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O prédio da igreja. Espaço simbólico e iniciático – O edifício da igreja. Um espaço simbólico e iniciático ― El templo cristiano. Espaço simbólico e iniciático

31 Outubro 2026/dentro pastoral litúrgica/de Padre Simone

italiano, inglês, espanhol

 

L’EDIFICIO CHIESA, SPAZIO SIMBOLICO E INIZIATICO

Per comprendere l’identità del cristiano è opportuno ritornare al luogo dove egli è nato come tale, cioè al fonte battesimale.

— Ministério litúrgico —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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C’è una profonda relazione tra l’uomo e lo spazio che lo circonda. L’uomo vi si riflette e di conseguenza comunica qualcosa di sé agli altri. Lo spazio diventa quindi una porta che ci permette di entrare in qualche modo nell’universo dei pensieri e dei sentimenti di una persona, um grupo, de um povo. Questo vale anche per lo spazio liturgico; in esso infatti la Chiesa peregrinante nel tempo riflette sé stessa e la sua storia quale incarnazione di quel Vangelo che, in modo del tutto speciale, viene comunicato attraverso le celebrazioni sacramentali, que, por sua vez, hanno “plasmato” lo spazio liturgico.

Dalla «casa della Chiesa» alla Chiesa di tutto un popolo

Il modo di comunicare e celebrare la fede ha dato vita nei secoli a vari tipi o stili di chiese, secondo le particolari esigenze di ogni tempo. Nei primi tre secoli, anche per motivi contingenti che non permettevano di fare diversamente, la comunità cristiana ha riflesso la propria immagine nella domus ecclesiae, cioè letteralmente nella «casa della Chiesa», del popolo convocato da Dio. Si trattava generalmente di un’abitazione privata capiente, messa a disposizione della comunità locale da parte di qualche cristiano facoltoso. In tale periodo la Chiesa ha espresso in modo particolare la sua dimensione domestica, che privilegiava il rapporto familiare caratterizzante la vita di Gesù con i suoi e la vita della prima comunità apostolica (cf.. No 2,46).

Con la pace di Costantino (313), che segna di fatto la fine delle persecuzioni e il riconoscimento giuridico del Cristianesimo da parte dello Stato, la comunità cristiana si ingrandì e, dovendo usare luoghi di culto più ampi, fece propria la struttura già esistente della basilica romana, cioè del luogo nel quale la società civile si riuniva per i momenti importanti della vita pubblica. Si trattava sempre e comunque di un luogo in funzione del popolo convocato; in questo caso non più da un re (in greco βασιλεύς, basileús, da cui il termine «basilica»), ma da Dio. E proprio perché l’assemblea cristiana è convocata da Dio, nasce dal battesimo, cresce alla mensa della Parola e del Pane di vita, la struttura della basilica pian piano si adatta alle esigenze del culto e si modifica mettendo in evidenza sempre più la sede o cattedra di chi presiede, il luogo del battesimo, l’ambone e ovviamente l’altare.

Uno spazio per evangelizzare e iniziare alla fede

Senza ripercorrere tutta la storia degli edifici sacri, è sufficiente pensare alle diverse forme di chiese per intuire che lo spazio liturgico non è solo funzionale, ma esprime un certo modo di essere Chiesa e possiede un’inevitabile dimensione iniziatica. Si pensi ad esempio alle cattedrali gotiche, che con il loro slancio spingono a guardare in alto, o alle chiese costruite in seguito alla riforma del Concilio di Trento, che mirano ad avere al centro l’Eucaristia. Lo spazio liturgico e il suo arredo hanno una grandissima importanza in vista di un’evangelizzazione corretta, nuova e adeguata al nostro tempo; ma questa sensibilità fatica ancora a divenire una componente dell’attività pastorale.

Battistero e fonte battesimale

Il fonte battesimale è il luogo — tra i più importanti in una chiesa — dove si celebra il battesimo, primo sacramento della Nuova Alleanza, in forza del quale gli uomini, aderendo nella fede a Cristo Signore, ricevono lo Spirito di adozione a figli e, uniti a Cristo nella sua morte e resurrezione (cf.. RM 6,3-5), entrano a far parte del suo corpo che è la Chiesa.

Quando si scrive la biografia di una persona, per meglio comprendere il personaggio descritto, è opportuno andare alle sue origini, alla terra che gli ha dato i natali, alla famiglia e all’ambiente sociale in cui è cresciuto… Anche per comprendere l’identità del cristiano è opportuno ritornare al luogo dove egli è nato come tale, cioè al fonte battesimale. Per la verità oggi questo “pellegrinaggio” alle fonti potrebbe risultare alquanto deludente. Una lunga tradizione che ci sta alle spalle ha in qualche modo umiliato lo spazio dell’iniziazione cristiana e lo ha ridotto sovente a un angolo oscuro e abbandonato, con serie difficoltà ad esprimere le luminose origini pasquali della vita cristiana.

Il rinnovamento liturgico scaturito dal Concilio Vaticano II ha influito profondamente sulla prassi dell’iniziazione cristiana e, Consequentemente, anche sullo spazio cultuale riservato alla celebrazione del battesimo. Anche questo spazio, come del resto tutta la struttura architettonica della chiesa, è chiamato a rivelare l’identità del cristiano e la sua missione nel mondo contemporaneo. In primo luogo il fonte battesimale deve oggi esprimere la dimensione comunitaria della fede (e del battesimo); dimensione che per lungo tempo è stata oscurata. Per questo le norme, con soluzioni coraggiose e veramente nuove, prevedono uno spazio battesimale che prima di tutto permetta la celebrazione comunitaria¹.

A chi entra oggi in una chiesa deve apparire subito ben chiaro che il fonte battesimale non è un accessorio secondario, ma il simbolo di ciò che è il cristiano, cioè un “resuscitato”, un rinato nello Spirito (cf.. GV 3,5) per mezzo di quell’acqua che è simbolo di Cristo e della sua parola che rende puri e giustificati (cf.. GV 4,1-26; GV 15,3). È tutta questa ricchezza simbolica che oggi le chiese, soprattutto quelle di nuova costruzione, sono chiamate a esprimere attraverso lo spazio riservato all’iniziazione cristiana.

L’ambone: spazio della Parola

L’ambone è un elemento che non si trova nei templi pagani: è specifico del culto cristiano, che sviluppa la tradizione ebraica al centro della quale c’è la Parola del Signore. È però sintomatico che oggi tra i fedeli cattolici non ci sia una particolare sensibilità verso l’ambone, che è da tempo scomparso dalle nostre chiese, eccezion fatta per quelle antichissime o di recente costruzione. Nel frattempo ci si trova sovente di fronte a un leggio, qualche volta traballante e assai misero, che non esprime certo l’importanza della Parola di Dio².

Un po’ di storia

Il popolo di Dio nasce dall’ascolto della Parola. e Jesus, la Parola fatta carne (cf.. GV 1,14), ribadisce: «Chi ascolta la mia parola [...] ha la vita eterna» (GV 5,24). Il cristianesimo non esprime un rapporto fiscale con una divinità che è placata e messa a tacere dai riti, bensì un dialogo d’amore con quel Dio che per sua natura intende stabilire un’alleanza con l’umanità. Fin dall’inizio infatti il culto cristiano si qualifica agli occhi dei pagani come profondamente legato alla Parola. Non senza ragione l’imperatore Diocleziano nel 303 scatenò una feroce persecuzione contro i cristiani con l’ordine esplicito di consegnare e distruggere i loro libri³. De modo a, quando la Chiesa ebbe la possibilità di edificare luoghi di culto, diede uno spazio tutto speciale alla proclamazione della Scrittura. Nacque così l’ambone (o grego anabáino, «salgo»), uno spazio elevato e nobile che, oltre ai vantaggi pratici dell’ascolto, esprimesse anche e soprattutto la centralità e l’importanza della Parola di Dio. L’ambone costituisce fin da subito un luogo santo, quasi come l’altare; in entrambi i luoghi è lo stesso mistero pasquale di Cristo che si unisce alla testimonianza dei battezzati.

Mensa della Parola

«Nella celebrazione liturgica la Sacra Scrittura ha una importanza estrema»⁴. «Nell’ascolto della Parola di Dio si edifica e cresce la Chiesa»⁵. La riforma liturgica del Vaticano II ha recuperato la centralità della Parola e di conseguenza non solo l’Evangeliario ha ritrovato il suo posto nella processione d’ingresso subito dopo la croce, ma la proclamazione della Parola di Dio ha anche ritrovato, dopo tanti secoli, il suo spazio simbolico. «L’importanza della Parola di Dio esige che vi sia nella chiesa un luogo adatto dal quale essa venga annunciata, e verso il quale, durante la liturgia della Parola, spontaneamente si rivolga l’attenzione dei fedeli»⁶.

A questa norma fanno eco anche le disposizioni della Commissione episcopale per la liturgia della Conferenza Episcopale Italiana: «[L’ambone] è il luogo proprio della Parola di Dio. La sua forma sia correlata all’altare, senza tuttavia interferire con la priorità di esso; la sua ubicazione sia pensata in prossimità dell’assemblea (anche non all’interno del presbiterio, come testimonia la tradizione liturgica) e renda possibile la processione con l’Evangeliario e la proclamazione pasquale della Parola. Sia conveniente per dignità e funzionalità, disposto in modo tale che i ministri che lo usano possano essere visti e ascoltati dall’assemblea»⁷. L’ambone è quindi la mensa della Parola in stretta connessione con la mensa del Pane di vita. La sua importanza simbolica è in qualche modo riassunta nella preghiera prevista per la benedizione: "Odiar, che chiami gli uomini dalle tenebre alla tua ammirabile luce, accogli il nostro inno di benedizione e di lode; tu non ci lasci mai mancare il nutrimento dolce e forte della tua parola e convocandoci in quest’aula ecclesiale continui a ricordare le meraviglie da te annunciate e compiute. Risuoni dunque, ou Pai, ai nostri orecchi la voce del tuo Figlio risorto, perché corrispondendo all’azione interiore dello Spirito, possiamo essere non solo ascoltatori, ma operatori fervidi e coerenti della tua parola. Da questo ambone i tuoi messaggeri ci indichino il sentiero della vita, perché camminando sulle orme di Cristo, possiamo giungere alla gloria eterna»⁸.

Fonte battesimale e ambone non sono dunque semplici arredi, ma tappe di un medesimo cammino: al fonte il cristiano nasce, all’ambone si nutre della Parola che lo ha generato. È questa la dimensione iniziatica dello spazio liturgico: prima ancora che con le parole, è l’edificio stesso a dire chi è il cristiano e da dove viene. E il cammino non si ferma qui, perché dalla mensa della Parola conduce alla mensa del Pane di vita, cioè all’altare.

Florença, 31 Outubro 2026

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NOTA

¹ Cfr. Conferenza Episcopale Italiana – Commissione episcopale per la liturgia, La progettazione di nuove chiese. Nota pastorale, 18 fevereiro 1993, n. 11.

² Cfr. Ordinamento generale del Messale Romano, n. 309; Conferência Episcopal Italiana, Missal Romano, seconda edizione italiana (1983), Precisazioni, n. 16.

³ Cfr. Lattanzio, De mortibus persecutorum, 12-13; Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, VIII, 2, 4.

⁴ Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione sulla sacra liturgia Santo Conselho, n. 24.

⁵ Ordo Lectionum Missae, Premesse, n. 7.

⁶ Ordinamento generale del Messale Romano, n. 309.

⁷ La progettazione di nuove chiese, Cit., n. 9.

⁸ Bênçãos, Benedizione di un nuovo ambone.

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THE CHURCH BUILDING, A SYMBOLIC AND INITIATORY SPACE

To understand the identity of the Christian, too, it is fitting to return to the place where he was born as such: the baptismal font.

— Pastoral litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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There is a deep relationship between human beings and the space that surrounds them. People are mirrored in it and, in so doing, communicate something of themselves to others. Space thus becomes a doorway that allows us to enter, in some way, into the world of thoughts and feelings of a person, a group, a people. This is true of liturgical space as well: in it the Church, on pilgrimage through time, reflects herself and her history as the incarnation of that Gospel which is communicated in a wholly special way through the sacramental celebrations, which in turn have “shaped” liturgical space.

From the «house of the Church» to the Church of an entire people

Ao longo dos séculos, the way of communicating and celebrating the faith has given rise to various types or styles of churches, according to the particular needs of each age. In the first three centuries, partly because circumstances allowed nothing else, the Christian community reflected its own image in the domus ecclesiae, literally the «house of the Church», of the people called together by God. It was generally a spacious private dwelling placed at the disposal of the local community by some well-to-do Christian. In this period the Church expressed above all her domestic dimension, which favoured the family relationship that marked the life of Jesus with his own and the life of the first apostolic community (cf. Atos 2:46).

With the Peace of Constantine (313), which effectively marked the end of the persecutions and the legal recognition of Christianity by the State, the Christian community grew and, needing larger places of worship, adopted the already existing structure of the Roman basilica, the place where civil society gathered for the important moments of public life. It was still a place at the service of a people called together; agora, no entanto, called together not by a king (in Greek βασιλεύς, basileús, from which the word «basilica» derives), but by God. And precisely because the Christian assembly is called together by God, is born of baptism and grows at the table of the Word and of the Bread of life, the structure of the basilica gradually adapted itself to the needs of worship, increasingly highlighting the chair or cathedra of the one who presides, the place of baptism, the ambo and, é claro, the altar.

A space for evangelising and initiating into the faith

Without retracing the whole history of sacred buildings, it is enough to think of the different forms churches have taken to sense that liturgical space is not merely functional, but expresses a certain way of being Church and possesses an inevitable initiatory dimension. Think, por exemplo, of the Gothic cathedrals, whose soaring lines draw the gaze upwards, or of the churches built in the wake of the reform of the Council of Trent, which aim to place the Eucharist at the centre. Liturgical space and its furnishings are of the utmost importance for an evangelisation that is sound, new and suited to our time; yet this sensitivity still struggles to become part of pastoral practice.

Baptistery and baptismal font

The baptismal font is the place, among the most important in a church, where baptism is celebrated: the first sacrament of the New Covenant, by which men and women, adhering in faith to Christ the Lord, receive the Spirit of adoption as children and, united with Christ in his death and resurrection (cf. ROM 6:3-5), become members of his body, que é a Igreja.

When writing a person’s biography, to understand the subject better it is useful to go back to his origins, to the land of his birth, to the family and social milieu in which he grew up… To understand the identity of the Christian, too, it is fitting to return to the place where he was born as such: the baptismal font. To tell the truth, this “pilgrimage” to the sources might prove rather disappointing today. A long tradition behind us has in some way humbled the space of Christian initiation, often reducing it to a dark and neglected corner that struggles to express the luminous paschal origins of Christian life.

The liturgical renewal that sprang from the Second Vatican Council has profoundly influenced the practice of Christian initiation and, consequently, the space set aside for the celebration of baptism. This space too, like the whole architectural structure of the church, is called to reveal the identity of the Christian and his mission in today’s world. Em primeiro lugar, the baptismal font must now express the communal dimension of faith (and of baptism), a dimension long obscured. For this reason the norms, with bold and truly new solutions, provide for a baptismal space that above all allows for communal celebration¹.

Anyone entering a church today should see at once that the baptismal font is not a secondary accessory, but the symbol of what the Christian is: one “risen”, one reborn in the Spirit (cf. Jn 3:5) through that water which is a symbol of Christ and of his word, which makes us clean and righteous (cf. Jn 4:1-26; Jn 15:3). It is all this symbolic richness that churches today, especially newly built ones, are called to express through the space set aside for Christian initiation.

The ambo: the place of the Word

The ambo is not found in pagan temples: it is proper to Christian worship, which develops the Jewish tradition, at whose heart lies the Word of the Lord. It is telling, no entanto, that Catholics today show no particular sensitivity towards the ambo, which has long since disappeared from our churches, except for very ancient or recently built ones. Meanwhile we are often faced with a lectern, sometimes wobbly and rather shabby, that hardly conveys the importance of the Word of God².

A little history

The people of God is born from listening to the Word. And Jesus, the Word made flesh (cf. Jn 1:14), declara: «whoever hears my word [...] tem vida eterna» (Jn 5:24). Christianity does not express a transactional relationship with a deity to be placated and silenced by rites, but a dialogue of love with the God who by his very nature wills to establish a covenant with humanity. From the very beginning, na verdade, Christian worship appeared to pagan eyes as profoundly bound to the Word. It was not without reason that in 303 the emperor Diocletian unleashed a ferocious persecution against the Christians, with the explicit order that their books be handed over and destroyed³. So when the Church was able to build places of worship, she gave a wholly special space to the proclamation of Scripture. Thus the ambo was born (do grego anabáino, «I go up»): a raised and noble space which, beyond the practical advantages for hearing, was meant to express above all the centrality and importance of the Word of God. From the outset the ambo is a holy place, almost like the altar; in both it is the same paschal mystery of Christ that is united to the witness of the baptised.

The table of the Word

«Sacred scripture is of the greatest importance in the celebration of the liturgy»⁴. «The Church is built up and grows by hearing the word of God»⁵. The liturgical reform of Vatican II recovered the centrality of the Word; consequently, not only has the Book of the Gospels regained its place in the entrance procession immediately after the cross, but the proclamation of the Word of God has also, after so many centuries, regained its symbolic space. «The dignity of the word of God requires that in the church there be a suitable place from which it may be proclaimed and toward which the attention of the faithful naturally turns during the Liturgy of the Word»⁶.

This norm is echoed in the provisions of the Episcopal Commission for the Liturgy of the Italian Episcopal Conference: «[The ambo] is the proper place of the Word of God. Its form should be related to the altar, without however interfering with the altar’s priority; its location should be close to the assembly (even outside the presbytery, as liturgical tradition attests) and should allow for the procession with the Book of the Gospels and the paschal proclamation of the Word. It should be fitting in dignity and functionality, and so arranged that the ministers who use it can be seen and heard by the assembly»⁷. The ambo is therefore the table of the Word, closely connected with the table of the Bread of life. Its symbolic significance is in some way summed up in the prayer for its blessing: “Oh Deus, who call all people out of darkness into your marvellous light, accept our hymn of blessing and praise. You never let us lack the sweet and strong nourishment of your word, and by gathering us in this church you continue to recall the wonders you have proclaimed and accomplished. May the voice of your risen Son resound in our ears, O Father, de modo a, responding to the inner working of the Spirit, we may be not only hearers but fervent and faithful doers of your word. From this ambo may your messengers show us the path of life, de modo a, walking in the footsteps of Christ, we may attain eternal glory»⁸.

The baptismal font and the ambo, então, are not mere furnishings but stages of a single journey: at the font the Christian is born, at the ambo he is nourished by the Word that gave him life. This is the initiatory dimension of liturgical space: even before words do, the building itself tells who the Christian is and where he comes from. And the journey does not end here, for from the table of the Word it leads to the table of the Bread of life, isso é, to the altar.

Florença, 31 Outubro 2026

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NOTAS

¹ Cf. Italian Episcopal Conference – Episcopal Commission for the Liturgy, La progettazione di nuove chiese [The Planning of New Churches], pastoral note, 18 fevereiro 1993, n. 11.

² Cf. Instrução Geral do Missal Romano, n. 309; Italian Episcopal Conference, Missal Romano, 2nd Italian edition (1983), Precisazioni [Clarifications], n. 16.

³ Cf. Lactantius, De mortibus persecutorum, 12-13; Eusebius of Caesarea, Ecclesiastical History, VIII, 2, 4.

⁴ Second Vatican Ecumenical Council, Constitution on the Sacred Liturgy Santo Conselho, n. 24.

⁵ Lectionary for Mass, Introdução, n. 7. Our translation.

⁶ Instrução Geral do Missal Romano, n. 309.

⁷ La progettazione di nuove chiese, em. Cit., n. 9. Our translation.

⁸ Bênçãos [Italian Book of Blessings], Blessing of a New Ambo. Our translation.

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EL TEMPLO CRISTIANO, ESPACIO SIMBÓLICO E INICIÁTICO

Para comprender la identidad del cristiano conviene volver al lugar donde nació como tal, isto é,, a la pila bautismal.

— Pastoral Litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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Existe una profunda relación entre el hombre y el espacio que lo rodea. El hombre se refleja en él y, de ese modo, comunica algo de sí a los demás. El espacio se convierte así en una puerta que nos permite entrar, de alguma forma, en el universo de pensamientos y sentimientos de una persona, de un grupo, de un pueblo. Esto vale también para el espacio litúrgico: en él la Iglesia, peregrina en el tiempo, se refleja a sí misma y refleja su historia como encarnación de aquel Evangelio que, de un modo del todo especial, se comunica a través de las celebraciones sacramentales, las cuales, por sua vez, han “modelado” el espacio litúrgico.

De la «casa de la Iglesia» a la Iglesia de todo un pueblo

La manera de comunicar y celebrar la fe ha dado lugar a lo largo de los siglos a distintos tipos o estilos de iglesias, según las necesidades particulares de cada época. En los tres primeros siglos, también por circunstancias que no permitían hacerlo de otro modo, la comunidad cristiana reflejó su propia imagen en la domus ecclesiae, isto é,, literalmente, en la «casa de la Iglesia», del pueblo convocado por Dios. Se trataba por lo general de una vivienda privada amplia, puesta a disposición de la comunidad local por algún cristiano acomodado. En ese periodo la Iglesia expresó de modo particular su dimensión doméstica, que privilegiaba la relación familiar propia de la vida de Jesús con los suyos y de la primera comunidad apostólica (cf. Hch 2,46).

Con la paz de Constantino (313), que marca de hecho el final de las persecuciones y el reconocimiento jurídico del cristianismo por parte del Estado, la comunidad cristiana creció y, al necesitar lugares de culto más amplios, hizo suya la estructura ya existente de la basílica romana, isto é,, del lugar en el que la sociedad civil se reunía para los momentos importantes de la vida pública. Seguía tratándose de un lugar al servicio del pueblo convocado; en este caso, no entanto, ya no por un rey (en griego βασιλεύς, basileús, de donde procede el término «basílica»), sino por Dios. Y precisamente porque la asamblea cristiana es convocada por Dios, nace del bautismo y crece en la mesa de la Palabra y del Pan de vida, la estructura de la basílica se fue adaptando poco a poco a las exigencias del culto, poniendo cada vez más de relieve la sede o cátedra de quien preside, el lugar del bautismo, el ambón y, naturalmente, el altar.

Un espacio para evangelizar e iniciar en la fe

Sin recorrer toda la historia de los edificios sagrados, basta pensar en las distintas formas que han adoptado las iglesias para intuir que el espacio litúrgico no es solo funcional, sino que expresa un determinado modo de ser Iglesia y posee una inevitable dimensión iniciática. Vamos pensar, Por exemplo, en las catedrales góticas, cuyo impulso vertical invita a mirar hacia lo alto, o en las iglesias construidas a raíz de la reforma del Concilio de Trento, que buscan situar la Eucaristía en el centro. El espacio litúrgico y su mobiliario tienen una enorme importancia para una evangelización correcta, nueva y adecuada a nuestro tiempo; no entanto, todavía cuesta que esta sensibilidad llegue a formar parte de la acción pastoral.

Baptisterio y pila bautismal

La pila bautismal es el lugar, uno de los más importantes de una iglesia, donde se celebra el bautismo, primer sacramento de la Nueva Alianza, en virtud del cual los hombres, adhiriéndose por la fe a Cristo Señor, reciben el Espíritu de adopción filial y, unidos a Cristo en su muerte y resurrección (cf. ROM 6,3-5), pasan a formar parte de su cuerpo, o que é a Igreja.

