L’Abate di Solesmes e l’illusione di sintesi liturgica: tra soggettivismo e confusione dottrinale – The abbot of Solesmes and the illusion of liturgical synthesis: between subjectivism and doctrinal confusion – El Abad de Solesmes y la ilusión de síntesis litúrgica: entre subjetivismo y confusión doctrinal
L’ABATE DI SOLESMES E L’ILLUSIONE DI SINTESI LITURGICA: TRA SOGGETTIVISMO E CONFUSIONE DOTTRINALE
È vero che ciascuno di noi risponde di ciò che afferma, tuttavia, non è irrilevante il contenitore nel quale tali affermazioni vengono depositate, poiché anch’esso non è privo di significato. E forse, proprio per questo, una certa prudenza suggerirebbe di evitare che i più complessi temi della teologia sacramentaria vengano trattati, da un Abate benedettino, in contesti — come certi blog — che, per loro natura, risultano più inclini al prurito del gossip clericale che alla ricerca della verità.
— Theologica —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Il mio compianto amico Paolo Poli, indimenticabile maestro di teatro, con la sua consueta ironia disarmante, amava dire: «Gli uomini che si dichiarano bisessuali altro non sono che dei gay mascherati da eterosessuali».

E qui il lettore potrà legittimamente chiedersi che cosa c’entri un simile accostamento con la Sacra Liturgia. Di per sé nulla; tuttavia, sul piano analogico, non poco. Perché, quando si tenta di tenere insieme realtà tra loro non conciliabili mediante un artificio di sintesi, si finisce spesso per produrre non un’unità, ma una ambiguità. Questa è precisamente l’impressione che suscita la proposta avanzata dall’Abate di Solesmes, Dom Geoffroy Kemlin, nell’intervista rilasciata al blog Silere non possum: un tentativo di superare la frattura liturgica non attraverso un chiarimento teologico, ma mediante una composizione pratica che rischia di generare ulteriore confusione (Cfr. Intervista, qui).
Quando il Signor Abate afferma: «Credo che ciascuna delle sensibilità cattoliche debba accettare di fare un passo verso l’altra», introduce già un presupposto profondamente problematico: quello secondo cui la liturgia sarebbe in qualche modo espressione di “sensibilità” differenti, da armonizzare attraverso un compromesso. Ma la Sacra Liturgia non è il luogo delle sensibilità soggettive: è l’atto pubblico della Chiesa, nel quale si esprime oggettivamente la fede. L’unità liturgica, pertanto, non nasce dal compromesso tra sensibilità, ma dall’adesione alla medesima lex orandi che esprime la lex credendi.
Ancora più grave è quanto viene proposto sul piano concreto: «Il sacerdote potrebbe semplicemente scegliere di integrare elementi dell’antico messale…». E qui si tocca un punto decisivo. Il sacerdote non è padrone della liturgia, né gli è data facoltà di selezionare elementi rituali secondo criteri personali o di “arricchimento”. La Costituzione Sacrosanctum Concilium è chiarissima: il governo della liturgia dipende unicamente dall’autorità della Chiesa e nessuno, neppure il sacerdote, può aggiungere, togliere o mutare alcunché di propria iniziativa. Questo principio è stato ribadito con forza anche dall’Istruzione Redemptionis Sacramentum.
L’idea di una liturgia componibile, nella quale elementi diversi possano essere integrati a discrezione, contraddice dunque non solo la disciplina ecclesiale, ma la natura stessa della liturgia come atto ricevuto e non costruito. Per altro verso — mutatis mutandis — ci si colloca sul medesimo piano delle più disinvolte creatività liturgiche di certi ambienti neocatecumenali: là si danza attorno all’altare al suono dei bonghi, qui si intonano canti gregoriani in latino; ma il principio sottostante resta identico. Cambia la forma esteriore, non la logica che la genera.
