L’Abate di Solesmes e l’illusione di sintesi liturgica: tra soggettivismo e confusione dottrinale – The abbot of Solesmes and the illusion of liturgical synthesis: between subjectivism and doctrinal confusion – El Abad de Solesmes y la ilusión de síntesis litúrgica: entre subjetivismo y confusión doctrinal

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L’ABATE DI SOLESMES E L’ILLUSIONE DI SINTESI LITURGICA: TRA SOGGETTIVISMO E CONFUSIONE DOTTRINALE

È vero che ciascuno di noi risponde di ciò che afferma, tuttavia, non è irrilevante il contenitore nel quale tali affermazioni vengono depositate, poiché anch’esso non è privo di significato. E forse, proprio per questo, una certa prudenza suggerirebbe di evitare che i più complessi temi della teologia sacramentaria vengano trattati, da un Abate benedettino, in contesti — come certi blog — che, per loro natura, risultano più inclini al prurito del gossip clericale che alla ricerca della verità.

— Theologica —

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Il mio compianto amico Paolo Poli, indimenticabile maestro di teatro, con la sua consueta ironia disarmante, amava dire: «Gli uomini che si dichiarano bisessuali altro non sono che dei gay mascherati da eterosessuali».

E qui il lettore potrà legittimamente chiedersi che cosa c’entri un simile accostamento con la Sacra Liturgia. Di per sé nulla; tuttavia, sul piano analogico, non poco. Perché, quando si tenta di tenere insieme realtà tra loro non conciliabili mediante un artificio di sintesi, si finisce spesso per produrre non un’unità, ma una ambiguità. Questa è precisamente l’impressione che suscita la proposta avanzata dall’Abate di Solesmes, Dom Geoffroy Kemlin, nell’intervista rilasciata al blog Silere non possum: un tentativo di superare la frattura liturgica non attraverso un chiarimento teologico, ma mediante una composizione pratica che rischia di generare ulteriore confusione (Cfr. Intervista, qui).

Quando il Signor Abate afferma: «Credo che ciascuna delle sensibilità cattoliche debba accettare di fare un passo verso l’altra», introduce già un presupposto profondamente problematico: quello secondo cui la liturgia sarebbe in qualche modo espressione di “sensibilità” differenti, da armonizzare attraverso un compromesso. Ma la Sacra Liturgia non è il luogo delle sensibilità soggettive: è l’atto pubblico della Chiesa, nel quale si esprime oggettivamente la fede. L’unità liturgica, pertanto, non nasce dal compromesso tra sensibilità, ma dall’adesione alla medesima lex orandi che esprime la lex credendi.

Ancora più grave è quanto viene proposto sul piano concreto: «Il sacerdote potrebbe semplicemente scegliere di integrare elementi dell’antico messale…». E qui si tocca un punto decisivo. Il sacerdote non è padrone della liturgia, né gli è data facoltà di selezionare elementi rituali secondo criteri personali o di “arricchimento”. La Costituzione Sacrosanctum Concilium è chiarissima: il governo della liturgia dipende unicamente dall’autorità della Chiesa e nessuno, neppure il sacerdote, può aggiungere, togliere o mutare alcunché di propria iniziativa. Questo principio è stato ribadito con forza anche dall’Istruzione Redemptionis Sacramentum.

L’idea di una liturgia componibile, nella quale elementi diversi possano essere integrati a discrezione, contraddice dunque non solo la disciplina ecclesiale, ma la natura stessa della liturgia come atto ricevuto e non costruito. Per altro verso — mutatis mutandis — ci si colloca sul medesimo piano delle più disinvolte creatività liturgiche di certi ambienti neocatecumenali: là si danza attorno all’altare al suono dei bonghi, qui si intonano canti gregoriani in latino; ma il principio sottostante resta identico. Cambia la forma esteriore, non la logica che la genera.

Non meno problematica è l’affermazione secondo cui «la liturgia appartiene alla Chiesa». Espressione che, se non adeguatamente precisata, rischia di essere teologicamente fuorviante. La liturgia non è proprietà della Chiesa, né una sua produzione. Essa è anzitutto azione di Cristo, Sommo Sacerdote, che opera nel suo Corpo che è la Chiesa. Il soggetto primario della liturgia è Cristo stesso, come ricorda il Concilio Vaticano II: è Lui che agisce nei segni sacramentali e rende presente il mistero pasquale (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 7). La Chiesa non è padrona della liturgia, ma sua custode e serva, chiamata a riceverla fedelmente e a trasmetterla senza arbitrii, come ribadito con chiarezza dal magistero: «la liturgia non è mai proprietà privata di qualcuno, né del celebrante né della comunità nella quale si celebrano i misteri» (Redemptionis Sacramentum, n. 18).

Quando poi il Signor Abate richiama il Motu proprio Traditionis custodes sostenendo che esso mirava semplicemente a porre fine alle divisioni, mostra di non cogliere la portata reale del documento o, più semplicemente, di non averlo proprio compreso. Quel testo non si limita a un generico auspicio di unità, ma interviene precisamente per regolare e limitare l’uso del cosiddetto Vetus Ordo, proprio perché l’esperienza precedente aveva mostrato come la coesistenza di due forme rituali fosse diventata, in molti casi, fattore di divisione ecclesiale e non di comunione, ma quel che è peggio ― e purtroppo non di rado ― elemento di pretesto per vere e proprie lotte ideologiche. Dunque l’idea di risolvere il problema attraverso una fusione dei due ordines — inserendo elementi dell’uno nell’altro — non solo non affronta la radice della questione, ma rischia di aggravare la confusione, introducendo una forma di liturgia “a composizione variabile”, estranea alla tradizione cattolica e dalla stessa esplicitamente rigettata nel suo magistero: «è necessario riprovare l’audacia di coloro che arbitrariamente introducono nuove consuetudini liturgiche o fanno rivivere riti già caduti in disuso» (Mediator Dei, n. 58).

In questo senso, il richiamo a Dom Prosper Guéranger appare non solo inopportuno, ma paradossale. Il fondatore della restaurazione liturgica benedettina operò precisamente per ricondurre la pluralità disordinata dei riti diocesani francesi all’unità del rito romano. Nelle sue Institutions liturgiques egli difende con forza l’idea che la liturgia non è oggetto di invenzione locale, ma espressione organica della Tradizione della Chiesa universale. Il suo intento fu quello di restaurare l’unità, non di costruire sintesi ibride.

Il nodo reale, che l’intervista evita accuratamente di affrontare, è dunque un altro: la liturgia non è un campo di mediazione tra sensibilità, ma il luogo in cui la Chiesa riceve e trasmette una forma oggettiva della fede. Come ricorda il Magistero: «la regolamentazione della sacra liturgia dipende unicamente dall’autorità della Chiesa» (Sacrosanctum Concilium, 22), proprio perché essa non è disponibile alla libera manipolazione dei soggetti. E quando questa forma viene trasformata in oggetto di composizione, adattamento o integrazione selettiva, si scivola inevitabilmente in una forma di soggettivismo che svuota la liturgia della sua natura. Il problema non è la pluralità legittima, ma la perdita del senso della normatività liturgica e della sua radice teologica.

Quando la liturgia diventa il risultato di una sintesi costruita, essa cessa di essere ricevuta come dono e diventa prodotto di una mediazione umana. E allora sì, il rischio è quello di sostituire all’unità reale della Chiesa una unità apparente, ottenuta non nella verità della fede, ma nella negoziazione delle forme. Come ha scritto con lucidità Joseph Ratzinger: «la liturgia non nasce dalla nostra fantasia, non è il prodotto della nostra creatività, ma è qualcosa che ci precede e che dobbiamo ricevere» (Introduzione allo spirito della liturgia).

Duole poi che al Signor Abate Reverendissimo — di cui l’intervistatore ormai a corto di notizie rispolvera come fosse una news una lettera inviata dallo stesso al Sommo Pontefice il 25 novembre 2025 — sfugga anche questo elemento tutt’altro che secondario. Egli, infatti, dichiara: «La mia lettera al Papa è evidentemente soltanto un suggerimento. Avverto bene che deve ancora essere affinata e precisata. Spero che i vescovi continuino a riflettere su questo tema e facciano essi stessi delle proposte perché la Chiesa ritrovi l’unità tanto desiderata».

Il modo stesso in cui ci si rivolge al Romano Pontefice non è mai neutro. Nella tradizione della Chiesa, a lui non si parla come a un interlocutore tra pari, né gli si sottopongono “proposte” come se si trattasse di una materia opinabile affidata al confronto tra specialisti, né si offrono suggerimenti e consigli, se non sono espressamente richiesti da lui. Piuttosto ci si rivolge alla Santità di Nostro Signore con rispetto filiale, esponendo con umiltà osservazioni e desiderata, nella consapevolezza che il giudizio ultimo su ciò che riguarda la vita della Chiesa spetta unicamente a lui. Che, dunque, l’esponente di un’antica tradizione monastica bimillenaria non avverta neppure la delicatezza di questo registro ecclesiale, anzi presenti pubblicamente come «suggerimento» ciò che tocca il cuore stesso della vita liturgica della Chiesa, offre un indice significativo — e non poco preoccupante — del livello di confusione oggi diffuso anche in ambiti che, per loro natura, dovrebbero esserne immuni, non altro per storia, tradizione e, non ultimo, anche per elementare educazione ecclesiale.

Il tutto ci dà riprova che quando la competenza teologica viene sostituita da un approccio emotivo e conciliativo, la liturgia — che è il cuore della vita ecclesiale — finisce per essere ridotta a terreno di sperimentazione. E ciò che nasce come tentativo di unità si trasforma facilmente nella più sottile forma di disordine.

È infine vero che ciascuno di noi risponde di ciò che afferma; tuttavia, non è irrilevante il contenitore nel quale tali affermazioni vengono depositate, poiché anch’esso non è privo di significato. E forse, proprio per questo, una certa prudenza suggerirebbe di evitare che i più complessi temi della teologia sacramentaria vengano trattati, da un Abate benedettino, in contesti — come certi blog — che, per loro natura, risultano più inclini al prurito del gossip clericale che alla ricerca della verità. Questo dovrebbe indurre alla dovuta virtù di prudenza tanto l’Arcivescovo S.E. Mons. Renato Boccardo (cfr. Video-intervista qui), quanto il Vescovo S.E. Mons. Eduard Profittlich (cfr. Intervista qui), i quali, accettando di intervenire in simili contesti, finiscono — si spera senza piena consapevolezza — per avallare implicitamente il metodo e il tono di un blog che quotidianamente indulge in invettive contro dignitari e dicasteri della Santa Sede, nonché diocesi ed ecclesiastici giudicati non conformi al proprio gradimento soggettivo. Ma d’altronde: «Noi in Vaticano … qui in Vaticano …».

 

Dall’Isola di Patmos, 21 marzo 2026

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THE ABBOT OF SOLESMES AND THE ILLUSION OF LITURGICAL SYNTHESIS: BETWEEN SUBJECTIVISM AND DOCTRINAL CONFUSION

It is ultimately true that each of us is responsible for what he affirms; however, the medium in which such statements are placed is not irrelevant, for it too is not without meaning. And perhaps, precisely for this reason, a certain prudence would suggest avoiding that the most complex themes of sacramental theology be treated, by a Benedictine Abbot, in contexts — such as certain blogs — which, by their very nature, are more inclined to the unhealthy fascination with clerical gossip than to the search for truth.

— Theologica —

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My late friend Paolo Poli, an unforgettable master of theatre, with his usual disarming irony, used to say: “Men who declare themselves bisexual are nothing other than homosexuals disguised as heterosexuals.” And here the reader may legitimately ask what such a comparison has to do with Sacred Liturgy. In itself, nothing; yet, on an analogical level, quite a lot. For when one attempts to hold together realities that are not reconcilable through an artificial synthesis, one often ends up producing not unity, but ambiguity. This is precisely the impression conveyed by the proposal advanced by the Abbot of Solesmes, Dom Geoffroy Kemlin, in the interview granted to the blog Silere non possum: an attempt to overcome the liturgical fracture not through theological clarification, but through a practical composition that risks generating further confusion (article, here).

When the Reverend Abbot states: “I believe that each of the Catholic sensibilities should accept taking a step toward the other,” he already introduces a deeply problematic presupposition: namely, that the liturgy is in some way an expression of differing “sensibilities” to be harmonized through compromise. But Sacred Liturgy is not the realm of subjective sensibilities: it is the public act of the Church, in which the faith is expressed objectively. Liturgical unity, therefore, does not arise from compromise between sensibilities, but from adherence to the same lex orandi which expresses the lex credendi.

Even more serious is what is proposed on the practical level: “The priest could simply choose to integrate elements of the ancient missal…” Here we touch upon a decisive point. The priest is not the master of the liturgy, nor is he granted the faculty to select ritual elements according to personal criteria or for the sake of “enrichment.” The Constitution Sacrosanctum Concilium is absolutely clear: the regulation of the liturgy depends solely on the authority of the Church, and no one, not even the priest, may add, remove, or change anything on his own initiative. This principle has been forcefully reiterated by the Instruction Redemptionis Sacramentum.

The idea of a liturgy assembled at will, in which different elements may be integrated at discretion, therefore contradicts not only ecclesial discipline but the very nature of the liturgy as something received and not constructed. From another perspective — mutatis mutandis — one finds oneself on the same level as the most uninhibited liturgical creativity found in certain Neo-Catechumenal environments: there one dances around the altar to the sound of bongos, here Gregorian chants in Latin are intoned; yet the underlying principle remains identical. The external form changes, not the logic that generates it.

No less problematic is the statement that “the liturgy belongs to the Church.” An expression which, if not properly clarified, risks being theologically misleading. The liturgy is not the property of the Church, nor its production. It is first and foremost the action of Christ, the High Priest, who operates in His Body, which is the Church. The primary subject of the liturgy is Christ Himself, as the Second Vatican Council recalls: it is He who acts in the sacramental signs and makes present the Paschal mystery (cf. Sacrosanctum Concilium, 7). The Church is not the master of the liturgy, but its custodian and servant, called to receive it faithfully and to transmit it without arbitrariness, as clearly reaffirmed by the Magisterium: “the liturgy is never anyone’s private property, neither of the celebrant nor of the community in which the mysteries are celebrated” (Redemptionis Sacramentum, 18).

When the Reverend Abbot then invokes the Motu Proprio Traditionis custodes, claiming that it simply aimed at putting an end to divisions, he shows that he has not grasped the real scope of the document — or, more simply, that he has not understood it at all. That text does not merely express a generic aspiration to unity, but intervenes precisely to regulate and limit the use of the so-called Vetus Ordo, precisely because previous experience had shown that the coexistence of two ritual forms had, in many cases, become a factor of division rather than communion — and worse still, not infrequently a pretext for genuine ideological conflicts. Thus, the idea of resolving the problem through a fusion of the two ordines — inserting elements of one into the other — not only fails to address the root of the issue but risks aggravating the confusion, introducing a form of a liturgy of variable composition foreign to Catholic tradition and explicitly rejected by its Magisterium: “it is necessary to reprove the temerity of those who arbitrarily introduce new liturgical practices or revive rites already fallen into disuse” (Mediator Dei, 58).

In this sense, the appeal to Prosper Guéranger appears not only inappropriate but paradoxical. The founder of the Benedictine liturgical restoration worked precisely to bring the disordered plurality of French diocesan rites back to the unity of the Roman Rite. In his Institutions liturgiques, he strongly defends the idea that the liturgy is not the object of local invention but the organic expression of the Tradition of the universal Church. His aim was to restore unity, not to construct hybrid syntheses.

The real issue, which the interview carefully avoids addressing, is therefore another: the liturgy is not a field for mediation between sensibilities, but the place in which the Church receives and transmits an objective form of the faith. As the Magisterium recalls, “the regulation of the sacred liturgy depends solely on the authority of the Church” (Sacrosanctum Concilium, 22), precisely because it is not available for free manipulation by individuals. And when this form is transformed into an object of composition, adaptation, or selective integration, one inevitably slides into a form of subjectivism that empties the liturgy of its nature. The problem is not legitimate plurality, but the loss of the sense of liturgical normativity and of its theological foundation.

When the liturgy becomes the result of a constructed synthesis, it ceases to be received as a gift and becomes the product of human mediation. And thus, the risk arises of replacing the real unity of the Church with an apparent unity, obtained not in the truth of faith but in the negotiation of forms. As Joseph Ratzinger wrote with clarity: “the liturgy does not arise from our imagination; it is not the product of our creativity, but something that precedes us and that we must receive” (The Spirit of the Liturgy).

It is also regrettable that the Most Reverend Abbot — whose interviewer, now short of news, dusts off as though it were a news item a letter sent by him to the Supreme Pontiff on 25 November 2025 — should fail to grasp this element, which is by no means secondary. He, in fact, declares: “My letter to the Pope is evidently only a suggestion. I am well aware that it still needs to be refined and specified. I hope that the bishops will continue to reflect on this matter and that they themselves will make proposals so that the Church may rediscover the unity so greatly desired”.

The very manner in which one addresses the Roman Pontiff is never neutral. In the tradition of the Church, one does not speak to him as to an interlocutor among equals, nor does one submit “proposals” as though it were a matter open to debate entrusted to specialists, nor does one offer “suggestions” and advice unless they have been expressly requested by him. Rather, one addresses the Holiness of Our Lord with filial respect, presenting with humility observations and desiderata, in the awareness that the final judgment on what concerns the life of the Church belongs to him alone. That, therefore, a representative of an ancient monastic tradition spanning two millennia should fail even to perceive the delicacy of this ecclesial register, and indeed publicly present as a “suggestion” what touches the very heart of the Church’s liturgical life, offers a significant — and by no means reassuring — indication of the level of confusion today widespread even in circles which, by their very nature, ought to be immune to it, if only by reason of history, tradition, and, not least, elementary ecclesial decorum.

It is ultimately true that each of us is responsible for what he affirms; however, the medium in which such statements are placed is not irrelevant, for it too is not without meaning. And perhaps, precisely for this reason, a certain prudence would suggest avoiding that the most complex themes of sacramental theology be treated, by a Benedictine Abbot, in contexts — such as certain blogs — which, by their very nature, are more inclined to the unhealthy fascination with clerical gossip than to the search for truth. This should lead to the due virtue of prudence both the Archbishop H.E. Msgr. Renato Boccardo (cf. Here) and the Bishop H.E. Msgr. Eduard Profittlich (cf. Here), who, by agreeing to intervene in such contexts, end up — one hopes without full awareness — implicitly endorsing the method and tone of a blog that daily indulges in invectives against dignitaries and dicasteries of the Holy See, as well as dioceses and ecclesiastics deemed not to conform to its own preferences.

From the Island of Patmos, 21 March 2026

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EL ABAD DE SOLESMES Y LA ILUSIÓN DE SÍNTESIS LITÚRGICA: ENTRE SUBJETIVISMO Y CONFUSIÓN DOCTRINAL

Es, en definitiva, cierto que cada uno de nosotros responde de lo que afirma; sin embargo, el ámbito en el que tales afirmaciones se depositan no es irrelevante, pues tampoco este carece de significado. Y quizá, precisamente por ello, una cierta prudencia sugeriría evitar que los temas más complejos de la teología sacramental sean tratados, por un abad benedictino, en contextos — como ciertos blogs — que, por su propia n aturaleza, resultan más inclinados a la morbosa inclinación al chismorreo clerical que a la búsqueda de la verdad.

— Theologica —

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Mi difunto amigo Paolo Poli, inolvidable maestro del teatro, con su habitual ironía desarmante, solía decir: «Los hombres que se declaran bisexuales no son otra cosa que homosexuales disfrazados de heterosexuales». Y aquí el lector podrá preguntarse legítimamente qué tiene que ver una comparación semejante con la Sagrada Liturgia. En sí misma, nada; sin embargo, en el plano analógico, no poco. Porque, cuando se intenta mantener juntas realidades no conciliables mediante un artificio de síntesis, se termina a menudo produciendo no una unidad, sino una ambigüedad. Esta es precisamente la impresión que suscita la propuesta formulada por el abad de Solesmes, Dom Geoffroy Kemlin, en la entrevista concedida al blog Silere non possum: un intento de superar la fractura litúrgica no mediante una clarificación teológica, sino a través de una composición práctica que corre el riesgo de generar ulterior confusión (articulo, aqui).

Cuando el Señor Abad afirma: «Creo que cada una de las sensibilidades católicas debería aceptar dar un paso hacia la otra», introduce ya un presupuesto profundamente problemático: que la liturgia sería, de algún modo, expresión de distintas “sensibilidades” que han de armonizarse mediante un compromiso. Pero la Sagrada Liturgia no es el lugar de las sensibilidades subjetivas: es el acto público de la Iglesia, en el que se expresa objetivamente la fe. La unidad litúrgica, por tanto, no nace del compromiso entre sensibilidades, sino de la adhesión a la misma lex orandi que expresa la lex credendi.

Aún más grave es lo que se propone en el plano concreto: «El sacerdote podría simplemente elegir integrar elementos del antiguo misal…». Aquí se toca un punto decisivo. El sacerdote no es dueño de la liturgia, ni tiene facultad para seleccionar elementos rituales según criterios personales o de “enriquecimiento”. La Constitución Sacrosanctum Concilium es clarísima: la regulación de la liturgia depende únicamente de la autoridad de la Iglesia, y nadie, ni siquiera el sacerdote, puede añadir, quitar o cambiar nada por iniciativa propia. Este principio ha sido reafirmado con fuerza también por la Instrucción Redemptionis Sacramentum.

La idea de una liturgia componible, en la que elementos diversos puedan integrarse a discreción, contradice, por tanto, no sólo la disciplina eclesial, sino la naturaleza misma de la liturgia como acto recibido y no construido. Por otro lado — mutatis mutandis — nos encontramos en el mismo plano que las formas más desinhibidas de creatividad litúrgica de ciertos ambientes neocatecumenales: allí se danza en torno al altar al son de los bongós, aquí se entonan cantos gregorianos en latín; pero el principio subyacente es idéntico. Cambia la forma exterior, no la lógica que la genera.

No menos problemática es la afirmación según la cual «la liturgia pertenece a la Iglesia». Expresión que, si no se precisa adecuadamente, corre el riesgo de ser teológicamente equívoca. La liturgia no es propiedad de la Iglesia, ni una producción suya. Es ante todo acción de Cristo, Sumo Sacerdote, que actúa en su Cuerpo, que es la Iglesia. El sujeto primario de la liturgia es Cristo mismo, como recuerda el Concilio Vaticano II: es Él quien actúa en los signos sacramentales y hace presente el misterio pascual (cf. Sacrosanctum Concilium, n. 7). La Iglesia no es dueña de la liturgia, sino su custodio y servidora, llamada a recibirla fielmente y a transmitirla sin arbitrariedades, como ha reiterado con claridad el Magisterio: «la liturgia nunca es propiedad privada de alguien, ni del celebrante ni de la comunidad en la que se celebran los misterios» (Redemptionis Sacramentum, n. 18).

Cuando el Señor Abad invoca después el Motu proprio Traditionis custodes, sosteniendo que este pretendía simplemente poner fin a las divisiones, demuestra no haber captado el alcance real del documento o, más sencillamente, no haberlo comprendido. Dicho texto no se limita a un genérico deseo de unidad, sino que interviene precisamente para regular y limitar el uso del llamado Vetus Ordo, porque la experiencia previa había demostrado que la coexistencia de dos formas rituales se había convertido, en muchos casos, en factor de división eclesial y no de comunión, y — lo que es peor — no pocas veces en pretexto para verdaderas luchas ideológicas. Por tanto, la idea de resolver el problema mediante una fusión de los dos ordines — insertando elementos de uno en el otro — no sólo no afronta la raíz de la cuestión, sino que corre el riesgo de agravar la confusión, introduciendo una forma de liturgia “de composición variable”, ajena a la tradición católica y explícitamente rechazada por su Magisterio: «es necesario reprobar la audacia de aquellos que arbitrariamente introducen nuevas costumbres litúrgicas o hacen revivir ritos ya caídos en desuso» (Mediator Dei, n. 58).

En este sentido, la referencia a Dom Prosper Guéranger resulta no sólo inadecuada, sino paradójica. El fundador de la restauración litúrgica benedictina trabajó precisamente para reconducir la pluralidad desordenada de los ritos diocesanos franceses a la unidad del rito romano. En sus Institutions liturgiques defiende con fuerza la idea de que la liturgia no es objeto de invención local, sino expresión orgánica de la Tradición de la Iglesia universal. Su propósito fue restaurar la unidad, no construir síntesis híbridas.

El verdadero nudo, que la entrevista evita cuidadosamente afrontar, es por tanto otro: la liturgia no es un campo de mediación entre sensibilidades, sino el lugar en el que la Iglesia recibe y transmite una forma objetiva de la fe. Como recuerda el Magisterio, «la regulación de la sagrada liturgia depende únicamente de la autoridad de la Iglesia» (Sacrosanctum Concilium, n. 22), precisamente porque no está disponible para la libre manipulación de los sujetos. Y cuando esta forma se transforma en objeto de composición, adaptación o integración selectiva, se cae inevitablemente en una forma de subjetivismo que vacía la liturgia de su naturaleza. El problema no es la pluralidad legítima, sino la pérdida del sentido de la normatividad litúrgica y de su raíz teológica.

Cuando la liturgia se convierte en el resultado de una síntesis construida, deja de ser recibida como don y pasa a ser producto de una mediación humana. Y entonces sí, el riesgo es sustituir la unidad real de la Iglesia por una unidad aparente, obtenida no en la verdad de la fe, sino en la negociación de las formas. Como escribió con lucidez Joseph Ratzinger: «la liturgia no nace de nuestra fantasía, no es el producto de nuestra creatividad, sino algo que nos precede y que debemos recibir» (El espíritu de la liturgia).

Duele además que al Señor Abad Reverendísimo — cuyo entrevistador, ya falto de novedades, desempolva como si fuese una noticia una carta enviada por él mismo al Sumo Pontífice el 25 de noviembre de 2025 — se le escape también este elemento nada secundario: El modo mismo en que se dirige uno al Romano Pontífice nunca es neutro. En la tradición de la Iglesia, no se le habla como a un interlocutor entre iguales, ni se le presentan “propuestas” como si se tratara de una materia opinable confiada al debate entre especialistas, ni se le ofrecen sugerencias y consejos, si no han sido expresamente solicitados por él. Más bien se acude a la Santidad de Nuestro Señor con respeto filial, exponiendo con humildad observaciones y deseos, en la conciencia de que el juicio último sobre lo que concierne a la vida de la Iglesia le corresponde únicamente a él. Que, por tanto, el representante de una antigua tradición monástica bimilenaria no perciba ni siquiera la delicadeza de este registro eclesial y, más aún, presente públicamente como «sugerencia» aquello que toca el corazón mismo de la vida litúrgica de la Iglesia, constituye un indicio significativo — y no poco preocupante — del nivel de confusión hoy extendido incluso en ámbitos que, por su propia naturaleza, deberían ser inmunes a ello, no sólo por historia y tradición, sino también, y no en último lugar, por una elemental educación eclesial.

Todo ello nos confirma que, cuando la competencia teológica es sustituida por un enfoque emotivo y conciliador, la liturgia — que es el corazón de la vida eclesial — acaba reducida a un campo de experimentación. Y lo que nace como intento de unidad se transforma fácilmente en la forma más sutil de desorden.

Es, en definitiva, cierto que cada uno de nosotros responde de lo que afirma; sin embargo, el ámbito en el que tales afirmaciones se depositan no es irrelevante, pues tampoco este carece de significado. Y quizá, precisamente por ello, una cierta prudencia sugeriría evitar que los temas más complejos de la teología sacramental sean tratados, por un abad benedictino, en contextos — como ciertos blogs — que, por su propia naturaleza, resultan más inclinados a la morbosa inclinación al chismorreo clerical que a la búsqueda de la verdad. Esto debería inducir a la debida virtud de la prudencia tanto al Arzobispo S.E. Mons. Renato Boccardo (cf. Video-entrevista aquí), como al Obispo S.E. Mons. Eduard Profittlich (cf. Entrevista aquí), quienes, al aceptar intervenir en tales contextos, terminan — esperemos que sin plena conciencia — avalando implícitamente el método y el tono de un blog que diariamente se entrega a invectivas contra dignatarios y dicasterios de la Santa Sede, así como contra diócesis y eclesiásticos considerados no conformes a su propio criterio subjetivo.

Desde la Isla de Patmos, 21 de marzo de 2026

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I Padri dell’Isola di Patmos

«Lascia ch’io pianga». La notte buia nella quale Dio appare lontano e per questo è realmente vicino – “Lascia ch’io pianga.” The dark night in which God appears distant and for that very reason is truly near – «Lascia ch’io pianga». La noche oscura en la cual Dios aparece lejano y por eso mismo es realmente cercano –

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«LASCIA CH’IO PIANGA». LA NOTTE BUIA NELLA QUALE DIO APPARE LONTANO E PER QUESTO È REALMENTE VICINO

Chi ha attraversato questa soglia non diventa cinico. Diventa essenziale. Non disprezza la devozione semplice, ma non può più confondere la consolazione con Dio. Non cerca più di “sentire” la presenza; abita il silenzio. E nel silenzio scopre che Dio non era assente: era semplicemente oltre ogni rappresentazione. La notte, quando è autentica, non toglie Dio: toglie l’illusione di possederlo. E in questa spoliazione nasce una libertà più grande di ogni entusiasmo religioso; una libertà che nasce dal pianto di chi ha accettato di essere liberato dalla verità.

— Theologica —

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Molti santi e mistici hanno attraversato quella condizione spirituale che la tradizione ha chiamato “notte buia”.

San Giovanni della Croce ne ha dato la formulazione più radicale nella Subida del Monte Carmelo e soprattutto nella Noche oscura, dove descrive la purificazione attiva e passiva dei sensi e dello spirito. Santa Teresa d’Avila ne ha delineato le purificazioni progressive nel Castello interiore, in particolare nelle quarte e quinte mansioni, dove l’anima sperimenta la sospensione delle consolazioni e l’ingresso in una modalità più pura di unione. Santa Teresa di Calcutta ne ha vissuto per anni il silenzio quasi assoluto, come emerge dalle sue lettere spirituali pubblicate in Come Be My Light, nelle quali confessa di non “sentire” la presenza di Dio pur continuando a credere e a operare con incrollabile fedeltà. In tutti questi casi non si trattava di una crisi della fede, ma della sua maturazione. Ed è qui che si annida l’errore di lettura più frequente: confondere la “notte buia” con la perdita della fede. La notte non è negazione del credere; è purificazione delle modalità inferiori con cui si crede.

Dire: «Sento Dio lontano, anzi non lo sento proprio», non significa affermare un’assenza ontologica di Dio, ma descrivere ciò che i maestri spirituali chiamano deprivazione sensibile della presenza. Dio non viene meno, a venir meno è la modalità abituale con cui l’anima era abituata a percepirlo. Finché Dio è “sentito”, rimane in parte ancora nell’orizzonte dell’esperienza e spesso — occorre dirlo con chiarezza — nell’orizzonte del fideismo emotivo. La fede sostenuta prevalentemente dal sentimento non è ancora falsa, ma è fragile: dipende da una vibrazione interiore, da una consolazione, da una risonanza affettiva che può facilmente essere scambiata per presenza divina. In questa fase il rischio è sottile: confondere Dio con ciò che di Lui si prova. Quando invece Dio non è più sentito ma creduto nel silenzio, allora diventa assoluto. Non è più oggetto di consolazione, né sostegno emotivo, né esperienza gratificante; diventa fondamento dell’essere. Non è più ciò che conforta, ma ciò che è. E l’adesione a ciò che è non nasce dall’entusiasmo, ma dalla verità.

Con la maturazione della fede subentra il senso della nostra nullità dinanzi al mistero. Il fideismo emozionale cerca conferme affettive; la fede teologale, al contrario, accetta il silenzio. Si pensi, ad esempio, a chi identifica la presenza di Dio con il calore interiore provato durante una preghiera, con la commozione suscitata da un canto, con l’entusiasmo generato da un’esperienza comunitaria intensa. Nulla di tutto questo è in sé negativo: può essere dono autentico. Ma se la fede dipende da tali risonanze, quando queste vengono meno sembra che venga meno anche Dio.

È relativamente facile avere “fede” dentro le maestose basiliche, tra i fumi aromatici dell’incenso, i suoni dell’organo, i cori solenni, i paramenti che sono autentiche opere d’arte e i vasi sacri degni di un museo orafo. Tutto questo può elevare, predisporre, aiutare. Ma si provi ad averla, la fede, in uno scantinato in piena notte, o in un luogo isolato di campagna, dove si celebra l’Eucaristia in clima di persecuzione, con un orecchio rivolto alle orazioni e l’altro vigile nel timore che qualcuno possa irrompere. Senza apparati, senza solennità, senza sostegni sensibili. È lì, tra forza e paura, che la fede si misura nella sua nudità. La notte interviene proprio qui: sottrae l’appoggio sensibile per rivelare se l’adesione era rivolta a Dio o alle sue consolazioni.

Va però analizzato anche il rovescio della medaglia: quando l’anima entra stabilmente in questa forma più nuda della fede, può nascere un rischio sottile: una certa severità verso le forme più semplici di religiosità, è comprensibile, ma ciò non è detto avvenga per snobismo o altezzosità, tutt’altro: quando si è passati attraverso la purificazione dell’immaginario, le devozioni ingenue possono apparire superficiali. Tuttavia, la differenza non è tra maturità e ridicolo, ma tra cammini differenti. Anche una fede semplice può essere autentica, se è orientata al vero e non alla suggestione soggettiva.

Chi attraversa la notte non vive una fede nostalgica né difende un’immagine raffinata di Dio costruita su categorie elevate; abita il silenzio di Dio. E questo silenzio non è segno di crisi, ma di profondità. Non è vuoto; è spazio non occupato dall’immaginazione. È come il silenzio che avvolge una certosa: un silenzio che non ammette mezze misure. In quel contesto non sopravvive l’uomo superficiale. O si resta mediocri, incapaci di abitare l’essenziale, oppure si diventa uomini che, pur con i piedi ben piantati nella terra e un corpo pienamente umano, vivono già orientati verso l’incorporeo eterno. Il silenzio non distrugge: seleziona.

Quando il mistero non è più oggetto da comprendere ma orizzonte davanti al quale arrestarsi, l’io si ridimensiona. Nasce così una libertà nuova. Non la libertà dell’autonomia, ma quella dell’adeguazione. Non si è più liberi perché Dio è lontano; si è più liberi perché si è cessato di volerlo rendere vicino secondo misura propria. Il rischio contrario è sottile e diffuso: ridurre Dio a interlocutore delle proprie risonanze interiori. Il mondo religioso è pieno di persone che dialogano con se stesse credendo di aver parlato con Dio, per poi parlare agli uomini come se parlassero a nome di Dio. Non si tratta di mistica, ma di proiezione. Quando l’immaginazione non è purificata, può facilmente scambiarsi per rivelazione. La notte, invece, toglie questa pretesa. Non autorizza a parlare a nome di Dio; costringe a tacere davanti a Lui. Finché Dio è sentito, resta in parte dentro il nostro orizzonte. Quando è creduto nel silenzio, l’orizzonte si rovescia: non è Dio dentro il nostro spazio, ma noi dentro il Suo. E lì si rimane senza parole.

In questa esperienza emerge la consapevolezza del limite umano. Il limite non è frustrazione; è verità. Il mistero non umilia l’uomo, lo colloca. E l’uomo collocato nel mistero è più libero dell’uomo che si immagina centrale e si costruisce un Dio a propria immagine emotiva. La notte autentica non genera cinismo; genera precisione interiore. Molti parlano di “notte” perché hanno perso consolazioni, pochi la riconoscono come luogo di conoscenza del proprio limite. Nel primo caso c’è mancanza, nel secondo, maturazione. Solo chi ha attraversato questa purificazione può custodire senza dominare, trasmettere senza imporre, rispettare la libertà dell’altro, compresa la libertà religiosa tanto dibattuta ed equivocata in certi circoli, fondata sulla dignità umana e sulla libertà di coscienza (cfr.  Dignitatis Humanae, 2) e i suoi tempi. Chi non ha fatto i conti con il proprio limite tende a salvare per affermarsi, chi lo ha fatto salva perché ha ricevuto.

Dio appare lontano, ma proprio nella sottrazione diventa più radicalmente presente. Non più come oggetto dell’esperienza, ma come fondamento silenzioso dell’esistenza. E davanti a questo fondamento non si produce esaltazione, ma adorazione. La pretesa di “sentire” Dio come criterio della sua presenza è una semplificazione infantile del rapporto con l’Eterno. Dire: «Io devo sentire Dio» oppure: «In quel luogo si sente veramente la presenza di Dio» significa spesso confondere l’intensità emotiva con la realtà ontologica. L’esperienza può essere intensa, ma l’intensità non coincide con la verità. Dio non è racchiudibile nelle risonanze del nostro microcosmo affettivo. Egli non cresce o diminuisce in base alla vibrazione della nostra sensibilità. Al contrario, nella misura in cui l’anima matura, cresce la consapevolezza della distanza infinita che separa il Creatore dalla creatura. E, paradossalmente, proprio questa percezione della distanza è segno di maggiore prossimità. Ci si avvicina a Dio non riducendolo alla propria misura, ma accettando che Egli ecceda ogni misura. Quando l’anima smette di pretendere conferme sensibili e accetta di credere senza possedere, allora entra in una relazione più vera. Non più fondata sul bisogno di percepire, ma sulla disponibilità ad adorare.

La notte, dunque, non allontana Dio; allontana l’illusione di averlo afferrato. La notte non è solo sottrazione delle consolazioni; è attraversamento del dolore. Non esiste libertà spirituale senza una forma di duolo che spezzi le catene interiori. Finché l’anima trova appoggi nelle proprie rappresentazioni, nelle proprie emozioni, nelle proprie immagini rassicuranti di Dio, rimane in una libertà solo apparente. È il dolore a infrangere le ritorte che la trattengono.

Il duolo non è qui un valore in sé, né un compiacimento ascetico. È la conseguenza inevitabile della perdita di ciò che si era imparato ad amare come sostegno. Quando Dio si sottrae alla percezione sensibile, l’anima sperimenta una privazione reale. Ma questa privazione non distrugge la fede; la purifica. Non la indebolisce; la rende più nuda e per questo più vera. Nessuno acquista la libertà senza attraversare una perdita. La libertà autentica nasce sempre da un distacco, e il distacco comporta dolore. Non perché Dio voglia ferire, ma perché l’uomo deve essere liberato da ciò che confonde la consolazione con la verità.

La notte è dunque un atto di misericordia severa. Spezza ciò che lega, non ciò che costituisce. Distrugge le immagini, non la realtà. Tace per educare all’adesione pura. E quando l’anima cessa di aggrapparsi a ciò che sente, comincia finalmente ad aderire a ciò che è. Questa notte non è quindi un concetto ascetico per anime eccezionali. È una soglia reale che molti attraversano in silenzio. Vi sono sacerdoti che celebrano ogni giorno senza più sentire nulla, che predicano senza consolazioni interiori, che accompagnano altri mentre essi stessi camminano nel buio. Non hanno perso la fede; hanno perduto l’appoggio sensibile della fede. Ed è proprio in questa nudità che si verifica la qualità dell’adesione. Quando non resta che l’atto puro del credere, senza eco emotiva, senza gratificazione spirituale, senza ritorno affettivo. Allora la fede non è più esperienza: è fedeltà (Cfr. mia opera Credo per capire).

Chi ha attraversato questa soglia non diventa cinico. Diventa essenziale. Non disprezza la devozione semplice, ma non può più confondere la consolazione con Dio. Non cerca più di “sentire” la presenza; abita il silenzio. E nel silenzio scopre che Dio non era assente: era semplicemente oltre ogni rappresentazione. La notte, quando è autentica, non toglie Dio: toglie l’illusione di possederlo. E in questa spoliazione nasce una libertà più grande di ogni entusiasmo religioso; una libertà che nasce dal pianto di chi ha accettato di essere liberato dalla verità.

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Lascia ch’io pianga

Mia cruda sorte

E che sospiri

La libertà

Il duolo infranga

Queste ritorte

De’ miei martiri

Sol per pietà

Lascia ch’io pianga

Mia cruda sorte

E che sospiri

La libertà

(Lascia ch’io pianga, G. F. Händel).

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Dall’Isola di Patmos, 12 marzo 2026

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“LASCIA CH’IO PIANGA.” THE DARK NIGHT IN WHICH GOD APPEARS DISTANT AND FOR THAT VERY REASON IS TRULY NEAR

Those who have crossed this threshold do not become cynical. They become essential. They do not despise simple devotion, yet they can no longer confuse consolation with God. They no longer seek to “feel” presence; they inhabit silence. And in silence they discover that God was not absent; He was simply beyond every representation. The night, when authentic, does not remove God: it removes the illusion of possessing Him. And in this stripping there is born a freedom greater than any religious enthusiasm — a freedom born of the tears of one who has consented to be liberated by truth.

— Theologica —

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Many saints and mystics have passed through that spiritual condition which the tradition has called the “dark night.” Saint John of the Cross offered its most radical formulation in the Subida del Monte Carmelo and above all in the Noche oscura, where he describes the active and passive purification of the senses and of the spirit. Saint Teresa of Ávila outlined its progressive purifications in The Interior Castle, particularly in the fourth and fifth mansions, where the soul experiences the suspension of consolations and enters a more purified mode of union. Saint Teresa of Calcutta lived for years in a near-absolute interior silence, as emerges from her spiritual letters published in Come Be My Light, in which she confesses that she did not “feel” the presence of God while continuing to believe and to act with unshaken fidelity. In none of these cases was this a crisis of faith, but rather its maturation. Here lies the most common misreading: to confuse the “dark night” with the loss of faith. The night is not the negation of belief; it is the purification of the lower modalities by which one believes.

To say, “I feel God distant — indeed, I do not feel Him at all,” does not affirm an ontological absence of God; it describes what the spiritual masters call the sensible deprivation of presence. God does not withdraw; what withdraws is the habitual mode by which the soul had grown accustomed to perceiving Him. As long as God is “felt,” He still remains, in part, within the horizon of experience — and often, it must be said clearly, within the horizon of emotional fideism. A faith sustained primarily by feeling is not yet false, but it is fragile: it depends upon an interior vibration, a consolation, an affective resonance that can easily be mistaken for divine presence. At this stage the risk is subtle: to confuse God with what one feels of Him. When, however, God is no longer felt but believed in silence, He becomes absolute. He is no longer the object of consolation, nor emotional support, nor gratifying experience; He becomes the ground of being. No longer what comforts, but what is. And adhesion to what is does not arise from enthusiasm, but from truth.

With the maturation of faith there emerges a sense of our own nothingness before the mystery. Emotional fideism seeks affective confirmations; theological faith, by contrast, accepts silence. Consider those who identify God’s presence with the interior warmth experienced during prayer, with the emotion stirred by a hymn, with the enthusiasm generated by an intense communal experience. None of this is negative in itself; it may well be an authentic gift. Yet if faith depends upon such resonances, when they fade it seems as though God Himself has faded.

It is relatively easy to have “faith” within majestic basilicas, amid the fragrant clouds of incense, the sound of the organ, solemn choirs, vestments that are works of art and sacred vessels worthy of a goldsmith’s museum. All this can elevate, dispose, assist. But try to have faith in a basement at midnight, or in an isolated countryside setting where the Eucharist is celebrated under threat of persecution, with one ear attentive to the prayers and the other alert in case someone should break in. Without apparatus, without solemnity, without sensible supports. It is there, between strength and fear, that faith is measured in its nakedness. The night intervenes precisely here: it removes sensible support in order to reveal whether adhesion was directed toward God or toward His consolations.

Yet the reverse must also be considered: when the soul enters steadily into this more stripped form of faith, a subtle risk may arise — a certain severity toward simpler forms of religiosity. This is understandable, though it need not stem from snobbery or hauteur. When one has passed through the purification of the imagination, ingenuous devotions may appear superficial. Nevertheless, the distinction is not between maturity and ridicule, but between different paths. A simple faith can also be authentic, if it is oriented toward truth rather than suggestion.

One who traverses the night does not live a nostalgic faith, nor defend a refined image of God constructed upon elevated categories; he inhabits the silence of God. And this silence is not a sign of crisis, but of depth. It is not emptiness; it is space no longer occupied by imagination. It resembles the silence that envelops a Carthusian monastery — a silence that admits no mediocrity. Within such a space the superficial man does not endure. Either one remains mediocre, incapable of inhabiting the essential, or one becomes a man who, though firmly planted on earth and fully embodied, already lives oriented toward the incorporeal eternal. Silence does not destroy; it selects.

When the mystery is no longer an object to be grasped but a horizon before which one must halt, the self is reduced to its true measure. A new freedom is born. Not the freedom of autonomy, but that of conformity. One is not freer because God is distant; one is freer because one has ceased trying to render Him near according to one’s own measure. The opposite risk is subtle and widespread: reducing God to an interlocutor of one’s interior resonances. The religious world is full of people who converse with themselves, convinced that they have spoken with God, and who then speak to others as though in His name. This is not mysticism; it is projection. When imagination is not purified, it can easily be mistaken for revelation. The night, by contrast, removes this presumption. It does not authorise one to speak in God’s name; it compels one to fall silent before Him. As long as God is felt, He remains partly within our horizon. When He is believed in silence, the horizon is reversed: it is no longer God within our space, but we within His. And there, words fall away.

In this experience there emerges an awareness of human limitation. Limitation is not frustration; it is truth. The mystery does not humiliate man; it situates him. And the man situated within the mystery is freer than the one who imagines himself central and fashions a God in his own emotional image. The authentic night does not generate cynicism; it generates interior precision. Many speak of “night” because they have lost consolations; few recognise it as the place where one learns one’s own limit. In the first case there is lack; in the second, maturation. Only one who has undergone this purification can guard without dominating, transmit without imposing, respect the freedom of the other and his time. Those who have not reckoned with their own limit tend to save in order to affirm themselves; those who have, save because they have received.

God appears distant, yet precisely in this withdrawal He becomes more radically present. No longer as an object of experience, but as the silent foundation of existence. And before such a foundation there is no exhilaration, but adoration. The insistence on “feeling” God as the criterion of His presence is an infantile simplification of the relation to the Eternal. To say, “I must feel God,” or “In that place one truly feels God’s presence,” often confuses emotional intensity with ontological reality. Experience may be intense; intensity is not truth. God is not contained within the resonances of our affective microcosm. He does not increase or diminish according to the vibration of our sensibility. On the contrary, as the soul matures, there grows the awareness of the infinite distance separating the Creator from the creature. Paradoxically, this perception of distance is itself a sign of greater proximity. One approaches God not by reducing Him to one’s measure, but by consenting that He exceeds every measure. When the soul ceases to demand sensible confirmations and consents to believe without possessing, it enters a truer relation — one grounded not in perception, but in adoration.

The night, therefore, does not distance God; it distances the illusion of having grasped Him. The night is not only the removal of consolations; it is the passage through sorrow. There is no spiritual freedom without a form of grief that breaks interior chains. As long as the soul leans upon its own representations, emotions, and reassuring images of God, it remains in a merely apparent freedom. It is sorrow that shatters the cords that bind it.

Sorrow here is not a value in itself, nor an ascetical complacency. It is the inevitable consequence of losing what one had learned to love as support. When God withdraws from sensible perception, the soul experiences a real deprivation. Yet this deprivation does not destroy faith; it purifies it. It does not weaken it; it renders it more naked, and therefore more true. No one acquires freedom without passing through a loss. Authentic freedom is always born of detachment, and detachment entails pain. Not because God desires to wound, but because man must be freed from what confuses consolation with truth. The night is thus an act of severe mercy. It breaks what binds, not what constitutes. It destroys images, not reality. It falls silent in order to educate pure adhesion. And when the soul ceases clinging to what it feels, it finally begins to adhere to what is. This night is not an ascetical concept reserved for exceptional souls. It is a real threshold crossed in silence by many. There are priests who celebrate each day without feeling anything, who preach without interior consolation, who accompany others while themselves walking in darkness. They have not lost faith; they have lost the sensible support of faith. And it is precisely in this nakedness that the quality of adhesion is revealed. When nothing remains but the pure act of believing — without emotional echo, without spiritual gratification, without affective return — then faith is no longer experience: it is fidelity.