Cuando se escribe la biografía de una persona, para comprender mejor al personaje descrito, conviene remontarse a sus orígenes, a la tierra que lo vio nacer, a la familia y al ambiente social en el que creció… También para comprender la identidad del cristiano conviene volver al lugar donde nació como tal, isto é,, a la pila bautismal. A decir verdad, hoy esta “peregrinación” a las fuentes podría resultar bastante decepcionante. Una larga tradición que tenemos a nuestras espaldas ha humillado en cierto modo el espacio de la iniciación cristiana y lo ha reducido a menudo a un rincón oscuro y abandonado, con serias dificultades para expresar los luminosos orígenes pascuales de la vida cristiana.

La renovación litúrgica surgida del Concilio Vaticano II ha influido profundamente en la praxis de la iniciación cristiana y, consequentemente, también en el espacio cultual reservado a la celebración del bautismo. También este espacio, como toda la estructura arquitectónica de la iglesia, está llamado a revelar la identidad del cristiano y su misión en el mundo contemporáneo. Em primeiro lugar, la pila bautismal debe expresar hoy la dimensión comunitaria de la fe (y del bautismo), una dimensión que durante mucho tiempo quedó oscurecida. Por eso las normas, con soluciones audaces y verdaderamente nuevas, prevén un espacio bautismal que permita ante todo la celebración comunitaria¹.

Quien entra hoy en una iglesia debe percibir enseguida con claridad que la pila bautismal no es un accesorio secundario, sino el símbolo de lo que es el cristiano: un “resucitado”, un renacido en el Espíritu (cf. Jn 3,5) por medio de aquella agua que es símbolo de Cristo y de su palabra, que purifica y justifica (cf. Jn 4,1-26; Jn 15,3). Es toda esta riqueza simbólica la que hoy las iglesias, sobre todo las de nueva construcción, están llamadas a expresar a través del espacio reservado a la iniciación cristiana.

El ambón, espacio de la Palabra

El ambón es un elemento que no se encuentra en los templos paganos: es propio del culto cristiano, que desarrolla la tradición judía, en cuyo centro está la Palabra del Señor. Resulta, no entanto, significativo que hoy los fieles católicos no muestren una especial sensibilidad hacia el ambón, que desde hace tiempo ha desaparecido de nuestras iglesias, salvo en las muy antiguas o en las de reciente construcción. Enquanto isso, nos encontramos a menudo ante un atril, a veces tambaleante y bastante pobre, que desde luego no expresa la importancia de la Palabra de Dios².

Un poco de historia

El pueblo de Dios nace de la escucha de la Palabra. Y Jesús, la Palabra hecha carne (cf. Jn 1,14), afirma: «quien escucha mi palabra [...] posee la vida eterna» (Jn 5,24). El cristianismo no expresa una relación mercantil con una divinidad a la que se aplaca y se acalla con ritos, sino un diálogo de amor con el Dios que por su propia naturaleza quiere establecer una alianza con la humanidad. Desde el principio, de fato, el culto cristiano aparece a los ojos de los paganos como profundamente ligado a la Palabra. No sin razón el emperador Diocleciano desencadenó en el año 303 una feroz persecución contra los cristianos, con la orden expresa de entregar y destruir sus libros³. Então, cuando la Iglesia tuvo la posibilidad de edificar lugares de culto, reservó un espacio del todo especial a la proclamación de la Escritura. Nació de este modo el ambón (do grego anabáino, «subo»), un espacio elevado y noble que, además de las ventajas prácticas para la escucha, expresara también y sobre todo la centralidad y la importancia de la Palabra de Dios. El ambón es desde el principio un lugar santo, casi como el altar; en ambos lugares es el mismo misterio pascual de Cristo el que se une al testimonio de los bautizados.

La mesa de la Palabra

«La importancia de la Sagrada Escritura en la celebración de la Liturgia es máxima»⁴. «La Iglesia crece y se construye al escuchar la palabra de Dios»⁵. La reforma litúrgica del Vaticano II recuperó la centralidad de la Palabra; consequentemente, no solo el Evangeliario ha recobrado su lugar en la procesión de entrada, inmediatamente después de la cruz, sino que también la proclamación de la Palabra de Dios ha recobrado, después de tantos siglos, su espacio simbólico. «La dignidad de la Palabra de Dios exige que en la iglesia haya un sitio conveniente desde el que se proclame, y al que durante la Liturgia de la Palabra, se dirija espontáneamente la atención de los fieles»⁶.

A esta norma hacen eco las disposiciones de la Comisión Episcopal para la Liturgia de la Conferencia Episcopal Italiana: «[El ambón] es el lugar propio de la Palabra de Dios. Su forma esté en relación con el altar, sin interferir, no entanto, con la prioridad de este; su ubicación se piense cerca de la asamblea (incluso fuera del presbiterio, como atestigua la tradición litúrgica) y haga posible la procesión con el Evangeliario y la proclamación pascual de la Palabra. Sea adecuado por su dignidad y funcionalidad, y esté dispuesto de tal modo que los ministros que lo utilizan puedan ser vistos y escuchados por la asamblea»⁷. El ambón es, portanto, la mesa de la Palabra, en estrecha conexión con la mesa del Pan de vida. Su importancia simbólica queda resumida, de uma forma, en la oración prevista para su bendición: «Oh Deus, que llamas a los hombres de las tinieblas a tu luz admirable, acoge nuestro himno de bendición y de alabanza; tú nunca dejas que nos falte el alimento dulce y fuerte de tu palabra y, al convocarnos en esta aula eclesial, sigues recordándonos las maravillas que has anunciado y realizado. Resuene, bem, Pai, en nuestros oídos la voz de tu Hijo resucitado, para que, correspondiendo a la acción interior del Espíritu, seamos no solo oyentes, sino fervorosos y coherentes cumplidores de tu palabra. Que desde este ambón tus mensajeros nos indiquen el camino de la vida, para que, seguindo os passos de Cristo, podamos llegar a la gloria eterna»⁸.

La pila bautismal y el ambón no son, bem, simples elementos del mobiliario, sino etapas de un mismo camino: en la pila el cristiano nace, en el ambón se alimenta de la Palabra que lo ha engendrado. Esta es la dimensión iniciática del espacio litúrgico: antes aún que las palabras, es el propio edificio el que dice quién es el cristiano y de dónde viene. Y el camino no termina aquí, porque desde la mesa de la Palabra conduce a la mesa del Pan de vida, isto é,, al altar.

Florença, 31 outubro 2026

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NOTAS

¹ Cf. Conferencia Episcopal Italiana – Comisión Episcopal para la Liturgia, La progettazione di nuove chiese [El proyecto de nuevas iglesias], nota pastoral, 18 Fevereiro 1993, n. 11.

² Cf. Instrucción General del Misal Romano, n. 309; Conferencia Episcopal Italiana, Missal Romano, segunda edición italiana (1983), Precisazioni [Precisiones], n. 16.

³ Cf. Lactancio, De mortibus persecutorum, 12-13; Eusebio de Cesarea, Historia eclesiástica, VIII, 2, 4.

⁴ Concilio Ecuménico Vaticano II, Constitución sobre la sagrada liturgia Santo Conselho, n. 24.

⁵ Ordenación de las Lecturas de la Misa, Prenotandos, n. 7.

⁶ Instrucción General del Misal Romano, n. 309.

⁷ La progettazione di nuove chiese, Cit., n. 9. Traducción nuestra.

⁸ Bênçãos [Bendicional italiano], Bendición de un nuevo ambón. Traducción nuestra.

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Uma nova reforma está sendo estudada para incluir a “Liturgia da calúnia” nos rituais

24 agosto 2026/dentro pastoral litúrgica/de Padre Simone

ESTÁ EM ESTUDO UMA NOVA REFORMA PARA INSERIR A «LITURGIA DA MALEDICÇÃO» NOS RITUAIS

"Odiar, que em sua providência você permite que seus filhos edifiquem uns aos outros falando pelas costas, Demitir, pela intercessão de Santa Sfranta, virgem e mártir, nunca ser pego com evidências, nomes ou datas".

Autora Simone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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artigo em formato de impressão PDF

 

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É com grande alívio que possamos finalmente anunciar há quanto tempo a base existe - na verdade, o banco de dados – ele afirmou: depois de séculos de honrado serviço informal, A calúnia se prepara para receber a dignidade que merece.

Fontes bem informadas - que por estatuto permanecem anônimos, pois é óbvio que se trata do assunto em questão - informam que uma Comissão especial está a estudar a inclusão num futuro próximo, nos livros litúrgicos dos sacramentos e sacramentais, de um verdadeiro Rito da Calúnia. Ele nos confidenciou, em confiança, um sumo prelado que pediu para permanecer anônimo, obviamente.

Se a liturgia for você culmen fundo da vida da Igreja, como ensina o Concílio, era hora de reconhecer liturgicamente o que já existe na prática, tempo atrás, o verdadeiro ápice e verdadeira fonte de muitos diálogos eclesiais: não a Eucaristia, mas o último boato. O trabalho da Comissão, as habituais fontes bem informadas informam, eles teriam se concentrado em três núcleos principais. Em primeiro lugar o rendimento, não mais «Introibo Gods altar», mas um mais atualizado «Introibo no grupo de fofocas da curial no WhatsApp», acompanhado de um salmo responsorial cuja antífona recitará: «Eu ouvi isso…», com o responsório: «E parece-me também…».

Então o eu confesso, devidamente revisado em sentido pastoral: já não «confesso a Deus todo-poderoso e a ti, irmãos, que eu pequei muito", mas sim um mais simplificado «eu te confesso, irmãos, quanto aquele outro pecou", com absolvição relativa imediata para o acusador, que, agindo "para o bem da Igreja", goza de dispensa automática do exame de consciência.

Finalmente o Evangelho, para qual seria considerado Lectio continua tirada de um texto apócrifo recentemente descoberto, o assim chamado Evangelho segundo o Anônimo, cujo início - já vazado de nossas fontes estritamente anônimas - diz: «No início ele era o suspeito, e o Suspeito estava no Algoritmo, e a suspeita era o algoritmo".

De acordo com a prática para cada novo rito, a identificação de um Padroeiro não poderia faltar. A escolha é clara para nós, sempre de fontes anônimas confiáveis ​​que nos revelaram, teria recaído sobre uma figura até então injustamente negligenciada pela hagiografia oficial: Santa Sfranta virgem e mártir, o misticismo vivia - aparentemente - sem comer nem beber, mas alimentando-se exclusivamente de rumores recolhidos e prontamente redistribuídos de forma estritamente confidencial. Sua festa litúrgica, provisoriamente marcado para 1º de abril, entre seus próprios textos inclui uma oração coletiva de rara profundidade teológica:

"Odiar, que em sua providência você permite que seus filhos edifiquem uns aos outros falando pelas costas, Demitir, pela intercessão de Santa Sfranta, virgem e mártir, nunca ser pego com evidências, nomes ou datas".

Tendo dito tudo isso - e aqui, queridos leitores, a ironia florentina toscana depõe voluntariamente suas armas - permanece um fato que tem muito pouco de cômico: por trás de cada "eles dizem", por trás de cada fonte que «por razões que você entenderá, prefere permanecer anônima», por trás de cada artigo que acusa, sem nunca qualificar a acusação, garantindo "uma pessoa altamente informada que deve permanecer anônima por segurança", por trás de cada carta denunciatória enviada aos bispos, existem pessoas reais. Padres que param de dormir à noite, bispos que são julgados com base em uma piada sobre sua dicção, colegas de trabalho saindo de um escritório batendo a porta porque alguém, sem assinar, decidiram que a reputação deles era um preço aceitável a pagar por mais algumas visualizações nas fotos fofoca derivando de "fontes anônimas muito confiáveis".

A calúnia não precisa de uma nova liturgia para ser comemorado: já comemora, Todos os dias, quem escreve uma acusação sem mostrar o rosto e quem lê sem se perguntar quem realmente está por trás daquele teclado. Não há necessidade de inventar um ritual. Basta olhar no espelho - ou, para quem prefere, olhe para o seu próprio pagina inicial e seu próprio blog onde o anonimato triunfa, exceto para garantir que tudo vem de "fontes altamente informadas".

Florença, 24 agosto 2026

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Um verão à beira-mar. Exterioridade do sagrado e desleixo em lugares sagrados

26 julho 2026/dentro pastoral litúrgica/de Padre Simone

UM VERÃO NO MAR. EXTERIORIDADE DO SAGRADO E VAGABUNDA EM LUGARES SAGRADOS

Não é por acaso que a fé católica nunca separou o sinal da realidade que ele significa: é a própria lógica da Encarnação, pelo qual o Verbo se tornou carne visível e tangível, e os sacramentos, em que um gesto externo - a água derramada, o pão partido, a propagação do petróleo - comunica realmente uma graça interior.

- Realidade -

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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artigo em formato de impressão PDF

 

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Tentarei moderar o calor do verão que nos envolve, particularmente em muitas das nossas cidades, com uma história aparentemente cômica, mas trágico nos fatos concretos que descreve. Uma história que fez rir todos os editores da nossa redação. Protagonista Padre Ariel e quatro senhoras com mais de cinquenta anos, apenas dizendo: audacioso.

Arquivo histórico de O Osservatore Romano, cidade do Vaticano, 6 Posso 1967, a atriz Claudia Cardinale cumprimenta o Sumo Pontífice Paulo VI durante audiência concedida aos artistas.

Na região da Itália onde esteve naqueles dias de agosto, o calor estava entre os piores: o calor úmido. Não ser capaz de suportar a cor preta nessas temperaturas, ele usava a batina de linho branco. O pároco da região confiou-lhe a Santa Missa Vespertina de sábado, no 18, garantindo-lhe que naquela época o casamento estava marcado para 16 teria sido em grande parte concluído. Em certas áreas, No entanto, educar o povo de Deus parece ser um fardo que os bispos e os sacerdotes não consideram apropriado assumir.: assim, superar o problema crónico dos atrasos das noivas, ele se estabeleceu, a nível da Conferência Episcopal regional, que nenhum casamento é celebrado aos domingos, para não interferir nas liturgias eucarísticas dominicais. Padre Ariel chega meia hora antes da Santa Missa, cerca de 17:30. A noiva, cerca de uma hora e meia atrasado, ela havia chegado apenas alguns minutos antes.

Entrando pelos fundos da igreja, observe quatro mulheres que evidentemente escolheram suas roupas seguindo o critério oposto ao do bom senso: cunhas nos pés que pareciam ter saído de um teste de comédia Lixo Do drag queen, ombros nus, minissaias que nem mesmo uma pessoa de vinte anos recomendaria, e maquiagem projetada para a penumbra de uma boate, não pelo sol de uma tarde de agosto. O problema não era a idade, nem a forma física das quatro mulheres — ninguém tem o dever de parecer modelo — o problema foi a escolha, deliberado e vistoso, vestir o que menos os ajudaria: roupas desenhadas para realçar formas harmoniosas que lhes são completamente estranhas. Não ajudou, assim, elegância sofisticada, só demorou um pouco’ daquele julgamento que normalmente se aplica na hora de escolher o que vestir para ir a um funeral e não a uma boate: um julgamento que, Evidentemente, Naquele dia, as quatro mulheres haviam desertado completamente.

Escondendo-se em um ar inocente, tipo salão de beleza assustado — enquanto a estátua da Virgem Maria, de lado na capela, conhecendo o assunto, ele já parecia prestes a explodir em lágrimas, mas não de dor, mas de riso – diz Padre Ariel: "Filhas, mas você não entra na igreja nessas condições, vamos!». Um dos quatro responde com um espírito provocativo sincero: "E porque, ela não gosta disso?». O salão de beleza assustado de uma comédia de vaudeville, ele se dissolve no espaço de alguns segundos, e o toscano-romano que todos conhecemos sai: "Minha querida, eu não entrei em um seminário a 11 anos; antes de ser Agostinho de Hipona eu era Aurélio de Tagaste, e na minha vida eu vi muito mais, mas acima de tudo muito melhor".

Este conto, que nos fez rir tanto, Eu queria usá-lo fora da nossa esfera privada para apresentar um tópico sobre o qual há poucos motivos para rir: a falta de decoro dentro de nossas igrejas, em todas as épocas do ano, mas principalmente nos de verão.

O exterior não é uma concha vazia

Muitas vezes tentamos justificar esta tendência dizendo que as modas e os costumes sociais mudam. É verdade, sem dúvida: no século 19, as mulheres usavam saias até os tornozelos e tinham o cuidado de não revelar os braços além dos cotovelos. Mas entrar em uma igreja, na zona marítima, com um sarongue transparente sobre um maiô de duas peças, não é uma mudança nos costumes sociais, é simplesmente uma falta de respeito pelo lugar que você entra. O mesmo vale para um homem com colete esportivo e shorts de futebol, apenas para esclarecer que não estamos certamente a discutir apenas as mulheres, enquanto muitas vezes, os homens, eles podem fazer ainda pior.

O exterior, como alguns chamam com desprezo mal disfarçado, não é de forma alguma algo que seja um fim em si mesmo, mas uma forma visível de respeito pelo sagrado – um respeito que não surge de meras convenções formais, mas pela sensibilidade dos fiéis, ou mesmo do respeito do incrédulo que, entrando para visitar um lugar sagrado monumental - que para ele não tem nada de sagrado, mas é apenas um lugar de arte - ainda se move com o respeito devido àquilo em que os outros acreditam.

A fé católica, não surpreendentemente, ele nunca separou o signo da realidade que ele significa: é a própria lógica da Encarnação, pelo qual o Verbo se tornou carne visível e tangível, e os sacramentos, em que um gesto externo - a água derramada, o pão partido, a propagação do petróleo - comunica realmente uma graça interior. E aqueles que desprezam a externalidade como irrelevante, no fundo ele despreza, sem saber, a mesma lógica sacramental: como se o signo fosse um acessório e não parte constitutiva do que significa. Um corpo vestido, ah, conscientemente, em um lugar sagrado, não é um detalhe estético neutro: é um sinal, que comunica - quer o usuário queira ou não - respeito ou indiferença.

Hipocrisia seletiva

Se você quer falar sobre mau gosto, mas acima de tudo da hipocrisia, bastará recordar as imagens indeléveis de quando a Honorável Laura Boldrini apareceu em audiência com o Sumo Pontífice Francisco de calças e chinelos, então indo, alguns dias depois, visitando a mesquita em Roma com um véu na cabeça e uma saia até os tornozelos.

Nenhum comentário adicional é necessário: a imagem fala por si, e diz tudo o que você precisa saber sobre quanto, em certos ambientes, o respeito formal é concedido seletivamente, não com base num princípio coerente de respeito pelo sagrado, mas com base em qual sagrado, naquele momento, vale mais a pena respeitar aos olhos do mundo. Ainda hoje há quem se pergunte porque é que o então Presidente da Câmara foi admitido daquela forma. Para entender isso você tem que voltar a maio 1967, quando a jovem e bela Claudia Cardinale, recebidos por Paulo VI em audiência concedida aos artistas, ela apareceu de minissaia, de acordo com o que jornais de todo o mundo escreveram de forma imprecisa, e que ainda hoje muitos repetem sem verificar. Ela estava realmente vestindo um terno preto, com um véu de renda na cabeça, que deixou os joelhos expostos: uma saia na altura do joelho é muito diferente de uma minissaia. O Sumo Pontífice acolheu-a muito gentilmente; ao mesmo tempo, Mas, os responsáveis ​​desencadearam aquelas salvaguardas prudenciais que hoje parecem quase uma arqueologia diplomática, falta tanto a prudência quanto aqueles que deveriam exercê-la. Não existe, na verdade, nenhuma fotografia histórica da atriz tirada na íntegra ao lado do Pontífice, mas apenas fotos de meio comprimento: foi a ordem dada aos fotógrafos credenciados, que tiveram o cuidado de não contrariar. No caso do Sr. Deputado de calças e chinelos, esses mesmos princípios não foram adotados, certamente não é culpa do Santo Padre Francisco, mas daqueles que deveriam ter supervisionado com aquela cortesia e aquela visão diplomática que, Evidentemente, no Vaticano houve algumas mudanças entretanto’ manchado.

O desempenho educacional

O problema não é corrigir ou educar o povo de Deus, nem exigir dos não-crentes - muitas vezes muito mais respeitosos do que os católicos praticantes - um mínimo de respeito pelo lugar sagrado. É feito como em casamentos em algumas áreas do sul da Itália: fica estabelecido que não são comemorados no domingo, evitando assim o problema em vez de educar para resolvê-lo. Da mesma forma, em vez de corrigir, simplesmente fingimos não ver meninas entrando na igreja com a barriga exposta, com a blusa justa e o short que mais parece uma roupa íntima do que uma peça de roupa.

Não há necessidade de que outros nos declarem inacreditáveis, também na proteção e respeito do sagrado: porque pensamos muito bem em nos privar de credibilidade.

Florença, 26 julho 2026

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As várias facetas das relíquias dos Santos – As várias facetas das relíquias dos Santos – As várias facetas das relíquias dos Santos

20 Março 2026/dentro pastoral litúrgica/de Padre Simone

italiano, inglês, espanhol

 

AS DIVERSAS FACETAS DAS RELÍQUIAS DOS SANTOS

Ainda hoje não é difícil deparar-nos com situações em que o corpo do santo, reduzido a um esqueleto exibido em vitrines elaboradas, torna-se objeto de atenção que pode facilmente escorregar para o mórbido ou folclórico, Infelizmente estamos vivenciando isso hoje em dia com a exposição dos ossos de São Francisco de Assis, diante do qual há mais fotos de celular do que orações.

— Ministério litúrgico —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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artigo em formato de impressão PDF – Formato de impressão do artigo – Artigo em formato impresso

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Quando se trata de relíquias, é tocada uma área da vida da Igreja que, mais do que outros, hoje corre o risco de ser mal compreendido: por um lado reduzido à prática devocional superficial, por outro, rejeitado como resíduo de uma mentalidade arcaica ou supersticiosa. Para evitar os dois extremos, é necessário retornar ao fundamento teológico que torna compreensível e justificável a veneração de relíquias na tradição católica.

As relíquias, na sua forma mais adequada, eles são constituídos pelo corpo ou partes do corpo dos santos. Ao lado destes estão as chamadas relíquias de "segunda classe", isto é, objetos pertencentes aos Santos, e aqueles "por contato", isto é, objetos que foram colocados em relação física com seu corpo ou com seu túmulo. Esta distinção, longe de ser uma classificação meramente técnica, reflete uma visão teológica precisa: a santidade não diz respeito apenas à alma, mas envolve toda a pessoa, em sua unidade de corpo e espírito.

O ponto decisivo, muitas vezes esquecido, é que a veneração das relíquias está enraizada na fé na Encarnação e na ressurreição da carne. O corpo do Santo não é um simples vestígio biológico, mas um corpo que foi templo do Espírito Santo e que está destinado à transfiguração definitiva. É por isso que é guardado, honrado e venerado: não como tal, mas como sinal concreto da obra da graça de Deus na história.

Já a Sagrada Escritura atesta que Deus pode operar através da mediação da matéria. Basta pensar na história do Antigo Testamento em que um homem morto volta à vida ao entrar em contato com os ossos do profeta Eliseu. (cf.. 2Ré 13,21), ou aos lenços e aventais que estiveram em contato com o apóstolo Paulo e que foram levados aos enfermos (cf.. No 19,11-12). Não se trata de atribuir poder mágico a objetos, mas reconhecer que a graça divina pode servir-se de mediações concretas.

