La questione della «Una cum». In comunione con chi celebra la Santa Messa Benedetto XVI? Ce lo testimoniano tra i tanti un cardinale e un presbitero: «Una cum famulo tuo Papa nostro Francisco»

LA QUESTIONE DELLA «UNA CUM». IN COMUNIONE CON CHI CELEBRA LA SANTA MESSA BENEDETTO XVI? CE LO TESTIMONIANO TRA I TANTI UN CARDINALE E UN PRESBITERO: «UNA CUM FAMULO TUO PAPA NOSTRO FRANCISCO»

 

Simone Pifizzi presbitero della Arcidiocesi di Firenze, ci ha informati di avere concelebrato con Benedetto XVI e il Cardinale Ernst Simoni l’11 febbraio 2017. Durante la sacra celebrazione, fatta con la editio typica missale romanum Sacti Pauli VI, giunto al punto del canone in cui si menziona il Sommo Pontefice, Benedetto XVI ha pronunciato queste chiare e precise parole: una cum fámulo tuo Papa nostro Francisco …».

— Attualità —

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Città del Vaticano 11 febbraio 2017, Monastero Mater Ecclesiae: il Santo Padre Benedetto XVI con il Cardinale Ernst Simoni e il Presbitero fiorentino Simone Pifizzi in sacrestia prima della Santa Messa. 

L’11 febbraio 2013 il Sommo Pontefice Benedetto XVI, 265° Successore del Beato Apostolo Pietro, con un atto formale ufficializza la propria declaratio di rinuncia al governo della Chiesa. Il canone 331 §2 del Codice di Diritto Canonico recita:

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«Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti» [cfr. QUI].

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Nel corso della storia della Chiesa la rinuncia del Romano Pontefice è avvenuta molto raramente, per l’esattezza solo 9 volte in due millenni di storia. Si tratta di un atto personalissimo che riguarda la più intima e insindacabile coscienza del rinunciatario. Anche per questo il canone precisa: «Non si ritiene che qualcuno la accetti».

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Sarebbe una alterazione del dato reale omettere di dire che Benedetto XVI ha scelto di fare la propria libera, insindacabile e valida rinuncia adottando modalità che hanno lasciato sconcertati i più insigni canonisti ― S.E. Mons. Giuseppe Sciacca, il gesuita Gianfranco Ghirlanda, il domenicano Bruno Esposito ―, noi presbiteri e teologi, per seguire con i fedeli cattolici. Rinunciando sarebbe dovuto tornare al suo status precedente l’elezione al sacro soglio, vale a dire il Vescovo Joseph Aloisius Ratzinger. Neppure cardinale, essendo il cardinalato un puro titolo onorifico che il Romano Pontefice perde quando è eletto, mentre l’episcopato, che è un Sacramento col quale è trasmessa al consacrato la pienezza del sacerdozio apostolico, rimane indelebile per l’eternità.

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Benedetto XVI, o chi per lui, ha ingenerata confusione adottando una modalità che tecnicamente potremmo definire “stravagante”, come in modo garbato l’hanno definita i più esperti canonisti, ma anche uno studioso della caratura del Cardinale Walter Brandmüller, considerato il più grande ecclesiologo e storico della Chiesa al momento vivente. Quando infatti uscì fuori la denominazione “papa emerito”, siamo rimasti tutti sbalorditi. Poi, che questa trovata di cui al momento non è dato sapere chi è stato il vero artefice, sia stata ritenuta infelice, n’è prova che a nove anni di distanza non è mai passato per la mente a nessuno di istituire nel corpo delle leggi ecclesiastiche l’istituto del “papa emerito” e di inserirlo con un apposito canone nel Codice di Diritto canonico. Il tutto a riprova che questo monstrum è destinato a morire con Benedetto XVI e a non essere più riesumato, specie considerando ciò che ha generato in confusione in molti fedeli fragili, per non parlare dei soggetti fuori equilibrio sprofondati nel più becero complottismo.

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il Santo Padre Benedetto XVI con il Presbitero fiorentino Simone Pifizzi che gli esibisce un volume d’arte

Per meglio intendersi porteremo come esempio due casi limite che rientrano in quelle che alcuni amici psichiatri del Campus Biomedico di Roma ci hanno indicato e classificato come gravi psicosi dovute alla totale alterazione delle capacità cognitive di personaggi non aderenti al reale, afflitti da schizofrenia grave e da narcisismo ipertrofico di tipo violento e distruttivo.

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Il primo di questi due soggetti è un presbitero siciliano che sostiene da alcuni anni delle ridicole e assurde tesi fanta-teologiche e che per questo è doveroso non prendere sul serio: «Benedetto XVI è stato costretto con la violenza a fare atto di rinuncia e il suo successore è un antipapa eretico e apostata». Le “prove inconfutabili” portate da questo soggetto evidentemente affetto dalla sindrome da disconnessione cerebrale sono le seguenti: «Il pontefice rinunciatario ha seguitato a vestire di bianco», «a firmarsi con la sigla pontificale», ma soprattutto perché «nel testo latino della sua declaratio ci sono diversi errori di sintassi latina che renderebbe del tutto invalida la rinuncia». Quando ho deciso di smentirlo pubblicamente, oppure di irriderlo, com’è giusto fare con coloro che affermano assurdità alle quali non è possibile conferire serietà alcuna, ho usato la mia pagina Facebook, evitando di fargli pubblicità sulle colonne de L’Isola di Patmos, rivista visitata da milioni di Lettori, considerando che la nostra media è pari a circa 1.800.000 / 2.000.000 di visite al mese per un totale di oltre venti milioni di visite all’anno.