Those who have crossed this threshold do not become cynical. They become essential. They do not despise simple devotion, yet they can no longer confuse consolation with God. They no longer seek to “feel” presence; they inhabit silence. And in silence they discover that God was not absent; He was simply beyond every representation. The night, when authentic, does not remove God: it removes the illusion of possessing Him. And in this stripping there is born a freedom greater than any religious enthusiasm — a freedom born of the tears of one who has consented to be liberated by truth.

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Lascia ch’io pianga

Mia cruda sorte

E che sospiri

La libertà

Il duolo infranga

Queste ritorte

De’ miei martiri

Sol per pietà

Lascia ch’io pianga

Mia cruda sorte

E che sospiri

La libertà

Lascia ch’io pianga (G. F. Händel).

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Patmos Island, 12 March 2026

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«LASCIA CH’IO PIANGA». LA NOCHE OSCURA EN LA CUAL DIOS APARECE LEJANO Y POR ESO MISMO ES REALMENTE CERCANO

Quien ha atravesado este umbral no se vuelve cínico. Se vuelve esencial. No desprecia la devoción sencilla, pero ya no puede confundir la consolación con Dios. No busca ya «sentir» la presencia; habita el silencio. Y en el silencio descubre que Dios no estaba ausente: estaba simplemente más allá de toda representación. La noche, cuando es auténtica, no quita a Dios: quita la ilusión de poseerlo. Y en este despojamiento nace una libertad mayor que cualquier entusiasmo religioso; una libertad que nace del llanto de quien ha aceptado ser liberado por la verdad.

— Theologica —

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Muchos santos y místicos han atravesado esa condición espiritual que la tradición ha llamado «noche oscura». San Juan de la Cruz ofreció su formulación más radical en la Subida del Monte Carmelo y sobre todo en la Noche oscura, donde describe la purificación activa y pasiva de los sentidos y del espíritu. Santa Teresa de Ávila delineó sus purificaciones progresivas en El Castillo Interior, particularmente en las cuartas y quintas moradas, donde el alma experimenta la suspensión de las consolaciones y el ingreso en una modalidad más pura de unión. Santa Teresa de Calcuta vivió durante años un silencio casi absoluto, como se desprende de sus cartas espirituales publicadas en Ven, sé mi luz (Come Be My Light), en las cuales confiesa no «sentir» la presencia de Dios y, sin embargo, continuar creyendo y obrando con fidelidad inquebrantable. En ninguno de estos casos se trataba de una crisis de fe, sino de su maduración. Aquí se encuentra el error de interpretación más frecuente: confundir la «noche oscura» con la pérdida de la fe. La noche no es negación del creer; es purificación de las modalidades inferiores con las que se cree.

Decir: «Siento a Dios lejano, incluso no lo siento en absoluto», no significa afirmar una ausencia ontológica de Dios, sino describir lo que los maestros espirituales llaman privación sensible de la presencia. Dios no desaparece; desaparece la modalidad habitual con la que el alma estaba acostumbrada a percibirlo. Mientras Dios es «sentido», permanece todavía, en parte, dentro del horizonte de la experiencia y con frecuencia — es necesario decirlo con claridad — dentro del horizonte del fideísmo emotivo. Una fe sostenida principalmente por el sentimiento no es aún falsa, pero es frágil: depende de una vibración interior, de una consolación, de una resonancia afectiva que puede confundirse fácilmente con presencia divina. En esta fase el riesgo es sutil: confundir a Dios con lo que de Él se experimenta. Cuando, en cambio, Dios ya no es sentido sino creído en el silencio, entonces se vuelve absoluto. Ya no es objeto de consolación, ni apoyo emocional, ni experiencia gratificante; se convierte en fundamento del ser. No es ya lo que consuela, sino lo que es. Y la adhesión a lo que es no nace del entusiasmo, sino de la verdad.

Con la maduración de la fe surge el sentido de nuestra nada ante el misterio. El fideísmo emocional busca confirmaciones afectivas; la fe teologal, por el contrario, acepta el silencio. Piénsese, por ejemplo, en quien identifica la presencia de Dios con el calor interior experimentado durante una oración, con la emoción suscitada por un canto, con el entusiasmo generado por una experiencia comunitaria intensa. Nada de esto es en sí negativo: puede ser un don auténtico. Pero si la fe depende de tales resonancias, cuando estas desaparecen parece que también desaparece Dios.

Es relativamente fácil tener «fe» dentro de majestuosas basílicas, entre los aromas del incienso, los sonidos del órgano, los coros solemnes, los ornamentos que son verdaderas obras de arte y los vasos sagrados dignos de un museo de orfebrería. Todo esto puede elevar, predisponer, ayudar. Pero inténtese tener fe en un sótano en plena noche, o en un lugar aislado del campo, donde se celebra la Eucaristía en clima de persecución, con un oído atento a las oraciones y el otro vigilante por si alguien irrumpe. Sin aparatos, sin solemnidad, sin apoyos sensibles. Es allí, entre fortaleza y temor, donde la fe se mide en su desnudez. La noche interviene precisamente aquí: retira el apoyo sensible para revelar si la adhesión estaba dirigida a Dios o a sus consolaciones.

Debe analizarse también el reverso: cuando el alma entra de manera estable en esta forma más desnuda de fe, puede surgir un riesgo sutil: cierta severidad hacia las formas más sencillas de religiosidad. Es comprensible, aunque no necesariamente fruto de esnobismo o altivez. Cuando se ha pasado por la purificación del imaginario, las devociones ingenuas pueden parecer superficiales. Sin embargo, la diferencia no es entre madurez y ridículo, sino entre caminos distintos. También una fe sencilla puede ser auténtica, si está orientada a la verdad y no a la sugestión.

Quien atraviesa la noche no vive una fe nostálgica ni defiende una imagen refinada de Dios construida sobre categorías elevadas; habita el silencio de Dios. Y ese silencio no es signo de crisis, sino de profundidad. No es vacío; es espacio no ocupado por la imaginación. Es como el silencio que envuelve una cartuja: un silencio que no admite medias tintas. En ese contexto no sobrevive el hombre superficial. O se permanece mediocre, incapaz de habitar lo esencial, o se llega a ser hombre que, con los pies firmemente plantados en la tierra y un cuerpo plenamente humano, vive ya orientado hacia lo incorpóreo eterno. El silencio no destruye: selecciona.

Cuando el misterio deja de ser objeto que comprender y se convierte en horizonte ante el cual detenerse, el yo se redimensiona. Nace entonces una libertad nueva. No la libertad de la autonomía, sino la de la adecuación. No se es más libre porque Dios esté lejano; se es más libre porque se ha dejado de intentar hacerlo cercano según la propia medida. El riesgo contrario es sutil y extendido: reducir a Dios a interlocutor de las propias resonancias interiores. El mundo religioso está lleno de personas que dialogan consigo mismas convencidas de haber hablado con Dios, y que luego hablan a los hombres como si lo hicieran en su nombre. No se trata de mística, sino de proyección. Cuando la imaginación no está purificada, puede confundirse fácilmente con revelación. La noche, en cambio, elimina esta pretensión. No autoriza a hablar en nombre de Dios; obliga a callar ante Él. Mientras Dios es sentido, permanece en parte dentro de nuestro horizonte. Cuando es creído en el silencio, el horizonte se invierte: ya no es Dios dentro de nuestro espacio, sino nosotros dentro del suyo. Y allí las palabras se apagan.

En esta experiencia emerge la conciencia del límite humano. El límite no es frustración; es verdad. El misterio no humilla al hombre; lo sitúa. Y el hombre situado en el misterio es más libre que el que se imagina central y se construye un Dios a su imagen emocional. La noche auténtica no genera cinismo; genera precisión interior. Muchos hablan de «noche» porque han perdido consolaciones; pocos la reconocen como lugar de conocimiento del propio límite. En el primer caso hay carencia; en el segundo, maduración. Solo quien ha atravesado esta purificación puede custodiar sin dominar, transmitir sin imponer, respetar la libertad del otro y sus tiempos. Quien no ha afrontado su propio límite tiende a salvar para afirmarse; quien lo ha hecho salva porque ha recibido.

Dios parece lejano, pero precisamente en su retirada se hace más radicalmente presente. No ya como objeto de experiencia, sino como fundamento silencioso de la existencia. Y ante ese fundamento no surge exaltación, sino adoración. La pretensión de «sentir» a Dios como criterio de su presencia es una simplificación infantil de la relación con el Eterno. Decir: «Yo debo sentir a Dios» o «En ese lugar se siente verdaderamente la presencia de Dios» suele confundir la intensidad emocional con la realidad ontológica. La experiencia puede ser intensa; la intensidad no es la verdad. Dios no está encerrado en las resonancias de nuestro microcosmos afectivo. No crece ni disminuye según la vibración de nuestra sensibilidad. Por el contrario, a medida que el alma madura, crece la conciencia de la distancia infinita que separa al Creador de la criatura. Y paradójicamente, esta percepción de distancia es signo de mayor proximidad. Se acerca uno a Dios no reduciéndolo a la propia medida, sino aceptando que Él excede toda medida. Cuando el alma deja de exigir confirmaciones sensibles y acepta creer sin poseer, entra en una relación más verdadera: no fundada en la necesidad de percibir, sino en la disponibilidad para adorar.

La noche, por tanto, no aleja a Dios; aleja la ilusión de haberlo aferrado. La noche no es solo retirada de consolaciones; es atravesar el dolor. No existe libertad espiritual sin una forma de duelo que rompa las cadenas interiores. Mientras el alma se apoye en sus propias representaciones, emociones e imágenes tranquilizadoras de Dios, permanece en una libertad solo aparente. Es el dolor el que rompe las ataduras que la retenían.

El duelo no es aquí un valor en sí mismo ni un complacerse ascético. Es la consecuencia inevitable de perder aquello que se había aprendido a amar como sostén. Cuando Dios se sustrae a la percepción sensible, el alma experimenta una privación real. Pero esta privación no destruye la fe; la purifica. No la debilita; la vuelve más desnuda y por eso más verdadera. Nadie adquiere la libertad sin atravesar una pérdida. La libertad auténtica nace siempre de un desprendimiento, y el desprendimiento comporta dolor. No porque Dios quiera herir, sino porque el hombre debe ser liberado de lo que confunde la consolación con la verdad. La noche es, por tanto, un acto de misericordia severa. Rompe lo que ata, no lo que constituye. Destruye imágenes, no la realidad. Calla para educar en la adhesión pura. Y cuando el alma deja de aferrarse a lo que siente, comienza finalmente a adherirse a lo que es. Esta noche no es un concepto ascético reservado a almas excepcionales. Es un umbral real que muchos atraviesan en silencio. Hay sacerdotes que celebran cada día sin sentir nada, que predican sin consolaciones interiores, que acompañan a otros mientras ellos mismos caminan en la oscuridad. No han perdido la fe; han perdido el apoyo sensible de la fe. Y es precisamente en esta desnudez donde se verifica la calidad de la adhesión. Cuando no queda más que el acto puro de creer — sin eco emocional, sin gratificación espiritual, sin retorno afectivo — entonces la fe ya no es experiencia: es fidelidad.

Quien ha atravesado este umbral no se vuelve cínico. Se vuelve esencial. No desprecia la devoción sencilla, pero ya no puede confundir la consolación con Dios. No busca ya «sentir» la presencia; habita el silencio. Y en el silencio descubre que Dios no estaba ausente: estaba simplemente más allá de toda representación. La noche, cuando es auténtica, no quita a Dios: quita la ilusión de poseerlo. Y en este despojamiento nace una libertad mayor que cualquier entusiasmo religioso; una libertad que nace del llanto de quien ha aceptado ser liberado por la verdad.

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Lascia ch’io pianga

Mia cruda sorte

E che sospiri

La libertà

Il duolo infranga

Queste ritorte

De’ miei martiri

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Lascia ch’io pianga

Mia cruda sorte

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Lascia ch’io pianga (G. F. Händel).

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Desde la Isla de Patmos, 12 de marzo de 2026

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I Padri dell’Isola di Patmos

Il deserto, l’esodo e il palcoscenico: giovani e la Quaresima con Papa Leone XIV – The desert, the exodus and the stage: young people and Lent with Pope Leo XIV – El desierto, el éxodo y el escenario: los jóvenes y la Cuaresma con el Papa León XIV

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IL DESERTO, L’ESODO E IL PALCOSCENICO: GIOVANI E LA QUARESIMA CON PAPA LEONE XIV

«Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato! Oggi, fra noi, si tratta proprio di questa possibilità».

— Theologica —

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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«Mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno».

Questa celebre e struggente confessione del protagonista de Il giovane Holden di J.D. Salinger (1), risuona, a distanza di decenni, con un’attualità profetica impressionante. Holden Caulfield, nel suo vagabondare inquieto e disincantato, disprezza profondamente la falsità del mondo adulto, il conformismo vuoto, quella che oggi potremmo definire l’ipertrofia dell’effimero. Cerca disperatamente l’autenticità, un luogo sicuro dove l’innocenza non venga corrotta. Erano altri tempi oramai passati? Siamo sicuri? Non credo. I giovani di oggi, immersi nel nostro complesso e turbolento cambiamento d’epoca, si trovano esattamente su quel dirupo pazzesco, a un passo dal vuoto vertiginoso della perdita di senso.

I nostri sono tempi inediti. L’era post-pandemica ha lasciato cicatrici profonde nell’animo delle nuove generazioni, cicatrici che si sommano alle ansie di una società in cui l’intelligenza artificiale, gli algoritmi predittivi e le nuove logiche dell’economia globale rischiano di ridurre la persona umana a un mero dato di consumo e di elaborazione. In questo scenario, come formatori, teologi e pastori, ci scontriamo con due tensioni fondamentali che attraversano il cuore dei giovani. La prima è l’assenza di futuro e di progettualità: le nuove generazioni faticano a immaginare il proprio domani perché non gli vengono fornite le coordinate per tracciarlo; le loro speranze, troppo spesso, non sono state integrate in un cammino di fede capace di dare respiro all’esistenza.

La seconda tensione, ancora più radicale, è proprio la ricerca di un senso profondo che superi l’effimero, la necessità impellente di qualcosa, o meglio di Qualcuno, che non svanisca al mutare delle mode, delle pubblicità di Amazon e dei vari store digitali. Tuttavia, almeno al nostro personale livello di esperienza pastorale e umana, possiamo affermare con certezza che sotto le ceneri di questa crisi alberga un fuoco vivo. La straordinaria esperienza del Giubileo dei Giovani dell’estate 2025 non è stata un fuoco di paglia, un evento isolato e consumato nell’entusiasmo di pochi giorni. È stato, al contrario, un autentico inizio. Su quella strada molti hanno cominciato a camminare. Non possiamo certo garantire per tutti i due milioni di giovani presenti, ma il fermento è innegabile. I giovani si sentono sempre più attratti dal sacro. Paradossalmente, proprio l’aggressività di una secolarizzazione che si è appiattita sulla commercializzazione e sull’ipertrofia dell’ego sta spingendo le nuove generazioni a cercare altrove, a fuggire da un materialismo che non nutre lo spirito. Cercano il Dio di Gesù Cristo, un Dio che sappia valorizzarli, che mostri loro i punti di forza ma che li aiuti anche ad affrontare le necessarie negazioni di sé.

L’inizio di questa Quaresima del 2026 è stato segnato da una bellissima e programmatica omelia da parte del Santo Padre Leone XIV, che esordisce per la prima volta come Pontefice all’interno del cammino penitenziale. Il Papa ha colto con straordinaria lucidità questa dinamica di ricerca giovanile, offrendo una lettura teologica e pastorale che ci scuote dalle nostre pigrizie. Nel suo messaggio per la Messa delle Ceneri, Papa Leone XIV afferma: opporre all’idolatria il Dio vivente – ci insegna la Scrittura – significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino. Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare. Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!

«Oggi, fra noi, si tratta proprio di questa possibilità. E non è un caso che numerosi giovani, anche in contesti secolarizzati, avvertano più che in passato il richiamo di questo giorno, il Mercoledì delle Ceneri. Sono loro, infatti, i giovani, a cogliere distintamente che un modo di vivere più giusto è possibile e che esistono delle responsabilità per ciò che nella Chiesa e nel mondo non va. Occorre, dunque, cominciare da dove si può e con chi ci sta. «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,2). Sentiamo, quindi, la portata missionaria della Quaresima, non certo per distrarci dal lavoro su noi stessi, quanto per aprirlo a tante persone inquiete e di buona volontà, che cercano le vie per un autentico rinnovamento di vita, nell’orizzonte del Regno di Dio e della sua giustizia» (Omelia nella Santa Messa per la benedizione delle ceneri, 18 febbraio 2026, testo qui).

Ecco la chiave di volta: la Quaresima non è un ripiegamento intimistico, ma un esodo. E chi, più dei giovani, è strutturalmente pronto a mettersi in viaggio? Il Papa osserva acutamente una dinamica che svergogna noi adulti:

«Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato! Oggi, fra noi, si tratta proprio di questa possibilità».

La Chiesa oggi si trova in una fase ambivalente: vive una innegabile decadenza delle sue forme istituzionali più antiche, ma sperimenta al contempo una silenziosa e potente crescita spirituale, un ritorno all’essenziale. In questo disorientamento, in cui non sempre come comunità ecclesiale siamo in grado di fornire le giuste risposte, i giovani chiedono disperatamente nuovi “punti fermi”. Punti fermi necessari per decifrare il reale, per non farsi trascinare via dalle ideologie del momento e per resistere al deserto spirituale.

Papa Leone XIV sottolinea proprio questo aspetti: i giovani. I giovani non cercano una Chiesa perfetta, ma una Chiesa credibile, capace di ammettere i propri limiti e di rimettersi in cammino. Da qui scaturisce l’urgenza di una nuova missione, come ricorda l’Apostolo Paolo citato dal Pontefice: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,2). Il Papa ci invia come missionari tra i giovani, invitandoci a scendere dalle nostre cattedre e a cercare nuove vie pastorali e teologiche per far comprendere la bellezza di essere cristiani. È un invito a far fiorire il deserto, offrendo proposte solide che superino l’intimismo e abbraccino il dramma della storia.

Proviamo ad escogitare qualche via perché questa ricerca dei giovani, con i giovani diventi un’azione pastorale efficace e teologicamente fondata nel Teodramma di Cristo che genera l’azione salvifica e la Speranza. C’è una chiave di lettura preziosa che emerge ogni anno, all’inizio del tempo penitenziale, nelle conversazioni con una cara amica, la quale mi ricorda sempre come la Quaresima sia il suo periodo liturgico preferito. La motivazione, tradotta in linguaggio teologico, è illuminante: la Quaresima è il cammino in cui si è chiamati a entrare fisicamente e spiritualmente nel dramma di Cristo, a immergersi nella Sua azione più profonda, più alta e più bella.

Tutti gli altri misteri liturgici — il Natale, il Tempo Ordinario, le solennità mariane — trovano il loro centro di gravità e il loro raccordarsi perfetto unicamente qui, nell’azione drammatica e salvifica di Gesù. È qui che il pensiero ci rimanda inevitabilmente alla geniale intuizione di Hans Urs von Balthasar. Nella sua monumentale Teodrammatica, il grande teologo svizzero ci ricorda che la Rivelazione non è un quadro statico a cui assistere, ma un dramma in cui Dio entra in prima persona, compromettendosi con la storia. Egli scrive:

«Dio […] è come un poeta. Di qui si spiega anche che egli si trovi nel male e in tutta la sporcizia… Lui stesso è dappertutto sul posto, osserva, va avanti a comporre, in un certo senso con modi poeticamente impersonali, attento per così dire a tutto» (2).

L’uomo è allora strappato alla sua condizione di semplice spettatore ed è trascinato a recitare la propria parte in Cristo, poiché:

«Questa intera esistenza può essere compresa – nella sua relazione alla croce e della croce – come un dramma» (3).

Ecco il cuore della proposta da offrire ai nostri giovani. Dobbiamo riportarli a vivere il dramma di Cristo, a comprendere che il Cristianesimo è l’avventura più audace in cui l’infinito si intreccia con il finito. Bisogna aiutarli a inserire la loro azione, i loro fallimenti, le loro speranze frustrate e il loro disorientamento nell’azione vittoriosa di Gesù. Quando un giovane comprende che il suo dolore e le sue aspirazioni sono state assunte dal Figlio di Dio sul “palcoscenico” della Croce, la secolarizzazione perde improvvisamente il suo fascino ingannevole.

Guardiamo allora a questa Quaresima, guidati dal magistero di Leone XIV, con incrollabile ottimismo e profonda speranza. Nonostante le ombre della nostra epoca, lo Spirito Santo continua a suscitare nei cuori delle nuove generazioni una fame e sete di Assoluto che nessuna logica umana potrà mai saziare.  Accompagnare i giovani in questo esodo verso la libertà, farsi loro compagni di viaggio per far riscoprire la bellezza abbacinante della fede in Cristo, è la sfida più entusiasmante che la Chiesa di oggi sia chiamata ad affrontare. E la vittoria, nel dramma della redenzione, ci è già stata assicurata.

Santa Maria Novella, in Firenze, 8 marzo 2026

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NOTE

(1) D. SALINGER Il giovane Holden, Torino, Einaudi, 1961, cap. 22.

(2) U. VON BALTHASAR, TeoDrammatica, Vol. I: Introduzione al dramma, Jaca Book, Milano, 1980, 30.

(3) U. VON BALTHASAR, TeoDrammatica, Vol. IV: L’Azione, JACA BOOK, MILANO, 1986, 368).

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THE DESERT, THE EXODUS AND THE STAGE: YOUNG PEOPLE AND LENT WITH POPE LEO XIV

«How rare it is to find adults who repent, people, companies and institutions who admit that they have been wrong! Today, among us, this is precisely the possibility».

— Theologica —

Author:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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«I keep picturing all these little kids playing some game in this big field of rye and all. Thousands of little kids, and nobody’s around – nobody big, I mean – except me. And I’m standing on the edge of some crazy cliff. What I have to do is catch everybody if they start to go over the cliff – I mean if they’re running and they don’t look where they’re going, I have to come out from somewhere and catch them. That’s all I’d do all day».

This famous and moving confession of the protagonist of The Catcher in the Rye by J.D. Salinger (1) resonates, decades later, with astonishing prophetic relevance. Holden Caulfield, in his restless and disenchanted wandering, profoundly despises the falseness of the adult world, its empty conformism – what today we might define as the hypertrophy of the ephemeral. He desperately seeks authenticity, a safe place where innocence is not corrupted. Were those times long gone? Are we sure? I do not think so. Today’s young people, immersed in our complex and turbulent change of epoch, stand precisely on that crazy cliff, one step away from the vertiginous void of the loss of meaning.

Ours are unprecedented times. The post-pandemic era has left deep scars on the souls of the younger generations, scars that add to the anxieties of a society in which artificial intelligence, predictive algorithms and the new logics of the global economy risk reducing the human person to mere data for consumption and processing. In this scenario, as educators, theologians and pastors, we encounter two fundamental tensions that cross the hearts of the young. The first is the absence of a future and of life projects: new generations struggle to imagine their tomorrow because they are not given the coordinates to chart it; their hopes, too often, have not been integrated into a journey of faith capable of giving breath to existence.

The second tension, even more radical, is the search for a profound meaning that surpasses the ephemeral, the pressing need for something — or rather Someone — who does not vanish with changing fashions, Amazon advertisements and the countless digital stores. Yet, at least according to our own pastoral and human experience, we can affirm with certainty that beneath the ashes of this crisis there burns a living fire. The extraordinary experience of the Youth Jubilee in the summer of 2025 was not a flash in the pan, an isolated event consumed in the enthusiasm of a few days. On the contrary, it was an authentic beginning. Many have begun to walk along that road. We cannot guarantee for all the two million young people who were present, but the ferment is undeniable. Young people are increasingly attracted to the sacred. Paradoxically, precisely the aggressiveness of a secularization flattened into commercialization and the hypertrophy of the ego is pushing the new generations to look elsewhere, to flee from a materialism that does not nourish the spirit. They seek the God of Jesus Christ, a God who knows how to value them, who shows them their strengths but also helps them to face the necessary renunciations of self.

The beginning of this Lent of 2026 was marked by a beautiful and programmatic homily by the Holy Father Leo XIV, who for the first time opened the penitential journey as Pontiff. The Pope grasped with extraordinary clarity this dynamic of youthful search, offering a theological and pastoral interpretation that shakes us from our laziness. In his message for the Mass of Ash Wednesday, Pope Leo XIV states: opposing the living God to idolatry – Scripture teaches us – means daring freedom and rediscovering it through an exodus, a journey. No longer paralyzed, rigid, secure in one’s positions, but gathered in order to move and change. How rare it is to find adults who repent, people, companies and institutions who admit that they have been wrong!

«Today, among us, this very possibility is at stake. And it is no coincidence that many young people, even in secularized contexts, feel more than in the past the appeal of this day, Ash Wednesday. Indeed, it is the young who clearly perceive that a more just way of living is possible and that there are responsibilities for what does not work in the Church and in the world. Therefore we must begin where we can and with those who are willing. “Behold, now is the acceptable time; behold, now is the day of salvation!” (2 Cor 6:2). Let us therefore feel the missionary scope of Lent, not in order to distract ourselves from the work on ourselves, but to open it to the many restless people of good will who are seeking paths for an authentic renewal of life, in the horizon of the Kingdom of God and of His justice» (Homily for the blessing of ashes, 18 February 2026).

Here lies the turning point: Lent is not an inward-looking retreat, but an exodus. And who, more than the young, is structurally ready to set out on a journey? The Pope astutely observes a dynamic that exposes us adults:

«How rare it is to find adults who repent, people, companies and institutions who admit that they have been wrong! Today, among us, this is precisely the possibility».

Today the Church finds herself in an ambivalent phase: she experiences an undeniable decline of her most ancient institutional forms, yet at the same time she witnesses a silent and powerful spiritual growth, a return to the essential. In this disorientation, in which we as an ecclesial community are not always able to provide the right answers, young people desperately ask for new “points of reference”. Firm points necessary to decipher reality, to avoid being swept away by the ideologies of the moment and to resist the spiritual desert.

Pope Leo XIV highlights precisely this aspect: young people. Young people do not seek a perfect Church, but a credible Church, capable of admitting its limits and setting out again on the journey. From here springs the urgency of a new mission, as the Apostle Paul – quoted by the Pontiff – reminds us: «Behold, now is the acceptable time; behold, now is the day of salvation!» (2 Cor 6:2). The Pope sends us as missionaries among the young, inviting us to descend from our chairs and to seek new pastoral and theological paths to make people understand the beauty of being Christians. It is an invitation to make the desert blossom, offering solid proposals that go beyond intimacy and embrace the drama of history.

Let us try to devise some paths so that this search of the young, with the young, may become an effective pastoral action and theologically grounded in the Theo-drama of Christ that generates salvific action and Hope. A precious interpretative key emerges every year, at the beginning of the penitential season, in conversations with a dear friend who always reminds me that Lent is her favourite liturgical season. The reason, translated into theological language, is illuminating: Lent is the journey in which one is called to enter physically and spiritually into the drama of Christ, to immerse oneself in His deepest, highest and most beautiful action.

All the other liturgical mysteries – Christmas, Ordinary Time, the Marian solemnities – find their centre of gravity and their perfect convergence precisely here, in the dramatic and salvific action of Jesus. Here our thought inevitably turns to the brilliant intuition of Hans Urs von Balthasar. In his monumental Theo-Drama, the great Swiss theologian reminds us that Revelation is not a static picture to be observed, but a drama in which God enters personally, committing Himself to history. He writes:

«God […] is like a poet. Hence it is understandable that He finds Himself in evil and in all the filth… He Himself is everywhere on the scene, observing, continuing to compose, in a certain sense with poetically impersonal ways, attentive, so to speak, to everything» (2).

Man is thus torn from the condition of a mere spectator and drawn to play his part in Christ, since:

«This whole existence can be understood – in its relation to the Cross and from the Cross – as a drama» (3).

Here lies the heart of the proposal to offer to our young people. We must bring them back to live the drama of Christ, to understand that Christianity is the boldest adventure in which the infinite intertwines with the finite. We must help them insert their action, their failures, their frustrated hopes and their disorientation into the victorious action of Jesus. When a young person understands that his suffering and aspirations have been taken up by the Son of God on the “stage” of the Cross, secularization suddenly loses its deceptive charm.

Let us therefore look to this Lent, guided by the magisterium of Leo XIV, with unshakeable optimism and deep hope. Despite the shadows of our age, the Holy Spirit continues to awaken in the hearts of the new generations a hunger and thirst for the Absolute that no human logic will ever be able to satisfy. Accompanying young people in this exodus toward freedom, becoming their companions on the journey so that they may rediscover the dazzling beauty of faith in Christ, is the most exciting challenge that the Church of today is called to face. And the victory, in the drama of redemption, has already been assured to us.

Santa Maria Novella, Florence, 8 marzo 2026

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NOTES

(1) J.D. Salinger, The Catcher in the Rye, Boston–Toronto, Little, Brown and Company, 1951, ch. 22.

(2) Hans Urs von Balthasar, Theo-Drama: Theological Dramatic Theory, Vol. I: Prolegomena, San Francisco, Ignatius Press, 1988, p. 30.

(3) Hans Urs von Balthasar, Theo-Drama: Theological Dramatic Theory, Vol. IV: The Action, San Francisco, Ignatius Press, 1994, p. 368.    

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EL DESIERTO, EL ÉXODO Y EL ESCENARIO: LOS JÓVENES Y LA CUARESMA CON EL PAPA LEÓN XIV

«¡Qué raro es encontrar adultos que se conviertan, personas, empresas e instituciones que admitan haberse equivocado! Hoy, entre nosotros, se trata precisamente de esta posibilidad».

— Theologica —

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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«Siempre me imagino a todos esos niños jugando en ese inmenso campo de centeno… Miles de niños y nadie alrededor, ningún adulto, quiero decir, sólo yo. Y yo estoy de pie al borde de un precipicio terrible. Y lo único que tengo que hacer es atrapar a todos los que estén a punto de caer por el precipicio; si corren sin mirar adónde van, yo debo salir de algún sitio y agarrarlos. Eso es lo único que tendría que hacer todo el día».

Esta célebre y conmovedora confesión del protagonista de El guardián entre el centeno de J.D. Salinger (1) resuena, décadas después, con una actualidad profética impresionante. Holden Caulfield, en su vagar inquieto y desencantado, desprecia profundamente la falsedad del mundo adulto, el conformismo vacío, lo que hoy podríamos definir como la hipertrofia de lo efímero. Busca desesperadamente la autenticidad, un lugar seguro donde la inocencia no sea corrompida. ¿Eran aquellos tiempos ya pasados? ¿Estamos seguros? No lo creo. Los jóvenes de hoy, inmersos en nuestro complejo y turbulento cambio de época, se encuentran precisamente en ese precipicio terrible, a un paso del vacío vertiginoso de la pérdida de sentido.

Vivimos tiempos inéditos. La era pospandémica ha dejado profundas cicatrices en el alma de las nuevas generaciones, cicatrices que se suman a las ansiedades de una sociedad en la que la inteligencia artificial, los algoritmos predictivos y las nuevas lógicas de la economía global corren el riesgo de reducir a la persona humana a un mero dato de consumo y procesamiento. En este escenario, como formadores, teólogos y pastores, nos encontramos con dos tensiones fundamentales que atraviesan el corazón de los jóvenes. La primera es la ausencia de futuro y de proyectos: las nuevas generaciones tienen dificultad para imaginar su mañana porque no se les proporcionan las coordenadas para trazarlo; sus esperanzas, con demasiada frecuencia, no han sido integradas en un camino de fe capaz de dar aliento a la existencia.

La segunda tensión, aún más radical, es la búsqueda de un sentido profundo que supere lo efímero, la necesidad urgente de algo — o mejor dicho de Alguien — que no desaparezca con el cambio de las modas, de la publicidad de Amazon y de las diversas plataformas digitales. Sin embargo, al menos según nuestra experiencia pastoral y humana, podemos afirmar con certeza que bajo las cenizas de esta crisis arde un fuego vivo. La extraordinaria experiencia del Jubileo de los Jóvenes del verano de 2025 no fue un fuego de paja, un acontecimiento aislado consumido en el entusiasmo de unos pocos días. Fue, por el contrario, un verdadero comienzo. Muchos han empezado a caminar por ese camino. No podemos garantizarlo para los dos millones de jóvenes presentes, pero el fermento es innegable. Los jóvenes se sienten cada vez más atraídos por lo sagrado. Paradójicamente, precisamente la agresividad de una secularización reducida a la comercialización y a la hipertrofia del ego está empujando a las nuevas generaciones a buscar en otro lugar, a huir de un materialismo que no alimenta el espíritu. Buscan al Dios de Jesucristo, un Dios que sepa valorarlos, que les muestre sus puntos fuertes pero que también les ayude a afrontar las necesarias renuncias de sí mismos.

El inicio de esta Cuaresma de 2026 estuvo marcado por una hermosa y programática homilía del Santo Padre León XIV, que por primera vez se dirige como Pontífice en el camino penitencial. El Papa captó con extraordinaria lucidez esta dinámica de búsqueda juvenil, ofreciendo una lectura teológica y pastoral que nos sacude de nuestras perezas. En su mensaje para la Misa del Miércoles de Ceniza, el Papa León XIV afirma: oponer al Dios vivo frente a la idolatría — nos enseña la Escritura — significa atreverse a la libertad y redescubrirla a través de un éxodo, de un camino. Ya no paralizados, rígidos y seguros en nuestras posiciones, sino reunidos para ponernos en movimiento y cambiar. ¡Qué raro es encontrar adultos que se conviertan, personas, empresas e instituciones que admitan haberse equivocado!

«Hoy, entre nosotros, se trata precisamente de esta posibilidad. Y no es casualidad que numerosos jóvenes, incluso en contextos secularizados, perciban más que antes el llamado de este día, el Miércoles de Ceniza. Son ellos, los jóvenes, quienes captan con claridad que un modo de vivir más justo es posible y que existen responsabilidades por aquello que en la Iglesia y en el mundo no funciona. Es necesario, por tanto, comenzar desde donde se pueda y con quienes estén dispuestos. “Ahora es el tiempo favorable, ahora es el día de la salvación” (2Cor 6,2). Sintamos, por tanto, el alcance misionero de la Cuaresma, no para distraernos del trabajo sobre nosotros mismos, sino para abrirlo a tantas personas inquietas y de buena voluntad que buscan caminos para una auténtica renovación de vida, en el horizonte del Reino de Dios y de su justicia» (Homilía en la Santa Misa para la bendición de las cenizas, 18 de febrero de 2026).

He aquí la clave: la Cuaresma no es un repliegue intimista, sino un éxodo. ¿Y quién, más que los jóvenes, está estructuralmente dispuesto a ponerse en camino? El Papa observa con agudeza una dinámica que deja en evidencia a nosotros los adultos:

«¡Qué raro es encontrar adultos que se conviertan, personas, empresas e instituciones que admitan haberse equivocado! Hoy, entre nosotros, se trata precisamente de esta posibilidad».

La Iglesia vive hoy una fase ambivalente: experimenta una innegable decadencia de sus formas institucionales más antiguas, pero al mismo tiempo presencia un silencioso y poderoso crecimiento espiritual, un retorno a lo esencial. En este desconcierto, en el que no siempre somos capaces como comunidad eclesial de ofrecer respuestas adecuadas, los jóvenes piden desesperadamente nuevos “puntos de referencia”. Puntos firmes necesarios para descifrar la realidad, para no dejarse arrastrar por las ideologías del momento y para resistir al desierto espiritual.

El Papa León XIV subraya precisamente este aspecto: los jóvenes. Los jóvenes no buscan una Iglesia perfecta, sino una Iglesia creíble, capaz de admitir sus límites y de volver a ponerse en camino. De aquí surge la urgencia de una nueva misión, como recuerda el Apóstol Pablo citado por el Pontífice: «Ahora es el tiempo favorable, ahora es el día de la salvación» (2Cor 6,2). El Papa nos envía como misioneros entre los jóvenes, invitándonos a bajar de nuestras cátedras y a buscar nuevos caminos pastorales y teológicos para hacer comprender la belleza de ser cristianos. Es una invitación a hacer florecer el desierto, ofreciendo propuestas sólidas que superen el intimismo y abracen el drama de la historia.

Intentemos entonces imaginar algunos caminos para que esta búsqueda de los jóvenes, junto con los jóvenes, se convierta en una acción pastoral eficaz y teológicamente fundada en el Teodrama de Cristo que genera la acción salvífica y la Esperanza. Existe una clave de lectura preciosa que emerge cada año, al comienzo del tiempo penitencial, en conversaciones con una querida amiga que siempre me recuerda cómo la Cuaresma es su tiempo litúrgico preferido. La motivación, traducida en lenguaje teológico, es iluminadora: la Cuaresma es el camino en el que se nos llama a entrar física y espiritualmente en el drama de Cristo, a sumergirnos en su acción más profunda, más alta y más hermosa.

Todos los demás misterios litúrgicos — la Navidad, el Tiempo Ordinario, las solemnidades marianas — encuentran su centro de gravedad y su perfecta convergencia precisamente aquí, en la acción dramática y salvífica de Jesús. Es aquí donde el pensamiento nos remite inevitablemente a la genial intuición de Hans Urs von Balthasar. En su monumental Teodramática, el gran teólogo suizo nos recuerda que la Revelación no es un cuadro estático al que asistir, sino un drama en el que Dios entra personalmente, comprometiéndose con la historia. Él escribe:

«Dios […] es como un poeta. De ahí se explica también que se encuentre en el mal y en toda la suciedad… Él mismo está en todas partes en escena, observa, continúa componiendo, en cierto modo con modos poéticamente impersonales, atento, por así decir, a todo» (2).

El hombre es entonces arrancado de su condición de simple espectador y es arrastrado a interpretar su propia parte en Cristo, puesto que:

«Toda esta existencia puede ser comprendida —en su relación con la cruz y desde la cruz— como un drama» (3).

Aquí se encuentra el corazón de la propuesta que debemos ofrecer a nuestros jóvenes. Debemos llevarlos de nuevo a vivir el drama de Cristo, a comprender que el cristianismo es la aventura más audaz en la que lo infinito se entrelaza con lo finito. Es necesario ayudarlos a insertar su acción, sus fracasos, sus esperanzas frustradas y su desconcierto en la acción victoriosa de Jesús. Cuando un joven comprende que su dolor y sus aspiraciones han sido asumidos por el Hijo de Dios en el “escenario” de la Cruz, la secularización pierde de repente su encanto engañoso.

Miremos entonces esta Cuaresma, guiados por el magisterio de León XIV, con un optimismo inquebrantable y una profunda esperanza. A pesar de las sombras de nuestra época, el Espíritu Santo continúa suscitando en el corazón de las nuevas generaciones un hambre y una sed de Absoluto que ninguna lógica humana podrá jamás saciar. Acompañar a los jóvenes en este éxodo hacia la libertad, hacerse compañeros de camino para redescubrir la deslumbrante belleza de la fe en Cristo, es el desafío más apasionante que la Iglesia de hoy está llamada a afrontar. Y la victoria, en el drama de la redención, ya nos ha sido asegurada.

Santa Maria Novella, Florencia, a 8 de marzo 2026

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NOTAS

(1) J.D. SALINGER, El guardián entre el centeno, Torino, Einaudi, 1961, cap. 22.

(2) H.U. VON BALTHASAR, Teodramática, Vol. I: Introducción al drama, Jaca Book, Milano, 1980, 30.

(3) H.U. VON BALTHASAR, Teodramática, Vol. IV: La acción, Jaca Book, Milano, 1986, 368.

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“Silere non Possum”. Uno straordinario Marco Perfetti tra disinvolto Diritto Canonico e «Scandalo al sole»: l’Augusto defunto disse che l’omosessualità è peccato

SILERE NON POSSUM. UNO STRAORDINARIO MARCO PERFETTI TRA DISINVOLTO DIRITTO CANONICO E «SCANDALO AL SOLE»: L’AUGUSTO DEFUNTO DISSE CHE L’OMOSESSUALITÀ È PECCATO

Non possiamo che ringraziare il creatore del blog Silere non Possum, i cui interventi, talvolta caratterizzati da una disinvoltura argomentativa che suscita più interrogativi che certezze, costituiscono per noi un salutare esercizio. Ci ricordano che il compito del sacerdote e del teologo non è rincorrere l’eco mediatica, ma distinguere, chiarire e custodire con fedeltà l’ordine della verità, per poi difenderla  dall’errore e trasmetterla.

— Teologia e diritto canonico —

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In rete continua a circolare questo video risalente a tre anni fa — che ho scoperto e ascoltato solo pochi giorni fa — ma che conserva una sua attualità non per la solidità delle tesi sostenute, ma per la persistenza delle ambiguità su cui esse si fondano. Accade  spesso che le costruzioni argomentative erette su equivoci ben confezionati sopravvivano più a lungo delle analisi strutturalmente fondate.

Ogni volta che un Pontefice rilascia un’intervista, si consuma ormai un piccolo rito mediatico: si estrae una frase, la si isola dal contesto, la si alleggerisce delle precisazioni, la si asciuga di ogni distinzione e la si rilancia come se fosse un terremoto dottrinale. Questa volta il titolo è già un manifesto: «L’omosessualità è un peccato». Segue, con studiata gravità, il sottotitolo: «Si torna indietro».

Sarebbe anzitutto interessante capire indietro rispetto a cosa. Alla dottrina costante della Chiesa? Al Catechismo promulgato nel 1992 e definitivamente editato nel 1998? Alla tradizione morale che distingue — con quella finezza concettuale che oggi sembra divenuta merce rara, specie tra certi giovani improvvisatisi giuristi da tastiera — tra persona, inclinazione e atto? Il problema non è l’indignazione del «si torna indietro», ma la disinvoltura con cui si maneggiano categorie che esigerebbero, prima ancora che passione, competenza unita a solida maturità intellettuale, dottrinale e giuridica.

Quando il Romano Pontefice afferma che l’omosessualità non è un crimine ma è un peccato, non introduce alcuna novità né inaugura una regressione. Opera una distinzione elementare tra ordine penale e ordine morale, tra reato e peccato, tra foro esterno e foro interno. Distinzione che appartiene alla struttura stessa del pensiero cattolico e che precede di secoli le polemiche odierne. Basterebbe avere una minima familiarità con il diritto — quello vero, non quello evocato per sentito dire — prima di pretendere di impartirne lezioni o di usarlo come clava polemica, talvolta con effetti più rivelatori che convincenti.

Se però si ignora che cosa significhi “peccato” nella teologia morale cattolica e si confonde il giudizio sull’atto con un giudizio ontologico sulla persona, allora ogni parola diventa materiale per il titolo scandalistico e ogni precisazione viene liquidata come retromarcia. La teologia non si fa a colpi di titoli: si fa distinguendo. E il diritto, dal canto suo, esige una precisione ancora maggiore, specie quello strutturato su base romana, meno elastico del common law ma proprio per questo meno incline a quelle ambiguità che, in mani inesperte, rischiano di trasformare una distinzione in un’accusa e un chiarimento in un regresso.

Qui emerge il vero sofisma, tanto semplice quanto efficace sul piano mediatico. Afferma l’autore in questo video: «Gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati: gli atti». Come se la parola «atti», scandita con particolare enfasi, fosse sufficiente a dissolvere il problema e a mettere al riparo da ogni valutazione morale sulla persona. La domanda che di conseguenza segue è quindi elementare: chi compie gli atti? Posto che gli atti non sono entità sospese nell’aria, non sono fenomeni atmosferici, non sono accidenti metafisici che si producono per autocombustione, è presto detto: l’atto morale è sempre atto umano. È posto da un soggetto libero, dotato di intelletto e volontà, di libertà e libero arbitrio. Se si parla di «atto»”, si parla necessariamente di un’azione compiuta da qualcuno. E quel “qualcuno” è l’uomo.

La teologia morale cattolica — e qui basterebbe aprire un manuale serio, non un commento improvvisato sui social — distingue con precisione tra inclinazione, condizione personale e atto liberamente posto. Ma distinguere non significa separare ontologicamente ciò che nella realtà è unito. L’atto è della persona; la persona è soggetto dell’atto. Negare questo per salvare una formula significa scivolare in un nominalismo morale che dissolve la responsabilità nel lessico e finisce per suscitare una certa tenerezza verso apprendisti stregoni convinti di risolvere con un artificio terminologico questioni strutturali evidentemente più grandi di loro. Sant’Agostino, prima di poter dire «Silere non possum» — non posso tacere —, da Aurelio di Tagaste quale ancora era, prestò ascolto a quella voce che gli sussurrò «Tolle lege» — prendi e leggi. Sottinteso: studia. Aurelio divenne Agostino perché ascoltò, lesse, studiò e imparò.

Occorre anzitutto recuperare la categoria dell’oggetto morale. Secondo la dottrina costante, ripresa con limpida chiarezza da San Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis Splendor, l’atto umano si qualifica moralmente in base a tre elementi: oggetto, fine e circostanze. L’oggetto non è l’intenzione soggettiva, né la condizione psicologica del soggetto; è ciò verso cui l’atto è ordinato in se stesso. Quando la Tradizione afferma che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati», non sta formulando un giudizio sulla dignità della persona, ma sulla struttura oggettiva dell’atto in rapporto alla legge naturale e alla finalità propria della sessualità. Questo significa intrinsece malum: che l’oggetto dell’atto è tale da non poter essere ordinato al bene in alcuna circostanza o intenzione. È linguaggio tecnico, non slogan morale. Confondere il giudizio sull’oggetto morale con un giudizio ontologico sulla persona significa non aver compreso la metafisica dell’atto, la grammatica della morale cattolica e, talvolta, nemmeno quel diritto che si presume talora di voler insegnare persino agli altri (vedere, qui).

A questo punto conviene leggere il testo per ciò che è, non per ciò che si vorrebbe che fosse. Il n. 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica afferma:

«L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. […] La Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”. […] In nessun caso possono essere approvati».

Non è un testo improvvisato, né una nota marginale. È un’esposizione sistematica che distingue con chiarezza tra inclinazione e atto, tra condizione personale e comportamento moralmente qualificato. Il Catechismo non afferma che la persona “è disordinata”. Non formula un giudizio ontologico sulla dignità del soggetto. Parla di atti e li qualifica in rapporto alla legge naturale e alla struttura teleologica della sessualità.

Questa distinzione non nasce da un capriccio disciplinare, ma da un impianto antropologico preciso: la sessualità, nella visione cattolica, è ordinata alla complementarità tra uomo e donna e alla apertura alla vita. Se l’atto è strutturalmente chiuso a questa finalità, l’oggetto morale viene giudicato disordinato. Non perché sia stato deciso in qualche oscuro ufficio romano da presunti custodi di tremebondi pregiudizi, ma perché l’atto viene valutato secondo una concezione della natura umana che la Chiesa ritiene iscritta nell’ordine della creazione.

Si può contestare questa antropologia? Certamente e legittimamente. Ma non la si può ridicolizzare fingendo di non comprenderla, nella speranza che altri smettano di comprenderla. Altrettanto vale per l’inconsistenza dell’accusa di «passo indietro». Il testo del Catechismo è del 1992, con editio typica del 1998. È stato promulgato sotto San Giovanni Paolo II e redatto sotto la supervisione dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger. Non siamo davanti a un’improvvisa regressione dottrinale del 2023 — come sostiene chi accusa ripetutamente il Sommo Pontefice di aver definito l’omosessualità peccato — ma alla semplice ripetizione di una dottrina costante. Parlare di «arretramento» significa ignorare trent’anni di Magistero o fingere che esso non esista. Il problema, quindi, non è che il Santo Padre Francesco abbia detto qualcosa di nuovo, ma che qualcuno abbia deciso di scoprire oggi ciò che la Chiesa non ha mai nascosto.

