«NOI SAREMO TRA QUANTI HANNO VISTO EPPURE HANNO CREDUTO». QUEL SINGOLARE CONCETTO DI «SCANDALO» DEL SOMMO PONTEFICE …
Da San Paolo VI sino a Benedetto XVI, per sessant’anni abbiamo avuto Sommi Pontefici che con esortazioni e documenti hanno raccomandato ripetutamente al clero secolare l’uso della talare, oggi abbiamo un Sommo Pontefice che la veste talare la irride assieme ai preti che la portano.
Adesso vediamo chi è che non scandalizza il Santo Padre
il presbitero Marco Pozza, intervista ufficiale al Sommo Pontefice.
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Il presbitero Marco Pozza, intervista ufficiale al Sommo Pontefice
Il presbitero Marco Pozza, intervista ufficiale al Sommo Pontefice
Ecco l’immagine grottesca di una Chiesa totalmente de-sacralizzata da quei preti che inneggiano a una non meglio precisata «Chiesa aperta a tutti» …
E pensare che in diversi sono morti, per non togliersi la talare di dosso …
Il giovane Rolando Rivi morì martire rifiutandosi di togliere la talare di dosso, oggi sarebbe stato un «rigido» destinato a dare «scandalo»
«La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto» (Gilbert Keith Chesterton, Eretici, 1905)
dall’Isola di Patmos, 25 ottobre 2023
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2023-10-26 00:14:042023-10-26 00:14:04«Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto». Quel singolare concetto di «scandalo» del Sommo Pontefice …
È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ?
La pietà cristiana non può omettere la verità. Pertanto, il responsabile del sito Silere non Possum si conferma ciò che è: uno che «d’ognun disse mal, fuorché di Cristo, scusandosi col dir: “Non lo conosco”!» (Epigrafe di Paolo Giovio su Pietro l’Aretino).
— Notizie in breve —
(in fondo: tutti i nostri articoli)
Autore Redazione de L’Isola di Patmos
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Tra i vari siti che si dicono “cattolici” ce n’è uno che si chiama Silere non Possum. Ne è responsabile un giovane uomo che ci risulta sia stato gentilmente accompagnato in passato alla porta d’uscita di seminari e istituzioni religiose. È forse per questo che si sente legittimato a scrivere perle di saggezza sulle problematicità della Chiesa Cattolica, ma soprattutto sulla formazione dei sacerdoti — che è quanto di più complesso e delicato possa esistere —, presentandosi a tal riguardo come esperto?
Numerosi i suoi articoli nei quali attacca ripetutamente persone e istituzioni ecclesiastiche con stile acido tutto quanto suo. Nessuno si è salvato dalle sue stilettate: dal Sommo Pontefice ― che può essere rispettosamente criticato, non però contestato e irriso ―, per seguire con alti prelati della Curia Romana e prefetti dei vari dicasteri della Santa Sede, che possono anch’essi essere criticati, ma non irrisi in modo sfottente e strafottente. Verso il direttore dei Media Vaticani e il responsabile della Sala Stampa della Santa Sede ha messo in atto un vero e proprio accanimento sino a tacciarli — nella migliore delle ipotesi — di «incompetenza» e «analfabetismo». Se la prese persino con la Gendarmeria Vaticana, composta da elementi selezionati per indubbia eccellenza nonché dotati di rara educazione e cortesia, cui ha dedicato, pur malgrado, commenti ironici riguardo la loro professionalità.
Ama presentarsi come esperto di “cose vaticane”, come se andasse e venisse dai sacri palazzi, omettendo di dire che non possiede alcun passper transitare nel territorio dello Stato della Città del Vaticano, dove non ci risulta sia ospite gradito.
non ci riguarda ad alcun titolo in che modo questo soggetto — che non risulta beneficiare del sostegno di una famiglia benestante né dei proventi di un lavoro professionale — possa bivaccare a Roma dove i costi della vita sono stati sempre alti, oggi più che mai alle stelle, perché tutt’altro è l’oggetto della questione.
Nell’articolo di oggi (cfr. QUI) questo eccelso conoscitore della Curia Romana pubblica un commento sulla morte dell’Arciabate emerito di Montecassino, Dom Pietro Vittorelli, già presentato in passato come vittima innocente assolta dall’accusa di avere sottratto danaro dai fondi dell’abbazia:
«Si conclude, oggi, una lunga e ingiusta via crucis giudiziaria iniziata nel 2017» (cfr. QUI).
Considerando che vanno di moda i dubia, intendiamo porne alcuni al responsabile di questo Sito con l’espresso invito a rispondere nello stretto merito delle sette questioni che seguono:
È vero che Pietro Vittorelli non faceva semplice uso bensì abuso di droghe pesanti e che era un cocainomane a tal punto affetto da forte dipendenza sino a finire ricoverato in una discreta clinica svizzera per essere disintossicato dove il costo per tre mesi di terapie ammontò a circa 160.000 euro?
È vero che i gravi problemi neuro-cardiologici che debilitarono fortemente Pietro Vittorelli furono la conseguenza dell’abuso ch’egli faceva di una sostanza stupefacente nota come crack, che gli causò infine una forte trombosi?
È vero che quando venne ricoverato d’urgenza gli specialisti che lo ebbero in cura rimasero imbarazzati apprendendo dalle analisi cliniche che Pietro Vittorelli risultava fare massiccio uso abituale di cocaina e cracke che fu proprio questo secondo la causa del grave attacco che lo aveva colpito e fortemente debilitato?
È vero che Pietro Vittorelli era un omosessuale praticante incontenibile che conduceva una vita in totale contrasto con la morale cattolica, i principi del sacerdozio e della vita monastica e che era solito avvalersi delle prestazioni a pagamento di giovani escortomosessuali in giro per tutta Europa, lasciando di ciò traccia nelle sue chatprivate, acquisite poi agli atti dagli inquirenti come prove documentali, nelle quali si esprimeva con stile e linguaggio di una immoralità inqualificabile?
È vero che Pietro Vittorelli girava per tutta Europa affetto da shopping compulsivo giungendo a spendere sino a circa 50.000 euro in un solo mese, con transazioni documentate dai tabulati delle sue carte di credito, pagando hotel a 5 stelle categoria lusso, ristoranti gourmet, boutique d’alta moda e profumerie?
È vero che quanto contenuto nei punti 1-5 sono tutti elementi minuziosamente documentati in atti d’indagine passati poi dagli investigatori alla Santa Sede per conoscenza, in considerazione del fatto che Pietro Vittorelli era un ordinario diocesano?
Il direttore del Sito Silere Non Possum, noto castigatore della Curia Romana, dei prelati della Santa Sede, dei Media Vaticani, della Sala Stampa Vaticana, della Gendarmeria Pontificia e via dicendo (vedere archivio dei suoi articoli) ritiene forse che quando di mezzo ci sono le gravi e immorali prodezze di un omosessuale praticante e impenitente, il tutto vada relegato nelle sfere della sua vita privata, senza che ciò possa in alcun modo incidere a livello ecclesiale e canonico-giuridico?
il tenore degli scambi che Pietro Vittorelli era solito avere con gli escort gay a pagamento: «io vado a cercà cazzi»
La pietà cristiana non può omettere la verità. Pertanto, il responsabile di questo Sito, si conferma per ciò che è: uno che «d’ognun disse mal, fuorché di Cristo, scusandosi col dir: “Non lo conosco!» (Epigrafe di Paolo Giovio su Pietro l’Aretino).
Il grande esperto di cose di Chiesa risponda a questi dubia, ma rigorosamente nel merito, oppure taccia, raccomandando con noi l’anima di questo disgraziato defunto alla infinita misericordia di Dio.
dall’Isola di Patmos 14 ottobre 2023
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NOTA POSTUMA
Il defunto abate fu assolto dall’accusa di avere distratto fondi dell’8X1000 della Diocesi di Montecassino, oggi non più dipendente dall’abate cassinese e unita a quella di Aquino-Sora-Pontecorvo, non però dalla responsabilità di essersi appropriato per anni di somme di danaro sottratte ai fondi della ricca abbazia, con i quali foraggiò per anni le spese qui descritte, compreso l’acquisto di droghe, i viaggi di lusso e le prestazioni dei prostituti gay. I monaci dell’abbazia e la Congregazione benedettina cassinese preferirono stendere un velo pietoso ed evitare di intraprendete azioni legali contro il loro abate.
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I nostri precedenti articoli sulla Banda della Sileriana:
– 16 agosto 2025 —SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ” (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE(per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 29 marzo 2025 — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE(per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI(per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ(per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ?(per aprire l’articolo cliccare QUI)
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/faviconbianco150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2023-10-14 16:57:412026-04-01 00:30:39È morto l’Arciabate emerito di Montecassino Pietro Vittorelli: la pietà può cancellare la triste verità?
GUERRA DEI TERRORISTI DI HAMAS CONTRO ISRAELE: «LE DICHIARAZIONI DELL’AMBASCIATORE ISRAELIANO PRESSO LA SANTA SEDE SONO STORICAMENTE FALSE E INFAMANTI»
Per certi sionisti politici che poco o niente hanno da spartire con il mondo ebraico e con l’Ebraismo, non c’è umiliazione peggiore che quella di dover essere grati a chi gli ha fatto del bene e salvata la vita.
In certe circostanze le parole vanno misurate e limitate, specie con gli esponenti di un Paese giovane nel quale difficilmente, un rozzo ex colono di qualche kibbutz può essere inserito nel corpo diplomatico e mandato in giro per il mondo completamente privo del livello e della classe richiesta dall’ufficio a lui affidato, ma soprattutto della prudenza e della conoscenza.
Sono stato allievo di Padre Peter Gumpel che assieme a Padre Paolo Molinari diressero per mezzo secolo la Postulazione Generale della Compagnia di Gesù (cfr. Federico Lombardi S.J.QUI), loro stessi mi avviarono e formarono alle cause dei Santi. A loro fu affidato il processo per la causa di beatificazione del Sommo Pontefice Pio XII, periodicamente attaccato da ambienti che niente hanno da spartire con il mondo ebraico, perché tutti legati alle frange del Sionismo politico radicale, che rispetto all’Ebraismo è tutt’altra cosa. Il tutto con buona pace di coloro che vorrebbero tacciare di antisemita chiunque desidera professarsi o essere anti-sionista. Essere contrari a qualsiasi ideologia di stampo nazionalista, tal è il Sionismo politico, è cosa lecita, purché la contrarierà non sfoci mai in forme di violenza o di lesione dell’altrui dignità.
Nei Paesi democratici si è liberi di essere anti-comunisti, anti-fascisti, anti-clericali … sono tutte libertà di pensiero e parola tutelate dalla legge stessa. Pare però che non funzioni così in quella che alcuni seguitano a chiamare «l’unica democrazia del Medio Oriente».
Nel mio libroErbe Amare – Il secolo del Sionismopubblicato nell’ormai lontano 2006 smonto pezzo per pezzo anche questa leggenda sulla «unica democrazia», spiegando e documentando che certe forzature politiche mirate a equiparare l’anti-sionismo all’antisemitismo sono in sé e di per sé aberranti. Basterebbe ricordare che gli anti-sionisti più severi sono sempre stati gli ebrei più celebri al mondo per essere stati esponenti di spicco delle scienze, della cultura e delle arti. Ne cito uno solo tra i tanti: Sigmund Freud, che mostrò sempre decisa contrarietà alla creazione dello Stato d’Israele. E quando il Movimento Sionista chiese la sua firma, ottenne un deciso rifiuto, da lui come da varie altre personalità dell’Ebraismo.
Il Sionismo Politico nasce da personaggi infarciti di marxismo e ispirati al Socialismo reale, di cui Pio XII fu avversario, come lo furono altri suoi Predecessori e Successori. A partire dalla fine degli anni Cinquanta del Novecento presero vita proprio nei circoli sionisti leggende nere sulla figura di questo Sommo Pontefice che fu attivo e operoso per la salvezza degli ebrei perseguitati e ricercati dai nazisti, ma al quale certi ideologi decisero di servire nel dopoguerra una terribile vendetta a freddo.
I Sionisti politici sono giunti infine al grottesco: i nipoti e i pronipoti dei diretti protagonisti che furono salvati dal massiccio intervento della Chiesa Cattolica — tanto che vollero affiggere dopo la Seconda Guerra Mondiale lapidi su conventi, monasteri e istituti religiosi dove ebbero salva la vita — si sono messi a smentire i propri nonni e bisnonni con affermazioni “storiche” che se non fossero tragiche rasenterebbero il comico: «Nell’immediato dopoguerra i nostri nonni e bisnonni non avevano ancora chiaro quel che realmente era accaduto». Vale a dire: circa sei milioni di ebrei sterminati in tutta Europa, ma ai diretti protagonisti che ebbero salva la vita non era ancora chiara la portata di una tragedia immane unica a suo modo nella storia dell’umanità?
In questi miei libri, alla cui lettura vi rimando, definisco il tutto con questa battuta:
«Nonno, perché credi a quello che hai visto e vissuto come protagonista, anziché credere a ciò che il tuo nipotino sionista nato agli inizi degli anni Settanta del Novecento ti racconta?».
Uno di questi nipotini è l’Ambasciatore dello Stato d’Israele presso la Santa Sede, che irritato per gli inviti alla pace da parte dei Vescovi di Gerusalemme è tornato a tirare di nuovo in ballo il Sommo Pontefice Pio XII:
«Non è fuori contesto ricordare che oggi avrà inizio presso l’Università Gregoriana un convegno di 3 giorni sui documenti del pontificato di Papa Pio XII e sul loro significato per le relazioni ebraico-cristiane. A quanto pare – conclude la nota – qualche decennio dopo, c’è chi non ha ancora imparato la lezione del recente passato oscuro» (vedere QUI).
Tutto questo conferma che per certi personaggi «essere grati a chi ti ha salvato la vita è una umiliazione che alcuni non reggono».
In un breve articolo non posso trattare temi che hanno richiesto anni di studio e ricerca, ma chi è interessato alla storia, non alle leggende di certi sionisti politici, può leggerli e appurare quanto la realtà sia diversa dalle cattiverie costruite a tavolino con rara malizia politica dai sostenitori di un movimento nazionalista nato da una eresia del Marxismo più degenerato. Questo movimento si chiama Sionismo politico e chiunque può rivendicare il diritto a essere anti-sionista senza che nessuno possa tacciarlo di essere un pericoloso antisemita, specie quei nipoti e pronipoti che privi del basilare senso del pudore pretendono di smentire i loro nonni e bisnonni che tributarono devota riconoscenza a Pio XII per opera del quale furono salvati circa un milione di ebrei nelle strutture religiose di tutta Europa, compreso lo Stato della Città del Vaticano e tutti gli stabili della Santa Sede che a Roma godono del regime della extra-territorialità secondo le leggi e i trattati del diritto internazionale.
dall’Isola di Patmos, 10 ottobre 2023
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2023-10-10 00:04:362023-10-10 00:04:36Guerra dei terroristi di Hamas contro Israele: «Le dichiarazioni dell’Ambasciatore israeliano presso la Santa Sede sono false e infamanti»
INTERNET E LA DISTRUZIONE DEL PRINCIPIO DI AUTORITÀ, UN COLPO DI GRAZIA INFERTO DA LEGIONI DI IMBECILLI AL POTERE
La distruzione del principio di autorità è quell’elemento che sorregge alla base il trionfo della dittatura integralista del non sapere, di quella ignoranza crassa, cafona e violenta che è cosa del tutto diversa dal “non sapere” dell’uomo colto. E questa ignoranza crassa, cafona e violenta ha compiuto da tempo il proprio grande e devastante golpe attraverso internet e i social media.
