L’Inferno esiste e non è mai stato abolito, perché neppure modernisti e buonisti possono abolire il libero arbitrio donato da Dio all’uomo

Le imprudenze dell’uomo Jorge Mario Bergoglio e il nostro servizio vigili del fuoco

L’INFERNO ESISTE E NON È  MAI STATO ABOLITO, PERCHÉ NEPPURE MODERNISTI E BUONISTI POSSONO ABOLIRE IL LIBERO ARBITRIO DONATO DA DIO ALL’UOMO

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Per il buonista, la visione apocalittica di una Chiesa combattiva, assediata dal mondo è una favola fondamentalista e medioevale da scartare. Ma l’ipocrisia di queste loro belle parole si rivela nella reazione feroce con la quale lo stesso  buonista, che in realtà è un prepotente, assale chi gli smaschera l’ipocrisia del suo discorso e denuncia l’incoerenza della sua condotta. Per il buonista l’Inferno non esiste perché lui si crede salvo e promette salvezza a chi la pensa come lui, ma sarebbe capace a creare un Inferno su questa terra per rinchiudervi chi lo avverte che Dio lo punirà per la sua finta misericordia e la sua reale crudeltà.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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Sandro Botticelli, La mappa dell’Inferno, ispirata all’opera di Dante Alighieri

Eugenio Scalfari, secondo il quale il Santo Padre Francesco gli avrebbe detto che il castigo infernale non esiste e che i malvagi sono annullati da Dio, è stato smentito dalla Sala Stampa della Santa Sede che ha precisato trattarsi di una ricostruzione del colloquio con l’Augusto Pontefice. Se infatti questi avesse davvero pronunciate quelle parole sarebbe caduto in una doppia eresia: la negazione dell’esistenza dei dannati e della immortalità dell’anima. E siffatte tesi ereticali sono di Edward Schillebeeckx, come accennerò più avanti.

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Sul livello di prudenza dell’uomo Jorge Mario Bergoglio e la conseguente opportunità di seguitare a dialogare con questo genere di interlocutore, ha già scritto il Padre Ariel S. Levi di Gualdo rifacendosi sia al fondamentale concetto dottrinale di prudenza sia, sempre in tal senso, alla teologia di San Tommaso d’Aquino [cf. articolo QUI]. Pertanto, oltre a non ripetere certe analisi già fatte dal mio confratello Sacerdote, mi limiterò dal canto mio ad un discorso improntato su altra angolatura, visto che ormai da anni, per svolgere al meglio il nostro servizio apostolico attraverso la nostra Isola di Patmos, cerchiamo sovente di offrire ai Lettori analisi diverse su uno stesso argomento.

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Non è pensabile che un Romano Pontefice cada in eresia formale, in modo volontario e cosciente, perché a lui ed a lui solo Cristo ha conferito il mandato di supremo annunciatore, definitore, chiarificatore, custode e difensore della verità del Vangelo, garantendogli l’assistenza dello Spirito Santo, che lo rende infallibile nel suo magistero. Ho pensato allora che questo increscioso episodio, nel quale ancora una volta le forze delle tenebre tentano perfidamente di usare il Successore di Pietro, potesse offrirci l’occasione di ripensare il dogma dell’Inferno per comprenderne meglio il valore salvifico, in quanto deterrente, che stimola per contrasto a compiere le opere della salvezza, come dice saggiamente ad Abramo il ricco epulone nell’Inferno: «li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento» [Lc 16,28].

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Punto centrale per capire che cosa è l’Inferno e il perché della sua esistenza è – come vedremo – il legame che esiste fra Inferno e peccato. L’Inferno non è altro che la maturazione finale e definitiva del peccato come atto del volere umano perverso, irrevocabilmente ribelle a Dio. È un no detto per sempre a Dio, a quel Dio di misericordia che vuol tutti salvi, ma che nel contempo non si impone a nessuno, non forza nessuno, quindi lascia che ciascuno faccia la sua scelta, senza peraltro poterne giustamente impedirne le eventuali conseguenze spiacevoli in caso di rifiuto.  Caratteristica infatti del no a Dio è precisamente il privarsi della felicità. E dunque è assurdo credere che uno possa peccare ed ottenere comunque la felicità. Può aver certo la perversa soddisfazione di aver fatto la propria volontà, ma tale soddisfazione se la tenga lui e non la auguriamo a nessuno.

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La dottrina dell’Inferno ci mostra in tutta la sua entità e le sue terribili conseguenze l’esistenza e la natura della cattiveria umana e quanto è grave il danno che fa l’uomo a  se stesso con la cattiva volontà ribelle a Dio; per cui tale dottrina, per contrasto, stimola l’uomo peccatore, sotto l’impulso della grazia, nel suo stesso interesse eterno, a convertirsi, ossia a cambiare in buona la cattiva volontà col pentimento, la riparazione  e chiedendo perdono a Dio.

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Il fondamento naturale della credenza nell’Inferno

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Sandro Botticelli, particolare de La mappa dell’Inferno, ispirata all’opera di Dante Alighieri

Il problema della esistenza di dannati nell’Inferno torna oggi a presentarsi col libro appena uscito del Monaco Benedettino francese Guy Pagès, intitolato «Giuda è all’Inferno? – Risposte a Hans Urs von Balthasar» [cf. QUI]. In esso l’Autore sostiene che Giuda è all’Inferno, si confronta con le idee di von Balthasar sull’Inferno [1] e formula il voto che il Papa voglia definire la dottrina dell’Inferno come dogma di fede.

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La parola Inferno corrisponde al latino infernum, connessa con l’idea di qualcosa che sta sotto, che è basso, inferiore, eventualmente sotterraneo. È chiaro il significato simbolico di questa immagine, ci vuol pertanto solo la grettezza di mente di un Rudolf Bultmann per credere che si tratti di rozza cosmologia o addirittura metafisica antica e non capire che questa metafora universalmente presente nelle concezioni religiose e morali dell’umanità, rappresenta l’abiezione, l’abbassamento e la massima degradazione morale, in contrasto con l’immagine di ciò che è grande, maestoso, sublime, in alto, in cielo, per rappresentare al contrario l’elevatezza della virtù morale e della santità, il «regno dei cieli, dove abita il Padre che è nei cieli […], il Dio Altissimo» del quale parla l’Antico Testamento.

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Questa metafisica dei piani ontologici del reale è supposta in uno dei celebri inni cristologici paolini [cf. Fil 2,10], dove l’Apostolo dice che il Padre ha dato al Figlio «il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome  di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra». Il che significa che la provvidenza divina non raggiunge solo il cielo e la terra, ma anche l’Inferno. E del resto, il Cristo dell’Apocalisse, dice: «Ho potere sopra la morte sopra gli inferi» [Ap 1,18]).

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Non è il caso di ricordare qui la dottrina cattolica sull’Inferno. Tocchiamo invece alcune questioni di attualità sull’argomento. Attorno alla questione dell’Inferno si affollano ancor oggi varie domande, che spingono a negarne l’esistenza. Ci si domanda che senso ed utilità può avere un fatto simile nel quadro della divina provvidenza e della storia della salvezza. A che serve una dottrina del genere ai fini della nostra salvezza? Favorisce od ostacola la nostra confidenza in Dio? Evoca l’immagine di un Dio attraente o quella di un Dio spaventoso? Ma poi, perchè mai una pena così severa – una pena eterna?

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La fede biblica nell’Inferno suppone tre certezze fondamentali ed indiscutibili della coscienza morale naturale:

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la prima, è l’esigenza di conoscere ciò che fa bene e perché, e ciò che fa male e perché; conoscere insomma le azioni che procurano benessere e quelle che recano danno.

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La seconda è la convinzione basilare della retta coscienza morale naturale, che il volere umano, nella vita presente, inclinato per natura a cercare il bene ed a respingere il male, di fatto alterna l’azione buona all’azione malvagia. Ossia, in forza del libero arbitrio, l’uomo ora fa il bene, ora fa il male. La volontà, ora è buona, ora è cattiva, a seconda di come vuole. Se fa il bene, ha vantaggio, merita lode e premio; se fa il male, si procura danno, merita biasimo e castigo.

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L’azione buona è la giustizia, quella cattiva è il peccato. Ognuno di noi, quale che sia la sua concezione del bene e del male, in ogni caso, promuove ciò che giudica esser bene e si oppone a ciò che giudica esser male. E’ inevitabile. Ciò che varia sono i criteri per giudicare ciò che è bene e ciò che è male. Possono esistere però criteri giusti e criteri sbagliati. Da qui la necessità di conoscere ciò che è veramente bene fare e ciò che è veramente male, onde evitarlo.

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L’azione buona fa bene all’agente, l’azione cattiva gli fa male. Il concetto dell’Inferno nasce su questo presupposto. Il senso innato di giustizia che tutti noi abbiamo ci dice che è giusto che il buono sia premiato ed è giusto che il malvagio sia punito. L’Inferno, come si sa, è l’eterno castigo dei malvagi.

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La terza convinzione di religione naturale, prima che biblica, è la nozione naturale della giustizia divina, come dice la Lettera agli Ebrei: «chi si accosta a Dio deve credere che Egli esiste e che Egli ricompensa coloro che lo cercano» [Eb 11,6].

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La giustizia divina comporta che Dio premi i buoni e castighi i malvagi. Comporta la convinzione che Dio tiene conto delle opere e dei meriti di ciascuno di noi e retribuisca con perfetta giustizia. È saggezza, è nostro dovere agire tenendo conto delle conseguenze buone o cattive, del premio o del castigo. È saggezza agire per guadagnare il premio ed evitare il castigo.  E’ saggezza pratica sapere quindi qual è il premio e qual è il castigo.

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Occorre agire, certo, innanzitutto in vista del raggiungimento del nostro fine ultimo e sommo Bene, che è Dio, attività che va di pari passo con l’acquisto delle virtù e con l’amore per il dovere, che sono i mezzi per raggiungere Dio. Egli infatti è il Bene infinito, per il quale siamo fatti e che è immensamente superiore al nostro bene personale finito e quindi all’esercizio della virtù e al compimento del dovere. L’Inferno è perdere o respingere questo Bene, anche se avessimo raggiunto alti livelli di virtù personale.

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Il perfezionamento di sé fine a se stesso, alla maniera stoica, può apparire virtù, ma in realtà è superbia ed egoismo, che alla fine fa fallire la nostra vita. Questo è il sottile rischio dell’etica kantiana, pur così nobile e disinteressata per l’assoluto rispetto della legge morale, che fa vergognare i nostri modernisti senza nerbo e senza carattere.

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La giustizia umana va rispettata e dobbiamo aver fiducia in essa, ma essa, a causa delle conseguenze del peccato originale, è lacunosa e difettosa. Capita che i criminali restino impuniti e vengano castigati gli innocenti. Occorre allora in questi casi far ricorso alla giustizia divina. Il giusto prova così soddisfazione nel vedere il castigo dell’empio, non tanto perchè l’empio soffre – e sarebbe crudeltà –, ma in quanto nell’empio si realizza la giustizia divina. Secondo San Tommaso d’Aquino, la visione che i beati hanno delle pene dei dannati entra nell’oggetto stesso del beatitudine celeste [2]. Non bisogna peraltro confondere la nobile e serena soddisfazione del giusto che contempla la realizzazione della divina giustizia ed è ricompensato delle sofferenze che gli empi gli hanno fatto patire ingiustamente, con la soddisfazione maligna e colma di livore di colui che gode della sventura dell’avversario perché lo odia.

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È giusta una pena eterna? Rispondiamo che l’uomo, avendo un’anima immortale, è fatto per vivere in eterno o per sempre. Per questo egli, nelle sue scelte di vita, sceglie un bene che egli considera eterno o assoluto. Tuttavia nel giudicare di questo bene, la sua volontà può errare e giudicare come assoluto ciò che non lo è. Solo Dio è il vero assoluto. Ora la scelta di una creatura al posto di Dio è il principio che conduce l’uomo all’Inferno. Ma l’uomo, peccando, ha la possibilità di scegliere per sempre, senza pentimento, come fosse assoluto un bene (se stesso o una creatura), che non è veramente assoluto, cioè non è Dio, che è il suo vero bene sommo e fine ultimo. Questa scelta peccaminosa definitiva, che avviene al termine della vita presente, comporta necessariamente una pena eterna, perché è la perdita definitiva ed irreparabile di un bene eterno.

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Ciò che la volontà sceglie è un atto o un bene che le dà soddisfazione, altrimenti non lo sceglierebbe. Ora l’uomo ha una naturale, innata e necessaria tendenza o inclinazione a un bene assoluto ed eterno, posta in lui da Dio stesso. Ma Dio lascia al libero arbitrio dell’uomo determinare il contenuto preciso e concreto di questo bene assoluto, affinchè esso possa essere effettivamente oggetto di scelta.

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Ora, Dio lascia all’uomo la facoltà di scegliere definitivamente e per sempre o il vero assoluto, che è Dio, oppure un falso assoluto, che può essere o se stesso o una creatura. Se l’uomo sceglie un falso assoluto, perde la propria vera felicità, che può essere solo in Dio. Gli resta la perversa soddisfazione di aver fatto la propria volontà, pur disobbedendo a Dio. Questo atto malvagio gli procura la pena dell’Inferno. Ma siccome egli stesso ha trovato la sua soddisfazione nel fare questo atto, egli, nella sua irremovibile ostinazione, non si pente affatto di trovarsi tra le fiamme dell’Inferno, perché lì ha ottenuto ciò che essenzialmente lo interessava: fare la sua volontà. Lì nell’Inferno, egli ha ottenuto ciò che ha voluto e che vuole. Egli pertanto ragiona così: meglio essere nell’Inferno, lontano da Dio, che essere in Paradiso in compagnia di Dio. Così si spiega come sia possibile che uno scelga di andare all’Inferno, dove sa che lo attende una pena eterna. Non è certo la pena, che egli vuole, ma è fare la sua volontà. Se ciò comporta una pena eterna, è disposto ad accettarla, pur di fare la sua volontà.

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Con l’evento della morte, la volontà resta fissa per sempre nel suo rapporto con Dio che ha al momento della morte: se è in comunione con Dio, è salva; se invece si trova in rotta con Lui, ossia è priva della grazia per colpa mortale, è perduta. Questa fissazione della volontà dipende dal fatto che con la morte, essa entra in contatto diretto e immediato con l’assoluto che ha scelto ― per Dio o contro Dio ― in modo tale che non può più scegliere diversamente, ossia vien meno l’oscillazione del libero arbitrio, che era giustificata dal fatto che durante la vita l’assoluto può, appunto in forza della scelta del libero arbitrio, assumere determinazioni diverse.

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In questa vita noi abbiamo uno spazio di movimento per le nostre scelte. Qui i limiti di detto spazio trascendono le singole scelte, mentre l’assoluto — Dio o non-Dio — appare come un bene tra gli altri. Al momento della morte, la volontà non si può più muovere, perché l’assoluto che abbiamo scelto occupa tutto lo spazio. Oppure è come nello scalare un monte. Durante la scalata, si possono seguire diversi sentieri. Ma quando giungiamo alla cima, ci fermiamo lì. Il momento della morte è qualcosa di simile: l’uomo giunge al termine di questo movimento o di questo cammino.

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Insegnamenti della Chiesa sull’Inferno

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Sandro Botticelli, particolare de La mappa dell’Inferno, ispirata all’opera di Dante Alighieri

Ho esposto gli insegnamenti biblici, ma soprattutto di Cristo sull’Inferno, nel mio libro già citato L’Inferno esiste. La verità negata. Secondo la Scrittura, a seguito del peccato originale l’umanità è stata castigata con varie pene nella vita presente e, dopo la morte, con la pena degli inferi, che sono un luogo ultraterreno, oscuro e triste, lontano da Dio e pur custodito da Lui, simile all’Ade pagano, che raccoglie giusti e ingiusti.

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Un aspetto dell’opera salvifica di Cristo, secondo il Simbolo degli Apostoli, è stato quello di discendere negli inferi dopo la sua morte a liberare le anime dei giusti che attendevano il realizzarsi della giustizia divina [cf. Denz. 369, 485, 587], per condurle in Paradiso. Invece, la pena dei malvagi che non hanno accolto Cristo, fu commutata da Dio nella più grave pena dell’Inferno, perché, come spiega la Lettera agli Ebrei, se già meritava una pena eterna la disobbedienza alla Legge di Mosè, ben più grave pena merita la disobbedienza alla Legge di Cristo [cf. Eb 10,26-29]. Dal che si vede la falsità dell’opinione di coloro che sostengono che il Dio dell’Antico Testamento è più severo del Dio del Nuovo o addirittura che il Dio cristiano sarebbe solo misericordia e non castiga nessuno. Invece la maggior severità del Dio cristiano si evince proprio dal fatto che è più misericordioso. È giusto infatti che sia punito più severamente chi rifiuta un maggior dono e disobbedisce a una legge più facile da adempiere, qual è la Legge evangelica alleggerita dalla grazia: «Il mio giogo è soave, il mio peso è leggero» [Mt 11,30], anche se le opere sono più ardue ed occorrono sacrifici maggiori. Ma l’amore rende leggero il sacrificio.

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L’esistenza di dannati è implicitamente ma chiaramente affermata nell’articolo del Simbolo di Fede nel quale recitiamo: «Et iterum venturus est cum gloria iudicare vivos et mortuos». Dalle parole del Signore è chiaro che alla sua Venuta [cf. Mt 3,12; 25,32; Ap 20, 11-15] non tutta l’umanità entrerà nel regno di Dio, come credono von Balthasar, Rahner e Teilhard de Chardin, ma solo gli eletti o predestinati, ossia coloro che avranno obbedito ai santi comandamenti di Dio.

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Il Magistero della Chiesa, in perfetta linea con l’insegnamento biblico, afferma che non tutti si salvano [cf. Denz. 623, 624, 1523] ma che dall’intera umanità caduta a seguito del peccato originale, Dio sceglie un certo «numero» di «eletti» [Canone Romano della Santa Messa] o di «predestinati» [cf. Denz. 621, 1540].

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La verità qui da tenere presente è che la salvezza è opera divina. Dio dà a tutti i mezzi sufficienti per salvarsi, ma non tutti ne fanno uso per colpa loro. Per questo vengono giustamente puniti con l’Inferno. Che uno faccia uso dei mezzi della salvezza, è un atto soprannaturale causato dalla grazia. Questo atto è atto del libero arbitrio in grazia, quindi meritorio del Paradiso. Per conseguenza, come dice il Concilio di Trento [cf. Denz. 1548], gli stessi nostri meriti soprannaturali, con i quali ― con buona pace di Lutero ― ci guadagniamo il Paradiso, sono doni della sua grazia.

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Il fatto è che a Dio, più che il fatto che tutti scelgano Lui, interessa che tutti facciamo la nostra scelta, dovesse essere anche contro Lui. Egli vuole che Lo scegliamo liberamente, non che ci indirizziamo verso di Lui deterministicamente, per legge fisica, come gli animali, le piante e i sassi. Pertanto, pur di rispettare la nostra scelta, Egli addirittura accetta di mettere in gioco Se stesso, accettando anche di essere rifiutato. Ma quello che Egli comunque vuole è che ognuno faccia la sua scelta. Se uno Lo rifiuta, non lo costringe ad accoglierLo, però costui deve attendersi le inevitabili logiche conseguenze, che neppure Dio può evitare, perché comporterebbero contraddizione, dato che c’è contraddizione tra la vita e la morte. Non può infatti continuare a vivere chi sceglie la morte. Ma le suddette conseguenze sono appunto l’Inferno. Ora l’Inferno, come dice l’Apocalisse, è la «seconda morte» [Ap 20,14]. E morte e vita non possono coesistere simultaneamente nello stesso soggetto, perchè si escludono reciprocamente. Naturalmente, la vita che vien meno nel dannato, non è la sua vita naturale, ma la vita della grazia, la quale del resto era già assente al momento della morte. I dannati non vengono annullati, come crede erroneamente Schillebeeckx [3]. Le loro anime, essendo per essenza immortali, continuano a vivere in eterno, ed anch’esse riprenderanno il loro corpo al momento della resurrezione finale. L’articolo del Simbolo di fede che recita: «credo resurrectionem mortuorum» si riferisce evidentemente non solo alle anime beate, ma anche a quelle dannate [cf. Gv 5,29].

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Un fatto del genere è degno di molta attenzione, in quanto manifesta chiaramente la bontà di Dio. Infatti, col peccato, l’umanità ha conosciuto la morte, la quale consiste nel fatto che l’anima resta da sola senza il suo corpo. Sennonché, a questo proposito, bisogna dire che anche per i dannati sono intervenute la misericordia e la giustizia divine: la prima, la quale ha avuto pietà dell’anima separata, per cui le ridà il suo corpo, e la giustizia, per la quale Dio, per giustizia rende omaggio all’opera redentrice di Cristo, la quale ha meritato la resurrezione del corpo anche ai dannati.

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L’idea della distruzione dei dannati potrebbe esser suggerita dall’immagine della Geenna, usata da Cristo per alludere all’Inferno. Infatti, come è noto, si trattava di un luogo vicino a Gerusalemme, dove venivano bruciati i rifiuti. Oggi diremmo un inceneritore, come abbiamo nelle nostre città. Era un luogo maledetto, che ricordava gli orrendi sacrifici umani idolatrici fatti praticare a suo tempo dai re Acaz e Manasse. Certamente Cristo, con l’immagine della Geenna, non intende affatto alludere a una distruzione dei dannati, ma alla pena del fuoco.

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Secondo la Scrittura l’Inferno è di fatto una parte essenziale del creato, ma non lo è necessariamente, come, del resto, Dio, avrebbe anche potuto non creare nulla. Dio, se avesse voluto, avrebbe potuto creare un universo felice senza Inferno. Egli avrebbe potuto creare angeli e uomini perfettamente buoni e santi, come sostengono i buonisti e i massoni. Il male sarebbe stato assente dal mondo o, se ci fosse stato, avrebbe potuto essere completamente annullato.

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Sorge allora la domanda: perché Dio ha permesso l’esistenza del male e quindi di dannati? Non era meglio se creava un mondo subito e per sempre felice, piuttosto che far giungere alla felicità solo alcuni e dopo una serie di disavventure e rischiose peripezie, sofferenze, tragedie, traviamenti e cadute, lungo i millenni e millenni di una storia segnata da insuccessi, catastrofi, ingiustizie, guerre ed orrori di ogni genere?

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Potremmo farci una contro-domanda: crediamo forse di essere più saggi di Dio per darGli consigli, per correggere o migliorare le sue opere? Se dunque Dio, Che è saggezza, bontà, provvidenza, giustizia, onnipotenza e misericordia infinita, ha permesso e permette tutto ciò, ci dev’essere un ottimo e saggio motivo che a noi sfugge, per cui è saggio accettare serenamente e fiduciosamente ciò che Egli dispone e permette, certamente o per correggerci o per farci espiare e comunque sempre per il nostro bene, anche se la cosa non ci è sempre chiara, mettendo in pratica ciò che Egli ci comanda di fare per liberarci dal male, tenendo comunque presente che della malizia degli uomini e dei demòni ne sono responsabili i soli autori, e mostrandoci dove vanno a finire coloro che Gli disubbidiscono.

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Dunque, come narra la Scrittura, le cose non sono andate così come qualcuno avrebbe preferito che fossero andate. Di fatto l’umanità, creata buona da Dio, ha deliberatamente peccato ed è stata castigata. Ma Dio ha avuto pietà ed ha mandato suo Figlio come Salvatore. Se tutti avessero obbedito a Cristo, tutta l’umanità sarebbe stata salva. Ora accade invece che alcuni obbediscono al Vangelo, mentre altri non obbediscono. Questi sono i dannati dell’Inferno.

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Questo allora significa che Dio ha pianificato la storia del mondo, in modo tale che una parte del male del mondo resta in eterno ― e questo è l’Inferno ―, mentre una parte è tolta nell’umanità che si salva ― e questo è il Paradiso ―. Potremmo chiederci perché Dio non ha eliminato il male da tutto l’universo e lo lascia sussistere all’Inferno. Rispondiamo dicendo anzitutto che la malizia dei dannati ― uomini e demòni ― se può costituire tentazione per i viventi, non nuoce ai beati del Paradiso ed alle anime del Purgatorio. In secondo luogo, la malizia dei dannati non aggrava le loro colpe, perché non possono più meritare, ma il male che fanno è semplice effetto dei peccati commessi in vita. In terzo luogo, Dio, permettendo che continuino ad esistere soggetti malvagi nell’Inferno, mostra che egli li ha vinti chiudendoli nel carcere infernale, dove essi si odiano e si fanno guerra a vicenda. In quarto luogo, si realizza la volontà di Dio di lasciar libera la creatura spirituale di opporsi anche a Lui. In quinto luogo, Dio, nella sua provvidenza e magnanimità, vuol governare anche la città infernale, nonostante l’ingratitudine e l’odio che i suoi abitanti mostrano contro di Lui. E qui Dio, come dice San Tommaso d’Aquino, esercita una certa misericordia, perché non li punisce tanto quanto meriterebbero.

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Riguardo alle pene dell’Inferno, quella della quale Cristo ci rende certi è la pena del fuoco. Possiamo certamente pensare ai tormenti inflitti dai demòni e dagli altri dannati. Tuttavia occorre anche non esagerare, come forse avviene in alcune rivelazioni private. Dio è severo, ma non crudele. Certamente, l’Inferno, in se stesso è spaventoso. Ma il pensiero del significato dell’Inferno non deve terrorizzare; esso invece è salutare, così come non causa spavento un precipizio, in sé spaventoso, nel quale, appunto perché spaventoso, non vogliamo cadere e non vogliamo far nulla che possa trascinarci in esso. Anzi è utile sapere che, se non ci teniamo alla larga, possiamo cadervi. Mentre sarebbe follia credere che se in esso ci gettiamo non succederà nulla, come chi crede di poter peccare impunemente.

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La Chiesa, nel Concilio Lateranense IV del 1215 ha definito l’esistenza dell’Inferno per gli angeli ribelli [cf. Denz. 800], basandosi su alcuni passi biblici [cf. Gd 6 e Ap 20,10] e sulle stesse parole del Signore, dove dice che l’Inferno ― il «fuoco eterno» ― è «preparato per il Diavolo e per i suoi Angeli» [Mt 25,41]. Occorre pertanto distinguere bene, gli Inferi dall’Inferno. Gli Inferi, come abbiamo visto, sono il luogo di pena ultraterrena delle anime prima dell’opera redentrice di Cristo. L’Inferno, invece, come dimora dei Demòni, esiste sin dal momento della loro caduta, all’inizio della creazione, prima ancora della creazione dell’uomo, per cui il serpente che tenta i nostri progenitori, è evidentemente Satana [cf. Ap 20,2], salito dall’Inferno e pertanto, col permesso divino, entrato addirittura nell’Eden.

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Il crudelismo  è l’altra faccia del buonismo

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Sandro Botticelli, particolare de La mappa dell’Inferno, ispirata all’opera di Dante Alighieri

Sul tema dell’Inferno occorre tener presenti due concezioni sbagliate ed opposte dell’agire morale, le quali conducono a una falsificazione della giustizia divina e quindi alla falsificazione o alla negazione della dottrina dell’Inferno. La prima, oggi apertamente diffusa e propagandata come “carità” e perfezione cristiana; la seconda, celata sotto la prima: il buonismo e il crudelismo. Esse conducono a due concezioni opposte dell’Inferno parimenti erronee. La prima suppone la fede in un Dio babbeo, bonaccione e citrullo, che non si accorge dell’esistenza dei malvagi, per cui tale concezione ne nega l’esistenza, in nome di un falso concetto della bontà divina, sostenendo che tutti, in fondo, sono buoni, per cui tutti si salvano. La seconda, invece, in nome di un falso concetto della libertà, della potenza  e della sovranità divine, concepisce un Dio balzano, dispotico e malvagio, che condanna a capriccio gli innocenti, e quindi una doppia predestinazione: alcuni al Paradiso, altri all’Inferno, quali che siano le loro opere. È una concezione orribile di origine manichea, un vero inganno del Diavolo; questa concezione, presente in Lutero e Calvino, riprende la concezione già condannata di Godescalco, Monaco del IX sec. [cf. Denz. 621]. Secondo questa teoria, i singoli uomini non posseggono una vera facoltà di scelta del loro destino, ossia o per Dio o contro Dio, per cui non conoscono il motivo della loro eterna destinazione, che non è condizionata dalle loro opere, come invece chiaramente insegna la Scrittura [cf. Dt 11,26; Mt 19,17], ma dipende esclusivamente da un beneplacito divino, che si riserva di premiare chi opera il male e di punire chi opera il bene. Ovviamente occorre qui evitare il pelagianesimo, che ritiene che l’inizio della salvezza venga da noi, mentre la grazia sarebbe un soccorso e un premio aggiuntivo successivo per completare l’opera. È chiaro che non è così: è la grazia che ci previene e muove il nostro cuore alla conversione; e tuttavia, una volta che abbiamo ricevuto la grazia, non ci salviamo, se non compiamo le opere buone, evidentemente compiute in grazia.

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Occorre inoltre precisare che ciò che l’uomo considera bene o male ― questo apparirà anche in Lutero ― nel crudelismo non coincide affatto col giudizio divino, perché Dio non giudica l’uomo sulla base di una legge naturale, stabilita da Lui e conoscibile dall’uomo, dell’osservanza della quale l’uomo deve rispondere a Dio, ma giudica in contrasto con questa conoscenza. Sotto pretesto della ”fede”, i comandi divini non sono ragionevoli, ma irrazionali. Quindi un Dio contrario alla ragione. In tal modo, un Dio disumano, se è vero che la ragione costituisce la dignità dell’uomo.

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Per il buonismo, che non riconosce le conseguenze del peccato originale, l’uomo è buono ed agisce sempre bene; per la seconda, che esagera queste conseguenze, è radicalmente malvagio ed agisce sempre male. Da notare peraltro che, per quanto ciò possa sembrare strano o impossibile, data l’opposizione radicale tra le due concezioni, in realtà esse si richiamano a vicenda e sono l’una l’immagine speculare dell’altra. Sono le due facce di un medesimo meccanismo perverso, nonostante l’apparenza mite contraria.

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Nel buonismo o mollezzamollities ― [4], infatti, che è una falsa e millantata misericordia, si esagera nel lasciar correre, nel concedere o nel permettere, per cui non si fa giustizia; nella crudeltà o durezza ― saevitia ―, invece, che è una falsa giustizia, si esagera nella severità e si fa accezione di persone, con la scusa dei ”casi speciali”. Ma il falso mite, ossia il molle o flaccido facilmente trapassa nel duro e viceversa, perché non si fonda sulla verità, ma sulla sua bizzarra e volubile volontà; non ha quindi una misura salda o un criterio oggettivo né nell’uno né nell’altro caso, per cui agisce a capriccio come l’umore, l’interesse, lo sfizio o la passione gli detta. Così, quando il molle vuole essere severo e combattere il male, diventa duro; quando vuol essere misericordioso, diventa molle. Aggredisce il debole e cede al forte. Cede ed è flessibile, quando dovrebbe star saldo ed irremovibile; è duro quando dovrebbe essere cedevole. E questo perché non sta fermo sul principio oggettivo della giustizia e della misericordia, che è il medesimo: il diritto e il torto dell’altro. Se permette il torto,  cade nella mollezza e si ha il buonismo; se conculca il diritto,  cade nella crudeltà. Così beneficia chi non ne ha bisogno e punisce chi non lo merita. In tal modo, i buonisti negano l’esistenza dell’Inferno; ma poi, quando a loro salta il ticchio o la cosiddetta mosca al naso, semmai perché qualcuno dà loro ombra o perché sono rimproverati dal giusto o vogliono in tutti i modi prevalere su qualcuno o hanno invidia di lui, ecco che in barba alla misericordia diventano feroci come belve.

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Nella visione buonista, inoltre, vien meno l’aspetto agonistico ed ascetico della vita cristiana. Se tutti sono buoni, non bisogna combattere o giudicare nessuno, ma bisogna accogliere tutti, incontrare tutti e dar ragione a tutti. Non c’è più da combattere contro il mondo, ma solo da dialogare con esso. E così, la Chiesa stessa, diviene un mero strumento di collaborazione col mondo.

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Per il buonista, la visione apocalittica di una Chiesa combattiva, assediata dal mondo è una favola fondamentalista e medioevale da scartare. Ma l’ipocrisia di queste loro belle parole si rivela nella reazione feroce con la quale lo stesso  buonista, che in realtà è un prepotente, assale chi gli smaschera l’ipocrisia del suo discorso e denuncia l’incoerenza della sua condotta. Per il buonista l’Inferno non esiste perché lui si crede salvo e promette salvezza a chi la pensa come lui, ma sarebbe capace a creare un Inferno su questa terra per rinchiudervi chi lo avverte che Dio lo punirà per la sua finta misericordia e la sua reale crudeltà.

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Il buonismo è in fondo una concezione ipocrita che, dando ad intendere di voler cantare la misericordia divina e di proclamare il dovere della misericordia verso il prossimo, ha il recondito scopo, squallido e meschino, di celare sotto questa falsa bontà o una concezione minimalista, teilhardiana, del peccato, o una concezione relativistica, rahneriana o kasperiana, col desiderio di poter peccare liberamente senza essere punito, giacché, come dice il Padre Raniero Cantalamessa, «Dio non castiga». O per dirla in altre parole: il buonista pensa sempre di poter farla franca.

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È chiaro che con questi discorsi stolti tutte le pene della vita diventano inspiegabili e insensate o ”naturali”, a meno che non attribuirle un Dio ”cattivo” o ad una natura “cattiva”. Da qui la conseguenza che si perde di vista il valore espiativo della sofferenza e per conseguenza non si capisce più il valore di sacrificio della Messa. In pratica si perde di vista la Croce di Cristo come mezzo di salvezza. Che cosa resta? Rimane una visione buonistica della storia sacra, quella che, nell’antichità, come noto, è stata quella di Origene, il quale non capì il senso di una pena eterna e scambiò la condizione dello spirito creato umano e angelico nel mondo ultra-terreno dell’eternità col divenire di questo mondo, dove la volontà creata oscilla tra il sì e il no. E questo perché, non avendo compreso che nell’al di là la scelta del libero arbitrio rispetto a Dio è fissata per sempre, nella beatitudine come nella dannazione, egli non capì o non volle accettare ― probabilmente sedotto da un monismo gnostico ― altro che una pena temporanea, che si conclude con la remissione della colpa, quale egli immaginò per i Demòni e le anime dannate, non rendendosi conto che, se una pena temporanea è concepibile per il cammino terreno dell’uomo in via di conversione, è del tutto impossibile, secondo la Scrittura, per i Demòni e per le anime dannate. Origene, benché grande studioso della Scrittura, forse sotto l’influsso dello gnosticismo pagano, si fece un’idea della storia sacra che non corrisponde a quella biblica. Egli infatti credette che il piano salvifico divino comportasse l’annullamento di ogni male, per cui, pur accettando l’esistenza di dannati, uomini ed angeli, credette che la «ricapitolazione di tutte le cose» [Ef 1,10], della quale parla San Paolo, comportasse la ricostituzione perfetta di tutte le cose in armonia con Dio, senza conflitti con Lui, conseguenza del peccato e, per conseguenza, dopo un certo processo di riconciliazione, la ricomposizione in pacifica ed armoniosa unità di tutte le cose in Dio, il che escludeva evidentemente la realtà dell’Inferno.

