infermità fisica e spirituale, tanto meno i miei antenati. Nemmeno il Demonio diventa il responsabile primo dei miei insuccessi. Tutte queste cose ci permettono solo di deresponsabilizzarci scaricando su altri quello che invece appartiene a noi e che non vogliamo fare. Per questo sarebbe più opportuno chiedere al Signore non tanto la guarigione del nostro albero genealogico ma la guarigione del nostro cuore e la liberazione da tutte quelle rigidità che ci impediscono una buona volta di convertirci a Lui.

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In conclusione desidero solo accennare alla presenza di quei condizionamenti sociali e familiari che possono essere l’occasione per commettere il male o per facilitare una certa corruzione morale dei costumi nella società. Tali condizionamenti vengono definiti dalla Dottrina Sociale della Chiesa come “strutture di peccato”. Dentro queste strutture ricadono tutte quelle situazioni sociali o istituzioni che sono contrarie alla legge divina ma che restano sempre l’espressione e l’effetto dei peccati personali. Quindi le strutture di peccato se non arginate e risanate possono diventare causa di corruzione e perdizione per l’uomo ma esse sono sempre il risultato di una libertà umana che fugge dalla conversione a Dio, di un cuore che non ascolta e che non obbedisce, di una responsabilità che accetta di andare contro Dio a prescindere dalle conseguenze. In tutto ciò non c’è determinismo, è possibile sempre una inversione di marcia e una salvezza e non dobbiamo scomodare la responsabilità degli antenati per trovare un alibi accettabile che ci possa sgravare dall’imbarazzo di dire: è stata mia la colpa.

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Preferisco sorvolare del tutto su quei soggetti auto-elettisi paladini di una non meglio precisata “autentica tradizione cattolica”, che pur lanciandosi in roboanti invettive contro l’eresia luterana del XVI secolo, nel giocare poi di fatto in un certo modo, inclusi certi impropri “riti di guarigione”, nella migliore delle ipotesi dimostrano di essere dei pentecostali radicali del tutto inconsapevoli di esserlo. E a tal proposito ricordo che il pentecostalismo radicale è l’eresia di una eresia di una eresia, ossia una eresia di terza generazione. Oppure, senza scomodare quella cosa molto seria che è l’eresia, quasi sempre appannaggio di menti molto colte e raffinate, più semplicemente l’agire di certi oscuri personaggi ricalca in tutto e per tutto quello dei fattucchieri di bassa lega.

 

Laconi, 15 giugno 2022

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Le imperdonabili colpe dei preti dinanzi alle sante virtù dei cattolici analfabeti della fede

LE “IMPERDONABILI” COLPE DEI PRETI DINANZI ALLE SANTE VIRTÙ DEI CATTOLICI ANALFABETI DELLA FEDE

 

… potremmo modificare e scrivere di nuovo la parte finale della nostra professione di fede: “Credo nei social media e nella vita del mondo che verrà”. E semmai, anziché Simbolo di Fede Niceno-Costantinopolitano, potremmo ribattezzarlo Simbolo di fede del cattolico analfabeta, che irride il sapere e che ha dato vita alla fede del «… secondo me, io penso che …». E tutto questo, che sia molto chiaro: non è affatto colpa dei preti. 

— Attualità —

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usando la narrativa fantasy Padre Ariel S. Levi di Gualdo ha donato a chi si interroga e cerca risposte un viaggio nel mistero della vita racchiudendo la dottrina sui Novissimi dietro le righe di un romanzo distopico o “fantateologico”

Nel mettere mano a un nuovo libro o ad articoli legati alla dottrina della fede, mi pongo sempre un quesito: è necessaria quest’ulteriore perdita di tempo, considerato che i primi a dimostrare di volere pane, circo e tanto prurito sono i cattolici per primi, o sedicenti tali, o il poco che resta del disastrato mondo cattolico? È legittimo e ammissibile che un presbitero e un teologo sia assalito da interrogativi che lo inducono a rivolgere domande così gravi e pesanti a sé stesso?