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Non potendo ribattere nel merito delle questioni sollevate con scientifico rigore teologico e giuridico a solenne smentita delle sue stoltezze, questo Signore ha reagito come una papera starnazzante, accusandomi di essere geloso del suo straordinario carisma, di cui a suo dire sarei privo, tanto da essere candidato — aggiungo io — a un cancro al fegato a causa dell’invidia che mi rode. E così, convinto come tutti i narcisisti compulsivi che gli altri rimangano feriti a morte se le loro qualità sono poste in dubbio da coloro che di qualità intellettive, logiche e speculative sono privi, mi ha additato come un soggetto ignorante nelle scienze teologiche che abusa del titolo di teologo senza esserlo. Appresso mi ha indicato come un tizio raccattato per strada da un vescovo, fatto prete per sbaglio e oggi chierico vagante … e altre amenità che hanno fatto ridere me, il mio Vescovo ― senza il cui benestare non ho mai mosso un passo ― e tutti coloro che mi conoscono in ambito sia ecclesiastico che civile.

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Domanda puramente retorica: uno che spara menzogne a raffica, può pensare di distruggere l’interlocutore o ferire il suo “orgoglio intellettuale”, dopo che questo soggetto è stato giudicato dalla Santa Chiesa a tal punto privo di equilibrio e credibilità da finire prima scomunicato poi dimesso dallo stato clericale? Ammettiamo pure che io sia il peggior presbitero d’Italia e che oltre a non essere un teologo sia un mezzo analfabeta nell’ambito della dottrina cattolica. Diamo il tutto per vero. Poi però è d’obbligo chiedersi: la Chiesa, chi ha sospeso a divinis? Chi ha dichiarato scomunicato per scisma ed eresia? Infine, con un provvedimento tanto raro quanto grave, chi è che ha dimesso dallo stato clericale? Me, o questo sublime dottore che mi accusa di essere un chierico vagante che abusa del titolo di teologo? Perché io sono in comunione col Vescovo che mi ha conferito e mai revocato il mandato a celebrare il Sacrificio Eucaristico della Santa Messa, a predicare e amministrare confessioni, ossia a esercitare i tria munera sacerdotali: munus sanctificandi (la potestà di santificare), munus docendi (la potestà di insegnare), munus regendi o gubernardi (la potestà di reggere / governare il Popolo di Dio). Infatti, le potestatis sacerdotalis, non si acquisiscono con le inutili carte accademiche conseguite e oggi tirate dietro a chiunque nelle decadenti e scadute università ecclesiastiche, ma con la consacrazione sacerdotale. E nella Chiesa Cattolica non esiste titolo superiore a quello derivante dalla consacrazione sacerdotale, meno che mai il titolo di dottore in sacra teologia, attraverso il quale non sono mai stati conferiti i doni di grazia dello Spirito Santo e i tria munera.

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Chiariti questi fondamenti della dogmatica sacramentaria, i fanatici al seguito di questo disconnesso cerebrale dovrebbero chiedersi: ma a questo Signore, chi ha conferito analogo mandato a esercitare i tria munera sacerdotali, riconoscendolo al tempo stesso eminente teologo per alti meriti di eresia e scisma? Costui, con chi è in comunione, chi gli ha dato il mandato all’esercizio del sacro ministero? Perché io ― additato come chierico vagante ―, sono in comunione e in obbedienza al mio Vescovo. Lui, con chi è in comunione d’obbedienza? Una cosa è fuori dubbio: a questo Signore, la Chiesa, il mandato lo ha totalmente revocato dopo averlo sospeso a divinis nel 2017, avergli notificato la scomunica latae sententiae per eresia e scisma nel 2018, sino a colpirlo nel 2022 col provvedimento più estremo: la dimissione dallo stato clericale. E con ciò è presto detto: uno scomunicato per eresia e scisma al quale la Chiesa ha revocato la facoltà di esercitare il sacro ministero sacerdotale e che infine ha dimesso ed espulso dal Clero Cattolico, il quale pur malgrado, dall’alto della propria dimissione dallo stato clericale, dispensa ai preti in comunione e in obbedienza alla Chiesa patenti di teologi o non teologi, equivale al più spassoso ed esilarante teatrino del burlesque. O per dirla con un esempio realistico: equivale alla tenutaria di un postribolo di Amsterdam che si mette a sindacare sulle caste virtù delle Monache clarisse della stretta osservanza del Monastero di Santa Chiara in Assisi.

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il Santo Padre Benedetto XVI durante la celebrazione della Santa Messa nella cappella del Monastero Mater Ecclesiae

Questo prete dimesso dallo stato clericale si rivolge da anni al Sommo Pontefice Francesco e a noi presbiteri, colpevoli a suo dire di essere «in comunione col falso papa usurpatore e apostata accolito dell’anticristo», con una violenza e un odio così feroce da far impallidire il Lutero più antipapista. La papera isterica è giunta a partorire delle tali assurdità dinanzi alle quali noi preti e noi teologi rideremmo per giorni, se costui non avesse radunato attorno a sé un piccolo seguito di disgraziati ― nel senso etimologico del termine: fuori dalla grazia di Dio ― che a loro volta sono divenuti odiatori seriali operosi nel diffondere odio verso il Sommo Pontefice e «la falsa chiesa antricristica», impazzando sui social media dove ripetono come pappagalli ammaestrati le identiche scempiaggini del loro povero squinternato disconnesso.