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Occorre però tener presente il caso del Purgatorio, che comporta una pena ultraterrena temporanea. Questa pena non dipende però dalla scelta definitiva dell’anima in rapporto a Dio, come nel caso dell’Inferno, nel quale l’anima ha scelto definitivamente contro Dio e ciò comporta necessariamente una pena eterna. Al contrario, nel caso del Purgatorio l’anima ha scelto definitivamente per Dio e ciononostante è afflitta da una pena, sia pur temporanea. Come mai? Perché la Chiesa ci insegna che l’anima, benchè perdonata da Dio e quindi in grazia, deve purificarsi dalle reliquie dei peccati veniali commessi in vita e non sufficientemente espiati.  

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Una concezione errata di Dio

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Sandro Botticelli, particolare de La mappa dell’Inferno, ispirata all’opera di Dante Alighieri

Queste concezioni hanno uno sfondo panteistico per il quale non è che Dio, distinto dal mondo dove c’è il male, sia di per sé assolutamente innocente del male del mondo; non è che ami il bene ed odi il male; o faccia solo il bene ed eviti il peccato, no. Invece, siccome Dio s’identifica col mondo, allora in Dio c’è il bene e il male, l’atto buono e l’atto cattivo, l’amore e l’odio. Dio è causa tanto del bene che del male, tanto della giustizia che del peccato dell’uomo. Come diceva Lutero: «Dio è stato causa tanto del peccato di Davide, quanto della conversione di Paolo».

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Certamente, il Dio di Lutero, è ancora il Dio biblico trascendente il mondo che Egli ha creato; tuttavia è un Dio legato al mondo, perché agisce in modo mondano, dispotico. Egli, a ghiribizzo, vuole tanto la salvezza che la perdizione, perché, come è noto, Lutero nega il libero arbitrio e il merito, per cui l’uomo non raggiunge liberamente un destino o fine ultimo da lui scelto e meritato con le opere ― Paradiso o Inferno ―, ma è mosso irrazionalmente e necessariamente, «predestinato» da Dio verso quel destino, di salvezza o di perdizione che Egli, nel suo imperscrutabile ingiusto volere, ha fissato per ognuno dall’eternità, indipendentemente dalle opere dell’uomo le quali del resto, secondo Lutero, dopo il peccato originale sono tutte cattive. Ma Dio, in forza della sua misericordia le considera buone per chi ha fede. In tal modo il credente è iustus et peccator. Ma allora vuol dire che alla radice di ciò, Dio stesso è iustus et peccator.

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Lutero, comunque, ammette ancora l’esistenza di dannati. Secondo lui i Papi vanno all’Inferno. Ma i suoi seguaci del XIX sec. cominceranno ad accentuare l’immanentismo luterano, fino a trasformarlo in panteismo, col risultato che, attesa l’identificazione dell’umanità con Dio, è chiaro che non avrà più senso parlare di dannati in un mondo fuori di Dio, ossia l’Inferno; ma tutta l’umanità è buona e salva proprio in quanto identificata con Dio, bontà infinita. Ma d’altra parte, sempre per il fatto che il mondo è identificato con Dio e nel mondo ci sono i malvagi, ecco che l’Inferno ricompare questa volta non fuori di Dio, ma nella stessa Essenza divina.

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La concezione dell’Inferno in Von Balthasar sembra essere su questa linea [5]. Paradiso e Inferno si trovano in Dio elidendosi a vicenda: l’Inferno è svuotato dal Paradiso,  ma per converso il Paradiso convive in Dio con l’Inferno. È l’opposizione dialettica di bene e male in Dio, che era già comparsa con Jakob Böhme nel XVII sec. [6]. È l’assolutizzazione enfatica in Dio del paradosso luterano del simul iustus et peccator.

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Tutti in Dio sono salvi e tutti sono peccatori. È ciò che riappare in Rahner nella sua teoria dei cristiani anonimi, per cui tutti, consciamente o inconsciamente, sono in grazia e tutti si salvano. In Paradiso San Giuseppe e la Madonna, i Santi Pietro e Paolo, i Santi Francesco e Domenico sono in buona e dolce compagnia accanto a Nerone, Caligola, Nietzsche, Hitler, Lenin e Stalin, sinceramente pentiti, in quanto … cristiani anonimi!

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Quanto a Giuda, non c’è dubbio che le parole di Cristo su di lui fanno pensare che egli si sia perduto; a meno che Gesù con quelle parole non intendesse darci un severo avvertimento a non seguire il suo esempio, mentre non possiamo escludere che, indipendentemente dall’insano gesto di uccidersi, egli abbia compiuto un supremo gesto ― basta un attimo ― di pentimento e richiesta di perdono in articulo mortis.

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Non è necessaria una definizione dogmatica sull’Inferno

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Sandro Botticelli, particolare de La mappa dell’Inferno, ispirata all’opera di Dante Alighieri

Riguardo la proposta di chiedere al Pontefice di dogmatizzare l’esistenza dei dannati, non mi pare necessario né opportuno. La Chiesa dogmatizza quando la Parola di Cristo è contestata dagli eretici o non è chiara e certa, ma si tratta di dar certezza per contrastare negazioni di insegnamenti dei magisteri precedenti od approvare e confermare pie tradizioni o interpretazioni, deduzioni o esplicitazioni di contenuti di fede, oppure confermare o respingere opinioni teologiche discusse, o di chiarire se una data tesi o proposizione è o non è di fede.

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Ricordiamo per esempio le definizioni dogmatiche del peccato originale, o i Sette Sacramenti o l’Immacolata Concezione di Maria o la sua Assunzione al cielo o la dualità delle nature e delle volontà in Cristo, nell’unità della Persona divina o il mistero della transustanziazione eucaristica o l’infallibilità pontificia. Ma se ci sono parole del Signore, ripetute in vari toni, modi ed occasioni, e che brillano per chiarezza, esse sono proprio quelle che riferiscono ai dannati dell’Inferno. Da esse vediamo quanto Cristo tenesse a quelle parole, a quelle previsioni ed a quegli avvertimenti. Per questo non occorre che il Papa dogmatizzi. Se mai basta confutare i ciechi, disonesti e  stolti che, dopo 2000 anni di pacifica e salutare accettazione di quelle divine parole, adesso, con inaudita sfrontatezza, osano espungerle dal Vangelo, col metodo proprio degli eretici che, invece di assumere fedelmente tutto ciò che Cristo ha detto, prendono dai suoi detti solo ciò che a loro piace.

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Ora, dobbiamo tener presente che Il dogma è una proposizione formulata infallibilmente dalla Chiesa come interpretazione o esplicitazione di parole del Signore che non si trovano tali e quali nel Vangelo. Per questo il dogma non è propriamente dottrina di Cristo, ma è dottrina della Chiesa, benchè rifletta fedelmente il pensiero del Signore. Ma la sua autorità, benchè impegni la fede divina, è ben al di sotto di quella delle parole esplicite di Cristo, benchè il Vangelo non sempre riporti gli ipsississima verba. Per questo, a piena ragione, il Cardinale Walter Kasper intitolò un suo libro Il dogma sotto la Parola di Dio, benchè anche il dogma, come la Parola di Dio sia immutabile verità di fede, ben altra cosa dalla falsa concezione evoluzionista e storicista, che ne hanno invece i modernisti di ieri e di oggi.

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Varazze, 2 aprile 2018 – Lunedì dell’Angelo

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NOTE

[1] Cf il mio libro L’Inferno esiste. La verità negata,Edizioni Fede&Cultura, Verona 2010, Cap.VII.

[2] Summa Theologiae, Suppl., q.94, a.3.

[3] Cf Umanità. La storia di Dio, Queriniana, Brescia 1992, pp.180, 181, 183.

[4] Sono quelli che Paolo chiama malakòi, che si potrebbe tradurre anche con “effeminati”, se ciò non fosse offensivo per la donna. E’ un vizio oggi molto diffuso, anche tra i vescovi, che assumono l’aria di essere miti, dolci, caritatevoli  e comprensivi, ma in realtà sono delle banderuole, dei vili, degli opportunisti e dei don Abbondio, che nascondono il pugnale nella tasca. Il malakòs è anche volgarmente detto “calabraghe”.

[5] Vedi la mia analisi in L’Inferno esiste. La verità negata, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2010, pp.54-70.

[6] Cf Flavio Cuniberto, Boehme, Morcelliana, Brescia 2000; Franz Hartmann, Il mondo magico di Jakob Boehme, Edizioni Mediterranee, Roma 2005.

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il problema non è Eugenio Scalfari ma l’uomo Jorge Mario Bergoglio carente di prudenza ed equilibrio mentale, che però potrà essere ugualmente un prezioso strumento della grazia di Dio

Le imprudenze dell’uomo Jorge Mario Bergoglio e il nostro servizio vigili del fuoco

IL PROBLEMA NON È EUGENIO SCALFARI MA L’UOMO JORGE MARIO BERGOGLIO CARENTE DI PRUDENZA ED EQUILIBRIO MENTALE, CHE PERÒ POTRÀ ESSERE UGUALMENTE UN PREZIOSO STRUMENTO DELLA GRAZIA DI DIO

 

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Tra le varie manifestazioni di grave imprudenza del Sommo Pontefice Francesco I v’è anche l’ostinazione senile a perseverare testardamente ad interloquire con un soggetto pericoloso come Eugenio Scalfari, costringendo poi gli organi ufficiali della Santa Sede a fare la pubblica figura degli utili idioti quando non potendo essi affermare che la Chiesa oggi è in mano ad un imprudente, si arrampicano sugli specchi per spiegare che l’interlocutore non ha ben compreso, o che quell’incontro era solo un colloquio privato e non un’intervista. Ebbene domando, Signori degli organi ufficiali della Santa Sede: ritenete — beninteso è solo un esempio accademico! —, che dinanzi ad un monarca più pazzo di Re Giorgio III di Hannover, la cosa migliore da farsi sia forse quella di prendere in giro il popolo spiegando ad esso che sono gli altri ad avere equivocato, mentre questi si presentava saltellando vestito della sola camicia da notte bianca nella sala del trono a ricevere i più alti dignitari della Camera dei Lords in visita ufficiale?

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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amicizie pericolose …

Liutprando vescovo di Cremona, agli inizi del X secolo, nel suo De rebus gestis Ottonis Magnis Imperatori, riporta una frase attribuita a questo famoso monarca che sul giovane Pontefice Giovanni XII [Roma 937 – Roma 964], eletto al sacro soglio nell’anno 955 all’età di appena diciotto anni, ebbe a dire:

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«Puer inquid, est, facile bonorum immutabitur exemplo virorum, che tradotto significa: «Il Papa è ancora un ragazzo e si modererà solo con l’esempio di uomini nobili» [testo originale leggibile QUI]

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Da allora ad oggi sono trascorsi più di mille anni, ma ogni tanto la storia riserva delle strane sorprese, ed in modi diversi nella forma, simili però nella sostanza delle diverse persone, purtroppo si ripete. E, come ci insegna la sapienza greca, se l’epico inizio è stato segnato dalla nobile tragedia, la fine — o come nel nostro caso ecclesiale ed ecclesiastico la decadenza irreversibile — è segnata invece da quella satira che tutto quanto annega nel ridicolo. Detto questo preciso: chiunque intenda dissentire da questo comprovato dato di fatto storico-sociale, non se le prenda con me, ma con la storia greca, i greci e la loro letteratura. Io mi sono limitato soltanto a riportare un dato di fatto che nessuno studioso che sia veramente competente e serio può in alcun modo negare e smentire: la decadenza giunge sempre al proprio apice sprofondando nella satira. Basti solo pensare ai periodici scandali del clero, ed in specie quelli a sfondo sessuale, con gli immancabili teatrini dei preti gay pizzicati in situazioni così incredibili nella loro grottesca assurdità, che non destano neppure più indignazione, ma solo risate, proprio come se il tutto fosse una vera e propria commedia comica sulla quale ridere, ma non certo prendere sul serio.

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Così, nella satira in cui ormai siamo sprofondati, siamo stati scossi proprio all’inizio del Triduo Pasquale  dalle parole pubblicate dal fondatore del quotidiano La Repubblica, che ha attribuito al Sommo Pontefice Francesco I delle espressioni che toccano il cuore stesso del mistero della salvezza:

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«Santità» ― domanda Eugenio Scalfari ― «nel nostro precedente incontro lei mi disse che la nostra specie ad un certo punto scomparirà e Dio sempre dal suo seme creativo creerà altre specie. Lei non mi ha mai parlato di anime che sono morte nel peccato e vanno all’inferno per scontarlo in eterno. Lei mi ha parlato invece di anime buone e ammesse alla contemplazione di Dio. Ma le anime cattive? Dove vengono punite?». A questa domanda il Sommo Pontefice avrebbe risposto: «Non vengono punite, quelle che si pentono ottengono il perdono di Dio e vanno tra le fila delle anime che lo contemplano, ma quelle che non si pentono e non possono quindi essere perdonate scompaiono. Non esiste un inferno, esiste la scomparsa delle anime peccatrici» [vedere testo, QUI, QUI].

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Pure il più superficiale conoscitore del Catechismo della Chiesa Cattolica capisce che in questa risposta sono racchiuse gravi eresie non formali ma sostanziali. Poco dopo la diffusione del testo — con tutto ciò che questa notizia ha comportato e scatenato nella giornata del Giovedì Santo — giunge la smentita della Santa Sede:

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«Il Santo Padre Francesco ha ricevuto recentemente il fondatore del quotidiano La Repubblica in un incontro privato in occasione della Pasqua, senza però rilasciargli alcuna intervista. Quanto riferito dall’autore nell’articolo odierno è frutto della sua ricostruzione, in cui non vengono citate le parole testuali pronunciate dal Papa. Nessun virgolettato del succitato articolo deve essere considerato quindi come una fedele trascrizione delle parole del Santo Padre» [ testo ufficiale QUI].

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Caravaggio: flagellazione di Cristo alla colonna nel pretorio di Pilato

Pacifico il fatto che la toppa è peggio dello strappo, dato che l’ennesima sberla è giunta comunque sulla faccia dei Christi fideles all’inizio del Triduo Pasquale, mentre il Sommo Pontefice è impegnato in quello che ― e lo dico senza irriverenza ― potremmo definire come il teatrino ideologico bergogliano meglio noto come la sciacquata dei piedi in carcere, fatta indistintamente a uomini e donne, cristiani e non cristiani. Su questo teatrino non intendo ripetermi, ne ho già scritto in passato ed in toni tutt’altro che ironici [vedere articolo QUI]. Basti infatti ricordare che in questo giorno santo, noi presbiteri, festeggiamo la istituzione del Sacerdozio e della Santissima Eucaristia; anche se questo giorno è stato ormai mutato dal Pontefice regnante nel tripudio bergogliano della pedicure al carcerato.

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Reputo purtroppo inutile ricordare al Sommo Pontefice ― che come scrissi di recente non è neppure una psicologia provinciale, poiché appartenente a quella sotto-categoria del provincialismo che è il quartieralismo [vedere articolo QUI] ― che questo gesto contenuto nel Vangelo del Beato Apostolo Giovanni acclamato proprio nella Missa in Coena Domini [cf. Gv 13, 1-15], dal Cristo Signore è compiuto sugli Apostoli scelti come Sacerdoti della Nuova Alleanza e come ministri dispensatori e custodi della Santissima Eucaristia.

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Caravaggio: Cristo coronato di spine

E mentre pel gaudio dei membri del Partito Radicale, nella logica dei quali non sussiste il concetto “povere vittime dei reati”, bensì “poveri carcerati che i reati li hanno commessi” — il tutto secondo la stessa diabolica logica del “povere donne che hanno abortito”, mai invece “poveri bambini uccisi dalle loro madri con l’aborto” —, il Sommo Pontefice ha di nuovo ignorato che nella sua stessa Diocesi di Roma vi sono Vescovi e Presbìteri anziani, infermi e gravemente ammalati, che hanno trascorso le loro esistenze a servire la Chiesa di Cristo e ad essere fedeli dispensatori dei Sacramenti di grazia. Alcuni sono ricoverati in ospedale, altri vivono in strutture clinico-geriatriche perché non più autosufficienti e per questo bisognosi di essere assistiti anche per recarsi semplicemente ai servizi igienici, ammesso vi si possano recare e che non debbano invece espletare i propri bisogni corporali a letto, con l’assistenza che ciò richiede e con tutto il senso di disagio e di umiliazione che questo comporta per qualsiasi essere umano. In ogni caso, ciò che solo importa è che il Sommo Pontefice — che da subito s’è dichiarato proveniente dall’altra parte del mondo e che dopo questo annuncio non ha tardato a cominciare a far cose dell’altro mondo —, vada a sciacquare i piedi a dei giovanottoni in perfetta salute fisica che in carcere non si trovano per ingiustizia, ma perché hanno commesso crimini di vario genere; perché hanno usato violenza verso altri esseri umani, hanno derubato persone dedite all’onesto lavoro, comprese persone che stentano a far giungere le proprie famiglie alla fine del mese, hanno spacciato droga, hanno sfruttato la prostituzione, hanno commesso stupri e via dicendo, ed il tutto, beninteso, con buona pace dei membri del Partito Radicale che inneggiano al ”povero carcerato” ed altrettanta buona pace del Pontefice regnante che va a sciacquare i piedi a questi angeli di Dio.

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A tutti noi il Sommo Pontefice dovrebbe insegnare che Cristo Signore ci esorta dicendo: «ero carcerato e mi avete visitato» [cf. Mt 25, 36]. Cristo Signore non afferma affatto: «ero carcerato e mi avete lavato i piedi», perché i piedi, Cristo Dio, li ha lavati solo agli Apostoli da Lui scelti e da Lui consacrati Sacerdoti della Nuova Alleanza, tutto il resto è da considerare solo una sorta di moderno Vangelo apocrifo che potremmo ragionevolmente titolare “Il Vangelo secondo Jorge Mario Bergoglio”.

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Caravaggio: particolare dei piedi nell’opera Madonna dei pellegrini

È per ciò legittimo chiedersi come mai, il Giovedì Santo, il Pontefice giunto dall’altra parte del mondo che pare anelare a far cose dell’altro mondo, per dare esempio di umiltà e di quello spirito di servizio al quale ci esorta Cristo Signore lavando Egli per primo i piedi ai suoi discepoli ― e si noti, ai suoi discepoli, non ai carcerati né alle puttane di Gerusalemme ―, non si rechi invece presso qualche centro di geriatria a porgere il pappagallo per le orine o la padella per defecare a qualche santo Vescovo e Sacerdote infermo che ha trascorso tutta la propria vita a servire Cristo e la sua Chiesa, non certo a rubare, a stuprare, a lucrare sulla prostituzione ed a spacciare droga come gli angeli di Dio resi oggetto della liturgia bergogliana dello sciacquo annuale dei piedi. Detto questo aggiungo: l’uomo Jorge Mario Bergoglio, giunto dall’altra parte del mondo e di fatto cimentato da cinque anni a far cose dell’altro mondo, alla propria coscienza di uomo e di Successore del Principe degli Apostoli dovrebbe rivolge questa domanda: mentre lui trovava tempo e forse anche diletto a ricevere Eugenio Scalfari, dispensando ad esso un tempo prezioso che da Dio è stato concesso alla Santità di Nostro Signore Gesù Cristo il Sommo Pontefice Francesco I per ben altri scopi e alte missioni, quante volte è stato informato che Vescovi e Sacerdoti, inclusi diversi di sua diretta e stretta conoscenza, erano ricoverati in ospedale, erano stati sottoposti a grandi ed invasivi interventi chirurgici, o che si trovavano in degenza presso i vari centri di riabilitazione e via dicendo a seguire? E quante volte, la Santità di Nostro Signore Gesù Cristo il Sommo Pontefice Francesco I, sebbene informato, si è ben guardato dal prendere il telefono ― del quale da sempre fa ampio uso e abuso ― per rivolgere a costoro un augurio ed un segno di apostolica vicinanza, proprio come fece chiamando persino due figli di Lucifero del calibro di Marco Pannella ed Emma Bonino, invitandoli diversamente a «tenere duro», sebbene non si sappia su che cosa il padre e la madre dell’aborto, dell’eutanasia, delle sperimentazioni genetiche, dell’omosessualismo, del matrimonio tra coppie delle stesso sesso e dei bambini dati ad esse in adozione o dalle stesse acquistati da uteri in affitto, avrebbero dovuto e dovrebbero seguitare a «tenere duro»? [cf. QUI, QUI].

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Caravaggio: il bacio di Giuda

Il tutto a riprova che per la prima volta nella storia ci troviamo a fare i conti con un legittimo Successore di Pietro che rischia di entusiasmare tutti i peggiori nemici di sempre della Chiesa e del Cattolicesimo, salvo creare sconcerto e smarrimento nei Christi fideles, mentre Eugenio Scalfari ― e non solo lui ―, inneggia al Papa rivoluzionario, in coro con quell’altra brutta persona di Antonio Spadaro, che fa da controcanto inneggiando al «leader rivoluzionario» [cf. QUI], entrambi ignari che il concetto di «rivoluzione» e «rivoluzionario» non è applicabile alla Chiesa ed al papato, presi come sono dalla loro drammatica e distruttiva deriva utopista e secolarista [cf. Giovanni Cavalcoli, O.P, QUI]. Farlo comporterebbe infatti confinare la Chiesa per un verso, il papato per altro verso, entro schemi e riduttive logiche socio-politiche tutte quante mondane, legate ad un presente fondato sul tutto e subito e non teso verso alcuna prospettiva escatologica. E fu proprio questo duemila anni fa l’errore di certi giudei, che nel Cristo intendevano vedere quel “rivoluzionario” che li avrebbe liberati dal dominio romano, mentre ben più alta era la sua missione: liberarli dal peccato, sino a divenire l’Agnello di Dio che lava il peccato dal mondo [cf. Gv 1, 29-34]. Tra questi, uno che nel Cristo vedeva un leader di tal fatta, un rivoluzionario, un capo popolo liberatore, ma rimanendo molto deluso nel capire quanto Egli non fosse né intendesse esser tale, era un personaggio noto come Giuda Iscariota, una sorta di socio-politologo alla Antonio Spadaro di venti secoli fa, il quale perlomeno, dopo avere tradito il Divino Maestro, non si mise a lanciare tweet sconclusionati e interviste che sovvertono i principi basilari della ecclesiologia. Infatti, Giuda Iscariota, con un gesto per così dire “coerente” e drammatico s’impiccò, cosa che avvenne perché egli era un giudeo a suo modo “coerente” con la propria totale chiusura alle azioni di grazia del Cristo, non era un gesuita trasformista sulla cresta dell’onda del momento, convinto che questo momento non passerà mai, perché la cosiddetta «rivoluzione» si baserebbe a dire di costoro su dei «mutamenti epocali irreversibili». Ricordiamo infatti al povero Spadaro — ma di passaggio anche al Preposito generale della Compagnia di Gesù Padre Arturo Sosa, dichiaratosi più volte amenamente affetto da orticaria dinanzi alle rigidezze della dottrina [cf. QUI] — che irreversibili, nella Chiesa di Cristo, sono solo quei dogmi della fede che oggi taluni Giuda vorrebbero reversibili per meglio imporre i propri dogmi umani, talvolta anche apertamente diabolici. Tutto questo in nome della loro celebrata e sfacciatamente dichiarata irreversibilità, costruita su un momento presente che non deve passare, perché è il tutto e subito che a loro interessa, non le cose ultime ed eterne. E queste, a ben pensarci, sono le forme e le espressioni dell’ateismo peggiore: l’ateismo ecclesiastico.

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Della personalità del Sommo Pontefice Francesco I, ad inquietarmi è quella sua grave mancanza di prudenza che solo i ciechi ed acritici sostenitori della giustezza e della opportunità di ogni suo pur minimo sospiro, non vogliono proprio e in alcun modo vedere; così come, per altri motivi più gravi assai, non vogliono vederla i cortigiani ruffiani anelanti all’agognato scatto di carriera, per giungere al quale oggi si sono ammantati di poveri, di povertà, di profughi e di periferie esistenziali. E, tra le varie manifestazioni di grave imprudenza del Sommo Pontefice Francesco I v’è anche l’ostinazione senile a perseverare testardamente ad interloquire con un soggetto pericoloso come Eugenio Scalfari, costringendo poi gli organi ufficiali della Santa Sede a fare la pubblica figura degli utili idioti quando non potendo essi affermare che la Chiesa oggi è in mano ad un imprudente, si arrampicano sugli specchi per spiegare che l’interlocutore non ha ben compreso, o che quell’incontro era solo un colloquio privato e non un’intervista. Ebbene domando ai Signori degli organi ufficiali della Santa Sede: ritenete — beninteso è solo un esempio accademico! —, che dinanzi ad un monarca più pazzo di Re Giorgio III di Hannover [cf. QUI], la cosa migliore da farsi sia forse quella di prendere in giro il popolo e di trattarlo come un insieme di perfetti cretini ai quali spiegare che sono solo gli altri ad avere equivocato, mentre Sua Maestà si presentava saltellando vestito della sola camicia da notte bianca nella sala del trono a ricevere i più alti dignitari della Camera dei Lords giunti in visita ufficiale? Voi lo capite, Signori degli organi ufficiali della Santa Sede, che siffatta corsa di Giorgio III nella sala del trono in camicia da notte, è cosa meno folle e soprattutto meno imprudente rispetto alla testarda ostinazione da parte del Pontefice regnante a voler in tutti i modi interloquire con un soggetto come Eugenio Scalfari?

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Caravaggio: il rinnegamento di Pietro

Partiamo allora da San Tommaso d’Aquino, tramite il quale possiamo apprendere quanto la prudenza abbia una sua precisa collocazione che procede attraverso una definizione altrettanto precisa: «Prudentia est auriga virtutum» [Summa Th. I-II, q.58 a.5]. La prudenza è il carro che traina tutte le altre virtù cardinali [cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1806], è la genitrix virtutum, la guida e la madre di tutte quante le virtù morali, in assenza della quale nessuna di queste virtù possono giungere a quel loro atto formale e sostanziale che è il retto comportamento virtuoso. Non è affatto sufficiente il desiderio di voler essere giusti e temperanti, perché occorre cogliere e poi seguire quella linea di condotta mediante la quale  si realizzano e si concretano la giustizia o la temperanza. Senza questa azione, che è propria della prudenza intesa come auriga virtutum e genitrix virtutum, le altre virtù rimarrebbero solamente lettera morta, perché non potrebbero esprimersi, non avrebbero proprio come esprimersi, quindi non giungerebbero mai a consolidarsi nella persona rendendola veramente e autenticamente virtuosa, meno che mai giusta.

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Alla scuola dell’Aquinate apprendiamo così che la prudenza non è soltanto la prima tra le virtù cardinali, perché essa, le altre virtù, le guida tutte, in quanto «ratio connectionis virtutum moralium». Dunque la virtù della prudenza possiede questa autonomia dell’ordine morale naturale. In entrambi gli ordini vi è una virtù connettente, cioè una virtù che connette tutte le altre, dà la forma — per così dire — alle altre virtù. E l’Aquinate dice ancora che nelle vicende che riguardano l’operare, in operationibus, o l’agire, in agilibibus, la forma si prende o si desume dal fine. Perciò quella virtù che più da vicino dispone al fine ultimo dell’esistenza umana, è la virtù che dà la forma alle altre virtù e le connette tra loro [su prudenza e connessione, cf. Tomas Tyn, O.P. Lezioni sulla Prudenza, Bologna, 1988].

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Caravaggio: Ecce Homo

L’uomo privo di ragionevolezza si comporta pertanto in modo eccessivo, indugiando alla umoralità ed alla irrazionalità. E, indugiando in questi eccessi, l’uomo privo di ragionevolezza non riesce a moderarsi e ad adeguarsi alla misura ed al reale, sino a cadere per inevitabile e logica conseguenza nello squilibrio e nel surreale, perché l’uomo irragionevole è sempre e di per sé un uomo privo di misura, scisso dalla realtà e quindi povero o privo di equilibrio. Sinceramente, analizzando la personalità ed i fatti, temo che l’uomo Jorge Mario Bergoglio sia carente di equilibrio e che — come ebbi a scrivere oltre un anno fa — «i veri “dubia” sono quelli circa la sua lucidità mentale, però nessuno lo dice» [cf. QUI]. E nessuno lo dice, tra l’esercito di pavidi clericali che imperversa oggi nella Chiesa, pur se i fatti dimostrano che egli crea divisioni spesso anche gravi e drammatiche, non offre al Popolo di Dio certezze ma dubbi, alla chiarezza richiesta dal linguaggio dottrinale preferisce anteporre espressioni ambigue interpretabili a doppio senso, generando in tal modo sbandamento nei Vescovi, nei Presbiteri e nel corpo dei Christi fideles. Accarezza i lupi rapaci, solidarizza e mostra grandi aperture verso le pecore disperse nelle praterie delle eresie luterane, salvo prender poi a bastonate le pecore fedeli rimaste dentro il cattolico ovile. È capace a dire in modo deciso e chiaro “si” o “no”, solo quando si tratta di quegli elementi che vanno ormai letti nell’ambito delle sue nevrosi ossessive: profughi, migranti, poveri ideologici ed ecologia, mentre su tutto l’altro resto, incluse delle norme basate su verità di fede, impera il “forse” e alla fine il peggiore e più devastante “fate voi”. Ha mostrato verso il mondo islamico un ossequio a dir poco improvvido, ha ripetutamente definito l’Islam come religione di pace e di amore, ignorando totalmente, in modo pericolosamente acritico, ch’esso nasce e prende vita da un complesso assembramento di messaggi mescolati assieme da un falso profeta, ed ignora altresì che proprio in virtù dei non pochi figli violenti e assassini che prendono le mosse da questa religione di pace e di amore, tutti i dintorni della Città del Vaticano sono blindati per evitare attacchi terroristici. Ignora altresì che la storica Via della Conciliazione, ininterrottamente aperta dal 1929 sino ai giorni recenti, è stata chiusa al traffico con colonnine di cemento e ringhiere di ferro poste al suo inizio per evitare che qualche fondamentalista islamico, in nome della pace e dell’amore, s’intende, si lanciasse con un mezzo imbottito di cariche esplosive in direzione della Piazza San Pietro in mezzo alla gente, o meglio tra gli infedeli. Ora, siccome i fatti non passibili di facile smentita sono questi, mi domando: come possiamo parlare di costui come di un uomo prudente ed equilibrato? Non parliamo poi dell’uomo di governo che mostra ormai da anni di essere capace a scegliere una appresso all’altra delle figure molto dannose alla Chiesa, imponendo soggetti che però fanno parte del suo cosiddetto «cerchio magico», o che sono riusciti a godere delle sue simpatie prive di prudenza e soprattutto di quel senso del governo illuminato dalla grazia dello Spirito Santo in virtù del quale, ormai da anni, l’uomo Jorge Mario Bergoglio avrebbe dovuto cessare di essere tale per essere solo ed unicamente il Sommo Pontefice Francesco I, fedele servum servorum Dei.

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Vogliamo usare in tal senso un paradigma anch’esso non passibile di facile smentita, per chiarire in qual misura questo Pietro non abbia mai abbandonato il proprio essere stato in precedenza Simone? Presto detto: il Pontefice regnante, ignorando o forse fingendo d’ignorare che egli è, tra le varie cose, anche Sovrano Capo di uno Stato che col proprio chilometro quadrato di territorio garantisce la preziosa indipendenza del Romano Pontefice da qualsiasi potere politico secolare, nel 2014 ci dona una delle sue splendide perle rinnovando — ovviamente sotto i riflettori e con tanto di foto pubblicate e diffuse [cf. QUI] — il passaporto della Repubblica Argentina (!?) [cf. vedere QUI]. Benediciamo quindi Dio se alle ultime elezioni, il cittadino Jorge Mario Bergoglio, all’anagrafe Sommo Pontefice e Vescovo di Roma di professione, non si sia recato nel proprio Paese di origine a votare per le elezioni presidenziali. E, detto questo, credo sia detto più o meno tutto, a partire dal mio inciso iniziale di apertura: dall’epica tragedia, quando si scivola nella decadenza, si finisce sempre nella farsa della satira grottesca. E, sinceramente, noi ecclesiastici abbiamo ormai superato le pagine più esilaranti degli antichi satiri romani. Ma, come tutti i buffoni, siamo tali e ce ne vantiamo. E, più tentiamo di prenderci sul serio, più il pubblico ride di noi, perché da sempre, a partire dall’antico teatro, nulla è più comico e grottesco del buffone che si prende parecchio sul serio. Il problema però è che se il pubblico esterno ride divertito, i figli del buffone invece piangono; e piangono di dolore, nel vedere il proprio amato e venerato padre cimentarsi in siffatte e imprudenti buffonate, attraverso le quali sarà infine affidato al severo giudizio della storia, oltre a quello forse ancòr più severo di Dio. Ecco perché l’uomo Jorge Mario Bergoglio suscita imbarazzo nei fedeli ma è esaltato dal mondo non cattolico e da tutti i peggiori nemici di sempre della Chiesa: perché ci sta facendo sprofondare nella satira. Non è vero che egli ha spogliata la Chiesa dei suoi cosiddetti «orpelli principeschi rinascimentali», l’ha spogliata giorno dietro giorno di divina dignità.

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Caravaggio: deposizione di Cristo dalla Croce

Io che sono privo di ogni velleità di carriera ecclesiastica e che al contrario del fitto esercito degli ecclesiastici vigliacchi che tacciono “prudenti” in attesa di tempi migliori ― al sorgere dei quali verranno alla luce per tentare poi il gran salto sul carro del nuovo condottiero, nella speranza di poter lucrare da lui ogni miglior beneficio e prebenda ―, mai cesserò di dolermi di costoro che, con raro cinismo, dando ormai per finito questo pontificato e attendendo pazienti la morte del Sommo Pontefice, non si rendono conto, sia quanti aspirano al futuro episcopato sia quanti aspirano al futuro cardinalato, che giorno dietro giorno, i danni recati alla Chiesa, sono sempre più gravi. E, se tutto andrà bene, più andremo avanti in questo stato degenerativo, più occorrerà tempo per riparare solo parzialmente questi danni, con un rapporto di proporzione più o meno di questo genere: a fronte di cinque anni di pontificato rovinoso che sono però il risultato di cinquant’anni a monte di devastante rovina sul piano dottrinale, liturgico ed ecclesiale, occorreranno cinquecento anni per porre rimedio a questi danni di cui l’uomo Jorge Mario Bergoglio non è affatto la causa, ma solo la conseguenza ultima. Purtroppo, gli irriducibili aspiranti alle luci della ribalta, di tutto questo non tengono conto, perché sono seriamente e stoltamente convinti che basterà il prossimo conclave per chiudere quello che loro definiscono con raro cinismo come un semplice “incidente di percorso”, quindi voltare immediatamente pagina come se nulla fosse, ed in grande stile. Questi sono i veri e diabolici distruttori della Chiesa, non certo quel povero uomo imprudente di Jorge Mario Bergoglio, che di tutti i decenni di pregressi danni compiuti, è soltanto la prima vittima, o come ebbi a scrivere in un recente passato usando un’immagine allegorica: egli è solo l’ultimo dei clienti giunto nel ristorante e che appena varcata la soglia è stato aggredito dai camerieri che hanno preteso da lui il pagamento dei conti di tutti coloro che prima di lui avevano pranzato e cenato senza però pagare, ma lasciando fior di conti sospesi. 