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Nell’era digitale i social media hanno fatto emergere legioni di stolti che sino a ieri discutevano in modo bizzarro delle più complesse tematiche storiche, sociali, politiche e religiose elargendo le loro “perle di saggezza” dentro i bar o nei saloni delle parrucchiere, dove tutto rimaneva racchiuso al termine delle loro “dotte” discussioni. Oggi, nel disastrato mondo capovolto nel quale viviamo, in una condizione di irreversibile decadenza ― fenomeno di cui parlo e scrivo ormai da due decenni ―, l’ignorante fornito di una cultura che non giunge neppure a livello medio-basso, afflitto da quelle forme di analfabetismo che può essere sia di ritorno sia digitale, sui social media può avere degli indici di ascolto e un seguito che i più qualificati esperti o divulgatori scientifici non possono neppure immaginare. Si pensi soltanto ai cosiddetti influencer, che come dice il nome stesso esercitano le influenze peggiori sui nostri giovani e adolescenti, inutile dettagliare a quali bassi e immorali livelli. 

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In questo confuso marasma troviamo anche un nutrito esercito di cattolici veri o presunti, lanciati nella spasmodica ricerca morbosa di cose che possano eccitare i loro pruriti, ma che niente hanno da spartire con le verità della fede rivelata. Al massimo, il loro è puro fideismo, quasi sempre sorretto da elementi magici, superstiziosi, esoterici, millenaristici, insomma: neopaganesimo decadente, che nulla ha da spartire con quella grande cultura pagana alla quale il Cristianesimo per primo è grande debitore, basti soltanto citare Socrate, Platone, Aristotele, a seguire i grandi pensatori, letterati e giuristi romani.

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All’analfabetismo di ritorno e all’analfabetismo digitale si unisce un’altra forma di analfabetismo, quello degli analfabeti nella dottrina della fede, l’arroganza dei quali è spesso superiore alla loro stessa ignoranza. Non sia mai che un prete o un teologo osi intervenire, peggio richiamare o porre in luce gli errori di certi analfabeti nella dottrina della fede. L’ho fatto più volte anch’io, generalmente con questi risultati: il dialogo inizia con un aggressivo «lei è un incompetente perché non sa che…», per terminare con un tassativo «si vergogni!», se non peggio con un lapidario «lei è una vergogna di prete!».

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I social media non vanno sottovalutati con spirito di superiorità e di snobismo clerical-chic, perché costituiscono un mondo nel quale orde di cattolici o presunti tali si crogiolano nelle apparizioni mariane più improbabili mai riconosciute dalla Chiesa, che spesso le ha pubblicamente sconfessate in modo deciso e inappellabile, tanto erano false, ma anzitutto devianti per la fede, soprattutto delle persone più semplici e fragili. Seguono mirabolanti rivelazioni sul vero Terzo Segreto di Fatima, a loro dire tenuto nascosto dalla Chiesa in maniera dolosa. Le “profezie” di Nostradamus, scritte in quartine così ambigue che chiunque può tirarne fuori a posteriori tutto quel che vuole. Il clamoroso falso delle “profezie sui papi” attribuite all’irlandese San Malachia vescovo di Armagh, vissuto nel XII secolo, largamente smentite dal dotto studioso gesuita Claude-François Ménestrier alla fine del XVII secolo[1] e già rimaneggiate à manipolate in precedenza nel XVI secolo. Molto stuzzicanti anche le “profezie” della Beata Anna Katharina Emmerick, dichiarate non autentiche dalla Congregazione per le cause dei Santi contestualmente alla sua beatificazione[2]. Anche se purtroppo ho constatato quanto sia inutile e infruttuoso spiegare a certi analfabeti nella dottrina della fede che beatificare un servo di Dio o canonizzare un beato non implica beatificare e canonizzare tutto ciò che ha detto, scritto o fatto, meno che mai riconoscere sue visioni mistiche o locuzioni interiori. Altrettanto inutile spiegare che le apparizioni e i messaggi mariani, inclusi anche quelli riconosciuti dalla Chiesa, non costituiscono dei pilastri del depositum fidei e non obbligano affatto i credenti a una adesione di fede. 

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Di fronte a questo e a quel che ne consegue di dannoso per la fede e la salute delle anime, risuona il terribile monito del Beato Apostolo Paolo:

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«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» (II Tm 4, 2-4).

