Riguardo il falso profeta Enzo Bianchi: «disobbedire a certi Vescovi è doveroso, salvo cadere nelle giustificazioni dei nazisti al Processo di Norimberga»

RIGUARDO IL FALSO PROFETA ENZO BIANCHI: « DISOBBEDIRE A CERTI VESCOVI È DOVEROSO, SALVO CADERE NELLE GIUSTIFICAZIONI DEI NAZISTI AL PROCESSO DI NORIMBERGA »

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Non amo dare dei codardi ai miei Confratelli Sacerdoti. Se però lo faccio, ciò può avvenire solo in caso davvero estremo, mosso nella mia accusa da profondo e straziante dolore. Detto questo devo prendere doloroso atto che la codardia, all’interno del nostro Clero, ha ormai da tempo superato ogni limite di guardia, adesso vi spiego perché …

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Enzo Bianchi, Cattedrale di Fidenza, presentato come “Padre“, forse … Padre della Fede ?

Se esiste un’ipotesi che nessun Presbìtero si augura possa mai divenire realtà, è quella di rifiutare in modo deciso l’obbedienza al proprio Vescovo. Per qualsiasi buon Sacerdote risulterebbe infatti più facile affrontare la morte, animato dalla certezza di fede nella vita eterna e nella risurrezione dei morti. Dalla disobbedienza al Vescovo può infatti nascere solo la certezza della morte ecclesiale, con questa grave conseguenza: recare grave danno alla Chiesa di Cristo con conseguente smarrimento e scandalo nei Christi fideles.

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Anche se oggi la Chiesa di Cristo pare sospinta verso la trasformazione in una multinazionale dedita al buonismo, all’ecumenismo, all’ecologismo, con tutte le sue fabbriche interne di melassa e di miele di bassa qualità, con i massoni che d’improvviso si sono scoperti papisti e con i membri del satanico Partito Radicale che d’improvviso si sono innamorati del Vaticano e che non minacciano più un referendum per chiedere l’abolizione dell’Otto per Mille alla Chiesa Cattolica, resta pacifico che pure al più incolto e ignorante dei Presbìteri, è chiaro che nella Chiesa particolare il Vescovo incarna il Cristo che regge tutte le membra vive che formano il Corpo della Chiesa. Noi siamo infatti il Corpo Mistico di Cristo, non una istituzione filantropica dedita all’assistenza sociale, perchè come dice il Verbo di Dio: « … quale merito ne avete ? Non fanno così anche i pagani ?» [cf. 5, 38-48]. E nella definizione «pagani» possiamo leggere sia i massoni infiltrati nella Chiesa, sia i satanici radicali convinti che ormai, a breve, la Chiesa “si converta del tutto” e che dichiari finalmente l’aborto una grande conquista sociale, l’eutanasia un atto di carità cristiana, l’omosessualismo un modo del tutto naturale di amare. Tutto questo senza che molti dei nostri vescovoni e cardinaloni si rendano conto che il Diavolo, quando ci accarezza, non lo fa perché è buono e ci ama, ma solo perché vuol rubarci l’anima e portarci con sé all’Inferno, che esiste e che non è affatto vuoto.

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Anche il più superficiale dei Presbìteri, quando in modo svogliato e frettoloso celebra il Sacrificio Eucaristico della Santa Messa, sbrigandosi velocemente perché dopo ha cose “più importanti” da fare ― tipo assistere i profughi o partecipare a un incontro “ecumenico” con la locale sètta degli eretici Pentecostali ―, sa bene di celebrare in comunione col suo Vescovo, a sua volta in piena e perfetta comunione col Vescovo di Roma.

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Enzo Bianchi, Cattedrale di Arezzo

Nel canone della Santa Messa, i nomi del Sommo Pontefice e del Vescovo della Diocesi non sono nominati per ricordare ai presenti chi siede al momento sulla cattedra di Pietro e chi sulla cattedra episcopale della Chiesa particolare, anche perché le parole pronunciate dal celebrante sono molto chiare: «Ricordati Padre della tua Chiesa diffusa su tutta la terra, rendila perfetta nell’amore in comunione con il nostro Papa Francesco, il nostro Vescovo …». E in questa frase recitata dal Celebrante sul Corpo e Sangue di Cristo deposti sull’altare, è racchiusa l’essenza dell’obbedienza, unita ad un’ovvia consapevolezza: il Sacerdote celebra sempre l’Eucaristia in comunione col Vescovo, perché la validità di tutte le Eucaristie celebrate nella Diocesi, dipendono dalla validità dell’Eucaristia celebrata dal Sommo Sacerdote, il Vescovo.

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Enzo Bianchi, Diocesi di Civita Castellana

Durante il solenne atto sacramentale della consacrazione sacerdotale, dinanzi al presbitèrio ed al Popolo di Dio radunato nella Chiesa, noi tutti abbiamo risposto liberamente e coscientemente «si» ad una domanda molto chiara e precisa rivolta dal Vescovo: «Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza?». Se pertanto vengono meno rispetto e obbedienza nei confronti del Vescovo, decade nel Presbìtero il sensus Ecclesiae, col rischio che appresso decada in esso anche il sensus fidei. E se nel Presbìtero decade l’obbedienza dovuta al Vescovo, in quel caso viene a mancare il principio di quella comunione sulla quale la Chiesa si fonda e si regge, con una conseguenza molto grave: l’Eucaristia celebrata dal Presbìtero che disubbidisse al Vescovo, dalla cui Eucaristia celebrata dipende la validità di tutte le Eucaristie celebrate nelle sua Chiesa particolare, in base alla gravità del caso rischia di essere una sacra celebrazione valida ma illecita. E detto questo è bene ricordare che il Presbitero non ha “il potere” di celebrare la Santa Messa o “il potere” di amministrare i Sacramenti, lo dimostra il fatto che noi Sacerdoti riceviamo dal Vescovo “la facoltà” di celebrare la Santa Messa, di amministrare confessioni e di predicare, non riceviamo un “potere irrevocabile” e tanto meno a “titolo personale”. E le facoltà a noi conferite e concesse, come dal Vescovo sono date, dallo stesso Vescovo possono essere revocate.

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Adesso è necessario intendersi su cosa realmente sia l’obbedienza, ma soprattutto su che cosa si fonda. La nostra obbedienza nasce dalla fede che prende vita dalla libertà dei figli di Dio benedetti dall’accoglimento delle sue azioni di grazia santificante. L’obbedienza non può né deve svilupparsi da un istinto irrazionale, ma solo dalla ragione. Ce lo insegna il Santo Dottore della Chiesa Anselmo d’Aosta: «Fides quaerens intellectum » [la fede richiede la ragione] e viceversa «Intellectus quaerens fidem » [l’intelletto richiede la fede]. Pertanto, l’obbedienza cristiana, esiste solo in relazione alla fede, ad una fede che richiede la ratio, per parafrasare la celebre enciclica di San Giovanni Paolo II: Fides et ratio.

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Il rapporto tra ragione e volontà umana, sta quindi alla base del principio stesso di obbedienza nella fede, che è obbedienza razionale, non irrazionale, tanto che la ragione umana è norma della volontà, come insegna San Tommaso d’Aquino:

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«La ragione umana è norma della volontà, di cui misura pure il grado di bontà, per il fatto che deriva dalla legge eterna, che si identifica con la stessa ragione divina […] È quindi chiaro che la bontà della volontà umana dipende molto più dalla legge eterna che non dalla ragione umana» [Summa Theol., I-II, q. 19, a. 4; cf a. 9]

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Enzo Bianchi, Diocesi di Assisi, Papale Basilica di Santa Maria degli Angeli

Il Presbìtero deve al Vescovo filiale rispetto e obbedienza perché costui è rivestito per mistero di grazia di quella pienezza del sacerdozio apostolico attraverso la quale è stato istituito legittimo custode del deposito della fede e della Legge Divina.

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In questo complesso discorso si inserisce anche quello della coscienza cristiana, quindi della coscienza sacerdotale, che è cosa del tutto diversa dalla coscienza modulata secondo il caso, o secondo la convenienza, o peggio quella a intermittenza propagata nell’ultimo mezzo secolo dai sociologismi e dai teologismi di molti membri della Compagnia delle Indie, già Compagnia di Gesù di Sant’Ignazio di Loyola. La coscienza cristiana è infatti quella che in poche e lapidarie parole è sintetizzata dal Beato John Henry Newman:

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«La coscienza non consiste […] in un desiderio di essere coerenti con se stessi; essa è un messaggero che viene da Colui che, tanto nella natura che nella grazia, ci parla quasi attraverso un velo e ci ammaestra e ci guida col mezzo dei suoi rappresentanti. La coscienza è un vicario aborigeno, il primo fra tutti, di Cristo, un profeta delle sue informazioni, un monarca nei suoi ordini, un sacerdote nelle sue benedizioni e nei suoi anatemi; ed anche se l’eterno sacerdozio che si trova incarnato nella Chiesa potesse cessare di esistere, nella coscienza permarrebbe il principio sacerdotale ed avrebbe il predominio » [cf. Lettera al duca di Norfolk, c. 5].

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Chiarito che il Presbìtero esercita il sacro ministero sacerdotale in comunione col Vescovo e che non può mai esercitarlo a prescindere dal Vescovo e dalla sua autorità apostolica, il problema che a noi si pone è il seguente: cosa accade quando il Vescovo, anziché mostrarsi attento custode e difensore della fede, pone invece a serio rischio l’integrità e la custodia della fede ?

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Passiamo agli esempi concreti: i Vescovi empi che invitano il Signor Laico Enzo Bianchi a predicare nelle loro cattedrali ai propri fedeli, o peggio a tenere corsi di formazione e ritiri spirituali al proprio clero, si rivelano in tutto e per tutto dei Pastori indegni, come quelli verso i quali tuonava il Profeta Ezechiele:

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«Guai a voi pastori […] non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e son preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate» [cf. Ez 34, 4-5].

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Enzo Bianchi, Diocesi di Padova

Pastori empi, questi Vescovi, perché invitano il lupo dell’eresia dentro i loro ovili. Infatti, Enzo Bianchi, come dimostrano ore e ore di pubblici filmati e di registrazioni di sue conferenze e lectiones pubbliche, brulica eresie cristologiche, pneumatologiche ed ecclesiologiche come un fiume in piena. Da mesi la redazione de L’Isola di Patmos è impegnata a studiare e raccogliere materiali costituiti perlopiù da “sermoni” pubblici tenuti dal Bianchi anche all’interno delle chiese cattedrali delle varie diocesi italiane dinanzi a Vescovi compiacenti, riguardo ai quali possiamo solo chiederci sconsolati: sono forse, costoro, custodi del deposito della fede? Non possiamo che rispondere decisamente: no! Perché un Vescovo che persino all’interno della propria cattedrale offre tribuna per il florilegio di simili eresie, null’altro è che un povero funzionario in carriera afflitto da una mediocrità tale da renderlo incapace a fare memoria dei fondamenti basilari del Catechismo della Chiesa Cattolica.

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Quando un Vescovo invita un eretico a parlare ai propri Presbìteri ed al Gregge a lui affidato da pascere e custodire; quando un Vescovo è a tal punto ignorante da non distinguere neppure una clamorosa eresia cristologica enunciata sotto le navate della sua chiesa cattedrale … ebbene, questo Vescovo, nel caso specifico testè enunciato, non va mai e in alcun caso ubbidito. E non va ubbidito perché il primato dell’obbedienza nella fede spetta alla coscienza cristiana, all’interno della quale ogni battezzato racchiude e conserva per mistero di grazia il naturale sensus fidei, assieme al senso naturale del bene e del male.

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… ancora: Diocesi di Padova, dove stavolta scopriamo persino “Padre” Enzo Bianchi …

Nessun Vescovo, in nome della propria apostolica autorità, o peggio in nome di quel devastante e distruttivo autoritarismo tipico dei mediocri al potere, può far passare il bene per male, né può definire l’eresia come “gran respiro spirituale”, com’ebbe a dire un Vescovo sciagurato dentro la sua Chiesa cattedrale all’interno della quale il Bianchi aveva appena negato attraverso le sue eterodossie il mistero del peccato originale, con una confusa esegesi biblica basata in parte sulle teorie di Rudolf Bultmann, in parte sui peggiori criteri storicisti.

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È assolutamente sbagliato, dinanzi a situazioni di siffatta gravità, cercare di cavarsela dicendo: «Se il Vescovo mi ordina o mi impone qualche cosa di sbagliato, io eseguo l’ordine, pur consapevole che si tratta di un comando errato, poi, con Dio, se la vedrà lui». Questa e altre affermazioni simili non sono manifestazione di specchiata virtù sacerdotale, al contrario sono nefasta e peccaminosa pavidità. O per dirla con un esempio: un Vescovo non può comandare ai propri Presbìteri di accompagnare per dovere di “carità cristiana” delle donne ad abortire. E il Presbìtero che dinanzi a un fatto simile reagisse dicendo: «So che è sbagliato, ma il Vescovo me lo ha comandato, quindi io eseguo l’ordine, poi a Dio ne risponderà lui», forse non tiene conto — o meglio gli fa comodo per quieto vivere non tenere conto — che in nome di alcuna obbedienza si può accondiscendere ad un turpe peccato, perché ciò farebbe di noi non solo dei complici, ma dei peccatori responsabili tanto e quanto lo è colui che ha dato un comando empio contro la Legge Divina.

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Non amo dare dei codardi ai miei Confratelli Sacerdoti. Se però lo faccio, ciò può avvenire solo in caso davvero estremo, mosso nella mia accusa da profondo e straziante dolore. Detto questo devo prendere doloroso atto che la codardia, all’interno del nostro Clero, ha ormai da tempo superato ogni limite di guardia, vi spiego perché …

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Diocesi di Faenza-Modigliana, Enzo Bianchi

… da anni, a proposito del Signor Enzo Bianchi, noi Padri de L’Isola di Patmos riceviamo lettere e messaggi privati da vari Sacerdoti italiani che lamentano la onnipresenza dell’illustre bosiano a incontri promossi dai loro Vescovi, ma soprattutto sono costretti a doverselo sorbire come invitato a tenere corsi di aggiornamento o ritiri spirituali al Clero. Inutile dire che la gran parte dei Presbìteri, in particolare quelli con quaranta o cinquant’anni di esperienza pastorale alle spalle, mal digeriscono che il laico Enzo Bianchi sia invitato dai loro Vescovi per istruirli e formarli su come essere buoni pastori, su come esercitare il sacro ministero, sul come fare liturgia, su come fare più generalmente Chiesa. E devo dire che i messaggi e le lettere private a noi indirizzate da questi Presbìteri sono sempre molto addolorate e contenenti racconti di non lieve gravità, vale a dire le svariate eresie enunciate dal Bianchi, con tutte le sue relative e conclamate punte gnoseologiche del caso.