Non meno problematica è l’affermazione secondo cui «la liturgia appartiene alla Chiesa». Espressione che, se non adeguatamente precisata, rischia di essere teologicamente fuorviante. La liturgia non è proprietà della Chiesa, né una sua produzione. Essa è anzitutto azione di Cristo, Sommo Sacerdote, che opera nel suo Corpo che è la Chiesa. Il soggetto primario della liturgia è Cristo stesso, come ricorda il Concilio Vaticano II: è Lui che agisce nei segni sacramentali e rende presente il mistero pasquale (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 7). La Chiesa non è padrona della liturgia, ma sua custode e serva, chiamata a riceverla fedelmente e a trasmetterla senza arbitrii, come ribadito con chiarezza dal magistero: «la liturgia non è mai proprietà privata di qualcuno, né del celebrante né della comunità nella quale si celebrano i misteri» (Redemptionis Sacramentum, n. 18).
Quando poi il Signor Abate richiama il Motu proprio Traditionis custodes sostenendo che esso mirava semplicemente a porre fine alle divisioni, mostra di non cogliere la portata reale del documento o, più semplicemente, di non averlo proprio compreso. Quel testo non si limita a un generico auspicio di unità, ma interviene precisamente per regolare e limitare l’uso del cosiddetto Vetus Ordo, proprio perché l’esperienza precedente aveva mostrato come la coesistenza di due forme rituali fosse diventata, in molti casi, fattore di divisione ecclesiale e non di comunione, ma quel che è peggio ― e purtroppo non di rado ― elemento di pretesto per vere e proprie lotte ideologiche. Dunque l’idea di risolvere il problema attraverso una fusione dei due ordines — inserendo elementi dell’uno nell’altro — non solo non affronta la radice della questione, ma rischia di aggravare la confusione, introducendo una forma di liturgia “a composizione variabile”, estranea alla tradizione cattolica e dalla stessa esplicitamente rigettata nel suo magistero: «è necessario riprovare l’audacia di coloro che arbitrariamente introducono nuove consuetudini liturgiche o fanno rivivere riti già caduti in disuso» (Mediator Dei, n. 58).
In questo senso, il richiamo a Dom Prosper Guéranger appare non solo inopportuno, ma paradossale. Il fondatore della restaurazione liturgica benedettina operò precisamente per ricondurre la pluralità disordinata dei riti diocesani francesi all’unità del rito romano. Nelle sue Institutions liturgiques egli difende con forza l’idea che la liturgia non è oggetto di invenzione locale, ma espressione organica della Tradizione della Chiesa universale. Il suo intento fu quello di restaurare l’unità, non di costruire sintesi ibride.
Il nodo reale, che l’intervista evita accuratamente di affrontare, è dunque un altro: la liturgia non è un campo di mediazione tra sensibilità, ma il luogo in cui la Chiesa riceve e trasmette una forma oggettiva della fede. Come ricorda il Magistero: «la regolamentazione della sacra liturgia dipende unicamente dall’autorità della Chiesa» (Sacrosanctum Concilium, 22), proprio perché essa non è disponibile alla libera manipolazione dei soggetti. E quando questa forma viene trasformata in oggetto di composizione, adattamento o integrazione selettiva, si scivola inevitabilmente in una forma di soggettivismo che svuota la liturgia della sua natura. Il problema non è la pluralità legittima, ma la perdita del senso della normatività liturgica e della sua radice teologica.
Quando la liturgia diventa il risultato di una sintesi costruita, essa cessa di essere ricevuta come dono e diventa prodotto di una mediazione umana. E allora sì, il rischio è quello di sostituire all’unità reale della Chiesa una unità apparente, ottenuta non nella verità della fede, ma nella negoziazione delle forme. Come ha scritto con lucidità Joseph Ratzinger: «la liturgia non nasce dalla nostra fantasia, non è il prodotto della nostra creatività, ma è qualcosa che ci precede e che dobbiamo ricevere» (Introduzione allo spirito della liturgia).
Duole poi che al Signor Abate Reverendissimo — di cui l’intervistatore ormai a corto di notizie rispolvera come fosse una news una lettera inviata dallo stesso al Sommo Pontefice il 25 novembre 2025 — sfugga anche questo elemento tutt’altro che secondario. Egli, infatti, dichiara: «La mia lettera al Papa è evidentemente soltanto un suggerimento. Avverto bene che deve ancora essere affinata e precisata. Spero che i vescovi continuino a riflettere su questo tema e facciano essi stessi delle proposte perché la Chiesa ritrovi l’unità tanto desiderata».
