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Il Covid ci impediva di mettere l’acqua nelle acquasantiere ma il clericalmente corretto ci “permette” di benedire le coppie di gay dopo la loro unione civile in municipio

16 Giugno 2022/2 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

IL COVID CI IMPEDIVA DI METTERE L’ACQUA NELLE ACQUESANTIERE MA IL CLERICAMENTE CORRETTO CI “PERMETTE” DI BENEDIRE LE COPPIE DI GAY DOPO LA LORO UNIONE CIVILE IN MUNICIPIO

 

Il presbitero che ha inscenato e presieduto il tutto si è affrettato a giustificare che sono state solo benedette due persone. E, se dopo la Comunione Eucaristica i due “sposini amorosi” sono saliti all’altare per ricevere un grembiule, simbolo del servizio da loro prestato a questo gruppo di cattolici LGBT in cammino, ciò «non è stato un gesto liturgico», ha precisato, pure se il tutto è avvenuto nell’ambito della sacra liturgia e non nella sala da fumo del bar poco distante dalla chiesa parrocchiale, perché quando certi tipi di preti pensano di poter prendere in giro gli altri credendosi di prassi più scaltri, finiscono col perdere sia il senso del ridicolo che quello della umana decenza.

— Attualità —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

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Per approfondire il tema vi suggeriamo la lettura di questo libro scritto dai Padri Ariel S. Levi di Gualdo e Ivano Liguori (per andare al negozio cliccate sopra l’immagine)

Non è paradosso né ossimoro ma semplice realtà: per disposizione della Conferenza Episcopale Italiana è stato proibito per due anni di mettere l’acqua lustrale dentro le acquasantiere delle chiese per evitare di veicolare la diffusione e il contagio da Covid-19, solo in questi giorni ne è stato ripristinato l’uso. Una scelta saggia e prudente già adottata nei secoli passati durante le grandi pestilenze. Analoga prudenza non è stata applicata ad altri casi legati a epidemie più gravi. E così, direttamente nella diocesi governata dal Presidente dell’Assemblea dei Vescovi Italiani, sono stati accolti in chiesa e benedetti due omosessuali fieramente praticanti che poco prima hanno suggellata la loro “unione civile” nel vicino palazzo municipale di Budrio in provincia di Bologna.

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Noi “vecchi preti” nati sotto il pontificato del Santo Pontefice Paolo VI e cresciuti sotto il lungo pontificato del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, eravamo abituati all’idea che il virus peggiore fosse il peccato, fucina di tutte le peggiori pandemie. Oggi devo prendere atto che ci eravamo sbagliati. In verità erano solo le pile dell’acquasanta, a essere potenziali veicoli di infezioni virali e di sviluppo delle pandemie.

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A lume di logica ecclesiale ed ecclesiastica desidero precisare che dubito sia stato adeguatamente informato il Cardinale Matteo Maria Zuppi, dai preti-capocomici di questa sceneggiata sacrilega, perché di un atto sacrilego si tratta, c’è poco da girarci attorno. Se fosse stato informato, dubito che avrebbe acconsentito, soprattutto sapendo quale clamore mediatico suscitano da sempre certe gaie pagliacciate, ampliate, nel caso specifico, dal delicato ruolo ricoperto dall’Arcivescovo metropolita di Bologna, che è Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Per questo credo a priori alla totale innocenza del Cardinale Matteo Maria Zuppi, che di questa sceneggiata è stato sicuramente la prima vittima, cosa di cui mi dispaccio per lui, perché è un uomo buono, giusto e da sempre molto accogliente e premuroso verso i presbiteri, sin da quando era vescovo ausiliare a Roma.

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Riassumiamo il fatto di cronaca per poi passare a commentare una parola e un concetto divenuto ormai tabù: peccato. L’11 giugno è accaduto che due giovani uomini hanno ufficializzato la loro “unione civile” nel Comune di Budrio in provincia di Bologna. Il tempo di attraversare la piazza per giungere nella chiesa parrocchiale di San Lorenzo, dove erano attesi da una folla festante e da 14 sacerdoti concelebranti, verosimilmente tutti clerical gay friendly. A presiedere la sacra liturgia è stato Gabriele Davalli, responsabile diocesano ― udite, udite! ―  della pastorale della famiglia e arciprete di una parrocchia limitrofa, che aveva seguito i due “sposini amorosi” durante il loro cammino nel gruppo di Cattolici LGBT.

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Alcuni confratelli di quel presbiterio hanno contattato la nostra redazione precisando:

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«Casomai il responsabile della sceneggiata volesse correggere il tiro a danno ormai compiuto, dicendo di avere solo benedetto due persone, sappiate che erano presenti tutti gli annessi e connessi tipici delle cerimonie nuziali, dai fiori al fotografo per riprendere i due in prima fila sotto il presbiterio» [cfr. QUI].

