La saggezza di Ipazia gatta romana. La sciatteria clericale è divenuta quell’ottavo Sacramento che il Sommo Pontefice esalta. Appello: regalate un saturno di castorino al Padre Ariel, sarà lieto di indossarlo

– attualità –

LA SAGGEZZA DI IPAZIA GATTA ROMANA. LA SCIATTERIA CLERICALE È DIVENUTA QUELL’ OTTAVO SACRAMENTO CHE IL SOMMO PONTEFICE ESALTA. APPELLO: REGALATE UN SATURNO DI CASTORINO AL PADRE ARIEL, SARÀ LIETO DI INDOSSARLO

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Oggi, per udire il Santo Padre usare la parola «vergogna», bisogna respingere i colonizzatori islamici dell’Europa, o chiudere le porte a delinquenti e potenziali terroristi fatti passare in modo truffaldino per profughi, oppure bisogna indossare una talare; quella talare che da sempre, i preti, hanno usato come segno di sobrietà e di distacco dalla mondanità, ma anche come segno di quella riconoscibilità da alcuni pagata sino allo spargimento del proprio sangue.

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Autore Ipazia gatta romana

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Ipazia gatta romana

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Dopo l’anno dell’anziano Papa Francesco e dopo il successo del giovane Papa di Paolo Sorrentino

DOPO L’ANNO DELL’ANZIANO PAPA FRANCESCO E DOPO IL SUCCESSO DEL GIOVANE PAPA DI PAOLO SORRENTINO

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[…] sarà però nel Sacramento della penitenza, come ha dimostrato quest’anno giubilare di confessionali vuoti, dove l’uomo ormai privo del senso del bene e del male quindi del senso del peccato, di giustizia e di vera misericordia, ha dimostrato di avere trovate ormai risposte migliori ai suoi bisogni immanenti in altri ambienti, tranne che in quella Onlus di volontariato e di eventi sociali anticamente chiamata Chiesa Cattolica.

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Autore Jorge A. Facio Lince

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Jorge A. Facio Lince

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The young Pope, di Paolo Sorrentino, telefilm trasmesso su Sky (2016). L’attore Jude Law nel ruolo di un fantasioso Pio XIII

Il 26 novembre si è chiusa la Porta Santa della papale arcibasilica di San Pietro, al termine di un anno Giubilare nel quale si è avuta la splendida idea di non realizzare grandi eventi di massa, ma dirigendo tutta l’attenzione dei fedeli verso le Chiese locali. Purtroppo, quest’Anno Santo, ha lasciato un confuso dubbio riguardo la misericordia della grazia sacramentale nella confessione con quella delle opere di misericordia ― specie quelle corporali ― che possiamo ricavare dal brano del Vangelo secondo San Matteo:

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«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riuniti davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. Rispondendo, il re dirà loro: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà a quelli posti alla sua sinistra: ”Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?”. Ma egli risponderà: “In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”» [Mt 25, 31-46]

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La prima azione di Misericordia è costituita dalla conversione specificata nel sacramento della confessione come richiamo della Grazia di Dio che strappa l’uomo al peccato partendo dalla consapevolezza del male fatto e del bene rifiutato e non operato, accogliendo il perdono e la giustizia di Dio donata a tutti noi nella Passione, Morte e Risurrezione di Cristo Gesù che è morto per i nostri peccati [cf. Cat. CC 1987-2005]. E tutto questo non accade certo per una sorta di filantropismo. Invece, le opere di misericordia, sono un sunto o una guida per i cristiani ad aiutare il prossimo chi si trova in difficoltà. Piccola ma essenziale differenza che non riescono a cogliere e distinguere molte persone oggi, ma soprattutto che sembra sia stata una scelta cercata e voluta per attirare indistintamente un maggiore numero di persone … Così appare da certi scritti, audio e immagini che si possono trovare in giro per la rete, od ascoltare nella televisione come da certi pulpiti. Un esempio concreto di questa confusione è l’articolo di Carlo Di Cicco:

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«Il Papa ha cercato di mostrare l’umanità della fede cristiana e in nessun giubileo della storia c’è stata tanta valorizzazione dei poveri e degli emarginati» [cf. QUI].

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In questa frase sembra proprio si sia confuso il termine di anno giubilare con il concetto di campagna di marketing, a conferma di questo più avanti viene specificato dallo stesso Autore:

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«E tuttavia anche le cifre non sono tanto male per gridare al flop. Se si rapportano i dati parziali finora a disposizione si vede che 20 milioni e 400 mila pellegrini che hanno varcato la soglia di san Pietro in questo giubileo non sfigurano a fronte degli 8 milioni 515.088 computati dalla Prefettura della casa Pontificia  come partecipanti  nel 2000 alle udienze generali, alle cerimonie e agli Angelus. Il grido di dolore dei commercianti nasce dal non considerare le condizioni di questo giubileo venuto inaspettato e dentro alla crisi economica che non è ancora terminata».

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Certo, il titolo di questo articolo lo sintetizza tutto sin dall’inizio: «Giubileo flop ? No, Francesco non aveva chiesto celebrazioni trionfali». E poi c’era la «crisi economica», quasi come se il Giubileo del 2000 non si fosse aperto dopo il crollo delle borse di fine anni Novanta, visto che la crisi comincia nel 1998. Sorvoliamo poi sul vezzo con il quale ci si riferisce al Successore di Pietro chiamandolo semplicemente Francesco, lasciando quindi perdere il fatto che due aggettivi come Sommo e Pontefice potrebbero rendere il titolo molto lungo e quindi non risaltare bene a livello grafico; quello che spaventa è che dietro la chiusura dell’anno giubilare resti l’impressione di una misericordia operata dall’uomo e privata della grazia sacramentale della Misericordia di Dio.

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Per passare a un discorso in apparenza diverso: un paio di settimane fa è terminata la trasmissione della serie televisiva The Young Pope, vista da tutta la redazione dell’Isola di Patmos sotto l’invito di molti Lettori che ci hanno scritto per consigliarci di vederla, perché trovavano nel giovane Lenny Belardo, che diviene poi un fantasioso Papa Pio XIII, una curiosa e a volte incredibile somiglianza nello stile del nostro caro Padre Ariel … sorvoliamo su queste comparazioni e passiamo ad altro: ho molto apprezzato e condiviso nella loro totalità le valutazioni fatte dal vaticanista Andrea Tornielli nel suo commento dedicato a questo telefilm ed al suo fantasioso personaggio di Pio XIII [cf. QUI]. Trovo molto pertinente e azzeccata «l’idea di una decongestione mediatica del papato, di un essere meno protagonista con la sua persona, è buona, anzi ottima». Ma d’altronde, Tornielli, a parte essere un giornalista, è anche letterato e storico, autore di diversi libri dedicati ai Pontefici del Novecento, ed il papato contemporaneo lo conosce bene [cf. QUI, QUI, QUI].

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Per fare una oggettiva e approfondita critica a questa curiosa, particolare e a volte drammatica serie, sarebbe opportuno fare uno scritto più lungo e approfondito; basti solo dire come in termini generali questa serie dimostra il paradosso odierno di quella anarchia ecclesiastica che vuol far contenti tutti, ma lasciando da parte Dio e il Vangelo. Nella serie televisiva del regista Paolo Sorrentino, spicca un Romano Pontefice che nell’applicare il principio di autorità monarchico fondato sul mistero petrino resta solo, incompreso e rischia continuamente di essere intrappolato e tradito, irriso e contestato; il tutto solo perché “colpevole” di difendere e proclamare ciò che da sempre ha insegnato la Chiesa. Un immaginario Sommo Pontefice in conflitto con una casta di giornalisti, in conflitto con una massa popolare che non ascolta, non accetta, non vuol sentir dire altro che quello che fa loro piacere e comodo. È l’interpretazione tra follia e ignoranza, verità e santità di chi guarda la Chiesa Cattolica come non credente o di chi la vive con il senso della fede.

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Sono rimasto veramente colpito dal primo discorso rivolto con la faccia al pubblico fatto da questo immaginario Sommo Pontefice nella piazza gremita di gente della Basilica di San Marco a Venezia nell’ultimo capitolo di questa serie:

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«Dio non si concede, non si fa vedere. Dio non grida; Dio non bisbiglia, Dio non scrive, Dio non sente, Dio non chiacchera, Dio non ci conforta. E allora i bambini gli chiesero chi è Dio? E Juana rispose: Dio sorride, soltanto allora tutti capirono …»

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Un discorso sul quale si può dire e speculare a non finire, lasciando una libertà di opinione a chi lo legge come a chi ha visto la serie; specie se si parte dal fatto che sembra una esposizione totalmente opposta a quella fatta su Dio dallo stesso Belardo tra la severità e la ieraticità delle prime puntate. Forse molte persone diranno che quest’ultimo discorso della serie è una visione molto più vicina a quella del Santo Padre Francesco, ed in particolare in questo ultimo anno … ed è proprio qui che cominciano i veri problemi. Durante le prime puntate della serie, un cardinale aveva opinato al giovane Pontefice :

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«Porre a una folla adorante e devota il rebus sulla esistenza di Dio, significa porre un quesito superato; il quesito nuovo oggi non è più se Dio esista, ma piuttosto perché dipendiamo da Dio».

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Dichiarare come “superato” il quesito sulla esistenza di Dio è una fallacia apodittica; abbinare il termine “folla” a delle azioni come adorazione e devozione, potrebbe creare un fraintendimento riguardo alla devozione e all’ adorazione come azioni che non nascano dalla libera accoglienza della fede e della grazia di Dio ma da ben altri elementi tipici delle socio-patologie, o variamente legati agli ambiti del settarismo, della stregoneria e del tribalismo. Risulta invece molto opportuna la seconda parte del ragionamento, ossia il quesito del rapporto di relazione in questo caso definita quasi in opposizione tra libertà umana e Dio. È vero che il valore della libertà umana oggi più che mai è un fondamento del carattere personale e collettivo della civiltà occidentale; come è anche vero che ci sono dei discorsi riguardo la relazione di Dio con l’uomo che non sono più compresi in quanto ritenuti troppo complessi, al punto da essere stati banditi o cancellati, proprio come sono finiti cancellati gli elementi della giustizia, della provvidenza di Dio, del peccato in sé, della colpa e della penitenza espiatrice, ecc … per non parlare del peccato originale, basti a tal proposito vedere gli ultimi articoli pubblicati sull’Isola di Patmos dal Padre Ariel S. Levi di Gualdo riguardo il caso del Padre Giovanni Cavalcoli, sul quale poche settimane fa si è scatenato il finimondo dopo che ha osato parlare dei “castighi di Dio” ad un programma radiofonico, nominando per inciso la parola ormai tabù di peccato di sodomia, irritando a tal punto le lobby gay da essere querelato in modo giuridicamente ridicolo da una di esse per avere espresso a loro dire un pensiero “omofobo” e “razzista” [vedere nostri articoli sul caso QUI, QUI]. In realtà invece, il teologo domenicano, senza ledere la dignità e la onorabilità di nessuno, ha solo ricordato quelle basi della morale e della dottrina cattolica che gli aggressivi genderisti sembrano davvero determinati a far dichiarare fuori legge, proprio come successivamente torna a ribattere il Padre Ariel S. Levi di Gualdo sulle nostre colonne telematiche parlando dei porno-teologi, usando un’espressione coniata dal celebre filosofo e teologo Cornelio Fabro [cf. articolo QUI].   