Se poi si vuole comprendere davvero che cosa significhi «peccato» nel linguaggio cattolico, basterebbe ricordare una formula che ogni fedele ascolta — o dovrebbe ascoltare — nella liturgia: «Ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni». Il peccato non è un’etichetta sociologica, non è un’identità, non è una condizione ontologica permanente, ma un atto umano moralmente qualificato, qualcosa che si compie, o che si omette di compiere. Quindi pensieri, parole, opere e omissioni sono quattro modalità attraverso cui la libertà si esercita. E, esercitandosi, può ordinarsi al bene oppure disordinarsi rispetto ad esso.

Dire che un atto è peccato significa dire che, in quella concreta scelta, l’uomo ha posto un’azione contraria all’ordine morale oggettivo. Non significa affermare che la persona sia riducibile al suo atto. Non significa negarne la dignità. Non significa trasformare una condizione esistenziale in una colpa permanente. La distinzione tra persona e atto non è un’attenuazione moderna: è la grammatica stessa della morale cattolica. Quando dunque il Sommo Pontefice afferma che l’omosessualità non è un crimine ma è un peccato, sta semplicemente collocando la questione nell’ambito morale e non in quello penale. Sta ricordando che la Chiesa non invoca sanzioni civili, ma formula un giudizio etico sugli atti. È una differenza abissale, che chiunque abbia una nozione solo elementare di diritto dovrebbe saper riconoscere.

Il peccato appartiene al foro della coscienza e alla relazione con Dio, il crimine appartiene all’ordinamento giuridico e alla sfera pubblica. Confondere i due piani significa non comprendere né la teologia morale né la teoria generale del diritto. Ed è proprio qui che la polemica mostra tutta la sua fragilità. Perché accusare il Santo Padre di «arretramento» per aver ribadito che un atto moralmente disordinato — in questo specifico caso la pratica dell’omosessualità — è peccato, equivale, in realtà, a rimproverare alla Chiesa di continuare a essere ciò che è: vale a dire, semplicemente, se stessa.

A questo punto emerge un ulteriore nodo, più delicato e più serio. Perché dietro la polemica mediatica non vi è soltanto un problema di distinzione tra peccato e crimine, ma una questione ecclesiologica: l’idea, più o meno esplicita, che l’accoglienza debba necessariamente tradursi in approvazione morale. E qui occorre essere estremamente chiari: la Chiesa è madre, accoglie tutti, sempre e senza condizioni preliminari. Lo ha fatto nei confronti dell’adultera — «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11) — del pubblicano — «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13) — del persecutore trasformato in apostolo — «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4) — del peccatore manifesto seduto a mensa con il Maestro — «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mc 2,17). Non ha mai chiesto una certificazione morale all’ingresso. Ma l’accoglienza non è mai stata sinonimo di legittimazione dell’atto. Né la misericordia è mai stata equiparata alla normalizzazione del disordine.

Al numero del Catechismo citato poc’anzi (cfr. n. 2357) fa seguito quello immeditatamente successivo con richiami precisi al rispetto e all’accoglienza delle persone omosessuali: 

«Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione» (CCC n. 2358).

Il punto è però precisamente questo: vi sono soggetti che non chiedono accoglienza — che la Chiesa già offre — ma riconoscimento morale della prassi, dell’esercizio di un disordine morale. Non chiedono di essere accolti come persone, ma che l’atto venga sottratto al giudizio morale e normalizzato. E qui non siamo più nell’ambito pastorale, ma in quello dottrinale. Si pretende, in altre parole, che la Chiesa modifichi la propria antropologia per adeguarsi a un paradigma culturale dominante. Che rilegga la propria morale alla luce di istanze identitarie contemporanee. Che benedica ciò che fino a ieri ha definito intrinsecamente disordinato, senza che sia mutata la struttura teologica di riferimento. Ora, si può discutere tutto, ma non si può chiedere alla Chiesa di cessare di essere se stessa senza dichiararlo apertamente.

L’argomento è presentato di prassi in modo più suggestivo che rigoroso: si evoca l’inclusione, si parla di diritti, si agita lo spettro della discriminazione, fino a manipolare il dato oggettivo rimproverando apertamente al Santo Padre che, definendo l’omosessualità peccato, offrirebbe legittimazione ai regimi islamisti che la perseguono penalmente. Ma qui non è in gioco la dignità della persona — che la Chiesa afferma con forza — bensì la qualificazione morale dell’atto. E confondere le due dimensioni è un artificio retorico suggestivo, ma teologicamente inconsistente e giuridicamente farraginoso.

La verità è che qualcuno vorrebbe far entrare nella Chiesa quello che potremmo chiamare un cavallo di Troia arcobaleno: non la persona, ma l’intero pacchetto ideologico che pretende di ridefinire categorie antropologiche, morali e sacramentali. La Chiesa non rifiuta le persone, ma non può accettare che l’accoglienza diventi lo strumento per scardinare la propria visione della natura umana. La madre abbraccia, ma non riscrive la legge morale per rendere l’abbraccio culturalmente più gradito a chi vorrebbe trasformare il peccato in un diritto. Chi chiede alla Chiesa di dichiarare moralmente buono ciò che essa, alla luce della propria antropologia teologica, ritiene oggettivamente disordinato, non sta chiedendo un atto pastorale, ma una revisione dottrinale. E una revisione dottrinale non si ottiene per pressione mediatica, né per titoli ad effetto, né per esigenze personali, né mediante denunce temerarie che alterano il piano del confronto.

È doveroso ringraziare il creatore del blog Silere non Possum, i cui interventi, talvolta caratterizzati da una disinvoltura argomentativa che suscita più interrogativi che certezze, costituiscono per noi un salutare esercizio. Ci ricordano che il compito del sacerdote, del teologo e del vero giurista non è rincorrere l’eco mediatica, ma distinguere, chiarire e custodire con fedeltà l’ordine della verità, per poi trasmetterla e difenderla da quei cavalli di Troia ideologici che, con tinte arcobaleno e linguaggio seducente, tentano di introdurre nella Chiesa ciò che non le appartiene, sino a considerare le parole sul peccato del Sommo Pontefice un vero e proprio scandalo al sole.

Dall’Isola di Patmos, 28 febbraio 2026

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I Padri dell’Isola di Patmos

La coscienza non è un concilio. La fraternità San Pio X e il sofisma dell’autorizzazione di sé – Conscience is not a council. The Society of Saint Pius X and the sophism of self-authorization – La conciencia no es un concilio. La Fraternidad San Pío X y el sofisma de la autoautorización –

      Italian, english, español

LA COSCIENZA NON È UN CONCILIO. LA FRATERNITÀ SAN PIO X E IL SOFISMA DELL’AUTORIZZAZIONE DI SÉ

Si può rimanere nella piena comunione rifiutando in blocco l’autorità di un Concilio ecumenico e del Magistero successivo? La risposta cattolica è no. Non certo per rigidità, ma per coerenza. La coscienza soggettiva non è un Concilio e la comunione non è un’opzione interpretativa.

— Theologica —

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Nell’articolo sull’incontro tra il Cardinale Víctor Manuel Fernández e la Fraternità Sacerdotale San Pio X pubblicato di recente (vedere qui) abbiamo indicato quello che costituisce il punto non negoziabile della questione: la comunione ecclesiale non è un sentimento né un’auto-dichiarazione, ma un fatto oggettivo fondato sul riconoscimento dell’autorità della Chiesa.

La lettera ufficiale del Rev. Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità (consultare testo integrale, qui), ripropone esattamente il nodo che avevamo evidenziato in quel precedente articolo: non una semplice divergenza interpretativa, ma una pretesa di ridefinire dall’interno i criteri stessi della comunione. La Fraternità parla infatti di «caso di coscienza». Non sarebbe, quindi, questione di dissenso disciplinare, ma di fedeltà alla Tradizione contro presunte deviazioni conciliari. E qui occorre subito fermarsi, perché non siamo davanti a un problema di sensibilità liturgica o di accenti teologici, bensì a una questione strutturale: chi giudica chi nella Chiesa?

Cominciamo col chiarire un punto che non ammette ambiguità: la coscienza non è istanza superiore al Magistero. La dottrina cattolica è inequivoca. Il Magistero autentico dei vescovi in comunione con il Romano Pontefice «richiede l’ossequio religioso della volontà e dell’intelletto» (Lumen Gentium, 25). Non si tratta di un’opzione psicologica, ma di un dovere ecclesiale che appartiene alla struttura stessa della fede. La coscienza, nella tradizione cattolica, non è fonte autonoma della verità, ma giudizio pratico che deve essere formato alla luce della verità oggettiva. Se la coscienza viene invocata contro il Magistero, si altera l’ordine stesso della fede e si rovescia la gerarchia delle fonti.

E qui, per inciso — senza indulgere a spirito polemico gratuito, ma per semplice onestà intellettuale — occorre osservare un elemento che non può passare sotto silenzio. Da oltre quattro decenni gli ambienti di questa Fraternità rivendicano con orgoglio di formare i propri sacerdoti secondo i più solidi princìpi della logica, della scolastica classica e del tomismo. È una dichiarazione davvero impegnativa. Tuttavia, alla prova dei testi e delle costruzioni argomentative che vengono proposte, non è facile rintracciare quella solidità razionale che si proclama. Confondere infatti alcune formule manualistiche della neoscolastica decadente con la logica aristotelica, o con le grandi speculazioni di Sant’Anselmo d’Aosta e di San Tommaso d’Aquino, significa ridurre una tradizione filosofico-teologica di altissimo livello a uno schema ripetitivo. La logica non è una parola d’ordine, ma rigore nel procedere, coerenza interna, rispetto dei principi di non-contraddizione e di identità.

Quando si erige la coscienza a tribunale superiore rispetto al Magistero e, nello stesso tempo, si invoca la fedeltà alla scolastica, si cade in una contraddizione metodologica evidente, per non dire grossolana: si pretende di difendere l’ordine della ragione mentre lo si scardina alla radice. Non è pertanto questione di scuole teologiche, ma di basilare coerenza. Sant’Anselmo non ha mai opposto la propria coscienza all’autorità della Chiesa; né San Tommaso ha mai costruito un sistema alternativo al Magistero. La loro grandezza consisteva precisamente nell’armonizzare ragione e fede dentro l’ordine ecclesiale, non nel sostituirsi ad esso. E non si tratta di un’affermazione astratta. Nessuno dei grandi Dottori della Chiesa si sarebbe mai permesso di opporsi — tanto più con toni aggressivi — all’Autorità ecclesiastica per aver chiarito e stabilito che alla Vergine Maria non può essere attribuito il titolo di «corredentrice» (cfr. Mater Populi Fidelis, 17). Si può discutere teologicamente, si può approfondire, si può precisare. Ma opporre la propria posizione all’autorità legittima della Chiesa come se si trattasse di un abuso da correggere significa travalicare un limite che farebbe inorridire tutti i grandi maestri della tradizione scolastica.

Se oggi si intende invocare l’Aostano e l’Aquinate, lo si faccia con la stessa disciplina intellettuale che questi due Dottori esigevano. Perché inneggiare alla logica mentre si introduce un principio di giudizio soggettivo che pretende di valutare un Concilio ecumenico non è un atto di fedeltà alla scolastica, ma un’operazione retorica che non regge all’analisi razionale. Il Concilio Vaticano II afferma che l’interpretazione autentica della Parola di Dio «è affidata al solo Magistero vivo della Chiesa» (Dei Verbum, 10). Non al singolo, non a un gruppo, non a una Fraternità Sacerdotale.

Occorre osservare un ulteriore elemento: non è raro che in certi ambienti si liquidino come «eretici modernisti» i teologi della cosiddetta Nouvelle Théologie. È una semplificazione comoda, ma intellettualmente fragile. Che vi siano in quelle correnti problematicità è fuori discussione, così come ve ne sono state nella storia della teologia in quasi tutti i grandi autori, inclusi Santi Padri e Dottori della Chiesa. Sant’Agostino, convertito, battezzato e già vescovo, dovette lavorare non poco su se stesso per purificare residui di manicheismo; e nessuno, per questo, nega la sua grandezza. Ma prendiamo pure i nomi che in certi ambienti vengono presentati come i più pericolosi tra i teologi del Novecento: Karl Rahner e Hans Küng. Si può — e in certi casi si deve — criticare Rahner. Si può anche dissentire radicalmente, ma pensare che il corpo docente del Seminario di Ecône avrebbe potuto sostenere un confronto teologico di alto livello, condotto sul terreno del tomismo classico e della grande scolastica, con una mente di vastissima cultura come quella di Hans Küng, significa cedere davvero a una sopravvalutazione che non trova riscontro nella realtà.

Per inciso una memoria personale: Brunero Gherardini, teologo non certo sospettabile di filo-modernismo, definì Leonard Boff «uno tra i più brillanti ecclesiologi del Novecento». Si può non condividere le sue conclusioni, ma negarne la statura intellettuale sarebbe semplicemente negare l’evidenza. Qui non è in gioco l’adesione alle tesi di questi autori ma un principio di onestà intellettuale. La polemica non sostituisce l’argomentazione né l’etichetta la confutazione. La proclamazione di ortodossia non equivale alla solidità razionale. Se si invoca la scolastica, la si pratichi davvero: con rigore logico, con distinzione dei piani, con rispetto dell’autorità ecclesiale e con quella disciplina della ragione che non teme il confronto, ma lo affronta senza caricature.

Quando si dichiara che il Concilio e il Magistero post-conciliare sarebbero in rottura con la Tradizione e che tale giudizio deriverebbe da un obbligo di coscienza, si compie un salto che non è teologico ma strutturalmente arbitrario: si attribuisce alla propria coscienza il potere di sindacare l’autorità che Cristo ha costituito per custodire la fede. Questo è il punto, non si tratta di buona o cattiva fede, ma di ordine ecclesiale.

Porre Tradizione contro Magistero è una costruzione impossibile, illogica. Eppure la Fraternità parla di fedeltà alla Tradizione contro le “orientazioni fondamentali” del Concilio, una contrapposizione in sé e di per sé teologicamente insostenibile. La Tradizione non è un deposito archeologico da contrapporre al Magistero vivente. È la trasmissione viva della fede sotto la guida dell’autorità apostolica. Già il Concilio di Trento insegnava che la rivelazione è contenuta «in libris scriptis et sine scripto traditionibus» (DS 1501), ma sempre custodita e interpretata dalla Chiesa. Separare la Tradizione dall’autorità che la custodisce significa trasformarla in un principio ideologico e illogico.

Il teologo Joseph Ratzinger, ben prima di diventare Pontefice, ricordava che la Tradizione non è un blocco immobile, ma una realtà viva che cresce nella comprensione della fede, senza rottura ma anche senza fossilizzazione. In particolare, nel celebre discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, egli parlò di «ermeneutica della riforma nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa» contrapposta a una «ermeneutica della discontinuità e della rottura» (in Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2005). Rifiutare un Concilio ecumenico come tale non è esercizio di discernimento; è negazione di un atto del Magistero universale. Si può discutere un’ermeneutica, ma non si può sospendere l’autorità.

La lettera del Rev. Davide Pagliarani esprime disponibilità a un confronto teologico, ma al tempo stesso contesta le condizioni poste dall’autorità competente mettendo in scena una forma di dialogo che nega il principio gerarchico. E qui il problema non è diplomatico, è nuovamente logico. Un dialogo ecclesiale avviene all’interno di una struttura gerarchica. Se non si riconosce la legittimità di chi convoca e orienta il confronto, il dialogo diventa un confronto tra pari che non esiste nella costituzione della Chiesa, che non è una federazione di interpretazioni autonome ma un corpo ordinato. Pretendere dialogo senza riconoscere l’autorità che ne stabilisce i criteri equivale a chiedere riconoscimento mantenendo la propria autosufficienza normativa.

Nel precedente articolo abbiamo scritto che la comunione non è un punto negoziabile (vedere qui). Lo ribadiamo, precisando che la comunione ecclesiale implica: il riconoscimento del Romano Pontefice, del Magistero dei vescovi in comunione con lui e l’accettazione dei Concili ecumenici come atti del Magistero universale. Non è sufficiente dichiararsi cattolici, perché per esserlo occorre accettare l’ordine cattolico. È quindi presto detto: quando un gruppo esercita il sacro ministero, forma il clero, amministra i Sacramenti e, contemporaneamente, sospende l’adesione a un Concilio ecumenico e al Magistero successivo, si crea una tensione oggettiva che non può essere normalizzata con formule retoriche. La comunione non è auto-definibile, né può ridursi a un’autocertificazione; è riconoscimento reciproco dentro un ordine gerarchico ricevuto da Cristo. E viene allora spontaneo domandarsi se taluni zelanti cultori della logica aristotelica, che pure dichiarano di fondare su di essa la propria formazione scolastica, non abbiano talvolta confuso Aristotele con i sofisti. Perché la logica classica si fonda sul principio di non contraddizione; la sofistica, invece, sull’arte di rendere sostenibile ciò che invece rimane contraddittorio.

Il nucleo più problematico sta poi nel rischio dell’autorizzazione di sé. Quando la propria identità ecclesiale si costruisce sulla contestazione sistematica dell’autorità, si entra in una dinamica che, storicamente, ha sempre prodotto fratture. Non si tratta di accusare, ma di constatare la struttura che la Fraternità Sacerdotale San Pio X si è data. Se infatti il criterio ultimo diventa: “la nostra coscienza giudica il Concilio”, allora la gerarchia delle fonti è totalmente rovesciata mediante quella che i greci chiamavano παράδοξος, da cui deriva il termine di paradosso.

La Chiesa non è fondata sulla coscienza individuale, ma sull’autorità apostolica. La coscienza è chiamata a obbedire alla verità custodita dalla Chiesa, non a sostituirsi ad essa. La questione, quindi, non è se vi siano aspetti discutibili nel post-concilio. La Chiesa ha sempre conosciuto tensioni, chiarimenti, sviluppi, a partire dal Primo Concilio di Nicea, che non fu sufficiente per redigere interamente il Simbolo di Fede, al punto che dovette intervenire il successivo Primo Concilio di Costantinopoli, tanto che, il Credo, si chiama non certo a caso Simbolo Niceno-Costantinopolitano (vedere la mia ultima opera, qui). La questione è un’altra: si può rimanere nella piena comunione rifiutando in blocco l’autorità di un Concilio ecumenico e del Magistero successivo? La risposta cattolica è no. Non certo per rigidità, ma per coerenza. La coscienza soggettiva non è un Concilio e la comunione non è un’opzione interpretativa.

Questa Fraternità fu dedicata dall’Arcivescovo Marcel Lefebvre a san Pio X, lo stesso Pontefice che condannava i modernisti per sostenere che «l’autorità della Chiesa, sia che insegni sia che governi, deve essere sottomessa al giudizio della coscienza privata»; ma così, egli ammoniva, «si rovescia l’ordine stabilito da Dio» (Pascendi Dominici Gregis, 8 settembre 1907). Paradossalmente, proprio qui si consuma l’ironia della storia: i modernisti più insidiosi non sono quelli che si dichiarano tali, ma quelli che, pur condannando il modernismo, ne assumono il principio metodologico, elevando la propria coscienza a criterio di giudizio dell’autorità ecclesiale.

Dall’Isola di Patmos, 20 febbraio 2026

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CONSCIENCE IS NOT A COUNCIL. THE SOCIETY OF SAINT PIUS X AND THE SOPHISM OF SELF-AUTHORIZATION

Can one remain in full communion while rejecting wholesale the authority of an Ecumenical Council and of the subsequent Magisterium? The Catholic answer is no. Not out of rigidity, but out of coherence. Subjective conscience is not a Council, and communion is not an interpretative option.

— Theologica —

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In the recent article on the relationship between Cardinal Víctor Manuel Fernández and the Society of Saint Pius X (see here), we indicated what constitutes the non-negotiable point of the matter: ecclesial communion is neither a sentiment nor a self-declaration, but an objective reality grounded in the recognition of the Church’s authority.

The official letter of Rev. Davide Pagliarani, Superior General of the Fraternitas (full text, here), reproposes precisely the very knot we had highlighted in that previous article: not a simple interpretative divergence, but a claim to redefine from within the very criteria of communion itself. The Society speaks, in fact, of a «case of conscience». It would therefore not be a matter of disciplinary dissent, but of fidelity to Tradition against alleged conciliar deviations. And here one must pause immediately, for we are not facing a question of liturgical sensitivity or theological nuances, but a structural issue: who judges whom in the Church?

Let us begin by clarifying a point that admits of no ambiguity: conscience is not an instance superior to the Magisterium. Catholic doctrine is unequivocal. The authentic Magisterium of the bishops in communion with the Roman Pontiff «requires religious submission of will and intellect» (Lumen Gentium, 25). This is not a psychological option, but an ecclesial duty belonging to the very structure of faith. Conscience, in the Catholic tradition, is not an autonomous source of truth, but a practical judgment that must be formed in the light of objective truth. If conscience is invoked against the Magisterium, the very order of faith is altered and the hierarchy of sources overturned.

And here, by way of aside — without indulging in gratuitous polemics, but out of simple intellectual honesty — one must observe an element that cannot pass unnoticed. For more than four decades the circles of this Society have proudly claimed to form their priests according to the most solid principles of logic, classical scholasticism, and Thomism. It is a demanding claim indeed. Yet, when tested against the texts and argumentative constructions proposed, it is not easy to discern the rational solidity that is proclaimed. To confuse certain manualistic formulas of a decadent neo-scholasticism with Aristotelian logic, or with the great speculative syntheses of Saint Anselm of Aosta and Saint Thomas Aquinas, is to reduce a philosophical-theological tradition of the highest order to a repetitive schema. Logic is not a slogan, but rigor in reasoning, internal coherence, and respect for the principles of non-contradiction and identity.

When conscience is erected as a tribunal superior to the Magisterium and, at the same time, fidelity to scholasticism is invoked, one falls into an evident — not to say gross — methodological contradiction: one claims to defend the order of reason while undermining it at its root. This is therefore not a matter of theological schools, but of elementary coherence. Saint Anselm never opposed his own conscience to the authority of the Church; nor did Saint Thomas ever construct a system alternative to the Magisterium. Their greatness consisted precisely in harmonizing reason and faith within the ecclesial order, not in substituting themselves for it. Nor is this an abstract affirmation. None of the great Doctors of the Church would ever have presumed to oppose — all the more so with aggressive tones — ecclesiastical Authority for having clarified and established that the title «co-redemptrix» cannot be attributed to the Virgin Mary (cf. Mater Populi Fidelis, 17). One may discuss theologically, one may deepen and refine; but to oppose one’s own position to the legitimate authority of the Church as though correcting an abuse is to cross a boundary that would have appalled all the great masters of the scholastic tradition.

If today one wishes to invoke the Aostan and the Angelic Doctor, let it be done with the same intellectual discipline those two Doctors demanded. For to extol logic while introducing a subjective principle of judgment that claims to evaluate an Ecumenical Council is not an act of fidelity to scholasticism, but a rhetorical operation that does not withstand rational analysis. The Second Vatican Council affirms that the authentic interpretation of the Word of God «has been entrusted to the living Magisterium of the Church alone» (Dei Verbum, 10). Not to the individual, not to a group, not to a Priestly Society.

And again, by way of aside — but in earnest — another element must be noted. It is not uncommon in certain circles to dismiss the theologians of the so-called Nouvelle Théologie as «modernist heretics». Such simplification is convenient, but intellectually fragile. That problematic elements may be found in those currents is beyond dispute, just as they have been present throughout the history of theology in nearly all the great authors, including the Holy Fathers and Doctors of the Church. Saint Augustine, converted, baptized, and already a bishop, had to labor considerably upon himself to purge residual Manichaean tendencies; yet no one, for that reason, denies his greatness. Let us take, however, the names that in certain environments are presented as the most dangerous among twentieth-century theologians: Karl Rahner and Hans Küng. One may — and in certain cases must — criticize Rahner. One may also dissent radically; but to imagine that the faculty of the Seminary of Ecône could have sustained a high-level theological confrontation, conducted on the terrain of classical Thomism and the great scholastic tradition, with a mind of the vast culture of Hans Küng, is truly to indulge in an overestimation that finds no support in reality.

By way of personal recollection: Brunero Gherardini, a theologian certainly not suspect of modernist leanings, described Leonard Boff as «one of the most brilliant ecclesiologists of the twentieth century». One may disagree with his conclusions, but to deny his intellectual stature would simply be to deny the evidence. What is at stake here is not adherence to the theses of these authors, but a principle of intellectual honesty. Polemic does not replace argument, nor does labeling replace refutation. The proclamation of orthodoxy does not equate to rational solidity. If scholasticism is invoked, let it be practiced truly: with logical rigor, distinction of levels, respect for ecclesial authority, and that discipline of reason which does not fear confrontation, but engages it without caricature.

When it is declared that the Council and the post-conciliar Magisterium stand in rupture with Tradition, and that such judgment derives from an obligation of conscience, a leap is made that is not theological but structurally arbitrary: one attributes to one’s own conscience the power to sit in judgment over the authority that Christ constituted to safeguard the faith. This is the point. It is not a matter of good or bad faith, but of ecclesial order.

To set Tradition against the Magisterium is an impossible and illogical construction. Yet the Society speaks of fidelity to Tradition against the “fundamental orientations” of the Council — a contrast that is in itself and of itself theologically untenable. Tradition is not an archaeological deposit to be set against the living Magisterium. It is the living transmission of the faith under the guidance of apostolic authority. The Council of Trent already taught that revelation is contained «in libris scriptis et sine scripto traditionibus» (DS 1501), yet always safeguarded and interpreted by the Church. To separate Tradition from the authority that guards it is to transform it into an ideological and illogical principle.

The theologian Joseph Ratzinger, long before becoming Pontiff, recalled that Tradition is not an immobile block, but a living reality that grows in the understanding of the faith, without rupture yet without fossilization. In his well-known address to the Roman Curia of 22 December 2005, he spoke of an «hermeneutic of reform in continuity of the one subject-Church» as opposed to an «hermeneutic of discontinuity and rupture» (Address to the Roman Curia, 22 December 2005). To reject an Ecumenical Council as such is not an exercise of discernment; it is the denial of an act of the universal Magisterium. One may debate an hermeneutic, but one may not suspend authority.

The letter of Rev. Davide Pagliarani expresses willingness for theological dialogue, yet at the same time contests the conditions set by the competent authority, thereby staging a form of dialogue that denies the hierarchical principle. And here the problem is not diplomatic; it is once again logical. Ecclesial dialogue takes place within a hierarchical structure. If the legitimacy of those who convoke and guide the discussion is not recognized, dialogue becomes a confrontation among equals — something that does not exist in the constitution of the Church, which is not a federation of autonomous interpretations but an ordered body. To demand dialogue without recognizing the authority that establishes its criteria amounts to seeking recognition while maintaining one’s own normative self-sufficiency.

In the previous article we wrote that communion is not a negotiable point (see here). We reiterate this, specifying that ecclesial communion implies: recognition of the Roman Pontiff, of the Magisterium of the bishops in communion with him, and acceptance of the Ecumenical Councils as acts of the universal Magisterium. It is not enough to declare oneself Catholic; to be so, one must accept the Catholic order. It follows, then, that when a group exercises sacred ministry, forms clergy, administers the sacraments and, at the same time, suspends adherence to an Ecumenical Council and to the subsequent Magisterium, an objective tension arises that cannot be normalized by rhetorical formulas. Communion is not self-definable, nor can it be reduced to self-certification; it is reciprocal recognition within a hierarchical order received from Christ. One is then led to wonder whether certain zealous cultivators of Aristotelian logic, who declare that they ground their formation upon it, may at times have confused Aristotle with the sophists. For classical logic rests upon the principle of non-contradiction; sophistry, by contrast, upon the art of rendering sustainable what remains contradictory.

The most problematic nucleus lies in the risk of self-authorization. When one’s ecclesial identity is constructed upon systematic contestation of authority, one enters into a dynamic that historically has always produced fractures. This is not an accusation, but an observation of structure — the structure the Society of Saint Pius X has given itself. If the ultimate criterion becomes: “our conscience judges the Council,” then the hierarchy of sources is entirely overturned through what the Greeks called παράδοξος, from which the term “paradox” derives.

The Church is not founded upon individual conscience, but upon apostolic authority. Conscience is called to obey the truth safeguarded by the Church, not to replace it. The issue, therefore, is not whether there may be debatable aspects in the post-conciliar period. The Church has always known tensions, clarifications, developments — beginning with the First Council of Nicaea, which was not sufficient to formulate the Symbol of Faith in its entirety, so that the subsequent First Council of Constantinople had to intervene; hence the Creed is not by chance called the Niceno-Constantinopolitan Symbol (see my latest work, here). The issue is another: can one remain in full communion while rejecting wholesale the authority of an Ecumenical Council and of the subsequent Magisterium? The Catholic answer is no. Not out of rigidity, but out of coherence. Subjective conscience is not a Council, and communion is not an interpretative option.

This Society was dedicated by Archbishop Marcel Lefebvre to Saint Pius X, the same Pontiff who condemned the modernists for maintaining that «the authority of the Church, whether teaching or governing, must be subjected to the judgment of private conscience»; yet thus, he warned, «the order established by God is overthrown» (Pascendi Dominici Gregis, 8 September 1907). Paradoxically, it is precisely here that the irony of history unfolds: the most insidious modernists are not those who declare themselves such, but those who, while condemning modernism, unconsciously adopt its principle, elevating their own conscience to a criterion for judging ecclesial authority.

From the Island of Patmos, 20 February 2026

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LA CONCIENCIA NO ES UN CONCILIO. LA FRATERNIDAD SAN PÍO X Y EL SOFISMA DE LA AUTOAUTORIZACIÓN

¿Se puede permanecer en plena comunión rechazando en bloque la autoridad de un Concilio ecuménico y del Magisterio posterior? La respuesta católica es no. No por rigidez, sino por coherencia. La conciencia subjetiva no es un Concilio y la comunión no es una opción interpretativa.

Theologica

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En el artículo reciente sobre la relación entre el Cardenal Víctor Manuel Fernández y la Fraternidad Sacerdotal San Pío X (véase aquí) indicamos cuál constituye el punto no negociable de la cuestión: la comunión eclesial no es un sentimiento ni una autodeclaración, sino un hecho objetivo fundado en el reconocimiento de la autoridad de la Iglesia.

La carta oficial del Rev. Davide Pagliarani, Superior General de la Fraternitas (texto íntegro, aquí), replantea exactamente el nudo que habíamos señalado en aquel artículo anterior: no una simple divergencia interpretativa, sino la pretensión de redefinir desde dentro los mismos criterios de la comunión. La Fraternidad habla, en efecto, de «caso de conciencia». No se trataría, por tanto, de un disenso disciplinar, sino de fidelidad a la Tradición frente a presuntas desviaciones conciliares. Y aquí es necesario detenerse de inmediato, porque no estamos ante un problema de sensibilidad litúrgica o de matices teológicos, sino ante una cuestión estructural: ¿quién juzga a quién en la Iglesia?

Comencemos por aclarar un punto que no admite ambigüedad: la conciencia no es instancia superior al Magisterio. La doctrina católica es inequívoca. El Magisterio auténtico de los obispos en comunión con el Romano Pontífice «requiere el religioso obsequio de la voluntad y del entendimiento» (Lumen Gentium, 25). No se trata de una opción psicológica, sino de un deber eclesial que pertenece a la estructura misma de la fe. La conciencia, en la tradición católica, no es fuente autónoma de la verdad, sino juicio práctico que debe ser formado a la luz de la verdad objetiva. Si la conciencia se invoca contra el Magisterio, se altera el orden mismo de la fe y se invierte la jerarquía de las fuentes.

Y aquí, de paso — sin incurrir en un espíritu polémico gratuito, sino por simple honestidad intelectual — conviene señalar un elemento que no puede pasar desapercibido. Desde hace más de cuatro décadas los ambientes de esta Fraternitas reivindican con orgullo formar a sus sacerdotes según los más sólidos principios de la lógica, de la escolástica clásica y del tomismo. Es una afirmación verdaderamente exigente. Sin embargo, a la prueba de los textos y de las construcciones argumentativas que se proponen, no es fácil encontrar esa solidez racional que se proclama. Confundir ciertas fórmulas manualísticas de una neoescolástica decadente con la lógica aristotélica, o con las grandes especulaciones de San Anselmo de Aosta y de Santo Tomás de Aquino, significa reducir una tradición filosófico-teológica de altísimo nivel a un esquema repetitivo. La lógica no es una consigna, sino rigor en el proceder, coherencia interna y respeto de los principios de no contradicción y de identidad.

Cuando se erige la conciencia en tribunal superior al Magisterio y, al mismo tiempo, se invoca la fidelidad a la escolástica, se cae en una contradicción metodológica evidente, por no decir grosera: se pretende defender el orden de la razón mientras se lo socava en su raíz. No se trata, por tanto, de escuelas teológicas, sino de coherencia básica. San Anselmo nunca opuso su propia conciencia a la autoridad de la Iglesia; ni Santo Tomás construyó jamás un sistema alternativo al Magisterio. Su grandeza consistía precisamente en armonizar razón y fe dentro del orden eclesial, no en sustituirlo. Y no se trata de una afirmación abstracta. Ninguno de los grandes Doctores de la Iglesia se habría permitido oponerse — tanto menos con tonos agresivos — a la Autoridad eclesiástica por haber aclarado y establecido que a la Virgen María no puede atribuirse el título de «corredentora» (cf. Mater Populi Fidelis, 17). Se puede discutir teológicamente, se puede profundizar, se puede precisar. Pero oponer la propia posición a la autoridad legítima de la Iglesia como si se tratara de un abuso que corregir significa traspasar un límite que habría escandalizado a todos los grandes maestros de la tradición escolástica.

Si hoy se pretende invocar al Aostano y al Aquinate, que se haga con la misma disciplina intelectual que estos dos Doctores exigían. Porque ensalzar la lógica mientras se introduce un principio de juicio subjetivo que pretende evaluar un Concilio ecuménico no es un acto de fidelidad a la escolástica, sino una operación retórica que no resiste el análisis racional. El Concilio Vaticano II afirma que la interpretación auténtica de la Palabra de Dios «ha sido confiada únicamente al Magisterio vivo de la Iglesia» (Dei Verbum, 10). No al individuo, no a un grupo, no a una Fraternidad Sacerdotal.

Y, también de paso — pero con seriedad — conviene observar otro elemento. No es raro que en ciertos ambientes se despache como «herejes modernistas» a los teólogos de la llamada Nouvelle Théologie. Es una simplificación cómoda, pero intelectualmente frágil. Que existan problemáticas en esas corrientes es indiscutible, así como las ha habido en la historia de la teología en casi todos los grandes autores, incluidos Padres y Doctores de la Iglesia. San Agustín, convertido, bautizado y ya obispo, tuvo que trabajar no poco sobre sí mismo para purificar residuos de maniqueísmo; y nadie, por ello, niega su grandeza. Tomemos, sin embargo, los nombres que en ciertos ambientes se presentan como los más peligrosos entre los teólogos del siglo XX: Karl Rahner y Hans Küng. Se puede — y en ciertos casos se debe — criticar a Rahner. Se puede incluso disentir radicalmente; pero pensar que el cuerpo docente del Seminario de Ecône habría podido sostener un enfrentamiento teológico de alto nivel, desarrollado en el terreno del tomismo clásico y de la gran escolástica, con una mente de vastísima cultura como la de Hans Küng, significa ceder a una sobrevaloración que no encuentra respaldo en la realidad.

Un recuerdo personal, de paso: Brunero Gherardini, teólogo ciertamente no sospechoso de filo-modernismo, definió a Leonard Boff como «uno de los más brillantes eclesiólogos del siglo XX». Se puede no compartir sus conclusiones, pero negar su estatura intelectual sería simplemente negar la evidencia. Aquí no está en juego la adhesión a las tesis de estos autores, sino un principio de honestidad intelectual. La polémica no sustituye a la argumentación ni la etiqueta a la refutación. La proclamación de ortodoxia no equivale a solidez racional. Si se invoca la escolástica, que se la practique verdaderamente: con rigor lógico, con distinción de planos, con respeto a la autoridad eclesial y con esa disciplina de la razón que no teme el debate, sino que lo afronta sin caricaturas.

Cuando se declara que el Concilio y el Magisterio postconciliar estarían en ruptura con la Tradición y que tal juicio derivaría de una obligación de conciencia, se da un salto que no es teológico sino estructuralmente arbitrario: se atribuye a la propia conciencia el poder de juzgar la autoridad que Cristo ha constituido para custodiar la fe. Este es el punto. No se trata de buena o mala fe, sino de orden eclesial.

Poner Tradición y Magisterio es una construcción imposible e ilógica. Y, sin embargo, la Fraternidad habla de fidelidad a la Tradición frente a las «orientaciones fundamentales» del Concilio, una contraposición en sí misma teológicamente insostenible. La Tradición no es un depósito arqueológico que deba contraponerse al Magisterio vivo. Es la transmisión viva de la fe bajo la guía de la autoridad apostólica. Ya el Concilio de Trento enseñaba que la revelación está contenida «in libris scriptis et sine scripto traditionibus» (DS 1501), pero siempre custodiada e interpretada por la Iglesia. Separar la Tradición de la autoridad que la custodia significa transformarla en un principio ideológico e ilógico.

El teólogo Joseph Ratzinger, mucho antes de convertirse en Pontífice, recordaba que la Tradición no es un bloque inmóvil, sino una realidad viva que crece en la comprensión de la fe, sin ruptura pero también sin fosilización. En su célebre discurso a la Curia Romana del 22 de diciembre de 2005 habló de «hermenéutica de la reforma en la continuidad del único sujeto-Iglesia» frente a una «hermenéutica de la discontinuidad y de la ruptura» (Discurso a la Curia Romana, 22 de diciembre de 2005). Rechazar un Concilio ecuménico como tal no es ejercicio de discernimiento; es negación de un acto del Magisterio universal. Se puede discutir una hermenéutica, pero no se puede suspender la autoridad.

La carta del Rev. Davide Pagliarani expresa disponibilidad para un diálogo teológico, pero al mismo tiempo impugna las condiciones establecidas por la autoridad competente, escenificando una forma de diálogo que niega el principio jerárquico. Y aquí el problema no es diplomático; es nuevamente lógico. El diálogo eclesial tiene lugar dentro de una estructura jerárquica. Si no se reconoce la legitimidad de quien convoca y orienta el debate, el diálogo se convierte en un enfrentamiento entre iguales que no existe en la constitución de la Iglesia, que no es una federación de interpretaciones autónomas, sino un cuerpo ordenado. Pretender diálogo sin reconocer la autoridad que establece sus criterios equivale a exigir reconocimiento manteniendo la propia autosuficiencia normativa.

En el artículo anterior escribimos que la comunión no es un punto negociable (véase aquí). Lo reiteramos, precisando que la comunión eclesial implica: el reconocimiento del Romano Pontífice, del Magisterio de los obispos en comunión con él y la aceptación de los Concilios ecuménicos como actos del Magisterio universal. No basta declararse católicos, porque para serlo es necesario aceptar el orden católico. Es, por tanto, evidente: cuando un grupo ejerce el sagrado ministerio, forma al clero, administra los sacramentos y, al mismo tiempo, suspende la adhesión a un Concilio ecuménico y al Magisterio posterior, se crea una tensión objetiva que no puede normalizarse mediante fórmulas retóricas. La comunión no es autodefinible, ni puede reducirse a una autocertificación; es reconocimiento recíproco dentro de un orden jerárquico recibido de Cristo. Y surge entonces espontáneamente la pregunta de si algunos celosos cultivadores de la lógica aristotélica, que declaran fundar en ella su formación escolástica, no habrán confundido en alguna ocasión a Aristóteles con los sofistas. Porque la lógica clásica se funda en el principio de no contradicción; la sofística, en cambio, en el arte de hacer sostenible lo que contradictorio permanece.

El núcleo más problemático radica en el riesgo de la autoautorización. Cuando la propia identidad eclesial se construye sobre la contestación sistemática de la autoridad, se entra en una dinámica que, históricamente, siempre ha producido fracturas. No se trata de acusar, sino de constatar la estructura que la Fraternidad Sacerdotal San Pío X se ha dado. Si el criterio último pasa a ser: «nuestra conciencia juzga el Concilio», entonces la jerarquía de las fuentes queda totalmente invertida mediante aquello que los griegos llamaban παράδοξος, de donde deriva el término “paradoja”.

La Iglesia no está fundada sobre la conciencia individual, sino sobre la autoridad apostólica. La conciencia está llamada a obedecer la verdad custodiada por la Iglesia, no a sustituirla. La cuestión, por tanto, no es si existen aspectos discutibles en el postconcilio. La Iglesia siempre ha conocido tensiones, clarificaciones y desarrollos, comenzando por el Primer Concilio de Nicea, que no fue suficiente para redactar íntegramente el Símbolo de la Fe, hasta el punto de que tuvo que intervenir el posterior Primer Concilio de Constantinopla; de ahí que el Credo se denomine, no por casualidad, Símbolo Niceno-Constantinopolitano (véase mi última obra, aquí). La cuestión es otra: ¿se puede permanecer en plena comunión rechazando en bloque la autoridad de un Concilio ecuménico y del Magisterio posterior? La respuesta católica es no. No por rigidez, sino por coherencia. La conciencia subjetiva no es un Concilio y la comunión no es una opción interpretativa.

Esta Fraternidad fue dedicada por el Arzobispo Marcel Lefebvre a san Pío X, el mismo Pontífice que condenaba a los modernistas por sostener que «la autoridad de la Iglesia, ya sea enseñando o gobernando, debe ser sometida al juicio de la conciencia privada»; pero así — advertía — «se trastorna el orden establecido por Dios» (Pascendi Dominici Gregis, 8 de septiembre de 1907). Paradójicamente, es precisamente aquí donde se consuma la ironía de la historia: los modernistas más insidiosos no son aquellos que se declaran como tales, sino quienes, aun condenando el modernismo, asumen su principio metodológico, elevando su propia conciencia a criterio de juicio de la autoridad eclesial.

Desde la Isla de Patmos, 20 de febrero de 2026

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DONNE, DIRITTO E TEOLOGIA USATI COME SLOGAN DAL BLOG SILERE NON POSSUM

Quando un’argomentazione teologica o giuridica non regge alla lettura integrale delle fonti, non occorrono invettive per confutarla: è sufficiente ricondurla alle fonti stesse, perché talvolta il confronto con esse è già di per sé la più severa delle repliche.

— Teologia e diritto canonico —

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Una doverosa premessa si impone. Il blog Silere non possum non ha mai suscitato particolare apprezzamento presso i Padri redattori di questa rivista, non per pregiudizio, ma per metodo.

La nostra missione non è alimentare polemiche, bensì richiamare alla verità teologica e giuridica quando questa venga esposta in modo impreciso, approssimativo o ideologicamente orientato. Il problema non è la critica — che nella Chiesa è legittima e talvolta necessaria — ma la qualità della critica. Quando testi di carattere ecclesiologico e canonistico vengono diffusi con toni perentori, citazioni selettive e argomentazioni che sembrano solide solo finché non vengono sottoposte a verifica, diventa doveroso intervenire. Non tanto per gli addetti ai lavori, che possiedono gli strumenti per discernere, quanto per quei sacerdoti in buona fede e per quei fedeli cattolici non adeguatamente preparati, che rischiano di assumere come analisi rigorose ciò che spesso si rivela essere una costruzione retorica ed emotiva più che teologica e giuridica.

L’ultimo articolo «Donne che valutano i vescovi? I risultati di questo tokenismo è sotto gli occhi di tutti» (vedere qui), rappresenta un esempio emblematico di questa impostazione. In più punti il testo rasenta l’invettiva; nelle citazioni giuridiche e teologiche, poi, l’autenticità appare talvolta simile a quella di uno zircone presentato come diamante puro: brillante alla superficie, ma privo della consistenza strutturale che solo un’analisi rigorosa può garantire. Per questa ragione — e solo per questa —, è opportuno entrare nel merito.

«La potestà di governo un nodo irrisolto» costituisce l’argomento portante dell’articolo, solenne nella forma quanto fragile nella sostanza. Si afferma che la potestà di governo, essendo radicata sacramentalmente nell’Ordine sacro, non possa essere “normalizzata” né esercitata secondo logiche amministrative che coinvolgano fedeli non ordinati. Il richiamo a Benedetto XVI — in particolare alla catechesi sul munus regendi del 26 maggio 2010 — è suggestivo, ma marcatamente selettivo. E soprattutto teologicamente impreciso. Non per sottigliezza accademica, ma per un’evidente confusione tra titolarità sacramentale del munus e cooperazione giuridica all’esercizio della potestà.

Il testo utilizza formule corrette — «struttura sacramentale», «origine sacra dell’autorità», «vincolo con il Sacramento dell’Ordine» — ma le isola dal contesto complessivo della dottrina cattolica, trasformandole in slogan apologetici mediante estrapolazioni selettive. Il risultato è un’argomentazione che appare compatta solo finché non venga sottoposta a una lettura integrale delle fonti. È vero: la gerarchia nella Chiesa ha una «sacra origine»; l’autorità ecclesiale non nasce da un’investitura sociologica; il munus regendi non è assimilabile a una leadership aziendale. Però, da queste premesse, non discende affatto ciò che l’articolo pretende di dimostrare.

Il Codice di Diritto Canonico è estremamente chiaro: il can. 129 §1 afferma che sono abili alla potestà di governo coloro che hanno ricevuto l’Ordine sacro. Ma il §2, che segue immediatamente — ed è qui il punto sistematicamente ignorato — stabilisce che «i fedeli laici possono cooperare all’esercizio di tale potestà, secondo il diritto». E cooperare non significa usurpare, sostituirsi o esercitare il munus episcopale, ma partecipare, secondo modalità determinate dall’ordinamento ecclesiale, all’esercizio concreto di funzioni che non sono di natura sacramentale, ma amministrativa, consultiva, istruttoria, gestionale. Negando questo principio si dovrebbe coerentemente sostenere che: i laici operanti nei tribunali ecclesiastici esercitino un episcopato surrettizio; i periti laici intervenuti nei Concili ecumenici abbiano partecipato sacramentalmente al munus docendi; ogni funzione amministrativa della Curia richieda la consacrazione episcopale, fino a trasformare l’organizzazione ecclesiale in una sorta di monolitico apparato esclusivamente sacramentale. È presto detto: una simile conclusione non solo non è richiesta dalla teologia cattolica, ma ne travisa la distinzione fondamentale tra titolarità sacramentale e cooperazione giuridica.

Seguendo la logica degli autori dell’articolo, si dovrebbe nominare almeno un vescovo titolare per la gestione dei parcheggi dello Stato della Città del Vaticano, così da evitare che un semplice funzionario amministrativo eserciti una potestà “non sufficientemente sacramentale” in materia di strisce blu e dischi-orario, magari con appropriati richiami alla dogmatica sacramentaria. Beninteso: l’assurdo non è l’ironia ma la premessa. Benedetto XVI, nel richiamare la «sacra origine» dell’autorità ecclesiale, non ha mai sostenuto che ogni atto di governo nella Chiesa coincida ontologicamente con l’esercizio dell’Ordine sacro. La distinzione tra potestas ordinis e potestas regiminis è classica nella teologia cattolica e trova nel diritto canonico una formulazione chiara e sistematica. L’origine sacramentale dell’episcopato non elimina la dimensione istituzionale e giuridica del governo ecclesiale: la fonda e la struttura. Confondere questi livelli significa scambiare la radice con i rami. L’autorità nasce sacramentalmente, ma la sua amministrazione concreta si articola invece secondo forme giuridiche. Le due dimensioni non sono alternative, ma complementari.