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A supporto della «invalida rinuncia di Benedetto XVI» la papera isterica porta ragioni degne di un film comico delle varie serie grottesche degli anni Settanta. Posto quindi che la rinuncia di Benedetto XVI sarebbe a suo dire invalida, di conseguenza il Successore sarebbe un antipapa, con l’aggravante di essere un «eretico apostata» che «da perfetto accolito della eresia ariana non crede nella divinità di Cristo», nonché reo di avere «demolito i dogmi mariani» e «sostituito al culto della Vergine Maria quello della Pachamama», che peraltro non è né un idolo né una divinità pagana, tanto per chiarire. Da ciò ne conseguirebbe che tutti noi presbiteri che «celebriamo Messe in comunione col falso papa eretico e apostata», a dire di questo teologo eccelso celebriamo «Messe invalide» e amministriamo ai fedeli «Sacramenti invalidi». Se aprite questo video potete udire con le vostre orecchie i deliri di odio di questo soggetto, valutando di che cosa, ma soprattutto di chi stiamo parlando.

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A suo tempo sono intervenuti diversi teologi che hanno prodotto e diffuso dei video di smentita per il bene della salute delle anime. Lo ha fatto con un suo video l’ottimo teologo domenicano Francesco Maria Marino, l’ho fatto io con un mio video e lo hanno fatto con scritti e articoli vari altri teologi. Lo ha fatto con un suo video divulgativo Dorotea Lancellotti, donna di profonda fede cattolica e valente catechista da quattro decenni. Come di prassi, lungi dall’entrare nel merito delle questioni teologiche e giuridiche con le quali lo abbiamo clamorosamente sbugiardato, la papera isterica ha sempre reagito con attacchi diretti alle persone, proferendo colossali menzogne, dando notizie false sulle loro vite, sul loro sacerdozio e irridendo la loro formazione teologica. Se quindi ha tacciato il sottoscritto di essere un «chierico vagante» che «abusa del titolo di teologo», al domenicano Francesco Maria Marino, che da colto teologo tomista lo smentì spiegando in che modo grave abusasse ad absurdum della teologia dell’Aquinate, mostrando di non comprenderla e di manipolarne i testi, anziché replicare nel merito ribatté in modo sfottente che quando parlava «apriva e roteava troppo gli occhi».

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Al seguito della papera isterica si è messo poi un giornalista al quale abbiamo già dedicato una solenne smentita, che per cercare di “passare alla storia” è giunto a dar vita alla saga pontifex-fantasy. Ecco allora che Benedetto XVI, oltre ad avere «rinunciato invalidamente dietro costrizione dei poteri forti e della massoneria internazionale», si sarebbe messo persino a parlare in codice. Ovviamente, lo scopritore e traduttore del cosiddetto “Codice Benedetto”, è lo scienziato in questione.

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Questi sono i livelli ai quali giungono senza pena di umano ridicolo siffatti personaggi: se l’anziano Benedetto XVI sbatte tre volte le palpebre, non si tratta di un movimento naturale del volto come molti potrebbero credere, ma di un codice morse col quale sta parlando mentre si trova prigioniero di coloro che oggi governano «la falsa chiesa dell’antipapa eretico e apostata». In sodalizio con la papera isterica, anche questo giornalista scopritore e interprete del criptico «Codice Benedetto» sostiene la «invalidità delle Sante Messe e dei Sacramenti da noi celebrati in comunione col falso papa». Insomma: una coppia di scienziati tali da richiamare alla memoria George & Mildred, celebre serie televisiva degli anni Ottanta.

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i concelebranti la Santa Messa con il Santo Padre Benedetto XVI, a destra il Cardinale Ernst Simone, a sinistra il Presbitero fiorentino Simone Pifizzi

Per ragioni di ministero e attività editoriale, i confratelli redattori e io siamo in contatto con molti presbiteri, vescovi, membri della Curia Romana. Il nostro confratello Simone Pifizzi presbitero della Arcidiocesi di Firenze, che conobbe il Cardinale Joseph Ratzinger da seminarista ed ebbe modo di intrattenersi diversi giorni con lui quando da Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede fu ospite presso il loro seminario, ci ha informati di avere concelebrato con Benedetto XVI e il Cardinale Ernest Simoni l’11 febbraio 2017. Durante la sacra celebrazione, fatta con la editio typica missale romanum Sacti Pauli VI, giunto al punto del canone in cui si menziona il Sommo Pontefice, Benedetto XVI ha pronunciato queste chiare e precise parole: 

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«[…] in primis, quæ tibi offérimus pro Ecclésia tua sancta cathólica: quam pacificáre, custodíre, adunáre et régere dignéris toto orbe terrárum: una cum fámulo tuo Papa nostro Francisco …»

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Con tutta l’ironia più sagace tipica dei fiorentini, il confratello ci ha assicurato che in quel punto della Santa Messa non c’erano due sgherri posti di lato alla destra e alla sinistra con le rispettive rivoltelle puntate sulle tempie di Benedetto XVI, né un drone stava volando nella cappella sopra l’altare, pronto a innescare il comando mortale per opera dei poteri forti che dopo l’atto di rinuncia hanno inserito un microchip sottocutaneo al Venerabile Pontefice per causargli un arresto cardiaco a comando appena fosse divenuto eccessivamente scomodo. Durante la Santa Messa Benedetto XVI era tranquillo, libero, sereno e preso dalla sacralità della celebrazione eucaristica.

