Les couleurs liturgiques ne sont pas des jeux d'arcs-en-ciel idéologiques, mais des signes visibles des mystères sacrés que nous célébrons

LES COULEURS LITURGIQUES NE SONT PAS DES JEUX ARC-EN-CIEL IDÉOLOGIQUES, MA SEGNI VISIBILI DEI SACRI MISTERI CHE CELEBRIAMO

La sciatteria, comme la vanité, ce sont deux maladies qui détruisent le signe liturgique, che per sua natura ― per essere veramente “bello” ― necessita di verità e di semplicità. Non è certo eliminando i segni che si arriva a una liturgia più “bella” e coinvolgente o a una non meglio precisata “liturgia delle origini”, ma spiegandone il loro profondo significato.

— Pastorale liturgica —

Auteur
Simone Pifizzi

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Quando i presbiteri sono consacrati sacerdoti il Vescovo rivolge un monito che dovrebbe segnare la nostra intera esistenza: « Comprenez ce que vous faites, imitez ce que vous célébrez, conformer votre vie au mystère de la croix du Christ, le Seigneur " [Voir. Liturgia della sacra ordinazione dei presbiteri, n. 150].

Il sacerdozio è legato a una dimensione di eternità, perché sacerdoti lo saremo in eterno. Il carattere indelebile dell’Ordine Sacro conferisce una dignità che ci rende superiori persino agli Angeli di Dio, che dinanzi ai sacerdoti si pongono di lato. A illustrarlo in modo magistrale è il nostro confratello Marcello Stanzione, considerato uno dei massimi esperti europei di Angeli e al cui articolo vi rimando [voir QUI].

La sacra liturgia è fatta di segni e simboli che non sono certo fini a sé stessi, perché costituiscono quegli “accidenti esterni” o “segni esteriori” attraverso i quali si concreta e prende forma la sostanza. Un exemple, anzi direi l’esempio più eclatante: la Très Sainte Eucharistie, mistero del Corpo e Sangue di Cristo e sua presenza reale tra di noi, si realizza attraverso la materia e il segno esterno del pane e del vino che divengono realmente e sostanzialmente Cristo vivo e vero.

Nella sacra liturgia ogni segno e gesto, persino i silenzi hanno un loro significato teologico e mistagogico. Di “silenzi liturgici” ne sono previsti tre dal rito della Santa Messa: durante l’atto penitenziale, dopo che il celebrante ha detto: «Prima di celebrare degnamente questi santi misteri riconosciamo i nostri peccati». Poi dopo la proclamazione del Santo Vangelo, se non c’è l’omelia, oppure dopo l’omelia. Enfin, dopo la Santa Comunione. Momenti di silenzio che sarebbe bene rispettare e non omettere, cosa che per inciso i Vescovi farebbero bene a ricordare a quei loro preti che in 15 minuti scarsi celebrano la Santa Messa feriale, forse dimenticando di avere recitato sin dall’inizio la frase «…prima di celebrare degnamente…». Parola, quella di “dignità”, che dovrebbe avere un grande peso, specie nella celebrazione dei «sacri misteri».

Tra questi segni vi sono anche le vesti liturgiche che ― come ogni segno ― talvolta rischiano di oscurare anziché rivelare la realtà a cui sono riferite. Non possiamo infatti nascondere il rischio che nel nostro contesto culturale alcune vesti liturgiche, per la loro leziosità e ricercatezza, possano offuscare la gloria di Dio ed essere semplicemente considerate come l’esibizione di una umana vanità. Ma è deprecabile altresì quella inqualificabile sciatteria ― oggi considerata povertà e semplicità, ma che invece andrebbe chiamata col suo nome: sciatteria! ― che non solo stravolge il segno liturgico (pensiamo alle varie casule e stole arcobaleno) ma addirittura, parfois, lo rimuove del tutto con un arbitrio che a nessun ministro di Dio è consentito.

La sciatteria, comme la vanité, ce sont deux maladies qui détruisent le signe liturgique, che per sua natura ― per essere veramente “bello” ― necessita di verità e di semplicità. Non è certo eliminando i segni che si arriva a una liturgia più “bella” e coinvolgente o a una non meglio precisata “liturgia delle origini”, ma spiegandone il loro profondo significato.

La veste liturgica, rispetto ad altri segni, ha un’importanza molto relativa. N’è prova che per almeno i primi quattro secoli della vita della Chiesa le fonti non riportano che i ministri ordinati indossassero vesti particolari durante le celebrazioni, convinti che era essenzialmente importante essere “rivestiti di Cristo” [cf.. Fille 3, 26]. le Papa Celestino I, nel V secolo, si lamentava con alcuni vescovi della Gallia del Sud perché alcuni preti avevano cominciato a usare vistosi abiti per la liturgia, e così concludeva:

«Dobbiamo distinguerci dagli altri per la dottrina, non per il vestito; per la condotta, non per l’abito; per la purezza della mente, non per l’ornamento esteriore» (cf.. Celestino I, Lettre, PL 50, 431).

Meriterebbe anche spiegare come e perché, durante i primi secoli, simboli e vesti dell’antica paganites romana confluirono nella primitiva liturgia cristiana a partire dagli inizi del IV secolo. Si tratta di segni esteriori ai quali fu data una profonda valenza cristiana. La struttura di certi riti è più antica ancora, per esempio quelli d’offertorio della Santa Messa affondano le loro radici nelle antiche liturgie offertoriali fatte dai sacerdoti nel Tempio di Gerusalemme. Si tratta però di argomenti complessi legati alla storia della liturgia che tratteremo specificamente in altro articolo.

Pur nella consapevolezza ben espressa dall’antico detto popolare “l’abito non fa il monaco”, che la veste liturgica, come tutti i segni esteriori, abbia un’importanza secondaria nel culto cristiano, questo non può certo indurre a ignorare che essa appartiene a quel complesso di segni convenzionali di cui l’umanità fin dal principio ha fatto uso per esprimere il pensiero, lo stile di vita, le idee e il ruolo di una persona. L’abito, che lo si voglia o no, lancia sempre un messaggio ed esprime qualcosa del ruolo, dell’identità e della missione di una persona. E proprio partendo da quest’ultimo concetto possiamo individuare uno dei principali significati delle vesti liturgiche intese come segno di un mandato e di una missione non certo accaparrata, bensì ricevuta dal Signore. E se rimane profondamente vero per ogni battezzato che il Signore Gesù ci invita a un culto in spirito e verità [cf.. Gv 4, 24], lo è altrettanto il fatto che noi ― che viviamo nel regime dei segni e vediamo le realtà invisibili “come in uno specchio” [cf.. ICor 13,12] ― abbiamo bisogno di questi segni per poter esprimere un culto che non sia teorico, disincantato, ma che sappia raccogliere tutto quanto è profondamente umano per esprimere al massimo ciò che intende comunicare.

La veste liturgica, come tutte le espressioni umane non esenti da quella corruzione che affonda le sue radici nel cuore dell’uomo, dovrà sempre “fare i conti” tra il significato “alto” che vuole esprimere e quelle deviazioni rappresentate dalla sciatteria, dalla vanità e dal potere. I paramenti dei ministri ordinati, come tutti gli abiti rituali dei ministeri istituiti e dei laici (e in questo ci metterei anche alcuni abiti per i matrimoni e per le prime Comunioni) hanno il compito simbolico di esprimere una realtà interiore e un servizio ecclesiale in modo semplice e chiaro, e non per questo in contrasto con la bellezza e il decoro, perché la bellezza e la dignità difficilmente non portano anche al vero. Il tutto sempre evitando che si trasformino in elementi che ostacolano la comprensione corretta del messaggio di cui la liturgia è portatrice, o che stravolgano addirittura l’essenza stessa della sacra liturgia.