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Come al solito, la risposta a questi quesiti non è stata quasi mai storicamente equilibrata. Certo questa è una prova provata delle caratteristiche proprie dell’essere finito, tal è l’uomo, vale a dire centrare tutto su se stesso nel rapporto con la vita, il mondo e Dio, attraverso la parzialità limitata e stereotipata delle passioni e dai sentimenti che finisce per spingerlo a parlare, a pensare, ad agire, a presentare e difendere, spesso anche in forma euforico-aggressiva, ma soprattutto prevaricante sugli altri, la propria percezione soggettiva del vero e la propria interpretazione.

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Pare che mai si riesca a essere equilibrati, perché in uno squilibrio costante si passa dall’esaltazione del terrore e della paura all’euforia dell’ “amore”; dall’immediatezza di una giustizia rigorista a un lassismo totale e una indifferenza verso l’ingiustizia, da un senso maniacale del voler chiarire, definire o classificare tutto, all’effusione della poesia, dell’ermeneutica, delle interpretazioni eclettiche del tutto uguale a niente …

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Ora siamo nella seconda fase dello squilibrio e della frenesia della falsa libertà voluta fino al costi quel che costi, ossia siamo all’anarchia. E questo si percepisce dal singolo individuo fino alle grandi istituzioni come lo sono la società civile, lo Stato, la stessa Chiesa. Nei primi due casi, si potrebbe parlare di una dialettica storica hegeliana o dei corsi e ricorsi del Vico; cambiamenti storici e sociali che hanno determinato la fine di una epoca e l’inizio di un’altra.

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Nel terzo caso, si potrebbe dire che è un semplice processo storico all’interno della società ecclesiale, ma la differenza con le altre realtà sociali è che per la prima volta siamo dinanzi al principio della “forza centrifuga”. Dopo due millenni la Chiesa è uscita dal proprio centro “cristonomico”, dal suo magistero, dalla sua tradizione canonica e liturgica, dalla sua relazione col popolo di Dio. Questa forza centrifuga non è in alcun modo arrestata, tutt’altro si proclama in modo implicito o esplicito che “l’uomo non dipende ormai da Dio”. A questo modo prende vita un uomo che può trovare in Dio soltanto una risposta palliativa a certi suoi bisogni di felicità, uguaglianza sociale, solidarietà, spirito di fratellanza, benessere psicologico, cura dell’ambiente, ecc …

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È finito un anno Giubilare in cui si è proclamata l’ingiustizia verso chi non vuole accogliere i profughi veri o presunti in modo indiscriminato e senza alcun controllo numerico, verso l’ingiustizia di chi non viene pagato abbastanza o non ha le stesse risorse finanziarie di altri uomini. Tutti problemi e tematiche trattati dalla moderna Dottrina sociale della Chiesa sin dalla prima enciclica sociale del Sommo Pontefice Leone XIII, nel quale non sono però presenti sociologismi marxisti e populismi di matrice sudamericana. Un giubileo in cui si è festeggiato Martin Lutero come “grande riformatore”, nonché autore di una pseudo riforma che ha solo spaccato la Chiesa; e celebrando questo eresiarca si sono nascosti tutti i veri problemi, seguendo i criteri di un falso cammino teso all’utopico ricongiungimento. Si è dato ascolto e spazio ai rappresentanti ed alle stars del mondo civile, politico, giornalistico … persino al mondo del gossip si è dato spazio e ascolto, ignorando e zittendo in modo quasi sempre violento le voci dei veri e onesti servitori della Chiesa e del popolo di Dio, o dei cristiani perseguitati e uccisi dagli islamisti. Si è proclamata l’esistenza di una grande porta che accoglie tutti e una via che non è più via ma un campo che raduna tutti senza distinzioni e divisioni; tutti uguali come pecore che provano le stesse sensazioni, che si muovono e che mangiano allo stesso modo. Non più la porta stretta annunciata da Cristo alla quale si giunge attraverso duro e tortuoso cammino [cf. Lc 13, 24], ma soprattutto sotto la guida e la vigilanza di un Pastore; perché anche il Pastore è ormai diventato una delle pecore, nelle sue limitatezze e debolezze. Si è stati invitati tutti a partecipare ai Sacramenti, senza esclusione, proprio come se i Sacramenti fossero un diritto acquisito da parte dei fedeli, quindi togliendo agli stessi il loro reale valore di coerenza, coscienza e consapevolezza, di responsabilità e di ragione, per l’infelice ed errata opera pastorale sacramentale di non pochi ministri sacri.

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Proprio questo, in ultima istanza, è il cuore del problema: i ministri sacri in cui si evince la mancanza d’intelligenza e la supremazia della forza centrifuga che regna nella Chiesa. Per ora possiamo scegliere il modello di celebrazione eucaristica che sia più consona ai nostri capricci, con la propria ritualità emotiva o perfino scaramantica. Sarà però nel Sacramento della penitenza, come ha dimostrato quest’anno giubilare di confessionali vuoti, dove l’uomo ormai privo del senso del bene e del male, quindi del senso del peccato, di giustizia e di vera misericordia, ha dimostrato di avere trovate ormai risposte migliori ai suoi bisogni immanenti in altri ambienti, tranne che in quella Onlus di volontariato e di eventi sociali anticamente chiamata Chiesa Cattolica. L’uomo  si domanderà non più e non tanto se esiste Dio, ed a che cosa serve nel caso in cui esistesse; si domanderà a che serve la Chiesa con i suoi ministri sacri, con i suoi Sacramenti svuotati del mistero della grazia e riempiti di “diritti” mondani. E l’unica risposta che l’uomo si darà sarà l’apatia, l’indifferenza. Mentre d’altro canto gli operatori sociali della Onlus resteranno convinti che l’uomo aveva bisogno di sentirsi parlare come piace a lui, cioè di se stesso e per se stesso, invece che di Dio e della sua grazia sacramentale.

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Forse è questa la risposta al drammatico quesito: «Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?» [cf. Lc 18, 1-8] Cristo non chiede affatto, se il Figlio dell’uomo ritroverà la Chiesa visibile, egli si domanda proprio se troverà ancora la fede..

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Cari Lettori.

Come vi abbiamo ricordato in un nostro dettagliato resoconto [vedere QUI], a fine dicembre dobbiamo rinnovare tutti gli abbonamenti di servizio e contiamo sul vostro aiuto, perché sino ad oggi abbiamo potuto adempiervi ogni anno grazie alle vostre offerte. Potete inviarci le vostre offerte usando il comodo e sicuro sistema Paypal sul quale si trova il conto dell’Isola di Patmos [vedere sotto …]

Dio ve ne renda merito.

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Questo pontificato rischia di finire a fischi in piazza e fratture drammatiche: il Sommo Pontefice si trova in serie difficoltà nel governo della Chiesa

QUESTO PONTIFICATO RISCHIA DI FINIRE A FISCHI IN PIAZZA E FRATTURE DRAMMATICHE. IL SOMMO PONTEFICE SI TROVA IN SERIE DIFFICOLTÀ NEL GOVERNO DELLA CHIESA

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Nella più antica e consolidata arte della guerra, per distruggere le grandi aggregazioni, o le società storiche, è necessario colpirle corrodendole dall’interno; perché fatto questo, a quel punto si sgretoleranno. Questo è ciò che da quattro decenni sta accadendo all’interno della Chiesa infiltrata di eresie moderniste e di relativismo teologico, sino a giungere ai giorni nostri, nei quali abbiamo ormai perduto ogni meccanismo difensivo e ogni difesa immunitaria di quell’organismo ecclesiale che è il Corpo Mistico di Cristo, sino ad invertire la realtà ed a mutare il bene in male ed il male in bene.

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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molte sono le cose che si sarebbero potute evitare, se non per la tutela della sacra persona, almeno per la tutela del sacro ufficio …

Venerare il Sommo Pontefice nel suo ruolo di Successore del Beato Apostolo Pietro, roccia sulla quale il Verbo di Dio fatto uomo ha edificata la sua Chiesa, affidando ad esso una precisa funzione vicaria, non vuol dire negare, o peggio non vedere i difetti dell’uomo Jorge Mario Bergoglio. Per non parlare dell’esercito di leccapiedi che con spirito camaleontico oggi ne stanno approfittando per fare carriera ecclesiastica all’insegna dei poveri, della povertà e dei profughi.

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I difetti dell’uomo Jorge Mario Bergoglio stanno producendo in seno alla Chiesa di Cristo dolore, imbarazzo e purtroppo divisioni, il tutto a causa delle manifeste imprudenze e ambiguità da parte di chi è preposto per divino mandato e supremo dono di grazia a custodirne l’unità. E così, alle porte di questo Natale 2016, ho deciso di offrire ai Lettori della nostra Isola di Patmos un saggio breve che analizza in modo critico e spero lucido il corso di questo pontificato, che a mio modesto parere rischia seriamente di finire dal pane e circo ai fischi in piazza [segue il testo sotto …]

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per aprire il testo cliccare sotto

13.12.2016   Ariel S. Levi di Gualdo  —  QUESTO PONTIFICATO RISCHIA DI FINIRE A FISCHI IN PIAZZA E FRATTURE DRAMMATICHE. IL SOMMO PONTEFICE SI TROVA IN SERIE DIFFICOLTÀ NEL GOVERNO DELLA CHIESA









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Una riflessione sul modernismo, nei nostri tempi di vacche magre

UNA RIFLESSIONE SUL MODERNISMO, NEI NOSTRI TEMPI DI VACCHE MAGRE

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il modernismo, oggi più che mai si sposa col più confusionario sincretismo, il quale, strombazzato da abili impostori, che sanno renderlo venerabile alle folle degli sprovveduti, va a mettere assieme e a raccattare in filosofia e teologia, nel più assoluto disprezzo del principio di non-contraddizione, magari con la scusa della dialettica, le più strampalate ed assurde teorie, che anche un seminarista della prima metà del secolo scorso, formato su San Tommaso e sul Gredt, avrebbe potuto facilmente confutare.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

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il Santo Pontefice Pio X

La polemica contro il modernismo  e il suo ricettacolo di eresie oggi si trova quasi esclusivamente negli ambienti tradizionalisti, i quali denunciano con acutezza il ritorno di questo fenomeno, per esempio nel rahnerismo; ma poi ci cadono le braccia quando alcuni di questi tradizionalisti accusano di modernismo il Concilio Vaticano II e tutti i Papi seguenti.

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È evidente allora che occorre con urgenza chiarire che cosa si deve intendere con questa parola. Essa ha un riferimento storico molto chiaro: la famosa enciclica Pascendi Dominici Gregis del Santo Pontefice Pio X. Lì si dà una definizione molto chiara ed articolata su cosa il Papa intende per “modernismo”. È un piccolo trattato sulla materia, nel quale però si evidenziano quasi esclusivamente gli errori, senza riconoscere alcuna istanza positiva, come capitava spesso nel Magistero della Chiesa del passato. La Chiesa, infatti, salvo eccezioni, appariva più che Mater et Magistra, una coscienziosa vigilessa sempre pronta a segnalare le multe.