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Caravaggio: Maria Maddalena addolorata

Dalle Quattro Virtù Cardinali è necessario passare alle tre virtù teologali, delle quali spesso ho avuto modo di parlare nel corso di questi ultimi cinque anni, ricordando che sebbene la più importante di esse è la carità, come ci insegna il Beato Apostolo Paolo [cf. I Cor, 13], al centro di esse, tra la fede e la carità, c’è la speranza, compito della quale, a mio parere, è di unire e amalgamare le altre due grandi virtù. È quindi nell’ottica della speranza che bisogna leggere questo pontificato, attraverso il quale sembra che la Chiesa di Cristo viva paralizzata in un sempiterno Venerdì Santo. Questo Pontefice e questo pontificato hanno una loro grande utilità nella economia della salvezza, non sappiamo ancora quale, Però sono certo che un giorno, forse neppure lontano, capiremo che persino attraverso la umoralità e la palese imprudenza di questo Sommo Pontefice che si palesa privo di equilibrio, Dio ha colmata la sua Chiesa di grazie, l’ha purificata e messa nella condizione di rinnovarsi per davvero.

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Nulla di questo possono però capire coloro che vivono alla giornata, paralizzati nel presente, privi di quella grande prospettiva escatologica futura che è la speranza, quella teologale virtù che lega assieme la fede e la carità; e che infine ci salva, persino dopo essere sprofondati nella satira, tra scimmie che giocano a fare le regine e buffoni di corte che si credono degli autentici dottori della Chiesa, o meglio … della “nuova Chiesa” nata da “rivoluzioni irreversibili”.

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dall’Isola di Patmos, 30 marzo 2018 – Venerdì Santo

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Colloquio con Rocco Buttiglione: «Tomismo e dottrina sui divorziati risposati in Amoris Laetitia», ed una nota finale di Ariel S. Levi di Gualdo

— disputationes theologicae —

COLLOQUIO CON ROCCO BUTTIGLIONE: «TOMISMO E DOTTRINA SUI DIVORZIATI RISPOSATI IN AMORIS LAETITIA», ED UNA NOTA FINALE DI ARIEL S. LEVI di GUALDO

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«Esistono dei casi ― pochi o molti non so ― nei quali il divorziato risposato può avere delle buone ragioni da raccontare al confessore per chiedere di potere essere ammesso alla comunione, nel corso di un cammino di Penitenza e di riavvicinamento alla fede».

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Autore:
Ivo Kerže *

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L’On. Prof. Rocco Buttiglione

Rocco Buttiglione, insigne politico e accademico, non necessita certamente di presentazioni estese per i Lettori de L’Isola di Patmos. Negli ultimi tempi ha esposto il suo nome con una serie di pubblicazioni a difesa della dottrina dell’esortazione post-sinodale Amoris lætitia sulla possibilità di ammettere alla Comunione alcuni divorziati risposati viventi more uxorio. Tra queste pubblicazioni, l’ultima e più completa, è la monografia titolata Risposte (amichevoli) ai critici di Amoris lætitia, che è comparsa lo scorso ottobre in libreria [vedere QUI]. In essa l’impianto argomentativo di Buttiglione fa leva sulle condizioni soggettive di peccato mortale, che si basano sulla piena avvertenza ed il deliberato consenso. Qualche settimana fa ho dedicato a questo libro, è soprattutto alla sua tesi portante circa l’aderenza di Amoris laetitia al tomismo, un articolo su L’Isola di Patmos [vedere QUI]. Dopo alcuni giorni lo mandai all’On. Prof. Rocco Buttiglione che molto gentilmente non ha solamente risposto, ma si è reso disponibile a rilasciare per le colonne telematiche di questa rivista di teologia ecclesiale un’intervista dove abbiamo cercato di appurare la problematica in profondità. Concluda il lettore quale delle due parti, in questa intervista-dialogo, abbia esposto gli argomenti più convincenti riguardo a questa seria questione per la vita della Chiesa. Resta in ogni caso il fatto che, aver potuto dialogare con una persona così profondamente colta e priva di pregiudizi, è un grande piacere, ed al tempo stesso anche un onore, per qualsiasi studioso di scienze filosofiche.

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Ivo Kerže ― Nel Suo libro [par. 2.3] ella afferma, partendo dall’articolo I-II, quæstio. 94, a. 6 della Summa theologiæ di San Tommaso d’Aquino, che la legge naturale è nota a tutti noi per natura quanto ai principi primi, che sono effettivamente molto generici, tra i quali spicca quello fondamentale di fare il bene e fuggire il male. Fin qui siamo tutti d’accordo. Nello stesso brano, però, l’Aquinate parla della possibilità di un oscuramento della legge naturale in noi riguardo alla cognizione dei principi secondi ― sono quelli più concreti, come quelli del decalogo ― e alla cognizione della corretta applicazione dei principi al caso singolo. Lei conclude che, quando avviene un tale oscuramento circa il divieto di adulterio ― che è un principio secondo ―, allora non c’è piena avvertenza e quindi non c’è peccato mortale. In questa prima parte dell’intervista mi fermerei sul primo punto, che riguarda l’oscuramento dei principi secondi, lasciando il tema dell’applicazione per la seconda parte. La mia prima obiezione è che San Tommaso parla nel brano citato che questo oscuramento può essere provocato da «malas persuasiones», «pravas consuetudines» ed «habitus corruptos». Tutte e tre le denominazioni denotano un carattere vizioso ― malas, pravas, corruptos, sembra che quindi presuppongano un’ignoranza colpevole. Oltre a ciò il brano cita ― alla fine della responsio il primo capitolo della Lettera ai Romani dove l’Apostolo tratta appunto di una società corrotta ma in maniera colpevole [cf. 1 Rom 20], perché sapeva cosa era bene fare, ma non lo faceva.

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Rocco Buttiglione ― Il testo della Summa theologiæ, I-II a me sembra chiarissimo. I principi secondari della legge naturale ― e la proibizione dell’adulterio è uno di questi ― possono essere sradicati dal cuore dell’uomo in due modi: per un errore conoscitivo simile a quello che può avvenire anche nella conoscenza speculativa e per un vizio. L’errore conoscitivo è sempre cattivo ma non sempre ne deriva una colpa morale. La mala persuasio può essere un semplice errore senza colpa o può anche essere l’effetto di una cattiva azione di cui il soggetto è vittima piuttosto che protagonista. Pensi ad un bambino cresciuto in una cultura antropofaga cui i genitori e gli altri personaggi autorevoli della tribù abbiano insegnato che uccidere i nemici e mangiarli è un atto meritorio. Il soggetto attivo della mala persuasio è l’educatore cui l’educando si affida. Si può almeno accusare l’educando di essersi affidato all’educatore sbagliato? No, se l’educatore sono i genitori cui il soggetto è inclinato dalla natura stessa ad affidarsi. Diverso è il caso del vizio ma anche in questo caso la colpa è almeno fortemente diminuita se il vizio è appreso da una legittima autorità. 

L’errore è tanto più facile quanto più ci si avvicina al caso singolo. È qui che emerge la differenza fra il saggio e l’indotto. Il soggettivismo non vuole vedere il lato oggettivo dell’etica. Per esso qualunque giudizio della coscienza va accettato perché è la coscienza a creare la norma. L’oggettivismo non vuole vedere il lato soggettivo dell’etica. Per esso la coscienza si limita a trascrivere il giudizio della ragion pratica. L’etica realista vede che il soggetto morale deve obbedire alla coscienza e la coscienza dal canto suo può sbagliare nell’interpretare la norma. In tal caso la coscienza deve essere rispettata ― il soggetto non può essere considerato colpevole per essersi attenuto al giudizio della coscienza ― ma il suo giudizio non deve essere assolutizzato. Esso, piuttosto, deve essere corretto attraverso l’accompagnamento ed il discernimento.

Non dimentichi che un principio cardine dell’etica tomista è conscientia erronea obligat. La coscienza può essere erronea senza colpa. Esiste l’errore in buona fede ed esso scusa o almeno diminuisce la colpa. 

Credo che questi siano principi assolutamente tradizionali dell’etica cattolica (e tomista).

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Ivo Kerže ― Nella Sua interpretazione dei testi tommasiani riguardo alla conoscenza dei principi secondari non trovo espresso ciò che San Tommaso dice in Summa theologiæ I-II, quæstio 100, a. 1, ossia che i principi secondari che sono altresì precetti morali del decalogo («Honora patrem tuum et matrem tua, et, Non occides, Non furtum facies») vengono conosciuti subito (statim, e statim, cum modica consideratione) dalla «ragione naturale di ogni uomo», anche di quello cresciuto in un cultura antropofaga. Sono d’accordo con Lei che le «malas persuasiones» della sopra citata quæstio 94, a. 6 sembrano in contraddizione con ciò che ho citato della quæstio 100, a. 1, proprio perché l’Aquinate le compara agli errori speculativi circa le conclusioni necessarie ― anche se in generale pure gli errori speculativi possono essere colpevoli, se derivano per esempio da noncuranza ―. Penso però che questa sembianza di contraddizione si possa risolvere soltanto distinguendo i principi secondari in quelli morali del decalogo, tra i quali figura il divieto di adulterio. Principi secondari che sono comprensibili «statim» da chiunque, ed in altri precetti ― chiamati dai tomisti anche terziari, anche se San Tommaso non usa questo termine ― che seguono, ma in maniera più complicata dai primi principi, nei quali invece si possono intromettere le «malas persuasiones» e dove si può quindi verificare l’ignoranza incolpevole. Vede qualche altra soluzione di questa sembianza di contraddizione?

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Rocco Buttiglione ― Nella quæstio 100 della I-II, San Tommaso ci dice che ci sono i primi principi che sono immanenti alla ragion pratica, i principi secondi che da essi derivano attraverso il ragionamento immediato e le conseguenze pratiche. Per individuare la giusta conseguenza del principio nel caso concreto occorre essere dotto e l’indotto facilmente può sbagliare senza colpa. 

La quaestio 94 a. 6 aggiunge che, mentre in generale i secondi principi sono noti perché immediatamente derivabili dai primi, tuttavia in alcuni casi essi possono essere sradicati dal cuore dell’uomo. Per capire in che modo questo possa avvenire occorre fare un excursus sulla teoria tomista della attenzione. Perché l’intelletto possa compiere la sua operazione propria è necessaria una certa concentrazione dell’attenzione. Questa però può venir meno o per colpevole decisione del soggetto o anche per circostanze indipendenti dalla sua volontà. Non credo che Pascal abbia mai conosciuto la dottrina tomista dell’attenzione, essa però praticamente coincide con la teoria pascaliana del divertissement

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Ivo Kerže ― Riguardo alla teoria tomistica dell’attenzione San Tommaso riporta in Summa theologiæ, I-II, quaestio 77, a. 2 il caso di un geometra che non fa attenzione ad alcune conclusioni che subito ― anche qui utilizza la parola «statim» ― gli dovrebbero balzare agli occhi. Va bene. Però dall’altra parte San Tommaso in Summa theologiæ I-II, quaestio 6, a. 8, dove tratta dell’ignoranza volontaria, dice che un’ignoranza è volontaria e quindi colpevole quando riguarda ciò che uno può e deve sapere: «dicitur ignorantia voluntaria eius quod quis potest scire et debet». Nel caso della legge naturale si tratta appunto di cose alle quali abbiamo il dovere di rivolgere l’attenzione e, quanto riguarda i principi secondi del decalogo, che possiamo comprendere subito in maniera facilissima. Quindi il caso del geometra qui non entra in gioco, perché non è nostro dovere conoscere la geometria.

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Rocco Buttiglione ― Bisogna sapere però che il Santo Dottore distingue una ignoranza incolpevole ― non so cose che non sono tenuto a sapere ― da una ignoranza colpevole ma non malvagia ― non so cose che sono tenuto a sapere perché sono stato negligente ― e da una ignoranza colpevole malvagia ― non so cose che sono tenuto a sapere perché non voglio essere ostacolato nella mia volontà malvagia―. Il primo tipo di ignoranza esclude la colpa, il secondo la diminuisce, il terzo la aggrava (Summa theologiæ, I-II, quæstio 76, a. 3 e 4). 

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Ivo Kerže ― ma d’altra parte San Tommaso in Summa theologiæ, I-II, quaestio 6, a. 8, dove parla del rapporto tra ignoranza e volontarietà ― anche negli articoli da Lei citati la colpevolezza del ignoranza dipende dall’involontarietà che ne consegue ―, parla in modo diverso del tipo di ignoranza dove non so cose che posso sapere e sono tenuto a saperle ― nel brano della quæstio 76: «scire tenetur et potest», in quello della quæstio 6: «potest scire et debet». Nel brano della q. 76 l’Aquinate dice ciò che ha citato Lei, ossia che una tale ignoranza diminuisce il peccato senza toglierlo del tutto. Nel brano della quæstio 6, invece, dice che una tale ignoranza non può causare l’involuntarium simpliciter. Ma solo l’involuntarium simpliciter ridurrebbe di per sé il peccato grave da mortale a veniale (si veda il De maloin quæstio 7, a. 11, arg. 3, che è secondo me un brano molto importante per il nostro tema). Quindi penso che il testo della quæstio 76 vada inteso nel senso che l’ignoranza di ciò che posso e devo sapere diminuisce la colpa ma non riducendo il peccato grave da mortale a veniale.

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Rocco Buttiglione ― Credo che bisogni ricordare prima di tutto che il peccato è sempre una azione contraria al giudizio della ragione recepito dalla coscienza. Coscientia erronea obligat. Il giudizio può essere errato per l’ignoranza di cose che il soggetto non era tenuto a sapere e non poteva sapere facendo uso della ordinaria diligenza. Può accadere che questa ignoranza riguardi i principi secondi della legge naturale, più spesso riguarda il materiale empirico che costituisce la premessa minore del sillogismo applicativo dei principi secondari al caso concreto. Questa ignoranza scusa interamente. 

Esiste poi una ignoranza che scusa ma non del tutto. Essa riguarda cose che il soggetto è tenuto a sapere ed è in grado di sapere facendo uso della ordinaria diligenza ma non sa. Possiamo dire che questa ignoranza fa derubricare il peccato da mortale a veniale? Non credo che questo si possa dire. Non credo però neppure che si possa dire il contrario: che il concetto di ordinaria diligenza ammetta una quantità infinita di gradazioni e non credo si possa determinare in astratto in questo caso la esatta linea di confine fra peccato veniale e peccato mortale. Quanto è grave la mancanza di diligenza? Quali sono state le sue cause? Etc… Pensi ad uno studente che non ha studiato affatto per l’esame e lo paragoni ad uno che ha studiato bene tutto tranne una nota a piè di pagina. In ambedue i casi vi è un deficit del livello di diligenza dovuta, ma il livello del deficit non è lo stesso.

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Ivo Kerže ― Lasciando adesso il tema della conoscibilità dei principi secondi, passiamo all’altro tema, sul quale fa soprattutto leva nel Suo libro: quello che riguarda la conoscibilità della corretta applicazione dei principi. Mi pare che nella Sua esegesi la distinzione tra precetti positivi e precetti negativi non sia evidenziata abbastanza. Infatti in I-II, quæstio 94, a. 4 l’Angelico cita come esempio di difficoltà, nell’applicazione dei precetti, il precetto positivo della restituzione delle cose depositate. I precetti negativi del decalogo (gli intrinsece mala), come il divieto di adulterio, invece obbligano semper et ad semper, in ogni circostanza applicativa, come viene spiegato nel Commento di San Tommaso alla Lettera ai Romani, c. 13, l. 2. Quindi in questi casi l’errore riguardo all’applicazione non può avere luogo.

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Rocco Buttiglione ― Esistono due ragioni possibili di errore. Una riguarda il contenuto oggettivo del precetto secondario della legge naturale. A secondo delle circostanze il contenuto oggettivo del precetto può variare. Il precetto riguarda ciò che per lo più avviene (quod plerumque accidit) ma patisce eccezioni in circostanze straordinarie. Non è questo il caso degli intrinsece mala. Essi, come Lei osserva giustamente, valgono semper et pro semper. Essi sfuggono a questa prima causa di errore. La seconda causa di errore è contenuta nella natura del sillogismo pratico. La premessa maggiore è inequivoca e certa a priori, la premessa minore è invece empirica e passibile di errore. A questo secondo tipo di errore non si sottrae nemmeno il sillogismo la cui premessa maggiore è una proposizione valida semper et pro semper.

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Ivo Kerže ― Riguardo alla premessa minore empirica nei giudizi pratici non riesco bene a capire in che modo può verificarsi qui un errore nei casi dei divorziati risposati. La premessa maggiore è in questi casi il divieto di adulterio ― «non devo avere relazioni more uxorio con un donna che non è mia moglie» ―, la premessa minore empirica è «questa donna qui, non è mia moglie» Detto ciò domando: secondo Lei esistono persone che confondono la donna con la quale compiono adulterio con la loro moglie? Mi pare di no, o forse in casi di malattia mentale o simili.

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Rocco Buttiglione ― Evidentemente esistono casi di incertezza su quale sia la vera moglie, altrimenti non avrebbero ragione di esistere i tribunali ecclesiastici diocesani, la Sacra Rota e via discorrendo. Un caso evidente a cui si può applicare il riferimento di Amoris lætitia al possibile accesso ai sacramenti per i divorziati risposati è proprio quello della convinzione in coscienza della nullità del primo matrimonio. In questi casi di per sé bisognerebbe adire il tribunale ecclesiastico ma … non tutte le diocesi hanno un tribunale ecclesiastico funzionante, è possibile che testimoni decisivi siano irreperibili o testimonino il falso e che sia quindi impossibile fornire la prova canonica, il giudizio può tardare indefinitamente, è possibile che il giudice si sbagli … I ministri del matrimonio sono i coniugi. Se in essi vi è la volontà di contrarre un vero matrimonio la loro unione realizza il sacramento. Se due divorziati i cui precedenti matrimoni sono nulli si uniscono con una autentica intenzione matrimoniale il loro sarà un autentico matrimonio, anche se illecitamente contratto, proprio come le ordinazioni sacerdotali compiute da un vescovo senza il consenso del Papa sono illecite ma valide. È possibile imporre come pena canonica per il matrimonio illecitamente contratto la separazione? Peggio, si può imporre ad un uomo di abbandonare la donna che egli in coscienza sa ― o crede di sapere ― essere sua moglie per convivere con un’altra che egli invece sa ― o crede di sapere ― non esserlo? La risposta della Summa nel testo del Supplementum, quæstio 45, a. 4 è chiarissima: piuttosto subire la pena canonica o cercare rifugio fra gli infedeli ma non tradire la donna che in coscienza so essere mia moglie.

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Ivo Kerže ― A quanto ne so, però, un matrimonio ― a differenza delle ordinazioni dei ministri in sacris ― se non avviene di fronte ad un rappresentante dell’autorità ecclesiastica, solitamente il parroco, non è soltanto illecito, ma anche invalido. Proprio per questo i matrimoni celebrati nelle comunità della Fraternità sacerdotale di San Pio X non erano validi, fino a quando il Romano Pontefice non ha conferita ai loro sacerdoti questa facoltà nel 2017.

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Rocco Buttiglione ― I ministri del matrimonio sono gli sposi. La presenza del parroco e dei testimoni ha la funzione ― importantissima ― di certificare che di vero matrimonio si tratta ma non attiene alla essenza del sacramento. La Chiesa può, in foro externo, rifiutarsi di riconoscere un matrimonio non canonicamente celebrato ma questa è una disposizione di disciplina ecclesiastica che può per giusta ragione essere derogata. Pensi al caso di scuola di un uomo e di una donna isolati in un paese in cui non ci sono sacerdoti; ed il caso non è tanto di scuola: pensi alla storia drammatica delle chiese clandestine e perseguitate In Giappone, in Corea o in Albania. Il Concilio di Trento ha molto insistito  sulla forma canonica del matrimonio e lo ha fatto per una giusta ragione. Basta leggere William Shakespeare per vedere quanti problemi nascessero dalla “elasticità” delle forme del matrimonio prima del concilio tridentino. Ovviamente il rifiuto senza giusta causa di celebrare il matrimonio nella forma canonica prescritta può costituire colpa grave di disubbidienza alla autorità legittima ed anche dar vita ad una presunzione di invalidità che però, ovviamente, non può essere assoluta,  vale cioè fino a prova contraria. In altre parole il matrimonio celebrato senza il parroco ma con una autentica intentio et affectio coniugalis è vero matrimonio davanti a Dio. L’ordinamento canonico, però, per i suoi fini propri, può rifiutarsi di riconoscerlo. Esso non sa se sia vero matrimonio e pertanto si rifiuta di considerarlo come tale. Più esattamente: il matrimonio sussiste se il contenuto dell’atto di volontà dei coniugi coincide con il contenuto del matrimonio cristiano. Se questo contenuto non è stato accertato nelle forme prescritte dal diritto canonico l’ordinamento canonico non ha una certezza a questo proposito e presume che non vi sia un autentico matrimonio. Di qui i problemi ― fortunatamente superati ― per il riconoscimento dei matrimoni celebrati dai sacerdoti della Fraternità sacerdotale San Pio X.

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Ivo Kerže ― Comunque mi pare che qui abbiamo esulato dal tema della Comunione ai divorziati risposati. Il divorzio presuppone in origine un matrimonio valido. Il caso della nullità di questo matrimonio che Lei ha messo qui in rilievo mi pare un tema diverso.

 

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Rocco Buttiglione ― Non proprio. Il divorzio non presuppone un matrimonio valido ma semplicemente la scelta delle parti di adire il giudice civile invece di quello ecclesiastico. Possono fare questa scelta perché convinti che il giudice ecclesiastico non scioglierebbe il vincolo ma anche perché non credenti o anche semplicemente perché vogliono regolare i loro rapporti economici e per il momento non intendono entrare in una nuova relazione. Accade che più tardi, dopo essersi risposati, alcuni vogliano tornare ai sacramenti. Si presentano allora situazioni ingarbugliate che i tribunali ecclesiastici non sempre sono in grado di risolvere.  Facciamo solo un caso, quello probabilmente più frequente. Due giovani battezzati solo superficialmente evangelizzati contraggono matrimonio. Ogni matrimonio fra battezzati è un sacramento. Perché sia un sacramento, però, basta che le parole della formula matrimoniale siano pronunciate? Oppure occorre che esse siano intese nel senso della  Chiesa Cattolica ― per esempio includendo la volontà di avere dei figli, l’obbligo della fedeltà, l’impegno alla testimonianza reciproca dell’amore di Dio in tutte le circostanze della vita etc … ―. Che succede se la formula è stata pronunciata senza intendere ciò che essa davvero voleva significare? La Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede si è occupata del problema ed il suo prefetto, Cardinale Joseph Ratzinger, era incline a ritenere che in quei casi non vi fosse un vero matrimonio ma ritenne che l’argomento dovesse essere ulteriormente approfondito.

 Che fare se in questo, ed in altri casi simili, non fosse possibile produrre la prova canonica della nullità ma il confessore si convincesse non solo che il penitente è convinto in buona fede che il vero matrimonio sia il secondo ma anche che egli con ogni probabilità ha ragione? Ammetterlo alla comunione, dopo avere preso tutte le precauzioni opportune per evitare lo scandalo, sarebbe davvero così sbagliato?

Bisogna ricordare il fatto che la sentenza del tribunale ecclesiastico è meramente dichiarativa. Essa non annulla un matrimonio valido ma dichiara che il matrimonio non è mai stato valido. È possibile che i giudici vengano ingannati e dichiarino nullo un matrimonio che invece è valido? Nonostante tutti gli sforzi e tutta la diligenza è possibile. È possibile che i giudici siano tratti in inganno e dichiarino valido un matrimonio che invece è nullo? È possibile, anzi è ancora più possibile perché il tribunale agisce sulla base di una presunzione di validità del vincolo. In altre parole il tribunale dichiarerà che il vincolo sussiste in tutti i casi dubbi nei quali non c’è la prova della invalidità e nemmeno quella della validità. Ancora più possibile è che gli interessati non abbiano la possibilità di adire il tribunale ecclesiastico.

Esistono dei casi ― pochi o molti non so ― nei quali il divorziato risposato può avere delle buone ragioni da raccontare al confessore per chiedere di potere essere ammesso alla comunione, nel corso di un cammino di Penitenza e di riavvicinamento alla fede.

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17 marzo 2018

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* Nato a Trieste nel 1976. Essendo di nazionalità slovena intraprese gli studi alla Facoltà di Filosofia dell’Università di Lubiana dove ha conseguito la laurea nel 2000, il magistero nel 2001 ed il dottorato nel 2007 in filosofia concentrandosi sopratutto sulla filosofia tomista. Per lunghi anni è stato collaboratore di Tretji dan che è una delle principali riviste dedicate al pensiero cattolico in Slovenia. Nel 2008 fu pubblicata presso la collana Claritas la sua prima opera monografica dal titolo Začetek slovenske filozofije (L’inizio della filosofia slovena). Attualmente insegna filosofia al liceo diocesano di Maribor. In Italia collabora dal 2014 con la rivista Sensus Communis diretta da Antonio Livi.

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UNA NOTA FINALE

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Giovanni Cavalcoli, O.P. e Ariel S. Levi di Gualdo

Padre Giovanni Cavalcoli, O.P. e io, ormai noti come i Padri de L’Isola di Patmos, ringraziamo il filosofo anziano ed il filosofo giovane per questo loro colloquio: l’On. Prof. Rocco Buttiglione e il Dott. Ivo Kerže, perché il loro è un colloquio che ci rallegra e che ci onora profondamente.

Questo dialogo rappresenta infatti il proficuo scambio che per secoli ha caratterizzato le migliori e più feconde disputationes theologicæ, prima che si giungesse ai tempi attuali nei quali si è scivolati nella peggiore umoralità farisaica in nome della difesa di una verità che per molti è tale solo perché soggettiva, il tutto manifestato attraverso quel iocentrismo che si è sostituito ― come da anni vado lamentando ―, al cristocentrismo. Il tutto procede a spron battuto soprattutto per mezzo di vecchie eresie di ritorno, oggi purtroppo più attuali di ieri e delle quali parla il recente testo della Placuit Deo, commentato pochi giorni dopo la sua uscita da Padre Giovanni Cavalcoli e da me [vedere QUI].

Proprio come spiegavo questa mattina a Roma alle Suore dello Spirito Santo nella meditazione al Santo Vangelo del giorno [cf. Gv 7, 40-53]: Se scribi e farisei non credono, nessuno allora deve credere. Così, la loro non-fede, diviene certezza di verità che Cristo Gesù non è da Dio, mentre invece egli è proprio θεὸν εκ θεοῦ, φῶς ἐκ φωτός, Θεὸν ἀληθινὸν ἐκ Θεοῦ [Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero].

È davvero terribile pensare di poter affermare, come i farisei narrati in questo brano del Santo Vangelo [cf. Gv 7, 40-53] che se io non credo, allora Cristo Signore è falso e che pertanto neppure tu, devi credere. Il tutto sulla base del fatto che la mia fede viene elevata a certezza per la fede tua. Se per ciò io credo, tu credi, ma se io non credo, tu non devi credere, perché è da me che promana quella certezza che regge la verità.

Ricordo sempre un articolo scritto da Padre Giovanni Cavalcoli alcuni anni fa, nel quale egli dedica parole severe alla superbia peggiore: la superbia intellettuale, che non a caso egli definisce come «apologia della superbia» [vedere QUI,  QUI].

Questo agire è la orrenda bestemmia contro lo Spirito Santo, quella per la quale Cristo Dio ammonisce:

«Perciò io vi dico: Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro» [cf. Mt 12, 31-32]

La mancanza di remissione è dovuta al fatto che questo genere di bestemmia non solo chiude, perché la conseguenza di siffatta chiusura è la distruzione di ogni azione di grazia. Per questo, la Chiesa che da Cristo Dio ha ricevuto il mandato di assolvere dai peccati i peccatori [cf. Gv 20, 19-31], non ha facoltà di concedere remissione per il grave peccato contro lo Spirito Santo dell’impenitente totalmente refrattario a qualsiasi forma di pentimento ed ostinato nel peccato [cf. Sant’Agostino, discorso n. 71 sulla bestemmia contro lo Spirito Santo, testo in italiano QUI].

I peccati contro lo Spirito Santo, noti come «bestemmia contro lo Spirito», sono sei, ed è bene forse ricordare ch’essi sono: l’impugnazione della verità conosciuta e l’invidia dei doni di grazia, ai quali si aggiunge il tentativo di distruggere i doni di grazia altrui; la disperazione della salvezza e la presunzione di salvarsi senza merito; l’ostinazione nel peccato e l’impenitenza finale.

Oggi, la «bestemmia contro lo Spirito», a parere mio ― e beninteso sia, è un parere tanto modesto quanto personale ―, non si manifesta più in modo per così dire “classico”, ma in forme parecchio più raffinate e gravi, per esempio attraverso quel processo d’inversione diabolica mediante il quale il bene diviene male ed il male bene, il vizio virtù e la virtù vizio, la verità rivelata eterodossia e l’eterodossia l’unica autentica verità rivelata. Tutto questo conduce inevitabilmente a vivere ostinatamente nella bestemmia, nel peccato sino alla morte; quello stato terribile di peccato che San Tommaso d’Aquino indica come «ostinazione nel peccato» [Summa Theologiæ, II-II, 14, 2].

I nostri due filosofi, dialogando hanno mostrato il desiderio profondo che li spinge a cercare la verità, mai però a imporre la propria verità, perché la verità ― e con essa la grazia ed il perdono di Dio ―, rimane racchiusa nel mistero imperscrutabile del cuore di Colui al quale acclamiamo: Πιστεύομεν εἰς ἕνα Θεόν, Πατέρα Παντοκράτορα, ποιητὴν οὐρανοῦ καὶ γῆς, ὁρατῶν τε πάντων καὶ ἀοράτων [Credo in Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili]. 

Chi serve veramente la verità, cercando di farsi strumento di verità, non si distaccherà mai un istante della propria vita dal cero pasquale, che è Cristo luce del mondo dinanzi al quale nessuno di noi canta: “Oh, mio Dio, come sono io veritiero!”. Tutt’altro. Dinanzi a Cristo luce del mondo noi inneggiamo al nostro peccato sulla ispirazione intuitiva di San Tommaso d’Aquino: «O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem» [O felice colpa, che ci fece meritare un così grande Redentore]. Perché «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» [Rm 5, 20]. 

Tutto questo è molto chiaro ai nostri due filosofi, non lo è invece, purtroppo, ai nuovi affetti dall’eresia pelagiana di ritorno, per la cui conversione non cesseremo mai di pregare, affinché possano uscire dalla dimensione iocentrica per penetrare quella dimensione cristocentrica che ci conduce all’eterno mistero della salvezza.

Roma, 17 marzo 2018

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Salvezza e perdizione. La Placuit Deo è la Pascendi Dominici Gregis del Sommo Pontefice Francesco I

SALVEZZA E PERDIZIONE. LA PLACUIT DEO È LA PASCENDI DOMINICI GREGIS DEL SOMMO PONTEFICE FRANCESCO I

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Non sembri incongruo o azzardato paragonare la Placuit Deo alla Pascendi Dominici Gregis del Santo Pontefice Pio X. Uno potrebbe osservare che esse si differenziano profondamente, perché la seconda è severa, mentre la prima è indulgente. Eppure, al di là del mutato clima storico, tra i due documenti c’è una continuità: Pio X dovette affrontare il problema modernistico. Il Pontefice regnante ha dovuto riprendere in mano la questione, perché il modernismo dei tempi del suo predecessore Pio X è, come disse il Maritain nel 1966, un «modesto raffreddore da fieno rispetto alla febbre neo-modernista» dei nostri giorni.

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Autori
Giovanni Cavalcoli, O.P – Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

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il Sommo Pontefice Francesco I sulla cattedra episcopale di San Giovanni in Laterano

La Lettera Placuit Deo della Congregazione per la Dottrina della Fede [vedere testo QUI], tratta di un tema di estrema importanza, considerando che in questi ultimi decenni ― più precisamente dalla fine del Concilio Vaticano II ―, sono venute alla luce nuove teorie, ma anche molte eresie, non ancora vinte, per cui, questo intervento della Chiesa, è veramente provvidenziale, illuminante, confortante e consolante per tutti i cattolici desiderosi di veder trionfare la sana dottrina e liberate le anime dall’insidia dell’errore, che è di ostacolo sulla via della salvezza.

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Questo testo va letto in linea di continuità con un altro importante documento risalente a diciotto anni fa, la Dichiarazione Dominus Jesus [vedere testo QUI], voluta dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II e firmata all’epoca dall’allora prefetto di quella stessa Congregazione, Cardinale Joseph Ratzinger. Cominciamo allora col dire che la salvezza, in generale, è la condizione di felicità di chi ha scampato un pericolo, soprattutto se pericolo di morte; ed è l’atto col quale il salvatore sottrae al pericolo colui al quale dà salvezza. Possiamo salvarci da soli, se la difficoltà non è eccessiva; ma nelle difficoltà più gravi abbiamo bisogno di qualcuno più capace di noi, che ci salvi, facendo noi eventualmente, dietro suoi ordini, se ne abbiamo le forze, ciò che possiamo e dobbiamo fare per collaborare all’azione del salvatore o soccorritore. La dinamica della salvezza che ci viene dagli uomini è figura e immagine di quella che ci viene da Dio.

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Nelle religioni l’uomo ha coscienza di trovarsi in una condizione di pericolo, di miseria, di schiavitù, di sofferenza, di peccaminosità, di inimicizia con Dio, che gli fa desiderare che Dio, suo benevolo Signore, abbia pietà di lui e lo soccorra. Si sente però in debito con Dio per le colpe commesse. Ha così con Dio un conto aperto.  Considera le pene della vita come castigo di tali colpe ed offre a Dio sacrifici in espiazione e riparazione, sperando di placarLo, di ottenere perdono e misericordia e di essere sollevato e salvato dalle proprie miserie, financo dalla morte.