Nel complesso dei segni e dei simboli di cui la liturgia vive e si nutre, le vesti liturgiche abbiamo detto hanno un valore secondario. A maggior ragione questo discorso vale per i colori che sono entrati nell’uso liturgico sia per le vesti che per gli altri addobbi. Tuttavia essi sono presenti nella liturgia e non di rado suscitano nei fedeli delle curiosità e degli interrogativi a cui occorre dare una risposta seria e precisa, ricordando che nel culto cristiano ― in modo particolare a partire dalla riforma del Concilio Vaticano II ― niente deve risultare semplicemente decorativo o superfluo o peggio ancora relegato a pura forma esteriore, au contraire: tutto deve avere un significato teologico e mistagogico.

Tralasciando i complessi dettagli storici, perlomeno in questo nostro contesto, voglio ricordare che nella liturgia i colori, in quanto simboli, sono entrati piuttosto tardivamente. Per ben sette secoli i colori non hanno avuto una particolare importanza nel culto cristiano. Sicuramente ― e sono le fonti sia scritte che iconografiche che ce lo confermano ― vi era un uso predominante del bianco, considerato sempre nella cultura mediterranea il colore della festa e delle grandi occasioni. Parlando della veste bianca battesimale il Santo dottore della Chiesa Ambrogio da Milano ricordava ai neo battezzati:

«Hai quindi ricevuto delle bianche vesti per dimostrare che tu hai abbandonato l’involucro del peccato e ti sei rivestito dei puri abiti dell’innocenza come ha detto il profeta: purificami con issopo e sarò mondato: lavami e sarò più bianco della neve» [Sant'Ambrogio, Sui misteri, VII, 34].

Au fil des siècles si codifica pian piano ciò che riguarda la foggia e la preziosità delle vesti liturgiche, soprattutto nella liturgia bizantina. Ma per trovare un’accentuazione della sensibilità al linguaggio dei colori dobbiamo aspettare il Medioevo, in un contesto in cui, ciò che non viene più compreso dal popolo attraverso la lingua latina e il significato dei riti, è reso attraverso il linguaggio visivo. pas un hasard, le moyen Âge, ha rappresentato quel felice periodo in cui segni, symboles, gesti o silenzi parlavano in modo eloquente, ma soprattutto erano carichi del tutto di profondi significati teologici e spirituali. Con Papa Innocenzo III [†1216] si hanno ― a proposito dei colori ― le prime direttive comuni che pian piano si impongono ovunque, venendo infine codificate con il Messale di San Pio V nel 1570, dove sono stabilite le vesti bianche, verdi, rouge, viola e nere a seconda delle celebrazioni: appare anche l’uso del colore rosa nella III domenica d’Avvento e nella IV domenica di Quaresima, dit aussi Dominica Laetare, quando si interrompeva il rigido digiuno.

La riforma attuata dal Concilio Vaticano II non ha soppresso la normativa riguardo ai colori liturgici, considerandola però nel più vasto contesto di quei segni che devono essere «chiari, adatti alla capacità di comprensione dei fedeli e non abbiano bisogno di molte spiegazioni» [cf.. Saint Conseil, 34]. In base a questo principio è data alle varie conferenze episcopali nazionali la libertà di determinare e usare liberamente i colori liturgici secondo la cultura dei singoli popoli [cf.. Ordre général du Missel romain, 346].

Le norme attuali prevedono per il rito romano e la nostra area occidentale l’uso di questi colori:

BIANCO: è il colore della luce, della purezza e della gioia. Si usa in tutte le Solennità e feste del Signore (eccetto quelle della Passione), per le feste della Vergine Maria, degli Angeli, dei Santi non martiri. È usato anche per amministrare i Sacramenti del Battesimo e del Matrimonio.

ROSSO: colore del fuoco e del sangue, simbolo dell’Amore/ Carità, del dono, del sacrificio, del martirio. È usato la Settimana Santa per la Domenica delle Palme e per il Venerdì Santo, il giorno di Pentecoste, per le feste degli Apostoli, dei Santi Martiri, per la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, così come nelle Messe votive al Preziosissimo Sangue di Gesù. Può essere usato anche per la Messa del Sacramento della Cresima.

VERDE: nella nostra cultura è un colore riposante che esprime la normalità, cammino tenace e permanente della speranza. È usato nelle celebrazioni feriali e domenicali del Tempo Ordinario.

VIOLA: Inizialmente usato come variante del nero, nel corso del tempo è diventato colore a sé stante. Colore solenne e grave, esprime contemporaneamente la fatica e la speranza. È usato nei tempi di Avvento e Quaresima ed esprime penitenza e preparazione alla venuta di Cristo. Viene usato anche nelle celebrazioni dei defunti al posto del colore nero, il cui uso rimane opzionale, poiché nella nostra cultura esprime meglio la speranza cristiana che pure è presente di fronte al mistero della morte.

ROSACEO: Concepito come una variazione del viola, segna due pause che la Chiesa fa durante i tempi di penitenza. È usato due volte l’anno, la terza domenica di Avvento, ce Dominica Gaudète e la quarta domenica di Quaresima detta Dominica Laetare.

Oltre a questi, nelle diverse “famiglie” liturgiche esistono e vengono usati nelle sacre celebrazioni anche altri colori:

ORO: Simboleggiando la luce divina l’oro o il giallo possono essere utilizzati per sostituire qualsiasi colore tranne il viola.

NERO: Generalmente considerato in rapporto alle celebrazioni dei defunti, nel Medioevo era usato per indicare i tempi penitenziali. Dal Concilio di Trento fu usato anche per il Venerdì Santo.

AZZURRO: è associato al dogma mariano e può quindi essere usato solo durante le celebrazioni legate alla Beata Vergine Maria, come l’Assunzione o l’Immacolata Concezione. Unico colore che rappresenta un vero privilegio liturgico, il suo uso fu autorizzato dal Concilio di Trento solo in Portogallo, en Espagne, negli ex territori di questi due Paesi, nell’ex regno di Baviera, in certe chiese di Napoli e infine nell’Ordine Francescano considerato storicamente e teologicamente meritevole di avere difeso il dogma mariano. Questo privilegio vale ancora oggi.

I colori liturgici, al di là del loro uso e significato, servono a comunicare il messaggio che, secondo le diverse celebrazioni, può essere di festa, d'espoir, conversion, di solidarietà nel dolore… Tutto questo certamente non è sufficiente come elemento fine a sé stesso, se non è accompagnato dallo scopo fondamentale di ogni cristiano ― specialmente se ministro ordinato ― e di ogni comunità di discepoli del Signore, ou: vivere il Vangelo!

Per non rendere paramenti, colori o altri simboli e segni liturgici niente più che espressioni di folclore, stranezza o semplice vanità, occorre che essi diventino “epifania” del mistero di salvezza che trova la sua radice unica e profonda nell’incontro vitale e vivificante con Gesù, Verbo incarnato, Eterno Sacerdote della Nuova Alleanza. Perché tutto, nella sacra liturgia, manifesta ed esprime il mistero del Verbo di Dio incarnato, décédés, ressuscitée et monté au ciel. Per questo l’assemblea liturgica acclama sul vivo corpo e sangue di Cristo: «Nous proclamons ta mort, Seigneur, nous proclamons ta résurrection, en attendant ta venue". Questo è il cuore della sacra liturgia.