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il Presbitero romano Ernesto Buonaiuti, considerato uno dei principali padri del modernismo

Tuttavia è bene notare che, come in molti fenomeni della storia dello spirito, per “modernismo” si possono intendere due cose: prima, il modernismo in senso storico, ormai racchiuso nei tempi di San Pio X e qui la storia non si ripete; questo modernismo è ben descritto dal Papa, per cui rimando all’enciclica e non c’è neanche bisogno di riassumerne qui la natura [cf. testo QUI].

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Seconda, una certa tendenza perenne e pertanto tuttora attuale dello spirito, la quale trae origine o spunto dalla descrizione fatta dall’enciclica, ma in fondo ne è indipendente,  e  trascende quelle contingenze storiche; per cui in qualche modo esisteva già prima, un modernismo in un senso più ampio, come idolatria della modernità o del tempo presente, come modo falso di essere moderni, in quanto effetto non di un vaglio critico della modernità alla luce del Vangelo, ma come vaglio critico — un certo “metodo storico-critico” in esegesi — del Vangelo alla luce di una vera o supposta modernità.

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Il modernista è un fenomenista storicista, un evoluzionista relativista al quale non interessa una verità oggettiva, universale, assoluta ed eterna, nella quale non crede e che giudica con disprezzo “astratta”, illusoria, nociva o quanto meno inutile. Per lui la verità è figlia del tempo e relativa al tempo. Non esiste la verità, ma solo varie verità concrete e mutevoli a seconda delle varie culture, dei punti di vista e dei diversi tempi.

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il presbitero marchigiano Romolo Murri, scomunicato per eresie moderniste manifeste nel 1909, scomunica poi revocata nel 1943

Il modernismo, oggi più che mai si sposa col più confusionario sincretismo che, strombazzato da abili impostori, che sanno renderlo venerabile alle folle degli sprovveduti, va a mettere assieme e a raccattare in filosofia e teologia, nel più assoluto disprezzo del principio di non-contraddizione, magari con la scusa della dialettica, le più strampalate ed assurde teorie [1], che anche un seminarista della prima metà del secolo scorso, formato su San Tommaso e sul Gredt, avrebbe potuto facilmente confutare.

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Così, se il modernismo dei tempi di San Pio X sorgeva da influssi soprattutto europei, empiristici, positivisti, vitalisti, immanentisti, kantiani e protestanti, quello di oggi arricchisce gli influssi occidentali da Hegel a Marx a Freud ad Husserl ad Heidegger, spaziando in tutto l’insieme del pensiero mondiale, antico e moderno, compresi gli errori delle altre religioni, concezioni settarie, bizzarre e superstiziose come la credenza negli extraterrestri, l’astrologia, l’ufologia, la divinazione e lo spiritismo, per non parlare del satanismo, e persino antiche visioni pagane del mondo come lo gnosticismo, l’ermetismo, la magia, l’esoterismo, i presocratici, l’induismo, il taoismo e il buddismo. C’è ancora poca simpatia per Maometto, ma presto possiamo attenderci una sintesi del Vangelo col Corano.

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L’operazione più importante ed ingannevole dei modernisti da cinquant’anni a questa parte, come è noto e come ho mostrato da molti anni nelle mie pubblicazioni, operazione condotta con estrema abilità, con l’impiego di dotti ma disonesti teologi e dovizia di mezzi anche economici, non senza la connivenza di certi ambienti della gerarchia ecclesiastica, è quella di presentarsi al pubblico con l’innocuo titolo di “progressisti”, come interpreti e fautori autentici, sicuri ed avanzati, delle dottrine nuove del Concilio, anche contro l’interpretazione ufficiale dei Papi e della Chiesa, la quale, da loro fatta credere come retriva, reazionaria e conservatrice, quasi sempre è rimasta come una vox clamantis in deserto. Anzi i modernisti hanno l’audacia di sostenere che le dottrine nuove del Concilio, da loro interpretate ad usum delphini, non sono abbastanza avanzate, e che il Concilio conserverebbe delle vedute superate, dalle quali essi, che si ritengono essere i cosiddetti i “protagonisti”[2]  del Concilio, si sentono in dovere di liberarlo per un vero confronto col mondo moderno. Per questo essi si prendono la libertà di far valere le loro idee anche contro lo stesso Concilio, da loro inteso quasi fosse la palingenesi della Chiesa e la scoperta del vero Vangelo dopo 2000 anni di falsità e leggende raccontate dalla Chiesa preconciliare.

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il filosofo francese Jacques Maritain

Il Maritain, dal canto suo, affermò già nel 1966 in una sua famosa dichiarazione, che il modernismo di oggi è una polmonite a raffronto col raffreddore da fieno del modernismo dei tempi di San Pio X [3]. Se già dunque questi diceva che il modernismo è la somma di tutte le eresie, c’è da chiedersi  che cosa il Santo Pontefice direbbe del modernismo, se vivesse oggi.   

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Oggi infatti i modernisti, per i motivi suddetti, sono molto più numerosi, influenti e pericolosi di quelli dei tempi di San Pio X. Hanno raggiunto molti posti di potere e quindi sono spesso arroganti e prepotenti. Non hanno intaccato solo il basso clero, i laici e i teologi, ma anche la stessa gerarchia, ecclesiastica la Santa Sede e gli istituti ed organismi da essa dipendenti, inclusa la Curia Romana e soprattutto le Università Pontificie.

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Per questo, i Papi del postconcilio, fedeli ed infallibili maestri della fede, si sono trovati isolati, frenati e a volte osteggiati da parte di forze oscure presenti tra i loro stessi collaboratori, come si può ben dedurre da certi ritardi, mancanza di informazioni, reticenze, silenzi, tentennamenti, timidezze nella loro azione pastorale e disciplinare e nel loro stesso magistero dottrinale, in particolare per quanto riguarda la condanna degli errori e degli scandali. Chi, come me, ha lavorato per anni tra i collaboratori di San Giovanni Paolo II come consulente teologo presso la Segreteria di Stato, ne sa qualcosa.

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un manifesto del modernismo nell’arte pittorica nel Novecento

Con l’avvento del Sommo Pontefice Francesco, indubbiamente aperto alla modernità, i modernisti hanno cambiato tattica: non più accuse al Papa di conservatorismo o arretratezza, come avevano fatto sino a Benedetto XVI, ma uno sforzo estremo di accaparrarsi la figura del Pontefice, interpretando e strumentalizzando certe scelte, certi gesti o parole del Papa, che effettivamente, male interpretati o avulsi dal contesto, sembrerebbero giocare a loro favore.

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Il Papa, dal canto suo, per ora — salvo qualche richiamo significativo [4] — preferisce tacere e trattarli con molta benevolenza, recuperando i loro lati positivi, contando e facendo leva sulla loro coscienza, affinchè a un certo punto si accorgano essi stessi, per le conseguenze negative alle quali conducono le loro idee, di essersi messi in un vicolo cieco.           

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Bisogna però dire, per dovere di onestà e di giustizia, che sia il sorgere del vecchio modernismo che di quello odierno non è privo di qualche istanza positiva, come avviene in tutti i fenomeni storici, anche i più aberranti. L’intervento di San Pio X fu certo una cura efficace, ma non affrontò seriamente l’istanza dei modernisti, che restava più che mai valida e ad un tempo irrisolta.

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il filosofo francese Maurice Blondel

Oggi tutti gli storici della Chiesa riconoscono che, se da una parte furono provvidi la rinascita tomista promossa da Leone XIII a fine Ottocento, nonchè il suo ricco umanesimo e le aperture di questo grande Papa — si pensi solo alla Rerum Novarum —, dall’altra, la teologia cattolica e lo stesso Magistero della Chiesa avevano bisogno di una maggiore attenzione, considerazione e benevolenza nei confronti della cultura moderna degli ultimi secoli, anche se nata al di fuori e magari anche contro la Chiesa, al fine di poter assumere nella sapienza cattolica, quanto di valido essa, pur tra tanti errori, aveva generato. Alcuni spiriti sensibili ai bisogni della Chiesa, ma indisciplinati, come Maurice Blondel [5], Lucien Laberthonnière [6], Eduard Le Roy [7], Alfred Loisy [8] e George Tyrrell [9] cominciarono a sentire più forte il dovere del pensiero cattolico di utilizzare le conquiste del pensiero moderno. Senonchè però, incapaci di comprendere ed apprezzare i valori già acquisiti della sapienza cristiana, li considerarono superati e credettero di poter esprimere o arricchire la verità cristiana in categorie desunte dalla modernità, in contrasto con quei valori. Era nato il modernismo [10].

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I provvedimenti presi da San Pio X furono molto energici e sul momento sembrarono aver vinto la corrente modernista. Accanto all’azione saggia e benefica del santo Pontefice funzionò però anche un organismo di informazione e di repressione, il Sodalitium Pianum, guidato da Mons. Umberto Benigni, il quale non sempre seppe condursi con la dovuta moderazione, per cui furono colpiti anche personaggi innocenti, oggi venerati nella Chiesa, come il Beato Cardinal Andrea Carlo Ferrari, Arcivescovo di Milano, e due dotti teologi domenicani, il Padre Juan Gonzalez Arintero, teologo della spiritualità, e l’esegeta Joseph Lagrange, dei quali è in corso la Causa di Beatificazione. Chi, come il grande teologo domenicano Antonin-Dalmace Sertillanges, tentò un dialogo con i modernisti, fu sospettato di modernismo.

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Quando tuttavia si dice “modernismo”, occorre avvertire che bisogna essere molto prudenti nell’uso del termine, partendo da un concetto esatto di modernismo, soprattutto se ci riferiamo a casi o persone particolari, per non far torto a nessuno. Infatti il modernismo, come tutte le malattie dello spirito, che, similmente a quelle del fisico, sono soggette a gradi di entità, contempla delle fasi acute e forme miti, per non dire che a volte, anzi spesso, presenta solo tracce o lievi sintomi. Occorre in ogni caso valutare nei singoli casi l’entità di questa affezione morbosa ed esprimersi di conseguenza con le dovute sfumature e precisione per il rispetto dovuto alle persone colpite dal morbo. Chi è affetto da un carcinoma ai primi stadi non è nelle stesse condizioni di chi è colpito dalla metastasi.

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il domenicano Yves Congar assieme ad un giovane Joseph Ratzinger in una foto d’inizi anni Sessanta

Ricordiamo intanto che nel 1904, presso Parigi, a Le Saulchoir, i Domenicani, che avvertirono chiaramente la crisi che stava sorgendo, fondarono una Scuola di Teologia [11], la quale iniziò con un buon programma di rinnovamento della teologia, che abbinava la speculazione alla scuola di San Tommaso (Gardeil, Roland-Gosselin, Congar) alla fondazione storica della teologia (Chenu, Mandonnet). Essa all’inizio produsse ottime pubblicazioni; senonchè però, a un certo punto, negli anni Quaranta, in essa si fece sentire, soprattutto nello Chenu, la tendenza storicistica tipica del modernismo, tanto che lo Chenu fu censurato da Roma nel 1944. Sorse allora la cosiddetta théologie nouvelle, che ottenne successo anche fuori dell’Ordine Domenicano, come per esempio nel de Lubac, dei Gesuiti, che già da tempo avevano avviato a Lovanio spericolati ed imprudenti esperimenti di contatti con Kant nell’opera di Joseph Maréchal.