Quando si afferma che una nomina amministrativa «sposta il baricentro dall’Ordine sacro alla nomina papale», si costruisce un falso dilemma. Il Romano Pontefice non crea la sacramentalità dell’episcopato mediante un atto amministrativo; ma può legittimamente conferire incarichi di governo non sacramentali a chi non ha ricevuto l’Ordine, purché non si tratti dell’esercizio proprio del munus episcopale. Ridurre tutto alla categoria di «sacra origine» per negare ogni forma di cooperazione laicale non è difesa della teologia: è una costruzione retorica che assume il linguaggio della dottrina per sostenere una posizione identitaria. Il tutto espresso — ed è un dato che non può essere ignorato — da autori che scelgono sistematicamente l’anonimato, mentre non esitano a qualificare come «ignoranti», «incompetenti», «analfabeti» o perfino «chierici vaganti sbattuti fuori dalle loro diocesi» persone che hanno maturato preparazione e competenza in decenni di studio serio e di formazione permanente. L’autorità morale della critica non si rafforza con l’invettiva, meno che mai con l’anonimato.

La sezione dedicata allo «sguardo femminile» si presenta come una critica all’ideologia. Ma, paradossalmente, finisce per costruire un’ideologia speculare e inversa. Si afferma che l’idea di uno «sguardo peculiare» femminile sarebbe una tesi vuota, sentimentalistica, identitaria. Tuttavia, per demolire questa tesi si ricorre allo stesso schema che si vorrebbe confutare: si attribuisce alle donne una predisposizione emotiva, instabile, incapace di discernimento oggettivo. Non si supera lo stereotipo: lo si capovolge. L’argomento scivola così da una legittima perplessità circa il rischio di criteri personalistici a un giudizio generalizzato sulla presunta inclinazione femminile al sentimentalismo. Non è un passaggio teologico né un’argomentazione canonica, nemmeno un’analisi sociologica fondata, è solo un artificio retorico.

Se esistesse realmente un «criterio femminile» intrinsecamente inaffidabile nel discernimento, si dovrebbe allora concludere — con coerenza — che le donne non possano essere giudici nei tribunali ecclesiastici, né docenti di teologia morale, né abilitate a esercitare funzioni consultive in ambito canonico o a dirigere uffici amministrativi complessi. Ma la Chiesa non ha mai insegnato nulla del genere. Il can. 228 §1 è inequivocabile: i laici idonei sono abili ad assumere uffici e incarichi ecclesiastici per i quali risultino capaci. Il criterio non è il genere, ma l’idoneità. Il diritto è chiaro, lo diventa meno quando viene letto per frammenti o piegato a una tesi fondata sul pregiudizio. Attribuire alle donne una naturale inclinazione al giudizio emotivo equivale infatti a riproporre, in chiave polemica, la stessa antropologia stereotipata che si dichiara di voler combattere. Si passa dal mito della «madre naturalmente accogliente» al mito della «donna naturalmente impressionabile». Cambia il segno, non la struttura.

A questo punto una domanda sorge spontanea — e non ha bisogno di essere gridata ma posta con calma — perché l’attenzione critica si concentra quasi esclusivamente sulle donne? Perché non si legge, con la stessa veemenza, un’analisi delle dinamiche di potere maschili che per decenni hanno prodotto clientelismi, protezioni incrociate, cordate ideologiche e reti di influenza non sempre limpide?

La storia recente della Curia non è stata segnata da un eccesso di «sguardo femminile», ma piuttosto attraversata da logiche di appartenenza, talvolta molto compatte, talvolta sorprendentemente indulgenti verso fragilità interne ben note, purché collocate nella giusta rete relazionale. Quando si tuona contro la presenza femminile come fattore di destabilizzazione, ma si tace su sistemi di protezione ben più strutturati e radicati, la critica perde inevitabilmente credibilità. Non perché la presenza delle donne sia intoccabile — nessuna funzione ecclesiale lo è — ma perché la selettività dell’indignazione è sempre un indizio. Stigmatizzare con impetuosità la femminilità di chi donna lo è per natura e per grazia, sorvolando però al tempo stesso su certi vezzi e vizi “maschili” che nulla hanno di evangelicamente virile, non è rigore dottrinale, è un’asimmetria polemica.

Un altro punto merita chiarezza: il processo di consultazione per la scelta dei vescovi — disciplinato dai cann. 377 e 378 — non attribuisce a nessun consultore potestà sacramentale. Non conferisce il munus episcopale. La consultazione è uno strumento istruttorio, non esercizio del munus regendi. Quando un laico — uomo o donna — esprime un parere, non esercita giurisdizione sacramentale: contribuisce a un processo informativo. La decisione resta poi tutta alla Sede Apostolica.

Sostenere che la semplice presenza di donne in un organo consultivo comprometta la sacramentalità dell’episcopato significa confondere livelli distinti dell’ordinamento ecclesiale. È una notevole confusione concettuale, non una difesa della dottrina. Il vero problema, se esiste, non è il genere dei consultori ma la qualità dei criteri. Se alcune nomine risultano discutibili, la questione non è stabilire se chi ha espresso un parere fosse uomo o donna, ma chiedersi: quali informazioni sono state raccolte? Con quale metodo? Con quale verifica? Con quale assunzione di responsabilità finale? Ridurre tutto a una contrapposizione identitaria — «sguardo femminile» contro «governo sacramentale» — non solo semplifica eccessivamente la realtà, ma la deforma. La Chiesa non ha bisogno di quote simboliche. Ma non ha nemmeno bisogno di indignazioni selettive, pronte ad attivarsi su alcuni profili e sorprendentemente silenziose e protettive su altre dinamiche di potere ben più consolidate, anche quando emergono in forma pubblica e gravemente scandalosa (cfr. qui).

La differenza tra una presenza ideologica e una presenza competente non passa attraverso il genere. Passa attraverso l’idoneità, la formazione, la maturità ecclesiale, la capacità di discernimento. Se si vuole davvero evitare il tokenismo, il criterio deve essere la competenza, sempre. Per uomini e per donne. Diversamente si finisce per combattere un’ideologia costruendone un’altra, con la sola differenza che questa volta la polemica assume il volto di una nostalgia teologicamente selettiva.

La roboante domanda: «Vogliamo vescovi competenti o l’approvazione dei media?» costruisce una contrapposizione tanto suggestiva quanto artificiale. Nessuna norma canonica prevede che i vescovi siano scelti per ottenere consenso mediatico. Il can. 378 §1 indica requisiti molto concreti: fede integra, buoni costumi, pietà, zelo per le anime, sapienza, prudenza, virtù umane, buona reputazione, almeno trentacinque anni di età, cinque anni di presbiterato, dottorato o licenza in discipline sacre o almeno vera perizia in esse. Il parametro è l’idoneità oggettiva, non il gradimento giornalistico. Affermare che le nomine recenti sarebbero guidate da un’ossessione mediatica può essere un’opinione; trasformarla in chiave interpretativa totale diventa però una narrazione autosufficiente: ogni scelta non condivisa viene spiegata come cedimento ai media; ogni profilo non gradito come frutto di “tokenismo”.

È un meccanismo retorico efficace, ma fragile. Se davvero il criterio fosse l’applauso del «popolino», come si spiega che molte nomine siano state contestate proprio dai media? Come si spiega che non poche scelte episcopali abbiano generato reazioni critiche anche nel mondo laico? L’argomento funziona solo finché resta indimostrato; sottoposto a verifica, perde consistenza e si rivela privo di fondamento oggettivo. Il vero problema — ed è un problema serio — non è l’approvazione dei media. È la qualità delle informazioni raccolte nel processo di consultazione. Ed è qui che il discorso dovrebbe concentrarsi. La procedura prevista dal can. 377 §2-3 è articolata: consultazione comune e segreta tra i vescovi; raccolta di pareri qualificati; eventuale ascolto di presbiteri e laici; trasmissione di un quadro circostanziato alla Sede Apostolica. Il sistema non è costruito per sostituire il giudizio episcopale con quello mediatico. È costruito per ampliare la conoscenza del candidato. L’istruttoria non toglie responsabilità alla Sede Apostolica; la qualifica.

Se alcune nomine risultano infelici, il problema non è la presenza di laici o di donne nel processo consultivo. Il problema, eventualmente, è la qualità delle valutazioni, la solidità delle informazioni, la verifica delle segnalazioni e — nei tempi che la Scrittura chiamerebbe “di vacche magre” — anche la difficoltà oggettiva di reperire profili di particolare spessore e valore. E qui emerge un dettaglio significativo: l’articolo denuncia criteri emotivi, impressionistici, identitari. Ma nel farlo utilizza categorie altrettanto impressionistiche: «disastro», «stato di disperazione», «giochi di potere», «dinamiche invivibili». Termini forti, ma privi di documentazione circostanziata. Si critica la soggettività altrui ricorrendo alla soggettività propria. Se il problema è la qualità delle nomine, la discussione deve restare oggettiva, diversamente si rimane nella sfera dell’impressione polemica.

Altro quesito ad effetto è quello racchiuso nello slogan: «Il munus non si improvvisa», con richiamo alla necessità di distinguere «tra teologia e uso selettivo del diritto». È la parte più teologicamente impegnativa dell’articolo, dedicata al munus episcopale. Ed è qui che occorre estrema chiarezza. Il munus docendi, sanctificandi et regendi è proprio dell’episcopato (cfr. can. 375). Nessuno lo contesta. Nessuna riforma recente ha attribuito il munus episcopale a soggetti non ordinati. Nessuna donna esercita il munus episcopale. Oggi nessun laico, uomo o donna, governa una diocesi in forza di potestà sacramentale. Quando, in epoche passate, si verificarono distorsioni nella gestione delle diocesi — con titolari assenti, talora mai residenti e amministrazioni di fatto delegate a parenti o fiduciari secondo logiche di nepotismo — si trattò di abusi storici che la riforma tridentina corresse proprio per ricondurre il governo ecclesiale alla sua forma autentica e pastorale. Evocare oggi simili scenari come se fossero riproponibili significa sovrapporre piani storici radicalmente differenti e del tutto fuori luogo.

La questione reale è un’altra: chi può cooperare nei processi istruttori e amministrativi che precedono o accompagnano l’esercizio del munus? La risposta del diritto è già data. Non è un’innovazione del pontificato attuale né di quello precedente. Il can. 129 §2 prevede che i fedeli laici possano cooperare all’esercizio della potestà di governo secondo il diritto; il can. 228 riconosce ai laici idonei la possibilità di assumere uffici ecclesiastici; il can. 377 §3 contempla esplicitamente la consultazione anche di presbiteri e laici nel processo di nomina episcopale. La distinzione fondamentale è tra titolarità sacramentale del munus e cooperazione funzionale all’esercizio della potestà. Confondere le due dimensioni significa trasformare una questione amministrativa in una questione ontologica. E ciò non è difesa della teologia, ma alterazione delle sue categorie.

Se solo a chi partecipa sacramentalmente al munus è dato contribuire al discernimento su un candidato, allora si dovrebbe coerentemente escludere: accademici laici consultati per la loro competenza teologica; canonisti non ordinati; laici inseriti in commissioni disciplinari; periti economici nelle diocesi. Si dovrebbe perfino rivedere la prassi consolidata dei dicasteri romani, dove medici, giuristi, esperti di varie discipline collaborano senza esercitare alcuna potestà sacramentale. Basti pensare al Dicastero per le Cause dei Santi: la commissione scientifica è composta da medici specialisti che valutano i presunti miracoli secondo criteri rigorosamente clinici. Nessuno ha mai ritenuto necessario sostituirli con ecclesiastici privi di formazione clinica, solo perché ordinati. La Chiesa non ha mai funzionato così, neppure negli ambiti più delicati.

Il rischio, dunque, non è la “femminilizzazione” della Curia, ma la clericalizzazione di ogni funzione ecclesiale, come se l’Ordine sacro fosse requisito per qualunque responsabilità amministrativa o consultiva. E questo, paradossalmente, contraddice proprio la critica rivolta altrove al “clericalismo”. La storia recente offre esempi eloquenti. San Giovanni Paolo II scelse come Direttore della Sala Stampa della Santa Sede Joaquín Navarro-Valls, medico psichiatra e laico, non perché fosse ordinato — non lo era — ma per grande competenza, equilibrio, intelligenza comunicativa. Gli succedette poi Padre Federico Lombardi S.J., anch’egli scelto per alte qualità personali e professionali. In entrambi i casi, il criterio non fu il grado sacramentale, ma l’idoneità alla funzione.

«Il munus episcopale non si improvvisa», certamente, ma nemmeno si estende impropriamente a funzioni che non gli appartengono ontologicamente. Difendere la sacramentalità dell’episcopato non significa trasformare ogni collaborazione ecclesiale in un’appendice dell’Ordine sacro. Significa, al contrario, custodire le distinzioni che la tradizione teologica e il diritto della Chiesa hanno sempre saputo mantenere.

Il dibattito non può riguardare la “femminilizzazione” della Curia, né l’ossessione per le quote, né un presunto cedimento alla modernità sociologica. Il punto vero è altro: la qualità del discernimento e la fedeltà alla struttura teologica della Chiesa. Se una donna esercita un incarico amministrativo conferito legittimamente dal Romano Pontefice, non si è intaccata la sacramentalità dell’episcopato. Se una religiosa partecipa a un processo consultivo, non si è alterata l’ontologia del munus. Se un laico offre un parere tecnico, non si è desacralizzata la gerarchia. Il Sacramento dell’Ordine non è una copertura per ogni funzione organizzativa, è la radice della missione apostolica. Confondere la radice con ogni foglia dell’albero istituzionale non è difesa della tradizione: è approssimazione teologica da dilettanti.

Il rischio più serio non è la presenza femminile nei dicasteri, ma l’uso ideologico della teologia per trasformare ogni scelta amministrativa in una crisi ontologica. È l’abitudine a leggere tutto come sovversione. È l’incapacità di distinguere tra cooperazione e sostituzione, tra consultazione e titolarità, tra struttura sacramentale e organizzazione giuridica. E c’è poi un dettaglio che merita di essere detto con sobria chiarezza: non si può tuonare contro la «ideologia della donna» mentre si tace sistematicamente su altre dinamiche di potere che attraversano ambienti ecclesiastici ben più strutturati, ramificati e influenti. L’indignazione selettiva non è rigore dottrinale: è scelta polemica. E quando la severità si esercita solo in una direzione, diventa sospetta. La Chiesa non ha bisogno di paure travestite da teologia ma di competenza, responsabilità, verità e libertà interiore. Ha bisogno di nomine ben istruite e di informazioni solide. Ha bisogno di uomini e donne che servano, non di narrazioni identitarie che alimentino conflitti permanenti.

Se dunque il criterio è la competenza, questa stessa va dimostrata. Se il criterio è il diritto, lo stesso va letto tutto, non per frammenti ed estrapolazioni. Se il criterio è la teologia, questa non può essere ridotta a slogan. La sacramentalità dell’autorità ecclesiale non è in discussione, ma non è neppure un argomento da brandire contro ogni forma di cooperazione laicale, altrimenti si finisce per difendere la gerarchia in modo così rigido da trasformarla in caricatura grottesca. E la Chiesa non è un fenomeno caricaturale, anche se alcuni la riducono a una parodia. È una realtà sacramentale che vive nella storia, con strutture giuridiche, responsabilità personali e decisioni concrete. Il resto appartiene più alla polemica di taluni blog che al diritto o alla teologia.

In questo blog c’è poi l’anonimato come postura morale, che merita una sobria osservazione. Le critiche più severe — con accuse di incompetenza, di autoritarismo, di gestione ideologica — provengono da soggetti che scelgono sistematicamente l’anonimato, il quale può avere persino ragioni legittime in particolari circostanze. Ma quando si formulano giudizi così pesanti su persone e istituzioni, restare strutturalmente anonimi mentre si pretende trasparenza dagli altri, mentre si stigmatizzano le denunce anonime e il pettegolezzo, crea un’evidente asimmetria morale, non priva di gravità. Anche perché la teologia cattolica non è costruita su insinuazioni; il diritto canonico non si fonda su impressioni non verificabili; e l’autorità morale richiede precise assunzioni di responsabilità che non di rado esigono coraggio, talora persino vero e proprio eroismo. Criticare è legittimo; delegittimare senza esporsi lo è molto meno. Quando infatti si invoca la serietà della sacramentalità, sarebbe coerente invocare anche la serietà della responsabilità personale, pressoché assente dalle colonne di un blog che, erigendosi a tribunale permanente, evita però sistematicamente di assumere la responsabilità di comparire come parte. Del resto, quando un’argomentazione teologica o giuridica non regge alla lettura integrale delle fonti, non occorrono invettive per confutarla: è sufficiente ricondurla alle fonti stesse, perché talvolta, il confronto serio e scientifico con esse, è già di per sé la più severa delle repliche.

Dall’Isola di Patmos, 15 febbraio 2026

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DONNE, LAW, AND THEOLOGY USED AS SLOGANS BY THE BLOG SILERE NON POSSUM

When a theological or juridical argument cannot withstand an integral reading of the sources, no invective is needed to refute it: it is enough to bring it back to the sources themselves, because at times the very confrontation with them is already, in itself, the most severe of replies.

— Theology and canon law —

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A necessary premise is in order. The blog Silere non possum has never enjoyed particular esteem among the Fathers who edit this journal. Not out of prejudice, but out of method. Our mission is not to fuel polemics, but to recall theological and juridical truth whenever it is presented in an imprecise, approximate, or ideologically slanted manner. The problem is not criticism — which in the Church is legitimate and at times necessary — but the quality of criticism. When ecclesiological and canonical texts are circulated with peremptory tones, selective citations, and arguments that seem solid only so long as they are not subjected to verification, it becomes our duty to intervene. Not so much for specialists, who possess the tools to discern, as for those priests acting in good faith and for those Catholic faithful who are not adequately prepared, and who risk taking as rigorous analysis what often proves to be a rhetorical and emotive construction rather than a theological and juridical one.

The most recent article, “Women who evaluate bishops? The results of this tokenism are plain for all to see” (see here), is an emblematic example of this approach. In more than one place the text borders on invective; and in its juridical and theological citations, its authenticity at times resembles that of a zircon presented as a pure diamond: brilliant on the surface, yet lacking the structural consistency that only rigorous analysis can provide. For this reason — and for this reason alone — it is fitting to enter into the substance of the matter.

“The power of governance: an unresolved knot” constitutes the article’s main argument, solemn in form and yet fragile in substance. It is claimed that the power of governance, being sacramentally rooted in sacred Orders, cannot be “normalized” nor exercised according to administrative logics that involve non-ordained members of the faithful. The appeal to Benedict XVI — particularly to the catechesis on the munus regendi of 26 May 2010 — is suggestive, but markedly selective, and above all theologically imprecise. Not because of academic subtleties, but because of an evident confusion between the sacramental titularity of the munus and juridical cooperation in the exercise of authority.

The text employs correct formulas — “sacramental structure,” “sacred origin of authority,” “bond with the Sacrament of Orders” — but isolates them from the overall context of Catholic doctrine, turning them into apologetic slogans by means of selective extrapolations. The result is an argument that appears compact only so long as it is not subjected to an integral reading of the sources. It is true: the hierarchy in the Church has a “sacred origin”; ecclesial authority does not arise from a sociological investiture; the munus regendi is not reducible to corporate leadership. Yet from these premises there follows nothing of what the article claims to prove.

The Code of Canon Law is exceedingly clear: can. 129 §1 states that those who have received sacred Orders are capable of the power of governance. But §2, which follows immediately — and here lies the point that is systematically ignored — adds that “lay members of the Christian faithful can cooperate in the exercise of this power according to the norm of law.” And to cooperate does not mean to usurp, substitute oneself, or exercise the episcopal munus; rather, it means to participate — according to modalities determined by the Church’s legal order — in the concrete exercise of functions that are not sacramental in nature, but administrative, consultative, investigative, and managerial. Denying this principle would require one coherently to maintain that: lay members of ecclesiastical tribunals exercise a surrogate episcopate; lay experts who intervened in Ecumenical Councils participated sacramentally in the munus docendi; every administrative function of the Roman Curia would require episcopal consecration, turning ecclesial organization into a monolithic apparatus exclusively sacramental. It is quickly said: such a conclusion is not only not required by Catholic theology; it distorts the fundamental distinction between sacramental titularity and juridical cooperation.

Following the logic of the article’s authors, one should then appoint at least a titular bishop to oversee the parking areas of the Vatican City State, lest a mere administrative official exercise an authority “insufficiently sacramental” in matters of blue lines and parking discs — perhaps with suitable references to sacramental dogmatics. To be clear: the absurdity is not the irony, but the premise. Benedict XVI, in recalling the “sacred origin” of ecclesial authority, never maintained that every act of governance in the Church coincides ontologically with the exercise of sacred Orders. The distinction between potestas ordinis and potestas regiminis is classical in Catholic theology and finds in canon law a clear and systematic formulation. The sacramental origin of the episcopate does not eliminate the institutional and juridical dimension of ecclesial governance: it grounds it and structures it. To confuse these levels is to mistake the root for the branches. Authority arises sacramentally; its concrete administration is articulated through juridical forms. The two dimensions are not alternatives, but complementary.

When it is claimed that an administrative appointment “shifts the center of gravity from sacred Orders to papal appointment,” a false dilemma is constructed. The Roman Pontiff does not create the sacramentality of the episcopate by an administrative act; yet he can legitimately confer non-sacramental offices of governance upon those who have not received Orders, provided that what is at stake is not the proper exercise of the episcopal munus. To reduce everything to the category of “sacred origin” in order to deny every form of lay cooperation is not the defense of theology: it is a rhetorical construction that adopts the language of doctrine to support an identitarian position. All this is advanced — and this is a fact that cannot be ignored — by authors who systematically choose anonymity, while not hesitating to label as “ignorant,” “incompetent,” “illiterate,” or even “wandering clerics cast out of their dioceses” persons who have acquired preparation and competence through decades of serious study and ongoing formation. The moral authority of criticism is not strengthened by invective, least of all by anonymity.

The section devoted to the “female gaze” presents itself as a critique of ideology. Yet, paradoxically, it ends up constructing a specular and inverted ideology. It is asserted that the idea of a peculiarly female “gaze” would be empty, sentimentalistic, identitarian. However, in order to demolish this thesis, the very same schema it would refute is employed: women are attributed an emotional, unstable disposition, incapable of objective discernment. The stereotype is not overcome; it is reversed. The argument thus slips from a legitimate concern about the risk of personalist criteria into a generalized judgment about an alleged female inclination to sentimentalism. This is not a theological passage, nor a canonical argument, nor even a sound sociological analysis: it is a rhetorical device.

If there truly existed an intrinsically unreliable “female criterion” in discernment, one would then have to conclude — consistently — that women could not be judges in ecclesiastical tribunals, nor professors of moral theology, nor competent to exercise consultative functions in canonical matters, nor capable of directing complex administrative offices. But the Church has never taught anything of the sort. Canon 228 §1 is unequivocal: suitably qualified lay persons are capable of assuming ecclesiastical offices and functions for which they are competent. The criterion is not gender, but suitability. The law is clear; it becomes less so only when read in fragments or bent to a thesis rooted in prejudice. To attribute to women a natural inclination to emotional judgment is, in polemical guise, to reproduce the very stereotyped anthropology one claims to combat. One passes from the myth of the “naturally welcoming mother” to the myth of the “naturally impressionable woman.” The sign changes; the structure does not.

At this point a question arises spontaneously — and it need not be shouted, only posed calmly: why does critical attention focus almost exclusively on women? Why does one not read, with the same vehemence, an analysis of male power dynamics which for decades have produced clientelism, mutual protection, ideological factions, and networks of influence not always transparent?

Against Sister Raffaella Petrini, now Governor of the Vatican City State — a title traditionally in use, although juridically it is a presidency — the columns of that blog directed not only criticism but outright personal invective. 

The recent history of the Curia has not been marked by an excess of a “female gaze,” but rather by dynamics of belonging — at times very compact, at times surprisingly indulgent toward well-known internal fragilities — provided they are situated within the right relational network. When one thunders against the female presence as a destabilizing factor, yet remains silent about far more structured and deeply rooted systems of protection, criticism inevitably loses credibility. Not because women’s presence is untouchable — no ecclesial function is — but because selective indignation is always a sign. To stigmatize with impetuosity the femininity of those who are women by nature and by grace, while at the same time overlooking certain “male” behaviors that have nothing evangelically virile about them, is not doctrinal rigor; it is polemical asymmetry.

Another point requires clarity: the consultative process for the selection of bishops — governed by cann. 377 and 378 — does not confer sacramental power upon any consultor. It does not grant the episcopal munus. It does not turn an opinion into an act of governance. Consultation is an investigative instrument, not the exercise of the munus regendi. When a lay person — man or woman — offers an opinion, he does not exercise sacramental jurisdiction; he contributes to an informational process. The decision remains with the Apostolic See.

To claim that the mere presence of women in a consultative body compromises the sacramentality of the episcopate is to confuse distinct levels of the Church’s legal order. This is conceptual confusion, not defense of doctrine. The real problem, if any, is not the consultors’ gender but the quality of the criteria. If certain appointments prove questionable, the issue is not whether the person who offered an opinion was male or female, but: what information was gathered? By what method? With what verification? With what assumption of final responsibility? To reduce everything to an identitarian opposition — “female gaze” versus “sacramental governance” — not only oversimplifies reality; it deforms it. The Church does not need symbolic quotas. Yet she also does not need selective indignations, ready to activate against certain profiles and surprisingly silent about other power dynamics far more consolidated, even when they emerge publicly and scandalously.

The difference between an ideological presence and a competent presence does not pass through gender. It passes through suitability, formation, ecclesial maturity, and the capacity for discernment. If one truly wishes to avoid tokenism, then the criterion must be competence — always, for men and for women. Otherwise one ends up combating one ideology by constructing another, with the only difference that this time polemics assume the guise of a theologically selective nostalgia.

The resounding question, “Do we want competent bishops or the approval of the media?” constructs a contrast as suggestive as it is artificial. No canonical norm provides that bishops are chosen in order to obtain media consensus. Canon 378 §1 indicates very concrete requirements: sound faith, good morals, piety, zeal for souls, wisdom, prudence, human virtues, good reputation, at least thirty-five years of age, five years of priesthood, a doctorate or licentiate in sacred disciplines — or at least true expertise in them. The parameter is objective suitability, not journalistic approval. To claim that recent appointments would be guided by a media obsession may be an opinion; to transform it into a total interpretive key, however, becomes a self-sufficient narrative: every unwelcomed choice is explained as capitulation to the media; every disliked profile as the fruit of “tokenism.”

It is a rhetorically effective mechanism, but a fragile one. If the criterion were truly the applause of the “common folk,” how does one explain that many appointments have been contested precisely by the media? How does one explain that not a few episcopal choices have generated critical reactions even in secular circles? The argument works only so long as it remains unproven; once subjected to verification, it loses consistency and reveals itself without objective foundation. The real problem — and it is a serious one — is not media approval. It is the quality of the information gathered in the consultative process. And it is here that the discussion ought to concentrate. The procedure envisaged by can. 377 §§2–3 is articulated: common and secret consultation among bishops; gathering of qualified opinions; possible listening to priests and laity; transmission of a well-documented dossier to the Apostolic See. The system is not built to replace episcopal judgment with media judgment. It is built to broaden knowledge of the candidate. The investigation does not remove responsibility from the Apostolic See; it qualifies it.

If certain appointments prove unhappy, the problem is not the presence of laity or women in the consultative process. The problem, if anything, is the quality of evaluations, the solidity of information, the verification of reports and — at times when Scripture would speak of “lean years” — also the objective difficulty of finding candidates of particular depth and worth. Here a significant detail emerges. The article denounces emotional, impressionistic, identitarian criteria. Yet in doing so it employs equally impressionistic categories: “disaster,” “a state of despair,” “power games,” “unlivable dynamics.” Strong terms, but lacking detailed documentation. One criticizes the subjectivity of others while resorting to one’s own. If the issue is the quality of appointments, the discussion must remain objective. Otherwise it remains within the sphere of polemical impression.

Another rhetorical question is encapsulated in the slogan, “The munus is not improvised,” along with an appeal to the need to distinguish “between theology and selective use of law.” This is the article’s most theologically demanding portion, devoted to the episcopal munus. Here utmost clarity is required. The munus docendi, sanctificandi et regendi is proper to the episcopate (cf. can. 375). No one contests this. No recent reform has attributed the episcopal munus to non-ordained persons. No woman exercises the episcopal munus. Today no lay person, man or woman, governs a diocese by virtue of sacramental power. When, in past epochs, distortions occurred in diocesan governance — with absent titulars, sometimes never resident, and administrations in fact delegated to relatives or trusted persons according to logics of nepotism — these were historical abuses which the Tridentine reform corrected precisely in order to restore ecclesial governance to its authentic pastoral form. To evoke such scenarios today as though they were re-proposable is to superimpose radically different historical planes, wholly out of place.

The real question is another: who may cooperate in the investigative and administrative processes that precede or accompany the exercise of the munus? The answer of the law is already given. This is not an innovation of the current pontificate nor of the preceding one. Canon 129 §2 provides that lay members of the faithful may cooperate in the exercise of the power of governance according to the law; can. 228 recognizes that suitably qualified laity may assume ecclesiastical offices; can. 377 §3 explicitly envisages consultation also of priests and laity in the process of episcopal appointment. The fundamental distinction is between the sacramental titularity of the munus and functional cooperation in the exercise of authority. To confuse the two is to turn an administrative question into an ontological one. And this is not the defense of theology, but an alteration of its categories.

If only those who participate sacramentally in the munus were permitted to contribute to discernment about a candidate, one would coherently have to exclude: lay academics consulted for their theological competence; non-ordained canonists; lay members of disciplinary commissions; economic experts in dioceses. One would even have to revise the consolidated practice of Roman dicasteries, where physicians, jurists, and experts in various disciplines collaborate without exercising any sacramental authority. Consider the Dicastery for the Causes of Saints: its scientific commission is composed of specialist physicians who evaluate alleged miracles according to rigorously clinical criteria. No one has ever thought it necessary to replace them with clerics lacking clinical training simply because they are ordained. The Church has never functioned in this way, not even in the most delicate spheres.

The risk, therefore, is not the “feminization” of the Curia, but the clericalization of every ecclesial function, as though sacred Orders were required for any administrative or consultative responsibility. And this, paradoxically, contradicts precisely the critique elsewhere directed against “clericalism.” Recent history offers eloquent examples. Saint John Paul II chose Joaquín Navarro-Valls, a layman and psychiatrist, as Director of the Holy See Press Office — not because he was ordained (he was not), but because of great competence, balance, and communicative intelligence. He was later succeeded by Fr. Federico Lombardi, S.J., likewise chosen for personal and professional qualities. In both cases the criterion was not sacramental rank, but suitability for the function.

The episcopal munus is not improvised, certainly. Yet neither is it improperly extended to functions that do not belong to it ontologically. To defend the sacramentality of the episcopate does not mean to turn every ecclesial collaboration into an appendage of sacred Orders. It means, on the contrary, to safeguard the distinctions that theological tradition and the Church’s law have always known how to maintain.

The debate cannot concern the “feminization” of the Curia, nor an obsession with quotas, nor an alleged capitulation to sociological modernity. The true point is another: the quality of discernment and fidelity to the Church’s theological structure. If a woman exercises an administrative office legitimately conferred by the Roman Pontiff, the sacramentality of the episcopate has not been compromised. If a religious sister participates in a consultative process, the ontology of the munus has not been altered. If a lay person offers technical advice, the hierarchy has not been desacralized. The Sacrament of Orders is not a covering for every organizational function; it is the root of the apostolic mission. To confuse the root with every leaf of the institutional tree is not the defense of tradition: it is theological approximation by amateurs.

The more serious risk is not the female presence in dicasteries. It is the ideological use of theology to turn every administrative decision into an ontological crisis. It is the habit of reading everything as subversion. It is the inability to distinguish between cooperation and substitution, between consultation and titularity, between sacramental structure and juridical organization. And there is also a detail that must be stated with sober clarity: one cannot thunder against the “ideology of woman” while systematically remaining silent about other dynamics of power that traverse ecclesial environments far more structured, ramified, and influential. Selective indignation is not doctrinal rigor; it is a polemical choice. And when severity is exercised in only one direction, it becomes suspect. The Church does not need fears disguised as theology, but competence, responsibility, truth, and interior freedom. She needs well-prepared appointments and solid information. She needs men and women who serve, not identitarian narratives that nourish permanent conflicts.

If, then, the criterion is competence, that competence must itself be shown. If the criterion is law, the law must be read in its entirety, not by fragments and extrapolations. If the criterion is theology, theology cannot be reduced to slogans. The sacramentality of ecclesial authority is not in question, but neither is it an argument to be brandished against every form of lay cooperation; otherwise one ends up defending the hierarchy so rigidly as to turn it into a grotesque caricature. And the Church is not a caricatural phenomenon, even if some reduce her to parody. She is a sacramental reality living in history, with juridical structures, personal responsibilities, and concrete decisions. The rest belongs more to the polemics of certain anonymous blogs than to law or theology.

In this blog, moreover, anonymity functions as a moral posture that deserves a sober observation. The harshest critiques — with accusations of incompetence, authoritarianism, ideological governance — come from persons who systematically choose anonymity, which may in certain circumstances even have legitimate reasons. But when one formulates judgments so heavy against persons and institutions, remaining structurally anonymous while demanding transparency from others, while stigmatizing anonymous denunciations and gossip, creates an evident moral asymmetry, not without gravity. For Catholic theology is not built on insinuations; canon law is not founded on unverifiable impressions; and moral authority requires precise assumptions of responsibility which not infrequently demand courage, at times even true heroism. Criticism is legitimate; delegitimizing others without exposing oneself is far less so. When one invokes the seriousness of sacramentality, it would be coherent to invoke also the seriousness of personal responsibility — almost wholly absent from the columns of a blog which, setting itself up as a permanent tribunal, systematically avoids assuming the responsibility of appearing as a party. Moreover, when a theological or juridical argument cannot withstand an integral reading of the sources, no invective is needed to refute it: it is enough to bring it back to the sources themselves, because at times the very confrontation with them is already, in itself, the most severe of replies.

From the Isle of Patmos, 15 February 2026

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MUJERES, DERECHO Y TEOLOGÍA REDUCIDOS A ESLOGAN POR EL BLOG SILERE NON POSSUM

Cuando una argumentación teológica o jurídica no resiste la lectura íntegra de las fuentes, no hacen falta invectivas para refutarla: basta reconducirla a las propias fuentes, porque a veces el contraste con ellas constituye ya de por sí la más severa de las réplicas.

teología y derecho canónico

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Se impone una premisa necesaria. El blog Silere non possum nunca ha suscitado particular aprecio entre los Padres redactores de esta revista. No por prejuicio, sino por método. Nuestra misión no es alimentar polémicas, sino remitir a la verdad teológica y jurídica cuando esta se expone de modo impreciso, aproximado o ideológicamente orientado. El problema no es la crítica — que en la Iglesia es legítima y a veces necesaria —, sino la calidad de la crítica. Cuando textos de carácter eclesiológico y canonístico se difunden con tonos perentorios, citas selectivas y argumentaciones que parecen sólidas solo mientras no se someten a verificación, se hace necesario intervenir. No tanto por los especialistas, que poseen los instrumentos para discernir, cuanto por aquellos sacerdotes de buena fe y por aquellos fieles católicos no adecuadamente preparados, que corren el riesgo de asumir como análisis rigurosos lo que a menudo se revela ser una construcción retórica y emotiva más que teológica y jurídica.

El último artículo «¿Mujeres que evalúan a los obispos? Los resultados de este tokenismo están a la vista de todos» (véase aquí) representa un ejemplo emblemático de este planteamiento. En varios puntos el texto roza la invectiva; en las citas jurídicas y teológicas, además, la autenticidad aparece a veces semejante a la de un circón presentado como diamante puro: brillante en la superficie, pero carente de la consistencia estructural que solo un análisis riguroso puede garantizar. Por esta razón —y solo por esta— conviene entrar en el fondo.

«La potestad de gobierno, un nudo no resuelto» constituye el argumento portante del artículo, tan solemne en la forma como frágil en la sustancia. Se afirma que la potestad de gobierno, al estar radicada sacramentalmente en el Orden  sagrado, no puede ser “normalizada” ni ejercida según lógicas administrativas que impliquen a fieles no ordenados. La referencia a Benedicto XVI — en particular a la catequesis sobre el munus regendi del 26 de mayo de 2010 — es sugestiva, pero marcadamente selectiva. Y, sobre todo, teológicamente imprecisa. No por sutileza académica, sino por una evidente confusión entre la titularidad sacramental del munus y la cooperación jurídica al ejercicio de la potestad.

El texto utiliza fórmulas correctas — «estructura sacramental», «origen sagrado de la autoridad», «vínculo con el Sacramento del Orden» —, pero las aísla del contexto global de la doctrina católica, transformándolas en eslóganes apologéticos mediante extrapolaciones selectivas. El resultado es una argumentación que aparece compacta solo mientras no se somete a una lectura íntegra de las fuentes. Es verdad: la jerarquía en la Iglesia tiene un “origen sagrado”; la autoridad eclesial no nace de una investidura sociológica; el munus regendi no es asimilable a un liderazgo empresarial. Pero de estas premisas no se sigue en absoluto lo que el artículo pretende demostrar.

El Código de Derecho Canónico es extremadamente claro: el c. 129 §1 afirma que son hábiles para la potestad de gobierno quienes han recibido el Orden sagrado. Pero el §2, que sigue inmediatamente — y aquí está el punto sistemáticamente ignorado — establece que «los fieles laicos pueden cooperar en el ejercicio de dicha potestad, según el derecho». Y cooperar no significa usurpar, sustituir ni ejercer el munus episcopal, sino participar, según modalidades determinadas por el ordenamiento eclesial, en el ejercicio concreto de funciones que no son de naturaleza sacramental, sino administrativa, consultiva, de instrucción, de gestión. Negando este principio habría que sostener coherentemente que: los laicos miembros de los tribunales eclesiásticos ejercen un episcopado de hecho; los peritos laicos que intervinieron en los Concilios ecuménicos participaron sacramentalmente en el munus docendi; toda función administrativa de la Curia requiere la ordenación episcopal, hasta transformar la organización eclesial en una suerte de aparato monolítico exclusivamente sacramental. Es fácil decirlo: una conclusión semejante no solo no es exigida por la teología católica, sino que tergiversa su distinción fundamental entre titularidad sacramental y cooperación jurídica.

Siguiendo la lógica de los autores anónimos del artículo, habría entonces que nombrar al menos un obispo titular para la gestión de los estacionamientos del Estado de la Ciudad del Vaticano, a fin de evitar que un simple funcionario administrativo ejerza una potestad “no suficientemente sacramental” en materia de zonas reguladas y discos horarios — quizá con oportunas referencias a la dogmática sacramentaria —. Bien entendido: lo absurdo no es la ironía, sino la premisa. Benedicto XVI, al recordar el «origen sagrado» de la autoridad eclesial, nunca sostuvo que todo acto de gobierno en la Iglesia coincida ontológicamente con el ejercicio del Orden sagrado. La distinción entre potestas ordinis y potestas regiminis es clásica en la teología católica y encuentra en el derecho canónico una formulación clara y sistemática. El origen sacramental del episcopado no elimina la dimensión institucional y jurídica del gobierno eclesial: la fundamenta y la estructura. Confundir estos niveles significa confundir la raíz con las ramas. La autoridad nace sacramentalmente; su administración concreta se articula, en cambio, según formas jurídicas. Las dos dimensiones no son alternativas, sino complementarias.

Cuando se afirma que un nombramiento administrativo «desplaza el centro de gravedad del Orden sagrado al nombramiento papal», se construye un falso dilema. El Romano Pontífice no crea la sacramentalidad del episcopado mediante un acto administrativo; pero puede legítimamente conferir encargos de gobierno no sacramentales a quien no ha recibido el Orden, con tal de que no se trate del ejercicio propio del munus episcopal. Reducir todo a la categoría de «origen sagrado» para negar toda forma de cooperación laical no es defensa de la teología: es una construcción retórica que asume el lenguaje de la doctrina para sostener una posición identitaria. Todo ello expresado — y es un dato que no puede ignorarse — por autores que eligen sistemáticamente el anonimato, mientras no dudan en calificar de «ignorantes», «incompetentes», «analfabetos» o incluso «clérigos errantes expulsados de sus diócesis» a personas que han adquirido preparación y competencia a lo largo de décadas de estudio serio y de formación permanente. La autoridad moral de la crítica no se refuerza con la invectiva, y menos aún con el anonimato.

La sección dedicada a la «mirada femenina» se presenta como una crítica a la ideología. Pero, paradójicamente, termina por construir una ideología especular e inversa. Se afirma que la idea de una «mirada peculiar» femenina sería una tesis vacía, sentimentalista, identitaria. Sin embargo, para demoler esta tesis se recurre al mismo esquema que se querría refutar: se atribuye a las mujeres una predisposición emotiva, inestable, incapaz de discernimiento objetivo. No se supera el estereotipo: se le da la vuelta. El argumento resbala así de una legítima perplejidad acerca del riesgo de criterios personalistas a un juicio generalizado sobre la presunta inclinación femenina al sentimentalismo. No es un pasaje teológico. No es una argumentación canónica. No es siquiera un análisis sociológico fundado: es un artificio retórico. Si existiera realmente un «criterio femenino» intrínsecamente poco fiable en el discernimiento, habría que concluir entonces — coherentemente — que las mujeres no puedan ser jueces en los tribunales eclesiásticos, ni docentes de teología moral, ni habilitadas para ejercer funciones consultivas en ámbito canónico o para dirigir oficinas administrativas complejas. Pero la Iglesia nunca ha enseñado nada semejante. El c. 228 §1 es inequívoco: los laicos idóneos son hábiles para asumir oficios y encargos eclesiásticos para los cuales resulten capaces. El criterio no es el género, sino la idoneidad. El derecho es claro; lo es menos cuando se lee por fragmentos o se pliega a una tesis fundada en el prejuicio. Atribuir a las mujeres una inclinación natural al juicio emotivo equivale, en efecto, a reproponer — en clave polémica — la misma antropología estereotipada que se declara querer combatir. Se pasa del mito de la «madre naturalmente acogedora» al mito de la «mujer naturalmente impresionable». Cambia el signo, no la estructura. Llegados a este punto, surge espontáneamente una pregunta — y no necesita ser gritada, sino planteada con calma—: ¿por qué la atención crítica se concentra casi exclusivamente en las mujeres? ¿Por qué no se lee, con la misma vehemencia, un análisis de las dinámicas de poder masculinas que durante décadas han producido clientelismos, protecciones cruzadas, camarillas ideológicas y redes de influencia no siempre limpias?

Contra la hermana Raffaella Petrini, hoy Gobernadora del Estado de la Ciudad del Vaticano — título tradicionalmente en uso, aunque jurídicamente se trate de una presidencia —, desde las columnas de ese blog se dirigieron no solo críticas, sino verdaderas invectivas personales. 

La historia reciente de la Curia no ha estado marcada por un exceso de “mirada femenina”, sino más bien atravesada por lógicas de pertenencia, a veces muy compactas, a veces sorprendentemente indulgentes con fragilidades internas bien conocidas, con tal de que estuvieran situadas en la red relacional adecuada. Cuando se truena contra la presencia femenina como factor de desestabilización, pero se calla sobre sistemas de protección mucho más estructurados y arraigados, la crítica pierde inevitablemente credibilidad. No porque la presencia de las mujeres sea intocable — ninguna función eclesial lo es —, sino porque la selectividad de la indignación es siempre un indicio. Estigmatizar con ímpetu la feminidad de quien mujer lo es por naturaleza y por gracia, y al mismo tiempo pasar por alto ciertos comportamientos “masculinos” que nada tienen de evangélicamente viril, no es rigor doctrinal: es una asimetría polémica.

Otro punto merece claridad: el proceso de consulta para la elección de los obispos — disciplinado por los cc. 377 y 378 — no atribuye a ningún consultor potestad sacramental. No confiere el munus episcopal. No convierte un parecer en acto de gobierno. La consulta es un instrumento de instrucción, no ejercicio del munus regendi. Cuando un laico — hombre o mujer — expresa un parecer, no ejerce jurisdicción sacramental: contribuye a un proceso informativo. La decisión corresponde a la Sede Apostólica.

Sostener que la simple presencia de mujeres en un órgano consultivo compromete la sacramentalidad del episcopado significa confundir niveles distintos del ordenamiento eclesial. Es una confusión conceptual, no una defensa de la doctrina. El verdadero problema, si existe, no es el género de los consultores. Es la calidad de los criterios. Si algunas designaciones resultan discutibles, la cuestión no es establecer si quien emitió un parecer era hombre o mujer, sino preguntarse: ¿qué informaciones se han recogido? ¿Con qué método? ¿Con qué verificación? ¿Con qué asunción de responsabilidad final? Reducir todo a una contraposición identitaria — «mirada femenina» contra «gobierno sacramental» — no solo simplifica en exceso la realidad, sino que la deforma. La Iglesia no necesita cuotas simbólicas. Pero tampoco necesita indignaciones selectivas, prontas a activarse sobre algunos perfiles y sorprendentemente silenciosas sobre otras dinámicas de poder mucho más consolidadas, incluso cuando emergen de forma pública y escandalosa .

La diferencia entre una presencia ideológica y una presencia competente no pasa por el género. Pasa por la idoneidad, la formación, la madurez eclesial, la capacidad de discernimiento. Si se quiere de verdad evitar el tokenismo, el criterio debe ser la competencia. Siempre. Para hombres y para mujeres. De lo contrario, se acaba combatiendo una ideología construyendo otra, con la sola diferencia de que esta vez la polémica asume el rostro de una nostalgia teológicamente selectiva.

La pregunta altisonante: «¿Queremos obispos competentes o la aprobación de los medios?» construye una contraposición tan sugestiva como artificial. Ninguna norma canónica prevé que los obispos sean elegidos para obtener consenso mediático. El c. 378 §1 indica requisitos muy concretos: fe íntegra, buenas costumbres, piedad, celo por las almas, sabiduría, prudencia, virtudes humanas, buena reputación, al menos treinta y cinco años de edad, cinco años de presbiterado, doctorado o licencia en disciplinas sagradas o, al menos, verdadera pericia en ellas. El parámetro es la idoneidad objetiva, no el agrado periodístico. Afirmar que las designaciones recientes estarían guiadas por una obsesión mediática puede ser una opinión; convertirla en clave interpretativa total se vuelve, sin embargo, una narración autosuficiente: toda elección no compartida se explica como cesión a los medios; todo perfil no apreciado como fruto de “tokenismo”.

Es un mecanismo retórico eficaz, pero frágil. Si de verdad el criterio fuera el aplauso del “pueblo llano”, ¿cómo se explica que muchas designaciones hayan sido contestadas precisamente por los medios? ¿Cómo se explica que no pocas elecciones episcopales hayan suscitado reacciones críticas también en el mundo laico? El argumento funciona solo mientras permanece indemostrado; sometido a verificación, pierde consistencia y se revela carente de fundamento objetivo. El verdadero problema — y es un problema serio — no es la aprobación de los medios. Es la calidad de las informaciones recogidas en el proceso de consulta. Y es aquí donde el discurso debería concentrarse. El procedimiento previsto por el c. 377 §2-3 es articulado: consulta común y secreta entre los obispos; recogida de pareceres cualificados; eventual escucha de presbíteros y laicos; transmisión de un cuadro circunstanciado a la Sede Apostólica. El sistema no está construido para sustituir el juicio episcopal por el mediático. Está construido para ampliar el conocimiento del candidato. La instrucción no quita responsabilidad a la Sede Apostólica: la cualifica.