 

Florence, 26 janvier 2023

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Aux funérailles de Benoît XVI aurait pu manquer le “prêtre idéologique” qui refuse la communion à un fidèle qui s'agenouille et le rejette?

AUX FUNÉRAILLES DE BENOÎT XVI LE “PRÊTRE IDÉOLOGIQUE” QUI REFUSE LA COMMUNION À UN FIDÈLE QUI LE MET À GENOUX ET LE REJETTE?

Dans un monde qui s'agenouille devant toutes les pires idoles, ne laissez jamais personne oser s'agenouiller devant le Très Saint Corps du Christ, perché è un autentico affronto!

— Pastorale liturgique —

 

 

Auteur
Rédacteurs en chef de l'île de Patmos

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Non, la “prêtre idéologique” non può mancare mai, specie nelle occasioni più particolari e delicate. Cosa poteva esserci di meglio da fare che negare a un fedele la Santa Comunione per avere osato inginocchiarsi dinanzi alla Santissima Eucaristia? Il tutto al funerale di Benedetto XVI che durante i suoi pontificali amministrava all’altare della confessione la Santa Comunione all’inginocchiatoio porgendola alla bocca. Questo presbitero, oltre a non conoscere la differenza abissale che corre tra unprete povero” ea “povero prete”, appartiene forse alla cordata di quelli che pensano «Il carnevale è finito»? Qualcuno voleva una «Chiesa povera» e siamo finiti alla povera Chiesa! Qualcuno si ricordi questa piazza gremita, perché forse sarà l’ultima.

 

de l'île de Patmos, 5 janvier 2023

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L'éducation “Le sacrement de la rédemption” et les abus liturgiques: dites-le aux évêques, ne dites rien à Mark Zuckerberg et Elon Musk

ÉDUCATION LE SACREMENT DE RÉDEMPTION ET L'ABUS LITURGIQUE: DITES-LE AUX ÉVÊQUES, NE DITES PAS MARK ZUCKERBERG ET ELON MUSK

En conclusion, y penser, chaque communauté de fidèles finit toujours par avoir le prêtre qu'elle mérite, exactement comme nous les prêtres, que nous nous retrouvons souvent "condamnés" à un châtiment juste et mérité pour avoir les évêques que nous méritons.

— Pastorale liturgique —

Auteur
Simone Pifizzi

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Suggestion à votre évêque pour résoudre le problème racine: l'enfermer dans une pièce de deux mètres sur deux mètres avec le Padri de L'île de Patmos (cliquez sur l'image pour ouvrir la vidéo)

jenotre frère Ivano Liguori il a traité le problème des abus liturgiques, même si dans le cas précis l'abus avait des connotations de sacrilège perpétré lors de la célébration de la Sainte Messe [cf.. QUI, QUI, QUI, QUI].

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en langue liturgique il est d'usage de parler du Canon de la Sainte Messe. Le mot canon de stock c'est la norme précise à suivre pour célébrer le culte divin. La redevance est par nature fixe et rigide. Malheureusement, lorsque certains termes sont utilisés, aujourd'hui beaucoup ont tendance à tourner le nez parce qu'ils ne connaissent pas le vrai sens des mots et finissent par confondre "fixe" avec fixisme et "rigide" avec rigidité. Plus rien de mal. Le célébrant est un instrument fidèle et scrupuleux de la sainte liturgie, maître non maître ou maître arbitraire, Pire que jamais: créateur gratuit. La liturgie sacrée investit la vie de toute l'Église universelle, dont c'est une expression et une prière commune de louange à Dieu. Abuser de manière créative de la liturgie sacrée, c'est la rendre instable et lui enlever cette dimension univoque, prière commune et universelle. C'est pourquoi l'abus liturgique, qu'il soit petit ou grand, donne lieu à une double fracture: avec la communion de l'Église et avec sa dimension d'universalité. Rappelons que l'étymologie du mot "catholique", dal greco tout au long, il signifie universel et indique ainsi son universalité.

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le 25 mars 2004, Solennité de l'Annonciation du Seigneur, « par disposition du Souverain Pontife Jean-Paul II, rédigé par la Congrégation du Culte Divin et de la Discipline des Sacrements, en accord avec la Congrégation pour la Doctrine de la Foi », l'Instruction a été publiée Le sacrement de la rédemption. Sous-titre: «Sur certaines choses à observer et à éviter concernant la Très Sainte Eucharistie».

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La clôture définitive de ce Document, avec les sujets concernés, nous fait immédiatement comprendre qu'il ne s'agit pas d'une série de recommandations pieuses mais d'un texte qui s'impose à la fois à la conscience et à la pratique, et celui qui ne s'y conforme pas commet un véritable abus, dont la gravité peut aller jusqu'au véritable sacrilège, comme malheureusement nous l'avons vu aussi récemment.

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Quelqu'un objectera que de cette façon les ailes de l'initiative et de la créativité sont coupées. Généralement, ce type d'objections vient de la bouche de ceux qui ont fait du relativisme - une véritable grande maladie corrosive de l'Église contemporaine - une sorte de norma normans non normata, oubliant que l'Église, d'un trésor si absolu, parce qu'il a été laissé en cadeau par le Divin Rédempteur, est le gardien, pas maîtriser. Dans la liturgie eucharistique, l'Église célèbre l'actualisation permanente de l'action salvifique du Seigneur Jésus dans sa vie, dans sa passion, dans sa crucifixion, dans sa mort et sa résurrection [cf.. n. 40], pour cela après la consécration des espèces sacrées, le peuple de Dieu acclame le corps vivant et le sang du Christ présent dans l'âme, esprit et divinité:

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«Nous proclamons ta mort, Seigneur, nous proclamons ta résurrection, en attendant ta venue".

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Il y a une question fondamentale qui traverse toute l'éducation: il faut vraiment faire attention aux abus liturgiques? Il ne suffit pas de réaffirmer l'importance et la nécessité de suivre les normes liturgiques selon l'esprit du Concile Vatican II qui affirme:

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« le culte public intégral est exercé par le Corps Mystique de Jésus-Christ, c'est-à-dire du chef et de ses membres. En conséquence, chaque célébration liturgique, comme l'œuvre du Christ prêtre et de son Corps qui est l'Église, c'est l'action sacrée par excellence» [Saint Conseil, n. 7].

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Dans les colonnes de ce magazine Il a été expliqué à plusieurs reprises au fil des ans que si, six décennies après la clôture d'un grand concile œcuménique, l'Église s'est trouvée contrainte de publier deux documents correctifs très particuliers - ce sont les Jésus est le Seigneur cil réaffirme l'unicité salvifique du Christ et de son Église, à suivre avec le Le sacrement de la rédemption dans lequel il évoque les fondements fondamentaux de l'art de la fête - quelque chose s'est mal passé. Cela dit, il est bon de préciser que ce n'est pas le Conseil qui a mal fonctionné, élément de renouveau pastoral nécessaire dont l'Église avait besoin, exactement comme il y a quatre siècles, un autre grand Concile, celui de Trente. Dysfonctionnement, en effet parfois très mal, ce sont les interprètes post-conciliaires du soi-disant esprit du Concile qui ont souvent fini par se faire une idée du Concile qui leur était propre. c'est ce qui n'a pas fonctionné et a généré les problèmes auxquels nous devons malheureusement faire face aujourd'hui. Qui profite de certaines données objectives, de l'égarement doctrinal à des abus liturgiques souvent quasi institutionnalisés, imputer la faute au dernier concile de l'Église, deux heures: ou péché d'ignorance profonde, ou, par pure idéologie, ment en sachant qu'il ment.