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Le religioni hanno consapevolezza che, per ottenere il conseguimento delle massime aspirazioni – unione con Dio, santità, libertà dal peccato e dalla morte vita e felicità eterna – l’uomo deve bensì obbedire a Dio, ma soprattutto deve implorare da Dio questa salvezza. Tutti, salvo che non siano dei perfetti superbi, sentono in vari modi il bisogno della salvezza, ma non tutti sanno in che consiste e come si ottiene. Molti, come nota questa Lettera, per salvezza intendono soltanto salvezza dai mali fisici o dalla miseria materiale o tutt’al più essere liberati da un tirannide politica o sociale. Non si rendono conto, o non vogliono saperne che per raggiungere la vera felicità, hanno bisogno, ed hanno se lo vogliono la possibilità di essere liberati per opera di Dio dal peccato, dalla schiavitù del demonio e della morte.

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Questo testo, più breve della Dominus Jesus che l’ha preceduto,  colpisce per il modo in cui allude a molte eresie di oggi, od a quella che potremmo definire come le stagione del ritorno delle grandi eresie. Non sono fatti i nomi, ma chiunque voglia intendere, coglierà sin dalle prime righe a chi viene fatto riferimento. Tentiamo allora, considerando le idee esposte, di comprendere a quali correnti, tendenze, scuole o autori il documento può far riferimento, soprattutto a quegli autori che sono già stati censurati dalla Chiesa o dai migliori teologi in tempi antichi o recenti.

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TEMI GIÀ TRATTATI DAL SOMMO PONTEFICE FRANCESCO I

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La Placuit Deo si riferisce, senza citarlo per esteso, al discorso tenuto dal Sommo Pontefice a Firenze ai rappresentanti del V° Convegno nazionale della Chiesa italiana, il 10 novembre 2015. Un discorso che conviene ricordare in questo contesto e nel quale sono presentate due tendenze come tentazioni all’interno della Chiesa. Una, è la tentazione pelagiana, che

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«ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività. La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo. La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda – è aliena dal pelagianesimo. Essa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività».

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Rimedio proposto dal Sommo Pontefice a questa mentalità rigida e chiusa è il «radicarsi in Cristo» e lasciarsi condurre dalla «leggerezza del soffio dello Spirito», quello Spirito che «rinnova la faccia della terra». Questo Spirito ci impedisce di essere troppo sicuri delle nostre idee e troppo coscienti della nostra forza. Rende la nostra fedeltà creativa e ci dona le ali che ci sollevano al di sopra le misure e i calcoli umani, per farci spaziare e volare negli orizzonti illimitati della santità. E in questi passi, chiunque presta profonda attenzione coglierà il respiro di alcuni degli elementi fondamentali della Enciclica Fides et ratio del Santo Pontefice Giovanni Paolo II. Così come non è difficile riconoscere nelle parole del Sommo Pontefice il problema del lefebvrismo, con il suo unilaterale richiamo alla Sacra Tradizione, legato a una forma mentis indubbiamente e giustamente preoccupata dell’immutabilità e della certezza del dogma, ma chiusa al progresso dottrinale compiuto dal Concilio Vaticano II e per conseguenza al Magistero dei Pontefici seguenti fino all’attuale, che essa accusa di eresia modernistica. Che il post-concilio trabocchi purtroppo Modernismo, è un fatto non facilmente passibile di smentita, ma questo problema oggettivo, come noi Padri de L’Isola di Patmos abbiamo messo sempre in luce, non deve indurre a un errore davvero venefico, che poi è il seguente: affermare che le molte derive eterodosse di stampo perlopiù modernistico, del post-concilio, sia una conseguenza “ovvia” e del tutto “naturale” del Concilio Vaticano II. Infatti, affermare questo, oltre che falso, è invero empio.

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Nella mente del lefebvriano il processo della deduzione dogmatica si è bloccato al Magistero del Venerabile Pontefice Pio XII, per cui ha cessato di avanzare in nome di una fedeltà alla Tradizione e della conservazione del deposito della fede, delle quali la prima, agli occhi del lefebvriano, sarebbe stata alterata, mentre la seconda sarebbe stata dismessa. Ciò equivale a dire che nel passaggio dall’insegnamento dogmatico di Pio XII a quello del Concilio, questo non sarebbe stato in continuità, ma avrebbe rotto con quello, in altre parole lo avrebbe smentito o falsificato.

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Il lefebvrismo distingue certamente la natura dalla grazia, ma punta eccessivamente sulle opere, sui meriti e sulla forza della ragione e della volontà, correndo il rischio del formalismo, del legalismo, del ritualismo, dell’autocompiacimento farisaico e del rigorismo morale, quasi volendo disciplinare con dovizia l’opera stessa della grazia e lasciando poco spazio all’iniziativa dello Spirito. Il suo conservatorismo conserva ciò che è superato e respinge come falsità la novità evangelica dello Spirito, scambiando il rinnovamento per infedeltà; sa che la grazia completa la natura, ma non sa che la natura è anticipata dalla grazia. Ora un’idea di questo genere suppone e ammette la possibilità che il Magistero pontificio e conciliare cada nell’eresia, il che è con ciò stesso eretico, perché significherebbe negar fede alla promessa di Cristo fatta a Pietro che le “porte dell’inferno”, ossia il potere delle tenebre non potrà distruggere la Chiesa. Ma negar fede alle promesse di Cristo è eretico. Dunque, il credere che il Concilio sia caduto nell’eresia è a sua volta eresia.

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PELAGIANI E GNOSTICI

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La Placuit Deo denuncia coloro che credono di poter raggiungere una condizione divina con le proprie forze, come se l’uomo disponesse da sé in modo innato di un potere divino o perché credono che la grazia divina sia premio dei loro sforzi ― i pelagiani ― o perchè credono di possedere da sé un sapere assoluto e sovrumano, tale ― gli gnostici ―, da conoscere dà sé la via di una salvezza sublime, che consenta loro di conseguire  un potere e una libertà divini. Per costoro il loro corpo e la natura umana sono manipolabili o plasmabili a loro piacimento, in un continuo divenire storico, senza che abbiano alcun obbligo di sottostare ad una legge morale immutabile stabilita da un Dio trascendente e personale, giacché Dio, per loro, è solo il  fondo assoluto del loro io. Ciò che conta, per loro, è la loro libera volontà; essa sola è buona e divina; il corpo e la materia sono apparenze effimere; le loro leggi sono viste come ostacoli alla libertà, per cui il soggetto si sente libero di operare sul corpo e sull’uomo secondo il principio epicureo del piacere o quello nietzschiano del dominio.

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La Placuit Deo nota che questa divisione degli eretici in pelagiani e gnostici, propria di queste antiche eresie, risponde a deviazioni ricorrenti del Cristianesimo, per cui ha anche oggi un riscontro nelle eresie moderne, senza ovviamente coincidere pienamente con esse. Pensiamo per esempio a fenomeni come il luteranesimo, il modernismo, il rahnerismo, il lefebvrismo e la Teologia della Liberazione. I primi quattro possono esser ricondotti allo gnosticismo; l’ultimo al pelagianesimo. Ciò risulta chiaro, se facciamo riferimento alle parole usate dalla Placuit Deo per descrivere il pelagianesimo e lo gnosticismo contemporanei.

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Dice essa infatti:

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«Da una parte, l’individualismo centrato sul soggetto autonomo tende a vedere l’uomo come essere, la cui realizzazione dipende dalle sole sue forze. In questa visione, la figura di Cristo corrisponde più ad un modello che ispira azioni generose, con le sue parole e i suoi gesti, che non a Colui che trasforma la condizione umana, incorporandoci in una nuova esistenza riconciliata con il Padre e tra noi mediante lo Spirito [cf. 2 Cor 5,19; Ef 2,18]. L’individualismo centrato sul soggetto autonomo tende a vedere l’uomo come essere la cui realizzazione dipende dalle sole sue forze».

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Questo è il principio della gnoseologia cartesiana del cogito, che nei secoli seguenti porterà a Kant e all’idealismo tedesco, dal quale sorge, per reazione, il materialismo marxista e quello evoluzionista del XIX secolo. Qui riconosciamo l’impostazione della teologia della liberazione, influenzata da Marx, o l’evoluzionismo antropologico materialista di Teilhard de Chardin influenzato da Darwin, nei quali l’uomo, collettivamente o personalmente, sale sulla scala dell’evoluzione fino a Cristo, il quale però non appare come Redentore, ma solo come liberatore, modello di somma perfezione umana personale e sociale.

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Continua la Placuit Deo:

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«D’altra parte, si diffonde la visione di una salvezza meramente interiore, la quale suscita magari una forte convinzione personale, oppure un intenso sentimento, di essere uniti a Dio, ma senza assumere, guarire e rinnovare le nostre relazioni con gli altri e con il mondo creato. Con questa prospettiva diviene difficile cogliere il senso dell’Incarnazione del Verbo, per cui Egli si è fatto membro della famiglia umana, assumendo la nostra carne e la nostra storia, per noi uomini e per la nostra salvezza».

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Osserviamo che la prospettiva di una salvezza «meramente interiore» è quella luterana, la quale, congiunta col cogito cartesiano, produrrà nel XIX secolo l’idealismo soggettivistico e panteista tedesco. Si tratta infatti del soggetto che, ritenendosi già illuminato da Dio, respinge la mediazione dei sensi ― Cartesio ― o della Chiesa ― Lutero ―. La Lettera vien poi meglio compresa alla luce di quanto il Sommo Pontefice ha detto a Firenze sullo gnosticismo, vale a dire che esso

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«porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello. Il fascino dello gnosticismo è quello di «una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti» [Evangelii gaudium, 94]. La differenza fra la trascendenza cristiana e qualunque forma di spiritualismo gnostico sta nel mistero dell’Incarnazione. Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo».

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La Placuit Deo spiega così le parole del Sommo Pontefice:

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«Si pretende così di liberare la persona dal corpo e dal cosmo materiale, nei quali non si scoprono più le tracce della mano provvidente del Creatore, ma si vede solo una realtà priva di senso, aliena dall’identità ultima della persona, e manipolabile secondo gli interessi dell’uomo» [n.3].

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Lo gnosticismo, per il Sommo Pontefice Francesco I, per quanto affermi un’interiorità anche profonda, è un pensare chiuso su se stesso e quindi sterile. È il pensare dell’idealista. «Dice e non fa» [Mt 23,3], come Cristo ci avverte dei farisei. Ma l’idealista ― qui lo gnostico ― non produce buoni frutti, non tanto perché non agisca o non si dia da fare o si adagi nella pigrizia in una specie di quietismo,tutt’altro, egli, senza che abbracci l’idealismo etico di Fichte, è attivissimo, ma solo per i suoi interessi.

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Se un Giovanni Gentile dice che tutto è pensiero, non nega l’azione, anzi le dà tale importanza, che il soggetto pone se stesso nell’essere [autoctisi]. Rahner arriva a dire che il soggetto determina con la sua volontà la sua propria essenza o la sua propria natura. Ma proprio questo agire staccato dall’attenzione limpida ed onesta alla realtà divina, alla realtà della natura umana e della legge morale oggettiva, è alla fine è un non-agire, o un agire insensato, e comunque un disobbedire alla legge divina. Così l’idealista, alla fine, non afferra la realtà, la «cosa in sé» ― lo dice egli stesso con Kant ―; non afferra, direbbe il Beato Antonio Rosmini «né l’essere reale, né l’essere morale» e neppure il vero «essere ideale», ma solo le sue false idee ed immaginazioni, ma, come nota il Sommo Pontefice, resta staccato dal reale, col rischio di cadere nel nichilismo o nel solipsismo.

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La pretesa esorbitante dello gnostico, quella che il reale si identifichi con la sua idea infallibile del reale e che l’essere, anche quello divino, coincida col suo pensiero, è punita col distacco dalla realtà, un distacco a volte davvero tragico [1]. Dice infatti il Sommo Pontefice:

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«l’idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono. Ciò che coinvolge è la realtà illuminata dal ragionamento» [2].

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La realtà, per l’idealista ― vedi per esempio qui Husserl ―, non ha senso in sé, da sé e di per sé, un senso preciso ed intellegibile, dato dal Creatore, un senso indipendente dall’uomo e che l’uomo deve scoprire, rispettare e, se si tratta della legge morale, mettere in pratica; ma l’uomo pretende, con le sue categorie a priori, di esser lui a dar senso ad una realtà priva di senso. E qui si vede il disprezzo gnostico per il corpo e per il reale in generale. Il corpo, per lo gnostico, non è buono in sé, ma sta a lui, con la sua libera volontà, in forza della sua divina interiorità, determinare a suo piacimento il bene e il male riguardo alla vita fisica e sessuale, sostituendosi a Dio nel legiferare sulla condotta da tenere e sostituendo, con la sua violenza e la sua libidine, le sagge inclinazioni e leggi poste dal Creatore nella natura umana.

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UNA PROVVIDENZIALE NOVITÀ NELLA STORIA DEL MAGISTERO PONTIFICIO

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La cosa notevole in queste parole, un fatto nuovo che non esitiamo a considerare di portata storica nella storia del Magistero pontificio, è che per la prima volta un Sommo Pontefice condanna senza mezzi termini lo gnosticismo chiamandolo col suo nome; con quel nome che da tempo era stato chiamato dagli studiosi, i quali ne avevano segnalato il ritorno pericoloso, ma senza incontrare rispondenza nel Magistero pontificio. Categorie usate dai Papi precedenti a partire dal XIX secolo, che maggiormente possono essere avvicinate allo gnosticismo, erano solo quelle di razionalismo, idealismo e panteismo. I Pontefici dei tempi dello gnosticismo storico certo si accorsero del pericolo e i primi teologi lo combatterono, pur senza lasciarci espliciti documenti di condanna, limitandosi a qualificarlo nel suo complesso come effetto della superbia intellettuale, il che poi costituisce la sostanza o lo spirito dello gnosticismo, il quale appare certamente come cedimento alla tentazione diabolica genesiaca di voler «essere come Dio». Così, il Santo Pontefice Pio X, nella sua Pascendi Dominici Gregis qualificherà come effetto della superbia il Modernismo, che può considerarsi senza dubbio come il rinato gnosticismo dei nostri tempi, se mai lo gnosticismo ha cessato di agire più o meno apertamente nella storia del pensiero e delle eresie. Che cosa è infatti l’eresia, se non l’effetto della superbia e, in tal senso, dello gnosticismo? E chi è l’eretico, se non colui che, credendo di possedere il sapere supremo, è convinto di conoscere Cristo meglio del Papa o contro il Papa? O di conoscere Dio meglio di Gesù Cristo, come Severino ed Heidegger? O come Maometto?

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Esistono molte forme di gnosticismo, dove lo gnostico si erige a giudice del testo sacro della propria religione. Così esiste uno gnosticismo ebraico [3] e l’ebreo Spinoza o la Kabbalà pretesero di conoscere Dio meglio della Bibbia; Averroè pretese di conoscere Dio meglio del Corano; Budda pretese di conoscere il Nirvana meglio dei testi sacri del brahmanesimo; Giordano Bruno [4] volle andare dal Romano Pontefice per convincerlo che la sua dottrina magico-ermetica era migliore del cristianesimo per la salvezza dell’uomo, ma, come sappiamo, gli andò male; la massoneria pretende di possedere il sapere supremo meglio di tutte le religioni [5], la teosofa Helena Blavatsky, ispiratrice delle dottrine esoteriche del nazismo [6], dette ad intendere a milioni persone di poter insegnare lei, con la teosofia [7], la via della salvezza eterna meglio di quanto aveva potuto  fare Gesù Cristo.

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I CARATTERI DELLO GNOSTICISMO

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Lo gnosticismo, infatti, è la pretesa di conoscere Dio più e meglio di quanto all’uomo sia concesso di conoscere e, in campo cristiano, è la pretesa di conoscere Cristo più e meglio di quanto ci è insegnato dal Magistero della Chiesa. A esso si contrappone, quasi opposto estremismo, l’agnosticismo, il quale, sotto pretesto della debolezza dell’umana ragione e coprendosi della veste di una falsa umiltà, si  rifiuta di accogliere quanto la ragione da sé può conoscere su Dio e quanto su Dio ci è rivelato da Cristo mediante il Magistero della Chiesa. Lo gnostico non ha bisogno di pervenire a sapere che Dio esiste e chi è Dio e come opera partendo dall’esperienza delle cose o perché istruito da un magistero umano o ecclesiastico, perché egli ritiene di sapere già da sé tutto ciò, a priori, partendo dalla sua semplice autocoscienza, giacché egli crede che Dio non esiste indipendentemente da questa autocoscienza, ma è precisamente posto da essa a-prioricamente. Per questo, lo gnostico, ritenendosi da sé e per conto proprio in possesso del sapere supremo o della Scienza assoluta — appunto la Gnosi —, eventualmente per mezzo del concetto — Hegel — [8], si considera autorizzato e capace di giudicare o censurare qualunque dottrina su Dio, compresa quella della Chiesa, e quindi di respingerla come falsa, se non corrisponde alla sua idea di Dio.

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La questione dello gnosticismo antico ha avuto un forte incremento nel secolo scorso, allorché furono scoperti documenti gnostici. Si è allora molto discusso su cosa si dovesse intendere per ”gnosticismo”, un termine che deriva dal greco gnosis=scienza o conoscenza. Furono chiamati ― o chiamavano se stessi ― “gnostici” [gnostikòi] un gruppo di teologi del II-III secolo, i quali, imbevuti di dottrine pagane, soprattutto platoniche e di mitologia religiosa, erano particolarmente interessati al problema della salvezza, che interpretavano come esperienza interiore di un Dio ineffabile, mentre l’azione e il mondo esterno materiale appariva a loro come principio  del male e quindi estraneo all’esperienza salvifica come esperienza mistica di Dio e conoscenza suprema ― gnosis ―, segreta ed esoterica, per pochi eletti, della verità. Secondo loro l’etica e quindi la salvezza si esauriva nell’orizzonte di questa esperienza interiore soggettiva come autocoscienza gnostica, di uno spirito estraneo ed ostile alla materia. Sicché per loro non esisteva un’etica vincolante, comandata da Dio, nei confronti del corpo, della società e del mondo, vane  apparenze rimesse alla loro  libera scelta, tanto più che in fin dei conti la libertà per loro era solo quella intima dello spirito pervaso da Dio, liberi dalle pastoie del corpo. Certo non disdegnavano le dissolutezze della carne, convinti che al riguardo del corpo non vi fossero comandi divini, anche se accadeva che passassero all’eccesso contrario del rigorismo, poiché vedevano il corpo come il  principio del male. Questa specie di gnosticismo ricomparve nel sud della Francia con l’eresia dei Catari nel XIII secolo [9].

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I primi teologi cristiani si accorsero dell’importanza della conoscenza di Dio nella vita cristiana, cosa così legata al valore della verità, ma lo fecero senza esagerare la potenza e la portata della conoscenza, collegata sapientemente con i doveri della vita cristiana ed inquadrata nel superiore ambito della carità, in comunione con la Chiesa. La vera gnosi poteva e doveva essere accettata e stimata, ma doveva essere respinta quella falsa. Fu così che mentre Clemente Alessandrino poteva definire il cristiano come uno ”gnostico”, Sant’Ireneo di Lione si dedicava alla confutazione della falsa gnosi. Tuttavia, di là da questa categorizzazione storica, che denomina come gnosticismo un fenomeno circoscritto nel tempo, la Lettera suggerisce anche un senso più ampio come perenne atteggiamento dello spirito, che si riassume in sostanza nella superbia intellettuale, sicché può esistere tanto uno gnosticismo spiritualistico quanto uno materialistico, tanto uno dualistico manicheo, quanto uno monistico panteista, tanto uno lassista, quanto uno rigorista.

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Merito di una rimessa in luce della questione dello gnosticismo in rapporto alla modernità, va nel secolo scorso al tedesco Hans Jonas [10]. Altri, come Giovanni Filoramo, hanno evidenziato la tendenza panteistica della gnosi [11]. Emanuele Samek Lodovici ha mostrato l’azione dissolvente dello gnosticismo nel pensiero contemporaneo. Gli Atti del convegno Phénoménlogie, gnose, métaphyique, tenutosi alla Sorbona nel 1997, curati da Natalie Depraz e Jean-François Marquet [12], mostrano lo gnosticismo di Schelling e di Husserl.

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LO GNOSTICISMO CONTEMPORANEO

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Per comprendere la sostanza di queste parole del Sommo Pontefice, occorre focalizzare e congiungere le sue seguenti espressioni:

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«Un certo neo-gnosticismo, dal canto suo, presenta una salvezza meramente interiore, rinchiusa nel soggettivismo» [n.3] e «una fede rinchiusa nel soggettivismo, … dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti» [Evangelii Gaudium, n. 94].

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Qui la Placuit Deo si riferisce al ritorno di modernismo idealista-panteista originato da Hegel, che trova una notevole espressione nella teologia di Karl Rahner, per il quale l’essere è l’essere pensato, per cui tutto il reale, compreso Dio, è un pensato immanente nell’autocoscienza di origine cartesiana. Tutto è nell’io, tutto è dall’io e niente fuori dell’io. Alla concezione idealistica della conoscenza e della coscienza, che comporta il primato del pensiero e dell’idea, ossia del soggetto, sull’essere e sul reale, ossia sull’oggetto, il Pontefice nella Evangelii gaudium contrappone la concezione realistica biblico-tomista del «primato della realtà sull’idea» [n. 231], che comporta la adaequatio intellectus et rei e quindi la soggezione del pensiero umano all’essere divino. Ciò assicura una corretta antropologia e una sana morale, fondata sulla legge naturale universale ed immutabile.

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La Placuit Deo viene quindi a condannare la gnoseologia storicistica del Cardinale Walter Kasper[13], per il quale il soggetto, nella sua storicità, determina l’oggetto, che per conseguenza muta col mutare del soggetto. In tal modo il mutamento tocca, come già in Hegel, l’essenza della verità, del dogma, della legge naturale e della natura divina; e queste tesi, lo ricordiamo, sono già state condannate dalla Pascendi Dominici Gregis del Santo Pontefice Pio X. E colpisce qui altresì la concezione soggettivistica ed idealista della coscienza del Padre Arturo Sosa, che abbiamo già confutato su L’Isola di Patmos [cf. QUI]. In conformità a tale concezione la coscienza, ovvero l’idea, non ha l’obbligo di adeguarsi al reale, in modo assoluto e in ogni caso; e quindi per esempio ad una legge morale precisa, oggettiva, universale, immutabile, ma si regola su se stessa.

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Tornando al testo della Placuit Deo, si afferma che

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 «sia l’individualismo neo-pelagiano che il disprezzo neo-gnostico del corpo sfigurano la confessione di fede in Cristo, Salvatore unico e universale» [n.4] e «contraddicono anche l’economia sacramentale tramite la quale Dio ha voluto salvare la persona umana» [n.13]. «Il luogo dove riceviamo la salvezza portata da Gesù è la Chiesa» [n.12]: comprendere «questa mediazione salvifica della Chiesa è un aiuto essenziale per superare ogni tendenza riduzionista». [ibidem].  La salvezza «non si ottiene con le sole forze individuali, come vorrebbe il neo-pelagianesimo, ma attraverso i rapporti che nascono dal Figlio di Dio incarnato e che formano la comunione della Chiesa» [ibidem]. Inoltre, contrariamente alla visione neo-gnostica di «una salvezza meramente interiore»,  la Chiesa «è una comunità visibile: in essa tocchiamo la carne di Gesù, in modo singolare nei fratelli più poveri e sofferenti» [ibidem] attraverso «le opere di misericordia corporali e spirituali» [n.14].

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 C’È ANCHE L’AGNOSTICISMO

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Esiste però anche una forma di gnosticismo agnostico. Non sembri, questa, una contraddizione, quindi spieghiamo in tal senso che si tratta della pretesa di possedere un’esperienza immediata di Dio in modo atematico, preconcettuale, autocoscienziale ed apriorico prima ed indipendentemente dall’esperienza delle cose e dalla conoscenza concettuale di Dio, sia quella filosofica che quella dogmatica, trasmessa dalla Chiesa, la quale esperienza non esprime intellettualmente il contenuto della stessa esperienza originaria di Dio, ma ne è un derivato nell’ambito dell’immaginazione o simbologia emotiva e creativa. Pertanto non si ha qui una conoscenza di Dio concettuale vera, oggettiva, universale, certa ed immutabile, che produca una fides, una sola verità salvifica uguale per tutti e per sempre, ma una molteplicità di ”fedi”, ossia di opinioni soggettive su Dio, relative e mutevoli, tutte ugualmente vere, anche se in contraddizione fra loro, perché la verità non è ciò che è in sé, indipendentemente da me, non è universale, è ma ciò che appare a me e che decido io. Inutile dire che questa è una ereticale vanificazione del fondamento di fede «un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» [cf. Ef 4, 4-6]. E questo poco prima descritto è lo gnosticismo rahneriano, gnostico e ad un tempo agnostico.  Gnosticismo, per la pretesa dell’esperienza apriorica “trascendentale” di Dio, per la quale Dio appare addirittura come «orizzonte ultimo della auto-trascendenza umana». Altro che pelagianesimo: qui siamo proprio nel panteismo!

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Agnostico, perché la verità su Dio non si coglie nel concetto, anche se metafisico, analogico o trascendentale, e quindi nel dogma, ma solo in quell’esperienza di per sé ineffabile e quindi inesprimibile. Dio, quindi, per Rahner, è “Mistero assoluto”, non relativo a ciò che per noi di Dio è ignoto e trascende la finitezza della nostra comprensione, giacché è chiaro che Dio, in quanto ci è rivelato da Cristo per il tramite della Chiesa, non ci è ignoto, non ci è misterioso, ma Lo conosciamo nei concetti e nelle formule dogmatiche.

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Per Rahner, invece, noi non possiamo distinguere in Dio ciò che ci è noto ― per Rivelazione ― da ciò che ci è ignoto e ci trascende per l’infinità dell’Essenza divina. Ma Dio è assolutamente ignoto al concetto, proprio come l’Agnoston degli gnostici antichi; quell’agnosticismo, che il Santo Pontefice Pio X, nella Pascendi Dominici Gregis condanna riferendolo al «Inconoscibile».

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Il pelagianesimo è invece quella concezione del rapporto tra le opere umane e la grazia, per la quale la grazia è semplicemente l’aiuto che Dio dà all’uomo per il compimento del bene, ed è il perfezionamento finale, certo, soprannaturale, concesso da Dio, agli sforzi ed alle opere della ragione e della volontà umane. Insomma la grazia, per il pelagianesimo, è il compimento finale della autotrascendenza umana, la quale che perviene al culmine delle sue possibilità. Questa idea si trova anche in Rahner, il quale, pertanto, sotto questo aspetto, si può considerare pelagiano. Nel pelagianesimo, quindi, come è noto, l’iniziativa e l’inizio della salvezza non viene da Dio, ma dall’uomo e per merito umano. La grazia completa e premia  l’opera dell’uomo. Abbiamo dunque la grazia conseguente, ma non la grazia preveniente. C’è la grazia cooperante con l’opera dell’uomo, ma non la grazia operante, che muove l’uomo alla salvezza e lo salva.

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Il Sommo Pontefice, nella Evangelii gaudium, così descrive il neo-pelagianesimo, indicandolo come

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«autoreferenziale di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri, perché osservano determinate norme o perché irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato. E’ una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare, che dà luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario, dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli altri e invece di facilitare l’accesso alla grazia, si consumano le energie nel controllare. In entrambi i casi» ― ossia neognosticismo e neopelagianesimo ― «sono manifestazioni di un immanentismo antropocentrico» [n.94].

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Non è difficile rintracciare in questa descrizione i lefebvriani. Tuttavia, non esiste solo un pelagianesimo lefebvriano, ma ce n’è anche uno modernista, come per esempio quello di Rahner. Infatti, come abbiamo visto, caratteristica generale del pelagianismo è l’eccessivo affidamento sulle proprie forze, che porta ad intendere  la grazia non come aggiunta perfettiva alla natura e superamento gratuito dei limiti della natura, ma come termine ultimo, dovuto alla natura, dello sviluppo inarrestabile dell’orientamento necessario, esistenziale ed essenziale a Dio, proprio di ogni uomo. Il lefebvriano si irrigidisce nel conservare; il rahneriano si irrigidisce nel cambiare. L’uno e l’altro sono certi delle proprie idee più di quanto Cristo fosse certo delle sue.

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Rahner, in particolare, concepisce il rapporto natura-grazia come  trascendimento o sviluppo storico necessario di ogni agire umano, fino a giungere alla vita di grazia, senza soluzione di continuità. Siccome per Rahner la natura umana è illimitata, le è facile passare il limite e vivere in grazia. Confonde la disponibilità della natura alla grazia ― potentia oboedientialis ― con il potere attivo dell’uomo di realizzare se stesso, e con la passività o plasmabilità della natura corporea nei confronti della sua volontà [14].

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Al polo opposto del pelagianesimo [sola natura], sta lo gnosticismo, nel quale la natura è assorbita dalla grazia [sola gratia]. Qui la Lettera sottende evidentemente l’eresia opposta a quella razionalista di Pelagio, ossia quella fideista di Lutero, il quale ammette bensì la grazia preveniente ed operante, ma non quella conseguente e cooperante. Pelagio esagera il merito, Lutero lo nega. Lutero, infatti, come è noto, esclude giustamente che la grazia possa essere meritata dal figlio di Adamo, ma trascura l’esistenza del merito soprannaturale, che dipende dalle opere fatte in grazia, le quali collaborano con la grazia e meritano quindi la salvezza e il premio celeste, per cui la salvezza è condizionata dal compimento delle buone opere fatte i grazia. E qui, Pelagio, ha ragione.

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LE VARIE FUNZIONI DELLA GRAZIA

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Ottima idea quella della Placuit Deo, sempre in tema di grazia, di ricordare la distinzione fra grazia sanante e grazia elevante ― ossia fra quella grazia che rimette i peccati e salva la nostra umanità, riconducendola all’innocenza ― e quella grazia ancora più gratuita, per la quale l’uomo è elevato alla condizione di figlio di Dio, ad immagine del Figlio, mosso dallo Spirito Santo.  Infatti è oggi spesso l’idea cristiana e neotestamentaria della figliolanza è  banalizzata e degradata, a causa di una fraternité di sapore illuministico, sicché ogni uomo per il semplice fatto di essere uomo, appare come ”fratello” e ”figlio di Dio”. Questo vuol dire confondere quella che è la chiamata evangelica universale alla salvezza e a vivere la vita di figli di Dio nella Chiesa cattolica, con la supposizione falsa e infondata ― ecco il cristianesimo anonimo di Rahner [15] ― che tutti gli uomini, magari inconsapevolmente, siano di fatto figli di Dio, in grazia, immancabilmente ed irresistibilmente tendenti alla salvezza. Il che contrasta evidentemente con l’insegnamento di Cristo[16] e col dogma cattolico che «non tutti si salvano» [17], ossia col dogma dell’inferno, che non è una pena correttiva, ma afflittiva, perché il dannato si trova per sempre ed irrimediabilmente nella condizione di aver scelto definitivamente di opporsi a Dio, il che non gli consente ― e neppure lui lo vuole ― di pentirsi e di ravvedersi, finalità, che sono perseguite dalle pene correttive.

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Questa proprietà della pena infernale è la ragione della condanna nel 1998 da parte della Congregazione per la dottrina della fede della tesi del prof. Luigi Lombardi Vallauri, docente all’Università Cattolica di Milano, il quale sosteneva che il dogma dell’inferno è una credenza « incostituzionale [in quanto] nessun atto per quanto grave può meritare una pena eterna [e perché] è contraria ai princìpi più avanzati del diritto, e specificamente del diritto influenzato dal cristianesimo, una pena che in nessun modo tenda alla rieducazione e riabilitazione del condannato». Invece, nella falsa credenza, sostenuta da Rahner e da altri, che, comunque vadano le cose, tutti si salvano, si eleva indebitamente, in sostanza, una semplice facoltà appartenente a tutti – quella di scegliere o per Dio o contro Dio – a effettiva scelta per Dio da parte di tutti. Si abbassa la dignità incomparabile di un dono divino gratuito, soprannaturale e libero, il cui conferimento è condizionato dalla libera risposta di ciascuno, alle dimensioni della struttura essenziale e necessaria della natura umana, comune a tutti, santi e delinquenti. Il messaggio della salvezza non è più: “Potete salvarvi per grazia, se obbedite alla legge divina”, ma ”siete tutti salvi per sola grazia e per sola fede, indipendentemente dalle opere della fede”. Il che poi non è altro che l’eresia di Lutero.

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CRISTO, UNICO SALVATORE DEL MONDO

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La Placuit Deo ripropone l’insegnamento cristiano fondamentale circa la natura, le vie e i mezzi della salvezza, secondo il quale insegnamento noi otteniamo la salvezza obbedendo ed unendoci a Cristo, unico Salvatore del mondo[18] ed incorporandoci quindi nella Chiesa, Corpo di Cristo. La Lettera ricorda infatti al n°2 che

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«la confessione di fede cristiana, che proclama Gesù unico Salvatore di tutto l’uomo e dell’umanità intera [cf. At 4,12; Rom 3,23-24; 1 Tm 2,4-5; Tit 2,11-15].

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Questo testo si ricongiunge col dogma del Concilio di Firenze del 1442 [19], secondo il quale, per salvarsi, occorre appartenere alla Chiesa. Il Concilio Vaticano II, riprendendo l’insegnamento del Beato Pontefice Pio IX, ha chiarito che questa appartenenza non è necessariamente quella alla Chiesa visibile, benché essa rientri nel piano ordinario della salvezza, ma che la salvezza ― e quindi l’appartenenza alla Chiesa ― è possibile anche per coloro che senza colpa e in buona fede non conoscono il Vangelo, e addirittura per «coloro che, senza colpa da parte loro non sono ancora arrivati ad una conoscenza esplicita (expressam) di Dio» [20]. Per questo, queste persone si salvano sempre nella Chiesa, ma appartenendo alla Chiesa invisibile o appartenendo alla Chiesa invisibilmente o in modo inconscio [21]. Qui naturalmente è esclusa l’interpretazione rahneriana, secondo la quale anche gli atei potrebbero salvarsi, giacché una conoscenza implicita di Dio, per quanto implicita, è pur sempre conoscenza di Dio e non è ateismo.