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il Santo Padre Benedetto XVI al termine della Santa Messa, alla sua sinistra il Cardinale Ernst Simoni, a destra il Presbitero fiorentino Simone Pifizzi che si congeda con il bacio alla mano

Forse il tutto poteva essere evitato indossando una talare nera, mantenendo l’indelebile carattere episcopale e tornando a essere il Vescovo Joseph Aloisius Ratzinger. Perché per la nascita di certi mostri, dal prete eretico e scismatico dimesso dallo stato clericale al giornalista che da due anni produce racconti pontifex-fantasy, bisogna anche ringraziare Benedetto XVI, senza nulla togliere alla sua teologia, al suo magistero e alla sua santità di vita. D’altronde è lui stesso a chiarire:

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«[…] i dodici Apostoli non erano uomini perfetti, scelti per la loro irreprensibilità morale e religiosa. Erano credenti, sì, pieni di entusiasmo e di zelo, ma segnati nello stesso tempo dai loro limiti umani, talora anche gravi. Dunque, Gesù non li chiamò perché erano già santi, completi, perfetti, ma affinché lo diventassero, affinché fossero trasformati per trasformare così anche la storia. Tutto come per noi» [Brindisi, 15 giugno 2008, testo integrale].

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E se ci pensiamo bene, gli Apostoli di errori ne fecero molti e anche di più gravi, a partire da Pietro che ne combinò a sufficienza e dal quale prende vita la successione dei Romani Pontefici, l’ultimo dei quali, per legittima linea di successione, è il Pontefice regnante Francesco.

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Dall’Isola di Patmos, 24 maggio 2022

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I Padri redattori de L’Isola di Patmos ringraziano il Signor Cardinale Ernst Simoni e il caro e stimato confratello Simone Pifizzi presbitero dell’Arcidiocesi di Firenze per questa loro testimonianza, consapevoli che dal 2013 a seguire sono numerosi i cardinali, vescovi e presbiteri che possono attestare altrettanto dopo avere partecipato o concelebrato con il Santo Padre Benedetto XVI nella cappella della sua residenza privata in Vaticano. Tra le numerose di queste testimonianze, ci siamo limitati a prenderne una come esempio tra le tante simili.

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Con “Il cuore altrove” verso un cammino di obbedienza al Padre, per essere veramente discepoli di Cristo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

CON IL CUORE ALTROVE VERSO UN CAMMINO DI OBBEDIENZA AL PADRE, PER ESSERE VERAMENTE DISCEPOLI DI CRISTO

 

La legge nuova dell’Amore non è quel genere di amore emotivista e sentimentalista che oggi sembra essere un po’ ciò che viene ricercato dalla cultura attuale e dagli slogan della televisione e delle serie tv sulle piattaforme online

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Il tempo di Pasqua è tempo di riscoperta e rinascita personale nella fede. Una fede che richiede amore e ascolto obbediente. Un po’ come in un vecchio film del 2003, Il cuore altrove, nel quale il giovane Nello, professore di lettere classiche, si innamora di Angela, cieca sin dalla nascita. Angela si fida di Nello, lo sa ascoltare e all’occorrenza gli sa obbedire. E lo fa non perché è cieca, ma perché lo ama. Tante le difficoltà che sorgono nel corso di una storia così difficile e contrastata, ma che forse, proprio per questo, porta a un finale a sorpresa in questo film nel quale l’amore e l’ascolto sono il cuore dell’intera storia.

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Il Vangelo del Beato Evangelista Giovanni di oggi porge una sezione del lungo discorso di addio di Gesù, in cui il Signore parla di questi temi. Nella prima parte di questa sezione leggiamo che il centro di tutta l’azione del Signore è l’amore: 

«Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri»

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L’amore di carità è quello che chiede Gesù: amare sopra ogni cosa Dio e il prossimo. Questo implica concretamente cercare con tutte le proprie forze il bene di Dio e del prossimo. Cercare la costruzione della civiltà dell’amore è quindi, innanzitutto, costruire un bene comune personale e comunitario. Cercando di evitare e di scongiurare le ingiustizie che capitano nella nostra vita, sul lavoro, con gli amici e anche in famiglia.

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Dall’amore verso Dio prende vita l’osservanza dei dieci comandamenti, l’esercizio delle virtù e di tutti gli insegnamenti morali di Gesù. Perché qui il Signore ci insegna che l’Amore è un ascolto di una parola profonda, quella di Dio stesso che parla alle nostre vite sino a riempirle di speranza, gioia e serenità. Dunque, la legge nuova dell’Amore non è quel genere di amore emotivista e sentimentalista che oggi sembra essere un po’ ciò che viene ricercato dalla cultura attuale e dagli slogan della televisione e delle serie tv sulle piattaforme online. Gesù ci chiede un amore che sia fondato radicalmente nella Trinità, nella nostra fede e nella nostra esistenza. Perché dalla Trinità è scaturita la salvezza, specialmente nella glorificazione di Gesù sulla croce. Di questa glorificazione il Signore parla all’inizio del brano:

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«Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito».