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Dans la lettre encyclique Eglise sur l'Eucharistie précédant l'éducation d'un an Le sacrement de la rédemption le Saint Pontife Jean-Paul II rappelle que les normes liturgiques

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« ils sont une expression concrète de l'ecclésialité authentique de l'Eucharistie; c'est leur sens le plus profond. La liturgie n'est jamais la propriété privée de quelqu'un, ni du célébrant, ni de la communauté dans laquelle les Mystères sont célébrés. Le prêtre qui célèbre fidèlement la messe selon les normes liturgiques et la communauté qui s'y conforme manifestent, d'une manière silencieuse mais éloquente, leur amour pour l'Église" [cf.. n. 52].

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C'est clair que ça ne suffit pas une seule participation extérieure, parce que célébrer l'Eucharistie demande de la foi, espoir et charité. À cet égard, l'instruction précise Le sacrement de la rédemption:

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« Un respect purement extérieur des règles, comme il est évident, serait contraire à l'essence de la liturgie sacrée, dans lequel le Christ Seigneur veut rassembler son Église, pourquoi est-ce, avec lui, "un seul corps et un seul esprit". L'acte extérieur doit être, donc, éclairés par la foi et la charité qui nous unissent au Christ et les uns aux autres et engendrent l'amour pour les pauvres et les affligés".

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Les abus ont toujours existé, également dans la soi-disant "messe éternelle", néologisme inventé par l'esprit de qui, jouer avec le latin, il ignore non seulement l'histoire de la liturgie, mais la même histoire de l'Église. Cependant il est bon de rappeler qu'en ce qui concerne la célébration eucharistique, tous les abus n'ont pas le même poids. Si en fait il peut arriver de se tromper par inadvertance sur la couleur d'un vêtement sacré, utiliser par erreur une préface ordinaire alors que la liturgie en prévoit une, ou d'utiliser des chansons inadaptées, dans ce cas nous sommes dans le domaine de l'erreur humaine. D'autres abus menacent à la place: ou d'invalider ce qui est célébré, ou manifester un manque absolu de foi eucharistique, produisant des effets dévastateurs sur le Peuple de Dieu, dans une décadence toujours plus grande et inquiétante du culte eucharistique et de la perception de sa sacralité qui soutient la structure même de l'Église, qui est en soi un mystère eucharistique, parce qu'elle est fondée sur le corps et le sang de la Parole de Dieu faite homme. D'autres abus, en revanche, risquent de semer la confusion parmi le peuple de Dieu, ou même de profaner la célébration elle-même. C'est pourquoi l'abus ne peut pas être pris à la légère, comme s'il s'agissait... d'excès de créativité.

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Une chose est sûre: tous les membres de l'Église ont besoin de formation liturgique, qui manque malheureusement aujourd'hui. Le Concile Vatican II précise qu'il faut absolument donner la première place à la formation liturgique du clergé [cf.. Saint Conseil, n. 14]. Mais il est vrai aussi qu'elles existent dans tel ou tel contexte ecclésial, abus qui contribuent à obscurcir la foi juste et la doctrine catholique sur ce merveilleux sacrement [cf.. Eglise sur l'Eucharistie, n. 10]. La Le sacrement de la rédemption précise que "les abus sont souvent enracinés dans une fausse conception de la liberté" [cf.. n. 7]. « Les actes arbitraires, en fait, ne contribuent pas à un renouvellement effectif" [cf.. n. 11]. Il est bon de préciser ce qui a été réaffirmé dans plusieurs actes et documents du magistère: "De tels abus n'ont rien à voir avec l'esprit authentique du Concile et doivent être corrigés par les Pasteurs avec une attitude de fermeté prudente" [cf.. Jean-Paul II, 40 anniversaire de la Constitution conciliaire sur la liturgie, Lettre apostolique Esprit et mariée, n. 15]. L'Instruction clarifie la même chose Le sacrement de la rédemption:

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« À ceux qui modifient les textes liturgiques de leur propre autorité, il est important de souligner que la liturgie sacrée est intimement liée aux principes de la doctrine, et l'usage de textes et de rites non approuvés l'affaiblit par conséquent, ou se perdre complètement, le lien nécessaire entre le la loi de la prière et le loi de la croyance» [cf.. n. 10], (expression latine connue qui, dans le langage de la sainte liturgie, signifie: la loi de la prière est la loi de la foi).

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Pour les croyants catholiques lire cette Instruction serait en effet très instructif, ce n'est pas un hasard s'il s'appelle Education. Ce sera sûrement beaucoup plus instructif que de chercher des réponses improbables sur réseaux sociaux, sinon pire, s'improviser liturgistes et donner des réponses que souvent on n'est pas vraiment capable de donner, ne contribuant ainsi qu'à engendrer la confusion et la polémique stérile, mais surtout pour augmenter le manque de connaissances des nombreux qui, en nombre croissant, mais ils supposent qu'ils savent. En effet, si l'Église met certains textes et documents à la disposition des fidèles, c'est justement pour les instruire aussi sur la manière dont il convient de réagir aux abus liturgiques de certains célébrants. Il est donc peu utile de blâmer le prêtre forgeron d'abus liturgiques sur une page Facebook. L'Église indique précisément quelles sont les erreurs et les abus qu'aucun célébrant ne doit commettre, après quoi il indique aux fidèles comment agir et qui contacter. Il ne les exhorte pas à aller chercher des réponses improbables là où il est impossible de les trouver, ou pire pour discuter où la controverse finira par n'être qu'une fin en soi.

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Beaucoup seraient des exemples, choisissons-en un au hasard: plusieurs fois il nous est arrivé, à nous prêtres, de recueillir le malaise des fidèles qui se plaignaient de l'utilisation injustifiée de ministres extraordinaires de la Communion, si quoi que ce soit, alors que le célébrant était assis au siège et que quelques laïcs distribuaient la Très Sainte Eucharistie. On a sans doute affaire à un grave abus, l'Instruction elle-même le précise en précisant:

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«Il est condamnable la pratique de ces prêtres qui, bien que présent à la fête, cependant, ils s'abstiennent de distribuer la Communion, confier cette tâche aux laïcs" [cf.. n. 157].

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Cette règle fut à son tour précédée vingt ans plus tôt par une répondre de la Congrégation pour le Culte Divin et la Discipline des Sacrements [11 juillet 1984: SAA 76 (1984) p. 746]. Cette tâche délicate confiée aux laïcs est en elle-même un ministère tout à fait extraordinaire, en fait, il s'agit de ministres ordonnés, au prêtre et au diacre, distribuer la Sainte Communion aux fidèles. Seulement dans les cas où les ministres ordonnés ne suffisent pas pour le grand nombre de personnes, appel peut être fait aux ministres de la Communion, qui exercent un ministère tout à fait extraordinaire.

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Face aux abus de ce genre et aux nombreux autres décrits dans cette Instruction, sur lequel il ne serait pas possible de s'attarder, les fidèles catholiques sont tenus de contacter leur évêque, certainement pas un Facebook e Gazouillement, parce que nos diocèses ne sont gouvernés ni par Mark Zuckerberg ni par Elon Musk, qui, entre autres, ne peut exercer aucun pouvoir sur les prêtres ou les admonester pour quelque raison que ce soit.

