È più simpatico il Colonnello Gheddafi o il Cardinale Kasper che offende l’Eucaristia e approva le eresie di Lutero?

 — Attualità ecclesiale —

È PIÙ SIMPATICO IL COLONNELLO GHEDDAFI  O IL CARDINALE KASPER CHE OFFENDE L’EUCARISTIA E APPROVA LE ERESIE DI LUTERO?

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La questione del permesso della Comunione ai protestanti è effettivamente di competenza del Diritto Canonico, ma la materia è vincolata dalla dogmatica sacramentaria e dall’ecclesiologia, mentre il Cardinale Walter Kasper purtroppo non tiene conto di questi vincoli di non poco conto, finendo con l’avallare le eresie luterane.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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il Colonnello Mu’ammar Gheddafi [1942 – 2011] leader della Libia

L’Agenzia stampa Vatican Insider riporta un’intervista realizzata da Andrea Tornielli al Cardinale Walter Kasper sulla questione della liceità della Comunione Eucaristica ai Luterani [vedere intervista, QUI]. In questione non è l’intervistatore, ma l’intervistato. Pertanto, chi stimmatizza Andrea Tornielli, come sta accadendo, commette un grave errore. Sarebbe infatti come accusare Oriana Fallaci di avere intervistato il Colonnello Gheddafi nel 1979, in una intervista memorabile rimasta nella storia del giornalismo. La Fallaci, fece solo il proprio lavoro [Vedere testo, QUI]. O come mi diceva poc’anzi il Padre Ariel S. Levi di Gualdo: «Sarebbe come se io, chiamato prima della sua morte al capezzale di un serial killer, mi rifiutassi di confessarlo». Poi, chi tra i due, il Cardinale Kasper e il Colonnello Gheddafi, sia più simpatico e meno pericoloso, questa non è cosa che riguarda ad alcun titolo questo articolo. Lasciamo assegnare il premio della simpatia ai Lettori, visto che oggi, più che mai, l’immaginazione del grottesco pare davvero andata al potere.

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Abbiamo già motivato in altri nostri scritti l’insegnamento e le direttive della Chiesa su questo delicato tema del sacramento dell’Eucaristia e della sua amministrazione, che, come dice San Giovanni Paolo II nell’enciclica Ecclesia de Eucharistia del 1993: «racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa» [n.1]; l’Eucaristia «edifica la Chiesa» [c. II] ed è «il culmine di tutti i sacramenti nel portare a perfezione la comunione con Dio Padre mediante la conformità col Figlio Unigenito per opera dello Spirito Santo» [n. 34].

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È il principio generatore e propulsore, il vertice e il culmine della vita della Chiesa, in se stessa e nei singoli credenti, la ragione d’essere della sua esistenza, che dà forma alla sua essenza. È il vincolo d’amore che unisce Cristo alla sua Sposa, è l’alimento del Corpo Mistico di Cristo.

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Essa genera l’unità nella varietà; l’obbedienza nella libertà, la carità nella verità. Unisce i fratelli tra di loro e con Dio; unisce i pastori col gregge; unisce il gregge a Pietro e Pietro a Cristo. Contiene tutti i misteri della fede, tutto il tesoro dei doni dello Spirito, tutta la sorgente e la forza delle virtù e i segreti della santità. Spinge continuamente al progresso e alla riforma; dona il fervore della carità; tiene saldi nella perseveranza e nella fedeltà. Fa pregustare la gloria futura ed è pegno della vita eterna. Va assunta con devozione, retta intenzione, fede sincera ed integra, piena comunione ecclesiale, col proprio Vescovo e col Sommo  Pontefice [Ecclesia de Eucharistia, n.39], con la coscienza preparata e purificata dal peccato.

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Il Cardinale Kasper sostiene che la concessione del permesso della Comunione ai luterani è contenuta sia nel Decreto Unitatis Redintegratio del Concilio Vaticano II, sia in due encicliche di San Giovanni Paolo II. Ora, se leggiamo questi documenti, noteremo che essi sono conformi al dettato del Diritto Canonico [Can. 844 § 3-4], che ho citato e commentato in un mio precedente articolo.

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Quanto al documento conciliare, esso recita così:

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«Questa communicatio è regolata soprattutto da due principi: esprimere l’unità della Chiesa; far partecipare ai mezzi della grazia».

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Osservo che si tratta di due princìpi in tensione fra di loro, che pertanto vanno prudentemente collegati: il primo si preoccupa della Comunione con la Chiesa; il secondo bada alla salvezza  del credente. Il primo è più attento al foro esterno; il secondo, al foro interno. Nel primo è accentuata la giustizia; nel secondo, la misericordia.

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In questa materia, come rileva il Diritto Canonico, funziona l’autorità pastorale della Conferenza Episcopale o del singolo Vescovo diocesano. Il Decreto infatti precisa:

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«Circa il modo concreto di agire, avuto riguardo a tutte le circostanze di tempo, di luogo, di persone, decida prudentemente l’autorità episcopale del luogo». 

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Il Diritto concede che la Chiesa vada incontro alle richieste dei fratelli separati solo in casi di grave urgenza. Non è affatto contemplato il caso che il richiedente sia il coniuge non-cattolico. Infatti, la situazione del luterano in pericolo di morte, coniuge o non coniuge, prevista dal Diritto, è imparagonabile con quella del coniuge luterano in buona salute. Il primo, come si suppone, è in procinto di dover render conto a Dio della sua vita, mentre si suppone che il secondo abbia tempo e modo per istruirsi e correggersi sul sacramento dell’Eucaristia e di ravvedersi della precedente condotta di luterano.

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il Cardinale Kasper cita i testi delle due encicliche di Giovanni  Paolo II e dice:

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«Ut unum sint [1995] e Ecclesia de Eucharistia [2003] hanno formulato una posizione più avanzata che può essere la norma interpretativa del canone in piena sintonia con il Concilio Vaticano II. Nella prima delle due encicliche di San Giovanni Paolo II, al numero 24 [1] leggiamo: «È motivo di gioia ricordare che i ministri cattolici possano, in determinati casi particolari, amministrare i sacramenti dell’Eucaristia, della Penitenza, dell’Unzione degli infermi ad altri cristiani che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica, ma che desiderano ardentemente riceverli, li domandano liberamente, e manifestano la fede che la Chiesa cattolica confessa in questi Sacramenti».

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Mentre nella seconda enciclica dello stesso Pontefice, al numero 45, leggiamo: «Se in nessun caso è legittima la concelebrazione in mancanza della piena comunione, non accade lo stesso rispetto all’amministrazione dell’Eucaristia, in circostanze speciali, a singole persone appartenenti a Chiese o Comunità ecclesiali non in piena comunione con la Chiesa cattolica. In questo caso, infatti, l’obiettivo è di provvedere a un grave bisogno spirituale per l’eterna salvezza di singoli fedeli». 

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E il Cardinale commenta:

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«Le due encicliche insistono molto sull’adesione della parte protestante alla dottrina cattolica sull’eucaristia, cioè sul manifestare “la fede che la Chiesa cattolica confessaˮ, per citare lo stesso Giovanni Paolo II. Questo mi sembra molto importante, perché i sacramenti sono sacramenti della fede. Per un vero luterano, che si basa sugli scritti confessionali, la presenza reale di Cristo nell’eucaristia è ovvia […] Certo non si può richiedere a un protestante quanto si richiede normalmente ad un cattolico. Basta credere: “Questo è (est) il corpo di Cristo, dato per te”. Su questo anche Lutero ha molto insistito. Le dottrine più sviluppate sulla transustanziazione o consustanziazione, anche un fedele cattolico “normale” non le conosce…». 

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Confutazione degli errori del Cardinale Kasper

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Il Cardinale cade in un pauroso vuoto d’aria, infatti, se «non si può richiedere da un protestante quanto si richiede normalmente da un cattolico», allora bisogna dire francamente a questo protestante che non può accedere alla Comunione. Poi, l’aereo, addirittura precipita:

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«Basta credere: “Questo è (est) il corpo di Cristo, dato per te”. Su questo anche Lutero ha molto insistito. Le dottrine più sviluppate sulla transustanziazione o consustanziazione, anche un fedele cattolico “normale” non le conosce». 

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Ma credere a che cosa? Un cattolico che non conosce e accetta il dogma della transustanziazione non è un cattolico «normale», ma è cattolico ignorante, che va urgentemente istruito, affinché non cada nell’eresia e non gli capiti, come avverte San Paolo, di mangiare indegnamente il corpo del Signore, ossia di non riconoscerlo e quindi di «mangiare la propria condanna» [I Cor 11,29]. In ogni caso, se come dice il Cardinale, il protestante crede veramente alle parole «questo è il corpo del Signore», pronunciate dal sacerdote nella Messa, allora vorrà dire che crede nella transustanziazione. E se ci crede, non può seguitare a mantenere la fede luterana, dovrebbe dire: «in questo pane c’è il Signore». Ma allora vorrà dire che si è convertito al cattolicesimo.

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 Aggiunge poi il Cardinale Kasper:

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«Se queste persone, in un contesto abbastanza secolarizzato, sono dei veri fedeli che credono e sono uniti nello stesso battesimo e pertanto fanno parte dell’unica Chiesa di Cristo (anche se non in piena comunione), e inoltre sono legati nello stesso sacramento del matrimonio e rappresentano il mistero dell’unione fra Cristo e la sua Chiesa e lo vivono, sono insieme con i loro figli una chiesa domestica. È normale che sentano l’intimo desiderio di condividere anche l’eucaristia. Se condividono anche la fede eucaristica cattolica, che cosa impedisce? [cf. Atti degli Apostoli 7, 37; 10,47]».

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I testi di San Paolo non servono affatto alla tesi del Cardinale, perché trattano di altre questioni. Sappiamo invece quanto sono esigenti l’ecclesiologia e la sacramentaria del Beato Apostolo Paolo, che non ignora i gradi inferiori o imperfetti di comunione ecclesiale che sono propri dei catecumeni, ma quando si tratta della Comunione eucaristica richiede la piena comunione ecclesiale, come si evince dallo stesso termine “Comunione”.

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Paolo è maestro di ecumenismo per la sua straordinaria apertura di mente, per il suo rispetto per le diversità e per i valori della cultura greco-romana, per il senso dell’universalità del messaggio evangelico, e per la sua comprensione per le forme inferiori e per le debolezze della spiritualità umana, per la sua capacità di dialogo con tutti e di cogliere ovunque il positivo da condurre a Cristo.

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L’ecumenismo di Paolo non è però un giocare sull’equivoco, un tacere sull’errore anziché correggerlo; non è un girare a vuoto inconcludente, uno stare sempre sulla soglia della Chiesa senza mai stimolare il fratello ad entrare all’interno del santuario, ma al contrario è un fattore di autentica riconciliazione reciproca in Cristo e nella Chiesa sotto la guida di Pietro, è sempre un franco invito alla conversione e ad accettare in pienezza la verità, è un poderoso e caldo invito a sperimentare a fondo il Mistero di Cristo e della sua Chiesa.

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Riguardo poi all’invito del Papa ai Vescovi a «trovare una soluzione comune», dice il Cardinale Kasper:

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«Penso che il Papa abbia dato una risposta molto saggia. Lui è rimasto in piena sintonia con l’idea della sinodalità della Chiesa. Però ha anche segnalato che sulle questioni fondamentali non basta una maggioranza dal punto di vista canonico legale, ci vuole l’unanimità».

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Il Papa, nell’esortare i Vescovi a giungere ad una «possibile unanimità», non può certamente né aver inteso che possono concedere la Comunione nel senso inteso dal Cardinale Kasper, che comporterebbe una profanazione dell’Eucaristia, né può aver inteso che debbono accordarsi mediante una semplice votazione a maggioranza, come vorrebbero interpretare altri, pronti ad accusare il Papa di irresponsabilità, di non saper valutare la serietà della questione e di mentalità politica, ma certamente sottintende che l’accordo dovrà essere basato sulla Scrittura, sulla Tradizione, sul Diritto Canonico.

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Non si può escludere che dalla discussione dei Vescovi su questo argomento emerga una proposta al Papa di modifica delle attuali disposizioni in merito del diritto canonico, ma sempre ovviamente in consonanza con le esigenze imprescrittibili del diritto divino, per il quale non può esser lecito trattare un fratello che non è in piena comunione con la Chiesa, né intende di esserlo, come se lo fosse, né a lui può esser lecito fingere di essere in una piena comunione con la Chiesa, che egli stesso in realtà rifiuta, salvo il caso che egli intenda o desideri farsi cattolico, come è sottinteso nel caso della Comunione al protestante in pericolo di morte.

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Prosegue il Cardinale Kasper:

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«Penso all’ammonizione dell’apostolo Paolo, esaminare sé stessi per verificare se si possa mangiare e bere dall’altare [1 Cor 11,26]: un’indicazione che non è solo per i protestanti ma anche per i cattolici. Le domande iniziali sono le stesse: credo veramente al mistero eucaristico e la mia condotta di vita è in sintonia con ciò che si celebra e che è presente nell’eucaristia?».

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Il Cardinale Kasper non si rende conto della differenza che esiste qui tra il cattolico e il protestante. Mentre infatti il cattolico può certo fare una Comunione sacrilega, se si accosta alla Eucaristia in stato di peccato mortale e senza le dovute disposizioni, il luterano è privo delle necessarie disposizioni in quanto luterano, per cui, salvo il caso della buona fede, se non rimedia in anticipo togliendo queste cattive disposizioni, ma le mantiene coscientemente e volontariamente, non può non essere reo del corpo e del sangue del Signore in modo e misura ben più gravi del cattolico, che accetta il dogma dell’Eucaristia con tutte le verità di fede ed i valori morali che sono connessi ed è in piena comunione con la Chiesa, anche se con quel sacrilegio il cattivo cattolico compromette questa comunione e quindi deve riparare. Tuttavia, a differenza del protestante, che resta in una comunione solo parziale, il cattolico almeno sa cosa deve fare per recuperare la comunione incrinata e si suppone che lo faccia.

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Ancora il Cardinale Kasper:

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«Se un protestante partecipa la celebrazione eucaristica, ascolta ciò che diciamo nella preghiera eucaristica. Bisogna domandarsi: può alla fine della dossologia veramente rispondere con tutta l’assemblea: “Amen, sì credo.” Sentirà anche che nominiamo il nome del Papa e del vescovo, il che vuole dire che celebriamo in comunione con lui. Bisogna che si domandi: “Voglio veramente questa comunione?ˮ».

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Se un protestante, veramente, sinceramente, non per finta, a una Messa fa e crede tutte quelle cose, deve piuttosto chiedersi se non ha abbandonato il luteranesimo per farsi cattolico. In questo caso egli è certamente pronto, disposto e ammesso a fare la Comunione, dopo essere entrato nella comunione della fede cattolica.

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Aggiunge il Cardinale Kasper:

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«Ho incontrato molti protestanti che hanno più stima e spesso anche più amore per i Papi attuali di quanta ne hanno alcuni cattolici critici e scettici».

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Purtroppo la stima che molti protestanti hanno per il Papa attuale non ha nulla a che vedere con l’accoglienza del primato del Sommo Pontefice, Maestro infallibile della dottrina della fede, possessore delle “somme chiavi”, supremo Liturgo, Custode e Dispensatore dei Misteri celesti e dei Sacramenti della salvezza e Moderatore della divina Liturgia, ma è motivata da interessi puramente umani, ossia dal semplice fatto che Papa Francesco non li corregge nei loro errori e non li esorta a convertirsi alla Chiesa Cattolica. Ma se questi protestanti leggessero ciò che di Lutero dissero Papa Leone X o San Pio V o il Beato Pio IX o Leone XIII o San Pio X, credo che cambierebbero opinione sul papato.

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D’altra parte, è vero che certi cattolici, troppo attaccati al passato e ribelli al Concilio Vaticano II, danno un cattivo esempio di condotta nei confronti del Papa. Ma ci sono anche quelli che rivolgono al Papa, col rispetto che gli è dovuto, legittime critiche, proprio al fine di aiutarlo nella guida della Chiesa, che è il Popolo di Dio, guidata dallo Spirito, collegialmente, gregge e pastori, sub Petro et cum Petro.

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Concludiamo queste considerazioni osservando che il desiderio del coniuge luterano di ricevere la Comunione deve essere preso in seria considerazione, ma deve essere vagliato con cura, per verificare che non sia dettato da emotività psicologica, da simpatie umane, da bisogno di condivisione empatica, da istinto di imitazione, dal bisogno di essere approvati, dal desiderio di non sentirsi esclusi o di rendersi interessanti, da finzione con secondi fini e cose del genere.

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Il soggetto dovrà essere iniziato gradualmente e metodicamente, con un’opportuna catechesi, all’esperienza di quel sublime Mistero, così che vengano tolti, come indica l’Unitatis Redintegratio [n. 3], tutti quegli «ostacoli» che Lutero frappose, con la sua falsa riforma, alla degna manducazione del pane eucaristico.

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Infatti, il voler fare la Comunione pur restando luterani non ha nessun senso ed è un atteggiamento incoerente per non dire schizofrenico e che nulla ha a che vedere con l’ecumenismo. La carenza dell’ecclesiologia luterana, infatti, consiste proprio nell’assenza dei fattori più nobili e soprannaturali della realtà ecclesiale, quali sono appunto i sacramenti, tra i quali il più sacro e il più divino di tutti è appunto l’Eucaristia, introdotta dal sacramento della Penitenza, per poi giungere alla celebrazione della Messa in comunione piena con la Chiesa e il Sommo Pontefice.

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Se dunque un luterano vuol accostarsi sinceramente alla Comunione, ciò dovrà essere il segno comprovato e chiaro che egli vuole recuperare tutti quegli elementi di Chiesa e tutti quegli elementi della fede che Lutero aveva distrutto e che fanno da presupposto alla recezione dell’Eucaristia; in altre parole, sarà segno che vuol farsi cattolico. E Dio sia benedetto per questa celeste ispirazione!

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L’errore di fondo della teologia del Cardinale Kasper

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Tutto l’argomentare del Cardinale Kasper poggia su di un grave vizio di carattere gnoseologico, che ho illustrato in un mio saggio di prossima pubblicazione e dedicato alla gnoseologia del Cardinale Kasper. La spia di tale vizio è data dalle seguenti parole:

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«Certo valgono sempre i principi teologici, ma la loro applicazione concreta non si fa in un modo solo deduttivo e meccanico. Se lo facessimo, sarebbe l’eresia della gnosi, che giustamente viene denunciata dal Papa attuale». 

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Si tratta del metodo della deduzione razionale sia speculativa e morale, che per il Cardinal Kasper non è fondato sull’oggettività del reale e della verità, ma sul «principio moderno della soggettività», cioè sul cogito cartesiano «per il quale l’uomo diventa cosciente della propria libertà come autonomia e se la rende punto di partenza, misura e mezzo per un’intera concezione del reale» [cf. Gesù il Cristo, Queriniana Editrice, 1981, pag. 253]. Per conseguenza, continua il Cardinale Kasper:

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«un Dio che ora viene pensato entro l’orizzonte della soggettività non può più essere compreso come l’Essere supremo, perfettissimo e immutabile», per cui occorre una «de-sostanzializzazione del concetto di Dio».

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Pertanto, per Kasper, come per Hegel, l’essere si identifica col divenire, Dio diviene, muta, e si identifica con la storia: l’Assoluto non è sopra la storia, ma nella storia, secondo il titolo di un suo studio su Schelling [2]. Da qui la mutabilità della natura umana e della legge morale, come già denunciò San Pio X nella sua enciclica Pascendi Dominici Gregis.

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Ora il cogito cartesiano contiene in sé, come è stato dimostrato dagli studi di Fabro e di Maritain, il principio dell’idealismo e del panteismo hegeliano, come risulta da un’attenta osservazione della storia della filosofia, e per l’esplicito rifarsi a Cartesio degli idealisti e dei panteisti. Il che vuol dire che il cogito contiene già in nuce il principio del Sapere assoluto di Hegel, che è precisamente la forma più elaborata dello gnosticismo moderno.

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Se c’è da accusare quindi oggi qualcuno di gnosticismo, questi è proprio il Cardinale Kasper e niente affatto il meccanismo della deduzione logica, che applica il principio morale nei casi particolari. La legge positiva ecclesiastica ammette eccezioni, ma non la legge morale naturale, salvo il caso della epikeia, dove propriamente non si tratta di fare eccezione, ma di sospendere l’applicazione di una legge inferiore in nome dell’applicazione di una legge superiore. Invece la legge divina non ammette mai neppure la epikeia.

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La questione del permesso della Comunione ai protestanti è effettivamente di competenza del Diritto Canonico, ma la materia è vincolata dalla dogmatica sacramentaria e dall’ecclesiologia, mentre il Cardinale Walter Kasper purtroppo non tiene conto di questi vincoli di non poco conto, finendo con l’avallare le eresie luterane.

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O sacrum convivium, in quo Christus sumitur,  recolitur memoria passionis eius, mens impletur gratia et futurae gloriae nobis pignus datur [Antifona di San Tommaso d’Aquino]

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Varazze (Italy), 14 maggio 2018

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NOTE

[1] In realtà, se si va al n.24 dell’ Ut unum sint si trova un testo diverso. Il 24 invece è citato da S.Giovanni Paolo II al n.46 dell’Ecclesia de Eucharistia.

[2] L’Assoluto nella storia nell’ultima filosofia di Schelling, Jaca Book, Milano 1986.

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Who is more sympathetic: the Colonel Gaddafi, or the Cardinal Kasper who insult the Eucharist and approves Luther’s heresies?

WHO IS MORE SYMPATHETIC: THE COLONEL GADDAFI, OR THE CARDINAL KASPER WHO INSULT THE EUCHARIST AND APPROVES LUTHER’S HERESIES?

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The question of the authorization of Communion to the Protestants is in reality responsibility of canon law, but the question is however linked to dogmatics and ecclesiology, while Cardinal Kasper, unfortunately, does not take these constraints into account and thus ends up approving the Lutheran heresies.

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Author
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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Colonel Gaddafi [1942-2011] leader of Libya

The Vatican Insider news agency reports an interview by dr. Andrea Tornielli to Cardinal Walter Kasper on the question of the legitimacy of Eucharistic communion for Lutherans [see interview, HERE]. In question it is not the interviewer, but the interviewee. Therefore, those who stigmatize Andrea Tornielli, as is happening, makes a serious mistake. It would be like accusing Oriana Fallaci of having interviewed Colonel Gaddafi in 1979, in a memorable interview contained today in the history of journalism. The mrs. Fallaci, he only did his job [see text, HERE]. Or as Father Ariel S. Levi di Gualdo told me: “It would be like I was called to the bedside of a dying serial killer, and I refuse to hear his confession!” In any case, establishing who among the two, Cardinal Kasper and Colonel Gaddafi, is more amiable and less dangerous, is not a problem linked to this article. We leave it to the jury’s readers to award the sympathy prize to Cardinal Kasper or Colonel Gheddafi, because today, more than ever, the imagination of the grotesque seems to have really taken power.

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We have already motivated in our other articles the teaching and directives of the Church on this delicate theme of the sacrament of the Eucharist and of its administration, which, as Saint John Paul II says in the encyclical Ecclesia de Eucharistia of 1993: «summarizes the core of the mystery of the Church» [n. 1]; the Eucharist «builds the Church» [c. II] and is «the culmination of all the sacraments in bringing to perfection communion with God the Father through conformity with the Only Begotten Son through the work of the Holy Spirit» [n. 34].

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The Cardinal Kasper claims that the granting of the permission of the Communion to the Lutherans is contained both in the Decree Unitatis Redintegratio of the Second Vatican Council, and in two encyclicals of St. John Paul II. Now, if we read these documents, we will notice that they conform to the dictate of Canon Law [Can. 844 § 3-4], which I quoted and commented on in a previous article of mine.

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As for the conciliar document, it reads as follows:

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«This communication is governed above all by two principles: to express the unity of the Church, to participate in the means of grace”. These are two principles in tension among themselves, which therefore must be prudently connected: the first concerns communion with the Church; the second is the salvation of the believer. The first is more attentive to the external forum; the second, at the internal forum. In the first case justice is stressed, in the second case the mercy».

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In this regard, as canon law underlines, the pastoral authority of the Episcopal Conference or of the individual diocesan bishop operates. In fact, the decree states:

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«Regarding the concrete way of acting, having regard to all the circumstances of time, place and people, prudently decide the episcopal authority of the place».

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The law guarantees the Church to meet the requests of separated brothers only in cases of serious urgency. The case that the applicant is the non-Catholic spouse is not at all contemplated. In fact, the situation of the Lutheran in danger of death, spouse or non-spouse, provided by law, is incomparable with that of the Lutheran spouse not in danger of death but in good physical health. The first, as it is supposed, is about to account to God for his life, while it is supposed that the latter has time and way to educate himself and correct himself on the sacrament of the Eucharist and to repent of his previous Lutheran conduct.

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He Cardinal Kasper quotes the texts of the two encyclicals of John Paul II and says:

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«Ut unum sint [1995] and Ecclesia de Eucharistia [2003] formulated a more advanced position which may be the interpretative norm of the canon in full harmony with the Second Vatican Council». 

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In the first of the two encyclicals of St. John Paul II, the number 24 we read:

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«It is a source of joy to remember that Catholic ministers can, in special cases, administer the sacraments of the Eucharist, of Penance, of the anointing of the sick to other Christians. that they are not in full communion with the Catholic Church, but who ardently desire to receive them, to ask them freely and to show the faith that the Catholic Church confesses in these sacraments».

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While in the second Encyclical of the same Pontiff, at n. 45, we read:

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«If concelebration is not legitimate in the absence of full communion, the same does not happen with regard to the administration of the Eucharist, in particular circumstances, to individual persons belonging to Churches or Ecclesial Communities not in full communion with the Catholic Church: in this in fact, the goal is to provide for a serious spiritual need for the eternal salvation of the individual faithful».

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And the Cardinal Kasper comments:

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«The two encyclicals insist a great deal on the adhesion of the Protestant side to the Catholic doctrine on the Eucharist, that is, on “manifesting” the faith that the Catholic Church confesses”, to quote John Paul II himself. This seems very important, because the sacraments are sacraments of faith. For a true Lutheran, who is based on the confessional writings, the real presence of Christ in the Eucharist is obvious […] Certainly it is not possible to ask a Protestant what is normally required of a Catholics. Just believe: “This is (east) the body of Christ, given for you”. Luther has also insisted on this too. The more developed doctrines on transubstantiation or consubstantiation, even a “normal” Catholic faithful do not know them … ».