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Il modernismo dei Gesuiti [12] era aggravato dal fatto che nel de Lubac il loro tradizionale volontarismo, unito al ripudio delle distinzioni concettuali, sullo sfondo di una visione dinamica dello spirito come auto-trascendenza, finì per annebbiare la distinzione fra il naturale il soprannaturale in tal modo che la natura sembrava esigere il soprannaturale per poter accontentare in radice le sue aspirazioni e la sua tendenza alla trascendenza. La natura, insomma era privata della sua propria autonomia e consistenza ontologica ed essenziale ed appariva niente più che una vaga aspirazione alla grazia, la cui funzione sembrava esaurirsi nel’attuare le potenzialità e soddisfare i bisogni della natura. Lo schema potenza-atto, che vale solo nell’ambito di una stessa essenza, era applicato per esprimere il rapporto della natura con la grazia, che invece sono tra di loro essenzialmente diverse. In queste condizioni, peraltro, era facile capovolgere il rapporto e cadere nel naturalismo e nell’attivismo di una natura superpotente e nel pelagianesimo, che è sempre stato il rischio del volontarismo gesuitico.

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il gesuita tedesco Karl Rahner, che fece penetrare il modernismo nella teologia come un cavallo di Troia

Venne meno, più in generale, sotto l’influsso dell’evoluzionismo dogmatico modernista, la percezione della distinzione nei concetti dogmatici, fra il significato immutabile del dogma — la Parola di Dio che non passa — e l’esplicitazione progressiva di detto significato grazie alla ricerca storico-critica e alla deduzione logica, ossia l’avanzamento o progresso verso la pienezza della verità. Il perfezionamento e lo sviluppo della conoscenza teologica fu scambiato per un processo di sostituzione di un concetto ad un altro, giudicato superato e quindi falso, nell’illusione di un’impossibile  fedeltà al significato originario del dogma e alla Parola di Dio. L’istanza progressista annullava quella della conservazione: la stessa cosa che sta avvenendo oggi tra i modernisti, i quali non capiscono che il rifiuto di avanzare da un punto di partenza sicuro e senza una base fissa e solida, sulla quale innalzarsi, e credere che sia conoscenza più progredita quella che annulla i risultati precedenti, e quando si annulla il concetto che si vorrebbe meglio capire, vuol dire togliersi il terreno sotto i piedi e finire nel vuoto della chiacchiera, quando non proprio nell’eresia. D’altra parte la soluzione non stava e non sta neppure anche oggi nel restar chiusi nei propri concetti acquisiti e limitarsi a ripeterli, contemplarli e commentarli, respingendo come pericolo o tradimento il porsi delle domande su ciò che ancora si ignora, l’affrontare nuovi problemi, per i quali le soluzioni non sono già pronte, l’abbandonare opinioni che si rivelano errate, il porsi nuovi obbiettivi di ricerca o il prender atto del progressi compiuti dagli altri o dalla Chiesa: vedi le nuove dottrine del Concilio Vaticano II.

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Il sorgere della théologie nouvelle, che in fondo era una rinnovata forma di modernismo, provocò, come è noto, l’intervento di Pio XII con la Humani Generis, la quale ribadiva il valore immutabile dei concetti dogmatici e la distinzione fra naturale e soprannaturale. Fu un severo richiamo alla Scuola di Le Saulchoir. Alcuni grandi teologi domenicani, come il Garrigou-Lagrange, il Browne e il Cordovani tentarono di dissuadere Chenu e amici dal proseguire nella intrapresa, ma non ci fu nulla da fare. San Giovanni XXIII, con le sue larghe vedute, recuperò in seguito gli aspetti sani della Scuola, ma ormai essa aveva preso un piega modernista, che la portò alla chiusura negli anni dell’immediato post-concilio. Triste ed istruttivo esito di una iniziativa partita così bene, così coraggiosa, lungimirante e promettente, splendido esempio della perspicacia della teologia domenicana, se, ahimè, non si fosse insinuato il veleno modernista.

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il Santo Pontefice Giovanni XXIII firma l’atto di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II

Ma come e perchè anche oggi, dopo la sconfitta loro inferta da San Pio X, i modernisti si sono rifatti vivi, sia pur spesso mascherati e in un forma diversa, anche se respingono sdegnosamente — si capisce — l’appellativo di “modernista”? Come e con quali pretesti hanno potuto tornare con tanta forza e capacità di seduzione? Da dove traggono i loro argomenti? Il loro argomento più valido è un’indubbia verità storica accompagnata da un’autentica istanza evangelica, alla quale ho già accennato: il fatto che San Pio X non fu capace o non pensò di andare incontro alle loro istanze giuste: ammodernare sanamente la vita cristiana, far sì che la Chiesa accolga i valori del mondo moderno, che sia al passo dei tempi, che sappia parlare di Cristo in modo persuasivo all’uomo d’oggi, quindi una nuova apologetica e un nuovo slancio missionario, senza che il possesso di una verità immutabile diventi occasione di ristagnazione, di rigidezze, di chiusure, di arretratezze e di immobilismo, ma al contrario, stimolo e incentivo per l’apertura al nuovo, e continuo avanzamento e progresso verso la pienezza della verità e del regno di Dio. Occorreva rompere con certe vecchie abitudini o idee non più benefiche e, in continuità e nella fedeltà al Vangelo, inventare nuovi metodi di evangelizzazione e aprire nuove strade alla ricerca della verità e al progresso della santità. Tutte queste istanze furono recepite da San Giovanni XXIII, il quale le sentì talmente importanti, urgenti e non procrastinabili, talmente legate al destino della Chiesa, che decise di convocare apposta un Concilio per risolverle. Certo, egli non disse questo esplicitamente, ma, a cose fatte, soprattutto dopo cinquant’anni dal Concilio, la cosa si capisce ormai  benissimo.

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alcuni dei “frutti marciti” del Concilio: Dom Giovanni Franzoni, all’epoca Abate Ordinario di San Paolo fuori le mura e membro dell’assise del Vaticano II, che finirà con lasciare in seguito il sacerdozio e la Chiesa Cattolica

Il Concilio Vaticano II ha un indubbio carattere progressista e innovativo, che non si riscontra in altri Concili. Il che induce i lefevriani a giudicarlo un Concilio “anomalo”, che tradisce la Tradizione, e ha mutato l’essenza della Chiesa, mentre per i modernisti è un novum assoluto e rivoluzionario, una specie di reinterpretazione del cristianesimo. Sbagliano gli uni e gli altri, perchè confondono ciò che in un Concilio è sostanziale o essenziale con ciò che è accidentale, mutevole o contingente. Sbagliano i lefevriani, che assolutizzano certi accidenti, usi o modalità dei passati Concili, che non si ritrovano nel Vaticano II — per esempi i canoni —, sino a non riconoscere nel Vaticano II un regolare e legittimo Concilio come tutti gli altri, per cui respingono o fraintendono le sue dottrine. Sbagliano i modernisti, che riducono il sostanziale ovvero il permanente all’accidentale, ossia al mutevole, non vedono la continuità tra l’ultimo Concilio e i precedenti [13].

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Un Concilio ecumenico, nella sua essenza o sostanza permanente, è una riunione dei vescovi sotto il Papa, indetto col consenso del Papa ed approvato dal Papa, nel quale si trattano gli affari più importanti della Chiesa, sia di ordine disciplinare che pastorale e dottrinale. Elementi accidentali invece, che possono mutare, sono per esempio lo stile del linguaggio, il sistema delle votazioni, i modi del procedere, la qualità delle rappresentanze, la sede, la lingua usata, la divisione della materia, e cose del genere. Non è in base a queste cose che si deve giudicare se un Concilio è un vero Concilio o è o non è in continuità con i precedenti, ma considerando l’essenza stessa e la legittimità del Concilio.

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alcuni dei “frutti marciti” del Concilio: il Vescovo Marcel Lefebvre, membro dell’assise del Vaticano II, che dopo avere accusato di modernismo il Concilio, giungerà a compiere un’atto scismatico consacrando quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio

Quanto all’autorità dei suoi insegnamenti, sono infallibili innanzitutto le definizioni dogmatiche (definitio ut talis) proposte in modo definitorio (modus definiendi); nonchè quelli che trattano direttamente o indirettamente temi di fede o connessi alla  fede. Sono invece fallibili o mutevoli gli insegnamenti pastorali, giuridici o disciplinari. Ovviamente non c’è dubbio che al Concilio lavorarono cripto-modernisti, i quali gettarono la maschera, come Rahner [14], solo dopo che si sentirono sicuri dell’impunità, avendo ottenuto un grande prestigio e presentandosi come gli interpreti autorevoli del Concilio. Costoro però, al Concilio, dettero un valido contributo, ma tennero nascosto il loro modernismo, che venne alla luce solo dopo il Concilio. I lefevriani, invece, non avendo compreso il valore delle novità conciliari e la loro continuità con la tradizione, cominciarono a negare l’infallibilità delle dottrine del Concilio ed anzi ad accusarle o di fallibilità o di falso, scambiando per modernistiche le dottrine del Concilio.

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Mentre Papa Giovanni XXIII dette al Concilio il già accennato orientamento pastorale, il Beato Paolo VI ebbe l’idea di approfittare del Concilio per fargli aggiungere un aspetto dogmatico attinente l’ecclesiologia. E fu così che il Concilio approfondì il mistero della Chiesa con nuovi importanti apporti dogmatici, che toccavano tutte le sue componenti essenziali, dall’origine della Chiesa dalla divina Rivelazione, ai vari ceti, ministeri ed uffici, al rapporto della Chiesa col mondo, e con tutti gli uomini di buona volontà, anche non-cattolici, fino ai non-credenti, per giungere al fine escatologico della Chiesa, fino alla mariologia, intesa come simbolo, figura, tipo, paradigma, e il modello dell’ecclesiologia. E qui bisogna dire che mai, in tutta la storia dei Concili, un Concilio Ecumenico ci ha fornito una dottrina tanto ricca e autorevole sulla Madonna, dopo il Concilio di Efeso. Il Vaticano II ci presenta Maria come maternamente premurosa a favore di tutta l’umanità, verso la quale ella esercita la sua missione di via e guida per raggiungere suo Figlio in un cammino di conversione e di penitenza dei nostri peccati. Un modo eminente col quale la Madonna svolge questa attività salvifica, come è noto, sono le apparizioni e i messaggi mariani, tra i quali i più famosi tra mille sono Lourdes e Fatima, ai quali possiamo aggiungere Medjugorje, anche se la sua autenticità e l’atteggiamento da tenere sono tuttora all’esame della Santa Sede, a differenza dei due primi luoghi, che sono invece approvati e raccomandati da tempo dalla Chiesa. Tuttavia, questo fenomeno straordinario, del tutto unico in tutta la storia della Chiesa, dal 1981 in cui è nato, non ha cessato di dar segni di credibilità e di produrre frutti per milioni di pellegrini, che da allora ad oggi si succedono in quel luogo, dove si hanno le più diverse e caratteristiche manifestazioni della pietà cristiana: dalle liturgie eucaristiche celebrate da numerosi sacerdoti e seguite con esemplare devozione e raccoglimento da folle enormi, alla predicazione della Parola di Dio, all’adorazione, alla meditazione, alla preghiera personale e comunitaria, alle confessioni senza numero, alle dure pratiche penitenziali, ai gesti di carità, di solidarietà umana, e di riconciliazione, ai dialoghi ecumenici, ai fenomeni di conversione e ai propositi di miglioramento di vita, alla generosa ospitalità da parte degli abitanti del luogo. Quanto ai messaggi quotidiani, che non si contano, essi sono improntati alla più perfetta ortodossia ed amore per Cristo, per la Chiesa, per il Papa, per i Vescovi, per i sacerdoti, per religiosi, per la salvezza e la santificazione delle anime, per la conversione dei peccatori. In ciascuno di essi traspaiono chiari l’affetto, la tenerezza, la sapienza, la premura, a volte la giusta severità della Madre.