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E come da loro preannunciato è andata proprio così: il presbitero che ha inscenato e presieduto il tutto si è affrettato a giustificare che sono state solo benedette due persone. E, se dopo la Comunione Eucaristica i due “sposini amorosi” sono saliti all’altare per ricevere un grembiule, simbolo del servizio da loro prestato a questo gruppo di cattolici LGBT in cammino, ciò «non è stato un gesto liturgico», ha precisato, pure se il tutto è avvenuto nell’ambito della sacra liturgia e non nella sala da fumo del bar poco distante dalla chiesa parrocchiale, perché quando certi tipi di preti pensano di poter prendere in giro gli altri credendosi di prassi più scaltri, finiscono col perdere sia il senso del ridicolo che quello della umana decenza. Cos’altro aggiungere: ogni commento a cotanta ipocrisia clerical chic sarebbe superfluo, quindi concludiamo con una domanda destinata a rimanere senza risposta, per poi passare a cose più serie. Non so chi abbia formato il presbitero Gabriele Davalli nella teologia fondamentale e nella morale cattolica. Però, siccome a essere formato male sono stato sicuramente io, che tra i miei preziosi formatori ho avuto anche il Cardinale Carlo Caffarra, in modo pacato, anzi in modo timido, col rossore che mi avvampa le gote, perché come noto sono un timido ragazzo di campagna, in modo sommesso oso domandare: Gabriele Davalli, dopo avere ammesso alla Comunione Eucaristica due gay dichiarati freschi “sposi novelli” e dopo avere dato loro il grembiule simbolo del servizio prestato prima della fine della Santa Messa, eri o no consapevole che la sera, i due, avranno sicuramente festeggiato inchiappettandosi a vicenda, con tanto di cerimonia e benedizione ricevuta il mattino durante la Santa Messa? O pensi forse, caro Gabriele Davalli, che la sera si sono coricati recitando il Santo Rosario alla Beata Vergine Maria chiedendo la sua intercessione per avere il sostegno e la forza necessaria a non cadere in turpe peccato? Questo, sarebbe ciò che domanderei a Gabriele Davalli se fossi il suo vescovo, che ovviamente, per grazia sua e per grazia mia, non sono.

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La triste verità è che un responsabile diocesano della pastorale per la famiglia e altri tredici preti gay friendly che hanno concelebrato mutando l’Eucaristia in un teatrino sacrilego, hanno di fatto benedetto il peccato e confermato pubblicamente due persone nel peccato mortale. E se qualcuno è in grado di smentirmi — in testa a tutti l’Arcivescovo metropolita di Bologna, che come ripeto ritengo del tutto non colpevole, oltre che uomo buono e giusto — si faccia avanti e mi dimostri il contrario. Soprattutto desidero che, vescovi in testa, mi dicano pubblicamente ― non con la classica letterina privata rammaricata ― che la teologia e la morale cattolica con la quale sono stato formato posso tranquillamente gettarle nel cesso e poi tirare l’acqua dello scarico. Ma soprattutto desidero mi spieghino che tutto ciò che sino a ieri era turpe peccato mortale, oggi è diventato amore da accogliere e da benedire. Dopo che mi avranno spiegato questo, pubblicamente, il giorno dopo rimetterò il mio mandato all’esercizio del sacro ministero sacerdotale nelle mani del vescovo che me lo ha conferito e mi ritirerò a vita privata.

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Nella società civile essere omosessuali e praticare l’omosessualità non è reato. Aggiungo: e mai potrebbe esserlo, sarei il primo a scendere in piazza a protestare, se chicchessia tentasse di perseguire a qualsiasi titolo gli omosessuali in quanto tali. L’omosessualità non è una malattia, al limite può essere un disturbo o un disagio psicologico più o meno grave in coloro che la vivono male o in coloro che non la accettano e che per questo ne soffrono. Come sacerdote cattolico e come teologo ho sempre riconosciuto alle persone il diritto a vivere la sessualità che vogliono e a non essere ad alcun titolo discriminate per le loro scelte e le loro pratiche sessuali, lo dice anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, che per inciso è bene ricordare:

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2357 ― «L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni (cfr. Gn 19,1-29; Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm 1,10) la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati” (cfr. Persona humana, n. 8). Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati».

2358 ― «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione».