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Questa gloria comincia a concretizzarsi nel momento del tradimento di Giuda, che fugge via dall’ultima cena, poco dopo avere ricevuto da Cristo Signore l’Eucaristia e il Sacro Ordine Sacerdotale. Anche nel momento del massimo tradimento, come quello di Giuda Iscariota, il Signore ci insegna che c’è un momento di massima donazione di sé all’altro. Sembra paradossale, ma è il momento in cui gli estremi si toccano, il tutto non a caso. Perché Gesù ha deciso di amare sino alla fine, fino alle estreme conseguenze. Quindi anche di amare Giuda che lo tradisce fino alla fine, senza mai pentirsi. Giuda è colui che disobbedisce alla regola aurea dell’amore. Non sa accogliere un messaggio così forte e totalmente innovativo e decide di amare a modo suo. Decide di amare l’idolo, l’idea di Dio che ha in mente: l’idea di un Dio trionfatore sull’Impero.

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La gloria del Signore sarà trasmessa anche a noi. Risorgeremo post mortem se agiremo in modo diametralmente opposto a Giuda. Imparando a obbedire al Signore.

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L’invito del Risorto si fa così forte ancora oggi nel 2022. Tutta la comunità dei credenti in Cristo, tutti noi, torniamo ad ascoltare in obbedienza filiale le parole che Dio ci ispira e che dice attraverso la Chiesa e i suoi pastori. A questo modo potremo costruire già adesso il regno di Cristo, un regno non costituito da cariche politiche o ruoli di potere, ma fondato esclusivamente sulla cura e sull’attenzione verso il nostro prossimo, in cui vedremo il volto di Gesù che implora il nostro amore.

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Signore oggi ti chiediamo il dono del tuo Spirito Vivificante, perché siamo testimoni e dei credenti credibili del tuo amore, affinché suscitiamo in tutto il mondo l’anelito di pregare un amore universale.

Così sia.

Roma, 15 maggio 2022

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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Novità dalla Provincia Domenicana Romana: visitate il sito ufficiale dei Padri Domenicani, QUI

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VI. Colazione di Catechismo con il Cappuccino – «Il Sacramento della Penitenza, la Confessione» (Parte Sesta)

— Video di Dottrina Cattolica —

Colazione di Catechismo con il Cappuccino

VI. COLAZIONE DI CATECHISMO CON IL CAPPUCCINO – «IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA, LA CONFESSIONE» (Parte Sesta)

La triste realtà è che noi siamo di fronte a due diverse tendenze: o negare il peccato e dire che il peccato non esiste e che si tratta di una favola inventata dalla Chiesa per tenere le persone schiave sotto la sua obbedienza, oppure la tendenza a normalizzare il peccato. Se infatti il peccato lo normalizzo, allora non è più tale, perché si muterà in un elemento accettabile, normale, comune o persino piacente, divenendo così qualche cosa col quale posso tranquillamente convivere.

 

               Autore
    Ivano Liguori, Ofm. Capp..

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Il Sommo Pontefice in un confessionale della Papale Arcibasilica di San Pietro

Offriamo la sesta delle sette catechesi tenute dal nostro redattore Padre Ivano Liguori. 

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Riprendiamo da quell’interrogativo con cui ci siamo lasciati la volta scorsa che è un po’ l’interrogativo che fanno i bambini della prima confessione ma anche i grandi che si dimenticano di Dio, che si dimenticano della loro fede e quindi chiedono al sacerdote, o alle persone che considerano invece nella fede: perché devo confessarmi? La triste realtà è che noi siamo di fronte a due diverse tendenze: o negare il peccato e dire che il peccato non esiste e che si tratta di una favola inventata dalla Chiesa per tenere le persone schiave sotto la sua obbedienza, oppure la tendenza a normalizzare il peccato. Se infatti il peccato lo normalizzo, allora non è più tale, perché si muterà in un elemento accettabile, normale, comune o persino piacente, divenendo così qualche cosa col quale posso tranquillamente convivere.

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I social media possono essere uno strumento portentoso per lo svolgimento delle attività pastorali e per l’annuncio del Santo Vangelo, per incontrare, venire incontro e rispondere ai quesiti dei Christi Fideles e sostenerli nel loro cammino cristiano di ricerca o di ritorno alla fede. Tutto sta vedere cosa le persone cercano in questo oceano dove è possibile trovare di tutto e in tutti i sensi. Questa iniziativa de L’Isola di Patmos è una opportunità offerta a tutti coloro che voglio riprendere o approfondire i temi della fede partendo dagli elementi basilari del Catechismo e del Magistero della Chiesa.

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dall’Isola di Patmos, 7 maggio 2022

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L’ultimo libro di Padre Ivano potere trovarlo nel nostro negozio librario, per accedervi cliccare sopra l’immagine di copertina

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I Padri dell’Isola di Patmos

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E adesso vi spiego perché il narcisismo onanista dei giornalisti fa più vittime della guerra in Ucraina sino a generare maggiori distruzioni

E ADESSO VI SPIEGO PERCHÈ IL NARCISISMO ONANISTA DEI GIORNALISTI FA PIÙ VITTIME DELLA GUERRA IN UCRAINA SINO A GENERARE MAGGIORI DISTRUZIONI

L’Italia è un paese di patogeni narcisisti con il complesso dei furbi in cerca di facile fortuna, allergici al duro lavoro e al sacrificio, che seguitano a credere che quel che conta è trovare l’amico dell’amico giusto per avere la strada spianata. Un Paese, il nostro, dove il numero di quelli che scrivono è maggiore a quelli che comprano libri e leggono. E non parliamo di quelli che non hanno tempo di leggere perché impegnati in alte attività “culturali” e che cercano di capire qualche cosa con domande che rivelano tutta la demenza che li avvelena.