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foto d’epoca: il Venerabile Pontefice Pio XII in preghiera dinanzi alla Madonna del Divino Amore nel 1944 per chiedere intercessione per la salvezza di Roma durante la Seconda guerra mondiale.

I messaggi, come è noto, non entrano mai in temi, questioni o problemi concreti, ma sempre offrono incentivi morali e spirituali, che possono servire a tutti, esortando sempre ai doveri fondamentali del cristiani, innanzitutto alla preghiera fiduciosa, umile ed insistente. Desta pertanto sorpresa la messa in guardia contro il modernismo, che la Madonna ha fatto, non per la prima volta, proprio nella recente solennità dell’Annunciazione. Ecco le parole:

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«Cari figli! Anche oggi l’Altissimo mi ha permesso di essere con voi e di guidarvi sul cammino della conversione. Molti cuori si sono chiusi alla grazia e non vogliono dare ascolto alla mia chiamata. Voi figlioli, pregate e lottate contro le tentazioni e contro tutti i piani malvagi che satana vi offre tramite il modernismo. Siate forti nella preghiera e con la croce tra le mani pregate perché il male non vi usi e non vinca in voi. Io sono con voi e prego per voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata».

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Da notare la severità con la quale Maria qualifica il modernismo: è un «piano malvagio di Satana». Tale infatti è il modernismo, che nascondendosi dietro a fascinose apparenze anche di pietà, è il principale nemico della Chiesa, che dobbiamo e possiamo sconfiggere con la intercessione della Beata Vergine Maria.

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Varazze, 31 marzo 2015

articolo d’archivio pubblicato il 13 dicembre 2016

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Note

[1] Un esempio tra mille: il pasticcio tra cristianesimo e buddismo reperibile nel libro di Raimundo Panikkar, dal titolo seducente, ma ingannevole: Il silenzio di Dio. La risposta del Budda, Borla,Torino 1992.

[2] Famosa è la frase riportata di Don Dossetti: “Il Concilio l’ho fatto io”, e così similmente la nomea che si è fatta Rahner di essere l'”icona del Concilio”.

[3] Le paysan de la Garonne, Desclée de Brouwer, Paris 1966, p.16.

[4] Per esempio, l’accenno ai falsi progressisti che fa da pendant a quello ai “tradizionalisti” nel discorso al temine del sinodo dei Vescovi sulla Famiglia.

[5] Cf M.Blondel L’Action. Essai d’une critique de la vie et d’une science de la pratique, 1893

[6] Cf Il realismo cristiano e l’idealismo greco, Vallecchi Edtore, Firenze 1949.

[7] Cf Dogme et critique, 1907.

[8] Cf L’Évangile et l’Église, 2e édition, Bellevue, Alfred Loisy, 1903

[9] Cf Il Cristianesimo al bivio, Enrico Voghera, Roma 1910.

[10] Cf C.Tresmontant, La crise moderniste, Editions du Seuil, Paris 1979

[11] Cf M.-D.Chenu, Le Saulchoir. Una scuola di teologia, Marietti, Casale Monferrato (AL) 1982.

[12] Cf M.Martin, I Gesuiti, Sugar Edizioni, Milano 1988; A,Caruso, Tra grandezze e squallori, Edizioni Viverein, Monopoli (BA) 1988.

[13] Vedi il mio libro Progresso nella continuità,  Edizioni Fede&Cultura, Verona 2011.

[14] Vedi il mio libro Karl Rahner. Il Concilio tradito, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2009.

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Cari Lettori.

Come vi abbiamo ricordato in un nostro dettagliato resoconto [vedere QUI], a fine dicembre dobbiamo rinnovare tutti gli abbonamenti di servizio e contiamo sul vostro aiuto, perché sino ad oggi abbiamo potuto adempiervi ogni anno grazie alle vostre offerte. Potete inviarci le vostre offerte usando il comodo e sicuro sistema Paypal sul quale si trova il conto dell’Isola di Patmos [vedere sotto …]

Dio ve ne renda merito.









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Ricordatevi che L’Isola di Patmos è la vostra isola e che oggi più che mai è «il luogo dell’ultima rivelazione»

RICORDATEVI CHE L’ISOLA DI PATMOS È LA VOSTRA ISOLA E CHE OGGI PIÙ CHE MAI È «IL LUOGO DELL’ULTIMA RIVELAZIONE»

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Quando il Padre Ariel propose per questa rivista il nome L’Isola di Patmos, dove il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, uno dei padri fondatori suggerì di aggiungere come sottotitolo: “Il luogo dell’ultima rivelazione“. Da quel 20 ottobre 2014 a oggi, alla nostra Isola di Patmos sono approdate oltre sette milioni di visite, in questi tempi di mare in gran tempesta, ed a tutti abbiamo cercato di offrire vero asilo e vero conforto, basati solo ed esclusivamente sulla cristianità …

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Cari Lettori.

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i Padri dell’Isola di Patmos: il presbitero Ariel S. Levi di Gualdo

Siamo lieti di comunicarvi che dal 1° gennaio 2016 a oggi sono stati superati i cinque milioni di visite, mentre dal 20 ottobre 2014, data della sua apertura, alla data odierna, L’Isola di Patmos ha superato complessivamente sette milioni di visite in due anni di attività.

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Nella foto in fondo inserita sono riprodotti i dati delle visite aggiornati in automatico dal sistema interno di misurazione, sono numeri che parlano e che lasciamo alle vostre valutazioni.

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Il sito che ospita questa rivista telematica non è un blog casalingo appoggiato su un server gratuito ma ha dei costi pari a 5.200 euro all’anno per le diverse voci di spesa, costituite soprattutto dal nostro acquisto di servizi e programmi editoriali, grafici, video e audio, per i servizi di protezione e manutenzione del sistema, per le memorie di archivio, per il servizio newsletter che superati i 2.000 iscritti è a pagamento, etc …

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i Padri dell’Isola di Patmos: il domenicano Giovanni Cavalcoli

Vi forniamo due soli esempi di spesa: il sistema internet a fibra ottica per uso aziendale con la possibilità di scaricare e caricare materiali pesanti da più computer e il costo annuo del server business per accessi illimitati di visite, ci costano 1.460 euro all’anno; e sono appunto solo due voci di spesa.

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Questo per ricordare, ma anche per spiegare a chi non lo sapesse, che su internet nulla è gratis ma tutto è a pagamento, quando si lavora in modo professionale.

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i preziosi collaboratori dell’Isola di Patmos: il giovane filosofo e teologo Jorge A. Facio Lince (a sinistra), allievo e segretario di Ariel S. Levi di Gualdo

A fine d’ogni anno dobbiamo acquistare per l’anno entrante gli abbonamenti di servizio. Cosa che sino ad oggi è stata possibile grazie alla generosità dei nostri Lettori, ai quali torniamo a rivolgere in anticipo l’invito ad aiutarci con le loro offerte, consentendoci in tal modo di poter acquistare tutti i servizi di gestione necessari entro la fine del mese di dicembre per il nuovo anno 2017, dando così modo ai Padri dell’Isola di Patmos di poter proseguire ad offrirvi il loro servizio gratuito.

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i preziosi collaboratori dell’Isola di Patmos: la domenicana Matilde Giuseppina Nicoletti, già segretaria di Giovanni Cavalcoli, OP per la postulazione di Tomas Tyn, OP

Tra novembre e dicembre del corrente anno abbiamo registrato un altro ulteriore incremento: la media giornaliera di questo periodo risulta infatti pari a 24.703 visite giornaliere.

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Anche se alla data odierna mancano tre settimane a fine anno, la media statistica di quest’anno 2016 è alquanto entusiasmante: abbiamo avuto oltre cinque milioni di visite.

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i preziosi collaboratori dell’Isola di Patmos: Licia Oddo, storica dell’arte cristiana

Preghiamo e speriamo che anche quest’anno i nostri Lettori possano venirci incontro come sino a oggi hanno fatto, consentendoci di sostenere le spese vive e di poter lavorare gratis et amor Dei per tutte le persone sempre più smarrite e sempre più alla ricerca di un sano orientamento dottrinale e teologico.

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i preziosi collaboratori dell’Isola di Patmos:  Manuela Luzzardi, webmaster, ideatrice e curatrice del sito L’Isola di Patmos

Con L’Isola di Patmos collaborano varie persone alle quali esprimiamo gratitudine: il Sig. Ettore Ripamonti che con certosina attenzione controlla le bozze di stampa con un occhio al quale non sfugge neppure un marginale errore di battitura; il Reverendo Wilhelm F. Müller che traduce e diffonde i nostri articoli in lingua tedesca; il Reverendo Karol Shaikewitz che ha dato ampia diffusione all’Isola di Patmos in Polonia, il Reverendo Paulo Currao dos Santos in Brasile, il Reverendo Paul Antony Salerno negli Stati Uniti d’America. Un ringraziamento anche al Presbitero svizzero Reto Nay che ospita e diffonde nostri articoli e video-conferenze su Gloria Tv.

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Ipazia gatta romana, filosofa, che fa sentire tutto il peso della sua scolastica metafisica a Jorge A. Facio Lince

Ogni tanto compaiono sull’Isola di Patmos anche articoli di due personaggi particolarmente illustri: Sua Eccellenza Rev.ma il Vescovo di Laodicea Combusta, ed i commenti saltuari, ma profondi, di Ipazia gatta romana, insigne filosofa nata sulla Via Salaria nei pressi delle Catacombe di Priscilla.

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il Vescovo di Laodicea Combusta, firma illustre dell’Isola di Patmos

Ci affidiamo ancora a voi cari Lettori e soprattutto al vostro buon cuore. A seguirci siete davvero in tanti, per ciò basterebbe che solo alcune delle molte migliaia di persone che ci seguono ci offrissero un caffè …

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Dio vi renda merito per l’aiuto che anche quest’anno avrete la bontà di offrirci e che di certo non ci farete mancare.

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TABELLA STATISTICA GENERALE DELL’ANNO [dal 1° gennaio al 4 dicembre 2016]

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Come sempre potete inviarci le vostre offerte usando il comodo e sicuro sistema Paypal









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Dal bacio di Giuda ai porno-teologi. È la crisi del dogma che genera una crisi morale all’interno della Chiesa visibile

– Theologica –

DAL BACIO DI GIUDA AI PORNO-TEOLOGI. È LA CRISI DEL DOGMA CHE GENERA UNA CRISI MORALE ALL’INTERNO DELLA CHIESA VISIBILE

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[…] una teologia che secolarizza senza scrupoli la morale e, quasi vergognosa dell’ideale di purezza e povertà cristiana, irrompe anch’essa per un’esistenza all’insegna del piacere, al rifiuto del sacrificio, per la celebrazione aperta del sesso (porno-teologia) […] Cosa può significare per la società consumistica, che sprofonda nella noia e nella ribellione dell’atto gratuito, una teologia che per salvare il mondo si abbevera al veleno che intossica il mondo?