Spesso mi capita di ricordare che quando si dialoga, o quando si spiega una precisa cosa, quando si tiene una lezione o una conferenza, quando si predica o si fa una catechesi, è sempre di importanza fondamentale partire sottolineando il vero significato delle parole, indicando e all’occorrenza spiegando con cura il vero senso etimologico dei termini usati.
Un accento sbagliato può scatenare una guerra, dissi una volta a delle persone che sul momento non capivano come mai, mentre parlavo di temi legati alla teologia dogmatica, per inciso spiegavo di tanto in tanto il significato di parole e terminologie. Ci sono infatti termini che in filosofia o in teologia hanno un significato totalmente diverso da quello a essi attribuito dal linguaggio corrente nel quale spesso, certe parole, sono state svuotate del loro etimo originario per essere riempite di altro e assumere un significato opposto. Spiegai che non solo una parola, ma persino un semplice accento può cambiare il significato di un discorso. Per esempio: la parola “pesca” può indicare sia un frutto sia un pescatore con la canna in mano che attende paziente che i pesci abbocchino all’amo, dipende dalla pronuncia orale, o da dove cade l’accento in una versione scritta. A sua volta, l’amo, può essere il piccolo uncino nel quale il pescatore attacca l’esca per i pesci, ma può essere anche l’affermazione con la quale un innamorato dichiara di amare un’altra persona. La parola “ancora” può significare sia il peso gettato nel fondale marino per bloccare la barca e impedirle di seguitare a galleggiare sulle correnti marine, ma può anche significare ripetere una data cosa. Pure in questo caso dipende dalla pronuncia orale, o da dove cade l’accento in una versione scritta.
Una platea di ascoltatori non particolarmente colti, nella quale però, proprio i più incolti, si ritenevano dei veri maestri del sapere, a poco a poco compresero quelle mie spiegazioni lessicali quando illustrai che la parola “castigo”, nel linguaggio teologico e dottrinale, ha un significato diverso da quello dato a essa nel lessico corrente. Anzitutto l’etimo castigo deriva dal latino castus(puro) e agĕre(rendere/dare/restituire). Il vero significato etimologico di questa parola è quindi “purificare”, o “rendere puro” o “restituire la purezza perduta”. Un significato completamente diverso da quello del linguaggio parlato corrente. Presto detto: se un teologo parlerà a una platea dei castighi di Dio, gli ascoltatori potrebbero capire l’esatto contrario di ciò che cercherà di trasmettere, dando semmai vita a dei fraintendimenti che non dipendono dal modo in cui si è espresso lo studioso e neppure dagli ascoltatori, ma conseguenti il fatto che l’uno e gli altri danno a questo termine un significato dissimile, finendo così per parlare due lingue diverse con l’uso delle stesse parole. Nel linguaggio teologico il castigo è una azione purificatrice della grazia e della misericordia di Dio che «castiga e usa misericordia» (Tb 13,2) perché «Il Signore è pietoso e clemente, lento all’ira e ricco di bontà» (Sal 103). Pertanto, il castigo divino, nella economia della salvezza è un vero e proprio atto di amore del Creatore verso le proprie creature. E qui preciso per inciso che il termine “economia” appena usato ha, analogamente a quello di “castigo”, un significato anch’esso del tutto diverso da quello del corrente lessico parlato. Questo lemma di derivazione greca ― oἰκονομικά ― appare in un’opera attribuita ad Aristotele che la usa per indicare la gestione del oἰκος, ossia della famiglia e di ciò che a essa appartiene. Per i greci l’economia non costituiva, come invece la intendiamo oggi, una realtà autonoma che in modo altrettanto autonomo opera. E proprio a causa di questa parola da me usata con riferimento alla «economia della salvezza», un presente ― ovviamente il più colto e forbito tra tutti gli ascoltatori ― si mise a ridere dando poi saggio di crassa ignoranza chiedendomi pubblicamente:
«Ma lei, parlando di economia della salvezza, è rimasto sempre fermo alla vendita delle indulgenze?».
Una caratteristica molto diffusa nella società odierna non è il sapiente e saggio «ξέρω ότι δεν ξέρω» (xéro óti den xéro, io so di non sapere), secondo la sapiente massima di Socrate riportata poi da Platone nella Apologia di Socrate. Oggi, il principio sovrano nelle nostre masse sempre più incolte e arroganti è l’esatto contrario: sapere ciò che non si sa, quindi discutere, contestare e sovente anche aggredire attraverso i canali dei vari social media coloro che sanno e che proprio per questo cercano inutilmente di dare chiarimenti, secondo lo stile psicopatologico di chi, pur non conoscendo, presume però di conoscere più che mai.
Nelle persone di vera cultura la conoscenza si fonda e si muove sulla base della sapienza socratica «io so di non sapere». Perché per quanto uno possa avere dedicato la propria intera esistenza allo studio e alla ricerca, tutti noi, anche i più colti, rimaniamo di fondo degli ignoranti nel senso etimologico del termine ignorans antis da cui deriva il termine ignorantia, a sua volta derivante dal verbo greco γνωρίζειν (gnorízein), che alla lettera significa “mancanza di conoscenza”. O qualcuno di noi, inclusi studiosi di lungo corso, sarebbe forse in grado di affermare: “Io conosco tutto”? Quando al Senatore a vita Rita Levi Montalcini, insigne scienziato neuro-biologo, poco dopo l’assegnazione del Premio Nobel avvenuta nel 1986, per avere scoperto il Nerve Growth Factor(l’elemento di accrescimento della fibra nervosa), durante un evento pubblico le fu detto che lei era tra le poche persone al mondo che conoscevano il cervello umano. Per tutta risposta ella replicò:
«Del cervello umano, nella mia vita, ho imparato qualche cosa, ma solo qualche cosa, perché molte delle sue risorse rimangono sconosciute e oggi, noi scienziati, possiamo dire di conoscere circa il 5% delle sue potenzialità».
Proviamo adesso a passare dalle neuroscienze alla teologia e nello specifico alla patristica o patrologia. Esiste al mondo un patrologo capace ad affermare di conoscere in modo approfondito le opere di tutti i grandi Padri e dottori della Chiesa, da quelli maggiori a quelli minori, o di averle anche e solo lette semplicemente tutte quante? Conosco patrologi ultra ottantenni che hanno dedicato la loro intera vita a studiare i Padri Cappadoci, noti anche come Sapienti di Cappadocia, che sono tre: i Santi Basilio Magno, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo detto anche Nazianzeno. Di tutti gli altri hanno una conoscenza sommaria, molti altri ancóra non li hanno proprio mai esaminati e studiati, neppure letti. Il vero uomo di cultura è consapevole, proprio perché tale, della propria ignoranza, proprio perché la vera conoscenza passa di necessità dalla consapevolezza del non sapere: «… del cervello umano, nella mia vita, ho imparato qualche cosa, ma solo qualche cosa».
La distruzione del principio di autorità è quell’elemento che sorregge alla base il trionfo della dittatura integralista del non sapere, di quella ignoranza crassa, cafona e violenta che è cosa del tutto diversa dal “non sapere” dell’uomo colto. E questa ignoranza crassa, cafona e violenta ha compiuto da tempo il proprio grande e devastante golpe attraverso internet e i social media. L’annullamento dei ruoli culturali, sociali, politici e religiosi si sviluppa al peggio attraverso questi canali che costituiscono l’elemento distruttivo di ogni principio di autorità. Problema questo che per essere compreso obbliga a fare un salto storico-sociale all’indietro, per l’esattezza agli ingloriosi anni Settanta del Novecento, con tutti i suoi devastanti ed emozionali «vietato vietare», «l’immaginazione al potere» e via a seguire. In quella stagione avvenne un vero e proprio processo di sovvertimento, inversione e infine di vero e proprio abbattimento dei ruoli. Oggi l’insegnante non è più colui che seduto sopra una cattedra in una posizione più alta, che non a caso aveva una pedagogica e simbolica pedana che la sopraelevava in altezza al di sopra dei banchi dove sedevano gli alunni, dalla quale dispensava il proprio insegnamento a soggetti che dovevano tacere, ascoltare e imparare, rispondendo solo quando erano interrogati, oppure, quando concesso, rivolgere domande nel merito di ciò che l’insegnante aveva spiegato ma che non era stato ben compreso. Molti insegnati delle scuole inferiori o superiori, o i docenti universitari, al termine delle loro lezioni erano soliti domandare: «Sono stato chiaro … mi sono spiegato bene? Avete delle domande di chiarimento da fare?». Sinceramente non ho memoria di avere mai udito alcuno dei miei compagni di scuola o colleghi universitari prendere parola per dire: «Non sono d’accordo con quello che ha detto perché secondo me … io penso che …». Ciò avrebbe potuto comportare ritrovarsi poi in sede d’esame dinanzi a un esaminatore che in modo impeccabile e nel pieno rispetto della legge e delle regole accademiche ti avrebbe potuto far pentire dei tuoi peccati passati, presenti e persino futuri. E vi dirò: avrebbe fatto anche bene, perché l’arroganza va punita, proprio per il bene dell’arrogante, che va corretto, non assecondato, meno che mai tollerato. L’arroganza è infatti di per sé intollerabile.
L’insegnante post-sessantotto è divenuto colui con il quale si dialogo e ci si confronta, non più in una posizione di ruoli verticale, ossia dall’alto (insegnante) verso il basso (alunni), ma in un rapporto orizzontale. Se poi, in questo genere di rapporto di relazione malato ― che non potrebbe né mai dovrebbe essere, anzitutto per il bene di chi deve apprendere ― uno si mette a contestare l’insegnante a colpi di «io non sono d’accordo, perché io penso che … perché secondo me …», ecco che quel soggetto, oggi, sarà persino giudicato come uno studente particolarmente brillante. Poi, se insulterà l’insegnante, a quel punto diverrà il beniamino di tutti i suoi compagni e le sue compagnuccegli manderanno cuoricini per WhatsApp, oppure direttamente loro immagini seminude su Instagram. Nessuno pensi che il genitore di oggi, venendo a conoscenza della prodezza del figlio, provi un senso di umana vergogna per avere un figlio maleducato sino a quei livelli, perché la risposta sarà più o meno questa: «Se lo ha insultato, si vede che se lo meritava». O può forse, il genitore di oggi, vergognarsi e poi ammettere di essere stato un totale fallimento a livello educativo? Certo che no, quindi è l’insegnante insultato ad avere torto e il figlio ad avere ragione.
Gli esami che a suo tempo ho sostenuto prima alle scuole medie superiori e poi all’università ― io come chiunque altro ― non erano basati su un dialogo tra pari, ma su un rapporto del tutto impari dove una persona rivestita di autorità, il professore, mi rivolgeva delle domande alle quali io, studente, in una posizione subordinata dovevo rispondere con precisione, soprattutto nello stretto merito di ciò che mi era stato richiesto, mostrando di avere acquisito e sviluppato il sapere che mi era stato trasmesso. Fatto questo l’autorità, ossia l’insegnante liceale o il professore ordinario universitario, esprimeva su di me un giudizio nella forma di voto, con una valutazione data in numeri compresi tra 0 e 10 o tra 18 e 30. Ho avuto modo di avere insegnanti che erano persone talentate e dotate di grande scienza, oltre che di qualità didattiche, come ne ho avuti altri che erano mediocri, dotati di scarsa scienza e privi semmai anche di capacità didattiche. Non era però compito nostro di studenti quello di valutare gli insegnanti, che potevano essere giudicati, per i loro meriti o demeriti, solo dai loro superiori, o perlomeno dai loro pari, non certo dagli allievi che il sapere lo stavano acquisendo e che ancóra non avevano acquisito e maturato. Ciò li rendeva privi delle necessarie capacità di giudizio ― volendo anche di contestazione ― per poter esprimere giudizi positivi o negativi sulle qualità e le capacità dei docenti.
Da anni si stanno moltiplicando casi nei quali i disastrosi genitori di certi studenti, degni figli o nipoti del ben poco glorioso Sessantotto e degli anni Settanta che ne seguirono, non si limitano neppure a ricorrere ai Tribunali Amministrativi Regionali per una bocciatura da loro ritenuta ingiusta, perché li intasano di ricorsi persino per un voto dato che a loro dire non era adeguato. Se il genitore, più o meno figlio o nipote del Sessantotto o degli anni Settanta, non è in grado di trasmettere al proprio figlio il sano e salutare principio di autorità e del rispetto che all’autorità è dovuto, la società è inevitabilmente destinata a un colossale fallimento dopo essere piombata nella forma di anarchia in assoluto peggiore e più distruttiva: l’anarchia delle emozioni, o se preferiamo del «vietato vietare» e della «immaginazione al potere».
Questi i risultati che oggi sono sotto i nostri occhi: il genitore cessa di essere tale e diventa un amico o un complice “a delinquere” del figlio; l’insegnante un soggetto con il quale ci si confronta, contestandolo e dando sfogo al proprio egocentrismo a botte di «non sono d’accordo … perché io penso che … perché secondo me …»; il medico non è più colui che ti cura ma una persona che può essere interrotta mentre ti sta facendo una diagnosi esprimendo la fatidica frase «Ah, io non sono d’accordo, perché su internet ho letto che …»; le cariche dello Stato, dal carabiniere al poliziotto sino al Senatore a vita della Repubblica Italiana divenuto tale per meriti speciali, sono figure spesso irrise e svilite da parte di persone che non conoscono neppure il primo articolo fondamentale della Costituzione della Repubblica Italiana e che ignorano del tutto il sistema repubblicano nel quale vivono; i preti e i teologi sono persone ormai relegate tra i ruoli più inutili e marginali della società civile ai quali dei ragazzotti affetti da analfabetismo funzionale o digitale si rivolgono a faccia a faccia con il “tu” dicendo loro come e perché la Chiesa sbaglia, oppure puntando i piedi perché devono fare da padrini di battesimo, non essendo stati però cresimati, ecco che dopo aver fatto professione di non credere alle verità annunciate dalla Chiesa ti dicono, semmai anche a brutto muso «io ho il diritto di fare la Cresima perché mi serve», ignorando che i Sacramenti non sono un diritto ma una azione della grazia divina … Insomma, una società nella quale assieme al principio di autorità sono saltate tutte le regole, con una massa di arroganti ignoranti che ogni mezza frase pronunciano «io ho il diritto di … io ho il diritto di …» ma in modo egocentrico e anarcoide non accettano neppure la vaga idea stessa che accanto ai diritti ci sono i doveri e viceversa, non potendo esistere una società fatta solo di diritti come non ne potrebbe esistere una fatta solo di doveri.
Più volte ho citato Umberto Eco in vari miei scritti che toccavano il problema di internet e dei social media, perché con quattro pennellate raffigurò, più che un problema, un autentico disastro sociale:
«I social mediadanno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli!» (cfr. QUI).