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Confutation of the errors of Cardinal Kasper

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In fact, the Cardinal falls into a frightful void of air, if «we can not ask a Protestant of what is normally requested by a Catholic», then we must say frankly to this Protestant who can not access the communion. Then, Cardinal Kasper’s plane crashes when he says: “Just believe:” This is (east) the body of Christ, given for you. “Luther also insisted on this: the more developed doctrines on the transubstantiation or the consubstantiation, even a “normal” faithful of the Catholic Church does not know them …».

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But “believe” that dares? A Catholic who does not know and does not accept the dogma of transubstantiation is not a “normal” Catholic, but an ignorant Catholic, who must be urgently instructed, so that he does not fall into heresy and does not understand, as Saint Paul warns, that one must not eat the body unworthily. of the Lord, because he who does this «eat his own condemnation» [1 Cor 11:29] In any case, if, as the Cardinal says, the Protestant truly believes in the words «this is the body of the Lord», pronounced by the priest at Mass, it means that he believes in transubstantiation. And if he believes in it, he can not continue to keep the Lutheran faith, he should say: «in this bread is the Lord». Then it will mean that he converted to Catholicism.

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Then adds Kasper:

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«If these people, in a fairly secularized context, are true believers who believe and are united in the same baptism and therefore are part of the one Church of Christ (though not in full communion), and are also bound in the same sacrament of marriage, and they represent the mystery of the union between Christ and his Church and live it, and they are together with their children a domestic church, it is normal that they feel the intimate desire to also share the Eucharist and the Eucharistic Faith, what prevents it?» [See Acts of the Apostles 7, 37; 10.47]. 

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The texts of St. Paul are not at all consistent with the thesis of the cardinal because they deal with other questions. On the other hand, we know how demanding ecclesiology and the sacramental dogmatics of the Blessed Apostle Paul are, who do not ignore the inferior or imperfect degrees of ecclesial communion belonging to the catechumens, but when it comes to Eucharistic communion it requires full ecclesial communion, as can be seen with the same term “communion”.

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Saint Paul is famous for his respect for the differences and for the values of the Greco-Roman culture, for the sense of the universality of the Gospel message and for his understanding of the weaknesses of human nature, for his ability to dialogue with everyone and look for the positive to be brought to Christ everybody.

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Paul’s ecumenism, however, is not a game of misunderstanding, a silence about error rather than correcting it; it is not an inconclusive emptiness, like always standing on the threshold of the Church, never encouraging the brother to enter the sanctuary, but on the contrary it is a factor of authentic reciprocal reconciliation in Christ and in the Church under the guidance of Peter, always moved by a frank invitation to conversion and to accept the truth fully, is a powerful and warm invitation to deeply experience the mystery of Christ and his Church.

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Regarding the Pope’s invitation to the Bishops to “find a common solution”, says Cardinal Kasper:

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«I think the Pope gave a very wise response, remaining in full harmony with the idea of synodality of the Church, but he also stressed that on fundamental issues the majority is not sufficient from a canonical legal point of view, it requires unanimity» .

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The Pope, in exhorting the Bishops to arrive at a “possible unanimity”, can not certainly nor have understood that they can grant communion in the sense intended by Cardinal Kasper, which would imply a profanation of the Eucharist, nor can it be understood that they must be agree with a simple majority vote, as they would like to interpret others, ready to accuse the Pope of irresponsibility, not being able to assess the seriousness of the problem because it acts politically, but certainly implies that the agreement must be based on Scripture, the tradition of canon law.

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It can not be excluded that the discussion of the Bishops on this topic demonstrates a proposal to the Pope to change the current provisions on canon law, but always obviously in harmony with the requirements of the divine law, for which it can not be lawful to treat a brother which is not in full communion with the Church, and which does not intend to be so, as if it were in full communion with the Church which he himself refuses. Unlike the case of a Protestant who wishes to become a Catholic, as in the implicit case of a Protestant who asks for the sacraments in danger of death.

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Cardinal Kasper continues his speech:

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«I think of the admonition of the apostle Paul, examining oneself to see if we can eat and drink from the altar» [1 Cor 11:26]. This warning is not only addressed to Protestants but also to Catholics, who must ask themselves: do I really believe in the Eucharistic mystery? Is my conduct of life in harmony with what is celebrated and is present in the Eucharist?

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The Cardinal Kasper does not realize the difference between Catholics and Protestants. While in reality the Catholic can certainly make a sacrilegious communion, if he approaches the Eucharist in a state of mortal sin and without the necessary spirit, the Lutheran is deprived of the necessary provisions just as Lutheran, for which, save the case of good faith, if he does not remedy in advance removing these bad dispositions, but keeping them consciously and voluntarily, he can not fail to be guilty of the body and blood of the Lord in a way serious than the Catholic, who accepts the dogma of the Eucharist with all the truths of faith and the moral values that are connected and is in full communion with the Church, even if with that sacrilege, the Bad Catholic, compromises this communion and therefore must repair. However, unlike the Protestant, who remains only in a partial communion, the Catholic at least knows what he must do to recover the cracked communion, and of course he should do it.

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Again Cardinal Kasper:

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«If a Protestant participates in the Eucharistic celebration, listen to what we say in the Eucharistic prayer, we must ask ourselves: at the end of doxology we can truly respond with the whole assembly:” Amen, yes, I believe. “If you have heard that we mention the Pope and the bishop during the Holy Mass, which means that we celebrate in communion with him, then we must ask ourselves: “Do you really want this communion?».

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I believe that if a Protestant, sincerely, in a Holy Mass does and believes all the things that Cardinal Kasper talks about, then he must ask himself whether he has not abandoned Lutheranism to become a Catholic. In this case it is certainly ready, available and admitted, after entering into the communion of the Catholic faith.

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Continue by saying Cardinal Kasper:

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«I have met many Protestants who have more esteem and often more love for the current Popes than those who have critical and skeptical Catholics».

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Unfortunately, the estimate that many Protestants today have for the Pope has nothing to do with welcoming the supremacy of the Supreme Pontiff, infallible teacher of the doctrine of the faith, guardian of the «keys given to St. Peter the Apostle», supreme master of the faith , Custodian and Dispenser of the sacred Mysteries and Sacraments of salvation, Moderator of the Divine Liturgy. Their esteem is often motivated by purely human interests, by the simple fact that Pope Francis does not correct them in their errors and does not exhort them to convert to the Catholic Church. But if these Protestants read however what Pope Leo X or Saint Pius V, the Blessed Pius IX, Leo XIII or Saint Pius X said about Luther, I think they would change their opinion about the papacy.

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On the other hand, it is true that some Catholics, too attached to the past and rebels at the Second Vatican Council, give a bad example of conduct towards the pope. But there are also those who turn to the Pope, with due respect, a legitimate critique, only to help him lead the Church, which is the People of God, guided by the Spirit and by Peter assisted by the college of the apostles.

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We conclude these considerations by observing that the desire of the Lutheran spouse to receive communion must be taken seriously, but must be carefully examined, to verify that it is not dictated by psychological emotions, human sympathies and need for empathic sharing, by instinct of imitation, by the desire not to feel excluded or to become interesting, and other things like that.

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The Protestant must be brought gradually and methodically to the Eucharist with adequate catechesis, so that they are removed, as the Unitatis Redintegratio teaches [n. 3], all those “obstacles” that Luther has interposed, with his false reform.

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In fact, the desire to make the Communion while remaining Lutheran has no sense and is an inconsistent attitude not to say schizophrenic and that has nothing to do with ecumenism. The lack of Lutheran ecclesiology, in fact, consists precisely in the absence of the noblest and supernatural factors of the ecclesial reality, such as the sacraments, among which the most sacred and the most divine of all is precisely the Eucharist, introduced by sacrament of Penance.

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Therefore, if a Lutheran wants to approach the Communion sincerely, this must be the proven and clear sign that he wants to recover all those elements of the Church and all those elements of faith that Luther had destroyed and that are a precondition for the reception of the Eucharist; in other words, it will be a sign that he wants to be Catholic. And God be blessed for this heavenly inspiration!

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The basic error of Cardinal Kasper’s theology

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All of Cardinal Kasper’s argument is based on a serious vice of a gnoseological nature, which I illustrated in a paper of my forthcoming essay dedicated to the epistemology of Cardinal Kasper. The spy of this vice is given by the following words:

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«Certainly theological principles are always valid, but their concrete application is not done in a deductive and mechanical way. If we did, it would be the heresy of gnosis, which is rightly denounced by the present Pope».

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It is the method of rational deduction both, speculative and moral, that for Cardinal Kasper is not founded on the objectivity of reality and truth, but on the «modern principle of subjectivity», that is, on the Cartesian cogito «for which man he becomes aware of his freedom as autonomy and makes it a starting point, a measure and a means for an entire conception of reality»[cf. Jesus the Christ, Queriniana Ed., 1981, pag. 253]. Consequently, Cardinal Kasper continues: «a God who is now thought within the horizon of subjectivity can no longer be understood as the supreme Being, most perfect and immutable», for which we need a «de-substantialization of the concept of God».

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Therefore, for Kasper, as for Hegel, being identifies with becoming, God becomes mute, and identifies with history: the Absolute is not above history, but in history, according to the title of one of his studies on Schelling. Hence the mutability of human nature and the moral law, as already denounced Saint Pius X in his encyclical Pascendi Dominici Gregis.

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Now the Cartesian cogito contains in itself, as the studies of Cornelio Fabro and Jacques Maritain show, the principle of Hegelian idealism and pantheism, as evidenced by a careful observation of the history of philosophy, and by the explicit reference to idealists and pantheists of Descartes. This means that the cogito already contains the principle of absolute knowledge of Hegel, which is precisely the most elaborate form of modern gnosticism.

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If today there is therefore to be accused of someone of Gnosticism, this is precisely Cardinal Kasper and not the mechanism of logical deduction, which applies the moral principle in particular cases. The positive ecclesiastical law admits exceptions, but not the natural moral law, except in the case of the epikeia, where it is not properly an exception, but suspends the application of a lower law in the name of the application of a higher law. But the divine law never even admits epikeia.

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The issue of the authorization of Communion to the Protestants is in fact responsibility of canon law, but the question is linked to dogmatics and ecclesiology, while Kasper, unfortunately, does not take these constraints into account and ends up approving Lutheran heresies.

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Varazze, May 14th 2018

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La mostra dei paramenti sacri a New York: evoluzione o involuzione del messaggio cristiano cattolico alla comunità

LA MOSTRA DEI PARAMENTI SACRI A NEW YORK: EVOLUZIONE E INVOLUZIONE DEL MESSAGGIO CRISTIANO CATTOLICO ALLA COMUNITÀ

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Vero scopo della mostra a New York sembra pertanto essere il diavolo e l’acquasantaIl sacro e profano, mentre il bello ed il sacro finisce surclassato dalla volontà di far discutere, di entrare nella notizia e di far parte di un sistema gossip che ha il sapore della blasfemia, dove la sacralità finisce malamente sottomessa alla peggiore profanità mondana.

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Autore
Licia Oddo *.

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era proprio necessario?

Che l’abbigliamento, o il costume espressione di una moda, segua nel tempo il suo corso, quale branca dall’aspetto più fashion, estroso, della creatività artistica non v’è dubbio. Quando però ad essere coinvolta è la sfera religiosa e più specificatamente cattolica, sino a divenire protagonista o soggetto delle sfilate glamour, la cosa cambia, generando situazioni di fatto eclatanti e controverse. Soprattutto se promotore di una iniziativa così “singolare” è il Cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, che in anteprima mondiale ha presentato nella galleria romana di Palazzo Colonna [vedere QUI e QUI], accanto alla iconica Anna Wintur, direttrice della nota rivista Vogue, l’evento «Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination» (Corpi celesti: la moda e l’immaginazione cattolica). Oggetto di questa mostra allestita dal 10 maggio all’8 ottobre a New York nel Metropolitan Museum of Art è il dialogo tra sacro e profano, moda e paramenti sacri [vedere QUI, QUI e QUI].

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Tra i 150 abiti creati ad hoc dagli stilisti più in auge dell’ haute couture, per diffondere attraverso le loro creazioni icone cristiane, spicca la croce ricca di pietre preziose stampata sul corpetto di un abito disegnato da Gianni Versace. Immagine destinata a creare un certo scalpore, perché la croce è rappresentata al di fuori di quello che è il suo naturale ambito di culto. Nell’esposizione Met Cloister, un’ala separata del museo che comprende cinque antichi chiostri disseminati nell’ Upper Manhattan, spiccano i paramenti sacri, quaranta per l’esattezza, mai usciti prima dalle sacristie della Cappella.

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Nella sua presentazione il Cardinale Gianfranco Ravasi sostiene:

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«La veste, infatti, non è meramente un indumento che ci protegge dal freddo o dal caldo o dalla nudità, funzione per altro valida, riconosciuta già dalla Bibbia agli esordi dell’umanità. Ma, come appare chiaramente dalla creatività della moda e dal nesso linguistico tra il latino vestis, “veste”, e “investitura” ― vocabolo presente in molte lingue europee per indicare la nomina a un incarico ufficiale ― l’abito, attraverso la sua dimensione simbolica, appartiene alla stessa cultura e la esprime” […] “La sfilata della quarantina di vesti e di arredi sacri vaticani presenti nella mostra Heavenly Bodie merita, allora, di essere giustamente classificata sotto la categoria della “catholic imagination» […] La selezione offerta dalla mostra è marcata da un’indubbia qualità sontuosa: essa è stata esaltata nell’epoca barocca ma è rimasta nell’ornamentazione liturgica dei secoli successivi. Si voleva, così, per questa via proclamare la trascendenza divina, il distacco sacrale del culto dalla ferialità quotidiana, lo splendore del mistero.[cf. QUI].

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Purtroppo, il Cardinale Gianfranco Ravasi, quasi subito si contraddice nello stesso scritto quando asserisce:

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«Naturalmente incombe sempre sulla ritualità e, quindi, sull’apparato liturgico cristiano il monito di Gesù che ironizzava sugli osservanti esteriori che «allargano i loro filatteri e allungano le frange», ossia i tefillin e il tallit, componenti del culto giudaico [Mt. 23,5]. Resta, infatti, anche nel rito sacro il rischio che segnalerà lo scrittore inglese William Hazlitt nel suo saggio Del carattere clericale (1818) “Coloro che fanno del vestito una parte principale di se stessi finiscono in generale per non valere più del loro abito”. Tuttavia la bellezza e l’arte sono state per secoli inseparabili sorelle della fede e della liturgia cristiana, soprattutto nel cattolicesimo e nell’ortodossia E – come ha fatto Henri Matisse con le sue mirabili casule da lui disegnate per la cappella di Vence e ora conservate nei Musei Vaticani – questo legame dovrà continuare a rivivere e a rinnovarsi attraverso il dialogo anche con l’arte contemporanea» [cf. QUI].

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Sembra che il Cardinale corregga subito la sua versione quasi rifacendosi al motto: “insomma non prendiamoci troppo sul serio, l’abito non fa il monaco”! Ma allora che cos’ha espresso prima, riguardo al significato etimologico della parola veste?

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Volendo c’è però di più, perché affermare che sacrale non sia il riflesso di colui che l’abito lo veste, è inesatto. È infatti opportuno evidenziare che il carattere festivo espresso anche dal decoro della veste del presbitero che presiede l’Eucaristia, diventa una costante della celebrazione, come pure il modello dello stesso abito [Cf. QUI]. Ed in effetti, quando nel VII secolo la moda secolare cambia, l’abito religioso del presbitero non muta, diventando anzi caratteristico alla celebrazione alla quale esso è riservato. Nessun simbolismo vi è dunque all’origine della veste liturgica, bensì la volontà di sottolineare il rispetto dovuto, sia per la celebrazione liturgica sia per ogni altro tipo di incontro sociale. L’abito assumerà così la funzione di una divisa opportunamente indossata, che non manifesta una semplice caratteristica, ma il carattere sacro stesso, perché libera l’individuo dalle sue particolarità e lo rende “riflesso” di Colui in persona del quale egli agisce. Anche l’abito perciò si ritualizza, astraendo dal singolare e offrendo attraverso “il ruolo” una immagine trascendentale.

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Nel XIII secolo si sviluppa una simbologia che Giuseppe Braun [1] chiama tipico-rappresentativa perché in essa la persona del sacerdote rappresenta quella del Salvatore che soffre, e le vesti del sacerdote ricordano gli avvenimenti particolari della passione morte e risurrezione di Cristo. La contemplazione di questa varia simbologia sosteneva l’attenzione e la devozione dei fedeli, pazienti nell’assistere alla Santa Messa, in un ambito ricco della devozione che fa scoprire nelle cose sacre la risposta anche dottrinale ai propri bisogni spirituali.

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A rigor di logica, i secoli trascorsi che sanciscono la nostra tradizione culturale, fondata non su semplici ideali ma su precetti che evidenziano l’aspetto canonico di quella che è la religione cattolica, non può essere modificata per lasciarsi trascinare nell’oceano delle “mode” che, per quanto fonti di creatività, non hanno nulla a che vedere con la stabilità e la fondatezza di un paramento sacro della traditio catholica, nato e poi consumato per quel ruolo. Ritenere che l’abbigliamento sacro cattolico sia fenomeno sociale è una degenerazione dei costume del popolo occidentale, che vanta la tradizione millenaria di un Credo cattolico sancito nel 325 al Concilio di Nicea. Da allora, i paramenti sacri, sono assurti ad un significato preciso ricco di simbologie mistagogiche che non hanno nulla da spartire con la  moda destinata a cambiare col mutare della società e dei suoi gusti. La Chiesa, pastoralmente, segue i tempi, ma non per questo muta le verità della fede rivelata; perché la Chiesa in cammino è proiettata al di là del tempo verso una dimensione escatologica di eternità.

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In questa sfilata le modelle non sfoggiano l’abito chic, il tailleurs fashion, od il cappellino da cocktail per i pomeriggi all’aria aperta o per le serate gala, ma sono rivestite con paramenti della traditio catholica, in un ambito del tutto estraneo ed antitetico alla fede sulla quale questa traditio si edifica, finisce col figurare come una totale mancanza di rispetto verso l’arte sacra. Alla luce di tutto questo, come storico dell’arte mi corre l’obbligo di precisare che in questa “sfilata del secolo” è stato stravolto, de-qualificato e persino rivoluzionato il significato stesso di alcuni concetti fondamentali dell’arte. Se infatti pensiamo che tra i paramenti liturgici in generale, camici casule e stole, vi sono le tiare, la mitria ed i pastorali, classificati come «attributi iconografici» perché simbolicamente emblemi di riconoscimento di una data figura che occupa un ruolo di santità, è presto detto che appena questi accessori liturgici sono consegnati ad una qualsiasi figura femminile che solca una passerella, nello spettatore finisce con l’ingenerarsi una vera e propria confusione nella percezione di ciò che viene presentato alla sua vista. Non più quindi il pastorale che nella Pala di Brera  identificava  Giovanni il Battista [vedere QUI], o la mitria che identifica il vescovo, bensì accessori liturgici svuotati del loro significato mistagogico e finiti addosso ad una modella. E dinanzi a tutto questo, ci dovremmo interrogare sul ruolo svolto oggi dalla Chiesa Cattolica nella divulgazione del suo messaggio alla comunità.

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Leggiamo ancora in un articolo su questa mostra:

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«La mostra porta i visitatori a esplorare i confini tra sacro e profano: la corona di spine, trasformata in fascinator da Alexander McQueen, gli iconici capolavori dell’arte bizantina riprodotti da Dolce & Gabbana nella collezione “Monreale” autunno-inverno 2013/14. “Raccontiamo piccole storie”, spiega Bolton, curatore della mostra,  come con l’angelo di Thierry Mugler dalle ali di piume dorate o la “Giovanna d’Arco” del 1994 di John Galliano, stesa come un monumento sepolcrale di una chiesa. Sacro e profano occupano spazi separati. I prestiti del Vaticano ― tra queste le scarpe rosse di Giovanni Paolo Secondo ― sono esposti nelle sale del Constume Institute, “mostra nella mostra” rispetto al resto della rassegna dove l’iconico “Pretino” delle Sorelle Fontana evoca la surreale sfilata di moda ecclesiastica di Roma di Federico Fellini con i prelati sui pattini» [cf. QUI].

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Che sia un laico a fare uso dello stravagante binomio sacro e profano, come nel caso dello stilista, senza dubbio è curioso, oltre che inconsulto, ma soprattutto pare avere come fine quello di sbalordire l’opinione pubblica per fare scalpore e notizia con frasi di questo tipo: Santa Moda ora pro nobis «Siano lodati gli abiti e benedette le scarpe. Il nostro non è un lavoro, ma una vocazione». Così, esordiva infatti Stefano Gabbana alla fine della sfilata autunno inverno 2018, intitolata Fashion Devotion [cf. QUI]. Uno show dove in passerella erano state presentate le T-shirt con gli slogan «Santa Moda, ora pro nobis», «Fashion sinner», «Fashion Eden» e «Fashion is beauty» insieme a pantaloni stile guêpière, gonne di pizzo nero e mini dress attillati.

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Che sia però un Cardinale preposto alla presidenza di un Pontificio Consiglio della Santa Sede, ad affibbiare al generico significato del termine sacro tutti gli «strumenti» e paramenti cattolici nell’ampia spira del sacro, è invece dissacrante, non fa altro che lasciare sgomenti ed increduli. I paramenti liturgici, così definiti nella traditio catholica per differenziarli da quelli sacri in generale, intrisi di storia, valori culturali, da secoli custoditi all’interno della Sacrestia della Cappella Sistina, solcano le passerelle e finiscono indossati da chicchessia. E tutto ciò perché? Qual è il senso del messaggio cattolico?

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Mentre un tempo ciò che nel mondo artistico emergeva era proprio la competizione alla ricerca del bello all’interno dello stesso mondo ecclesiale e ecclesiastico, il post contemporaneo, richiede forse alla Chiesa un ruolo diverso? La Chiesa, per secoli grande mecenate dell’arte, sembra non essere più alla ricerca di queste espressioni del bello estetico che rappresenti il sacro ed i sacri misteri in generale, ma di ciò che fa più clamore, o peggio di ciò che fa più discutere. In tutto questo il paradosso è che la Chiesa sembra conformarsi a questo genere di volontà mondana perdendo il ruolo di maestra, per accettare i compromessi di una società che vuole a tutti i costi apparire nel modo più bizzarro possibile.

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Alla luce di questa mostra tutt’oggi in corso a New York, cosa è emerso a livello artistico, attraverso il coinvolgimento della Chiesa cattolica? Quello che sembra di fatto emergere è la cosiddetta commistione di «Stili» o di abiti che ha generata una contaminazione tra moda e fede. Tutto questo per andare forse al passo con i tempi, grazie ad una Chiesa che si piega ai capricci della società o della moda?

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Assistere alla presentazione di una mostra del genere, voluta dalla direttrice di Vogue America Anna Wintour, personaggio descritto nel film cult ad ella ispirato Il diavolo veste Prada, di cui è protagonista una donna cinicamente votata a qualsiasi azione pur di giungere allo scopo perseguito e la cui morale “irrisolta” è andare incontro al successo dimenticando i veri valori, non si concilia per niente con la Chiesa Cattolica, veste e ruolo della quale è certamente l’opposto di quello di Anna Wintour. Due figure antitetiche a confronto, tesi e antitesi. Ma la cosa stupefacente è che in questo caso sono però complici, o per usare il titolo di un altro film: Amici, complici, amanti.

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Vero scopo della mostra a New York sembra pertanto essere  il diavolo e l’acquasantaIl sacro e profano, mentre il bello ed il sacro finisce surclassato dalla volontà di far discutere, di entrare nella notizia e di far parte di un sistema gossip che ha il sapore della blasfemia, dove la sacralità finisce malamente sottomessa alla peggiore profanità mondana.

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Siracusa, 14 maggio 2018

 

 

*Storica dell’arte

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NOTE.

[1]Cf, G. Braun, I paramenti sacri. Loro uso storia e simbolismo, Marietti, Turín 1914. 

 

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En verdad os digo: ante esa damisela sacrílega del Cardenal Gianfranco Ravasi la diseñadora Donatella Versace aparece como un auténtico monumento a la virilidad masculina

— Misterios dolorosos de la Iglesia —

EN VERDAD OS DIGO: ANTE ESA DAMISELA SACRÍLEGA DEL CARDENAL GIANFRANCO RAVASI LA DISEÑADORA  DONATELLA VERSACE APARECE COMO UN AUTENTICO MONUMENTO A LA VIRILIDAD MASCULINA

 

Se podría tentar una defensa afirmando que también los heterosexuales son narcisistas, vanidosos y exhibicionistas como lo es el Cardenal Gianfranco Ravasi. Esto es verdad, pero como cualquier experto en las ciencias psicológicas puede explicar, se trata de dos modos completamente diferentes de manifestar el narcisismo, la vanidad y el exhibicionismo. De hecho, es a partir de los diferentes modos de expresar estos tres atributos que se reconoce más que nunca la personalidad del homosexual y la del heterosexual.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Artìculo para imprimir

 

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Por mucho menos, Jesucristo golpeó con el látigo a los mercaderes en el patio interior del Templo de Jerusalén. ¿Qué hubiera pasado si hubiera visto a las actrices de la antigua Judea vestidas con las insignias del Sumo Sacerdote?

En primer lugar una debida premisa: si la Autoridad Eclesiástica decide hacerme objeto de una débil admonición, deseo recordar que para hacerlo legítimamente y en conformidad con el derecho canónico, debe ante todo declarar la legitimidad y la plena oportunidad del actuar del Cardenal Gianfranco Ravasi, quien en la sacrílega muestra «Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination», [cf. AQUI,y AQUI] celebrada en Nueva York, exhibió paramentos sagrados tomados de las sacristías históricas de la Ciudad del Vaticano que pertenecieron y fueron usados por los Sumos Pontífices. Paramentos que terminaron en una pasarela de mujeres que los desfilaron medio desnudas con mitras episcopales sobre la cabeza y, símbolos valiosos para la fe católica, colocados con realce en las partes más inapropiadas del cuerpo que eran más descubiertas que cubiertas.

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La diseñadora Donatella Versace posa junto a la triara del Beato Pontífice Pio IX

Ciertamente no es mi intención rechazar eventuales admoniciones de la legítima autoridad eclesiástica, a la cual antes de recibir el Sacramento del Orden he prometido libremente a una edad más que madura, filial y devota obediencia. Sin embargo, puesto que el objeto de mi crítica es el comportamiento públicamente imprudente de un Cardenal. Es oportuno aclarar, que yo puedo ser amonestado y sucesivamente condenado,sólo después de que la Autoridad Eclesiástica en primer lugar haya declarado legítimo y conforme a la mejor tutela de la dignidad y de la santidad de la Santa Iglesia Romana, el actuar del cardenal Gianfranco Ravasi. Demostrando y motivando que quien cayó en el error fui yo por haberlo criticado con dureza proporcional a cuanto de gravemente hizo. Si primeramente no viene aclarado esto, cualquier admonición ― o peor aún eventual condena ―,  caería bajo la invalidez que la inhabilita, por no cumplir con las disposiciones de las leyes eclesiásticas. [can. 1339-1340, can. 1341-1353, can. 1720-1728].