Il modo stesso in cui ci si rivolge al Romano Pontefice non è mai neutro. Nella tradizione della Chiesa, a lui non si parla come a un interlocutore tra pari, né gli si sottopongono “proposte” come se si trattasse di una materia opinabile affidata al confronto tra specialisti, né si offrono suggerimenti e consigli, se non sono espressamente richiesti da lui. Piuttosto ci si rivolge alla Santità di Nostro Signore con rispetto filiale, esponendo con umiltà osservazioni e desiderata, nella consapevolezza che il giudizio ultimo su ciò che riguarda la vita della Chiesa spetta unicamente a lui. Che, dunque, l’esponente di un’antica tradizione monastica bimillenaria non avverta neppure la delicatezza di questo registro ecclesiale, anzi presenti pubblicamente come «suggerimento» ciò che tocca il cuore stesso della vita liturgica della Chiesa, offre un indice significativo — e non poco preoccupante — del livello di confusione oggi diffuso anche in ambiti che, per loro natura, dovrebbero esserne immuni, non altro per storia, tradizione e, non ultimo, anche per elementare educazione ecclesiale.
Il tutto ci dà riprova che quando la competenza teologica viene sostituita da un approccio emotivo e conciliativo, la liturgia — che è il cuore della vita ecclesiale — finisce per essere ridotta a terreno di sperimentazione. E ciò che nasce come tentativo di unità si trasforma facilmente nella più sottile forma di disordine.
È infine vero che ciascuno di noi risponde di ciò che afferma; tuttavia, non è irrilevante il contenitore nel quale tali affermazioni vengono depositate, poiché anch’esso non è privo di significato. E forse, proprio per questo, una certa prudenza suggerirebbe di evitare che i più complessi temi della teologia sacramentaria vengano trattati, da un Abate benedettino, in contesti — come certi blog — che, per loro natura, risultano più inclini al prurito del gossip clericale che alla ricerca della verità. Questo dovrebbe indurre alla dovuta virtù di prudenza tanto l’Arcivescovo S.E. Mons. Renato Boccardo (cfr. Video-intervista qui), quanto il Vescovo S.E. Mons. Eduard Profittlich (cfr. Intervista qui), i quali, accettando di intervenire in simili contesti, finiscono — si spera senza piena consapevolezza — per avallare implicitamente il metodo e il tono di un blog che quotidianamente indulge in invettive contro dignitari e dicasteri della Santa Sede, nonché diocesi ed ecclesiastici giudicati non conformi al proprio gradimento soggettivo. Ma d’altronde: «Noi in Vaticano … qui in Vaticano …».
Dall’Isola di Patmos, 21 marzo 2026
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THE ABBOT OF SOLESMES AND THE ILLUSION OF LITURGICAL SYNTHESIS: BETWEEN SUBJECTIVISM AND DOCTRINAL CONFUSION
It is ultimately true that each of us is responsible for what he affirms; however, the medium in which such statements are placed is not irrelevant, for it too is not without meaning. And perhaps, precisely for this reason, a certain prudence would suggest avoiding that the most complex themes of sacramental theology be treated, by a Benedictine Abbot, in contexts — such as certain blogs — which, by their very nature, are more inclined to the unhealthy fascination with clerical gossip than to the search for truth.
— Theologica —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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My late friend Paolo Poli, an unforgettable master of theatre, with his usual disarming irony, used to say: “Men who declare themselves bisexual are nothing other than homosexuals disguised as heterosexuals.” And here the reader may legitimately ask what such a comparison has to do with Sacred Liturgy. In itself, nothing; yet, on an analogical level, quite a lot. For when one attempts to hold together realities that are not reconcilable through an artificial synthesis, one often ends up producing not unity, but ambiguity. This is precisely the impression conveyed by the proposal advanced by the Abbot of Solesmes, Dom Geoffroy Kemlin, in the interview granted to the blog Silere non possum: an attempt to overcome the liturgical fracture not through theological clarification, but through a practical composition that risks generating further confusion (article, here).