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Devant les responsabilités objectives de notre clergé, défectueux et pécheur, nous ne reculons pas, en effet, nous sommes les premiers à admettre les erreurs évidentes de quelques-uns ou de beaucoup de nos confrères qui, malheureusement, semblent parfois célébrer presque avec leurs pieds. Cependant, les responsabilités de ces fidèles ne sont pas moins graves, ou présumé tel, qu'au lieu d'informer l'évêque, comme ils devraient le faire, ils pensent qu'ils peuvent se plaindre avec le chiffon de leurs vêtements réseaux sociaux, encore mieux si derrière un nom fantaisiste, car dans ce cas ils deviendront extrêmement agressifs et sévères, plutôt que d'agir comme Dieu l'ordonne et d'assumer toutes leurs responsabilités en tant que croyants catholiques, informer simplement l'évêque.

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En conclusion, y penser, chaque communauté de fidèles finit toujours par avoir le prêtre qu'elle mérite, exactement comme nous les prêtres, que nous nous retrouvons souvent "condamnés" à un châtiment juste et mérité pour avoir les évêques que nous méritons.

Florence, 10 décembre 2022

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Cette liturgie à laquelle on participe souvent sans connaître le sens et la signification de ce qui est récité et célébré. Commençons par un bref voyage à travers les préfaces du temps de l'Avent …

CETTE LITURGIE À LAQUELLE NOUS PARTICIPONS SOUVENT SANS SAVOIR LE SENS ET LA PORTÉE DE CE QUE NOUS RÉCITONS ET CÉLÉBRONS. COMMENÇONS PAR UN BREF VOYAGE DANS LA PRÉFACE DU TEMPS DE L'AVENT...

Avènement, essayez de le vivre et de le célébrer dans les églises, pas sur réseaux sociaux. Et si vous avez des doutes, ou des choses à clarifier, tournez-vous vers nous prêtres, qui pourtant insuffisant, pécheurs, incompétent et décevant - comme beaucoup l'écrivent dans leurs évents sur Internet - quelque chose de plus que les théologiens improvisés sur Facebook e Gazouillement, soyez assurés que nous le savons et sommes en mesure de vous l'offrir, toujours Gratuit et Amor Dei.

— Pastorale liturgique —

Auteur
Simone Pifizzi

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Note de l'éditeur: vous avez Padri de L'île de Patmos un nouvel éditeur a rejoint, le prêtre florentin Simone Pifizzi, pasteur et liturgiste [voir QUI]

Il y a beaucoup de catholiques, même ceux qui sont dévoués et animés par une foi sincère, ignorant le sens des paroles prononcées et des gestes posés par le Prêtre pendant la Sainte Messe. Le rite sacré qui, à travers la Sainte Messe, renouvelle le sacrifice non sanglant du Christ est plein de signes et de symboles, dont chacun est chargé d'une profonde signification théologique et mystagogique. Puisqu'il faut toujours expliquer chaque mot, rappelez-vous que la "mystagogie", mot d'origine grecque, dont le sens est "initiation aux mystères", dans le lexique chrétien, il indique la découverte de la nouvelle vie de grâce que nous avons reçue à travers les sacrements. Le catéchisme enseigne:

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« La liturgie est le point culminant vers lequel tend l'action de l'Église., ensemble, la source d'où jaillissent toutes ses vertus. La catéchèse est intrinsèquement liée à toute action liturgique et sacramentelle, car c'est dans les sacrements, et surtout dans l'Eucharistie, que Jésus-Christ agit pleinement pour la transformation des hommes" [cf.. n. 1074]. La catéchèse liturgique vise à introduire dans le mystère du Christ (c'est en fait "Mystagogie") en procédant du visible à l'invisible, du signifiant au signifié, des "sacrements" aux "mystères" [cf.. n. 1075].

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Je disais que la liturgie sacrée est riche en signes et symboles, dont chacun a une signification profonde. Même les silences ou les hochements de tête de révérence du Prêtre ont leur signification théologique et mystagogique. Pour le comprendre, il suffirait d'écouter les maîtres, au lieu de courir après d'improbables théologiens et liturgistes qui fulminent réseaux sociaux. Essayons de tout clarifier avec un exemple tiré de la Première Prière Eucharistique, dit aussi Canon romain. Dans ce qui précède où il est fait référence à Communion des saints le prêtre récite:

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«[…] En communion avec toute l'Église, nous nous souvenons et vénérons par-dessus tout la glorieuse et toujours vierge Marie Mère de notre Dieu et Seigneur Jésus-Christ".

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Mention de la Bienheureuse Vierge Marie le prêtre fait allusion à une légère révérence avec sa tête, quand un peu plus tard il mentionne Jésus-Christ, fait allusion à un arc plus profond. pouquoi? La raison est contenue dans les mots eux-mêmes: la "Vierge Marie Mère" est une créature, c'est-à-dire une créature créée, qui est vénéré comme tel (d'où le léger arc), tandis que Christ est "notre Dieu et Seigneur", qui n'est pas une créature, mais "engendré non créé de la même substance que le Père", c'est-à-dire que c'est Dieu, alors tu l'aimes. Ce sont des étapes très importantes, même s'il n'est pas toujours connu apprentis sorciers qui du jour au lendemain ont commencé à "jouer" avec l'ancien Missel de Saint Pie V et qui ne manquent jamais une occasion, dans leurs exaspérations tu frôles souvent la mariolâtrie, démontrer l'incapacité de distinguer le Dieu incarné, Deuxième Personne de la Sainte Trinité, de la plus pure des créatures, qu'aussi immaculé qu'il demeure une créature créée, avec la paix sereine de ceux qui revendiquent sa co-rédemptrice, malgré le refus clair des Souverains Pontifes, dernier dans l'ordre des séries Benoît XVI et François. Cette distinction substantielle entre "créature" et "Dieu", dans la liturgie sacrée, il ne s'exprime pas avec des mots et encore moins avec des leçons de théologie dogmatique, de christologie ou de mariologie, mais avec deux arcs simples: un léger à Marie créature créée, un profond, à Christ Dieu engendré non créé, qui n'a pas besoin de co-rédempteurs et de co-rédempteurs, comme l'a exprimé avec délicatesse Benoît XVI, d'une manière un peu plus "grossière", mais tout aussi incisif et clair, par le pape François [cf.. Catéchèse sur la prière – Priez en communion avec Marie].

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Dit aimablement: pères dè L'île de Patmos, quand ils célèbrent et exercent ainsi le la tâche de sanctifier, Ils savent ce qu'ils font. Lorsqu'ils enseignent et exercent ainsi la la tâche d'enseigner, ils savent bien ce qu'ils enseignent. Sans se ridiculiser devant les auditeurs comme ces phénomènes de cirque qui comblent leurs graves lacunes théologiques en listant les doctorats théologiques obtenus. Bien sûr, chaque référence est complètement involontaire, sans parler du décontracté…

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Dans la liturgie, on l'appelle la Préface la louange solennelle qui introduit la Prière eucharistique et qui en constitue la première partie introductive. Une prière dans l'ancien missel de saint Pie V et dans le missel de saint Paul VI commence dans les deux par un dialogue entre le célébrant et les fidèles:

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Le célébrant: "Le seigneur soit avec vous". Les gens répondent: "Et avec votre esprit". Le Célébrant reprend: " Élevez nos cœurs ". les gens: "Ils sont adressés au Seigneur". Le célébrant (hochant la tête) "Nous rendons grâce au Seigneur notre Dieu". Et le Peuple conclut: "C'est bon et juste".