Prima del semiologo Umberto Eco, quando ancora i social medianon avevano preso campo, un celebre matematico italiano, Giorgio Israel, si espresse così riguardo internet:
«È vero ― come ha notato qualcuno ― che ho deciso di por fine a questo tipo di “dialogo”. Esso ha messo in luce due aspetti tra i peggiori di internet, un mezzo cui comunque non rinuncio, ma non per piegarmi alle cattive tentazioni cui induce. Alludo alla perdita di inibizioni per cui si ritiene di poter trattare in modo sbrigativo e persino villano persone con cui non si oserebbe farlo de visu; e la tendenza a sentenziare su questioni cruciali e che magari sono oggetto di riflessione secolare, tacciando pure di cretino chi non si adegua» (cfr. Articolo del maggio 2008 tratto dal sito di Giorgio Israel).
Perdonatemi se porto me stesso come esempio, ma credo che trasmettere la propria esperienza personale sia importante, specie da parte di un presbitero e di un teologo che ha appena toccato la soglia dei sessant’anni d’età. Questo vuol dire ― o perlomeno si presume ― avere acquisito e sviluppato una certa esperienza di vita e, attraverso studi metodici di ricerca continuati nel tempo una certa conoscenza, sempre e di rigore basata sulla consapevolezza del «io so di non sapere». Come sempre esemplifichiamo: una volta, la classica isterica frigida che reattivamente era affetta da nevrosi ossessive di stampo pseudo-religioso, dopo avere creato problemi, attriti, litigi e sconcerto di vario genere in parrocchia, o forse prima ancóra che potesse generare cose simili, era presa in disparte da qualcuno dei parroci che furono, fatta nuova dalla testa ai piedi e poi cacciata via. Oggi la classica isterica frigida reattivamente affetta da nevrosi ossessive di stampo pseudo-religioso si tuffa nel mare dei social media, va a caccia delle pagine dei preti e con spirito litigioso e aggressivo incomincia a contestarli in tono insultante e provocatorio, specialmente se il prete ha scritto un post chiaro e preciso nel quale tratta in modo semplice cose serie sul piano della dottrina e della fede, rendendole comprensibili al grande pubblico, ma alle quali ella ribatte con assurde scemenze. Questa è una delle principali insidie dei social media, per noi presbiteri e teologi come per qualsiasi studioso o per qualsiasi persona che nella società riveste quello che dovrebbe essere, ma che soprattutto andrebbe sentito e rispettato come ruolo di autorità.
In internet, ma soprattutto nei social media, come faceva notare già molti anni fa Giorgio Israel c’è una perdita totale «di inibizioni per cui si ritiene di poter trattare in modo sbrigativo e persino villano persone con cui non si oserebbe farlo de visu». Cosa alla quale si aggiunge un elemento peggiore: «la tendenza a sentenziare su questioni cruciali e che magari sono oggetto di riflessione secolare, tacciando pure di cretino chi non si adegua». Ne abbiamo fatta esperienza recente, peraltro legata a una vicenda che per due anni ha messo in ginocchio le società civili, i governi e l’economia: la pandemia da Covid-19. Chi di noi non ricorda eserciti di sciampiste e di intellettuali da bar con la licenza media inferiore presa alle scuole serali che tra un messaggio sgrammaticato e l’altro smentivano i più esperti virologi e infettivologi perché su dei blog gestiti da altrettanti ignoranti arroganti avevano letto che …? A molte di queste persone provai all’epoca a rispondere in questo modo:
«La scienza non è perfetta e da sempre può essere fallibile e defettibile. Vaccino si, vaccino no? Personalmente ho deciso di dare fiducia alla scienza, che può sbagliare e che spesso ha sbagliato. Verso la scienza intendo però fare un atto di fiducia, perché se proprio qualcuno deve sbagliare su di me, preferisco che l’errore lo compia uno specialista nel tentativo di salvarmi anziché un naturopata-esoterista a caccia di fessi che fa credere di poterli curare con pillole omeopatiche e pietre magnetiche colorate. Anche perché, mentre la scienza chiede all’occorrenza fiducia, questi ciarlatani e coloro che decidono di andargli dietro chiedono e pretendono invece dei veri e propri atti di fede cieca riguardo ciò che di assurdo e anti-scientifico dicono e sostengono».
In quel delicato frangente come in altri diversi ma analoghi, le televisioni pubbliche e private si sono gravate di immani responsabilità che una vera società civile e una politica realmente illuminata non avrebbe dovuto esitare a far pagare a caro prezzo per senso di giustizia e per la tutela della popolazione. Ricordiamo infatti che mentre le persone erano chiuse in casa nel pieno del lockdown, per cinque giorni a settimana, tre o quattro ore ogni sera, in tutti i più seguiti talk showsi favorivano e fomentavano litigi e risse tra specialisti clinici ed emeriti ignoranti presi dalla strada che li contestavano e smentivano. Il tutto fatto passare per diritto all’informazione e diritto di libertà di parola. Domanda: da quando, gli imbecilli, hanno il diritto a esprimersi in prima serata sulle televisioni pubbliche e private, tanto più per contestare e smentire studiosi con teorie assurde e irrazionali, più ancóra che anti-scientifiche? Alle reti televisive interessava davvero dare voce a tutti? E da quando, questo appassionato amore per la verità da parte di mass media che la verità sono soliti nasconderla, manipolarla e falsarla, quando conviene ai padroni che li tengono stretti e vincolati ai loro libri-paga? No, la verità era tutt’altra: le redazioni dei programmi televisivi, con un cinismo che sarebbe stato bene fargli pagare a caro prezzo, avevano un unico scopo, molto superiore al Covid-19 e al pericolo pandemico stesso: gli indici di ascolto. Più negli studi televisivi erano scatenate risse, più gli indici di ascolto salivano. Ma torniamo di nuovo a Umberto Eco:
«La televisione aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità» (cfr. QUI).
Chiamatevi pure prete “vecchio stile”, se preferite demodé, ma rimango consapevole che la Chiesa, attraverso i cosiddetti tria munera, mi ha dato mandato a insegnare, a santificare e a guidare il Popolo di Dio, questo dopo avermi formato, istruito e fatto specializzare nelle scienze teologiche, quindi conferendomi mandato. Questo è il mio compito, sia per chi ci crede sia per chi, pur non credendoci, sarebbe tenuto comunque al rispetto, specie in questo mondo nel quale è di rigore il rispetto e il massimo della correttezza politica anche per l’ultimo dei clandestini sbarcati sulle nostre coste e per i transessuali in equilibrio sui tacchi a spillo, che non hanno certo una dignità umana superiore a quella di un essere umano chiamato prete. Di conseguenza, il compito dei nostri Christi fidelesrimane tutt’oggi di accogliere il nostro insegnamento, lasciarsi santificare mediante i Sacramenti di grazia da noi amministrati e farsi guidare nel cammino di vita cristiana, o se preferite governare dai pastori all’interno della Chiesa, dove si è liberi di entrare e dalla quale, per intendersi, si è liberi di uscire, ma nessuno ha però il diritto e la libertà riconosciuta a insolentire i pastori.
Presto detto: come ministro in sacris non sono una persona con la quale un qualsiasi soggetto che si proclami cattolico o credente possa trattare a tu per tu, perché il rapporto è teologicamente e gerarchicamente dal basso (fedele) verso l’alto (presbitero). Non è il credente o peggio il presunto tale che può agitare il dito e darmi lezioni su come un prete deve fare il prete o su come deve trasmettere le verità della fede, o peggio quali verità possono andare bene e quali “devono” essere invece cambiate. Il tutto espresso da soggetti che non hanno mai neppure sfogliato il Catechismo della Chiesa Cattolica e che per questo ignorano che le verità di fede sono immutabili e non certo mutabili a piacimento, con tanto dilikesui social, perché «io penso che … secondo me …».
Dinanzi a questo genere di persone agisco e interagisco in due modi: o li rimprovero con atteggiamento severo e all’occorrenza autoritario chiarendogli che non sono un loro compagnuccio e men che meno una persona con la quale possono pensare di confrontarsi a tu per tu, oppure, come nel caso dei social media in cui i rapporti sono perversamente all’orizzontale, reagisco con lo sberleffo, con la parola colorita, a volte persino usando qualche frase triviale affatto casuale, meno che mai istintiva o emotiva, ma proprio scientificamente studiata e voluta al fine di scuotere certi soggetti, la reazione dei quali è tanto evidente quanto scontata: «Vergogna di prete … prete volgare … ma tu sei davvero un prete?». Sì, sono un prete, con l’aggravante di essere pure un teologo al quale tu, ragazzotta o donnetta nullafacente, dopo avere passato la giornata a girare per internet in cerca di gossip e di notizie pruriginose, hai pensato di poter spiegare cosa veramente sia la fede cattolica. Perché le più irrispettose e le più violente in assoluto sono di rigore loro: le donne, come provano i social media. Oppure può capitare che non risponda e che a qualcuna di queste carampane incattivite replichi postando sulla mia pagina socialla fotografia del Tantum Rosa in versione spray usato dalle donne per i pruriti vaginali, semmai accompagnando la foto con la frase: «dicono che funzioni …».
Gli imbecilli fanno sempre e di rigore sul serio e hanno disperato bisogno di essere presi sul serio, perché si sentono le autorità sociali, scientifiche, politiche, morali e religiose che assolutamente non sono, cosa questa che, per una sorta di strana e complessa invidia inconscia, li porta a rovesciare insolenze su chi questi ruoli di autorità li riveste veramente e legittimamente. Ciò che non è serio, giammai sia preso e trattato come se lo fosse. A quel punto, la sapiente presa di giro è l’unico antidoto. Si tratta di astuta e sottile pedagogia: irridendone uno capita che lui, assieme ad altri 100, ti postino centinaia di commenti insultanti, ma quasi sempre capita che almeno due o tre, dinanzi alle tue risposte, capiscano, conferendoti e riconoscendoti il ruolo sociale e di autorità che ti spetta e che ti è dovuto, perché certi rapporti non sono, né mai possono essere alla pari, né basati sul principio del «… secondo me … io penso che …».
Come presbitero posso chiedere al mio Vescovo parere e consiglio, esporre un problema e domandare suggerimenti per la sua soluzione, posso anche sollevare perplessità di fronte a certe scelte o direttive pastorali, con tutta la più profonda cortesia del caso posso offrire anche un consiglio, perché ogni sacerdote è uno stretto collaboratore del Vescovo. Non posso però contestarlo e rigettare quanto da lui è stato stabilito, ponendomi in tal modo al di sopra di lui, perché sono io che dipendo dalla sua autorità, alla quale ho promesso filiale rispetto e devota obbedienza con un atto sacramentale solenne. È il Vescovo che mi ha concesso il mandato e la relativa facoltà a celebrare la Santa Messa, a predicare il Santo Vangelo, ad assolvere dai peccati e a curare e custodire il Popolo di Dio, il tutto in un rapporto di subalternità, perché sono sottoposto in modo subalterno all’apostolica autorità del Vescovo, il quale ha la facoltà, volendo o reputandolo opportuno, di revocarmi anche questo mandato, in modo parziale o totale, se mi ritenesse inadeguato o indegno. Quindi, anche se avessi in sé e di per sé pure cento ragioni, se osassi pormi al di sopra della sua apostolica autorità, quelle ragioni si muterebbero in mille gravi torti che farebbero di me un pessimo prete e che darebbero scandalo e disorientamento ai Christi fideles. Questo, è il principio di autorità nella Chiesa, interamente retto sulle teologali virtù della fede, della speranza e della carità (cfr. I Cor 1.13). E farlo capire ai cattolici del «secondo me … io non sono d’accordo ..», non è cosa facile.
Talvolta, per recuperare delle persone e indurne altre alla ragione, può essere più utile la foto di un prodotto farmacologico contro il prurito vaginale anziché una inutile dissertazione su certi principi cardine enunciati dal Santo padre e dottore della Chiesa Agostino vescovo d’Ippona, che pure di vagine ebbe buona conoscenza, quando era sempre Aurelio di Tagaste. E qualcuno, dopo aver riso sul Tantum Rosache allevia il prurito vaginale, può essere che comprenda e che poi si apra. Solo a quel punto sarà possibile parlare del Vangelo e dei preziosi pensieri di Sant’Agostino, producendo buoni frutti, il tutto grazie a una battuta sfottente partita da un prodotto che allevia il prurito vaginale.
Chi è rivesto di autorità, dinanzi a questa totale crisi di ogni principio di autorità ha oggi due soluzioni: o si mette a battagliare inutilmente contro i mulini a vento parlando una lingua che le masse ignoranti, arroganti e litigiose che brulicano i social medianon sono neppure in grado di comprendere e recepire, oppure prende in giro gli imbecilli mantenendo saldo il rispetto che gli spetta e che gli è dovuto. Recuperandone di tanto in tanto qualcuno, che di questi tempi non è poca cosa:
«Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta”. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15, 4-7).
I social media sono un oceano dove le sardine pensano di essere squali e dove i merluzzi hanno il complesso delle orche assassine, eppure, di tanto in tanto, è possibile recuperare qualche spigola, consapevole anzitutto di essere una spigola.
dall’Isola di Patmos, 9 ottobre 2023
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2023-10-09 13:08:512023-10-09 13:08:51Internet e la distruzione del principio di autorità, un colpo di grazia inferto da legioni di imbecilli al potere
A VOI SARÀ TOLTO IL REGNO DI DIO E SARÀ DATO A UN POPOLO CHE NE PRODUCA I FRUTTI
Oggi il Nuovo Popolo di Dio siamo tutti noi, cioè noi uniti nel Suo Battesimo, a cui Dio chiede di portare frutti, dunque diventare fecondi. In tal modo ciascuno di noi diventa custode e protettore di quella vigna, che è la nostra Chiesa Cattolica e la Chiesa locale in cui siamo attivi.
siamo tutti nati e cresciuti all’interno di una nazione e una città. Questo essere insieme ad altri ha costruito un po’ la nostra identità. Siamo diventati “Io” grazie anche a molti “Tu”, nostri concittadini. Siamo poi stati battezzati e così inseriti all’interno di una comunità ecclesiale particolare e in generale, figli della Chiesa Cattolica. Siamo stati così affidati a una comunità particolare, una Chiesa locale costituita innanzitutto dalla nostra famiglia. Oggi siamo adulti, ci viene chiesto di essere coloro che costruiscono e custodiscono la Chiesa. Questa è la sintesi del Vangelo di oggi.
I vignaioli omicidi, catechismo francese illustrato del XX sec.
Ancora una volta Gesù decide di proporre questo insegnamento in parabole. Così racconta una parabola un po’ violenta, se vogliamo. Il padrone di un terreno consegna la propria vigna a dei contadini perché la coltivino e portino frutto. Giunto il momento di ritirare il raccolto, invia diversi servi: prima pochi, poi molti. Questi vengono uccisi. Infine viene ucciso l’ultimo inviato, cioè il figlio del padrone.
A questo punto Gesù dialoga con gli anziani e i capi del popolo circa la sorte di questi contadini. Essi gli offrono una risposta che sembra chiara: al ritorno dello stesso padrone, i contadini omicidi verranno puniti e uccisi. Citando il salmo 118, celeberrimo, Gesù offre loro la risposta definitiva:
«Io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti»
La risposta di Gesù è fortissima: non saranno più solo i capi del popolo ebraico e i sacerdoti a mantenere l’alleanza con Dio. Ci sarà un nuovo regno di Dio, una nuova vigna, dunque un nuovo popolo di Dio che sarà fecondo e porterà frutti.