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In tal senso la Placuit Deo può affermare:

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«Il luogo dove riceviamo la salvezza portata da Gesù è la Chiesa, comunità di coloro che, essendo stati incorporati al nuovo ordine di relazioni inaugurato da Cristo, possono ricevere la pienezza dello Spirito di Cristo (cf. Rom 8,9). Comprendere questa mediazione salvifica della Chiesa è un aiuto essenziale per superare ogni tendenza riduzionista. La salvezza che Dio ci offre, infatti, non si ottiene con le sole forze individuali, come vorrebbe il neo-pelagianesimo, ma attraverso i rapporti che nascono dal Figlio di Dio incarnato e che formano la comunione della Chiesa […] Dato che la grazia che Cristo ci dona non è, come pretende la visione neo-gnostica, una salvezza meramente interiore, ma che ci introduce nelle relazioni concrete che Lui stesso ha vissuto, la Chiesa è una comunità visibile: in essa tocchiamo la carne di Gesù, in modo singolare nei fratelli più poveri e sofferenti. Insomma, la mediazione salvifica della Chiesa, «sacramento universale di salvezza», ci assicura che la salvezza non consiste nell’auto-realizzazione dell’individuo isolato, e neppure nella sua fusione interiore con il divino, ma nell’incorporazione in una comunione di persone, che partecipa alla comunione della Trinità» [n. 12].

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La Placuit Deo ribadisce implicitamente la condanna della cristologia sincretista del Padre Jacques Dupuis, pronunciata nel 2001 dalla Congregazione per la dottrina della fede, secondo il quale tutte le religioni sono vie di salvezza, sicché ognuno può scegliere quella che preferisce [22], ed implicitamente condanna la tesi del Cardinale Carlo Maria Martini, secondo il quale per salvarsi non occorre necessariamente la mediazione della Chiesa, ma basta seguire l’ispirazione dello Spirito Santo, o la tesi di Edward Schillebeeckx, per il quale la religione perfetta e completa è la somma e l’insieme di tutte le religioni [23].

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SALVEZZA DEL CORPO E DELL’ANIMA

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Molto opportuna è stata anche l’idea di ricordare che la salvezza eterna dell’uomo concerne e l’anima e il corpo. Dice infatti la Placuit Deo:

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«La salvezza che la fede ci annuncia non riguarda soltanto la nostra interiorità, ma il nostro essere integrale. È tutta la persona, infatti, in corpo e anima, che è stata creata dall’amore di Dio a sua immagine e somiglianza, ed è chiamata a vivere in comunione con Lui» [n.7].

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È la salvezza di tutto l’uomo, nel quale gli interessi dell’anima ― la vita spirituale ― devono prevalere, per la loro importanza decisiva, su quelli del corpo ― vita fisica ―, essi pure, tuttavia, essenziali alla salvezza. Ma se gli interessi del corpo ostacolano quelli dell’anima, il cristiano dev’esser pronto a rinunciare ai primi, sapendo che alla resurrezione futura gli sarà restituito ciò a cui per amore di Cristo, ossia per salvare l’anima, ha rinunciato in questa vita. Invece Rahner, male interpretando la concezione biblica dell’unità psicofisica della persona, respinge la distinzione reale tra anima e corpo[24], dogma del Concilio Lateranense IV del 1215 [25], addebitandola al «dualismo greco» ed intende l’individuo umano come un tutt’uno indivisibile, per cui respinge il dogma dell’anima forma sostanziale del corpo, definito dal Concilio di Viennes nel 1312 [26], ed afferma che l’anima è inseparabile dal corpo, così come due diversi modi di essere e di manifestarsi di un unico soggetto non vanno intesi come fossero due parti dello stesso soggetto.

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La riduzione rahneriana dell’anima al corpo o viceversa l’assorbimento del corpo nell’anima produce in modo evidente e inevitabile due etiche opposte, ma che si richiamano a vicenda perché entrambe caratterizzate dalla fusione dei due termini: la prima, il pelagianismo materialista, secolarista e terreno; la seconda, lo gnosticismo spiritualista, idealista, panteista dell’interiorità assoluta. Accade allora che Rahner non concepisce la morte come il separarsi dell’anima dal corpo e la sopravvivenza dell’anima alla morte del corpo, per cui l’anima, separata dal corpo, che è nel sepolcro, continua a vivere da sola dopo la morte del corpo, ma per lui il momento della morte è il momento supremo della libertà, tutto l’uomo muore e nel contempo tutto risorge immerso in Dio. Ciò comporta che Rahner rifiuta il dogma dell’immortalità dell’anima definito dal Concilio Lateranense V nel 1513 [27] e quindi non ammette un intervallo di durata eviterna fra il giudizio particolare e quello universale, eresia condannata dalla “Lettera su alcune questioni concernenti l’escatologia” della Congregazione per la dottrina della fede del 1979. Nello stesso tempo, in questa visuale la salma che riposa nel sepolcro non è destinata a risorgere, contro quanto insegna il Concilio Lateranense IV del 1215 [28], ma si dissolve nella materia circostante. Ne viene la conseguenza che i racconti evangelici circa la tomba vuota di Cristo risorto  non possono essere addotti come prova della sua risurrezione, perché la resurrezione di Cristo, per Rahner, non è il fatto che la salma di Gesù abbia ripreso vita, ma il fatto che Cristo con la morte è «stato accolto da Dio». Inoltre  Rahner, con questa sua teoria della resurrezione immediata, nega il dogma del purgatorio, definito dal Concilio di Trento [29]. Infine, la teoria della resurrezione immediata costituisce un attentato al dogma della Assunzione della Beata Vergine Maria al cielo, perché per esplicita  dichiarazione di Rahner, non solo la Mater Dei, ma ogni uomo con la morte è assunto in cielo.

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Molto opportune, pertanto, sono le parole conclusive della Lettera:

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«Mentre si dedica con tutte le sue forze all’evangelizzazione, la Chiesa continua ad invocare la venuta definitiva del Salvatore, poiché «nella speranza siamo stati salvati» (Rom 8,24). La salvezza dell’uomo sarà compiuta solo quando, dopo aver vinto l’ultimo nemico, la morte (cf. 1 Cor 15,26), parteciperemo compiutamente alla gloria di Gesù risorto, che porterà a pienezza la nostra relazione con Dio, con i fratelli e con tutto il creato. La salvezza integrale, dell’anima e del corpo, è il destino finale al quale Dio chiama tutti gli uomini» [n. 15].

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LA SCELTA INEVITABILE: O PER DIO O CONTRO DIO. UNA LACUNA DELLA PLACUIT DEO

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E noi pure, a questo punto, chiediamo, a modo di conclusione, che ci sia concessa un’osservazione. La questione gravissima e sempre attuale della salvezza non può essere dissociata da quella altrettanto seria ed urgente della perdizione. Ebbene, ci pare di notare nella Placuit Deo, una grave lacuna: quella di non aver trattato, se non per fugaci accenni e allusioni implicite, di questo tema altrettanto importante ed urgente, circa il quale sono diffuse le eresie, le reticenze e le false interpretazioni. Non si può infatti parlare della salute senza parlare della malattia. Non si può parlare della vita senza parlare della morte. Non si può parlare del bene senza parlare del male. Certo, è evidente che chi accetta il pelagianesimo o lo gnosticismo non può salvarsi. Tuttavia non sarebbe stato male ricordare che è eretico credere che Dio non castighi. E questo proprio perché non si capirebbero il senso e le ragioni della salvezza, se si rifiutasse quella verità. Si pensa che chi sostiene che Dio castighi non apprezza la sua misericordia. E invece è proprio vero il contrario. E’ impossibile capire che cosa è la salvezza, senza partire dalla considerazione del castigo del peccato, a cominciare dal peccato originale, per arrivare ai nostri peccati personali e passando attraverso l’espiazione dolorosa del peccato, che avviene grazie alla partecipazione alla Croce di Cristo.

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Riguardo al peccato originale, la Placuit Deo evidentemente esclude in modo implicito la tesi secondo la quale il racconto genesiaco, come sostiene per esempio il Cardinale Gianfranco Ravasi, sarebbe un semplice mito «eziologico» per spiegare l’esistenza e peccato e del male. A quel punto si può comprendere che il dono che il Padre ci ha fatto del suo Figlio è opera di misericordia, perché, come dice il profeta Isaia: «il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui» [Is 53,5]. Opera divina è l’opera che Dio compie per trasformare il castigo in salvezza. Ecco perchè nell’inno dell’ufficio di Lodi della Quaresima si canta: «Dall’ira del giudizio, liberaci o Padre buono».

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Dio ci libera, mediante la Croce riparatrice di Cristo, dalle miserie nelle quali siamo precipitati e ci ridona col Battesimo la grazia perduta. La colpa del peccato originale, trasmessa per generazione a ciascun uomo dalla coppia dei nostri progenitori [30], viene cancellata dal Battesimo, anche se resta la concupiscenza, ossia l’inclinazione a peccare, che occorre contrastare e frenare per tutta la vita con le opere ascetiche e la pratica del sacramento della penitenza.

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Precisa allora la Placuit Deo al n. 13:

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«Così, purificati dal peccato originale e da ogni peccato, siamo chiamati ad una nuova esistenza conforme a Cristo [cf. Rom 6,4]».

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Col diventare figli di Dio, ci è aperta la porta dell’eterna salvezza e l’ingresso, come membri della Chiesa, nel regno dei cieli. Certo, non si tratta di affermare che Dio può essere punitore e misericordioso nello stesso momento con la stessa persona, il che sarebbe contradditorio, perché severità e misericordia sono effettivamente due virtù che si escludono a vicenda. La severità infligge una pena; la misericordia la toglie. Se c’è l’una, non ci può essere l’altra. Tuttavia a volte si richiamano e condizionano a vicenda: la misericordia che Dio usò verso Israele che attraversava il mar Rosso, fu resa possibile dalla severità che usò contro gli Egiziani.

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CONCLUSIONE

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Non sembri incongruo o azzardato paragonare la Deo Placuit alla Pascendi Dominici Gregis del Santo Pontefice Pio X. Uno potrebbe osservare che esse si differenziano profondamente, perchè la seconda è severa, mentre la prima è indulgente. Eppure, di là del mutato clima storico, tra i due documenti c’è una continuità: Pio X dovette affrontare il problema modernistico. Il Pontefice regnante ha dovuto riprendere in mano la questione, perché il modernismo dei tempi del suo predecessore Pio X è, come disse il Maritain nel 1966 [31], un «modesto raffreddore da fieno rispetto alla febbre neo-modernista» dei nostri giorni. Dai tempi di Maritain la febbre non accenna ad diminuire, anzi, è giunta a temperature che rischiano di superare i 40 gradi di calore. E poi ricordiamo che il Santo Pontefice Pio X definì il modernismo dei suoi tempi come la «somma di tutte le eresie». Da qui possiamo farci un’idea del modernismo di oggi. Ma il Sommo Pontefice Francesco I non sembra purtroppo turbarsi più di tanto. Non è che non si renda conto di cosa sta succedendo, chissà, forse vuole evitare il panico?

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Abbiamo avuto in mezzo il Concilio Vaticano II che ha accolto quanto di valido c’era nelle istanze moderniste, ma ha evitato gli errori modernisti, entrati però poi nella Chiesa, in modo prepotente e decisivo, durante la stagione del post-concilio. Il Concilio Vaticano II, accogliendo quelle istanze, ha quindi aggiunto quanto mancava alla Pascendi Dominici Gregis. Ma non ne ha mai dimenticati gli avvertimenti, ancor oggi più che mai validi; anche se ovviamente il modernismo di oggi è diverso da quello di allora. Al Pontefice regnante si profilano dunque i seguenti compiti:

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  1. Mantenere le conquiste del Concilio, portarle avanti e difenderle; e correggere una certa tendenza troppo ottimista o buonista, come per esempio quanto riportato al n. 40 della Gaudium et spes, dal quale si evince che la Chiesa non ha che da dialogare col mondo, in un rapporto di reciprocità alla pari mondo-Chiesa. E di questa tendenza, è urgente correggere tutte quante le false interpretazioni del post-concilio.

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  1. Purificare i modernisti dallo gnosticismo, accogliere il loro dinamismo rinnovatore e progressista, proibir loro di strumentalizzare il Concilio.

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  1. Purificare i lefebvriani dal pelagianesimo, approvare ed appoggiare la loro fedeltà alla tradizione, persuaderli ad accettare il Concilio.

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  1. Fare opera di mediazione fra lefebvriani e modernisti al fine di una reciproca riconciliazione, congiungendo tradizione e conservazione con progresso e rinnovamento.

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Si tratta di un compito enorme, volendo abnorme. Ma, d’altronde, dentro la Cappella Sistina è stato l’uomo Jorge Mario Bergoglio a rispondere alla chiamata all’elezione al sacro soglio dicendo «accepto» e divenendo poco dopo Francesco I. E per quella risposta affermativa «accepto», deve assumersi tutte le responsabilità davanti a Dio e davanti agli uomini. E, certe gravose responsabilità, non ci si assumo né evitando di dare risposte chiare e sicure, né dicendo che potrebbe essere sì, ma volendo anche no, o come dire … non so, fate voi!

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Noi siamo dinanzi a Dio il profumo di Cristo tra quelli che si salvano e quelli che si perdono [I Cor 2,15]

Scientia inflat, caritas vero aedificat [I Cor 8,1]

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Dall’Isola di Patmos, 13  marzo 2018

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 NOTE

[1] Vedi il caso Nietzsche.

[2] Evangelii gaudium, n.222. Cf il mio studio La dipendenza dell’idea dalla realtà nella Evangelii gaudium di papa Francesco, in PATH, Libreria Editrice Vaticana, 2014/2, pp.237-316.

[3] Cf. Julio Meinvielle, Influsso dello gnosticismo ebraico un ambiente cristiano, a cura di E. Innocenti, Edizioni della Sacra Fraternitas Aurigarum in Urbe, Roma 1898.

[4] Cf.  Frances A.Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Editori Laterza, Bari 1992.

[5] Léon de Poncins, Freemasonry and the Vatican, Britons Publishing Company, London 1968.

[6] Ne parla a lungo E.Kurlander nel suo libro I mostri di Hitler, Mondadori Editore, Milano 2018.

[7] Introduzione alla Teosofia, Fratelli Bocca Editori,Torino 1911.

[8] J.Maritain giustamente parla di una ”gnosi hegeliana”, in La filosofia morale. Esame storico e critico dei grandi sistemi, Morcelliana, Brescia 1971, c.IX.

[9] Anne Brenon, I Catari. Storia e destino dei veri credenti, Convivio-Nardini Editore, Firenze 1990; Liber de duobus principiis, un traité néo-manichéen de XIIIe siècle, a cura di A.Dondaine,OP, Istituto Storico Domenicano di S.Sabina, Roma 1939.

[10] Lo gnosticismo, SEI, Torino, 2002.

[11] Il risveglio della gnosi ovvero diventare Dio, Laterza, Bari 1990.

[12] Les Editions du Cerf, Paris 2000.

[13] Cf il mio libro Il mistero della Redenzione, Edizioni ESD, Bologna 2004, pp.318-329.

[14] Karl Rahner. Il Concilio tradito, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2009, c.V – La grazia.

[15] Cf .il mio saggio La radice teoretica della dottrna rahneriana del cristianesimo anonimo, in Karl Rahner. Un’analisi critica, a cura di S.Lanzetta, Atti del Convegno dia Firenze del 23-al 23 novembre 2007, organizzato dai Francescani dell’Immacolata, Edizioni Cantagalli, Firenze 2009, pp.51-71.

[16] La Lettera cita il c.25, 31-46 di Matteo.

[17] Concilio di Quierzy dell’853 (Denz.623). Cf. il mio libro L’inferno esiste. La verità negata, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2010.

[18] Cf. la Dichiarazione Christus Dominus della CDF  del 6 agosto 2000.

[19] Denz.1351

[20] Lumen Gentium, 16.

[21] Cf. la spiegazione di questo fatto data dal Maritain in L’Eglise du Christ. La personne de l’Eglise et son personnel, Descleée de Brouwer, Bruges 1870, c.X, III.

[22] Notificazione “In seguito” del Il 24 gennaio 2001. Cf. la sua Introduzione alla cristolgia, PIEMME 1993.

[23] Umanità. Storia di Dio, Queriniana, Brescia 1992, pp.219-220.

[24] Sulla dottrina rahneriana del rapporto anima-corpo, vedi il mio citato libro Karl Rahner, il Concilio tradito, c.III.

[25] Denz.800.

[26] Denz.902.

[27] Denz.1440-1441.

[28] Denz.801.

[29] Denz.1820.

[30] Concilio di Trento, Denz.1512-1513.

[31] Le paysan de la Garonne, Desclée de Brouwer, Bruges 1966, p.16.

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Confidenze agli elettori di un italiano prete: vi spiego perché io non vado a votare

— fuori dalle ordinarie righe de L’Isola di Patmos —

CONFIDENZE AGLI ELETTORI DI UN ITALIANO PRETE: VI SPIEGO PERCHÉ IO NON VADO A VOTARE

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Vi sono due principali motivi per i quali esprimo da sedici anni la mia volontà attraverso il non-voto, che sono rispettivamente: il problema dell’ignoranza abissale diffusa tra il Popolo italiano e proditoriamente incrementata da chi ha grandi interessi ad incrementarla; la situazione del gran serbatoio di voti del Meridione d’Italia, che seguita ad essere in mano al potere trasversale di gestione delle varie potenti mafie, che da sempre gestiscono il mercato di quei voti senza i quali, nessuno schieramento politico, potrebbe mai vincere le elezioni politiche nazionali.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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paradigma di un’intera nazione e del suo popolo: Siracusa, il centro di Ortigia, cuore storico archeologico dell’antica città greca, con i sacchi di spazzatura gettati da molti degli elettori aventi diritto al voto agli angoli delle strade

Come sanno le molte migliaia dei nostri Lettori giornalieri, la rivista L’Isola di Patmos si occupa di teologia ecclesiale e di aggiornamento pastorale, non di attualità politica. A poche ore di distanza dall’apertura dei seggi elettorali, dove il corpo elettorale della Repubblica Italiana avente diritto al voto confluirà per le elezioni politiche nazionali, desidero offrire in via del tutto eccezionale ai Lettori, ma sopratutto egli Elettori, un mio pubblico commento sul perché, da ormai sedici anni, non mi reco alle urne a votare per le elezioni politiche nazionali e amministrative.

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È necessario anzitutto sfatare un equivoco duro a morire: il voto è sia un diritto sia un dovere, ma non un obbligo. Pertanto, chi in un sistema democratico decide di esprimere la propria libera volontà astenendosi dal voto, non è un cattivo cittadino, ma un degno membro di quel Popolo che compone il corpo dei consociati della Repubblica Italiana. E non è vero che coloro che non votano «danno il voto alla maggioranza», o «favoriscono la vittoria della maggioranza», perché dire questo è come affermare che chi non passa per un casello autostradale di Roma, quindi non ritira il biglietto col quale poi pagare all’uscita di Napoli o di Salerno, è come se lo avesse ritirato ed avesse pagato lo stesso. E capite bene che una simile affermazione, è del tutto illogica.

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Il voto, di per sé, è una libera espressione di volontà che può essere espressa in vari modi. Un qualsiasi atto di volontà, come c’insegna l’antica sapienza dei maestri del pensiero greco, può essere infatti espressa, in modo altrettanto efficace, sia con l’azione sia con la mancanza d’azione. Il tutto con buona pace del pensiero illuminista, che come ricordiamo non s’impone attraverso baci e abbracci, ma con la barbarie delle ghigliottine. È infatti per il pensiero illuminista che la mancanza d’azione, all’occorrenza anche violenta e sanguinaria, equivale a una mancata assunzione di responsabilità. E l’Illuminismo, tanto per ricordare, giunge al culmine attraverso quella ben poco gloriosa Rivoluzione Francese che in nome di un’idea alquanto discutibile di libertà, commise gravi violazioni e ingiustizie pagate col sangue di molti innocenti dopo processi sommari, con condanne a morte inflitte non su base di prove ineccepibili, bensì inflitte spesso solo per odio, gelosia e invidia sociale.

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paradigma di un’intera nazione e del suo popolo: questa immagine non è tratta dal repertorio fotografico della casba di Algeri degli anni Cinquanta del Novecento, siamo a Siracusa, nel cuore storico di Ortigia, a pochi metri dal sito archeologico del Tempio di Apollo, uno dei templi dorici più grandi della Magna Grecia. La spazzatura che vedete in foto, è stata lasciata dagli elettori aventi diritto al voto, proprio quelli che poi urlano «No, ai politici corrotti, ripuliamo il Paese!»

Qualcosa di simile possiamo ravvisarla oggi a livello socio psicologico nel miserando movimento messo in piedi dal comico italiano Beppe Grillo, il giustizialismo del quale richiama alla storica memoria di chi la storia la conosce e l’ha studiata, certi stili di Robespierre, che al contrario di questo comico genovese era però una mente brillante ed intelligente. Il seguito pecorone di questo comico sbraitante è costituito dal suo onirico e cosiddetto “Popolo della rete”, che ricorda le turbe inferocite sotto i palchi delle ghigliottine; delle turbe composte perlopiù da quegli ignoranti illetterati sullo stile del grillino Luigi di Maio, che applaudirono ebbri di sangue e violenza quando il boia tagliò la testa ad Antoine-Laurent de Lavoisier, una delle menti più brillanti non solo della Francia, ma dell’Europa intera, tanto che pochi anni dopo si disse che forse non sarebbero bastati altri duecento anni, per veder rinascere un’altra mente geniale del genere. E personaggi come Beppe Grillo e Luigi di Maio, con appresso il loro furente “Popolo della rete”, semmai oggi ve ne fossero, sarebbero capaci di ghigliottinarne dieci, di uomini come il de Lavoisier.

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Per inciso, io credo da sempre che Beppe Grillo, pur non finendo a sua volta sulla ghigliottina come vi finì Robespierre, finirà come lui vittima della propria stessa violenza, ed a tempo e luogo dovrà lasciare l’Italia, come a suo tempo dovette lasciarla Bettino Craxi, sebbene con una differenza di non poco conto: Bettino Craxi era uno statista, mentre Beppe Grillo è un demente umorale capace solo di gonfiare la piazza delusa e frustrata con umori quasi sempre aggressivi e soprattutto emotivo-irrazionali.

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paradigma di un’intera nazione e del suo popolo: siamo sempre a Ortigia, cuore del centro storico dell’antica città greca di Siracusa, a poche decine di metri di distanza dal sito archeologico del Tempio di Apollo

Dall’altra parte c’è un ottantenne, certo Silvio Berlusconi, con una vita alle spalle che con blando eufemismo potremo definire “intensa” e “movimentata”. A differenza di Grillo, questo sgrillettante ottantenne non è affatto un demente umorale, ma una persona con grandi capacità pratiche sul piano della organizzazione e su quello della gestione, ma anche sul piano politico.

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Se poc’anzi ho espresso che mai darei il voto ad un piccolo Robespierre redivivo come Grillo, proseguo spiegando che i motivi per i quali mai voterei ― e per i quali mai ho votato ― Berlusconi, sono sommariamente i seguenti: perché costui incarna ed esprime il meglio del peggio della società edonista, narcisista e soprattutto lassista. Non oserei mai definire Berlusconi persona immorale, perché ciò sarebbe davvero riduttivo. Berlusconi è un soggetto a-morale che esprime come tale la vivente negazione di tutti quelli che sono i miei personali sentimenti e valori cristiani di vita. Berlusconi, pur alla sua tenera età di ottant’anni passati, è un povero affetto da priapismo fallocentrico supportato dagli artifici del Viagra.

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Fanno da corolla a questi due poli principalmente in lizza, tutta una serie di micro partiti nati più o meno dalla sera alla mattina in occasione delle elezioni, ma necessari a dare agli elettori l’illusione del voto offerto a qualche piccola aggregazione. Purtroppo però gli elettori, avvolti spesso e per gran parte da santa ignoranza, ignorano che votare a questi micro partitini, equivale in tutto e per tutto a dare a ‘na mignotta un assegno firmato in bianco, senza importo e senza data. A quel punto, in modo del tutto legittimo, la pia mignotta deciderà lei a qual pappone o magnaccia portare l’assegno, quale importo di danaro metterci e presso qual banca incassarlo.

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paradigma di un’intera nazione e del suo popolo: siamo sempre nell’Ortigia di Siracusa, con le immondizie lasciate dinanzi ad un palazzo storico del XVII secolo, di fronte alla chiesa della Madonna del Carmine, XVI secolo

Pertanto, chi deciderà di votare per protesta a Matteo Salvini, o od altre mignotte diverse ma comunque analoghe, offrirà il proprio assegno in bianco a colui al quale costoro decideranno di portarlo: a Berlusconi, a Grillo, od al Partito Democratico. Se infatti il partito più votato non raggiungerà da solo la maggioranza, avrà bisogno dei voti di questi altri partitini, che venderanno a caro prezzo il proprio pacchetto di voti in cambio di precisi condizionamenti e condizioni.

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Inutile dire ― sebbene sia opportuno dirlo e soprattutto ricordarlo ― che un simile sistema elettorale vanifica la volontà dell’elettore e trasforma per l’appunto il voto dato in un vero e proprio assegno firmato in bianco, senza importo e senza data, messo in totale fiducia nelle mani de ‘na mignotta alla totale mercé del proprio pappone o magnaccia, di cui peraltro non sarà possibile conoscere neppure l’identità fino a quando non sarà stato formato il nuovo Governo del Paese.

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Vi sono poi due principali motivi per i quali esprimo ormai da sedici anni la mia volontà attraverso il non-voto, che sono rispettivamente: il problema dell’ignoranza abissale diffusa tra il Popolo italiano e proditoriamente incrementata da chi ha grandi interessi ad incrementarla; la situazione del gran serbatoio di voti del Meridione d’Italia, che seguita ad essere in mano al potere trasversale di gestione delle varie potenti mafie, che da sempre gestiscono il mercato di quei voti senza i quali, nessuno schieramento politico, potrebbe mai vincere le elezioni politiche nazionali.

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Partiamo allora dal primo di questo punti, che è l’ignoranza, spiegando anzitutto che gran parte degli aventi legittimo diritto al voto, non sanno neppure com’è strutturata a livello costituzionale e politico la Repubblica Italiana. E più questi ignoranti sono ignoranti, più essi si infervorano nel dar vita ad assurde discussioni politiche più o meno equiparabili a quelle di un povero tizio che, totalmente digiuno di tutti i rudimenti basilari della anatomia umana, presume però di poter dissertare sulle scienze mediche. A questo si aggiunga poi di peggio, perché questo genere di ignoranti, non si limitano soltanto a dissertare sulle scienze mediche, ma si prendono pure la libertà di dar dell’incompetente ad uno specialista in anatomia che da trent’anni insegna questa fondamentale materia alla facoltà di medicina chirurgia. Infatti, assieme alla mitica «immaginazione» rivendicata nel Sessantotto, oggi, con essa al potere, c’è andata purtroppo da tempo anche l’ignoranza, supportata dalla peggiore arroganza aggressiva che è tutta quanta tipica del non sapere, dell’ignorante che ignora e che, proprio per questo, sproloquia a ruota libera, il tutto con una pericolosa aggravante per l’intera comunità nazionale: gli ignoranti votano e purtroppo sono tanti, ahimè sono la maggioranza! Se infatti così non fosse stato, come avrebbero potuto, svariati milioni di italiani, mettersi in mano ad un comico che nel 2007 dette avvio alle proprie lungimiranti idee politiche chiamando gli italiani a partecipare in massa al suo primo Vaffanculo Day  ?

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paradigma di un’intera nazione e del suo popolo: siamo sempre nell’Ortigia di Siracusa, a pochi metri dalla basilica paleocristiana di San Pietro, risalente al IV secolo: rifiuti di materiali edili di uno dei tanti cantierini abusivi che sorgono in pieno centro storico nelle completa noncuranza degli amministratori locali

Capita così di udire il venefico elettore ignorante affermare spropositi di questo genere: «Se fosse abolita una delle due camere e mandati a casa i membri che adesso la compongono, sarebbero risanate per buona parte le finanze dello Stato». Mi domando: chi glielo spiega a questi venefici ignoranti, di quelli che pensano davvero di far politica coi Vaffanculo Day, che affermare una cosa del genere sarebbe come dire che il Patriarca Mosè, tolti con un secchio tre o quattro litri d’acqua dal Mar Rosso, creò una tale secca da dividere le acque e far passare in mezzo ad esse tutto il Popolo degli israeliti? Detto questo sorvolo senza indugiare su quella che sarebbe di per sé una lunga e qui non possibile dissertazione in diritto costituzionale, per spiegare in brevi parole che il cosiddetto bi-cameralismo, nel nostro Paese, non è stato adottato per creare “deficit pubblico”, ma per dare le massime garanzie di democrazia. E la democrazia, ammesso ch’essa abbia dei costi, non avrà comunque mai un costo troppo elevato, sempre con buona pace dei Vaffanculo Day e di coloro che strillando Vaffanculo sulle piazze gremite al seguito di un comico schizofrenico, pensano davvero di poter salvare il proprio Paese.

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Cosa dire poi degli scandali periodici inscenati da eserciti di analfabeti psicologici quando alla grande accademia del Vaffanculo, si mettono a lanciare tuoni e fulmini sui cosiddetti stipendi d’oro dei parlamentari? Mi domando: durante la scuola dell’obbligo che per legge costoro devono comunque avere fatto — pur non avendo molti appreso niente, come l’abissale ignorante Luigi di Maio —, in qualche semplice lezioncina di educazione civica, di quelle che se ben fatte sono capite anche dai ragazzi di dodici e tredici anni, qualcuno gli ha mai spiegato come mai i parlamentari ricevono, ed è giusto che ricevano, un congruo ed anche elevato stipendio?

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A parte il fatto che un parlamentare rappresenta la dignità di un intero Paese, ed è bene quindi che per questa sola ragione non se ne vada girando con le pezze al culo, ciò che andrebbe spiegato con una semplice lezioncina di storia agli accademici che sentenziano alla grande accademia del Vaffanculo, è ciò che accadeva nell’Italia dell’epoca monarchica quando, a certe cariche, potevano accedere solo esponenti di famiglie di aristocratici possidenti, di famiglie d’industriali e di famiglie dell’alta borghesia, perché certe cariche e funzioni politiche non erano in alcun modo remunerate. Pertanto, inizialmente, i senatori ed i parlamentari non ricevevano neppure un rimborso per le spese che dovevano affrontare per recarsi a Roma presso il Regio Senato o la Regia Camera dei Deputati. Vediamo allora chi erano in quegli anni i senatori: lo erano i membri delle famiglie Agnelli, Pirelli, Brera … nessuna persona, seppur dotata di talento politico, avrebbe mai potuto giungere a certe cariche, perché non avrebbe avuto i mezzi per sostenere la propria attività politica di senatore o di parlamentare, specie quando certi impegni gravosi implicano anzitutto la necessità di lasciare il proprio lavoro o posto d’impiego per dedicarsi a tempo pieno all’attività politica, che sarebbe di per sé un alto e nobile servizio alla Madrepatria. Ma ecco pronta la replica degli accademici della grande accademia del Vaffanculo, perché leggere quanto costoro commentano in giro per i blog, quali esponenti del cosiddetto Popolo giacobino della rete, è per certi versi esilarante: «I deputati devono lavorare e mantenersi!». Fatemi capire, illustri membri del gran Popolo della rete: esiste forse qualcuno che affermerebbe, peraltro anche in modo serio e convinto, che se uno vuol fare il primario del reparto di cardiochirurgia, deve andare a lavorare per poter dirigere quel reparto ospedaliero? O forse che un insegnante, se vuole insegnare, deve andare a lavorare per poter insegnare? O forse che un operaio, se vuole permettersi il lusso di lavorare ad una catena di montaggio industriale, deve andare a lavorare per potersi mantenere il posto di lavoro? O forse che un contadino, per potersi permettere il lusso di mungere le vacche nella sua stalla, deve andare a lavorare se vuole poi procedere alla mungitura?

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paradigma di un’intera nazione e del suo popolo: siamo sempre nell’antica Ortigia di Siracusa, con sacchi d’immondizia lasciati dagli aventi diritto al voto in una via della Graziella, antico e caratteristico quartiere dei pescatori

Temo quindi che purtroppo si confondano degli abusi, legati sia alla corruzione della classe politica sia alle sue malversazioni, con quelle che sono e che di per sé nascono come garanzie di democrazia e di massima rappresentatività democratica di tutti i cittadini senza alcuna distinzione di ceto e classe sociale. Ma soprattutto, ciò che le piazze sbraitanti dei Vaffanculo del povero Grillo non vogliono capire ― perché ciò comporterebbe molte assunzioni di responsabilità da parte di milioni di singole persone ―, è che i politici corrotti nascono sempre e di prassi da un popolo corrotto, perché è il popolo che li ha votati e che seguita a votarli, non sono loro che si sono imposti con un colpo di Stato: sono stati eletti a maggioranza dagli aventi diritto al voto! E quello italiano, a mio parere, è un Popolo profondamente e intimamente corrotto, che come tale esprime corrotti e corruzione anche attraverso il meccanismo delle libere elezioni democratiche, in modo particolare alle elezioni locali amministrative, dove eserciti di elettori corteggiano i politici più immorali e corrotti per vedersi da essi riconosciuto e garantito il loro “sacrosanto diritto” a vivere nelle varie forme di “illegalità istituzionalizzata”.

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Il secondo dei punti per i quali esprimo la mia libera volontà attraverso il non-voto è legato al dramma che vede un’intera fetta del nostro Paese governata dalle mafie, le cui varie denominazioni sono: Camorra, N’drangheta, Cosa Nostra e Sacra Corona Unita.

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paradigma di un’intera nazione e del suo popolo: siamo sempre nell’antica Ortigia di Siracusa, con sacchi d’immondizia lasciati dagli aventi diritto al voto in una caratteristica piazzetta storica

Da molti decenni le varie mafie si servono delle migliori regole democratiche per imporre il proprio dominio, o per dirla chiara e breve: in intere zone del nostro Paese, chi muove i voti sono le varie mafie. Per sconfiggere il potere del governo mafioso su intere regioni, bisognerebbe incidere in modo deciso e radicale proprio sul meccanismo del voto, posto che né in Campania, né in Calabria né in Sicilia è possibile vincere le elezioni senza il supporto della Camorra, della N’drangheta e di Cosa Nostra. Sicché, in modo diretto o per l’uso di uomini di paglia, queste aggregazioni mafiose incidono sulle amministrazioni locali e poi sulla vita politica nazionale attraverso i propri uomini.

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Per capire questa mia grave affermazione è necessario fare ricorso ad esempi concreti, o se preferiamo a prove visibile ed immagini d’impatto. Per poter fare questo debbo premettere che io risiedo in parte a Roma, dove svolgo vari uffici legati al mio ministero di sacerdote e di teologo, compreso uno in particolare che mi impegna come postulatore presso il dicastero per le cause dei Santi, ed in parte risiedo a Siracusa, dove mi ritiro quando devo studiare con tutta calma certi documenti, o quando io stesso devo preparare attente documentazioni o lavorare a miei scritti di vario genere. Questa spiegazione e precisazione è del tutto dovuta perché serve per capire sia l’esempio portato e poi elevato a paradigma, sia le foto che accompagnano questo articolo come altrettanto paradigma reso visibile attraverso delle immagini.