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Sui social media le critiche rivolte ai preti e a tutte le più alte gerarchie ecclesiastiche spuntano come fiori di campo dopo la pioggia, di prassi sempre severe e impietose. In questo senso penso di essere l’ultima persona tacciabile di partigianeria, lo provano diversi miei libri ― che ovviamente vi invito a non leggere, quale immane spreco di tempo sarebbe! ― e numerosi articoli in cui pongo in luce i peggiori difetti del clero e delle nostre gerarchie ecclesiali, facendo analisi profonde, impietose e severe, mai fini a sé stesse, perché ogni analisi critica contiene sempre delle possibili soluzioni, assieme a tanta amarezza, ma soprattutto al mio inestinguibile amore verso la Chiesa, che è eterno come lo è il sacerdozio col quale sono stato segnato e ontologicamente trasformato con un carattere indelebile. 

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Col passare del tempo ho toccato con mano quanto i difetti e le manchevolezze del nostro clero costituiscano uno splendido pretesto per quell’esercito di cattolici, o sedicenti tali, che non intendono in alcun modo impegnarsi in un serio cammino di fede, che implica anzitutto essere formati e guidati, affidarsi a dei maestri e seguirli. Molto più facile andare in internet, digitare una frase di ricerca e mettersi poi a girare da un blog all’altro, dove dei clamorosi incompetenti presumono di parlare dei più complessi e delicati fondamenti della fede conditi in salsa sensazionalista, senza far mancare mai due elementi indispensabili a suscitare il necessario prurito: il catastrofismo e il complottismo.

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Siete forse assaliti dall’antico quesito: chi siamo, da dove veniamo, dove andremo? Desiderate sapere che cos’è il mistero della vita eterna, il giudizio immediato o particolare di Dio, la risurrezione dei morti e il giudizio universale? Non perdete tempo ad acquistare e leggere il mio libro Il cammino delle tre chiavi, dove in forma narrativa parlo dei Novissimi attraverso un romanzo distopico, tra l’altro costa 22 Euro, sarebbero solo soldi gettati via, in fondo si tratta dell’inutile opera di un prete e di un teologo che ha cercato di tradurre in letteratura i principali misteri della fede nella stagione della sua maturità umana, intellettuale e spirituale. Volete sapere che cos’è il mistero della vita? Basterà digitare una frase chiave su un motore di ricerca e poi abbeverarsi alle pagine più assurde nelle quali improbabili e perlopiù anonimi “teologi” internetici mescolano assieme miti, credenze pagane, leggende, teorie sulla reincarnazione, esperienze di pre-morte, pezzi estrapolati da qualche scritto dei Padri della Chiesa selvaggiamente manipolato, presentando infine dei pot-pourri che di cattolico e cristiano non hanno niente. E se un prete o un teologo osa spiegare che tutt’altri sono i fondamenti della fede cattolica, basterà rispondere come di prassi: «…ah, ma io ho letto che …». E se ci mettiamo a interloquire con queste persone su qualche social media, esercitando il nostro ministero di pastori in cura d’anime e di teologi, reazioni e risposte saranno quelle a cui ho già accennato: «Si vergogni!», sempre nell’ipotesi migliore, beninteso.

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A parere di numerosi cattolici che si proclamano devoti e praticanti, la colpa di tutto questo è imputabile unicamente ai preti che non predicano bene, che non fanno catechesi, che non sono disponibili, per seguire con tutta la sequela dei difetti del nostro clero, che mai il sottoscritto ha negato né intende negare, avendoli messi in luce senza esitazione.