Já na época medieval não faltaram advertências severas contra as degenerações de certas práticas devocionais. Se a literatura fixou a figura de Frei Cipolla na memória comum, que ficou famoso pela hábil ironia de Giovanni Boccaccio, no plano da verdadeira pregação não menos enérgico foi São Bernardino de Sena, que num sermão bem conhecido condenou em termos inequívocos a proliferação de relíquias duvidosas, como o da ampola contendo o leite da Virgem Maria (cf.. Devoções hipócritas, dentro: Baldi, Romances e exemplos morais de S. Bernardino de Siena, Florença 1916). Este é um tema sobre o qual o Padre Ariel S. escreveu há alguns anos nestas colunas. Levi di Gualdo, que ele assumiu de uma forma deliberadamente colorida - e nem sempre compreendida -, especialmente por aqueles que não querem compreender - a mesma pergunta, destacando como certas tendências devocionais não são de forma alguma uma invenção moderna, mas um risco sempre presente na vida da Igreja (cf.. Who).

Neste contexto nasceu também o uso de relíquias “por contato”, como o chamado brandea, isto é, panos colocados em contato com os túmulos dos mártires, que foram então distribuídos aos fiéis. Esta prática, longe de ser uma invenção arbitrária, expressou o desejo de tornar acessível a memória dos santos sem comprometer a integridade de seus corpos. Porém, é preciso deixar claro que a relíquia não é um fetiche. O fetichismo atribui um poder em si ao objeto, quase automático; Veneração cristã, em vez de, ele reconhece na relíquia um sinal que remete a Deus e sua ação. A graça não reside na matéria como numa força autônoma, mas é sempre um presente de Deus, que também pode usar sinais sensíveis para alcançar o homem.

Ao longo dos séculos, a relação com as relíquias teve desenvolvimentos diferentes, nem sempre isento de ambigüidades. Em algumas épocas houve uma certa espetacularização, com exposições que correm o risco de atrair mais curiosidade do que devoção. Ainda hoje não é difícil deparar-nos com situações em que o corpo do santo, reduzido a um esqueleto exibido em vitrines elaboradas, torna-se objeto de atenção que pode facilmente escorregar para o mórbido ou folclórico, Infelizmente estamos vivenciando isso hoje em dia com a exposição dos ossos de São Francisco de Assis, diante do qual há mais fotos de celular do que orações. E é aqui que é necessário um discernimento sério. Se a relíquia perder a referência à santidade e à vida da graça, se não estiver inserido num contexto de fé e catequese, corre o risco de se tornar um objeto de interesse puramente estético ou cultural. De sinal de glória futura pode ser transformado em uma simples relíquia do passado.

Devemos então nos perguntar que significado pode ter hoje a veneração das relíquias?, especialmente aqueles que consistem em restos corporais. A resposta só pode ser a mesma que a tradição da Igreja sempre deu: fazem sentido na medida em que se referem a Cristo e à sua obra de salvação. O santo não é venerado por si mesmo, mas porque a graça de Deus se manifestou nele. A relíquia, assim, é uma memória concreta de santidade, testemunho da Encarnação e lembrança da ressurreição da carne. Fala ao crente não sobre a morte, mas da vida; não de um passado fechado, mas de um futuro prometido. Por esta razão a Igreja, enquanto guarda cuidadosamente esses testemunhos, é também chamado a educar os fiéis sobre o correto significado. Sem treinamento adequado, o risco de mal-entendido está sempre presente.

Venerar as relíquias Isso significa, em última análise, reconhecer que a salvação realizada por Cristo diz respeito ao homem na sua totalidade e que a própria matéria é chamada a participar na glória de Deus. Neste sentido podem ser entendidos como uma extensão concreta da lógica da Encarnação na história da Igreja. Só nesta condição a sua presença conserva um autêntico valor espiritual.; por outro lado, as relíquias esvaziadas de seu significado e reduzidas a objetos de curiosidade ou devoção incompreendida, correm o risco de dar vida ao desenho correto e realista de Frei Cipolla criado por Giovanni Boccaccio.

Florença, 20 Março 2026

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AS DIVERSAS FACETAS DAS RELÍQUIAS DOS SANTOS

Ainda hoje não é difícil encontrar situações em que o corpo de um santo, reduzido a um esqueleto exibido em elaborados relicários, torna-se objeto de uma atenção que pode facilmente resvalar para o mórbido ou para o folclórico. Infelizmente estamos testemunhando isso nestes dias com a exposição dos ossos de São Francisco de Assis, antes do qual há mais fotografias tiradas com telemóveis do que orações.

— Pastoral Litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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Ao falar de relíquias, tocamos numa área da vida da Igreja que, mais do que outros, corre hoje o risco de ser mal compreendido: por um lado reduzido a uma prática devocional superficial, por outro lado, rejeitado como resquício de uma mentalidade arcaica ou supersticiosa. Para evitar os dois extremos, é necessário retornar ao fundamento teológico que torna a veneração das relíquias inteligível e justificável dentro da tradição católica.

Relíquias, na sua forma mais adequada, consistem no corpo ou partes do corpo dos santos. Ao lado destes estão as chamadas relíquias de “segunda classe”, isso é, objetos pertencentes aos santos, e aqueles “por contato,”ou seja, objetos que foram colocados em relação física com seu corpo ou sua tumba. Esta distinção, longe de ser uma classificação meramente técnica, reflete uma visão teológica precisa: a santidade não diz respeito apenas à alma, mas envolve toda a pessoa, na unidade do corpo e do espírito.

O ponto decisivo, muitas vezes esquecido, é que a veneração das relíquias está enraizada na fé na Encarnação e na ressurreição da carne. O corpo do Santo não é um mero remanescente biológico, mas um corpo que foi templo do Espírito Santo e que está destinado à transfiguração definitiva. Por esta razão é preservado, honrado e venerado: não em si, mas como sinal concreto da obra da graça de Deus na história.

Sagrada Escritura em si atesta que Deus pode agir através da mediação da matéria. Basta recordar o relato do Antigo Testamento em que um morto volta à vida ao entrar em contato com os ossos do profeta Eliseu. (cf. 2 Kg 13:21), ou os lenços e aventais que estiveram em contato com o apóstolo Paulo e foram levados aos enfermos (cf. Atos 19:11–12). Não se trata de atribuir poder mágico a objetos, mas de reconhecer que a graça divina pode servir-se de mediações concretas.

Já no período medieval não faltaram advertências severas contra a degeneração de certas práticas devocionais. Se a literatura fixou no imaginário comum a figura de Frei Cipolla, que ficou famoso pela ironia refinada de Giovanni Boccaccio, no nível da verdadeira pregação não menos contundente foi São Bernardino de Sena, que num conhecido sermão denunciou duramente a proliferação de relíquias duvidosas, como o frasco que supostamente contém o leite da Virgem Maria (cf. Devoções hipócritase, dentro: Baldi, Romances e exemplos morais de S. Bernardino de Siena, Florença 1916). Sobre este assunto, Padre Ariel S.. Levi di Gualdo escreveu há alguns anos nestas mesmas páginas, abordando a mesma questão em termos deliberadamente vívidos - e nem sempre compreendidos por aqueles que simplesmente não desejam compreender -, mostrando como tais desvios devocionais não são de forma alguma uma invenção moderna, mas um risco perene na vida da Igreja (cf. Aqui).

Neste contexto surgiu também o uso de relíquias “por contato,” como o chamado brandea, isso é, panos colocados em contato com os túmulos dos mártires e depois distribuídos aos fiéis. Esta prática, longe de ser uma invenção arbitrária, expressou o desejo de tornar acessível a memória dos santos sem comprometer a integridade de seus corpos. No entanto, é necessário afirmar claramente que a relíquia não é um fetiche. O fetichismo atribui ao objeto um poder em si, quase automático; Veneração cristã, em vez de, reconhece na relíquia um sinal que remete a Deus e à sua ação. A graça não reside na matéria como uma força autônoma, mas é sempre dom de Deus, que também pode fazer uso de sinais sensíveis para alcançar o homem.

Ao longo dos séculos, a relação com as relíquias sofreu diferentes desenvolvimentos, nem sempre isento de ambigüidades. Em certos períodos houve um certo grau de teatralização, com exibições que correm o risco de atrair mais curiosidade do que devoção. Ainda hoje não é difícil encontrar situações em que o corpo de um santo, reduzido a um esqueleto exibido em casos elaborados, torna-se objeto de uma atenção que pode facilmente resvalar para o mórbido ou para o folclórico. Infelizmente estamos testemunhando isso nestes dias com a exposição dos ossos de São Francisco de Assis, antes do qual há mais fotografias tiradas com telemóveis do que orações. Aqui se torna necessário um sério discernimento. Se a relíquia perde a referência à santidade e à vida da graça, se não estiver inserido num contexto de fé e catequese, corre o risco de se tornar um objeto de interesse puramente estético ou cultural. De sinal de glória futura pode ser reduzido a uma mera relíquia do passado.

Deve-se então perguntar qual o significado da veneração de relíquias pode ter hoje, especialmente aqueles que consistem em restos corporais. A resposta só pode ser a mesma que a tradição da Igreja sempre deu: eles têm significado na medida em que se referem a Cristo e à Sua obra de salvação. O santo não é venerado por si mesmo, mas porque nele se manifestou a graça de Deus. A relíquia, assim sendo, é uma memória concreta de santidade, um testemunho da Encarnação e uma lembrança da ressurreição da carne. Fala ao crente não sobre a morte, mas da vida; não de um passado fechado, mas de um futuro prometido. Por esta razão a Igreja, ao mesmo tempo que salvaguarda cuidadosamente estes testemunhos, também é chamado a educar os fiéis para o próprio significado. Sem formação adequada, o risco de mal-entendido está sempre presente.

Para venerar relíquias significa, em última análise, reconhecer que a salvação realizada por Cristo diz respeito à pessoa humana na sua totalidade e que a própria matéria é chamada a participar na glória de Deus. Neste sentido podem ser entendidos como um prolongamento concreto da lógica da Encarnação na história da Igreja.. Só nesta condição a sua presença conserva um autêntico valor espiritual.; de outra forma, relíquias esvaziadas de sentido e reduzidas a objetos de curiosidade ou de devoção incompreendida correm o risco de dar origem à caricatura muito real e adequada de Frei Cipolla imaginada por Giovanni Boccaccio¹.

Florença, Março 20, 2026

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¹Giovanni Boccaccio (1313–1375) foi um escritor italiano do século XIV e uma figura central da cultura medieval tardia e do início da cultura humanista. Sua obra mais famosa, a Decameron, é uma coleção de cem novelas. Entre eles, a história de Frei Cipolla retrata com humor o abuso de falsas relíquias, oferecendo uma crítica satírica de certas práticas devocionais medievais tardias.

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AS DIVERSAS FACETAS DAS RELÍQUIAS DOS SANTOS

Ainda hoje não é difícil encontrar situações em que o corpo do santo, reduzido a um esqueleto exibido em urnas elaboradas, torna-se objeto de atenção que pode facilmente deslizar para o mórbido ou folclórico. Infelizmente estamos vivenciando isso hoje em dia com a exposição dos ossos de São Francisco de Assis, antes do qual há mais fotografias tiradas com telemóveis do que frases.

— Pastoral litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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Ao falar sobre relíquias, Aborda uma área da vida da Igreja que, mais do que outros, hoje corre o risco de ser mal compreendido: por um lado reduzido à prática devocional superficial, por outro lado, rejeitado como resíduo de uma mentalidade arcaica ou supersticiosa. Para evitar os dois extremos, É necessário regressar ao fundamento teológico que torna compreensível e justificável a veneração das relíquias na tradição católica..

As relíquias, na sua forma mais adequada, Eles são constituídos pelo corpo ou partes do corpo dos Santos. A estes se somam as chamadas relíquias de “segunda classe”., isto é,, objetos pertencentes aos santos, e “por contato”, isto é,, objetos que foram colocados em relação física com seu corpo ou com seu túmulo. Esta distinção, longe de ser uma classificação meramente técnica, reflete uma visão teológica precisa: a santidade não afeta apenas a alma, mas envolve toda a pessoa, na unidade do corpo e do espírito.

O ponto decisivo, muitas vezes esquecido, é que a veneração das relíquias se baseia na fé na Encarnação e na ressurreição da carne. O corpo do Santo não é um simples vestígio biológico, mas um corpo que foi templo do Espírito Santo e que está destinado à transfiguração definitiva. É por isso que é guardado, honrado e reverenciado: não em si, mas como sinal concreto da obra da graça de Deus na história.

A Sagrada Escritura em si atesta que Deus pode trabalhar através da mediação da matéria. Pense na história do Antigo Testamento em que um homem morto volta à vida quando entra em contato com os ossos do profeta Eliseu. (cf. 2 Ré 13,21), ou nos lenços e aventais que tiveram contato com o apóstolo Paulo e que foram levados aos enfermos (cf. Hch 19,11-12). Não se trata de atribuir poder mágico a objetos, mas reconhecer que a graça divina pode usar mediações concretas.

Já na época medieval Não faltaram advertências severas contra as degenerações de certas práticas devocionais.. Se a literatura fixou a figura do Irmão Cipolla na memória comum, que ficou famoso pela ironia refinada de Giovanni Boccaccio, No plano da pregação real, São Bernardino de Sena não foi menos enérgico., que num famoso sermão denunciou sem rodeios a proliferação de relíquias duvidosas, como o frasco que supostamente continha o leite da Virgem Maria (cf. Devoções hipócritas, em: Baldi, Romances e exemplos morais de S. Bernardino de Siena, Florença 1916). Padre Ariel S. escreveu sobre este tema há alguns anos nestas mesmas páginas.. Levi di Gualdo, abordando a questão em termos deliberadamente vívidos - e nem sempre compreendidos por aqueles que não querem compreender - mostrando como estes desvios devocionais não são de todo uma invenção moderna, mas um risco constante na vida da Igreja (cf. Aquem).

Nesse contexto O uso de relíquias “por contato” também surgiu, como as chamadas brandea, isto é,, panos colocados em contato com os túmulos dos mártires e depois distribuídos aos fiéis. Esta prática, longe de ser uma invenção arbitrária, expressou o desejo de tornar acessível a memória dos santos sem comprometer a integridade de seus corpos. Porém, É preciso deixar claro que a relíquia não é um fetiche. O fetichismo atribui poder em si ao objeto., quase automático; Veneração cristã, em vez de, reconhece na relíquia um sinal que remete a Deus e sua ação. A graça não reside na matéria como numa força autônoma, mas é sempre um presente de Deus, que também pode usar sinais sensíveis para alcançar o homem.

ao longo dos séculos, A relação com as relíquias teve vários desenvolvimentos, nem sempre isento de ambigüidades. Em alguns períodos houve uma certa espetacularização, com exposições que correm o risco de atrair mais curiosidade do que devoção. Também hoje não é difícil encontrar situações em que o corpo do santo, reduzido a um esqueleto exibido em urnas elaboradas, torna-se objeto de atenção que pode facilmente deslizar para o mórbido ou folclórico. Infelizmente estamos vivenciando isso hoje em dia com a exposição dos ossos de São Francisco de Assis, antes do qual há mais fotografias tiradas com telemóveis do que frases. Aqui é necessário um discernimento sério.. Se a relíquia perder a referência à santidade e à vida da graça, se não estiver inserido num contexto de fé e catequese, corre o risco de se tornar objeto de interesse puramente estético ou cultural. De sinal de glória futura pode se tornar um simples vestígio do passado.

Cabe então pergunte qual o significado que a veneração das relíquias pode ter hoje, especialmente aqueles que consistem em restos corporais. A resposta não pode ser outra senão aquela que a tradição da Igreja sempre deu.: Fazem sentido na medida em que se referem a Cristo e à sua obra de salvação. O santo não é venerado por si mesmo, mas porque a graça de Deus se manifestou nele. A relíquia é, portanto, memória concreta da santidade, testemunho da Encarnação e lembrança da ressurreição da carne. Fale com o crente não sobre a morte, mas da vida; não de um passado fechado, mas de um futuro prometido. Por esta razão a Igreja, enquanto guarda cuidadosamente esses testemunhos, também é chamado a educar os fiéis no seu significado autêntico. Sem treinamento adequado, o risco de mal-entendido está sempre presente.

Venerar relíquias significa, em última análise, reconhecer que a salvação realizada por Cristo diz respeito ao homem como um todo e que a própria matéria é chamada a participar na glória de Deus. Neste sentido podem ser entendidas como uma extensão concreta da lógica da Encarnação na história da Igreja.. Somente sob esta condição a sua presença retém um valor espiritual autêntico.; de outra forma, relíquias esvaziadas de sentido e reduzidas a objetos de curiosidade ou de devoção incompreendida correm o risco de dar vida à caricatura justa e realista do Irmão Cipolla imaginada por Giovanni Boccaccio¹.

Florença, 20 Marchar 2026

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¹ Giovanni Boccaccio (1313–1375) Ele foi um escritor italiano do século XIV e uma figura central da cultura medieval tardia e pré-humanista.. Seu trabalho mais conhecido, ele Decamerão, É uma coleção de cem histórias. Entre eles, A história do irmão Cipolla apresenta ironicamente o abuso de falsas relíquias, oferecendo uma crítica satírica de certas práticas devocionais do final da Idade Média.

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Como é possível que Jesus desceu ao inferno após sua morte? – Como é possível que Jesus desceu ao inferno após sua morte? – Como é possível que Jesus tenha descido ao inferno após sua morte??

7 Março 2026/dentro pastoral litúrgica/de Padre Simone

italiano, inglês, espanhol

 

COMO É POSSÍVEL QUE JESUS ​​​​DESCEU AO INFERNO APÓS SUA MORTE?

Quando professamos que ele “desceu ao inferno”, confessamos que não há lugar da existência humana - nem mesmo a morte - em que Cristo não tenha entrado para trazer a luz da salvação.

— Ministério litúrgico —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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Não é incomum, hoje, ouça os fiéis — e às vezes até alguns padres — recitam o Símbolo dos Apóstolos sem compreender seu significado mais profundo.

Entre as expressões que mais geram confusão há aquele que proclama: "ele desceu ao inferno". Para alguns é uma fórmula obscura, para outros uma imagem simbólica, para outros ainda de uma linguagem arcaica agora incompreensível. De Fato, estas palavras preservam uma das passagens mais solenes do mistério pascal. Eles não descrevem um pequeno detalhe da fé cristã, mas proclamam a verdade da morte de Cristo e da sua vitória sobre a própria morte. Compreendê-los significa entrar mais profundamente no coração da fé da Igreja.

Este símbolo está ligado de modo particular à liturgia batismal, em que o catecúmeno professa a fé da Igreja antes de ser imerso no mistério da morte e ressurreição de Cristo. Portanto, não é apenas uma fórmula doutrinária, mas uma profissão de fé que nasce da vida sacramental da Igreja. Por isso encontra um lugar privilegiado no tempo da Quaresma e no tempo da Páscoa, períodos em que a liturgia convida os fiéis a redescobrir a graça do seu Batismo. De modo muito particular o Credo Apostólico regressa na Vigília Pascal, quando a assembleia cristã renova as promessas batismais e proclama mais uma vez a fé recebida dos Apóstolos.

Entre suas declarações mais significativas há um que muitas vezes levanta questões: "ele desceu ao inferno". Muitos crentes pronunciam estas palavras sem se concentrarem no seu significado, enquanto outros os interpretam de acordo com categorias modernas que acabam por alterar o seu significado autêntico. De Fato, esta expressão contém um mistério central da fé cristã. Quando o Credo dos Apóstolos afirma que Cristo “desceu ao inferno”, ele pretende antes de tudo proclamar a realidade de sua morte. O Filho de Deus não passou por uma morte simbólica ou aparente. Como todo homem, Jesus também conheceu a morte na sua realidade mais concreta: a separação entre a alma e o corpo.

O Catecismo da Igreja Católica ensina que Jesus conheceu a morte como todos os homens e chegou à morada dos mortos com sua alma (cf.. CCC 632). Esta morada dos mortos é o que a Sagrada Escritura chama Seol em hebraico e Ade em grego.

Na linguagem moderna, a palavra "submundo" é facilmente associado ao Inferno dos condenados, mas o Símbolo da fé não significa isso. Na linguagem bíblica, Seol indica o reino dos mortos, a condição em que se encontravam aqueles que haviam deixado esta vida antes da redenção operada por Cristo. Por esta razão o Catecismo especifica que Jesus não desceu ao inferno para libertar os condenados nem para destruir o inferno da condenação., mas para libertar os justos que o precederam (cf.. CCC 633). A tradição cristã indicou muitas vezes esta morada dos justos com a expressão “seio de Abraão”., referindo-se à parábola evangélica do rico e do pobre Lázaro (cf.. LC 16, 22). Aqui estavam os justos da Antiga Aliança - Abraão, Moisés, os profetas e todos aqueles que viveram na esperança das promessas divinas - esperando pela redenção.

Cristo anuncia a salvação aos justos, A Sagrada Escritura menciona este mistério nas palavras do Apóstolo Pedro:

«Cristo foi anunciar a salvação até aos espíritos que estavam presos» (1 PT 3, 19) «Por esta razão a boa notícia foi anunciada também aos mortos» (1 PT 4, 6).

A tradição da Igreja sempre compreendeu estes textos como uma referência à descida de Cristo à morada dos mortos, onde o Senhor anuncia a salvação aos justos da Antiga Aliança. Cristo entra no reino da morte não como um prisioneiro, mas como Salvador. Este mistério é contemplado com particular intensidade na liturgia do Sábado Santo, quando a Igreja permanece em silêncio diante do túmulo do Senhor. É o dia de grande silêncio. Cristo descansa no túmulo segundo a carne, enquanto sua alma desce à morada dos mortos para anunciar a salvação aos justos que o precederam.

Uma famosa homilia antiga no Sábado Santo, proclamado na Liturgia das Horas, descreve este evento com força extraordinária:

«Eu sou o seu Deus que através de você me tornei seu filho. Acordar, você que dorme, e ressuscitar dos mortos, e Cristo te iluminará".

Por isso a Igreja contempla a descida ao inferno não como um episódio marginal, mas como parte integrante do mistério pascal. O Filho de Deus quis partilhar plenamente a condição humana, até mesmo entrando no reino da morte, para abrir o caminho da vida a todos. Quando na noite de Páscoa a Igreja proclama a ressurreição do Senhor, anuncia que nenhuma região da história humana permaneceu alheia à redenção. Cristo passou pela morte para quebrar suas correntes e conduzir à luz aqueles que aguardavam a promessa. Por esta razão a fé cristã pode proclamar com certeza que Cristo é o Senhor dos vivos e dos mortos. A sua Páscoa não diz respeito apenas ao presente da Igreja, mas toda a história da humanidade.

Quando professamos que ele “desceu ao inferno”, confessamos que não há lugar da existência humana - nem mesmo a morte - em que Cristo não tenha entrado para trazer a luz da salvação.

Florença, 7 Março 2026

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COMO É POSSÍVEL QUE JESUS ​​DESCEU AO INFERNO APÓS SUA MORTE?

Quando professamos que «ele desceu ao inferno», confessamos que não há lugar na existência humana — nem mesmo na morte — em que Cristo não tenha entrado para trazer a luz da salvação.