— Attualità —

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Per accedere al negozio librario cliccare sulla copertina

Da pochi giorni le Edizioni L’Isola di Patmos hanno pubblicato un mio nuovo libro, ovviamente è scritto molto bene. Il testo è una analisi precisa e lucida sul conflitto russo-ucraino, con punte critiche e ironiche all’informazione mainstream che annebbia l’opinione pubblica, fatte salve rare eccezioni. Inutile indugiare nel dipingere quanto io sia bravo, perché nel mio mestiere sono un fuoriclasse. E, detto ciò, non vado oltre, parlare di cose scontate mi annoia.

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Per dover di cronaca aggiungo che sono anche umile, perché come riconosco le mie virtù e capacità ― che non potrei mettere a frutto se le ignorassi, come insegna nel Santo Vangelo la Parabola dei Talenti [cfr. Mt 25, 14-30] ―, allo stesso modo riconosco anche i miei limiti e difetti, che sono il primo a porre in risalto, prendendomi poi in giro pubblicamente da me stesso. Questa è la differenza che corre tra una Ferrari e un carrettino, tra un prete veramente umile e un clericale che piagnucola a collo torto «no, io non sono degno … non sono all’altezza!». Divenendo però una iena quando ribatti: «È vero! E oltre a non essere degno né all’altezza, con l’occasione ti ricordo che non hai indicato quelle che sono le tue indegnità e le tue limitatezze peggiori che recano molti danni anche agli altri, visto il ruolo delicato in cui gli scellerati che dirigono il teatrino dei pupi ti hanno fatto assurgere. Aspetta, adesso ti elenco tutti i motivi del tuo non essere degno, del tuo non essere all’altezza …». E così ti sarai fabbricato un nuovo nemico di quelli implacabili grazie ai quali mi mantengo arguto nella mente, brillante nella dialettica, giovanile e sportivo nel corpo, perché più mi rivolgono attacchi più mi rivitalizzano e rendono riflessivo, acuto e battagliero. D’altronde, noi aquile reali siamo così, anche se i polli che ruspano nel pollaio non se ne danno pace, senza mai perdonarti di essere ciò che loro non sono e che mai potranno essere.

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Vendere libri in Italia è difficile, il nostro è un popolo in cui pullulano finti esperti e intellettuali che di rigore presumono anzitutto di sapere, poi di scrivere. In pieno lockdown per Covid-19 anche i soggetti capaci a malapena a scrivere la lista della spesa erano divenuti saggisti, ma soprattutto romanzieri. Se però prendiamo queste persone – come più volte ho fatto – e li facciamo parlare attraverso la tecnica con cui si incalzano gli imbecilli che non si rendono neppure conto di essere sottoposti a un interrogatorio mascherato da dialogo, alla domanda su quanto studiano e quali sono state le ultime opere letterarie che hanno letto, all’incirca la risposta sarà questa: «Studiare … leggere? Ma io non ho tempo, sono troppo impegnato a scrivere!». Se poi andiamo a leggere i loro ammassi di paccottiglie, oltre alla mancanza di capacità di scrittura emergerà all’istante una totale assenza di conoscenza delle più grandi opere e dei principali stili letterari. Le fonti dalle quali attingono sono siti e blog trovati sulla rete telematica, dove abbondano altrettanti “scienziati” che pensano di potersi occupare di storia, filosofia, teologia, geopolitica, scienze esatte e via a seguire, usando come fonte tutte le stronzate pubblicate su Wikipedia da un esercito di anonimi ricercatori falliti e di vecchi professori in pensione incattiviti con l’intero universo cosmico.

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L’Italia è un paese di patogeni narcisisti con il complesso dei furbi in cerca di facile fortuna, allergici al duro lavoro e al sacrificio, che seguitano a credere che quel che conta è trovare l’amico dell’amico giusto per avere la strada spianata. Un Paese, il nostro, dove il numero di quelli che scrivono è maggiore a quelli che comprano libri e leggono. E non parliamo di quelli che non hanno tempo di leggere perché impegnati in alte attività “culturali”, o che cercano di capire qualche cosa con domande che rivelano tutta la demenza che li avvelena. A un tale, che su un social mi chiese informazioni sul sionismo politico, risposi: «Su questo tema ho scritto un libro nel 2006, spiegandone il complesso fenomeno storico». Ribadisce il demente, risultato poi un insegnante di ruolo in un liceo: «Sì, ma non potrebbe rispondermi in poche parole, perché io non ho tempo di leggere». La cosa che trovo veramente singolare è che una tantum questi soggetti mandano qualche email di protesta all’Autorità Ecclesiastica per accusarmi di essere un volgare aggressivo, una vergogna del sacerdozio cattolico colpevole di averli mandati affanculo. Francamente, se un autore che ha dedicato cinque anni di intenso lavoro e ricerca alla trattazione di un tema molto delicato e complesso, manda affanculo uno che pretende gli sia spiegato il tutto in poche parole dopo averti candidamente dichiarato che non ha tempo di leggere, la sfanculata andrebbe giudicata come il minimo sindacale, non un attentato di lesa maestà tale da reclamare la mia testa all’Autorità Ecclesiastica, non vi pare?  