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Proviamo a esaminare il bicchiere che come di prassi è sempre mezzo vuoto e mezzo pieno, a partire dalla crisi delle vocazioni, dalla progressiva riduzione del numero di sacerdoti e dalla loro età sempre più elevata in tutti i Paesi dell’Occidente. Se oggi, un sacerdote da solo, è costretto a occuparsi di quattro o cinque parrocchie disseminate in un territorio, distanti diversi chilometri l’una dall’altra, nelle quali fino a cinquant’anni fa c’erano in ciascuna un parroco, fino a settanta od ottanta anni fa anche il vice parroco, adempiuto al suo penoso ministero di “celebratore compulsivo” di Sante Messe in corsa da una chiesa all’altra, quanto tempo gli rimarrà per tutte le altre attività pastorali, incluse soprattutto le catechesi e la formazione dei fedeli, oltre alla cura della propria vita spirituale? Quanto, per studiare e prepararsi? La celebrazione eucaristica rappresenta il culmine di un percorso di vita che impegna il cristiano in molte azioni. L’esperienza di fede e la vita di fede non si riduce a una Santa Messa domenicale, che del percorso di vita cristiana è il massimo compimento. Dunque non sarebbe meglio lasciare aperta una sola chiesa parrocchiale in tutto quel circondario e chiudere le altre, se preti da inviare in ogni parrocchia disseminata di paese in paese non ce ne sono più? No, non si può fare, perché i fedeli si solleveranno all’istante — e di prassi anche in modo turbolento —, mettendo avanti il problema degli anziani che dovrebbero spostarsi in modo disagevole nella parrocchia distante quattro o cinque chilometri, cosa questa inaccettabile. Alle loro proteste uniscono quasi sempre richiami alla mancanza di carità cristiana, salvo non sapere neppure cosa sia per la fede cattolica questa fondamentale virtù teologale, che però costituisce un termine a effetto, specie se pronunciato da chi non ne conosce neppure il significato. A quel punto il vescovo, affatto intenzionato ad avere problemi con i fedeli che conoscono la parola “diritti” ma ignorano la parola “doveri” dei Christi fideles, chiama il povero prete e in modo amabile lo invita a sacrificarsi per il bene della salus animarum, ignorando ― si spera involontariamente ―, che non si tratta di fedeli, ma della specie peggiore di infedeli: quella degli egoisti prepotenti.

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Avuta la Santa Messa della domenica dietro l’angolo di casa e costretto un povero prete ridotto ormai sull’orlo dell’esaurimento a celebrare in tre parrocchie a partire alle 8.30 alle 12.30 del mattino e in altre due dalle 17 alle 19, ecco che d’incanto vediamo gli stessi “poveri anziani” ― ai quali è impossibile percorrere quattro o cinque chilometri per raggiungere di domenica la chiesa più vicina ―, salire in macchina nel primo pomeriggio e percorrere 40 o 50 chilometri per recarsi presso un grande centro commerciale nel capoluogo di provincia. Però devono avere la chiesa sotto casa, perché in quel caso sono anziani ai quali sarebbe peccato mortalissimo mancare di non meglio precisata carità, mentre se devono percorrere una distanza dieci volte maggiore in direzione del grande centro commerciale, in quel caso diventano d’improvviso dei giovincelli, preferendo molto di più gli sconti promozionali, o il prendi tre paghi due, a tutti i principi fondamentali della carità cristiana, che andrebbe esercitata anche verso i preti.

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La teoria che le colpe sono tutte dei preti, mentre i fedeli che costituiscono le membra del Popolo di Dio sono creature innocenti martoriate da pastori inadeguati, è destinata a essere presa sul serio solo da quei vescovi che per non avere problemi con le proteste dei pretenziosi e degli egoisti preferiscono sacrificare la salute fisica e la spiritualità dei loro preti, non esitando a ridurli a celebratori seriali di Messe in corsa da una chiesa parrocchiale all’altra di tutti i paeselli del circondario.

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Un compito affatto secondario dei vescovi sarebbe anche di ricordare ai loro sudditi[3] che se le famiglie cristiane, o il poco che ne resta, non sono più in grado di favorire la nascita, l’accoglienza e lo stimolo di nuove vocazioni al sacerdozio, nessuno può lamentarsi che la Chiesa non “fabbrica” più preti, anche perché i preti non si fabbricano, il primo nucleo nel quale si accoglie e si coltiva una vocazione è la famiglia cristiana. Ma siccome, come dicevamo poc’anzi, i vescovi di nuova generazione sono ben lieti di accogliere tutti gli onori dell’episcopato, non però i gravosi oneri che esso comporta, preferiscono spremere come limoni sullo spremi-agrumi i loro preti sempre più ridotti in numero, sempre più in età elevata, sempre più esauriti, spesso frustrati e demotivati, circondati da sedicenti fedeli egoisti, pigri, pettegoli e litigiosi, dei quali decidono però di compiacere vezzi e capricci, evitando così di avere problemi da risolvere e decisioni impopolari da prendere, tipo la soppressione di parrocchie che non possono più avere un parroco, cosa che la gran parte dei vescovi si guarda bene dal fare.