— Pastoral Litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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Hoje não é raro ouvir os fiéis – e às vezes até alguns padres – recitam o Credo dos Apóstolos sem compreender seu significado mais profundo. Entre as expressões que mais frequentemente geram confusão está aquela que proclama: «ele desceu ao inferno». Para alguns, parece ser uma fórmula obscura, para outros uma imagem simbólica, e para outros ainda uma expressão arcaica que se tornou difícil de entender. Na realidade, estas palavras contêm uma das passagens mais solenes do mistério pascal. Eles não descrevem um detalhe secundário da fé cristã, mas proclamar a verdade da morte de Cristo e Sua vitória sobre a própria morte. Compreendê-los significa entrar mais profundamente no coração da fé da Igreja.

Este Credo está particularmente ligado à liturgia batismal, em que o catecúmeno professa a fé da Igreja antes de ser imerso no mistério da morte e ressurreição de Cristo. Portanto, não é apenas uma fórmula doutrinária, mas uma profissão de fé que nasce da vida sacramental da Igreja. Por isso encontra um lugar privilegiado nos tempos da Quaresma e da Páscoa, períodos em que a liturgia convida os fiéis a redescobrir a graça do seu Batismo. De forma muito especial o Credo Apostólico regressa durante a Vigília Pascal, quando a assembleia cristã renova as promessas batismais e proclama mais uma vez a fé recebida dos Apóstolos.

Entre suas afirmações mais significativas é aquele que muitas vezes levanta questões: «ele desceu ao inferno». Muitos fiéis pronunciam estas palavras sem refletir sobre o seu significado, enquanto outros os interpretam de acordo com categorias modernas que acabam por alterar o seu sentido autêntico. Na realidade, esta expressão contém um mistério central da fé cristã. Quando o Credo dos Apóstolos afirma que Cristo «desceu ao inferno», antes de tudo, proclama a realidade de sua morte. O Filho de Deus não passou por uma morte simbólica ou aparente. Como todo ser humano, Jesus experimentou verdadeiramente a morte na sua realidade mais concreta: a separação da alma do corpo.

O Catecismo da Igreja Católica ensina que Jesus experimentou a morte como todos os homens e que Sua alma chegou à morada dos mortos (cf. CCC 632). Esta morada dos mortos é o que a Sagrada Escritura chama Seol em hebraico e Hades em grego.

Na linguagem moderna a palavra “inferno” é facilmente associado ao Inferno dos condenados, mas o Credo não significa isso. Em linguagem bíblica Seol indica o reino dos mortos, a condição em que foram encontrados aqueles que deixaram esta vida antes da redenção realizada por Cristo. Por isso o Catecismo esclarece que Jesus não desceu ao inferno para libertar os condenados nem para destruir o inferno da condenação, mas para libertar os justos que O precederam (cf. CCC 633). A tradição cristã referiu-se muitas vezes a esta morada dos justos como o “seio de Abraão”., recordando a parábola evangélica do rico e do pobre Lázaro (cf. Página 16, 22). Havia os justos da Antiga Aliança – Abraão, Moisés, os profetas e todos aqueles que viveram na esperança das promessas divinas – aguardando a redenção.

Cristo proclama a salvação aos justos, A Sagrada Escritura alude a este mistério nas palavras do Apóstolo Pedro:

«Cristo foi proclamar a salvação até aos espíritos que estavam na prisão» (1 PT 3, 19) «Por esta razão o Evangelho foi pregado também aos mortos» (1 PT 4, 6).

A tradição da Igreja sempre entendeu esses textos como se referindo à descida de Cristo à morada dos mortos, onde o Senhor proclama a salvação aos justos da Antiga Aliança. Cristo entra no reino da morte não como um prisioneiro, mas como Salvador. Este mistério é contemplado com particular intensidade na liturgia do Sábado Santo, quando a Igreja se detém em silêncio diante do túmulo do Senhor. É o dia do grande silêncio. Cristo descansa no túmulo segundo a carne, enquanto Sua alma desce à morada dos mortos para proclamar a salvação aos justos que O precederam.

Uma famosa homilia antiga para o Sábado Santo, proclamado na Liturgia das Horas, descreve este evento com força extraordinária:

«Eu sou o seu Deus que por sua causa me tornei seu filho. Acordado, você que dorme, e ressuscitar dos mortos, e Cristo lhe dará luz».

Por esta razão a Igreja contempla a descida ao inferno não como um episódio marginal, mas como parte integrante do mistério pascal. O Filho de Deus quis participar plenamente da condição humana, até mesmo entrando no reino da morte, para abrir todo o caminho para a vida. Quando na noite de Páscoa a Igreja proclama a ressurreição do Senhor, anuncia que nenhuma região da história humana permaneceu intocada pela redenção. Cristo passou pela morte para quebrar suas correntes e conduzir à luz aqueles que aguardavam a promessa. Por esta razão a fé cristã pode proclamar com certeza que Cristo é o Senhor dos vivos e dos mortos. O seu mistério pascal não diz respeito apenas à vida presente da Igreja, mas toda a história da humanidade.

Quando professamos que «ele desceu ao inferno», confessamos que não há lugar na existência humana — nem mesmo na morte — em que Cristo não tenha entrado para trazer a luz da salvação.

Florença, 7 Março 2026

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COMO É POSSÍVEL QUE JESUS ​​​​DESCEU AO INFERNO APÓS SUA MORTE?

Quando professamos que ele “desceu ao inferno”, Confessamos que não há lugar na existência humana – nem mesmo na morte – onde Cristo não tenha entrado para trazer a luz da salvação..

— Pastoral litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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Não é incomum hoje ouvir fiéis — e às vezes até alguns padres — recitam o Símbolo dos Apóstolos sem compreender seu significado mais profundo. Entre as expressões que mais frequentemente geram confusão está aquela que proclama: "desceu ao inferno". Para alguns, é uma fórmula sombria, para outros uma imagem simbólica, e para outros mais do que uma linguagem arcaica que hoje é difícil de entender. Na verdade, Estas palavras contêm uma das passagens mais solenes do mistério pascal. Eles não descrevem um detalhe secundário da fé cristã, mas eles proclamam a verdade da morte de Cristo e sua vitória sobre a própria morte. Compreendê-los significa entrar mais profundamente no coração da fé da Igreja..

Este Símbolo está particularmente ligado à liturgia batismal, em que o catecúmeno professa a fé da Igreja antes de ser imerso no mistério da morte e ressurreição de Cristo. Não é, portanto, apenas uma fórmula doutrinária, mas uma profissão de fé que nasce da vida sacramental da Igreja. Por isso encontra um posicionamento privilegiado nos tempos litúrgicos da Quaresma e da Páscoa., períodos em que a liturgia convida os fiéis a redescobrir a graça do seu Batismo. De modo especial o Símbolo dos Apóstolos retorna na Vigília Pascal, quando a assembleia cristã renova as promessas batismais e proclama novamente a fé recebida dos Apóstolos.

Entre suas declarações mais densas de significado é aquele que muitas vezes levanta questões: "desceu ao inferno". Muitos fiéis pronunciam estas palavras sem se deterem no seu significado., enquanto outros os interpretam de acordo com categorias modernas que acabam por alterar o seu significado autêntico.. Na verdade, Esta expressão contém um mistério central da fé cristã. Quando o Credo dos Apóstolos afirma que Cristo “desceu ao inferno”, proclama sobretudo a realidade da sua morte. O Filho de Deus não sofreu uma morte simbólica ou aparente. como todo homem, Jesus também conheceu a morte na sua realidade mais concreta: a separação entre alma e corpo.

O Catecismo da Igreja Católica ensina que Jesus conheceu a morte como todos os homens e que sua alma chegou à morada dos mortos (cf. CIC 632). Esta morada dos mortos é o que a Sagrada Escritura chama Seol em hebraico e Hades em grego.

Na linguagem moderna, a palavra "infernos" facilmente associado ao inferno dos condenados, mas o Símbolo da Fé não se refere a isso. Na linguagem bíblica o Seol indica o reino dos mortos, a condição daqueles que deixaram esta vida antes da redenção realizada por Cristo. Por esta razão, o Catecismo especifica que Jesus não desceu ao inferno para libertar os condenados ou para destruir o inferno da condenação., mas para libertar os justos que vieram antes dele (cf. CIC 633). A tradição cristã tem frequentemente indicado esta morada dos justos com a expressão “seio de Abraão”., relembrando a parábola evangélica do rico e do pobre Lázaro (cf. LC 16, 22). Havia os justos da Antiga Aliança – Abraão, Moisés, os profetas e todos aqueles que viveram na esperança das promessas divinas - esperando pela redenção.

Cristo anuncia a salvação aos justos, A Sagrada Escritura alude a este mistério nas palavras do apóstolo Pedro:

«Cristo foi anunciar a salvação aos espíritos que estavam presos» (1 Pe. 3, 19) “É por isso que a Boa Nova foi anunciada também aos mortos” (1 Pe. 4, 6).

A tradição da Igreja sempre entendeu estes textos como uma referência à descida de Cristo à morada dos mortos, onde o Senhor anuncia a salvação aos justos da Velha Aliança. Cristo entra no reino da morte não como um prisioneiro, mas como o Salvador. Este mistério é contemplado com particular intensidade na liturgia do Sábado Santo, quando a Igreja permanece em silêncio diante do túmulo do Senhor. É o dia de grande silêncio.
Cristo descansa no túmulo segundo a carne, enquanto sua alma desce à morada dos mortos para anunciar a salvação aos justos que o precederam.

Uma famosa homilia antiga para o Sábado Santo, proclamado na Liturgia das Horas, descreve este evento com força extraordinária:

«Eu sou o seu Deus que se tornou seu filho para você. Acorde você que dorme, ressuscitará dentre os mortos e Cristo te iluminará".

É por isso que a Igreja contempla a descida ao inferno. não como um episódio marginal, mas como parte integrante do mistério pascal. O Filho de Deus quis partilhar plenamente a condição humana, até mesmo entrando no reino da morte, para abrir o caminho da vida a todos. Quando na noite de Páscoa a Igreja proclama a ressurreição do Senhor, anuncia que nenhuma região da história humana ficou de fora da redenção. Cristo passou pela morte para quebrar suas correntes e conduzir à luz aqueles que esperavam pela promessa. É por isso que a fé cristã pode proclamar com certeza que Cristo é Senhor dos vivos e dos mortos.. A sua Páscoa não diz respeito apenas ao presente da Igreja, mas para toda a história da humanidade.

Quando professamos que ele “desceu ao inferno”, Confessamos que não há lugar na existência humana – nem mesmo na morte – onde Cristo não tenha entrado para trazer a luz da salvação..

Florença, 7 Marchar 2026

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Quão fácil é a abstinência de carne como penitência – Quão fácil é a abstinência de carne como prática penitencial – Quão fácil é a abstinência de carne como penitência

24 fevereiro 2026/dentro pastoral litúrgica/de Padre Simone

italiano, inglês, espanhol

 

Quão fácil é abstinência de carne como penitência

Hoje pode ser mais penitencial comer uma simples sandes com mortadela do que pedir um robalo a oitenta euros o quilo. Não porque a disciplina eclesial tenha se tornado obsoleta, mas porque a realidade social transformou. A abstinência continua sendo um sinal, mas o sinal corre o risco de ficar vazio se o seu significado profundo não for compreendido.

— Ministério litúrgico —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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artigo em formato de impressão PDF – formato de impressão do artigo – artigo em formato impresso

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Não por morder a ironia florentina, mas a verdade: Eu às vezes me pergunto, com sincera curiosidade - que penitências quaresmais podem ser propostas aos vegetarianos e veganos se eles próprios ainda não comem carne. Talvez abstinência de soja? Ou da salada orgânica? A pergunta pode fazer você sorrir, mas esconde outro, muito mais sério: o que realmente significa fazer penitência?

Abstinência de carne não surge de uma dietética eclesiástica nem de uma antiga desconfiança teológica em relação ao bife. Tem as suas raízes numa tradição ascética que sempre compreendeu o valor simbólico e pedagógico da alimentação.. Nas sociedades antigas, a carne não era um alimento comum, mas um sinal de celebração, de abundância, de alegria. Desistir significava tirar voluntariamente o que era considerado precioso. Não se tratava de mortificar o corpo, mas educar o desejo.

A Igreja salvou esta disciplina não como um fim em si mesma, mas como sinal concreto de uma atitude interior: a conversão. Como lembrou São Leão Magno, «O jejum quaresmal não consiste apenas na abstinência de alimentos, mas sobretudo no afastamento do pecado» (Falar 39, 2). A penitência cristã nunca foi um exercício punitivo, mas um caminho de liberdade. Você desiste de algo lícito para se lembrar de que nem tudo que é lícito é necessário, e que a felicidade não depende da posse mas sim da ordem do coração.

Com a mudança dos tempos, no entanto, as percepções também mudam. Hoje pode ser mais penitencial comer uma simples sandes com mortadela do que pedir um robalo a oitenta euros o quilo. Não porque a disciplina eclesial tenha se tornado obsoleta, mas porque a realidade social transformou. A abstinência continua sendo um sinal, mas o sinal corre o risco de ficar vazio se o seu significado profundo não for compreendido.

A questão não é a carne: é liberdade. A penitência não consiste em mudar o cardápio, mas mudando de tamanho. Não é a privação como um fim em si, nem um exercício de voluntarismo ascético. É uma renúncia ordenada a um bem para adquirir um bem maior. É tirar algo do consumo para devolvê-lo à fé, à esperança e à caridade. Porque «onde está o seu tesouro, seu coração também estará lá" (MT 6,21): a penitência move o tesouro para reorientar o coração. E talvez, em nosso tempo, as penitências mais difíceis não passam necessariamente pelo prato. Desistir do bife pode ser relativamente simples; desistir da tela ligada por horas pode ser muito menos. Desligue seu telefone, limitar o uso de mídias sociais, evite o entretenimento como um fim em si mesmo, preservar o silêncio num mundo que vive de ruído contínuo: estas são privações que tocam os nervos em carne viva.

Para a maioria, é mais difícil evitar notificações e comentários que dá um maldito bife florentino. E ainda, se a penitência tem por objetivo educar o desejo e fortalecer a liberdade interior, é exatamente aí que o desafio acontece. São Paulo expressou isso com imagens atléticas:

«Eu trato o meu corpo com severidade e o reduzo à escravidão, porque quando você, depois de pregar para outros, Eu mesmo serei desclassificado" (1 CR 9,27).

O paulino não é desprezo pelo corpo, mas a disciplina da liberdade. Penitência cristã não é empobrecimento, mas um investimento. Não produz esterilidade, mas fecundidade. Desistir de algo pelo amor de Deus significa criar espaço para Deus agir. É um gesto que reduz o supérfluo para realçar o essencial. E o essencial, para o cristão, não é o sacrifício em si, mas a comunhão com Cristo.

A Quaresma é precisamente isto: um caminho penitencial que culmina na Semana Santa e se abre à alegria da Ressurreição. Não é um período de tristeza ritual, mas um tempo de preparação. Atravessamos o deserto para chegar à Páscoa. Desistimos de algo temporário para nos lembrar que estamos destinados ao eterno.

Abstinência de carne, Naquela hora, não é uma relíquia disciplinar nem um formalismo alimentar. É um sinal. E como todo sinal, pede para ser compreendido. Se continuar a ser um gesto externo, é reduzido a uma prática vazia. Se se tornar um ato consciente, se transforma em uma escola de liberdade. Quer seja carne, de telas ou outros hábitos arraigados, a questão continua a mesma: Eu sou o mestre dos meus desejos ou sou governado por eles? A penitência serve para responder a esta questão com um ato concreto. Porque a verdadeira mortificação é não renunciar ao que não nos custa nada, mas aprender a dizer “não” ao que nos domina, poder dizer um “sim” maior a Deus. E esse “sim” não acaba em quarenta dias. É a antecipação de uma Páscoa que nunca terá fim.

Florença, 23 fevereiro 2026

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Quão fácil é abstinência de carne como prática penitencial

Hoje pode ser mais penitencial comer uma simples sanduíche de mortadela do que pedir um robalo a oitenta euros o quilo.. Não porque a disciplina eclesial tenha se tornado obsoleta, mas porque a realidade social mudou. A abstinência continua sendo um sinal, no entanto, o sinal corre o risco de se tornar vazio se não for compreendido no seu significado mais profundo.

— Pastoral Litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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Não por aguda ironia florentina, mas na verdade: às vezes eu me pergunto, com sincera curiosidade, que penitências quaresmais podem ser propostas aos vegetarianos e veganos se eles já não comem carne. Talvez abstinência de soja? Ou de salada orgânica? A pergunta pode provocar um sorriso, mas esconde outro, muito mais sério: o que realmente significa fazer penitência?

Abstinência de carne não surge da dietética eclesiástica nem de alguma antiga suspeita teológica em relação ao bife. Está enraizado numa tradição ascética que sempre compreendeu o valor simbólico e pedagógico da alimentação. Nas sociedades antigas, a carne não era um alimento comum, mas um sinal de celebração, abundância, e alegria. Renunciar a isso significava abster-se voluntariamente do que era considerado precioso. Não se tratava de mortificar o corpo, mas sobre educar o desejo.

A Igreja preservou esta disciplina não como um fim em si mesma, mas como sinal concreto de uma disposição interior: conversão. Como recordou São Leão Magno, “O jejum quaresmal não consiste apenas na abstinência de alimentos, mas sobretudo no afastamento do pecado” (Falar 39, 2). A penitência cristã nunca foi um exercício punitivo, mas um caminho para a liberdade. Renunciamos a algo lícito para nos lembrarmos de que nem tudo o que é lícito é necessário, e que a felicidade não depende da posse mas sim da ordem do coração.

Com o passar do tempo, no entanto, as percepções também mudam. Hoje pode ser mais penitencial comer uma simples sanduíche de mortadela do que pedir um robalo a oitenta euros o quilo.. Não porque a disciplina eclesial tenha se tornado obsoleta, mas porque a realidade social mudou. A abstinência continua sendo um sinal, no entanto, o sinal corre o risco de se tornar vazio se não for compreendido no seu significado mais profundo.

A questão não é carne; é liberdade. A penitência não consiste em mudar o cardápio, mas ao mudar a medida. Não é privação por si só, nem um exercício de voluntarismo ascético. É uma renúncia ordenada a um bem para adquirir um bem maior. É retirar algo do consumo para restaurá-lo à fé, ter esperança, e caridade. Pois “onde está o seu tesouro, aí estará também o seu coração” (MT 6:21): a penitência desloca o tesouro para reorientar o coração. E talvez, em nosso próprio tempo, as penitências mais difíceis não passam necessariamente pelo prato. Renunciar a um bife pode ser relativamente simples; renunciar a uma tela ligada por horas pode ser muito mais difícil. Desligando o telefone, limitar o uso de mídias sociais, abster-se de entretenimento por si só, preservando o silêncio em um mundo que vive em constante ruído: estas são privações que tocam os nervos expostos.

Para muitos – talvez para a maioria – é mais difícil abster-se de notificações e comentários do que de um bife florentino mal passado. Mas se a penitência visa educar o desejo e fortalecer a liberdade interior, é precisamente aí que reside o desafio. São Paulo expressou isso com imagens atléticas:

“Eu disciplino meu corpo e o mantenho sob controle, para que, depois de pregar a outros, eu mesmo não seja desqualificado” (1 CR 9:27).

As palavras de Paulo não expressam desprezo pelo corpo, mas a disciplina da liberdade. Penitência cristã não é empobrecimento, mas investimento. Não produz esterilidade, mas fecundidade. Renunciar a algo por amor a Deus significa criar espaço para Deus agir. É um gesto que reduz o supérfluo para fazer emergir o essencial.. E para o cristão, o essencial não é o sacrifício em si, mas a comunhão com Cristo.

A Quaresma é precisamente isto: um caminho penitencial que culmina na Semana Santa e se abre à alegria da Ressurreição. Não é uma época de tristeza ritual, mas um tempo de preparação. Atravessa-se o deserto para chegar à Páscoa. Renunciamos a algo temporário para lembrar que estamos destinados à eternidade.

Abstinência de carne, então, não é uma relíquia disciplinar nem um formalismo dietético. É um sinal. E como todo sinal, pede para ser compreendido. Se continuar a ser um gesto exterior, torna-se uma prática vazia. Se se tornar um ato consciente, se transforma em uma escola de liberdade. Quer se trate de carne, telas, ou outros hábitos arraigados, a questão continua a mesma: sou senhor dos meus desejos, ou sou governado por eles? A penitência nos ajuda a responder a essa pergunta com um ato concreto. Pois a verdadeira mortificação não é renunciar ao que não nos custa nada, mas aprender a dizer “não” ao que nos domina, para dizer um “sim” maior a Deus. E esse “sim” não acaba depois de quarenta dias. É a antecipação de uma Páscoa que não conhecerá pôr do sol.

Florença, 23 fevereiro 2026

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Quão fácil é abstinência de carne como penitência

Hoje pode ser mais penitencial comer uma simples sanduíche de mortadela do que pedir um robalo que custa oitenta euros o quilo. Não porque a disciplina da igreja se tornou obsoleta, mas porque a realidade social mudou. A abstinência ainda é um sinal, mas o signo corre o risco de ficar vazio se não for compreendido no seu significado mais profundo.

— Pastoral litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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Não por causa da aguda ironia florentina, mas na verdade: às vezes eu me pergunto, com sincera curiosidade, Que penitências quaresmais podem ser propostas aos vegetarianos e veganos se ainda não comem carne?. Talvez retirada de soja? Ou salada orgânica? A pergunta pode trazer um sorriso, mas contém outro muito mais sério: O que realmente significa fazer penitência??

A abstinência de carne não nasce de uma dieta eclesiástica nem de uma antiga desconfiança teológica em relação ao bife. Tem as suas raízes numa tradição ascética que sempre compreendeu o valor simbólico e pedagógico da alimentação.. Nas sociedades antigas, a carne não era um alimento comum, mas um sinal de festa, de abundância e alegria. Desistir significava retirar-se voluntariamente do que era considerado precioso.. Não se tratava de mortificar o corpo, mas educar o desejo.

A Igreja preservou esta disciplina não como um fim em si mesma, mas como sinal concreto de uma disposição interior: a conversão. Como lembrou São Leão Magno, «O jejum quaresmal não consiste apenas na abstinência de alimentos, mas sobretudo no afastamento do pecado”. (Falar 39, 2). A penitência cristã nunca foi um exercício punitivo, mas um caminho de liberdade. Você desiste de algo lícito para se lembrar de que nem tudo que é lícito é necessário., e que a felicidade não depende da posse, mas da ordem do coração.

Com o passar do tempo, no entanto, as percepções também mudam. Hoje pode ser mais penitencial comer uma simples sanduíche de mortadela do que pedir um robalo que custa oitenta euros o quilo. Não porque a disciplina da igreja se tornou obsoleta, mas porque a realidade social mudou. A abstinência ainda é um sinal, mas o signo corre o risco de ficar vazio se não for compreendido no seu significado mais profundo.

A questão não é a carne: é liberdade. Penitência não é mudar o cardápio, mas ao mudar a medida. Não é privação em si., nem exercício de voluntarismo ascético. É uma renúncia ordenada a um bem para adquirir um bem maior.. É subtrair algo do consumo para devolvê-lo à fé, à esperança e à caridade. Porque "onde está o seu tesouro?", "Seu coração também estará lá." (MT 6,21): A penitência move o tesouro para reorientar o coração. e talvez, em nosso tempo, as penitências mais difíceis não passam necessariamente pelo prato. Desistir do bife pode ser relativamente fácil; Desistir de uma tela ligada por horas pode ser muito mais difícil. Desligue o telefone, limitar o uso de redes sociais, abster-se de entretenimento vazio, guardando o silêncio em um mundo que vive em constante ruído: Estas são privações que tocam nervos sensíveis.