Gesù viene dunque a gettare le basi della Sua Chiesa, che riceverà e manterrà l’ultima ed Eterna Alleanza, il Nuovo ed Eterno Patto fra Dio e l’uomo. Dunque un Nuovo Popolo di Dio, che non coinciderà esclusivamente con i circoncisi.
Infatti, oggi il Nuovo Popolo di Dio siamo tutti noi, cioè noi uniti nel Suo Battesimo, a cui Dio chiede di portare frutti, dunque diventare fecondi. In tal modo ciascuno di noi diventa custode e protettore di quella vigna, che è la nostra Chiesa Cattolica e la Chiesa locale in cui siamo attivi. Questa fecondità si realizza in diversi modi: innanzitutto con la pratica della carità e delle opere di misericordia spirituali e materiali. Anche l’esercizio delle virtù teologali e cardinali, con gli altri e in comunione con Dio, è un altro modo di essere fecondi. Perché la fecondità e fruttuosità è donare la grazia dell’amicizia e dell’amore di Dio agli altri. La bellezza della nostra fede ci chiede poi di donare questa grazia secondo una fecondità che è originale e tutta propria: dunque tutti noi diventiamo fruttuosi perché chiamati con la nostra bellezza ed unicità. Questa è una via bellissima con cui Dio ci chiede di essere parte della Chiesa: né dominanti né passivi ma fruttuosi. Aperti al progetto di Dio ma senza per questo diventare robot.
Come scriveva John Stuart Mill: «Tutte le cose buone che esistono sono frutto dell’originalità».
Chiediamo al Signore di diventare quel nuovo popolo di Dio in grado di entrare nella preghiera silenziosa, ascoltare la voce del Tu Eterno di Dio, e portare questa voce in un mondo che cerca l’amore senza fine.
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DALL’HOMO SAPIENS AI CONTADINI ASSASSINI NELLA VIGNA DEL SIGNORE
I nostri antenati sapiens quando iniziarono a domesticare quelle specie animali e quei pochi semi che ancora ritroviamo sulla nostra tavola non potevano immaginare il particolare legame che si sarebbe creato fra l’uomo e la coltivazione della vite. Un rapporto che sa di alleanza e perciò di passione, di cura e perfino di amore. Ricordo i contadini che ho conosciuto, quando volevano esprimere la fatica del loro specifico lavoro dicevano: «La terra è bassa!». Perché non solo ti devi chinare verso di essa, ma anche assecondarla e lavorarla con grande fatica.
Gli storici dell’evoluzione dicono che il passaggio all’agricoltura per la nostra specie ebbe inizio in un periodo che va dal 9500 all’8500 a.C. in una regione collinosa situata tra la Turchia sudorientale, l’Iran occidentale e il Vicino Oriente. Prese il via lentamente e in un’area geografica piuttosto ristretta. Il frumento e le capre furono domesticati approssimativamente intorno al 9000 a.C.; piselli e lenticchie intorno all’8000 a.C.; gli ulivi nel 5000 a.C.; i cavalli nel 4000 a.C.; e la vite nel 3500 a.C. Proprio del terreno che dalla vite prenderà nome di vigna parlerà Gesù nel brano evangelico di questa ventisettesima domenica del tempo ordinario.
«In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi»? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» (Mt 21,33-43).
I nostri antenati sapiens quando iniziarono a domesticare quelle specie animali e quei pochi semi che ancora ritroviamo sulla nostra tavola non potevano immaginare il particolare legame che si sarebbe creato fra l’uomo e la coltivazione della vite. Un rapporto che sa di alleanza e perciò di passione, di cura e perfino di amore. Ricordo i contadini che ho conosciuto, quando volevano esprimere la fatica del loro specifico lavoro dicevano: «La terra è bassa!». Perché non solo ti devi chinare verso di essa, ma anche assecondarla e lavorarla con grande fatica. Quando invece iniziavano a parlare della vigna e del vino che avevano spillato il discorso cambiava, il ricordo della fatica e della dedizione sparivano: apparivano ripagati, diventavano orgogliosi del frutto della vite ricavato e perciò gelosi della loro vigna. È possibile che questa esperienza primordiale abbia ispirato gli autori biblici, in particolare i profeti, quando cantarono in più occasioni lo speciale legame fra l’agricoltore e la vigna in quanto allegoria dell’alleanza fra Dio e il suo popolo Israele. Il brano indubbiamente più famoso è quello riportato nella prima lettura di questa domenica tratto dal profeta Isaia:
«Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi. E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?» (Is 5,1-4).
Così quando Gesù iniziò a raccontare gli ascoltatori intesero istantaneamente di cosa stesse parlando a differenza nostra che quella immediatezza l’abbiamo persa e necessitiamo di molte spiegazioni. Infatti la comprensione della parabola detta “dei vignaioli omicidi” ha rappresentato un momento significativo nella storia dell’esegesi cristiana. C’è stato un tempo, non molto distante dal nostro, in cui si è pensato che il versetto «Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» costituisse una vera punizione per Israele e un attacco da parte di Gesù al giudaismo, cosicché la Chiesa non fosse da considerarsi come un nuovo Israele subentrato al vecchio, ma quello vero1, come l’aveva pensato Dio fin dall’inizio. Ma in tutto il Vangelo di Matteo quest’attacco non si evince e così quella interpretazione è oggi ritenuta obsoleta. Come pure l’idea discendente dalla precedente che Israele in quanto popolo fosse stato rifiutato da Dio. Certo Gesù stava parlando nel tempio rivolgendosi agli anziani e ai capi dei sacerdoti e le sue parole riportavano la pesante punizione causata dal rifiuto degli emissari del padrone della vigna. Essi erano quegli inviati di cui parlerà in Mt 23,34: «Perciò ecco, io mando a voi profeti, sapienti e scribi: di questi, alcuni li ucciderete e crocifiggerete, altri li flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città». Soprattutto Gesù annunciò l’uccisione del figlio. Ma si stava rivolgendo ai leaderreligiosi, quelli che chiamerà guide cieche (cfr. Mt 23,16) e poiché ora la parabola è presente nel Vangelo quelle parole varranno sempre per la Chiesa ed i suoi responsabili. In particolare la vigna che è l’Israele santo di Dio, il popolo eletto, non sarà incendiata o devastata come la città di cui si parlerà nella parabola seguente (Mt 22,7) ma anzi è lì pronta per dare frutti buoni; solo, non saranno gli attuali vignaioli a coglierli: la vigna, il popolo dell’alleanza, verrà affidata ad altri contadini. Perciò tutte le parabole di Gesù e questa in particolare vanno considerate come opere aperte. Rinchiuderle dentro un’unica interpretazione, come un letto di Procuste, farebbe loro torto perché il valore sta nell’inquietudine che continueranno a suscitare, unita alle domande che incalzeranno la fede dei discepoli e la loro sequela, affinché siano continuamente spronate.
Gesù iniziò il racconto dicendo che c’era un uomo, un proprietario ― il termine oikodespotes(οἰκοδεσπότης) può significare anche un padre di famiglia, infatti la Vulgata tradusse: Homo erat pater familias ― che piantò una vigna e la dotò di tutto il necessario, quindi l’affidò a dei vignaioli e partì. Il verbo apodemeo(ἀποδημέω da cui ἀπεδήμησεν del v.33) indica qualcuno che va fuori della patria, all’estero, allontanandosi dalla propria abitazione. Quest’uomo partì portando con se il pensiero e il ricordo della vigna, così quando venne il tempo dei frutti mandò dei servi a richiederli, ma furono brutalmente trattati dagli affidatari. Evidentemente si erano convinti nell’animo che il padrone essendosene andato si fosse anche scordato della vigna e che questa ormai fosse loro, così se l’erano accaparrata sostituendosi al vero proprietario. Ma in fondo questi rivendicava solo i frutti, non stava pretendendo la proprietà. Con una pazienza che parrà incredibile se non fosse ascritta a Dio egli inviò di nuovo servi in numero maggiore e pure questi subirono la stessa sorte dei precedenti. I lettori del Vangelo che a questo punto già sentiranno montare la rabbia per il sopruso, speranzosi di vedere il ristabilimento della giustizia anche con l’uso della forza, si troveranno impreparati e spiazzati nel leggere che il padre starà per mettere a repentaglio la vita del suo proprio figlio. Ma il proprietario della vigna, ormai lo sappiamo, è un padre fuori dell’ordinario, come dirà la preghiera di colletta di questa domenica: Egli aggiunge «quello che la preghiera non osa sperare». Così non mandò altri emissari come rappresentanti, ma inviò direttamente suo figlio mosso da un’intima speranza: «Avranno rispetto per mio figlio!».
Sappiamo come le cose andarono a finire, è inutile ripeterlo. Il particolare dell’omicidio compiuto al di fuori della vigna rimase scolpito nella memoria degli autori del nuovo testamento e così lo menzionarono quando si trattò di raccontare la morte di Gesù (cfr. Mc 15,20; Mt 27,31, Eb 13,12) oppure quella di Stefano (cfr. At 7,58). Il figlio espulso dalla vigna fu il segno tangibile del rifiuto della volontà divina e della sostituzione che quei contadini vollero perseguire: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!».
Le successive parole di Gesù introdotte dalla domanda circa la sorte di quei vignaioli omicidi si prenderanno tutta l’attenzione e, come abbiamo più su riportato, anche quella della futura esegesi, facendo passare sotto silenzio un particolare non di poco conto a cui Gesù aveva accennato e che potrebbe rappresentare invece il cuore della parabola, quello che illuminandola le dà senso, ancor più della stessa eliminazione e sostituzione dei vignaioli malvagi. Questo particolare fa riferimento al pensiero del padrone della vigna che si aspettava rispetto verso il figlio inviato. Il verbo entrepo, εντρέπω del v. 37 nella forma attiva significa mutare, cambiare, tornare di senno e in quella passiva, come sta nel Vangelo: commuoversi, portare rispetto, esitare. La Vulgata scelse aver timore e riportò: “Verebuntur filium meum“. In qualsiasi modo si voglia tradurre quel desiderio esplicitato, è chiaro che il padrone della vigna non si attendeva la morte violenta del figlio. Quello era il suo sogno, il sogno di Dio. Nel Vangelo di Matteo già Giuseppe e poi i Magi (cfr. Mt 1,20; 2,12-13) prestando ascolto a un sogno poterono salvare Gesù. Avevano così compiuto la volontà di Dio. Cosa sarebbe accaduto se Pilato avesse ascoltato il sogno della moglie (cfr. Mt 27,19) narrato nel racconto della passione: egli avrebbe risparmiato Gesù dalla condanna? Quella frase della parabola, apparentemente innocente, mette in crisi alcune facili e inappropriate teologie della redenzione. In essa vi leggiamo non solo la speranza che Israele si converta, ma anche che il figlio venga risparmiato.
Naturalmente senza dimenticare che per tre volte Gesù mostrerà di salire volontariamente, liberamente e consapevolmente a Gerusalemme (cfr. Mt 16,21-23), dove vi avrebbe incontrato la morte che accetterà ancora più decisamente nel Getsemani: «avvenga la tua volontà» (Mt 26,42). Addirittura Matteo rilesse la sua consegna alla luce delle Scritture: «Tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti» (Mt 26,56). Non si potrebbe però pensare, sempre nella logica del racconto matteano, che il progetto iniziale non fosse questo, quanto piuttosto quello di cui parlerà lo stesso Gesù ― in verità dopo tutti e tre gli annunci della passione ― accennando a una palingenesi (cfr. Mt 19,282 e 25,31-46); che egli avrebbe voluto far avanzare restaurando l’Israele di Dio? Quando il piano però cominciò a deteriorarsi, allora Gesù, come il figlio della parabola, mostrerà di amare tanto la sua vigna al punto di morire per essa. Ci torna in mente il commento di Sant’Ambrogio: «Salve, vigna meritevole di un custode così grande: ti ha consacrato non il sangue del solo Nabot ma quello di innumerevoli profeti, e anzi quello, tanto più prezioso, versato dal Signore»3. La parabola, dunque, che insistette sulla misericordia del padrone, lasciò emergere anche sullo sfondo l’offerta gratuita del figlio.
Questa parabola risuona certamente come un giudizio di Dio, non però sul popolo d’Israele, ma su quei capi del popolo che hanno rigettato e condannato Gesù. Matteo, infatti, registrerà subito dopo la loro reazione; cercarono di catturarlo ma ebbero paura della folla e per questo rimandarono di qualche giorno il loro piano, attendendo una situazione più propizia (nella notte e nel Getsemani, dove non ci sarà la folla dei suoi seguaci; cfr. Mt 26,47-56). Avevano infatti compreso che quella parabola individuava proprio in loro i vignaioli omicidi. Ma la parabola dice che questo sarà pure il giudizio sulla Chiesa, soprattutto sui suoi capi. La vigna è stata tolta a quei capi di Israele e data una nuova collettività umana (éthnos, senza articolo del v.43): la comunità dei poveri nello spirito, dei miti che, secondo la promessa del Signore, erediteranno la terra (cf. Mt 5,5; Sal 37,11), a quel popolo umile e povero costituito erede per sempre dal Signore (cf. Sof 3,12-13; Is 60,21; Ger 30,3).
È molto importante sul piano teologico capire che la funzione della forma matteana della parabola non è quella di esaltare il cristianesimo rispetto al giudaismo, ma piuttosto di lasciare aperta la risposta alla rinnovata offerta di riconciliazione fatta dal Cristo innalzato. In un certo senso, la Chiesa si trova in una posizione analoga a quella d’Israele. In un altro senso, tuttavia, essa ha già fatto esperienza del miracoloso intervento di Dio. Lapietra scartatacostituisce ora la testata d’angolo. Sarà questa generazione di cristiani ad accogliere il regno di Dio e a produrre frutti di giustizia, oppure esso le sarà tolto per essere affidato ad un’altra? Il già citato Ambrogio di Milano vedeva che il pericolo di incorrere nel castigo è per tutti, anche per i cristiani: «Il vignaiolo è senza alcun dubbio il Padre onnipotente, la vite è Cristo, e noi siamo i tralci: ma se non portiamo frutto in Cristo veniamo recisi dalla falce del coltivatore eterno»4. Detto questo, è chiaro che la parabola è cristologica e teologica. Il figlio del padrone della vigna è caratterizzato con quegli attributi, come l’idea dell’eredità, che sono tipici del linguaggio di Gesù quando voleva parlare di sé e del suo rapporto col padre; la sua morte fuori delle mura della città ovviamente ricorderà la fine del Messia. Ma la parabola dice molto anche a proposito del Padre: il suo giudizio, stranamente, tarda ad arrivare; Dio è rappresentato addirittura come fin troppo paziente. Qualsiasi ascoltatore del racconto, ai tempi di Gesù, sarebbe rimasto colpito da quella che potrebbe sembrare una debolezza di carattere. Quel Dio invece sa aspettare e continua a sperare in un cambiamento dei suoi vignaioli che potrebbero addirittura «rispettare suo figlio» (cfr. Mt 21,37). Diversamente da quanto facciamo noi Dio non si lascia demoralizzare da un rifiuto, insiste nella sua proposta di salvezza, Egli non vuole mai la morte del peccatore, ma che questi si converta e viva.