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Lamentare che la Chiesa e i preti non diffondono la sana dottrina è falso e ingeneroso. Numerose sono le istituzioni religiose che si sono premurate di allestire in internet degli ottimi siti per mettere a disposizione il testo del Catechismo della Chiesa Cattolica e i documenti del Magistero della Chiesa, i testi dell’Antico Testamento, dei Santi Vangeli e delle Lettere Apostoliche con commenti e spiegazioni. Esistono numerosi siti che raccolgono le omelie domenicali, video nei quali vescovi, parroci e teologi impegnati nelle attività pastorali e nella diffusione della dottrina cattolica tengono lezioni e conferenze, molti vescovi pubblicano ogni settimana un commento con accurate spiegazioni al Santo Vangelo (solo alcuni esempi: QUI, QUI, QUI, QUI, QUI, etc …). Il nostro redattore e teologo cappuccino Ivano Liguori ha donato ai nostri Lettori una serie di catechesi sul Sacramento della Penitenza raccolte nella rubrica Colazione di Catechismo con il Cappuccino, che abbiamo pubblicato in video sulla nostra Isola di Patmos. Quale diffusione hanno avuto? Sono state molto apprezzate da un numero di cattolici “di nicchia” interessati ad approfondire veramente la conoscenza della fede e dei Sacramenti.

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Lo sappiamo bene noi confessori quando certe persone vengono a confessarsi, spesso senza sapere neppure perché, come si confessano o come non si confessano. Più volte, dopo avere ascoltato penitenti che per dieci minuti hanno fatto chiacchiere senza senso, con tutta l’amabilità del caso ho ricordato che questo prezioso Sacramento serve per assolvere dai peccati e tornare nella comunione della grazia di Dio, non a caso la formula recita: «Ego te absolvo a peccatis tuis …». Questo prezioso Sacramento non serve ad assolvere da quattro chiacchiere, di cui Dio per primo non sa che farsene. Anche in questo caso domandiamoci: se un uomo che ha lasciato la moglie, che si è sposato in seguito civilmente, poi ha lasciato anche la seconda moglie, per andare a convivere con una ragazza molto più giovane di lui, che conduce da sempre una vita che costituisce in sé e di per sé negazione dei basilari valori di vita cristiana, venendosi a confessare solo perché deve fare da padrino o da testimone a un cresimando o a un matrimonio ― cosa che peraltro non dovrebbe e non potrebbe fare ―, è mai possibile ti venga a raccontare: «beh, io non ammazzo, non rubo, non faccio del male a nessuno … forse qualche volta mi arrabbio, a volte capita che dica qualche piccola bugia …». Domanda: è mai possibile? E se questo avviene, siamo certi che la colpa è dei preti che a dire di alcuni non si dedicherebbero al prezioso ministero di confessori? L’esercito di cattolici domenicali che ricevono la Santissima Eucaristia pur avendo le coscienze gravate da peccati mortali e che si guardano bene dal confessarsi, forse convinti che a commettere peccati siano solo i preti, costituiscono per caso anch’essi una nostra grave colpa? Siamo noi preti colpevoli del fatto che un numero molto elevato di fedeli non hanno più neppure il senso del bene e del male? È colpa di noi preti se ci ritroviamo con fedeli o presunti tali pronti a ricoprirci di pesanti contumelie sui social media se osiamo ricordare che l’aborto è un grave delitto, che l’eutanasia non è affatto un gesto di amore verso un malato terminale, che due uomini o due donne non possono sposarsi, meno che mai adottare dei “bimbi giocattolo”, perché lungi dall’essere amore, questo è piuttosto l’abominio della desolazione? Anche questa è colpa dei preti che non svolgono bene il loro ministero? O più semplicemente si tratta invece soltanto di sedicenti cattolici che ci aggrediscono per avere ricordato loro l’ovvio: che il male non può essere chiamato bene, meno che mai amore?