Para muitos - talvez a maioria - É mais difícil abster-se de notificações e comentários do que de um bom bife florentino. Porém, Se a penitência visa educar o desejo e fortalecer a liberdade interior, É precisamente aí que o desafio é jogado. São Paulo expressou isso com imagens atléticas:

«Eu castigo o meu corpo e escravizo-o, para que, tendo pregado para outros, "Eu mesmo fui desclassificado." (1 CR 9,27).

A Paulina não é desprezo pelo corpo, mas a disciplina da liberdade. Penitência cristã não é empobrecimento, mas investimento. Não produz esterilidade, mas fertilidade. Abrir mão de algo pelo amor de Deus significa criar espaço para Deus agir.. É um gesto que reduz o supérfluo para realçar o essencial. e o essencial, para o cristão, não é o sacrifício em si, mas a comunhão com Cristo.

A Quaresma é precisamente isto: um caminho penitencial que culmina na Semana Santa e se abre à alegria da Ressurreição. Não é um período de tristeza ritual, mas um tempo de preparação. Você atravessa o deserto para chegar à Páscoa. Abdica-se de algo temporário para lembrar que estamos destinados à eternidade.

Abstinência de carne, então, Não é uma relíquia disciplinar nem um formalismo dietético. É um sinal. E como todo sinal, pede para ser compreendido. Se continuar a ser um gesto externo, é reduzido a uma prática vazia. Se se tornar um ato consciente, torna-se uma escola de liberdade. Quer seja carne, de telas ou outros costumes arraigados, a questão continua a mesma: Sou senhor dos meus desejos ou sou governado por eles?? A penitência serve para responder a essa pergunta com um ato concreto. Porque a verdadeira mortificação é não renunciar ao que não nos custa nada, mas aprender a dizer “não” àquilo que nos domina, poder dizer um “sim” maior a Deus. E esse “sim” não se esgota em quarenta dias. É a antevisão de uma Páscoa que nunca terá fim..

Florença, 23 Fevereiro 2026

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HTTPS://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2026/01/Padre-Simone-isola-piccola.jpeg?FIT = 150,150 & SSL = 1 150 150 Padre Simone HTTPS://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Simone2026-02-24 09:41:032026-03-04 19:43:59Quão fácil é a abstinência de carne como penitência – Quão fácil é a abstinência de carne como prática penitencial – Quão fácil é a abstinência de carne como penitência

O racional, entre símbolo, história e mal-entendidos estéticos – A justificativa: entre símbolo, história, e mal-entendidos estéticos – O racional: entre símbolo, história e mal-entendidos estéticos

26 Janeiro 2026/dentro pastoral litúrgica/de Padre Simone

italiano, inglês, espanhol

 

O RACIONAL: ENTRE SÍMBOLO, HISTÓRIA E Equívocos ESTÉTICOS

É bom dizer isso claramente, mesmo ao custo de decepcionar algum entusiasmo ingênuo: muitas vestimentas litúrgicas cristãs derivam de roupas civis, honoríficos pré-cristãos ou religiosos. La casula deriva da fita romana, a dalmática de uma vestimenta de origem oriental, a estola dá sinais de distinção civil.

— Ministério litúrgico —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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artigo em formato de impressão PDF – Artigo Formato de impressão – artigo em formato impresso

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Uma das tentações mais difundidas em certos ambientes eclesiais é parar no aparato externo da liturgia, vestimentas transformadoras, cores e formas em objetos de contemplação estética, às vezes até de satisfação de identidade.

Ontem, na celebração das Vésperas na Festa da Conversão de São Paulo, na Basílica Ostiense, o Sumo Pontífice Leão XIV usou-o pela primeira vez em seu pontificado, o racional. O risco - já amplamente verificável em vários mídia social —, é ceder ao entusiasmo fervoroso pelo que “se vê”, acompanhado, no entanto, por um conhecimento muitas vezes muito aproximado - se não completamente ausente - da génese histórica, do significado simbólico e da função teológica desses mesmos elementos que são tão fascinantes.

O racional cai totalmente nesta categoria: vestimenta muito rara, evocado com tons quase mitológicos, às vezes citado como emblema de uma liturgia “mais autêntica”, mas na realidade pouco conhecido na sua origem e no seu significado profundo. Precisamente por isso presta-se bem a uma reflexão que vai além da estética e recupera a dimensão simbólica e histórica da liturgia. Mas o que é racional? O termo racional indica uma vestimenta litúrgica usada sobre a casula ou capa, geralmente de forma retangular ou ligeiramente arqueada, ricamente decorado, usado no peito e preso nos ombros. Esta não é uma vestimenta de uso universal na Igreja Latina, nem um elemento constitutivo da celebração eucarística.

Usado em alguns contextos específicos, especialmente na esfera episcopal, com particular referência a certas Igrejas locais - nomeadamente a de Eichstätt e, de uma forma diferente, de Cracóvia -. O uso do racional nunca foi normativo para toda a Igreja, nem mesmo necessário para a validade ou legalidade do rito.

De origem bíblica, o próprio nome racional refere-se explicitamente ao peitoral do sumo sacerdote do Antigo Testamento, descrito no livro do Êxodo (É 28,15-30). Aquele babador - chamado A força da sentença (ḥōžen ha-imicpāṭ) “peitoral do julgamento” – carregava doze pedras preciosas, símbolo das doze tribos de Israel, e foi um sinal de responsabilidade sacerdotal em trazer o povo diante de Deus.

Cristianismo Nascente, como ele fez com muitos elementos do mundo antigo, ele não rejeitou símbolos pré-existentes, mas ele os assumiu e os transfigurou. A liturgia cristã não nasceu num vácuo cultural, está inserido na história, assume forma, idiomas, símbolos - mesmo vindos do mundo pagão ou judaico - e os leva de volta a Cristo. Nesta perspectiva, o racional não é um ornamento decorativo, mas um sinal teológico: lembra o ministério de responsabilidade, de discernimento e julgamento exercido não em nome próprio, mas diante de Deus e para o bem do povo.

É bom dizer isso claramente, mesmo ao custo de decepcionar algum entusiasmo ingênuo: muitas vestimentas litúrgicas cristãs derivam de roupas civis, honoríficos pré-cristãos ou religiosos. A casula deriva de saia romana, a dalmática de uma vestimenta de origem oriental, a estola dá sinais de distinção civil. Isso nunca foi um problema para a Igreja.

A liturgia nunca foi uma “reconstrução arqueológica” de uma era pura e incontaminada. Sempre foi, em vez de, uma obra de inculturação e transfiguração. O que muda não é a própria forma externa, mas o significado que a Igreja lhe atribui. Até o racional é colocado nesta linha: não é um resquício de um passado idealizado, mas um sinal que fazia sentido em certos contextos eclesiais e que hoje conserva sobretudo um valor histórico e simbólico, não regulatório.

Do ponto de vista estritamente litúrgico, o racional nunca foi uma vestimenta de uso comum, nem universal. A sua utilização sempre esteve ligada a concessões particulares, tradições locais ou privilégios específicos, nunca a uma prescrição geral da Igreja Latina. Esses dados são essenciais para evitar um erro recorrente: confundir o que é simbolicamente sugestivo com o que é teologicamente necessário. A liturgia não cresce através da acumulação de elementos externos, mas para clareza do sinal e fidelidade à sua função primária: tornar visível a ação salvadora de Cristo.

Quando o racional - como outras vestimentas raras ou obsoletas - é tomado como bandeira de identidade por certas formas de esteticismo ou como prova de uma suposta superioridade litúrgica, caímos em um profundo mal-entendido. A liturgia não é um museu, nem um palco. É a ação da Igreja, não é auto-representação de um gosto. Conheça a história das vestimentas, o seu desenvolvimento e o seu significado autêntico não empobrecem a liturgia: liberta-o das leituras ideológicas e devolve-o à sua verdade mais profunda.

Portanto o racional não é um fetiche litúrgico nem um símbolo de uma era de ouro perdida. É um sinal histórico, teológico e simbólico que fala de responsabilidade, de discernimento e serviço. Entendido em seu contexto, enriquece a compreensão da liturgia; isolado e absolutizado, isso empobrece. A verdadeira tradição não consiste em multiplicar ornamentos, mas em guardar o significado. E o significado da liturgia, ontem como hoje, não é estética, mas Cristo.

Florença, 26 Janeiro 2026

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A JUSTIFICATIVA: ENTRE SÍMBOLO, HISTÓRIA, E MAL-ENTENDIMENTOS ESTÉTICOS

Deve ser afirmado claramente, mesmo correndo o risco de decepcionar algum entusiasmo ingênuo: muitas vestimentas litúrgicas cristãs derivam de civilizações pré-cristãs., honorífico, ou vestimentas religiosas. A casula deriva da paenula romana, a dalmática de uma vestimenta de origem oriental, e o roubo de marcas de distinção civil.

— Pastoral Litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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Uma das tentações mais difundidas em certos círculos eclesiais é parar no aparato externo da liturgia, vestimentas transformadoras, cores, e se transforma em objetos de contemplação estética e, às vezes, até mesmo de autocomplacência impulsionada pela identidade.

 

Ontem, durante a celebração das Vésperas da Festa da Conversão de São Paulo, na Basílica de São Paulo Fora dos Muros, o Sumo Pontífice Leão XIV usou a lógica pela primeira vez em seu pontificado. O risco – já claramente observável em várias plataformas de redes sociais – é dar lugar a um entusiasmo fervoroso pelo que “é visto”, acompanhado, no entanto, por um conhecimento muitas vezes altamente aproximado - quando não totalmente ausente - da gênese histórica, significado simbólico, e função teológica daqueles mesmos elementos que tão fortemente fascinam.

A justificativa pertence totalmente a esta categoria: uma vestimenta muito rara, evocado em termos quase mitológicos, às vezes citado como emblema de uma liturgia “mais autêntica”, mas na realidade pouco conhecido em sua origem e significado mais profundo. Justamente por esse motivo, presta-se bem a uma reflexão que vai além da estética e recupera a dimensão simbólica e histórica da liturgia. Mas o que, na verdade, é a razão? O termo racional designa uma vestimenta litúrgica usada sobre a casula ou a capa, geralmente retangular ou ligeiramente curvado, ricamente decorado, usado no peito e preso nos ombros. Não é uma vestimenta de uso universal na Igreja Latina, nem é um elemento constitutivo da celebração eucarística.

Tem sido usado em certos contextos específicos, especialmente na esfera episcopal, com particular referência a certas Igrejas locais – mais notavelmente Eichstätt e, de uma forma diferente, Cracóvia. O uso da justificativa nunca foi normativo para toda a Igreja, nem nunca foi necessário para a validade ou licitude do rito.

De origem bíblica, o próprio nome racional refere-se explicitamente à couraça do sumo sacerdote do Antigo Testamento, descrito no Livro do Êxodo (Ex 28:15–30). Esse peitoral - chamado A força da sentença (Hošem ha-mišpno), “peitoral do julgamento” – trazia doze pedras preciosas, simbolizando as doze tribos de Israel, e significou a responsabilidade sacerdotal de levar o povo diante de Deus.

Cristianismo primitivo, como aconteceu com muitos elementos do mundo antigo, não rejeitou os símbolos pré-existentes, mas os assumiu e os transfigurou. A liturgia cristã não surge num vácuo cultural; está enxertado na história, assume formas, idiomas, e símbolos - incluindo aqueles extraídos do mundo pagão ou judaico - e os reorienta em direção a Cristo. Nesta perspectiva, a justificativa não é um ornamento decorativo, mas um sinal teológico: lembra o ministério de responsabilidade, discernimento, e julgamento exercido não em nome próprio, mas diante de Deus e para o bem do povo.

Também deve ser afirmado claramente, mesmo ao custo de decepcionar algum entusiasmo ingênuo: muitas vestimentas litúrgicas cristãs derivam de civilizações pré-cristãs., honorífico, ou vestimentas religiosas. A casula deriva da paenula romana, a dalmática de uma vestimenta de origem oriental, e o roubo de marcas de distinção civil. Isto nunca constituiu um problema para a Igreja.

A liturgia nunca foi uma “reconstrução arqueológica” de uma idade pura e incontaminada. Em vez de, sempre foi um trabalho de inculturação e transfiguração. O que muda não é a forma externa como tal, mas o significado que a Igreja lhe atribui. A justificativa também pertence a esta linha: não é um resquício de um passado idealizado, mas um sinal que fazia sentido em contextos eclesiais específicos e que hoje conserva sobretudo um valor histórico e simbólico, não é normativo.

Do ponto de vista estritamente litúrgico, a lógica nunca foi uma vestimenta de uso comum ou universal. Seu emprego sempre esteve vinculado a concessões particulares, tradições locais, ou privilégios específicos, nunca a uma prescrição geral da Igreja Latina. Este dado é fundamental para evitar um erro recorrente: confundir o que é simbolicamente evocativo com o que é teologicamente necessário. A liturgia não cresce através da acumulação de elementos externos, mas através da clareza do sinal e da fidelidade à sua função primária: tornar visível a acção salvífica de Cristo.

Quando a justificativa — como outras vestimentas raras ou obsoletas — é considerada uma bandeira identitária por certas formas de esteticismo ou como prova de uma alegada superioridade litúrgica, cai-se num profundo mal-entendido. A liturgia não é um museu, nem um palco. É a ação da Igreja, não a auto-representação de um gosto. Conhecendo a história das vestimentas, seu desenvolvimento, e o seu significado autêntico não empobrece a liturgia: liberta-o das leituras ideológicas e restaura-o à sua verdade mais profunda.

A justificativa, assim sendo, não é um fetiche litúrgico nem um símbolo de uma era de ouro perdida. É um histórico, teológico, e sinal simbólico que fala de responsabilidade, discernimento, e serviço. Entendido dentro de seu contexto, enriquece a compreensão da liturgia; isolado e absolutizado, isso empobrece. A verdadeira tradição não consiste em multiplicar ornamentos, mas na salvaguarda do significado. E o significado da liturgia, ontem como hoje, não é estética, mas Cristo.

Florença, 26 Janeiro 2026

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O RACIONAL: ENTRE SÍMBOLO, HISTÓRIA E Equívocos ESTÉTICOS

Vale a pena dizer isso claramente, mesmo correndo o risco de desiludir algum entusiasmo ingênuo: muitas vestimentas litúrgicas cristãs vêm de vestimentas civis, honoríficos pré-cristãos ou religiosos. A cassulla deriva do painel romano, a dalmática de uma vestimenta de origem oriental e a estola de sinais de distinção civil.

— Pastoral litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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Uma das tentações mais difundidas em certos ambientes eclesiais é parar no aparelho externo da liturgia, transformando paramentos, cores e formas em objetos de contemplação estética e, às vezes, até mesmo complacência de identidade.

Ayer, durante a celebração das Vésperas na Festa da Conversão de São Paulo, na Basílica de São Paulo Fora dos Muros, O Sumo Pontífice Leão XIV usou o racional pela primeira vez em seu pontificado. O risco – já amplamente verificável em diversas redes sociais – é ceder ao entusiasmo fervoroso pelo que “se vê”., acompañados, no entanto, de um conhecimento muitas vezes muito aproximado – se não totalmente ausente – da génese histórica, do significado simbólico e da função teológica desses mesmos elementos que tanto fascinam.

O racional se enquadra totalmente nesta categoria: um enfrentamento muito raro, evocado com tons quase mitológicos, às vezes citado como emblema de uma liturgia “mais autêntica”, mas na realidade pouco conhecido na sua origem e no seu significado profundo. Justamente por esse motivo, presta-se a uma reflexão que vai além da estética e recupera a dimensão simbólica e histórica da liturgia. Mas qual é o racional? O termo racional é usado para designar uma vestimenta litúrgica usada sobre a casula ou capa de chuva., geralmente de forma retangular ou ligeiramente curvada, ricamente decorado, colocado no peito e preso aos ombros. Não é uma vestimenta de uso universal na Igreja Latina, nem de elemento constitutivo da celebração eucarística.

Seu uso tem ocorrido em alguns contextos específicos, especialmente na esfera episcopal, com especial referência a algumas Igrejas locais - nomeadamente a de Eichstätt e, de várias maneiras, o de Cracóvia -. O uso do racional nunca foi normativo para toda a Igreja, muito menos necessário para a validade ou legalidade do rito.

De origem bíblica, o próprio nome racional refere-se explicitamente ao peitoral do sumo sacerdote do Antigo Testamento, descrito no livro do Êxodo (Ex 28,15-30). Esse peitoral - chamado A força da sentença (ḥōžen ha-imicpāṭ), “peitoral do julgamento” – carregava doze pedras preciosas, símbolo das doze tribos de Israel, e foi um sinal da responsabilidade sacerdotal de levar o povo diante de Deus.

Cristianismo Nascente, como ele fez com muitos elementos do mundo antigo, não rejeitou símbolos pré-existentes, mas ele os assumiu e os transfigurou. A liturgia cristã não nasce num vácuo cultural: está inserido na história, assume formas, línguas e símbolos — também vindos do mundo pagão ou judaico — e os traz de volta a Cristo. Nesta perspectiva, o racional não é um ornamento decorativo, mas um sinal teológico: envia para o ministério de responsabilidade, de discernimento e julgamento exercido não em nome próprio, mas diante de Deus e para o bem do povo.

Também é importante dizer isso claramente, mesmo ao custo de desiludir algum entusiasmo ingênuo: muitas vestimentas litúrgicas cristãs vêm de vestimentas civis, honoríficos pré-cristãos ou religiosos. A cassulla deriva do painel romano, a dalmática de uma vestimenta de origem oriental e a estola de sinais de distinção civil. Isso nunca representou um problema para a Igreja.

A liturgia nunca foi uma “reconstrução arqueológica” de um tempo puro e incontaminado. Sempre foi, em vez de, uma obra de inculturação e transfiguração. O que muda não é a própria forma externa, mas o significado que a Igreja lhe atribui. O racional também está situado nesta linha: não como um resíduo de um passado idealizado, mas como um sinal que fazia sentido em determinados contextos eclesiais e que hoje conserva, sobretudo, um valor histórico e simbólico., não normativo.

Do ponto de vista estritamente litúrgico, o racional nunca foi uma face de uso comum ou universal. A sua utilização sempre esteve ligada a concessões particulares, tradições locais ou privilégios específicos, nunca a uma prescrição geral da Igreja Latina. Esta informação é essencial para evitar um erro recorrente: confundir o que é simbolicamente sugestivo com o que é teologicamente necessário. A liturgia não cresce por acumulação de elementos externos, mas para clareza do sinal e fidelidade à sua função primária: tornar visível a ação salvadora de Cristo.

Quando o racional — como outras vestimentas raras ou em desuso — é assumida como padrão de identidade por certas formas de esteticismo ou como prova de uma alegada superioridade litúrgica, há um profundo mal-entendido. A liturgia não é um museu nem um palco. É a ação da Igreja, não-auto-representação de um gosto. Conheça a história das paredes, o seu desenvolvimento e o seu significado autêntico não empobrecem a liturgia: Liberta-o das leituras ideológicas e devolve-o à sua verdade mais profunda..

O racional, portanto, não é um fetiche litúrgico nem um símbolo de uma era de ouro perdida. É um sinal histórico, teológico e simbólico que fala de responsabilidade, discernimento e serviço. Entendido no contexto, enriquece a compreensão da liturgia; isolado e absolutizado, empobrece ela. A verdadeira tradição não consiste em multiplicar ornamentos, mas em guardar o significado. E o significado da liturgia, ontem como hoje, não é a estética, mas Cristo.

Florença, 26 Janeiro 2026

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A liturgia como catequese viva. Porque não é um lago para ser fortalecido – A liturgia como catequese viva. Por que não é uma piscina estagnada a ser preservada – A liturgia como catequese viva. Por que não é um lago que deveria congelar

12 Janeiro 2026/dentro pastoral litúrgica/de Padre Simone

 

italiano, inglês, espanhol

 

A LITURGIA COMO CATEQUESE VIVA. PORQUE NÃO É UM LAGO A SER CONFIRMADO

Como lembrou São João Paulo II, fazendo seu próprio ditado famoso de Gustav Mahler, Tradição não é preservação de cinzas, mas a tutela do fogo. Uma liturgia que não cresce e se desenvolve nas suas formas é uma liturgia que deixa de ser uma linguagem viva de fé.

— Ministério litúrgico —

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Autor
Simone Pifizzi

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artigo em formato de impressão PDF – formato de impressão do artigo – artigo em formato impresso

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Nos últimos anos temos assistido à proliferação de grupos e ambientes que fazem da liturgia - e em particular da celebração eucarística - não o lugar da unidade eclesial, mas um terreno de conflito ideológico. Não se trata simplesmente de uma questão de sensibilidades diferentes ou de preferências rituais legítimas., mas sim um uso instrumental da liturgia como elemento estético, identidade ou como bandeira ideológica. Em muitos casos, este fenómeno é promovido por grupos estritamente leigos que, em vez de expressar uma fé eclesial madura, eles projetam fragilidades pessoais na liturgia, desconfortos internos e necessidades de autoconfiança de identidade.

Precisa ser dito claramente: usar o Sacrifício Eucarístico como instrumento de divisão é um fato eclesial gravíssimo, porque atinge o próprio coração da vida da Igreja. A liturgia nunca foi concebida como um lugar de autodefinição subjetiva, mas como espaço onde a Igreja se acolhe do mistério que celebra. Quando a liturgia se inclina para fins estranhos à sua natureza, é esvaziado e reduzido ao que nunca foi.

A liturgia é um ato público da Igreja, não é iniciativa privada nem linguagem de grupo. O Concílio Vaticano II expressou claramente esta verdade ao afirmar que a liturgia é «o ápice para o qual tende a ação da Igreja e, juntos, a fonte de onde emana toda a sua virtude" (Santo Conselho, n. 10). Não é um acessório da vida eclesial, mas o lugar onde a Igreja se manifesta como Corpo de Cristo.

Usar a liturgia para dividir significa contradizer a sua natureza mais profunda. A liturgia não foi criada para expressar identidades particulares, mas para gerar comunhão. Santo Agostinho já recordava aos fiéis que o que se celebra no altar é aquilo que eles próprios são chamados a tornar-se.: «Seja o que você vê e receba o que você é» (Falar 272). Quando a liturgia se transforma em instrumento de oposição, não é a Igreja que fala, mas o ego eclesial de indivíduos ou grupos.

A liturgia como catequese viva. Um dos aspectos mais negligenciados por aqueles que reduzem a liturgia a uma questão estética é a sua dimensão catequética intrínseca. A liturgia não é apenas celebração, mas também uma forma primária de transmissão da fé. Antes mesmo dos catecismos e das formulações doutrinárias, a Igreja educada na fé celebrando.

Os Padres da Igreja eles estavam plenamente conscientes disso. São Cirilo de Jerusalém, em seu Catequeses mistagógicas, ele não explicou os Sacramentos antes de sua celebração, mas a partir da experiência litúrgica, porque é o mistério celebrado que gera a compreensão da fé. A Liturgia, na verdade, ele não ensina apenas através de palavras, mas através do conjunto de sinais: convidados, silêncios, postura, ritmos, linguagens simbólicas (São Cirilo de Jerusalém, Catequese mistagógica eu, 1).