Vorrei concludere ricordando che la pregnanza di questa parabola fu colta in modo particolare da Benedetto XVI, in un momento che immaginiamo fu carico di emozione e di grande timore per lui. Dalla loggia della Basilica di San Pietro la sera della sua elezione così parlò di se stesso:
«Hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare e agire anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere»5.
Buona domenica a tutti.
dall’Eremo, 8 ottobre 2023
1 Trilling W., Il vero Israele. Studi sulla teologia del Vangelo di Matteo, Piemme, 1992
2 «E Gesù disse loro: “«In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele”».
3 Sant’Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca, Città Nuova 1978.
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È MORTO FERNANDO BOTERO, ESALTATORE DEI GRASSI COLORI DELLA VITA E ANTAGONISTA DELL’ANORESSIA ARTISTICA CONTEMPORANEA
L’ispirazione, l’estro creativo, la genialità non servono a niente, se a questa grandiosità non è sempre accompagnato il duro lavoro e il sacrificio. Assieme a questa dedizione al lavoro c’era sempre la scelta della propria vita: «fare quello che ci piace, non smettere mai di fare quello che ti piace e che ti fa stare bene».
— Attualità —
Autore: Jorge Facio Lince Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos
Sono cresciuto all’ombra della prima scultura del maestro Fernando Botero,Torso de mujer, conosciuto da tutti come la Gordao la Gorda de Berrio in riferimento alla piazza Parque de Berrío dove era ubicata la statua prima del suo spostamento al parco tematico realizzato in onore dell’artista. Questa statua gigantesca e voluminosa fu realizzata nel 1987 e misura di 2 metri e 48 centimetri di altezza, un metro e 76 di larghezza, 1 metro e 7 centimetri di profondità.
La statua era stata installata davanti alla sede regionale della Banca dello Stato e davanti a una piazza che era una delle fermate principali dei pullman e dei taxi, oltre a essere un punto di ritrovo. La forma della scultura mi lasciava sempre stupito e mi chiedevo: «Le donne non sono così, quale donna colombiana è grassa a questo modo?!». Eppure il mio sguardo restava sempre fisso su quell’opera illuminata in un gioco di luci dal sole quando il sole sorgeva o quando tramontava.
Tutti inati negli ultimi decenni del secolo scorso si sono incantanti a osservare questa scultura mentre era in corso la trasformazione della città con la costruzione nella Città di Medellin della prima rete metropolitana della Colombia, che segnò il salto in avanti della metropoli andina da città semi industriale agricola verso il nuovo millennio che l’avrebbe proiettata verso il turismo anche artistico, grazie non ultimo proprio al maestro Fernando Botero. In alcune stazioni della metropolitana esistono opere d’arte ispirate a lui, in altre si respirano il suo spirito e stile e in una particolarmente, quella vicina alla piazza dove troneggia la sua Gordaoggi sorge un bellissimo parco artistico con diverse voluminose statue boteriane.
In quegli anni non c’era uno spazio espositivo destinato a questo grande interprete del nostro tempo, anzi non c’era proprio un vero spazio per l’arte. E per me, come per tanti altri miei connazionali, il primo riferimento al mondo delle belle arti è stato il maestro Fernando Botero, la cui creatività artistica abbiamo potuto cogliere anche di sfuggita mentre si era in attesa di qualche servizio di trasporto o di qualche persona. Oggi, le nuove generazioni, non solo possono contemplare le numerose opere sparse per la città, perché grazie al suo mecenatismo ― che fece di lui il più grande mecenate contemporaneo che la città di Medellin e la stessa Colombia abbia avuto ― favorì la creazione dei diversi spazi espositivi con opere sue e di maestri europei, precedentemente esclusi se non erano menzionati su libri di storia ed enciclopedie [1].
La figura di Fernando Botero è sempre stata per me fuori dall’ambiente artistico, modello e ricordo di una figura virile con la quale sono cresciuto, così erano i miei nonni e gli uomini della mia terra. Sempre interessati al bene della famiglia, in unione e armonia nei momenti belli come in quelli difficili e dolorosi. Una unità familiare coinvolta anche negli interessi e nelle attività del pater familias, come hanno raccontato in diverse occasioni i figli del Maestro, quando nel ricordo del padre spiegavano che nella creazione delle proprie opere chiedeva loro di aiutarlo a dipingere la tela. Alcuni particolari sono stati poi usati da lui come decorazioni nei margini inferiori delle sue opere, altri lavori dei figli sono stati cancellati, ma in loro è rimasto il ricordo e l’insegnamento di aver aiutato il padre partecipando alle sue fatiche artistiche.
Questo tipo di uomini cercavano di alimentare la consuetudine, oggi purtroppo perduta o dimenticata, di far stare assieme la famiglia a trascorrere del tempo in un luogo specifico. Certo nel caso del maestro non si può che ammirare il suo elevato gusto per aver scelto la bellissima cittadina toscana di Pietrasanta in provincia di Lucca[2]. come l’ambiente in cui ogni volta che poteva faceva venire tutta la sua famiglia per vivere delle giornate con dei momenti pieni di affetti da ricordare per tutta la vita. Prima ancóra di elaborare il suo stile e le sue opere, uno dei principali insegnamenti che non smetteva mai di trasmettere, soprattutto ai suoi familiari e ai suoi pochi amici ― Botero era persona molto riservata ― era quello del lavoro: «c’è solo un 5% di ispirazione e 95% di sudorazione», perché nella sua ottica ogni genere di mestiere doveva essere così ben fatto e faticoso da farti sudare.
L’ispirazione, l’estro creativo, la genialità non servono a niente, se a questa grandiosità non è sempre accompagnato il duro lavoro e il sacrificio. Assieme a questa dedizione al lavoro c’era sempre la scelta della propria vita: «fare quello che ci piace, non smettere mai di fare quello che ti piace e che ti fa stare bene». In uno degli ultimi documentari realizzati in suo onore, il Maestro, alla fine del filmato, guarda seduto su una sedia davanti a una piccola e semplice casetta tipica delle zone rurali della città. Parlando con l’intervistatore si lamenta della tristezza che avvertiva per la consapevolezza che presto sarebbe morto e ancora aveva molte cose da fare, e questo lo faceva stare felice. Il lavoro, quel lavoro che aveva scelto di seguire per tutta la vita, gli generava piacere, perché lo aveva scelto di fare.
Lo stile caratteristico dell’artista chiamato “boterismo”, non è costituito da figure grasse ma “voluminose” raffigurate in diversi scenari e situazione, seguendo la tradizione europea che prese vita nel Rinascimento con Michelangelo, Mantegna, Raffaello, Piero della Francesca[3]. Accompagnato nell’arte scultrice dall’ispirazione del sereno monumentalismo di Paolo Uccello. Un figurativo abbinato a una estetica colorita e amabile che trasse nei primi anni ispirazione dallo stile drammatico dei muralistasmessicani Diego Rivera e José Clemente Orozco, approfondito successivamente nella sua permanenza in Europa mentre studiava nelle Accademie delle Belle Arti di San Fernando in Spagna, con studi sulle opere di Goya e Velázquez, e presso l’Accademia Fiorentina di San Marco con lo studio sulle opere di Tiziano, Giotto e Botticelli[4]. Il Maestro si proietta così negli anni Ottanta del secolo scorso con lo sviluppo dell’espansa volumetria della forma che nonostante le dimensioni “esagerate” non turba la proporzione della figura in tutte le sue caratteristiche, senza rinunciare per questo a quegli influssi che sono i tratti della sua terra colombiana, dai colori accesi, vivaci e brillanti, ispirato alla sua stessa città natale di Medellin, nota per le urbanizzazioni ricche di un cromatismo esagerato e spiccato che ricorda quello stile naifcapace di trasmettere le note spensierate di una serena vita all’aria aperta, sino ai dolorosi “accenti” della violenza vista e vissuta.
Sembra che negli anni cinquanta il Maestro abbia trovato la sua dimensione stilistica quando nella realizzazione dello studio per natura morta applicò la “dilatazione” al mandolino. L’artista fu colpito visceralmente dal risultato della sua forma dilatata oltre il naturale, generando così l’evocazione di una profonda sensualità come segno di vitalità, di gioia e di prosperità che diventerà negli anni successi questo voluminoso esprimersi, caratterista originale tutta quanta sua riconosciuta a livello mondiale. Così egli descrive questo momento significativo in un’intervista del 2007:
«Quello che accadde fu molto semplice. Stavo disegnando un mandolino con un profilo molto generoso come ho imparato dagli italiani. Poi, nel momento in cui ho fatto il buco nel mandolino, l’ho fatto molto piccolo. Improvvisamente, questo mandolino divenne enorme, monumentale a causa del contrasto tra il piccolo dettaglio e il contorno generoso. Ho visto che qualcosa è accaduto lì. Ho subito iniziato a cercare di visualizzare altri soggetti. Ci è voluto molto tempo – 10, 15 anni – prima di sviluppare una visione più o meno coerente di quello che volevo fare, ma all’inizio era quel piccolo schizzo ispirato al mio amore per l’arte italiana» (vedere QUI).
Agli inizi degli anni settanta prende avvio la sua quotazione commerciale[5] e il favore della critica, dopo che ebbe preso residenza in Europa[6]. Fu allora che il Maestro comincia a creare sculture seguendo lo stile voluminoso che sembra uscire dalle tele per acquisire la tridimensionalità nota nelle sue opere sparse per il mondo[7].
Gli anni Ottanta, sino ai primi anni del nuovo secolo, caratterizzano la ricerca artistica del maestro con raffigurazioni e scene di violenza vissute con la guerra al narcotraffico a Medellin e il ciclo pittorico sui diversi reportsulle torture praticate ai prigionerei nella prigione di Abu Ghraib da parte di membri dell’esercito degli Stati Uniti e della CIA nel corso della guerra Irak.
A prescindere dal riconoscimento pubblico e commerciale, certa forma di critica artistica non è stata mai positiva o clemente verso di lui. Sin dalle sue prime mostre negli Stati Uniti diversi critici nordamericani giudicarono in forma distruttivo ― a differenza dal pubblico che sin dai suoi primi lavori lo apprezzò profondamente ― definendo l’artista e la sua arte come «non appartenenti all’evoluzione contemporanea; figure umane semplicistiche e caricaturali inserite in contesti soleggiati di vita familiare; mancanza di serietà sulle sue sculture che lo privavano da un apposito esame critico». Sino a definirlo: «Un semplice fenomeno commerciale di un autore autoreferenziale slegato dalla realtà» (vedere QUI).
Anche se questo potrebbe apparire un giudizio soggettivo o di parte, penso di poter dire che il Maestro era uno dei pochi, se non l’ultimo grande artista che in vita aveva mantenuto il grado e il valore delle sue opere a un livello molto alto. Anche a tal proposito esistono parecchie testimonianze raccontate dagli stessi familiari che ricordano di quando in passato, durante i periodi di difficolta e di ristrettezze economiche, quando era già riconosciuto per la sua bravura ma non aveva ancóra avuto riscontri economici, ricco però di tanta immaginazione, camminava per le città dove, se trovava qualche pezzo di legno o di acciaio che avesse ritenuto essergli utile, lo prendeva e usava per creare dei giocattoli per i suoi figli o degli utensili per la casa. Alla mancanza del danaro sovrabbondava quindi l’immaginazione e il desiderio di creare sempre qualcosa di nuovo e di utile.
Il Maestro era un grande appassionato di tanti sport, specialmente del calcio, uno degli sport più seguiti nella sua Colombia, in modo particolare a Medellin. Questo grande interesse verso il calcio tra i colombiani, sin dai primi anni di vita, trova riscontro nell’opera Niños jugando al futbol (bambini che giocano al calcio).
L’equitazione è rappresentata in forma indiretta su una tela che risultò essere l’opera che segnò uno dei momenti più tristi della vita dell’artista: Pedrito a caballo. Dipinto descritto dallo stesso Autore come il quadro che aveva eseguito con il più grande dolore della sua vita e per questo lo considerava l’opera che più amava e anche la sua opera maestra. Questa tela nasce dal lutto che ebbe con la morte del piccolo figlio di quattro anni in un incidente automobilistico in Spagna negli anni Settanta. Questa tela si trova nel museo della regione d’origine dell’Autore ed è un ritratto dove predomina il blu di un bambino che cavalca un cavallo giocattolo, negli angoli inferiori si raffigurano le dolorose scene del padre che vide suo figlio morto e poi la scena dei genitori in lutto dentro la casa vuota (vedere QUI).
Il ciclo delle sue opere taurine realizzate principalmente negli anni Ottanta del secolo scorso, è considerato come la “confessione dell’artista”, una riflessione sulla morte e la sua presenza in un esercizio di nostalgia e di lotta sulle scene drammatiche proprie della tauromachia. Personalmente ricordo il mio periodo di studi all’Università di Salamanca, quando un professore cercando di argomentare il senso e il valore universale della tauromachia, spiegava che prima della corridai tori vivevano liberi, forti e serviti come degli dei. Erano scelti solo gli esemplari più forti e maestosi che si erano guadagnati l’opportunità di dimostrare nell’Arena tutta la loro razza e brio, “a pari armi” tra la potenza brutta e pura del toro contra la maestria del ballo e della provocazione del torero. Al parere del professore di cultura classica, si tratta di una versione moderna della lotta tra i gladiatori, o più ancora l’evocazione moderna delle lotte dell’uomo contro le figure mitologiche e divine dell’antichità; dove la bravura dell’uomo che lotta e mette a rischio anche la stessa vita, senza nulla di scritto o definito come in gioco gestito solo dalla, della sorte.
Come spiegazione della tauromachia resa soggetto dell’arte pittorica del Maestro, restano le tradizioni della sua patria nativa. Nella stessa città di Medellin c’è un’Arena molto rinomata della zona andina, e l’apertura della stagione delle corridassegnava una data particolarmente significativa nella vita sociale dei cittadini. Se le partite di calcio erano gli epicentri della passione e gli interessi popolari della città, le giornate nell’arena con i suoi spettacoli di tauromachia erano il fulcro per le classi dell’alta borghesia cittadina.
Secondo alcune fonti vicine al maestro è stato il gusto per la tauromachia a generare nel giovane Fernando Botero l’amore per la pittura. Significativa, all’interno di questo ciclo pittorico, l’opera La cornada, olio su tela, 1998. Emblematica dimostrazione della passione dell’artista per i tori e la sua riflessione sulla morte contraddistinta nell’espressione soddisfacente raffigurata nella faccia del torero dopo essere stato incornato. Altre opere rilevanti sono toro muriendo 1985, Muerte de Ramón Torres, 1986.
Il ciclo di opere sulle violenze in Colombia ha destato negli ambienti accademici e di critica artistica sudamericani molti interrogativi riguardo alla relazione tra realtà e arte, soprattutto come si alimentano, si allineano o si negano avvicenda arte e violenza. Per alcuni la connessione tra arte e realtà in queste opere mantiene un possibile significato solo a livello sociale in quanto la rappresentazione dell’artista costituisce una “oggettivazione” dell’esperienza per renderla accessibile a chi la contempla. Di conseguenza, le creazioni dell’artista, sono una necessità razionale, non una semplice voglia, né un capriccio o un bisogno psicologico. Chi guarda quelle opere è stimolato a focalizzare l’attenzione sul concreto stato della realtà sociale o del singolo individuo, senza promuovere o all’esaltare un sistema ideologico o politico che finirebbe col mettere a rischio la stessa autonomia dell’arte, facendola diventare uno strumento politico o un mezzo di dissuasione e di distrazione per chi osserva il lavoro artistico.