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Se è vera la teoria che in internet parlano i numeri che costituiscono un preciso termometro della realtà, il panorama che si apre dinanzi ai nostri occhi è desolante, per l’esattezza questo: un video caricato su YouTube da un anonimo senza volto e nome che parla delle “profezie” di Nostradamus finalmente interpretate, a distanza di un mese dalla sua pubblicazione ha registrato 545.321 visualizzazioni. Lo stesso giorno, un vescovo italiano, già eccellente specialista in ecclesiologia, docente, formatore di sacerdoti e di laici, parroco dedito per anni alla catechesi degli adulti, pubblica una esegesi catechetica sulla risurrezione dei morti prendendo a riferimento il Santo Vangelo di quella domenica dell’anno liturgico, a distanza di un mese dalla sua pubblicazione ha registrato 223 visualizzazioni. Ma ecco presto servito l’ennesimo anonimo con lacune abnormi sui fondamenti della fede cattolica che su YouTube pubblica un video che preannuncia sin dal titolo lo svelamento del vero Terzo Segreto di Fatima tenuto nascosto dalla Chiesa, a distanza di un mese dalla sua pubblicazione ha registrato 361.222 visualizzazioni. Lo stesso giorno, un dotto teologo domenicano specialista in mariologia, pubblica una catechesi di 30 minuti per spiegare il significato e il senso profondo delle apparizioni mariane di Lourdes e di Fatima, a distanza di un mese dalla sua pubblicazione ha registrato 644 visualizzazioni.

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La Chiesa ha compreso sin dall’avvento dell’era digitale l’importanza dei social media e dei mezzi di comunicazione offerti da internet, ne ha colta l’opportunità e si è premurata di mettere a disposizione tutti quei materiali che una volta i fedeli cattolici avrebbero potuto reperire nelle librerie o nelle biblioteche, mentre coloro che avessero voluto sentire le esegesi di un bravo specialista si sarebbero dovuti recare chissà dove per ascoltare una sua conferenza. Oggi possono andare in rete e trovare tutti questi materiali. Ma i numeri, come ho appena spiegato, parlano chiaro, soprattutto parlano di altro.

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Se a parlare in internet sono i numeri, la domanda è di rigore: tutto questo, a che cosa è servito? Forse a creare sui social media una piazza dove si solleva il perenne lamento verso la Chiesa e i preti, per opera di coloro che si mettono al seguito del novello Frate Cipolla di boccaccesca memoria che esibisce ai gonzi le sue improbabili e assurde reliquie, mentre le catechesi organizzate nelle parrocchie sono disertate, i nostri libri rimangono invenduti e le nostre catechesi e conferenze inascoltate? Questo disinteresse verso la dottrina della fede, è forse tutta colpa dei preti?

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Internet è servito a dare voce a un esercito di pseudo cattolici sempre pronti al pubblico e severo lamento verso la Chiesa che «non evangelizza più» e verso «i preti che non fanno più i preti, che non fanno catechesi e che non istruiscono i fedeli». Chiariamo: pur conoscendo a fondo i gravi difetti della Chiesa visibile e le manchevolezze dei miei confratelli, i numeri raccontano però il contrario. Se i fedeli vogliono approfondire i temi legati ai fondamenti della fede, o sapere qualche cosa sul mistero della vita, della morte, della vita eterna, della risurrezione dei morti … non vanno affatto ad aprire le numerose pagine in cui la difettosa Chiesa visibile ha messo a disposizione il Catechismo e la guida commentata alla sua lettura, vanno ad abbeverarsi a blog e video dove dei perfetti incompetenti parlano delle esperienze pre-morte stuzzicando la curiosità morbosa della gente. Non si mettono a studiare i Novissimi, vanno ad attingere ai video pruriginosi sulle profezie di Nostradamus. Non approfondiscono la mariologia né la cattolica e sana devozione alla Vergine Maria, si tuffano come delfini nell’oceano delle sciocchezze di soggetti che ignorano i fondamenti della fede e che li stuzzicano con fandonie da perfetti ciarlatani sui veri Segreti di Fatima non rivelati. D’altronde si sa, per certa gente la Santa Chiesa non è madre è maestra ma mentitrice, una via di mezzo tra una setta segreta di potenti e una associazione a delinquere che la verità non la annuncia né la custodisce, tutt’altro: la nasconde e la deturpa (!?).