Reduzindo a liturgia à estética significa esvaziá-lo de sua função formativa e transformá-lo em objeto a ser contemplado em vez de mistério a ser vivenciado. Assim deixa de ser catequese viva e passa a ser uma experiência autorreferencial, incapaz de gerar uma fé adulta e eclesial.

Substância e acidentes é uma distinção teologicamente essencial e deve ser muito bem esclarecida, porque na raiz de muitos desvios litúrgicos está a confusão - por vezes deliberada - entre estes dois elementos. Teologia sacramental, desde a Idade Média, ele sempre distinguiu claramente esses dois níveis.

A substância é sobre o que faz do Sacramento o que ele é: o Sacrifício de Cristo, a presença real, a forma sacramental desejada pelo Senhor e salvaguardada pela Igreja. Esta dimensão é imutável, porque não depende de contingências históricas, mas da ação salvadora de Cristo.

Acidentes, em vez de, eles incluem os elementos externos da celebração: a língua, formas rituais, a disciplina, as estruturas comemorativas. Eles não são apenas mutáveis, mas eles devem mudar, porque a liturgia está inserida na história e é chamada a falar a homens e mulheres concretos. O próprio Concílio de Trento, muitas vezes evocado de forma inadequada, reconheceu a autoridade da Igreja para dispor dos ritos "salvar e integrar a substância dos sacramentos" (Concílio de Trento, sessão. XXI).

Elevar um idioma, como latim, ou um ritual histórico, como o Missal de São Pio V, na categoria de artigos de fé é um grave erro teológico. Não porque esses elementos sejam inúteis, mas porque pertencem à ordem dos acidentes e não à da substância. Confundir estes níveis significa absolutizar o que está historicamente determinado e relativizar o que é essencial.

A história da liturgia testemunha que a Igreja nunca concebeu o culto como uma realidade imóvel. Nos primeiros séculos coexistiram diferentes ritos; a disciplina sacramental sofreu profundas transformações; as formas celebrativas mudaram em resposta às novas necessidades pastorais e culturais. Tudo isso aconteceu sem que a fé da Igreja desaparecesse, precisamente porque a distinção entre substância e acidentes sempre foi salvaguardada.

Pensar na liturgia como uma realidade a ser “congelada” significa adotar uma visão museal da Igreja, estranho à sua natureza. Como lembrou São João Paulo II, fazendo seu próprio ditado famoso de Gustav Mahler, Tradição não é preservação de cinzas, mas a tutela do fogo. Uma liturgia que não cresce e se desenvolve nas suas formas é uma liturgia que deixa de ser uma linguagem viva de fé.

A liturgia não é uma arma ideológica, não é um refúgio estético, não é um terreno de reivindicações de identidade. É o lugar onde a Igreja recebe a sua forma do mistério que celebra. Quando a liturgia divide, não é a liturgia que está em crise, mas as pessoas que a utilizam para preencher vazios internos ou para construir identidades alternativas à comunhão eclesial.

Florença, 12 Janeiro 2026

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A LITURGIA COMO CATEQUESE VIVA. POR QUE NÃO É UMA PISCINA ESTAGNADA PARA SER PRESERVADA

Como recordou São João Paulo II, tornando seu um ditado conhecido de Gustav Mahler, Tradição não é preservação de cinzas, mas a salvaguarda do fogo. Uma liturgia que não cresce e não se desenvolve nas suas formas é uma liturgia que deixa de ser linguagem viva de fé.

— Pastoral Litúrgica —

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Autor
Simone Pifizzi

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Nos últimos anos, tem havido uma notável proliferação de grupos e ambientes que fazem da liturgia — e em particular da celebração eucarística — não o lugar da unidade eclesial, mas um campo de confronto ideológico. Isto não é simplesmente uma questão de diferentes sensibilidades ou preferências rituais legítimas., mas sim de um uso instrumental da liturgia como recurso estético, elemento formador de identidade ou como bandeira ideológica. Em muitos casos, este fenómeno é promovido por grupos estritamente leigos que, em vez de expressar uma fé eclesial madura, projetar na liturgia as fragilidades pessoais, desconfortos internos, e necessidades de autoconfiança baseada na identidade.

Isto deve ser afirmado claramente: usar o Sacrifício Eucarístico como meio de divisão é um assunto eclesialmente muito sério, porque atinge o próprio coração da vida da Igreja. A liturgia nunca foi concebida como um espaço de autodefinição subjetiva, mas como lugar onde a Igreja se acolhe do mistério que celebra. Quando a liturgia se volta para fins estranhos à sua natureza, é esvaziado e reduzido a algo que nunca foi.

A liturgia é um ato público da Igreja, não é uma iniciativa privada nem a linguagem de um grupo. O Concílio Vaticano II expressou esta verdade com clareza, afirmando que a liturgia é “o ápice para o qual se dirige a atividade da Igreja e, ao mesmo tempo, a fonte de onde flui todo o seu poder” (Santo Conselho, não. 10). Não é um acessório da vida eclesial, mas o lugar onde a Igreja se manifesta como Corpo de Cristo.

Usar a liturgia como instrumento de divisão significa contradizer sua natureza mais profunda. A liturgia não nasce para expressar identidades particulares, mas para gerar comunhão. Santo Agostinho já lembrava aos fiéis que o que se celebra no altar é aquilo que eles próprios são chamados a ser: “Seja o que você vê, e receba o que você é” (Falar 272). Quando a liturgia se transforma em instrumento de oposição, não é a Igreja que fala, mas o ego eclesial de indivíduos ou grupos.

A liturgia como catequese viva. Um dos aspectos mais negligenciados por quem reduz a liturgia a uma questão estética é a sua dimensão catequética intrínseca. A liturgia não é apenas celebração, mas também a forma primeira de transmissão da fé. Antes mesmo dos catecismos e das formulações doutrinárias, a Igreja educou os fiéis celebrando.

Os Padres da Igreja estavam plenamente conscientes disso. São Cirilo de Jerusalém, em seu Catequeses Mistagógicas, não explicou os Sacramentos antes de sua celebração, mas a partir da própria experiência litúrgica, porque é o mistério celebrado que gera compreensão da fé. De fato, a liturgia ensina não só através de palavras, mas através de todo o conjunto de signos: gestos, silêncios, posturas, ritmos, e linguagens simbólicas (São Cirilo de Jerusalém, Catequese Mistagógica eu, 1).

Reduzir a liturgia à estética significa esvaziá-lo de sua função formativa e transformá-lo em objeto a ser contemplado e não em mistério a ser vivido. Desta maneira, deixa de ser catequese viva e se torna uma experiência autorreferencial, incapaz de gerar uma fé madura e eclesial.

Substância e acidentes: uma distinção necessária. A distinção entre substância e acidentes é teologicamente indispensável e deve ser claramente explicada, porque na raiz de muitas distorções litúrgicas está a confusão — às vezes deliberada — entre estes dois elementos. Teologia sacramental, desde a Idade Média, sempre distinguiu claramente entre estes dois níveis.

Substância diz respeito ao que torna um sacramento o que é: o Sacrifício de Cristo, a verdadeira presença, a forma sacramental querida pelo Senhor e salvaguardada pela Igreja. Esta dimensão é imutável, porque não depende de contingências históricas, mas na ação salvadora de Cristo.

Acidentes, por outro lado, incluir os elementos externos da celebração: linguagem, formas rituais, disciplinas, e estruturas comemorativas. Esses elementos não são apenas mutáveis, mas deve mudar, porque a liturgia está inserida na história e é chamada a falar a homens e mulheres concretos. O próprio Concílio de Trento, muitas vezes invocado indevidamente, reconheceu a autoridade da Igreja para regular os ritos, “a substância dos sacramentos sendo preservada intacta” (Concílio de Trento, Sessão XXI).

Para elevar um idioma, como o latim, ou um rito histórico, como o Missal de São Pio V, à categoria de artigos de fé é um grave erro teológico. Não porque tais elementos careçam de valor, mas porque pertencem à ordem dos acidentes e não à da substância. Confundir estes níveis significa absolutizar o que está determinado historicamente e relativizar o que é essencial..

A história da liturgia mostra que a Igreja nunca concebeu o culto como uma realidade imóvel. Nos primeiros séculos, diferentes ritos coexistiam; a disciplina sacramental sofreu profundas transformações; formas celebrativas mudaram em resposta às novas necessidades pastorais e culturais. Tudo isso aconteceu sem que a fé da Igreja fosse diminuída, precisamente porque a distinção entre substância e acidentes sempre foi preservada.

Pensar na liturgia como algo a ser “congelado” é adotar uma visão museológica da Igreja, estranho à sua natureza. Como recordou São João Paulo II, tornando seu um ditado conhecido de Gustav Mahler, Tradição não é preservação de cinzas, mas a salvaguarda do fogo. Uma liturgia que não cresce e não se desenvolve nas suas formas é uma liturgia que deixa de ser linguagem viva de fé.

A liturgia não é uma arma ideológica, não é um refúgio estético, não é um terreno para reivindicações baseadas em identidade. É o lugar onde a Igreja recebe a sua forma do mistério que celebra. Quando a liturgia divide, não é a liturgia que está em crise, mas as pessoas que a utilizam para preencher vazios interiores ou para construir identidades alternativas à comunhão eclesial.

Florença, 12 Janeiro 2026

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A LITURGIA COMO CATEQUESE VIVA. POR QUE NÃO É UM LAGO QUE DEVE CONGELAR

Como lembrou São João Paulo II, adotando um famoso ditado de Gustav Mahler, Tradição não é preservação de cinzas, mas a guarda do fogo. Uma liturgia que não cresce nem se desenvolve nas suas formas é uma liturgia que deixa de ser uma linguagem viva de fé..

— Pastoral litúrgica —

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Autor
Simone Pifizzi

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Nos últimos anos Tem havido uma proliferação de grupos e ambientes que fazem da liturgia – e em particular da celebração eucarística – não o lugar da unidade eclesial., mas um campo de confronto ideológico. Não se trata simplesmente de uma questão de sensibilidades diversas ou de preferências rituais legítimas., mas sim um uso instrumental da liturgia como elemento estético, identidade ou como bandeira ideológica. Em muitos casos, Este fenómeno é promovido por grupos estritamente seculares que, mais do que expressar uma fé eclesial madura, projetar fragilidades pessoais na liturgia, desconfortos interiores e necessidades de autoafirmação identitária.

É necessário dizer isso claramente: Utilizar o Sacrifício Eucarístico como instrumento de divisão é um facto de extrema gravidade eclesial., porque atinge o próprio coração da vida da Igreja. A liturgia nunca foi concebida como um lugar de autodefinição subjetiva, mas como espaço no qual a Igreja recebe de si o mistério que celebra. Quando a liturgia for submetida a finalidades estranhas à sua natureza, é esvaziado e reduzido a algo que nunca foi.

A liturgia é um ato público da Igreja, não é uma iniciativa privada nem a linguagem de um grupo. O Concílio Vaticano II expressou claramente esta verdade quando afirmou que a liturgia é “o ápice para o qual tende a ação da Igreja e, ao mesmo tempo, a fonte de onde flui toda a sua força” (Santo Conselho, n. 10). Não é um acessório da vida eclesial, mas o lugar onde a Igreja se manifesta como Corpo de Cristo.

Use a liturgia para dividir significa contradizer sua natureza mais profunda. A liturgia não foi criada para expressar identidades particulares, mas para gerar comunhão. Santo Agostinho já lembrava aos fiéis que o que se celebra no altar é aquilo que eles são chamados a ser.: “Seja o que você vê e receba o que você é” (Falar 272). Quando a liturgia se torna instrumento de confronto, Não é a Igreja que fala, mas o ego eclesial de indivíduos ou grupos.

A liturgia como catequese viva. Um dos aspectos mais negligenciados por quem reduz a liturgia a uma questão estética é a sua dimensão catequética intrínseca.. A liturgia não é apenas celebração, mas também a primeira forma de transmissão da fé. Antes mesmo dos catecismos e das formulações doutrinárias, a Igreja educada na fé celebrando.

Os Padres da Igreja Eles estavam plenamente conscientes disso.. São Cirilo de Jerusalém, em seu catequese mistagógica, não explicou os Sacramentos antes de sua celebração, mas da experiência litúrgica, porque é o mistério celebrado que gera a compreensão da fé. A Liturgia, de fato, não ensina apenas através de palavras, mas através do conjunto de sinais: gestos, silêncios, posturas, ritmos e linguagens simbólicas (São Cirilo de Jerusalém, Catequese mistagógica eu, 1).

Reduzir a liturgia à estética Significa esvaziá-lo de sua função formativa e transformá-lo em objeto a ser contemplado e não em mistério a ser vivido.. Desta forma deixa de ser um catecismo vivo e passa a ser uma experiência autorreferencial., incapaz de gerar uma fé adulta e verdadeiramente eclesial.

Substância e acidentes: uma distinção essencial. A distinção entre substância e acidentes é teologicamente essencial e deve ser esclarecida com precisão., porque na raiz de muitas derivas litúrgicas está a confusão — às vezes deliberada — entre estes dois elementos. Teologia sacramental, desde a Idade Média, sempre distinguiu claramente estes dois níveis.

A substância refere-se àquilo que faz de um sacramento o que ele é: o Sacrifício de Cristo, a verdadeira presença, a forma sacramental querida pelo Senhor e guardada pela Igreja. Esta dimensão é imutável, porque não depende de contingências históricas, mas da ação salvadora de Cristo.

Os acidentes, em vez de, Eles incluem os elementos externos da celebração: a língua, formas rituais, as disciplinas, as estruturas comemorativas. Esses elementos não são apenas mutáveis, mas eles devem mudar, porque a liturgia está inserida na história e é chamada a falar a homens e mulheres específicos. O próprio Concílio de Trento, muitas vezes invocado indevidamente, reconheceu a autoridade da Igreja para dispor dos ritos, “salva e integra a substância dos sacramentos” (Concílio de Trento, XXI sessão).

Levante a língua, como latim, o un rito histórico, como o Missal de São Pio V, à categoria de artigos de fé constitui um grave erro teológico. Não porque tais elementos sejam inúteis, mas porque pertencem à ordem dos acidentes e não à da substância. Confundir estes planos significa absolutizar o que está historicamente determinado e relativizar o que é essencial..

A história da liturgia demonstra que a Igreja nunca concebeu o culto como uma realidade imóvel. Nos primeiros séculos, vários ritos coexistiram; a disciplina sacramental sofreu profundas transformações; As formas comemorativas mudaram em resposta às novas demandas pastorais e culturais. Tudo isso ocorreu sem que a fé da Igreja fosse prejudicada., precisamente porque a distinção entre substância e acidentes sempre foi salvaguardada.

Pensar a liturgia como uma realidade que deve ser “congelada” Significa adotar uma visão museal da Igreja, estranho à sua natureza. Como lembrou São João Paulo II, adotando um famoso ditado de Gustav Mahler, Tradição não é preservação de cinzas, mas a guarda do fogo. Uma liturgia que não cresce nem se desenvolve nas suas formas é uma liturgia que deixa de ser uma linguagem viva de fé..

A liturgia não é uma arma ideológica, Não é um refúgio estético, Não é um terreno de reivindicação de identidade. É o lugar onde a Igreja recebe a sua forma do mistério que celebra.. Quando a liturgia divide, Não é a liturgia que está em crise, mas as pessoas que a utilizam para preencher vazios interiores ou para construir identidades alternativas à comunhão eclesial.

Florença, 12 Janeiro 2026

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No sábado indo à missa – No sábado indo à missa – Indo à missa no sábado

20 dezembro 2025/dentro pastoral litúrgica/de Padre Simone

 

italiano, espanhol, inglês.

 

NO SÁBADO VAI À MISSA

A concessão vem de longe e encontra a sua justificação tanto numa antiga prática litúrgica, e porque é ditado pela preocupação pastoral que deseja que todos os batizados possam cumprir o preceito de participação na Santa Missa e aproximar-se da mesa do Senhor.

— Ministério litúrgico —

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Autor
Simone Pifizzi

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.artigo em formato de impressão PDF – Artigo em PDF em formato impresso – Formato de impressão de artigo em PDF

 

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Precisamos voltar no tempo e para ser preciso em 1970, quando Gigliola Cinquetti, cantor de sucesso naquela época, ele cantou uma música que permaneceu famosa, por título: «Ir à missa no domingo».

Porque naquela época a participação na Missa ainda era um costume bem enraizado na cultura e na fé do povo cristão, pelo menos em Itália. Hoje, porém, constatamos com consternação o descontentamento que surgiu entre os batizados em relação à participação na Eucaristia dominical.. É algo que dói, especialmente sacerdotes, e os motivos são tantos que não é possível torná-los objeto de uma breve discussão como esta.

A Liturgia Cristã, tanto nos seus aspectos fundamentais como nos mais puramente rituais, sempre foi um assunto delicado, no entanto, às vezes de disputa. Para todo sempre, não só hoje. Para citar um exemplo marcante, todos nos lembramos das repreensões do apóstolo Paulo aos turbulentos coríntios em relação à sua participação desordenada na "Ceia do Senhor" (1CR 11,20-34).

Como então, ainda hoje os fiéis recorrem aos sacerdotes, em particular aqueles que cuidam das almas, pedir explicações ou mais informações sobre alguns dos aspectos que se referem à Liturgia. Entre estes, uma pergunta que ainda é feita às vezes, diz respeito à validade da Eucaristia de sábado à noite, comumente chamado: «Missa pré-feriado». Um termo que não é exatamente adequado como veremos, mas agora é normal, já que na verdade é uma celebração que acontece durante o período de férias, segundo as indicações que a Igreja deu aos fiéis para satisfazer as suas necessidades.

Não levamos isso em consideração aqui aqueles que são excessos ou abusos da celebração no dia de sábado. Nós sabemos disso, por exemplo, as chamadas Comunidades Neocatecumenais, celebram a Eucaristia apenas no sábado à noite e quase nunca juntos com o resto da comunidade paroquial. Nós lembramos, sobre isso, o que a Nota Pastoral do C.E.I. diz. O dia do Senhor, a 15 Julho 1984. Ou seja, o Domingo é também o dia da igreja, o dia da Igreja. Uma comunidade unida na fé e na caridade é o primeiro sacramento da presença do Senhor entre o seu povo. A celebração da Missa festiva deve, portanto, reunir toda a comunidade cristã em torno do Bispo ou de quem o representa legitimamente nas paróquias.:

«O grupo ou movimento, sozinho, Eu não sou a assembleia: eles fazem parte da assembléia dominical, assim como fazem parte da Igreja".

Critério pastoral fundamental é portanto necessário garantir uma celebração comunitária, que manifesta e realiza a participação ativa dos fiéis e a variedade de ministérios, na unidade daquele corpo místico que é a Igreja (cf.. não. 9 e 10).

Mas há aqueles também, como aqueles que contaríamos entre os conservadores, que torcem o nariz à celebração eucarística antecipada para a véspera de domingo, uma celebração ou solenidade. Deve-se lembrar que esta possibilidade de celebração noturna foi estabelecida antes do Concílio Vaticano II pelo Papa Pio XII com a constituição apostólica Cristo o Senhor a 1953 e então col Motu proprio Sagrada Comunhão a 1957, acompanhado de um comentário do Cardeal Alfredo Ottaviani que se expressou da seguinte forma:

«Assim amadureceu o fruto benéfico da Constituição Apostólica Cristo o Senhor a 6 Janeiro 1953, que já abriu as portas para uma possibilidade mais ampla de os fiéis se alimentarem do Pão da vida».

A razão pela qual esta possibilidade foi concedida era de uma natureza primorosamente pastoral. O Sumo Pontífice quis encontrar-se com aqueles que por motivos decisivos não puderam participar na celebração da manhã de domingo. Assim, retomando o costume judaico de começar o dia a partir do pôr do sol da noite anterior - como pode ser visto nesta famosa passagem bíblica de Gênesis 1,5b: «E era noite e era manhã, primeiro dia" — a comunidade cristã dos primeiros séculos celebrava os dias de solenidades e domingos a partir da noite anterior, com as "primeiras vésperas"; isto é, com a oração litúrgica ligada ao pôr do sol do dia anterior. Desta forma,, exemplificar, o dia litúrgico do domingo começa com as primeiras vésperas que são celebradas no sábado à noite. É por isso que desde 1953, graças à constituição apostólica do Papa Pio XII, no sábado à tarde foi possível celebrar além das primeiras vésperas, também a liturgia eucarística dominical, dando assim maior disponibilidade de tempo para cumprir o preceito festivo e poder celebrar o Dia do Senhor.

Na validade, assim, da Missa celebrada nas vésperas de sábado ou uma solenidade, não há nada do que reclamar. A regra que se aplica, como acontece com todas as outras coisas, é seguir o que a Igreja nos diz, uma vez que certas escolhas ou decisões são sempre o resultado de uma reflexão cuidadosa e ponderada. Desta forma, a possibilidade de celebrar a missa festiva nas vésperas de sábado tornou-se a norma da Igreja, como lemos no Código de Direito Canônico no cânone 1248, §1:

«Quem o assiste onde quer que seja celebrado no rito católico satisfaz o preceito de participar na Missa, ou no mesmo dia de feriado, ou nas vésperas do dia anterior".

Daqui resulta que a possibilidade de cumprimento do preceito festivo, também a partir das vésperas do dia anterior à festa, não está mais vinculado a uma faculdade concedida pela Santa Sé ao bispo e por ele aos párocos, para certas missas - as chamadas "missas pré-feriadas" - mas é um direito reconhecido a todos os fiéis e estende-se a qualquer missa celebrada nas vésperas de sábado ou vésperas de festa. Também encontramos as palavras do Código idênticas no Catecismo da Igreja Católica nos números 2180 com a premissa necessária: «Aos domingos e outros dias santos de preceito, os fiéis são obrigados a participar na missa».

Aos fiéis italianos os bispos na referida nota pastoral O dia do Senhor a 1984, dê a seguinte indicação: «Liturgicamente o um feriado começa com as primeiras vésperas do dia anterior à festa; assim no sábado à noite, do ponto de vista litúrgico, já é domingo" (n. 34).

Como é óbvio, o domingo é o dia por excelência para o cristão, dia que comemora a Ressurreição de Cristo e em si insubstituível. Na verdade, isto é o que diz o Catecismo sobre o número 2185: «Durante os domingos e outros feriados, os fiéis se absterão de dedicar-se a trabalhos ou atividades que impeçam o culto devido a Deus, a alegria própria do dia do Senhor, a prática das obras de misericórdia e o necessário relaxamento da mente e do corpo».

Com possibilidade de participar na celebração da noite de sábado evidentemente, algo do que o Catecismo indicou acima se perdeu, pelo menos três das quatro características do domingo cristão. Mãe, como pode ser visto, a concessão vem de longe e encontra a sua justificação tanto numa antiga prática litúrgica, e porque é ditado pela preocupação pastoral que deseja que todos os batizados possam cumprir o preceito de participação na Santa Missa e aproximar-se da mesa do Senhor.

Florença, 20 dezembro 2025

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NO SÁBADO VAI À MISSA

Esta concessão tem as suas raízes numa antiga práxis litúrgica e encontra a sua justificação tanto na tradição como na pastoral., que deseja que todos os batizados possam cumprir o preceito da participação na Santa Missa e aproximar-se da mesa do Senhor.

— Pastoral litúrgica —

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Autor
Simone Pifizzi

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Um famoso cantor italiano, Gigliola Cinquetti, Também conhecida em vários países da América Latina por suas canções traduzidas para o espanhol. (exemplo de uma música famosa: AQUI) realizado em 1971 uma música que ficou famosa: No domingo, quando for à missa.