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Forse i miei erano altri tempi, ma di sicuro non mi sarei mai presentato a ricevimento da un accademico per chiedergli di riassumermi in due parole il suo libro e presentarmi così all’esame senza doverlo leggere, essendo affaccendato in altre faccende. I vecchi professori coi quali ebbi a che fare non mi avrebbero mai fatto passare l’esame, se non dopo avere imparato il loro libro di mille pagine a memoria, incluse note a piè di pagina.

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Un libro da vendere e diffondere, come si pubblicizza? I romantici pensano: le recensioni giornalistiche, semmai previo ricorso, di prassi e rigore, all’amico dell’amico. Sarò franco: per quanto mi riguarda ai giornalisti posso inviare in omaggio una confezione di carta igienica formato famiglia per aiutarli ad abbattere i gravosi costi di consumo dovuti ai loro problemi di diarrea, ma un mio libro in omaggio neppure a morire, perché le mie sono opere di alta qualità. In tutta Italia i giornalisti a cui dono i miei libri in omaggio sono solo cinque amici ai quali ogni volta ripeto: «Non sentirti tenuto a fare una recensione».

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Qualcuno potrebbe pensare che questa mia sia una stranezza, in fondo conosco molte celebrità del giornalismo italiano, compresi direttori di diverse testate nazionali. Ecco, partiamo da questi ultimi: per quale motivo il direttore di un giornale che scrive coi piedi, al punto da non necessitare del controllo del correttore di bozze ma di un accurato editing dei suoi scritti, dovrebbe favorire il lancio del libro di un autore ben più dotato e acculturato, che scrive molto bene e analizza i fatti con una imparzialità a lui sconosciuta, tenuto com’è a rendere conto a padroni, azionisti e padroncini vari, salvo dichiararsi veritiero e indipendente da un programma televisivo all’altro, con una faccia di culo più o meno equiparabile a quella di una puttana che si proclama vergine? Sarebbe come se alla figlia di Fantozzi afflitta da comprensibili complessi e divenuta poi madre di una creatura più simile a una scimmia che a una bambina, fosse chiesto di pubblicizzare la bellezza di Monica Bellucci e di scrivere che sua figlia Deva, per incanto della natura, è persino più bella della madre stessa.

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Voglio rivelare una cosa a molti sconosciuta: il giornalista è il primo a non leggere e a non documentarsi. Fatta eccezione per poche e rare penne d’oro italiane ormai ridotte a un felice mondo di nicchia, i nostri giornalisti versano in condizioni d’ignoranza imbarazzante, principalmente dovuta al fatto che la massa del pubblico vuole pane e circo, sangue e coriandoli. O non vi siete forse accorti che nelle edizioni on-line dei giornali evidenziano ormai alcune frasi in grassetto negli articoli, tanto sono consapevoli che il webete medio o l’analfabeta digitale, che costituiscono una percentuale di pubblico spaventosamente alta, non legge mai un articolo da cima a fondo? Per questo evidenziano tre o quattro frasi, affinché webeti e analfabeti digitali abbiano l’illusione di essersi fatta un’opinione, per poi impazzare da un social all’altro, tracotanti e aggressivi più che mai, per dare ampia riprova di quando non abbiano capito un emerito cazzo. Il giornalista che ha acquisito una certa notorietà è un narcisista-onanista che non legge neppure gli articoli degli altri suoi colleghi pubblicati nella stessa pagina in cui è pubblicato l’articolo suo. È troppo impegnato a piacersi per riuscire ad accettare l’esistenza di uomini molto migliori e soprattutto parecchio più capaci di lui.

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Certi direttori di giornale che ogni sera vedete vagare per i talk show, non hanno neppure idea di quello che pubblica la loro testata, altro che leggere con cura il bozzino da cima a fondo prima che il giornale finito e approvato vada in stampa, figurarsi! Eppure si chiamano non a caso “direttori responsabili”, proprio perché responsabili dinanzi alla Legge e al Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti di quello che i vari autori pubblicano sul loro giornale. I bozzini li leggevano con estrema cura Indro Montanelli ed Enzo Biagi, chiamando spesso il giornalista autore del pezzo per chiedergli spiegazioni, oppure correzioni e modifiche, per dargli un suggerimento o per esortarlo a seguitare a lavorare bene a quel modo. E da diversi di questi vecchi direttori sono usciti fuori dei bravi giornalisti, alcuni sono rimasti tali migliorando nel tempo, altri si sono rovinati divenendo narcisisti vanesi appena saliti alle luci della ribalta. 

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A me non interessa vendere 100 o 10.000 copie ma fare bene il mio lavoro ed essere annoverato nella cerchia dei migliori, dei leali e dei coerenti, nella quale da anni ho il mio meritato spazio guadagnato a caro prezzo in 58 anni di vita. Il mio è un lavoro radicato nel presente ma proiettato in una prospettiva futura, ne sono prova diversi miei libri pubblicati dieci o vent’anni fa, dove con analisi precise, decise e spesso impietose anticipavo il futuro. E le cose sono poi andate come le avevo descritte in quelle mie opere con anni di anticipo. E mai mi sono gloriato esultando «l’avevo detto … l’avevo scritto …», semmai ho espresso il mio più sincero dolore e ho realmente sofferto per non essermi sbagliato, perché a distanza di anni mi sarebbe piaciuto poter smentire me stesso e spiegare che la mia analisi era del tutto errata. Questo è il punto dal quale si potrebbe dare avvio a un discorso molto serio sulla grande virtù cristiana dell’umiltà, che non ha niente da spartire col veleno dei collotorti clericali.