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Desfile …

Comencemos de un hecho: el Cardenal Gianfranco Ravasi se revela impulsado por una psicología homosexual. Esto no quiere decir ― sea claro ― que haya practicado la homosexualidad, algo que no podemos saber y ni mucho menos afirmar; porque esto en conciencia sólo lo puede saber él. A mayor razón, él pertenece a la categoría de homosexuales que en general son peores: los homosexuales reprimidos. Aquellos que se han acostumbrado a desahogar los impulsos de la libido de forma diversa, y en modo peor. De hecho, un eclesiástico animado por una psicología estructuralmente homosexual, tarde o temprano, termina por profanar la misma fe, especialmente después de haberse posicionado en lo más alto de la escala jerárquica y, cayendo al final en la megalomanía que lo lleva a pensar de ser un intocable a quien todo se concede. Y en la psicología del homosexual eclesiástico más o menos reprimido, según los diferentes casos, los tres elementos que emergen son el narcisismo, la vanidad y el exhibicionismo ostentoso y sin restricciones.

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Pregunta: Quién, entre nuestras Autoridades eclesiásticas en presencia de un equipo de especialistas en psicología clínica, sería capaz de afirmar con plena y científica certeza que Gianfranco Ravassi no es narcisista, no es vanidoso y no es exhibicionista?

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“devota” representación

Se podría tentar una defensa afirmando que también los heterosexuales son narcisistas, vanidosos y exhibicionistas como lo es el Cardenal Gianfranco Ravasi. Esto es verdad, pero como cualquier experto en las ciencias psicológicas puede explicar se trata de dos modos completamente diferentes de manifestar el narcisismo, la vanidad y el exhibicionismo. De hecho, es a partir de los diferentes modos de expresar estos tres atributos que se reconoce más que nunca la personalidad del homosexual y la del heterosexual.

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Hoy en día va de moda la limpieza de los archivos episcopales, de los de las nunciaturas apostólicas y de los de la Santa Sede. Por lo tanto, si todavía a Milán no han hecho limpiado en estos años con el fin de eliminar uno de los muchos “antecedentes penales”, debería existir no obstante un dosier en el que el entonces Arzobispo en cátedra, Cardenal Carlo María Martini, bloqueó el nombramiento episcopal de Gianfranco Ravasi, rostro ya conocido al público por sus programas de televisión. A poner un decisivo veto sobre este nombramiento episcopal también fue otro miembro del Colegio de Cardenales: el Cardenal Attilio Nicora, quien de Gianfranco Ravasi, ordenado sacerdote en el 1966, fue compañero en el Seminario de Venegono, y de este seminario sería más tarde rector en el 1970. Sucesivamente un tercer Cardenal, el sucesor de Carlo María Martini en la Cátedra de San Ambrosio, Dionigi Tettamanzi, bloqueó por segunda vez este nombramiento [ver la crónica jamás negada AQUI y AQUI]

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La saga de lo grotesco

Hago notar que el cardenal Carlo María Martini, de cuya teología y eclesiología se puede discutir mucho, era un hombre de profunda virilidad. Tanto es así que en esta figura sin duda bella y hierática, lo primero que llamaba precisamente la atención era su virilidad, después de su estructura humana viril, se percibía la del religioso jesuita, la del presbítero y la del obispo que se había construido encima. Y diciendo “no” a la hipótesis de que Gianfranco Ravasi fuera promovido obispo, el Cardenal Carlo Maria Martini sabía bien lo que hacía, aunque si por la modestia eclesiástica las motivaciones de ciertos “no”,  nunca se desarrollan sino lo justo. El hecho es que tres cardenales, dos de los cuales Ordinarios Diocesanos del entonces presbítero ambrosiano Gianfranco Ravasi; y un tercero quien fue su ex compañero de seminario, se opusieron en modo decidido a su nombramiento episcopal, blocándolo dos veces. Y de todo esto ― excepto desaparición del dosier ―, permanecería evidencia de esto sea en los archivos del arzobispado de Milán, sea en el archivo de la Congregación para los Obispos.

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Desfile …

El cardenal Gianfranco Ravasi encarna esa devastadora homosexualidad difusa como epidemia dentro de la Iglesia, la cual toca finalmente el ápice con la inevitable profanación en extraer de las sacristías monumentales de la Ciudad del Vaticano los paramentos sagrados que pertenecían a diferentes Venerables Sumos Pontífices”; para llevarlos como accesorios coreográficos en un ofensivo desfile de moda, por modelos en balanceo de cadera y con los senos al viento usando insignias episcopales.

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la corona de espinas de Nuestro Señor Jesucristo reducida a una gargantilla bajo la cabeza de una figura andrógina

Los paramentos sagrados  pertenecen a lo que son así llamados “accidentes externos” y se llaman paramentos sagrados porque vienen usados en la celebración del Santo Misterio del Sacrificio Eucarístico. Estos paramentos, como el Cardenal Gianfranco Ravasi debería saber, fueron bendecidos con las bendiciones especiales proporcionadas por el libro para las Bendiciones. Cada vez que venian usados, junto a cada pieza se recitaba una oración especial. Igualmente, como hoy en día lo hace el firmante de este artículo cuando se prepara para la Santa Misa, recitando mentalmente la oración prevista para cada pieza: el amito, el alba, el cíngulo, la estola, la casulla. Una vez revestido completamente de los paramentos sagrados recito para finalizar el acto de contrición; porque a pesar de ser imperfecto pecador como todos e indigno del Sagrado Orden Sacerdotal recibido, pueda celebrar el Sacrificio Eucarístico de la Santa Misa en comunión con la Iglesia Universal para la edificación y la salvación del Pueblo de Dios.

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Quien como yo justamente no elegido ni obispo ni creado cardenal , vive los misterios de la fe en el sagrado respeto de la sustancia divina e incluso de la de los accidentes externos quienes contribuyen como tales a la misma sustancia es decir los paramentos sagrado, en que modo puede recibir ciertas profanaciones del Cardenal Gianfranco Ravasi?

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El Cardenal Timothy Dolan non planteó ninguna cuestión, por el simple hecho de era presente, posando y sonriendo para las fotos con la diseñadora Donatella Versace

Como es posible, que el cardenal Timothy Dolan, Arzobispo Metropolitano de Nueva York en cuya jurisdicción canónica tuvo lugar este desfile irreverente; no hizo oír su voz expresando desacuerdo, indignación o enviando una nota de protesta a la Santa Sede? Por el simple hecho de que no solamente participó al evento, sino que hizo ironía mas bien digna de un borracho irlandés del siglo XVIII emigrado en las Nuevas Américas para escapar de una colonia penal, afirmando que él mismo había prestado la mitra a la exuberante bailarina:

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«La mitra se la preste yo, me la devolvió esta mañana… fue muy amable. Mis obispos auxiliares me hacían burlas por esta historia; pero yo les he dicho: “¡eh, ustedes no deben quejarse porque la cantante a cambio de la cortesía se ha ofrecido para hacer algunas confirmaciones”» [ver las declaraciones reportadas AQUI]

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Desde hace años y años que inútilmente hablo, escribo y público sobre la gran plaga del homosexualismo dentro de la Iglesia, que como me dijo durante una de nuestras últimas conversaciones poco antes de morir, el Cardenal Carlo Caffara:

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«… este flagelo ha asumido lo en todos sus aspectos son las características de una verdadera epidemia».

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Por mi parte, respondí:

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“Padre Cardenal, como muchas veces he escrito: el problema es tan dramático como por desgracia fuera de control. Estos sujetos dentro de la Iglesia, han creado una grande y potente lobby en grado de posicionar sus hombres y determinar nombramientos y carreras eclesiásticas. Pero sobre todo, de los sacerdotes homosexuales hemos pasado a los obispos homosexuales. Porque los que a finales de los años sesenta e inicio de los años setenta capitaneaban dentro de los seminarios la piadosa cofradía gay, hoy los encontramos como obispos. Y quienes a penas llegan a un puesto clave, lo primero que hacen es rodearse de sus símiles. Y al poco tiempo nos los encontramos a gestionar las diócesis dentro de las curias episcopales, las nunciaturas apostólicas y los mismos dicasterios de la Santa Sede. 

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La muestra y sus varios organizadores

Esta potente e imparable lobby, hoy más que nunca sigue indiscutible en la a reproducción de los peores elementos, colocándolos en la sección de asuntos especiales de la Secretaría de Estado o asumiéndolos en el Consejo Pontificio para la nueva evangelización. Todo esto a causa de lo que en el lejano 2011 definí como una especie de imparable «diluvio universal gay que estalló dentro de la Iglesia».

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Tan pronto como en el marzo de 2013 cambió el viento, éstos individuos abandonaron los cordones, los oros, la plata, los ricos y solemnes paramentos; de la noche a la mañana para cubrirse de pobres y de pobreza. Y a pesar de esto continúan como antes o peor que antes, haciendo deslumbrantes carreras y adquiriendo delicadas posiciones. Incluso si de ellos se ha recogido durante años dosier de noticias por lo menos perturbadoras sobre cualquier sacerdote que debería ser promovido a la dignidad episcopal. Y todos aquello que ayer fueron excluidos del nombramiento episcopal por graves motivos morales, hoy en día se están convirtiendo obispos, uno después de otro. Todos ellos con la cruz de vil hierro sobre el cuello y el pastoral de madera en mano, comprometidos a declarar a cada suspiro que “los pobres son la prioridad de la Iglesia”.

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El buen Cardenal Carlo Caffara me dio razón no una sino mil veces después, ni siquiera un mes, cuando me preparaba para regresar a Bolonia a visitarlo el 18 Septiembre 2017, después de una larga conversación telefónica el 5 Septiembre; al día siguiente al final de la mañana, murió por un ataque al corazón.

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Estaría tentado en decir: mejor así. Muchas otras cosas le fueron evitadasa él como a otros, incluyendo este desfile irreverente durante el cual Donatella Versace, ya un monstruo desfigurado por el abuso de la cirugía plástica, ante la damisela sacrílega del Cardenal Gianfranco Ravasi aparece verdaderamente como un auténtico monumento a la virilidad masculina.

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«Que nadie os engañe de ninguna manera. Primero tiene que venir la apostasía y manifestarse el Hombre impío, el Hijo de perdición, el Adversario que se eleva sobre todo lo que que lleva el nombre de Dios o es objeto de culto, hasta el extremo de sentarse él mismo en el Santuario de Dios y proclamar que él mismo es Dios. ¿No os acordáis que ya os dije esto cuando estuve entre vosotros? Vosotros sabéis qué es lo que ahora le retiene, para que se manifieste en su momento oportuno.Porque el ministerio de la impiedad ya está actuando. Tan sólo con que sea quitado de en medio el que ahora le retiene, entonces se manifestará el Impío, a quien el Señor destruirá con el soplo de su boca, y aniquilará con la Manifestación de su Venida. La venida del Impío estará señalada por el influjo de Satanás, con toda clase de milagros, señales, prodigios engañosos, y todo tipo de maldades que seducirán a los que se han de condenar por no haber aceptado el amor de la verdad que les hubiera salvado. Por eso Dios les envía un poder seductor que les hace creer en la mentira, para que sean condenados todos cuantos no creyeron en la verdad y prefirieron la iniquidad» [II Ts 2, 3-12|.

 

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La Isla de Patmos, 11 Mayo 2018

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FEDERICO FELLINI, EN SU PELÍCULA DE 1972 “ROMA“, HABÍA LLEGADO MUCHO ANTES

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In verity I tell you: in front of that lady of Cardinal Gianfranco Ravasi, the italian stylist Donatella Versace is an authentic monument for male virility

– Sorrowful Mysteries of the Church –

IN VERITY I TELL YOU: IN FRONT OF THAT LADY OF CARDINAL GIANFRANCO RAVASI, THE ITALIAN STYLIST DONATELLA VERSACE IS AN AUTHENTIC MONUMENT FOR MALE VIRILITY

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One could attempt a defense by stating that even heterosexuals are narcissists, vain and exhibitionists like Cardinal Gianfranco Ravasi. It is true, but as any specialist in psychological science can explain, it is two completely different ways of manifesting narcissism, vanity and exhibitionism. It is in fact from the different ways of manifesting these three attributes that the personality of the homosexual and that of the heterosexual is recognized more than ever.

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Author
Ariel S. Levi di Gualdo

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for much less, Jesus Christ lashed the merchants in the inner courtyard of the Temple of Jerusalem. What would have happened if he had seen the actresses of ancient Judaea dressed with the insignia of the High Priest?

First of all a premise: if tomorrow the Ecclesiastical Authority addresses to me only one warning, I must remember that, to do so legitimately and in conformity with canon law, I must first declare the full legitimacy and opportunity of the action of Cardinal Gianfranco Ravasi, that at the exhibition The celestial bodies: fashion and Catholic imagination [cf. HERE, HERE], held in New York, allowed the display of sacred vestments taken from the historic sacristies of the Vatican City and belonged and worn by the  Supreme Pontiffs. The symbols of our faith are thus finished mixed on a catwalk of half-naked women.

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It is certainly not my intention to refuse any warning from the legitimate ecclesiastical authority, to whom, before receiving the Sacrament of the Order, I freely promised a filial and devoted obedience. However, since the object of my criticism is the public behavior of a Cardinal, it is good to clarify that I can be warned, and later also condemned, only after the Ecclesiastical Authority has first declared legitimate and in conformity with the dignity and sacredness of the Holy Roman Church the act of Cardinal Gianfranco Ravasi, whom I criticized with a hardness proportionate to the action he performed. Otherwise, any provision against me will fall into that invalidity that would render it void, since it does not respect the provisions of the ecclesiastical laws [can. 1339-1340, can. 1341-1353, can. 1720-1728].

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the stylist Donatella Versace poses next to the tiara of the Blessed Pontius IX

Let’s start with a fact: Cardinal Gianfranco Ravasi is moved by a homosexual psychology. This does not mean ― it is clear ― that he has ever practiced homosexuality, no one can say this, because he alone can know him only in his conscience. Cardinal Gianfranco Ravasi belongs to the category of repressed homosexuals, those who have become accustomed to venting the impulses of their libido in another way. In fact, an ecclesiastical animated by a structurally homosexual psychology will sooner or later end up desecrating the faith itself, especially after the rise of the hierarchy, ending up falling into that delirium of omnipotence that leads him to think of being an untouchable to whom everything is allowed. And, in the psychology of the ecclesiastical homosexual, more or less repressed according to the different cases, the three elements that emerge are narcissism, vanity and ostentatious and unbridled exhibitionism.

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fashion show

Let’s start with a fact: Cardinal Gianfranco Ravasi is moved by a homosexual psychology. This does not mean ― it is clear ― that he has ever practiced homosexuality, no one can say this, because he alone can know him only in his conscience. Cardinal Gianfranco Ravasi belongs to the category of repressed homosexuals, those who have become accustomed to venting the impulses of their libido in another way. In fact, an ecclesiastical animated by a structurally homosexual psychology will sooner or later end up desecrating the faith itself, especially after the rise of the hierarchy, ending up falling into that delirium of omnipotence that leads him to think of being an untouchable to whom everything is allowed . And, in the psychology of the ecclesiastical homosexual, more or less repressed according to the different cases, the three elements that emerge are narcissism, vanity and ostentatious and unbridled exhibitionism.

“holy” representation

Question: who, among our Ecclesiastical Authorities, before an independent team of specialists in clinical psychology, would be sure to affirm with full scientific certainty that Gianfranco Ravasi is not narcissistic, is not vain and is not an exhibitionist?

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Today the cleaning of the archives of the episcopal palaces, of those of the apostolic nunciatures and of the Holy See itself is very fashionable. Therefore, if in Milan they did not clean the archiepiscopal archive, there should always be a dossier in which the then archbishop, Cardinal Carlo Maria Martini, blocked the episcopal promotion of Gianfranco Ravasi, face already known to the general public for his presence in television. Another veto to this episcopal promotion was given by another Cardinal, the Cardinal Attilio Nicora, who was a companion in the seminary of Gianfranco Ravasi, ordained priest in 1966. Subsequently, a third Cardinal, the successor of Carlo Maria Martini on the Chair of Saint Ambrose, the Cardinal Dionigi Tettamanzi, has blocked for the second time this episcopal promotion [see the chronicle never denied HERE and HERE].

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show of the grotesque

The Cardinal Carlo Maria Martini, whose theology and ecclesiology can be widely discussed, was nevertheless a deeply virile man. So much so that in this figure, undoubtedly beautiful and hieratic, the human structure of the virile man was represented on which, therefore, the Jesuit, the priest and the bishop had been built. And saying “no” to the hypothesis that Gianfranco Ravasi was promoted to the bishop, Cardinal Carlo Maria Martini knew very well all the reasons that in the ecclesiastical world are never deepened too much. However, the fact remains that three cardinals, two of whom bishops of the then Ambrosian priest Gianfranco Ravasi and a third his former seminary companion, strongly opposed his episcopal promotion, blocking him twice. And of all this ― if some documents have not disappeared ― there remain trace both in the archives of the Archiepiscopal Curia of Milan and in that of the Congregation for Bishops.

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fashion show

The Cardinal Gianfranco Ravasi embodies that devastating homosexualism now widespread as an epidemic within the Church, which reaches its peak with the inevitable desecration; a desecration that has reached the point of extracting from the monumental sacristy of the Vatican City the sacred vestments belonging to the various Venerable Pontiffs, to bring them as choreographic accessories to an offensive parade, among young half-naked girls wearing the symbols of the sacred episcopal order.

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the crown of thorns of Jesus Christ reduced to a necklace under the head of an androgynous figure

The sacred vestments are part of what are known as “external accidents” and are called sacred because they are used for the celebration of the Sacred Mystery of the Eucharistic Sacrifice. These vestments, as Cardinal Gianfranco Ravasi should know, have been blessed with the appropriate blessings provided for by the blessing ritual. Every time they were worn, a prayer was recited on each piece. Just as I do today when I get dressed for Holy Mass, mentally reciting the prayer for each piece worn. Completely clothed with sacred garments, I recite the act of contrition, so that, although I am imperfect, sinner and unworthy of the Sacred Priestly Order received, I may celebrate the Eucharistic Sacrifice of Holy Mass in communion with the universal Church for edification and the salvation of the People of God.

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Who like me ― rightly never elected bishop and never created cardinal ―, lives the mysteries of faith in the sacred respect of their divine substance and also of those external events that contribute as such to the substance itself, including the sacred vestments, in what way accept these “bullshit” by cardinal Gianfranco Ravasi?

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Cardinal Timothy Dolan, did not raise any question, for the simple fact that he was also present, and posed smiling in photos with Donatella Versace

Why, the Cardinal Timothy Dolan, Metropolitan Archbishop of New York, in whose canonical jurisdiction this irreverent parade took place, did he not raise his voice to express disagreement and indignation, promptly sending a note of protest to the Holy See? But for the simple fact that he himself was present, and because he himself expressed himself ironically, as an eighteenth-century Irish drunk who had come to the New World to escape a penal colony. Jokingly, the cardinal replied to the journalists that the episcopal miter worn by the beautiful girl was hers and that he himself had lent it to the girl: 

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“I gave the girl the episcopal miter, she gave it back to me this morning … she was very kind, my auxiliary bishops made fun of this story, but I told them:” Hey, you guys should not complain because in exchange for my courtesy, the singer has offered to make some confirmations “» [see the statements reported, HERE].

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For years and years I have spoken in vain and written of the great scourge of homosexualism within our Catholic clergy. In one of our private speeches, shortly before his death, Cardinal Carlo Caffarra told me:

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«… this great wound has now assumed in the Church those which are in all respects the signs of a true epidemic».

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I answered these words saying:

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«Father Cardinal, as I have written several times: the problem is now dramatic and out of control: these subjects have created a powerful lobby capable of putting their men at the top of the Church, to determine ecclesiastical positions and careers. Today, from homosexual priests of the past, we have come to have homosexual bishops, because those who in the late sixties and early seventies were directing the pious gay brotherhood in the seminaries, today they have become bishops and, as soon as they reach this delicate role, they assume as collaborators similar subjects, and soon after, these subjects, we find them to manage the dioceses inside the episcopal palaces, in the apostolic nunciatures and in the dicasteries themselves of the Holy See.

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the exhibition and its various organizers

This powerful and unstoppable lobby, today more than ever, has proliferated the worst of these elements, placing them in the special affairs section of the Secretariat of State or taking them to the Pontifical Council for the new evangelization; and all this is due to what I defined in 2011 as a «universal gay flood unstoppable within the Church».

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In March 2013, however, the wind has changed, these subjects have abandoned the gold, silver and the solemn vestments from evening to morning, to cover themselves with the poor and poverty, but continuing as before and worse before, making great careers and entering into delicate positions, even if on them have been collected dossier containing news to say the least disturbing for each candidate for the episcopal dignity. And all those who yesterday had been excluded from the Episcopal elections especially for serious moral reasons, today are becoming bishops one after another; and all today carry the iron cross to the neck and the wooden pastoral stick in their hands, declaring on every occasion that «the poor are the Church’s priority».

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At those words, the good cardinal Carlo Caffarra gave me reason a thousand times, then, not even a month later, while I was preparing to return to Bologna on September 18, 2017 to visit him again, after having had a long conversation with him on September 5, the next day, late morning, he was hit by a heart attack and returned to the Father’s House.

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I would almost be tempted to say: better this way. Many other things have been spared, to him as to others, including this desecrating spectacle during which Donatella Versace, now rendered a monster disfigured by excessive abuse of plastic surgery, in front of Cardinal Gianfranco Ravasi, appears as an authentic monument to male virility.

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«Don’t let anyone deceive you in any way, for that day will not come until the rebellion occurs and the man of lawlessness is revealed, the man doomed to destruction. He will oppose and will exalt himself over everything that is called God or is worshiped, so that he sets himself up in God’s temple, proclaiming himself to be God. Don’t you remember that when I was with you I used to tell you these things? And now you know what is holding him back, so that he may be revealed at the proper time. For the secret power of lawlessness is already at work; but the one who now holds it back will continue to do so till he is taken out of the way. And then the lawless one will be revealed, whom the Lord Jesus will overthrow with the breath of his mouth and destroy by the splendor of his coming. The coming of the lawless one will be in accordance with how Satan works. He will use all sorts of displays of power through signs and wonders that serve the lie, and all the ways that wickedness deceives those who are perishing. They perish because they refused to love the truth and so be saved. For this reason God sends thema powerful delusion so that they will believe the lie and so that all will be condemned who have not believed the truth but have delighted in wickedness» [Saint Paul, II Thessalonians 2, 3-12].

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L’Isola di Patmos, 11 maggio 2018

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FEDERICO FELLINI IN HIS “ROMA” FILM (YEAR 1972), WAS ARRIVED VERY BEFORE THEM

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In verità vi dico: davanti a quella donzella sacrilega del Cardinale Gianfranco Ravasi la stilista Donatella Versace è un autentico monumento alla virilità maschile

— Misteri dolorosi della Chiesa —

IN VERITÀ VI DICO: DAVANTI A QUELLA DONZELLA SACRILEGA DEL CARDINALE GIANFRANCO RAVASI LA STILISTA DONATELLA VERSACE FIGURA COME UN AUTENTICO MONUMENTO ALLA VIRILITÀ MASCHILE 

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Si potrebbe tentare una difesa affermando che anche gli eterosessuali sono narcisisti, vanitosi ed esibizionisti come lo è il Cardinale Gianfranco Ravasi. È vero, ma come qualsiasi specialista in scienze psicologiche può spiegare si tratta di due modi completamente diversi di manifestare il narcisismo, la vanità e l’esibizionismo. È infatti proprio dai modi differenti di manifestare questi tre attributi che si riconosce più che mai la personalità dell’omosessuale e quella dell’eterosessuale.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

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per molto meno, Gesù Cristo prese a frustate i mercanti nel cortile interno del Tempio di Gerusalemme. Cosa sarebbe accaduto se avesse visto le attricette dell’antica Giudea vestite con le insegne del Sommo Sacerdote?

Anzitutto una premessa: se l’Autorità Ecclesiastica mi rendesse oggetto anche di un flebile ammonimento, desidero ricordare che per farlo in modo legittimo e conforme alle leggi canoniche deve prima dichiarare la piena legittimità e opportunità dell’agire del Cardinale Gianfranco Ravasi, che alla mostra «Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination» [cf. QUI, QUI], svoltasi a New York, ha esposto dei paramenti sacri presi dalle sacrestie storiche della Città del Vaticano ed appartenuti e indossati dai Sommi Pontefici; paramenti finiti mescolati su una passerella di donne che hanno sfilato mezze nude con delle mitrie episcopali in testa e con dei simboli da sempre preziosi alla fede cattolica, posti in rilievo sulle parti più inopportune dei loro corpi, più nudi che vestiti.

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la stilista Donatella Versace posa accanto alla tiara del Beato Pontefice Pio IX

Non è certo mia intenzione rigettare eventuali ammonimenti della legittima Autorità Ecclesiastica, alla quale prima di ricevere il Sacramento dell’Ordine Sacro ho promesso liberamente in età più che matura filiale e devota obbedienza. Però, siccome l’oggetto della mia critica è il pubblico comportamento di un Cardinale, è bene chiarire che io posso essere ammonito, ed in seguito persino condannato, solo dopo che l’Autorità Ecclesiastica avrà prima dichiarato legittimo e conforme alla migliore tutela della dignità e della sacralità di Santa Romana Chiesa l’agire del Cardinale Gianfranco Ravasi, dimostrando e motivando che a cadere in errore sono stato invece io per averlo criticato con una durezza proporzionata a ciò che di grave ha fatto lui. Se prima non sarà chiarito questo, ogni ammonimento ― peggio qualsiasi eventuale censura ― ricadrebbe sotto quella invalidità che la renderebbe nulla, poiché non conforme a quanto disposto dalle leggi ecclesiastiche [can. 1339-1340, can. 1341-1353, can. 1720-1728].