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La partie récitée par le célébrant seul suit, dont la section centrale varie selon la célébration, car les préfaces sont nombreuses et pour cette raison elles varient du Temps Ordinaire à celui du Carême, de l'Avent à Noël, de Pâques à Pentecôte, à suivre avec d'autres "propres préfaces" utilisées dans les célébrations à la mémoire de la Sainte Vierge, des saintes, des martyrs, des morts. Pour cette raison la deuxième partie est toujours variable, parce que son but est d'expliquer, comme une courte catéchèse, la raison pour laquelle la gloire et l'action de grâce de toute l'Église universelle sont dues à Dieu. Prenons comme exemple la III Préface de la Bienheureuse Vierge Marie pour comprendre cet élément catéchétique contenu dans la sainte liturgie. Récitez le texte:

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A l'annonce de l'ange, accueilli ta Parole dans le coeur immaculé et méritait de le concevoir dans le sein virginal; devenir la mère de son Créateur, marqué les débuts de l'Église.

Au pied de la croix, pour le testament d'amour de ton Fils, étendu sa maternité à tous les hommes, généré par la mort de Christ pour une vie qui ne finira jamais.

Image et modèle de l'église en prière, rejoint dans la prière des Apôtres attendre le Saint-Esprit.

Assumé à la gloire du ciel, accompagner l'Église avec l'amour maternel et le protège sur son chemin vers la patrie, jusqu'au jour glorieux du Seigneur.

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Enfin la partie finale, structurellement toujours le même, sauf la différence de quelques mots d'une préface à l'autre, dont le but est d'introduire le chant et l'acclamation de la Saint de tout le peuple de Dieu réuni en assemblée:

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E Novembre, avec les anges et les saints,

nous chantons sans fin

l'hymne de ta louange: Saint …

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Le temps de l'Avent dans lequel nous allons entrer il a une double fonction, comme l'expliquent les normes liturgiques:

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«[...] Il est temps de préparer la solennité de Noël, commémorant la première venue du Fils de Dieu parmi les hommes et, au même moment, est le moment où, à travers cette mémoire, l'esprit est conduit à l'attente de la seconde venue du Christ à la fin des temps» [cf.. Normes générales d'organisation de l'année liturgique et du calendrier, n. 39].

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Au fil des siècles, la courte mais intense saison liturgique « forte » de l'Avent a toujours préservé ces deux grands aspects de Préparation à la célébration commémorative de la naissance de Jésus-Christ dans le temps et de Attendez de son glorieux dernier retour. Ces deux dimensions sont rappelées à la fois par les textes bibliques et patristiques utilisés tant dans la célébration eucharistique que dans la liturgie des heures. A cette période qui marque le mystère de l'incarnation du Verbe de Dieu fait homme, d'où la nouvelle révélation et le mystère du salut prendront vie, précisément en raison de son importance fondamentale, de grands Saints Pères et docteurs de l'Église lui ont consacré des écrits et des sermons. Nous pourrions n'en nommer que quelques-uns, par Saint Irénée de Lyon [cf.. À l'intérieur, 1,88-95.99] à Saint Grégoire le Grand [cf.. Homélies 1, 8], par saint Bernard de Clairvaux [cf.. Quatrième discours sur l'Avent 1. 3-4], à suivre dans des temps plus récents avec saint Charles Borromée qui explique comment le temps de l'Avent exige d'être pieusement sanctifié par les hommes [cf.. Lettres pastorales].

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Parmi les nombreux textes qui enrichissent la liturgie de ce temps liturgique, les Préfaces propres à l'Avent méritent une attention particulière, qui constituent en eux-mêmes un véritable itinéraire liturgique et spirituel propre à enrichir la vie chrétienne.

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Pour le temps de l'Avent, le Missel romain italien contient quatre textes: les deux premiers (I et I/A) ils sont utilisés du premier dimanche de l'Avent jusqu'à 16 décembre, secondes (II par II/A) pour les jours restants. Les préfaces I et I/A insistent particulièrement sur la venue finale du Christ à la fin des temps, dans ce qu'on appelle Russie. Les deux autres (II par II/A) ils sont une invitation à préparer votre cœur et votre esprit pour la célébration de sa première venue, sans perdre de vue l'accent mis dans les deux premiers.

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Passons maintenant aux textes, ne prenant évidemment en considération que la "partie mobile" ou la seconde partie de la Préface, ce que nous avons précédemment indiqué et défini comme catéchèse.

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Dans la I Préface de l'Avent la double venue du Christ est annoncée par ces paroles:

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"Lors de son premier avènement dans l'humilité de la condition humaine, il a accompli l'ancienne promesse et nous a ouvert la voie du salut éternel. Quand il revient dans la splendeur de la gloire, il nous appellera à posséder le royaume promis que nous osons maintenant espérer avec vigilance dans l'attente".

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Le titre exprime déjà tout le sens de ce temps liturgique: souvenir de la première venue du Christ dans la chair et anticipation de son retour glorieux. Trois passages importants ressortent de la première partie: l'accent mis sur l'abaissement du Fils de Dieu, qui rappelle immédiatement le célèbre hymne christologique:

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"Jésus-Christ, alors qu'il est de la nature divine, Il n'a pas jugé le vol d'être égal avec Dieu; mais il s'est déshabillé, prenant la forme d'un serviteur, en devenant semblable aux hommes; est apparu sous forme humaine, s'est humilié en devenant obéissant jusqu'à la mort et la mort sur une croix" [Fichier 2,5-8].

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Suit "l'accomplissement de l'ancienne promesse". Jésus, avec son Incarnation, il donne un accomplissement ultime et définitif à toutes les prophéties et promesses faites aux Pères tout au long du Premier Testament. Ou pour citer l'ouverture solennelle de la lettre aux Hébreux:

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"Ça a donné, qui avait déjà parlé dans l'Antiquité de nombreuses fois et de différentes manières aux Pères par l'intermédiaire des Prophètes, dernièrement, en ces jours, il nous a parlé par son Fils, qu'il a fait héritier de toutes choses et par qui il a aussi fait le monde" [Mib 1, 1-2].

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Enfin, Dans la conclusion, l'ouverture définitive - opérée par Celui qui se présentera comme la Voie, Vérité et vie [cf.. Gv 14, 6] - du salut éternel et de la vie sans fin. La deuxième partie nous emmène à la fin des temps, où l'humilité sera remplacée par la gloire. Dans cette gloire, éternelle et définitive la Parole introduira tous ceux qui croient en lui et cela avec espérance, déjà dans cette vie, ils regardent en ce moment.

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Je voudrais souligner la présence de ces deux verbes qui nous concernent: un dans le futur ― "il nous appellera à posséder" et un dans le présent - «nous osons» qui disent le "déjà et pas encore" dans lequel chaque croyant s'insère avec le Baptême et qui se renouvelle dans chaque célébration eucharistique et dans chaque signe sacramentel.