Altri considerano che questa connessione forma un tutt’uno che permette sia all’artista che a chi osserva le sue opere la possibilità di coglierne una posizione e un’elezione concreta di uno specifico momento storico della vita e della realtà. Creando così, non l’arbitrario senso creativo dell’estro e/o della contemplazione; ma come condizione di possibilità sia per la creatività artistica come per la cultura ed esperienza soggettiva di chi contempla. La condizione di possibilità e/o scelta diventa, così, un compromesso di produzione individuale che offre un senso e una finalità alle opere d’arte come aspirazioni, motivazioni per la collettività e per la singolarità sia dell’artista come del visitatore.
Altre opinioni hanno catalogato questo ciclo pittorico come un atto edonistico di un’artista autoreferenziale che vive in un “limbo” pseudo espressionista di realismo fallito intensificato dall’accentuazione di certi aspetti particolari tramite figure grottesche che portano la gravità del conflitto armato vissuto in Colombia a una banalizzazione molto vicino alla caricatura. Lo stesso Maestro in diverse occasioni ha dovuto ritornare a parlare del suo ciclo pittorico, in una di esse disse:
«Io ho sempre espresso, e l’ho fatto sino poco tempo fa: l’arte è per dare piacere e non per infastidire o mettere in angoscia il pubblico. Chi ha visto un quadro impressionista triste? quando si è visto un Tiziano triste? un Velazquez triste? La grande pittura ha un atteggiamento positivo davanti alla vita. Io sono contrario all’arte che si trasforma in testimone del tempo come arma di combattimento. Ma davanti al dramma che si è vissuto in Colombia era arrivato il momento in cui ho sentito l’obbligo morale di lasciare una mia testimonianza sul momento irrazionale della storia del mio Paese. Non pretendo che questi dipinti possano sistemare qualcosa, anzi sono convinto che non risolveranno niente. Sono consapevole che l’arte non cambia niente, i responsabili dei cambiamenti sono unicamente i politici. Desidero solo lasciare una testimonianza come artista che ha vissuto e ha sentito la sua patria e il suo tempo. Sarebbe come dire: guardate la follia in cui si vive, speriamo che non si ripeta mai più. Io non faccio “arte impegnata”, quell’arte che aspira a trasformare le cose, a quel genere di arte non ci credo» (vedere QUI)
Il ciclo di opere sul mondo femminile del maestro Botero per il numero elevato di lavori dimostra l’attenzione e l’interesse dell’artista per la donna, tematica che lui stesso considera come uno dei principali temi dell’arte universale. La scelta di rappresentare donne voluminose contrariamente al canone di magrezza imposto alle donne, non è tanto una scelta di protesta contro gli stereotipi che vengono inculcati come modello di bellezza, ma come uno stile e una convinzione personale in quanto pittore e scultore che trasforma le forme dei soggetti voluminosi in motivo di gioia. E l’arte deve generare e trasmettere sempre piacere. La voluminosità, secondo Fernando Botero, nasce nella pittura piatta durante il medioevo, ma sono stati gli artisti italiani a sviluppare il volume dal Rinascimento in poi. La voluminosità è quasi una “sorta di miracolo” che ancora permane tale e quale. Oggi questo volume ― ribadisce il Maestro ― è diventato parte della storia e della stessa percezione dell’arte. Ma è stato come un “fulmine” che ancora si vede e il cui suono ancora si sente; miracolo dal quale, ancora oggi, ci siamo meravigliati. Tra le opere più significative di queste tematiche ci sono numerose tele di carattere erotico come Mujer con lapis de labios(donna con rossetto) acquarello e inchiostro su carta, 2002, Bagno, lavoro matita su carta, 2002.
Finora non esiste la cifra totale del numero delle opere dell’artista, né tanto meno un catalogo ragionato e aggiornato ― considerando anche le molte donazione di opere che negli ultimi anni il Maestro ha fatto, incluse molte opere e la maggior parte delle sue sculture più rappresentative ―, esistono ancora i cicli come quello delle violenze, ma anche una serie di dipinti del periodo giovanile ― si deve considerare che l’artista dipingeva quasi tutti i giorni dall’età dei 14 anni sino al complimento dei suoi 90 anni; opere che sono proprietà privata della famiglia e non sono state catalogate. In ugual maniera, manca una dettagliata ricognizione in giro per il mondo dell’arte “boterista”; secondo la stima approssimativa si potrebbe superare le oltre 2000 opere tra tele, bozzetti, caricature e illustrazioni per giornali.
Tra le sue mostre in Italia si devono considerare: Roma, Palazzo Venezia, 2005, dove presentò al pubblico il suo ciclo pittorico con cinquanta tele che testimoniarono le urla di protesta cariche di una forza perturbante contra l’ingiustizia commessa ai prigionieri nel carcere di Abu Ghraib in Iraq. Opere dove si deve notare la cura nell’utilizzo della prospettiva che muta in base al posizionamento delle sbarre della prigione: lo spettatore viene proiettato sia all’esterno che all’interno delle celle. Tutto ciò potenzia il senso di identificazione nelle vittime, quasi come se ci fosse un’inversione di posizione tra chi osserva e chi subisce, funzionale per sentire la sofferenza altrui. Le immagini appaiono più compromettenti, profondamente disturbanti e inquietanti, tanto quanto i crimini commessi. L’urgenza artistica di esprimere la rabbia e lo sdegno provati, fece sì che l’artista colombiano si dedicasse al progetto per oltre un anno e che alla fine, secondo quanto disse lui stesso, lo ha portato a un senso di vuoto in cui non aveva più niente da dire. A seguire Palermo, Palazzo dei Normanni, 2015, considerato l’evento artistico dell’anno nella città, e nella quale lo stesso maestro Botero dichiarò che per la creazione del Giuda si ispirò a un mafioso come racchiuso in questa sua bellissima testimonianza:
«Sono stato affascinato dall’arte italiana e dall’importanza che dà alle forme e al volume. Sono stato sedotto dalla sensualità della pittura italiana, dalla sua rotondità. Adesso si prediligono forme più sottili, le donne magre, ma all’inizio del secolo si preferivano più rotonde. Una sensibilità che cambia» (vedere QUI).
Nel 2016 fece una mostra itinerante con le tappe più significative a Palermo e Roma intitolata: Via Crucis. La passione di Cristo in cui affrontò una delle tematiche più trattate dalla pittura sacra occidentale dal Rinascimento fino ai nostri giorni: la passione e morte di Gesù Cristo. Ciclo di con colori e forme sontuose attraverso soggetti tondeggianti e freddi. Tematica sacra ricorrente pur non considerandosi il maestro una persona religiosa, pur tuttavia riconosceva quanto il tema religioso avesse di per sé una bellissima e lunga tradizione artistica. La Via Crucis, fulcro della mostra, è la rivisitazione fatta dell’artista in cui mescola le tradizioni e realtà latinoamericane con la tematica biblica, dimostrando l’importanza del dramma degli ultimi giorni di Gesù che ha segnato per sempre l’umanità intera. In questi oli Gesù appare molto umano, senza aureole, interprete della sofferenza del mondo. La ricerca del maestro è fatta sulla combinazione della verità storica mescolata ad alcune verità, come per esempio l’uso di personaggi contemporanei collegati all’immagine del Cristo che testimonia con lo stile proprio di Botero il suo essere credente ma non praticante, profondamente rispettoso della sfera del sacro senza cadere nella satira. L’approfondimento del Maestro sul soggetto drammatico ―soggetto studiato come tema preferito dell’arte fino al sedicesimo secolo ― che nel ventesimo secolo poteva avere e offrire una nuova visione secondo la sensibilità contemporanea (vedere QUI).
Nel 2017, a Palazzo Forti di Verona, si è tenuta la mostra monografica per rendere omaggio ai cinquant’anni di carriera con 50 capolavori che riassumevano la dimensione onirica, fantastica e fiabesca con un eco di nostalgia tra animali, uomini; rievocazione del suo continente natio dell’America Latina. Seguì una mostra a Bologna, a Palazzo Pallavicini, nell’autunno del 2019, con 50 opere tra disegni realizzati a tecnica mista e acquarelli a colori con la tematica della tauromachia e il circo (vedere QUI)
Resterà nella memoria e nella storia dell’arte la mostra Botero a Parma con 47 gessi bronzi e diversi quadri al Palazzo del Governatore nel 2013. Durante, la festa di apertura il Maestro dichiarò:
«L’arte deve dare piacere al pubblico, non creare sofferenza o disturbare. Sculture e quadri devono parlare chiaro” non ci vogliono barriere alla comprensione» (vedere QUI)
Esistono innumerevoli sculture del maestro Fernando Botero in giro per il mondo ma per l’amore che i Padri de L’Isola di Patmosnutrono verso i gatti ― fedeli compagni di fatiche e delle lunghe giornate di lavoro nella realizzazione dei loro testi ― si deve menzionare il Gato de Botero, scultura di 7 metri di larghezza per 2 metri di altezza e 2 di spessore con lunga coda e muso comico, adesso simbolo distintivo del quartiere Raval di Barcellona. Gatto mastodontico che tra il 1987, anno in cui il comune di Barcellona lo acquistò, e il 2003, cambiò di ubicazione all’interno della città per oltre quattro volte ― quasi a rappresentare i felini che giranno intorno e si spostano in continuazione fino a quando non hanno trovato il posto perfetto in cui stare, come il nostro gatto Bruno che è salito sulla scrivania del mio computer mentre vergavo queste righe sul gatto di Botero, girando prepotentemente davanti a me, impedendo alle volte la visione dello schermo o altre volte sedendosi sulla tastiera come padrone dello spazio. Infatti, come è successo col Gato de Botero, deve provare i diversi posti e posizioni del corpo prima di scegliere quello che ritiene possa essere il posto più comodo, solenne e più in vista (vedere QUI).
Vittorio Sgarbi in una intervista rilasciata nel giorno della morte del Maestro, riguardo alla figura di Fernando Botero lo ha definito come un artista della vita. Un pittore che in ogni sua opera rappresenta la scena di una commedia dove sia il contesto dell’opera cosi come lo stesso soggetto della tela raccontano nella loro quotidianità un canto alla vita. Questa gioia e allegria di Botero era in un certo senso rivoluzionaria contro il filo conduttore dell’arte del Novecento, soprattutto quello generato dalle avanguardie che hanno certamente e magistralmente espresso la crisi, la tragedia e il dramma dell’uomo e della civiltà dopo due guerre, con la psicoanalisi e la lotta sociale per le libertà e i diritti dei sessi. Per un verso è molto facile dipingere la tragedia, soprattutto quando si vivono situazioni di continua angoscia, mentre è molto più difficile raccontare storie, favole e magie con i colori della vita; anche da questo nasce la scelta dei modelli grassi o voluminosi. Il grasso evoca e rappresenta la felicità mentre la magrezza rappresenta la tristezza, il dramma e il dolore. Fernando Botero è un’artista che resta fedele nella tradizione per l’uso della tecnica, dei colori e anche della scelta della tematica come quella di festeggiare ed esaltare i colori della sua regione natalizia magica-fantastica.
Riguardo le parole espresse da Fernando Botero a Parma nel 2013, Vittorio Sgarbi ribadì che queste erano le ragioni per le quali la sua arte era diventata universale, la sua semplicità gli permetteva di raggiungere e accogliere qualsiasi tipo di uditorio e di attraversare qualsiasi periodo storico o forma di critica artistica. L’universalità del maestro Fernando Botero non solo ha superato i confini degli ambienti specificamente artistici o accademici, ma anche quelli sociali. Lo stesso artista fu consapevole di questa universalità testimoniata con le sue parole in una sua intervista, quando raccontando l’aneddoto di un suo viaggio nell’Amazonia Colombiana, trovandosi nella regione di Puerto Nariño, dentro una piccola e povera casa trovò la riproduzione di una sua opera, cosa questa che lo lascio estasiato.
Con Fernando Botero muore uno degli ultimi grandi della storia della pittura del Novecento.
dall’Isola di Patmos, 27 settembre 2023
NOTE
[1]L’ultima donazione conosciuta è di oltre 700 opere ai musei e piazze che abbelliscono la Colombia. Fernando Botero per tutta la sua vita patrocinò borse di studio destinate a talenti che potessero continuare i propri studi e all’interno della Colombia come all’estero nelle aree della musica, le arti plastiche, lettere e la letteratura. Ana Maria Escallón, autrice del libro Botero: nuove opere su telae che ha partecipato a sostenere una delle più grandi donazioni che entrò a far parte del patrimonio nazionale, spiega questa donazione come un atto di beneficenza totale dell’artista, il quale non voleva trattenere niente con sé e per questo aveva donato tutto quello che aveva con la finalità di dare alla Colombia uno sguardo internazionale sull’arte (vedere QUI).
[2] Il suo legame con l’Italia che tanto amava da considerare la sua seconda casa, e come ho scritto sopra posto adatto per condividere con i suoi figli e nipoti periodi carichi di incontri intimi e affettuosi si è concretato con la donazione al Comune di Pietrasanta dell’opera Il Guerriero, nudo di bronzo di oltre quattro metri ubicato nella Piazza Matteotti dal 1992 (vedere QUI).
[3] «Io sono uno che protesta contra la pittura moderna, ma comunque uso ciò che si nasconde o c’è dietro di essa: il gioco ironico e quanto esso significa ormai riconosciuto da tutti. Io dipingo figurativo e realista, ma con senso stretto della fedeltà alla natura; mai darò una pennellata che non sia una descrizione di qualcosa di reale: una bocca, delle colline, un albero. Ma quello che descrivo è la realtà trovata da me. Si potrebbe formulare in questo modo: Io faccio una descrizione in forma realista di una realtà non realistica» (vedere QUI).
[4] L’argentina Maria Traba (1930-1983) scrittrice, critica d’arte e figura rilevante delle avanguardie degli anni settanta è stata una determinante studiosa nel riconoscimento e credibilità degli artisti colombiani e sudamericani del secolo scorso. Il lavoro teorico realizzato sulle opere di Fernando Botero è stato il primo esame critico artistico che sostentò l’operato dell’artista così da fare biglietto da visita per presentarsi alle mostre nazionali e internazionali. L’intellettuale descrisse l’arte di Fernando Botero come un «Rinascimento della pietra» per la sua concezione del blocco delle forme: «spingevano Botero verso i mostri che rappresentavano una sfida alla bellezza e alla logica, di conseguenza l’opinione del pubblico che necessita di queste due virtù “teologali” dell’arte (logica e bellezza) per quanto siano insignificanti che possano essere le figure in certi casi (sono necessarie da parte del pubblico) per dare l’assentimento a un artista e alla sua arte, ma l’arte che sfida se è vero può colpire fino all’orrore ma non passerà mai inosservata. Nessuno può non riconoscere lo scandalo provocato delle figure enormi così come della perplessità che suscitarono le azioni incongruenti che le figure mostruose realizzavano circondati da un gigantismo innocente in una immobilità sospetta o un dinamismo di congrega portando l’arte di Botero a imporsi nell’ambiente culturale» (vedere QUI) [traduzione libera dell’autore a questo articolo con il parere critico aggiornato della critica d’arte che nel 1961 formulò questo giudizio solo ai lavori pittorici dell’artista ignorando tutto il lavoro successivo delle sculture che ancora non era stato intrapreso dal maestro]
[5] In diverse occasioni quando hanno chiesto al Maestro la ragione della altissima quotazione economica delle sue opere, lui stesso spiegava motivando che aveva voluto fare sempre qualcosa di locale e di specifico ma con onestà e questo, non solo ha generato una empatia da parte del grande pubblico ma anche dai collezionisti o cultori dell’arte che hanno alla fine retribuito generosamente soprattutto la sua onestà.