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sfilata …

Partiamo da un fatto: il Cardinale Gianfranco Ravasi si palesa mosso da una psicologia omosessuale. Ciò non vuol dire ― sia chiaro ― che egli abbia mai praticata l’omosessualità, cosa questa che non possiamo sapere, tanto meno affermare, perché questo in coscienza può saperlo soltanto lui. A maggior ragione egli appartiene alla categoria degli omosessuali tutto sommato peggiori: gli omosessuali repressi, quelli che si sono abituati a sfogare gli impulsi della propria libido in altro modo, ed in modo anche parecchio peggiore. Infatti, un ecclesiastico animato da una psicologia strutturalmente omosessuale, prima o poi finirà per dissacrare la fede stessa, specie dopo essersi arrampicato in alto sulla scala gerarchica ed essere infine caduto in quel delirio di onnipotenza che lo porta a pensare di essere un intoccabile al quale tutto è concesso. E, nella psicologia dell’omosessuale ecclesiastico, più o meno represso secondo i diversi casi, i tre elementi che emergono sono il narcisismo, la vanità e l’esibizionismo ostentato e sfrenato.

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Domanda: chi, tra le nostre Autorità Ecclesiastiche, dinanzi ad una equipe indipendente di specialisti in psicologia clinica, se la sentirebbe di affermare in piena e scientifica certezza che Gianfranco Ravasi non è narcisista, non è vanitoso e non è esibizionista?

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pia rappresentazione …

Si potrebbe tentare una difesa affermando che anche gli eterosessuali sono narcisisti, vanitosi ed esibizionisti come lo è il Cardinale Gianfranco Ravasi. È vero, ma come qualsiasi specialista in scienze psicologiche può spiegare si tratta di due modi completamente diversi di manifestare il narcisismo, la vanità e l’esibizionismo. È infatti proprio dai modi differenti di manifestare questi tre attributi che si riconosce più che mai la personalità dell’omosessuale e quella dell’eterosessuale.

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Oggi va molto di moda la pulizia degli archivi vescovili, di quelli delle nunziature apostoliche e di quelli della stessa Santa Sede. Pertanto, se anche a Milano non avessero fatta nel mentre pulizia allo scopo di ripulire una delle tante “fedine penali”, dovrebbe esistere sempre un fascicolo nel quale l’allora Arcivescovo in cattedra, il Cardinale Carlo Maria Martini, bloccò la nomina episcopale di Gianfranco Ravasi, volto già noto al grande pubblico per le sue rubriche televisive. A porre un deciso veto su questa nomina episcopale fu anche un altro membro del Collegio Cardinalizio, il Cardinale Attilio Nicora, che di Gianfranco Ravasi, ordinato sacerdote nel 1966, fu compagno presso il Seminario di Venegono, di cui in seguito divenne rettore nel 1970. Successivamente, un terzo Cardinale, il successore di Carlo Maria Martini sulla Cattedra di Sant’Ambrogio, Dionigi Tettamanzi, bloccò per la seconda volta questa nomina [vedere la mai smentita cronistoria QUI e QUI].

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la saga del grottesco …

Faccio notare che il Cardinale Carlo Maria Martini, sulla cui teologia ed ecclesiologia si può anche molto discutere, era però un uomo profondamente virile. Tanto che in questa figura, indubbiamente bella e ieratica, per prima cosa si coglieva per l’appunto l’uomo virile, poi, dalla struttura umana dell’uomo virile, si coglieva quella del religioso gesuita, del presbitero e del vescovo che vi era stato costruito sopra. E dicendo di “no” all’ipotesi che Gianfranco Ravasi fosse promosso vescovo, il Cardinale Carlo Maria Martini sapeva bene il fatto suo, anche se per pudore ecclesiastico, le motivazioni di certi “no”, non sono mai approfondite più di tanto. Resta comunque il fatto che tre Cardinali, due dei quali Ordinari Diocesani dell’allora Presbìtero ambrosiano Gianfranco Ravasi, ed un terzo che fu suo ex compagno di seminario, si opposero in modo deciso alla sua nomina episcopale, bloccandola per ben due volte. E di tutto questo ― salvo sparizioni di documenti ―, resterebbe traccia sia presso l’archivio della Curia Arcivescovile di Milano, sia presso quello della Congregazione per i Vescovi.

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sfilata …

Il Cardinale Gianfranco Ravasi incarna quel devastante omosessualismo diffuso ormai come un’ epidemia all’interno della Chiesa, la quale tocca infine l’apice con quella inevitabile dissacrazione giunta sino al punto di tirar fuori dalle sacrestie monumentali della Città del Vaticano i paramenti sacri appartenuti a diversi Venerati Sommi Pontefici, per portarli come accessori coreografici ad una offensiva sfilata, in mezzo alle fotomodelle scosciate con i seni al vento che indossano le insegne episcopali.

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la corona di spine di Nostro Signore Gesù Cristo ridotta a collanina sotto la testa di una figura androgina

I Paramenti sacri rientrano in quelli che sono i cosiddetti “accidenti esterni” e si chiamano sacri perché usati per la celebrazione del Sacro Mistero del Sacrificio Eucaristico. Questi paramenti, come il Cardinale Gianfranco Ravasi dovrebbe sapere, sono stati benedetti con le apposite benedizioni previste dal Benedizionale. Ogni volta che erano indossati, su ciascun pezzo era recitata un’apposita preghiera. Proprio come tutt’oggi fa il sottoscritto quando si para per la Santa Messa, recitando mentalmente la prevista preghiera per ogni singolo pezzo indossato: l’amitto, il camice, il cingolo, la stola, la pianeta o la casula. Una volta completamente rivestito dei sacri paramenti, recito infine l’atto di contrizione, affinché per quanto imperfetto, peccatore e come tutti indegno del Sacro Ordine Sacerdotale ricevuto, possa celebrare il Sacrificio Eucaristico della Santa Messa in comunione con la Chiesa Universale per la edificazione e la salvezza del Popolo di Dio.

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Chi come me ― giustamente mai eletto vescovo e mai creato cardinale, vive i misteri della fede nel sacro rispetto della loro divina sostanza ed anche di quegli accidenti esterni che concorrono come tali alla sostanza stessa, inclusi i paramenti sacri, in che modo può recepire certe trovate dissacranti del Cardinale Gianfranco Ravasi?

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il Cardinale Timothy Dolan, non ha sollevato alcuna questione, per il semplice fatto che era anch’egli presente, ed ha posato sorridente in foto con la stilista Donatella Versace

Come mai, il Cardinale Timothy Dolan, Arcivescovo metropolita di New York, nella cui giurisdizione canonica si è svolta questa dissacrante parata, non ha fatto sentire la propria voce esprimendo disaccordo e indignazione, inviando prontamente una nota di protesta alla Santa Sede? Ma per il semplice fatto che non solo lui stesso era presente, ma si è persino cimentato in ironie degne di un ubriacone irlandese del XVIII secolo emigrato nelle Nuove Americhe per sfuggire da una colonia penale, affermando che alla maggiorata scosciata la mitria che potava sulla testa l’aveva prestata proprio lui:

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«La mitria gliel’ho prestata io, me l’ha restituita stamattina … È stata molto gentile. I miei vescovi ausiliari mi stavano prendendo in giro per questa storia ma io ho detto loro: “Ehi, voi ragazzi non dovreste lamentarvi perché la cantante in cambio della cortesia si è offerta volontaria per fare alcune conferme”» [vedere le dichiarazioni riportate, QUI].

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Sono anni e anni che inutilmente parlo, scrivo e pubblico sulla gran piaga dell’omosessualismo all’interno della Chiesa, che com’ebbe a dirmi durante uno dei nostri ultimi colloqui il Cardinale Carlo Caffarra poco prima della sua morte:

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«… questa piaga ha ormai assunto quelli che in tutto e per tutto sono i connotati di una vera e propria epidemia».

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Dal canto mio replicai:

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«Padre Cardinale, come più volte ho scritto: il problema è ormai drammatico e purtroppo fuori controllo. Questi soggetti, all’interno della Chiesa, hanno creata una nutrita e potente lobby in grado di piazzare i propri uomini, di determinare nomine e carriere ecclesiastiche. Ma soprattutto, dai preti omosessuali, ormai siamo passati ai vescovi omosessuali. Perché quelli che tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta capeggiavano all’interno dei seminari la pia confraternita gay, oggi ce li ritroviamo vescovi. E appena giungono in ruoli chiave, per prima cosa si circondano di soggetti affini. E poco dopo, questi soggetti, ce li ritroviamo a gestire le diocesi dentro le curie vescovili, ce li ritroviamo nelle nunziature apostoliche e nei dicasteri stessi della Santa Sede.

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la mostra ed i suoi vari organizzatori

Questa potente e inarrestabile lobby, oggi seguita più che mai incontrastata a far proliferare i peggiori di questi elementi, piazzandoli presso la sezione affari speciali della Segreteria di Stato od assumendoli presso il Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione, il tutto a causa di quello che nel lontano 2011 ebbi a definire come una sorta di inarrestabile «nubifrocio universale scoppiato all’interno della Chiesa».

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Appena nel marzo del 2013 è però mutato vento, questi soggetti hanno abbandonato i merletti, gli ori, gli argenti ed i paramenti ricchi e solenni dalla sera alla mattina, per rivestirsi di poveri e di povertà, ma proseguendo come prima e peggio di prima, facendo folgoranti carriere e acquistando delicati posti chiave, pure se su di loro sono stati raccolti nel corso degli anni fascicoli contenenti notizie a dir poco inquietanti per qualsiasi presbìtero da promuovere alla dignità episcopale. E tutti coloro che ieri, dalla nomina episcopale, erano stati esclusi soprattutto per gravi motivi morali, oggi stanno diventando vescovi uno appresso all’altro; tutti con la crocetta di vile ferro al collo ed il pastorale di legno in mano, impegnati a dichiarare ad ogni piè sospinto che «i poveri sono la priorità della Chiesa».

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Il buon Cardinale Carlo Caffarra mi dette ragione non una ma mille volte, dopo di ché, neppure un mese dopo, mentre mi stavo accingendo a ritornare a Bologna il 18 settembre 2017 per visitarlo di nuovo, dopo avere avuto con lui un lungo colloquio telefonico il 5 settembre, il giorno dopo, nella tarda mattina, fu stroncato da un infarto.

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Sarei quasi tentato di dire: meglio così. Molte altre cose gli sono state risparmiate, a lui come ad altri, compresa questa sfilata dissacrante durante la quale Donatella Versace, resa ormai un mostro sfigurato per l’eccessivo abuso di interventi di chirurgia plastica, dinanzi a quella donzella sacrilega del Cardinale Gianfranco Ravasi figura veramente come un autentico monumento alla virilità maschile.

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«Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l’apostasia e dovrà esser rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio. Non ricordate che, quando ancora ero tra voi, venivo dicendo queste cose?  E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene. Solo allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all’apparire della sua venuta, l’iniquo, la cui venuta avverrà nella potenza di satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri,  e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi. E per questo Dio invia loro una potenza d’inganno perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità» [II Ts 2, 3-12|.

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L’Isola di Patmos, 11 maggio 2018

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FEDERICO FELLINI, NEL SUO FILM ROMA DEL 1972, ERA ARRIVATO MOLTO PRIMA …

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L’insensata proposta dei Vescovi tedeschi e il motivo per il quale solo il cattolico può essere ammesso alla Comunione Eucaristica

— Attualità ecclesiale —

L’INSENSATA PROPOSTA DEI VESCOVI TEDESCHI E IL MOTIVO PER IL QUALE SOLO IL CATTOLICO PUÒ ESSERE AMMESSO ALLA COMUNIONE EUCARISTICA

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L’ipotesi avanzata da taluni vescovi, che il Romano Pontefice possa concedere il permesso a ministri cattolici di dare ordinariamente, seppure solo in alcuni casi di matrimoni misti, la Comunione alla parte non-cattolica o che vada incontro al desiderio di detta parte di ricevere la Comunione, è un’idea incompatibile con quanto l’Apostolo afferma circa le disposizioni interiori, morali e canoniche necessarie per ricevere convenientemente e fruttuosamente la Comunione eucaristica.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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San Tommaso d’Aquino in preda a un inizio di colpo apoplettico

Pochi giorni fa è stata diffusa una lettera del Cardinale Willem Jacobus Eijk, Arcivescovo di Utrecht, il quale spiega per quale motivo la Chiesa cattolica non può ammettere i protestanti alla Comunione eucaristica [testo della lettera QUI]. In questo articolo riprendo e sviluppo le considerazioni del Cardinale Primate d’Olanda a partire dalle condizioni per accedere alla Comunione eucaristica.

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La Comunione eucaristica è l’espressione massima e l’alimento principale della comunione con la Chiesa del fedele cattolico, che è quel cristiano che, fra tutti gli altri fratelli separati, fruisce della piena e perfetta comunione con la Chiesa cattolica. L’accesso alla Comunione eucaristica suppone pertanto che il fedele abbia compiuto un sufficiente cammino spirituale di preparazione e di iniziazione al mistero eucaristico, che è quello grazie al quale il credente giunge alla più intima comunione con Dio e con la Chiesa possibile su questa terra. Chi desidera accostarsi alla Comunione eucaristica, deve pertanto avere una retta fede nel Mistero eucaristico; bisogna che sappia con certezza Chi è Colui che desidera ricevere nel suo cuore. Deve credere che sotto le specie del pane e del vino si nascondono le sostanze del corpo e del sangue del Signore, grazie alle parole della consacrazione. Il corpo e il sangue del Signore vengono offerti dal sacerdote nella Santa Messa, in sacrificio di impetrazione, di soddisfazione e di lode al Padre a nome della Chiesa.

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Il credente deve sapere che nell’Eucaristia c’è il Cristo totale, Capo e corpo mistico, che è la sua Sposa la Chiesa. Nell’Eucaristia, pertanto è contenuto tutto il bene della Chiesa, la sorgente e il culmine della sua vita, la pregustazione e il pegno della gloria futura. Nell’Eucaristia sono contenuti tutti i misteri della salvezza, che occorre pertanto conoscere ed accettare con fede, per poter raggiungere la salvezza. Certamente, è talmente alto questo mistero e noi siamo così in basso su questa terra, che chi di noi può dire di sentirsi veramente degno di ricevere l’Eucaristia? Per questo, prima di riceverla, proclamiamo umilmente, ma fiduciosamente: «O Signore, io non sono degno che Tu entri nella mia casa; ma di una sola parola e io sarò salvato». Così l’Eucaristia è sì una medicina, ma è soprattutto quello che Sant’Agostino chiamava il «cibo dei forti». Infatti essa non solo presuppone che il fedele sia già in grazia di Dio, ma gli dona un supplemento di forza nella lotta contro il peccato e contro Satana,  sotto il patrocinio di Maria, tipo e modello della Chiesa, Donna messianica e apocalittica che a fianco di suo Figlio, sostiene la Chiesa nella lotta contro il male lungo il corso della storia, fino alla vittoria finale della Parusia.

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Anche se non possiamo mai sentirci pienamente degni di mangiare il corpo del Signore, tuttavia San Paolo distingue un modo degno da un modo indegno di assumere l’Eucaristia [cf. I Cor 11,28], dipendente dalla nostra volontà e che quindi è in nostro potere.

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San Tommaso d’Aquino, il Dottore Eucaristico, nel commentare gli avvertimenti che San Paolo dà nel succitato passo a coloro che desiderano accostarsi alla Comunione, ci fa presente la deprecabile eventualità di uno, che assuma indegnamente il corpo del Signore. Tale eventualità si verificherebbe nel caso di uno che assumesse l’Eucaristia «non con mente devota» [1]. Questa «mancanza di devozione» [indevotio] ― spiega l’Aquinate [2] ― «può essere peccato mortale, accompagnato dal disprezzo del sacramento». Questa indegnità ― nota San Tommaso [3] ― può nascere dalla «volontà di accedere all’Eucaristia in stato di peccato mortale, che tuttavia non viene tolto dalla penitenza. Ciò avviene grazie alla contrizione, che toglie la volontà di peccare, col proposito di confessarsi e di soddisfare, quanto alla remissione della colpa ed alla pena eterna» [4]. Così facendo, il penitente ottiene la «riconciliazione con i membri della Chiesa» [5]. Ma se il peccatore non accetta il sacramento della penitenza e non si riconcilia con la Chiesa cattolica, che senso ha il suo accedere alla Comunione?

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San Tommaso precisa: «Questo sacramento è un nutrimento spirituale. Ma non viene nutrito se non chi è vivo. E quindi esso non compete ai peccatori, che non vivono in grazia» [6]. Ora, se ― come ritiene Lutero ― il sacramento della penitenza e le opere di penitenza non sono necessarie per essere in grazia, ma basta la fede di essere salvato, per cui il peccatore resta nel peccato oppure ottiene la grazia pur restando in peccato [simul iustus et peccator], con quale fronte oserà accostarsi alla Comunione non pentito e non purificato? Inoltre, osserva l’Aquinate, «l’Eucaristia è il sacramento della carità e dell’unità ecclesiale. Ma dato che il peccatore è privo della carità ed è meritatamente separato dall’unità ecclesiale, se accede al sacramento, commette una falsità nel significare una carità che non possiede» [7]. L’eretico e lo scismatico si sono o vivono separati dalla unità, effetto della carità che edifica e santifica la Chiesa.

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I PROTESTANTI SI SONO RESI INDEGNI DELL’EUCARISTIA

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visita del Sommo Pontefice Francesco I presso la Comunità Anglicana di Roma nel febbraio 2017

Occorre ricordare che la ribellione di Lutero e Calvino alla Chiesa ha distrutto alcuni punti fondamentali di dottrina e di prassi, come l’Eucaristia ed altre verità di fede strettamente connesse, quali il primato del Romano Pontefice e il Magistero della Chiesa, il sacerdozio, la Santa Messa, la Sacra Tradizione, il sacramento della penitenza, le buone opere, la vincibilità della concupiscenza, i meriti, il valore della ragione naturale e il libero arbitrio.

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Come dunque si vorrebbe, da alcune parti, che questi fratelli separati possano desiderare sinceramente, legittimamente e con cognizione di causa la Comunione o ad essi si possa dare la Comunione, quando non credono affatto o falsamente in ciò che essa significa ed implica, e la loro separazione da Roma fu motivata proprio dal rifiuto di quei punti? Certo, alcuni di essi possono essere in buona fede: ma allora non spetterà al ministro cattolico chiarire con loro le cose?

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Certo, nel mentre il sacerdote distribuisce la Comunione nel corso della Messa, può capitare, senza che lui lo sappia, che si presenti un non-cattolico o un falso cattolico. Sarà in buona fede? Sarà in cattiva fede? Che ne può sapere il ministro? Dunque può e deve dare tranquillamente la Comunione, affidandoli alla misericordia di Dio. Risponderà il fedele davanti a Dio, se è in colpa. A meno che non si presenti uno del quale il sacerdote sa con certezza che disprezza l’Eucaristia; nel qual caso deve avere la pronta saggezza di allontanarlo con ogni circospezione, fermezza e carità. Ma casi del genere sono estremamente improbabili, soprattutto se il sacerdote è noto per il suo zelo per l’Eucaristia.

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PRUDENZA PASTORALE DELLA CHIESA

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il Sommo Pontefice Francesco I riceve la “benedizione” dal Primate della Comunità Anglicana. La invalidità delle ordinazioni episcopali e quindi sacerdotali amministrate dagli anglicani, fu dichiarata dal Sommo Pontefice Leone XIII con la sua Lettera apostolica Apostolicae Curae del 1896 in quanto privi della successione apostolica [testo QUI, trad. italiana QUI]. Che benedizione sta dunque ricevendo, il Romano Pontefice?

I sacramenti sono mezzi di salvezza nei quali opera congiuntamente l’uomo con Dio, quindi nella loro amministrazione la Chiesa tiene sempre conto di questi due fattori; ma nell’evolversi dei tempi e nella varietà delle situazioni umane, essa, con prudenza pastorale, a seconda di come ritiene meglio, ora promuove maggiormente l’azione umana, ora dà maggior spazio alla grazia divina. Essa sa infatti che, se nell’opera della salvezza è ordinariamente necessario il concorso delle forze umane dell’intelletto della volontà, a volte, come per esempio nei bambini o nei neonati o negli embrioni, esse non sono ancora in grado di esercitarsi. Siccome però Dio vuole la salvezza di tutti e la salvezza è dono della grazia, Dio dispone che questi piccoli esseri, ancora incapaci di esercitare la ragione, si salvino per il solo intervento della grazia. Dato però che la grazia agisce ordinariamente attraverso il sacramento, da qui è sorto l’uso  della Chiesa di battezzare i bambini.

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Per quanto riguarda l’accesso alla Comunione, agli inizi del cristianesimo esisteva una lunga iniziazione, che si concludeva con la dichiarazione del catechista che il catecumeno, ordinariamente adulto, era ormai idoneo ad accedere alla Comunione. Ma San Pio X, come è noto, volle che fin da fanciulli i fedeli, seppur sempre preparati, potessero essere ammessi al divino banchetto.

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DIGNITÀ ALTISSIMA DELLA COMUNIONE EUCARISTICA

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il Sommo Pontefice Francesco I a Lund, in Svezia, durante i festeggiamenti dei Cinquecento anni della cosiddetta Riforma di Lutero, accanto ad una Arcivescova rivestita dei paramenti sacerdotali. Questa Signora, favorevole ad aborto, eutanasia, sperimentazioni genetiche e matrimonio tra coppie dello stesso sesso, è lesbica dichiarata, sostenitrice dell’omosessualismo e della teoria del gender, nonché unita in matrimonio con un’altra donna

La Comunione è il vertice e la fonte dell’intera vita della Chiesa e del cattolico, fons et culmen totius vitae christianae, per cui chi non fruisce di questa pienezza di comunione, chiaramente si trova in una condizione interiore che è sproporzionata alla recezione del sacramento, ossia manca della recettività o disponibilità sufficiente o adatta per poter assimilare convenientemente un cibo soprannaturale, qual è il pane eucaristico, il quale, pertanto, se è assunto con buone disposizioni,  nutre divinamente l’anima; ma se mancano tali disposizioni, e il soggetto osa comunque assumerlo,  «mangia e beve»  ― come dice San Paolo ― «la propria condanna» [I Cor 11, 29]. Infatti, la comunione con la Chiesa va soggetta a diversi gradi di perfezione, i quali sono tanto più elevati, quanto maggiori e più numerosi sono gli elementi di Chiesa che sono fatti propri dal cristiano. In tal modo si va da un grado minimo, al di sotto del quale manca qualunque comunione visibile, come per esempio la condizione dei non-cristiani o degli atei, a un grado massimo, di una comunione totale, piena e perfetta, che è quello del cattolico. In mezzo ci sono molti gradi intermedi di comunione imperfetta e parziale, più o meno vicina alla piena comunione, che sono i gradi nei quali si trovano i fratelli separati.

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Prendiamo due esempi di questi gradi inferiori di comunione: i dissidenti orientali, i cosiddetti “ortodossi”, e i luterani. Se volessimo paragonare la Chiesa Romana o la Sede di Pietro al centro di un cerchio ideale, che rappresenta la superficie o ambito o spazio dell’essere cristiano, ovvero la superficie o area della Chiesa visibile, potremmo dire che attorno al centro si danno cerchi concentrici, che gradatamente, partendo da un cerchio di minima estensione, si succedono sempre più ampli fino a costituire la circonferenza massima, la più lontana dal centro, circonferenza che rappresenta la pienezza di tutto quanto la Chiesa contiene nella sua perfezione e la costituisce nella sua essenza salda, immutabile ed incorruttibile, voluta e istituita da Cristo, quell’essenza e quell’integrità, che mai, sotto la guida di Pietro e dello Spirito Santo, potrà essere ingannata, alterata, inquinata, diminuita, disintegrata, decurtata, falsificata o distrutta dalle potenze dell’inferno. La detta circonferenza rappresenta l’estremo confine della Chiesa visibile. Chi si trovasse al di là di questo confine, sarebbe del tutto fuori della Chiesa visibile, benché, se è onesto e in buona fede, potrebbe appartenere alla Chiesa invisibile o ― il che è lo stesso ― appartenere invisibilmente e inconsciamente alla Chiesa visibile. Oppure l’immagine dei cerchi concentrici potrebbe rappresentare i diversi gradi di appartenenza alla Chiesa in un altro modo. Il cerchio minimo, il più vicino al centro, cioè alla Sede di Pietro,  rappresenterebbe la pienezza della comunione ecclesiale. Ma, mano a mano che passiamo a cerchi sempre più ampli e lontani dal centro, avremmo i gradi decrescenti di minor appartenenza, propri dei fratelli separati, fino a che, giunti al cerchio massimo, avremmo il minimo di appartenenza, oltre il quale si è fuori della Chiesa visibile.

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LA COMUNIONE EUCARISTICA È CONNESSA ALLA PIENA APPARTENENZA ALLA CHIESA

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il Sommo Pontefice Francesco I riceve in udienza un gruppo di cosiddette vescovesse luterane della Finlandia

Ora, per la stessa volontà del Signore, la piena appartenenza alla Chiesa richiede una serie di requisiti e condizioni, mancando anche uno solo di essi, nessuno può essere in piena comunione, per cui non può salvarsi, per il fatto che la salvezza si ottiene accogliendo tutte le verità di fede e tutti i mezzi della salvezza, così come un organismo vivente vive solo se in esso funzionano tutti gli organi vitali. Il che non impedisce alla misericordia divina di salvare anche coloro che, senza colpa, si trovassero non dico ad un gradino inferiore di comunione, ma addirittura totalmente al di fuori dei confini visibili della Chiesa, fino a coloro che, come dice il Concilio [Lumen Gentium, 16], non fossero giunti neppure ad una conoscenza esplicita di Dio, il che, però non significa ateismo, come erroneamente crede Rahner, giacché che senso ha che un ateo coscientemente e volontariamente  desideri il paradiso, il quale consiste nella visione di Dio?

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Come è già stato fatto notare, la questione della Comunione ai protestanti è ben diversa da quella agli ortodossi, benché nell’uno e nell’altro caso manchi nel fratello separato quella piena comunione con la Chiesa sotto la guida del Romano Pontefice, garante dell’unità della Chiesa, comunione che dà senso, autenticità e significato alla Comunione eucaristica, la quale a sua volta edifica questa unità, Comunione eucaristica che è quindi precisamente il sacramento dell’unità e della carità verso Dio e con i fratelli, come abbiamo visto in San Tommaso d’Aquino. Se dunque le Chiese ortodosse hanno conservato l’elemento dell’apostolicità e quindi i Sette Sacramenti, le comunità protestanti purtroppo lo hanno respinto e perduto e con ciò stesso hanno abolito i sacramenti o quanto meno, benché continuino a parlare di «sacramento» per il Battesimo e per la Cena, ne hanno perduto il senso autentico, giacché per loro il sacramento non produce la grazia che è significata dalla formula sacramentale, ma questa semplicemente si limita ad annunciare che la grazia è già presente.