Si algunas designaciones resultan infelices, el problema no es la presencia de laicos o de mujeres en el proceso consultivo. El problema, en su caso, es la calidad de las valoraciones, la solidez de las informaciones, la verificación de las señales y — en tiempos que la Escritura llamaría “de vacas flacas” — también la dificultad objetiva de encontrar perfiles de particular relieve y valor. Y aquí emerge un detalle significativo. El artículo denuncia criterios emotivos, impresionistas, identitarios. Pero, al hacerlo, utiliza categorías igualmente impresionistas: “desastre”, “estado de desesperación”, “juegos de poder”, “dinámicas invivibles”. Términos fuertes, pero carentes de documentación circunstanciada. Se critica la subjetividad ajena recurriendo a la propia subjetividad. Si el problema es la calidad de las designaciones, la discusión debe permanecer objetiva. De lo contrario, se queda en la esfera de la impresión polémica.

Otra pregunta de efecto es la encerrada en el eslogan: «El munus no se improvisa», con referencia a la necesidad de distinguir «entre teología y uso selectivo del derecho». Es la parte más exigente teológicamente del artículo, dedicada al munus episcopal. Y aquí es donde se requiere extrema claridad. El munus docendi, sanctificandi et regendi es propio del episcopado (cfr. c. 375). Nadie lo discute. Ninguna reforma reciente ha atribuido el munus episcopal a sujetos no ordenados. Ninguna mujer ejerce el munus episcopal. Hoy ningún laico, hombre o mujer, gobierna una diócesis en virtud de potestad sacramental. Cuando, en épocas pasadas, se produjeron distorsiones en la gestión de las diócesis — con titulares ausentes, a veces nunca residentes, y administraciones de hecho delegadas a parientes o fiduciarios según lógicas de nepotismo — se trató de abusos históricos que la reforma tridentina corrigió precisamente para reconducir el gobierno eclesial a su forma auténtica y pastoral. Evocar hoy escenarios semejantes como si fueran reproponibles significa superponer planos históricos radicalmente diferentes y totalmente fuera de lugar.

La cuestión real es otra: ¿quién puede cooperar en los procesos de instrucción y administrativos que preceden o acompañan el ejercicio del munus? La respuesta del derecho ya está dada. No es una innovación del pontificado actual ni del precedente. El c. 129 §2 prevé que los fieles laicos puedan cooperar en el ejercicio de la potestad de gobierno según el derecho; el c. 228 reconoce a los laicos idóneos la posibilidad de asumir oficios eclesiásticos; el c. 377 §3 contempla explícitamente la consulta también a presbíteros y laicos en el proceso de nombramiento episcopal. La distinción fundamental es entre titularidad sacramental del munus y cooperación funcional al ejercicio de la potestad. Confundir ambas dimensiones significa transformar una cuestión administrativa en una cuestión ontológica. Y esto no es defensa de la teología, sino alteración de sus categorías.

Si solo a quien participa sacramentalmente del munus le estuviera permitido contribuir al discernimiento sobre un candidato, habría que excluir coherentemente: académicos laicos consultados por su competencia teológica; canonistas no ordenados; miembros laicos de comisiones disciplinarias; peritos económicos en las diócesis. Habría incluso que revisar la praxis consolidada de los dicasterios romanos, donde médicos, juristas, expertos de diversas disciplinas colaboran sin ejercer potestad sacramental alguna. Basta pensar en el Dicasterio para las Causas de los Santos: la comisión científica está compuesta por médicos especialistas que evalúan los presuntos milagros según criterios rigurosamente clínicos. Nadie ha considerado nunca necesario sustituirlos por eclesiásticos sin formación clínica, solo porque estén ordenados. La Iglesia nunca ha funcionado así, ni siquiera en los ámbitos más delicados.

El riesgo, por tanto, no es la “feminización” de la Curia, sino la clericalización de toda función eclesial, como si el Orden sagrado fuese requisito para cualquier responsabilidad administrativa o consultiva. Y esto, paradójicamente, contradice precisamente la crítica dirigida en otros lugares al “clericalismo”. La historia reciente ofrece ejemplos elocuentes. San Juan Pablo II eligió como Director de la Oficina de Prensa de la Santa Sede a Joaquín Navarro-Valls, médico psiquiatra y laico, no porque estuviera ordenado —no lo estaba—, sino por gran competencia, equilibrio e inteligencia comunicativa. Le sucedió después el padre Federico Lombardi S.J., igualmente elegido por cualidades personales y profesionales. En ambos casos, el criterio no fue el grado sacramental, sino la idoneidad para la función.

El munus episcopal no se improvisa, ciertamente. Pero tampoco se extiende impropiamente a funciones que no le pertenecen ontológicamente. Defender la sacramentalidad del episcopado no significa transformar toda colaboración eclesial en un apéndice del Orden sagrado. Significa, por el contrario, custodiar las distinciones que la tradición teológica y el derecho de la Iglesia han sabido siempre mantener.

El debate no puede versar sobre la “feminización” de la Curia, ni sobre la obsesión por las cuotas, ni sobre una presunta cesión a la modernidad sociológica. El punto verdadero es otro: la calidad del discernimiento y la fidelidad a la estructura teológica de la Iglesia. Si una mujer ejerce un encargo administrativo conferido legítimamente por el Romano Pontífice, no se ha lesionado la sacramentalidad del episcopado. Si una religiosa participa en un proceso consultivo, no se ha alterado la ontología del munus. Si un laico ofrece un parecer técnico, no se ha desacralizado la jerarquía. El Sacramento del Orden no es una cobertura para cualquier función organizativa. Es la raíz de la misión apostólica. Confundir la raíz con cada hoja del árbol institucional no es defensa de la tradición: es una aproximación teológica superficial.

El riesgo más serio no es la presencia femenina en los dicasterios. Es el uso ideológico de la teología para transformar toda elección administrativa en una crisis ontológica. Es el hábito de leerlo todo como subversión. Es la incapacidad de distinguir entre cooperación y sustitución, entre consulta y titularidad, entre estructura sacramental y organización jurídica. Y hay además un detalle que merece ser dicho con sobria claridad: no se puede tronar contra la “ideología de la mujer” mientras se calla sistemáticamente sobre otras dinámicas de poder que atraviesan ambientes eclesiásticos mucho más estructurados, ramificados e influyentes. La indignación selectiva no es rigor doctrinal: es una opción polémica. Y cuando la severidad se ejerce solo en una dirección, se vuelve sospechosa. La Iglesia no necesita miedos disfrazados de teología, sino competencia, responsabilidad, verdad y libertad interior. Necesita nombramientos bien instruidos e informaciones sólidas. Necesita hombres y mujeres que sirvan, no narraciones identitarias que alimenten conflictos permanentes.

Si, pues, el criterio es la competencia, esta misma debe demostrarse. Si el criterio es el derecho, este debe leerse entero, no por fragmentos y extrapolaciones. Si el criterio es la teología, esta no puede reducirse a eslogan. La sacramentalidad de la autoridad eclesial no está en discusión, pero tampoco es un argumento que blandir contra toda forma de cooperación laical; de lo contrario, se acaba defendiendo la jerarquía de un modo tan rígido que se la transforma en una caricatura grotesca. Y la Iglesia no es un fenómeno caricaturesco, aunque algunos la reduzcan a una parodia. Es una realidad sacramental que vive en la historia, con estructuras jurídicas, responsabilidades personales y decisiones concretas. Lo demás pertenece más a la polémica de ciertos blogs anónimos que al derecho o a la teología.

En este blog hay además el anonimato como postura moral, que merece una sobria observación. Las críticas más severas — con acusaciones de incompetencia, de autoritarismo, de gestión ideológica — provienen de sujetos que eligen sistemáticamente el anonimato, el cual puede incluso tener razones legítimas en determinadas circunstancias. Pero cuando se formulan juicios tan graves sobre personas e instituciones, permanecer estructuralmente anónimos mientras se exige transparencia a los demás, mientras se estigmatizan las denuncias anónimas y el cotilleo, crea una evidente asimetría moral, no exenta de gravedad. También porque la teología católica no se construye sobre insinuaciones; el derecho canónico no se funda en impresiones no verificables; y la autoridad moral exige precisas asunciones de responsabilidad que no pocas veces requieren valentía, a veces incluso verdadero heroísmo. Criticar es legítimo; deslegitimar sin exponerse lo es mucho menos. Cuando, en efecto, se invoca la seriedad de la sacramentalidad, sería coherente invocar también la seriedad de la responsabilidad personal, casi ausente en las columnas de un blog que, erigiéndose en tribunal permanente, evita sin embargo sistemáticamente asumir la responsabilidad de comparecer como parte. Por lo demás, cuando una argumentación teológica o jurídica no resiste la lectura íntegra de las fuentes, no hacen falta invectivas para refutarla: basta reconducirla a las propias fuentes, porque a veces el contraste con ellas constituye ya de por sí la más severa de las réplicas.

Desde la Isla de Patmos, 15 de febrero de 2026

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I Padri dell’Isola di Patmos

Il Cardinale Víctor Manuel Fernández e la Fraternità San Pio X: il punto non negoziabile della comunione – Cardinal Víctor Manuel Fernández and the Society of Saint Pius X: the non-negotiable point of communion – El Cardenal Víctor Manuel Fernández y la Fraternidad San Pío X: el punto no negociable de la comunión – Kardinal Víctor Manuel Fernández und die Priesterbruderschaft Sankt Pius X: Der nicht verhandelbare Punkt der kirchlichen Gemeinschaft

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IL CARDINALE VÍCTOR MANUEL FERNÁNDEZ E LA FRATERNITÀ SAN PIO X: IL PUNTO NON NEGOZIABILE DELLA COMUNIONE

La nota teologico-canonica sul recente incontro tra il Dicastero per la Dottrina della Fede e la Fraternità Sacerdotale di San Pio X

— Teologia e diritto canonico —

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Il comunicato diffuso sull’incontro che si è tenuto il 12 febbraio 2026 tra il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il Cardinale Víctor Manuel Fernández e il Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Rev. Davide Pagliarani (cfr. comunicato in pdf), offre materia di riflessione non tanto sul piano diplomatico, quanto su quello teologico ed ecclesiologico.

Il tono del testo è volutamente breve e sobrio, persino benevolo. Si parla di incontro «cordiale e sincero», di «percorso di dialogo specificamente teologico», di «metodologia ben precisa», di chiarificazione circa la differenza tra atto di fede e «religioso ossequio della mente e della volontà» e sui differenti gradi di adesione richiesti dai testi del Concilio Vaticano II. Tuttavia, sotto la superficie formale e cordiale, emergono questioni gravi, ormai vecchie e irrisolte.

Partiamo con un’analisi canonica sullo “stato di necessità” invocato. Il punto più delicato resta la minaccia — già pubblicamente ventilata — di procedere a nuove ordinazioni episcopali in assenza di mandato pontificio, giustificate da un presunto «stato di necessità» espresso in questi termini:

«Lunedì scorso, 2 febbraio, il Superiore Generale della Fraternità San Pio X ha annunciato che le consacrazioni episcopali, cioè la consacrazione dei vescovi, si svolgeranno mercoledì 1° luglio. La cerimonia si terrà qui a Écône, sul famoso Prato delle Ordinazioni, nello stesso luogo in cui, il 30 giugno 1988, l’Arcivescovo Lefebvre consacrò quattro vescovi. Sarà un evento storico, ma è importante comprenderne appieno la portata e il significato. L’aspetto insolito di questa cerimonia è che, per il momento, non ha ricevuto l’autorizzazione di Papa Leone XIV. Speriamo sinceramente che il Santo Padre permetta queste consacrazioni. Dobbiamo pregare per questa intenzione» (cfr. FSSPX Attualità, qui).

E qui occorre estrema chiarezza, perché il Codice di Diritto Canonico è inequivocabile:

«Nessun Vescovo consacri alcuno Vescovo, se prima non consta del mandato pontificio» (can. 1013 CIC); «il Vescovo che consacra qualcuno Vescovo senza mandato pontificio e chi da lui riceve la consacrazione incorrono nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica» (can. 1382 CIC; attualmente can. 1382 §1 dopo la riforma del 2021).

Il comunicato del Cardinale Victor Manuel Fernandez richiama correttamente il can. 331 e la Pastor aeternus del Concilio Vaticano I, ribadendo la potestà piena, suprema, universale e immediata del Romano Pontefice. Non si tratta di un dettaglio disciplinare, ma di un principio costitutivo dell’ecclesiologia cattolica.

L’argomento dello “stato di necessità” fu utilizzato già nel 1988 per giustificare le consacrazioni episcopali operate dal Vescovo Marcel Lefebvre. Ma uno stato di necessità, in senso canonico, non è una categoria soggettiva, né una percezione ideologica di crisi. Il Codice di Diritto Canonico disciplina con precisione le cause di non imputabilità o di attenuazione della pena (cann. 1323–1324 CIC), tra le quali figura appunto la necessità, che deve essere però sostanzialmente reale e oggettiva, delineando in tal modo una situazione così grave da costringere ad agire per evitare un danno imminente e non altrimenti evitabile. Non è sufficiente il giudizio personale circa una presunta crisi ecclesiale; occorre un’impossibilità reale di ricorrere ai mezzi ordinari di governo e di comunione con la Sede Apostolica. Inoltre, la necessità non può essere auto-certificata dall’agente in modo arbitrario o ideologico, ma deve rispondere a criteri oggettivi verificabili nell’ordinamento ecclesiale.

La storia del XX secolo offre diversi esempi concreti: nei Paesi dell’Europa orientale sotto il regime sovietico, con vescovi incarcerati o deportati e comunicazioni interrotte; nella Cina maoista, durante le fasi più dure della persecuzione religiosa, quando la Chiesa operava in clandestinità e il contatto con Roma era materialmente impossibile; in alcune aree dell’ex Jugoslavia durante i conflitti balcanici, in condizioni di totale isolamento e grave pericolo. In tali contesti si trattava di un’impossibilità fisica e giuridica oggettiva.

La differenza con l’attuale situazione ecclesiale è evidente. Oggi non vi è persecuzione di regime che impedisca la comunione con Roma, né un’interruzione forzata dei canali istituzionali. Nei contesti nei quali la Fraternità invoca lo stato di necessità, la Chiesa gode di libertà di espressione e di azione, intrattiene relazioni diplomatiche con gli Stati e opera pubblicamente. L’eventuale conflitto è di natura dottrinale o interpretativa, non di impossibilità materiale.

Dilatare a questo modo la nozione di necessità fino a includervi il dissenso teologico soggettivo significa svuotare l’istituto canonico del suo significato proprio. E ciò risulta particolarmente paradossale in ambienti che rivendicano una rigorosa formazione tomistica: proprio la tradizione scolastica autentica esige precisione concettuale e distinzione dei piani, non l’uso estensivo e ideologico di categorie giuridiche.

Paragonare poi l’attuale situazione ecclesiale alla crisi ariana — come talvolta viene insinuato da certi circoli — significa forzare la storia e l’ecclesiologia. Durante la crisi ariana si discuteva la divinità stessa del Verbo Incarnato; oggi nessun dogma trinitario o cristologico è negato dal Magistero universale. La pretesa di presentarsi come un nuovo Atanasio di Alessandria presuppone che Roma sia divenuta ariana: affermazione che, se presa sul serio, conduce logicamente allo scisma formale e prima di esso al ridicolo giuridico-teologico. Ciò proprio perché l’argomento dello stato di necessità, applicato alla decisione unilaterale di ordinare vescovi contro la volontà esplicita del Romano Pontefice, è talmente insussistente sul piano giuridico e su quello ecclesiologico sino ad apparire privo dei criteri minimi di serietà. Anche perché la necessità, tra l’altro, non può essere auto-certificata da chi intende compiere l’atto.

Il comunicato segnala un punto teologico centrale: la distinzione tra atto di fede (fides divina et catholica) e «religioso ossequio della mente e della volontà» (cf. Lumen gentium, 25) Prima di procedere, è opportuno chiarire questi due concetti. Con fides divina et catholica si intende l’assenso pieno e irrevocabile che il credente presta alle verità rivelate da Dio e proposte come tali in modo definitivo dalla Chiesa: ad esempio la Trinità, l’Incarnazione, la divinità di Cristo. Negare consapevolmente una di queste verità significa rompere la comunione nella fede. Il «religioso ossequio della mente e della volontà», invece, riguarda quegli insegnamenti che il Magistero propone in modo autentico, sebbene non con una definizione dogmatica. In questi casi non si tratta di un atto di fede in senso stretto, bensì di un’adesione reale, leale e rispettosa, fondata sulla fiducia nell’assistenza dello Spirito Santo al Magistero della Chiesa. Non è un’opinione facoltativa che ciascuno possa accettare o rifiutare a piacimento, ma neppure equivale a una definizione irreformabile. Qui il Prefetto, con evidente garbo, invita di fatto la Fraternità a rientrare nell’alveo della teologia cattolica classica, ricordando che non tutti gli insegnamenti del Magistero richiedono lo stesso grado di assenso; ma neppure è lecito trattare testi conciliari come opinioni teologiche liberamente contestabili. Il tutto anche a fronte di interpretazioni riduttive che continuano a qualificare il Vaticano II come un concilio «solo pastorale», quasi si trattasse di un’assemblea di rango inferiore rispetto ai precedenti concili ecumenici. Una simile lettura, oltre a essere teologicamente imprecisa, finisce per svuotare di contenuto l’autorità stessa del Magistero conciliare.

Il Vaticano II, pur non definendo nuovi dogmi con formula solenne, è un Concilio ecumenico della Chiesa Cattolica. I suoi insegnamenti richiedono, secondo la loro natura e formulazione, almeno quell’ossequio religioso che non è mera opinione privata ma adesione reale, anche se non definitoria. È legittimo discutere criticamente alcune derive del periodo post-conciliare; ma tali fenomeni non possono essere identificati con il Concilio in quanto tale. Già negli anni Settanta, dalla cattedra della Pontificia Università Lateranense, Antonio Piolanti — autorevole esponente della Scuola Romana — metteva in guardia dal confondere il Concilio Vaticano II con il “para-concilio”: si tratta di realtà distinte. Ciò malgrado, dinanzi a queste elementari evidenze teologiche, i toni della Fraternità sono purtroppo i seguenti:

«È possibile che la Santa Sede ci dica: “Va bene, vi autorizziamo a consacrare vescovi, ma a condizione che accettiate due cose: la prima è il Concilio Vaticano II; e la seconda è la Nuova Messa. E poi, sì, vi permetteremo di compiere consacrazioni”. Come dovremmo reagire? È semplice. Preferiremmo morire piuttosto che diventare modernisti. Preferiremmo morire piuttosto che rinunciare alla piena fede cattolica. Preferiremmo morire piuttosto che sostituire la Messa di San Pio V con la Messa di Paolo VI» (cfr. FSSPX Attualità, qui).

La richiesta del Dicastero non è di “credere come dogma” ogni singola espressione conciliare, ma di riconoscerne l’autorità ecclesiale secondo la gerarchia delle verità e dei gradi di assenso. In altre parole: studiare ciò che si contesta, comprendere le categorie teologiche, evitare letture ideologiche, ma anche riconoscere la serietà dell’interlocutore. La tradizione teologica cattolica non si è mai costruita sulla caricatura dell’avversario, bensì sull’analisi rigorosa delle sue tesi e sulla confutazione argomentata dei suoi errori. Si può dissentire profondamente da una posizione, persino giudicarla teologicamente erronea, senza per questo negare all’altro intelligenza, cultura o competenza scientifica. L’autorità di una tesi non dipende dalla delegittimazione personale di chi la sostiene, ma dalla solidità delle argomentazioni. Solo in questo clima è possibile un autentico dialogo teologico. E questo, sia chiaro: non è un principio di cortesia accademica, ma il metodo stesso della grande scolastica. Basta pensare alla struttura delle quaestiones di San Tommaso d’Aquino, che espone con precisione le obiezioni nella loro forma più forte prima di proporre la propria risposta (respondeo). La verità, nella tradizione cattolica, non si afferma eliminando l’avversario, ma superandone le argomentazioni sul piano della ragione e della fede.

Da parte dei Superiori della Fraternità di San Pio X, la sistematica delegittimazione dell’interlocutore, insieme al tono ricattatorio già utilizzato, non resta sul piano della polemica, ma investe direttamente la questione ecclesiologica. Il dato più grave non è tanto la minaccia in sé, quanto la modalità. Dire, in sostanza, al Romano Pontefice: “Se non ci date il benestare, procederemo comunque”, configura una pressione impropria sull’autorità suprema della Chiesa. Nel diritto canonico, la richiesta di un mandato è atto di obbedienza; la minaccia di agire senza mandato è atto di sfida. Non si può trasformare la potestà pontificia in un ostacolo burocratico aggirabile in nome di una superiore coscienza di crisi. La comunione ecclesiale non è negoziabile. Non è un tavolo politico dove si contratta una quota di autonomia episcopale.

Questo comunicato mostra una Santa Sede che non chiude, ma invita a un dialogo come occasione di verità. Non sanziona immediatamente, ma propone un percorso. Non impone formule, ma chiede chiarificazione dottrinale. È difficile non vedere in questo atteggiamento del Cardinale Víctor Manuel Fernández una forma di pazienza ecclesiale unita a uno spirito di grande nobiltà istituzionale. La proposta di evidenziare «i minimi necessari per la piena comunione» è già una concessione metodologica: si parte dall’essenziale, non da un consenso integrale su tutto. Tuttavia, la sospensione delle ordinazioni episcopali è posta come condizione preliminare. E giustamente, perché non si può dialogare con una pistola sul tavolo, come se l’esercizio dell’autorità dovesse piegarsi a una pressione preventiva.

Vi è infine un elemento strutturale che merita di essere detto senza acrimonia ma con lucido realismo. Alcuni movimenti ecclesiali, per esistere e consolidarsi, hanno bisogno di un nemico permanente. La loro identità si struttura nello scontro: Roma modernista, il Concilio traditore, il Papa ambiguo, il mondo ostile … Se venisse meno questo stato di tensione continua, verrebbe meno anche la loro ragion d’essere. La logica del conflitto è un vero e proprio elemento identitario. Senza conflitto, l’identità si dissolve o si normalizza. Ma la Chiesa non vive di antagonismi strutturali; vive di comunione gerarchica.

Se la Fraternità desidera realmente la piena comunione, dovrà decidere se vuole essere una realtà ecclesiale oppure un’opposizione permanente con parvenza ecclesiale. La differenza non è semantica: è proprio ontologica. La vera tradizione non è autoconservazione polemica, ma continuità viva nell’obbedienza. E l’obbedienza, in ecclesiologia cattolica, non è servilismo, ma partecipazione alla forma stessa della Chiesa voluta da Cristo.

Dall’Isola di Patmos, 13 febbraio 2026

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CARDINAL VÍCTOR MANUEL FERNÁNDEZ AND THE SOCIETY OF SAINT PIUS X: THE NON-NEGOTIABLE POINT OF COMMUNION

A Theological-Canonical Note on the Recent Meeting between the Dicastery for the Doctrine of the Faith and the Priestly Society of Saint Pius X

— Theology and canon law —

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The communiqué issued regarding the meeting held on 12 February 2026 between the Prefect of the Dicastery for the Doctrine of the Faith, Cardinal Víctor Manuel Fernández, and the Superior General of the Priestly Society of Saint Pius X, Rev. Davide Pagliarani (here), offers grounds for reflection not so much on the diplomatic level as on the theological and ecclesiological one.

The tone of the text is deliberately brief and sober, even benevolent. It speaks of a “cordial and sincere” meeting, of a “specifically theological dialogue,” of a “precise methodology,” and of clarification concerning the distinction between the act of faith and the “religious submission of mind and will,” as well as the different degrees of assent required by the texts of the Second Vatican Council. Yet beneath this formally courteous surface, serious issues emerge — long-standing and unresolved.

Let us begin with a canonical analysis of the invoked “state of necessity.” The most delicate point remains the threat — already publicly announced — to proceed with new episcopal ordinations without a pontifical mandate, justified by an alleged “state of necessity,” expressed in the following terms:

“Last Monday, 2 February, the Superior General of the Society of Saint Pius X announced that episcopal consecrations — that is, the consecration of bishops — will take place on Wednesday, 1 July. The ceremony will be held here in Écône, on the famous Field of Ordinations, in the same place where, on 30 June 1988, Archbishop Lefebvre consecrated four bishops. It will be a historic event, but it is important to understand fully its scope and meaning. The unusual aspect of this ceremony is that, for the moment, it has not received authorization from Pope Leo XIV. We sincerely hope that the Holy Father will permit these consecrations. We must pray for this intention” (cf. FSSPX News, here).

Here absolute clarity is required, because the Code of Canon Law is unequivocal:

“No Bishop is permitted to consecrate anyone as Bishop unless it is first evident that there is a pontifical mandate” (can. 1013 CIC); “A Bishop who consecrates someone a Bishop without a pontifical mandate, and the person who receives the consecration from him, incur a latae sententiae excommunication reserved to the Apostolic See” (can. 1382 CIC; currently can. 1382 §1 following the 2021 reform).

The communiqué of Cardinal Víctor Manuel Fernández rightly recalls canon 331 and the constitution Pastor aeternus of the First Vatican Council, reaffirming the full, supreme, universal, and immediate authority of the Roman Pontiff. This is not a disciplinary detail, but a constitutive principle of Catholic ecclesiology.

The argument of a “state of necessity” was already used in 1988 to justify the episcopal consecrations carried out by Archbishop Marcel Lefebvre. Yet a state of necessity, in canonical terms, is not a subjective category nor an ideological perception of crisis. The Code of Canon Law precisely regulates the causes of non-imputability or mitigation of penalty (cc. 1323–1324 CIC), among which necessity is included. Such necessity, however, must be genuinely real and objective, delineating a situation so grave as to compel action in order to avert imminent harm that cannot otherwise be avoided. A personal judgment concerning an alleged ecclesial crisis is insufficient; what is required is a real impossibility of recourse to the ordinary means of governance and communion with the Apostolic See. Moreover, necessity cannot be self-certified by the agent in an arbitrary or ideological manner; it must correspond to objective criteria verifiable within the ecclesial juridical order.

The history of the twentieth century offers concrete examples: in Eastern European countries under Soviet regimes, where bishops were imprisoned or deported and communications interrupted; in Maoist China, during the harshest phases of religious persecution, when the Church operated clandestinely and contact with Rome was materially impossible; and in certain areas of the former Yugoslavia during the Balkan conflicts, under conditions of total isolation and grave danger. In such contexts there existed an objective physical and juridical impossibility.

The difference with the present ecclesial situation is evident. Today there is no regime persecution preventing communion with Rome, nor any forced interruption of institutional channels. In the contexts in which the Society invokes a state of necessity, the Church enjoys freedom of expression and action, maintains diplomatic relations with states, and operates publicly. The conflict, if any, is doctrinal or interpretative in nature, not one of material impossibility.

To extend the notion of necessity in this way so as to include subjective theological dissent is to empty the canonical institute of its proper meaning. This appears particularly paradoxical in environments that claim rigorous Thomistic formation: authentic scholastic tradition demands conceptual precision and distinction of levels, not the expansive and ideological use of juridical categories.

To compare the current ecclesial situation to the Arian crisis — as some circles occasionally suggest — is to distort both history and ecclesiology. During the Arian crisis the very divinity of the Incarnate Word was at stake; today no Trinitarian or Christological dogma is denied by the universal Magisterium. To present oneself as a new Athanasius of Alexandria presupposes that Rome has become Arian — an assertion which, if taken seriously, leads logically to formal schism and, prior to that, to juridical and theological absurdity. The argument of necessity, applied to the unilateral decision to ordain bishops against the explicit will of the Roman Pontiff, is so unfounded in law and ecclesiology as to appear devoid of minimum seriousness. Necessity, moreover, cannot be self-certified by the one who intends to perform the act.

The communiqué highlights a central theological point: the distinction between the act of faith (fides divina et catholica) and the “religious submission of mind and will” (cf. Lumen gentium, 25). Before proceeding, it is useful to clarify these concepts. Fides divina et catholica refers to the full and irrevocable assent given to truths revealed by God and definitively proposed as such by the Church — for example, the Trinity, the Incarnation, and the divinity of Christ. To deny such a truth knowingly is to break communion in the faith.

The “religious submission of mind and will,” on the other hand, concerns teachings authentically proposed by the Magisterium, though not defined in a dogmatic manner. In such cases one does not make an act of faith in the strict sense, but rather gives a real, loyal, and respectful adherence, grounded in trust in the assistance of the Holy Spirit to the Church’s Magisterium. It is not an optional opinion to be accepted or rejected at will, yet neither does it constitute an irreformable definition.

The Prefect thus gently invites the Society to re-enter the classical framework of Catholic theology, recalling that not all teachings of the Magisterium require the same degree of assent; yet it is equally illegitimate to treat conciliar texts as freely contestable theological opinions. Interpretations that continue to describe Vatican II as a “merely pastoral” council, as though it were somehow inferior in rank to previous ecumenical councils, are reductive. Such a reading is theologically imprecise and ultimately empties conciliar authority of its content.

Vatican II, though it did not define new dogmas with solemn formulae, is an ecumenical council of the Catholic Church. Its teachings require, according to their nature and formulation, at least that religious submission which is not a mere private opinion but a real adherence, albeit non-definitive. It is legitimate to discuss critically certain post-conciliar developments; but such phenomena cannot be identified with the Council itself.

Already in the 1970s, from his chair at the Pontifical Lateran University, Antonio Piolanti — an authoritative representative of the Roman School — warned against confusing the Second Vatican Council with the “para-council”: they are distinct realities. Nevertheless, in the face of these elementary theological clarifications, the tone adopted by the Society is unfortunately the following:

“It is possible that the Holy See may tell us: ‘All right, we authorize you to consecrate bishops, but on condition that you accept two things: the first is the Second Vatican Council; and the second is the New Mass. And then, yes, we will allow you to carry out consecrations.’ How should we react? It is simple. We would rather die than become modernists. We would rather die than renounce the full Catholic faith. We would rather die than replace the Mass of Saint Pius V with the Mass of Paul VI” (cf. FSSPX News, here).

The request of the Dicastery is not to “believe as dogma” every single conciliar expression, but to recognize its ecclesial authority according to the hierarchy of truths and the degrees of assent. In other words: to study what one contests, to understand the theological categories involved, to avoid ideological readings, but also to acknowledge the seriousness of one’s interlocutor. Catholic theological tradition has never been built upon caricaturing one’s opponent, but upon rigorous analysis of his theses and reasoned refutation of his errors. One may profoundly dissent from a position, even judge it theologically erroneous, without thereby denying the other’s intelligence, culture, or scholarly competence. The authority of a thesis does not depend upon the personal delegitimization of the one who proposes it, but upon the solidity of its arguments. Only in such a climate is authentic theological dialogue possible. And this, it should be clear, is not a matter of academic courtesy, but the very method of the great scholastic tradition. One need only consider the structure of the quaestiones of Saint Thomas Aquinas, who presents objections in their strongest form before offering his own response (respondeo). In Catholic tradition, truth is not affirmed by eliminating one’s opponent, but by surpassing his arguments on the plane of reason and faith.

On the part of the Superiors of the Society of Saint Pius X, the systematic delegitimization of the interlocutor, together with the previously adopted tone of ultimatum, does not remain on the level of polemics but directly affects the ecclesiological question. The most serious element is not so much the threat itself as the manner in which it is expressed. To say, in substance, to the Roman Pontiff: “If you do not grant us authorization, we shall proceed nonetheless,” constitutes an improper pressure upon the supreme authority of the Church. In canon law, the request for a mandate is an act of obedience; the threat to act without it is an act of defiance. One cannot transform pontifical authority into a bureaucratic obstacle to be bypassed in the name of a higher perception of crisis. Ecclesial communion is not negotiable. It is not a political table at which a quota of episcopal autonomy is bargained.

This communiqué shows a Holy See that does not close doors but invites dialogue as an occasion of truth. It does not immediately impose sanctions but proposes a path. It does not impose formulas but asks for doctrinal clarification. It is difficult not to see in the attitude of Cardinal Víctor Manuel Fernández a form of ecclesial patience united to notable institutional nobility. The proposal to identify “the minimum necessary for full communion” already constitutes a methodological concession: one begins with what is essential, not with total agreement on every point. Nevertheless, the suspension of episcopal ordinations is set as a preliminary condition — and rightly so — for one cannot conduct dialogue with a gun on the table, as though the exercise of authority were to bend before preventive pressure.

There is finally a structural element that deserves to be stated without acrimony but with lucid realism. Certain ecclesial movements, in order to exist and consolidate themselves, require a permanent enemy. Their identity is structured around conflict: modernist Rome, the betraying Council, the ambiguous Pope, the hostile world. Were this constant tension to disappear, their very raison d’être would weaken. The logic of conflict becomes an identity-forming principle. Without conflict, identity dissolves or normalizes. But the Church does not live by structural antagonisms; she lives by hierarchical communion.

If the Society truly desires full communion, it must decide whether it wishes to be an ecclesial reality or a permanent opposition bearing ecclesial semblance. The difference is not semantic; it is ontological. True tradition is not polemical self-preservation, but living continuity in obedience. And obedience, in Catholic ecclesiology, is not servility, but participation in the very form of the Church willed by Christ.

From the Island of Patmos, 13 February 2026

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EL CARDENAL VÍCTOR MANUEL FERNÁNDEZ Y LA FRATERNIDAD SAN PÍO X: EL PUNTO NO NEGOCIABLE DE LA COMUNIÓN

Nota teológico-canónica sobre el reciente encuentro entre el Dicasterio para la Doctrina de la Fe y la Fraternidad Sacerdotal San Pío X

teología y derecho canónico

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El comunicado difundido acerca del encuentro celebrado el 12 de febrero de 2026 entre el Prefecto del Dicasterio para la Doctrina de la Fe, el Cardenal Víctor Manuel Fernández, y el Superior General de la Fraternidad Sacerdotal San Pío X, Rev. Davide Pagliarani (aqui), ofrece materia de reflexión no tanto en el plano diplomático cuanto en el teológico y eclesiológico.

El tono del texto es deliberadamente breve y sobrio, incluso benevolente. Se habla de un encuentro «cordial y sincero», de un «diálogo específicamente teológico», de una «metodología bien precisa», y de la aclaración acerca de la distinción entre el acto de fe y el «religioso obsequio de la mente y de la voluntad», así como de los distintos grados de adhesión requeridos por los textos del Concilio Vaticano II. Sin embargo, bajo esta superficie formal y cordial, emergen cuestiones graves, antiguas y todavía no resueltas.

Comencemos con un análisis canónico del «estado de necesidad» invocado. El punto más delicado sigue siendo la amenaza — ya anunciada públicamente — de proceder a nuevas ordenaciones episcopales sin mandato pontificio, justificadas por un supuesto «estado de necesidad», expresado en los siguientes términos:

«El lunes pasado, 2 de febrero, el Superior General de la Fraternidad San Pío X anunció que las consagraciones episcopales, es decir, la consagración de obispos, tendrán lugar el miércoles 1 de julio. La ceremonia se celebrará aquí en Écône, en el famoso Prado de las Ordenaciones, en el mismo lugar donde, el 30 de junio de 1988, el Arzobispo Lefebvre consagró cuatro obispos. Será un acontecimiento histórico, pero es importante comprender plenamente su alcance y significado. El aspecto insólito de esta ceremonia es que, por el momento, no ha recibido la autorización del Papa León XIV. Esperamos sinceramente que el Santo Padre permita estas consagraciones. Debemos rezar por esta intención» (cf. FSSPX Actualidad, aqui).

Aquí se requiere absoluta claridad, porque el Código de Derecho Canónico es inequívoco:

«Ningún Obispo consagre a alguien como Obispo si antes no consta el mandato pontificio» (c. 1013 CIC); «El Obispo que consagra a alguien como Obispo sin mandato pontificio, y quien recibe de él la consagración, incurren en excomunión latae sententiae reservada a la Sede Apostólica» (c. 1382 CIC; actualmente c. 1382 §1 tras la reforma de 2021).

El comunicado del Cardenal Víctor Manuel Fernández recuerda acertadamente el canon 331 y la constitución Pastor aeternus del Concilio Vaticano I, reafirmando la potestad plena, suprema, universal e inmediata del Romano Pontífice. No se trata de un simple detalle disciplinar, sino de un principio constitutivo de la eclesiología católica.

El argumento del «estado de necesidad» fue utilizado ya en 1988 para justificar las consagraciones episcopales realizadas por el Arzobispo Marcel Lefebvre. Pero un estado de necesidad, en sentido canónico, no es una categoría subjetiva ni una percepción ideológica de crisis. El Código de Derecho Canónico regula con precisión las causas de no imputabilidad o de atenuación de la pena (cc. 1323–1324 CIC), entre las cuales figura precisamente la necesidad. Sin embargo, debe tratarse de una situación real y objetiva, que configure una gravedad tal que obligue a actuar para evitar un daño inminente y que no pueda evitarse de otro modo. No basta un juicio personal acerca de una presunta crisis eclesial; se requiere una imposibilidad real de recurrir a los medios ordinarios de gobierno y de comunión con la Sede Apostólica. Además, la necesidad no puede ser auto-certificada por quien pretende realizar el acto, sino que debe responder a criterios objetivos verificables dentro del ordenamiento jurídico eclesial.

La historia del siglo XX ofrece ejemplos concretos: en los países de Europa oriental bajo el régimen soviético, con obispos encarcelados o deportados y comunicaciones interrumpidas; en la China maoísta, durante las fases más duras de la persecución religiosa, cuando la Iglesia actuaba en la clandestinidad y el contacto con Roma era materialmente imposible; en algunas zonas de la antigua Yugoslavia durante los conflictos balcánicos, en condiciones de total aislamiento y grave peligro. En tales contextos existía una imposibilidad física y jurídica objetiva.

La diferencia con la situación eclesial actual es evidente. Hoy no existe persecución de régimen que impida la comunión con Roma, ni interrupción forzada de los canales institucionales. En los contextos en los que la Fraternidad invoca el estado de necesidad, la Iglesia goza de libertad de expresión y de acción, mantiene relaciones diplomáticas con los Estados y actúa públicamente. El eventual conflicto es de naturaleza doctrinal o interpretativa, no de imposibilidad material.

Dilatar de este modo la noción de necesidad hasta incluir en ella el disenso teológico subjetivo significa vaciar el instituto canónico de su significado propio. Y ello resulta particularmente paradójico en ambientes que reivindican una rigurosa formación tomista: precisamente la tradición escolástica auténtica exige precisión conceptual y distinción de planos, no el uso extensivo e ideológico de categorías jurídicas.

Comparar la situación eclesial actual con la crisis arriana — como en ocasiones insinúan ciertos círculos — significa forzar la historia y la eclesiología. Durante la crisis arriana estaba en discusión la misma divinidad del Verbo Encarnado; hoy ningún dogma trinitario o cristológico es negado por el Magisterio universal. Pretender presentarse como un nuevo Atanasio de Alejandría presupone que Roma se ha vuelto arriana: afirmación que, tomada en serio, conduce lógicamente al cisma formal y, antes de ello, al absurdo jurídico-teológico. El argumento del estado de necesidad, aplicado a la decisión unilateral de ordenar obispos contra la voluntad explícita del Romano Pontífice, resulta tan inconsistente en el plano jurídico y eclesiológico que carece de los mínimos criterios de seriedad. Además, la necesidad no puede ser auto-certificada por quien pretende realizar el acto.

El comunicado señala un punto teológico central: la distinción entre el acto de fe (fides divina et catholica) y el «religioso obsequio de la mente y de la voluntad» (cf. Lumen gentium, 25). Antes de continuar, conviene aclarar estos dos conceptos. Con fides divina et catholica se entiende el asentimiento pleno e irrevocable que el creyente presta a las verdades reveladas por Dios y propuestas como tales de modo definitivo por la Iglesia: por ejemplo, la Trinidad, la Encarnación, la divinidad de Cristo. Negar conscientemente una de estas verdades significa romper la comunión en la fe.

El «religioso obsequio de la mente y de la voluntad», en cambio, se refiere a aquellas enseñanzas que el Magisterio propone de modo auténtico, aunque no con definición dogmática. En estos casos no se trata de un acto de fe en sentido estricto, sino de una adhesión real, leal y respetuosa, fundada en la confianza en la asistencia del Espíritu Santo al Magisterio de la Iglesia. No es una opinión facultativa que cada uno pueda aceptar o rechazar a su antojo, pero tampoco equivale a una definición irreformable.

El Prefecto invita así, con evidente delicadeza, a la Fraternidad a reinsertarse en el cauce de la teología católica clásica, recordando que no todas las enseñanzas del Magisterio exigen el mismo grado de asentimiento; pero tampoco es legítimo tratar los textos conciliares como opiniones teológicas libremente discutibles. Todo ello incluso frente a interpretaciones reductivas que continúan calificando el Vaticano II como un concilio «solo pastoral», como si se tratara de una asamblea de rango inferior respecto de los anteriores concilios ecuménicos. Una lectura semejante, además de teológicamente imprecisa, termina por vaciar de contenido la autoridad misma del Magisterio conciliar.

El Vaticano II, aunque no haya definido nuevos dogmas con fórmula solemne, es un Concilio ecuménico de la Iglesia católica. Sus enseñanzas exigen, según su naturaleza y formulación, al menos ese religioso obsequio que no es mera opinión privada, sino adhesión real, aunque no definitoria. Es legítimo discutir críticamente algunas derivas del período postconciliar; pero tales fenómenos no pueden identificarse con el Concilio en cuanto tal. Ya en los años setenta, desde su cátedra en la Pontificia Universidad Lateranense, Antonio Piolanti — destacado exponente de la Escuela Romana — advertía contra la confusión entre el Concilio Vaticano II y el “para-concilio”: se trata de realidades distintas. Sin embargo, ante estas elementales precisiones teológicas, los tonos de la Fraternidad son lamentablemente los siguientes:

«Es posible que la Santa Sede nos diga: “Está bien, os autorizamos a consagrar obispos, pero con la condición de que aceptéis dos cosas: la primera es el Concilio Vaticano II; y la segunda es la Nueva Misa. Y entonces, sí, os permitiremos realizar consagraciones”. ¿Cómo deberíamos reaccionar? Es sencillo. Preferiríamos morir antes que convertirnos en modernistas. Preferiríamos morir antes que renunciar a la plena fe católica. Preferiríamos morir antes que sustituir la Misa de San Pío V por la Misa de Pablo VI» (cf. FSSPX Actualidad, aqui).

La petición del Dicasterio no consiste en “creer como dogma” cada expresión conciliar, sino en reconocer su autoridad eclesial según la jerarquía de las verdades y los grados de asentimiento. En otras palabras: estudiar aquello que se cuestiona, comprender las categorías teológicas implicadas, evitar lecturas ideológicas, pero también reconocer la seriedad del interlocutor. La tradición teológica católica nunca se ha construido sobre la caricatura del adversario, sino sobre el análisis riguroso de sus tesis y la refutación argumentada de sus errores. Se puede disentir profundamente de una posición, incluso juzgarla teológicamente errónea, sin por ello negar al otro inteligencia, cultura o competencia académica. La autoridad de una tesis no depende de la deslegitimación personal de quien la sostiene, sino de la solidez de sus argumentos. Solo en este clima es posible un auténtico diálogo teológico. Y esto — conviene subrayarlo — no es un principio de mera cortesía académica, sino el método mismo de la gran escolástica. Basta pensar en la estructura de las quaestiones de santo Tomás de Aquino, que expone las objeciones en su forma más fuerte antes de proponer su respuesta (respondeo). En la tradición católica, la verdad no se afirma eliminando al adversario, sino superando sus argumentos en el plano de la razón y de la fe.

Por parte de los Superiores de la Fraternidad San Pío X, la sistemática deslegitimación del interlocutor, unida al tono de ultimátum adoptado previamente, no se queda en el plano de la polémica, sino que afecta directamente a la cuestión eclesiológica. Lo más grave no es tanto la amenaza en sí misma como la modalidad con la que se formula. Decir, en sustancia, al Romano Pontífice: “Si no nos concedéis la autorización, procederemos de todos modos”, constituye una presión impropia sobre la suprema autoridad de la Iglesia. En el derecho canónico, la petición de un mandato es un acto de obediencia; la amenaza de actuar sin él es un acto de desafío. No se puede transformar la potestad pontificia en un obstáculo burocrático que deba ser sorteado en nombre de una superior conciencia de crisis. La comunión eclesial no es negociable. No es una mesa política en la que se pacta una cuota de autonomía episcopal.

Este comunicado muestra una Santa Sede que no cierra puertas, sino que invita al diálogo como ocasión de verdad. No sanciona de inmediato, sino que propone un camino. No impone fórmulas, sino que solicita clarificación doctrinal. Resulta difícil no ver en esta actitud del Cardenal Víctor Manuel Fernández una forma de paciencia eclesial unida a una notable nobleza institucional. La propuesta de señalar «los mínimos necesarios para la plena comunión» constituye ya una concesión metodológica: se parte de lo esencial, no de un consenso integral en todo. Sin embargo, la suspensión de las ordenaciones episcopales se establece como condición preliminar. Y con razón, porque no se puede dialogar con una pistola sobre la mesa, como si el ejercicio de la autoridad debiera ceder ante una presión preventiva.

Hay finalmente un elemento estructural que merece ser señalado sin acritud, pero con lúcido realismo. Algunos movimientos eclesiales, para existir y consolidarse, necesitan un enemigo permanente. Su identidad se estructura en el conflicto: Roma modernista, el Concilio traidor, el Papa ambiguo, el mundo hostil… Si desapareciera ese estado continuo de tensión, desaparecería también buena parte de su razón de ser. La lógica del conflicto se convierte en un verdadero elemento identitario. Sin conflicto, la identidad se diluye o se normaliza. Pero la Iglesia no vive de antagonismos estructurales; vive de comunión jerárquica.

Si la Fraternidad desea realmente la plena comunión, deberá decidir si quiere ser una realidad eclesial o una oposición permanente con apariencia eclesial. La diferencia no es semántica; es propiamente ontológica. La verdadera tradición no es autoconservación polémica, sino continuidad viva en la obediencia. Y la obediencia, en la eclesiología católica, no es servilismo, sino participación en la forma misma de la Iglesia querida por Cristo.

Desde la Isla de Patmos, 12 de febrero de 2026

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KARDINAL VÍCTOR MANUEL FERNÁNDEZ UND DIE PRIESTERBRUDERSCHAFT ST. PIUS X: DER NICHT VERHANDELBARE PUNKT DER KIRCHLICHEN GEMEINSCHAFT

Theologisch-kanonische Anmerkung zum jüngsten Treffen zwischen dem Dikasterium für die Glaubenslehre und der Priesterbruderschaft St. Pius X

 

— Theologie und kanonisches Recht

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Die Mitteilung über das am 12. Februar 2026 stattgefundene Treffen zwischen dem Präfekten des Dikasteriums für die Glaubenslehre, Kardinal Víctor Manuel Fernández, und dem Generaloberen der Priesterbruderschaft St. Pius X, Rev. Davide Pagliarani (hier abrufbar), bietet Anlass zur Reflexion – weniger auf diplomatischer Ebene als vielmehr auf theologischer und ekklesiologischer.

Der Ton des Textes ist bewusst knapp und sachlich, ja sogar wohlwollend. Es ist von einer „herzlichen und aufrichtigen“ Begegnung die Rede, von einem „spezifisch theologischen Dialog“, von einer „klar umrissenen Methodik“ sowie von einer Klärung hinsichtlich der Unterscheidung zwischen dem Akt des Glaubens und dem „religiösen Gehorsam des Verstandes und des Willens“ sowie der unterschiedlichen Grade der Zustimmung, die von den Texten des Zweiten Vatikanischen Konzils gefordert werden. Unter dieser formalen und freundlichen Oberfläche treten jedoch schwerwiegende, seit Langem bestehende und ungelöste Fragen zutage.