When the Reverend Abbot states: “I believe that each of the Catholic sensibilities should accept taking a step toward the other,” he already introduces a deeply problematic presupposition: namely, that the liturgy is in some way an expression of differing “sensibilities” to be harmonized through compromise. But Sacred Liturgy is not the realm of subjective sensibilities: it is the public act of the Church, in which the faith is expressed objectively. Liturgical unity, therefore, does not arise from compromise between sensibilities, but from adherence to the same lex orandi which expresses the lex credendi.
Even more serious is what is proposed on the practical level: “The priest could simply choose to integrate elements of the ancient missal…” Here we touch upon a decisive point. The priest is not the master of the liturgy, nor is he granted the faculty to select ritual elements according to personal criteria or for the sake of “enrichment.” The Constitution Sacrosanctum Concilium is absolutely clear: the regulation of the liturgy depends solely on the authority of the Church, and no one, not even the priest, may add, remove, or change anything on his own initiative. This principle has been forcefully reiterated by the Instruction Redemptionis Sacramentum.
The idea of a liturgy assembled at will, in which different elements may be integrated at discretion, therefore contradicts not only ecclesial discipline but the very nature of the liturgy as something received and not constructed. From another perspective — mutatis mutandis — one finds oneself on the same level as the most uninhibited liturgical creativity found in certain Neo-Catechumenal environments: there one dances around the altar to the sound of bongos, here Gregorian chants in Latin are intoned; yet the underlying principle remains identical. The external form changes, not the logic that generates it.
No less problematic is the statement that “the liturgy belongs to the Church.” An expression which, if not properly clarified, risks being theologically misleading. The liturgy is not the property of the Church, nor its production. It is first and foremost the action of Christ, the High Priest, who operates in His Body, which is the Church. The primary subject of the liturgy is Christ Himself, as the Second Vatican Council recalls: it is He who acts in the sacramental signs and makes present the Paschal mystery (cf. Sacrosanctum Concilium, 7). The Church is not the master of the liturgy, but its custodian and servant, called to receive it faithfully and to transmit it without arbitrariness, as clearly reaffirmed by the Magisterium: “the liturgy is never anyone’s private property, neither of the celebrant nor of the community in which the mysteries are celebrated” (Redemptionis Sacramentum, 18).
When the Reverend Abbot then invokes the Motu Proprio Traditionis custodes, claiming that it simply aimed at putting an end to divisions, he shows that he has not grasped the real scope of the document — or, more simply, that he has not understood it at all. That text does not merely express a generic aspiration to unity, but intervenes precisely to regulate and limit the use of the so-called Vetus Ordo, precisely because previous experience had shown that the coexistence of two ritual forms had, in many cases, become a factor of division rather than communion — and worse still, not infrequently a pretext for genuine ideological conflicts. Thus, the idea of resolving the problem through a fusion of the two ordines — inserting elements of one into the other — not only fails to address the root of the issue but risks aggravating the confusion, introducing a form of a liturgy of variable composition foreign to Catholic tradition and explicitly rejected by its Magisterium: “it is necessary to reprove the temerity of those who arbitrarily introduce new liturgical practices or revive rites already fallen into disuse” (Mediator Dei, 58).
In this sense, the appeal to Prosper Guéranger appears not only inappropriate but paradoxical. The founder of the Benedictine liturgical restoration worked precisely to bring the disordered plurality of French diocesan rites back to the unity of the Roman Rite. In his Institutions liturgiques, he strongly defends the idea that the liturgy is not the object of local invention but the organic expression of the Tradition of the universal Church. His aim was to restore unity, not to construct hybrid syntheses.
The real issue, which the interview carefully avoids addressing, is therefore another: the liturgy is not a field for mediation between sensibilities, but the place in which the Church receives and transmits an objective form of the faith. As the Magisterium recalls, “the regulation of the sacred liturgy depends solely on the authority of the Church” (Sacrosanctum Concilium, 22), precisely because it is not available for free manipulation by individuals. And when this form is transformed into an object of composition, adaptation, or selective integration, one inevitably slides into a form of subjectivism that empties the liturgy of its nature. The problem is not legitimate plurality, but the loss of the sense of liturgical normativity and of its theological foundation.
When the liturgy becomes the result of a constructed synthesis, it ceases to be received as a gift and becomes the product of human mediation. And thus, the risk arises of replacing the real unity of the Church with an apparent unity, obtained not in the truth of faith but in the negotiation of forms. As Joseph Ratzinger wrote with clarity: “the liturgy does not arise from our imagination; it is not the product of our creativity, but something that precedes us and that we must receive” (The Spirit of the Liturgy).