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Altri sacramenti, come il Battesimo e il Matrimonio, non rappresentano l’unità ecclesiale tanto quanto la rappresenta l’Eucaristia. Per questo, la Chiesa non ha difficoltà a riconoscere il Battesimo dato dai protestanti o dagli ortodossi. Così pure esiste una normativa liturgico-canonica relativa ai matrimoni misti. L’attività ecumenica abbraccia vasti settori della dogmatica e della morale, che sono valori cristiani comuni a cattolici e non-cattolici. Ma la persistente presenza di eresie nelle dottrine dei fratelli separati impedisce tuttora la communicatio in sacris, la quale richiede la totale integrità della fede, perché per sua essenza, rappresenta la massima espressione di tale integrità, mancando la quale, la detta communicatio sarebbe finzione, profanazione e sacrilegio.

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Gli stessi fratelli separati seri e onesti sono i primi a rifiutare una sceneggiata del genere, giacché essi sono nati e si sono caratterizzati proprio col rifiuto netto e cosciente di quelle condizioni che rendono possibile la pratica della Comunione eucaristica. Per questo, il Diritto Canonico, nel momento in cui concede in casi speciali la Comunione al non-cattolico «ben disposto», viene a dire che può riceverla solo in quanto, almeno implicitamente o nell’intenzione, vuol farsi cattolico.

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UNA PROPOSTA INSENSATA

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il Sommo Pontefice Francesco I, in visita alla Comunità Evangelica di Roma nel novembre 2015, offre in dono un calice

L’ipotesi avanzata da taluni vescovi, che il Papa possa concedere il permesso a ministri cattolici di dare ordinariamente, seppure solo in alcuni casi di matrimoni misti, la Comunione alla parte non-cattolica o che vada incontro al desiderio di detta parte di ricevere la Comunione, è un’idea incompatibile con quanto l’Apostolo afferma circa le disposizioni interiori, morali e canoniche necessarie per ricevere in modo conveniente e fruttuoso la Comunione eucaristica. Il Papa, in quanto Pastore universale della Chiesa, ha certamente facoltà di legiferare e disciplinare l’esercizio del culto eucaristico, ma sempre nell’ambito dell’intangibile diritto divino. Cristo, infatti, dando a Pietro facoltà di «legare e di sciogliere» [Mt 16, 19], gli ha concesso un’ampia discrezionalità e un notevole potere legislativo circa le modalità particolari e mutevoli dell’amministrazione del Sacramento dell’Eucaristia, secondo circostanze di tempo, di luogo e di persone; ma naturalmente sempre nell’ambito della natura, delle condizioni, delle finalità e dei prerequisiti essenziali ed immutabili della amministrazione e recezione dello stesso Sacramento. Il che vuol dire che il Papa esercita questo potere come Pastore universale della Chiesa cattolica e quindi nei confronti di tutti e dei soli fedeli cattolici. Non esercita ovviamente un potere giurisdizionale nei confronti di quei cristiani che, per vari motivi, in varie forme o gradi, si sono sottratti nel passato a tale guida pastorale e giuridica o a causa di scismi o di eresie, anche se ciò non gli impedisce di fissare accordi ecumenici o stabilire speciali convenzioni con i fratelli separati per particolari circostanze, opportunità o necessità pastorali, e proprio anche nell’ambito della amministrazione dell’Eucaristia, senza che tuttavia ciò debba recare scandalo o pregiudizio al rispetto del Sacramento ed alla fede che ne giustifica l’esistenza.

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I motivi che vengono avanzati per la concessione della Comunione ai non-cattolici sono del tutto inconsistenti e pretestuosi. Si vorrebbe infatti invocare la pratica ecclesiale della misericordia e dell’accoglienza. Ora, bisogna dire che queste virtù, pur tanto preziose in se stesse, nella fattispecie non c’entrano per nulla ed occorre invece invocare le virtù del discernimento e della prudenza, che rendono capace il ministro di verificare se il richiedente è «ben disposto», come recita il Diritto Canonico [Can. 844 § 3].

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 LE DISPOSIZIONI DEL DIRITTO CANONICO

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il Sommo Pontefice Francesco I in visita alla Comunità Luterana di Torino nel giugno 2015, riceve in omaggio una copia della Bibbia tradotta da Martin Lutero

Al riguardo, il Diritto Canonico afferma che «i ministri cattolici amministrano lecitamente il sacramento dell’Eucaristia ai membri delle Chiese Orientali, qualora lo richiedano spontaneamente e siano ben disposti; ciò vale anche per i membri delle altre Chiese, le quali, a giudizio della Sede Apostolica, relativamente al sacramento in questione, si trovino nella stessa condizione delle predette Chiese orientali» [Can. 844 § 3]. Recita ancora il Diritto: «Se vi sia pericolo di morte o qualora, a giudizio del Vescovo diocesano o della Conferenza Episcopale, urgesse altra grave necessità, i ministri cattolici amministrano lecitamente il sacramento dell’Eucaristia anche agli altri cristiani, che non hanno piena comunione con la Chiesa cattolica, i quali non possano accedere al ministro della propria comunità e lo chiedano spontaneamente, purché manifestino circa questo sacramento la fede cattolica e siano ben  disposti» [Can. 844 § 4].

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Che vuol dire «ben disposti»? Equivale a dire, come avverte San Paolo, «in modo degno» [I Cor 11, 27]. Il che vuol dire, anzitutto saper «riconoscere il corpo del Signore» [I Cor 11,29], ossia saper vedere, con l’occhio della fede, che l’ostia consacrata sembra pane, ma non lo è: è il corpo del Signore. Ma inoltre Paolo dice che, occorre «aver esaminato se stesso» [v. 28], ossia aver verificato di essere in grazia di Dio, convinto di tutte le verità di fede, esente da colpa, animato da carità, in comunione con la Chiesa e col Papa, desideroso della santità. Ora, non tutte queste condizioni sono presenti nei fratelli separati.

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Dai Canoni del Diritto risulta però che l’esclusione dei fratelli separati dalla Comunione non è a intendersi in modo assoluto. In casi particolarmente gravi ed urgenti, se sono ben disposti, ossia se accettano la fede cattolica, possono ricevere la Comunione. Ma ciò equivale a dire: “se si convertono al cattolicesimo”,  giacché è chiaro che se invece conservano coscientemente e volontariamente gli elementi ereticali o scismatici che sono incompatibili con la Comunione, che richiede una piena comunione con la Chiesa cattolica, non possono essere in comunione con Dio.

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UN ATTEGGIAMENTO INOPPORTUNO

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… ma ecco infine realizzarsi il vero, grande e autentico MISTERO DELLA FEDE: la rituale pedicure alle Signore alla Missa in Coena Domini, quando la Chiesa universale fa memoria durante la Settimana Santa della istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio ministeriale

Il desiderio di ricevere l’Eucaristia da parte dei protestanti, non pare dettato da motivazioni autenticamente spirituali, perché altrimenti accompagnerebbero tale desiderio con quello di convertirsi al cattolicesimo, nel quale soltanto l’Eucaristia può essere compresa e vissuta; ma sembra dettato dal bisogno puramente psicologico di non sentirsi discriminati dai cattolici, da un bisogno puramente emotivo di condivisione e di sentirsi accolti, e da un’idea confusionaria e facilona dell’ecumenismo, che vien fatto consistere solo in un piacevole godersi la vita  assieme, a prescindere da questioni attinenti il vero e il falso nella fede.

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La dinamica cristiana di un matrimonio misto certamente è delicata e richiede un’attenzione pastorale prudente e comprensiva. La coppia è chiamata a vivere intensamente i valori comuni cristiani che sono rimasti nei cattolici e nei protestanti. Come prescrive il Concilio Vaticano II nella Unitatis redintegratio [n.3], la parte cattolica svolge una funzione di guida verso la pienezza dell’appartenenza alla Chiesa cattolica, nel pieno rispetto dei valori del protestantesimo. La Comunione eucaristica è una meta per la parte protestante, ma che dev’essere raggiunta assolvendo alle condizioni necessarie, che richiedono il pieno ingresso nella Chiesa Cattolica.

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Varazze, 10 maggio 2018

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NOTE

[1] Commento a I Cor 11, 27-29, in Super Epistulas Pauli Lectura, vol.I, lectio VII, n.689, Marietti, Torino 1953, p.363.

[2] Ibid.

[3] Ibid.

[4] Ibid., pp.363-364.

[5] Ibid.

[6] Ibid.

[7] Ibid.

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Lettera del Cardinale Primate d’Olanda sulla questione della Comunione Eucaristica ai protestanti proposta dalla maggioranza dei Vescovi della Germania

— Defensor fidei —

LETTERA DEL CARDINALE PRIMATE D’OLANDA SULLA QUESTIONE DELLA COMUNIONE EUCARISTICA AI PROTESTANTI PROPOSTA DALLA MAGGIORANZA DEI VESCOVI DELLA GERMANIA

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La Conferenza Episcopale Tedesca ha votato a grande maggioranza a favore di direttive che implicano che un protestante sposato con un cattolico possa ricevere l’Eucaristia dopo aver soddisfatto una serie di condizioni: deve aver effettuato un esame di coscienza con un sacerdote o con un’altra persona con responsabilità pastorali; deve aver affermato la fede della Chiesa Cattolica, oltre ad aver «desiderato di porre fine a gravi disagi spirituali e deve avere un «desiderio di soddisfare la brama per l’Eucaristia».

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Sette membri della Conferenza Episcopale Tedesca hanno votato contro queste direttive e hanno chiesto il parere di alcuni dicasteri della Curia Romana. La conseguenza è stata l’invio di una delegazione della Conferenza Episcopale Tedesca che ha parlato a Roma con una delegazione della Curia Romana, fra cui il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

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La risposta del Santo Padre, data tramite il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede alla delegazione della Conferenza Tedesca, e cioè che la Conferenza deve discutere di nuovo le bozze e tentare di raggiungere un risultato unanime, se possibile, è completamente incomprensibile. La dottrina e la prassi della Chiesa riguardanti l’amministrare il Sacramento dell’Eucaristia ai protestanti sono perfettamente chiare. Il Codice di Diritto Canonico dice al riguardo:

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«Se vi sia pericolo di morte o qualora, a giudizio del Vescovo diocesano o della Conferenza Episcopale, urgesse altra grave necessità, i ministri cattolici amministrano lecitamente i medesimi sacramenti anche agli altri cristiani che non hanno piena comunione con la Chiesa cattolica, i quali non possano accedere al ministro della propria comunità e li chiedano spontaneamente, purché manifestino, circa questi sacramenti, la fede cattolica e siano ben disposti» [Codice di Diritto Canonico, can. 844 § 4; Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1400].

Questo concerne quindi solo casi di emergenza, soprattutto in cui si tratta di un pericolo di morte.

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L’inter-comunione è, in linea di principio, soltanto possibile con i cristiani ortodossi, perché le Chiese Orientali, pur non essendo in piena comunione con la Chiesa Cattolica, hanno veri Sacramenti e soprattutto, in forza della successione apostolica, un sacerdozio e un’Eucaristia validi [Catechismo della Chiesa Catolica n. 1400, Codice di Diritto Canonico, can. 844, § 3]. La loro fede nel sacerdozio, nell’Eucaristia e pure nel Sacramento di Penitenza è uguale a quella della Chiesa Cattolica.

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Invece, i protestanti non condividono la fede nel Sacerdozio e nella Eucaristia. La maggior parte dei protestanti tedeschi è luterana. I luterani credono nella consustanziazione, che implica la convinzione che, oltre al Corpo e il Sangue di Cristo siano realmente presenti anche il pane e il vino, nel momento in cui vengono ricevuti. Se qualcuno riceve il pane e il vino senza credere questo, il Corpo e il Sangue di Cristo non sono realmente presenti. Fuori da questo momento della ricezione, vi rimangono solo il pane e il vino e non sono presenti il corpo e il sangue di Cristo.

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Ovviamente, la dottrina luterana della consustanziazione differisce essenzialmente da quella cattolica della transustanziazione che implica la fede che ciò che si riceve sotto le figure del pane e del vino, anche se amministrato a qualcuno che non crede nella transustanziazione e anche fuori del momento dell’amministrazione, rimanga il Corpo e il Sangue di Cristo perché non ci sono più le sostanze del pane e del vino.

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Per queste differenze essenziali non si deve amministrare la comunione a un protestante, anche se sposato con un cattolico, perché il protestante non vive in piena comunione con la Chiesa Cattolica e, perciò, non condivide esplicitamente la fede nell’Eucaristia. Le differenze fra la fede nella consustanziazione e quella della transustanziazione sono tanto grandi che si deve davvero esigere che qualcuno che desidera ricevere la comunione entri esplicitamente e formalmente nella piena comunione con la Chiesa Cattolica (tranne in un caso di pericolo di morte) e confermi in questo modo esplicito di accettare la fede della Chiesa Cattolica, inclusa quella nell’Eucaristia. Un esame di coscienza con un sacerdote o con un’altra persona con responsabilità pastorali non dà delle garanzie sufficienti che la persona coinvolta accetti davvero la fede della Chiesa. Accettandola, la persona può fare comunque solo una cosa: entrare nella piena comunione con la Chiesa Cattolica.

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Le bozze per le direttive della Conferenza Episcopale tedesca suggeriscono che si tratti soltanto di alcuni casi di protestanti, sposati con cattolici, che vorrebbero ricevere la comunione, facendo uso di queste direttive. Tuttavia, l’esperienza insegna che nella prassi questi numeri in genere diventeranno sempre più grandi. Protestanti, anche sposati con cattolici, vedendo altri protestanti sposati con un cattolico ricevere la comunione, penseranno di poter fare lo stesso. E alla fine anche protestanti non sposati con cattolici vorranno riceverla. L’esperienza generale con questo tipo di regolazioni dimostra che rapidamente i criteri si estenderanno. 

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Ora il Santo Padre ha fatto sapere alla delegazione della Conferenza Episcopale tedesca che deve discutere di nuovo le bozze per un documento pastorale sull’amministrazione della Comunione, tra le altre cose, e tentare di trovare unanimità. Unanimità su che cosa? Supposto che tutti i membri della Conferenza Episcopale tedesca, dopo averle discusse di nuovo, decidano all’unanimità che si può amministrare la comunione ai protestanti sposati con un cattolico (il che non succederà), questa ― pur  essendo contraria a ciò che dicono al riguardo il Codice di Diritto Canonico e il Catechismo della Chiesa Cattolica ― diventerà la nuova prassi nella Chiesa Cattolica in Germania? La prassi della Chiesa Cattolica, fondata sulla sua fede, non è determinata e non si cambia statisticamente quando una maggioranza di una Conferenza Episcopale vota in favore di questo, nemmeno facendolo all’unanimità.

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Ciò che dicono il Codice di Diritto Canonico e il Catechismo della Chiesa Cattolica sarebbero dovuti essere la reazione del Santo Padre che, come successore di San Pietro, è «il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli» [cf. Lumen Gentium n. 23]. Il Santo Padre avrebbe dovuto dare alla delegazione della Conferenza Episcopale tedesca delle direttive chiare, basate sulla retta dottrina e sulla prassi della Chiesa. Così avrebbe dovuto rispondere anche alla donna luterana che gli chiese il 15 novembre 2015 se potesse ricevere la comunione insieme al suo sposo cattolico: questo non è accettabile, invece di suggerire che lei poteva ricevere la comunione in base al suo essere battezzata, conformemente alla sua coscienza. Rinunciando a fare chiarezza, si crea una grande confusione fra i fedeli e si mette in pericolo l’unità della Chiesa. Lo fanno anche i cardinali che propongono pubblicamente di benedire relazioni omosessuali, il che è diametralmente opposto alla dottrina della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura, e cioè che il matrimonio, secondo l’ordine della creazione, esiste solo fra un uomo e una donna.

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Osservando che i vescovi e soprattutto il successore di Pietro mancano nel mantenere e trasmettere fedelmente e in unità il deposito della fede, contenuto nella sacra Tradizione e nella Sacra Scrittura, non posso non pensare all’articolo 675 del Catechismo della Chiesa Cattolica:

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«Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il “mistero di iniquità” sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità».

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X Willem Jacobus Card. Eijk

 Arcivescovo Metropolita di Utrecht

    Primate della Chiesa d’Olanda

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La filosofia di Martin Heidegger e il Nazismo

— Theologica —

LA FILOSOFIA DI MARTIN HEIDEGGER E IL NAZISMO

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Nel 1933, l’anno stesso dell’ascesa al potere di Hitler, Martin Heidegger divenne rettore dell’Università di Friburgo ed assunse il ruolo di filosofo ufficiale e più autorevole del Partito Nazional Socialista, la cui tessera egli conservò senz’alcun pentimento fino al 1945, anche se già nel 1934 egli dette le dimissioni, non però per un recesso dalla dottrina nazista, ma perché a suo dire, il Nazismo, nei fatti era venuto meno alla sua essenza e per aver rinunciato al suo radicalismo «spirituale». 

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

Accingendomi a trattare questo delicato argomento filosofico-teologico per la nostra pagina di Theologica, hanno risuonato spesso nella mia mente le parole del compianto Cardinale Giacomo Biffi, che per anni fu mio Vescovo quando vivevo a Bologna e svolgevo il mio ministero presso lo Studio Teologico Domenicano:

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«Noi ci imbattiamo spesso in profeti del nulla, che non hanno niente da dire all’uomo come uomo,  ma lo dicono con grande impegno e dovizia di mezzi, annunciatori aggressivi del vuoto esistenziale,  che essi cercano di mimetizzare con lo scintillio di una razionalità puramente formale,  portatori di una cultura di morte, che tentano di imporsi come maestri di vita» [Esplorando il disegno, LDC 1994, p. 308].

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Delle parole accompagnate dal monito contenuto nel Libro della Sapienza:

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Gli empi invocano su di sé la morte con gesti e con parole; ritenendola amica,  si consumano per essa e con essa concludono alleanza, perché son degni di appartenerle [1,16].

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Nell’ampio dibattito internazionale su Martin Heidegger [1889–1976] in corso da settant’anni a questa parte non si è indagato e riflettuto finora abbastanza sul legame di questo filosofo col nazismo. Legame al quale Heidegger, da rettore dell’Università di Friburgo, dette molta importanza sul piano teoretico, parlando di un «nazionalsocialismo spirituale» ed elogiando Adolf Hitler come «guida del pensiero».

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Questo accostamento ci aiuta a capire da una parte quali sono state le radici intellettuali e gli impulsi fondamentali del nazismo, dall’altra, ci fa comprendere meglio le conseguenze pratiche della metafisica di Heidegger. In particolare, considerando quali sono le conseguenze pratiche della metafisica di Heidegger, comprenderemo perché Heidegger ha avuto ammirazione per la dottrina nazista.

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Bisognerà allora brevemente ricordare i princìpi dell’ontologia esistenziale heideggeriana, mettendoli a confronto con la dottrina e il programma nazisti, che Hitler riassume nella sua famosa opera Mein Kampf, la quale peraltro, al di là del programma storico-politico-nazionale di orientamento socialista-statalista, ha alle spalle un retroterra morale e spirituale profondi, radicati nella tradizionale fiera autocoscienza che la «nobiltà cristiana di nazione tedesca» aveva maturato ormai da secoli,  soprattutto a partire dalla formidabile spinta datale da Lutero, il quale ebbe la geniale ma diabolica idea, foriera di enorme successo tra i Tedeschi, che dura tuttora, di concepire un modo tedesco di essere cristiano ― fin qui nulla di male ―, ma da questo si sviluppò il veleno del conflitto con la Sede Apostolica Romana, nella convinzione ostinatissima di aver ritrovato o trovato l’autentico Vangelo ― in pratica una riedizione dell’eresia di Marcione ― proponendosi ed imponendosi come profeta, dottore e riformatore cristiano del popolo tedesco, che egli seppe però conquistare solo in parte, perché sempre, fino ad oggi, è rimasta una parte cattolica della popolazione che ha mantenuto, spesso tra sofferenze ed umiliazioni, la fedeltà a Roma ed alla precedente tradizione cattolica, spesso accusata ingiustamente dai protestanti di scarso spirito patriottico, mentre in realtà sono proprio i cattolici tedeschi a mantenere alto nei secoli l’onore cristiano di questa grande e nobile Nazione.

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Un’umiliazione del genere la subirono i cattolici tedeschi in occasione dell’ascesa di Hitler al potere. Infatti, mentre i cattolici, per la loro fedeltà a Roma, vennero accusati di anti-patriottismo, i protestanti educati da Hegel, sulla scorta di Lutero, spinti a considerare lo Stato come suprema manifestazione della volontà di Dio, non ebbero difficoltà a prestare al Führer un’obbedienza assoluta, la quale, come sappiamo, giunse, per molti di loro, a seguirlo in una spaventosa guerra di aggressione all’Europa, accompagnata dallo sterminio dei tedeschi di religione israelitica. Per questo si può dire con certezza che la dottrina hegeliana dello Stato è una delle basi teoriche del nazismo.

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IL NICHILISMO COME ANIMA DEL NAZISMO

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La tendenza nichilista è di antica origine manicheo-zoroastriana, ed è legata alla concezione ciclica dell’esistenza, presente nel mondo pagano, sia occidentale che orientale, per esempio in India, con l’antichissimo simbolo della svastica. Il ritorno al punto di partenza annulla tutto il moto intermedio, anche se è vero che nell’antichità, per esempio in Platone e nello Pseudo-Dionigi, il cerchio è il simbolo della perfezione dello spirito, che riflette su se stesso.

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Non si può escludere peraltro che la coincidenza del punto di arrivo col punto di partenza possa essere intesa come la corrispondenza della causa efficiente con la causa finale, il che sarebbe segno di saggezza. Ma purtroppo di fatto la svastica è stata assunta dai nazisti per significare l’eterna opposizione vita-morte, che è un principio anche della massoneria esoterica [kein Leben ohne Tod, kein Tod ohne Leben].

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Anche le antiche concezioni dualiste e gnostiche della realtà hanno un aspetto nichilistico, in quanto considerano la materia come non-essere e come male. Da questo punto di vista, Pitagora e Platone non sono esenti da una sfumatura nichilistica.

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Il nichilismo come negazione di Dio, entra nel cristianesimo con Marcione, col suo disprezzo per il Dio dell’Antico Testamento e nel corso della storia del cristianesimo ogni tanto ricompare, come per esempio con i catari del XIII secolo. Il pessimismo luterano nei confronti della ragione e del libero arbitrio ha certamente un carattere nichilistico.

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L’idealismo tedesco, che riduce l’essere al pensare e l’oggetto al soggetto, ha certamente un aspetto nichilistico, in quanto nega la realtà esterna o la dissolve nell’idea, per concludere alla fine con l’ateismo, dimenticando il fatto che è partendo dalle cose che noi sappiamo che Dio esiste. Ma se l’essere si riduce alle idee del soggetto, è chiaro che il soggetto non arriva a Dio, ma semmai si chiude nel proprio mondo, fa Dio di se stesso e resta con un pugno di mosche in mano. È la misera storia di Nietzsche.

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La cosa interessante è che la storia del nichilismo va di pari passo con l’odio per gli Ebrei, a causa della valorizzazione biblica dell’essere creato ed increato. Infatti si nota che ogni nichilista è sempre un antisemita, ed è logico, perché nessun popolo, come quello degli antichi israeliti, ha il senso della realtà, sia essa quella materiale creata, sia essa quella spirituale divina.

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Per definire il nichilismo nietzschiano-nazista collochiamolo nel quadro più ampio e opportuno del nichilismo in generale. Il nichilismo, infatti, ha molte forme. Esso, in generale, è la tendenza a negare l’essere, sia esso materiale o spirituale, mondano o divino, il proprio o l’altrui essere.

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Il nichilismo, come ogni moto pratico dello spirito, è l’applicazione pratica di una teoria. Vediamone allora innanzitutto la base teorica o gnoseologica. Essa punta su Dio e sull’azione umana. Il nichilismo teorico è la convinzione che l’essere non esiste; l’essere è nulla, non vale niente. Tutto è nulla. Esso è bene espresso dal lamento amaro e sconsolato del Qohelet: «tutto è vanità». Questo è anche il nichilismo buddista. Tuttavia, nel Qohelet, la vanità della quale parla è la vanità di questo mondo. Resta sempre affermata l’esistenza di Dio, Che dà senso al mondo da Lui creato.

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Il nichilismo nazista appare come potenza di essere, essere in espansione, essere aggressivo, e tuttavia suppone il suddetto quadro gnoseologico. Tuttavia per esso l’esistenza non ha senso. Esiste originariamente solo il nulla. Il nulla è il fondo di tutte cose. Tutto è apparenza. Tutto è soggettivo, non c’è niente di oggettivo. La metafisica è illusione. Nulla è intellegibile. Di tutto si può dubitare. Affermare e negare sono la stessa cosa. Si trova anche nei sofisti greci e negli scettici.

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Diversa forma di nichilismo è quella hegeliana, per la quale l’essere è contraddetto o annullato dal nulla. L’essere coincide col non-essere. L’essere non può stare senza il non-essere. L’essere è, ed al tempo stesso non è. Tutto diviene, tutto passa e tutto ritorna.

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Altra forma è il nichilismo leopardiano: l’essere sorge da sé dal nulla, tutte le cose vengono dal nulla e tornano al nulla. Il più viene dal meno e il più torna al meno. Tutto è assurdo, a caso, senza senso e senza ragione. Non c’è nulla per cui valga la pena di vivere. Questo è un nichilismo pessimista; invece quello nazista è ottimista. È un inno alla vita, che però finisce con la morte tragica, è un «essere-per-la-morte».

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Nichilismo teologico. Per il nazista Dio è l’espandersi dell’uomo come volontà di potenza. Dio è nel nazista non come un Tu che è presente all’io, ma come forza originaria, intima, profonda e fondamentale dell’io. Il nazista non nega semplicemente l’esistenza del Dio creatore cristiano, ma lo sopprime attivamente, lo uccide, lo annulla, come insegna Nietzsche.

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Notare la differenza dal nichilismo hegeliano. Per esso, Dio è identità di essere e non-essere. Egli è quindi nulla ed essere ad un tempo. Il mondo non è qualcosa, ma è nulla. Dio è tutto e nulla. Quindi Dio non crea, cioè non trae il mondo dal nulla. Ma il mondo appartiene all’essenza di Dio, che è essere e non essere ad un tempo, vero e falso, buono e cattivo. Dio nega se stesso così come il non-essere nega l’essere. Dio non può esistere senza il mondo. Come l’essere si identifica col non-essere, così Dio si identifica col mondo.