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Siccome a chi domanda si risponde, la mia risposta di sempre è stata la seguente: «Caro Confratello, la cosa è molto semplice: ai simposi promossi dal tuo Vescovo col Bianchi, tu non ci vai, punto e basta». Diversi di questi Confratelli mi hanno risposto che il loro Vescovo, alla successiva assemblea del clero, aveva pubblicamente redarguito quelli che non erano andati. Pronta anche in questo caso la mia risposta: «E perché, dinanzi a un pubblico richiamo ingiusto, tu non gli hai risposto avanti a tutti che lui non può abusare delle propria autorità apostolica per imporre ai suoi Presbìteri di andare a udire le stoltezze di un eretico?». Ma è proprio qui che nasce il vero dramma …

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Diocesi di Roma, Enzo Bianchi

… alcuni Confratelli mi hanno risposto che il Vescovo non avrebbe esitato, per ritorsione, a togliergli la parrocchia; altri mi hanno detto che tenevano nella casa canonica i loro anziani genitori ammalati e che non potevano correre il rischio di essere spostati in qualche cappellania, senza più un adeguato alloggio per tenersi vicino a sé i genitori anziani e ammalati; altri mi hanno risposto con il classico «… e chi me lo fa fare, tanto non cambierò certo io le cose».

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A questi Confratelli pronti a fulminare il Bianchi nel nascondimento delle loro sacrestie, unico luogo dove sono capaci a prendere pro tempore sembianze da leoni, od a lamentarsi di lui in messaggi privati o nella segretezza del foro interno, debbo ricordare che a nessuno può essere imposto l’eroismo, però, essere un Sacerdote in cristiana linea con i principi basilari della cattolica coerenza, questo è sì un obbligo. Se pertanto un Sacerdote, per la tutela della propria posizione, della propria tranquillità e dei propri interessi privati, soprassiede pavido su ciò che egli sa essere gravemente sbagliato sul piano dottrinale e pastorale, si rivelerà in tal modo un sacerdote non in grado ― oltre che indegno ― di celebrare il Triduo Pasquale. E se proprio lo celebra, dovrebbe farlo con la consapevolezza che lo stile del suo sacerdozio è tutto racchiuso nel Vangelo della Passione all’interno di una frase ben precisa: «Allora, tutti i discepoli, abbandonatolo fuggirono» [cf. Mt 26,56].

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Arcidiocesi di Lyon, Enzo Bianchi ospite nella chiesa cattedrale

Più grave dello spirito codardo è sicuramente quello mosso da quell’interesse privato che genera in taluni Sacerdoti il timore che mettendosi contro il Vescovo che sbaglia in modo grave a porre in cattedra dinanzi ai suoi Presbìteri un eretico, possano rischiare di non giungere alla prestigiosa arcipretura cittadina alla quale agognano, o di non essere nominati canonici del capitolo metropolitano, o di non ricevere in premio la fascetta da monsignore, o di non essere messi a capo di un ufficio di curia, o di essere esclusi da qualche terna per la candidatura all’episcopato. Questo genere di Presbìteri mossi da interessi così meschini, sono peggiori assai dei codardi, posto che talvolta, la codardia, può nascere da limiti puramente caratteriali del tutto indipendenti dalla volontà, mentre invece rientra nella studiata e premeditata volontà la scelta di vivere un sacerdozio di comodo all’interno del quale si mira a raggiungere e ottenere il massimo col minimo sforzo, ma soprattutto senza correre rischi. Inutile dire che questo secondo genere di Sacerdoti, col loro modo di vivere e agire ci dimostrano in qual misura, i martiri della fede, siano soltanto una via di mezzo tra degli idealisti strampalati e dei poveretti che non hanno mai capito nella loro vita come funzionano le cose a questo mondo, ed in che modo bisogna invece essere scaltri e falsi per ottenere i benefici massimi col minimo sforzo.

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Poi ci sono i seminaristi inviati obbligatoriamente dai loro Vescovi a fare ritiri nella confusa comunità multi-religiosa di Bose prima delle loro sacre ordinazioni diaconali e presbiterali. Diversi di loro hanno lamentato questo dovere coatto, spiegando la totale mancanza di stima da essi nutrita verso il Bianchi. Anche in questo caso la mia risposta è stata semplice e chiara: «Non ci andare, rifiutati!». Ma ecco che il seminarista, candidato a diventare solo per questo un pessimo sacerdote, prontamente risponde: «Se non ci vado, il Vescovo non mi ordina». E dinanzi a questa “giustificazione” che non è una giustificazione, bensì la cronaca di una morte sacerdotale annunciata, più volte ho replicato: «Sappi che al posto tuo io non mi farei proprio ordinare, da un Vescovo che prima di farti diacono ti obbliga ad andare ad abbeverarti presso quella fonte di eresie».

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Arcidiocesi di Milano, Enzo Bianchi

A questi Sacerdoti lamentatori eterni in privato, ma complici e sostenitori dell’errore e dello scandalo in pubblico, possiamo solo ricordare ciò che risposero a uno a uno i nazisti posti sotto interrogatorio presso il Tribunale di Norimberga. Dinanzi alle atrocità del Nazismo si giustificarono rispondendo che in quei momenti erano dei militari in guerra e che come tali avevano solo ubbidito a degli ordini superiori.

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Inutile ricordare le condanne che ebbero e la fine che fecero questi zelanti e ciechi obbedienti ad ordini superiori, grazie a quali fu possibile la realizzazione di alcuni tra i peggiori crimini contro l’umanità. Perché il crimine contro l’umanità, diversamente da una azione di guerra in cui possono anche perdere la vita degli innocenti, non è mai giustificabile dietro al paravento di un ordine ricevuto, perché non esiste ordine superiore che possa totalmente inibire la coscienza sino a spingere l’essere umano a farsi fedele esecutore dei peggiori crimini contro l’umanità.

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Pertanto, Venerabili Confratelli lamentatori in privato, sappiate anzitutto che l’eresia è il peggiore crimine contro la fede e che a fronte di tutto questo, il giudizio di Dio su di voi sarà particolarmente severo, perché voi siete colpevoli di assistere passivamente alle verità della fede gasate da certi vostri Vescovi e poi dagli stessi incenerite dentro i forni crematori, ma sentendovi pur malgrado con la “coscienza” a posto, perché avete solo ubbidito a un ordine superiore, proprio come i criminali nazisti processati alle sbarre del Tribunale di Norimberga, che alla domanda: «Lei ammette di avere guidato e rinchiuso per due anni migliaia di esseri umani dentro le camere a gas?». Con incredibile freddezza rispondevano: «Si, l’ho fatto, ma non per mia scelta e volontà, ma solo perché ho ubbidito a degli ordini superiori».

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Diocesi di Foggia, Enzo Bianchi

Vi sia pertanto di monito la frase del Vangelo che tutti voi avete letto e predicato in vari periodi dell’anno liturgico: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [cf. Lc 12, 39-48]. E, come ben sapete, alle nostre indegne mani Cristo ha affidato il mistero del Suo Corpo e del Suo Sangue, alla nostra custodia e protezione ha affidato la sua Santa Chiesa.  

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Segue adesso l’elenco dettagliato dei Vescovi che hanno invitato dal febbraio sino all’ottobre 2017, il cattivo maestro Enzo Bianchi nelle loro Diocesi e chiese cattedrali [cf. QUI]. L’invito che rivolgiamo ai Confratelli Sacerdoti che non vogliano fare la fine dei nazisti alle sbarre del Tribunale di Norimberga, è quello di non giocare ai leoni da sacrestia in privato ed ai pavidi che ubbidiscono a ordini superiori in pubblico; ed a quanti di loro è caro e prezioso il mistero della Rivelazione ed il deposito della fede cattolica, non esitino a disertare questi incontri, evitando di partecipare a simposi nei quali questo eretico è celebrato come ospite d’onore da diversi vescovi stolti ed empi, che agendo a questo modo spingono il deposito della fede verso le camere a gas e poi verso i forni crematori.

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Spero altresì — e ciò per loro, non per me che non aspirando a una veste rossa sono per grazia di Dio libero — che taluni Vescovi si guardino bene dal tuonare allo spirito «intollerante» e «aggressivo» da parte mia, giacché a loro dire «nella Chiesa convivono da sempre opinioni diverse» (!?). L’eresia non è una libera opinione diversa, è una lancia sul costato di Cristo, un attentato al Mistero della Rivelazione, quindi a quella fede di cui i Vescovi sono supremi custodi, non certo opinionisti opinabili, secondo le mode, i vezzi ed i malvezzi di questo mondo. Pertanto, ai Vescovi che non tutelano la verità dall’errore, ma che anzi invitano nelle loro chiese cattedrali coloro che il veleno dell’errore lo diffondono, è cosa doverosa, giusta, santa e meritoria ― nel caso specifico e solo nel caso specifico ― di non ubbidire, mai !

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Dal febbraio all’ottobre 2017, Enzo Bianchi sarà ospite e relatore nelle Diocesi dei seguenti Vescovi :

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S.E. Mons. Riccardo Fontana, Vescovo di Arezzo

S.E. Mons. Gabriele Mana, Vescovo di Biella

S.E. Mons. Alberto Silvani, Vescovo di Volterra

S.E. Mons Claudio Cipolla, Vescovo di Padova

S.E. Mons. Gianfranco Agostino Gardin, Vescovo di Treviso

S.E. Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo

S.E. Mons. Erio Castellucci, Arcivescovo Metropolita di Modena

S.E. Mons. Erminio Descalzi, Vescovo ausiliare di Milano

S.E. Mons. Enrico Dal Covolo, SDB, Magnifico Rettore dell’Università Lateranense

S.E. Mons. Gabriele Mana, Vescovo di Biella

S.E. Mons. Gianni Ambrosio, Vescovo di Piacenza

S.E. Mons. Piergiorgio De Bernardi, Vescovo di Pinerolo

S.E. Mons. Giovanni Scanavino, Vescovo emerito di Orvieto

S.E. Mons. Andrea Migliavacca, Vescovo di San Miniato

S.E. Mons. Roberto Filippini, Vescovo di Pescia

S.E. Mons. Arrigo Miglio, Arcivescovo Metropolita di Cagliari

S.E. Mons. Italo Castellani, Arcivescovo di Lucca

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POSTILLA

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Quando presso la Santa Sede supplicai chi di dovere di non promuovere alla dignità episcopale il Presbìtero pisano Roberto Filippini, oggi Vescovo di Pescia, già noto a Pisa come il maestro dell’abuso liturgico e della più spinta e distorta idea di ecumenismo e di dialogo interreligioso, ovviamente non mi dettero ascolto. Il manifesto dell’Ufficio Culturale della Diocesi di Pescia qui riprodotto [cf. QUI], dimostra quali siano stati i risultati: la adulterazione e la falsificazione del Concilio Vaticano II, il quale affermando «La Chiesa in cammino verso la meta è chiamata da Cristo a una continua riforma», non intende dire che i cattolici debbano essere spinti da certi loro Vescovi ad abbracciare la pseudo “riforma” di Martin Lutero. Questo eresiarca tedesco non ha proprio riformato niente, ha solo rotto in modo drammatico la comunione della Chiesa attraverso l’eresia e la ribellione a Pietro istituito dal Verbo di Dio come Vicario di Cristo sulla terra, unico e legittimo custode della integrità del suo Corpo Mistico della Chiesa una, santa cattolica e apostolica, nella quale non sono affatto contemplate dal Mistero della Rivelazione una “molteplicità” di “chiese”, perché Cristo, sulla terra, ha fondato una sola e unica Chiesa affidata a Pietro ed agli Apostoli. Questa è la nostra fede, questa è la fede che è nostro dovere diffondere, proteggere e tutelare.

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Diocesi di Pescia

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Enzo Bianchi e il “violino tzigano”: i falsi profeti e le loro sviolinate al Sommo Pontefice

difendere il Santo Padre dai falsi amici

ENZO BIANCHI E IL VIOLINO TZIGANO : I FALSI PROFETI E LE LORO SVIOLINATE AL SOMMO PONTEFICE

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Quanto poi il Papa sia personalmente misericordioso e liberatore, questo è un discorso diverso. Certamente, ha compiuto molti gesti significativi verso i poveri, gli sfruttati, i piccoli, gli emarginati, le famiglie ferite, gli anziani, i malati, gli immigrati; ma ci si può chiedere quanta misericordia usi verso i fedeli turbati e scandalizzati dagli eretici, dai modernisti e da falsi profeti, o se non scambi per misericordia l’eccessiva benevolenza nei confronti dei nemici della Chiesa, o quanta misericordia  ― o se ci sia misericordia ― in certi suoi interventi verso persone, prelati, teologi o istituti tutto sommato benemeriti e fedeli alla Chiesa, magari da lunga data.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

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Guardatevi dai falsi profeti

Mt 7,15

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BIanchi Papa

Pietro, guardati dai falsi profeti …

In questa giornaliera gara al chi le spara più grosse da parte di non pochi e autorevoli membri dell’Episcopato e della Curia Romana, i Padri de L’Isola di Patmos hanno avviata la rubrica «Difendere il Santo Padre dai cattivi amici», dedicata a smentire una serie di noti modernisti, che, da qualche tempo, si stanno succedendo, con ritmo serrato, sulla passerella loro offerta dai grandi mass-media, per lavorare alla demolizione della Chiesa. Questa volta è di turno Enzo Bianchi, intervistato da Bruno Quaranta ne La Stampa del 14 febbraio scorso [vedere testo intervista QUI]. Questi personaggi sembrano aver concordato tra di loro un piano per adulare e strumentalizzare il Papa in un modo subdolo per gli inesperti, ma smaccato per gli esperti, per cui il cattolico fedele al Papa, che apre gli occhi davanti a queste manovre, prova sdegno e ripugnanza per simili piaggerie, che non fanno altro che il danno della Venerabile Persona del Santo Padre, da loro esaltata in modo così smodato, come facevano i cortigiani degli antichi imperi orientali.

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Punto centrale dell’intervista è il confronto che Bianchi fa tra l’attuale Pontefice e San Giovanni Paolo II. L’elemento di confronto è il tema delicatissimo e importantissimo della libertà. Sappiamo noi cattolici quanto per noi è preziosa la libertà. È la vocazione stessa del cristiano: «Fratelli, siete stati chiamati a libertà» [Gal 5,13]. Ma ecco subito la precisazione: « […] purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate al servizio gli uni degli altri» [v.13]. Si comprende allora quanto sia arduo e delicato, quale saldezza ed oculatezza di criteri di giudizio, quanta finezza di giudizio, quante informazioni, quante verifiche, quanta prudenza, quale discernimento, quante precisazioni siano necessarie, per giudicare un Papa in relazione alla grande, vitale questione della libertà, così strettamente legata al destino dell’uomo, alla storia della Chiesa e all’essenza stessa del cristianesimo.