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Dans la Préface I/A le Christ est célébré, Seigneur et juge de l'histoire, à travers ces mots de louange:

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«Tu nous as caché le jour et l'heure où le Christ ton Fils, Seigneur et juge de l'histoire, apparaîtra dans les nuées du ciel revêtu de puissance et de splendeur. En ce jour formidable et glorieux, le monde actuel passera et de nouveaux cieux et une nouvelle terre se lèveront. Maintenant il vient nous rencontrer en chaque homme et à chaque instant, parce que nous l'accueillons dans la foi et témoignons avec amour de la bienheureuse espérance de son royaume".

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Dans ce texte tout est projeté sur la venue finale du Christ glorieux. Le langage est solennel et emphatique: "Seigneur et Juge", "Vêtu de puissance et de splendeur", "en ce jour affreux et glorieux". Cependant, ce "pas encore" est comparé au présent, dans laquelle chaque croyant est appelé à reconnaître la venue du Christ dans le visage du frère qu'il rencontre au quotidien dans l'expérience des trois vertus théologales explicitement évoquées ici: Foi, Espérance et Charité. L'espoir, Vertu typique de l'Avent, elle est accueillie avec Foi et témoignée avec une Charité authentique.

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Dans la Préface II, nous avons les deux attentes du Christ illustré et expliqué dans ces mots:

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« Il a été annoncé par tous les prophètes, la Vierge Mère l'attendait et le portait dans son sein avec un amour ineffable, Jean a proclamé sa venue et l'a indiqué présent dans le monde. Le même Seigneur, qui nous invite à préparer joyeusement son Noël, trouve-nous vigilants dans la prière, exultant de louange".

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Texte pédagogique extraordinaire qui résume toute l'histoire du salut en vue de la venue du Fils de Dieu dans la chair: l'annonce prophétique, la Sainte gestation de la Vierge, la prédication et le témoignage du Baptiste et qui non seulement annonce la venue du Seigneur mais qui a aussi la grâce de voir sa réalisation. Le croyant est invité à se réjouir car Jésus est déjà présent et nous pouvons expérimenter cette présence à la fois dans la prière personnelle, comme "vigilantes en prière" et dans la liturgie, ou: "se réjouir de la louange".

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La préface II/A se concentre sur Maria new Eve, clarifiant le rôle que Dieu lui a confié dans le mystère du salut, ou comme on dit dans l'économie [le grec économie] du salut:

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« Nous te louons, nous te bénissons, nous te glorifions pour le mystère de la Vierge Mère. De l'ancien adversaire est venu la ruine, du sein virginal de la fille de Sion celle qui nous nourrit du pain des anges a germé et le salut et la paix sont sortis pour toute l'humanité. La grâce qu'Ève nous a retirée nous est rendue en Marie. En elle, Mère de tous les hommes, maternité, racheté du péché et de la mort, s'ouvre au don d'une nouvelle vie. Où la culpabilité abondait, ta miséricorde abonde en Christ notre Sauveur".

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Le texte de cette Préface de l'empreinte mariale nous conduit directement à la contemplation de la Vierge Mère de Dieu: Sainte Marie, protagoniste par excellence des derniers jours de l'Avent. Marie est parallèle à Eve, en utilisant la catégorie de « maternité ». Du ventre d'Eve - tenté par l'Ancien Adversaire, le serpent - une humanité marquée par l'expérience du péché est née, une vraie "ruine". Marie est la nouvelle Eve, la Mère d'une nouvelle humanité, pas tellement et non plus dans un sens biologique mais dans un sens spirituel. Si d'une part il est vrai que nous sommes tous des hommes nés dans une chair marquée par l'expérience du péché, l'Incarnation du Verbe Divin - ici délicieusement indiquée avec deux images à forte saveur biblique: "pain des anges" et "germe" - ouvre grand devant nous le don de la Rédemption et d'une nouvelle vie, divin et spirituel. Au cours de la dernière période, les paroles de l'apôtre Paul se sont répercutées presque littéralement:

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«La loi est alors venue donner pleine conscience de la chute, mais où le péché a abondé, la grâce a surabondé, car comme le péché il avait régné avec la mort, que la grâce aussi règne avec justice pour la vie éternelle, par Jésus-Christ notre Seigneur". [Rm 5, 20-21].

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C'est ce dont nous devrions toujours nous souvenir aussi, à chaque instant de notre vie, surtout quand on sent le poids de nos manquements, de nos fautes, quand la vie ressemble à une litanie d'échecs et même quand la foi elle-même risque de faiblir pour des causes internes et externes. Pourquoi à propos de tout, même sur le péché, son infinie miséricorde abonde, son amour.

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Méditons attentivement ces textes que l'Église Mère nous donne pour nous préparer à la naissance du Seigneur et bien plus encore à notre rencontre personnelle avec Lui, quand on ne le verra plus comme dans un miroir, mais face à face, et nous le connaîtrons comme nous sommes maintenant reconnus par lui [cf.. 1 Cor 13, 12].

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Je termine par une recommandation: l'avènement, essayez de le vivre et de le célébrer dans les églises, pas sur réseaux sociaux. Et si vous avez des doutes, ou des choses à clarifier, tournez-vous vers nous prêtres, qui pourtant insuffisant, pécheurs, inepte et décevant - comme beaucoup l'écrivent dans leurs évents sur Internet - quelque chose de plus, par rapport aux théologiens improvisés sur Facebook e Gazouillement, soyez assurés que nous le savons et sommes en mesure de vous l'offrir, toujours Gratuit et Amor Dei.

Florence, 17 novembre 2022

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Les Pères Patmos Island

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Comment parler de la mort chrétienne dans une société qui rejette l'idée même de la mort?

COMMENT PARLER DE LA MORT CHRÉTIENNE DANS UNE SOCIÉTÉ QUI REJETTE LA MÊME IDÉE DE LA MORT?

La cultura contemporanea sembra non porsi l’interrogativo della morte, ou essayer de l'exorciser et de le faire tomber dans l'oubli, ne posez pas de questions et ne donnez pas de réponses, mentre la Divina Rivelazione ci assicura che Dio ha creato l’uomo per un fine di felicità che oltrepassa la vita terrena.

— Pastorale liturgica —

Auteur
Simone Pifizzi

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William-Adolphe Bouguereau, 1859. Il giorno dei morti. Musée des Beaux-Arts, Lione

I Padri dell’ultimo Concilio della Chiesa scrissero che «In fronte alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine» [cf.. La joie et l'espoir, 18]. La Solennità di Tutti i Santi e la Commemorazione dei Fedeli defunti ci viene offerta ogni anno come occasione per «contemplare la città del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre» e ricordare a ogni battezzato che verso questa patria comune «noi pellegrini sulla terra affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa dei membri eletti della Chiesa che il Signore ci ha dato come amici e modelli di vita» [cf.. Prefazio del 1° novembre].

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In genere molte persone, anche quelle poco praticanti, non mancano in questi giorni di fare memoria dei propri cari defunti, partecipando all’Eucaristia nelle Parrocchie e visitando i cimiteri. Con struggente affetto ricordiamo chi ci ha voluto bene, grati per quello che abbiamo ricevuto, desiderosi magari di perdonare e di essere perdonati. Molti sono i figli ormai non più giovani, semmai con figli adulti o persino nonni, che dinanzi alle tombe dei propri genitori riflettono su tanti momenti della loro vita, dicendo a sé stessi, ora con tenerezza ora con amarezza, talora anche con profondi sensi di colpa, che se fosse possibile tornare indietro avrebbero avuto altri atteggiamenti e comportamenti verso di loro.