It is also regrettable that the Most Reverend Abbot — whose interviewer, now short of news, dusts off as though it were a news item a letter sent by him to the Supreme Pontiff on 25 November 2025 — should fail to grasp this element, which is by no means secondary. He, in fact, declares: “My letter to the Pope is evidently only a suggestion. I am well aware that it still needs to be refined and specified. I hope that the bishops will continue to reflect on this matter and that they themselves will make proposals so that the Church may rediscover the unity so greatly desired”.
The very manner in which one addresses the Roman Pontiff is never neutral. In the tradition of the Church, one does not speak to him as to an interlocutor among equals, nor does one submit “proposals” as though it were a matter open to debate entrusted to specialists, nor does one offer “suggestions” and advice unless they have been expressly requested by him. Rather, one addresses the Holiness of Our Lord with filial respect, presenting with humility observations and desiderata, in the awareness that the final judgment on what concerns the life of the Church belongs to him alone. That, therefore, a representative of an ancient monastic tradition spanning two millennia should fail even to perceive the delicacy of this ecclesial register, and indeed publicly present as a “suggestion” what touches the very heart of the Church’s liturgical life, offers a significant — and by no means reassuring — indication of the level of confusion today widespread even in circles which, by their very nature, ought to be immune to it, if only by reason of history, tradition, and, not least, elementary ecclesial decorum.
It is ultimately true that each of us is responsible for what he affirms; however, the medium in which such statements are placed is not irrelevant, for it too is not without meaning. And perhaps, precisely for this reason, a certain prudence would suggest avoiding that the most complex themes of sacramental theology be treated, by a Benedictine Abbot, in contexts — such as certain blogs — which, by their very nature, are more inclined to the unhealthy fascination with clerical gossip than to the search for truth. This should lead to the due virtue of prudence both the Archbishop H.E. Msgr. Renato Boccardo (cf. Here) and the Bishop H.E. Msgr. Eduard Profittlich (cf. Here), who, by agreeing to intervene in such contexts, end up — one hopes without full awareness — implicitly endorsing the method and tone of a blog that daily indulges in invectives against dignitaries and dicasteries of the Holy See, as well as dioceses and ecclesiastics deemed not to conform to its own preferences.
From the Island of Patmos, 21 March 2026
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EL ABAD DE SOLESMES Y LA ILUSIÓN DE SÍNTESIS LITÚRGICA: ENTRE SUBJETIVISMO Y CONFUSIÓN DOCTRINAL
Es, en definitiva, cierto que cada uno de nosotros responde de lo que afirma; sin embargo, el ámbito en el que tales afirmaciones se depositan no es irrelevante, pues tampoco este carece de significado. Y quizá, precisamente por ello, una cierta prudencia sugeriría evitar que los temas más complejos de la teología sacramental sean tratados, por un abad benedictino, en contextos — como ciertos blogs — que, por su propia n aturaleza, resultan más inclinados a la morbosa inclinación al chismorreo clerical que a la búsqueda de la verdad.
— Theologica —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Mi difunto amigo Paolo Poli, inolvidable maestro del teatro, con su habitual ironía desarmante, solía decir: «Los hombres que se declaran bisexuales no son otra cosa que homosexuales disfrazados de heterosexuales». Y aquí el lector podrá preguntarse legítimamente qué tiene que ver una comparación semejante con la Sagrada Liturgia. En sí misma, nada; sin embargo, en el plano analógico, no poco. Porque, cuando se intenta mantener juntas realidades no conciliables mediante un artificio de síntesis, se termina a menudo produciendo no una unidad, sino una ambigüedad. Esta es precisamente la impresión que suscita la propuesta formulada por el abad de Solesmes, Dom Geoffroy Kemlin, en la entrevista concedida al blog Silere non possum: un intento de superar la fractura litúrgica no mediante una clarificación teológica, sino a través de una composición práctica que corre el riesgo de generar ulterior confusión (articulo, aqui).