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Enzo Bianchi in visita al Sommo Pontefice  Giovanni Paolo II

Enzo Bianchi, invece, non trova nessuna difficoltà a catalogare in modo categorico, tranchant, con la massima disinvoltura e il più incredibile semplicismo, in tema di libertà, l’intera figura e vicenda di due Pontefici, San Giovanni Paolo II e l’attuale, con l’opporli l’uno all’altro in maniera plateale e radicale; il primo, incastrato nella totale negatività: «la chiusura nella Chiesa, impermeabile qual era alla libertà», dunque un dittatore della risma di Stalin, di Hitler o di Ivan il Terribile; il secondo, innalzato alle stelle: «con lui la libertà si è riconciliata con la Chiesa», come se prima di Papa Francesco la libertà nella Chiesa non esistesse. Chissà se Papa Francesco ha telefonato a Bianchi scongiurandolo di non dire simili sciocchezze.

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Queste due uscite sulla relazione dei due Papi con la libertà denotano in Bianchi la totale assenza di discrezione nel giudicare due grandi personalità, quali sono due Sommi Pontefici, dei quali uno è un Santo canonizzato, che viene offeso con un insulto di estrema gravità, quale non potrebbe lanciargli il peggiore dei massoni o dei comunisti, mentre l’altro, ancora in vita, non può, nella sua umiltà e nel suo buon senso, non sentirsi in imbarazzo nel sentirsi messo, ancora in vita, al di sopra di un Santo Pontefice, e non può non aver trovato estremamente sgradevole, fuori luogo ed offensiva una lode così sperticata, che dimentica che la libertà non ha nessun bisogno di «riconciliarsi con la Chiesa», essendo questa, sotto la guida del Papa e di ogni Papa, libera da sé, per conto proprio e maestra di libertà per tutta l’umanità, fino alla fine del mondo.

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Enzo Bianchi con Benedetto XVI

Enzo Bianchi in visita al Sommo Pontefice Benedetto XVI

Se Bianchi crede che la libertà sia mai stata separata dalla Chiesa o in contrasto con la Chiesa, sì che possa essere stato necessario «riconciliarla» con la Chiesa, vuol dire ch’egli non sa che cosa è la libertà o ne ha un concetto massonico o liberale e crede che la Chiesa debba imparare la libertà dalla massoneria o dal liberalismo, pertanto il suo è un concetto sbagliato della libertà. Perché al contrario, la vera libertà è solo quella insegnata e praticata dalla Chiesa. Se può esistere una libertà che si riconcilia con la Chiesa, sarà la falsa libertà che diventa vera ascoltando l’insegnamento cristiano sulla libertà e imitando la prassi cristiana della libertà. Una Chiesa senza libertà non esiste, anche se in essa possono esistere cristiani che non vivono la libertà dei figli di Dio.

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Enzo Bianchi si contraddice, quando nega che San Giovanni Paolo II sia stato promotore di libertà, mentre gli riconosce il merito della sua ostilità al comunismo e la sua apertura al dialogo ecumenico. Riguardo al primo punto, Bianchi ignora completamente quale lottatore sia stato Giovanni Paolo II da Papa e prima di diventare Papa, contro la tirannide comunista per la libertà della Chiesa, della sua patria e della stessa umanità. Riguardo al secondo punto, è evidente che il dialogo ecumenico è somma espressione di libertà religiosa.

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La libertà promossa da Giovanni Paolo II nella Chiesa è stata vera libertà, fondata sullo zelo per la sana dottrina, giacché è la verità che rende liberi [cf Gv 8,32]. Così, se da una parte, con l’aiuto del valoroso Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede il Cardinale Joseph Ratzinger, il Papa ha difeso validamente la dottrina della fede contro diversi errori insorgenti, dall’altra egli ci ha lasciato la poderosa enciclica Veritatis Splendor, nella quale il grande Pontefice ci propone, tra l’altro, un ampio insegnamento sulla libertà cristiana nel suo rapporto con l’atto morale, la coscienza, la legge morale, la virtù e il vizio, la grazia, la Parola di Dio e il fine ultimo dell’uomo.

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Enzo Bianchi in Piazza San Pietro rende omaggio al Sommo Pontefice Benedetto XVI

Viene da chiedersi in base a quale concetto di libertà Bianchi osi parlare, a proposito di San Giovanni Paolo II, di «chiusura nella Chiesa, impermeabile qual era alla libertà». Evidentemente egli non si riferisce a quella libertà che il Papa ha descritto nella Veritatis splendor, fondandosi sulla quale ha governato la Chiesa, ed ha quindi respinto la libertà di Bianchi, che Paolo avrebbe definito «secondo la carne» [Gal 5,13]. E come è scriteriato per un verso ― oltre che empio, trattandosi di un Santo ― il giudizio di Bianchi su San Giovanni Paolo II, altrettanto è scriteriato nel senso opposto e smaccatamente adulatorio lo è il giudizio sull’attuale Pontefice, che indubbiamente è contrario alla chiusura e al conformismo intellettuale, al legalismo farisaico e ad un rigido tradizionalismo, è attento alla libertà religiosa e della coscienza, alla liberazione dei poveri e degli oppressi, alla libertà dei figli di Dio, aperto alla novità dello Spirito, sensibile al pluralismo culturale e religioso, all’ecumenismo, al dialogo, all’elasticità e duttilità delle scelte, attento ai casi concreti, allo spazio di libertà nei confronti della legge.

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Sarebbe ridicolo considerare Papa Francesco tout court come il «riconciliatore della libertà con la Chiesa», come se la Chiesa di Giovanni Paolo II sia stata in conflitto con la libertà, affermazione falsa, ingiusta e blasfema nei confronti della Chiesa e dei precedenti Pontefici, falsità comprensibile sulle labbra di  un massone o di un liberale o di un mazziniano o di un comunista, ma non certo di un monaco cattolico, e tanto meno di un profeta, quale Bianchi passa per essere presso molti.

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Il fatto di accorgerci dei limiti nei quali il Papa si fa promotore di libertà nella Chiesa, lo sentiamo come motivo in più per esprimere la nostra devozione filiale e volontà di essergli vicino nelle prove e di aiutarlo, difenderlo e sostenerlo, per quanto sta in noi, nel suo servizio alla Chiesa universale ed all’umanità. Nascondere al fratello i suoi difetti, veri o apparenti, fosse anche il Papa, per lanciarsi imprudentemente in iperboliche e ridicole adulazioni, come fa Bianchi, non è vero rispetto, non è franchezza, non è obbedienza, non è sincerità, non è carità, non è confidenza, non è fiducia, non è misericordia, non è collaborazione, non è fedeltà, soprattutto quando gli stessi criteri di giudizio, come nel caso di Bianchi, non sono desunti dal Vangelo, ma dallo spirito mondano. Ebbene, se il Papa ovviamente, in quanto Papa, in forza dell’assistenza dello Spirito Santo, non può non avere idee corrette, sulla libertà, invece, in quanto pastore e uomo di governo, non è al riparo dai difetti a causa della sua fragilità umana. Egli infatti si mostra troppo indulgente e quasi timido verso i modernisti, e viceversa repressivo, troppo severo, verso i tradizionalisti. I primi li lascia troppo liberi, cosicché ne approfittano per causare grande danno alla Chiesa; degli altri coarta la libertà, tenendo inutilizzate o addirittura reprimendo forze sane, che potrebbero invece essere fruttuosamente impiegate per il bene della Chiesa. È interessante come in un recente incontro ecumenico, il Papa, richiesto di un parere su Lutero, ha rimandato al Cardinale Walter Kasper, confessando candidamente di «aver paura» di lui, come potrebbe fare uno scolaretto davanti al maestro.

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Enzo bianchi con Francesco

Enzo Bianchi rende omaggio al Sommo Pontefice Francesco I poco dopo la sua elezione al sacro soglio

Giustamente il Papa si è proposto di portare avanti le riforme del Concilio Vaticano II; ma accentua troppo la tendenza buonista del Concilio, quando invece, dopo cinquant’anni nei quali abbiamo sperimentato il danno che la tendenza buonista arreca alla Chiesa, si sente sempre più la necessità, senza per questo rinunciare alla maggiore comprensione della misericordia apportata dal Concilio, di  ripristinare o ritrovare o riscoprire, senza vane nostalgie di un passato che è passato, la funzione educatrice, liberatrice e correttiva della disciplina umana e divina, nonché della chiarezza, saldezza e fermezza dei princìpi della ragione e delle fede, del dogma e della morale. Il Papa, invece, purtroppo, paradossalmente, sembra voler imporre il buonismo con la forza. Per cui ci sono adesso dei Superiori, pedestri seguaci del Papa, che castigano coloro che sostengono l’esistenza dei divini castighi.

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La libertà va certamente disciplinata e regolata dalla legge, per evitare l’anarchia e il buonismo individualista, relativista e liberale dell’homo homini lupus. Infatti il buonismo è il peggior nemico della bontà e quindi della libertà. La libertà va edificata nella libertà e se, in casi gravi, bisogna ricorrere alla coercizione, ciò va  sempre fatto per difendere e per promuovere la libertà.

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Enzo Bianchi e il Cardinale Carlo Maria Martini

Si vede che il Papa ha ricevuto una formazione progressista, forse rahneriana; per cui, se non ha difficoltà ad apprezzare la libertà, il concreto, il divenire, il moderno, il nuovo, il progresso e la storicità, fa fatica ad apprezzare, ovviamente senza respingerli, i valori astratti, immutabili, universali, assoluti e tradizionali. Inoltre, il Papa stesso, da molti segni e fatti, non pare pienamente libero di estrinsecare in pienezza le sue facoltà apostoliche; ma si ha l’impressione che sia attorniato da invadenti e intriganti collaboratori, i quali, per la loro falsa obbedienza al Papa ed incongruenza con i doveri del Papa, sembrano, più che essere oggetto di una libera scelta del Pontefice, essere essi stessi, con arti diaboliche e chissà quali false promesse, ad imporglisi, o forse sono a lui imposti da astute e potenti forze estranee, nocive alla Chiesa e al Papa stesso, probabilmente la massoneria, la quale si mostra benevola verso il Papa per acquistare credito e ingannarlo meglio, in attesa di colpirlo quando lo avrà reso più debole. Egli, peraltro, che parla spesso del demonio, deve aver sentore di ciò, ma probabilmente non sa come liberarsi.

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Difficile sapere con quanta libertà il Papa si muova e quanto egli invece è frenato da oscure o palesi forze dannose, esteriormente ossequienti, ma nascostamente nemiche. Ma questa situazione anomala di un Papato impotente, ostaggio di finti amici, si trascina ormai sin dai tempi del Beato Paolo VI, le cui stasi, omissioni, inavvertenze, ingenuità, eccessivi riguardi, tergiversazioni, tentennamenti, incapacità e debolezze, non furono dovuti a vere colpe, perché fu un Santo, ma ai suoi umani limiti oggettivi, dei quali hanno perfidamente saputo approfittare tenebrosi cospiratori, diabolici personaggi e astuti collaboratori, facendo leva su di una massa di fedeli indebolita nella fede e disorientata, preda di quei lupi travestiti da agnelli.

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Enzo Bianchi e Nunzio Galantino

Enzo Bianchi durante una conferenza, alla sua sinistra il Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana S.E. Mons. Nunzio Galantino

È rimasta storica, per esempio, la cocente delusione di Paolo VI per il tradimento del Cardinale Léon-Joseph Suenens, prima  da lui molto apprezzato; e, per fare un altro esempio, si accorse troppo tardi dei guai combinati nella liturgia da Mons. Annibale Bugnini. Così pure, ingannato dai rahneriani, non pensò mai a condannare Karl Rahner, mentre quello sarebbe stato il momento giusto. Ebbe sentore soltanto minimo delle eresie di Edward Schillebeeckx, che trattò con troppi riguardi. Solo San Giovanni Paolo II cercò di rimediare, ma ci riuscì solo in parte, perché non ebbe l’appoggio dell’Ordine Domenicano.

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Per questo, nel regolare l’esercizio della libertà nella Chiesa, Papa Francesco stenta ad attuare la giustizia, e per conseguenza compromette anche l’esercizio della misericordia, che pure gli sta tanto a cuore, per il fatto che la misericordia suppone che riconosciamo con giustizia i meriti altrui, soprattutto se siamo costituiti in autorità, sostenendo e premiando i buoni e reprimendo i malvagi. Solo a questo punto il misericordioso interviene sollevando i deboli e perdonando ai pentiti. Ma i ribelli impenitenti, che magari vorrebbero i favori divini, senza mutare la loro volontà perversa, costoro è bene che continuino ad essere puniti. In questi casi non è Dio che è “perverso”, come vorrebbe Bianchi: sono loro che sono perversi.

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Enzo Bianchi e Paolo Romeo

Enzo Bianchi nella chiesa cattedrale con l’allora Arcivescovo Metropolita di Palermo Cardinale Paolo Romeo

Nel proprio falso giudizio sul Papa, Bianchi sembra voler presentare il Santo Padre come un liberalone permissivo sulla linea di Marco Pannella o di Emma Bonino. Ma, se meditiamo con attenzione sul suo grossolano peana al Papa: «con lui la libertà si è riconciliata con la Chiesa», che ho già commentato, e sulle parole che immediatamente seguono, allora scopriamo il suo gioco. Fermiamoci infatti su queste parole e valutiamone il peso. Bianchi qui la spara grossa, come se quello che ha già detto non bastasse. Ma adesso capiamo cosa egli vuol dire. Dice infatti che Papa Francesco sarebbe «artefice di gesti fino a ieri inconcepibili». Ecco, dunque, il mito escatologico e fantapolitico del Papa rivoluzionario che piace a Eugenio Scalfari, che in realtà, del Papa, non ha capito niente. O del Papa che, secondo i comunisti, sta coagulando nel mondo tutte le forze di sinistra, speranza dei castristi cubani e dei rivoluzionari argentini, terrore dei capitalisti americani.