[6] Per l’antropologa Maria Fernanda Escallón l’arte plastica di Fernando Botero comincia a realizzarsi dal 1975 quando presse residenza a Pietrasanta in cui compie il passaggio della pittura alla scultura. Proprio come se tutto l’universo di figure monumentali sviluppato nei dipinti ha trovato eco nella tridimensionalità statuaria alimentata dalla ricchezza immaginaria procedente dalla pittura che ha donato le idee, le soluzioni e le possibilità. La scultura di Fernando Botero smonta la struttura pittorica per sintetizzare la forma nella unità della scultura (vedere QUI)
[7] Le opere del Maestro si possono raggruppare in questi gruppi: religioso con Madonne, santi diavoli, ecclesiastici, suore e monache; quello dei grandi maestri in cui fa rivisitazione delle principali opere di Jan Van Eyck, Masaccio, Paolo Uccello, Andrea Mantegna, Leonardo da Vinci, Lucas Cranach, Alberto Durero, Caravaggio, Il Grego, Velazquez, ecc..; quello delle nature morte e viventi con gli animali e specialmente le sculture voluminose degli ultimi decenni; quello dell’erotico con nudi e pratiche sessuali specialmente di scene dei postriboli; quello di politici, prime donne e militari; e per finire quello fatto da persone in generale o immaginate come famigliari, autoritratti, venditori e collezionisti d’arte, toreri.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/12/Jorge-Isola-piccola2.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Jorge Facio Lincehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngJorge Facio Lince2023-09-27 12:55:162023-09-27 16:20:14È morto Fernando Botero, esaltatore dei grassi colori della vita e antagonista dell’anoressia artistica contemporanea
LA GESTIONE IMBARAZZANTE E PERICOLOSA DEL DICASTERO DELLE CAUSE DEI SANTI E LA CRITICA COME FONDAMENTO DEL PRINCIPIO CRISTIANO: FEDE E RAGIONE
Più si abbassa nella società il quozient e intellettivo medio, più è necessario spiegare anche le cose ovvie. L’errore che spesso noi studiosi facciamo, in ambito teologico come nelle sfere di tutte le scienze più disparate, dalla medicina all’astrofisica, è di dare spesso per scontate cose che riteniamo ovvie e che di fatto lo sono, trattandosi degli elementi più rudimentali delle varie scienze o del semplice e basilare umano buonsenso. Purtroppo è necessario tenere conto che oggi si è più propensi a seguire gli influencer analfabeti e i tiktoker, inclusi preti che purtroppo si sono lanciati in questi “giochi demenziali”.
In un articolo è solo possibile sintetizzare un problema, ma è già qualche cosa. Poi, a chi volesse saperne di più, suggerisco la lettura del mio ultimo libro Digressioni di un prete liberale, dove dedico un capitolo di 138 pagine a questo tema, corredato di tutti i risvolti storici, teologici e giuridici (Dal Bello al Moro. La santità come il decaduto Premio Nobel? Pagg. 127-265).
Sono rimasto perplesso quando sui vari social media mi sono sentito rivolgere l’accusa di aver mosso critiche al Santo Padre Francesco. In verità ho sempre difeso il suo magistero e anche la sua augusta persona, rivolgendo spesso pubblici rimproveri, duri e severi, a quei “cattolici per caso” che pensano di poter dichiarare un Romano Pontefice persino illegittimo in base ai propri umori soggettivi, cosa invero aberrante.
Nel mio precedente libro titolato provocatoriamente Amoris Tristitia non rivolgo critiche alla esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia, metto in luce la lunghezza eccessiva del testo e il suo linguaggio fumoso e ambiguo pieno di sociologismi inutili e fuorvianti. Chi dice il contrario mente, lo dimostra il libro stampato di cui certi detrattori hanno letto solo titolo, deducendo a seguire ciò che non contiene, dando sentenze assurde basate sul nulla.
Noto con preoccupazione che un esercito sempre più fitto di “sedicenti cattolici” confondono il mistero della fede con un emozionale “mi piace” o “non mi piace”. Il tutto, che sia al negativo o al positivo, rigorosamente basato su una mancanza totale di ragione e senso critico. Per questo mi trovo spesso in questa situazione paradossale: «Sporco bergogliano eretico!» urla la recitatrice compulsiva di rosari ritenendomi colpevole di avere difeso il Santo Padre Francesco, dopo essersi messa al seguito di un prete scomunicato per eresia e scisma dimesso dallo stato clericale con sentenza data dal Romano Pontefice, capace a far credere ai suoi fragili e problematici seguaci che gli elefanti rosa volano in cielo secondo il “Vangelo” di Maria Valtorta e le “profezie” della Beata Katharina Emmerick e quelle di Santa Faustina Kowalska. Per contro eccone altri: «Come osi criticare il Santo Padre?», ciò per avere espresso semplicemente rammarico per la sua inopportuna e a mio parere nociva presenza a dei programmi televisivi condotti da soggetti che hanno sempre sparato a raffica sulla Chiesa Cattolica, o sui suoi principi etici e morali (vedere QUI e QUI).
Se entro i limiti del dovuto, vescovi e teologi non avessero esercitato nella libertà dei figli di Dio quell’elemento prezioso che è la critica, soprattutto quella all’occorrenza molto decisa e severa, a partire dal Beato Apostolo Paolo che ad Antiochia fece come suol dirsi nero Pietro (cfr. Gal 2, 11-14), oggi noi non avremmo avuto i grandi concili dogmatici della Chiesa, non avremmo definito le verità della fede rivelata dal Primo Concilio di Nicea a seguire e, dopo la morte di Gesù Cristo, percepito semmai soltanto come un “messia fallito”, al presente saremmo stati nient’altro che una piccola setta eretica dell’Ebraismo, tutto questo se fosse mancato il senso critico, che vuol dire: la ragione. La fede, spiegò Sant’Anselmo d’Aosta e ribadì molti secoli dopo il Santo Pontefice Giovanni Paolo II nella sua enciclica Fides et ratio, si basa sulla ragione e deve partire di necessità dalla ragione, che comporta anzitutto l’esercizio del senso critico. È attraverso la ragione che si giunge alle porte dei grandi misteri della fede e solo allora possiamo varcare quella soglia attraverso un libero, cosciente e razionale atto di pura fede.
Più si abbassa nella società il quoziente intellettivo medio, più è necessario spiegare anche le cose ovvie. L’errore che spesso noi studiosi facciamo, in ambito teologico come nelle sfere di tutte le scienze più disparate, dalla medicina all’astrofisica, è di dare spesso per scontate cose che riteniamo ovvie e che di fatto lo sono, trattandosi degli elementi più rudimentali delle varie scienze o del semplice e basilare umano buonsenso. Purtroppo è necessario tenere conto che oggi si è più propensi a seguire gli influenceranalfabeti e i tiktoker, inclusi preti che purtroppo si sono lanciati in questi “giochi demenziali”.
Come sempre spieghiamoci con un esempio: numerosi influencer convinti che «un nano ha il cuore troppo vicino al buco del culo» perché non hanno capito la iperbole ironica della canzone Un Giudice di Fabrizio de André, usano in senso dispregiativo la parola medioevo, ignorando che il bagaglio di arte, scienza e tecnologia di cui oggi noi disponiamo lo dobbiamo tutto al medioevo. Non solo, perché se oggi conosciamo gli autori classici; se la cultura, la letteratura e la filosofia greca e romana è stata tramandata sino a noi è solo grazie al medioevo, incluse le poesie più lussuriose di Valerio Gaio Catullo, che non solo la Chiesa si è ben guardata dal censurare o distruggere, perché se oggi le conosciamo è grazie a essa e ai monaci amanuensi che le hanno trascritte e tramandate nei secoli.
L’impianto del moderno diritto lo dobbiamo ai grandi glossatori bolognesi vissuti tra l’XI e il XII secolo e l’elemento fondamentale di civiltà giuridica della tutela e della legittima difesa dell’imputato lo dobbiamo proprio a quel processo inquisitorio sul quale sparano a raffica persone ignare e ignoranti circa il fatto che essere condannati dai Tribunali della Santa Inquisizione era difficilissimo. E furono proprio i tribunali dell’inquisizione a sancire un altro elemento che oggi fa parte delle giurisprudenze penali di tutti i paesi cosiddetti civili del mondo: la pena mirata al recupero e non alla punizione, attraverso la pena il condannato non va punito ma recuperato.
Pronta la replica dell’ignorante: «Erano date condanne a morte!». E qui bisogna ribadire che le condanne a morte non erano rare ma rarissime, precisando che vanno collocate e interpretate in contesti storici ai quali non sono applicabili i criteri di giudizio di oggi, basterebbe spiegare che persino la condanna a morte era un atto estremo di recupero del condannato. Non a caso, i condannati, erano vestiti di bianco, segno della purezza, perché con la morte pagavano il proprio debito ed estinguevano la loro colpa riacquistando quella che in linguaggio cristiano si chiama “purezza battesimale”. E i loro corpi, dopo la morte, dovevano essere trattati con rispetto e seppelliti con riguardo.
Ribatte l’ignorante: «Giordano Bruno è stato bruciato al rogo, altro che ucciso e sepolto con rispetto!». Certo. E secondo quella che era la logica sociale, politica, giuridica e anche religiosa dell’epoca fecero bene a bruciarlo al rogo. Fu lui che sbagliò con rara ostinazione. Il suo processo durò per circa 15 anni e per due volte fu annullato per risibili difetti di forma per essere iniziato nuovamente da capo. Per anni e anni fu tentato in tutti i modi di indurlo al ravvedimento, che ostinatamente rifiutò. Inutile dire e spiegare a certa gente che si nutre e si abbevera alle leggende nere che non si può valutare e poi giudicare il caso Giordano Bruno con i criteri di giudizio del nostro presente sociale, politico, giuridico e anche religioso. Sarebbe come condannare con grida di scandalo e l’applicazione del pensiero contemporaneo certe pratiche degli uomini della preistoria ritenute a nostro parere disumane e criminali.
Elementi di questo genere possono essere spiegati dal mio eminente amico medioevalista Franco Cardini, o anche dal divulgatore storico Alessandro Barbero, come da me in mia veste di studioso di scienze giuridiche, di teologia dogmatica e di storia del dogma. Sì, ma a quante persone e a quale pubblico potremmo spiegarle? I nostri numeri, per quanto si possa essere diversamente seguiti, non saranno mai equiparabili alle centinaia di migliaia, se non ai milioni di followersche seguono le idiozie di certi personaggi che usano la parola medioevo a sproposito, recepita e usata da altrettanti pappagalli al loro seguito, ignari che medioevo vuol dire Alberto Magno, Anselmo d’Aosta, Bernardo di Chiaravalle, Ildegarda di Bingen, Domenico di Guzman, Francesco d’Assisi, Bonaventura di Bagnoregio, Caterina da Siena, Tommaso d’Aquino, Duns Scoto … Il medioevo è il grande circuito delle abbazie e dei monasteri benedettini che dettero vita già prima dell’anno Mille al concetto sociale e politico di Europa. Il medioevo sono i grandi architetti e ingegneri cistercensi e certosini, che portarono l’acqua corrente in molti villaggi curando igiene e profilassi delle popolazioni locali soggette a malattie e sovente a epidemie per eccessi di sporcizia. Il medioevo ha segnato i secoli della ragione e dell’esercizio del senso critico da parte delle più brillanti menti della storia. Il medioevo è Federico II di Svevia con la Scuola aulica siciliana, Brunetto Latini, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio. Il Medioevo giunse al suo termine con uomini come Silvio Enea Piccolomini, salito al sacro soglio col nome di Pio II, che nella sua originaria Pienza creò un prototipo di nucleo urbanistico moderno della città del futuro.
Qualcuno crede che i Medici siano i padri del Rinascimento? Siamo seri. Il Rinascimento, che ha una valenza sia teologica che sociale, fu originato dalla Chiesa dopo il grande trauma della terribile pestilenza del 1346 che sterminò metà della popolazione europea, al termine della quale si cercò di rinascere. Basterebbe andare a vedere chi furono i mecenati che commissionarono le più grandi opere rinascimentali, sia pittoriche che architettoniche: Sommi Pontefici, Cardinali, Vescovi e intere Diocesi, altro che Lorenzo il Magnifico fatto passare per l’ideatore e il padre del Rinascimento … siamo seri!
Premessa prolissa? Il sapere e la trasmissione del sapere non è mai cosa prolissa, in questo povero mondo nel quale il conduttore di un seguitotalk show sarebbe capace a chiedere a uno studioso invitato solo per riempire uno spazio di spiegare in 30 secondi la metafisica, semmai dopo avere fatto parlare per 45 minuti Mauro Corona davanti a un fiasco di vino. Ogni riferimento a Bianca Berlinguer è del tutto casuale, ovviamente. Prolissi sono i discorsi che non dicono niente, non quelli dove in poche decine di righe sono riassunti in modo comprensibile alcuni secoli di storia, sfatando tra l’altro penose e dannose leggende nere.
Se all’emozionale si aggiunge poi la confusione assieme al condimento dell’ignoranza, se il tutto, per nostra immane disgrazia, penetra ed è fatto penetrare nella Chiesa come cavallo di Troia, a quel punto il disastro è fatto. Un disastro che da tempo ha investito anche il Dicastero delle cause dei Santi, sin da quando il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II cominciò a scardinare quella struttura sapienziale e prudenziale che aveva caratterizzato i processi per giungere a proclamare prima i beati e a seguire i santi, attraverso criteri molto rigidi e rigorosi. Con buona pace di chi oggi ha mutato la parola “rigido” e “rigoroso” in qualche cosa di negativo e spregevole. Ma del resto, nella Chiesa odierna, c’è chi usa persino la parola “dogma” e “dogmatico” in accezione negativa, purché nessuno osi dare però un calcio al culo a una zingara che cerca di rubarti il portafoglio dietro al colonnato del Bernini, perché in quel caso si rischia la scomunica ferendae sententiaeper avere maltrattato una “sorella Rom” che ha il diritto a vivere ed esercitare la propria “cultura”, come oggi viene chiamato il furto e il borseggio: “cultura”.