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Redazione, 28 luglio 2017

Assieme all’ultimo articolo del Padre Giovanni Cavalcoli [28 luglio, vedere QUI] che ci guida nel cuore di un drammatico problema: «La crisi del dogma genera la crisi della fede», riproponiamo anche questo articolo scritto dal Padre Ariel S. Levi di Gualdo, che alcuni mesi fa ci guidava nel cuore di un diverso ma identico problema: «La crisi del dogma genera una crisi morale».

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Sant’Ambrogio ricorse all’immagine veterotestamentaria della prostituta Rahab che a Gerico aiutò i figli del Popolo d’Israele. Per lui, la Chiesa, sarebbe meretrice casta perché molti amanti la frequentano per le attrattive dell’amore ma senza la contaminazione della colpa. L’aggettivo “casta” significa quindi l’adesione senza incoerenti incertezze della Chiesa a Cristo suo sposo; mentre il sostantivo “meretrix” la volontà della Chiesa di darsi a tutti per portare tutti a salvezza.

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Letta sotto un altro aspetto, questa espressione di Sant’Ambrogio ci pone di fronte a un altro fatto: il mistero del male segue la Chiesa e penetra all’interno della Chiesa sin dalla sua nascita.

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Non dimentichiamo che Giuda, in quella Coena Domini celebrata dal Verbo di Dio fatto uomo nella quale il Signore Gesù istituisce il Sacerdozio ministeriale e l’Eucaristia, riceve il Corpo e il Sangue di quel Cristo che egli poi tradirà, rendendolo riconoscibile con un bacio ai soldati giunti per arrestarlo, cosa in sé molto peggiore del puntare un dito verso il ricercato e affermare: «È lui quello che cercate».

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Nel bacio di Giuda va letto dunque il principio diabolico della inversione: ciò che di per sé è bene e buono come un bacio, diventa supremo male ed è usato per consegnare Gesù, vero Dio e vero uomo, ai suoi aguzzini [segue …]

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Per leggere tutto l’articolo cliccare sotto

02.12.2016  Ariel S. Levi di Gualdo  —  DAL BACIO DI GIUDA AI PORNO-TEOLOGI. È LA CRISI DEL DOGMA CHE GENERA UNA CRISI MORALE ALL’INTERNO DELLA CHIESA VISIBILE

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Misericordia e giustizia: «Presso di Lui ci sono misericordia e ira»

– Theologica –

MISERICORDIA E GIUSTIZIA: «PRESSO DI LUI CI SONO MISERICORDIA E IRA»

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Oggi si è caduti nell’estremo opposto di un buonismo, perdonismo e misericordismo, dannosi e unilaterali, sulla base delle seguenti eresie: Dio non castiga; il peccato originale è un mito; bisogna scusare ogni peccato; tutti sono in buona fede, perdonati e sono in grazia; l’inferno e il diavolo non esistono, e quindi tutti si salvano.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

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Quando San Giovanni XXIII nel suo famoso discorso inaugurale del Concilio disse che oggi la Chiesa «preferisce la misericordia alla severità», non disse niente di sostanzialmente nuovo, che i Santi già da sempre non abbiano praticato, sul modello della condotta di Cristo, benché sia vero che nei secoli passati a volte l’autorità ecclesiastica, papato compreso, abbiano ecceduto nella severità.

Oggi si è caduti nell’estremo opposto di un buonismo, perdonismo e misericordismo, dannosi e unilaterali, sulla base delle seguenti eresie:

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  1. Dio non castiga;
  2. il peccato originale è un mito;
  3. bisogna scusare ogni peccato;
  4. tutti sono in buona fede, perdonati e sono in grazia;
  5. l’inferno e il diavolo non esistono, e quindi tutti si salvano [segue …]. 

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Per leggere tutto l’articolo cliccare sotto:

02.12.2016   Giovanni Cavalcoli, OP  —  MISERICORDIA E GIUSTIZIA: «PRESSO DI LUI CI SONO MISERICORDIA E IRA»

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Fidel Castro è morto: il WWF ne dà il triste annuncio

FIDEL CASTRO È MORTO, IL WWF NE DÀ IL TRISTE ANNUNCIO

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Appresa dal WWF la triste notizia, L’Isola di Patmos si unisce al profondo dolore del Popolo Cubano per la scomparsa di Fidel Castro

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Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione dell’Isola di Patmos

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cuba

un tenero ricordo di Fidel Castro (nella foto quello con la barba al centro) e del suo rapporto del tutto privilegiato con la classe operaia: un contadino cubano al quale è concesso di ricevere l’assoluzione prima della condanna a morte per presunto tradimento del regime comunista.

Alcuni amici che lavorano presso il WWF nella sezione speciale delle specie a rischio, ci hanno informati del grave lutto che ha colpito il Popolo Cubano: Fidel Castro, el leader maximo, è morto.

Da molti anni il dittatore cubano era entrato nei piani di protezione della sezione del WWF che si occupa delle specie protette in via di estinzione. È infatti dalla fine degli anni Ottanta che gli orfani del vecchio Partito Comunista sono entrati in questo piano di tutela e salvaguardia.

Nella zona ultra vip di Capalbio, nella Maremma toscana, pare che alcuni locali abbiano assistito al pianto di dolore di Giulio Napolitano, figlio del Presidente emerito della Repubblica, mentre si trovava in quella zona per un fine settimana, prontamente interrotto per fare rientro a Roma, dove la sera si è tenuta una veglia presso un club in del quartiere Parioli, alla quale hanno partecipato, assieme a lui, molti altri figli di papà; gli stessi che da giovincelli parlavano di classe operaia nella ultra comunista università di Pisa, per poi meglio accingersi — una volta conseguiti dottorari all’Istituto Superiore Sant’Anna per meriti accademici e di cognome — a riscuotere parcelle milionarie come consulenti d’imprese pubbliche e private. Ovviamente a lode e gloria della classe operaia, perché anzitutto e sopra a tutto … hasta siempre la victoria !

 

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SOSTENETE IL WWF PER LA PROTEZIONE DELLE SPECIE IN VIA DI ESTINZIONE

wwf

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L’islamizzazione dell’Europa. La giusta reazione al torto subìto: odio, giusta vendetta, perdono

– Theologica –

L’ISLAMIZZAZIONE DELL’EUROPA. LA GIUSTA REAZIONE AL TORTO SUBÌTO: ODIO, GIUSTA VENDETTA, PERDONO.

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«Si manifesterà Gesù dal cielo con gli angeli della sua potenza in fuoco ardente a far vendetta di quanti non conoscono Dio e non obbediscono al Vangelo del Signore Nostro Gesù» [II Ts 1, 8].

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

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islamizzazione

il divino sfratto esecutivo …

Il famoso detto del Signore Gesù riguardo il “porgere l’altra guancia”, da sempre citato e deriso dai nemici del cristianesimo come segno del suo supposto spirito imbelle, non ha quindi nulla a che vedere col problema della risposta da dare a un nemico, ma, come risulta chiaramente dal contesto, è un’esortazione alla pazienza e alla disponibilità verso gli altri. Così pure l’ “amore per il nemico”, non è amore per la sua azione nemica, perché sarebbe amore per il peccato, ma amore per i lati buoni del nemico come persona. L’azione cattiva va soppressa, punita e riparata o espiata.

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Per leggere tutto l’articolo cliccare sotto:

25.11.2016  Giovanni Cavalcoli, OP — L’ISLAMIZZAZIONE DELL’EUROPA. LA GIUSTA REAZIONE AL TORTO SUBÌTO: ODIO, GIUSTA VENDETTA, PERDONO

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Se tutti i preti possono assolvere il peccato di aborto, tutti i preti possono assolvere dal peccato di attentato al Sommo Pontefice

SE TUTTI I PRETI POSSONO ASSOLVERE IL PECCATO DI ABORTO, TUTTI I PRETI POSSONO ASSOLVERE DAL PECCATO DI ATTENTATO AL SOMMO PONTEFICE

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Togliere la riserva al peccato di aborto è stato un gesto di grande misericordia e tenerezza, manifestata attraverso la facoltà di assoluzione data a tutti quei sacerdoti che oggi più che mai mostrano di essere sempre più ferrati e preparati nel sacro ministero di confessori, soprattutto spiritualmente, basti solo vederli quando in jeans e camicia a mezze maniche passeggiano direttamente dentro le basiliche romane con i penitenti appresso, confessando in maniera colloquiale tra un sorriso e l’altro, o rispondendo durante la confessione anche al telefono cellulare …

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Sua Eccellenza Monsignor Ariel S. Levi di Gualdo    Vescovo di Laodicea Combusta

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… la realtà in una vignetta ?

La mia Lettera Pastorale nasce da una esperienza mistica che ho avuto sulle alture della nostra amata Chiesa particolare. Mentre infatti meditavo tra le pietre delle vetuste rovine della mia antica Chiesa cattedrale in questo angolo sperduto di Anatolia, lo Spirito Santo mi si è manifestato nella forma di una Colomba che ha preso a volteggiare su un pistacchieto. La Colomba s’è posta poi sopra una pianta di pistacchi, scomparendo poco dopo; ed alla sua sparizione la pianta ha preso fuoco. Sul momento mi sono addolorato per la inspiegabile autocombustione, anche perché i pistacchi dell’Anatolia sono molto pregiati, dicono che lo siano ancor più di quelli di Bronte. La cosa che però mi ha colpito è stato che la pianta del pistacchieto bruciava, ma non si consumava. Quella immagine mi ricordava qualche cosa, ma sul momento non capivo che cosa. Poi mi sono ricordato di una conferenza tenuta anni fa presso il Cortile dei Gentili dal Cardinale Gianfranco Ravasi, quello che parla con i massoni al sole per 24 ore [cf. QUI], ma di cui non ricordo bene il titolo esatto, all’incirca suonava così: «Rudolf Bultmann e le allegorie bibliche». A quel punto, come se la mia memoria si fosse d’improvviso risvegliata, ho sbottato:  εὕρηκα ! [eureka, che significa: ho trovato!]. Quindi mi sono detto: «Ma certo, è l’allegoria del roveto ardente del Patriarca Mosè!» [cf. Es 3,1-15].  A quel punto, mentre il fuoco ardeva la pianta di pistacchi senza consumarla, in una calma totale che pareva un fermo d’immagine, senza alito di vento e senza alcun movimento, la voce dello Spirito del Signore mi ha investito in tono di rimprovero:

– «… dimmi un  po’: ma io ti sembro forse una allegoria?».

Mi sono prostrato a terra ed ho risposto:

– «No, mio Dio e mio tutto, inizio, centro e fine ultimo di ogni cosa nei cieli e sulla terra. Tu non sei una allegoria. Il mio era un modo di dire tutto teologico, conforme alle moderne esegesi vetero e novo testamentarie, o forse non hai mai sentito parlare di Walter Kasper, di Bruno Forte, di Nunzio Galantino e di Enzo Bianchi, di Alberto Melloni …?».