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A me settantacinquenne, che ho vissuto il famoso Sessantotto quand’ero studente all’Università di Bologna, dove studiai prima di intraprendere la via vocazionale verso la vita religiosa ed il sacerdozio ministeriale, sembra di essere tornato a quei tempi, come se da allora la storia non fosse andata avanti, e come se la calamitosa messa in pratica, nei decenni successivi delle idee di quei fanatici esaltati, non fosse sotto gli occhi di tutti. Ma la cosa esilarante è che questi pericolosi attardati si considerano progressisti e riformatori della Chiesa, prendendo magari Lutero a modello e interprete del Concilio Vaticano II! Ecco allora le grida di giubilo delle povere masse manovrate dai vari Bianchi: «Un Papa così non si è mai visto!», «finalmente il Papa che ci piace!», «il Papa di tutti!» e balle di questo genere, solo che queste balle fanno presa su molti ingenui, ingannati dai modernisti, che vorrebbero presentare un Papa camaleontico e modernista, e molti abboccano o per piangere o per ballare.

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Enzo Bianchi con arcivescovo di Palermo

Enzo Bianchi di nuovo nella cattedrale di Palermo con il nuovo Arcivescovo S.E. Mons. Corrado Lorefice, che lo ha invitato a parlare poco dopo la sua elezione alla sede vescovile

Ma in che consisterebbero questi «gesti fino a ieri inconcepibili»? Non credo che Bianchi pensi qui a quando il Papa è andato da solo dall’ottico in città a farsi riparare gli occhiali o ha confessato un ragazzo in Piazza San Pietro, o quando lo si è visto senza le scarpe rosse. Dev’essere qualcosa di ben più serio e importante per Bianchi, ossia «gesti» che fino a Papa Bergoglio apparivano inconcepibili e che invece il Papa ha messo in opera. Ora, ciò che diventa «concepibile» con il Papa attuale e che prima, sembra ab immemorabili, “inconcepibile”, Bianchi non lo specifica, ma, guardando al contesto e in particolare alle sue idee sulla libertà e a ciò che dice sul tema per ciascuno dei due Papi, lo si può ben immaginare.

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Quali sono questi gesti che resteranno alla storia dei secoli futuri? La risposta non sembra difficile e si ricava facendo riferimento al confronto che Bianchi fa tra i due Papi in tema di libertà e alle sue idee sulla libertà: ne risulta che per Bianchi Bergoglio ha rovesciato l’idea wojtyliana tradizionale della libertà, sostituendo quella vera a quella propria di una Chiesa illiberale, autoritaria e dispotica nei secoli e forse millenni precedenti. Ma posto che San Giovanni Paolo II, santo come è stato, è invece un grande maestro ed eroico testimone di libertà, che conseguenza ne viene? Che il buon Bianchi, profeta dilettante, opponendo stoltamente in tema di libertà San Giovanni Paolo II al Papa attuale, viene logicamente ad attribuire a questi un falso concetto della libertà, credendo con ciò di osannare nel Papa il sensazionale scopritore o riscopritore della libertà cristiana.

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Con questa gigantesca spacconata, Bianchi rende in ciò al Papa un buon servizio? O tutto si risolve in una penosa buffonata, umiliante ed offensiva per lo stesso Papa Francesco, che vi avrà fatto su una grande risata, ma non senza amarezza, nel constatare fino a che punto può abbassarsi un suo figlio, peraltro non privo di doti spirituali?

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Enzo bianchi predica ai sacerdoti di siena

Enzo Bianchi tiene un ritiro spirituale al clero dell’Arcidiocesi di Siena nel seminario arcivescovile, attualmente chiuso per mancanza di vocazioni

Ma qui allora casca l’asino; comprendiamo il perchè dei giudizi di Bianchi sui due Papi, sicché egli scopre il suo gioco. Bianchi, nel momento in cui respinge il tradizionale concetto cattolico di libertà fino a Papa Bergoglio, non può che cadere proprio in quella concezione carnale ― oggi diremmo liberale ― della libertà, che San Paolo esclude e condanna [Gal 5,13], finendo col far dire al Papa quello che è assolutamente estraneo al suo pensiero di Maestro della Fede. E detto questo ricordo che La condanna della concezione liberale della libertà è ormai di vecchia data: la troviamo negli insegnamenti del Beato Pio IX e nell’enciclica di Leone XIII Libertas praestantissinmum del 1888. Tale concezione, originata dal soggettivismo luterano e dall’antropocentrismo rinascimentale, giunge al culmine o alle estreme conseguenze nell’idealismo di Hegel, che pareggia la libertà umana addirittura a quella divina: «la volontà vuole se stessa». Tale concezione panteistica è ripresa da Rahner, duramente criticato dal Ratzinger nel suo libro Les principes de la Théologie catholique [Cf. Téqui, Paris 1982, pp.187-188]. È quella libertà, a proposito della quale Emanuel Mounier, onesto cattolico di sinistra degli anni Trenta e amico del Maritain, proclamò, in un programma di filosofia politica rimasto famoso: «Bisogna liberare la libertà dai liberali». Questa  libertà nulla ha a che vedere con la vera libertà cristiana, nell’obbedienza al Magistero della Chiesa, libertà che si basa sulla verità cf. Gv 8,32] e consiste nel rispetto della legge, quella libertà che non dà alcuno spazio ai “conflitti”, ma che è il clima della loro soluzione, libertà che sa evitarli nella carità e accettazione reciproca, dando spazio invece a un legittimo pluralismo e ad un sereno confronto di opinioni, nell’unità liberamente condivisa dell’unica e comune verità di fede, nella piena comunione con la Chiesa ed obbedienza ai legittimi pastori.

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L’opposizione che Bianchi vorrebbe trovare tra San Giovanni Paolo II ed il Santo Padre Francesco in tema e pratica della libertà, è del tutto falsa. In entrambi la libertà è congiuntamente libertà di scelta responsabile ed operosa, oltre che dono di Dio, che fa grazia e misericordia. San Giovanni Paolo II accentuava maggiormente le basi metafisiche, razionali e dogmatiche della libertà, che è espressione somma della comunione ecclesiale, creata dallo Spirito Santo. A Papa Francesco stanno invece più a cuore il dinamismo e l’inventiva della libertà, come espressione privilegiata della persona creata ad immagine di Dio e mossa dallo Spirito Santo, al servizio dei fratelli, soprattutto dei più poveri e sofferenti.

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Enzo Bianchi in cattedrale ad arezzo

Enzo Bianchi tiene una conferenza nella cattedrale di Arezzo, alla sua destra il Vescovo della Città S.E. Mons. Riccardo Fontana

Non c’è dubbio che l’insistenza con la quale Papa Francesco ha presentato il cristiano come uomo della misericordia, ha uno stretto rapporto con l’ideale della libertà. Effettivamente, il misericordioso è un liberatore: liberatore dalle miserie del corpo e dello spirito, liberatore dal potere di Satana. Il giusto, invece, ricompensa i meriti, fino a togliere la libertà ai malfattori. Quanto poi il Papa sia personalmente misericordioso e liberatore, questo è un discorso diverso. Certamente, ha compiuto molti gesti significativi verso i poveri, gli sfruttati, i piccoli, gli emarginati, le famiglie ferite, gli anziani, i malati, gli immigrati; ma ci si può chiedere quanta misericordia usi verso i fedeli turbati e scandalizzati dagli eretici, dai modernisti e da falsi profeti, o se non scambi per misericordia l’eccessiva benevolenza nei confronti dei nemici della Chiesa, o quanta misericordia  ― o se ci sia misericordia ― in certi suoi interventi verso persone, prelati, teologi o istituti tutto sommato benemeriti e fedeli alla Chiesa, magari da lunga data.

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L’intervistatore tenta poi di scavare più a fondo nell’anima di Bianchi e qui veniamo a scoprire la radice teologica del suo liberalismo: un “cambiamento nell’idea di Dio”, in pratica … dal Dio cattivo al Dio buono (!?). Dice infatti Bianchi: «Negli anni della mia formazione Dio risaltava come un giudice, severo. Un volto che mano a mano mi apparirà perverso. Gesù Cristo è l’unica narrazione di Dio. Non riuscirei a credere in Dio senza Cristo». E da queste parole vediamo come Bianchi abbia abbracciato il misericordismo fideista di origine luterana. Il suo percorso spirituale è simile a quello di Lutero: partito da un Dio che lo rimproverava dei suoi peccati, il Dio “severo” e “punitore” dell’Antico Testamento, ha cominciato a provarne insofferenza, e ad apparirgli “perverso”; e allora, per essere “libero”, senza troppe preoccupazioni o sensi colpa, si è immaginato e foggiato un Dio buono e tenero, che sarebbe il Dio del Nuovo Testamento, dolce e “misericordioso”, perdonante, Gesù Cristo, che scusa tutto, non punisce e gli ha già promesso il Paradiso. Si tratta, in sostanza, dell’antica eresia di Marcione. Non risulta che Lutero ne fosse consapevole. Ma il fatto resta.

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enzo bianchi duomo di padova

Enzo Bianchi tiene una conferenza dall’ambone della cattedrale di Padova

Così come è forzata l’immagine bianchiana del Dio dell’Antico Testamento,  altrettanto lo è quella della bontà di Gesù Cristo, tutto e solo svenevole tenerezza, completamente rammollito, come quei piumini, che, se vengono colpiti da un pugno, il pugno sprofonda senza incontrare resistenza. Col Dio dell’Antico Testamento non si scherza. Invece col Dio “buono” del Nuovo, per chi lo offende, non ci sono conseguenze spiacevoli: si è sempre perdonati. Ecco allora che il Cristo che si immagina Bianchi non è quello reale, ma, volendo dare un parere psicanalitico, è il sogno puerile del bambino che vuol poter fare le sue marachelle senza essere punito dal papà. Ricordo che già quando ero alle scuole elementari, c’erano dei miei compagnucci birichini o «compagnacci», per usare il linguaggio savonaroliano, per i quali le maestre “buone” erano quelle che non punivano, mentre le altre erano le “cattive”.

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La cristologia buonista di oggi è l’espressione accademicamente paludata, con citazioni da Bultmann, Rahner e Lutero, di una psiche rimasta ferma a quel livello dello sviluppo mentale ed emotivo. A questa cristologia svampita e gelatinosa corrisponde una mariologia pacioccona e dolciastra, nella quale la Madonna “misericordiosa” è una di quelle mamme “moderne”, che accontentano il figlio unico in tutti i suoi capricci, non gli fanno mai il minimo richiamo o la minima correzione, perché possano crescere “liberi” e “fare le loro scelte”. E invece vengono fuori dei frustrati intolleranti, come certi teologi e vescovi dei nostri giorni.

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Enzo Bianchi ad un convegno sulla liturgia a Gubbio, alla sua destra il Vescovo S.E. Mons. Claudio Maniago, all’epoca Ausiliare dell’Arcidiocesi di Firenze

In realtà il Dio del Vangelo è più severo del Dio di Mosè, e ciò è del tutto logico, appunto perchè il Dio di Cristo è più misericordioso del Dio di Mosè. Mentre infatti il Dio dell’Antico Testamento si limita ad inviare semplici profeti, il Dio Padre del Nuovo Testamento ci manda il Suo stesso Figlio a renderci figli di Dio e a morire sulla croce per noi. Di conseguenza, l’etica cristiana è più esigente [cf. Mt 5, 20-43], appunto perché, come etica dei figli di Dio, ad immagine di Cristo, è l’etica di coloro che, essendo oggetto di una maggiore misericordia, ossia vivificati e fortificati da una grazia maggiore, e maggiormente illuminati dalla verità, sono tenuti ad una «maggiore giustizia» [cf. Mt 5,20], a una maggiore virtù ― la carità ― ed a migliori opere buone ― le opere della misericordia ― , anche se è vero che il cristianesimo, facendo meglio conoscere la debolezza umana, insegna una maggiore misericordia, tolleranza e comprensione  verso il prossimo. Ma nel contempo, il Vangelo, mostrandoci meglio i segreti del cuore umano, ci fa meglio conoscere la malizia del peccato, per cui è più severo nei confronti del peccatore. Da qui il severo, ma salutare avvertimento della Lettera agli Ebrei: «fratelli, se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità», cioè del Vangelo, «non rimane alcun sacrificio per i peccati», ossia il culto divino diventa inutile ipocrisia, «ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli», altro che misericordia! «Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. Di quanto maggior castigo allora pensate che sarà ritenuto degno chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’Alleanza, dal quale è stato un giorno santificato e avrà disprezzato lo Spirito della grazia?» [Eb 10, 26-29]. E ciò accade anche nei rapporti umani. Infatti, se io mi mostro verso una persona più benevolo e misericordioso che con altre, non avrò forse motivo di attendermi da quella persona una maggiore riconoscenza e, per conseguenza, di sentirmi più offeso, se tale riconoscenza non giunge o addirittura quella persona mi ripaga con l’ingratitudine e il disprezzo?

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il … “Padre” Enzo Bianchi

In queste teologie del Dio “cattivo”, c’è la confusione tra il concetto del castigo e quello della crudeltà. Manca il vero concetto del castigo, per cui non si riesce a distinguere un castigo giusto da un castigo ingiusto. Il castigo come tale è sempre ingiustizia, crudeltà, e violenza o rivalsa rancorosa. Non c’è l’idea del castigo come ristabilimento della giustizia violata, ma come rappresaglia della persona offesa, tale da scatenare una sequela di odî e di vendette senza fine. Non ci si interroga su chi dei due contendenti ha ragione, perché non si crede in una verità oggettiva, assoluta ed universale. Il vero è ciò che penso io. Il giudice stesso in tribunale non è visto come un arbitro, rappresentante di una legge comune ed uguale per tutti, ma come il nemico che ci perseguita. E lo stesso giudizio divino viene visto così, come confessa candidamente Bianchi. L’importante è rispondere pan per focaccia in base alla “propria” verità. E questa dialettica senza fine, maledetta ed infernale, viene applicata persino nel rapporto tra l’uomo e Dio. L’uomo si sente un Prometeo, vittima innocente di un Dio invidioso e vendicativo, che, con i suoi castighi e i terremoti, vorrebbe fargli paura, schiacciare la sua libertà e renderlo suo schiavo. E queste concezioni sono quelle che, col protesto della volontà di pace, della mitezza cristiana e del “perdono”, non ammettono alcuna distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta, tra ira giusta e ira ingiusta, tra l’assalto del delinquente e quello del carabiniere, e riducono a violenza, odio o ingiustizia qualunque forma virtù bellica, di valor militare, di coercizione o di uso della forza.