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Ecco dunque servito l’esempio: nel cuore storico dell’antica città greca di Siracusa, che è Ortigia ― dove io ho una delle due diverse residenze tra le quali mi divido ―, è stato dato avvio alla raccolta differenziata dei rifiuti. Sono stati quindi giustamente tolti tutti i cassonetti da questo centro di grande interesse storico, artistico ed archeologico, perché tutti i residenti o domiciliati sono stati muniti di cassonetti domestici per la raccolta differenziata dei rifiuti. Con solerte zelo, io ed il mio collaboratore che condivide con me il lavoro e quindi gli spazi abitativi sia a Roma sia a Siracusa, differenziamo i rifiuti, poi, nei giorni stabiliti, poniamo i bidoncini domestici fuori dalla porta. Mentre noi ed altre persone facciamo questo, un numero più elevato di abitanti, non essendovi più i cassonetti per strada, getta la spazzatura agli angoli delle vie, coi desolanti risultati visibili in pieno centro: cumuli di sacchetti dei rifiuti all’angolo di palazzi storici monumentali.

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paradigma di un’intera nazione e del suo popolo: siamo sempre nell’antica Ortigia di Siracusa, con sacchi d’immondizia lasciati dagli aventi diritto al voto in una caratteristica piazzetta storica

Qualsiasi anima ingenua potrebbe chiedersi: come mai, i Vigili Urbani o le Forze dell’Ordine, non si precipitano presso le case di questi incivili bombardandoli di sanzioni amministrative? Tanto più, sanzionare diverse di queste persone sarebbe anche facile, se consideriamo che svariati di costoro, tra un bivacco e l’altro agli arresti domiciliari, vivono in case occupate abusivamente, hanno gli allacci abusivi alla luce, hanno figlioletti dotati di tutti gli strumenti tecnologici più all’avanguardia e più costosi, ma non svolgono alcun lavoro e non sono in grado di documentare alcun reddito percepito. Allora perché, non intervengono?

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Spiego subito alle anime pie i motivi del non-intervento: perché coloro che gettano la spazzatura per la strada agli angoli dei palazzi monumentali, sono una media di sei o sette abitanti su dieci. E questi sei o sette su dieci, politicamente parlando, si chiamano elettori. E quando ci sono le elezioni, questi sei o sette incivili, al primo squillo di tromba partono come pecore per dare in massa il voto al mafioso di turno, od al prestanome politico dietro il quale si cela il mafioso od una cosca mafiosa intera. Ora, siccome le elezioni si vincono con la maggioranza costituita oggi purtroppo da incivili, voi capite bene che nessuno andrà mai a toccare ― e dico mai e in alcun modo ―, questi preziosi elettori, perché sono indispensabili, in quanto maggioranza qualificata, a tenere in piedi un intero sistema corrotto e corruttore.

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Dinanzi a questo esempio concreto, è forse del tutto sbagliato, da parte mia, consapevole di appartenere a quella minoranza costituita da tre o quattro persone civili contro dieci incivili, affermare: prendetevi il voto di questa bella e preziosa gente, ma non certo il voto mio? O per meglio chiarire: a che serve votare, quando c’è già una maggioranza che ha vinto in partenza, che in questo caso è la maggioranza degli incivili, degli abusivisti, di quanti bivaccano tra un piccolo reato e l’altro agli arresti domiciliari, dei beneficiari di pensioni fasulle d’invalidità, o delle pensioni di accompagnamento elargite a soggetti affatto invalidi, per seguire coi beneficiari di finanziamenti regionali a fondo perduto dati per delle assurde quanto mai improbabili attività d’arte ed artigianato, ma che in verità sono solo regalìe — spesso fatte piovere a botte di alcune decine di migliaia di euro —, utilità delle quali è solo quella di tenersi buone intere famigliole di elettori foraggiate dai politici locali coi soldi di tutti i pubblici contribuenti?

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i bidoncini della raccolta differenziata della residenza siracusana del Padre Ariel S. Levi di Gualdo, il certificato elettorale lo ha smaltito nel bidoncino blu, quello per la differenziata di carta e cartone, esercitando in tal modo un proprio libero e insindacabile diritto: il diritto al non-voto.

Eccome, se andrei a votare! Lo farei se il mio voto fosse in qualche modo utile per contribuire a spostare anche di un millesimo l’ago della bilancia. Contrariamente, dinanzi ad un Popolo corrotto e corruttore che esprime corruzione e che detiene la maggioranza, io non vado a firmare un assegno in bianco a ‘na mignotta, senza cifra e senza data, ben sapendo che costei lo consegnerà ad un pappone o magnaccia il quale, come meglio preferirà, sceglierà presso quale banca porlo all’incasso.

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Agendo a questo modo, non penso di essere un cattivo cittadino, tutt’altro! Anzi, seguiterò sempre a considerare l’Italia la mia fiera e amata Patria, facendo frattanto la raccolta differenziata assieme ad una minoranza di persone civili, mentre la maggioranza darà nel segreto dell’urna l’obolo del voto al mafioso di turno, affinché spazzatura produca spazzatura ed incrementi spazzatura, sino al totale collasso di questa miserevole democrazia ormai svuotata di libertà, perché è questo che da tempo hanno inaugurato: la democrazia senza libertà.

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Dio benedica l’Italia, i suoi abitanti ed i suoi governanti in occasione delle elezioni politiche nazionali.

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dall’Isola di Patmos, 3 marzo 2018

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La falsità della supposta mutabilità della dottrina della Humanae Vitae. Circa le tesi di Maurizio Chiodi: il Magistero della Chiesa non s’interpreta con la menzogna

LA FALSITÀ DELLA SUPPOSTA MUTABILITÀ DELLA DOTTRINA DELLA HUMANAE VITAE. CIRCA LE TESI DI MAURIZIO CHIODI: IL MAGISTERO DELLA CHIESA NON S’INTERPRETE CON LA MENZOGNA

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Il discorso farneticante, opportunista ed adulatorio di Maurizio Chiodi si inquadra nel clima intellettuale ed emotivo, rivoluzionario in senso negativo, di crescente eccitazione collettiva e falsa devozione al Papa, fomentate dalle sinistre, che da alcuni anni si sta rapidamente diffondendo nella Chiesa, da quando Eugenio Scalfari, nella famosa intervista degli inizi del pontificato, ha lanciato l’elogio di successo del Papa rivoluzionario

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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la sofferta ultima enciclica del Beato Pontefice Paolo VI, che mai più dette alle stampe altre encicliche nei successivi nove anni del suo pontificato.

La Nuova Bussola Quotidiana del 2 febbraio riporta col commento di Renzo Puccetti ― «Si scrive proibito si legge lecito: è la poetica di Chiodi» [cf. articolo QUI] ―, alcune dichiarazioni del moralista Maurizio Chiodi sul lavoro della Commissione Pontificia che riprenderà in considerazione la enciclica Humanae vitae del Beato Pontefice Paolo VI in vista di una sua applicazione nel contesto ecclesiale e sociale contemporaneo.

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Come io e Padre Ariel abbiamo di recente spiegato, l’autorità dottrinale di questa enciclica non dev’essere né sopravvalutata ― quasi a farne un dogma ―, né sottovalutata, tanto da considerarla mutabile o, come disse Karl Rahner, addirittura sbagliata [cf. nostri precedenti articoli, QUI e QUI]. Al contrario, si tratta di dottrina infallibile, ossia assolutamente vera, immutabile e non falsificabile, benché, come ha precisato Padre Ariel nel suo recente articolo, non si tratti di dogma definito. Non è dottrina definita, eppure è definitiva, per esprimerci con la Lettera Apostolica Ad Tuendam Fidem del Santo Pontefice Giovanni Paolo II del 1998 e citata nell’articolo del Padre Ariel. Infatti, la materia della quale tratta l’enciclica è di etica naturale, che stabilisce la legge morale naturale, oggetto della ragion pratica, legge che, applicata o messa in pratica dalla virtù della prudenza, guida l’azione umana al conseguimento del suo fine ultimo naturale, ossia Dio sommo Bene dell’uomo.

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Tuttavia, come fa notare il Papa nella medesima enciclica, la Chiesa ha avuto bensì da Cristo il mandato di rivelare all’uomo la via della salvezza eterna, sicché i doveri cristiani sono oggetto di fede e possono essere dogmatizzati; ma, dato che l’osservanza dei precetti rivelati soprannaturali presuppone l’osservanza della legge naturale, oggetto del ragione naturale, la Chiesa ha anche il diritto-dovere di insegnare agli uomini anche i precetti della legge naturale, sprezzando i quali, gli è impossibile raggiungere la salvezza.

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Se la Chiesa volesse o lo ritenesse opportuno, potrebbe elevare a dogmi anche i doveri della legge naturale, ma non lo fa, dato che essi, per loro natura, sono comprensibili e dimostrabili per la semplice ragione naturale. Per questo il Papa motiva la proibizione degli anticoncezionali con argomenti razionali, accettabili anche da non credenti, purché uomini ragionevoli, benché il cattolico sia tenuto ad assoggettarsi alla prescrizione papale non con fede divina, come fosse un dogma definito, ma con fede ecclesiastica, che si addice alla dottrina della Chiesa. Tuttavia, l’eventuale rifiuto di obbedienza non costituirebbe vera e propria eresia, ma errore prossimo all’eresia. Dice infatti Paolo VI:

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«Nessun fedele vorrà negare che al Magistero della Chiesa spetti di interpretare anche la legge morale naturale. È infatti incontestabile, come hanno più volte dichiarato i nostri Predecessori, che Gesù Cristo, comunicando a Pietro e agli Apostoli la sua divina autorità ed inviandoli ad insegnare a tutte le genti i suoi comandamenti, li costituiva custodi ed interpreti autentici di tutta la legge morale, non solo cioè della legge evangelica, ma anche di quella naturale, essa pure espressione della volontà di Dio, l’adempimento fedele della quale è parimenti necessario alla salvezza» [n. 4, vedere testo QUI].

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La legge naturale non ammette deroghe o eccezioni. Se esistono le condizioni della sua applicabilità, non si danno casi nei quali essa possa venir sospesa, come può capitare per un consuetudine o una norma positiva o convenzionale, che possa ammettere dispense o sospensioni o mutamenti o abrogazioni. Se essa è inapplicabile è solo perchè mancano le condizioni per essere applicata, condizioni che in certi casi si verificano.

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L’applicazione della legge naturale assomiglia alla soggezione logica assoluta dell’individuo alla specie o del particolare all’universale. Nessun caso può sfuggire o fare eccezione. Sarebbe assurdo pensare che possa esistere un uomo che non sia un animale ragionevole o che possa darsi la somma di 2+2 che non faccia 4. Infatti, la legge naturale è legge dell’agire dell’uomo come tale, dotato di una natura specifica, che è la stessa in tutti gli individui. Se un atto della legge naturale è buono, esso è sempre buono. Se un atto è cattivo rispetto alla legge naturale, è sempre cattivo. Non può darsi che un atto buono diventi cattivo o che un atto cattivo diventi buono. Adorare Dio od onorare i genitori o esser sinceri è sempre bene. Rubare o uccidere o fornicare è sempre male.

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Bisogna tuttavia notare che i valori morali sono ordinati gerarchicamente rispetto al sommo Bene o Fine ultimo, Dio, e che nella vita presente, segnata dal disordine e dalla conflittualità conseguenti al peccato originale, l’affermazione del valore superiore spesso non avviene in armonia con l’inferiore, ma a sue spese. Bisogna esser pronti, come dice Cristo, con forte linguaggio, che va rettamente inteso, ad «odiare» per Lui la propria anima, a rinunciare ad un occhio o a una mano, pur di poter entrare nel regno dei cieli. Occorre lottare contro il mondo e vincerlo. Per salvare la vita, occorre la morte. Ciò vuol dire, allora, che se un valore è assoluto, non ammette deroghe o eccezioni, ma il fatto è che, se questo valore impaccia od ostacola un valore superiore assolutamente necessario e vitale, non si tratta di fare un’eccezione alla regola, ma semplicemente di accantonarla per far spazio ad una regola superiore.

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La rivisitazione dell’Humanae Vitae da parte della Commissione Pontificia [cf. QUI] s’inquadra probabilmente in questo ordine di considerazioni, ma che non ci passi per la mente credere, come fa Chiodi, che la Chiesa s’incammini ad abbracciare quell’etica evoluzionista da lui prospettata, la quale fu già condannata dal Santo Pontefice Pio X nella Pascendi Dominici Gregis come del tutto contraria alla ragione ed alla fede.

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Critica alle posizioni  Chiodi

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Primo punto. Come riferisce Puccetti, la coscienza, secondo Chiodi «coincide con la totalità del sé (persona) ― Cartesio, la singola autocoscienza ― nella sua valenza insieme teoretica e pratica» [cf. QUI].

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Rispondiamo dicendo che la coscienza non coincide affatto con la totalità del sé o della persona. La coscienza è atto dell’intelletto riflesso, che è potenza della persona. Questa è sostanza spirituale, composta di anima e corpo, il cui essere supera l’essere della coscienza, che, da quanto risulta da quanto detto sopra, è soltanto un’emanazione o atto della persona, e quindi parte e manifestazione spirituale della persona. Quanto al sé, esso è la manifestazione del proprio io all’egli, che è la persona della quale si parla nella proposizione enunciativa, come quando per esempio dico: Cartesio era cosciente di sé. Quel è Cartesio stesso o meglio l’io di Cartesio così come appariva a Cartesio. Dunque il sé non è la persona, ma l’apparire intenzionale della persona a se stessa, nell’auto-coscienza della persona.

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Ma l’errore più grave di Chiodi, conseguenza del precedente, è che egli confonde la persona umana con la persona divina. Infatti non la persona umana, ma Dio stesso è Autocoscienza sussistente. Ciò fa comodo a Chiodi, perché egli, per sostenere che la dottrina dell’Humanae Vitae può cambiare, vorrebbe dar fondamento alla sua tesi proponendo un concetto di persona, per la quale la legge morale non è più stabilita immutabilmente da una volontà divina trascendente, alla quale l’uomo debba adeguarsi, ma è libera espressione della stessa volontà della persona umana come autocoscienza sussistente, pareggiata a Dio, e quindi come principio della stessa legge morale, il cui contenuto non è determinato da una volontà divina trascendente, creatrice e norma della natura umana, ma è lo stesso soggetto umano che determina la propria natura e per conseguenza la legge del suo agire. Invece la dottrina della legge naturale contenuta nella Humanae Vitae suppone la persona concepita come sussistenza di una natura umana singola, creata ad immagine di Dio, un soggetto sostanziale concreto, il cui agire, proposto alla ragione pratica ed attuato dalla volontà, è regolato appunto da questo comando pratico della ragione, che è la legge naturale, nota alla coscienza di ogni uomo, ed impressa nella ragione umana dalla Ragione divina.

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Secondo punto. Puccetti riferisce che Chiodi scrive che «le norme morali non sono riducibili ad una oggettività razionale, ma chiedono di essere inscritte nella vicenda umana, intesa come storia di grazie e di salvezza». Puccetti commenta dicendo che «con discrezione poetica Chiodi afferma la sua visione soggettivistica della moralità».

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Grave errore è quello di Chiodi, di sottrarre la norma morale al giudizio della ragione, per sostituire la funzione della ragione con la «vicenda umana», come se questa potesse essere umana senza la guida della ragione, non rendendosi conto che l’agire irrazionale non è quello dell’uomo, ma quello delle bestie. Vano e insensato, allora, in queste condizioni, continuare a parlare di «grazie» e di «salvezza», doni divini, che sono concessi non alle bestie, ma all’animale ragionevole.

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Terzo punto. Riferisce Puccetti che per Chiodi le norme morali «custodiscono il bene», ma precisa che si tratta di un bene «che si dà nelle esperienze della vita». Falso. Il bene morale, prima che nelle «esperienze della vita»,  è proposto da Dio alla ragion pratica illuminata dalla fede, partendo dall’esperienza sensibile. Se poi la volontà mette in pratica il bene concepito dalla ragione secondo il comando della virtù, allora, ma solo allora il soggetto fa esperienza del bene fatto o amato, compiuto nell’azione comandata dalla ragion pratica.

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Puccetti ha ragione nel rilevare che Chiodi rimarca così, di queste esperienze, «il carattere soggettivistico, non da perseguire come bene in sé, ma come bene esperienziato e com’è noto, ciascuno fa le proprie esperienze» [cf. Pascendi Dominici Gregis, testo QUI]. Infatti, il bene custodito dalle norme morali naturali si dà già da sé e di per sé nella loro intellegibilità e razionalità universale, astraendo dalle esperienze della vita e precedentemente ad esse, le quali, per essere moralmente buone, lecite e lodevoli, devono misurarsi su quelle norme, che altrimenti non sarebbero “norme”, ossia regole di condotta; devono, cioè, essere la loro applicazione fedele e concreta nelle varie circostanze e situazioni della vita, dopo essere state intellettualmente concepite e comprese nella loro universalità e razionalità.

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In sostanza, Chiodi concepisce l’agente morale che a suo dire soggiace alla dottrina della Humanae Vitae come un’autocoscienza irrazionale in una «vicenda umana, intesa come storia di grazie e di salvezza»: un personaggio mostruoso, metà divino e metà animale, come nella mitologia greco-romana, salvo ad essere soggetto ― non si sa come ― ad una «vicenda o storia di grazie e di salvezza», dal che risulta che Chiodi non sa né che cosa è la grazia, né che cosa è la salvezza.

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Chiodi sembra voler far soggiacere alla concezione morale della Humanae Vitae una visione dell’agire morale basato su di un concetto cartesiano di persona come autocoscienza, il cui dinamismo pratico, però, non è guidato, come in Cartesio, dal concetto razionale, e quindi dall’universale oggettivo, ma dalla tendenzialità storica ed esperienziale, ossia esistenziale e soggettiva, alla maniera di Heidegger, come osserva giustamente Puccetti. Si tratta dunque di un’azione basata non sull’essenza immutabile, ma sul divenire dell’auto-coscienza, fattore a sua volta di divenire e mutamento. Quello che conta è mutare e trasformare. Non c’è allora da meravigliarsi se Chiodi immagina che il Papa muterà la dottrina della Humanae Vitae. Ma si illude completamente, perché il Papa, qualunque Papa, anche Bergoglio, indicato come”papa rivoluzionario”, sa benissimo che la legge naturale è immutabile e non è un prodotto mutevole della volontà umana eretta ad auto-coscienza esistenziale. Ma Chiodi va avanti lo stesso e giunge così all’idea di un’etica senza una regola fissa, ma radicalmente trasformatrice, esistenziale, esperienziale e rivoluzionaria, sul tipo di quella di Nietzsche.

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Un’etica rivoluzionaria

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Per capire allora la radice prima della visione di Chiodi, fermiamoci sulla tematica della rivoluzione, oggi tornata di moda addirittura in rifermento all’insegnamento del Papa. La rivoluzione dunque comporta l’idea di una radicale trasformazione, di un profondo mutamento o rivolgimento. Esso può essere, è vero, sovvertimento, ma anche rinnovamento. Può comportare distruzione, ma anche conquista. Essa fa pensare alla violenza, ma anche alla forza rigeneratrice. Tuttavia, “rivoluzione”, nel senso più corrente ― riconosciamolo ― soprattutto sociale, non gode di una buona nomea; dice più un male che un bene. Dice novità, che non comporta però solitamente, come forse alcuni intendono, crescita, perfezionamento e progresso nel vero e nel bene già posseduti e conservati, ai quali si conferma la propria fedeltà, che viene così anzi rafforzata e accresciuta, mentre si abbandona il vecchio inutile, ci si libera dal male e si rompe col peccato e la falsità.  Ma per lo più la rivoluzione, nella concezione più radicale, consiste nella pretesa arbitraria e nichilistica di voler cancellare o annullare tutto il pensiero e i valori, se fosse possibile, tutto il reale precedenti già stabilmente trovati e fondati, per rifare tutto a proprio arbitrio e di propria volontà: quella che Nietzsche chiamava la «trasvalutazione di tutti i valori», effetto della «volontà di potenza». Il primo atto rivoluzionario dell’uomo, in questo senso, è stato il peccato originale.

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Notiamo allora che la forza velenosa e distruttiva del principio rivoluzionario non sta affatto nell’azione insurrezionale come tale, che in casi eccezionali è giustificata persino da San Tommaso d’Aquino [1] e dal Beato Pontefice Paolo VI [2] e non sta neppure in un radicale rinnovamento o palingenesi del pensiero e della vita, come avviene nella conversione dei grandi peccatori o è avvenuto nel passaggio dall’Antica alla Nuova Alleanza o avverrà alla fine dei tempi col Ritorno di Cristo: quella «ricapitolazione (apokefalàiosis) di tutte le cose», ad opera di Cristo, della quale parla San Paolo [cf. Ef 1,10]. Per questo, nella Bibbia, nella Tradizione, nei Padri, nel Magistero della Chiesa il termine “rivoluzione” non esiste o ha un senso spregiativo di rivolta, sedizione, sommossa, sovversione. Quello che forse più gli si avvicina in senso positivo è quello della metànoia, ossia quel salutare mutamento di pensiero e di condotta, alla luce della Parola di Dio, che viene tradotto col termine conversione, la quale crea il figlio di Dio e l’ «uomo nuovo», risorto con Cristo.

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Invece dobbiamo dire con dispiaciuta franchezza che purtroppo il discorso farneticante, opportunista ed adulatorio di Maurizio Chiodi si inquadra nel clima intellettuale ed emotivo, rivoluzionario in senso negativo, di crescente eccitazione collettiva e falsa devozione al Papa, fomentate dalle sinistre, che da alcuni anni si sta rapidamente diffondendo nella Chiesa, da quando Eugenio Scalfari, nella famosa intervista degli inizi del pontificato, ha lanciato l’elogio di successo del Papa rivoluzionario, [cf. video QUI] appellativo molto imprudente, che il Papa avrebbe dovuto smentire, cosa che purtroppo non ha. Così è accaduto che pochi giorni fa, il mito del Papa rivoluzionario, è stato rilanciato in grande stile addirittura da Antonio Spadaro ne La Civiltà Cattolica, col presentare il Papa come «il rivoluzionario che sta cambiando il mondo utilizzando il marxismo» [cf. QUI], guarda caso proprio in occasione delle trattative della Santa Sede col governo comunista di Pechino, mentre di rincalzo S.E. Mons. Marcelo Sánchez Sorondo, attuale Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, con incredibile sfrontatezza ha osato affermare che il regime cinese è «la migliore attuazione della dottrina sociale della Chiesa e dell’enciclica Laudato sì», suscitando le vive preoccupazioni e proteste di molti in Cina e all’estero, tra i quali spicca per autorevolezza e prestigio internazionale l’anziano e saggio Cardinale Joseph Zen Ze-kiun, coraggioso portavoce e difensore dei cattolici perseguitati in Cina [cf. QUI].

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Qualificare un Papa come “rivoluzionario”, come fosse un titolo di merito, vuol dire mancare di un sano criterio di giudizio, assumendo una categoria quanto meno profana, del tutto inadatta a far le lodi di un Papa. Sorprende poi ancora di più il fatto che il Papa si lasci tranquillamente qualificare in questo modo, senza almeno ridimensionare tale titolo sconveniente, ma quasi compiacendosene, cosa che non depone certo a favore della sua saggezza.

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Questa pericolosa infatuazione per la rivoluzione, ben contrastante col misericordismo e pacifismo di Jorge Mario Bergoglio, rischia di evocare tutti i fantasmi del passato: rivoluzione francese, rivoluzione russa, rivoluzione fascista, rivoluzione spagnola, rivoluzione maoista, fino alle innumerevoli rivoluzioni africane e sudamericane, culminanti in quella di Fidel Castro o di August Pinochet.

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La mentalità sessantottina

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Lo stesso Sessantotto fu una scriteriata rivoluzione, che introdusse nella Chiesa un principio dissolvente modernistico, sotto false apparenze di progresso e di applicazione del Concilio Vaticano II. Il messaggio del Sessantotto era fondato su di una visione hegeliano-marxista della realtà e dell’agire umano, che dà il primato al mutevole rispetto all’immutabile, esalta il cambiamento contro la fedeltà, il progresso contro la conservazione. Il messaggio del Sessantotto era che occorre «abbandonare le proprie certezze», tutto doveva essere messo in discussione, la libertà permissiva del «vietato vietare», l’immaginazione al posto della ragione mediante «l’immaginazione al potere», l’autoproduzione della cultura attraverso la soppressione dell’insegnante, con conseguente soppressione buonistica dei meriti, sino a giungere al “sei politico” ed al tutti promossi, aprirsi al nuovo rivoluzionario, inteso come rottura con la tradizione e rifiuto dell’immutabile.

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Tutto muta e Dio stesso muta.

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Dio non sta immobile lassù, minaccioso di castighi, ma diviene in noi e con noi. Non aggrapparsi a niente perché tutto passa. Niente è stabile, ma tutto diviene. La regola dell’agire è la storia e l’esperienza, è modernità assunta e vissuta, come dice Rahner, «nella sua totalità», senza discussioni e senza critiche alla luce di una verità immutabile, che non esiste. La Chiesa e il mondo si identificano. Tutta l’azione si risolve nel politico, ma nel contempo l’individuo è legge a se stesso. L’agire non dev’essere obbedienza a una legge astratta e immutabile, ma creazione concreta e storica sempre nuova della libertà nell’evolversi delle situazioni. La conseguenza ovvia del tutto fu il rifiuto del Magistero della Chiesa col suo monotono ripetere e proporre sempre le stesse cose, schemi vuoti, noiosi ed ammuffiti del passato, per ascoltare i nuovi profeti, che in realtà non erano altro che eretici e ciarlatani, i quali, spacciati come interpreti del Concilio, non facevano altro che riproporre sotto una verniciatura linguistica il brodo riscaldato del vecchio modernismo dei tempi di San Pio X, bevuto avidamente dalle folle hegelianamente adoratrici della storia, ma incapaci di apprendere le lezioni della storia. Così è successo che il Sessantotto ha introdotto nella Chiesa la psicosi, per non dire l’ossessione del cambiamento e del ”progresso”, che poi in sostanza, disgiunto dal rispetto per la tradizione sulla quale deve fondarsi, e che deve esplicitare e sviluppare, non è affatto progresso, ma egoismo, scetticismo, erotismo, relativismo, distruzione e nichilismo.

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Un patrimonio immenso di cultura teologica faticosamente e diligentemente elaborato dai padri nei secoli passati, da sempre raccomandato dalla Chiesa e dallo stesso Concilio Vaticano II, da conservare e custodire gelosamente e fedelmente e da consegnare alle future generazioni, è così stato dimenticato, dilapidato e rimasto chiuso ed inutilizzato ― quando è andata bene ― nelle biblioteche, a meno che adesso questi nuovi barbari non vogliano distruggere anche le biblioteche per sostituirle con la teologia narrativa di Topolino, Paperino, Pulcinella, i dischi volanti e Babbo Natale.

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L’affascinante alternativa teologica e spirituale, offerta dal modernismo più aggiornato, col suo sguardo rivolto al futuro della Chiesa, il suo pungiglione di rinnovata vita cristiana, aperta al soffio dello Spirito, sta offrendo ormai una molteplicità di chances e di imputs, dei quali posso citare qui solo alcuni esempi, come il nuovo corso della Congregazione per la dottrina della fede di non condannare più le eresie, ma solo il conservatorismo e la rigidezza; consentire a un luterano l’accesso al pontificato il progetto dei Vescovi italiani di osservare la regola del silenzio, ad imitazione dei Trappisti; l’idea del quotidiano Avvenire di dedicare una rubrica settimanale alla teologia della masturbazione; il progetto dei Gesuiti di sostituire alla Gregoriana al corso ormai vecchio, ripetitivo, stantio, consunto, astratto e superato sulla Trinità, un corso di laurea ben più attuale e coinvolgente di immigratologia; la decisione dei Domenicani di chiedere alla Santa Sede la nomina di Schillbeeckx a Dottore della Chiesa in occasione della prossima chiusura del convento di San Marco a Firenze; il permesso della Congregazione per il Culto Divino dell’uso della bicicletta in chiesa sull’esempio dell’Arcivescovo di Palermo e l’uso delle chiese per il riposo notturno degli omosessuali senza fissa dimora; la sostituzione, nella Messa, al Credo, assemblaggio incomprensibile di formule astratte e metafisiche, del ben più attraente e significativo Dolce sentire [cf. QUI, QUI]; elevare la pedofilia a libera espressione dell’amore;  porre Radio Maria sotto il controllo della Massoneria; la raccomandazione degli studi di S.E. Mons. Angelo Becciu sulla sapienza teologica di Marcione [cf. QUI]; ascoltare al registratore le lezioni di cristologia di Padre, Arturo Sosa [cf. QUI], o quelle di Andrea Grillo sulla Messa ecumenica [Cf. QUI], o quelle del Cardinale Walter Kasper sull’immutabilità del dogma e della morale, oppure le meditazioni sull’Eucaristia mangereccia di Ermes Ronchi [cf. QUI] o sull’Eucaristia erotica di Timothy Radcliffe [cf. QUI, QUI] o sull’Eucaristia del bottone di Manuel Belli, oppure il ciclo di conferenze di S.E Mons Nunzio Galantino su «Lutero, dono dello Spirito Santo» [cf. QUI] o di S.E. Mons. Vincenzo Paglia sulla spiritualità di Marco Pannella [cf. QUI], oppure le lezioni del Cardinale Gianfranco Ravasi sulla massoneria [cf. QUI, QUI] o le profezie di Enzo Bianchi sul carisma dell’omosessualità [cf. QUI, QUI], mentre i nostri politici cattolici dovrebbero fare un viaggio in Cina per constatare de visu la migliore applicazione della dottrina sociale della Chiesa o allearsi col partito della Bonino e della Cirinnà per la riforma dell’istituto familiare.

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Quel che invece oggi occorre con urgenza indilazionabile è smetterla una buona volta con questa unilaterale, faziosa, falsa, gretta, bolsa e dannosa retorica del ”progresso” e decidersi vigorosamente ad attuare un vero progresso, che ― come ci ricorda per esempio il teologo domenicano Servo di Dio Tomas Tyn ― non può che essere in armonia con la conservazione e il recupero dei valori immutabili, stabili e perenni, anzi eterni, che sono alla base della civiltà e del cristianesimo e che fondano un vero progresso, che non ci faccia ricadere nella barbarie.

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Non si tratta di tornare a ciò che è stato superato ed è ormai inutile, morto, inservibile o dannoso. Si tratta di ricostruire ciò che di valido è stato distrutto, di recuperare preziosi valori, ancora utili o sempre utili, che sono stati dimenticati. Con Cartesio ci si è illusi di rifare le fondamenta del pensiero già gettate dalla Bibbia e da  Aristotele. Ma questo è illusione e stoltezza, perché le fondamenta non sono dedotte, ma sono date. Su quelle si costruisce. È inevitabile usarle, anche se le si vuol distruggere. Saggezza vuole che le si usi semplicemente senza dubitare. Sono il modernista e il rivoluzionario che retrocedono e regrediscono, fino a tornare alla barbarie, proprio perché il nuovo che propongono è distruzione dell’antico da conservare. Chi invece si chiude a ciò che è autenticamente nuovo e avanzato, non ha ragione di appellarsi alla tradizione o all’immutabile, perché il nuovo autentico e benefico non è altro che conferma e sviluppo dell’antico. È chiaro d’altra parte che bisogna sapere che cosa può mutare e che cosa no. Si può anche ammettere, essendo benevoli nel linguaggio, una novità rivoluzionaria; ma quando ci viene annunciata, occorre verificare se si tratta di una novità autentica o è una bufala, confrontando l’enunciato col sapere certo e incorruttibile che abbiamo già acquisito.

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Una novità che contraddicesse anche duemila anni di credenza o pratica cristiana, non necessariamente è eretica o da respingere. Occorre verificare se essa si riferisce o no a valori umani o cristiani che possono mutare o cessare. Mentre le leggi naturali e divine non possono mutare, ma solo esser meglio conosciute ed applicate, le leggi positive e canoniche della Chiesa possono mutare per disposizione del Sommo Pontefice, anche fossero in vigore da duemila anni. Ma anche in tal caso sarebbe sconveniente parlare di un Papa “rivoluzionario”, ma tutt’al più riformatore o innovatore. Se poi ci si immagina che un Papa “rivoluzionario” possa mutare la legge naturale o divina, come per esempio dichiarare non più valida la dottrina della Humanae Vitae, vuol dire che si ha perso il senno.

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Così, il fatto che per duemila anni la Chiesa non abbia permesso alle donne di distribuire la Comunione o di leggere le Letture della Messa, non ha impedito alla Chiesa di dare oggi alla donna questo permesso, perché si tratta di un campo ― la potestas clavium ―, nel quale Chiesa può liberamente legiferare come meglio crede. Non è la durata temporale che fa l’autorità della tradizione, ma la sua fondatezza dogmatica o meno. Il permesso alla donna di dare la Comunione o di leggere alla Messa è Tradizione, anche se ha solo trent’anni di vita. Invece la tesi della mutabilità della legge naturale sostenuta da Chiodi è assolutamente inaccettabile non tanto perché contraddice a duemila anni di insegnamento della Chiesa, ma per il fatto che è filosoficamente errata e quindi prossima all’eresia.

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Purtroppo, invece, la mentalità sessantottina si riscontra nella pastorale del Papa attuale. Si spiega allora come di recente egli abbia potuto fare un elogio estremamente imprudente del Sessantotto. E il quotidiano Avvenire, di rincalzo, nel numero del 14 febbraio scorso, a pag. 21, ha avuto l’infelice idea di rievocare la simpatia per il Sessantotto che aveva il Cardinale Carlo Maria Martini, elogiandolo con queste parole: «L’Arcivescovo di Milano non si riferiva a valori o a princìpi, ma a pungiglioni nella carne del secolo» [cf. QUI], senza rendersi conto, l’infelice quotidiano, della pessima metafora adottata, giacché, per la verità, sono proprio i valori universali e perenni e i princìpi evidenti, incontrovertibili ed  immutabili, quelli che muovono l’intelligenza e la volontà alla verità e al bene, mentre i pungiglioni servono a smuovere la cocciutaggine dei somari. E, se vogliamo, il Sessantotto è stato effettivamente un “pungiglione nella carne del secolo”, che però, ben lungi da averlo beneficato, lo ha illuso, straziato e corrotto con la prospettiva di un falso rinnovamento, che finisce nel nichilismo.

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È sorprendente e doloroso constatare come ancor oggi, dopo ben cinquant’anni, nel corso dei quali sono apparsi i frutti amari di questa rivoluzione,  vi sia ancora chi si ostina ciecamente a percorrere una strada senza sbocco, anziché correggere la rotta e imboccare la via della vera attuazione del Concilio, rettamente interpretato e libero dall’ipoteca modernista, che è basata sulla falsa ed hegeliana contrapposizione fra essere e divenire, conservazione e progresso, tempo ed eternità. La vera attuazione del Concilio comporta, invece, la sapiente congiunzione di essenza ed esistenza, conservazione e progresso, fermezza e duttilità, astratto e concreto, stabilità e slancio, rinnovamento e fedeltà, metafisica e storia, movimento e saldezza, permanenza e sviluppo, identità e crescita.