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La morte non può che indurre a interrogare noi stessi perché ― come spesso mi capita di dire nelle celebrazioni esequiali ― niente è più certo che come questa vita l’abbiamo ricevuta un giorno la dovremo rendere. In modo sapiente un vecchio apologo inglese esprime come un bambino che emette il primo vagito, già comincia a invecchiare, per cui l’età che passa ― fossero anche pochi minuti, o un mese o un anno ― ti rende inesorabilmente vecchio. Per questo un bambino nato da un minuto è one minut old (un minuto più vecchio).

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Quando l’uomo trova la forza di fermarsi e pensare a sé stesso, sente come la morte non gli appartiene. Nous ressentons, nel nostro profondo più intimo, che noi siamo fatti per la vita. Ma non semplicemente per una vita eterna su questa terra, dove dovrebbe essere eternamente soggetto alle contraddizioni e ai limiti di questo mondo, oppure in una sorta di moderno highlander, costretto penosamente a separarsi da persone e situazioni care. Portiamo dentro il cuore un germe di eternità che insorge tutte le volte che ci troviamo di fronte al mistero della morte e a ciò che da essa deriva: maladie, Souffrance, timore che tutto finisca per sempre. La morte, bon à retenir: è una “invenzione” e conseguenza dell’agire dell’uomo. Dio ci creò immortali, non mortali soggetti come tali a decadenza fisica, invecchiamento e dolore, tutti elementi che entrano nella scena del mondo e nell’esperienza umana attraverso il peccato originale [cf.. Gén 3, 1-19], a causa del quale è stata consegnata all’intera umanità avvenire una natura corrotta. Il tutto frutto della libertà e del libero arbitrio che Dio donò all’uomo nel momento stesso della sua creazione [cf.. cf.. Gén 1, 26; Dt 7, 6].

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La cultura contemporanea sembra non porsi l’interrogativo della morte, ou essayer de l'exorciser et de le faire tomber dans l'oubli, ne posez pas de questions et ne donnez pas de réponses, mentre la Divina Rivelazione ci assicura che Dio ha creato l’uomo per un fine di felicità che oltrepassa la vita terrena. Dio ha chiamato e chiama l’uomo a stringersi a Lui con l’intera sua natura in una comunione perpetua con la sua vita divina. Jésus, Verbo incarnato, con la sua incarnazione, passion, morte e resurrezione ha completamente abbracciato la nostra natura umana; morendo ha vinto la morte e risorgendo ha ridato all’uomo la vita.

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La résurrection de Jésus è il nucleo centrale della fede cristiana. Chi vive e muore in Gesù partecipa alla sua morte per partecipare alla sua resurrezione, come recitiamo nella III Preghiera Eucaristica quando facciamo Mémoire de la personne décédée: "Il (n.d.r Cristo) trasfigurerà il nostro corpo mortale a immagine del Suo corpo glorioso». Il Verbo Incarnato nella preghiera sacerdotale rivolta al Padre prima di subire la passione chiede che «tutti quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria» [Gv 17,24]. Per questo l’Apostolo Paolo afferma: «Certa è questa parola: se moriamo con Cristo, vivremo anche con lui» [2Tm 2, 11]. È in questo che consiste la novità e l’essenza della morte cristiana: con il Battesimo, il cristiano è “sacramentalmente” morto con Cristo, ed è già immesso in una vita nuova. Donc, la morte fisica, consuma il nostro morire con Cristo e compie definitivamente la nostra incorporazione a Lui. Le chrétien, pur sapendo che la morte rappresenta un passaggio anche doloroso (“doglie”) affronta l’inesorabile accorciarsi dei suoi giorni nella speranza, sapendo che Gesù ha vinto la morte, che Egli è quella luce del mondo simboleggiato anche dal cero pasquale posto davanti al feretro durante le esequie, il primogenito dei risorti, il Capo del Corpo che è la Chiesa [cf.. Col 1, 18] attraverso il quale la certezza della vita eterna raggiunge tutte le membra.

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La visione cristiana della morte è espressa in modo insuperabile nei gesti e nelle parole del Rito delle esequie e, en général, nei formulari della Santa Messa dei defunti. Tralasciando per ovvi motivi i testi, vogliamo sottolineare i riti liturgici, nei quali la Chiesa esprime la sua fede, ben sintetizzata dalle parole del primo prefazio dei defunti: «Ai tuoi fedeli, ô Seigneur, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo».

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Nel giorno delle esequie la Chiesa, dopo aver affidato a Dio i suoi figli, asperge i corpi con l’acqua benedetta. L’acqua è l’elemento primario e fondamentale perché ci sia la vita. Ci ricorda che noi siamo fatti per la vita. Ci ricorda il Battesimo nel quale siamo stati indissolubilmente uniti alla morte e risurrezione di Cristo e iscritto il nostro nome nel libro della vita. Dopo l’aspersione con l’acqua, il corpo del defunto viene incensato. L’incenso è usato nella liturgia per rendere onore a Dio e a ciò che lo significa. Oltre all’Eucaristia viene incensato anche l’altare, l’Evangelario, il celebrante, l’assemblea, le immagini sacre… Il corpo del defunto viene così onorato perché riconosciuto come “tempio dello Spirito Santo” e strumento di comunione con Dio e i fratelli.

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Il corpo dei fedeli defunti è infine affidato alla terra come seme di immortalità, sepolto in essa mentre attende la primavera senza fine alla fine dei tempi. A tal proposito trovo appropriate queste parole del Cardinale Giuseppe Betori, Archevêque de Florence, con la quali concludo:

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«Tutt’oggi i cimiteri sono un luogo in cui esercitare la fede pregando per i nostri cari. Un tempo stavano presso le chiese così che là, dove si faceva memoria di Gesù morto e risorto, si ricordavano anche i defunti e il loro ricordo rimandava a Gesù, Signore dei vivi e dei morti. Anche oggi la Chiesa consiglia la sepoltura come la forma più vicina alla nostra fede. Permette anche altre scelte, quali la cremazione, purché non sia fatta esplicitamente per negare la fede nella risurrezione finale. In tutti i casi chiede di conservare le ceneri nei cimiteri, non nelle proprie case e mai disperderle in natura negando un luogo preciso dove fare memoria insieme e dove la comunità cristiana può assicurare la preghiera costante. Possano queste festività darci quella luce e quel calore di cui abbiamo profondamente bisogno e rendere più leggero il passo per chi nella fede cammina verso il luogo della beatitudine e della pace, dove Dio sarà tutto in tutti».

Florence, 2 novembre 2022

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1 È Presbitero dell’Arcidiocesi di Firenze e specialista in sacra liturgia e storia della liturgia

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LAUDE AI MORTI

Inno liturgico popolare

Chiesa di Santa Maria della Misericordia, Lastra a Signa (Florence)

Ottavario dei Morti, novembre 2013

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Dei nostri fratelli,
afflitti e piangenti,
Signor delle genti:
pardon, la compassion.

Sommersi nel fuoco
di un carcere orrendo
ti gridan piangendo:
pardon, la compassion.

Se all’opere nostre
riguardi severo,
allor più non spero:
pardon, la compassion.

Ma il guardo benigno
se volgi alla croce,
ripete ogni voce:
pardon, la compassion.

Ai nostri fratelli
dai dunque riposo,
o Padre amoroso:
pardon, la compassion.

Finché dal quel fuoco
saranno risorti,
Signor dei tuoi morti:
pardon, la compassion.

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