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È chiaro che se attuassimo rigorosamente le esigenze di questo pacifismo ipocrita e imbelle, occorrerebbe sciogliere le forze armate, l’Arma dei Carabinieri, la Guardia di Finanza e il Corpo degli Alpini, abolire le carceri, distruggere il codice di diritto canonico, come fece Lutero, e tante altre forze e istituzioni del genere, mentre l’ordine giudiziario apparirebbe come il sistema della malvagità e gli stessi àrbitri delle partite di calcio sarebbero aboliti. Lo stesso dicasi dei castighi e della giustizia divini. Ma ― così ragiona Bianchi insieme con tutti i buonisti ―, siccome Dio è buono, Dio non castiga, ma approva o perdona tutto quello che faccio e che mi piace. E invece dobbiamo dire che Dio ci promette sì misericordia, ma a patto che scontiamo le nostre colpe. I profeti ci annunciano un Dio giusto e misericordioso. Arrabbiarsi o sentirsi offesi davanti agli avvertimenti dei profeti, è da stolti e, ben lungi dall’attirare la misericordia divina, aumenta l’ira. Saggia cosa invece è quella di far penitenza come fecero gli abitanti di Ninive alla predicazione di Giona. È infatti solo sforzandosi di evitare il peccato col santo timor di Dio, accettando da Dio, umilmente, serenamente e fiduciosamente, prove e castighi come fattori di  riparazione e purificazione, che ci si prepara a ricevere la divina misericordia e ad entrare in intimità con Dio, come dice Sant’Agostino: «Per essere riempiti, bisogna prima svuotarsi. Tu devi essere riempito del bene e quindi devi liberarti dal male. Supponi che Dio voglia riempirti di miele” (ecco la misericordia). “Se sei pieno di aceto, dove metterai il miele? Bisogna liberare il vaso da quello che conteneva, anzi occorre pulirlo. Bisogna pulirlo magari con fatica e impegno, se occorre, perché sia idoneo a ricevere qualche cosa» [cf.Trattati sulla Iª Lettera di San Giovanni, Tratt. 4,6; PL 2008-2009]. Ecco la funzione dell’ascetica, ecco la funzione purificatrice delle sventure e dei castighi, quelle che San Giovanni della Croce chiamava «purificazioni passive» e delle quali il “profeta” Bianchi, come Lutero, pare non sapere nulla o averne orrore, perchè vorrebbe godere subito e a basso prezzo della mistica, senza la dovuta preparazione consistente nell’accettazione fiduciosa della divina giustizia.

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l’accoppiata vincente: Enzo Bianchi e Luigi Ciotti …

Nei buonisti come Bianchi manca invece il concetto stesso del castigo o della sanzione penale come espressione della giustizia umana e divina. Sembrano non capire che è bene e giusto che chi fa il male subisca per contrappeso o anche, come si dice, per “contrappasso”, quel male stesso che ha fatto ― “chi la fa, l’aspetti” ―, in modo tale che il peccatore stesso, anche se contro voglia, venga riportato nell’ordine, nel che consiste la pena o punizione. Il delinquente contrae un debito con la giustizia, che deve pagare. Infatti, la giustizia deve compensare, restituire, rimettere ordine, riportare al suo posto ciò che è fuori posto e rendere diritto [Recht in tedesco, right in inglese] o raddrizzare ciò che è storto. In tal modo la giustizia ricompensa il merito, ripara il torto fatto, dà soddisfazione all’offeso, toglie il male del disordine, ma può restare la giusta pena. La misericordia, oltre a togliere il disordine, toglie la colpa e la pena. E quindi la giustizia è un pareggiare, un rendere uguale, un bilanciare, non pendere né da una parte né dall’altra, senza parzialità, senza accezione di persone, senza fare favoritismi, ma riconoscendo a ciascuno il proprio diritto e i propri meriti (unicuique suum), con equilibrio ed equità. Questo significa il simbolo della bilancia, che vediamo nella statua della Giustizia nei nostri tribunali.

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Il fatto innegabile che in questa vita spesso gli innocenti sono colpiti dalle sventure, mentre i malfattori la fanno franca, crea dubbi sulla divina giustizia. Ma bisogna considerare tre cose: prima, che lo stesso disordine nella distribuzione delle pene è conseguenza del peccato originale. Seconda, che la giustizia divina comanda bensì alla giustizia umana, civile ed ecclesiastica di amministrare bene la giustizia, ma purtroppo, a causa delle conseguenze del peccato originale o di errori o di peccati dei giudici, la giustizia umana è difettosa. Terza, Dio non sempre punisce subito i malfattori, perchè vuole dar loro tempo per pentirsi [cf. Is 30,18; Sap 12,19; II Pt 3,9]. Ma se essi perseverano nella colpa, giunge prima o poi, in un modo o nell’altro, la resa dei conti, che può comportare anche la pena dell’inferno. Dio dimentica, quando perdona; ma ricorda, quando deve punire.

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«Danzare all’inferno», diceva Nietzsche. È così anche per Bianchi? E qui è bene fare un breve discorso su questo argomento. Bianchi, commosso dalla divina misericordia, ci assicura: «Canterò la tua misericordia anche stando all’inferno». Io credo che nell’Inferno ci sia poco da cantare. E se posso immaginare  qualche canto, certamente non si tratterà dei cori degli angeli rappresentati negli affreschi del Beato Angelico, e mi ripugna assolutamente che il canto di Bianchi possa essere un inno alla divina misericordia, atteso che uno si danna proprio perchè odia la divina misericordia e ritiene di non averne alcun bisogno, dato che, a suo giudizio, non aveva fatto niente di male e non ha bisogno di niente, come rispose Adolf Eichmann, il boia di Auschwitz, interrogato, il giorno prima dell’esecuzione, se era pentito di quello che aveva fatto. O semmai posso pensare a qualche inno blasfemo, come l’Inno a Satana del Carducci, o come quelli che si trovano nelle sètte sataniche o sono intonati nei riti magici, come per esempio in Proclo, Giamblico o Giordano Bruno, o in quelli pagani o woodoo, o quelli prodotti o dalla musica rock o dal comunismo o dal nazismo o dalla massoneria esoterica.

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Enzo Bianchi parla della propria idea soggettiva di misericordia

Queste parole assurde di Bianchi  fanno venire in mente l’altrettanto assurda e blasfema espressione di Lutero, il quale, convinto dell’esistenza di una predestinazione divina alla dannazione, giunse ad affermare che egli sarebbe andato volentieri all’inferno, se quella doveva essere la volontà di Dio. Resta sempre e comunque impossibile percepire il Dio misericordioso senza prima accettare il Dio giusto. È dal Dio dell’Antico Testamento che si giunge a comprendere Gesù, Dio del Nuovo Testamento. È perché conosciamo Dio in base alla ragione, che possiamo giungere, nella fede, a credere in Cristo. Il Vangelo è annuncio della possibilità di ottenere la vita eterna, offerta a tutti, ma esso pone delle condizioni per ottenerla: «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» [Mt 19,17]. C’è la possibilità di ottenere misericordia; ma occorre fare penitenza. Cristo promette la possibilità di entrare nel regno di Dio, ma avverte che chi non crede, sarà condannato [Mc 16,16].

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Il Vangelo suppone che è nelle possibilità dell’uomo scegliere o per Dio o contro Dio. Il regno di Dio è dono della grazia; eppure occorre conquistarlo [Mt 11,12]; è un “premio”, per il quale occorre gareggiare [I Cor 9,24]; è una “perla preziosa”, che dev’essere comprata [Mt 13,45]; è la paga del buon operaio [Mt 20,1]. Ma anche il merito è dono della grazia. Tutto l’agire buono del giusto, in fin dei conti, è dono di grazia e di misericordia. Ma se la scelta è contro Dio, ecco entrare in funzione la giustizia punitrice, fino alla pena infernale. Il Vangelo, quindi, arreca gioia agli umili, agli afflitti, a coloro che cercano Dio, che sono pentiti dei loro peccati, che hanno rispetto per la giustizia divina e credono nella sua misericordia; ma ai superbi, agli impenitenti, ai malvagi, la promessa del perdono divino della vita eterna non interessa, perché sono già pieni di se stessi, a loro basta la vita presente e non ritengono di aver bisogno di perdono, mentre la minaccia dei castighi divini li irrita e li fa bestemmiare.

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Enzo Bianchi ospite sulla rivista del Clero Italiano, nella quale mai sarebbero ospitati scritti e articoli di molti illustri presbìteri anziani con una vita trascorsa a servire la Chiesa e il Popolo di Dio

Bianchi capovolge il cammino dello spirito: occorre dire con tutta fermezza e chiarezza che noi non potremmo accettare Cristo, se non credessimo in Dio. Come infatti potremmo giungere a sapere che Cristo è Dio, se non sapessimo che Dio esiste? Cristo non ci fa sapere che Dio esiste, ma questo lo sappiamo già da soli in base alla ragione, già prima di essere informati su Cristo dalla predicazione ecclesiale. Pertanto l’ordine è: da Dio a Cristo, non da Cristo a Dio. Cristo ci dà quella conoscenza di Dio e della sua volontà per noi ― la Santissima Trinità, il battesimo, la fede, la Redenzione, la grazia, la vita eterna, la Chiesa ―, che con la nostra semplice ragione, fosse stata quella di Aristotele o di Platone, non avremmo mai potuto raggiungere o immaginare, se il Padre stesso, per sua misericordia, senza che ne fosse obbligato, per mezzo del suo Figlio, non ce l’avesse donata nello Spirito Santo. Cristo ci fa conoscere i misteri del Padre, che solo Lui e il Padre conoscono, ma sulla base di una conoscenza che già possediamo dalla ragione e dall’Antico Testamento. Gli Ebrei e i Musulmani conoscono già il vero Dio, anche se non sono illuminati dal mistero di Cristo. Per mezzo di Cristo non si giunge a credere in Dio sic et simpliciter, ma si giunge ad una conoscenza di Dio soprannaturale, rivelata, infinitamente superiore a quella della semplice ragione. La nostra intelligenza non passa direttamente dalla conoscenza del mondo a Cristo, ma giunge a Cristo, oggetto della fede, noto dalla predicazione ecclesiale, passando per la mediazione della conoscenza razionale di Dio, causa e fine dell’universo, creatore del cielo e della terra.

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Tutti gli uomini sanno che Dio esiste in base alla ragione, che tutti posseggono come uomini. Solo alcuni tra di essi, partendo dalla conoscenza naturale di Dio, e informati dalla catechesi ecclesiale, giungono, se giungono, illuminati dalla grazia, a credere in Cristo. Gli altri possono essere illuminati da Dio senza saperlo. Il discorso capovolto di Bianchi è quindi  quello di uno che non sa né chi è Dio né chi è Cristo. Per partire da Cristo e giungere a Dio, bisognerebbe essere Cristo stesso, il che è l’inganno del panteismo cristologico di Hegel. Oppure, occorrerebbe possedere una fede intuitiva o esperienziale, precedente alla ragione, come avviene nel fideismo luterano. Invece è dalla ragione che si passa alla fede e non viceversa.

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Bianchi, molte fedi

… troppe confusioni “sotto lo stesso cielo”

La fede è un sapere divino. Ora, è solo il sapere divino che parte da se stesso e passa all’umano, perché lo crea. Mentre per noi è partendo dall’umano che possiamo elevarci al divino. Credere di poter percorrere il cammino opposto, vuol credere che il nostro sapere possa aver inizio da Dio e non dall’uomo, il che è idealismo hegeliano e scellinghiano.

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Concludendo, il profetismo di Bianchi si guarda bene dallo scontentare i gaudenti, che chiedono ai profeti: «diteci cose piacevoli» [Is 30,10]. È questo il messaggio che  Bianchi, giovane “profeta”, ha lasciato all’umanità, scrivendolo a 30 anni di età, in un libro che ha avuto un successo mondiale, tanto da essere stato tradotto in 35 lingue, mentre preziose opere di teologi e mistici domenicani medioevali o rinascimentali aspettano ancora di essere tradotte. Già San Tommaso osserva infatti argutamente che il numero degli stolti è immensamente maggiore a quello dei sapienti. Ebbene, mai come oggi si rivela valida questa osservazione dell’Aquinate. Ma quello che maggiormente oggi meraviglia è come un personaggio di tal fatta e con simili idee sia riuscito ad ottenere credito addirittura presso la Santa Sede, come è successo a partire dal Beato Paolo VI, con San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, fino al Regnante Pontefice. Bisogna proprio dire che il demonio è abile nel mascherarsi da angelo della luce, se riesce a circuire e circonvenire persino i Papi [cf. II Cor 11,14]. Naturalmente, anche Bianchi ha le sue buone qualità, lo studio e il culto della Parola di Dio, la sensibilità per lo Spirito Santo, l’ecumenismo, la venerazione per i Santi Padri della Chiesa, l’amore per la preghiera e la contemplazione. Consiglio ad ogni modo, per chiarire le idee su di lui, gli studi critici fatti da Mons. Antonio Livi, oltre al testo di prossima uscita curato dal giovane filosofo e teologo Dott. Jorge A. Facio Lince.

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Varazze, 12 marzo 2017

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Enzo Bianchi, il Cardinale Edoardo Menichelli e Paul McCartney: la Chiesa vive in un sottomarino giallo …

difendere il Santo Padre dai falsi amici

ENZO BIANCHI, IL CARDINALE EDOARDO MENICHELLI E PAUL McCARTNEY: LA CHIESA VIVE IN UN SOTTOMARINO GIALLO …

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Nulla da dire se Sua Maestà Britannica nomina baronetto Paul McCartney, sappiamo da tempo che questa Casa Regnante gareggia in pazzia coi cavalli da corsa delle proprie scuderie. Non ci saremmo invece aspettati che Sua Santità nominasse Cardinale Edoardo Menichelli, anche perché dobbiamo sempre comprendere per quali meriti ciò sia avvenuto.

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Autore Ipazia gatta romana

Autore
Ipazia gatta romana

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il Vangelo delle “tentazioni”: il Demonio cerca di colpire il Verbo di Dio nella sua umanità

–  omiletica

IL VANGELO DELLE TENTAZIONI : IL DEMONIO CERCA DI COLPIRE IL VERBO DI DIO NELLA SUA UMANITÀ

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Se il Demonio riesce a prenderci nella superbia, facendo leva sui punti deboli dell’ambizione e della vanità, può fare di noi ciò che vuole e ottenere quel che brama sin dalla notte dei tempi: che ci prostriamo dinanzi a lui e che adorandolo lo chiamiamo Signore. E per meglio chiamarlo Signore, a quel punto andremo direttamente in casa di Satana, come di recente ha fatto il Presidente della Pontificia Accademia per la vita, l’Arcivescovo Vincenzo Paglia, per beatificare nella sede del Partito Radicale la «spiritualità» e «la preziosa eredità» di chi, come il defunto Marco Pannella, il supremo dono della vita lo ha attaccato e profanato, indicando come «diritto civile» e come «conquista sociale» il mostruoso crimine dell’aborto [sul tema si rimanda all’articolo di Giovanni Cavalcoli: «Marco Pannella, “santo subito !”», vedere QUI]

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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tentazioni-e-sanremo-colored

© www.gioba.it

In questa breve pagina del Vangelo siamo di fronte a un paradosso: è veramente accaduto che il Demonio abbia tentato Dio Incarnato, il Verbum caro factum est ? [Cf. Mt 4, 1-11 ― testo QUI]. Forse il Demonio ha tentato di colpire Dio nella sua umanità, fingendosi ignaro di quanto Gesù fosse divino nella sua umanità e umano nella sua divinità. Gli accecati dalla superbia e dal delirio d’onnipotenza tendono sopravvalutare al massimo se stessi ed a sottovalutare gli altri, per questo sono destinati alla sconfitta. Può essere che non cadano nell’immediato, ma cadranno inevitabilmente al primo cambio di stagione, con l’appassire dei fiori di campo.