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Il nichilismo pratico è una forma di disprezzo o di odio nei confronti del reale, che appare odioso e cattivo. Da qui il desiderio o il tentativo di annullarlo come nemico, per sostituirlo con la propria volontà, con le proprie idee o con un mondo fittizio inventato da noi.

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L’«istinto di morte», del quale parla Freud, l’«essere-per-la-morte» [sein zum Tode] di Heidegger, l’affermarsi a scapito degli altri, lo spirito polemico o litigioso, lo spirito di contraddizione [1], la violenza, lo spirito di sopraffazione ― come la «volontà di potenza» [Wille zu Macht] di Nietzsche ― la volontà di dominio, la volontà omicida, lo spirito prometeico, la volontà di annullare Dio, sono forme di nichilismo. Il nichilismo nietzschiano e nazista ha così il carattere di un nichilismo aggressivo, per il quale l’essere è male e va distrutto. È l’odio o il disprezzo per la realtà, per l’essere e quindi per il vero e il buono. È volontà distruttiva, volontà di morte, di annullare, di annientare, di uccidere. Questa è la forma più grave, che sconfina con la pazzia, come è successo a Nietzsche, secondo le sue ben note formule: «la verità è menzogna»; «occorre trasvalutare tutti i valori».

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È chiaro che nessun nichilista crede seriamente che l’essere non esista o sia un sogno o sia contraddittorio, perché si tratta di una tale assurdità, che non è neanche pensabile. Esiste bensì la riduzione eracliteo-hegeliana dell’essere al divenire. Ed è in fondo l’idea heideggeriana dell’essere, se non fosse che essa tende al nichilismo col suo credere che l’essere «appare» dal nulla.

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Ma anche l’idea di un divenire assoluto si può esprimere a parole, ma non si può realmente pensare. L’idea giusta del divenire è solo quella di Aristotele, come passaggio dalla potenza all’atto. Ma qui siamo sempre sul piano dell’essere e non c’è alcuna contraddizione.

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LA NASCITA E LA FINE DELLA TRAGEDIA

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L’impresa nazista fu concepita e realizzata sotto il segno di una concezione tragica della vita e in particolare dell’eroe, che combatte per una causa disperata, sapendo in partenza che sarà sconfitto e ciononostante si lancia nella guerra. Essa si ispira alla concezione nietzschiana della vita e del superuomo, i cui princìpi sono già presenti nell’opera giovanile La nascita della tragedia, dotta opera di filologo e conoscitore della letteratura greca, dove già da allora appare la teoria nicciana della scaturigine della serenità apollinea, che rappresenta la razionalità, da un fondo originario tenebroso, caotico e sfrenato, il dionisiaco, che rappresenta l’autocomprensione dell’io.

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Nell’ulteriore produzione nietzschiana, con Ecce homo, appare il mito del Fato, il Destino [Geschick], che avrà molta importanza in Heidegger e nel nazismo. Nel contempo Nietzsche elabora la famosa teoria del superuomo e della volontà di potenza, da cui la prospettiva dell’uomo che da una parte è destinato alla morte, mentre dall’altra vuole sconfinatamente la propria potenza e le propria autoaffermazione, per cui, se da una parte ama il Fato [amor Fati], dall’altra sente se stesso come Fato al posto di Dio, che egli sopprime [morte di Dio] per affermare se stesso. Zarathustra in Così parlò Zarathustra è il modello del superuomo, che sale alle altezze della verità e da là scende compassionevolmente tra gli uomini ad insegnar loro a salire là da dove egli è disceso, onde prendano coscienza della loro infinita potenza, che nel contempo è corsa verso la morte, in un eterno ciclo di vita-morte e morte-vita.

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La mia tesi è che la grande tragedia dell’età moderna comincia con Lutero e finisce con Hitler. Ma oggi il virus capace di gettarci ancora in questa tragedia — la “gettatezza” [Geworfenheit o “deiezione”, come la chiama Heidegger] — è ancora vivo, ed è la teologia di Rahner, il quale, per sua esplicita dichiarazione, negli ultimi anni della sua vita, affermò che Heidegger era stato il ”suo unico maestro”.

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Nel 1933, l’anno stesso dell’ascesa al potere di Hitler, Heidegger divenne rettore dell’Università di Friburgo ed assunse il ruolo di filosofo ufficiale e più autorevole del Partito Nazional Socialista, la cui tessera egli conservò senz’alcun pentimento fino al 1945, anche se già nel 1934 egli dette le dimissioni, non però per un recesso dalla dottrina nazista, ma perché a suo dire, il Nazismo, nei fatti era venuto meno alla sua essenza e per aver rinunciato al suo radicalismo «spirituale».

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Il concetto che Heidegger si era fatto dell’ideale nazista era desunto da Nietzsche, il quale, benché facesse derivare lo spirito dal corpo, tuttavia presagiva ed auspicava una progenie di signori e di padroni emergente sulla massa dei deboli e dei pecoroni non su base biologica, come sarà poi nel nazismo razzista, ma per la forza della volontà, per la quale, come già diceva Hegel, «la volontà vuole se stessa».

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Altro ingrediente dell’ideale nazista era l’idea della missione umanizzante, liberante e salvifica del popolo tedesco, come popolo eletto da Dio tra tutti i popoli a insegnare al mondo il vero concetto di Dio e la libertà divina.

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Da qui discendeva la convinzione che alla Germania spettava, per diritto divino, il dominio su tutti i popoli: Deutschland über Alles, mediante la guerra di conquista, sul modello biblico di come Israele, per volontà divina, conquistò la terra promessa scacciando da essa o facendo prigionieri gli abitanti che vi trovava.

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Da qui nasce l’antisemitismo nazista: considerandosi quello germanico il popolo divinamente eletto, non poteva tollerare accanto a sé un altro popolo eletto, quale quello degli israeliti. L’idea razzista fu una materializzazione dell’idea della missione liberatrice-dominatrice, di carattere spirituale. In tal senso Heidegger si rifiutò di accettare tale volgarizzazione, per la quale ai suoi occhi il nazismo perdeva così la sua elevatezza spirituale.

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LUTERO E LA MISSIONE DEL POPOLO TEDESCO

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In fondo era l’idea già lanciata a suo tempo da Lutero col suo pamphlet An den christlichen Adel des deutscher Nation von des christlichen Standes Besserung [Alla nobiltà cristiana di nazione tedesca sull’emendamento della società cristiana]. Grazie a Lutero il popolo tedesco si scopriva, contro la Roma falsificatrice farisaica del Vangelo e contro gli Ebrei del Dio terribile dell’Antico Testamento, il vero annunciatore del Vangelo della misericordia divina per tutti, senza opere e senza meriti, che le soldataglie tedesche luterane imporranno agli abitanti di Roma col Sacco del 1527.

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Con questa esaltazione bellicosa ed irrazionale del popolo tedesco Lutero si prendeva la rivincita, prima, contro quella Roma pagana imperiale, che nell’Antichità aveva cercato di domarlo; poi, contro quella Roma dei Papi, che lo aveva sfruttato e umiliato.

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Lutero, col suo Dio interiore, irrazionale e fatale, si poneva così, con una violenta polemica contro la Roma papale, nel solco di una precedente tradizione spirituale apparsa nel XIV secolo con Meister Eckhart, il quale, senza cadere negli eccessi antiromani di Lutero, ma tuttavia incrinando la piena comunione dottrinale con Roma [2], inaugurava un modo specificamente tedesco di far teologia, fondata sulla categoria del Gemüth, ossia come “sentimento” pre-razionale e mistico [3]. Il termine Gemüth è assai difficilmente traducibile, perché rappresenta un complesso di fattori psichici di per sé distinti tra di loro, ma che vengono espressi tutti assieme nel Gemüth. Esso potrebbe essere assimilato al termine biblico “cuore”. Comporta finezza di sguardo interiore, di  gusto e discernimento, profondità di intuito, sapienza morale, purezza di coscienza, robustezza di convinzione. Ma Lutero, rompendo con Roma, ha traviato il popolo tedesco dalla sua vera missione all’interno della civiltà e della Chiesa, missione che si era già fatta luce nei secoli precedenti coi suoi santi, come per esempio San Bonifacio, San Brunone, Santa Ildegarda, Santa Gertrude, Sant’Alberto Magno e i mistici renani. Invece Lutero ha esaltato il suo popolo in una maniera sbagliata, ha iniettato in lui il virus della superbia, il quale, nel corso dei secoli successivi, a causa di un progressivo allontanamento dalla verità e dalla fede cristiana, lo ha condotto alla follia del nazismo ed alla catastrofe della seconda guerra mondiale.

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Permane così nei secoli la convinzione dei Tedeschi di essere popolo eletto da Dio, che va di pari passo con la convinzione di possedere una propria potente e rivoluzionaria teologia, espressione del genio intuitivo e guerriero tedesco, contraria e superiore a quella razionale e moderata latina o greca, considerata debole o decadente. E questa convinzione di essere il popolo sano, forte ed eletto va di pari passo nei secoli, fino al nazismo e allo stesso Karl Rahner, con la convinzione del primato della filosofia e della teologia tedesca su tutte le altre filosofie e teologie dell’umanità.

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Così nel XV secolo appare la Teologia tedesca, auto-incensazione della Germania e della sua teologia, di ignoto autore, teologia del fondo oscuro dell’anima e dello slancio mistico ineffabile, opera della quale Lutero curò la pubblicazione. Essa, con la sua tendenza immanentistica, concorre certamente alla costituzione ed alla fama della teologia di Lutero.

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Anche la famosa tesi cusaniana della coincidentia oppositorum in Dio è stata sfruttata dagli idealisti, probabilmente male interpretando il pensiero del buon Cusano, per avallare il loro Dio assurdo della contraddizione, del sì e del no.

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I luterani tedeschi si accorsero di quanto potevano utilizzare a loro favore il cogito cartesiano sin dal suo primo sorgere, benché fosse stato inventato da un cattolico: vedi per esempio Leibniz. Infatti l’io cartesiano, al di là della sua apparente razionalità, si sposa benissimo con l’io luterano. Basta porre come oggetto interiore immediato dell’autocoscienza cartesiana la Parola di Dio, come fece Lutero, al posto dell’idea innata cartesiana, e il gioco è fatto. È vero che Lutero era sostanzialmente realista del realismo biblico. Ma il suo era un realismo interiorista, di tipo agostiniano, diffidente dell’esperienza del senso, per cui il passaggio all’idealismo non era difficile.

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Fece questo passo la gnoseologia kantiana e da allora, fino a Nietzsche ed Heidegger, il soggetto o l’io è diventato padrone dell’essere, in barba a Lutero, che pur seppe conservare il realismo biblico cattolico, presente nello stesso San Tommaso d’Aquino ed in Guglielmo di Ockham, che era stato maestro di Lutero. Infatti per l’Aquinate ed Ockham, come insegna la Bibbia, l’essere non è prodotto o espansione dell’io, ma è creato da Dio.

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Nel XVII secolo appare poi Jakob Böhme, contorto e paradossale filosofo dell’ Abgrund, dell’abisso insondabile e del Dio crudelmente misericordioso, origine del paradiso e dell’inferno, del bene del male. Böhme, visionario geniale e temerario, dalla fantasia sbrigliata, ignorantissimo di filosofia scolastica, ma tanto meglio, sarà considerato per eccellenza dai Tedeschi il philosophus teutonicus, e preparerà il sorgere dell’idealismo del XIX secolo, soprattutto con Fichte, Hegel, Hölderlin e Schleiermacher, dove il Gemüth diventa il Gehfühl, sentimento dell’Assoluto. Il Gemüth è presente anche in Kant, che parla altresì dell’abisso o “baratro della ragione” [die Abgrund des Vernunft] [4].

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Anche l’ebreo Spinoza, benché ebreo, viene cooptato dagli idealisti, soprattutto da Hegel, come «colui dal quale occorre cominciare per far filosofia». Il fatto che Spinoza fosse stato giustamente cacciato come empio dalla sinagoga dopo essere stato colpito da cherem [dall’ebraico חרם, scomunica] era per gli idealisti un titolo in più di gloria, che li confermava nel loro antisemitismo.

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Hegel e Schelling vedono in Giordano Bruno, principe dell’occultismo magico rinascimentale, un ispiratore e precursore del panteismo idealista, con particolare riferimento all’opposizione dell’essere col non-essere, che, secondo il Nolano, sarebbe una sorgente di potenza magica. Hegel trae da qui spunto per la sua dialettica e per il ”potere del negativo”. Bruno, benché non tedesco, viene adottato dagli idealisti come nuovo tassello alla “filosofia tedesca”.

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Il Gemüth riappare come sfondo della coscienza in Husserl, maestro ad un tempo di Heidegger e di Edith Stein. Paradigmatica è per la cultura tedesca e per la storia della civiltà europea e della Chiesa, la vicenda dei rapporti fra queste tre grandi figure della filosofia tedesca. Edmund Husserl e la Edith Stein, ebrei, Martin Heidegger, antisemita.

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Husserl, agli inizi della sua ricerca filosofica, fu suscitatore di grandi speranze in molti spiriti anelanti al vero sapere, delusi o insoddisfatti dallo storicismo relativista, dal meschino positivismo e dal piatto psicologismo dell’epoca. Si sentiva anche il bisogno di tornare al realismo gnoseologico, guastato dall’idealismo hegeliano. Fu così che Husserl lanciò il famoso programma: «torniamo alle cose stesse!».

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E per attuare tale programma, per il quale sarebbe bastato tornare a San Tommaso d’Aquino, come pochi anni prima Leone XIII aveva invitato a fare, Husserl concepì un piano estremamente ambizioso, ossia quello di fondare addirittura una nuova scienza, la «fenomenologia», la quale finalmente, dopo la crisi delle scienze europee, avrebbe assicurato definitivamente all’umanità il metodo, i princìpi e contenuti della «filosofia come scienza».

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All’inizio Husserl parlava di una wesenschau, un’intuizione o esperienza dell’essere come essenza oggettiva, che appare come «fenomeno», dato di fatto, manifestazione o rivelazione immediata e certa della verità universale, spirituale e logica alla coscienza.

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Fin qui Heidegger e la Stein seguirono Husserl. Ma in seguito, sia il primo che la seconda cominciarono a prendere le distanze. Heidegger, sensibile da una parte alla tematica del soggetto esistente concreto e dall’altra alla tematica dell’essere cha appare nei presocratici, avviò la sua ontologia esistenziale, mentre la Stein, dopo che Husserl, mancando alle promesse, volle rivalorizzare Cartesio e quindi abbracciò l’idealismo, scoprì il realismo tomista e lo accolse, tanto da scrivere un’opera di metafisica «Essere finito ed essere eterno» [Endliche sein und ewigen sein] con la quale metteva in luce il fatto che l’uomo, partendo dalla conoscenza delle cose, nella sua finitezza si trova davanti all’Essere eterno, ossia Dio, per cui veniva a confutare il soggettivismo autoreferenziale sia di Husserl che di Heidegger, chiusi entrambi alla realtà oggettiva dell’essere, e quindi all’incontro dell’io con Dio: Husserl, per il fatto che per lui l’essere, privo della sua indipendenza dalla coscienza, si era ridotto ad essere un semplice ”correlato” o “fenomeno” della coscienza; Heidegger, perché aveva ridotto l’essere alla finitezza e temporalità del fragile uomo peccatore e mortale.

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É interessante il confronto fra l’esito del cammino esistenziale di Heidgger e quello della Stein. Questa sarebbe morta martire ad Auschwitz nel 1942. Heidegger, invece da perfetto istrione quale era sempre stato, lo fu fino alla fine e, perché nonostante la pessima figura che aveva fatto col nazismo, si continuasse a parlare di lui, seppe ancora una volta, con incredibile abilità mistificatoria,  raccogliere attorno a sé l’attenzione sia degli atei che dei credenti sprovveduti.

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Così, dopo l’ignominiosa fine del suo venerato Führer, ebbe la vergognosa faccia tosta di presentarsi nel 1946, con la sua famosa Lettera sull’umanesimolui, il teoreta dell’ «essere-per-la-morte», come l’avvocato della dignità dell’uomo, «pastore dell’essere», rifiutando con affettato sdegno di casta vergine l’ammiccante e volgare proposta del suo degno compare Sartre, esistenzialista ateo, di associarsi al suo «esistenzialismo», perché lui, disse Heidegger, era il «filosofo dell’essere», concludendo nella famosa frase: «ora solo un dio ci può salvare», ma che in realtà non è affatto il Dio cristiano, ma il ”sacro” di Hölderlin e quindi, daccapo, il dio dei nazisti.

 

ULTERIORI  VICENDE DEL GEMÜTH

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Il Gemüth si ritrova  in Heidegger e col nazismo. Esso è certamente vicino al Gefühl di Scleiermacher ed è sotteso al Geist hegeliano. Kant, nella stessa Critica della Ragion pura,  usa questo termine; ma il traduttore italiano,  non sapendo come renderlo, ricorre al termine “spirito”.

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Il Gemüth è altresì strettamente connesso all’Erfahrung, come esperienza spirituale o interiore, in Hegel, Heidegger e Rahner: quella con una connotazione emotiva dell’atto morale; mentre questa è un atto meramente gnoseologico. Il motivo ricorrente del Gemüth è la convinzione che la ragione concettuale non sia la funzione gnoseologica primaria e profonda dell’uomo, ma che questa funzione primaria giaccia a-prioricamente, più in profondità, previamente e pre-categorialmente nello spirito o nella coscienza. Per questa somiglianza dell’io oscuro inintellegibile ed a-priorico con l’auto-coscienza cartesiana, Cartesio, sebbene cattolico, ma in realtà auto-centrico, troverà molto successo nel sorgere dell’egocentrismo idealista tedesco, fino ad arrivare all’Io assoluto di Fichte e all’io di Nietzsche, che si afferma sulle ceneri del Dio che ha ucciso.

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La teologia tedesca, nella sua tormentata storia, oscilla continuamente tra due tendenze contrarie, tra le quali non trova mai pace: quella gnostica del Dio gnostòsconoscibile, razionale, comprensibile, e concettualizzabile, che trova la sua massima espressione nel Dio-Concetto di Hegel, dove il mistero è svelato; e quella agnostica del Dio àgnoston, della misteriosofia pagana, inconoscibile, irrazionale, inintellegibile, non-concettualizzabile, mistero assoluto ed impenetrabile.

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Questo Dio si trova in Heidegger [il “sacro”] e in Rahner. Non è tanto il vero Dio, quanto piuttosto ”un” dio o “il” dio, il che lascia intendere un retroterra politeistico. È questo il dio di Hölderlin, di Heidegger e del nazismo, non privo di rimandi all’antica mitologia germanica.

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I teologi tedeschi hanno sempre fatto un’enorme fatica a comprendere e ad accogliere la nozione analogico-partecipativa dell’essere, che è la garanzia per accedere ad una nozione autentica di Dio, quale è quella biblica, che evita sia lo gnosticismo politeista che l’agnosticismo della falsa mistica. Si tratta della nozione paolina di Dio, per la quale Dio è conoscibile, ma incomprensibile; se ne può parlare con verità e per analogia, ma, al vertice dell’esperienza mistica, è meglio tacere.

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Il Tedesco sente il bisogno dell’esperienza mistica, di sentire Dio con sé, ed è un ottimo desiderio;  sa che Dio è nel profondo della coscienza, intimior intimo meo, ma manca di criterio, di umiltà e di sobrietà nell’immergersi in queste profondità abissali ed imperscrutabili, per cui si perde incautamente nell’oscurità, ma nonostante ciò pretende di profetare o vaticinare, mentre in realtà pronuncia con aria oracolare parole senza senso, che gli ingenui ascoltano avidamente e fanno oggetto di infinite discussioni ed interpretazioni, senza mai cavare un ragno dal buco.

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E’ stupefacente, ma anche disgustoso, al riguardo, l’astuzia con la quale Heidegger, dopo la disfatta di quel nazismo nel quale aveva giocato un ruolo di primo piano, senza dare alcun segno di pentimento, riuscì a rifarsi l’immagine, da molti anni svanita dietro l’esaltazione di Nietzsche, del profondo indagatore dell’essere [5], tanto da non disdegnare di parlare di Dio «salvatore dell’uomo» e dell’uomo «pastore dell’essere» e «casa dell’essere», salvo a mantenere un cordiale disprezzo per la teologia cristiana, da lui chiamata con sussiego «ontoteologia», cosa volgare e grossolana, mentre invece sì, il suo Dio era il «Dio divino». E questo sarebbe colui che Rahner ha chiamato il «suo unico e vero maestro».

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HEIDEGGER E NIETZSCHE

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Nietzsche non risparmia critiche al popolo tedesco, ma sempre sul presupposto scontato che si tratta di una «razza di signori», nella quale egli funge da guida sovrumana della nuova umanità senza Dio, il suo vate e führer filosofico, così come Hitler ne sarà il führer politico. Le ambizioni di Heidegger non saranno diverse. Heidegger si vantava di aver scoperto una volta per tutte, dopo i primi bagliori di Anassimandro, Eraclito e Parmenide, il senso o la verità dell’essere, dopo quella che da allora, prima di lui, è stata la ”storia dell’errore”, cristianesimo compreso. E in una nota scritta nel 1933, si rifà ad Hitler, che, a suo dire, «ha risvegliato una nuova realtà che mette il nostro pensiero sulla strada giusta e gli conferisce forza d’urto» [6].

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Il primo contatto con la metafisica Heidegger lo ha nel suo saggio giovanile del 1916 Die Kategorien und Bedeutungslehre des Duns Scotus, dove egli incontra l’univocità scotista dell’essere, nonché l’intuizionismo e il volontarismo del grande teologo francescano. Questi orientamenti di fondo resteranno sempre in Heidegger, anche quando egli, a contatto con la metafisica di Parmenide ed Eraclito, perderà la luce della fede cattolica, nella quale era stato educato, tanto da aver avuto il pensiero, presto abbandonato, di farsi gesuita. Subentra infatti nel suo animo la presunzione, che d’ora in avanti non lo abbandonerà più, tipica dello gnosticismo idealista, di aver raggiunto un grado di intelligenza speculativa superiore a quello assicurato dal realismo gnoseologico biblico e dalla teologia cattolica.

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L’interesse metafisico permane, ma sembrano nel contempo intervenire influssi luterani, come quello dell’ ”angoscia” [Angst], della deiezione [Geworfenheit], della preoccupazione [Sorge], della colpa [Schuld], della concentrazione sull’io come concretezza esistenziale [Dasein].

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La perdita della fede invece causa in Heidegger un’assolutizzazione della metafisica a scapito della teologia. La metafisica non conduce più a Dio, ma si ripiega su stessa e sull’uomo, sul Dasein. Resta la consapevolezza che l’essere trascende l’ente [la «differenza ontologica»]; ma questo «essere» [seyn] non è l’ ipsum Esse, non è Colui Che È [Es 3,14].

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Per Heidegger l’essere non è atto dell’ente, ma negazione dell’ente. Incontrando il pensiero di Nietzsche, egli, nella sua monumentale opera di 900 pagine su Nietzsche, elaborata nel corso di dieci anni [1930-1940] nel pieno dell’ascesa del nazismo, giunge a concepire l’essere, sulla sua scorta,  come impulso irrefrenabile, come volontà assoluta di azione bellica irrazionale.

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La verità, sulla scorta di Nietzsche, non è adeguazione all’ente già dato, ma  rivelazione o apparizione dell’ente voluto dal soggetto. La verità non è principio ma effetto della volontà. Non è vero ciò che esiste, ma ciò che io voglio che esista. La verità coincide con la libertà. Lo stesso concetto riappare in Heidegger e lo si ritrova in Rahner.

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L’essere, come già in Duns Scoto, non è analogico o diversificato, ma univoco. E’ autocomprensione. Non è gerarchico, ma orizzontale. La trascendenza non è un salire,  ma un estendersi, un uscire da sé, un’”estasi”. L’ente non si concettualizza, ma appare; si precomprende [Vorverständnis] e si sperimenta. Come già in Duns Scoto, l’essere non è connesso all’intelletto, ma al volere. Non all’astratto, ma al concreto. Non all’universale, ma all’individuo. Il vero è il bene. Da qui verrà fuori l’idea heideggeriana della verità come libertà, che riapparirà il Rahner.

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L’essere, il senso o la verità dell’essere per Heidegger, è possibilità, poter fare, tendenza, volere, agire, divenire, finitezza, presenza, tempo, evento, vita, libertà, storia. L’essere non è prima del nulla, ma emerge dal nulla. L’essere è il pensato, il vissuto, il nascosto. Anche il non-essere, il male e il falso entrano nell’essere. Il divenire è meglio dell’essere. Io sono nella totalità dell’essere [Dasein]. L’essere è l’uomo agente nel mondo.

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Cambiare, divenire, mutare è meglio che conservare. L’uomo è un essere «storico». L’essere è «evento» [Ereignis]. La volontà è sempre in movimento, senza meta fissa; stabilisce la legge e decide del bene e del male. Non la legge nella situazione; ma la situazione crea la legge. In ciò sta la libertà. «Io voglio» al posto del “tu devi”. Distruggere e creare. «libertà per il nulla nella necessità liberamente voluta di un eterno ritorno» [7]. Il pensiero è rammemorante [andenken] perché pensare è ritrovare l’originario, ciò che si è perduto. Il futuro è ritorno del passato. Non esiste un progresso, ma una circolarità.

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Quando tutto diviene, nulla diviene. Nell’etica heideggeriana, come in quella di Nietzsche, non c’è passaggio o progresso dalla morte alla vita, dal meno al più, ma un’eterna, disperante ed esperante conflittualità fra morte e vita. Come nel mito di Prometeo, il fegato del dio ricresce sempre e viene divorato dal corvo, o nella fatica di Sisifo, egli deve sempre ricominciare dopo esser giunto alla vetta.

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Amor Fati, secondo la prospettiva nicciana. E Platone: «Tutto ciò che è grande sta nella tempesta» [8]. Emergere sugli altri è meglio che servire gli altri. La violenza è il segno della forza. Il forte non solleva il debole, ma lo domina. L’odio è l’arma della vittoria. Il vincitore ha sempre ragione. Lo sconfitto ha sempre torto. Il dato di fatto coincide col giusto e col buono.

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La Germania nazista si fece la convinzione che il popolo tedesco aveva da Dio [Gott mit uns] la sacra missione di instaurare in Europa, sotto la guida del Führer, mediante l’uso della forza e una guerra-lampo di conquista [blitz Krieg], un nuovo ordine rivoluzionario politico-spirituale «millenario» [III Reich] «socialista» [«nazionalsocialista»], comportante l’eliminazione del popolo ebraico, in quanto esso era considerato massimo rappresentante della religione del Dio trascendente schiavista, dal quale aveva tratto origine il cristianesimo.