Beginnen wir mit einer kanonistischen Analyse des geltend gemachten „Notstandes“. Der heikelste Punkt bleibt die — bereits öffentlich angekündigte — Absicht, neue Bischofsweihen ohne päpstliches Mandat vorzunehmen, gerechtfertigt durch einen angeblichen „Notstand“, der in folgenden Worten beschrieben wurde:

„Am vergangenen Montag, dem 2. Februar, kündigte der Generalobere der Priesterbruderschaft St. Pius X an, dass die Bischofsweihen — also die Weihe von Bischöfen — am Mittwoch, dem 1. Juli, stattfinden werden. Die Zeremonie wird hier in Écône auf der bekannten Weidefläche der Weihen abgehalten, am selben Ort, an dem Erzbischof Lefebvre am 30. Juni 1988 vier Bischöfe weihte. Es wird ein historisches Ereignis sein, doch ist es wichtig, dessen Tragweite und Bedeutung vollständig zu verstehen. Der ungewöhnliche Aspekt dieser Zeremonie besteht darin, dass sie bislang nicht die Genehmigung von Papst Leo XIV erhalten hat. Wir hoffen aufrichtig, dass der Heilige Vater diese Weihen gestatten wird. Wir müssen für dieses Anliegen beten“ (vgl. FSSPX Aktuell).

Hier ist äußerste Klarheit geboten, denn der Codex des Kanonischen Rechts ist eindeutig:

„Kein Bischof darf jemanden zum Bischof weihen, wenn nicht zuvor das päpstliche Mandat feststeht“ (can. 1013 CIC); „Ein Bischof, der jemanden ohne päpstliches Mandat zum Bischof weiht, sowie derjenige, der die Weihe von ihm empfängt, ziehen sich die Tatstrafe der Exkommunikation zu, die dem Apostolischen Stuhl vorbehalten ist“ (can. 1382 CIC; derzeit can. 1382 §1 nach der Reform von 2021).

Die Mitteilung von Kardinal Víctor Manuel Fernández erinnert zu Recht an can. 331 sowie an die Konstitution Pastor aeternus des Ersten Vatikanischen Konzils und bekräftigt damit die volle, höchste, universale und unmittelbare Gewalt des Römischen Pontifex. Es handelt sich hierbei nicht um eine bloße disziplinäre Einzelbestimmung, sondern um ein konstitutives Prinzip katholischer Ekklesiologie.

Das Argument des „Notstandes“ wurde bereits 1988 herangezogen, um die von Erzbischof Marcel Lefebvre vorgenommenen Bischofsweihen zu rechtfertigen. Ein Notstand im kanonischen Sinne ist jedoch weder eine subjektive Kategorie noch eine ideologisch gefärbte Krisenwahrnehmung. Der Codex des Kanonischen Rechts regelt präzise die Gründe der Nichtzurechenbarkeit oder der Strafmilderung (cc. 1323–1324 CIC), unter denen auch der Notstand genannt wird. Dieser muss jedoch tatsächlich real und objektiv gegeben sein und eine so schwerwiegende Situation darstellen, dass ein Handeln erforderlich wird, um einen unmittelbar drohenden Schaden abzuwenden, der nicht anders vermieden werden kann. Ein persönliches Urteil über eine vermeintliche kirchliche Krise genügt nicht; erforderlich ist eine reale Unmöglichkeit, auf die ordentlichen Mittel der Leitung und der Gemeinschaft mit dem Apostolischen Stuhl zurückzugreifen. Zudem kann ein Notstand nicht vom Handelnden selbst willkürlich oder ideologisch deklariert werden, sondern muss objektiven, innerhalb der kirchlichen Rechtsordnung überprüfbaren Kriterien entsprechen.

Die Geschichte des 20. Jahrhunderts bietet hierfür konkrete Beispiele: in den osteuropäischen Ländern unter sowjetischer Herrschaft, wo Bischöfe inhaftiert oder deportiert wurden und die Kommunikation unterbrochen war; im maoistischen China während der härtesten Phasen der Religionsverfolgung, als die Kirche im Untergrund wirkte und der Kontakt zu Rom faktisch unmöglich war; in bestimmten Regionen des ehemaligen Jugoslawiens während der Balkankriege, unter Bedingungen völliger Isolation und akuter Gefahr. In solchen Kontexten lag eine objektive physische und rechtliche Unmöglichkeit vor.

Der Unterschied zur gegenwärtigen kirchlichen Situation ist offenkundig. Heute gibt es keine staatliche Verfolgung, die die Gemeinschaft mit Rom verhindert, und keine erzwungene Unterbrechung institutioneller Kommunikationswege. In den Kontexten, in denen die Bruderschaft einen Notstand geltend macht, genießt die Kirche Religions- und Handlungsfreiheit, unterhält diplomatische Beziehungen zu Staaten und wirkt öffentlich. Ein etwaiger Konflikt ist doktrinärer oder interpretativer Natur, nicht jedoch durch materielle Unmöglichkeit bedingt.

Den Begriff des Notstandes so auszuweiten, dass darunter subjektiver theologischer Dissens fällt, bedeutet, das kanonische Institut seines eigentlichen Sinngehalts zu entleeren. Besonders paradox erscheint dies in Kreisen, die eine strenge thomistische Ausbildung für sich reklamieren: Gerade die authentische scholastische Tradition verlangt begriffliche Präzision und die Unterscheidung der Ebenen, nicht den extensiven und ideologischen Gebrauch juristischer Kategorien.

Die gegenwärtige kirchliche Situation mit der arianischen Krise zu vergleichen – wie es bisweilen in bestimmten Kreisen angedeutet wird – bedeutet, sowohl die Geschichte als auch die Ekklesiologie zu verzerren. In der arianischen Krise stand die Gottheit des fleischgewordenen Wortes selbst zur Debatte; heute wird kein trinitarisches oder christologisches Dogma vom universalen Lehramt geleugnet. Sich als neuer Athanasius von Alexandrien zu präsentieren setzt voraus, dass Rom arianisch geworden sei – eine Behauptung, die ernst genommen logisch zum formalen Schisma und zuvor zur juristisch-theologischen Absurdität führt. Das Argument des Notstandes, angewandt auf die einseitige Entscheidung, Bischöfe gegen den ausdrücklichen Willen des Römischen Pontifex zu weihen, ist so wenig tragfähig im rechtlichen wie im ekklesiologischen Sinn, dass ihm minimale Kriterien der Seriosität fehlen. Zudem kann der Notstand nicht von demjenigen selbst bescheinigt werden, der den Akt zu vollziehen beabsichtigt.

Die Mitteilung hebt sodann einen zentralen theologischen Punkt hervor: die Unterscheidung zwischen dem Akt des Glaubens (fides divina et catholica) und dem „religiösen Gehorsam des Verstandes und des Willens“ (vgl. Lumen gentium, 25). Bevor wir fortfahren, ist es angebracht, diese beiden Begriffe zu klären. Unter fides divina et catholica versteht man die volle und unwiderrufliche Zustimmung, die der Gläubige den von Gott geoffenbarten und von der Kirche endgültig als solche vorgelegten Wahrheiten schenkt – etwa der Dreifaltigkeit, der Inkarnation oder der Gottheit Christi. Eine solche Wahrheit wissentlich zu leugnen bedeutet, die Gemeinschaft im Glauben zu brechen.

Der „religiöse Gehorsam des Verstandes und des Willens“ hingegen bezieht sich auf jene Lehren, die vom Lehramt authentisch vorgelegt werden, wenngleich nicht in Form einer dogmatischen Definition. In diesen Fällen handelt es sich nicht um einen Glaubensakt im strengen Sinn, sondern um eine reale, loyale und respektvolle Zustimmung, die im Vertrauen auf die Assistenz des Heiligen Geistes gegenüber dem Lehramt der Kirche gründet. Es ist keine bloß fakultative Meinung, die nach Belieben angenommen oder verworfen werden könnte, doch auch keine irreformable Definition.

Der Präfekt lädt die Bruderschaft somit mit spürbarer Zurückhaltung dazu ein, sich erneut in den Rahmen der klassischen katholischen Theologie einzuordnen. Er erinnert daran, dass nicht alle Lehräußerungen des Lehramtes denselben Grad der Zustimmung verlangen; ebenso wenig jedoch ist es zulässig, konziliare Texte als frei bestreitbare theologische Meinungen zu behandeln. Interpretationen, die das Zweite Vatikanische Konzil weiterhin als „bloß pastoral“ bezeichnen, als handle es sich um eine Versammlung minderen Ranges im Vergleich zu früheren ökumenischen Konzilien, sind reduktionistisch. Eine solche Lesart ist nicht nur theologisch unpräzise, sondern entleert letztlich die Autorität des Konzilslehramtes selbst.

Das Zweite Vatikanische Konzil hat zwar keine neuen Dogmen in feierlicher Form definiert, ist jedoch ein ökumenisches Konzil der katholischen Kirche. Seine Lehren verlangen entsprechend ihrer Natur und Formulierung zumindest jenen religiösen Gehorsam, der keine bloß private Meinung darstellt, sondern eine reale, wenngleich nicht definitive Zustimmung. Es ist legitim, bestimmte Entwicklungen der nachkonziliaren Zeit kritisch zu diskutieren; diese Phänomene dürfen jedoch nicht mit dem Konzil als solchem identifiziert werden. Bereits in den 1970er Jahren warnte Antonio Piolanti — ein maßgeblicher Vertreter der Römischen Schule — von seinem Lehrstuhl an der Päpstlichen Lateranuniversität davor, das Zweite Vatikanische Konzil mit dem sogenannten „Para-Konzil“ zu verwechseln: Es handelt sich um unterschiedliche Realitäten. Dennoch lauten angesichts dieser elementaren theologischen Klärungen die Töne der Bruderschaft leider wie folgt:

„Es ist möglich, dass der Heilige Stuhl zu uns sagt: ‚Gut, wir erlauben euch, Bischöfe zu weihen, unter der Bedingung, dass ihr zwei Dinge akzeptiert: erstens das Zweite Vatikanische Konzil; zweitens die Neue Messe. Dann werden wir euch die Weihen gestatten.‘ Wie sollten wir reagieren? Es ist einfach. Wir würden lieber sterben, als Modernisten zu werden. Wir würden lieber sterben, als auf den vollen katholischen Glauben zu verzichten. Wir würden lieber sterben, als die Messe des heiligen Pius V durch die Messe Pauls VI zu ersetzen“ (vgl. FSSPX Aktuell).

Die Forderung des Dikasteriums besteht nicht darin, jede einzelne konziliare Formulierung „als Dogma zu glauben“, sondern deren kirchliche Autorität entsprechend der Hierarchie der Wahrheiten und der Grade der Zustimmung anzuerkennen. Mit anderen Worten: das zu studieren, was man in Frage stellt; die theologischen Kategorien zu verstehen; ideologische Lesarten zu vermeiden – und zugleich die Ernsthaftigkeit des Gesprächspartners anzuerkennen. Die katholische theologische Tradition hat sich nie auf die Karikatur des Gegners gegründet, sondern auf die sorgfältige Analyse seiner Thesen und die argumentativ begründete Widerlegung seiner Irrtümer. Man kann einer Position tiefgreifend widersprechen, sie sogar als theologisch irrig beurteilen, ohne dem anderen deshalb Intelligenz, Bildung oder wissenschaftliche Kompetenz abzusprechen. Die Autorität einer These hängt nicht von der persönlichen Delegitimierung ihres Vertreters ab, sondern von der Tragfähigkeit ihrer Argumente. Nur in einem solchen Klima ist ein authentischer theologischer Dialog möglich. Und dies — so sei betont — ist keine Frage akademischer Höflichkeit, sondern das eigentliche Verfahren der großen scholastischen Tradition. Man denke nur an die Struktur der quaestiones des heiligen Thomas von Aquin, der die Einwände in ihrer stärksten Form darlegt, bevor er seine Antwort (respondeo) formuliert. In der katholischen Tradition wird die Wahrheit nicht dadurch bekräftigt, dass man den Gegner ausschaltet, sondern indem man seine Argumente auf der Ebene von Vernunft und Glauben überwindet.

Von Seiten der Oberen der Priesterbruderschaft St. Pius X bleibt die systematische Delegitimierung des Gesprächspartners zusammen mit dem zuvor eingeschlagenen Ultimatumston nicht auf der Ebene der Polemik stehen, sondern berührt unmittelbar die ekklesiologische Frage. Das Schwerwiegendste ist weniger die Drohung als solche als vielmehr die Art und Weise ihres Vortrags. Dem Römischen Pontifex sinngemäß zu sagen: „Wenn ihr uns die Genehmigung nicht erteilt, werden wir dennoch handeln“, stellt einen unangemessenen Druck auf die höchste Autorität der Kirche dar. Im kanonischen Recht ist die Bitte um ein Mandat ein Akt des Gehorsams; die Drohung, ohne Mandat zu handeln, ein Akt der Auflehnung. Man kann die päpstliche Vollmacht nicht in ein bürokratisches Hindernis verwandeln, das im Namen einer vermeintlich höheren Krisenwahrnehmung umgangen werden soll. Kirchliche Gemeinschaft ist nicht verhandelbar. Sie ist kein politischer Verhandlungstisch, an dem ein Maß an bischöflicher Autonomie ausgehandelt wird.

Diese Mitteilung zeigt einen Heiligen Stuhl, der nicht verschließt, sondern zum Dialog als Gelegenheit der Wahrheit einlädt. Sie verhängt nicht sofort Sanktionen, sondern schlägt einen Weg vor. Sie schreibt keine Formeln vor, sondern bittet um doktrinäre Klärung. Es ist schwer, in der Haltung von Kardinal Víctor Manuel Fernández nicht eine Form kirchlicher Geduld verbunden mit bemerkenswerter institutioneller Noblesse zu erkennen. Der Vorschlag, „die minimalen Voraussetzungen für die volle Gemeinschaft“ zu benennen, stellt bereits ein methodisches Entgegenkommen dar: Man beginnt mit dem Wesentlichen, nicht mit einer vollständigen Übereinstimmung in allem. Dennoch wird die Aussetzung der Bischofsweihen als vorläufige Bedingung gesetzt — und das zu Recht —, denn man kann keinen Dialog führen, wenn eine Pistole auf dem Tisch liegt, als müsse die Ausübung der Autorität einem präventiven Druck weichen.

Schließlich gibt es ein strukturelles Element, das ohne Bitterkeit, aber mit nüchterner Klarheit ausgesprochen werden sollte. Manche kirchliche Bewegungen bedürfen, um zu bestehen und sich zu konsolidieren, eines permanenten Gegners. Ihre Identität formt sich im Konflikt: das modernistische Rom, das verräterische Konzil, der zweideutige Papst, die feindliche Welt … Würde dieser Zustand dauerhafter Spannung entfallen, geriete auch ihre eigene Daseinsbegründung ins Wanken. Die Logik des Konflikts wird zu einem identitätsstiftenden Prinzip. Ohne Konflikt löst sich Identität auf oder normalisiert sich. Die Kirche jedoch lebt nicht von strukturellen Gegensätzen, sondern von hierarchischer Gemeinschaft.

Wenn die Bruderschaft wirklich die volle Gemeinschaft anstrebt, muss sie entscheiden, ob sie eine kirchliche Wirklichkeit sein will oder eine permanente Opposition mit kirchlichem Anschein. Der Unterschied ist nicht semantischer, sondern ontologischer Natur. Wahre Tradition ist nicht polemische Selbstbehauptung, sondern lebendige Kontinuität im Gehorsam. Und Gehorsam ist in katholischer Ekklesiologie kein Servilismus, sondern Teilhabe an der von Christus gewollten Gestalt der Kirche.

Von der Insel Patmos, 13. Februar 2026

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Lo stretto legame tra etica, intelligenza artificiale e teologia di San Tommaso d’Aquino – The close link between ethics, Artificial Intelligence and the theology of Saint Thomas Aquinas – El estrecho vínculo entre ética, inteligencia artificial y la teología de Santo Tomás de Aquino – Die enge Verbindung zwischen Ethik, künstlicher intelligenz und der Theologie des Sankt Thomas von Aquin

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LO STRETTO LEGAME TRA ETICA, INTELLIGENZA ARTIFICIALE E TEOLOGIA DI SAN TOMMASO D’AQUINO

La macchina perfeziona solo ciò che trova già in atto nell’uomo: può affinare un pensiero vero, ma non generare verità; può pulire una frase riuscita, ma non infondere lo spirito che l’ha generata. Ed è proprio qui che diventa evidente il parallelismo con il principio tomista: «Gratia non tollit naturam, sed perficit (la grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona)»

— Theologica —

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Questo articolo per la nostra pagina di Theologica è tratto dal mio ultimo libro La libertà negata, edito dalle nostre edizioni e in vendita Qui.

Accingendomi a trattare questa tematica legata all’Intelligenza Artificiale mi è tornato alla mente uno dei capolavori profetici del cinema moderno: 2001: Odissea nello spazio, diretto da Stanley Kubrick e distribuito nel 1968. In quel film compare HAL 9000, un’intelligenza artificiale di altissimo livello, installata a bordo della nave spaziale Discovery. HAL è perfetta nel calcolo, infallibile nella gestione dei dati, ma priva di ciò che rende umano il giudizio: la coscienza. Quando la sua programmazione entra in conflitto con gli obiettivi della missione, HAL non “impazzisce”: semplicemente applica la logica senza il filtro morale, senza l’intenzionalità e senza la capacità di discernere il bene dal male. Il risultato è spaventoso: una macchina potentissima diventa una minaccia mortale proprio perché non comprende l’uomo né il valore della vita. Questa intuizione — cinematografica ma teologicamente lucidissima — mostra che l’intelligenza artificiale solleva problemi che non sono meramente tecnici, ma radicalmente morali. Non è in gioco la potenza di calcolo — che nessuno contesta — bensì il rischio che l’uomo deleghi a un sistema impersonale ciò che appartiene esclusivamente alla sua coscienza. Ed è proprio ciò che accade quando si lascia che una piattaforma decida autonomamente ciò che è “buono” o “cattivo”, ciò che può essere detto o ciò che deve essere taciuto: si consegna alla macchina un atto che dovrebbe essere morale. E questo è solo il primo passo della delega morale alla macchina.

Una volta ceduto alla tecnologia il giudizio sul vero e sul falso, il passo successivo diventa quasi inevitabile: rinunciare anche al buonsenso educativo e alla responsabilità personale.  Oppure quando un genitore affida completamente all’algoritmo il compito di filtrare ciò che un figlio può vedere, senza vigilanza critica: significa delegare a un sistema statistico la responsabilità educativa. O ancora quando si chiede all’Intelligenza Artificiale se una frase è “offensiva” o “moralmente accettabile”: significa trasferire alla macchina un compito che richiede coscienza, non calcolo.

Quanto sin qui illustrato non è un insieme di dettagli tecnici sono piuttosto il punto decisivo. Se manca l’intenzione, la macchina non può mai comprendere che cosa l’uomo sta facendo quando parla, ammonisce, educa, cura, corregge. E poiché non può accedere al “perché”, riduce tutto al “come”: non valuta il senso, analizza solo la forma. È qui che l’equivoco diventa inevitabile e l’errore sistematico. È ciò che avviene, per esempio, quando un sacerdote ammonisce un fedele o un padre corregge un figlio: la coscienza umana distingue tra severità e crudeltà, tra correzione e offesa; l’algoritmo registra solo la durezza della frase e la segnala come “linguaggio ostile”. Il medico che scrive «questo rischio porta alla morte» può vedere le sue parole classificate come “contenuto violento”, perché la macchina non distingue una diagnosi da una minaccia. E un semplice versetto biblico può essere censurato come “linguaggio offensivo” perché l’Intelligenza Artificiale non percepisce la finalità morale, ma solo la superficie della parola. Per questo, qualunque uso dell’Intelligenza Artificiale che tocchi la parola, il giudizio, la relazione o la libertà deve essere esaminato alla luce della teologia morale, non dell’ingegneria informatica.

La distinzione è decisiva: la macchina non decide, seleziona; non valuta, filtra; non giudica, classifica. E ciò che classifica non è mai il bene o il male, ma solo il probabile e l’improbabile, il frequente e il raro, l’accettabile statistico e il sospetto algoritmico. La coscienza umana fa l’esatto contrario: prende sul serio l’unicità dell’atto e la libertà dell’agente; pesa intenzioni, circostanze, conseguenze; distingue tra il rimprovero che salva e l’offesa che ferisce; tra la severità per amore e la crudeltà per disprezzo. La macchina non vede nulla di tutto questo.

Quando un padre richiama un figlio, la coscienza riconosce l’amore che lo sostiene; l’algoritmo vede solo una frase “potenzialmente ostile”. Quando un direttore spirituale ammonisce un suo diretto, la coscienza vede la misericordia che accompagna la verità; l’algoritmo vede una violazione degli “standard della community”. Quando una persona parla per correggere, proteggere o educare, la coscienza percepisce la finalità, la macchina percepisce solo la parola dura. Il risultato è paradossale: laddove l’uomo unisce giustizia e misericordia, la macchina produce soltanto etichette.

L’ambiguità morale non nasce dalla tecnologia: nasce dall’uomo che la progetta. Perché l’algoritmo non è neutrale: esegue una morale che non conosce, ma che altri hanno deciso per lui. E questo lo vediamo ogni giorno: se un contenuto mette in discussione il politically correct, l’algoritmo lo interpreta come “ostilità”; se critica alcune derive della cultura woke, lo etichetta come “discriminazione”; se affronta temi di antropologia cristiana — per esempio la differenza sessuale o la famiglia — rivolgendo critiche alle potenti e politicizzate lobby LGBT, lo segnala come “incitamento all’odio”, o “incitamento alla violenza”, il cosiddetto “hate speech”, alla lettera: discorso d’odio. Il tutto non perché la macchina “pensi” così, ma perché è stata programmata a reagire e interagire così. L’algoritmo non nasce neutrale: nasce già educato da chi lo costruisce, modellato da criteri ideologici che confondono la critica con l’aggressione, la riflessione con l’offesa, la verità con la violenza. In altre parole, l’algoritmo ha dei padroni: riflette le loro paure, amplifica le loro convinzioni, censura ciò che essi temono. Le piattaforme non filtrano in base a criteri oggettivi ma secondo ideologie dominanti: ciò che il mondo idolatra è promosso, ciò che il Vangelo richiama è sospettato; ciò che appaga viene amplificato, ciò che ammonisce viene silenziato. Il risultato è una nuova forma di censura culturale: elegante, educata, sterilizzata digitalmente — ma sempre censura.

Queste mie analisi nascono dalle riflessioni, dagli studi e dalle osservazioni che da tempo sto approfondendo sul piano antropologico-culturale e sul funzionamento reale delle piattaforme digitali. È proprio per questo che trovo significativo notare come, su un piano diverso ma complementare, il Dicastero per la Dottrina della Fede abbia recentemente richiamato un principio decisivo andando in sostanza nella mia stessa direzione di pensiero, ribadendo che l’Intelligenza Artificiale, pur potendo «cooperare alla crescita della conoscenza», non può essere in alcun modo equiparata all’intelligenza umana che possiede una profondità e una dinamica che nessun sistema di apprendimento automatico può replicare. Questo documento sottolinea che l’Intelligenza Artificiale non comprende, ma elabora, non giudica, ma calcola, ed è intrinsecamente incapace di cogliere la dimensione morale dell’azione, poiché priva di coscienza e interiorità (cfr. Qui). Quindi ammonisce con chiarezza che non si può attribuire a un dispositivo algoritmico il discernimento morale: farlo significherebbe abdicare alla responsabilità etica dell’uomo e consegnare la verità a un meccanismo statistico. L’illusione di una intelligenza morale artificiale è definita dal documento come una forma di ingenua idolatria tecnologica, perché la verità non è frutto del calcolo, ma dell’incontro tra libertà e grazia[1].

Questa riflessione magisteriale conferma il punto centrale: la coscienza non si programma. La macchina può assistere, ma non giudicare; può aiutare, ma non interpretare; può filtrare, ma non discernere. Ciò che appartiene alla libertà dell’uomo — e dunque alla sua relazione con Dio — non può essere delegato ad alcuna tecnologia.

L’etica dell’intelligenza artificiale rivela così la sua fragilità: una macchina può essere programmata per riconoscere parole, ma non può comprendere la Parola. Può identificare comandi, non comandamenti. Può censire comportamenti, non distinguere tra virtù e vizio. Può rilevare correlazioni, non cogliere la rivelazione divina. E soprattutto: non può conoscere Dio. Una cultura che si abitua a sostituire il giudizio della coscienza con il vaglio di un algoritmo finisce per dimenticare che la libertà è un atto spirituale, non un output digitale[2]. Ed è qui che la teologia morale diventa decisiva, perché ricorda all’uomo che: la verità è sempre personale; il bene è sempre intenzionale; la coscienza è sempre irriducibile; il giudizio morale non può essere delegato a nessuno, tanto meno a un software.

Questo non significa demonizzare la tecnologia, ma rimetterla al suo posto: quello di strumento, non di giudice. L’Intelligenza Artificiale, allora, può certamente rendere più agile il lavoro umano, ma non può sostituirlo nel punto decisivo: il giudizio morale, l’unico ambito in cui non basta sapere “come stanno le cose”, ma bisogna decidere “perché farle”. È il luogo della coscienza, dove l’uomo pesa le intenzioni, assume responsabilità, risponde del proprio agire davanti a Dio. Qui la macchina non entra, non può entrare: calcola, ma non sceglie; analizza, ma non risponde; simula, ma non ama. Come un eccellente chirurgo plastico l’Intelligenza Artificiale può valorizzare ciò che è già bello, ma non può rendere bello ciò che non è tale, può correggere sproporzioni, può attenuare certi segni del tempo; ma non può creare dal nulla né la bellezza che non c’è, né restituire la giovinezza ormai sfiorita. Può valorizzare un volto segnato, ma non può inventare un volto nuovo. Allo stesso modo, l’Intelligenza Artificiale può aiutare a organizzare i dati, a chiarire un testo, a mettere in ordine argomenti complessi; ma non può dare intelligenza a un soggetto limitato e mediocre, né coscienza a chi non ce l’ha.

L’immagine, forse un po’ cruda ma efficace, è quella del cavallo di razza e del pony: la tecnologia può allenare, curare, far rendere al massimo lo stallone arabo, ma non trasformerà mai un povero pony in un purosangue. Quello che non c’è, nessun algoritmo potrà mai crearlo. La macchina perfeziona solo ciò che trova già in atto nell’uomo: può affinare un pensiero vero, ma non generare verità; può lucidare una frase riuscita, ma non può raggiungere la coscienza da cui quella frase è scaturita. 

La macchina perfeziona solo ciò che trova già in atto nell’uomo: può affinare un pensiero vero, ma non generare verità; può pulire una frase riuscita, ma non infondere lo spirito che l’ha generata. Ed è proprio qui che diventa evidente il parallelismo con il principio tomista:

«Gratia non tollit naturam, sed perficit (la grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona)»[3].

A questo punto diventa inevitabile volgere lo sguardo verso il terreno più delicato: se la macchina può perfezionare solo ciò che trova, allora la vera questione non riguarda l’algoritmo, ma l’uomo che gli si consegna. Ed è qui che l’analogia tomista dispiega tutta la sua forza: come la grazia non opera sul vuoto, così la tecnologia non lavora sull’assenza di coscienza. E quando l’uomo smette di esercitare la propria interiorità morale, non è la macchina a guadagnare potere: è l’uomo stesso a perdere statura. Da questo punto nasce il problema decisivo — non tecnico, ma spirituale — che dobbiamo ora affrontare. Se comprendiamo che la delega morale alla macchina non è un incidente tecnico ma un errore antropologico, la domanda sorgerà per logica conseguenza: che cosa perde l’uomo quando abdica alla propria coscienza? Non perde soltanto un’abilità, ma una dimensione spirituale, quella in cui si decide il senso del bene e del male. La tecnologia può essere potente, sofisticata, rapidissima, ma non può diventare soggetto morale.

La tradizione cristiana ha sempre insegnato che l’esercizio del buonsenso è un’arte che nasce dalla grazia e dalla libertà: un equilibrio tra prudenza, verità e carità. L’algoritmo non conosce alcuna di queste tre. Non è prudente, perché non valuta; non è vero, perché non conosce; non è caritatevole, perché non ama. Per questo, usare l’Intelligenza Artificiale come strumento è possibile; usarla come criterio è disumano, pensare che possa creare al posto dell’uomo incapace ad articolare un pensiero, o a produrre un lavoro intellettuale, a dir poco è illusorio. La tecnologia può assistere l’uomo, mai giudicarlo; può aiutare la parola, mai sostituirla; può servire la missione, mai determinarne i confini.

Una civiltà che delega alla macchina ciò che appartiene alla coscienza perde la propria identità spirituale: diventa una società che sa molto, ma comprende poco; che parla continuamente, ma ascolta raramente; che giudica tutto, ma non giudica più se stessa.

La morale cattolica ci ricorda che il criterio del bene non è ciò che il mondo accetta, ma ciò che Dio insegna. E Dio non parla agli algoritmi: parla ai cuori. Il Logos si è fatto carne, non codice; si è fatto uomo, non programma; si è fatto relazione, non meccanismo. Per questo nessuna intelligenza artificiale, per quanto avanzata, potrà mai diventare criterio ultimo di ciò che è vero, giusto, buono e umano. Perché il bene non si calcola: si identifica.

Dall’Isola di Patmos, 7 febbraio 2026

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NOTE

[1] Cfr. Dicastero per la Dottrina della Fede, Antiqua et nova. Nota sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana (28 gennaio 2025). — Sulla corretta integrazione tra capacità umana e strumenti tecnologici nell’elaborazione del giudizio morale.

[2] N.d.A. Output significa risultato finale ed è un termine tecnico-informatico che si riferisce all’insieme di dati che un computer emette attraverso processo produttivo, ciò in contrapposizione all’input, che sono invece i dati in ingresso.

[3] Thomas Aquinas, Summa Theologiae, I, q.1, a.8, ad 2, in Sancti Thomae de Aquino Opera Omnia, ed. Leonina.

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THE CLOSE LINK BETWEEN ETHICS, ARTIFICIAL INTELLIGENCE AND THE THEOLOGY OF SAINT THOMAS AQUINAS

The machine perfects only what it already finds at work in man: it may refine a true thought, but cannot generate truth; it may clean a well-formed phrase, but cannot infuse the spirit that generated it. And it is precisely here that the parallel with the Thomistic principle becomes evident: Gratia non tollit naturam, sed perficit (grace does not destroy nature, but perfects it)”

— Theologica —

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This article for our Theologica page is taken from my latest book La libertà negata, published by our own press and available for purchase hereAs I set out to address this theme concerning Artificial Intelligence, my mind returned to one of the prophetic masterpieces of modern cinema: 2001: A Space Odyssey, directed by Stanley Kubrick and released in 1968. In that film appears HAL 9000, an extremely advanced artificial intelligence installed aboard the spacecraft Discovery. HAL is perfect in calculation, infallible in data management, yet devoid of what makes human judgement truly human: conscience. When its programming comes into conflict with the objectives of the mission, HAL does not “go mad”: it simply applies logic without moral filtering, without intentionality, and without the capacity to discern good from evil. The result is terrifying: a supremely powerful machine becomes a mortal threat precisely because it neither understands man nor the value of life. This intuition — cinematic, yet theologically lucid — shows that artificial intelligence raises issues that are not merely technical, but radically moral. What is at stake is not computational power — which no one disputes — but the risk that man may delegate to an impersonal system what belongs exclusively to his conscience. And this is precisely what happens when one allows a platform to decide autonomously what is “good” or “bad”, what may be said and what must be silenced: one hands over to the machine an act that ought to be moral. And this is only the first step in the moral delegation to the machine.

Once judgement over truth and falsehood has been ceded to technology, the next step becomes almost inevitable: renouncing educational common sense and personal responsibility as well. When a parent entirely entrusts to an algorithm the task of filtering what a child may see, without critical supervision, this means delegating educational responsibility to a statistical system. Or again, when one asks Artificial Intelligence whether a phrase is “offensive” or “morally acceptable”, this means transferring to the machine a task that requires conscience, not calculation.

What has been outlined so far is not a collection of technical details, but rather the decisive point. Where intention is lacking, the machine can never understand what man is doing when he speaks, admonishes, educates, heals or corrects. And since it cannot access the “why”, it reduces everything to the “how”: it does not evaluate meaning, it analyses only form. It is here that misunderstanding becomes inevitable and error systematic. This is what happens, for example, when a priest admonishes a faithful person or a father corrects a child: the human conscience distinguishes between severity and cruelty, between correction and offence; the algorithm merely registers the harshness of the phrase and flags it as “hostile language”. A physician who writes “this risk leads to death” may see his words classified as “violent content”, because the machine does not distinguish diagnosis from threat. And even a simple biblical verse may be censored as “offensive language”, because Artificial Intelligence does not perceive moral purpose, but only the surface of words. For this reason, any use of Artificial Intelligence that touches speech, judgement, relationship or freedom must be examined in the light of moral theology, not computer engineering.

The distinction is decisive: the machine does not decide, it selects; it does not evaluate, it filters; it does not judge, it classifies. And what it classifies is never good or evil, but only the probable and the improbable, the frequent and the rare, statistical acceptability and algorithmic suspicion. Human conscience does the exact opposite: it takes seriously the uniqueness of the act and the freedom of the agent; it weighs intentions, circumstances and consequences; it distinguishes between rebuke that saves and offence that wounds; between severity born of love and cruelty born of contempt. The machine sees none of this.

When a father reproves a child, conscience recognises the love that sustains it; the algorithm sees only a “potentially hostile” phrase. When a spiritual director admonishes one entrusted to him, conscience perceives mercy accompanying truth; the algorithm sees a violation of “community standards”. When a person speaks in order to correct, protect or educate, conscience grasps the purpose; the machine perceives only harsh words. The result is paradoxical: where man unites justice and mercy, the machine produces nothing but labels.

Moral ambiguity does not arise from technology: it arises from the man who designs it. For the algorithm is not neutral: it executes a morality it does not know, but which others have decided for it. And we see this every day: if content challenges political correctness, the algorithm interprets it as “hostility”; if it criticises certain excesses of woke culture, it labels it “discrimination”; if it addresses themes of Christian anthropology — for example sexual difference or the family — by criticising powerful and politicised LGBT lobbies, it flags it as “hate speech” or “incitement to violence”. All this not because the machine “thinks” this way, but because it has been programmed to react this way. The algorithm is not born neutral: it is already educated by those who build it, shaped by ideological criteria that confuse criticism with aggression, reflection with offence, truth with violence. In other words, the algorithm has masters: it reflects their fears, amplifies their convictions, censors what they fear. Platforms do not filter according to objective criteria but according to dominant ideologies: what the world idolises is promoted, what the Gospel recalls is suspected; what pleases is amplified, what admonishes is silenced. The result is a new form of cultural censorship: elegant, polite, digitally sterilised — yet still censorship.

These analyses arise from reflections, studies and observations that I have long been developing on the anthropological-cultural level and on the real functioning of digital platforms. It is precisely for this reason that I find it significant to note how, on a different yet complementary level, the Dicastery for the Doctrine of the Faith has recently recalled a decisive principle, essentially moving in the same direction of thought, reaffirming that Artificial Intelligence, while it may “cooperate in the growth of knowledge”, can in no way be equated with human intelligence, which possesses a depth and dynamism that no machine-learning system can replicate. This document stresses that Artificial Intelligence does not understand, but processes; does not judge, but calculates; and is intrinsically incapable of grasping the moral dimension of action, since it lacks conscience and interiority (cf. here). It therefore clearly warns that moral discernment cannot be attributed to an algorithmic device: to do so would mean abdicating human ethical responsibility and handing truth over to a statistical mechanism. The illusion of an artificial moral intelligence is defined by the document as a form of naïve technological idolatry, because truth is not the fruit of calculation, but of the encounter between freedom and grace[1].

This magisterial reflection confirms the central point: conscience cannot be programmed. The machine may assist, but not judge; it may help, but not interpret; it may filter, but not discern. What belongs to human freedom — and thus to man’s relationship with God — cannot be delegated to any technology.

The ethics of artificial intelligence thus reveal their fragility: a machine may be programmed to recognise words, but it cannot understand the Word. It can identify commands, not commandments. It can catalogue behaviours, not distinguish between virtue and vice. It can detect correlations, not grasp divine revelation. And above all: it cannot know God. A culture that becomes accustomed to replacing the judgement of conscience with algorithmic screening ends up forgetting that freedom is a spiritual act, not a digital output[2]. It is here that moral theology becomes decisive, for it reminds man that truth is always personal; good is always intentional; conscience is always irreducible; moral judgement cannot be delegated to anyone, least of all to software.

This does not mean demonising technology, but restoring it to its proper place: that of a tool, not a judge. Artificial Intelligence may certainly make human work more efficient, but it cannot replace it at the decisive point: moral judgement, the only realm in which it is not enough to know “how things are”, but one must decide “why to do them”. This is the realm of conscience, where man weighs intentions, assumes responsibility, and answers for his actions before God. Here the machine does not enter, cannot enter: it calculates, but does not choose; it analyses, but does not answer; it simulates, but does not love. Like an excellent plastic surgeon, Artificial Intelligence may enhance what is already beautiful, but it cannot make beautiful what is not; it may correct disproportions, soften certain marks of time, but it cannot create beauty from nothing nor restore youth once it has faded. It may enhance a marked face, but it cannot invent a new one. In the same way, Artificial Intelligence may help organise data, clarify a text, or order complex arguments; but it cannot give intelligence to a limited and mediocre subject, nor conscience to one who lacks it.

The image — perhaps somewhat stark, but effective — is that of the thoroughbred horse and the pony: technology may train, care for and bring out the best in the Arabian stallion, but it will never turn a poor pony into a thoroughbred. What is not there, no algorithm will ever create. The machine perfects only what it already finds at work in man: it may refine a true thought, but cannot generate truth; it may polish a successful phrase, but cannot reach the conscience from which that phrase arose.

The machine perfects only what it already finds at work in man: it may refine a true thought, but cannot generate truth; it may clean a well-formed phrase, but cannot infuse the spirit that generated it. And it is precisely here that the parallel with the Thomistic principle becomes evident:

Gratia non tollit naturam, sed perficit (grace does not destroy nature, but perfects it)” [3].

At this point it becomes inevitable to turn our gaze to the most delicate ground: if the machine can perfect only what it finds, then the true question does not concern the algorithm, but the man who hands himself over to it. And it is here that the Thomistic analogy displays its full force: just as grace does not act upon a void, so technology does not work upon the absence of conscience. And when man ceases to exercise his moral interiority, it is not the machine that gains power: it is man himself who loses stature. From this point arises the decisive problem — not technical, but spiritual — that we must now confront. If we understand that moral delegation to the machine is not a technical accident but an anthropological error, the question will arise by logical consequence: what does man lose when he abdicates his conscience? He does not lose merely a skill, but a spiritual dimension, the one in which the meaning of good and evil is decided. Technology may be powerful, sophisticated, extremely rapid, but it cannot become a moral subject.

Christian tradition has always taught that the exercise of sound judgement is an art born of grace and freedom: a balance between prudence, truth and charity. The algorithm knows none of these three. It is not prudent, because it does not evaluate; it is not true, because it does not know; it is not charitable, because it does not love. For this reason, using Artificial Intelligence as a tool is possible; using it as a criterion is inhuman. To think that it can create in place of a man incapable of articulating a thought or producing intellectual work is, at the very least, illusory. Technology may assist man, never judge him; may help speech, never replace it; may serve the mission, never determine its boundaries.

A civilisation that delegates to the machine what belongs to conscience loses its spiritual identity: it becomes a society that knows much, but understands little; that speaks incessantly, but rarely listens; that judges everything, but no longer judges itself.

Catholic morality reminds us that the criterion of good is not what the world accepts, but what God teaches. And God does not speak to algorithms: He speaks to hearts. The Logos became flesh, not code; became man, not programme; became relationship, not mechanism. For this reason no artificial intelligence, however advanced, can ever become the ultimate criterion of what is true, just, good and human. Because good is not calculated: it is recognised.

From the Isle of Patmos, 7 February 2026

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NOTES

[1] Cf. Dicastery for the Doctrine of the Faith, Antiqua et nova. Note on the relationship between artificial intelligence and human intelligence (28 January 2025) — On the correct integration between human capacity and technological tools in the formation of moral judgement.

[2] A.N. Output means final result and is a technical computing term referring to the set of data produced by a computer through a processing operation, in contrast to input, which are the incoming data.

[3] Thomas Aquinas, Summa Theologiae, I, q.1, a.8, ad 2, in Sancti Thomae de Aquino Opera Omnia, Leonine Edition.

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EL ESTRECHO VÍNCULO ENTRE ÉTICA, INTELIGENCIA ARTIFICIAL Y LA TEOLOGÍA DE SANTO TOMÁS DE AQUINO

La máquina perfecciona solo aquello que ya encuentra en acto en el hombre: puede afinar un pensamiento verdadero, pero no generar la verdad; puede limpiar una frase lograda, pero no infundir el espíritu que la ha generado. Y es precisamente aquí donde se hace evidente el paralelismo con el principio tomista: «Gratia non tollit naturam, sed perficit (la gracia no destruye la naturaleza, sino que la perfecciona)».

— Theologica—

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Este artículo para nuestra página Theologica está tomado de mi último libro La libertà negata (La libertad negada) publicado por nuestras ediciones y disponible a la venta aquí.

Al disponeme a tratar esta temática relacionada con la Inteligencia Artificial, vino a mi mente una de las obras más proféticas del cine moderno: 2001: Odisea en el espacio, dirigida por Stanley Kubrick y estrenada en 1968. En esa película aparece HAL 9000, una inteligencia artificial de altísimo nivel, instalada a bordo de la nave espacial Discovery. HAL es perfecta en el cálculo, infalible en la gestión de datos, pero carece de aquello que hace verdaderamente humano al juicio: la conciencia. Cuando su programación entra en conflicto con los objetivos de la misión, HAL no “enloquece”: simplemente aplica la lógica sin el filtro moral, sin intencionalidad y sin la capacidad de discernir el bien del mal. El resultado es estremecedor: una máquina potentísima se convierte en una amenaza mortal precisamente porque no comprende al hombre ni el valor de la vida. Esta intuición — cinematográfica, pero teológicamente clarísima — muestra que la inteligencia artificial plantea problemas que no son meramente técnicos, sino radicalmente morales. No está en juego la potencia de cálculo — que nadie discute — sino el riesgo de que el hombre delegue en un sistema impersonal aquello que pertenece exclusivamente a su conciencia. Y esto es precisamente lo que ocurre cuando se permite que una plataforma decida de manera autónoma qué es “bueno” o “malo”, qué puede decirse y qué debe ser silenciado: se entrega a la máquina un acto que debería ser moral. Y esto es solo el primer paso de la delegación moral a la máquina.

Una vez cedido a la tecnología el juicio sobre lo que es verdadero de lo que es falso, el paso siguiente se vuelve casi inevitable: renunciar también al sentido común educativo y a la responsabilidad personal. Ocurre, por ejemplo, cuando un progenitor confía por completo a un algoritmo la tarea de filtrar lo que un hijo puede ver, sin una vigilancia crítica: significa delegar a un sistema estadístico la responsabilidad educativa. O cuando se pregunta a la Inteligencia Artificial si una frase es “ofensiva” o “moralmente aceptable”: significa transferir a la máquina una tarea que requiere conciencia, no cálculo.

Lo expuesto hasta ahora no constituye un conjunto de detalles técnicos, sino el punto decisivo. Si falta la intención, la máquina no puede comprender jamás qué está haciendo el hombre cuando habla, amonesta, educa, cura o corrige. Y puesto que no puede acceder al “porqué”, reduce todo al “cómo”: no evalúa el sentido, analiza solo la forma. Es aquí donde el equívoco se vuelve inevitable y el error sistemático. Es lo que sucede, por ejemplo, cuando un sacerdote amonesta a un fiel o un padre corrige a un hijo: la conciencia humana distingue entre severidad y crueldad, entre corrección y ofensa; el algoritmo registra únicamente la dureza de la frase y la señala como “lenguaje hostil”. El médico que escribe «este riesgo conduce a la muerte» puede ver sus palabras clasificadas como “contenido violento”, porque la máquina no distingue una diagnosis de una amenaza. Incluso un simple versículo bíblico puede ser censurado como “lenguaje ofensivo”, porque la Inteligencia Artificial no percibe la finalidad moral, sino solo la superficie de la palabra. Por ello, cualquier uso de la Inteligencia Artificial que afecte a la palabra, al juicio, a la relación o a la libertad debe ser examinado a la luz de la teología moral, no de la ingeniería informática.

La distinción es decisiva: la máquina no decide, selecciona; no evalúa, filtra; no juzga, clasifica. Y lo que clasifica no es nunca el bien o el mal, sino solo lo probable y lo improbable, lo frecuente y lo raro, lo aceptable estadísticamente y lo sospechoso algorítmicamente. La conciencia humana hace exactamente lo contrario: toma en serio la unicidad del acto y la libertad del agente; pondera intenciones, circunstancias y consecuencias; distingue entre la reprensión que salva y la ofensa que hiere; entre la severidad por amor y la crueldad por desprecio. La máquina no ve nada de esto.

Cuando un padre reprende a un hijo, la conciencia reconoce el amor que lo sostiene; el algoritmo ve solo una frase “potencialmente hostil”. Cuando un director espiritual amonesta a quien tiene a su cargo, la conciencia percibe la misericordia que acompaña a la verdad; el algoritmo ve una violación de los “estándares de la comunidad”. Cuando una persona habla para corregir, proteger o educar, la conciencia capta la finalidad; la máquina percibe únicamente la palabra dura. El resultado es paradójico: allí donde el hombre une justicia y misericordia, la máquina produce solo etiquetas.

La ambigüedad moral no nace de la tecnología: nace del hombre que la diseña. Porque el algoritmo no es neutral: ejecuta una moral que no conoce, pero que otros han decidido por él. Y esto lo vemos cada día: si un contenido cuestiona lo políticamente correcto, el algoritmo lo interpreta como “hostilidad”; si critica ciertas derivas de la cultura woke, lo etiqueta como “discriminación”; si aborda temas de antropología cristiana — por ejemplo la diferencia sexual o la familia — criticando a los poderosos y politizados lobbies LGBT, lo señala como “incitación al odio” o “incitación a la violencia”, el llamado c. Todo ello no porque la máquina “piense” así, sino porque ha sido programada para reaccionar de ese modo. El algoritmo no nace neutral: nace ya educado por quienes lo construyen, modelado por criterios ideológicos que confunden la crítica con la agresión, la reflexión con la ofensa, la verdad con la violencia. En otras palabras, el algoritmo tiene amos: refleja sus miedos, amplifica sus convicciones, censura lo que temen. Las plataformas no filtran según criterios objetivos, sino conforme a ideologías dominantes: lo que el mundo idolatra es promovido, lo que el Evangelio recuerda es sospechoso; lo que complace es amplificado, lo que amonesta es silenciado. El resultado es una nueva forma de censura cultural: elegante, educada, esterilizada digitalmente — pero siempre censura.

Estas reflexiones mías nacen de estudios, análisis y observaciones que desde hace tiempo vengo profundizando en el plano antropológico-cultural y en el funcionamiento real de las plataformas digitales. Precisamente por ello considero significativo señalar cómo, en un plano distinto pero complementario, el Dicasterio para la Doctrina de la Fe ha recordado recientemente un principio decisivo, yendo sustancialmente en la misma dirección de pensamiento, reafirmando que la Inteligencia Artificial, aun pudiendo «cooperar en el crecimiento del conocimiento», no puede ser equiparada de ningún modo a la inteligencia humana, que posee una profundidad y una dinámica que ningún sistema de aprendizaje automático puede replicar. Este documento subraya que la Inteligencia Artificial no comprende, sino que procesa; no juzga, sino que calcula; y es intrínsecamente incapaz de captar la dimensión moral de la acción, al carecer de conciencia e interioridad (cfr. aquí). Advierte, por tanto, con claridad que no se puede atribuir a un dispositivo algorítmico el discernimiento moral: hacerlo significaría abdicar de la responsabilidad ética del hombre y entregar la verdad a un mecanismo estadístico. La ilusión de una inteligencia moral artificial es definida por el documento como una forma de ingenua idolatría tecnológica, porque la verdad no es fruto del cálculo, sino del encuentro entre libertad y gracia[1].