Isto é explicado porque naquela época a participação na Santa Missa era ainda um costume profundamente enraizado na cultura e na fé do povo cristão., pelo menos na Itália. Olá, em vez de, Notamos com pesar o distanciamento que foi gerado entre muitos batizados no que diz respeito à participação na Eucaristia dominical. É uma realidade que causa sofrimento, especialmente entre os sacerdotes, e cujas causas são tão numerosas e complexas que não podem ser adequadamente abordadas numa breve reflexão como esta..

A Liturgia Cristã, tanto nos seus aspectos fundamentais como nos mais propriamente rituais, sempre foi uma área delicada e, em muitas ocasiões, motivo para discussão. É assim que sempre foi, não só em nossos dias. Apenas lembre-se, como um exemplo significativo, as severas advertências do apóstolo Paulo à turbulenta comunidade coríntia a respeito de sua participação desordenada na "Ceia do Senhor" (cf. 1 CR 11,20-34).

como então, Também hoje, os fiéis recorrem aos sacerdotes — especialmente aos que se dedicam à pastoral das almas — para pedir esclarecimentos ou maiores aprofundamentos sobre alguns aspectos relacionados com a Liturgia.. Entre essas consultas, Uma questão que às vezes ainda se levanta é a validade da Eucaristia celebrada no sábado à tarde., comumente chamada de "missa pré-festiva". Uma expressão não totalmente apropriada, como veremos, mas já em uso regular, já que na verdade é uma celebração que acontece dentro do período festivo, de acordo com as instruções que a Igreja deu aos fiéis para responder às suas necessidades.

O critério pastoral fundamental é, portanto, a exigência de garantir uma celebração comunitária que manifeste e realize a participação ativa dos fiéis e a diversidade dos ministérios, na unidade daquele Corpo místico que é a Igreja (cf. NN. 9 e 10).

Mas também há aqueles que — entre os quais poderíamos contar os chamados conservadores — manifestam o seu descontentamento na celebração eucarística antecipada do dia anterior ao domingo, para uma festa ou solenidade. Vale lembrar que esta possibilidade de celebração noturna foi instituída antes do Concílio Vaticano II pelo Papa Pio XII., através da Constituição Apostólica Cristo o Senhor a partir de 1953, e mais tarde com o Motu proprio Sagrada Comunhão a partir de 1957, acompanhado por um comentário do Cardeal Alfredo Ottaviani, que se expressou nestes termos:

«Assim amadureceu o fruto benéfico da Constituição Apostólica Cristo o Senhor a 6 Janeiro 1953, “que já abriu as portas para uma possibilidade mais ampla de os fiéis serem nutridos pelo Pão da vida”..

A razão pela qual esta possibilidade foi concedida era de natureza estritamente pastoral. O Sumo Pontífice quis sair ao encontro daqueles fiéis que, por motivos sérios, Eles não puderam participar da celebração da manhã de domingo. Por isso, retomando o uso judaico de começar o dia ao pôr do sol da tarde anterior - como pode ser visto na conhecida passagem bíblica de Gênesis 1:5b: «E houve a noite e houve a manhã: primeiro dia" -, A comunidade cristã dos primeiros séculos celebrava solenidades e domingos a partir da tarde anterior, com as chamadas "primeiras vésperas", isto é,, com a oração litúrgica ligada ao pôr do sol do dia anterior.

Então, como exemplo, O dia litúrgico de domingo começa com as Primeiras Vésperas celebradas no sábado à tarde. Por esta razão, de 1953, graças à Constituição Apostólica de Pio XII, foi possível celebrar no sábado à tarde — além das primeiras vésperas — também a liturgia eucarística dominical, oferecendo assim maior disponibilidade de tempo para cumprir a obrigação festiva e celebrar o Dia do Senhor.

No que diz respeito, portanto, à validade da Missa celebrada no sábado à noite ou na véspera de solenidade, não há objeção. A regra que rege, como em todos os outros assuntos, é seguir o que a Igreja indica, uma vez que certas decisões e disposições são sempre o resultado de uma reflexão cuidadosa e ponderada. Por isso, A possibilidade de celebrar a missa festiva no sábado à noite tornou-se norma da Igreja, como lemos no Código de Direito Canônico, no cânone 1248, §1:

«Quem a assiste onde quer que seja celebrada no rito católico cumpre o preceito de participar na missa., ou no mesmo dia da festa, quer na tarde do dia anterior".

Daqui decorre que a possibilidade de cumprimento do preceito festivo, até do vespro na véspera da festa, Já não está vinculada a uma faculdade concedida pela Santa Sé ao bispo e por ele aos párocos para determinadas celebrações - as chamadas "missas pré-festivas" -, mas constitui um direito reconhecido por todos os fiéis e estende-se a qualquer missa celebrada no sábado à noite ou na véspera de uma festa.. As palavras do Código de Direito Canônico também são reproduzidas de forma idêntica no Catecismo da Igreja Católica, no número 2180, com a premissa adequada:

«Domingo e outros dias santos de obrigação, “Os fiéis têm a obrigação de participar da missa”..

Aos fiéis italianos, os bispos, na citada Nota Pastoral O dia do Senhor a partir de 1984, oferecer a seguinte indicação: «Liturgicamente o um feriado começa com as primeiras vésperas do dia anterior à festa; Portanto, Sábado à tarde, do ponto de vista litúrgico, Já é domingo" (n. 34).

Como é evidente, Domingo é o dia por excelência para o cristão, o dia que comemora a Ressurreição de Cristo e que, em si mesmo, é insubstituível. Isto é o que o Catecismo afirma em números 2185:

«Os fiéis cristãos recordam a ressurreição do Senhor e cumprem o seu compromisso pascal com a Igreja no dia chamado Dia do Senhor ou Domingo., quando se reúnem em assembleia para ouvir a Palavra de Deus e participar da Eucaristia, comemorar a Paixão, a Ressurreição e a vinda gloriosa do Senhor Jesus, e dão graças a Deus que os transfigurou em seu Filho amado”.

Com possibilidade de participar na celebração da noite de sábado você perde, Evidentemente, algo que o Catecismo acaba de indicar, pelo menos três das quatro características do domingo cristão. Porém, como visto, Esta concessão tem as suas raízes numa antiga práxis litúrgica e encontra a sua justificação tanto na tradição como na pastoral., que deseja que todos os batizados possam cumprir o preceito da participação na Santa Missa e aproximar-se da mesa do Senhor.

Florença, 20 dezembro 2025

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VAI À MISSA NO SÁBADO

Esta concessão tem profundas raízes históricas e encontra a sua justificação tanto numa antiga prática litúrgica como numa preocupação pastoral que visa garantir que todos os baptizados sejam capazes de cumprir a obrigação de participar na Santa Missa e de se aproximarem da mesa do Senhor..

— Pastoral Litúrgica —

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Autor
Simone Pifizzi

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Dentro 1971, a conhecida cantora italiana Gigliola Cinquetti cantou uma música que se tornaria amplamente popular: Ir à missa no domingo (No domingo, Indo para a missa).

Naquela hora, a participação na missa foi ainda é um costume profundamente enraizado na cultura e na fé do povo cristão, pelo menos na Itália. Hoje, em vez de, observamos com consternação a crescente falta de amor entre os batizados pela participação na Eucaristia dominical. Isso é algo que causa sofrimento, especialmente aos sacerdotes, e as razões são tão numerosas que é impossível abordá-las adequadamente numa breve reflexão como esta.

Liturgia cristã, tanto nos seus aspectos fundamentais como nos mais estritamente rituais, sempre foi um tema delicado e, às vezes, até mesmo uma questão controversa - não apenas hoje, mas sempre. Como um exemplo marcante, todos nos lembramos das repreensões dirigidas pelo apóstolo Paulo aos turbulentos coríntios em relação à sua participação desordenada na “Ceia do Senhor” (cf. 1 CR 11:20–34).

Assim como naqueles tempos, ainda hoje os fiéis recorrem aos sacerdotes — especialmente aos que se dedicam à pastoral — para pedir explicações ou aprofundar alguns aspectos relacionados com a liturgia. Entre estes, uma questão que às vezes ainda se levanta diz respeito à validade da Eucaristia celebrada no sábado à noite, comumente chamada de “Missa antecipada” ou “Missa de sábado à noite”.

Esta terminologia, como veremos, não é totalmente preciso, embora tenha se tornado habitual, já que na realidade esta celebração ocorre dentro do próprio tempo festivo, segundo as indicações dadas pela Igreja para responder às necessidades dos fiéis.

Não consideraremos aqui os excessos ou abusos que possam ocorrer nas celebrações realizadas no sábado. É bem conhecido, por exemplo, que as chamadas Comunidades Neocatecumenais celebrem a Eucaristia exclusivamente no sábado à noite e apenas raramente em conjunto com o resto da comunidade paroquial. A respeito disso, vale a pena recordar o que afirmou a Conferência Episcopal Italiana na sua nota pastoral O dia do Senhor (O Dia do Senhor) do 15 julho 1984. O documento lembra que Domingo também é o dia da igreja, o dia da Igreja. Uma comunidade reunida na fé e na caridade é o primeiro sacramento da presença do Senhor no seu seio. Por esta razão, a celebração da Eucaristia dominical deverá reunir toda a comunidade cristã em torno do Bispo, ou em torno de quem o representa legitimamente nas paróquias:

“Um grupo ou um movimento, tomado por si mesmo, não é a assembleia; faz parte da assembléia dominical, assim como faz parte da Igreja”.

Um critério pastoral fundamental, assim sendo, é a necessidade de garantir uma celebração comunitária, aquele que manifesta e atualiza a participação ativa dos fiéis e a variedade de ministérios, dentro da unidade desse Corpo Místico que é a Igreja (cf. não. 9-10).

Há também aqueles — que poderíamos classificar entre os mais conservadores — que olham de soslaio para a celebração eucarística prevista para o dia anterior ao domingo, uma festa, ou uma solenidade. Deve ser lembrado, no entanto, que esta possibilidade de celebração noturna foi instituída antes do Concílio Vaticano II por Sua Excelência. Pio XII, primeiro com a Constituição Apostólica Cristo o Senhor dentro 1953, e mais tarde com o Motu proprio Sagrada Comunhão dentro 1957, acompanhado por um comentário do Cardeal Alfredo Ottaviani, que se expressou da seguinte forma:

“Assim, o fruto benéfico da Constituição Apostólica Cristo o Senhor do 6 Janeiro 1953 amadureceu, abrindo a porta para uma possibilidade mais ampla para os fiéis se alimentarem do Pão da Vida”.

A razão para conceder esta possibilidade era de natureza puramente pastoral. O Sumo Pontífice quis ir ao encontro das necessidades daqueles que, por razões convincentes, não puderam participar da celebração da manhã de domingo. Por isso, recorrendo à prática judaica de começar o dia ao pôr do sol da noite anterior - como pode ser observado na conhecida passagem bíblica do Gênesis 1:5b, “E houve noite e houve manhã, o primeiro dia” — a comunidade cristã dos primeiros séculos celebrava os domingos e as solenidades começando na noite anterior com o Primeiras Vésperas, isso é, com a oração litúrgica associada ao pôr do sol do dia anterior.

Desta maneira, para dar um exemplo, o dia litúrgico de domingo começa com as Primeiras Vésperas celebradas no sábado à noite. É por isso, começando em 1953, graças à Constituição Apostólica do Papa Pio XII, tornou-se possível celebrar não só as Primeiras Vésperas no sábado à tarde, mas também a própria liturgia eucarística dominical, proporcionando assim maior disponibilidade de tempo para cumprir o preceito festivo e celebrar o Dia do Senhor.

Quanto à validade da Missa celebrada na noite de sábado ou na vigília de solenidade, não há nada a objetar. A regra que se aplica – como em todos os outros assuntos – é seguir o que a Igreja ensina, uma vez que certas escolhas ou decisões são sempre fruto de uma reflexão cuidadosa e de uma consideração prudente. Desta maneira, a possibilidade de celebrar a missa festiva no sábado à noite tornou-se uma norma da Igreja, como lemos no Código de Direito Canônico, cânone 1248 §1:

“O preceito de participar na Missa é satisfeito por quem assiste a uma Missa celebrada em qualquer lugar de rito católico, quer no próprio dia da festa, quer na noite do dia anterior.”

Segue-se que a possibilidade de cumprir o preceito festivo a partir da noite do dia anterior à festa já não está vinculado a uma faculdade concedida pela Santa Sé ao bispo e por ele aos párocos para celebrações específicas — as chamadas “missas antecipadas” — mas é um direito reconhecido a cada fiel, e se estende a qualquer missa celebrada na noite de sábado ou na vigília de uma festa.

A redação do Código é reproduzido literalmente no Catecismo da Igreja Católica em nenhum. 2180, com a premissa necessária: “Aos domingos e outros dias santos de guarda, os fiéis são obrigados a participar da missa.”

Aos fiéis italianos, os bispos, na citada Nota Pastoral O Dia do Senhor do 1984, dê a seguinte indicação:

“Liturgicamente, a um feriado começa com as Primeiras Vésperas do dia anterior à festa; assim sábado à noite, do ponto de vista litúrgico, já é domingo” (não. 34).

Como é óbvio, Domingo é o dia por excelência para o cristão, o dia que comemora a Ressurreição de Cristo e é, em si, insubstituível. Assim, o Catecismo afirma em nenhum. 2185:

«Aos domingos e outros dias santos de obrigação, os fiéis devem abster-se de se envolver em trabalhos ou atividades que dificultem o culto devido a Deus, a alegria própria do Dia do Senhor, a realização das obras de misericórdia, e o relaxamento adequado da mente e do corpo. Necessidades familiares ou serviços sociais importantes podem legitimamente dispensar a obrigação do descanso dominical. Os fiéis devem cuidar para que desculpas legítimas não conduzam a hábitos prejudiciais à religião, vida familiar, e saúde».

Como é evidente, O domingo continua sendo o dia cristão por excelência, o dia que comemora a Ressurreição de Cristo e é, pela sua própria natureza, insubstituível. Justamente por esse motivo, a Igreja ensina que aos domingos e outros dias santos de preceito os fiéis são chamados a abster-se de atividades que dificultem o culto devido a Deus, a alegria própria do Dia do Senhor, a prática de obras de misericórdia, e o descanso necessário da mente e do corpo.

Com a possibilidade de participar da celebração de sábado à noite, é claro que algo daquilo que caracteriza o domingo cristão pode ser diminuído - pelo menos três dos seus elementos definidores. No entanto, como vimos, esta concessão tem profundas raízes históricas e encontra a sua justificação tanto numa antiga prática litúrgica como numa preocupação pastoral que visa garantir que todos os baptizados sejam capazes de cumprir a obrigação de participar na Santa Missa e de se aproximar da mesa do Senhor.

Florença, 20 dezembro 2025

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Cotas rosa no altar são necessárias? Da teoideologia feminista à sabedoria pastoral do Sri Lanka – São necessárias «cotas rosa» no altar? Da teoideologia feminista à sabedoria pastoral do Sri Lanka – As “quotas rosa” são necessárias no altar?? Da teoideologia feminista à prudência pastoral no Sri Lanka

8 Outubro 2025/dentro pastoral litúrgica/de Pai de Ariel

italiano, inglês, espanhol

 

TARIFAS ROSA NO ALTAR SÃO NECESSÁRIAS? DA TEO-IDEOLOGIA FEMINISTA À SABEDORIA PASTORAL DO SRI LANKA

O bispo pode permitir coroinhas, mas ele não pode forçar os párocos a usá-los. Os fiéis não ordenados “não têm direito” de servir no altar e permanece a obrigação de promover grupos masculinos de coroinhas, também pelo seu comprovado valor vocacional.

- Notícias da Igreja -

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Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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Vendo crianças ao redor do altar alegra o coração e o espírito. É um sinal de vida numa Europa - a começar pela nossa Itália - onde a taxa de natalidade está estagnada há décadas e a idade média da população, e o clero, continua a subir. Num contexto tão frágil, a presença de crianças na igreja já é uma boa notícia, uma antecipação do futuro.

No vídeo: SE. Rev.ma Mons. Raymond Kingsley Wickramasinghe, Bispo de Galle (Sri Lanka)

Quando dois pais me pediram desculpas no final da Santa Missa para as duas crianças um tanto barulhentas, Respondeu: «Enquanto as crianças fizerem barulho nas nossas igrejas, isso significa que estamos sempre vivos". Eu não adicionei então, mas farei isso agora como um aparte na discussão: quando durante as sagradas liturgias não ouviremos mais as vozes das crianças, certamente ouviremos os muezzins que cantarão nos campanários de nossas igrejas transformadas em mesquitas, como já aconteceu em vários países do Norte da Europa. Os exemplos são conhecidos, vou só pegar alguns: em Hamburgo, a antiga Igreja Luterana Kapernaumkirche foi comprada e reaberta como Mesquita Al-Nour; em Amsterdã, o Fatih Moskee está localizado na antiga igreja católica de Santo Inácio; em Bristol, a Mesquita Jamia está localizada na antiga St.. Igreja de Catarina. Quanto ao chamado do muezim com alto-falantes, a cidade de Colônia começou em 2021 um projeto de cidade que permite o recall de sexta-feira, então estabilizou em 2024.

Nas últimas décadas, em algumas dioceses, o hábito de admitir meninas para servir no altar se estabeleceu. Prática que muitos bispos e párocos, mesmo que eu não a ame, eles toleraram ou mantiveram para não gerar polêmica. Ao longo dos anos, alguns deles, já adolescentes e jovens, continuaram a servir no altar, não sem constrangimento para alguns padres, incluíndo, que com extrema educação nunca permitiu que meninas e especialmente adolescentes servissem. Claro, não se trata de impedir as mulheres de certos serviços, mas pensar com sabedoria pastoral pedagógica: quantas vocações sacerdotais nasceram junto ao altar, no grupo de coroinhas? E como explicar a uma menina apaixonada pela liturgia que o ministério da Ordem não é, nem pode ser uma perspectiva aberta à sua condição feminina? Porque neste ponto a doutrina é muito clara: «Só um homem baptizado recebe validamente a sagrada ordenação» (Código de Direito Canônico 1983, posso. 1024); «A Igreja reconhece-se vinculada à escolha feita pelo próprio Senhor. Por esta razão a ordenação de mulheres não é possível”. (Catecismo da Igreja Católica, n. 1577); e o Santo Pontífice João Paulo II confirmou definitivamente que a Igreja “não tem autoridade” para conferir a ordenação sacerdotal às mulheres (Ordenação sacerdotal, 22 Posso 1994, n. 4).

Depois há um aspecto sócio-pedagógico bem conhecido de quem frequenta as sacristias: as menininhas, muitas vezes mais pronto, colegas diligentes e maduros, tendem a prevalecer em pequenos grupos; a experiência mostra que, onde o número de meninas no presbitério se torna significativamente maior, alguns meninos recuam, percebendo esse serviço como "uma coisa para meninas". O resultado paradoxal é que precisamente os sujeitos mais potencialmente vocacionais se distanciam do centro da celebração. Seria, portanto, apropriado perguntar: num Ocidente com uma elevada média de idade dos sacerdotes, seminários vazios ou número reduzido de seminaristas ao mínimo, com cada vez mais paróquias sem pároco, faz sentido abrir mão do que pode favorecer até mesmo algumas sementes de vocação para seguir a lógica – mundana e politicamente correta – das “cotas rosa clericais”?

Compreender “o que é possível” e sobretudo “o que é melhor”, o ponto de partida não são opiniões, mas normas litúrgicas. A liturgia não é um campo de experimentação sociológica: «Absolutamente nenhum, nem mesmo o padre, adicionar, remove ou altera qualquer coisa por sua própria iniciativa" (Santo Conselho, 22 §3). As funções dos ministros são delineadas com apelos precisos à sobriedade, papéis e limites (A Instituição Geral do Missal Romano, NN. 100; 107; 187-193). Do lado ministerial, o Santo Pontífice Paulo VI substituiu as antigas "ordens menores" pelos ministérios estabelecidos de leitor e acólito, então reservado para leigos (cf.. Alguns serviços, NN. I-IV). O Sumo Pontífice Francisco modificou o can. 230 §1, abrindo os ministérios estabelecidos de leitor e acólito também para as mulheres, mas estes não são identificados com o serviço dos coroinhas, que se enquadra na delegação temporária prevista pelo can. 230 §2 e diz respeito à ajuda no altar confiada de vez em quando aos leigos (crf. Pela moção adequada do Espírito do Senhor, 2021; CIC 1983, posso. 230 §1-2).

Dois textos da Santa Sé eles então definiram o perímetro com rara clareza. A Carta Circular da Congregação para o Culto Divino, dirigido aos Presidentes das Conferências Episcopais para a correta interpretação do cân.. 230 §2 (15 Março 1994, Protetor. 2482/93), reconheceu a possibilidade – a critério do bispo – de admitir também mulheres para servir no altar, especificando, no entanto, que “será sempre muito apropriado seguir a nobre tradição de ter coroinhas” e que nenhum direito subjetivo de servir decorre da admissão (cf.. Informação 30 [1994] 333-335). Alguns anos depois, a Cartas da mesma Congregação (27 julho 2001) esclareceram ainda que o bispo pode permitir coroinhas, mas não pode obrigar os párocos a usá-las; que os fiéis não ordenados “não têm direito” de servir no altar; que a obrigação de promover grupos masculinos de coroinhas permanece, também pelo seu comprovado valor vocacional. É “sempre muito apropriado” – afirma o documento – seguir a nobre tradição dos meninos no altar (Texto latino em Informação 37 [2001] 397-399; Trad.. isto. dentro Informação 38 [2002] 46-48).

Dentro desta foto, a pedagogia do altar brilha novamente: a proximidade do Mistério educa com a força dos sinais, introduz uma confiança filial com a Eucaristia e, para muitas crianças, foi de verdade “palestra” de discernimento. A Igreja que não tem o poder de conferir a Ordem às mulheres (Catecismo da Igreja Católica n.. 1577; Ordenação sacerdotal, 4) é chamado a salvaguardar com prudência os espaços que historicamente se revelaram férteis para o surgimento de vocações sacerdotais. Isso não desvaloriza a presença e o carisma feminino; ao contrário, liberta a comunidade da tentação de clericalizar os leigos e de laicizar o clero - e em particular as mulheres - empurrando-os simbolicamente para o presbitério, como se esse fosse o único lugar "que importa" (cf.. lembrete sobre o clericalismo em o evangelho da alegria, 102-104). Existem caminhos muito ricos para meninas e jovens, estabelecido e de fato: leitores estabelecidos ou, de acordo com os casos, praticada como leitura na celebração, canto e música sacra, serviço de sacristia, ministérios da Palavra e da caridade, catequese e, hoje, também o ministério estabelecido de catequista (Ministério antigo, 2021). São áreas em que o “génio feminino” oferece à Igreja uma contribuição decisiva sem gerar expectativas impossíveis quanto ao acesso ao sacerdócio (cf.. Ministério antigo, 2021; Senhor Espíritoeu, 2021; posso. 230 §1-2).