Il Santo Pontefice Giovanni Paolo II intervenne non solo con una riforma del processo per le cause dei Santi, perché a seguire intervenne con varie dispense, che dopo di lui sono seguitate e si sono incrementate. Abbiamo così avuto santi dispensati dalla fase storica, santi dispensati dal miracolo, santi dispensati, come qualcuno disse ironicamente ma a giusta ragione dalla santità stessa. Lo stesso processo di Giovanni Paolo II si aprì con una clamorosa e pericolosa dispensa: la dispensa dalla fase storica. Tra l’altro per un complesso pontificato durato 26 anni e tutto prudentemente da studiare in un contesto sociale e geopolitico internazionale che definire complesso è davvero puro eufemismo. Soprattutto un pontificato unico nella storia, perché in quel lasso di tempo è crollato il mondo e sono crollate le società mondiali come sino a poco prima le conoscevamo sul piano sociale, scientifico, morale, politico e religioso. Seguendo la precedente procedura sapienziale e prudenziale, il processo di beatificazione di un Romano Pontefice non era avviato prima di 30 anni dalla morte. Lo prova l’iter processuale del Santo Pontefice Pio X che morì nel 1914, fu beatificato nel 1951 e canonizzato nel 1954. La cerimonia di canonizzazione di Pio X, avvenne quindi a 40 anni di distanza dalla sua morte. Tutt’altro l’iter di Giovanni Paolo II che a meno di nove anni dalla morte fu beatificato e poi canonizzato, con tanto di dispensa data da Benedetto XVI a quanto stabilito dal suo predecessore nel 1983 nella costituzione apostolica Divinus Perfectionis Magister che prevedeva la decorrenza di 5 anni dalla morte prima dell’apertura del processo di beatificazione.
Nella cosiddetta epoca giovanpaolista abbiamo visto elevare agli onori degli altari dei Beati e Santi che lasciano non tanto l’amaro in bocca, ma fanno correre proprio un brivido lungo la schiena, perché oltre alle regole si sono sovvertiti i criteri stessi delle ragioni che possono portare un Servo di Dio a essere prima beatificato e poi canonizzato come martire, quasi come se i pontefici degli ultimi decenni si fossero sentiti legittimati a canonizzare dei propri “santi personali” perché compatibili con le tendenze, i pensieri e le mode del presente. Un caso recente davvero eclatante è stata la beatificazione di Enrique Ángel Angelelli Carletti, Vescovo de la Roja, beatificato come martire, sebbene nel corso del tempo, due diverse inchieste affidate a delle commissioni indipendenti di esperti, una composta da studiosi argentini e una composta da studiosi americani, abbiano ribadito che si è trattato di un incidente stradale e non di un attentato ordito dal regime dittatoriale dell’epoca. A questo va aggiunto il caso di non poco conto di un sacerdote, figura chiave come testimone e collaboratore del Beato vescovo martire, che in seguito lascerà poi il sacerdozio, che offrì in un primo tempo una versione dell’incidente, poi la smentì e a seguire ancóra cadde in ulteriori contraddizioni. Prendiamo però atto che i dossi e le buche di quella strada avevano veramente in profondo e supremo odio la fede cattolica e i suoi ministri.
Per procedere a beatificare un Servo o una Serva di Dio, poi canonizzare un Beato o una Beata, occorre un miracolo accertato che costituisca un fatto scientificamente non spiegabile. Esiste però una eccezione al miracolo: il martirio, perché a essere riconosciuto in sé e di per sé come miracolo è il martirio stesso. E qui va chiarito che cosa la Chiesa, sin dall’epoca apostolica, ha inteso come martirio: essere uccisi in odium fidei, ossia in supremo odio alla fede cattolica. Ciò detto, se oggi qualcuno, per usare un linguaggio politico inopportuno, pensa e accusa la Chiesa di essersi spostata a sinistra, sappia che si sbaglia, perché i fatti provano il contrario: si è spostata e gettata nel meglio del peggio del vecchio inciucio democristiano.
Due concreti casi di inciucio clerico-democristiano: Santa Edith Stein e il Beato Pino Puglisi. La Stein, donna straordinaria dotata di intelligenza geniale, filosofo di levatura ineguagliabile, nata ebrea da famiglia ebrea e in seguito convertita al Cattolicesimo e divenuta monaca carmelitana, fu prelevata dai nazisti mentre si trovava presso il suo carmelo, portata nel campo di concentramento e uccisa. La Stein fu catturata perché ebrea e in quanto ebrea, quindi tale considerata dai nazisti, a prescindere che si fosse convertita e divenuta poi monaca carmelitana, cosa questa che a loro non interessava ad alcun titolo. Quindi la Stein non è morta in supremo odio alla fede cattolica, ma uccisa perché ebrea, vale a dire: nel supremo odio nutrito dai Nazisti nei confronti dell’Ebraismo e degli ebrei. In odio alla fede cattolica fu ucciso San Massimiliano Maria Kolbe, catturato in quanto sacerdote cattolico dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e ritenuto responsabile di propaganda non gradita al regime e come tale considerato un pericoloso nemico del Nazismo. Anziché attendere il turno della sua morte si offrì di sostituire nel “pozzo della fame” un padre di famiglia, andando a morire al suo posto con un atto di eroica carità. Ma sarebbe morto in ogni caso e in ogni caso sarebbe stato un santo martire, a meno che non fosse fuggito, oppure che il campo di concentramento fosse stato liberato dagli eserciti alleati, cosa che però avvenne quattro anni dopo, Padre Massimiliano Maria Kolbe morì il 14 agosto 1941.
Edith Stein, donna assolutamente straordinaria è un modello altrettanto straordinario di fede, indubbio e prezioso modello di eroiche virtù che la rendono a giusto merito santa, non però santa martire, non essendo stata uccisa in odio alla fede cattolica. E questo, a suo tempo, fu spiegato nei dettagli a Giovanni Paolo II da Padre Peter Gumpel, il quale alla richiesta di parere fece presente nulla quaestio circa la sua beatificazione, non però come martire uccisa in odium fidei. Per tutta risposta Giovanni Paolo II non volle però sentire ragioni, facendo prevalere una ragione di carattere puramente politico, rivelatasi poi un boomerang, perché le comunità ebraiche internazionali risposero a giusta ragione che la Chiesa era libera di beatificare e canonizzare chi voleva e quando voleva, ma che Edith Stein era stata uccisa perché ebrea e non certo perché cattolica. E avevano sacrosanta ragione.
Con il Beato Pino Puglisi, presbitero panormitano, sulla cui santità di vita non si discute, si è rasentata la farsa, nel senso più delicato del termine, proclamandolo ― udite, udite! ― martire della criminalità organizzata. E qui sì che bisogna chiarirsi: il Padre Pino è stato ucciso dalla Mafia, che ha un preciso nome: Cosa Nostra. Mi domando: gli eroici vescovi siciliani, se proprio volevano il beato martire come medaglietta al petto, perché non lo hanno presentato affinché fosse proclamato proto-martire di Mafia, o di Cosa Nostra? Perché usare il termine di criminalità organizzata, che vuol dire ambiguamente tutto e niente, quando si tratta invece di una organizzazione ben precisa, ossia mafiosa, con un nome ben preciso, ossia Cosa Nostra? E chi sarebbero stati i feroci odiatori della fede cattolica, forse i mafiosi? Ma i mafiosi ― e questo i Vescovi di Sicilia dovrebbero saperlo molto bene ― sono persone devote, con i santini di Santa Lucia, Sant’Agata e Santa Rosalia dentro i portafogli, con la preghiera sulle labbra e il cero in mano nelle prime file delle processioni. Quando poi i capi clan sono stati arrestati, li hanno trovati con un unico e solo libro: la Sacra Bibbia, piena di sottolineature e pizzini, come nel caso del capo clan Bernardo Provenzano. Semmai, la domanda che oggi dovrebbero porsi i preti di una certa età che si dichiarano tutti allievi di Padre Pino Puglisi, dovrebbe essere questa: mentre lui da solo, come un cane sciolto, si opponeva alla prepotenza mafiosa nel suo quartiere, noi preti, nelle nostre parrocchie centrali, pronti a lanciarci stilettate alle spalle pur di strappare una mozzetta da canonico del Capitolo Metropolitano o di quello della Cappella Palatina, che cosa facevamo, oltre a proclamarci post-mortem suoi allievi da degni figli del Gattopardo? Questo dovrebbero chiedersi certi preti palermitani che oggi millantano di essere stati tutti suoi allievi e discepoli, perché questo è il problema: la Mafia non avrebbe mai osato alzare la mano su un prete palermitano se non lo avesse considerato solo un fastidioso cane sciolto. Domanda: posto che i mafiosi tutto sono fuorché sprovveduti, chi è che lo fece sentire un cane sciolto? Ma se tutti i preti palermitani dai 55 anni a seguire sono stati suoi allievi e discepoli, attorno a sé avrebbe dovuto avere un clero compatto ad appoggiare la sua preziosa opera, o no? E se così fosse stato, la Mafia, avrebbe mai osato uccidere un prete? Ho letto gli atti di quel processo e in coscienza posso dire ― invitando chicchessia alla smentita ― che fatto salvo l’onore e l’indubbia santità del beato, su di esso possiamo ridere sopra allo stesso modo in cui tutti noi ci siamo fatti delle solenni risate sul Gattopardo di Don Giuseppe Tomasi principe di Lampedusa.
Quando in una delicata sfera, tal è la beatificazione dei beati e la canonizzazione dei Santi, ci si fa prendere la mano e l’emotività dal momento sociale o politico, volendo anche dall’opportunismo mediatico dettato dalla situazione del momento, si possono fare danni enormi, volendo irreparabili, non tanto per il presente ma per il futuro che verrà, quando gli animi emotivi si saranno placati e certe emozioni saranno morte o sostituite con altre nuove più consone a quei tempi. Sarà a quel punto che gli storici ci analizzeranno, sotto vari aspetti persino come fenomeni da baraccone, dicendo senza mezzi termini: bei superficiali che erano, quelli che ci hanno preceduti! E tutti taceranno, perché sarà vero.
Chi emotivamente guarda solo al presente, ignora la pesante eredità che lascerà al futuro. Nel mondo di domani non sarà più possibile fare come il Santo Pontefice Paolo VI che fece sparire con un colpo di penna decine di Santi con la scusa di riformare il Calendario. È cosa nota e risaputa che diversi di quei Santi non erano mai esisti, altri erano duplicati di altri Santi, altri erano figure persino imbarazzanti e come tali da dimenticare.
Ilmondo di oggi e quello di domani non permetterà più la caduta nell’oblio che era possibile in passato. Questo però gli emotivi che vivono il presente senza prospettiva futura purtroppo non lo sanno, per somma disgrazia dei nostri figli che verranno e che dovranno essere umiliati e irrisi a causa della superficialità dei loro padri.
dall’Isola di Patmos, 25 settembre 2023
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2023-09-25 21:47:172023-09-25 21:47:17La gestione imbarazzante e pericolosa del Dicastero delle Cause dei Santi e la critica come fondamento del principio cristiano: “Fede e ragione”
QUEL GIOCO NON SEMPRE COMPRENSIBILE DEI PRIMI E DEGLI ULTIMI NEL SIGNORE
«Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni. Ho intenzione di esservi accolto al più presto».
ci sono storie di conversione che fanno comprendere la bellezza di essere cattolici inducendoci a capire il senso del diventare operai nella vigna del Signore. Dio ci chiama in qualsiasi momento della vita: da bambini, da adulti e persino in punto di morte. Non molti sanno che uno di questi operai nella vigna fu proprio Oscar Wilde che si convertì in tarda età al Cattolicesimo, battezzandosi e ricevendo il viatico. L’autore irlandese pochi giorni prima di morire dichiarò al giornale Daily Chronicle:
«Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni. Ho intenzione di esservi accolto al più presto».
Con la parabola degli operai dell’ultima ora racchiusa nel Vangelo di oggi Gesù viene a insegnarci questo. Tutti, nel grande mistero dell’amore di Dio, siamo chiamati e Lui conosce il giorno e l’ora della nostra risposta. Gesù racconta quindi una parabola che all’inizio può essere “fastidiosa”. Perché troviamo degli operai che vengono assunti a inizio giornata e altri invece solo all’ultima ora. Il padrone degli operai risponde però a muso duro a coloro che erano arrivati là per protestare:
«Io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
Nella narrazione simbolica, quel padrone è proprio Dio che ha un concetto di primo e ultimo diverso del nostro. In effetti, la frase di Gesù circa gli ultimi e i primi è stata lungamente evocata, perché dislocata al di fuori del contesto della parabola. Dio, dunque, annuncia con una notizia bella e sconvolgente: Egli capovolge i nostri parametri umani: tutti siamo chiamati ad amare, a renderci santi e a santificare gli altri. Ciascuno di noi è operaio nella vigna, cioè nella Chiesa Cattolica, secondo talenti e doni che Lui stesso ci ha offerto.
La ricompensa finale sarà poi uguale per tutti: la sua amicizia e compagnia eterna in Paradiso. Dunque, non esiste una diversa modalità di “pensionamento” per l’operaio nella vigna. Il bambino catecumeno martirizzato, il grande lavoratore della carità, il poeta maledetto convertito in vecchiaia, tutti quanti riceviamo come meta finale la Vita Eterna in Dio. Il grande mistero di Dio da accogliere è questo: Dio ci chiede un amore gratuito che non pretende e non reclama, ma si offre spontaneamente. Perché il primo ad offrirsi senza pretendere nulla in cambio è stato Gesù sulla croce.
A noi sta semplicemente di accogliere la chiamata e di mettere un po’ di buona volontà. Dio stesso con la sua grazia ci accompagnerà nel nostro essere vignaioli operanti e fecondi per Dio e il prossimo. La differenza del tempo che intercorre fra chiamata e risposta all’amore di Dio, non toglie nulla alla nostra felicità, sia che rispondiamo da piccoli o da adulti, se la nostra risposta è autentica, meditata e vera in Dio è sempre fonte di massima gioia per noi. Dunque, essere primi in Dio non è essere primi nella logica del mondo. Invece, vuol dire agire con umiltà nello stato vocazionale in cui siamo, decentrando i nostri egoismo e superficialità, ponendo al centro il Signore: in quel decentrarci, Lui ci renderà una gloria ed una soddisfazione massima.
Chiediamo al Signore di diventare buoni come Lui, interiorizzando l’umiltà e la disponibilità ad accogliere un Progetto d’Amore più grande, per diventare giorno dopo giorno testimoni credenti e credibili della Misericordia senza fine.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2021/09/padre-Gabriele-piccola.png?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Gabrielehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Gabriele2023-09-24 15:44:022023-09-24 15:59:15Quel gioco non sempre comprensibile dei primi e degli ultimi nel Signore
Babamın ikinci evliliğini yapmasıyla birlikte üvey kız kardeşe sahip oldum porno indir Yeni kız kardeşim tembelin teki porno izle ne okula gidiyor ne ders çalışıyor seks hikaye Bulduğu her fırsatta okulu ekiyor bedava porno aile bireyleri bu yüzden ona çok kızıyor brazzers porno Bugün evde kimsecikler yokken bahçede biraz spor yapayım dedim sex hikayeleri Şans eseri kız kardeşimi gördüm okula gitmemiş odasında saklanıyor rokettube Ona bağırdım ve zorla okula gitmesini sağladım türk porno Evden çıktığı vakit bahçede sporuma başladım porno Kısa bir süre sonra telefonuma evdeki alarmın devre dışı kaldığına dair bildirim geldi ensest hikayeler Karşımda çıplak durması ve tahrik edici konuşmalarıyla beni sekse ikna etti.
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