Mi domanda ancòra lo Spirito del Signore:

– «E dove hai udito, di queste cosiddette allegorie?».

Replico con la faccia a terra:

– «A Roma, mio Signore. Di queste allegorie se ne parla in tutte le università pontificie. Tutto l’Antico Testamento è allegoria, ma anche il Nuovo Testamento: i miracoli del Figlio consustanziale al Padre dal quale tu procedi, sono spiegati come allegoria; il Corpo di Cristo nella Eucaristia, è una allegoria, o per meglio dire una transfinalizzazione, una transignificazione, che nasce dall’ingegno di uno dei più grandi riformatori della storia della Cristianità, Martin Lutero, che parlava di consustanziazione, lo insegnano all’istituto liturgico del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo [cf. QUI]».

A quel punto è silenzio. Io non osavo più replicare, perché allo Spirito del Signore si risponde se lui t’interroga, l’uomo non può certo interrogare la Divina Persona dello Spirito Santo, lo può pregare, adorare e glorificare con il Padre e con il Figlio, ma non interrogare, ci mancherebbe altro, mica sono un carismatico del Rinnovamento nello Spirito Santo o un pentecostale! E mentre ero in silenzio, lo Spirito Santo ha di nuovo parlato:

– «Dovrò decidermi prima o poi ad andare a Roma per visitare la Città del Vaticano. Ne parlai tempo fa anche con le altre due Persone della Santissima Trinità. Mi hanno riferito che meriterebbe visitare la Cappella Sistina e vedere i suoi affreschi, dicono che siano molto belli. Di recente, Dio Padre, disse che sarebbe andato a visitare un luogo; Dio Figlio, il generato non creato della stessa sostanza del Padre, disse che sarebbe andato in visita a un altro luogo della Terra. A quel punto, io che procedo dal Padre e dal Figlio, dissi che sarei andato volentieri a Roma per visitare la Città del Vaticano, visto che non ci sono mai stato. Se però le cose stanno come tu “allegoricamente” dici, forse una mia visita sarebbe proprio opportuna, semmai facendomi accompagnare da uno dei miei body guard preferiti, l’Angelo Sterminatore di Sodoma e Gomorra, così gliele facciamo vedere noi, come sono fatte le allegorie, ma soprattutto com’è fatta quella vera misericordia di Dio da voi ormai mutata in melassa !».

Mi domanda lo Spirito del Signore:

– «Perché, ti eri ritirato qui in preghiera e in riflessione? Che cosa stai leggendo, su questo schermo portatile? E pensare che a Mosè dovemmo far incidere a suo tempo su due tavole di pietra. Oggi sarebbe bastato fosse salito sul Monte Sinai con un Ipad, semmai avrebbe ripreso il roveto ardente e poi l’avrebbe caricato sul canale You Tube».

Rispondo:

− «Stavo leggendo l’ultima Lettera Apostolica del Vicario in Terra del Divino Figlio, il Verbo Incarnato, Cristo Dio …

Replica lo Spirito Santo:

– «Capisco. Tempo fa, durante uno dei nostri consueti briefing tra Padre, Figlio e Spirito Santo, il Figlio ha sollevato diverse perplessità riguardo questo suo Vicario sulla Terra esprimendoci: “Per la prima volta, sulla Terra ho un Vicario più buono e misercordioso di me, lodato da tutti coloro che hanno sempre odiato e che tutt’oggi seguitano a odiare me e la mia Chiesa, come provano i segni della mia passione rimasti impressi nel mio Corpo Glorioso. Perché se oggi mi incarnassi di nuovo, troverebbero modo e maniera per farmi fare una fine peggiore ancòra della precedente”. All’udir quelle parole del Figlio, espressi al Padre ed a Lui la domanda: “Forse siamo giunti alla fine dei tempi, alla parusia?” Il Padre mi ha replicato: “Tu, Spirito Santo, da quando hai stretto amicizia con l’Angelo Sterminatore di Sodoma e Gomorra, non vedi l’ora di seminare statue di sale nella Chiesa di mio Figlio, ed hai ragione a desiderarlo. Il Figlio ha ripreso il discorso dicendomi: “Non è ancora giunto il momento, perché il peggio non è ancora giunto”. E rivolto al Padre ed a me, ha precisato: “Eppure, a mio tempo, fui così chiaro quando dissi … “quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?” [cf. Lc 18, 1-8]».

E di nuovo si rivolge a me con una domanda:

– «Tu pensi che questo quesito rivolto a suo tempo dal Verbo Incarnato, il Figlio Consustanziale al Padre, l’abbiano preso anch’esso come una allegoria, o come una licenza poetica? Comunque, mi stavi dicendo poc’anzi che eri intento a leggere ed a meditare l’ultima Lettera Apostolica …».

– «Si, la stavo meditando perché pensavo di scrivere a mia volta una Lettera Pastorale indirizzata da queste antiche rovine alle anime dei Presbiteri e dei Fedeli della Chiesa particolare di Laodicea Combusta. Sai, io sono un Vescovo, ma Vescovo titolare, la mia Diocesi esiste solo sulle carte archeologiche. Per questo mi rivolgo ogni tanto alle anime dei Sacerdoti e dei Christi Fideles che un giorno furono, in questa ormai inesistente Chiesa di Laodicea Combusta».

Risponde lo Spirito del Signore:

– «Di questo non ti devi preoccupare, anche i Vescovi che sono titolari di molte grandi Diocesi, ormai sono anch’essi ridotti a rivolgersi agli spiriti dei morti, pensa a quelli della Germania, del Belgio, dell’Olanda … Può essere però che i morti tuoi ti ascoltino, perché sono morti veramente, intendo dire fisicamente morti; mentre quelli di molti altri Vescovi, che sono invece dei morti viventi, morti al senso della vita e della grazia che io elargisco a chi la accoglie e la accetta, ecco, quelli sì che sono i morti veri. O come mi disse una volta l’Apostolo Pietro, mentre in Paradiso narrava delle sue vicende a Roma, dove prima di morire crocifisso imparò durante il suo soggiorno varie espressioni dialettali: “ogni Vescovo, in fonno, se’ merita sempre li mortacci sua !». Ah, che duro lavoro ho dovuto fare con Simone, chiamato Pietro dal Verbo Incarnato, il Divino Figlio. Forse Cristo Dio lo chiamò Pietro proprio perché quel pescatore galileo aveva la testa dura come una pietra. Feci appena in tempo a riprenderlo per i capelli, mentre si stava dando di nuovo alla fuga a Roma durante le persecuzioni. Sai, la vicenda del Quo vadis Domine, non è affatto un’allegoria, è accaduto per davvero. Insomma, la grazia e la gloria del martirio, a Pietro abbiamo proprio dovuto offrirgliela tutti e tre su un piatto d’argento. Ma devo dire che lui, giunto al patibolo, ci ha messo del suo, devotamente umile com’era, chiedendo d’esser crocifisso a testa all’ingiù, non sentendosi degno di patire come il Verbo di Dio fatto uomo.

– «Spirito del Signore, posso osare, come fece Abramo durante la sua “trattativa” con Dio Padre [cf. Gen 18, 1-33], quindi chiedere …».

– «E vuoi che io non abbia già letto nel tuo cuore? Figurati, appena io ho nominato Pietro, tu hai pensato immediatamente a Paolo, vero? Ma parla … dimmi».

– «Ecco, immagino che i due Beati Apostoli, dopo il loro abbraccio a Roma, oggi nel Paradiso veglino sulla Chiesa di Cristo …».

– «Figliolo, che veglino sulla Chiesa di Cristo, puoi starne certo, per quanto però riguarda il fatto che si siano abbracciati a Roma prima di giungere rispettivamente al loro martirio, questa sì che è una vostra bella allegoria! Figurati, per trovare un altro soggetto permaloso e dalle idee confuse come il Beato Pietro, bisogna fare un salto in avanti di duemila anni e arrivare ai tempi vostri. O pensi forse che ad Antiochia, quando il Beato Paolo lo rimproverò in toni aspri e duri [cf. Gal 2, 1-11] il Beato Pietro la prese bene? Altro che abbraccio, si impermalì come una scimmia alla quale è strappata di mano una banana! E in fondo, qual era il problema di Pietro? Il suo problema era il dire e il non dire, il cercare di stare con un piede su una staffa e uno in un’altra, ondivago e ambiguo. Ti ricorda per caso qualcuno? In ogni caso sappi una cosa: il Beato Paolo fu solamente la bocca offerta in prestito, perché il lavoro, ad Antiochia, fu tutta quanta opera mia. Fui io che per la bocca del Beato Paolo misi il Beato Pietro con le spalle al muro».

– «Spirito Santo del Signore, con l’umiltà di Abramo, vorrei ancora osare … anche se tu hai già letto cosa ho nel mio animo …»

– «Certamente, però apri la bocca, crea, parla …»

– «Mi chiedevo: non sarebbe possibile parlare anche oggi per bocca del Beato Apostolo Paolo? ».

– «E tu pensi che io non l’abbia già fatto? Di recente ho fatto di meglio ancora, perché se ad Antiochia mi rivolsi al Beato Pietro per bocca di un solo Apostolo, oggi, a Pietro, mi ci sono rivolto per bocca di ben quattro Apostoli [cf. i dubia dei quattro Cardinali QUI]. E tu dovresti anche sapere quel che è accaduto, o pensi forse che noi, nel Paradiso, non abbiamo un gruppo di Angeli che curano la rassegna stampa tutti i giorni? Presto detto quel che è accaduto: Pietro non s’è degnato neppure di rispondere. Ma lasciamo perdere, piuttosto veniamo alla tua Lettera Pastorale indirizzata ― come direbbe il Beato Pietro nato giudeo e morto romano ―, a li mortacci tua … se vuoi posso darti un paio di ispirazioni per questa tua epistola …».

A quel punto, lo Spirito del Signore, ha ispirato questa mia Lettera Pastorale …

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Venerabili Presbiteri e Diletti Figli e Figlie della Chiesa di Laodicea Combusta: pace a tutti voi e grazia dal Signore Nostro Gesù Cristo.

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il Vescovo di Laodicea Combusta riceve la grazia dello Spirito Santo prima di scrivere la sua Lettera Pastorale

Attraverso questa Lettera Pastorale desidero illustrarvi due passi della Lettera Apostolica della Santità di Nostro Signore Gesù Cristo il Sommo Pontefice Francesco, che nel ribadire il turpe e grave peccato di aborto procurato, conferisce a tutti i Sacerdoti una facoltà che sino a poco tempo fa competeva a me, vostro Vescovo; facoltà da me delegata al Penitenziere Maggiore della nostra Diocesi, un Presbitero anziano, modello di profonda pietà sacerdotale, autorizzato ad assolvere da questo peccato riservato al Vescovo. Scrive il Romano Pontefice nella sua Lettera Apostolica:

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[12] In forza di questa esigenza, perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione [cf. QUI].