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Nel Vangelo delle tentazioni, verrebbe da pensare proprio questo: che il Demonio sopravvaluti se stesso e sottovaluti Dio [segue testo intero …]

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per leggere tutto il testo cliccare sotto:

05.03.2017  Ariel S. Levi di Gualdo  —   IL VANGELO DELLE TENTAZIONI: IL DEMONIO CERCA DI COLPIRE IN VERBO DI DIO NELLA SUA UMANITÀ

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I fuochi di Paglia: Marco Pannella «Santo subito!»

difendere il Santo Padre dai falsi amici

I FUOCHI DI PAGLIA: MARCO PANNELLA «SANTO SUBITO!»

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Ciò che l’Arcivescovo Vincenzo Paglia, prossimo postulatore di questa causa di beatificazione, non ha capito, è che l’aperturismo pannelliano non abbatte nessun muro, se non quello che fa da baluardo alla inviolabilità della legge morale, mentre nella sua concezione della coscienza, essa si chiude ermeticamente entro le mura della propria orgogliosa soggettività e da lì detta legge per la liberazione dell’umanità dai pregiudizi religiosi e dai rigidi dogmi di una fede cristiana autoritaria e fossilizzata nel medioevo.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

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pannella Paglia

a sinistra, Marco Pannella, che la vita l’ha distrutta sin dal grembo materno; a destra, S.E. Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, che la vita dovrebbe invece difenderla …

Satana sa che se il Papa cade, la Chiesa crolla, ed egli potrebbe prevalere e distruggerla, perché Pietro è la pietra sulla quale Cristo ha voluto edificare la sua Chiesa. E se ad un edificio viene a mancare la pietra angolare, l’edificio crolla. È vero che il portinaio non è il padrone di casa. Ma senza il portinaio non si entra. È vero che Cristo, padrone di casa, se avesse voluto, avrebbe potuto far a meno del portinaio e far entrare Lui direttamente la gente in casa, ovvero governare la Chiesa senza il Papa. Ma di fatto ha voluto servirsi del Papa. Per questo sbagliano gli eretici, i quali credono che Cristo governi direttamente la Chiesa senza il Papa. Una Chiesa fatta così è una falsa Chiesa, è una Chiesa ideata da Satana.

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giovanni paolo II attentato

il Santo Pontefice che nel 1994 istituì con motu proprio Vitae Mysterium la Pontificia Accademia per la Vita. Nella foto: San Giovanni Paolo II ricoverato al Policlinico Gemelli dopo l’attentato subito il 13 maggio 1981, una sofferenza minore rispetto a quella che avrebbe provato dinanzi al Presidente della Pontificia Accademia per la Vita che oggi loda il gran distruttore della vita Marco Pannella, beatificando nella sede del Partito Radicale la “spiritualità” del padre dell’aborto, del “diritto” alla eutanasia, alle sperimentazioni genetiche, all’omosessualismo  …

Così anche il Papa è braccato e tentato da Satana. Questi lo sta cercando per vagliarlo come il grano [cf. Lc 22, 31]. In ultima analisi, abbiamo oggi chiaro come non mai che la battaglia decisiva è in corso ed è lo scontro fra Cristo e Satana. Come dice Paolo: “quale intesa tra Cristo e Beliar?” [II Cor 6,15].

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Il tentativo di Satana è però vano ed egli dovrebbe saperlo, visto che già ci ha provato con Cristo e non c’è riuscito. Il Papa infatti partecipa della stessa infallibilità dottrinale di Cristo. Tutti nella Chiesa, a cominciare dal Cardinal Segretario di Stato in giù, possono cadere nell’eresia, tranne il Papa. In fatto di dottrina, invece, il Papa è quell’ «uomo spirituale, del quale parla San Paolo [I Cor 2, 15], che giudica ogni cosa senza poter esser giudicato da nessuno» [segue l’articolo intero …]

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Per leggere tutto l’articolo cliccare sotto:

28.02.2017  Giovanni Cavalcoli, OP  —  I FUOCHI DI PAGLIA: «PANNELLA SANTO SUBITO»

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[ foto e didascalie a cura di Jorge A. Facio Lince e della redazione ]

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Il Preposito Generale della Compagnia di Gesù, usa forse “roba” tagliata male? Le gravi menzogne del Gesuita Arturo Sosa

difendere il Santo Padre dai falsi amici

IL PREPOSITO GENERALE DELLA COMPAGNIA DI GESÙ, USA FORSE “ROBA” TAGLIATA MALE? LE GRAVI MENZOGNE DEL GESUITA ARTURO SOSA

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A Roma, in Via dei Penitenzieri, all’angolo della Curia Generalizia dei Gesuiti si trova una bella caffetteria storica, con una gran collezione di vini e liquori pregiati. «Non vorrei che questo venezuelano» ― sbraitava Ariel S. Levi di Gualdo dopo avere letta l’intervista fatta al Preposito Generale della Compagnia di Gesù ― « abbia aperta la succursale del proprio ufficio presso questa pregevole enoteca ! ».

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Veleno d’aspide sotto le labbra

Sal 140,4

giovanni ariel - isola

Giovanni Cavalcoli, OP    Ariel S. Levi di Gualdo

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“Porgere l’altra guancia” vuol dire essere persone umanamente e spiritualmente superiori, non vuol certo dire essere codardi

 – Omelie al Vangelo –

PORGERE L’ALTRA GUANCIA VUOL DIRE ESSERE PERSONE UMANAMENTE E SPIRITUALMENTE SUPERIORI, NON VUOL CERTO DIRE ESSERE CODARDI

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Come leggere la frase del porgere l’altra guancia, posto che il Santo Vangelo non ci offre delle strade impossibili da seguire, ma delle strade possibili, scopo delle quali è di guidarci alla salvezza eterna? Il Catechismo della Chiesa Cattolica, affermando che esiste anche la guerra giusta e che «La legittima difesa è un dovere grave per chi ha la responsabilità della vita altrui o del bene comune», è forse in contrasto con i precetti del Santo Vangelo?

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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«Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra tu pórgigli anche l’altra […]»

Mt 5, 38-48

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snoopy porgi l'alotra guancia

la saggezza di Snoopy

Questa pagina del Santo Vangelo del Beato Evangelista Matteo va compresa nella sua profondità, perché penetrando a fondo la Parola del Signore capiamo quel che il Verbo di Dio fatto uomo ha inteso trasmetterci. E ciò che Cristo trasmette non è un messaggio rivolto venti secoli fa a un gruppo di discepoli, o alle genti di quella terra e di quel periodo storico; Egli ci trasmette un messaggio vivo. Questo il motivo per il quale noi ci riferiamo al Santo Vangelo indicandolo come “parola viva”. E più che meramente formale, la differenza che corre tra il Santo Vangelo e la parola di Omero e di Virgilio, tra le rime dell’antica corte di Palermo di Federico II di Svevia, la parola e le rime dei toschi Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio e Francesco Petrarca, è una differenza tutta quanta sostanziale. Quelle di molti antichi autori sono parole morte che noi rendiamo vive attraverso il loro studio e la loro diffusione. Ma siamo noi a rendere vive queste parole finite che narrano di storie, vicende, società e uomini che appartengono a un passato morto e sepolto che rivive attraverso queste opere. Il Vangelo non ci parla del finito, ma dell’infinito, non è una parola chiusa che vive nella storia, ma una parola aperta che apre alla storia il nostro essere presente e il nostro divenire futuro. Questo perché il Santo Vangelo non è parola resa viva da noi, ma una parola che rende vivi noi. Ecco perché al termine della proclamazione del Santo Vangelo durante la celebrazione del Sacrificio Eucaristico della Messa, il presbìtero o il diacono concludono dicendo: «Parola del Signore».

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Come forse ricorderete, nel Santo Vangelo di poche settimane fa, Cristo Signore ci ricordava: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato?» [cf. Mt 5, 13-16]. E il sale è Cristo che dà sapore e senso alla nostra vita. E se noi perdiamo il sapore di Cristo, nessuno potrà più rendere questo sale salato. La Parola di Dio che dà vita a noi ci rende sale che dà sapore e che ci rende sale della terra.

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Cristo Signore, verso il finire del Vangelo del Beato Evangelista Marco, per chiarire l’essenza stessa della sua parola viva, afferma: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» [cf. Mc 24,35]. Questo per ricordarci che Egli è la parola viva che ci dà vita, è il sale che ci dà sapore e che per nostro tramite dà sapore al nostro essere ed esistere, accompagnandoci sino al giorno che Cristo Signore: «Tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine». E se noi non capiamo e non entriamo in quest’ordine di idee, ecco che quando dopo la proclamazione del Santo Vangelo recitiamo il Credo, corriamo il rischio di recitare una filastrocca imparata a memoria, anziché la nostra Professione di Fede; una filastrocca di cui rischiamo di non capire neppure il senso.

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In questo passo del Santo Vangelo, sono contenute delle espressioni che da una parte ci sorprendono, dall’altra tendiamo a interpretare come qualche cosa di non praticabile. Partiamo allora dalla frase che risulta difficile intendere: «Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra».

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Se noi entriamo nel falso ordine di idee che il Santo Vangelo ci propone strade e stili di vita non praticabili, a quel punto corriamo il serio rischio di ridurlo ad un insieme di racconti pieni di verità storiche e di alti valori etici, ma alla pari dell’Odissea e dell’Iliade, rendendolo in tal modo una “morta parola finita” e non una “viva parola infinita”.

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Con questa frase, Cristo Signore ci dice forse che dinanzi a un esercito che ci invade mettendo a rischio le nostre vite, dobbiamo correre incontro agli aggressori cantando pace e amore ? E come si concilia, l’invito a porgere l’altra guancia, col fatto che lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica ammette da sempre il ricorso alla guerra difensiva, se non v’è altro mezzo di difesa dalle ingiuste aggressioni? Vi ricordo infatti che nel testo del Catechismo, laddove si elencano le condizioni di una «legittima difesa con la forza militare», è chiaramente precisato: «Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della “guerra giusta”. La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune» [cf. n. 2309]. Prosegue il testo del Catechismo: «La legittima difesa è un dovere grave per chi ha la responsabilità della vita altrui o del bene comune» [cf. n. 2321]. E qui vi prego di notare che la legittima difesa attraverso la guerra è indicata come «un dovere grave» da parte di chi «ha la responsabilità della vita altrui o del bene comune».

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Come leggere la frase del porgere l’altra guancia, posto che il Santo Vangelo non ci offre delle strade impossibili da seguire, bensì delle strade possibili, scopo delle quali è di guidarci alla salvezza eterna? La dottrina, il magistero e il Catechismo della Chiesa Cattolica, sono forse in palese contrasto con i precetti del Santo Vangelo, incluso l’invito a porgere l’altra guancia ?

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Vediamo qual è la successione delle parole del Signore Gesù che prima di invitare a porgere l’altra guancia afferma: «Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente». E dicendo «avete inteso», Cristo Signore si richiama a quella che era nota come la Legge del taglione racchiusa nel Libro dell’Esodo [21, 24]. Una legge che quando fu creata era utile poiché mirata a frenare la vendetta e ad evitare che le vendette tra le diverse tribù andassero avanti per generazioni, con un odio sanguinario trasmesso di padre in figlio. E dinanzi alla Legge del taglione, che mirava a questa azione positiva di contenimento, il Signore Gesù afferma: «Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra».

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Se in epoca primitiva la Legge del taglione cercava di porre freno al male, Gesù ci richiede invece uno spirito teso a superare rancori e conflitti. Non ci chiede di soggiacere impotenti al male, ma di lasciarlo cadere, facendo capire, a colui che compie il male, quanto il suo gesto sia inutile e non possa produrre niente.

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Certi avversari resi ciechi dalla cattiveria, attraverso i loro gesti violenti sfidano ed esigono ricevere reazioni, affinché il male produca male e la violenza altra violenza. Il credente non risponde piegando la testa dinanzi al prepotente e mostrando timorosa debolezza; agisce in modo superiore e sapiente, offrendo al malvagio un modo del tutto diverso di vedere le cose.

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E qui vi invito anche a riflettere sul fatto che Cristo Signore non parla di gravi percosse a suon di cazzotti sferrati a tutta forza, o di colpi di bastone o di aggressioni con le armi in uso all’epoca. Egli parla di uno schiaffo sulla guancia destra. E lo schiaffo, più che un gesto di violenza, era considerato ― all’epoca come tutt’oggi ― un gesto di offesa, un affronto. Sino ad epoche affatto remote, colpire con un guanto sul viso, o lanciare un guanto sul viso, era un gesto di attentato alla altrui dignità e onorabilità. Nell’epoca di Cristo Signore i guanti non erano in uso, ma il gesto dello schiaffo sulla guancia equivaleva alla sfida del guanto, alla quale si può rispondere in due modi: con un duello dal quale ne uscirà fuori un morto, o facendo un sorriso e voltando le spalle al provocatore con l’aria di chi lascia intendere: «Ma tu, pensi veramente che io sia davvero disposto a mettere a rischio la vita tua e la vita mia, a generare un grave lutto in una famiglia ed un sentimento di odio tra due diverse famiglie, quella dell’ucciso verso quella dell’uccisore, per un gesto al quale non conferisco affatto quella portata che vorrebbe mirare a privarmi del mio onore?». Il porgere la guancia sinistra a questa antica sfida del guanto, è una lezione e una intelligente risposta provocatoria per far capire all’aggressore che io, in quanto persona prudente e sapiente, sono consapevole che il male non porta mai ad alcun risultato, mentre la mancanza di controllo dell’orgoglio ferito, può invece portare a reazioni e azioni del tutto sproporzionate.

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Capita non di rado che persone distanti e ostili al mondo cristiano ci aggrediscano nel peggiore dei modi, attraverso violenza verbale, falsità diffuse sulla stampa, calunnie studiate ad arte e diffuse poi con diabolica malizia … e se qualcuno di noi osa reagire ― ad esempio anche con una semplice e legittima querela per diffamazione ―, con prontezza replicano citando una delle poche frasi evangeliche che conoscono male e che di conseguenza citano peggio: «Ah, ma voi dovete porgere l’altra guancia, come dice il Vangelo!».