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Per me la questione è tutta quanta teologica, visto che faccio il prete e il teologo non il master chef. Se Dio non ha impedito ad Adamo ed Eva di commettere il peccato originale, possiamo forse impedire noi, agli uomini, di commettere peccati? Perché, che piaccia o no a certi miei mondani confratelli gay friendly, pronti all’occorrenza a mascherare un farsesco “matrimonio” tra due uomini da benedizione che come tale non si nega a nessuno, resta in ogni caso il fatto che per la morale cattolica e la legge di Dio in cui essa si radica «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati». Una volta condannato l’atto, ossia il peccato, riguardo invece i singoli omosessuali, cioè i peccatori, la morale cattolica chiarisce: «[…] devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione». Il tutto sempre ribandendo, per quanto riguarda il peccato, che certi atti «Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale» e che «In nessun caso possono essere approvati».

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La sodomia è un grave peccato contro la natura creata e ordinata da Dio. Se quindi certi preti conoscessero e praticassero gli elementi basilari della teologia e della morale cattolica, se conoscessero semplicemente il Catechismo, anziché mascherare da “benedizione” il “matrimonio farsa” di due uomini, dovrebbero essere consapevoli che il peccato rientra nell’esercizio della piena libertà e del libero arbitrio dell’uomo, ma che il peccato deturpa l’anima del peccatore e reca scandalo alla comunità dei credenti. Pertanto, il peccato, rientra sì nel pieno esercizio della libertà dell’uomo, ma non è però un diritto e nessuno, specie all’interno della Chiesa, può rivendicarlo come tale, neppure le coppie di “amorosi sposini” omosessuali.

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Più volte nei miei pubblici scritti, ma anche durante i miei colloqui privati con quei confratelli che si avvalgono di me come direttore spirituale o come confessore, mi sono ritrovato a spiegare la sostanziale differenza che corre tra peccato e peccatore, soprattutto a giovani sacerdoti usciti dal set di quel film di fantascienza a cui sono ormai ridotti i nostri seminari tutti pace, gioia e amore. Noi sacerdoti, come santificatori, maestri e guide del Popolo di Dio abbiamo non solo il dovere di rigettare il peccato, perché sulle nostre coscienze sacerdotali grava l’imperativo e l’obbligo di combatterlo. Diverso il discorso del peccatore, che è nostro dove e obbligo accogliere, assistere e amare, soprattutto coloro che commettono i peccati più gravi, perché anzitutto per loro Cristo ha sparso il proprio sangue redentore sulla croce. Quindi, se anziché accogliere il peccatore noi lo respingessimo in quanto tale, tradiremmo e profaneremmo nel peggiore dei modi la santa missione che Cristo Dio ci ha affidato attraverso la istituzione del sacerdozio ministeriale.

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Il problema di fondo è che un esercito di presbiteri sessantottini e di nipotini del Sessantotto da loro cresciuti e allevati a overdosi di imprecisata pace, gioia e amore, non conoscono più la differenza che corre tra peccato e peccatore, che è una differenza fondamentale e sostanziale. Per quanto inutile possa essere, perché nulla di ciò che è strutturalmente ideologico può essere scalfito, cerchiamo adesso di comprendere bene quel pericolo mortale costituito dal terrificante peccato propagato dai lobbisti LGBT, di cui lungamente ebbi a parlare nei miei lunghi colloqui privati con il Cardinale Carlo Caffarra. Questo pericolo ― che ripeto è mortale e terrificante ― è dato dal fatto che gruppi costituiti da sedicenti cattolici auto-denominatisi “Cattolici LGBT” si stanno facendo largo all’interno della Chiesa e delle comunità parrocchiali, infinocchiando in modo grandioso vescovi, preti e suorine stolte. E si stanno facendo largo non per essere seguiti e curati spiritualmente, non per curare le loro fragilità e ferite, non per cercare di sanare le loro anime dal virus epidemico del peccato, ma per essere legittimati e confermati nel peccato mortale. Trappola questa nella quale un esercito di vescovi, preti e suorine stolte stanno cadendo come pesci dentro la rete. La lobby LGBT è entrata ormai da un decennio dentro la Chiesa come un cavallo di troia per rivendicare e dimostrare che il primo a sbagliarsi è stato anzitutto Dio nel crearci maschio e femmina. In errore non sono loro, sempre ammantati di vittimismo e dolorismo, lo è la Chiesa che con la sua “retriva” e “cupa” morale osa impedire a due gay o a due lesbiche di amarsi, negando a questo modo — a loro dire — l’essenza stessa del Santo Vangelo, che è amore e solo amore. Certo, che il Santo Vangelo è amore, basterebbe però chiedersi e comprendere quale vero amore diffonde, perché l’amore che annuncia finisce a sanguinare sulla croce con quattro chiodi piantati nella carne e con una corona di spine sulla testa, cosa del tutto diversa dai tripudi porcini e dissacranti dei vari gay pride, che anche di recente ci hanno regalato la Madonna sadomaso e Cristo sui tacchi a spillo. O forse il Santo Vangelo, in nome di un non meglio precisato “amore”, ci consente di benedire l’unione di due uomini, di festeggiarli in chiesa e di ammetterli alla Comunione Eucaristica, affinché possano rientrare la sera nella loro camera da letto, “benedetti” e “santificati”, a sodomizzarsi a vicenda in nome dell’amore? È forse questo l’amore annunciato dal Santo Vangelo?