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La forza sovversiva neomodernista, apparentemente affidabile ed innovatrice, ma in realtà illusoria e distruttiva, traeva origine ― come traspare dalle parole stesse di Chiodi ― dallo spirito cartesiano e luterano, maturato nell’hegelismo e nel marxismo, ed iniziò da allora con ferrea determinazione e crescente successo, non ostacolato da un episcopato dormiente, una scalata al potere ecclesiastico, che, iniziato negli ambienti operai e studenteschi, tra i teologi e gli intellettuali e nel basso clero, in anni recenti ha contaminato gli stessi vescovi, fino a giungere ai cardinali, agli stessi ambienti della Santa Sede e degli istituti accademici pontifici, senza che il Papato, benchè retto da degnissimi Pontefici, sia riuscito a fermare questa marea montante per mancanza di una sufficiente collaborazione da parte dell’episcopato.

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Il compito che oggi si impone per la Chiesa e il Santo Padre, è quello di conservare e sviluppare sia i buoni frutti del Concilio, sia di correggere le persistenti sue cattive interpretazioni e sia di recuperare i valori dimenticati. Lasciamo stare la rivoluzione. E’ sufficiente la “metànoia”, la conversione e la penitenza, moti dello spirito e della vita, sostenuti dalla grazia, ben più intelligenti, radicali e salutari della rivoluzione, giacchè questa si limita, quando va bene e non combina guai, ad operare in questa vita mortale, mentre quella opera in vista della vita eterna.

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Nessuno v’inganni con argomenti seducenti [Col 2,4]. La tua gente riedificherà antiche rovine, ricostruirai le fondamenta di epoche lontane [Is 58,12].

 

Varazze, 27 febbraio 2018

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NOTE

[1] Summa Theologiae, II-II, q.42, a.2, 3m.

[2] Cf. S.S. Paolo VI, Enciclica Populorum progressio del 1967, n.31. 

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I preti omosessuali nella Chiesa non sono un semplice problema, sono proprio un’epidemia

— quanto duole dire  « noi l’avevamo detto e voi non ci avete ascoltati »  —

I PRETI OMOSESSUALI NELLA CHIESA NON SONO UN SEMPLICE PROBLEMA, SONO PROPRIO UN’EPIDEMIA

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Quello della omosessualità tra i sacerdoti era un “semplice” problema quando, all’interno del clero secolare e regolare, vi era un numero preoccupante, ma comunque ridotto, di sacerdoti con tendenze sessuali disordinate. Oggi, il problema è del tutto diverso, perché in molte diocesi i preti omosessuali hanno fatto dei veri e propri golpe, sino a costituire la maggioranza all’interno dei presbitèri e delle case religiose, sino al punto che in certi contesti diocesani e religiosi, trovare un prete od un religioso eterosessuale, rischia di essere davvero un’impresa, peraltro destinata anche al totale insuccesso.

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Autori
Giovanni Cavalcoli, O.P – Ariel S. Levi di Gualdo

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per aprire l’articolo cliccare sopra l’immagine

Chi a suo rischio e pericolo ha parlato su questo delicato argomento è stato il Padre Ariel S. Levi di Gualdo, che già dieci anni fa aveva formulate e pubblicate precise analisi sul problema della omosessualità sempre più diffusa nel clero, ed a livelli sempre più alti delle gerarchie ecclesiastiche. Dialogando cinque anni fa con Roberto Marchesini su La Nuova Bussola Quotidiana, ebbe ad affermare che nella Chiesa è in atto un vero e proprio golpe omosessualista [vedere QUI].

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per aprire l’articolo cliccare sopra l’immagine

Su L’Isola di Patmos l’argomento è stato da noi trattato più volte da un punto di vista strettamente teologico e canonico. Un paio d’anni fa, noi Padri de L’Isola di Patmos pubblicammo assieme due studi teologici nei quali sollevammo questioni rimaste senza risposta, pur avendo non solo pubblicato, ma anche inviato queste nostre analisi alle competenti Autorità della Santa Sede, dalle quali mai abbiamo ricevuta alcuna risposta.

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Oggi, dinanzi all’ennesimo scandalo a sfondo sessuale, non possiamo far altro che mettere di nuovo in evidenza quei nostri due studi, che sicuramente rimarranno ancora una volta senza risposta, mentre la casa in fiamme cade sempre più in pezzi …

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Per aprire i due testi dei Padri de L’Isola di Patmos cliccare sotto:

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Ariel S. Levi di Gualdo  —  DUBBI CIRCA LA LEGITTIMA VALIDITÀ DELLE ORDINAZIONI DEGLI OMOSESSUALI

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Giovanni Cavalcoli, O.P  —  LA QUESTIONE DELLA VALIDITÀ DELLE ORDINAZIONI SACERDOTALI OGGI

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Un francobollo vaticano burlone per spedire una missiva sulla questione della Messa ecumenica

— Theologica —

UN FRANCOBOLLO VATICANO BURLONE PER SPEDIRE UNA MISSIVA SULLA QUESTIONE DELLA MESSA ECUMENICA

Occorre pertanto che la Chiesa respinga quel falso ecumenismo, del quale abbiamo qui tracciato i contorni, e che invece di condurre i fratelli separati all’unità cattolica, rischia di trasformare e frantumare l’unità cattolica attorno a Cristo in un guazzabuglio disordinato e caotico di fratelli separati sotto il «principe di questo mondo»

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Giovanni Cavalcoli, O.P. usa questo francobollo ameno per spedire la missiva che segue … [vedere in Poste VaticaneQUI]

La cosiddetta Messa ecumenica, di cui da tempo si sente parlare, è espressione non chiara, perché non è sempre chiaro se ci si riferisce a una Messa compatibile con l’ecumenismo o a un rito facilone, sincretistico, confusionario ed equivoco, con ciò stesso invalido, illecito ed empio, che col pretesto dell’ecumenismo, auspichi un’ibrida concelebrazione fra cattolici e luterani.

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La questione è molto delicata, perché la celebrazione eucaristica rappresenta e realizza il vertice della comunione ecclesiale, è la fons et culmen totius vitae christianae, per esprimerci col Concilio Vaticano II.  E per questo è necessario che i celebranti, i concelebranti ed i fedeli che partecipano siano in piena comunione con la Chiesa, accogliendo integralmente la dottrina e la disciplina morale e giuridica della Chiesa cattolica, cosa che tanti fratelli cristiani non-cattolici, in particolare i luterani, dei quali qui adesso ci occupiamo, sono ancora ben lungi dall’accettare. Infatti, il Concilio Vaticano II, nel riformare il rito della Santa Messa, dà ad essa un taglio ecumenico: senza naturalmente sopprimere l’aspetto sacrificale. Quindi la Messa novus ordo presenta taluni aspetti, assenti nella vetus ordo, che sottolineano e riprendono gli aspetti propri della Cena del Signore di Lutero, come l’aspetto conviviale: si parla oggi correntemente del «banchetto eucaristico»  o della «sinassi eucaristica», come memoriale dell’Ultima Cena.

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Ad ogni modo, l’intendere la Messa ecumenica nel primo dei sensi accennato sopra, è cosa del tutto legittima e può esprimere bene proprio quello che il Concilio ha inteso fare con la riforma liturgica: avvicinare il più possibile il nuovo rito a quanto di valido c’è nella Cena del Signore luterana. Infatti, il Concilio, nel riformare il rito della Messa, dà ad essa un taglio ecumenico: senza naturalmente sopprimere l’aspetto sacrificale. Ma più di così il Concilio non poteva concedere ai luterani, senza tradire il significato essenziale della Santa Messa. Adesso tocca ai luterani avvicinarsi alla Messa cattolica, assumendo quegli elementi voluti da Cristo, che Lutero a suo tempo abbandonò, credendo di riformare, mentre in realtà ha solo deformato.

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La seconda concezione della Messa ecumenica, invece, è quella auspicata dai modernisti filo-luterani, come per esempio Andrea Grillo, il quale di recente, negando nella rivista Munera che la transustanziazione sia un dogma [1], sostiene che l’interpretazione cattolica e quella luterana sono due diverse interpretazioni possibili e legittime dell’Eucaristia, ma nessuna delle due può pretendere di essere l’unica vera condannando l’altra [vedere articolo, QUI], cui ne ha fatto seguito in secondo di precisazione, QUI]. È il metodo classico dei modernisti, intriso di opportunismo e di doppiezza, che, in nome del pluralismo o dell’aggiornamento, in riferimento a un dato passo o sentenza della Scrittura, affianca l’interpretazione cattolica a un’altra eretica, dando peraltro la preferenza a questa, mentre l’altra è detta “superata”.

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Il Comunicato cattolico-luterano

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Questo importantissimo argomento emerge dal Comunicato congiunto della Federazione Luterana Mondiale e del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani a conclusione dell’anno della Commemorazione comune della Riforma, del 31 ottobre 2017. In esso viene velatamente formulato l’auspicio che cattolici e luterani possano celebrare assieme l’Eucaristia, superando le divisioni attualmente esistenti. In esso si dice: «Con uno sguardo rivolto al futuro, ci impegniamo a proseguire il nostro cammino comune, guidati dallo Spirito di Dio, verso la crescente unità voluta dal nostro Signore Gesù Cristo. Con l’aiuto di Dio e in uno spirito di preghiera, intendiamo discernere la nostra interpretazione di Chiesa, Eucaristia e Ministero, sforzandoci di giungere ad un consenso sostanziale al fine di superare le differenze che sono tuttora fonte di divisione tra di noi».

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E come fare per «superare le differenze tuttora fonti di divisione»? Il Decreto conciliare Unitatis redintegratio lo dice chiaramente: occorre che noi cattolici, sotto la guida del Papa, padre comune dei cristiani, con l’assistenza dello Spirito Santo, aiutiamo i fratelli luterani a togliere quegli «impedimenti» e «carenze», che sono ancora di ostacolo alla piena comunione con la Chiesa Cattolica, affinchè essi «siano pienamente incorporati» in essa [n.3].

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Quanto al programma di «discernere la nostra interpretazione di Chiesa, Eucaristia e Ministero, sforzandoci di giungere ad un consenso sostanziale», in esso sono toccati tre punti della massima importanza, che riguardano il fine ultimo dell’ecumenismo, come risulta dall’Unitatis redintegratio: che la Chiesa, nella sua premura materna, per mezzo dei suoi ministri, chiamando tutti a sottomettersi al soave giogo di Cristo, possa ottenere, con una paziente, indefessa e saggia opera educativa, stimolante  e correttiva, assistita dallo Spirito Santo e guidata dal Papa, che chiama tutti alla pienezza della vita cristiana, che quei fratelli che non sono ancora in piena comunione con lei o si fossero allontanati, giungano o tornino alla pienezza della comunione, nella comune e fraterna celebrazione dell’Eucaristia, liberandosi gradualmente da tutti gli ostacoli ed impedimenti che si frappongono al conseguimento della nobile meta.

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La Chiesa deve sapersi presentare ai luterani con un volto attraente, così che essi si sentano invogliati ad entrare in essa in quella piena comunione che tuttora ad essi manca, perché essa realizza meglio di loro quegli ideali evangelici, che pur essi perseguono, ed è libera da quelle difficoltà dalle quali sono afflitti. Se noi cattolici ci mostriamo cedevoli nei confronti dei loro difetti e quasi verso essi ammirati, i luterani si sentiranno dei campioni del cristianesimo, penseranno di essere dalla parte della ragione e si asterranno dall’accostarsi a Roma.

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Indubbiamente Lutero mantiene il concetto di Chiesa, benchè a quel termine (Kirche) preferisca quello di “comunità” (Gemeinschaft). Egli, agli inizi, quand’era ancora cattolico, non intese affatto rompere con la Chiesa, ma riformarla; e qualche sua idea era anche buona. È al tempo della rottura col Romano Pontefice, capo della Chiesa, che egli cadde in un’idea errata di Chiesa, credendo di riformarla, per cui pensò sempre di aver ritrovato la vera essenza della Chiesa, deformata, a suo dire, dal papato, mentre il vero de-formatore era lui.

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Egli tuttavia mantenne della Chiesa alcuni elementi genuini. Così Chiesa era per lui la comunità dei battezzati, nella quale si predica il Vangelo e si amministrano i sacramenti. È il popolo di Dio guidato da Cristo e dallo Spirito Santo. Tuttavia i ministri non sono sacerdoti, ma pastori, addetti al culto ed alla guida della comunità, e teologi-esegeti, maestri di Sacra Scrittura.

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Nessuna successione apostolica e nessuna gerarchia ecclesiastica, quindi niente papato. Questione da affrontare, allora, come accenna il Comunicato, è quella dell’essenza del ministero, che coinvolge il concetto di Chiesa, perché la differenza essenziale tra il concetto cattolico di Chiesa e quello luterano, è appunto il fatto che nell’ecclesiologia luterana manca il ministero sacerdotale, sostituito da un ufficio meramente funzionale di insegnante, di sorvegliante o presidente d’assemblea, senza carattere soprannaturale; ma questa è una lacuna gravissima, perché manca il concetto di sacramento, manca il Magistero e manca il governo universale della Chiesa, ossia il papato.

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L’errato concetto luterano di sacramento, che ne rifiuta la natura di canale della grazia ― ex opere operato ―, ma lo vede solo come segno sensibile della grazia presente, porta con sé la difettosità e la miseria per non dire lo squallore del culto e l’assenza della santificazione e del progresso spirituale; l’assenza del magistero porta con sé l’incertezza e il relativismo dottrinali, il disordine etico e dottrinale, nonché la mancanza dell’apologetica e dello slancio missionario; la mancanza del papato, principio di moderazione, unità, concordia e pluralità e vero sviluppo ecclesiale, produce una sistematica conflittualità intra-ecclesiale, la violenza delle polemiche, i contrapposti estremismi, la mania del cambiamento e l’insofferenza per la tradizione, il moltiplicarsi delle sètte e la dipendenza dal potere politico.

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Ma il contrasto più profondo tra l’ecclesiologia cattolica e quella luterana ha la sua scaturigine prima proprio nel contrasto sul concetto dell’Eucaristia, e quindi nella negazione luterana del mistero della transustanziazione. A causa di questa negazione la Comunità luterana si riduce ad essere niente più che una semplice società di discepoli di Cristo. Invece la vera Chiesa è comunione soprannaturale di persone, che trae origine, culmine, fondamento e ragion d’essere dalla comunione eucaristica e dalla celebrazione eucaristica. ln tal senso la Chiesa è il Corpo mistico di Cristo. Significativo è il fatto che in Lutero sia totalmente assente l’ecclesiologia del Corpo mistico.

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La Messa cattolica e la Cena luterana

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Per noi cattolici la Messa non è solo un memoriale, ma anche sacrificio. Questo aspetto manca nella Cena luterana, perchè Lutero si rifiutò di collegare la Cena col Sacrificio della Croce, in quanto pensava che questo fosse sufficiente per la remissione dei peccati, senza bisogno di aggiungere opere umane, quale riteneva fosse la Messa.

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Noi cattolici abbiamo sempre risposto ai luterani che la Messa che Cristo stesso ci ha comandato di celebrare ― «fate questo in memoria di Me» ―, non pretende assolutamente di aggiungere nulla al valore infinito e più che sufficiente del Sacrificio del Signore, perché sarebbe veramente, come crede Lutero, assurdità ed empietà, ma è solo una partecipazione sacramentale, voluta da Cristo stesso, al suo unico divin Sacrificio, che ne prolunga ed applica la forza e l’efficacia nello spazio e nel tempo, fino alla fine dei secoli. Ma purtroppo da quell’orecchio i luterani non ci sentono.

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È comunque confortante la comune fede di noi cattolici con i luterani che in questo memoriale della Cena del Signore si verifica misticamente, ma realmente la presenza operante e confortante di Cristo crocifisso e risorto e del suo Spirito nella comunità costituita dal popolo sacerdotale, nel quale il ministro che presiede alla celebrazione, dopo la lettura e il commento della Parola, che conferma le promesse divine ed alimenta la speranza, ripetendo le parole del Signore, riconosce insieme con la comunità e nella comunità  la presenza operante dello Spirito, della grazia, del perdono e della misericordia di Dio sul suo popolo in preghiera ed in cammino verso la risurrezione.

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Tuttavia, la negazione luterana che il memoriale della Cena sia anche sacrificio sacerdotale, riattualizzante in modo incruento il Sacrificio della Croce per la remissione dei peccati e l’acquisto della vita eterna, è una grave disobbedienza e deroga alla volontà di Cristo, perché proprio nella Cena Cristo ha istituito il sacerdozio appunto come potere di dir Messa, ossia di transustanziare il pane in corpo e il vino in sangue, per offrirli appunto in sacrificio al Padre, al fine di compensare alla offesa del peccato e ottenere misericordia.

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È chiaro allora che sacerdozio, transustanziazione e Messa come sacrificio espiatorio e di riconciliazione, costituiscono un plesso di valori inscindibili e logicamente collegati, per cui il rifiuto o quanto meno l’insufficiente fedeltà che Lutero ha opposto ad essi hanno fatto sì che su questi punti importantissimi non abbia riformato, ma distrutto.

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L’interpretazione delle parole del Signore

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Quanto infatti alla presenza reale, è vero che Lutero la ammette, anche con forza contro il simbolismo di Zwingli e Calvino, ma non la intende pienamente nel senso che Cristo ha voluto. Tale presenza infatti non è solo spirituale, ma anche sostanziale e materiale, perchè un corpo umano è composto di materia. Ora nell’Eucaristia c’è il vero corpo del Signore, a modo di sostanza. E la sostanza corporea è materiale, anche se certo non è la stessa identica materia del corpo di Gesù in cielo, ma si tratta di un essere a modo di materia.

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Questa presenza tra noi, misteriosa ma reale, della materia del corpo di Cristo eucaristico, è salvata nel dogma della transustanziazione, perché, con le parole della consacrazione, la sostanza del pane si converte nella sostanza del corpo del Signore. Per cui, quando facciamo la Comunione, noi veramente ”mangiamo la sua carne”, materia del suo vero corpo, unita alla divinità del Signore. Qui è proprio il caso di parlare, come diceva Pierre Teilhard de Chardin, della «santa materia», materia salvifica, escatologica e immortale, quale sarà quella del nostro corpo risorto. Ecco allora il detto di Sant’Agostino: «Caro te obcaecaverat? Caro te sanat». E Santa Caterina: «“Le mie labbra sono rosse dello stesso sangue di Cristo».

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Invece, nella «impanazione» luterana, ossia «Cristo nel pane», o come pure la si suol chiamare, «consustanziazione», ossia la sostanza del pane insieme con la sostanza del corpo di Cristo, non si vede come possa salvarsi il senso del termine neutro “questo” [hoc, tutò] in «questo è il mio corpo», che evidentemente indica una sola sostanza, ovvero la transustanziazione in fieri, il momento nel quale essa sta avvenendo, ossia il passaggio dalla sostanza del pane alla sostanza del corpo. Al termine del processo transustanziatorio, sull’altare non c’è più il pane, ma c’è il solo corpo di Gesù. Se fosse invece vera la tesi di Lutero, Gesù avrebbe dovuto dire: “Io sto venendo in questo pane”.

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Dire che Cristo è nel pane, sia pur con la sua grazia nella comunità celebrante, non dice nulla di speciale, ma enuncia semplicemente il principio di teologia naturale che Dio è in tutte le cose ed è in tutte le anime in grazia, anche se non partecipano alla Cena o alla Messa. Dire che si tratta di una presenza speciale nel  pane  nel vino non è ancora sufficiente, come abbiamo visto, a spiegare le parole del Signore.

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Certamente, dopo la consacrazione noi continuiamo a vedere o a sentire fisicamente gli aspetti sensibili del pane e del vino, quelli che in filosofia si chiamano accidenti e in liturgia si chiamano specie. Ma sappiamo per fede nelle parole di Cristo che, dopo la consacrazione, quello che sembra pane, non è pane. Non è che, propriamente, i sensi siano ingannati: essi vedono oggettivamente dei veri accidenti.

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È la nostra ragione che, abituata a sapere che sotto gli accidenti del pane c’è il pane, da sola, se non fosse informata dalla fede, non immaginerebbe mai che possa accadere che degli accidenti sussistano senza la loro sostanza, benchè metafisicamente la cosa non sia impossibile, perché tra di loro c’è una distinzione reale e quindi una separabilità, per cui in tal caso, di per sé, anche se sostanza e accidenti compongono una sola cosa, gli uni possono esistere senza l’altra, anche se comunque essi hanno bisogno di un supporto ontologico, che sostituisca la loro sostanza naturale, e nel caso dell’Eucaristia, è Dio stesso, Che sostiene miracolosamente nell’essere le specie eucaristiche, fino alla loro corruzione, allorché la presenza di Cristo viene meno e ritorna la sostanza, ma questa volta corrotta, del pane.

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Un’altra interpretazione delle parole di Cristo, alla quale forse potrebbe essere ricondotta quella luterana, però questa volta assurda, è la seguente: «Io sono questo pane». In realtà, non si può predicare una sostanza di un’altra sostanza. Io non posso dire: «Paolo è Pietro», no. Paolo è Paolo e Pietro è Pietro. La sostanza o la persona non può essere predicato, ma è solo soggetto.

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Le tesi di Manuel Belli e di Padre Timothy Radcliffe

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Discutiamo adesso una recente interpretazione dell’eucaristia proposta da Manuel Belli, ospite il 17 gennaio scorso di Andrea Grillo sulla rivista Munera. Il Belli sintetizza le sue considerazioni in tre temi: la connessione dell’eucaristia con la corporeità, quella col pasto e quella con la sessualità [vedere articolo, QUI].

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Nella prima considerazione il Belli sostiene che il ritenere che dopo la consacrazione il pane non è più pane ma corpo del Signore, sarebbe un pensiero «semi-magico». Invece, secondo lui, come per Calvino, il pane resta pane, e diventa solo un «simbolo» del corpo del Signore.  Viceversa, bisogna dire con fermezza che per il credente il ritenere che dopo la consacrazione il pane non è più pane, ma corpo del Signore, non è «pensiero magico», ma è la sostanza della fede eucaristica.

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Le considerazioni semi-magiche sarebbero supposte da ciò che Belli fa dire al credente. Afferma il Belli:

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«La tradizione cattolica usa la nozione “transustanziazione” per esprimere che quel pane e quel vino non sono più tali, ma sono diventati il corpo e il sangue del Signore. Vorremmo però attenerci a un livello di costatazione: non è difficile naufragare in considerazioni semi-magiche: “Il prete dice questo è il mio corpo; io non vedo e non tocco nessun corpo ma solo del pane e del vino; prendiamola per buona!».

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Faccio notare che qui il Belli confonde innanzitutto il credente col non credente. Qui egli probabilmente ritiene di esprimere la considerazione del credente. In realtà si tratta di ciò che vede il non-credente. Infatti il credente dice: io vedo gli accidenti del pane e del vino, ma non ne vedo la sostanza, perché so che sotto quegli accidenti c’è la sostanza del corpo e del sangue del Signore.

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In secondo luogo il Belli, oltre a negare qui il mistero della transustanziazione, confonde empiamente e sacrilegamente l’operazione miracolosa prodotta dalle parole della consacrazione con un’operazione magica, dimostrando un’orribile confusione tra l’azione divina della transustanziazione e l’operazione magica, che è un prodigio ― questa seconda ― che avviene invece col concorso del Demonio. Infatti, in che consiste il miracolo della transustanziazione? Nel fatto che Dio, al fine di nutrire le anime del cibo della grazia, fa sussistere gli accidenti del pane e del vino senza la loro sostanza, cosa del tutto superiore alla legge naturale, che vuole che gli accidenti siano sempre soggettati nella loro sostanza. Viceversa, l’operazione magica, che di per sé è peccato mortale di superstizione, consiste nel fatto che il mago, mediante un patto implicito od esplicito col Demonio, opera effetti prodigiosi, ma in fin dei conti naturali, utilizzando leggi segrete della natura, al fine di danneggiare il prossimo. Se fosse vero della consacrazione eucaristica ciò che dice Belli, la Messa non sarebbe vera Messa, ma rito satanico.

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Non è vero, come dice Belli che, prima o dopo la consacrazione, «i sensi vedono solo pane e vino»”. Non è così. Non i sensi, ma l’intelletto vede e concepisce la sostanza delle cose; i sensi sentono solo gli accidenti del pane e del vino. È vero che se i sensi mi avvertono degli accidenti del pane e del vino, normalmente mi aspetto che il mio intelletto ne colga la sostanza. Ma nel caso dell’Eucaristia, io credente so per fede che quegli accidenti non nascondono la loro sostanza, ma la sostanza del corpo e del sangue del Signore. Diverso è il caso del non-credente. Egli dispone solo del potere naturale del conoscere (sensi ed intelletto), ma gli manca la luce della fede. Per questo, egli, guardando l’ostia consacrata, non è in grado di saper di vedere solo gli accidenti del pane, ma crede di vedere anche la sostanza del pane, ossia il pane stesso, perché gli manca la fede, che gli farebbe sapere che invece sotto quegli accidenti c’è il corpo del Signore. Il credere dunque che dopo la consacrazione il pane resti pane, denota una sostanziale mancanza di fede nell’eucaristia. Per il Belli, invece, il pane consacrato non è altro che pane, però è ricordo, traccia, reliquia e simbolo del corpo del Signore. Secondo lui il segreto dell’Eucaristia non sta nel credere che sotto le specie del pane c’è il corpo del Signore, pensiero, questo, che sarebbe magia, ma nel vedere in quel pane che resta pane, il simbolo del corpo del Signore. Dice infatti:

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«In questa prospettiva la celebrazione della messa non è solo una sorta di inspiegabile magia in cui si rende presente il corpo della divinità. Dipende tutto da come guardi quel pane. È tutto ciò che abbiamo del corpo di Gesù, e non è poco. Solo un vuoto intellettualismo potrebbe pensare che un simbolo è soltanto una realtà di serie B. Noi viviamo di simboli. E il corpo di Gesù non è altro rispetto a un buon pane spezzato. E il corpo di Gesù non è altro rispetto a un buon pane spezzato».

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In secondo luogo Belli propone l’Eucaristia come «pasto». Purtroppo Belli parte col piede sbagliato, cioè con una definizione falsa o quanto meno insufficiente della Messa: «La messa è un pasto ritualizzato. A messa prima di tutto si mangia». Assolutamente no. A Messa prima di tutto il celebrante, in unione col popolo, offre a Dio Padre, nello Spirito Santo, il divino sacrificio del corpo e del sangue del Signore per la remissione dei peccati.

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La Messa certamente si conclude, se ne siamo degni e se siamo pronti, con la Santa Comunione eucaristica con Cristo e con la Chiesa, che ci è concessa grazie al sacrificio di Cristo riattualizzato dal celebrante sull’altare. La Messa non è dunque solo «mangiare», ma è anzitutto offrire, ascoltare, impetrare, supplicare, chiedere e dare perdono, lodare, glorificare, adorare, contemplare, tacere, ringraziare. Il mangiare e gli schiamazzi lasciamoli alle osterie e ad Hermes Ronchi [vedere nostri precedenti articoli, QUI, QUI].

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La Santa Messa, per quanto possa paragonarsi a un banchetto, essendo certamente memoria rituale dell’Ultima Cena,  non va assolutamente omologata in tutto e per tutto, sic et simpliciter, a questa Memoria. È questa, l’eresia di Lutero, che ricordiamo non è una «preziosa diversità», come abbiamo sentito più volte definirla di recente, ma è proprio una grave eresia. Per questo è del tutto incongruo, per quanto seducente, il predicozzo fatto da liturgisti disonesti, i quali osservano che non avrebbe senso sedersi a tavola in un banchetto senza mangiare, quasi a voler insinuare che non avrebbe senso andare a Messa senza fare la Comunione. L’ossessiva insistenza con la quale alcuni pretendono ad ogni costo che la Comunione sia concessa ai divorziati risposati, dipende da questo concetto feticistico della Comunione. Ma il punto è proprio questo: che la Messa non è in primo luogo un banchetto, ma un sacrificio religioso e cultuale. L’essenziale della Messa è chiaramente indicato dalle seguenti raccomandazioni di San Pietro nella sua Prima Lettera. Indirizzandosi ai fedeli, egli infatti dice:

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«Rivolgendovi a Lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive, per la costruzione di un edificio spirituale, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (I Pt 2, 4-5].

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È vero tuttavia quanto aggiunge Belli:

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«Quando prendiamo cibo o quando non lo prendiamo, stiamo in un modo o nell’altro dicendo di noi, della nostra vita, del significato che vi intravediamo o che facciamo fatica a vedere. A messa non si mangia tanto, ma ciò che si mangia dovrebbe avere un potere nutriente. A cosa diamo il potere di saziare la nostra esistenza? Sedersi alla tavola dell’eucaristia richiede di rispondere con onestà alla domanda circa cosa stiamo davvero cercando nel nostro esistere».

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La collocazione, forma e disposizione dell’altare della Messa novus ordo rispecchia un saggio criterio biblico, per il quale il richiamo al sacrificio si sintetizza felicemente con l’immagine del banchetto. Non è più solo l’altare soltanto altare del vetus ordo, ma non è neanche la tavola di osteria di certi liturgisti sbracati, smaniosi di essere ammessi alla famosa Cena luterana. Ma pur tuttavia Belli perde di nuovo quota con i raggiri dialettici che seguono:

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«Nel Medioevo sono stati codificati i precetti fondamentali della Chiesa, tra cui l’andare a messa almeno la domenica. Il rischio è che nella storia sono divenuti ‘quello che bisogna fare’ per dire di avere la fede, addirittura un qualcosa da offrire a Dio. L’inversione sarebbe consumata: dall’invito a sedere alla mensa dove Dio si offre, l’eucaristia diverrebbe ciò che dobbiamo a Dio».

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Innanzitutto è falso che la Santa Messa festiva domenicale, memoria della Risurrezione del Signore, sia stata istituita nel Medioevo, mentre se ne ha notizia sin dagli Atti degli Apostoli [At 2,42; 20,7], dalla Lettera di Barnaba e da Sant’Ignazio di Antiochia del II secolo. In secondo luogo, la Santa Messa è esattamente, con buona pace di Lutero, un «qualcosa offrire a Dio», e nientedimeno che Cristo stesso al Padre, immolato sulla Croce per le mani del sacerdote, mentre Paolo invita i fedeli ad unirsi all’offerta del sacerdote:

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«Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» [Rm 12,1].

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Inoltre il culto divino dev’essere sì volontario e possibilmente attraente, piacevole e gioioso; in ciò la bella liturgia e l’arte sacra svolgono una funzione importante; ma ricordiamoci che ― e siamo sempre lì ― non si tratta tanto di partecipare a una bella mangiata tra amiconi, quanto piuttosto di adempiere a un severo dovere di giustizia – costato il sangue di Cristo – nei confronti del Padre, per riparare alle nostre colpe e per compensarLo in Cristo per l’offesa del peccato, per sdebitarci dei nostri peccati e quindi di unirci, a tal fine, al sacrificio espiatorio della croce.

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La gioia certo si addice alla celebrazione eucaristica. Dio non vuole dei musoni, ma apprezza chi dona con gioia [cf. II Cor 9,7]. Tuttavia, ricordiamoci che se la Santa Messa è memoria della Resurrezione di Cristo e pegno della nostra, più in radice è memoria e partecipazione di quella Croce, che conduce alla Resurrezione. Per crucem ad lucem. Invece, un pensiero di Belli utile ed interessante è il seguente:

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«Il corpo di Cristo cosa c’entra con il mio desiderare? Cosa voglio che succeda quando mi siedo alla tavola dell’Eucaristia? Se desideriamo l’incontro con Dio, allora questa mensa avrà un potere saziante. Se desideriamo meno di lui, e ci accontentiamo di una buona predica divertente, piuttosto che di un canto emotivamente coinvolgente o un gesto particolarmente stravagante, prima o poi parteciperemo all’Eucaristia affamati, e sarà una pratica che non ci dirà molto. Occorre essere un po’ mistici per vivere in pienezza l’Eucaristia».

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Infine, l’eucaristia come “eros”, e qui sorgono ulteriori perplessità. Il termine eros per designare la mistica eucaristica è del tutto infelice, fuorviante e inadatto, perché corrisponde a un concetto pagano dell’amore inteso come brama sessuale sfrenata, un termine che non esiste neppure nella Scrittura, tanto l’eros ripugnava all’Autore sacro, ma al quale eros corrisponde nell’AT yadàd, hafesh, e nel Nuovo Testamento ”concupiscenza” [epithymìa: Gc 1,14; II Pt 1,4; I Gv 2,16; Rm 7,7]. Il concetto dell’amore sano invece, di benevolenza, è espresso, nell’Antico Testamento con ahàb, ahabàh, raham e nel Nuovo Testamento dal termine agàpe o filìa. Naturalmente la Bibbia non ha nulla contro l’amore sessuale in se stesso, ché anzi esso è benedetto nel matrimonio. Tuttavia essa è realisticamente consapevole del fatto che nella natura decaduta l’istinto sessuale stimola al peccato.

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L’amore sessuale, nel Cantico dei Cantici assurge a vari significati mistici: l’unione di Israele col suo Dio, l’unione della Chiesa o della vergine o dell’anima con Cristo. Belli, invece, citando delle parole del Padre Timothy Radcliffe, vorrebbe trovare nell’unione sessuale una funzione simbolica anche per significare il valore mistico dell’Eucaristia. Belli premette allora alla citazione di Radcliffe le parole della consacrazione: «Prendi, questo è il mio corpo», e commenta:

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«è una  frase, che senza  nessuna  difficoltà potrebbe essere contestualizzata in quello che un uomo dice alla sua donna o viceversa. Scrive T. Radcliffe: “Vorrei parlare dell’ultima cena e della sessualità. Può sembrare un po’ strano, ma pensateci un momento. Le parole centrali dell’Ultima Cena sono state: “Questo è il mio corpo, offerto per voi”. L’eucarestia, come il sesso, è centrata sul dono del corpo. Avete mai notato che la prima lettera di san Paolo ai Corinzi si muove fra due temi, la sessualità e l’eucarestia? Ed è così perché Paolo sa che abbiamo bisogno di capire l’una alla luce dell’altra. Comprendiamo l’eucarestia alla luce della sessualità e la sessualità alla luce dell’eucarestia”».

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Continua Belli commentando Radcliffe:

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«C’è dunque una componente erotica dell’eucaristia che non deve essere trascurata. Tra due amanti c’è un codice del corpo che eccede l’ordine delle parole. Donare il corpo significa confidare all’altra persona che potrà contare su una fedeltà che le parole non sono sempre in grado di esprimere. Ci sono tempi e momenti dove addirittura le parole potrebbero essere fonte di fraintendimento: il reciproco dono del corpo esprime che l’altro è per me al di là della comprensione che io adesso potrei avere dal punto di vista verbale o intellettuale».