A experiência de outras Igrejas particulares lança mais luz sobre o assunto. No Sri Lanca, onde a idade média do clero é muito inferior à da Itália e os seminários estão povoados de vocações, o Arcebispo Metropolitano de Colombo, Cardeal Albert Malcolm Ranjith, indicou o uso de coroinhas como impróprio por razões pastorais e pedagógicas: nenhum deles, na verdade, como adultos poderão entrar no seminário; portanto, faz sentido preservar espaços educativos tipicamente masculinos ao redor do altar, sem tirar nada da rica participação feminina em outras áreas? Em outros contextos, como nos Estados Unidos, algumas dioceses e paróquias têm legitimamente mantido grupos de coroinhas exclusivamente masculinos, precisamente com base nos textos de 1994 ele nasceu em 2001. Não se trata de “excluir”, mas para valorizar uma prática que em certos lugares se revela mais fecunda para a pastoral vocacional (cf.. linhas diocesanas: Diocese de Lincoln – Nebraska; Fênix – Paróquia Catedral; outras realidades locais dos Estados Unidos da América).

Neste ponto, porém, alguém pede cotas rosa no presbitério, como se a representação simétrica fosse a prova decisiva da valorização da mulher. Uma lógica, o das cotas rosa, que, no entanto, pertence ao contexto sociopolítico; a liturgia não é um parlamento a ser representado proporcionalmente, é a ação de Cristo e da Igreja. O discernimento se aplica aqui, não a reivindicação. E o discernimento pede: num território com poucos sacerdotes e poucas vocações, qual escolha concreta melhor promove o crescimento dos futuros sacerdotes sem degradar a presença das mulheres? As respostas da Santa Sé não deixam mal-entendidos: admitir meninas é permitido quando apropriado, mas é apropriado e até necessário promover grupos masculinos de coroinhas, também em vista da pastoral vocacional (cf.. Informação 30 [1994] 333-335; Informação 37 [2001] 397-399; Informação 38 [2002] 46-48).

A tese também tem circulado nos últimos meses - retomado pelo teólogo Marinella Perroni, segundo o qual a escolha de Colombo constituiria um “silogismo” perfeito, mas “a ser rejeitado”, porque tornaria o grupo de coroinhas imune às diferenças e, portanto, prejudicial.

Assunto, a deste teólogo, que confunde engenharia social e liturgia de uma forma verdadeiramente superficial e grosseira. A liturgia não pretende representar todas as diferenças, mas servir o Mistério segundo normas comuns (cf.. Santo Conselho 22 §3). As fontes oficiais, como pode ser visto, eles se lembram de três coisas elementares: a capacidade de admitir meninas é possível, mas não cria direitos; o bispo pode autorizar, mas não imponha; e "permanece a obrigação" de promover grupos de homens também por razões vocacionais (cf.. Informação 37 [2001] 397-399; Trad.. isto. Informação 38 [2002] 46-48; quanto mais Carta circular a 15.03.1994, Protetor. 2482/93).

Em outras palavras: O Cardeal Albert Malcom Ranjith não exclui as mulheres: exerce a prudência pastoral precisamente prevista na lei e na prática. Confundir esta prudência com misoginia é pura ideologia, não discernimento. E se a vitalidade eclesial realmente dependesse de um incensário “rosa”, então dois milênios de mulheres santas, de mulheres médicas e mártires - sem nunca reivindicar o altar ministerial - valeria menos que uma parte: uma conclusão injusta em relação às mulheres e, além disso, irracional para a fé (cf.. Marinella Perroni: "Sri Lanka, mas porque a proibição das coroinhas favoreceria as vocações sacerdotais?», O Osservatore Romano dentro Mulheres Igreja Mundial, 1 fevereiro 2025).

Definitivamente, não são necessárias cotas no altar, precisamos de corações educados no Mistério. É legítimo - e por vezes apropriado - que algumas Igrejas em particular admitam meninas ao serviço; e é igualmente legítimo - e muitas vezes mais sensato - manter grupos masculinos de coroinhas quando isso beneficia a clareza dos sinais e a promoção das vocações. Não é uma rendição à “ordem masculina”, mas um ato de prudência pastoral ao serviço de toda a comunidade.

Se amamos garotas, oferecemos-lhes grandes ministérios e serviços segundo o Evangelho: Palavra, caridade, catequese, guarda e decoração da igreja e do altar, música, cantando... sem reduzir a sua dignidade a uma posição próxima ao turíbulo. Em vez, se amamos as crianças, guardemos com inteligência os espaços educativos que, durante séculos, ajudaram a Igreja a reconhecer e acompanhar o dom da vida sacerdotal.

Uma nota final como testemunho pessoal: Eu tinha nove anos quando, no final da Santa Missa, fui para casa dizer aos meus pais que queria ser padre. Que foi tida como uma das muitas fantasias típicas das crianças, capazes de dizer hoje que querem ser astronautas, amanhã os produtores de morango, os médicos antes de amanhã. E ainda, o que parecia uma fantasia, acabou não sendo assim: trinta e cinco anos depois recebi a Sagrada Ordem dos Sacerdotes. sim, a minha era uma vocação adulta, mas nasceu como uma criança, enquanto eu servia como coroinha no altar, aos nove anos.

a Ilha de Patmos, 8 Outubro 2025

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SÃO «QUOTAS ROSA» NO ALTAR NECESSÁRIAS? DA TEO‑IDEOLOGIA FEMINISTA À SABEDORIA PASTORAL DO SRI LANKA

Um bispo pode permitir coroinhas, mas ele não pode exigir que os pastores os usem. Os fiéis não ordenados «não têm direito» de servir no altar, e continua a existir a obrigação de promover grupos de coroinhas de rapazes, também pelo seu comprovado valor vocacional.

- realidade eclesial -

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Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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Vendo crianças ao redor do altar alegra o coração e o espírito. É um sinal de vida numa Europa — a começar pela nossa Itália — onde a taxa de natalidade se mantém estável há décadas e a idade média da população, e do clero, continua subindo. Num contexto tão frágil, a presença de crianças na igreja já é uma boa notícia, uma antecipação do futuro.

No vídeo: Sua Excelência Monsenhor. Raymond Kingsley Wickramasinghe, Bispo de Galle (Sri Lanka)

Quando dois pais me pediram desculpas no final da Santa Missa para seus dois filhos barulhentos, Eu respondi: «Enquanto as crianças fizerem barulho nas nossas igrejas, significa que ainda estamos vivos». Eu não acrescentei então - mas faço-o agora de passagem - que quando já não ouvirmos as vozes das crianças nas nossas igrejas, certamente ouviremos as vozes dos muezzins cantando nos campanários de nossas igrejas transformadas em mesquitas, como já aconteceu em vários países do Norte da Europa.

Os exemplos são bem conhecidos, Mencionarei apenas alguns: em Hamburgo, a antiga Igreja Luterana Kapernaumkirche foi comprada e reaberta como Mesquita Al-Nour; em Amsterdã, o Fatih Moskee ocupa a antiga Igreja Católica de Santo Inácio («O Semeador»); em Bristol, a Mesquita Jamia fica na antiga St.. Igreja de Catarina. Quanto ao chamado amplificado do muezzin, a cidade de Colônia lançou em 2021 um piloto municipal permitindo a ligação de sexta-feira, que foi então estabilizado em 2024.

Nas últimas décadas, em não poucas dioceses tornou-se costume admitir também meninas para servir no altar. Muitos bispos e pastores, embora não goste da prática, tolerou ou manteve para evitar controvérsia. Ao longo dos anos, algumas dessas meninas tornaram-se adolescentes e jovens e continuaram servindo, não sem constrangimento para alguns sacerdotes – incluindo os abaixo assinados – que, com a maior cortesia, nunca permiti meninas, e especialmente mulheres jovens adolescentes, servir.

Para ser claro, não se trata de proibir às mulheres certos serviços, muito menos meninas. Trata-se de pensar com sabedoria pedagógica e pastoral: quantas vocações sacerdotais nasceram no altar, dentro de um grupo de coroinhas? E como explicar a uma jovem que ama a liturgia que o sacramento da Ordem não é, e não pode ser, um caminho aberto para ela como mulher? A doutrina é cristalina: «Só um homem batizado recebe validamente a ordenação sagrada» (cf. Código de Direito Canônico, posso. 1024); «A Igreja reconhece-se vinculada à escolha feita pelo próprio Senhor. Por esta razão a ordenação de mulheres não é possível» cf.. Catecismo da Igreja Católica, 1577); e São João Paulo II confirmou definitivamente que a Igreja «não tem autoridade alguma» para conferir a ordenação sacerdotal às mulheres (cf. Ordenação sacerdotal (1994), n. 4; CDF, A resposta para o problema (1995).

Há também uma vertente sociopedagógica conhecido por quem frequenta sacristias: meninas – muitas vezes mais prontas, mais diligentes e maduros do que seus colegas – tendem a assumir a liderança em pequenos grupos; a experiência mostra que onde o número de meninas no santuário excede claramente o de meninos, não são poucos os meninos que se retiram, perceber o serviço como «coisa de menina». O resultado paradoxal é que aqueles mais potencialmente receptivos a uma vocação se afastam do coração da celebração. Num Ocidente onde a idade média dos sacerdotes é elevada, seminários estão vazios ou reduzidos e paróquias estão sem párocos, faz sentido abrir mão do que pode fomentar até mesmo algumas vocações, a fim de seguir a lógica mundana das “cotas rosa clericais”?

Para entender não só «o que é permitido» mas acima de tudo «o que convém», devemos partir das normas litúrgicas. A liturgia não é um campo de experiências sociológicas: «Portanto, nenhuma outra pessoa, mesmo que ele seja um padre, pode adicionar, remover, ou mudar alguma coisa na liturgia por sua própria autoridade» (cf. Santo Conselho, 22 §3). As funções dos ministros são definidas com sóbria precisão (cf. Instrução Geral do Missal Romano). Quanto aos ministérios, São Paulo VI substituiu as antigas “ordens menores” pelos ministérios instituídos de leitor e acólito, então reservado para leigos cf. Alguns serviços, 1972). Papa Francisco modificou lata. 230 §1, abrindo os ministérios instituídos de leitor e acólito também às mulheres, mas estes não devem ser identificados com o serviço de coroinha, que pertence à delegação temporária de can. 230 § 2 e diz respeito à assistência no altar confiada caso a caso aos fiéis leigos (cf. Espírito do Senhor, 2021).

Dois textos da Santa Sé esclareceu o assunto com precisão incomum. A Carta Circular da Congregação para o Culto Divino aos Presidentes das Conferências Episcopais sobre a correta interpretação do cân.. 230 §2 (15 Março 1994, Protetor. 2482/93) reconheceu a possibilidade – a critério do bispo – de admitir meninas para servir no altar, ao mesmo tempo que sublinha que é “sempre muito apropriado” manter a nobre tradição dos rapazes como coroinhas, e que tal admissão não cria qualquer “direito” subjetivo de servir (Informação 30 (1994) 333–335). Alguns anos depois, a Cartas da mesma Congregação (27 julho 2001) esclarecido ainda mais: o bispo pode permitir coroinhas, mas não pode obrigar os pastores a usá-las; os fiéis não ordenados «não têm direito» de servir; e permanece a obrigação de promover os grupos masculinos também pelo seu valor vocacional (cf. Informação 37 (2001) 397–399; .Informação 38 (2002) 46–48).

A experiência de outras Igrejas locais também ilumina. No Sri Lanka – onde a idade média do clero diocesano é muito inferior à da Itália e os seminários são bem povoados – o Arcebispo Metropolitano de Colombo, Cardeal Albert Malcolm Ranjith, indicou a inoportunidade das coroinhas por razões pastorais e pedagógicas: nenhum deles, como adultos, pode entrar no seminário; portanto, faz sentido preservar espaços formativos caracteristicamente masculinos ao redor do altar, sem diminuir de forma alguma a participação feminina rica em outros lugares (veja sua indicação pastoral citada aqui: O leme).

Em outros contextos, como os Estados Unidos, algumas dioceses e paróquias têm legitimamente mantido grupos de coroinhas apenas para rapazes, precisamente com base na 1994 e 2001 textos. Isso não é “exclusão”, mas a promoção de uma prática que em certos lugares se revela mais fecunda para a pastoral vocacional (cf. Diocese de Lincoln (explicação política; e o 2011 decisão na Catedral dos Santos. Simão & Judas, Fênix - reportagem).

Nos últimos meses, esta tese foi retomada pela teóloga italiana Sra. Marinella Perroni, que argumenta que a escolha feita em Colombo segue um «silogismo» que pode ser logicamente claro, mas que deve, no entanto, ser rejeitado.

Ao fazer isso, no entanto, seu argumento desliza da liturgia para a engenharia social. A liturgia não é um espelho proporcional dos círculos sociais; é o culto a Deus pela Igreja segundo normas que salvaguardam a clareza dos sinais e a liberdade da graça (cf. Santo Conselho 22 §3). Documentos da Santa Sé, como mostrado acima, lembre-se de três pontos elementares: a faculdade de admitir meninas é possível, mas não cria direitos subjetivos; o bispo diocesano pode autorizar, mas não impor aos pastores; e permanece a obrigação de promover grupos de coroinhas de rapazes também por razões vocacionais (cf. Informação 30 (1994) 333–335; Informação 37 (2001) 397–399; Informação 38 (2002) 46–48). Confundir esta prudência com misoginia é ideologia, não discernimento (Veja o artigo de Perroni: "Sri Lanka, mas por que a proibição de coroinhas encorajaria as vocações sacerdotais?»- O Osservatore Romano, o órgão oficial da Santa Sé Original italiano — versão em inglês).

Resumidamente, o altar não precisa de cotas; são necessários corações formados pelo Mistério. É legítimo – e às vezes oportuno – que algumas Igrejas particulares admitam meninas ao serviço; e é igualmente legítimo — e muitas vezes mais sensato — manter grupos de coroinhas masculinos onde isso sirva à clareza dos sinais e à promoção das vocações. Isto não é uma capitulação a uma “ordem masculina”, mas um ato de prudência pastoral ao serviço de toda a comunidade.

Uma nota pessoal final: Eu tinha nove anos quando, depois da Santa Missa, Fui para casa e disse aos meus pais que queria ser padre. Eles consideraram isso uma das muitas fantasias típicas das crianças, que hoje querem ser astronautas, amanhã produtores de morango, e no dia seguinte aos médicos. E ainda, o que parecia uma fantasia provou o contrário: trinta e cinco anos depois recebi a sagrada ordenação sacerdotal. sim, a minha era uma vocação adulta - mas nasci quando criança, enquanto servia como coroinha no altar.

da Ilha de Patmos, Outubro 8, 2025

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AS “TAXAS ROSA” SÃO NECESSÁRIAS NO ALTAR? DA TEO‑IDEOLOGIA FEMINISTA À SABEDORIA PASTORAL DO SRI LANKA

O bispo pode permitir que as coroinhas, mas não pode forçar os párocos a usá-los. Os fiéis não ordenados “não têm o direito” de servir no altar e permanece a obrigação de promover grupos masculinos de coroinhas., também pelo seu comprovado valor vocacional.

— Notícias eclesiásticas —

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Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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Veja as crianças ao redor do altar alegra o coração e o espírito. É um sinal de vida numa Europa — a começar pela nossa Itália — onde a taxa de natalidade está estagnada há décadas e a idade média da população, e do clero, não para de aumentar. Num contexto tão frágil, A presença de crianças na igreja já é uma boa notícia, uma prévia do futuro.

No vídeo: Sua Excelência Monsenhor Raymond Kingsley Wickramasinghe, Bispo de Galle (Sri Lanka)

Quando, no final da Santa Missa, Dois pais me pediram desculpas por seus dois filhos barulhentos., Eu os tranquilizei dizendo: «Enquanto as crianças fizerem barulho nas nossas igrejas, Isso significa que ainda estamos vivos.". Eu não adicionei então - mas faço isso agora como um aparte -: quando não ouvimos mais as vozes das crianças em nossas igrejas, certamente ouviremos os muezzins cantando nos campanários de nossas igrejas convertidas em mesquitas, como já aconteceu em vários países do Norte da Europa. Os exemplos são conhecidos; Cito apenas alguns: em Hamburgo, a antiga Luterana Kapernaumkirche foi adquirida e reaberta como Mesquita Al-Nour; em Amsterdã, O Fatih Moskee tem sua sede na antiga igreja católica de Santo Inácio; uma Bristol, A Mesquita Jamia fica na antiga St.. Igreja de Catarina. Em relação ao chamado do muezim no alto-falante, a cidade de Colônia começou em 2021 um projeto municipal que permite a ligação às sextas-feiras, posteriormente estabilizado em 2024.

Nas últimas décadas, Muitas dioceses também admitiram meninas ao serviço do altar.. Muitos bispos e párocos, ainda não estou apreciando isso, toleraram ou mantiveram a prática para evitar controvérsia. À medida que os anos passam, alguns continuaram como adolescentes e jovens, não sem um certo constrangimento para alguns padres, incluindo quem escreve, que com a maior cortesia nunca permitiu que meninas - e especialmente adolescentes - servissem no altar. Vale a pena esclarecer isso: Não se trata de negar às mulheres certos serviços, mas pensar com sabedoria pastoral e pedagógica. Quantas vocações sacerdotais nasceram junto ao altar?, no grupo de coroinhas? E como explicar a uma jovem entusiasta da liturgia que o sacramento da Ordem não é — e não pode ser — uma perspectiva aberta à sua condição feminina?? A doutrina é muito clara: «Somente o homem batizado recebe validamente a ordenação sagrada» (cf. CIC 1983, posso. 1024); «A Igreja reconhece-se vinculada à eleição feita pelo próprio Senhor. Por esta razão, “A ordenação de mulheres não é possível”. (cf. CEC n.1577); e São João Paulo II confirmou definitivamente que a Igreja “não tem de forma alguma o poder” de conferir a ordenação sacerdotal às mulheres (cf. Ordenação sacerdotal, 22 Poderia 1994, n. 4).

Há também um aspecto sócio-pedagógico muito conhecido por quem frequenta as sacristias: as meninas, muitas vezes mais cedo, diligente e maduro do que seus contemporâneos, tendem a prevalecer em pequenos grupos; a experiência mostra que, onde o número de meninas no presbitério se torna claramente maior, não são poucos os meninos que se retiram, percebendo aquele serviço como “coisa de menina”. O resultado paradoxal é que precisamente os sujeitos com maior potencial vocacional se afastam do centro da celebração.. Isso faz sentido, então, num Ocidente com uma média de idade sacerdotal elevada, seminários vazios ou reduzidos e paróquias sem sacerdote, renunciando ao que pode favorecer até mesmo alguns germes de vocação para seguir a lógica – mas politicamente correta – das “cotas clericais rosa”?

Para entender não apenas o que “pode ser”, mas acima de tudo o que é “conveniente”, o ponto de partida são as normas litúrgicas, não as opiniões. A liturgia não é um campo de experiências sociológicas: “De forma alguma isso permite que alguém, nem mesmo o padre, adicionar, remover ou alterar qualquer coisa por iniciativa própria" (cf. Santo Conselho 22 §3). As funções dos ministros são delineadas com sobriedade, com papéis e limites (cf. A Instituição Geral do Missal Romano [IGMR], NN. 100; 107; 187–193).

No campo dos ministérios, São Paulo VI substituiu as antigas “ordens menores” pelos ministérios instituídos do leitor e do acólito, então reservado para leigos (cf. Alguns serviços, NN. I–IV). Mais tarde, o Papa Francisco modificou a lata. 230 §1, abrindo esses ministérios instituídos também para mulheres, mas eles não se identificam com o serviço de coroinha, que pertence à delegação temporária prevista no can. 230 §2 (cf. Espírito do Senhor, 2021; CIC 1983, posso. 230 §1–2).

Dois textos da Santa Sé Eles então estabeleceram o perímetro com rara clareza. A Carta Circular da Congregação para o Culto Divino aos Presidentes das Conferências Episcopais sobre a correta interpretação do cânon. 230 §2 (15 Marchar 1994, Protetor. 2482/93) reconheceu a possibilidade – a critério do bispo – de admitir também meninas ao serviço do altar, especificando ao mesmo tempo que “é sempre muito apropriado” manter a nobre tradição dos coroinhas e que tal admissão não cria nenhum “direito” subjetivo de servir (cf. Informação 30 (1994) 333–335). Depois de alguns anos, las Cartas da mesma Congregação (27 Julho de 2001) eles esclareceram ainda mais: o bispo pode permitir que as coroinhas, mas você não pode forçar os párocos a usá-los; fiéis não ordenados “não têm direito” de servir; e a obrigação de promover grupos masculinos também permanece devido ao seu comprovado valor vocacional. (cf. Informação 37 (2001) 397–399; veja também a tradução italiana: Informação 38 (2002) 46–48).

A experiência de outras Igrejas particulares esclarece ainda mais a questão. No Sri Lanka — onde a idade média do clero diocesano é muito inferior à da Itália e os seminários são bem povoados —, o arcebispo metropolitano de Colombo, Cardeal Albert Malcolm Ranjith, apontou a inadequação dos coroinhas por razões pastorais e pedagógicas: nenhum deles, já adulto, você poderá entrar no seminário; portanto, faz sentido preservar espaços educativos tipicamente masculinos ao redor do altar, sem tirar nada da rica participação feminina em outras áreas (veja esta indicação pastoral citada aqui: O leme).

Em outros contextos, como nos Estados Unidos, Algumas dioceses e paróquias têm mantido legitimamente grupos de coroinhas exclusivamente masculinos, precisamente com base nos textos de 1994 e 2001. Isso não é "exclusão", mas a promoção de uma práxis que em alguns lugares parece mais fecunda para a pastoral vocacional (veja o Diocese de Lincoln (explicação política); e a decisão de 2011 na Catedral dos Santos Simão e Judas, Fênix - crônica jornalística).

Nestes meses, Esta tese foi retomada pela teóloga Marinella Perroni, que sustenta que a opção de Colombo responde a um trabalho impecável mas, na sua opinião, rejeitável. Porém, Seu argumento confunde liturgia com engenharia social. A liturgia não é um espelho proporcional dos pertences sociais; É o culto a Deus pela Igreja segundo normas que salvaguardam a clareza dos sinais e a liberdade da graça. (cf. Santo Conselho 22 §3). Os documentos da Santa Sé, como vimos, lembre-se de três pontos básicos: meninas podem ser admitidas, mas isso não cria direitos subjetivos; o bispo diocesano pode autorizá-lo, não imponha isso aos párocos; e permanece a obrigação de promover grupos masculinos de coroinhas também por razões vocacionais. (cf. Informação 30 (1994) 333–335; Informação 37 (2001) 397–399; Informação 38 (2002) 46–48). Tomar esse cuidado com a misoginia é ideologia, não discernimento. Veja o artigo de Perroni: "Sri Lanka, mas porque a proibição das coroinhas favoreceria as vocações sacerdotais?»- Original italiano — versão em inglês.

Em última análise, no altar não há necessidade de taxas, mas corações educados pelo Mistério. É legítimo – e por vezes apropriado – que algumas Igrejas em particular admitam meninas ao serviço; e é igualmente legítimo – e muitas vezes mais prudente – manter grupos masculinos de coroinhas quando isso serve para a clareza dos sinais e para a promoção das vocações.. Não é uma rendição à “ordem masculina”, mas um ato de prudência pastoral ao serviço de toda a comunidade.

Uma nota pessoal como um testemunho: Eu tinha nove anos quando, no final da Santa Missa, Cheguei em casa dizendo aos meus pais que queria ser padre.. Eles consideraram isso uma das muitas fantasias infantis., poder dizer hoje que querem ser astronautas, Produtores de morango amanhã e médicos amanhã. S, no entanto, o que parecia uma fantasia não era: trinta e cinco anos depois recebi a sagrada ordenação sacerdotal. Sim, a minha era uma vocação adulta, mas nasceu como um menino, enquanto servia como coroinha.

Da ilha de Patmos, 8 outubro 2025

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