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Sorvolo su un altro virulento morbo che si è andato sviluppando dopo che l’11 febbraio 2013 il Sommo Pontefice Benedetto XVI fece libero e legittimo atto di rinuncia al sacro soglio. Oltre agli immancabili complottisti si sono scatenati oscuri personaggi, mossi da rara violenza e aggressività verbale, che hanno dichiarata invalida la rinuncia perché a loro dire avvenuta sotto costrizione, rendendo così invalida l’elezione del Successore, definito da diversi capi cordata di certe teorie demenziali come «antipapa usurpatore, eretico ed apostata» nonché «emissario dell’anticristo». Queste persone supportano le proprie teorie strampalate su una mancanza di conoscenza della storia della Chiesa che ha in sé dell’inquietante, citano la Costituzione apostolica Universi Dominici Gregis che regola l’elezione del Romano Pontefice, ma che purtroppo non hanno mai letta, n’è prova che citano a sproposito un articolo dopo averlo frainteso e ignorando del tutto che nei tre successivi articoli le loro affermazioni sono totalmente smentite. Fanno richiami assurdi al Codice di Diritto Canonico, ma ignorano come il diritto della Chiesa nasce, si sviluppa, si interpreta e si applica. Un vero e proprio soffritto di verdure affogato infine con la salsa di profezie e apparizioni mariane, a loro volta stravolte e manipolate. Cos’altro dire e aggiungere, se non … che pena! Però è la Chiesa visibile a non essere all’altezza di fedeli così assetati di verità, a essere popolata di preti non all’altezza delle necessità di cattolici così esigenti e bramosi di esercitare le più alte e sante virtù della vita cristiana.

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La triste realtà ― volendo ridicola, se il tutto non costituisse il disastro della fede e soprattutto delle anime ―, è che se un cattolico o sedicente tale ha dubbi, si guarda bene dal consultare tutti i materiali e le fonti messe a disposizione della Chiesa Cattolica sui social media, ma si fionda su Facebook, su Twitter o su Instagram, che come risaputo sono notori centri di catechesi e di dottrina. Purtroppo c’è poco da stupirsi: se tramite i social media molti sono giunti alla medicina fai-da-te o alle scienze esatte fai-da-te, poteva forse mancare la fede fai-da-te?

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Il diffuso lamento sulla Chiesa che non evangelizza più o dei preti pigri che non ascoltano e che non fanno catechesi, senza nulla togliere alle manchevolezze della Chiesa visibile e a quelle dei preti, è solo una falsa giustificazione. Molti sono i parroci, anche di grandi parrocchie, che dopo la Santa Messa domenicale rimangono per i restanti sei giorni senza vedere più un parrocchiano, con la loro anziana madre vedova e il sacrestano che partecipano alle liturgie feriali costituendo l’unica assemblea dei fedeli. Pur avendo provato a organizzare incontri di catechesi per adulti e varie attività per i giovani. Ovviamente, se il tutto si è risolto con un insuccesso, ciò non è dovuto all’indifferenza dei fedeli, la colpa è tutta del prete, semmai anche del vescovo che lo ha messo in quella parrocchia. Poi, quando alcuni di questi fedeli o pseudo tali si presentano perché hanno bisogno del prete, vuoi per un nulla osta, vuoi per un certificato, alla minima obiezione che viene loro sollevata la risposta sarà: «… ma su internet ho letto che …».

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Siamo proprio sicuri che siano i preti a essere divenuti latitanti che omettono di insegnare i fondamenti della fede e della dottrina cattolica? Perché i numeri dicono altro, soprattutto lo dicono le conseguenze prodotte dai numeri stessi.

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Animato da questa consapevolezza ho deciso di dare alle stampe dopo l’estate una nuova opera dove spiegherò il nostro Credo o Professione di Fede, il cui vero nome è Simbolo di Fede Niceno-Costantinopolitano, perché frutto di due grandi concili dogmatici della Chiesa e di una storia antica, complessa e anche affascinante, quantunque consapevole che non potrò mai suscitare il fascino di quella o quell’altra madonna farlocca che deposita segreti tremebondi a un gruppo di ciarlatani che da quarant’anni stuzzicano il prurito dei beoti annunciando «ormai siamo vicini … siamo vicini …». Il tutto anche per bocca ― ahimè! ― del direttore di Radio Maria, lasciato libero di parlare dai nostri omissivi vescovi che hanno dolosamente tollerato certe forme di mariolatria che a volte sono peggiori di una bestemmia contro la Beata Vergine proferita da un ubriaco dentro una taverna …