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Per questo non mando i miei libri in omaggio a nessuno, se non a pochi amici del cuore, lasciando le persone libere di attingere da una fonte sicura e onesta, oppure di seguitare a ravvoltolarsi tra pane e circo, sangue e coriandoli, pensando di avere capito tutto con la tipica arroganza incosciente di coloro che seguitando a leggere titolo e forse sottotitolo, assieme a due o tre frasi evidenziate per la massa dei webeti e degli analfabeti digitali, che grazie a Dio non potranno mai costituire il pubblico dei miei Lettori.  

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Purtroppo Giovanni Boccaccio e Pietro l’Aretino non hanno potuto conoscermi perché i secoli ci hanno separati. Di certo, dal loro meritato Paradiso mi apprezzano e tifano per me, non per certi coglioni sui quali ebbero a scrivere quasi otto secoli fa, racchiudendo le loro ridicole immagini nella straordinaria figura di Frate Cipolla che cercava di fottere i poveri beoti esibendo le sue reliquie tanto mirabolanti quanto improbabili. Oggi Frate Cipolla dirige una delle principali testate giornalistiche italiane, poi la sera partecipa ai talk show, dove con una serietà senza pari sostiene la indubbia autenticità della reliquia della penna caduta all’Arcangelo Gabriele durante l’annunciazione fatta alla Beata Vergine Maria, ed al quale prestano fede tutti coloro che leggono solo titolo e sottotitolo, i più attenti due frasi evidenziate in grassetto nell’articolo, affinché possano finire fottuti molto più di quanto non vi finissero i bifolchi che popolavano le campagne italiane del XIV secolo. Magari, l’uomo di oggi, avesse il senso dell’auto-ironia e soprattutto il senso critico e speculativo che aveva l’uomo del medioevo, magari! 

dall’Isola di Patmos, 7 maggio 2022

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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«Guerra e propaganda ideologica» è il nuovo libro esplosivo dedicato dal Padre Ariel S. Levi di Gualdo al conflitto russo-ucraino

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

«GUERRA E PROPAGANDA IDEOLOGICA» È IL NUOVO LIBRO ESPLOSIVO DEDICATO DAL PADRE ARIEL S. LEVI di GUALDO AL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO 

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È accettabile che sulle nostre reti televisive sia stato concesso di sera in sera, a esponenti del Popolo ucraino, di esortare gli italiani a compiere sacrifici per la loro improbabile vittoria contro il russo invasore? Ci rendiamo conto che ciò equivale a chiedere a un padre di famiglia, peraltro pure in modo imperioso e arrogante, di sacrificare i suoi figli per il bene dei figli degli altri? E Tutte queste persone hanno potuto esprimere simili assurdità con i conduttori televisivi che li lasciavano sproloquiare rimanendo in religioso silenzio e senza alcuna possibilità di un realistico e doveroso contraddittorio.

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Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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«GUERRA E PROPAGANDA IDEOLOGICA» Introduzione all’opera

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In questo nuovo libro il Padre Ariel S. Levi di Gualdo ha attinto alla sua passata formazione giuridica e geopolitica, unita alla sua successiva di teologo e di profondo conoscitore delle materie storiche. Un libro che potremmo definire “politicamente scorretto” in quanto vero. Perché oggi, parlare semplicemente di ciò che è vero e reale, non costituisce la norma ma rappresenta uno dei peggiori attentati alla correttezza politica della narrativa mainstream.

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Per accedere al negozio cliccare sopra l’immagine di copertina

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Durante il conflitto russo-ucraino i telegiornali hanno trasmesso notizie parziali e di parte al punto da richiamare alla memoria dei meno giovani l’informazione di regime della Bulgaria degli anni Cinquanta del Novecento. I più seguiti talk show delle reti televisive Rai, Mediaset, La7 e Sky sono giunti ad assumere toni propagandistici così univoci da suscitare invidia a quelli che furono i notiziari di TeleKabul. Il tutto sempre ribadendo: «Nel nostro Paese c’è totale libertà di opinione e di informazione». In verità questo conflitto è una guerra di civiltà tra un regime post-comunista molto identitario che si è messo sulle difensive e delle decadenti liberal-democrazie ormai collassate e fallite».

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Nelle sue pagine l’Autore lascia percepire da subito che l’importante non è essere a favore o contro qualcuno, specie in un ambito insolitamente delicato come può esserlo un conflitto bellico, ma di ragionare. Solamente attraverso un ragionamento lucido e un serio approfondimento, si può giungere a partorire un’opinione pro o contro, oppure astenersi dal giudizio, quando non si hanno ancora tutti i necessari elementi per formularne uno.

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Questo libro è una sfida alla ragione e al tempo stesso una solenne sbugiardata della nostra informazione sempre più drogata dall’ideologia, come l’Autore chiarisce sin dall’inizio nella presentazione all’opera che potete leggere QUI.  

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Le Edizioni L’Isola di Patmos ringraziano la Casa di Produzione Eriador Film per averci gentilmente concesso l’immagine di copertina tratta da Il segreto di Italia, un film di Antonello Belluco di cui vi raccomandiamo la visione.

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Dall’Isola di Patmos, 3 maggio 2022 

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