Cuando el Señor Abad afirma: «Creo que cada una de las sensibilidades católicas debería aceptar dar un paso hacia la otra», introduce ya un presupuesto profundamente problemático: que la liturgia sería, de algún modo, expresión de distintas “sensibilidades” que han de armonizarse mediante un compromiso. Pero la Sagrada Liturgia no es el lugar de las sensibilidades subjetivas: es el acto público de la Iglesia, en el que se expresa objetivamente la fe. La unidad litúrgica, por tanto, no nace del compromiso entre sensibilidades, sino de la adhesión a la misma lex orandi que expresa la lex credendi.
Aún más grave es lo que se propone en el plano concreto: «El sacerdote podría simplemente elegir integrar elementos del antiguo misal…». Aquí se toca un punto decisivo. El sacerdote no es dueño de la liturgia, ni tiene facultad para seleccionar elementos rituales según criterios personales o de “enriquecimiento”. La Constitución Sacrosanctum Concilium es clarísima: la regulación de la liturgia depende únicamente de la autoridad de la Iglesia, y nadie, ni siquiera el sacerdote, puede añadir, quitar o cambiar nada por iniciativa propia. Este principio ha sido reafirmado con fuerza también por la Instrucción Redemptionis Sacramentum.
La idea de una liturgia componible, en la que elementos diversos puedan integrarse a discreción, contradice, por tanto, no sólo la disciplina eclesial, sino la naturaleza misma de la liturgia como acto recibido y no construido. Por otro lado — mutatis mutandis — nos encontramos en el mismo plano que las formas más desinhibidas de creatividad litúrgica de ciertos ambientes neocatecumenales: allí se danza en torno al altar al son de los bongós, aquí se entonan cantos gregorianos en latín; pero el principio subyacente es idéntico. Cambia la forma exterior, no la lógica que la genera.
No menos problemática es la afirmación según la cual «la liturgia pertenece a la Iglesia». Expresión que, si no se precisa adecuadamente, corre el riesgo de ser teológicamente equívoca. La liturgia no es propiedad de la Iglesia, ni una producción suya. Es ante todo acción de Cristo, Sumo Sacerdote, que actúa en su Cuerpo, que es la Iglesia. El sujeto primario de la liturgia es Cristo mismo, como recuerda el Concilio Vaticano II: es Él quien actúa en los signos sacramentales y hace presente el misterio pascual (cf. Sacrosanctum Concilium, n. 7). La Iglesia no es dueña de la liturgia, sino su custodio y servidora, llamada a recibirla fielmente y a transmitirla sin arbitrariedades, como ha reiterado con claridad el Magisterio: «la liturgia nunca es propiedad privada de alguien, ni del celebrante ni de la comunidad en la que se celebran los misterios» (Redemptionis Sacramentum, n. 18).
Cuando el Señor Abad invoca después el Motu proprio Traditionis custodes, sosteniendo que este pretendía simplemente poner fin a las divisiones, demuestra no haber captado el alcance real del documento o, más sencillamente, no haberlo comprendido. Dicho texto no se limita a un genérico deseo de unidad, sino que interviene precisamente para regular y limitar el uso del llamado Vetus Ordo, porque la experiencia previa había demostrado que la coexistencia de dos formas rituales se había convertido, en muchos casos, en factor de división eclesial y no de comunión, y — lo que es peor — no pocas veces en pretexto para verdaderas luchas ideológicas. Por tanto, la idea de resolver el problema mediante una fusión de los dos ordines — insertando elementos de uno en el otro — no sólo no afronta la raíz de la cuestión, sino que corre el riesgo de agravar la confusión, introduciendo una forma de liturgia “de composición variable”, ajena a la tradición católica y explícitamente rechazada por su Magisterio: «es necesario reprobar la audacia de aquellos que arbitrariamente introducen nuevas costumbres litúrgicas o hacen revivir ritos ya caídos en desuso» (Mediator Dei, n. 58).
En este sentido, la referencia a Dom Prosper Guéranger resulta no sólo inadecuada, sino paradójica. El fundador de la restauración litúrgica benedictina trabajó precisamente para reconducir la pluralidad desordenada de los ritos diocesanos franceses a la unidad del rito romano. En sus Institutions liturgiques defiende con fuerza la idea de que la liturgia no es objeto de invención local, sino expresión orgánica de la Tradición de la Iglesia universal. Su propósito fue restaurar la unidad, no construir síntesis híbridas.