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Come ben capite, togliere la riserva al peccato di aborto è stato un gesto di grande misericordia e tenerezza, manifestata attraverso la facoltà di assoluzione data a tutti quei Sacerdoti che mostrano oggi più che mai di esser parecchio ferrati e preparati nel sacro ministero di confessori, soprattutto spiritualmente, basti solo vederli quando in jeans e camicia a mezze maniche passeggiano direttamente dentro le basiliche romane con i penitenti appresso, confessando in maniera colloquiale tra un sorriso e l’altro, o rispondendo durante la confessione anche al telefono cellulare …

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Ebbene, Venerabili Sacerdoti della Chiesa di Laodicea Combusta, «in forza del vostro ministero» io ho deciso di concedervi la facoltà di assolvere non solo dal peccato di aborto procurato, ma anche dal delitto previsto dal canone 1370 – §1, il quale recita:

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Chi usa violenza fisica contro il Romano Pontefice, incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica, alla quale, se si tratta di un chierico, si può aggiungere a seconda della gravità del delitto, un’altra pena, non esclusa la dimissione dallo stato clericale.

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Vi concedo facoltà di assolvere da questo peccato riservato alla Sede Apostolica, sulla base del senso di quelle proporzioni edificate sul senso comune. Infatti, riservarsi l’assoluzione di un peccato, lungi dall’essere mancanza di misericordia e di tenerezza, implica anzitutto indicare e chiarire, con la riserva stessa, la estrema gravità di quel particolare peccato; e questa si chiama sana pedagogia pastorale, da non confondere mai col legalismo, meno che mai con la mancanza di misericordia. Se infatti il peccato è una malattia e il sacerdote è il medico preposto alla cura, sempre a rigore logico domando: chi, scoprendo di essere affetto da un tumore, anziché affidarsi alle cure di uno specialista in oncologia, si rivolgerebbe al medico generico del paese? Riservarsi un peccato e rimettere l’assoluzione di tale peccato al Vescovo, od in alcuni altri casi alla Sede Apostolica, vuol semplicemente dire che il medico generico, appurando la presenza di un tumore, indirizza subito il paziente presso un bravo specialista in oncologia.

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Rivolgersi alle competenze cliniche dello specialista oncologo, implica anche ricordare e riconoscere la particolare gravità della malattia, del peccato commesso, a tal punto grave da richiedere adeguate cure specialistiche, che sarebbe la assoluzione dello stesso da parte di un particolare confessore. Questo è sempre stato il senso, tutto quanto pedagogico pastorale, non certo meramente o freddamente giuridico e legalista, del criterio della riserva di quei peccati riservati al Vescovo, come di altri riservati invece alla Sede Apostolica.

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La concessione data ai miei Presbiteri di assolvere dal delitto riservato alla Sede Apostolica previsto dal canone 1370 – §1, si basa sul genus di quella aequitas che precede lo stesso jus graeco-romanum e che risale all’antico jus gentium ; e la aequitas regge in sé e di per sé anche il senso delle proporzioni. Mi spiego meglio: attentare alla sacra persona del Romano Pontefice, può essere possibile, ma si tratta di un intento non facile da realizzare, godendo infatti Sua Santità di una rete di protezione sia interna allo Stato del Vaticano, sia soprattutto esterna, ad esempio quando si sposta in altri territori nazionali. L’attentato a San Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro, ed ancora prima quello al Beato Paolo VI a Manila, ci dimostrano che realizzare questo delitto può essere possibile, ma proprio in virtù di questi due recenti episodi la sacra persona del Romano Pontefice oggi è particolarmente vigilata e protetta.

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Il feto abortito, come invece ben sappiamo, non gode affatto di certi meccanismi di protezione e di tutela, ed abortirlo tutto sommato è cosa estremamente facile. A questo va aggiunto che il feto non è protetto dalla Gendarmeria Vaticana, dai servizi di sicurezza, dalle varie forze di polizia durante i suoi spostamenti, ma soprattutto e anzitutto non è protetto dalla sua stessa madre che decide di sopprimere una vita umana innocente, spesso da ella giudicata come un bene disponibile e quindi sopprimibile. Il tutto grazie proprio a quell’aborto che la Signora Emma Bonino — già più volte ospite illustre del Sommo Pontefice Francesco che ebbe di recente anche a definirla «una grande italiana» [cf. QUI, QUI] — seguita a chiamare con orgoglio «grande conquista sociale».

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Se pertanto voi tutti, Presbiteri, da oggi potete assolvere senza riserva l’abominevole peccato della soppressione di una vita umana innocente priva di qualsiasi difesa, per aequitas e comune senso delle proporzioni, io vostro Vescovo vi concedo facoltà di assolvere dal delitto previsto dal canone 1370 – §1 riservato tutt’oggi alla Sede Apostolica, qualora chicchessia attentasse alla sacra persona di uno degli uomini più difesi, protetti e controllati del mondo.

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A questa concessione, segue per altrettanto spirito di aequitas, basato anch’esso sul senso delle proporzioni, la inevitabile riforma del sacro rito della consacrazione dei Presbiteri e di conseguenza quello della Santa Messa Crismale. Durante il rito della sacra ordinazione il Presbitero promette infatti obbedienza al Vescovo ed a tutti i suoi successori, in spirito di libera e filiale devozione, mentre durante la Santa Messa del Crisma i Presbiteri rinnovano le loro sacre promesse sacerdotali dinanzi al Vescovo.

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Nella sua Lettera Apostolica, il Romano Pontefice, rivolgendosi con paterna misericordia e tenerezza ai membri della Fraternità di San Pio X, afferma con premuroso cuore di pastore :

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[12 – §1] Nell’Anno del Giubileo avevo concesso ai fedeli che per diversi motivi frequentano le chiese officiate dai sacerdoti della Fraternità San Pio X di ricevere validamente e lecitamente l’assoluzione sacramentale dei loro peccati. Per il bene pastorale di questi fedeli, e confidando nella buona volontà dei loro sacerdoti perché si possa recuperare, con l’aiuto di Dio, la piena comunione nella Chiesa Cattolica, stabilisco per mia propria decisione di estendere questa facoltà oltre il periodo giubilare, fino a nuove disposizioni in proposito, perché a nessuno venga mai a mancare il segno sacramentale della riconciliazione attraverso il perdono della Chiesa [cf. QUI]

 

Vi comunico pertanto, Venerabili Presbiteri della Chiesa di Laodicea Combusta, che l’obbedienza al Sommo Pontefice ed ai Vescovi in Comunione con lui e con la Chiesa, da oggi è da ritenersi abrogata «affinché a nessuno venga mai a mancare il segno sacramentale della riconciliazione attraverso il perdono della Chiesa». Infatti, se a questa Fraternità Sacerdotale che nega l’autorità dell’ultimo Concilio Ecumenico ritenendolo infarcito di eresie moderniste, che giudica i suoi documenti in palese contraddizione con la Traditio catholica ed il magistero perenne della Chiesa, ciò malgrado sono date dal Romano Pontefice di simili concessioni, per aequitas ― ma qui è il caso di dire anche per umana e cristiana coerenza ―, a qualsiasi Presbitero deve essere parimenti concessa e riconosciuta la piena facoltà di disobbedire al proprio Vescovo, ed altresì essergli soprattutto riconosciuta la facoltà di rigettare il Magistero del Sommo Pontefice. Per questo vi dico che da oggi, ciascuno, può ritenersi libero di non riconoscere, dell’Autorità e del Magistero della Chiesa, ciò che a proprio parere ed a suo libero piacimento riterrà opportuno non riconoscere, ed il tutto «per il bene pastorale di questi fedeli, e confidando nella buona volontà dei loro sacerdoti perché si possa recuperare, con l’aiuto di Dio, la piena comunione nella Chiesa Cattolica».

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Con questa sua disposizione, la Santità di Nostro Signore Gesù Cristo, il Sommo Pontefice Francesco, ci ha detto tra le righe, sulle righe e oltre le righe che agli scismatici eretici è data facoltà di amministrare lecitamente i Sacramenti, affinché «si possa recuperare, con l’aiuto di Dio, la piena comunione nella Chiesa Cattolica». Sappiate pertanto, Venerabili Presbìteri, che tutti noi, fino a poco tempo fa, sbagliando in modo grossolano abbiamo creduto che amministrare lecitamente i Sacramenti dipendesse proprio dalla sussistente e piena comunione con la Chiesa Cattolica, non dalla speranza che un giorno, forse, questa comunione potesse essere recuperata. Pertanto, da oggi, la celebrazione e la amministrazione dei Sacramenti è da ritenersi non più vincolata alla comunione con la Chiesa, ma solo basata sulla speranza che un giorno, dopo avere celebrato e amministrato i Sacramenti a proprio piacimento, si finisca col riconoscere, forse, l’autorità della Chiesa in materia di dottrina e di fede, ed in particolare l’autorità di un intero Concilio Ecumenico ostinatamente rifiutata da coloro ai quali, il Romano Pontefice, ha ritenuto giusto concedere di sua autorità la lecita amministrazione dei Sacramenti.

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Mi rallegro, comunque, Venerabili Presbiteri, Figli e Figlie dilettissime della Chiesa di Laodicea Combusta, che tutti voi siate ormai da molti secoli anime defunte di spiriti beati, mentre io, seduto su un sasso dinanzi alle poche rovine che restano della mia Chiesa cattedrale, vi ho indirizzato questa Lettera Pastorale, dopo avere visto una pianta di pistacchio bruciare ma non consumare; dopo avere parlato con lo Spirito Santo di Dio dal quale ho appreso, tra l’altro, il suo desiderio di vedere la Città del Vaticano, che sino ad oggi non ha avuto ancora modo di visitare, ma soprattutto di poter ammirare gli affreschi della Cappella Sistina, nella quale egli dice di non essere mai entrato.

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Benedico le vostre anime, Presbiteri amatissimi, Figli e Figlie dilettissime della Chiesa di Laodicea Combusta, assicurandovi il perenne ricordo nelle mie Sante Messe di suffragio per voi.

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+Ariel Stefano

Vescovo di Laodicea Combusta

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uno scorcio di Laodicea Combusta, provincia di Pisidia, nell’Anatolia centrale, territorio nazionale della attuale Turchia.

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POSTILLA

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Diversi lettori dell’Isola di Patmos ci hanno chiesto lumi sulla lettera di fuoco scritta da S.E. Mons. Fragkiskos Papamanolis, Ofm. capp, Vescovo emerito di Syros, Santorini e Creta, Presidente della Conferenza episcopale di Grecia [cf. QUI], ed indirizzata contro i quattro Cardinali che hanno espresso dei dubia, secondo quanto concesso dagli ordinamenti ecclesiali e dalla tradizione apostolica stessa della Chiesa [cf. Gal 2, 1-11]; si tratta delle Loro Eminenze Rev.me Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra, Joachim Meisner [cf. QUI]. Già da come il Presule greco si esprime, si capisce che egli ha la rigida arroganza di un vescovo ortodosso della Georgia, ed al tempo stesso l’ignoranza di un pope che ha studiato un po’ di teologia a bastonate nelle campagne feudali della Russia zarista. Per tutta risposta vi invitiamo quindi a commiserarlo, ma al tempo stesso a riflettere su quanto oggi possiamo versare in una grave e irreversibile crisi, se a soggetti di questo genere, non contenti di averli fatti vescovi, si affida persino la presidenza di un’intera Conferenza Episcopale. Se infatti il suo argomentare fanta-dottrinale e fanta-ecclesiale non fosse tragico, sarebbe davvero degno di un comico.

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