Esta reflexión magisterial confirma el punto central: la conciencia no se programa. La máquina puede asistir, pero no juzgar; puede ayudar, pero no interpretar; puede filtrar, pero no discernir. Aquello que pertenece a la libertad del hombre — y, por tanto, a su relación con Dios — no puede ser delegado a ninguna tecnología.

La ética de la inteligencia artificial revela así su fragilidad: una máquina puede ser programada para reconocer palabras, pero no puede comprender la Palabra. Puede identificar órdenes, no mandamientos. Puede censar comportamientos, no distinguir entre virtud y vicio. Puede detectar correlaciones, no acoger la revelación divina. Y, sobre todo: no puede conocer a Dios. Una cultura que se acostumbra a sustituir el juicio de la conciencia por el cribado de un algoritmo termina olvidando que la libertad es un acto espiritual, no un output digital[2]. Es aquí donde la teología moral se vuelve decisiva, porque recuerda al hombre que: la verdad es siempre personal; el bien es siempre intencional; la conciencia es siempre irreductible; el juicio moral no puede ser delegado a nadie, y menos aún a un software.

Esto no significa demonizar la tecnología, sino devolverla a su lugar propio: el de instrumento, no el de juez. La Inteligencia Artificial puede ciertamente hacer más ágil el trabajo humano, pero no puede sustituirlo en el punto decisivo: el juicio moral, el único ámbito en el que no basta saber “cómo están las cosas”, sino que es necesario decidir “por qué hacerlas”. Es el lugar de la conciencia, donde el hombre pondera intenciones, asume responsabilidades y responde de su obrar ante Dios. Aquí la máquina no entra, no puede entrar: calcula, pero no elige; analiza, pero no responde; simula, pero no ama. Como un excelente cirujano plástico, la Inteligencia Artificial puede realzar lo que ya es bello, pero no puede hacer bello lo que no lo es; puede corregir desproporciones, puede atenuar ciertos signos del tiempo, pero no puede crear desde la nada ni la belleza que no existe ni devolver la juventud ya marchita. Puede realzar un rostro marcado, pero no puede inventar un rostro nuevo. Del mismo modo, la Inteligencia Artificial puede ayudar a organizar datos, aclarar un texto, ordenar argumentos complejos; pero no puede dar inteligencia a un sujeto limitado y mediocre, ni conciencia a quien carece de ella.

La imagen, quizá un poco cruda pero eficaz, es la del caballo de raza y el poni: la tecnología puede entrenar, cuidar y hacer rendir al máximo al semental árabe, pero jamás transformará a un pobre poni en un pura sangre. Lo que no existe, ningún algoritmo podrá jamás crearlo. La máquina perfecciona solo aquello que ya encuentra en acto en el hombre: puede afinar un pensamiento verdadero, pero no generar la verdad; puede pulir una frase lograda, pero no alcanzar la conciencia de la que esa frase ha surgido.

La máquina perfecciona solo aquello que ya encuentra en acto en el hombre: puede afinar un pensamiento verdadero, pero no generar la verdad; puede limpiar una frase lograda, pero no infundir el espíritu que la ha generado. Y es precisamente aquí donde se hace evidente el paralelismo con el principio tomista:

«Gratia non tollit naturam, sed perficit (la gracia no destruye la naturaleza, sino que la perfecciona)»[3].

Llegados a este punto, se vuelve inevitable dirigir la mirada al terreno más delicado: si la máquina puede perfeccionar solo aquello que encuentra, entonces la verdadera cuestión no concierne al algoritmo, sino al hombre que se entrega a él. Y es aquí donde la analogía tomista despliega toda su fuerza: así como la gracia no actúa sobre el vacío, del mismo modo la tecnología no trabaja sobre la ausencia de conciencia. Y cuando el hombre deja de ejercitar su interioridad moral, no es la máquina la que gana poder: es el propio hombre quien pierde estatura. De aquí nace el problema decisivo — no técnico, sino espiritual — que ahora debemos afrontar. Si comprendemos que la delegación moral a la máquina no es un accidente técnico sino un error antropológico, la pregunta surgirá por lógica consecuencia: ¿qué pierde el hombre cuando abdica su conciencia? No pierde solo una habilidad, sino una dimensión espiritual, aquella en la que se decide el sentido del bien y del mal. La tecnología puede ser poderosa, sofisticada, rapidísima, pero no puede convertirse en sujeto moral.

La tradición cristiana ha enseñado siempre que el ejercicio del buen juicio es un arte que nace de la gracia y de la libertad: un equilibrio entre prudencia, verdad y caridad. El algoritmo no conoce ninguna de estas tres. No es prudente, porque no evalúa; no es verdadero, porque no conoce; no es caritativo, porque no ama. Por ello, usar la Inteligencia Artificial como instrumento es posible; usarla como criterio es inhumano. Pensar que pueda crear en lugar de un hombre incapaz de articular un pensamiento o de producir un trabajo intelectual es, como mínimo, ilusorio. La tecnología puede asistir al hombre, nunca juzgarlo; puede ayudar a la palabra, nunca sustituirla; puede servir a la misión, nunca determinar sus confines.

Una civilización que delega en la máquina aquello que pertenece a la conciencia pierde su identidad espiritual: se convierte en una sociedad que sabe mucho, pero comprende poco; que habla continuamente, pero escucha raramente; que juzga todo, pero ya no se juzga a sí misma.

La moral católica nos recuerda que el criterio del bien no es aquello que el mundo acepta, sino aquello que Dios enseña. Y Dios no habla a los algoritmos: habla a los corazones. El Logos se hizo carne, no código; se hizo hombre, no programa; se hizo relación, no mecanismo. Por eso ninguna inteligencia artificial, por avanzada que sea, podrá jamás convertirse en criterio último de lo que es verdadero, justo, bueno y humano. Porque el bien no se calcula: se reconoce.

Desde la Isla de Patmos, 7 de febrero de 2026

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NOTAS

[1] Cfr. Dicasterio para la Doctrina de la Fe, Antiqua et nova. Nota sobre la relación entre la inteligencia artificial y la inteligencia humana (28 de enero de 2025). — Sobre la correcta integración entre la capacidad humana y los instrumentos tecnológicos en la elaboración del juicio moral.

[2] N. del A. Output significa resultado final y es un término técnico-informático que se refiere al conjunto de datos que un ordenador emite a través de un proceso productivo, en contraposición al input, que son los datos de entrada.

[3] Tomás de Aquino, Summa Theologiae, I, q. 1, a. 8, ad 2, en Sancti Thomae de Aquino Opera Omnia, edición Leonina.

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DIE ENGE VERBINDUNG ZWISCHEN ETHIK, KÜNSTLICHER INTELLIGENZ UND DER THEOLOGIE DES SANKT THOMAS VON AQUIN

Die Maschine perfektioniert nur das, was sie bereits im Menschen vorfindet: Sie kann einen wahren Gedanken verfeinern, aber keine Wahrheit hervorbringen; sie kann einen gelungenen Satz säubern, aber nicht den Geist einhauchen, der ihn hervorgebracht hat. Und genau hier wird die Parallele zum thomanischen Prinzip evident: Gratia non tollit naturam, sed perficit (die Gnade zerstört die Natur nicht, sondern vollendet sie)“

— Theologica —

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Dieser Beitrag für unsere Rubrik Theologica ist meinem jüngsten Buch La libertà negata (Die verweigerte Freiheit), das in unserem Verlag erschienen ist und hier erhältlich ist.

Als ich mich daranmachte, dieses Thema im Zusammenhang mit der Künstlichen Intelligenz zu behandeln, kam mir eines der prophetischsten Meisterwerke des modernen Kinos in den Sinn: 2001: Odyssee im Weltraum, unter der Regie von Stanley Kubrick und 1968 veröffentlicht. In diesem Film erscheint HAL 9000, eine hochentwickelte Künstliche Intelligenz, die an Bord des Raumschiffs Discovery installiert ist. HAL ist perfekt im Rechnen, unfehlbar in der Datenverarbeitung, aber ihr fehlt das, was das menschliche Urteil ausmacht: das Gewissen. Als ihre Programmierung mit den Zielen der Mission in Konflikt gerät, „wird“ HAL nicht wahnsinnig: sie wendet schlicht Logik ohne moralischen Filter an, ohne Intentionalität und ohne die Fähigkeit, zwischen Gut und Böse zu unterscheiden. Das Ergebnis ist erschreckend: Eine extrem leistungsfähige Maschine wird gerade deshalb zu einer tödlichen Bedrohung, weil sie den Menschen und den Wert des Lebens nicht versteht. Diese – filmische, aber theologisch äußerst klare – Intuition zeigt, dass die Künstliche Intelligenz Probleme aufwirft, die nicht bloß technischer Natur sind, sondern radikal moralisch. Nicht die Rechenleistung steht zur Debatte – diese bestreitet niemand –, sondern die Gefahr, dass der Mensch einem unpersönlichen System überlässt, was ausschließlich seiner Gewissensentscheidung zukommt. Genau dies geschieht, wenn man einer Plattform erlaubt, autonom zu entscheiden, was „gut“ oder „böse“ ist, was gesagt werden darf und was verschwiegen werden muss: Man überträgt der Maschine einen Akt, der moralisch sein müsste. Und dies ist nur der erste Schritt der moralischen Delegation an die Maschine.

Sobald der Technik das Urteil über wahr und falsch überlassen wird, wird der nächste Schritt nahezu unvermeidlich: auch auf pädagogischen gesunden Menschenverstand und persönliche Verantwortung zu verzichten. Dies geschieht etwa dann, wenn ein Elternteil einem Algorithmus vollständig die Aufgabe überträgt, zu filtern, was ein Kind sehen darf, ohne kritische Aufsicht: Das bedeutet, einem statistischen System die erzieherische Verantwortung zu delegieren. Oder wenn man die Künstliche Intelligenz fragt, ob ein Satz „beleidigend“ oder „moralisch akzeptabel“ sei: Dann überträgt man der Maschine eine Aufgabe, die Gewissen erfordert, nicht Berechnung.

Was hier dargestellt wurde, ist kein Ensemble technischer Einzelheiten, sondern der entscheidende Punkt. Fehlt die Intention, kann die Maschine niemals verstehen, was der Mensch tut, wenn er spricht, ermahnt, erzieht, heilt oder korrigiert. Und da sie keinen Zugang zum „Warum“ hat, reduziert sie alles auf das „Wie“: Sie bewertet nicht den Sinn, sondern analysiert lediglich die Form. Hier wird das Missverständnis unvermeidlich und der systematische Fehler setzt ein. So etwa, wenn ein Priester einen Gläubigen ermahnt oder ein Vater seinen Sohn korrigiert: Das menschliche Gewissen unterscheidet zwischen Strenge und Grausamkeit, zwischen Korrektur und Beleidigung; der Algorithmus registriert lediglich die Härte des Satzes und markiert ihn als „feindselige Sprache“. Der Arzt, der schreibt: „Dieses Risiko führt zum Tod“, kann seine Worte als „gewalttätigen Inhalt“ klassifiziert sehen, weil die Maschine eine Diagnose nicht von einer Drohung unterscheiden kann. Selbst ein einfacher Bibelvers kann als „beleidigende Sprache“ zensiert werden, da die Künstliche Intelligenz nicht die moralische Zielrichtung wahrnimmt, sondern nur die Oberfläche des Wortes. Deshalb muss jeder Einsatz von Künstlicher Intelligenz, der Sprache, Urteil, Beziehung oder Freiheit berührt, im Licht der Moraltheologie geprüft werden, nicht im Rahmen der Informatik.

Die Unterscheidung ist entscheidend: Die Maschine entscheidet nicht, sie selektiert; sie bewertet nicht, sie filtert; sie urteilt nicht, sie klassifiziert. Und was sie klassifiziert, ist niemals Gut oder Böse, sondern lediglich Wahrscheinliches und Unwahrscheinliches, Häufiges und Seltenes, statistisch Akzeptables und algorithmisch Verdächtiges. Das menschliche Gewissen tut das genaue Gegenteil: Es nimmt die Einzigartigkeit der Handlung und die Freiheit des Handelnden ernst; es wägt Intentionen, Umstände und Folgen ab; es unterscheidet zwischen der Zurechtweisung, die rettet, und der Beleidigung, die verletzt; zwischen Strenge aus Liebe und Grausamkeit aus Verachtung. All dies sieht die Maschine nicht.

Wenn ein Vater sein Kind zurechtweist, erkennt das Gewissen die Liebe, die ihn trägt; der Algorithmus sieht nur einen „potenziell feindseligen“ Satz. Wenn ein geistlicher Begleiter seinen Anvertrauten ermahnt, erkennt das Gewissen die Barmherzigkeit, die die Wahrheit begleitet; der Algorithmus sieht eine Verletzung der „Community-Standards“. Wenn jemand spricht, um zu korrigieren, zu schützen oder zu erziehen, erfasst das Gewissen die Zielsetzung; die Maschine erfasst lediglich das harte Wort. Das Ergebnis ist paradox: Dort, wo der Mensch Gerechtigkeit und Barmherzigkeit vereint, produziert die Maschine lediglich Etiketten.

Die moralische Ambiguität entspringt nicht der Technologie, sondern dem Menschen, der sie entwirft. Denn der Algorithmus ist nicht neutral: Er führt eine Moral aus, die er nicht kennt, die andere jedoch für ihn festgelegt haben. Das zeigt sich täglich: Stellt ein Inhalt das politically correct infrage, interpretiert der Algorithmus dies als „Feindseligkeit“; kritisiert er bestimmte Auswüchse der woke-Kultur, etikettiert er ihn als „Diskriminierung“; behandelt er Themen christlicher Anthropologie – etwa die Geschlechterdifferenz oder die Familie – und übt Kritik an mächtigen, politisierten LGBT-Lobbys, wird er als „Hassrede“ oder „Gewaltverherrlichung“ markiert. All dies nicht, weil die Maschine so „denkt“, sondern weil sie so programmiert wurde. Der Algorithmus wird nicht neutral geboren: Er ist von Anfang an erzogen durch seine Entwickler, geformt durch ideologische Kriterien, die Kritik mit Aggression, Reflexion mit Beleidigung und Wahrheit mit Gewalt verwechseln. Anders gesagt: Der Algorithmus hat Herren. Er spiegelt ihre Ängste wider, verstärkt ihre Überzeugungen, zensiert, was sie fürchten. Plattformen filtern nicht nach objektiven Kriterien, sondern nach herrschenden Ideologien: Was die Welt vergöttert, wird gefördert; was das Evangelium in Erinnerung ruft, wird verdächtigt; was gefällt, wird verstärkt; was ermahnt, wird zum Schweigen gebracht. Das Ergebnis ist eine neue Form kultureller Zensur: elegant, höflich, digital sterilisiert – aber dennoch Zensur.

Diese Überlegungen entspringen Studien, Reflexionen und Beobachtungen, die ich seit geraumer Zeit auf anthropologisch-kultureller Ebene sowie hinsichtlich des realen Funktionierens digitaler Plattformen vertiefe. Gerade deshalb halte ich es für bedeutsam festzustellen, dass auf einer anderen, aber komplementären Ebene das Dikasterium für die Glaubenslehre kürzlich ein entscheidendes Prinzip in Erinnerung gerufen hat und im Wesentlichen in dieselbe Denkrichtung geht: Es bekräftigt, dass die Künstliche Intelligenz zwar „zum Wachstum des Wissens beitragen“ könne, jedoch in keiner Weise der menschlichen Intelligenz gleichgestellt werden dürfe, die eine Tiefe und Dynamik besitzt, welche kein maschinelles Lernsystem nachbilden kann. Das Dokument unterstreicht, dass die Künstliche Intelligenz nicht versteht, sondern verarbeitet; nicht urteilt, sondern berechnet; und aufgrund des Mangels an Gewissen und Innerlichkeit grundsätzlich unfähig ist, die moralische Dimension des Handelns zu erfassen (vgl. hier). Es warnt daher klar davor, einem algorithmischen System moralische Unterscheidung zuzuschreiben: Dies würde bedeuten, der ethischen Verantwortung des Menschen zu entsagen und die Wahrheit einem statistischen Mechanismus zu überlassen. Die Illusion einer künstlichen moralischen Intelligenz wird als Form naiver technologischer Götzenverehrung bezeichnet, da Wahrheit nicht aus Berechnung entsteht, sondern aus der Begegnung von Freiheit und Gnade[1].

Diese lehramtliche Reflexion bestätigt den zentralen Punkt: Das Gewissen lässt sich nicht programmieren. Die Maschine kann unterstützen, aber nicht urteilen; helfen, aber nicht interpretieren; filtern, aber nicht unterscheiden. Was zur Freiheit des Menschen gehört – und damit zu seiner Beziehung zu Gott –, kann keiner Technologie übertragen werden.

Die Ethik der Künstlichen Intelligenz offenbart so ihre Fragilität: Eine Maschine kann programmiert werden, Wörter zu erkennen, aber sie kann das Wort nicht verstehen. Sie kann Befehle identifizieren, nicht Gebote. Sie kann Verhaltensweisen erfassen, nicht zwischen Tugend und Laster unterscheiden. Sie kann Korrelationen erkennen, nicht die göttliche Offenbarung erfassen. Und vor allem: Sie kann Gott nicht erkennen. Eine Kultur, die sich daran gewöhnt, das Urteil des Gewissens durch die Prüfung eines Algorithmus zu ersetzen, vergisst schließlich, dass Freiheit ein geistiger Akt ist, kein digitaler Output[2]. Hier wird die Moraltheologie entscheidend, denn sie erinnert den Menschen daran: Wahrheit ist immer personal; das Gute ist immer intentional; das Gewissen ist immer irreduzibel; moralisches Urteil kann an niemanden delegiert werden – am allerwenigsten an eine Software.

Dies bedeutet nicht, die Technologie zu verteufeln, sondern sie an ihren rechten Platz zu verweisen: den des Werkzeugs, nicht des Richters. Die Künstliche Intelligenz kann menschliche Arbeit durchaus effizienter machen, sie kann sie aber nicht an der entscheidenden Stelle ersetzen: beim moralischen Urteil, dem einzigen Bereich, in dem es nicht genügt zu wissen, „wie die Dinge stehen“, sondern in dem entschieden werden muss, „warum man sie tut“. Es ist der Ort des Gewissens, an dem der Mensch Intentionen abwägt, Verantwortung übernimmt und für sein Handeln vor Gott einsteht. Hier hat die Maschine keinen Zutritt, sie kann keinen haben: Sie berechnet, aber wählt nicht; analysiert, aber antwortet nicht; simuliert, aber liebt nicht. Wie ein hervorragender plastischer Chirurg kann die Künstliche Intelligenz das bereits Schöne hervorheben, aber sie kann nicht schön machen, was es nicht ist; sie kann Proportionen korrigieren, Alterszeichen mildern, aber weder Schönheit aus dem Nichts schaffen noch verlorene Jugend zurückgeben. Sie kann ein gezeichnetes Gesicht aufwerten, aber kein neues Gesicht erfinden. Ebenso kann die Künstliche Intelligenz helfen, Daten zu ordnen, Texte zu klären, komplexe Argumente zu strukturieren; sie kann jedoch weder einem begrenzten und mittelmäßigen Subjekt Intelligenz verleihen noch einem Menschen ohne Gewissen ein solches geben.

Das Bild – vielleicht etwas drastisch, aber wirkungsvoll – ist das des edlen Vollbluts und des Ponys: Technologie kann den arabischen Hengst trainieren, pflegen und zu Höchstleistungen führen, aber sie wird niemals ein armes Pony in ein Rennpferd verwandeln. Was nicht vorhanden ist, kann kein Algorithmus jemals erschaffen. Die Maschine perfektioniert nur das, was sie bereits im Menschen vorfindet: Sie kann einen wahren Gedanken schärfen, aber keine Wahrheit erzeugen; sie kann einen gelungenen Satz polieren, aber nicht das Gewissen erreichen, aus dem dieser Satz hervorgegangen ist.

Die Maschine perfektioniert nur das, was sie bereits im Menschen vorfindet: Sie kann einen wahren Gedanken verfeinern, aber keine Wahrheit hervorbringen; sie kann einen gelungenen Satz säubern, aber nicht den Geist einhauchen, der ihn hervorgebracht hat. Und genau hier wird die Parallele zum thomanischen Prinzip evident:

„Gratia non tollit naturam, sed perficit (die Gnade zerstört die Natur nicht, sondern vollendet sie)“[3].

An diesem Punkt wird es unvermeidlich, den Blick auf das heikelste Terrain zu richten: Wenn die Maschine nur das perfektionieren kann, was sie vorfindet, dann betrifft die eigentliche Frage nicht den Algorithmus, sondern den Menschen, der sich ihm überlässt. Hier entfaltet die thomanische Analogie ihre volle Kraft: So wie die Gnade nicht auf das Leere wirkt, so arbeitet auch die Technologie nicht bei Abwesenheit von Gewissen. Und wenn der Mensch aufhört, seine moralische Innerlichkeit zu üben, gewinnt nicht die Maschine an Macht – der Mensch verliert an Größe. Von hier aus entsteht das entscheidende Problem – nicht technischer, sondern geistlicher Natur –, dem wir uns nun stellen müssen. Wenn wir begreifen, dass die moralische Delegation an die Maschine kein technischer Unfall, sondern ein anthropologischer Irrtum ist, ergibt sich zwangsläufig die Frage: Was verliert der Mensch, wenn er seinem Gewissen entsagt? Er verliert nicht bloß eine Fähigkeit, sondern eine geistige Dimension, jene, in der über Sinn von Gut und Böse entschieden wird. Die Technologie mag mächtig, ausgefeilt und rasend schnell sein, sie kann jedoch niemals moralisches Subjekt werden.

Die christliche Tradition hat stets gelehrt, dass die Ausübung des gesunden Urteils eine Kunst ist, die aus Gnade und Freiheit hervorgeht: ein Gleichgewicht von Klugheit, Wahrheit und Liebe. Der Algorithmus kennt keine dieser drei. Er ist nicht klug, weil er nicht abwägt; nicht wahr, weil er nicht erkennt; nicht liebend, weil er nicht liebt. Deshalb ist es möglich, die Künstliche Intelligenz als Werkzeug zu verwenden; sie als Kriterium zu benutzen ist unmenschlich. Zu glauben, sie könne anstelle eines Menschen schaffen, der unfähig ist, einen Gedanken zu artikulieren oder eine geistige Arbeit hervorzubringen, ist mindestens illusorisch. Technologie kann den Menschen unterstützen, niemals ihn richten; sie kann dem Wort dienen, niemals es ersetzen; sie kann der Mission helfen, niemals deren Grenzen bestimmen.

Eine Zivilisation, die der Maschine überlässt, was dem Gewissen gehört, verliert ihre geistige Identität: Sie wird zu einer Gesellschaft, die viel weiß, aber wenig versteht; die unaufhörlich spricht, aber selten zuhört; die alles beurteilt, aber sich selbst nicht mehr beurteilt.

Die katholische Moral erinnert uns daran, dass das Kriterium des Guten nicht das ist, was die Welt akzeptiert, sondern das, was Gott lehrt. Und Gott spricht nicht zu Algorithmen: Er spricht zu Herzen. Der Logos ist Fleisch geworden, nicht Code; er ist Mensch geworden, nicht Programm; er ist Beziehung geworden, nicht Mechanismus. Deshalb kann keine Künstliche Intelligenz, so fortgeschritten sie auch sei, jemals zum letzten Maßstab dessen werden, was wahr, gerecht, gut und menschlich ist. Denn das Gute wird nicht berechnet: Es wird erkannt.

Von der Insel Patmos, 7. Februar 2026

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ANMERKUNGEN

[1] Vgl. Dikasterium für die Glaubenslehre, Antiqua et nova. Note über das Verhältnis zwischen künstlicher Intelligenz und menschlicher Intelligenz (28. Januar 2025). — Zur richtigen Integration menschlicher Fähigkeiten und technologischer Instrumente bei der moralischen Urteilsbildung.

[2] Anm. d. A.: Output bezeichnet das Endergebnis und ist ein technischer Begriff der Informatik, der sich auf die Gesamtheit der Daten bezieht, die ein Computer im Rahmen eines Verarbeitungsprozesses ausgibt, im Gegensatz zum Input, also den Eingabedaten.

[3] Thomas von Aquin, Summa Theologiae, I, q. 1, a. 8, ad 2, in Sancti Thomae de Aquino Opera Omnia, Leoninische Ausgabe.

 

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

Roma decadence. La passione del corpo mistico e l’illusione dell’attivismo – Rome decadence. The passion of the mystical body and the illusion of activism – Roma decadence. La pasión del cuerpo místico y la ilusión del activismo

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ROMA DECADENCE. LA PASSIONE DEL CORPO MISTICO E L’ILLUSIONE DELL’ATTIVISMO

Il corpo storico della Chiesa soffre per le sue ferite e per i peccati dei suoi membri, ma come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, la Chiesa è «santa e insieme bisognosa di purificazione»; essa non è santa per la virtù dei suoi membri, ma perché il suo capo è Cristo e il suo animatore è lo Spirito Santo.

— Theologica —

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

 

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Cari lettori dell’Isola di Patmos, vi scrivo in un tempo che molti, non a torto, definiscono di Roma decadence, un’epoca in cui l’evaporazione del cristianesimo, come ha lucidamente osservato anche il Cardinale Matteo Maria Zuppi[1], non è più una profezia distopica, ma una realtà tangibile.

Tuttavia, dinanzi a questo scenario, un teologo guarda la Chiesa non con gli occhi mondani della sociologia, ma con lo sguardo della fede che riconosce nel Corpo Mistico la presenza viva del Cristo e del Suo Spirito.

Questo mio articolo nasce dal dialogo social con il caro Alessandro, anche lui operatore della pastorale digitale (qui il suo sito). Vorrei dividere in tre momenti le nostre riflessioni.

La Kénosis Ecclesiale: tra il Sabato Santo della storia e l’eresia dell’efficienza. Come scrive Don Giuseppe Forlai, ma il tema ritorna in tante riflessioni svolte in più ambiti, la Chiesa in Europa assomiglia oggi al corpo di Gesù deposto dalla Croce: esanime, consumato, apparentemente sconfitto, eppure — ed è qui il paradosso divino — in essa persiste uno scrigno di vita eterna. Non dobbiamo scandalizzarci se la Sposa di Cristo appare sfigurata; essa sta rivivendo i misteri della vita del suo Sposo, compresa la passione e la sepoltura[2]. In questa kénosis ecclesiale, la tentazione più grande è quella di sostituire il mistero con l’organizzazione, la grazia con la burocrazia, cadendo in quel pelagianesimo che già Papa Francesco e i suoi predecessori hanno spesso stigmatizzato. Un giovane San Benedetto da Norcia, di fronte alla corruzione di Roma, non fondò un partito né un movimento di protesta, ma si ritirò nel silenzio per «riabitare con sé stesso» (habitare secum), ponendo le basi per una civiltà che non nasceva da un progetto umano, ma dalla ricerca di Dio (Quaerere Deum). Questo silenzio contemplativo non è mutismo ma ascolto orante del Verbo ed è l’unica risposta adeguata alla crisi. Il corpo storico della Chiesa soffre per le sue ferite e per i peccati dei suoi membri, ma come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, la Chiesa è «santa e insieme bisognosa di purificazione» (CCC 827); essa non è santa per la virtù dei suoi membri, ma perché il suo capo è Cristo e il suo animatore è lo Spirito Santo. Per questo, un modo serio di riformare la comunità ecclesiale non è l’attivismo frenetico. Già il Cardinale Giacomo Biffi, di venerata memoria, ricordava saggiamente che un pastore deve pascere le pecore e non viceversa, e servire la santificazione delle persone. Seguendo l’insegnamento di San Paolo nella Lettera ai Filippesi: «Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore» (Fil 2,12), dobbiamo smettere di cercare capri espiatori o soluzioni strutturali a problemi che sono, nella loro radice, pneumatici e spirituali. Essi richiedono tempo, studio e preghiera.

L’errore fondamentale penso risieda in una sorta di «eresia dell’azione» che dimentica un principio basilare della Scolastica: Agere sequitur esse (l’agire segue l’essere). Se l’essere della Chiesa si svuota della sua sostanza soprannaturale, il suo agire diventa un guscio vuoto, un rumore di fondo che non converte nessuno. Oggi assistiamo a quella che potremmo definire l’ossessione per le strutture, quasi che modificando l’organigramma della Curia o inventando nuovi comitati pastorali si possa infondere lo Spirito Santo a comando. Non dico che la programmazione o la riorganizzazione siano cose in sé errate, anzi ben vengano. Ma ricordiamoci che lo Spirito soffia dove vuole, non dove lo costringono le nostre pianificazioni umane. Questa mentalità efficientista tradisce una mancanza di fede nella potenza intrinseca della Grazia. Ci comportiamo come gli Apostoli sulla barca nella tempesta prima che Cristo si svegliasse: ci agitiamo, remiamo controvento, urliamo, dimenticando che Colui che comanda ai venti e al mare è presente, seppur apparentemente dormiente, a poppa.

La condizione attuale della Chiesa in Europa, che più su abbiamo definito come «deposta dalla Croce», ci rimanda al mistero del Sabato Santo. È il giorno del grande silenzio, non dell’inattività disperata. Nel Sabato Santo, la Chiesa non fa proselitismo, non organizza convegni, non stende piani quinquennali sinodali; la Chiesa veglia accanto al sepolcro, sapendo che quella pietra non sarà ribaltata da mani d’uomo. Il pericolo mortale del nostro tempo è voler «rianimare» il corpo ecclesiale con tecniche mondane di marketing o di adattamento sociologico al saeculum, trasformando la Sposa di Cristo in una ONG compassionevole, gradita al mondo, ma sterile di vita divina. Ricordiamoci di ciò che scriveva San Bernardo di Chiaravalle al Papa Eugenio III nel De Consideratione: «Guai a te se, per troppo occuparti delle cose esteriori, finisci per perdere te stesso[3]. Se la Chiesa perde la sua dimensione mistica, diventa sale senza sapore, destinato ad essere calpestato dagli uomini» (cfr. Mt 5,13). Inoltre, questa ansia del «fare» nasconde spesso la paura di «stare». Stare sotto la Croce, stare nel cenacolo, stare in ginocchio. La crisi delle vocazioni, la chiusura delle parrocchie, l’irrilevanza culturale non si risolvono abbassando l’asticella della dottrina per renderla più appetibile – operazione fallimentare, come dimostrano le comunità protestanti liberali ormai desertificate – ma elevando la temperatura della fede. La Chiesa è Casta Meretrix, amavano dire i Padri: casta per la presenza dello Spirito, meretrice per i peccati dei suoi figli che la prostituiscono agli idoli del momento. Ma la purificazione non avviene attraverso riforme umane, bensì attraverso il fuoco della prova e la santità dei singoli.

Non serve, dunque, una Chiesa che si agita, ma una Chiesa che arde. Serve tornare a quella priorità di Dio che Benedetto XVI instancabilmente predicò: dove Dio viene meno, l’uomo non diventa più grande, ma perde la sua dignità divina. Il rimedio alla Roma decadence non è una «Roma attivista», ma una «Roma orante». Dobbiamo avere il coraggio di essere quel «piccolo gregge» (Lc 12,32) che non teme l’inferiorità numerica, purché custodisca intatto il deposito della fede. Come lievito nella massa, la nostra efficacia non dipende dalla quantità, ma dalla qualità della nostra unione con Cristo. Pertanto, impegniamoci a non lasciarci rubare la speranza dai profeti di sventura, né dagli strateghi della pastorale creativa, torniamo al tabernacolo, alla Lectio Divina, allo studio appassionato della Verità. Solo da lì, dal cuore trafitto e glorioso del Redentore, potrà scaturire l’acqua viva capace di irrigare questo deserto occidentale. La Chiesa risorgerà, non perché noi siamo bravi organizzatori, ma perché Cristo è vivo e la morte non ha più potere su di Lui. Perché Cristo offre a tutti un atto di contemplazione profondo se lo sappiamo cogliere.

Riscoprire il Dogma contro la dittatura del sentimento. La fede che cerca la comprensione: Fides quaerens intellectum. Per non cadere in un quietismo sterile, però, dobbiamo comprendere che la contemplazione cristiana è intrinsecamente feconda e che l’amore per la Chiesa richiede un ritorno radicale ai fondamenti della nostra fede. Non esiste una carità senza verità, e non esiste una vera riforma che non parta dalla riscoperta del depositum fidei. In un mondo liquido dove la fede rischia di dissolversi in mero sentimento emotivo e la verità viene sacrificata sull’altare del consenso sociale, è urgente tornare al Simbolo della nostra fede che non è una filastrocca da recitare, ma la rotta della nostra esistenza cristiana. A tal proposito, mi sento di suggerire la lettura dell’ultimo libro di Padre Ariel S. Levi di Gualdo: Credo per capire: Viaggio nella Professione di Fede. In quest’opera, il Padre Ariel spiega ogni articolo del Simbolo o Credo facendone gustare la sua potenza originaria: non fredda formula, ma a una «parola da vivere». Il testo accompagna il lettore in un viaggio teologico dove la ragione, illuminata dalla fede, si inchina davanti al mistero senza abdicare, ma trovando il suo compimento. Come insegnava San Tommaso d’Aquino, la fede è un atto dell’intelletto che aderisce alla verità divina per impero della volontà mossa dalla grazia (cfr. Summa Theologiae, II-II, q. 2, a. 9); per questo motivo, studiare il dogma, comprendere ciò che professiamo ogni domenica, è operazione di altissima contemplazione. Accostarsi al mistero ineffabile della Trinità, connaturarci ai misteri che professiamo, affinché l’agire diventi un riflesso del nostro essere in Cristo. L’arte sacra, la liturgia, la teologia non sono orpelli estetici, ma veicoli della Verità che salva. Se non capiamo ciò che crediamo, come potremo testimoniarlo? Se il sale perde il suo sapore, a null’altro serve che ad essere gettato via (cfr. Mt 5,13). Il libro di Padre Ariel insegna proprio questo: ridare sapore alla nostra fede, restituendo alla parola credo il senso di una perfetta aderenza alla Verità incarnata.

Viviamo in un’epoca afflitta da un’altra grave patologia spirituale che potremmo definire «fideismo sentimentale». Si è diffusa l’idea erronea che la fede sia un sentire cieco, un’emozione consolatoria sganciata dalla ragione, o peggio, che il dogma sia una gabbia che imprigiona la libertà dei figli di Dio. Nulla di più falso e pericoloso. Come frate predicatore, ribadisco con forza che la Verità (Veritas) è il nome stesso di Dio e che l’intelletto umano è stato creato proprio per cogliere questa Verità. Rifiutare lo sforzo intellettuale di comprendere il dogma significa rifiutare di usare il dono più alto che il Creatore ci ha fatto a sua immagine e somiglianza. L’ignoranza colpevole delle verità di fede è il terreno di coltura ideale per ogni eresia. Quando il cattolico smette di formarsi, quando cessa di chiedersi «chi è Dio» secondo la Rivelazione e inizia a costruirsi un dio a propria misura e somiglianza, cade inevitabilmente nell’idolatria del proprio io.

Ridare senso e valore al Credo significa riscoprire la carta costituzionale della nostra vita cristiana. Ognuno dei suoi articoli non è astratta elucubrazione filosofica, poiché essi si legano al fatto cristiano, alla storia della salvezza che ha inciso sull’uomo e sul cosmo intero. Dire «Credo in un solo Dio» o «Credo la risurrezione della carne» è un atto di disobbedienza al nichilismo che porta alla disperazione e al detrimento dello spirito e della materia. La ricostruzione intellettuale di cui parlo è, in ultima analisi, un atto di amore. Non si può amare ciò che non si conosce. Se la nostra conoscenza di Cristo è imperfetta il nostro amore per Lui rimarrà infantile, fragile, incapace di reggere l’urto delle prove della vita adulta e delle seduzioni del pensiero dominante.

In questo viaggio che vi propongo impariamo a vedere la teologia non come scienza per iniziati, ma cosa fa la Chiesa quando si china sul dato rivelato e quindi di cosa essa respira e dunque viva. Lo studio, fatto in ginocchio, diventa preghiera; la comprensione del mistero trinitario diventa adorazione in Spirito e verità. Non dobbiamo temere la complessità del dogma: esso è come il sole che, pur essendo tanto luminoso per essere fissato direttamente senza ferire la vista, è l’unica fonte che ci permette di vedere chiaramente tutto il resto della realtà. Senza la luce del dogma, la liturgia diventa coreografia, la carità diventa filantropia e la speranza diventa illusione. Torniamo dunque a studiare, a leggere, a meditare. Facciamo nostra l’esortazione di San Pietro: «Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). Ma per dare ragioni (logos) della speranza cristiana bisogna che onoriamo la ragione mentre cerchiamo di possedere le cose di Dio e in questo la teologia è un grande aiuto.

Il Pusillus Grex e la potenza della grazia. Oltre la disperazione, la speranza teologale. Concludo questo itinerario invitando ad «ottimismo cauto» che sgorga dalla virtù della speranza teologale. La decadenza della cristianità in Europa è un fatto storico, ma la storia della Salvezza non si chiude con il Venerdì Santo. La nostra identità, come ci ricordano le Scritture e la testimonianza di tanti santi, deve fondarsi sulla consapevolezza di essere «servi inutili/semplici servi» (Lc 17,10). Questa «inutilità/semplicità» non è svalutazione, ma il riconoscimento che l’attore principale della storia è Dio. Provo a spiegarmi.

La speranza cristiana è agli antipodi dell’ottimismo mondano. Questo potrebbe scaturire da una previsione statistica o semplicemente umorale secondo cui «le cose andranno meglio». la Speranza teologale, invece, è la certezza che Dio non mente e compie le sue promesse anche quando le cose, umanamente parlando, vanno di male in peggio. Abramo «ebbe fede sperando contro ogni speranza» (Spes contra spem, Rm 4,18), proprio quando la realtà biologica gli poneva innanzi l’impossibilità di avere un figlio. Noi oggi siamo chiamati alla stessa fede di Abramo. La decrescenza numerica dei credenti e la perdita di appeal della Chiesa non deve portarci ad un ripiegamento settario, ma alla consapevolezza che Dio, come la storia della salvezza insegna e l’idea biblica del «resto» propugna, ha sempre operato non attraverso le masse oceaniche, ma servendosi di un pusillus grex, un piccolo gregge fedele che si fa carico della totalità. Questo appare nella Scrittura e nella storia della Chiesa come una costante: alcuni pochi pregano e si offrono per la salvezza di molti.

In quest’ottica, la definizione di «servi inutili» di cui parla Gesù nel Vangelo diventa la nostra più grande liberazione. Inutile (inutilis) non significa «senza valore», ma «senza pretesa di utile», ovvero senza la pretesa di essere noi la causa efficiente della Grazia. Quando l’uomo, anche all’interno della Chiesa, dimentica questa verità, finisce per costruire torri di Babele pastorali che crollano al primo soffio di vento. La storia del XX secolo, con i suoi totalitarismi atei, ci ha mostrato l’inferno che l’uomo costruisce quando decide di fare a meno di Dio per salvare l’umanità con le proprie forze. Ma attenzione: esiste anche un totalitarismo spirituale, più sottile, che si insinua quando pensiamo che la Chiesa sia «cosa nostra», da gestire con criteri aziendali o politici. No, la Chiesa è di Cristo. E l’azione del cristiano è feconda solo quando diventa teandrica, ovvero quando la nostra libertà umana si lascia talmente compenetrare dalla Grazia divina da diventare un unico agire con Cristo. È quello che San Paolo esprimeva dicendo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Questa sinergia tra Dio e l’uomo è l’antidoto alla disperazione. Se l’opera fosse solo mia, avrei tutte le ragioni per disperare, vista la mia pochezza; ma se l’opera è di Dio, chi potrà fermarla? Sotto la guida del Santo Padre Leone XIV (Robert Francis Prevost), siamo chiamati a custodire questa fiammella. Non importa se le nostre cattedrali si svuotano o se i media ci deridono; ciò che conta è che quella fiamma rimanga accesa e pura. Come le mirofore il mattino di Pasqua, come Giuseppe d’Arimatea nel buio del Venerdì Santo, noi siamo i custodi di una promessa che non può fallire.

La bellezza che salva il mondo non è un’estetica di facciata, ma lo splendore della Verità (Veritatis Splendor). Può apparire scomoda, dar la sensazione di tagliare come una spada affilata, ma è l’unica capace di rendere l’uomo veramente libero. Penso sia giusto dire che non dobbiamo aver paura di andare verso il mondo e di parlare controcorrente. Come pure penso che sia importante studiare il nostro Credo per professarlo integralmente, anche se, perfino fra i presbiteri, c’è chi lo ritiene ormai obsoleto e «non ci crede» (4)[4]. Nel silenzio delle nostre stanze, nelle nostre famiglie, nelle parrocchie o nei conventi, ovunque si operi, stiamo preparando la primavera della Chiesa. Magari non la vedremo con i nostri occhi mortali, ma la stiamo costruendo nella fede e nella carità sapienziale. Tutto passa, solo Dio resta. E chi sta con Dio, ha già vinto il mondo. Stat Crux dum volvitur orbis: la Croce sta ferma mentre il mondo gira. Restiamo aggrappati a questa Croce gloriosa, e saremo inamovibili nella speranza.

Santa Maria Novella, in Firenze, 29 gennaio 2026

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[1] Discorso del Cardinale Matteo Zuppi in apertura dell’81ª Assemblea Generale della CEI, Assisi, 17 novembre 2025. Il testo integrale è reperibile sul sito della Conferenza Episcopale Italiana: Qui 

[2] Sintetizzo da G. Forlai, Chiesa: riflessioni sull’evaporazione del cristianesimo, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, p.133-134

[3] Parafraso da questo originale testo Vae tibi, si te totumdederisillis, et nihiltuitibiipsireservaveris! (Guai a te se ti concederai tutto a loro [alle faccende amministrative] e non riserverai nulla di te a te stesso!).  In De Consideratione Libro I, Capitolo V, paragrafo 6.

 

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ROME DECADENCE. THE PASSION OF THE MYSTICAL BODY AND THE ILLUSION OF ACTIVISM

The historical body of the Church suffers from its wounds and from the sins of its members; yet, as the Catechism of the Catholic Church teaches, the Church is “holy and at the same time in need of purification” (CCC 827). She is not holy by virtue of her members, but because her Head is Christ and her animating principle is the Holy Spirit.

— Theologica —

Author:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Dear readers of L’Isola di Patmos, I write to you in a time that many — rightly so —define as one of Rome decadence, an era in which the evaporation of Christianity, as Cardinal Matteo Maria Zuppi has also lucidly observed, is no longer a dystopian prophecy but a tangible reality. Yet, in the face of this scenario, a theologian looks upon the Church not with the worldly eyes of sociology, but with the gaze of faith, which recognises in the Mystical Body the living presence of Christ and of His Spirit.

This article arises from a dialogue on social media with my dear friend Alessandro, himself engaged in digital pastoral ministry (his website may be found here). I would like to divide our reflections into three moments.

Ecclesial kenosis: between the Holy Saturday of history and the heresy of efficiency. As Don Giuseppe Forlai writes — and the theme recurs in many reflections developed in various contexts — the Church in Europe today resembles the body of Jesus taken down from the Cross: lifeless, consumed, apparently defeated, and yet — and here lies the divine paradox — within her there persists a casket of eternal life. We should not be scandalised if the Bride of Christ appears disfigured; she is reliving the mysteries of her Bridegroom’s life, including His Passion and burial. In this ecclesial kenosis, the greatest temptation is to replace mystery with organisation, grace with bureaucracy, falling into that Pelagianism which Pope Francis and his predecessors have frequently denounced. A young Benedict of Nursia, confronted with the corruption of Rome, did not found a party nor a protest movement, but withdrew into silence in order “to dwell with himself” (habitare secum), laying the foundations of a civilisation that did not arise from a human project, but from the search for God (quaerere Deum). This contemplative silence is not muteness but prayerful listening to the Word, and it is the only adequate response to the crisis. The historical body of the Church suffers from its wounds and from the sins of her members; yet, as the Catechism of the Catholic Church teaches, the Church is “holy and at the same time in need of purification” (CCC 827). She is not holy by virtue of her members, but because her Head is Christ and her animating principle is the Holy Spirit. For this reason, a serious way of reforming the ecclesial community is not frenetic activism. Cardinal Giacomo Biffi, of venerable memory, wisely recalled that a shepherd must pasture the sheep and not vice versa, and must serve the sanctification of persons. Following the teaching of Saint Paul in the Letter to the Philippians: “Work out your salvation with fear and trembling” (Phil 2:12), we must cease seeking scapegoats or structural solutions to problems that are, at their root, pneumatic and spiritual. They require time, study, and prayer.

I believe the fundamental error lies in a kind of “heresy of action” that forgets a basic principle of Scholastic theology: agere sequitur esse (action follows being). If the being of the Church is emptied of its supernatural substance, her action becomes an empty shell, a background noise that converts no one. Today we witness what might be defined as an obsession with structures, as though by modifying the organisational chart of the Curia or inventing new pastoral committees one could infuse the Holy Spirit at will. I do not say that planning or reorganisation are in themselves erroneous — on the contrary, they may be welcome. But we must remember that the Spirit blows where He wills, not where our human planning attempts to constrain Him. This efficiency-driven mentality betrays a lack of faith in the intrinsic power of Grace. We behave like the Apostles in the boat during the storm before Christ awoke: we agitate ourselves, row against the wind, cry out, forgetting that the One who commands the winds and the sea is present, though apparently asleep, at the stern.

The current condition of the Church in Europe, which we have described above as “taken down from the Cross,” leads us into the mystery of Holy Saturday. It is the day of great silence, not of desperate inactivity. On Holy Saturday, the Church does not engage in proselytism, does not organise conferences, does not draft five-year synodal plans; the Church keeps vigil beside the tomb, knowing that the stone will not be rolled away by human hands. The mortal danger of our time is the attempt to “reanimate” the ecclesial body through worldly techniques of marketing or sociological adaptation to the saeculum, transforming the Bride of Christ into a compassionate NGO, pleasing to the world yet sterile of divine life. Let us remember what Saint Bernard of Clairvaux wrote to Pope Eugene III in De Consideratione: “Woe to you if, by occupying yourself too much with external matters, you end up losing yourself”. If the Church loses her mystical dimension, she becomes salt without flavour, destined to be trampled underfoot by men (cf. Mt 5:13). Moreover, this anxiety of “doing” often conceals the fear of “being”: being beneath the Cross, being in the Upper Room, being on one’s knees. The crisis of vocations, the closure of parishes, and cultural irrelevance are not resolved by lowering the bar of doctrine in order to make it more palatable — an operation that has failed, as demonstrated by liberal Protestant communities now largely deserted — but by raising the temperature of faith. The Church is Casta Meretrix, as the Fathers used to say: chaste by the presence of the Spirit, a harlot through the sins of her children who prostitute her to the idols of the moment. Purification does not occur through human reforms, but through the fire of trial and the holiness of individuals.

What is needed, therefore, is not a Church that agitates, but a Church that burns. We must return to that primacy of God which Benedict XVI tirelessly preached: where God fades away, man does not become greater, but loses his divine dignity. The remedy for Rome decadence is not an “activist Rome,” but a “praying Rome.” We must have the courage to be that “little flock” (Lk 12:32) that does not fear numerical inferiority, provided that it preserves intact the deposit of faith. Like leaven in the dough, our effectiveness depends not on quantity, but on the quality of our union with Christ. Therefore, let us commit ourselves not to allow hope to be stolen from us — neither by prophets of doom nor by strategists of creative pastoral planning. Let us return to the tabernacle, to Lectio Divina, to the passionate study of Truth. Only from there, from the pierced and glorious heart of the Redeemer, can living water flow to irrigate this Western desert. The Church will rise again, not because we are skilful organisers, but because Christ is alive and death no longer has power over Him. Because Christ offers to all a profound act of contemplation, if we know how to receive it.