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Vedete, esistono molti altri passi del Vangelo che a coloro che in vario modo ci aggrediscono fa comodo non conoscere o ignorare, per esempio il fatto che Cristo Signore stesso ricorre alla violenza fisica prendendo a colpi di frusta i mercanti nel cortile del Tempio di Gerusalemme [cf. Mc 11,15-19; Mt 21,12-17; Lc 19,45-48]. E che dire del linguaggio aggressivo e insultante che Cristo Signore rivolge a scribi, farisei e dottori della Legge? O devo forse spiegarvi quale offensiva portata abbia definire degli alti notabili come «razza di vipere»? [cf. Mt 23, 33]. Dire infatti a una persona «sei una vipera», è una offesa diretta a lui personalmente, ma dire a una persona che essa appartiene a una razza di vipere, vuol dire colpire non solo lui, ma il suo intero ceppo di appartenenza, familiare o religioso che sia. Come vedete, esistono anche questi passi nel Santo Vangelo, come altri nei quali il Signore Gesù ci ricorda: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» [cf. Mt 10, 32], indicandoci in modo chiaro che la sequela Christi, il cammino dietro al Signore verso la salvezza, è anche una lotta sia con noi stessi sia con gli altri. Quella lotta alla quale il Beato Apostolo Paolo ci invita con precise parole: «Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo» [cf. Ef 6, 10-20].

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Dinanzi a uno schiaffo, dinanzi alla sfida del guanto, si agisce come ci insegna Cristo Signore, usando maggiore sapienza rispetto alla stoltezza dell’attaccabrighe che cerca violenza a tutti i costi. Ma davanti al mistero del male che mira a distruggerci, lì si deve non solo lottare, ma muovere proprio guerra. E se il pericoloso aggressore dice «… ma sul Vangelo è scritto che io ti posso aggredire e distruggere e che tu devi porgere l’altra guancia, mentre io esercito il mio “sacrosanto” diritto mirato a far prevalere il male», in tal caso bisogna rispondere: «Mi dispiace, ma tu il Vangelo non lo conosci, o forse lo hai letto male e, dopo averlo letto male, lo hai capito peggio».

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Il porgere l’altra guancia vuol dire mostrare superiorità umana e morale, sapienza e senso della misura; vuol dire dare una meritata lezione a chi, in cambio di una provocazione, esigerebbe ricevere come risposta una reazione sproporzionata. Il porgere l’altra guancia non vuol dire però cedere in alcun modo al male che intende sopraffare, perché Cristo, sulla croce, non è morto per essersi rifiutato di combattere contro il male, ma proprio perché “colpevole” di avere combattuto il male e lanciato l’invito a combattere il male, sino a divenire, proprio per questo, l’Agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo [cf Gv 1,29].

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Dall’Isola di Patmos, 19 febbraio 2017

VII Domenica del Tempo Ordinario

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“Amoris Laetitia” – Questa volta Andrea Grillo salta ancora più in alto: dal Cardinale Caffarra passa all’attacco del Cardinale Müller che avrebbe problemi di lettura e di comprensione dei documenti pontifici

–  disputationes theologicae –

«AMORIS LAETITIA »

QUESTA VOLTA ANDREA GRILLO SALTA ANCORA PIÙ IN ALTO: DAL CARDINALE CAFFARRA PASSA ALL’ATTACCO DEL CARDINALE MÜLLER CHE AVREBBE PROBLEMI DI LETTURA E DI COMPRENSIONE DEI DOCUMENTI PONTIFICI

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Quando alla fine degli anni Sessanta del Novecento ci fu la questione dei contraccettivi, Paolo VI permise e favorì un’ampia e lunga discussione previa. Ma poi, con la sua Enciclica Humanae vitae, si espresse con chiarezza e ricchezza di argomentazioni. Il documento di Papa Francesco Amoris Laetitia non dà una soluzione che brilli per chiarezza, cosa che più volte abbiamo espresso nei nostri articoli su L’Isola di Patmos. Eppure non è affatto  impossibile, con un’attenta esegesi, giungere a comprendere la mens del Papa: i divorziati risposati restano esclusi dalla Comunione eucaristica. L’unico punto di Amoris Laetitia, che potrebbe far pensare a un mutamento della legge, potrebbe essere la nota 351, che accenna ai sacramenti ai divorziati risposati …

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

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l’intervista al Cardinale Gerhard Ludwig Müller, de Il Timone

La carente onestà intellettuale nella operazione di Grillo non sta tanto nel porre questioni dottrinali – su di un punto, come ho detto, sembra aver addirittura ragione –, ma la polemica dottrinale è piuttosto un pretesto, teso da una parte a screditare il ruolo del Prefetto  della Congregazione per la dottrina della fede, dall’altra a danneggiare proprio quel Papa del quale si atteggia a difensore, dando esca all’odio dei lefebvriani, e rafforzando la falsa immagine di un Papa modernista, con la conseguenza di dar gas ai modernisti aumentando lo sconcerto e lo scandalo dei buoni fedeli.

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Andrea Grillo onora la tua intelligenza

il teologo Andrea Grillo, foto tratta da un periodico delle Edizioni San Paolo [vedere QUI]

Ma qualunque cattolico con gli occhi aperti sa che non ha senso presentare il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede come contrario al Papa, quando questi ha istituzionalmente proprio in lui il principale collaboratore nell’ufficio principale del Successore di Pietro, che è quello di confermare i fratelli nella verità del Vangelo.

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I punti toccati da Grillo sono tre: primo, la questione dell’astinenza sessuale dei divorziati risposati, secondo, la questione dell’“analogia” paolina fra l’unione sposo-sposa e quella fra Cristo e Chiesa; terza, la disobbedienza di certi vescovi al dettato dell’Amoris Laetitia.

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Per leggere tutto l’articolo cliccare sotto:

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17.02.2017   Giovanni Cavalcoli, OP  — QUESTA VOLTA ANDREA GRILLO SALTA ANCORA PIU IN ALTO: DAL CARDINALE CAFFARRA PASSA ALL’ATTACCO DEL CARDINALE MÜLLER CHE AVREBBE PROBLEMI DI LETTURA E DI COMPRENSIONE DEI TESTI PONTIFICI 

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Gatto e topo

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“Amoris laetitia”. Il Cardinale Francesco Coccopalmerio e la via domenicana. Un articolo di Andrea Tornielli sulle tesi portate avanti dal 2015 da Giovanni Cavalcoli e dall’Isola di Patmos durante il Sinodo sulla Famiglia

notizie dalla rete

«AMORIS LAETITIA. IL CARDINALE FRANCESCO COCCOPALMERIO E LA VIA DOMENICANA». UN ARTICOLO DI ANDREA TORNIELLI SULLE TESI PORTATE AVANTI DAL 2015 DA GIOVANNI CAVALCOLI E DALL’ISOLA DI PATMOS DURANTE IL SINODO SULLA FAMIGLIA

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«Le conclusioni a cui arriva il Presidente dei testi legislativi nel libro sul capitolo VIII dell’esortazione sono in linea con quanto espresso dal teologo Cavalcoli e dal cardinale Schönborn» [Andrea Tornielli]

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Autore Jorge A. Facio Lince

Autore
Jorge A. Facio Lince

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Andrea Tornielli

il vaticanista de La Stampa, Andrea Tornielli, coordinatore di Vatican Insider

I Padri de L’Isola di Patmos, Giovanni Cavalcoli e Ariel S. Levi di Gualdo, nel corso dell’anno 2015 hanno dissertato in loro diversi articoli su discorsi teologici e pastorali legati al Sinodo sulla famiglia, a conclusione del quale uscì l’esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia.

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Il vaticanista Andrea Tornielli mette in risalto in un suo articolo [cf. QUI] che il documento pubblicato dal Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi e firmato dal Cardinale Francesco Coccopalmerio, rispecchia quando i nostri due Padri de L’Isola di Patmos già scrivevano nei loro articoli circa due anni fa …

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L’articolo di Andrea Tornielli è leggibile cliccando sul logo sotto

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NEL CORSO DELL’ANNO 2015, I PADRI DE L’ISOLA DI PATMOS HANNO SCRITTO VARI ARTICOLI TEOLOGICI E DI ATTUALITÀ PASTORALE SUL DIBATTITO DEI DIVORZIATI RISPOSATI, CHE NON È STATO AFFATTO “IL TEMA” DEL SINODO, MA SOLTANTO “UNO TRA I TANTI TEMI ” DEL SINODO, SEBBENE MUTATO DALLA STAMPA NELL’UNICO E SOLO TEMA. QUESTA CHE SEGUE LA RACCOLTA DEGLI ARTICOLI PUBBLICATI DA 2 SETTEMBRE 2015 AL 9 OTTOBRE 2016

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IL SINODO SULLA FAMIGLIA
UNA LETTURA CRITICA SULLA TRILOGIA DI ARTICOLI DI ANTONIO LIVI

Jorge A. Facio Lince – 2 settembre 2015

[…] Il ritenere che i divorziati risposati siano in uno «stato permanente di peccato grave» è un giudizio temerario, che non ha a che vedere con la dottrina della Chiesa. Al contrario, secondo la morale cattolica, qualunque peccato, per quanto grave, se il peccatore si pente, può essere perdonato, anche senza il Sacramento della penitenza, considerando che esistono mezzi ordinari e straordinari di salvezza; i primi sono i Sacramenti di istituzione divina dei quali la Chiesa è dispensatrice, i secondi sono le vie imperscrutabili di Dio, e per usare questi secondi mezzi, sia la grazia sia la misericordia di Dio non necessitano del permesso né degli epistemologi né dei filosofi, né ai teologi [per leggere tutto cliccare QUI]

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IL SANTO PADRE FRANCESCO ARRECA «UNA FERITA AL MATRIMONIO CRISTIANO»? SUVVIA, CERCHIAMO DI ESSERE SERI …

Ariel S. Levi di Gualdo – 14 settembre 2015

Durante le mie prediche nel deserto da anni vado dicendo che l’origine del problema è data dal fatto che il matrimonio sacramentale è concesso dai vescovi e dai loro preti con una leggerezza che grida vendetta al cospetto di Dio. Non sarebbe meglio prevenire, anziché cercare poi di curare in seguito ciò che non sempre è curabile? [per leggere tutto cliccare QUI]

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LA PROBLEMATICA PASTORALE DEI DIVORZIATI RISPOSATI

Giovanni Cavalcoli, OP – 13 ottobre 2015

In questo frangente così grave per la vita della Chiesa e della società, occorre evitare i due estremismi contrapposti, il primo, di una piccola ma mordace minoranza, dell’ultra tradizionalismo, col suo allarmismo catastrofista e il suo legalismo rigorista, che teme che il Papa possa allontanarsi dal Vangelo o dalla Tradizione, se non lo ha già fatto; e il secondo, ben più diffuso ed arrogante, quello dei modernisti, spiriti mondani, relativisti impenitenti, predicatori del buonismo misercordista, che vorrebbero strumentalizzare il Papa con false adulazioni [per leggere tutto cliccare QUI]

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«LA COMUNIONE AI RISPOSATI NON TOCCA LA DOTTRINA MA LA DISCIPLINA»

intervista di Andrea Tornielli a Giovanni Cavalcoli, OP – 16 ottobre 2015

Il vaticanista de La Stampa Andrea Tornielli pubblica oggi su Vatican Insider l’intervista fatta a uno dei Padri dell’Isola di Patmos. Rispondendo alle sue domande il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli chiarisce uno dei problemi oggetto di dibattito e di accesa polemica soprattutto al di fuori del Sinodo sulla Famiglia [per leggere tutto cliccare QUI]

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LA COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI: LECTIO MAGISTRALIS DI GIOVANNI CAVALCOLI A CORRADO GNERRE & C

Giovanni Cavalcoli, OP – 19 ottobre 2015

L’impressione che a volte il Papa non si attenga al dato rivelato trasmesso dalla Sacra Tradizione, è sempre un’impressione falsa, che deve farci comprendere che con simile atteggiamento mentale si finisce col cadere sotto il rimprovero del Signore, fatto ai farisei di non ascoltare la Parola del Dio eterno, che non passa e non muta, ma di farsi schiavi di caduche e vane “tradizioni di uomini” [per leggere tutto cliccare QUI]

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SUI DIVORZIATI RISPOSATI. CONTINUA LA DISCUSSIONE: REPLICA DI GIOVANNI CAVALCOLI ALLA RISPOSTA DI CORRADO GNERRE

Giovanni Cavalcoli, OP – 22 ottobre 2015

Viene oggi molto citato il n. 84 della Esortazione Apostolica Familiaris consortio di San Giovanni Paolo II, nel quale il Papa esprime la condizione della irregolarità dei divorziati risposati, in foro esterno o, come egli si e esprime, “oggettivamente”; ma il Santo Pontefice si guarda bene dal dire che essi sarebbero, soggettivamente o in foro interno, in un continuo stato di peccato mortale, perchè, questo, come ho già detto, sarebbe un giudizio temerario, che pretende scrutare l’intimo delle coscienze e le segrete operazioni della grazia. In secondo luogo, questo insegnamento del Santo Pontefice non va preso come fosse una dottrina di fede immutabile, ma solo come disposizione pastorale, come tale mutevole, per quanto di antichissima tradizione. Ma non si tratta di Sacra Tradizione, essa sola depositaria del dato rivelato, bensì solo di tradizione canonica. dagli anni nei quali questa Esortazione apostolica è stata scritta, la questione dei divorziati risposati si è alquanto estesa, complicata e aggravata, tanto che l’attuale Pontefice ha deciso di riprenderla in esame per vedere se mantenere l’attuale disciplina, oppure adottare soluzioni diverse dal passato [per leggere tutto cliccare QUI].