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Fu per questo motivo che nel 2009, quel sapiente uomo di Dio del Cardinale Carlo Caffarra, pur ricoperto di tutte le peggiori contumelie, criticato e insultato su tutta la stampa gay friendly della sinistra radical chic, proibì a un coro composto da 25 omosessuali dichiarati di radunarsi nei locali della parrocchia bolognese di San Bartolomeo della Beverara. Perché un conto è accogliere il singolo omosessuale, che va accolto, rispettato, amato e accudito spiritualmente, sempre. Altra cosa permettere che direttamente all’interno delle strutture ecclesiali ed ecclesiastiche siano costituiti gruppi di non meglio precisati omosessuali cattolici, che come l’esperienza ci insegna e come di prassi è quasi sempre accaduto, pongono anzitutto in discussione la dottrina e la morale della Chiesa Cattolica. Perché è la Chiesa, che deve piegarsi al capriccio del loro peccato, accoglierlo e legittimarlo, infine benedirlo. Cosa questa che la Chiesa non potrà mai fare.

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Ogni tanto qualche vescovo mi accusa di usare toni forti, altri, molto più numerosi, mi pregano invece di dare pubblica voce a ciò che loro non sempre possono dire in toni forti. E come potrei non usare toni forti, di fronte a un esercito sempre più fitto di preti che non sono più in grado di distinguere neppure il peccato dal peccatore? Però il problema non sono loro, sono io che sono duro. E nella Chiesa visibile intrisa di un non meglio precisato amore la durezza non è ammessa, perché ormai non siamo più «il sale della terra» [Mt 5, 13] ma lo zucchero della terra. Di conseguenza, benedire in chiesa durante l’azione liturgica due omosessuali che la sera tornano a giocare alla cavallina, questa è cosa veramente buona e giusta, almeno per tutti coloro che hanno deciso di mutarsi in zucchero della terra.

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Ogni stagione storica ha i suoi personaggi, ma in circostanze di questo genere sentiamo certamente la mancanza del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II. Perché in casi più o meno analoghi, verificatisi ormai in numerose diocesi del mondo, non avrebbe esitato a chiamare dinanzi a sé i rispettivi vescovi. E per spirito di autentica carità cristiana gli assistenti di camera, prima del loro ingresso in udienza, avrebbero raccomandato: «Eccellenza, prima di recarsi dal Sommo Pontefice passi dalla Farmacia Vaticana, acquisti e indossi il pannolone di contenzione, perché sarebbe sicuramente imbarazzante, per lei come per chiunque, pisciarsi addosso dinanzi al Santo Padre». Oggi le cose sono cambiate, abbiamo il presbitero padovano Marco Pozza, per gli amici Don Spritz, che in jeans e scarpette da ginnastica slacciate va a intervistare il Santo Padre e che non avendo di meglio da fare pubblica un messaggio di auguri per una coppia di suoi amici gay in occasione del loro matrimonio, salvo correggere poco dopo il post cambiando la parola “matrimonio” con “unione civile”. Ciò che però solo importa è di non presentarsi dinanzi al Santo Padre con una talare romana addosso e un rispettoso ferraiolo sulle spalle, perché in quel caso si può correre il rischio di essere fulminati con uno sguardo. Ma tutto finirebbe con un’occhiata fulminea, perché per far pisciare addosso qualcuno occorrerebbe la tempra che all’occorrenza sapeva avere il Santo Pontefice Giovanni Paolo II, ma soprattutto sarebbe necessaria la sua santità, perché solo i Santi, quando il caso lo richiede, riescono anche a farti pisciare addosso per la salvezza della tua anima.

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Mio amato e venerato Carlo Caffarra, provo santa invidia per te, che sei stato chiamato nel settembre 2017 alla Casa del Padre, dove vorrei essere anch’io, risparmiando così a me stesso l’abominio della desolazione che ci attende, perché ormai, certi nostri pavidi e improvvidi vescovi, amorevoli verso il peccato ma stizzosi verso quei loro preti che il peccato osano sempre condannarlo, da tempo ci stanno facendo veramente aspirare la grande grazia della morte.

dall’Isola di Patmos, 16 giugno 2022

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