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Se volete, questa mia, potete chiamarla “santa frustrazione sacerdotale”. Amministrando le confessioni a numerosi confratelli sacerdoti di cui da anni sono confessore, spesso mi sono ritrovato a dover rispondere a questo drammatico quesito: «A chi ho donato la mia vita, se giorno dietro giorno sono costretto a prendere atto che tutte le iniziative mirate alla evangelizzazione dei fedeli finiscono in clamorosi fallimenti?». Quesito davvero drammatico al quale ho risposto: «La tua vita l’hai donata a Cristo Dio che nell’Orto degli Ulivi sudò sangue (cfr. Lc 22,39-44), a Cristo Dio dinanzi al quale la folla scelse Barabba (cfr. Mt 27, 15-26), a Cristo Dio abbandonato dai discepoli che si dettero alla fuga (cfr. Mc 14, 50-52), a Cristo Dio rinnegato per tre volte da Pietro (cfr. Lc 22, 54-62). Ma soprattutto a Cristo Dio morto in croce, dinanzi al quale il vescovo che ci consacrò presbiteri ci rivolse il solenne monito: “Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore”[4]».

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Sono pienamente consapevole che perderò un’estate intera a scrivere un nuovo libro che venderà poche copie e che sarà letto da poche persone, le stesse che poi ritroveremo a sbraitare sui social media contro la Chiesa che non evangelizza e i preti che non fanno il loro dovere di maestri e pastori in cura d’anime, oppure a rivolgere domande sulle pagine Facebook nelle quali senza pena di ridicolo ti chiedono di spiegare con una battuta di tre righe il mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio, per poi replicare dopo pochi secondi: «… ma io non sono d’accordo, perché secondo me … perché ho letto che …». Un libro che forse servirà principalmente a me, per poter dire a Dio, il giorno che mi troverò a faccia a faccia con Lui, che ho cercato di adempiere in tutti i modi la missione che Cristo mi ha affidato chiamandomi a essere suo sacerdote, anche se, come ben si sa «… ma su internet ho letto che …».

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Cos’altro aggiungere in conclusione, casomai potremmo modificare e scrivere di nuovo la parte finale della nostra professione di fede: “Credo nei social media e nella vita del mondo che verrà”. E semmai, anziché Simbolo di Fede Niceno-Costantinopolitano, potremmo ribattezzarlo Simbolo di fede del cattolico analfabeta, che irride il sapere e che ha dato vita alla fede del «… secondo me, io penso che …». E tutto questo, che sia molto chiaro: non è affatto colpa dei preti.  

dall’Isola di Patmos, 6 giugno 2022

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Note

[1] Cfr. Refutation des prophéties faussement attribuées a St. Malachie sur les elections des Papes, edita da Cristiano Wagnero, Lipsia nel 1691.

[2] Cardinale Jose Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle cause dei Santi: «[…] le opere in discussione non possono considerarsi né scritte né dettate dalla Emmerick e neppure autentiche trascrizioni delle sue affermazioni e delle sue narrazioni, ma un’opera letteraria di Clemens Brentano e con tali ampliamenti e manipolazioni che è impossibile stabilire quale sia il nucleo vero e proprio da potersi attribuire alla beata. Ne consegue che gli scritti in questione non sono lo specchio verace del pensiero e delle esperienze mistiche della monaca agostiniana. Le singole affermazioni, sia quelle che esprimono una sana religiosità, sia quelle che presentano stranezze e sentimenti antisemiti, sono scaturite dalla creatività e dalla fantasia artistica del Brentano». L’Osservatore Romano, edizione del 7 ottobre 2004.

[3] Nel nuovo lessico pastorale si è lasciato cadere in disuso questo termine, che ha invece un profondo significato sul piano sacramentale ed ecclesiale, posto che “suddito” significa “sottomesso all’autorità apostolica del vescovo”, tali sono i presbiteri suoi collaboratori e tali sono i fedeli della Chiesa particolare a lui affidata e nella quale svolge funzione di pontefice in sua veste di membro del Collegio degli Apostoli.

[4 Dal sacro rito di ordinazione presbiterale.

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