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CATTOLICI E SESSUOFOBIA: «LA VERGINITÀ DEGLI ERETICI È PIÙ IMPURA DELL’ADULTERIO»

Ariel S. Levi di Gualdo – 22 ottobre 2015

Certi cattolici cupi molto simili ai sadducei ed ai farisei, di fondo sono cresciuti con un’idea di Cristo morto ma non risorto, con un’idea della sessualità tutta quanta manichea; sono fissi su concetti di arido legalismo e intrisi di pelagianesimo, ed analogamente a Lutero hanno problemi seri sul concetto paolino della predestinazione, quindi sulla teologia della giustificazione che rischiano spesso di ridurre ad un’idea tutta quanta calvinista, seppure sotto forma di rigorismo morale cattolico [per leggere tutto cliccare QUI]

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I DIVORZIATI RISPOSATI E QUEI TEOLOGI CHE STRUMENTALIZZANO LA FAMILIARIS CONSORTIO DI SAN GIOVANNI PAOLO II

Giovanni Cavalcoli, OP – 23 ottobre 2015

La Familiaris consortio, appunto perché tocca solo il foro esterno, non sfiora neppure la questione in esame, caratteristica del foro interno, ossia della condizione o dello stato o del dinamismo interiore della volontà dei conviventi e lascia quindi aperta la porta alla legittimità della discussione in atto nel Sinodo, se, in certi casi gravi, ben precisati e circostanziati, con forti scusanti, i divorziati possano o non possono accedere ai Sacramenti [per leggere tutto cliccare QUI]

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DIVORZIATI RISPOSATI? LA PAROLA SPETTA ADESSO A PIETRO, SUL QUALE CRISTO HA EDIFICATO LA SUA CHIESA

Ariel S. Levi di Gualdo – 26 ottobre 2015

Dal discorso del Sommo Pontefice Francesco: « […] Mentre seguivo i lavori del Sinodo, mi sono chiesto: che cosa significherà per la Chiesa concludere questo Sinodo dedicato alla famiglia? Significa anche aver spogliato i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite. Significa aver cercato di aprire gli orizzonti per superare ogni ermeneutica cospirativa o chiusura di prospettive, per difendere e per diffondere la libertà dei figli di Dio, per trasmettere la bellezza della Novità cristiana, qualche volta coperta dalla ruggine di un linguaggio arcaico o semplicemente non comprensibile. Nel cammino di questo Sinodo le opinioni diverse che si sono espresse liberamente – e purtroppo talvolta con metodi non del tutto benevoli – hanno certamente arricchito e animato il dialogo, offrendo un’immagine viva di una Chiesa che non usa “moduli preconfezionati”, ma che attinge dalla fonte inesauribile della sua fede acqua viva per dissetare i cuori inariditi ». [per leggere tutto cliccare QUI]

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SUI “DIVORZIATI RISPOSATI “. L’EUCARISTIA, IL PECCATO E LA COSCIENZA. RISPOSTA A PADRE RICCARDO BARILE

Giovanni Cavalcoli, OP – 7 novembre 2015

Il noto liturgista domenicano Padre Riccardo Barile ha pubblicato il 29 ottobre scorso sulla rivista telematica La Nuova Bussola Quotidiana [cf. QUI] un articolo con questo stesso titolo, nel quale mi rivolge alcune critiche, alle quali rispondo di seguito. Le sue obiezioni sono un corsivo. Le mie risposte e i miei passi che egli cita sono in tondo [per leggere tutto cliccare QUI].

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DISPUTATIONES THEOLOGICAE – REPLICA DI GIOVANNI CAVALCOLI ALLA CRITICA DI ANTONIO LIVI

Giovanni Cavalcoli, OP – 2 novembre 2015

Ho detto e ripetuto in più occasioni che non sappiamo che cosa il Santo Padre deciderà e che dobbiamo essere disponibili sia al mantenimento della legge attuale che a qualche suo mutamento. Diciamo ai conservatori che la legge attuale non è intoccabile ed agli innovatori che il dogma non è mutevole. Come avviene nel mistero dell’Incarnazione, così avviene nella morale cristiana e della famiglia: dobbiamo calare l’eterno nel temporale, senza eternizzare il temporale e senza temporalizzare l’eterno [per leggere tutto cliccare QUI]

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SUI DIVORZIATI RISPOSATI. NUOVA NOTA DEI PADRI DELL’ISOLA DI PATMOS

Giovanni Cavalcoli e Ariel S. Levi di Gualdo – 4 novembre 2015

Il timore di alcuni, che se il Santo Padre dovesse concedere la Comunione ai divorziati risposati compirebbe un attentato all’indissolubilità del matrimonio, non ha alcun fondamento dogmatico; ed in questo modo viene confusa la legge civile con la legge ecclesiastica [per leggere tutto cliccare QUI]

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ASINI IN CATTEDRA E ACCUSE DI ERESIA: UNO SPACCATO DI CERTI NOSTRI CENSORI

Ariel S. Levi di Gualdo – 5 novembre 2015

Più Vescovi di varie diocesi italiane, in camera caritatis mi hanno confidato di avere serie difficoltà a dare incarico agli insegnanti di religione, motivando le loro difficoltà con frasi di questo genere: «Abbiamo un tale campionario da non sapere dove pescare, in un mare nel quale i pesci risultano spesso uno peggio dell’altro» [per leggere tutto cliccare QUI]

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ANCORA SUI “DIVORZIATI RISPOSATI”, IL TERZO ROUND CON ANTONIO LIVI

Giovanni Cavalcoli, OP – 23 novembre 2015

La Chiesa non dice da nessuna parte che queste persone siano costantemente prive della grazia di Dio, ossia in peccato mortale. Anzi, già il permesso attuale che esse hanno di fare la Comunione spirituale, suppone che esse possano essere in grazia, giacchè, come si potrebbe pensare di fare la Comunione spirituale in uno stato di peccato mortale? [per leggere tutto cliccare QUI]

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AMORIS LÆTITIA, IL DOCUMENTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO SUL SINODO DELLA FAMIGLIA

Giovanni Cavalcoli, OP – 17 aprile 2016

Questa esortazione ribadisce le verità fondamentali di ragione e di fede, che riguardano il matrimonio e la famiglia, ne delinea le caratteristiche, le finalità e le proprietà così come le ha volute il Creatore, il Quale, mediante la missione e l’opera di Cristo, ha concesso alla Chiesa e alla società civile di legiferare con più precisione in materia, a seconda dei tempi e dei luoghi, tenendo conto della fragilità e peccaminosità umana conseguente al peccato originale, al fine di assicurare il più possibile alla famiglia il massimo dell’esercizio delle virtù, soprattutto della carità, che sboccia nella laetitia amoris [per leggere tutto cliccare QUI]

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AMORIS LÆTITIA, LA “TEOLOGIA DELL’ASSEGNO IN BIANCO”: IL POTERE DELLE CHIAVI NON È SINDACABILE, SALVO CADERE IN ERESIA

Ariel S. Levi di Gualdo – 22 aprile 2016

Con il «tu es Petrus» Cristo ha firmato al proprio legittimo vicario istituito sulla terra un assegno in bianco. Si è limitato solo a firmarlo con il proprio nome e cognome, che sull’assegno risulta: Verbum Domini. E su questo assegno, dopo avervi impressa la firma, ci ha scritta sopra solamente la data di emissione, non vi ha scritta invece alcuna data di scadenza; ma soprattutto non vi ha scritto alcun importo, l’importo lo ha lasciato tutto quanto a Pietro ed ai suoi successori, perché presso la banca di emissione vi è una copertura illimitata [per leggere tutto cliccare QUI]

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AMORIS LÆTITIA. SIATE CASTI, PERÒ PAGATE LE TASSE, PERCHÉ IL PAGAMENTO DELLE TASSE E UN VERO DOGMA DI FEDE

Ariel S. Levi di Gualdo – 25 aprile 2016

È facile e comodo entrare nelle camere da letto altrui col dito puntato a sentenziare come nuovo dogma di fede «purché vivano come fratello e sorella». Ma voi, ipocriti di sempre, che «filtrate il moscerino» nelle camere da letto altrui e poi «vi ingoiate il cammello» [cf. Mt 23,24] siete pronti ad accettare, fare vostro e diffondere come indiscutibile dogma di fede: «Date a Cesare quel che è di Cesare», quindi pagare le tasse senza fiatare, ma soprattutto senza azzardarvi a dire che sono alte e che non sono giuste? [per leggere tutto cliccare QUI]

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AMORIS LÆTITIA. IL VESCOVO ATHANASIUS SCHNEIDER ED I SUOI GROSSOLANI EQUIVOCI 

Jorge A. Facio Lince – 26 aprile 2016

La Riflessione del Vescovo ausiliare di Astana non contiene al suo interno argomentazioni nuove anzi, essa sintetizza il diffuso “non cogliere” e “non voler capire” quei sostanziali elementi oggettivi quali legge divina e legge canonica, stato di irregolarità e stato di peccato … [per leggere tutto cliccare QUI].

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AMORIS LÆTITIA. IL FONDAMENTO DELLA INDISSOLUBILITÀ DEL MATRIMONIO

Giovani Cavalcoli, OP – 4 maggio 2016

La nullità del matrimonio quasi sempre emerge in modo drammatico dopo un certo tempo, più o meno lungo, possono passare anche anni ed esserci di mezzo dei figli, anche se ci è sposati in chiesa, e si è trattato di un matrimonio celebrato con grande solennità: tappeto rosso dall’ingresso della chiesa fino all’altare riccamente addobbato, mazzi di fiori esotici, lungo tutti i banchi della chiesa, fotografi e cine-operatori, folla entusiasta e commossa di gente della buona società, abbondante offerta al parroco. Eppure si è trattato di una semplice messa in scena. Nonostante la solenne Messa cantata e solenne benedizione, la grazia può esser scesa, ma non certo la grazia del matrimonio, dato che mancava la materia adatta. Il povero parroco, attorniato da concelebranti, si è preso, come dicono i romani, una bella buggeratura [o detta in romanesco: s’è pijato ‘na sola] [per leggere tutto cliccare QUI]

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AMORIS LÆTITIA. «LA CASTITÀ DEGLI ERETICI È PIÙ IMPURA DELL’ADULTERIO». QUEL GRANDE PIFFERAIO MAGICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO HA PORTATO ALLO SCOPERTO I TOPI E LA LORO “TEOLOGIA DELLA MUTANDA

Ariel S. Levi di Gualdo e Jorge A. Facio Lince – 11 maggio 2016

La morale cattolica – a meno che non si voglia cadere nel calvinismo più cupo e nel puritanesimo più furibondo – per essere tale, deve interamente strutturarsi sulla carità; perché la morale cattolica non è una clava ferrata, ma una via verso il percorso di salvezza. Ed a colpi di spranga sulle ginocchia o sui denti non è mai stato redento nessuno, inclusi coloro che questi moralisti d’assalto chiamano con sprezzo «concubini» e «adulteri» [per leggere tutto cliccare QUI]

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AMORIS LÆTITIA. CONCUPISCENZA E MATRIMONIO. IL PENSIERO DELL’APOSTOLO PAOLO

Giovanni Cavalcoli, OP – 11 maggio 2016

In San Paolo è evidente che per lui il rapporto uomo-donna corrisponde al rapporto superiore-inferiore [I Cor 11, 7-9; 14,34; I Tm 2, 11-14]. Ma queste sono idee sue. La dottrina invece del marito «capo della moglie» [Ef 5, 22-33] è un’altra cosa. Mentre infatti sul tema generale “uomo-donna” sentiamo Paolo col suo misoginismo rabbinico, nella dottrina del rapporto marito-moglie risplende certamente la bellezza della Parola di Dio, che non passa e che è stata confermata ed approfondita dal Concilio, che è giunto ad affermare che «la loro unione costituisce la prima forma di comunione delle persone» [per leggere tutto cliccare QUI]

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IL N. 84 DELLA FAMILIARIS CONSORTIO È PIÙ IMPORTANTE DEL PROLOGO DEL VANGELO DI GIOVANNI CHE NARRA IL MISTERO DELLA INCARNAZIONE DEL VERBO DI DIO ?

Ariel S. Levi di Gualdo – 9 ottobre 2016

Ciò che in fondo si chiede a certe persone è lo spirito di umana e cristiana coerenza: o forse credono davvero di poter attaccare da una parte l’intero Magistero della Chiesa degli ultimi cinquant’anni, ma al tempo stesso sostenere che il n. 84 della Familiaris Consortio, scritto da un Pontefice conciliare, presente come Vescovo al concilio e poi attuatore del concilio come Successore di Pietro, sia intoccabile, in quanto più importante e più dogmatico di quanto possa esserlo l’intero Prologo del Vangelo di Giovanni ? [per leggere tutto cliccare QUI]

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POSTILLA

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… alla prova dei fatti viene da dire: i Padri de L’Isola di Patmos lo avevano detto. E lo hanno detto anche tra una bastonata e l’altra, perché si sono procacciati le ire dei tradizionalisti rigoristi e dei progressisti lassisti. Mentre loro se ne stavano nel mezzo, alla ricerca di un equilibrio, a prendere bastonate da tradizionalisti rigoristi e da progressisti lassisti, tonificati a lode e gloria di Dio!

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Jorge A. Facio Lince – segretario editoriale

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Teologia della speranza: «Dopo il Sinodo il Papa tornerà a indossare le scarpette rosse?»

TEOLOGIA DELLA SPERANZA: «DOPO IL SINODO IL PAPA TORNERÀ A INDOSSARE LE SCARPETTE ROSSE?». RILEGGENDO OGGI QUELLO CHE TRE ANNI FA SCRIVEVA IL PADRE ARIEL …

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[…] il Santo Padre Francesco può dunque piacere o non piacere, cosa del tutto legittima, ma per divina volontà e per divina istituzione rimane il clavigero, oggetto e soggetto come tale della nostra fede e della nostra speranza: «Tu sei Pietro», quindi della nostra autentica e inesauribile devozione per il mistero che egli incarna.

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Autore Jorge A. Facio Lince

Autore
Jorge A. Facio Lince

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Tre anni fa, Ariel S. Levi di Gualdo pubblicava un articolo nel quale parlava con notevole anticipo delle vicende odierne nelle quali, a quanto si sta delineando all’orizzonte, sembrano risorgere dalle ceneri vecchi veleni mescolati a veleni nuovi, il tutto secondo tragici copioni già vissuti tra il 2012 e il 2013 dal Santo Padre Benedetto XVI, per non tornare ancora indietro, nella turbolenta stagione del Beato Paolo VI durante gli anni Settanta del Novecento.
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Purtroppo sembra che oggi, per il Santo Padre Francesco, si stiano confezionando di nuovo le scarpette rosse, ma per ciò che esse significano: il martirio di San Pietro che con i piedi sanguinanti fu condotto sul Colle Vaticano per essere crocifisso a testa all’ingiù.
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Per quanto restio, il Padre Ariel ha dovuto cedere al democratico imperativo dei suoi collaboratori di redazione che desideravano pubblicare di nuovo questo suo vecchio articolo. Uno spirito restio basato su un principio da lui spesso enunciato: «Quando io ipotizzo certe cose o esprimo che in un futuro più o meno vicino si potrebbero verificare certe situazioni, non desidero mai avere ragione, anzi prego e spero sempre di avere torto, ed avere così il grande piacere di smentire me stesso e ammettere che avevo sbagliato nel fare certe analisi».
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