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Bisogna notare con tutta chiarezza alcune cose. Prima: non è affatto vero, come vorrebbe farci credere Radcliffe, che San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi connette l’Eucaristia con l’amore sessuale. In questa Lettera l’Apostolo parla bensì del matrimonio [cf. c.7] e dell’Eucaristia [cf. 11, 23-29], ma separatamente e insieme con molti altri argomenti, quali ad esempio la sapienza cristiana, [cf. cc.1-2]; la funzione del predicatore [cf. cc.3-4]; un caso di incesto [cf. c.5]; l’appello ai tribunali pagani [cf. c.6]; la verginità [cf. c.7], il problema degli idolotiti [cf. cc.8-9]; insegnamenti dalla storia di Israele [cf. c.10]; l’abbigliamento delle donne, [cf. c.11]; i doni dello Spirito [cf. cc.12-14]; la resurrezione [cf. c.15].

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Il Radcliffe costruisce la sua mistica dell’Eucaristia su di un fondamento falso. Secondariamente, c’è da dire che l’accostamento che egli fa tra Eucaristia e unione sessuale è totalmente estraneo alla Scrittura e al Magistero della Chiesa. In terzo luogo, è un accostamento forzato, sconveniente e sacrilego, perché il dono che Cristo fa del suo corpo nella Messa non ha assolutamente niente a che vedere col dono di sé reciproco che avviene nell’unione coniugale ― come invece vorrebbe sostenere Radcliffe ―, perché Cristo nell’Eucaristia non si dona in questo modo, ma solo come cibo.

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I discorsi aberranti di Andrea Grillo.

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Su questa delicatissima questione, nel corso di questi ultimi due mesi, Andrea Grillo è intervenuto tre volte nella Rivista Europea di Cultura, con discorsi ingannevoli, che nascondono il tentativo di relativizzare il dogma della presenza reale di Cristo sull’altare, dopo la consacrazione del pane e del vino. Questa operazione sleale e subdola lascia chiaramente trasparire l’empio progetto, portato avanti da alcuni infausti sostenitori della cosiddetta Messa ecumenica, di creare un pasticcio sacrilego di cattolicesimo e luteranesimo, che Roma non accetterà mai. Infatti, Grillo vorrebbe darci da bere che ciò che avviene sull’altare dopo la consacrazione del pane e del vino, è semplicemente un’indeterminata o non meglio definita presenza reale, senza ulteriori precisazioni o chiarimenti. Sicché non si sa in che consista questa presenza reale e di chi o di che cosa essa sia presenza reale. E Grillo sta nel vago di proposito ― misero espediente ―, perché sa benissimo che, se chiarisse, scoprirebbe le carte ed apparirebbe in piena luce il trabocchetto nel quale egli vorrebbe farci cadere.

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Spieghiamo dunque il suo procedimento. Innanzitutto, egli, con incredibile sfrontatezza, contro l’esplicito insegnamento del Concilio di Trento [cf. Denz. 1642], nega che la dottrina della transustanziazione sia un dogma. Egli afferma ciò nel suo articolo Presenza reale e transustanziazione: congetture e precisazioni, pubblicato il 17 dicembre scorso nel suo blog di Rivista Europea di Cultura. [cf. QUI]. Dice infatti: «Transubstantiatio non è un dogma e come spiegazione ha i suoi limiti. Ad esempio contraddice la metafisica». Questa mia affermazione, nella sua brevità, non intende in alcun modo negare che la Eucaristia realizzi la presenza del Signore nella sua Chiesa, ma vuole soltanto distinguere il dogma fidei – ossia la affermazione della presenza reale – dalla sua spiegazione in termini di transubstantiatio.

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A questa distinzione conduce un lungo dibattito che soprattutto nella teologia tedesca ― in particolare in J. Auer ― ha permesso di distinguere accuratamente tra “oggetto della fede” e “giustificazione teorica di tale oggetto”. A questa medesima conclusione giungeva, tra gli altri, anche Giuseppe Colombo [cf. Teologia sacramentaria, Milano, Glossa, 1997], quando affermava che la transustanziazione «è considerata […] non una verità distinta dalla presenza reale, nel senso di proporsi come oggetto proprio e a sé stante della fede cattolica; ma più semplicemente come una spiegazione possibile, ma in ogni caso non necessaria, della presenza reale».

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L’errore di Grillo in tutto questo sofistico argomentare sta nel considerare il dogma della transustanziazione come fosse una semplice, relativa, possibile e non obbligatoria “spiegazione della presenza reale” senza precisare di che cosa, mentre invece in realtà, secondo il dogma del Concilio di Trento, la transustanziazione è un fatto miracoloso, in forza del quale avviene la presenza reale, che non è una vaga e non meglio precisata ”presenza reale”, come fosse un assoluto chiuso in se stesso, e non è neanche la presenza di Cristo come tale, ma è presenza reale e sostanziale del suo del corpo e del suo sangue sotto le specie del pane e del vino, anche se indubbiamente, per concomitanza, abbiamo anche la presenza della sua anima e della sua divinità.

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Per ottenere una certa presenza di Cristo tra di noi, non c’è bisogno della Santa Messa, basta invocare il suo nome. Ma non è ancora la sua presenza reale, propria della Santa Messa, per la quale Cristo non è semplicemente presente con la sua grazia, in modo spirituale ed invisibile, ma è realmente qui ed ora sull’altare sotto le specie visibili del pane e del vino, benchè il suo corpo glorioso trascenda lo spazio e il tempo e noi vediamo il  Signore non con gli occhi del corpo, ma con quelli della fede.

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La presenza reale, pertanto, è certamente oggetto della fede. Ma non è primariamente o esclusivamente il contenuto dogma da credere, come se la transustanziazione ne restasse fuori, quasi facoltativa e relativa spiegazione o interpretazione teologica della presenza reale, come se si potesse scegliere anche un’altra ― evidente accenno alla ”impanazione” di Lutero ―, mentre la presenza reale sarebbe l’unica cosa oggetto del dogma. Niente affatto. Il dogma da credere invece è che al momento della consacrazione avviene la transustanziazione, che è la causa divina della presenza reale e niente affatto una semplice e relativa, umana o metafisica spiegazione della presenza reale.

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Al riguardo, bisogna fare a Grillo un altro appunto gravissimo: negare, come fa lui, che il dogma della transustanziazione metta in gioco la metafisica, è semplicemente insensato e denota in Grillo ― che pure è persona d’indubbia cultura e intelligenza ―, una spaventosa ignoranza della metafisica [2], giacché è noto dai tempi di Aristotele che i concetti analogici di sostanza e accidente sono precisamente nozioni fondamentali della metafisica, noti del resto alla semplice ragione naturale, sulla quale la Chiesa fa leva per la definizione del dogma della transustanziazione.

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Stonatissime, inoltre, e del tutto insipienti sono le parole con le quali Andrea Grillo, in un suo precedente articolo, sotto pretesto di «allargare» il significato della transustanziazione ai suoi effetti e al suo contesto rituale, orante, liturgico ed ecclesiale, finisce invece per sostenere che per valorizzare quegli aspetti, occorre accantonare la considerazione della transustanziazione, troppo «intellettualistica», quando invece è vero tutto l’opposto, essendo tale devota ed affettuosa considerazione proprio la sorgente intellettuale ed esistenziale inesauribile di fede della comunione personale ed ecclesiale con Cristo, pane di vita eterna e pegno della vita futura.

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Il Grillo infatti formula le seguenti tesi, una più sconcia dell’altra:

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  1. La concentrazione sulla «presenza sostanziale sotto le specie» ha distratto profondamente dalle altre forme di presenza del Signore, nella Parola, nella preghiera, nella assemblea [cfr. SC 7];
  2. La «presenza sostanziale sotto le specie» ha ridotto il peso della «presenza ecclesiale» del corpo di Cristo, che rimane sempre l’effetto primario della celebrazione eucaristica;
  3. L’attenzione alla «sostanza» ha condotto ad una pratica degli accidenti che oscilla tra indifferenza e ritualismo, rischiando di smarrire la logica simbolica delle sequenze rituali;

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Aggiungiamo queste altre sconcezze, con relativa confutazione, tratte dall’articolo Il campanello alla consacrazione e la transustanziazione del 6 novembre scorso, sempre in Rivista Europea di Cultura.[vedere articolo, QUI].

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  1. Una consistente parte della dottrina teologica dell’ultimo secolo si è resa conto che la «teologia della transustanziazione», pur salvaguardando con grande precisione il «contenuto» della fede in un contesto polemico, non riesce a salvaguardarne la «forma» e determina un progressivo divorzio tra forma e contenuto, causando ricadute negative anche sul piano strettamente contenutistico.

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Rispondo. La «forma» del rito della Santa Messa, per Grillo, sarebbe l’insieme delle parti del rito come assemblea liturgica in preghiera, mentre la consacrazione sarebbe la «materia» o «contenuto» della Santa Messa. Ora, è vero il contrario: è la consacrazione ad essere la forma e il centro originario e creatore della Santa Messa, il punto culminante e il vertice della celebrazione del rito, anche se è vero che la celebrazione è a sua volta finalizzata ad offrire il santo sacrificio al Padre in Cristo e nello Spirito Santo e ad edificare la comunità e la comunione ecclesiale. La materia umana del rito, che è formata, vivificata, edificata, santificata e spiritualmente ed eucaristicamente plasmata dalla consacrazione, è la stessa comunità composta dal celebrante dai fedeli.

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  1. La trasformazione del rito eucaristico ha sostituito con la «formula sulla materia» ― ossia le parole della consacrazione su pane e vino ― la sequenza «prex / ritus» che è costituita da «anafora eucaristica/rito di comunione». In tal modo alla centralità della dinamica ampia tra preghiera/ sacrificio/ comunione si è sostituita la relazione stretta tra parole di consacrazione e materia eucaristica.

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Rispondo. Il primato tradizionalmente dato del momento della consacrazione sull’intero insieme del rito, non ha affatto «trasformato» un’inesistente originario primato ― al dire di Grillo ― dell’insieme del rito [“forma”] sul momento della consacrazione [“materia”], ma rappresenta precisamente la centralità propulsiva del momento della transustanziazione, dalla quale irraggiano e profluiscono abbondantissime  acque salutari, che sgorgano dall’altare e fertilizzano, con la loro grazia, tutta la terra circostante [cf. Ez 47, 1-12], ossia la comunità del celebrante e del partecipante.

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  1. Questa trasformazione è risultata accentuata dalle polemiche sulla messa come «sacrificio/comunione»: avendo nettamente separato la dimensione di sacrificio da quella di comunione – in risposta alla netta separazione luterana della comunione dal sacrificio – abbiamo creato le premesse teoriche per questo isolamento della «consacrazione» non solo dalla «preghiera eucaristica», ma anche dal «rito di comunione».

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Rispondo. La Chiesa, col Concilio di Trento e col Vaticano II non ha affatto «nettamente separato», ma strettamente congiunto «la dimensione di sacrificio» con quella di «comunione», giacché la transustanziazione, operata dl celebrante in persona Christi con le parole della consacrazione eucaristica, ha precisamente come effetto proprio e immediato, quello di preparare il dono celeste ― Gesù sacramentato ― da offrire al Padre per la remissione dei peccati e il cibo di vita eterna per il celebrante e per i fedeli.

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È proprio vero il contrario. È dalla concentrazione credente, devota ed adorante della mente e del cuore del singolo e della collettività in questo augustissimo mistero, che sgorgano «le altre forme di presenza del Signore, nella Parola, nella preghiera, nella assemblea» ed è dalla sua fruizione vuoi nella Santa Comunione, vuoi nell’azione eucaristica, che nasce la presenza ecclesiale del corpo di Cristo, sbocciano i più elevati sentimenti ed  affetti cristiani, e la mente riceve luce ed energie celesti, per compiere le grandi imprese della carità, mentre gli accidenti eucaristici, elementi toccanti dell’evento mistico, suscitano la logica simbolica delle sequenze rituali.

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Bisogna dire però, ad onor del vero, che la conclusione di Grillo, dopo gli spropositi sulla transustanziazione, è sorprendentemente benevola; il che, se da una parte ci fa piacere, dall’altra ci lascia fortemente perplessi circa la sua capacità di ragionare con coerenza, dato che avrebbe dovuto mettere in esclusione reciproca, e non congiungere due tesi che fanno a pugni a vicenda; il tutto sempre ribadendo quanto Grillo sia comunque dotato di brillante intelligenza. Egli dice infatti:

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«Per concludere: transustanziazione è un termine che storicamente ha avuto la funzione di “salvaguardare un contenuto” in contesto polemico. Tale funzione deve oggi essere coniugata con una istanza diversa, ossia quella di recuperare le “forme più adeguate e più ricche” di quel contenuto. Per questo recupero la nozione di transustanziazione appare non solo come una antica ricchezza, ma anche come una nuova povertà».

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Un’ultima considerazione di carattere pastorale. Indubbiamente, ci si potrebbe chiedere che senso possa avere la Santa Comunione ai bambini, introdotta da San Pio X, considerando la necessità di usare, per spiegare il mistero, di una parola così inusuale come transustanziazione e di categorie così astratte e filosofiche, come quella di sostanza e accidente e cose del genere, che cosa essi possano capire della transustanziazione, se qui è caduto persino Lutero, che pure non mancava di fede, di intelligenza e di cultura biblica. Ebbene non mi dilungo qui in indicazioni pedagogiche, note a tutti i catechisti dei fanciulli. Dico solo che ― e questo dovrebbe essere evidente ― non è assolutamente necessario usare o insegnare in ogni caso e con tutti quel termine tecnico con la relativa spiegazione metafisica. Per capire questo, basterebbe ricordare che il termine è stato coniato solo nel medioevo e non c’è stato bisogno di quel termine, perché già gli Apostoli nel Cenacolo e la Chiesa di molti secoli seguenti avessero capito benissimo che cosa, in quella solennissima circostanza, Gesù aveva fatto e che cosa per comando del Signore, gli Apostoli avevano il potere di fare. Esistono pertanto parole e concetti adatti alle menti indotte e semplici, per far loro capire, secondo la loro capacità intellettuale, ciò stesso che è significato dal termine tecnico. Basterebbe per esempio dire che dopo la consacrazione, quelli che erano pane e vino, non sono più pane e vino: sembrano tali, ma in realtà sono Gesù. L’essenziale è far capire e credere al bambino che si nutre del corpo del Signore.

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Da tutte queste considerazioni emerge chiaramente la conclusione che recitare assieme con i fratelli luterani nella celebrazione eucaristica, come pare voglia un ecumenismo scriteriato e blasfemo, delle formule canoniche identiche, ma dando ad esse significati diversi, falsi od opposti o senza che alla parola o al concetto corrisponda la realtà o senza il potere spirituale necessario in tutti i concelebranti a dare efficacia salvifica alle formule, o senza che tutti credano ortodossamente a ciò che  dicono, non sarebbe accordo ecumenico, non sarebbe comunione eucaristica, non sarebbe esperienza salvifica, non sarebbe liturgia o culto divino, ma attentato all’Eucaristia, contravvenzione alla volontà di Cristo, offesa alla Tradizione della Chiesa, parole senza senso, vuota recita, finzione, menzogna, fraintendimento, equivoco, empietà, sacrilegio, profanazione, buffonata, reciproca presa in giro, orribile reciproco inganno nel momento più sacro e sublime della comunione fraterna e  con Dio, magari con la sfacciataggine di invocare lo Spirito Santo. Ma c’è allora piuttosto il rischio che intervenga un altro spirito, contrario, malvagio e mortifero. Non c’è bisogno che ne faccia il nome.

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Il mistero della transustanziazione, sorgente della pietà cattolica

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Messe da parte queste stoltezze sacrileghe, facciamo adesso un discorso serio sullo sguardo devoto ed amoroso di fede, che dobbiamo avere, sul mistero della transustanziazione, al quale vogliamo invitare anche i fratelli luterani, è sorgente e garanzia di copiosissimi frutti in ordine all’apprezzamento del mistero della comunione ecclesiale, come vertice e fonte di tutta la vita cristiana personale e comunitaria, principale sorgente della pietà cristiana,  che forma la mente e il cuore dei Santi [3], come dolce ristoro della loro anima, spingendoli a un continuo progresso spirituale e alle più belle imprese della carità.

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La transustanziazione è anche il motivo per il quale la Chiesa conserva nel tabernacolo le sacre specie per l’adorazione eucaristica. Infatti, esse, finchè non si corrompono, contengono sotto di sé il corpo del Signore. Viceversa, l’insufficienza della concezione luterana della presenza reale è testimoniata dal rifiuto luterano dell’adorazione eucaristica, perché secondo Lutero, il rito della Cena è un semplice banchetto, nel quale è logico consumare tutto il pasto.  È evidente, allora, che per Lutero, dato che la presenza reale è l’impanazione, ossia la presenza di Cristo nel pane da essere consumato, cessata la Cena, non avrebbe senso conservare il pane, dal quale del resto Cristo si è allontanato, essendo stato presente solo nella Cena.

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Per questo, nella concezione cattolica dell’Eucaristia, la transustanziazione, comportante la permanenza della presenza del Signore sotto le specie eucaristiche  nelle ostie eventualmente avanzate dopo la Messa, sorge un’ulteriore questione che Lutero, in forza delle suddette premesse, non si è posto, ed è la questione del luogo, ossia del tabernacolo, nel quale si conserva Gesù sacramentato.

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Anche in tal caso si può esprimere questo fatto o con una formulazione dotta o in forma popolare. Nel linguaggio popolare si può senz’altro dire che Gesù è nel tabernacolo, ed è lo stesso Gesù che ora è in cielo. Invece, se vogliamo esprimerci in modo tale da rispondere a chi eventualmente si domandasse come è possibile che Gesù sia nel tabernacolo, se è vero che il corpo di Cristo, oltre ad essere in se stesso in cielo, si trova in tutti i tabernacoli del mondo. Allora, occorre precisare che propriamente, nel tabernacolo, ci sono solo le sacre specie del corpo. Ma il corpo eucaristico di Cristo non è contenuto in un luogo, perchè allora non potrebbe essere in tutti i luoghi della terra. Tuttavia, siccome sotto le specie c’è il corpo, per cui le specie e la presenza del corpo a modo di sostanza concorrono a formare l’ostia consacrata contenuta nella pisside del tabernacolo, in forma dotta si deve dire che nella pisside ci sono solo le specie in quanto collocate, mentre il corpo non è collocato.  Invece, in forma popolare si può dire semplicemente che nel tabernacolo c’è Gesù [4].

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Un ecumenismo vagante nella nebbia

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Una cosa che desta grande meraviglia è la conduzione delle attività ecumeniche del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani dalla sua fondazione nell’immediato post-concilio ad oggi. Essa infatti persegue una linea opportunista ed inconcludente, che contrasta in modo evidente con quella saggia e precisa indicata dall’Unitatis redintegratio. La responsabilità di questa cattiva conduzione va certamente al Cardinale Walter Kasper, teologo influenzato dallo storicismo hegeliano, che per lunghi anni è stato a capo di quell’organismo pontificio. Ma anche adesso che la direzione è stata affidata da alcuni anni al Cardinale Kurt Koch, le cose non cambiano. Ma di che si tratta? Si tratta dell’ostinato e inconcludente, anzi dannoso persistere in una serie di sbagli e contravvenzioni alle direttive dell’Unitatis redintegratio. Facciamone l’elenco:

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  1. sostituzione del paradigma «separazione dalla Chiesa» col paradigma «separazione reciproca». La nascita del luteranesimo non è stata una separazione reciproca tra la Chiesa e Lutero: Lutero si è separato dalla Chiesa, ma la Chiesa non si è separata da Lutero, e detto questo va ricordato che la vera Chiesa di Cristo è una, non sono molteplici 
  2. Attenzione esclusiva alla carità ed accantonamento del problema della verità. Invece il problema ecumenico è sostanzialmente un problema di verità. Lutero stesso si è opposto al Romano Pontefice non tanto per motivi di riforma dei costumi, quanto piuttosto perchè egli riteneva di aver riscoperto contro Roma la verità del Vangelo;
  3. Mancata distinzione fra comunione imperfetta e piena comunione. I luterani devono passare da una comunione imperfetta alla comunione piena;
  4. Silenzio sulla necessità che i protestanti rimuovano gli ostacoli alla piena comunione con la Chiesa. Invece questo è uno dei compiti essenziali dell’ecumenismo;
  5. Sostituzione della categoria della «riunificazione», come se la Chiesa una fosse divisa ― l’immagine del vaso spezzato ― alla categoria del cammino dei protestanti verso l’unità cattolica secondo il paradigma della parabola del figliol prodigo;
  6. Emarginazione della seguente dichiarazione della Unitatis redintegratio: «solo per mezzo della cattolica Chiesa di Cristo, che è lo strumento generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza. In realtà al solo collegio apostolico con a capo Pietro crediamo che il Signore ha affidato tutti i beni della Nuova Alleanza, per costituire l’unico corpo di Cristo sulla terra, al quale bisogna che siano pienamente incorporati tutti quelli che già in qualche modo appartengono al popolo di Dio» [cf. n. 3].
  7. Dato che si tace circa la superiorità del cattolicesimo sul luteranesimo e sugli errori di Lutero, fede cattolica e fede luterana sono considerate da molti come due diversi modi, reciprocamente complementari ed allo stesso livello, parimenti legittimi, di concepire la fede cristiana;
  8. il parlare genericamente di «divisioni» non basta. Occorre precisare di quali divisioni si tratta, se si vuole realmente rimediarvi. Il restare sempre sul vago e il non metter mai le carte in tavola, non serve a niente. Non bisogna stancarsi di ricordare ai fratelli luterani, sia pure in modo più motivato, caritatevole ed evangelico, come la Chiesa sta facendo da cinquecento anni, quali sono gli errori che essi devono abbandonare, senza disperare di convincerli. Come diceva San Tommaso d’Aquino, «la verità è invincibile». Prima o poi trionfa. Secondo San Paolo, gli Ebrei accoglieranno Gesù come Messia solo alla fine del mondo.

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Per questo relativismo o navigare sul vago o pescare nel torbido, oggi da molte parti non si parla più di fede,  ma di ”fedi”. Non c’è una sola fides, ma più fedi, come se si trattasse di diverse opinioni, nessuna delle quali può pretendere alla verità ed alla certezza, escludendo il falso. Ognuno coltiva il suo orticello. Quello che al cattolico appare ”falso” nel luterano, è semplicemente un ”diverso” e viceversa. In tal modo il cattolico, sentendosi autorizzato a scegliere tra cattolicesimo e luteranesimo, può essere spinto ad optare per questo, avendo un’etica più facile e permissiva, con la salvezza assicurata e il peccato sempre perdonato, mentre il luterano, non sentendosi correggere dal cattolico, è portato a restare nei propri errori.

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C’è poi il cattolico che difende apertamente le eresie di Lutero, continuando a considerarsi e ad essere considerato cattolico ed anzi avanzato, progressista e conciliare. Le conversioni di luterani al cattolicesimo si sono fatte rarissime e certi preti o vescovi insipienti arrivano addirittura al punto di sconsigliarle. Altri cattolici avanzati o se preferiamo adulti, ci assicurano che gli ultimi studi hanno appurato  che le condanne di Lutero pronunciate dal Concilio di Trento non sono più attuali o sono frutto di malintesi o, come dice S.E. Mons. Nunzio Galantino, di «pregiudizi».

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Qualche altro esempio della contravvenzione alle direttive dell’Unitatis redintegratio. Troviamo sul sito Settimana news del 30 ottobre scorso nell’articolo non firmato: «Riforma. Ma le differenze rimangono», le seguenti considerazioni:  

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«Dal punto di vista cattolico, lo scopo di tutti i dialoghi deve essere in ultima analisi “la piena unità visibile”. Ciò non significa che i protestanti debbano semplicemente rinunciare a tutte le loro tradizioni e riti ed entrare nella Chiesa cattolica. Ma vuol dire che cattolici e protestanti formano, anche dal punto di vista istituzionale, una Chiesa. Resta tuttavia aperto il discorso, anche da parte cattolica, su come in pratica un’unità del genere debba essere declinata. È sempre valido ciò che disse il vescovo ecumenico tedesco Gehrard Feige nel 2014: oggi nell’ecumenismo non abbiamo ancora un’dea chiara di come la piena unità visibile in concreto possa manifestarsi. È ovvio tuttavia che unità non significa semplicemente uniformità. Da parte dei protestanti negli anni scorsi si è preferito parlare ripetutamente di “differenza riconciliata”, per descrivere lo scopo del dialogo ecumenico. Una tale unità sarebbe pensabile anche senza un’unità visibile» [cf. articolo, QUI].

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Alcune osservazioni.

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  1. Precisiamo: occorre la piena unità visibile nella piena comunione con la Chiesa cattolica. I protestanti non devono rinunciare affatto a quei valori che già li legano alla Chiesa cattolica, ma solo ― ed è ben comprensibile ― a quelle carenze ed impedimenti, ossia errori ed eresie, che sono di ostacolo alla piena comunione.
  2. Dice l’articolo: «Cattolici e protestanti formano, anche dal punto di vista istituzionale, una Chiesa». Non è esattamente così: i protestanti sono sì nella Chiesa, ma non in piena comunione con essa, come lo sono i cattolici, perché la Chiesa in senso pieno e perfetto è solo la Chiesa cattolica. Ai protestanti, per essere in piena comunione con la Chiesa, manca la cattolicità.
  3. «Resta tuttavia aperto il discorso, anche da parte cattolica, su come in pratica un’unità del genere debba essere declinata». La risposta sarebbe facile, se si consultasse l’Unitatis redintegratio nell’esposizione che ho fatto.
  4. «È sempre valido ciò che disse il vescovo ecumenico tedesco Gehrard Feige nel 2014: oggi nell’ecumenismo non abbiamo ancora un’idea chiara di come la piena unità visibile in concreto possa manifestarsi». Per nulla. È Feige che non ha un’idea chiara. La cosa è molto semplice: che i fratelli luterani, abbracciando la professione cattolica della fede, entrino nella piena comunione con Roma.
  5. «È ovvio tuttavia che unità non significa semplicemente uniformità». Se per «uniformità» si intende la comune accettazione della verità della fede cattolica, è ovvio che occorre l’uniformità: una fides. Se invece questa uniformità la si vuole estendere al di là di questo confine, dove invece vige la libertà di opinione e il pluralismo teologico, si cadrebbe nell’uniformismo, che non è l’ambiente della Chiesa cattolica, ma delle dittature politiche o religiose.
  6. «Da parte dei protestanti negli anni scorsi si è preferito parlare ripetutamente di “differenza riconciliata”, per descrivere lo scopo del dialogo ecumenico. Una tale unità sarebbe pensabile anche senza un’unità visibile».

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Rispondo che il problema di fondo dell’ecumenismo non è quello di riconciliare le differenze e le diversità: qui non c’è da riconciliare nulla, perché esse per loro essenza sono in armonia le une con le altre. Quindi qui si tratta semplicemente di valori arricchenti da riconoscere e rispettare. Quanto all’unità visibile, essa è l’espressione normale e obbligatoria della fede, la quale nasce certo nel cuore, ma dev’essere proclamata con le labbra.

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Il problema dell’ecumenismo è invece quello della persistenza di fratelli, che errano circa le verità di fede e per questo sono portati ad avere un atteggiamento ostile verso la Chiesa Cattolica, «colonna e sostegno della verità» [I Tm 3,15], con la quale non sono in piena comunione. La riconciliazione suppone l’accettazione comune della verità. Tra vero e falso non ci può essere conciliazione. Il falso è principio di divisione e di ostilità; il vero è principio di unione e di conciliazione.

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L’ecumenismo è in se stesso certamente una benedizione donata alla Chiesa e ai fratelli separati col Concilio Vaticano II. Ma esso, per portare i frutti che promette, dev’essere inteso e messo in pratica nel senso preciso indicato dal Concilio, ossia sostanzialmente come appello della Chiesa ai suoi figli dispersi nelle disavventure e nelle tragedie di questo mondo a tornare da quella Madre accogliente, premurosa e generosa, dalla quale si sono allontanati, credendo di cercare una libertà e una felicità che non hanno trovato.

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Occorre pertanto che la Chiesa respinga quel falso ecumenismo, del quale abbiamo qui tracciato i contorni, e che invece di condurre i fratelli separati all’unità cattolica, rischia di trasformare e frantumare l’unità cattolica attorno a Cristo in un guazzabuglio disordinato e caotico di fratelli separati sotto il «principe di questo mondo».

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«Come pensaste di allontanarvi da Dio, così ritornando decuplicate lo zelo per ricercarlo, poiché, chi vi ha afflitti con tante calamità, vi darà anche, con la salvezza, una gioia perenne» [Bar 4 28-29].

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Varazze, 12 febbraio 2018

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NOTE

[1] Cosa del tutto falsa, come risulta chiaramente dalla definizione del Concilio di Trento contro Lutero: Denz.1642, insegnamento ribadito dall’enciclica Mysterium Fidei del Beato Paolo VI del 1965, nn.24-25 e dal Catechismo della Chiesa Cattolica, n.1376.

[2] Povera cultura europea!

[3] Un esempio tra i tanti che si potrebbero addurre, lo troviamo nelle infuocate parole che il Venerabile Padre Giocondo Pio Lorgna, domenicano (1870-1928), usa per esprimere la sua intensissima devozione a Gesù sacramentato. Cf il mio articolo P.Lorgna: sacerdozio, eucarestia e vita, in Sacra Doctrina, 6,nov.1988, soprattutto le pp. 710-714.

[4] Una buona analisi e spiegazione teologica di come nell’Eucaristia si possa e si debba parlare della presenza di Cristo sacramentato nel luogo, cf le Lezioni sull’Eucaristia tenute dal Servo di Dio Padre Tomas nel sito arpato.org.

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La questione della Humanae Vitae è semplice: fate l’amore e fatelo bene. Chi sancisce nuovi dogmi è peggiore di chi i dogmi li pone in discussione e poi li decostruisce

LA QUESTIONE DELLA HUMANAE VITAE  È SEMPLICE: FATE L’AMORE E FATELO BENE. CHI SANCISCE NUOVI DOGMI È PEGGIORE DI CHI I DOGMI LI PONE IN DISCUSSIONE E POI LI DECOSTRUISCE

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Molti di coloro che parlano di ecologismo, natura e naturalezza, pronti a spendere per un capo di abbigliamento dieci volte tanto purché non sia tessuto con fibre sintetiche, poiché innaturali e quindi potenzialmente nocive per il corpo umano, come possono considerare invece naturale un preservativo di gomma messo come una tuta sintetica sul membro virile del maschio durante un naturalissimo rapporto sessuale? È più nociva e innaturale una tuta da ginnastica fatta con tessuti sintetici, oppure un preservativo che si frappone tra l’uomo e la donna durante la naturalezza dell’amore?

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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È DISPONIBILE IL LIBRO DELLE SANTE MESSE DE L’ISOLA DI PATMOS, QUI

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Alla Sala Stampa Vaticana «Aridatece Joaquin Navarro Valls!»

ALLA SALA STAMPA VATICANA «ARIDATECE JOAQUIN NAVARRO VALLS!»

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Quando la mancanza di rispetto verso i fedeli servitori della Chiesa di Cristo supera ogni limite della cristiana decenza, ed al tempo stesso si accolgono nel nostro seno le più venefiche eresie ed i più perniciosi eretici, chiamando le prime «preziose diversità» ed i secondi «doni dello Spirito Santo», bisogna prendere atto che siamo nella sfera del demoniaco, quindi invocare la protezione di San Michele Arcangelo nella lotta contro Satana.

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Autore
Redazione dell’Isola di Patmos

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Il Santo Pontefice Giovanni Paolo II [1920-2005] ed il portavoce della Sala Stampa Vaticana Joaquin Navarro Vals [1936-2017]

In questi giorni è stata diffusa una lettera del Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun indirizzata ai «Cari Amici dei Media», che anche noi abbiamo riportato su L’Isola di Patmos [vedere QUI].

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Al Vescovo emerito di Hong Kong, che è uno dei più grandi conoscitori al mondo della delicata situazione cinese e che ha trascorso la sua esistenza a servire la Chiesa di Cristo, nel comunicato qui riprodotto non si riconosce neppure la dignità al nome, posto che questa dignità è riconosciuta alle proprie creature da Dio Padre, che ci chiama tutti per nome e che ci ama prima ancora dell’inizio dei tempi. Dobbiamo dedurne che forse, presso la Santa Sede, c’è qualcuno più in alto di Dio Padre?

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In questi ultimi cinque anni di storia della Chiesa, il diritto al nome è stato riconosciuto a tutti, anche all’ultimo dei taglia-gole musulmani sbarcati a Lampedusa. Perché come provano le indagini dei vari corpi internazionali di polizia — ma soprattutto come provano le identificazioni di vari soggetti che sbarcati in Europa sono poi approdati in Siria per scannare i cristiani —, di taglia-gole a Lampedusa ne sono sbarcati diversi. E per seguire: diritto al nome è stato riconosciuto ad abortiste impenitenti e orgogliose come la Signora Emma Bonino e come il luciferino Marco Pannella; diritto al nome e persino dignità di titolo ecclesiastico è stata tributata finanche a delle carnevalesche “Arcivescovesse” luterane lesbiche dichiarate, conviventi con le proprie compagne e sostenitrici dell’aborto, dell’eutanasia, dell’omosessualismo, del matrimonio tra persone dello stesso sesso e della adozione di bambini riconosciuta a questi soggetti come diritto intangibile. Seguono poi appresso — come suol dirsi — tutte quante le Litanie dei Santi. E, per inciso, forse tra non molto sentiremo inneggiare nelle Litanie dei Santi anche a San Martin Lutero, al quale sono stati riconosciuti, oltre al nome, anche titoli quali «riformatore», «animato da buone intenzioni», «dono dello Spirito Santo» … Chi infatti afferma questo, ed altro ancòra di peggio, non alimenta affatto alcuna «confusione e polemiche», come invece puntualizza il gelido comunicato della Sala Stampa della Santa Sede, che non osa neppure menzionare un anziano uomo di Dio, nonché Vescovo e Cardinale integerrimo: Joseph Zen Ze-Kiun, al quale il diritto al nome è in ogni caso riconosciuto da Dio Padre Onnipotente Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili. 

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Non abbiamo altro da aggiungere, se non un rammaricato … «Aridatece Joaquin Navarro Valls!». E non solo lui, non solo lui …

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Sancte Michael Archangele,
defende nos in proelio;
contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium.
Imperet illi Deus, supplices deprecamur:
tuque, Princeps militiae caelestis,
Satanam aliosque spiritus malignos,
qui ad perditionem animarum
pervagantur in mundo,
divina virtute, in infernum detrude.
Amen.
 

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dall’Isola di Patmos, 30 gennaio 2018

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