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L’antisemitismo, prima di essere odio per il popolo ebraico, è odio per il loro testo sacro, ossia l’Antico Testamento, e quindi per il Dio creatore trascendente e legislatore, che castiga il peccato ed esige riparazione mediante un sacrificio. Come avviene nell’eresia di Marcione, i Tedeschi con Lutero respinsero questo Dio per sostituirlo col Dio di Cristo. Sennonché quella concezione ostile al Dio veterotestamentario si ritorse contro il Dio cristiano falsandolo. Infatti avvenne con Lutero che, sempre nella linea di Marcione, pretendeva di esaltare la misericordia del Dio cristiano, le opere riparatrici non sono più necessarie, sicché la legge morale viene relativizzata e resa facoltativa, la libertà cristiana diventò pretesto alla licenza e la vita di grazia cominciò ad essere intesa in senso panteistico, mentre  la dignità umana esaltata da Cristo cominciò ad essere talmente gonfiata, che alla fine si finì nell’ateismo. Il primo esito fu quello di Hegel; il secondo fu quello di Nietzsche.

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L’IMPRESA DEL NAZIONALSOCIALISMO

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I nazisti credevano di aver condotto a termine la riforma luterana di liberazione della coscienza, che attraverso Hegel giunge a Nietzsche [9]. Heidegger fu il maggior interprete di questa evoluzione spirituale, per cui fu il filosofo che dette alla cultura nazionalsocialista le sue basi teoriche. La base teologica del nazismo è la convinzione del  nazista di avere Dio con sé. Tale convinzione si sviluppa nell’idealismo panteista hegeliano con la dottrina della divinità dello Stato. Per quanto riguarda l’etica, il nazismo assume la concezione nicciana della volontà di potenza. Sulla base di Nietzsche Heidegger invece fornisce al nazismo la concezione dell’uomo e del suo destino come auto-comprensione atematica in situazione emotiva e pre-comprensione storica di sé come esserci, progetto e decisione della propria esistenza creatrice e dominatrice nel mondo come essere-per-la-morte. Da qui il grande progetto nazista dell’invasione armata dell’Europa al fine di occupare quello che Hitler chiamava “spazio vitale” del popolo tedesco, cui spettava a suo dire di diritto, per cui gli era consentito occuparlo con la forza. Era questo anche il programma di Mein Kampf.

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Per ottenere questo fine Hitler applicò la lezione di Nietzsche di aumentare gradatamente l’aggressività senza un termine preciso, ma in maniera indefinita e insaziabile, fino al limite delle proprie forze, ossia fino al crollo finale. E così effettivamente avvenne. Un cammino tragico verso la morte mediante l’esercizio della volontà di potenza. Non si trattò di conquistare un dominio in Europa, che fosse atteso e favorito o gradito dalla stessa Europa. Eppure il principio nietzschiano era proprio quello che la «razza dei signori», esponente del superuomo, aveva dal destino la missione di sottomettere i popoli decadenti, ancora irretiti negli ideali borghesi della democrazia e  dell’uguaglianza, insomma dell’”esistenza inautentica”, come dirà Heidegger, quando non proprio nella trappola della religione, della morale e della spiritualità. Dunque alla base dell’impresa hitleriana ci fu la dottrina della nicciana volontà di potenza, che Heidegger interpretò nel suo Nietzsche come essenza dell’uomo tedesco — la ”belva bionda”, come lo chiamava Nietzsche —, destinato al dominio sul mondo e congiuntamente come totalità dell’essere [seyn] autoprogettantesi [Entwurf] e “gettato” [Geworfenheit], nella «cura» [Sorge] e nella colpa [Schuld], emergente dal nulla [Nicht] e proteso verso la morte.

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Per quanto la Germania durante il nazismo fosse assurta al livello di una grande potenza mondiale con la sua cultura, la sua industria, la sua tecnica, la sua economia, la sua organizzazione sociale e le sue forze armate, nonché con le sue colonie e l’alleanza dell’Italia e del Giappone, che aveva saputo attirare a sé, e non mancassero simpatie per Hitler in vari ambienti europei, tuttavia l’impresa bellica della conquista dell’Europa dalla Francia, all’Inghilterra, alla Scandinavia, alla Russia, ai Balcani, fino al Nord Africa, associata peraltro all’eliminazione degli Ebrei, non poteva non apparire ad ogni mente sana una follia. Per questo, bisogna dire che, se Heidegger appoggiò questa impresa, ciò si spiega — e non potrebbe essere diversamente — che coi princìpi stessi, fondamentalmente nichilistici ed atei della sua metafisica, soprattutto di quella fase centrale, che dette l’appoggio al superomismo ateo e nichilista nicciano. Io credo che gli stessi nazisti, Hitler ed Heidegger compresi, sapevano già all’inizio che sarebbe finita male.

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Perché allora intraprenderla? Qui entriamo nel vivo dell’ateismo nichilista o diciamo sic et simpliciter del nichilismo, perché, come abbiamo visto, ogni ateismo è un nichilismo. Tuttavia, dobbiamo tener presente che il nichilista nega l’essere e quindi il bene non in modo assoluto, giacché, come abbiamo visto, questo è impossibile. Al di là delle espressioni reboanti, che fanno colpo sugli sciocchi [«tutto è nulla», «l’essere è il non essere», «tutto è vanità», ecc..], il cosiddetto nichilista è in realtà nient’altro che un volgare e misero omuncolo disperatamente aggrappato a se stesso, non è altro che il figlio di Adamo peccatore, bene attaccato ai beni di questa terra. Certo è mosso da uno spirito mortifero e distruttivo, che è l’essenza stessa del peccato. Infatti il clima ideologico dell’heideggerismo, del nietzschianismo e del nazismo sono in fondo quelli della tragedia, descritta dallo stesso Nietzsche, del quale sono rimaste famose le parole «incipit tragoedia», a significare che si stava per entrare in una tragedia. Sarebbe stata la tragedia della prima e poi della seconda guerra mondiale. Ma il virus della tragedia non è del tutto debellato. Esso resta assopito tra le pieghe della storia anche di oggi. E non ci vorrebbe molto a risvegliarlo..

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LA TRAGEDIA PUÒ RICOMINCIARE

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Il pensiero di Heidegger infatti fu assunto poi da Rahner, come ispirazione di fondo, negli anni della sua formazione teologica negli anni Venti del Novecento, nel corso di quali egli seguì entusiasticamente le lezioni di Heidegger. Così Rahner, alla fine della sua vita, dopo aver tentato di fare di Tommaso, negli anni 1939–1941, un idealista, dichiarò apertamente appunto che Heidegger era stato l’ «unico suo maestro».

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E difatti, benché Rahner non lo citi mai espressamente, non è difficile notare l’influsso heideggeriano nella teologia, nella metafisica, nella gnoseologia, nell’antropologia e nell’etica di Rahner.  In teologia, l’inintelligibilità ed ineffabilità del mistero divino della teologia rahneriana, ricorda da vicino il ”nulla” heideggeriano, dal quale appare l’essere, un nulla che non è semplice non-essere, ma appartiene all’orizzonte impenetrabile ed ineffabile dell’essere nascosto.

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In metafisica, l’essere come autocoscienza di Rahner, colto a priori come orizzonte trascendentale della comprensione categoriale, è certamente l’essere heideggeriano dell’auto-comprensione dell’uomo nel mondo, condizione a-priori di possibilità della conoscenza e dell’esperienza del mondo. In gnoseologia la precomprensione [Vorgriff] atematica rahneriana dell’essere corrisponde alla Vorverständnis di Heidegger. La tematizzazione o concettualizzazione è il momento successivo e derivato, di carattere empirico, dell’autocoscienza originaria o esperienza trascendentale dell’identità dell’essenza con l’essere, nella quale l’essere coincide col pensare. In questo modo Dio non si distingue più dall’io e da Dio, in quanto l’uno e l’altro costituiscono univocamente l’orizzonte dell’essere, nel quale l’essere, seppur finito come essere umano, coincide col divenire e col volere come essere divino.

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Rahner parla bensì di Dio, come del resto anche Heidegger. Ma potremmo chiederci che Dio è e se è il vero Dio, Essere sussistente, immutabile ed impassibile, conoscibile  “per analogia” [Sap 13,5] e «per ea quae facta sunt» [Rm 1,20], creatore del cielo e della terra, distinto dal mondo, ossia il Dio di Gesù Cristo? Non sembrerebbe proprio, perché gli attributi,  la via e il modo con cui Dio è conosciuto sono in stridente contrasto col vero Dio. Il Dio di Rahner, vertice dell’uomo, a-tematicamente, immediatamente ed originariamente sperimentato, mistero inintelligibile e innominabile, assomiglia di più al superuomo di Nietzsche che al vero Dio della ragione e della fede.

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L’istanza etica, in Rahner si configura come «spirito nel mondo». L’uomo appare come esserci [Dasein] dell’essere, quindi come storicità e come auto trascendenza nell’orizzonte dell’essere. Come spirito, l’uomo è libertà che non agisce sulla base di una legge morale dettata da una natura umana fissa e definita;  ma il soggetto agente determina liberamente il proprio essere destinato alla morte. L’agire umano, per Rahner, non è regolato da leggi morali oggettive, universali ed immutabili. Siccome l’agire è nel concreto e nella mutabilità e varietà delle circostanze, sta ad ogni singola persona, soggetto concreto, decidere secondo coscienza il da farsi. La singola persona, quindi, secondo Rahner, ha il dovere, la facoltà e la responsabilità di aggiungere, a suo arbitrio, modificandola, all’astrattezza di per sé inoperante della legge morale, quell’elemento di concretezza, che la rende operativa, ma per ciò stesso mutevole.

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Può così accadere, secondo Rahner, che un comando divino, per esempio, come quello della misericordia, non avendo nella sua astrattezza un carattere di assolutezza, possa essere sostituito, in certi casi, in nome della ”libertà”, dalla pratica della violenza. In tal modo Rahner, con uno stile perfettamente nietzschiano, con queste sconcertanti parole, viene addirittura a giustificare la violenza: «La realizzazione della libertà … è già restrizione dell’ambito della libertà di un altro e della sua essenza e ciò inevitabilmente. Nessuno può agire liberamente, senza con ciò usare ‘violenza’ ed esercitare una forza fisica sull’altro» [10].

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Anzi Rahner arriva addirittura a parlare di una «necessità trascendentale della violenza», la quale, «condizione di possibilità della libertà creaturale, deve essere riconosciuta teologicamente anche come naturale, voluta da Dio ed intrinsecamente non peccaminosa» [11].

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Per quanto riguarda  il significato cristiano della morte, Rahner, che non crede all’immortalità dell’anima, ma ritiene che con la morte muore tutto l’uomo, non concepisce neppure una sopravvivenza dopo la morte, ma secondo lui la vita eterna consiste nella morte stessa, come «compimento personale di sé» e come momento in cui l’uomo raggiunge il suo «compimento» e la «libertà raggiunge la propria definitività» [12]. È la stessa idea di Heidegger dell’essere umano come «essere-per-la-morte». È la stessa idea nietzschiana e nazista della morte come atto eroico di libera volontà nel volere ciò stesso che vuole il Destino [Geschick] ovvero il comando del Führer.

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I virus della tragedia dunque non sono morti, ma solo dormono. Di fatto, come ha notato Papa Francesco, è già in atto la terza guerra mondiale, la quale peraltro non distrugge i corpi, come le altre due, distrugge le anime col peccato mortale. Non trionfa la morte fisica, ma quella interiore, sotto le apparenze della vita. Imperversa la tragedia interiore sotto l’apparenza della tranquillità e della normalità.

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Ciò su cui dovremmo meditare profondamente è  come sia stato possibile che un grande popolo come il popolo tedesco, così ricco di qualità umane e spirituali, di così antiche tradizioni cristiane e civili, abbia potuto lasciarsi sedurre e trascinare da un pazzo indemoniato come Hitler in un’impresa criminale assolutamente folle di voler assoggettare il mondo alla Germania, insieme col progetto sacrilego di sopprimere il Popolo Messianico e Sacerdotale, dal quale è nato il Salvatore dell’umanità.

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Che cos’è, quali idee, quali interessi, quali impulsi, quali scopi, quali errori, quali illusioni, quali pretesti, quali cattivi esempi, quali cattivi maestri, quale volontà lo hanno spinto a tanto? Occorre rispondere a queste domande, e vedremo che i virus che ci hanno avvelenati non sono morti.

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Oggi che corre voce che l’Inferno non esiste e Dio non castiga, in realtà l’Inferno e l’imperversare di Satana li stiamo sperimentando all’interno della Chiesa. Oggi che si proclama il «primato della coscienza», siamo più che mai tormentati dalla coscienza. Oggi, in piena retorica dialogistica, siamo ferocemente chiusi a chi non la pensa come noi. Oggi ci immaginiamo di essere accarezzati da un Dio «misericordioso» da noi inventato, perché vogliamo avere il permesso di peccare senza essere puniti. Mai come oggi le anime, che secondo Rahner sarebbero tutte in grazia, sono state in realtà così prive della grazia. Da cosa si capisce? Dall’ignoranza colpevole. Mai infatti come oggi abbiamo avuto a disposizione tanti mezzi e così efficaci per istruirci nella fede. Eppure mai come oggi si è giunti tanto a negare o ad ignorare le fondamenta stesse dell’esistenza, della conoscenza e della vita, ed hanno pullulato tante eresie tra gli stessi teologi, vescovi e cardinali.

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I Tedeschi, che non sono riusciti a conquistare l’Europa e il mondo con le armi, non hanno abbandonato l’intento di conquistare il mondo. Ma tentano adesso di conquistarlo sottomettendolo a Lutero e ai suoi epigoni, fino ad Hegel, Marx, Nietzsche ed Heidegger. Rahner è il cavallo di Troia per mezzo del quale Lutero dovrebbe sottomettere la Chiesa e il mondo alla Germania. L’ostacolo a questa operazione è certamente il papato. Contro di lui si concentrano oggi tutte le potenze diaboliche. Si nota che oggi il Romano Pontefice avverte i colpi, a volte vacilla, sembra crollare, sente le seduzioni, è attorniato da figli del Diavolo. Occorre stringersi attorno a lui, sollecitarlo alla vigilanza ed aiutarlo nella lotta tremenda contro Satana.

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Varazze, 6 maggio 2018

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NOTE

[1] Cit.da K.Löwith, op.ct., p.294.

[2] Cf A.Colombo, op.cit., p.65. Una frase probabilmente strumentalizzata.

[3] Cf K.Löwith, Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria del sec. XIX,  Edizioni Einaudi, 1993.

[4] Saggi di spiritualità, Edizioni Paoline 1969, p.308.

[5] Ibid., p.309.

[6] I passi di Rahner sono reperibili nel mio Karl Rahner. Il Concilio tradito, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2009, pp.134-144.

[7] cf. l’eracliteo polemos pater panton.

[8] Vedi le sue proposizioni condannate da Papa Giovanni XXII nel 1329 (Denz.950-980).

[9] Cf G.Faggin, Meister Eckhart e la mistica tedesca pre-protestante, Fratelli Bocca Editori, Milano 1946, pp 192-194; 208; 296; 298ss.

[10] Critica della ragion pura, Laterza, Bari 1965, p.491.

[11] Vedi la sua famosa Lettera sull’umanesimo del 1946.

[12] Cit. da A.Colombo, I maledetti. Dalla parte sbagliata della storia, Edizioni Lindau, Torino 2017, p.65.

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L’episcopato tedesco e l’intercomunione eucaristica con i protestanti. Pietro si lava le mani come Pilato: «trovate una soluzione unanime tra di voi»

 — Theologica —

L’EPISCOPATO TEDESCO E L’INTERCOMUNIONE EUCARISTICA CON I PROTESTANTI. PIETRO SI LAVA LE MANI COME PILATO: «TROVATE UNA SOLUZIONE UNANIME TRA DI VOI»

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Qualora i Vescovi della Germania, in modo unanime dovessero mettersi d’accordo nel dare la Santa Comunione ai protestanti, che cosa accadrà domani, se un’altra conferenza episcopale, in modo unanime, deciderà di unire in matrimonio le coppie omosessuali? Cosa accadrà se un’altra, all’unanimità, deciderà che è lecito abortire il feto di un bimbo riscontrato affetto da malformazione, non reputando giusto mettere al mondo una creatura affetta da imperfezioni? Cosa accadrà se un’altra, all’unanimità, deciderà che è un atto di carità porre fine alla vita di un ammalato terminale che soffre e che non ha alcuna speranza di vita? Da quando, l’unanimità, è garanzia di sana dottrina e di profondo ossequio alla verità rivelata?

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PDF  articolo formato stampa

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

Contrariamente a quelli che da anni fanno man bassa sulle disamine contenute negli articoli dei Padri de L’Isola di Patmos guardandosi dal citare gli Autori, facendo poi passare certe analisi come proprie, noi abbiamo la comprovata onestà cristiana e intellettuale di citare sempre quando ci richiamiamo a qualsiasi Autore del passato o del presente, pure fosse un minimo sospiro. Questo il motivo per il quale i nostri scritti pubblicati sulla pagina Attualità abbondano di numerose citazioni tra parentesi, quelli sulla pagina Theologica di note a fondo di pagina o tra le righe del testo.

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Questo preambolo introduttivo giusto per cantare due antifone: la prima, ai vignaioli che dopo la vendemmia si guardano dal dire dove hanno raccolto i grappoli d’uva. La seconda, per scusarmi se cito appresso l’espressione di un Autore di cui al momento non riesco proprio a ricordare il nome, cosa questa che m’impedisce di dare la legittima paternità ad una frase non mia, che è la seguente: «I Sommi pontefici hanno deposta la tiara, i laici ed i teologi l’hanno indossata».

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Quando si avverte disagio, o un umano fastidio soggettivo, bisogna tenerselo, al limite parlarne in privato con chi può eventualmente aiutarci. Ciò non solo perché l’emotività non va pubblicizzata, ma perché non è opportuno né prudente farlo, meno ancora lo è di scaricare i propri eventuali disagi sugli altri, in modo del tutto particolare quando ― come per esempio chi scrive queste righe ―, si è chiamati per sacramento di grazia e per missione a essere guide e maestri, non seminatori di confusione. Quando invece il fastidio è oggettivo, poiché basato su pubblici dati di fatto, spesso dolorosi o anche pericolosi, in quel caso, manifestare fastidio, può essere un imperativo di coscienza seguito dall’obbligo di spiegare che cos’è giusto e che cos’è sbagliato, semmai anche ammaestrando quella fetta di Popolo di Dio resa accidiosa dai cattivi pastori a provare fastidio e disagio dinanzi a certi gravi problemi che investono la società civile ed ecclesiale. Il tutto con buona pace di quanti tentano di eliminare certi problemi alla radice dicendo: «Nessuno ha la verità in tasca». Frase che detta e poi letta in un certo modo porta di conseguenza a dire che in fondo, la verità, è opinabile, ma soprattutto relativa. Semmai è vero che nessuno possiede la verità, della quale siamo chiamati ad essere fedeli servitori e annunciatori, o come dice San Tommaso d’Aquino: «Non sei tu che possiedi la verità, ma è la verità che possiede te» [cf. De veritate]. Per questo motivo, svicolare da certe discussioni o risposte con la frase ambigua «Nessuno ha la verità in tasca», è affermazione di per sé falsa e pericolosa, posto che la Chiesa, che è una, santa, cattolica e apostolica, della verità è depositaria e custode, sicché, lungi dall’averla in tasca, ce l’ha comunque in custodia per volontà e per mandato divino. E noi, che certo non siamo i suoi padroni, siamo però suoi fedeli servitori, custodi e annunciatori. Quindi, chi questa verità la annuncia e la difende dall’errore, non è che agisca in tal modo perché con stile pelagiano o legalistico crede di averla in tasca, ma perché deve appunto servirla, difenderla e annunciarla. Nessuno che sia vero custode e annunciatore della verità può omettere di indicare e di condannare l’errore, perché nel mondo, assieme alla verità, sussiste anche quella anti-verità che sulla verità vuole imporsi, spesso anche in modo violento e distruttivo, ma soprattutto falso.

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QUEI LAICI INCOSCIENTI E LITIGIOSI CHE TUTTO RIDUCONO A UNO SCONTRO TRA PARTITO DEI CONSERVATORI E PARTITO DEI PROGRESSISTI

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La polemica in corso scatenata in questi giorni dall’Episcopato tedesco sulla concessione della Santa Comunione ai protestanti, è di una delicatezza fuori da ogni ordinario, perché ancora una volta, questi indomabili e irriducibili barbari, vanno a toccare al di là di Roma e al di sopra di Roma il cuore motore che anima l’intero Corpo Mistico che è la Chiesa: la Santissima Eucaristia. E dinanzi a questo problema, tutto quanto teologico ed ecclesiologico, oltre che canonico e disciplinare, i laiconi che si dimenano tra una rivista telematica e tra un blog e l’altro, stanno riducendo com’è nel loro stile tutta la questione ad un conflitto politico.

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Consapevole di parlare in tal senso ai sordi, ribadisco che certi grandi temi sono di natura teologica e dottrinale, affrontarli quindi con lo spirito tipico delle bagarre politiche, riducendo alla fine tutto ad una lotta tra il cosiddetto partito dei conservatori e quello dei progressisti, può solo favorire la de-sacralizzazione dei segni sacramentali e ridurre la Chiesa di Cristo ad un campo di battaglia sul quale si scontrano umori soggettivi animati alla base da pura ideologia, non rare volte anche dai disagi personali di certe persone che avrebbero bisogno di un bravo direttore spirituale, di un bravo confessore, ma talune volte anche di un bravo psichiatra.

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Questo porta inevitabilmente certi laici che si sono messi in testa la tiara deposta dai Sommi Pontefici, a recare danni ulteriori alla Chiesa e al Popolo di Dio, mai come oggi smarrito e confuso.

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QUEL GRANDE INGANNO TUTTO GIOCATO DAL PARA-CONCILIO E DAL POST-CONCILIO SU UN LINGUAGGIO NON PROPRIO FELICE ADOTTATO DAL CONCILIO VATICANO II

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Riassumiamo in breve la vexata quaestio tedesca per poi procedere con l’analisi del fatto stesso: la Conferenza episcopale tedesca ha discusso sulla possibilità di dare la Santa Comunione ai protestanti coniugati con cattolici, adottando in tal senso la tecnica del cosiddetto “salame a fette”. Infatti, ogni volta che nella Chiesa si sono concessi limitati indulti speciali ed altrettanti limitati permessi ad experimentum, queste concessioni sono poi divenute prassi, quasi sempre anche estese oltre tutti i limiti di quanto era stato concesso. Un esempio concreto tra i tanti che funga da paradigma? Presto detto: la riforma liturgica impressa nella Sacrosanctum Concilium [cf. testo QUI]. Si legga con cura questo testo e poi si faccia una valutazione: dove sono scritte, indicate e concesse tutte le aberrazioni liturgiche, molte delle quali rasenti il sacrilegio della Santissima Eucaristia, che da quattro decenni vediamo realizzate in molte delle nostre chiese per la nefasta opera di un esercito di esotici preti creativi? In quel testo non c’è traccia, men che meno legittimazione dei peggiori abusi liturgici ormai istituzionalizzati nel silenzio pavido dei vescovi che non vigilano, non proibiscono e non sanzionano i fautori di certe aberrazioni; semmai prendono in forte antipatia e rendono la vita amara a quei pochi preti che osano lamentare quanto ciò non vada bene e quanto sia dovere dei vescovi vigilare e stroncare certe pratiche diffuse nel clero. Se pertanto il testo di quella riforma non permette né concede ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti dentro molte delle nostre chiese, da dove nasce il problema, o meglio l’inghippo? Nasce dal fatto che i documenti del Concilio Vaticano II ― come più volte ho spiegato [cf. per es. QUI] ― usano un linguaggio nuovo, il quale risente, per il forte influsso esercitato dai teologi teutonici, dello stile tipico del romanticismo tedesco decadente. A questo si aggiunga poi l’ottimismo del Sommo Pontefice Giovanni XXIII, convinto che non si deve sempre giudicare e condannare, ma piuttosto dialogare. Attraverso questo insieme di cose possiamo infine giungere a dei documenti che esprimono concetti profondi, validi ed utili, assieme a riforme urgenti e necessarie come ad esempio la Sacrosanctum Concilium, ma omettendo però di chiarire attraverso dei canoni precisi che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, cosa è permesso e cosa è proibito, aggiungendo semmai anche sanzioni e pene per i trasgressori, il cosiddetto «Anathema sit», spesso usato nei documenti dei precedenti concilî, che non sono stati affatto meno concilî del meta-concilio Vaticano II, anche se a parere del tutto sconsiderato di molti teologi, con quest’ultima assise conciliare pare nascere finalmente d’improvviso, dopo duemila anni di storia, la Chiesa Cattolica.

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La certezza e la chiarezza della dottrina e delle leggi canoniche, non è solo tutela del deposito della fede, della verità e quindi della dottrina stessa, ma anche preziosa tutela per i ministri in sacris ed i Christi fideles, al fine di scongiurare quei generi di ingiustizie e di abusi che prendono quasi sempre vita dalla scarsa mancanza di chiarezza. Quando infatti risuona il “rivoluzionario” grido «basta con questo legalismo, con questa durezza dottrinale, con questo “culto” delle leggi canoniche!», finisce sempre col venir meno sia la certezza della legge eretta anche a tutela dei membri del Corpo della Chiesa, sia la chiara definizione dottrinale di che cosa è lecito e illecito, giusto e sbagliato, di che cosa è la verità e per contro che cosa invece è falso ed erroneo. A quel punto, quando la mancanza di chiarezza lascia spazio all’ambiguità, ecco che i ministri in sacris per un verso ed i Christi fideles per altro verso, finiranno col divenire sofferenti vittime del libero arbitrio di chi riesce a fare la voce più grossa e imporsi in modo dispotico.