El verdadero nudo, que la entrevista evita cuidadosamente afrontar, es por tanto otro: la liturgia no es un campo de mediación entre sensibilidades, sino el lugar en el que la Iglesia recibe y transmite una forma objetiva de la fe. Como recuerda el Magisterio, «la regulación de la sagrada liturgia depende únicamente de la autoridad de la Iglesia» (Sacrosanctum Concilium, n. 22), precisamente porque no está disponible para la libre manipulación de los sujetos. Y cuando esta forma se transforma en objeto de composición, adaptación o integración selectiva, se cae inevitablemente en una forma de subjetivismo que vacía la liturgia de su naturaleza. El problema no es la pluralidad legítima, sino la pérdida del sentido de la normatividad litúrgica y de su raíz teológica.
Cuando la liturgia se convierte en el resultado de una síntesis construida, deja de ser recibida como don y pasa a ser producto de una mediación humana. Y entonces sí, el riesgo es sustituir la unidad real de la Iglesia por una unidad aparente, obtenida no en la verdad de la fe, sino en la negociación de las formas. Como escribió con lucidez Joseph Ratzinger: «la liturgia no nace de nuestra fantasía, no es el producto de nuestra creatividad, sino algo que nos precede y que debemos recibir» (El espíritu de la liturgia).
Duele además que al Señor Abad Reverendísimo — cuyo entrevistador, ya falto de novedades, desempolva como si fuese una noticia una carta enviada por él mismo al Sumo Pontífice el 25 de noviembre de 2025 — se le escape también este elemento nada secundario: El modo mismo en que se dirige uno al Romano Pontífice nunca es neutro. En la tradición de la Iglesia, no se le habla como a un interlocutor entre iguales, ni se le presentan “propuestas” como si se tratara de una materia opinable confiada al debate entre especialistas, ni se le ofrecen sugerencias y consejos, si no han sido expresamente solicitados por él. Más bien se acude a la Santidad de Nuestro Señor con respeto filial, exponiendo con humildad observaciones y deseos, en la conciencia de que el juicio último sobre lo que concierne a la vida de la Iglesia le corresponde únicamente a él. Que, por tanto, el representante de una antigua tradición monástica bimilenaria no perciba ni siquiera la delicadeza de este registro eclesial y, más aún, presente públicamente como «sugerencia» aquello que toca el corazón mismo de la vida litúrgica de la Iglesia, constituye un indicio significativo — y no poco preocupante — del nivel de confusión hoy extendido incluso en ámbitos que, por su propia naturaleza, deberían ser inmunes a ello, no sólo por historia y tradición, sino también, y no en último lugar, por una elemental educación eclesial.
Todo ello nos confirma que, cuando la competencia teológica es sustituida por un enfoque emotivo y conciliador, la liturgia — que es el corazón de la vida eclesial — acaba reducida a un campo de experimentación. Y lo que nace como intento de unidad se transforma fácilmente en la forma más sutil de desorden.
Es, en definitiva, cierto que cada uno de nosotros responde de lo que afirma; sin embargo, el ámbito en el que tales afirmaciones se depositan no es irrelevante, pues tampoco este carece de significado. Y quizá, precisamente por ello, una cierta prudencia sugeriría evitar que los temas más complejos de la teología sacramental sean tratados, por un abad benedictino, en contextos — como ciertos blogs — que, por su propia naturaleza, resultan más inclinados a la morbosa inclinación al chismorreo clerical que a la búsqueda de la verdad. Esto debería inducir a la debida virtud de la prudencia tanto al Arzobispo S.E. Mons. Renato Boccardo (cf. Video-entrevista aquí), como al Obispo S.E. Mons. Eduard Profittlich (cf. Entrevista aquí), quienes, al aceptar intervenir en tales contextos, terminan — esperemos que sin plena conciencia — avalando implícitamente el método y el tono de un blog que diariamente se entrega a invectivas contra dignatarios y dicasterios de la Santa Sede, así como contra diócesis y eclesiásticos considerados no conformes a su propio criterio subjetivo.
Desde la Isla de Patmos, 21 de marzo de 2026
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