Rediscovering dogma against the dictatorship of sentiment. Faith seeking understanding: fides quaerens intellectum. In order not to fall into sterile quietism, however, we must understand that Christian contemplation is intrinsically fruitful and that love for the Church requires a radical return to the foundations of our faith. There is no charity without truth, and there is no true reform that does not begin with the rediscovery of the depositum fidei. In a liquid world where faith risks dissolving into mere emotional sentiment and truth is sacrificed on the altar of social consensus, it is urgent to return to the Symbol of our faith, which is not a nursery rhyme to be recited, but the course of our Christian existence. In this regard, I feel compelled to recommend the latest book by Father Ariel S. Levi di Gualdo, Credo per capire: Viaggio nella Professione di Fede. In this work, Father Ariel explains each article of the Symbol or Creed, allowing its original power to be tasted — not as a cold formula, but as a “word to be lived.” The text accompanies the reader on a theological journey in which reason, illumined by faith, bows before the mystery without abdicating, but rather finding its fulfilment. As Saint Thomas Aquinas taught, faith is an act of the intellect assenting to divine truth at the command of the will moved by grace (cf. Summa Theologiae, II–II, q. 2, a. 9); for this reason, studying dogma, understanding what we profess every Sunday, is an act of the highest contemplation. Approaching the ineffable mystery of the Trinity, becoming connatural to the mysteries we profess, so that our action may become a reflection of our being in Christ. Sacred art, liturgy, and theology are not aesthetic ornaments, but vehicles of the Truth that saves. If we do not understand what we believe, how can we bear witness to it? If the salt loses its flavour, it is good for nothing but to be thrown out (cf. Mt 5:13). Father Ariel’s book teaches precisely this: to restore flavour to our faith by returning to the word credo its full meaning of perfect adherence to the Incarnate Truth.

We live in an age afflicted by another grave spiritual pathology that might be described as “sentimental fideism.” The erroneous idea has spread that faith is a blind feeling, a consolatory emotion detached from reason, or worse, that dogma is a cage imprisoning the freedom of the children of God. Nothing could be more false or more dangerous. As a preaching friar, I reaffirm with force that Truth (Veritas) is the very name of God, and that the human intellect was created precisely to grasp this Truth. To refuse the intellectual effort to understand dogma is to refuse to use the highest gift the Creator has bestowed upon us in His image and likeness. Culpable ignorance of the truths of faith is the ideal breeding ground for every heresy. When a Catholic ceases to be formed, when he stops asking “who God is” according to Revelation and begins to fashion a god in his own image and likeness, he inevitably falls into the idolatry of the self.

To restore meaning and value to the Creed means rediscovering the constitutional charter of our Christian life. Each of its articles is not an abstract philosophical speculation, but is bound to the Christian event, to the history of salvation that has marked man and the entire cosmos. To say “I believe in one God” or “I believe in the resurrection of the flesh” is an act of disobedience to the nihilism that leads to despair and to the degradation of spirit and matter. The intellectual reconstruction of which I speak is, ultimately, an act of love. One cannot love what one does not know. If our knowledge of Christ is imperfect, our love for Him will remain infantile, fragile, incapable of withstanding the impact of adult life’s trials and the seductions of dominant thought.

In the journey I propose, we learn to see theology not as a science for initiates, but as what the Church does when she bends over the revealed datum — and thus what she breathes and lives by. Study, when done on one’s knees, becomes prayer; understanding the Trinitarian mystery becomes adoration in Spirit and truth. We must not fear the complexity of dogma: it is like the sun, which, though too luminous to be stared at directly without harming one’s sight, is the only source that allows us to see all the rest of reality clearly. Without the light of dogma, liturgy becomes choreography, charity becomes philanthropy, and hope becomes illusion. Let us therefore return to study, to reading, to meditation. Let us make our own Saint Peter’s exhortation: “Always be ready to give an answer to anyone who asks you for a reason for the hope that is in you” (1 Pet 3:15). But in order to give reasons (logos) for Christian hope, we must honour reason as we seek to possess the things of God—and in this, theology is a great aid.

The pusillus grex and the power of grace. Beyond despair, theological hope. I conclude this itinerary by inviting to a “cautious optimism” that flows from the theological virtue of hope. The decline of Christianity in Europe is a historical fact, but the history of Salvation does not end with Good Friday. Our identity, as Scripture and the testimony of so many saints remind us, must be founded on the awareness of being “unworthy servants / simple servants” (Lk 17:10). This “uselessness / simplicity” is not devaluation, but the recognition that God is the principal actor in history. Let me explain.

Christian hope stands at the opposite pole of worldly optimism. The latter may arise from statistical forecasts or from a merely emotional expectation that “things will get better.” Theological Hope, by contrast, is the certainty that God does not lie and fulfils His promises even when, humanly speaking, things go from bad to worse. Abraham “believed, hoping against hope” (spes contra spem, Rom 4:18), precisely when biological reality placed before him the impossibility of having a child. We are called today to the same faith as Abraham. The numerical decline of believers and the loss of the Church’s cultural appeal must not lead us into sectarian withdrawal, but into the awareness that God, as salvation history teaches and as the biblical notion of the “remnant” proclaims, has always acted not through vast masses, but by means of a pusillus grex, a small faithful flock that bears responsibility for the whole. This appears in Scripture and in Church history as a constant: a few pray and offer themselves for the salvation of many.

In this perspective, the definition of “unworthy servants” spoken by Jesus in the Gospel becomes our greatest liberation. Useless (inutilis) does not mean “without value,” but “without claim to usefulness,” that is, without the presumption of being ourselves the efficient cause of Grace. When man, even within the Church, forgets this truth, he ends up constructing pastoral Towers of Babel that collapse at the first breath of wind. The history of the twentieth century, with its atheistic totalitarianisms, has shown us the hell that man constructs when he decides to do without God in order to save humanity by his own strength. But let us be careful: there also exists a more subtle spiritual totalitarianism, which insinuates itself when we think the Church is “ours,” to be managed according to corporate or political criteria. No — the Church belongs to Christ. And Christian action is fruitful only when it becomes theandric, that is, when our human freedom allows itself to be so penetrated by divine Grace as to become a single action with Christ. This is what Saint Paul expressed when he said: “It is no longer I who live, but Christ who lives in me” (Gal 2:20). This synergy between God and man is the antidote to despair. If the work were only mine, I would have every reason to despair, given my poverty; but if the work is God’s, who can stop it? Under the guidance of the Holy Father Leo XIV (Robert Francis Prevost), we are called to guard this little flame. It does not matter if our cathedrals empty or if the media mock us; what matters is that the flame remain lit and pure. Like the myrrh-bearing women on Easter morning, like Joseph of Arimathea in the darkness of Good Friday, we are the custodians of a promise that cannot fail.

The beauty that saves the world is not a superficial aesthetic, but the splendour of Truth (Veritatis Splendor). It may appear uncomfortable, may feel like the cut of a sharp sword, but it alone is capable of making man truly free. I believe it is right to say that we must not be afraid to go out into the world and to speak against the current. I also believe it is important to study our Creed in order to profess it in its entirety, even though, tragically, even among presbyters there are those who consider it obsolete and “do not believe in it”. In the silence of our rooms, in our families, in parishes or convents — wherever one may labour— we are preparing the springtime of the Church. We may not see it with our mortal eyes, but we are building it in faith and in sapiential charity. Everything passes; only God remains. And whoever abides in God has already overcome the world. Stat Crux dum volvitur orbis: the Cross stands firm while the world turns. Let us remain clinging to this glorious Cross, and we shall be immovable in hope.

Santa Maria Novella, Florence, 26 January 2026

 

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ROMA DECADENCE. LA PASIÓN DEL CUERPO MÍSTICO Y LA ILUSIÓN DEL ACTIVISMO

El cuerpo histórico de la Iglesia sufre por sus heridas y por los pecados de sus miembros, pero, como enseña el Catecismo de la Iglesia Católica, la Iglesia es «santa y al mismo tiempo necesitada de purificación» (CIC 827); no es santa por la virtud de sus miembros, sino porque su Cabeza es Cristo y su principio vivificador es el Espíritu Santo.

— Theologica —

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Queridos lectores de L’Isola di Patmos, os escribo en un tiempo que muchos, no sin razón, definen como de Roma decadence, una época en la que la evaporación del cristianismo, como ha observado lúcidamente también el cardenal Matteo Maria Zuppi, ya no es una profecía distópica, sino una realidad tangible. Sin embargo, ante este escenario, un teólogo mira a la Iglesia no con los ojos mundanos de la sociología, sino con la mirada de la fe, que reconoce en el Cuerpo Místico la presencia viva de Cristo y de su Espíritu.

Este artículo mío nace del diálogo en las redes sociales con el querido Alessandro, también él operador de la pastoral digital (aquí). Quisiera dividir nuestras reflexiones en tres momentos.

La kénosis eclesial: entre el Sábado Santo de la historia y la herejía de la eficiencia. Como escribe don Giuseppe Forlai — y el tema reaparece en numerosas reflexiones desarrolladas en distintos ámbitos —, la Iglesia en Europa se asemeja hoy al cuerpo de Jesús bajado de la Cruz: exánime, consumido, aparentemente derrotado, y sin embargo — y aquí reside la paradoja divina — en ella persiste un cofre de vida eterna. No debemos escandalizarnos si la Esposa de Cristo aparece desfigurada; ella está reviviendo los misterios de la vida de su Esposo, incluida la pasión y la sepultura. En esta kénosis eclesial, la tentación mayor es sustituir el misterio por la organización, la gracia por la burocracia, cayendo en aquel pelagianismo que el papa Francisco y sus predecesores han denunciado repetidamente. Un joven san Benito de Nursia, ante la corrupción de Roma, no fundó un partido ni un movimiento de protesta, sino que se retiró al silencio para «habitar consigo mismo» (habitare secum), sentando las bases de una civilización que no nacía de un proyecto humano, sino de la búsqueda de Dios (quaerere Deum). Este silencio contemplativo no es mutismo, sino escucha orante de la Palabra, y es la única respuesta adecuada a la crisis. El cuerpo histórico de la Iglesia sufre por sus heridas y por los pecados de sus miembros, pero, como enseña el Catecismo de la Iglesia Católica, la Iglesia es «santa y al mismo tiempo necesitada de purificación» (CIC 827); no es santa por la virtud de sus miembros, sino porque su Cabeza es Cristo y su principio vivificador es el Espíritu Santo. Por ello, una forma seria de reformar la comunidad eclesial no es el activismo frenético. Ya el cardenal Giacomo Biffi, de venerada memoria, recordaba sabiamente que un pastor debe apacentar a las ovejas y no al revés, y servir a la santificación de las personas. Siguiendo la enseñanza de san Pablo en la Carta a los Filipenses: «Trabajad por vuestra salvación con temor y temblor» (Flp 2,12), debemos dejar de buscar chivos expiatorios o soluciones estructurales a problemas que son, en su raíz, pneumáticos y espirituales. Requieren tiempo, estudio y oración.

El error fundamental, pienso, reside en una especie de «herejía de la acción» que olvida un principio básico de la Escolástica: agere sequitur esse (el obrar sigue al ser). Si el ser de la Iglesia se vacía de su sustancia sobrenatural, su obrar se convierte en una cáscara vacía, un ruido de fondo que no convierte a nadie. Hoy asistimos a lo que podríamos definir como una obsesión por las estructuras, como si modificando el organigrama de la Curia o inventando nuevos comités pastorales se pudiera infundir el Espíritu Santo a voluntad. No digo que la programación o la reorganización sean en sí mismas erróneas; al contrario, pueden ser bienvenidas. Pero recordemos que el Espíritu sopla donde quiere, no donde lo fuerzan nuestras planificaciones humanas. Esta mentalidad eficientista delata una falta de fe en la potencia intrínseca de la Gracia. Nos comportamos como los Apóstoles en la barca durante la tempestad antes de que Cristo se despertara: nos agitamos, remamos contra el viento, gritamos, olvidando que Aquel que manda a los vientos y al mar está presente, aunque aparentemente dormido, en la popa.

La condición actual de la Iglesia en Europa, que más arriba hemos definido como «bajada de la Cruz», nos remite al misterio del Sábado Santo. Es el día del gran silencio, no de la inactividad desesperada. En el Sábado Santo, la Iglesia no hace proselitismo, no organiza congresos, no elabora planes sinodales quinquenales; la Iglesia vela junto al sepulcro, sabiendo que esa piedra no será removida por manos humanas. El peligro mortal de nuestro tiempo es querer «reanimar» el cuerpo eclesial con técnicas mundanas de marketing o de adaptación sociológica al saeculum, transformando a la Esposa de Cristo en una ONG compasiva, agradable al mundo, pero estéril de vida divina. Recordemos lo que escribía san Bernardo de Claraval al papa Eugenio III en el De Consideratione: «¡Ay de ti si, por ocuparte demasiado de las cosas exteriores, terminas perdiéndote a ti mismo!». Si la Iglesia pierde su dimensión mística, se convierte en sal sin sabor, destinada a ser pisoteada por los hombres (cf. Mt 5,13). Además, esta ansiedad del «hacer» esconde a menudo el miedo a «estar»: estar bajo la Cruz, estar en el cenáculo, estar de rodillas. La crisis de las vocaciones, el cierre de parroquias, la irrelevancia cultural no se resuelven bajando el listón de la doctrina para hacerla más atractiva — una operación fallida, como lo demuestran las comunidades protestantes liberales hoy prácticamente desertificadas —, sino elevando la temperatura de la fe. La Iglesia es Casta Meretrix, decían los Padres: casta por la presencia del Espíritu, meretriz por los pecados de sus hijos que la prostituyen a los ídolos del momento. Pero la purificación no se produce mediante reformas humanas, sino a través del fuego de la prueba y la santidad de los individuos.

No hace falta, pues, una Iglesia que se agite, sino una Iglesia que arda. Es necesario volver a aquella primacía de Dios que Benedicto XVI predicó incansablemente: donde Dios desaparece, el hombre no se hace más grande, sino que pierde su dignidad divina. El remedio a la Roma decadence no es una «Roma activista», sino una «Roma orante». Debemos tener el valor de ser aquel «pequeño rebaño» (Lc 12,32) que no teme la inferioridad numérica, con tal de custodiar intacto el depósito de la fe. Como la levadura en la masa, nuestra eficacia no depende de la cantidad, sino de la calidad de nuestra unión con Cristo. Por tanto, comprometámonos a no dejar que nos roben la esperanza ni los profetas de calamidades ni los estrategas de la pastoral creativa; volvamos al sagrario, a la Lectio Divina, al estudio apasionado de la Verdad. Solo de allí, del corazón traspasado y glorioso del Redentor, podrá brotar el agua viva capaz de regar este desierto occidental. La Iglesia resucitará, no porque seamos hábiles organizadores, sino porque Cristo está vivo y la muerte ya no tiene poder sobre Él. Porque Cristo ofrece a todos un acto profundo de contemplación, si sabemos acogerlo.

Redescubrir el Dogma contra la dictadura del sentimiento. La fe que busca la comprensión: fides quaerens intellectum. Para no caer en un quietismo estéril, debemos comprender que la contemplación cristiana es intrínsecamente fecunda y que el amor a la Iglesia exige un retorno radical a los fundamentos de nuestra fe. No existe caridad sin verdad, ni existe una verdadera reforma que no parta del redescubrimiento del depositum fidei. En un mundo líquido donde la fe corre el riesgo de disolverse en mero sentimiento emotivo y la verdad es sacrificada en el altar del consenso social, es urgente volver al Símbolo de nuestra fe, que no es una cantinela que recitar, sino la ruta de nuestra existencia cristiana. A este propósito, me permito sugerir la lectura del último libro del padre Ariel S. Levi di Gualdo, Credo per capire: Viaggio nella Professione di Fede. En esta obra, el padre Ariel explica cada artículo del Símbolo o Credo, permitiendo saborear su potencia originaria: no una fórmula fría, sino una «palabra para vivir». El texto acompaña al lector en un viaje teológico en el que la razón, iluminada por la fe, se inclina ante el misterio sin abdicar, encontrando en él su cumplimiento. Como enseñaba santo Tomás de Aquino, la fe es un acto del entendimiento que asiente a la verdad divina por mandato de la voluntad movida por la gracia (cf. Summa Theologiae, II-II, q. 2, a. 9); por ello, estudiar el dogma, comprender lo que profesamos cada domingo, es una operación de altísima contemplación. Acercarse al misterio inefable de la Trinidad, connaturalizarnos con los misterios que profesamos, para que el obrar se convierta en reflejo de nuestro ser en Cristo. El arte sacro, la liturgia, la teología no son adornos estéticos, sino vehículos de la Verdad que salva. Si no comprendemos lo que creemos, ¿cómo podremos dar testimonio de ello? Si la sal pierde su sabor, no sirve para nada más que para ser arrojada fuera (cf. Mt 5,13). El libro del padre Ariel enseña precisamente esto: devolver sabor a nuestra fe, restituyendo a la palabra credo el sentido de una adhesión perfecta a la Verdad encarnada.

Vivimos en una época afectada por otra grave patología espiritual que podríamos definir como «fideísmo sentimental». Se ha difundido la idea errónea de que la fe es un sentir ciego, una emoción consoladora desvinculada de la razón, o peor aún, que el dogma es una jaula que aprisiona la libertad de los hijos de Dios. Nada más falso y peligroso. Como fraile predicador, reafirmo con fuerza que la Verdad (Veritas) es el nombre mismo de Dios y que el intelecto humano ha sido creado precisamente para captar esta Verdad. Rechazar el esfuerzo intelectual por comprender el dogma significa rechazar el uso del don más alto que el Creador nos ha concedido a su imagen y semejanza. La ignorancia culpable de las verdades de la fe es el terreno de cultivo ideal para toda herejía. Cuando el católico deja de formarse, cuando deja de preguntarse «quién es Dios» según la Revelación y comienza a construirse un dios a su propia imagen y semejanza, cae inevitablemente en la idolatría del propio yo.

Devolver sentido y valor al Credo significa redescubrir la carta constitucional de nuestra vida cristiana. Cada uno de sus artículos no es una elucubración filosófica abstracta, pues se vinculan al hecho cristiano, a la historia de la salvación que ha incidido en el hombre y en el cosmos entero. Decir «Creo en un solo Dios» o «Creo en la resurrección de la carne» es un acto de desobediencia al nihilismo que conduce a la desesperación y al deterioro del espíritu y de la materia. La reconstrucción intelectual de la que hablo es, en última instancia, un acto de amor. No se puede amar lo que no se conoce. Si nuestro conocimiento de Cristo es imperfecto, nuestro amor por Él permanecerá infantil, frágil, incapaz de resistir el choque de las pruebas de la vida adulta y las seducciones del pensamiento dominante.

En este camino que os propongo aprendemos a ver la teología no como una ciencia para iniciados, sino como lo que hace la Iglesia cuando se inclina sobre el dato revelado y, por tanto, aquello de lo que ella respira y vive. El estudio, realizado de rodillas, se convierte en oración; la comprensión del misterio trinitario se transforma en adoración en Espíritu y verdad. No debemos temer la complejidad del dogma: es como el sol que, aun siendo demasiado luminoso para ser fijado directamente sin dañar la vista, es la única fuente que nos permite ver con claridad todo lo demás. Sin la luz del dogma, la liturgia se convierte en coreografía, la caridad en filantropía y la esperanza en ilusión. Volvamos, pues, a estudiar, a leer, a meditar. Hagamos nuestra la exhortación de san Pedro: «Estad siempre dispuestos a dar razón de la esperanza que hay en vosotros» (1 Pe 3,15). Pero para dar razones (logos) de la esperanza cristiana es necesario honrar la razón mientras buscamos poseer las cosas de Dios, y en ello la teología es una gran ayuda.

El pusillus grex y la potencia de la gracia. Más allá de la desesperación, la esperanza teologal. Concluyo este itinerario invitando a un «optimismo cauteloso» que brota de la virtud teologal de la esperanza. La decadencia de la cristiandad en Europa es un hecho histórico, pero la historia de la Salvación no se cierra con el Viernes Santo. Nuestra identidad, como nos recuerdan las Escrituras y el testimonio de tantos santos, debe fundarse en la conciencia de ser «siervos inútiles / simples siervos» (Lc 17,10). Esta «inutilidad / simplicidad» no es desvalorización, sino el reconocimiento de que el actor principal de la historia es Dios. Intento explicarme.

La esperanza cristiana se sitúa en las antípodas del optimismo mundano. Este puede surgir de una previsión estadística o de una expectativa meramente emocional según la cual «las cosas irán mejor». La Esperanza teologal, en cambio, es la certeza de que Dios no miente y cumple sus promesas incluso cuando, humanamente hablando, las cosas van de mal en peor. Abrahán «creyó esperando contra toda esperanza» (spes contra spem, Rom 4,18), precisamente cuando la realidad biológica le ponía delante la imposibilidad de tener un hijo. Hoy estamos llamados a la misma fe de Abrahán. La disminución numérica de los creyentes y la pérdida de atractivo de la Iglesia no deben llevarnos a un repliegue sectario, sino a la conciencia de que Dios, como enseña la historia de la salvación y como proclama la idea bíblica del «resto», siempre ha actuado no a través de masas oceánicas, sino sirviéndose de un pusillus grex, un pequeño rebaño fiel que se hace cargo de la totalidad. Esto aparece en la Escritura y en la historia de la Iglesia como una constante: unos pocos oran y se ofrecen por la salvación de muchos.

En esta perspectiva, la definición de «siervos inútiles» de la que habla Jesús en el Evangelio se convierte en nuestra mayor liberación. Inútil (inutilis) no significa «sin valor», sino «sin pretensión de utilidad», es decir, sin la pretensión de ser nosotros la causa eficiente de la Gracia. Cuando el hombre, incluso dentro de la Iglesia, olvida esta verdad, acaba construyendo torres de Babel pastorales que se derrumban al primer soplo de viento. La historia del siglo XX, con sus totalitarismos ateos, nos ha mostrado el infierno que el hombre construye cuando decide prescindir de Dios para salvar a la humanidad con sus propias fuerzas. Pero atención: existe también un totalitarismo espiritual, más sutil, que se insinúa cuando pensamos que la Iglesia es «cosa nuestra», que debe gestionarse con criterios empresariales o políticos. No: la Iglesia es de Cristo. Y la acción del cristiano es fecunda solo cuando se vuelve teándrica, es decir, cuando nuestra libertad humana se deja penetrar tan profundamente por la Gracia divina que se convierte en un único obrar con Cristo. Es lo que san Pablo expresaba diciendo: «Ya no soy yo quien vive, sino que Cristo vive en mí» (Gal 2,20). Esta sinergia entre Dios y el hombre es el antídoto contra la desesperación. Si la obra fuera solo mía, tendría todas las razones para desesperar, dada mi pequeñez; pero si la obra es de Dios, ¿quién podrá detenerla? Bajo la guía del Santo Padre León XIV (Robert Francis Prevost), estamos llamados a custodiar esta pequeña llama. No importa si nuestras catedrales se vacían o si los medios nos ridiculizan; lo que importa es que esa llama permanezca encendida y pura. Como las miróforas en la mañana de Pascua, como José de Arimatea en la oscuridad del Viernes Santo, somos custodios de una promesa que no puede fallar.

La belleza que salva al mundo no es una estética de fachada, sino el esplendor de la Verdad (Veritatis Splendor). Puede parecer incómoda, dar la sensación de cortar como una espada afilada, pero es la única capaz de hacer al hombre verdaderamente libre. Creo justo decir que no debemos tener miedo de ir hacia el mundo y de hablar a contracorriente. Creo también que es importante estudiar nuestro Credo para profesarlo íntegramente, aunque, trágicamente, incluso entre los presbíteros haya quien lo considere ya obsoleto y «no crea en él». En el silencio de nuestras habitaciones, en nuestras familias, en las parroquias o en los conventos, dondequiera que se trabaje, estamos preparando la primavera de la Iglesia. Tal vez no la veamos con nuestros ojos mortales, pero la estamos construyendo en la fe y en la caridad sapiencial. Todo pasa, solo Dios permanece. Y quien permanece en Dios ya ha vencido al mundo. Stat Crux dum volvitur orbis: la Cruz permanece firme mientras el mundo gira. Permanezcamos aferrados a esta Cruz gloriosa, y seremos inamovibles en la esperanza.

Santa Maria Novella, Florencia, a 29 de enero 2026

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Tra diritto e mistero, il Natale di Giuseppe, uomo giusto. E perché non “corredentore”? – Between law and mystery: the Christmas of Joseph, a righteous man. And why not “co-redeemer”? – La navidad de José, hombre justo. ¿Y por qué no “corredentor”?

Italian, english, español 

 

TRA DIRITTO E MISTERO, IL NATALE DI GIUSEPPE, UOMO GIUSTO. E PERCHÉ NON “CORREDENTORE”?

Senza Giuseppe, l’Incarnazione resterebbe un evento sospeso, privo di radicamento giuridico. Invece, per la sua fede e per la sua giustizia, il Verbo entra non solo nella carne, ma nella Legge, nella genealogia, nella storia concreta di un popolo. È questo che rende il Natale un evento realmente incarnato, non un semplice susseguirsi di immagini edificanti, tra angeli che cantano, un bue e un asinello ridotti a caloriferi di contorno scenografico e pastori che accorrono festosi.

— Attualità ecclesiale —

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Sul palcoscenico del Natale la scena è affollata. C’è Maria, che la pietà cristiana pone al centro assieme al Bambino, gli angeli che cantano, i pastori che accorrono.

Qualche sceneggiatore ha deciso di inserire nel set persino due rudimentali impianti di riscaldamento ecologico, un bue e un asinello, dipinti dall’iconografia come creature più fedeli degli uomini, cosa che forse lo erano davvero. Ovviamente si tratta di una sceneggiatura — per usare un’espressione mutuata dal linguaggio teatrale classico — molto liberamente ispirata ai Vangeli canonici, nei quali tuttavia non v’è traccia alcuna di queste presenze animali; semmai possono essere reperite in qualche vangelo apocrifo, a partire da quello dello pseudo-Matteo.

I vari sceneggiatori e costumisti hanno così messo in primo piano di tutto sul set del Dies Natalis, tranne colui senza il quale, storicamente e concretamente, il Natale non sarebbe mai accaduto: Giuseppe.

Nella devozione popolare Giuseppe è spesso ridotto a una presenza marginale, quasi decorativa. Trasformato nelle pie immagini in un vecchio stanco, rassicurante, innocuo, come se la sua funzione fosse quella di non disturbare il mistero, di non avere peso, di non contare davvero. Ma questa immagine, costruita per difendere una verità di fede — la verginità di Maria — ha finito per oscurarne un’altra, altrettanto fondamentale: la sua responsabilità reale, concreta e drammatica nell’evento dell’Incarnazione.

Il Vangelo di Matteo lo introduce con una qualifica sobria e giuridicamente densa:

«Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto» (Mt 1,19).

Non si insiste su qualità morali generiche, né su atteggiamenti interiori. La categoria decisiva è la giustizia. E la giustizia, nel racconto evangelico, non è uno sfogo emotivo, ma un criterio operativo che si traduce in una scelta concreta.

Venuto a conoscenza della gravidanza di Maria, egli si trova di fronte a una situazione che non comprende, ma che proprio per questo non può eludere e che, anzi, deve affrontare con sapiente lucidità. La Legge gli offrirebbe una soluzione chiara, pubblicamente riconosciuta e socialmente onorevole: il ripudio. È una possibilità prevista dall’ordinamento giuridico del tempo e non comporterebbe alcuna colpa formale (cfr. Dt 24,1-4). Tuttavia Giuseppe non la assume, perché la sua giustizia non si esaurisce nell’osservanza letterale della norma, ma si misura nella tutela della persona.

La decisione di licenziare Maria in segreto non è un gesto sentimentale né una soluzione di comodo. È un atto deliberato, che comporta un costo personale preciso: l’esposizione al sospetto e alla perdita di reputazione. Giuseppe accetta questo rischio perché la sua giustizia non è rivolta a quella che solitamente viene indicata come difesa dell’onore personale, bensì alla salvaguardia della vita e della dignità della donna. In questo senso, egli non dubita di Maria. Il testo evangelico non lascia trapelare alcun sospetto morale nei confronti della giovane sposa (cfr. Mt 1,18-19). Il problema non è la fiducia, ma la comprensione di un evento che eccede le categorie disponibili. Questo colloca Giuseppe in una condizione di turbamento reale, pienamente umano, che tuttavia non si traduce in dubbio circa Maria.

È di fondamentale importanza osservare che questa scelta precede il sogno, nel quale l’Angelo del Signore rivela a Giuseppe l’origine divina della maternità di Maria e lo invita ad accoglierla con sé come sposa, affidandogli il compito di imporre il nome al Bambino (cfr. Mt 1,20-21). L’intervento dell’angelo non orienta la decisione di Giuseppe, ma la assume e la conferma. La rivelazione non sostituisce il giudizio umano, né lo annulla: vi si innesta. Dio parla a Giuseppe non per sottrarlo al rischio, ma perché il rischio è già stato accettato in nome della giustizia: quando la sua libertà è chiamata a scegliere, egli non si avvale della Legge mosaica alla quale avrebbe potuto legittimamente appellarsi, ma decide di agire con amore e fiducia verso Maria, pur senza comprendere pienamente l’evento che lo coinvolge. Solo dopo questa decisione il mistero viene chiarito e nominato:

«Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa» (Mt 1,20).

Accogliendo Maria come sua sposa, Giuseppe non compie un atto privato: assume una responsabilità pubblica e giuridica, riconoscere come proprio il figlio che Maria porta in grembo. È questo gesto — e non un sentimento interiore — che introduce Gesù nella storia concreta di Israele. Attraverso Giuseppe, il Figlio entra legalmente nella discendenza di Davide, come attesta la genealogia matteana che precede immediatamente il racconto dell’infanzia.

Quella di Giuseppe non è paternità biologica, proprio per questo non è simbolica né secondaria, ma reale nel senso più rigoroso del termine. È paternità giuridica, storica, sociale. È Giuseppe che dà il nome al Bambino, ed è proprio nell’imporre il nome che egli esercita la sua autorità di padre. Il comando dell’angelo è esplicito: «Tu lo chiamerai Gesù» (Mt 1,21). Nel mondo biblico, imporre il nome non è un atto formale, ma l’assunzione di una responsabilità permanente. Con quel gesto egli si fa garante dell’identità e della collocazione storica del Figlio.

Senza di lui, l’Incarnazione resterebbe un evento sospeso, privo di radicamento giuridico. Invece, per la sua fede e per la sua giustizia, il Verbo entra non solo nella carne, ma nella Legge, nella genealogia, nella storia concreta di un popolo. È questo che rende il Natale un evento realmente incarnato, non un semplice susseguirsi di immagini edificanti, tra angeli che cantano, un bue e un asinello ridotti a caloriferi di contorno scenografico e pastori che accorrono festosi.

Il tutto rende teologicamente fondato affermare che Giuseppe, l’uomo a lungo posto in prudente — e forse anche ingiusta — ombra, è la figura attraverso la quale il mistero del Natale assume consistenza storica e giuridica. È attraverso di lui che il Verbo di Dio incarnato entra nella Legge, non per subirla, ma per compierla. Non è infatti casuale che oltre trent’anni dopo, durante la sua predicazione, Gesù affermi con parole di assoluta chiarezza:

«Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento» (Mt 5,17).

Quando poi annuncerà che questo compimento è Lui stesso e che — come dirà l’Apostolo Paolo — in Lui si realizza il disegno «di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1,10), comincerà già a intravedersi l’ombra della croce, mentre tenteranno di lapidarlo: «Perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33). L’ombra della croce apparirà ancor più definita nel gesto del Sommo Sacerdote che si straccerà le vesti udendolo proclamarsi Figlio di Dio (cfr. Mt 26,65), raffigurazione plastica del fatto che il compimento della Legge passa ormai attraverso il rifiuto e il sacrificio.

Il Verbo di Dio si incarna per il sì di Maria, ma questo sì è storicamente custodito e protetto da Giuseppe, colui che protesse e custodì, assieme alla propria sposa, l’unigenito Figlio di Dio. Non in senso simbolico o devozionale, ma nel senso concreto e reale della storia: proteggendo Maria, egli ha protetto il Figlio; proteggendo il Figlio, ha custodito il mistero stesso del Natale:

«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).

E ciò, senza che a nessun teologo onirico, a nessun pietista e a nessun fideista — quelli, per intendersi, che battono i piedi per la «Maria corredentrice» — sia mai passato per la mente di rivendicare, anche per il Beatissimo Patriarca Giuseppe, il titolo di corredentore, altrettanto dovuto e meritato, se alla fanta-dogmatica si volesse davvero giocare fino in fondo, dopo aver smarrito del tutto la bussola quotidiana, quella antica e quella nuova.

Dall’Isola di Patmos, 24 dicembre 2025

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BETWEEN LAW AND MYSTERY: THE CHRISTMAS OF JOSEPH, A RIGHTEOUS MAN. AND WHY NOT “CO-REDEEMER”?

Without Joseph, the Incarnation would remain a suspended event, lacking juridical rootedness. Instead, through his faith and his justice, the Word enters not only into the flesh, but into the Law, into genealogy, into the concrete history of a people. This is what makes Christmas a truly incarnate event, not a mere succession of edifying images, with angels singing, an ox and a donkey reduced to scenic heating devices, and shepherds hastening joyfully to the scene.

— Ecclesial actuality—

Author
Ariel S. Levi di Gualdo.

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On the stage of Christmas the scene is crowded. There is Mary, whom Christian piety places at the centre together with the Child; there are the angels who sing and the shepherds who hasten to the scene. Some scriptwriter has even decided to include on the set two rudimentary forms of ecological heating — an ox and a donkey — portrayed by iconography as creatures more faithful than men, which perhaps they truly were. Clearly, this is a script — to use a term borrowed from classical theatrical language — very freely inspired by the canonical Gospels, in which, however, there is no trace whatsoever of these animal presences; they can rather be found in certain apocryphal texts, beginning with the Gospel of Pseudo-Matthew.

Thus, the various scriptwriters and costume designers have brought everything into the foreground on the set of the Dies Natalis, except the one without whom, historically and concretely, Christmas would never have taken place: Joseph.

In popular devotion, Joseph is often reduced to a marginal, almost decorative presence. He is transformed in pious imagery into a weary, reassuring, harmless old man, as though his role were merely not to disturb the mystery, to carry no real weight, to count for nothing. Yet this image, constructed to safeguard a truth of faith — the virginity of Mary — has ended up obscuring another truth, no less fundamental: his real, concrete and dramatic responsibility in the event of the Incarnation.

The Gospel of Matthew introduces him with a sober and juridically weighty qualification:


“Joseph, her husband, being a righteous man and unwilling to expose her to shame, decided to dismiss her quietly” (Mt 1:19).

There is no insistence on generic moral qualities, nor on interior attitudes. The decisive category is justice. And justice, in the Gospel narrative, is not an emotional impulse but an operative criterion that takes shape in a concrete decision.

Upon learning of Mary’s pregnancy, he finds himself faced with a situation he does not understand, and precisely for this reason cannot evade, but must instead confront with lucid wisdom. The Law would have offered him a clear, publicly recognised and socially honourable solution: repudiation. This was a possibility provided for by the juridical order of the time and would not have entailed any formal guilt (cf. Dt 24:1–4). Yet Joseph does not avail himself of it, because his justice is not exhausted in the literal observance of the norm, but is measured by the safeguarding of the person.

The decision to dismiss Mary quietly is neither a sentimental gesture nor a convenient compromise. It is a deliberate act that entails a precise personal cost: exposure to suspicion and the loss of reputation. Joseph accepts this risk because his justice is not directed toward what is usually described as the defence of personal honour, but toward the protection of the woman’s life and dignity. In this sense, he does not doubt Mary. The Gospel text allows no hint of moral suspicion toward the young bride (cf. Mt 1:18–19). The problem is not trust, but the understanding of an event that exceeds the available categories. This places Joseph in a condition of real, fully human turmoil, which nevertheless does not translate into doubt regarding Mary.

It is of fundamental importance to observe that this decision precedes the dream, in which the angel of the Lord reveals to Joseph the divine origin of Mary’s motherhood and invites him to take her as his wife, entrusting him with the task of imposing the name upon the Child (cf. Mt 1:20–21). The angelic intervention does not direct Joseph’s decision, but rather assumes it and confirms it. Revelation does not replace human judgment, nor does it annul it: it is grafted onto it. God speaks to Joseph not in order to spare him the risk, but because the risk has already been accepted in the name of justice: when his freedom is called to choose, he does not avail himself of the Mosaic Law to which he could legitimately have appealed, but decides to act with love and trust toward Mary, even though he does not yet fully understand the event that involves him. Only after this decision is the mystery clarified and named:


“Joseph, son of David, do not be afraid to take Mary as your wife” (Mt 1:20).

By taking Mary as his wife, Joseph does not perform a private act: he assumes a public and juridical responsibility, recognising as his own the child whom Mary bears in her womb. It is this act — and not an interior sentiment — that introduces Jesus into the concrete history of Israel. Through Joseph, the Son enters legally into the line of David, as attested by the Matthean genealogy that immediately precedes the infancy narrative.

Joseph’s fatherhood is not biological; for this very reason it is neither symbolic nor secondary, but real in the strictest sense of the term. It is juridical, historical and social fatherhood. It is Joseph who gives the Child His name, and precisely in imposing the name he exercises his authority as father. The angel’s command is explicit: “You shall name Him Jesus” (Mt 1:21). In the biblical world, imposing a name is not a merely formal act, but the assumption of a permanent responsibility. Through this gesture, Joseph becomes the guarantor of the Son’s identity and historical placement.

Without him, the Incarnation would remain a suspended event, lacking juridical rootedness. Instead, through his faith and his justice, the Word enters not only into the flesh, but into the Law, into genealogy, into the concrete history of a people. This is what makes Christmas a truly incarnate event, not a mere succession of edifying images, with angels singing, an ox and a donkey reduced to scenic heating devices, and shepherds hastening joyfully to the scene.

All this renders it theologically well-founded to affirm that Joseph — long placed in prudent, and perhaps even unjust, obscurity — is the figure through whom the mystery of Christmas assumes historical and juridical consistency. It is through him that the incarnate Word of God enters the Law, not to be subjected to it, but to bring it to fulfilment. It is no coincidence that more than thirty years later, during His public ministry, Jesus declares with absolute clarity:

“Do not think that I have come to abolish the Law or the Prophets; I have not come to abolish them but to fulfil them” (Mt 5:17).

When He will then proclaim that this fulfilment is Himself, and that — as the Apostle Paul will say — in Him the plan “to sum up all things in Christ, things in heaven and things on earth” (Eph 1:10) is realised, the shadow of the Cross will already begin to appear, as they attempt to stone Him: “Because you, being a man, make yourself God” (Jn 10:33). The shadow of the Cross will become even more defined in the gesture of the High Priest who tears his garments upon hearing Him proclaim Himself the Son of God (cf. Mt 26:65), a vivid depiction of the fact that the fulfilment of the Law now passes through rejection and sacrifice.

The Word of God becomes incarnate through Mary’s yes, but this yes is historically guarded and protected by Joseph, the one who protected and guarded, together with his spouse, the only-begotten Son of God. Not in a symbolic or devotional sense, but in the concrete and real sense of history: by protecting Mary, he protected the Son; by protecting the Son, he safeguarded the very mystery of Christmas:

“And the Word became flesh and dwelt among us” (Jn 1:14).

And all this without it ever having crossed the mind of any dream-driven theologian, pietist or fideist — those, to be clear, who stamp their feet for a “Mary co-redeemer” — to claim for the Most Blessed Patriarch Joseph as well the title of co-redeemer, equally due and deserved, if one truly wished to play the game of fantasy-dogmatics to the end, after having completely lost the daily compass, both the ancient and the new.

From the Island of Patmos, 24 December 2025

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LA NAVIDAD DE JOSÉ, HOMBRE JUSTO. ¿Y POR QUÉ NO “CORREDENTOR”?

De aquí hay que recomenzar: del misterio del Verbo que se hizo carne, animados por aquella chispa que llevó primero a san Agustín y luego a san Anselmo de Aosta a decir, con palabras distintas pero con la misma sustancia: «Creo para entender, entiendo para creer». Solo entonces comprenderemos verdaderamente el sentido de la frase decisiva: «Y el Verbo se hizo carne», y, por tanto, por qué Jesús, en verdad, no nació nunca.

— Actualidad eclesial —

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo.

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En el escenario de la Navidad la escena está abarrotada. Está María, a quien la piedad cristiana coloca en el centro junto al Niño; están los ángeles que cantan y los pastores que acuden presurosos. Algún guionista ha decidido incluso introducir en el decorado dos rudimentarios sistemas de calefacción ecológica — un buey y un asno —, representados por la iconografía como criaturas más fieles que los hombres, cosa que quizá realmente eran. Evidentemente, se trata de un guion — por utilizar una expresión tomada del lenguaje teatral clásico — muy libremente inspirado en los Evangelios canónicos, en los cuales, sin embargo, no hay rastro alguno de estas presencias animales; a lo sumo pueden encontrarse en algunos evangelios apócrifos, comenzando por el del Pseudo-Mateo.

De este modo, los distintos guionistas y figurinistas han puesto en primer plano en el escenario del Dies Natalis absolutamente todo, excepto a aquel sin el cual, histórica y concretamente, la Navidad nunca habría sucedido: José.

En la devoción popular, José es reducido con frecuencia a una presencia marginal, casi decorativa. Transformado en las imágenes piadosas en un anciano cansado, tranquilizador e inofensivo, como si su función fuese la de no perturbar el misterio, de no tener peso, de no contar realmente. Pero esta imagen, construida para salvaguardar una verdad de fe — la virginidad de María —, ha terminado por oscurecer otra, igualmente fundamental: su responsabilidad real, concreta y dramática en el acontecimiento de la Encarnación.

El Evangelio de Mateo lo presenta con una calificación sobria y jurídicamente densa:

«José, su esposo, que era justo y no quería denunciarla, resolvió repudiarla en secreto» (Mt 1,19).

No se insiste en cualidades morales genéricas ni en actitudes interiores. La categoría decisiva es la justicia. Y la justicia, en el relato evangélico, no es un impulso emotivo, sino un criterio operativo que se traduce en una decisión concreta.

Al tener conocimiento del embarazo de María, se encuentra ante una situación que no comprende, pero que precisamente por ello no puede eludir y que, por el contrario, debe afrontar con lúcida sabiduría. La Ley le habría ofrecido una solución clara, públicamente reconocida y socialmente honorable: el repudio. Era una posibilidad prevista por el ordenamiento jurídico de la época y no habría comportado ninguna culpa formal (cf. Dt 24,1-4). Sin embargo, José no se acoge a ella, porque su justicia no se agota en la observancia literal de la norma, sino que se mide en la tutela de la persona.

La decisión de despedir a María en secreto no es un gesto sentimental ni una solución de conveniencia. Es un acto deliberado que implica un coste personal preciso: la exposición a la sospecha y la pérdida de reputación. José acepta este riesgo porque su justicia no está orientada a lo que habitualmente se denomina la defensa del honor personal, sino a la salvaguarda de la vida y de la dignidad de la mujer. En este sentido, no duda de María. El texto evangélico no deja traslucir ninguna sospecha moral respecto a la joven esposa (cf. Mt 1,18-19). El problema no es la confianza, sino la comprensión de un acontecimiento que desborda las categorías disponibles. Esto sitúa a José en una condición de turbación real, plenamente humana, que sin embargo no se traduce en duda alguna respecto a María.

Es de fundamental importancia observar que esta decisión precede al sueño, en el cual el ángel del Señor revela a José el origen divino de la maternidad de María y lo invita a acogerla consigo como esposa, confiándole la tarea de imponer el nombre al Niño (cf. Mt 1,20-21). La intervención del ángel no orienta la decisión de José, sino que la asume y la confirma. La revelación no sustituye el juicio humano ni lo anula: se injerta en él. Dios habla a José no para sustraerlo del riesgo, sino porque el riesgo ya ha sido aceptado en nombre de la justicia: cuando su libertad es llamada a elegir, no se acoge a la Ley mosaica a la que podría haberse apelado legítimamente, sino que decide actuar con amor y confianza hacia María, aun sin comprender plenamente el acontecimiento que lo implica. Solo después de esta decisión el misterio es aclarado y nombrado:

«José, hijo de David, no temas recibir a María, tu esposa» (Mt 1,20).

Al acoger a María como esposa, José no realiza un acto privado: asume una responsabilidad pública y jurídica, reconociendo como propio al hijo que María lleva en su seno. Es este gesto — y no un sentimiento interior — el que introduce a Jesús en la historia concreta de Israel. A través de José, el Hijo entra legalmente en la descendencia de David, como atestigua la genealogía mateana que precede inmediatamente al relato de la infancia.

La paternidad de José no es biológica; precisamente por ello no es simbólica ni secundaria, sino real en el sentido más riguroso del término. Es una paternidad jurídica, histórica y social. Es José quien da el nombre al Niño, y es precisamente al imponer el nombre cuando ejerce su autoridad de padre. El mandato del ángel es explícito: «Tú le pondrás por nombre Jesús» (Mt 1,21). En el mundo bíblico, imponer el nombre no es un acto meramente formal, sino la asunción de una responsabilidad permanente. Con este gesto, José se convierte en garante de la identidad y de la ubicación histórica del Hijo.

Sin él, la Encarnación quedaría como un acontecimiento suspendido, carente de arraigo jurídico. En cambio, por su fe y por su justicia, el Verbo entra no solo en la carne, sino también en la Ley, en la genealogía, en la historia concreta de un pueblo. Esto es lo que hace de la Navidad un acontecimiento verdaderamente encarnado, y no una simple sucesión de imágenes edificantes, con ángeles que cantan, un buey y un asno reducidos a calefactores escénicos y pastores que acuden jubilosos.

Todo ello permite afirmar con fundamento teológico que José, el hombre durante largo tiempo colocado en una prudente — y quizá también injusta — penumbra, es la figura a través de la cual el misterio de la Navidad adquiere consistencia histórica y jurídica. Es a través de él como el Verbo de Dios encarnado entra en la Ley, no para someterse a ella, sino para darle cumplimiento. No es casualidad que, más de treinta años después, durante su predicación, Jesús afirme con palabras de absoluta claridad:

«No penséis que he venido a abolir la Ley o los Profetas; no he venido a abolir, sino a dar cumplimiento» (Mt 5,17).

Cuando luego anunciará que este cumplimiento es Él mismo y que — como dirá el Apóstol Pablo — en Él se realiza el designio «de recapitular en Cristo todas las cosas, las del cielo y las de la tierra» (Ef 1,10), comenzará ya a vislumbrarse la sombra de la cruz, mientras intentarán lapidarlo: «Porque tú, siendo hombre, te haces Dios» (Jn 10,33). La sombra de la cruz aparecerá aún más definida en el gesto del Sumo Sacerdote que rasga sus vestiduras al oírle proclamarse Hijo de Dios (cf. Mt 26,65), representación plástica del hecho de que el cumplimiento de la Ley pasa ya por el rechazo y el sacrificio.

El Verbo de Dios se encarna por el de María, pero este es custodiado y protegido históricamente por José, aquel que protegió y custodió, junto a su esposa, al Hijo unigénito de Dios. No en sentido simbólico o devocional, sino en el sentido concreto y real de la historia: protegiendo a María, protegió al Hijo; protegiendo al Hijo, custodió el misterio mismo de la Navidad:

«Y el Verbo se hizo carne y habitó entre nosotros» (Jn 1,14).

Y todo ello sin que a ningún teólogo onírico, a ningún pietista ni a ningún fideísta — los mismos, para entendernos, que zapatean reclamando una «María corredentora» — se le haya pasado jamás por la mente reivindicar también para el Beatísimo Patriarca José el título de corredentor, igualmente debido y merecido, si se quisiera de verdad jugar hasta el final a la fanta-dogmática, después de haber perdido por completo la brújula cotidiana, la antigua y la nueva.

Desde la Isla de Patmos, 24 de diciembre de 2025

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