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SIN DOVE POSSONO GIUNGERE GLI ASSASSINI DELLA FIDES CATHOLICA? SINO A BEATIFICARE E CANONIZZARE I PONTEFICI DI CUI LORO STESSI HANNO DISTRUTTO IL MAGISTERO

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I capocomici di questo terribile teatro hanno avuto tra l’altro bisogno di beatificare e poi canonizzare tutti i Sommi Pontefici del post-concilio. Ma si presti bene attenzione: non perché ad essi interessi nulla la elevazione di questi Pontefici alle glorie degli altari, ma perché attraverso di essi hanno voluto dogmatizzare e infine canonizzare il para-concilio e poi il post-concilio. E tutto questo lo hanno fatto con uno spirito delinquenziale diabolico, perché gli stessi che hanno voluto a tutti i costi Beati e Santi questi Sommi Pontefici, sono poi gli stessi che stanno mettendo in discussione la Humanae Vitae dell’imminente Santo Paolo VI; sono gli stessi che hanno distrutto nel corso degli ultimi cinque anni il magistero di San Giovanni Paolo II, non esitando a definire la Familiaris Consortio come un documento datato, superato, ma soprattutto frutto della sessuofobia insita nel rigore morale di questo Sommo Pontefice. Eppure, proprio quanti di ciò sono convinti, insegnando e agendo di conseguenza, ma soprattutto minando e distruggendo il magistero di questi Beati e Santi Pontefici, hanno voluto a tutti i costi canonizzare in tempi record Giovanni Paolo II, anziché attendere per lui come per gli altri suoi Predecessori, come la prudenza della Chiesa imponeva una volta, trent’anni dalla morte, prima di aprire un lungo processo, giungendo infine, non prima di mezzo secolo dopo la loro morte, alla prima tappa della loro beatificazione.

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È con ciò chiarito a qual genere di pericolosi e distruttivi delinquenti siamo finiti in mano? È quindi chiaro in che modo, questi pericolosi e distruttivi delinquenti, stiano seminando danni gravissimi nella Chiesa, favorendone la peggiore decadenza ed auto-distruzione interna, dopo avere sostituito il linguaggio chiaro e certo con la “speranza poetica”, sostituendo infine la tanto disprezzata “dura e rigorosa legge”, con il loro personale e libero arbitrio tirannico?

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È nel complesso contesto ormai vecchio di cinquant’anni di questo linguaggio debole, incerto, all’apparenza permissivo e aperto a tutte le più disparate ipotesi, che bisogna leggere il recente caso dei Vescovi della Germania, altro che inscenare scontri politici tra il partito dei conservatori ed il partito dei progressisti, come fanno i laici cosiddetti impegnati che si sono messi in testa la tiara deposta dei Sommi Pontefici.

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Da tutto questo nasce la cosiddetta “tecnica del salame”, di cui è concessa una fetta, ma che successivamente, una fetta dietro l’altra, è affettato e preso tutto. Lo stesso vale per la reiterata proposta peregrina sulla quale preme uno dei massimi distruttori della Chiesa del Brasile e come tale tra i principali responsabili della incontenibile emorragia dei suoi fedeli, il Cardinale Clàudio Hummes, che preme per avere ― ovviamente ad experimentum ― i viri probati sposati ordinati sacerdoti per la regione del Rio delle Amazzoni dove c’è grandissima penuria di clero. Dico allora per ipotesi: concediamo pure l’experimentum, per vedere poi in breve come le Amazzoni diventeranno anche il Belgio, l’Olanda, la Germania, la Francia e via dicendo a seguire.

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I VESCOVI DELLA GERMANIA HANNO DISCUSSO SU CIÒ SUL QUALE NON C’È PROPRIO MOTIVO DI DISCUTERE, MENTRE IL CARDINALE REINHARD MARX GIOCA ALLA VERGINE VESTALE

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Dei ventisette membri che compongono la Conferenza Episcopale della Germania, più l’Ordinario dell’Esarcato di Germania e Scandinavia e l’Ordinariato Militare, per un totale di ventinove vescovi diocesani, ai quali si uniscono un totale di quarantuno vescovi ausiliari assegnati ai titolari delle cattedre episcopali di queste ventisette diocesi, sette vescovi diocesani in totale hanno inviato una lettera al Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, ed al Presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, Sua Em.za il Cardinale Kurt Koch. I firmatari del quesito inviato a Roma sono Sua Em.za il Cardinale Rainer Maria Woelki, Arcivescovo metropolita di Colonia [cf. QUI], seguito dalle Loro Eccellenze Rev.me Ludwig Schick, Arcivescovo metropolita di Bamberga [cf. QUI]; Konrad Zdarsa, Vescovo di Augsburgo [cf. QUI]; Gregor Maria Hanke, Vescovo di Eichstätt [cf. QUI]; Stefan Oster, Vescovo di Passau [cf. QUI]; Rudolf Voderholzer, Vescovo di Ratisbona [cf. QUI]; Wolfgang Ipolt, Vescovo di Görlitz [cf. QUI].

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La richiesta di chiarimenti indirizzata a Roma dai sette vescovi verte su un quesito ineccepibile: «Una decisione simile, può essere discussa da una singola conferenza episcopale?». La risposta, che non è né giornalistica né confinabile tra le laiche dispute di partito, è più semplice di quanto s’immagini. Infatti, i sette vescovi che il quesito l’hanno posto, la risposta al quesito stesso la conoscono molto bene: una singola conferenza episcopale, un argomento del genere non può neppure osare affrontarlo. Cosa questa sfuggita a tutti i giornalisti ed a tutti i laici con la tiara in testa che si sono tuffati a pesce a commentare questa vicenda da loro ridotta a succulenta “lotta di partito”.

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A quel punto, Sua Em.za il Cardinale Reinhard Marx, Arcivescovo metropolita di Monaco di Baviera e Presidente della Conferenza Episcopale della Germania, calandosi nel ruolo della vergine vestale ― ruolo che peraltro ben poco si addice alla sua figura fisica, che richiama più un birraio obeso della Baviera anziché un Principe della Chiesa ―, osa persino ribattere il 4 aprile in questi termini: «Sono sorpreso dall’iniziativa [Nrd. dei sette vescovi tedeschi], perché il sussidio pastorale discusso a febbraio dall’assemblea dei Vescovi della Germania era soltanto una bozza e non un testo definitivo».

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La risposta, per i molti che purtroppo non l’hanno intesa né capita, altri presa invece forse persino per buona, va letta in tre delicate ottiche legate ai fondamenti della ecclesiologia, ai fondamenti della dogmatica sacramentaria, ai fondamenti del diritto canonico. E sulla base di questi tre fondamenti, la incauta Vergine Vestale Bavarese dovrebbe sapere che loro non dovevano neppure osare, di discutere una cosa simile, tanto più se intendevano poi mutarla in una eventuale proposta indecente rivolta alla Santa Sede, se non peggio, in una vera e propria ratifica dell’Episcopato della Germania, al quale prima a causa di Martin Lutero, poi secoli dopo a causa del para-concilio e del post-concilio, non sempre è chiaro che loro sono cattolici solo nella misura in cui sono con Roma e soprattutto sotto Roma. E di questi tempi, a parlare a certe vergini vestali teutoniche del concetto «con Roma» e soprattutto «sotto Roma», si corre il rischio di far saltare via la polvere dalla loro superficie per far emergere immediatamente il luterano romanofobo che si nasconde sotto.

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La Vergine Vestale Bavarese, dovrebbe anzitutto sapere che per dei Vescovi riuniti in assemblea non è lecito discutere ― per fare un esempio concreto ― sulla legittimità del sacerdozio femminile, perché un simile tema non può essere oggetto di discussione, trattandosi di un argomento che è stato chiuso una volta e per sempre attraverso un preciso documento [cf. Ordinatio Sacerdotalis, testo QUI] che si esprime in modo definitivo, cosa questa che implica il ricorso al secondo grado della infallibilità del Romano Pontefice, la quale si esprime mediante tre diversi gradi, in modo sia definitorio sia definitivo [cf. Ad tuendam fidem, § 2, testo QUI]. Così come non si può discutere sulla eventuale legittimità dell’aborto in certi particolari e ristretti casi, altrettanto vale per l’eutanasia, per la liceità dell’adulterio e via dicendo a seguire. Sempre per fare degli esempi concreti: i vescovi di nessuna conferenza nazionale possono riunirsi per discutere se è il caso o no di unire in matrimonio coppie dello stesso sesso, perché la discussione non ha proprio motivo di esistere, perché nulla c’è da discutere. Come non è lecito discutere se sarebbe il caso di riformulare meglio il dogma della immacolata concezione della Beata Vergine Maria o della sua assunzione al cielo in anima e corpo, perché chi ha formulato quei dogmi, li ha formulati bene; e dogmatizzando questi due misteri della fede, ha chiuso ogni possibile discussione futura, persino per l’irrequieto episcopato tedesco e per i grandi periti tedeschi insidiatisi come un cancro nel Concilio Vaticano II, all’interno del quale, non avendo potuto giocare sulla sostanza delle dottrine, hanno giocato sullo stile del linguaggio. E sul momento nessuno se ne accorse, nessuno capì che il linguaggio ambivalente e non deciso, dove da una parte si esorta e dall’altra non si minaccia di pena chi trasgredisce, sarebbe stata la gran porta di accesso per la grande de-costruzione futura generata da un caos senza precedenti, basato sulla distruzione della legittima autorità apostolica e sull’imposizione al suo posto dell’autoritarismo dei teologi di bandiera e dei laici con la tiara in testa.

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E sia detto per inciso che certi laici ai quali non è proprio chiaro il loro ruolo all’interno della Chiesa, sono nati da quei movimenti che proprio sotto gli occhi del Beato Paolo VI e di San Giovanni Paolo II hanno finito col dar vita a delle vere e proprie chiese dentro la Chiesa, con tanto di proprie liturgie e di propri catechismi, diffondendo un’idea errata e sovente ereticale basata sulla non lieve confusione che costoro fanno sul sacerdozio comune dei fedeli acquisito col Battesimo, ed il sacerdozio ministeriale acquisito con l’Ordine Sacro; e qui mi riferisco ai neocatecumenali. Per non parlare poi della pneumatologia di certi laici auto-elettisi delegati personali dello Spirito Santo, ai quali non è facile chiarire che i carismi elargiti dalla grazia divina, sono tali solo se riconosciuti e soprattutto regolamentati dalla Chiesa, quindi esercitati nella Chiesa, per la Chiesa e sotto il vigile controllo della Chiesa; e qui mi riferisco a certe frange dei carismatici e del Rinnovamento nello Spirito Santo. Tutto questo ha prodotto nella Chiesa ciò che molto bene spiegò a suo tempo il Venerabile Pontefice Benedetto XVI lamentando la «clericalizzazione dei laici e la laicizzazione del clero». Ebbene, erano forse questi i frutti sperati e auspicati dal Concilio Vaticano II che ha affrontato il discorso sulla missione dei laici nella Chiesa? Se infatti leggiamo il decreto sull’apostolato dei laici nella Chiesa, tra le sue righe non vi troveremo nulla che possa legittimare solo lontanamente certe follie messe in piedi da Kiko Arguello e Carmen Hernandez o da certe frange carismatiche [cf. Apostolicam actuositatem, testo QUI]. Da dove nascono, dunque, certi “mostri”? Presto detto: dal para-concilio e dal post-concilio dei grandi “interpreti” e “attuatori”. Inutile dire che se agli inizi del suo pontificato, San Giovanni Paolo II, verso questi fenomeni in stato degenerativo già da un decennio, avesse usata la stessa chiarezza e severità usata verso chi favoriva la distribuzione dei contraccettivi nei Paesi del continente africano, non saremmo mai giunti cinquant’anni dopo alla attuale situazione odierna al di fuori di ogni controllo, con numeri sempre più elevati di parroci che chiedono ai vescovi di essere rimossi da parrocchie nelle quali gruppi di laici hanno completamente occupata da alcuni decenni la scena, imponendo ai sacerdoti le direttive liturgiche, catechistiche e pastorali, salvo rendergli la vita un inferno se osano sollevare obiezioni; e le più agguerrite e terribili sono le donne, dette anche le pretesse. Il tutto con un’aggravante non certo lieve: sotto il pontificato di San Giovanni Paolo II, a questi movimenti è stato persino permesso di aprire seminari e di formare futuri sacerdoti, che in genere non sono poi i sacerdoti del vescovo, ma i sacerdoti del movimento, formati secondo i criteri del movimento, non di rado formati persino da dei laici, ed obbedienti di fatto non al vescovo, ma al movimento. 

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Eh, ci si fosse occupati un po’ meno dei preservativi e un po’ di più di quanto veniva innescato a livello degenerativo all’interno della Chiesa!

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GIOCARE SULLE SFUMATURE SEMANTICHE È UNA VECCHIA TECNICA DEI TEDESCHI CHE HA RECATO GRANDI E GRAVI DANNI ALLA CHIESA UNIVERSALE

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Se non fosse stato per alcuni attenti teologi, tra i quali il Cardinale Alfredo Ottaviani, sarebbe stata fatta passare con delicate sfumature semantiche la cosiddetta “collegialità selvaggia” nella costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, in aperta rottura con tutto il precedente magistero e con la tradizione stessa della Chiesa, mutando così Pietro, detentore per divino mandato di un primato assoluto, in un primus inter pares [il primo tra i propri stessi pari]. Scoperto l’inghippo per tempo, nel testo di Lumen Gentium furono così inseriti i numeri 22-24. In seguito, nel Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 883 fu impresso: «Il Collegio o Corpo dei Vescovi non ha autorità, se non lo si concepisce insieme con il Romano Pontefice […] quale suo capo» Come tale, questo Collegio «è pure soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa: potestà che non può essere esercitata se non con il consenso del Romano Pontefice».

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Tutto ciò che fu architettato durante il para-concilio, seppure mai assimilato e ratificato dal Concilio Vaticano II, è stato però realizzato nel post-concilio dei grandi “interpreti” e “attuatori”, compresa la pretesa di esercitare una “collegialità selvaggia” in aperto sprezzo a tutto il precedente magistero, alla tradizione della Chiesa, ed al magistero dello stesso Concilio Vaticano II.

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Il Cardinale Reinhard Marx, ha quindi chiaro in sé il mistero eucaristico e l’Eucaristia come «Nucleo del mistero della Chiesa»? [cf. Ecclesia de Eucharistia, testo QUI]. Gli atti del magistero sono infatti chiari nell’affermare: «l’Eucaristia stabilisce obiettivamente un forte legame di unità tra la Chiesa Cattolica e le Chiese ortodosse, che hanno conservato la genuina e integra natura del mistero dell’Eucaristia. Al tempo stesso, il rilievo dato al carattere ecclesiale dell’Eucaristia può diventare elemento privilegiato nel dialogo anche con le Comunità nate dalla Riforma» [cf. Sacramentum caritatis, testo QUI]. Ebbene, leggendo queste parole, che cosa intende il Cardinale Reinhard Marx? Riesce a cogliere che mentre quelle Ortodosse sono indicate come «Chiese» separate, le aggregazioni nate dallo scisma luterano sono invece indicate come «Comunità»? È chiara al Cardinale Reinhard Marx la differenza abissale che corre per noi cattolici tra ortodossi e protestanti? Gli ortodossi, separatisi da Roma per la “sfumatura” del filioque inserita nel Simbolo di fede Niceno-Costantinopolitano, hanno la successione apostolica e professano nella sostanza la nostra stessa fede, al di là di riti diversi nella loro forma accidentale esterna ed al di là di varie “sfumature”. I protestanti, che conservano al proprio interno un indubbio patrimonio cristiano, non sono separati da noi per delle accidentalità esterne o per delle “sfumature”, ma lo sono nella profonda sostanza dei Sacramenti e del modo stesso di concepire la Chiesa, di leggere e di annunciare il Santo Vangelo. Inoltre, i protestanti, non riconoscono il primato di Pietro sulla Chiesa universale e la sua potestà piena e assoluta, non riconoscono il Sacerdozio ministeriale, non riconoscono la transustanziazione e la presenza reale di Cristo nella Santissima Eucaristia. O pensa forse, il Cardinale Reinhard Marx, che tutte queste siano solo sfumature semantiche? Se però il Presidente dei Vescovi della Germania ha qualche lacuna, in tal caso, invece di perdere tempo e forse anche la fede cattolica in certe facoltà teologiche della Germania, potrebbe sempre rivolgersi ad una delle nostre brave suore missionarie che con poche, brevi e semplici parole preparano i fanciulli alla Prima Comunione nei più sperduti villaggi del continente africano; e che trasmettono la purezza della fede ai Christi fideles sicuramente molto meglio di certi tronfi dottoroni delle disastrate facoltà teologiche tedesche.

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Nella Santissima Eucaristia si è chiamati a essere perfetti nell’unità [cf. Gv 17, 20-26], non nella frammentaria diversità delle molteplici pseudo-chiese, perché il Verbo di Dio ha fondato una sola e vera Chiesa affidata a Pietro coadiuvato dal Collegio degli Apostoli [cf. Mt 13, 16-20]. Peraltro mi risulta che anche in Germania si reciti nella Professione di Fede: « … die eine, heilige, katholische und apostolische Kirche». E in lingua tedesca, se non erro «die eine» seguita a significare “una”, “la sola”, “la unica”. Questo per ricordare che un Martin Lutero distruttore dell’unità e della comunione, non era in programma ieri e non può divenire emblema del “buon riformatore” neppure oggi. Pertanto, se alcuni suoi seguaci sposati con un coniuge cattolico anelano ricevere la Santissima Eucaristia, prima devono avere chiaro che cosa è sostanzialmente e realmente l’Eucaristia, poi devono intraprendere un ciclo di adeguata catechesi, infine abbandonare gli errori dell’eresiarca Lutero e dei suoi seguaci ed entrare con un sincero atto di fede nella comunione cattolica. Solo allora, potranno ricevere la Santissima Eucaristia, che ricordiamo è un dono gratuito come tutte le azioni di grazia, non è un “diritto politico”.

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Occorreva forse un prete e teologo italiano per ricordare ai membri dell’episcopato tedesco ricolmi di dottorati, ed al contempo clinicamente affetti a livello antropologico dal complesso del genio e dal complesso della razza culturalmente superiore, quelli che sono i basilari rudimenti del Catechismo della Chiesa Cattolica che di fatto essi hanno mostrato di non conoscere con la concretezza del loro discutere e agire?

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COME TESTIMONE OCULARE IO VI DICO: I VESCOVI TEDESCHI HANNO TENTATO DI UFFICIALIZZARE CIÒ CHE DA MOLTO TEMPO FANNO IN TOTALE SPREZZO AL MAGISTERO DELLA CHIESA ED ALLE LEGGI CANONICHE

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In passato ho soggiornato per molti mesi in Germania e per diverso tempo nella Arcidiocesi di Monaco di Baviera, già retta all’epoca dall’Arcivescovo Reinhard Marx, creato poi Cardinale alcuni anni dopo dal Sommo Pontefice Benedetto XVI. Sono quindi testimone oculare di tutti i loro aberranti abusi, ai quali ho assistito ed ai quali più volte mi rifiutai di partecipare. Vi offrirò allora alcuni esempi, peraltro già riportati in un mio libro del 2011 in fase di ristampa. Partiamo proprio dall’Eucaristia: in totale sprezzo a quanto dispone in modo chiaro la Istruzione Redmptionis Sacramentum [cf. testo QUI], presso l’Abbazia di Sankt Bonifaz dove ero ospite, nel cuore della Capitale bavarese, rimasi sconcertato nel vedere le persone che prendevano l’Eucaristia con le proprie stesse mani e la intingevano nel calice del Prezioso Sangue di Cristo, noncuranti del fatto che nel qui citato documento, al n. 104 si impone: «Non si permetta al comunicando di intingere da sé l’ostia nel calice». Sempre nella chiesa di questa abbazia, ho visto una donna, dopo la Santa Comunione dei fedeli, purificare all’altare i vasi sacri ed un laico deporre il Santissimo Sacramento nel tabernacolo, mentre i sacerdoti concelebranti stavano seduti sul presbiterio. E ancora: ho visto, nelle chiese dell’Arcidiocesi del Cardinale Reinhard Marx, donne che di fatto svolgevano le funzioni del diacono, ho visto laici proclamare il Santo Vangelo durante le Sante Messe, ed una volta, durante una concelebrazione, dopo che un laico aveva proclamato il Vangelo, ho visto salire sul presbiterio una donna vestita con una strana toga nera che comincia a fare l’omelia. Quando al confratello seduto accanto a me, mormorai: «Ma questa chi è … che cosa fa?». Lui mi rispose: «È una vescovessa luterana, ogni tanto noi facciamo questi scambi ecumenici». A quel punto mi alzai in piedi, mi tolsi la stola dal collo, la deposi sulla sedia e me ne andai via dinanzi a tutta l’assemblea». Quando poi, dopo la Santa Messa, agli altri sacerdoti fu chiesto perché quel prete straniero se ne fosse andato via, loro risposero: «Ah, non fateci caso, è un prete romano, gente chiusa!».

Non potendo sottostare a certi abusi, visto che dov’ero ospite non mi permettevano di celebrare la Santa Messa in privato dentro qualche cappella, poiché dovevo stare all’obbligo delle concelebrazioni coatte e sorbirmi tutti i loro peggiori abusi, grazie ai buoni uffici di due anziani gesuiti di Roma mi recai presso la facoltà di filosofia dei Gesuiti di Monaco di Baviera dove mi misero a disposizione una delle loro diverse cappelle per poter celebrare la Santa Messa.

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Uno dei miei problemi principali era anche e soprattutto legato alla Santissima Eucaristia, perché era uso diffuso nelle parrocchie bavaresi che i protestanti, coniugi o compagni divorziati uniti in seconde nozze a dei cattolici, andassero tranquillamente a ricevere la Comunione. Tutto questo per chiarire, a quella Roma specializzata nel far finta di non sapere e di non conoscere, che il Cardinale Reinhard Marx e l’assemblea dei Vescovi della Germania, ad eccezione di sette che hanno sollevato un quesito alla Santa Sede, hanno semplicemente tentato di “ratificare” e quindi di “legalizzare” e “ufficializzare” quello che di fatto già fanno da molti anni. Tutto questo mentre Roma prosegue a far finta di non sapere e di non conoscere, impegnata com’è oggi a parlare solo di due fondamentali misteri della fede: i profughi ed i migranti.

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PIETRO SI LAVA LE MANI COME PONZIO PILATO DICENDO: «CERCATE DI METTERVI D’ACCORDO TRA DI VOI»

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E così, i primi di maggio, una delegazione di Vescovi della Germania si è incontrata con S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. La delegazione era composta dalle Loro Eminenze il Cardinale Reinhard Marx, Arcivescovo metropolita di Monaco di Baviera e presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, il Cardinale Rainer Maria Woelki, Arcivescovo metropolita di Colonia, Le Loro Eccellenze Rev.me Felix Genn, Vescovo di Münster, Karl-Heinz Wiesemann, Vescovo di Speyer, Rudolf Voderholzer, Vescovo di Regensburg, Gerhard Feige, Vescovo di Magdeburg, Padre Hans Langendoerfer S.J. nella sua qualità di Segretario della Conferenza Episcopale della Germania.

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Questo incontro si è concluso in un nulla di fatto olezzante indecenza, attraverso il quale si capisce in che misura sotto questo pontificato Roma non sia più cuore della Chiesa mater et magistra, ma solo un’annoiata e impotente spettatrice. Infatti, il Sommo Pontefice Francesco I, lungi dal dare o far dare una risposta su una questione che tocca il cuore della Chiesa e il centro della sua unità, ha fatto rispondere di apprezzare «l’impegno ecumenico dei vescovi tedeschi e chiede loro di trovare, in spirito di comunione ecclesiale, un risultato possibilmente unanime» [cf. QUI, QUI]. Insomma, li ha rispediti a casa dopo avergli detto nella chiara sostanza: «Cercate di mettervi d’accordo tra di voi in modo unanime» (!?).

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Inutile porsi una domanda, anche se purtroppo debbo porla: se i Vescovi della Germania si fossero trovati in disaccordo sulle questioni chiave che ossessionano questo pontificato, vale a dire profughi e migranti, il Sommo Pontefice, avrebbe tardato a dare una chiara e precisa risposta, semmai pure condita con una delle sue acidule battute contro quanti sono a suo dire variamente “duri di cuore”?

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Credo che a distanza di due millenni, noi non possiamo permetterci “il lusso” di rispondere a Gesù Cristo con lo stesso quesito di Ponzio Pilato:

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«[…]”sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chi appartiene alla verità ascolta la mia voce”. Ma Pilato risponde a Gesù: “E che cos’è la verita?”» [Gv 18, 37-38]. 

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Mentre la casa brucia e tutto quanto crolla, mentre i laici che hanno indossata sulle loro teste la tiara deposta dai Sommi Pontefici e mentre diversi giornalisti improvvisatisi ecclesiologi, teologi e canonisti, riducono tutto a uno scontro tra il partito dei conservatori ed il partito dei progressisti, noi prendiamo atto che il Successore di Pietro, proprio come Ponzio Pilato, dopo essersi chiesto «ma che cos’è la verità?», ha risposto ai Vescovi della Germania dicendo loro: «E adesso, cercate di mettervi d’accordo tra di voi in modo unanime» (!?).

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Qualora i Vescovi della Germania, in modo unanime dovessero mettersi d’accordo nel dare la Santa Comunione ai protestanti, che cosa accadrà domani, se un’altra conferenza episcopale, in modo altrettanto unanime, deciderà di unire in matrimonio le coppie omosessuali? Cosa accadrà se un’altra, all’unanimità, deciderà che è lecito abortire il feto di un bimbo riscontrato affetto da malformazione, non reputando giusto mettere al mondo una creatura affetta da imperfezioni? Cosa accadrà se un’altra, all’unanimità, deciderà che è un autentico atto di carità porre fine alla vita di un ammalato terminale che soffre e che non ha alcuna speranza di vita? Da quando, l’unanimità, è garanzia di sana dottrina e di profondo ossequio alla verità rivelata? Questi sono i quesiti ai quali, S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, che ha parlato a nome del Sommo Pontefice alla delegazione di Vescovi tedeschi, dovrebbe rispondere a tutti noi; e dovrebbe farlo proprio nella sua qualità di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ben sapendo che nel IV secolo, la maggioranza dei vescovi, avevano accolta l’eresia ariana. Come mai, in quel caso, la maggioranza assoluta non costituì affatto garanzia di verità in ossequio al mistero della Rivelazione? Ecco, questo ce lo deve spiegare il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

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Questi sono i fatti, non si tratta di opinioni umorali dettate da chissà quali istinti di simpatia, antipatia o peggio di chiusura al ragionamento. E dinanzi al dato di fatto oggettivo, costituito da Pietro che si lava le mani come Pilato, ritengo di non avere proprio più altro da aggiungere, perché mi guardo bene dal dire di meno, ma soprattutto, ed in specie quando si tratta di Pietro, evito soprattutto di dire di più del dovuto.

Dall’Isola di Patmos, 5 maggio 2018

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