«Io sono Roberto Bolle, non un pollo che razzola nel pollaio». Quei cattolici depressi e deprimenti che rinchiudono la morale dentro un preservativo e che considerano il sesso come centro dell’intero mistero del male

— Le Pagine di Theologica —

«IO SONO ROBERTO BOLLE, NON UN POLLO CHE RAZZOLA NEL POLLAIO». QUEI CATTOLICI DEPRESSI E DEPRIMENTI CHE RINCHIUDONO LA MORALE DENTRO UN PRESERVATIVO E CHE CONSIDERANO IL SESSO COME CENTRO DELL’INTERO MISTERO DEL MALE

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Un Tale mi invia questo messaggio: «Come promesso compatibilmente con i miei impegni ho provveduto a fare un video in risposta alle sue eterodosse affermazioni sulla contraccezione. Convinto che personalmente conosca cosa è sana dottrina e quindi da ritenersi e cosa da scartare. Certamente tornerà utile ai tanti fedeli che da anni ci seguono e che hanno l’obbligo di conoscere la verità su questioni di tale importanza». Dal canto mio intendo chiarire che se un laico accusa di eresia sulla pubblica piazza dei social media un ministro in sacris e un teologo, è quanto meno doveroso difendere la propria dignità di sacerdote e di studioso dalle false accuse di un soggetto rivelatosi alla prova dei fatti un teologo dilettante.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Dal disorientamento dottrinale della Chiesa al peccato dei preti e al riciclo dei laici. Prospetto di una cultura intransigente che mentre condanna santifica e mentre santifica condanna

— Le Pagine di Theologica —

DAL DISORIENTAMENTO DOTTRINALE DELLA CHIESA  AL PECCATO DEI PRETI E AL RICICLO DEI LAICI. PROSPETTO DI UNA CULTURA INTRANSIGENTE CHE MENTRE CONDANNA SANTIFICA E SANTIFICANDO CONDANNA

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Il “tollerante” moderno, invece, non si sacrifica per le proprie idee come farebbe l’idealista, anzi non si fa scrupoli a immolare chi ha idee contrarie alle sue, così come farebbe un dittatore nei riguardi dei suoi oppositori. Quanti martiri della tolleranza e dei diritti oggi esistono? Ma forse i martiri più numerosi sono coloro che vengono additati quali inconsapevoli seminatori d’odio proprio perché divergenti, portatori di un odio che non si vede perché presente solo nello sguardo del tollerante di turno che ha interesse a usare l’odio come strumento ideologico di controllo delle masse. 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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I.   UNA QUESTIONE DI PRINCIPIO

 

il crollo della volta della basilica di San Francesco in Assisi nel 1997 [cliccare sull’immagine per aprire il video]

Credo di non rivelare segreti inconfessabili se affermo che mantenersi cristiani cattolici, di questi tempi, non è affatto un’impresa semplice. Non si tratta tanto di conservare solamente una apparente identità tradizionale – per lo meno per quanto concerne il continente europeo – quanto il manifestare che Dio possiede ancora un certo diritto di cittadinanza nella vita degli uomini e che Cristo sia riconosciuto come evento fondativo e definitivo della rivelazione divina.

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Secondo un sondaggio del Pew Research Center [cf. QUI] condotto nel 2017 su un campione di 1.804 rispondenti, l’80% degli italiani si dichiara cristiano, il dato preoccupante riguarda invece la frequenza, infatti il 23% partecipa alle funzioni religiose almeno una volta a settimana, il 20% una volta al mese e il 34% ha una pratica molto meno assidua. Secondo altri dati relativi a una ricerca Ipsos del 2017, sempre in Italia, su 60.000 intervistati, i cattolici sono in diminuzione. Si passa dall’85,4% del 2007 al 74,4% del 2017. Uno studio più recente del 2018 dell’European Values Study l’84,4% degli italiani afferma genericamente di credere in Dio senza ulteriori utili specificazioni.

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Dati alla mano stiamo subendo una diminuzione drastica della fede cristiana ma quello che un sondaggio non potrà mai dire riguarda la motivazione teologica che rappresenta il vero motivo di tale diminuzione. La motivazione teologica che diventa pietra di scandalo su cui si infrangono le impietose statistiche risiede nel fatto che non si è più in possesso dello specifico del cristianesimo, cosicché siamo spesso smarriti, in balia di una forma di Alzheimer che ci rende incapaci di riconoscere la fede e di riconoscerci come credenti pronti a darne ragione, come esprime San Pietro nella sua prima epistola [cf. 1Pt 3,15-16].

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Faccio un esempio per essere più chiaro. Nessun ebreo, di ieri come di oggi, si sognerebbe mai di disconoscere l’Alleanza tra Dio e Abramo e soprattutto l’evento fondativo che ha unificato il popolo eletto durante la Pasqua di liberazione in Egitto. Nessun ebreo, sano di mente, metterebbe in dubbio che Dio è il Goel liberatore e riscattatore del popolo e che in Mosè ha reso possibile la salvezza contro il dominio del faraone d’Egitto. Sebbene questa fede sia stata messa a dura prova davanti ai terribili fatti di Auschwitz, la fede dei nostri fratelli in Abramo resta sostanzialmente immutata da secoli e diventa motivo di identità etnica e religiosa da celebrare con orgoglio in ogni nucleo familiare.

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Per noi cristiani, invece, avere una fede certa non è motivo di orgoglio ma di imbarazzo, spesso siamo i primi a considerarci intransigenti e fanatici quando proviamo ad elevarci al di sopra dalla mediocrità. Allora, per essere più digeribili agli occhi di chi ci guarda, preferiamo piuttosto colorarci di rosa e ostentare un amore universale che possiamo bellamente giustificare attraverso il discorso escatologico di Matteo 24,31-46 che – per inciso – secondo una corretta esegesi, non dovrebbe mai essere avulso dai successivi brani – narrati dal Santo Evangelista Matteo, prima la parabola delle Dieci Vergini [cf. Mt 25,1-13] e poi quella dei Talenti [cf. Mt 25,14-29] – con il rischio di far dire al testo sacro quello che proprio non intende dire.

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A testimonianza di ciò, porto un esempio a sostegno delle mie parole. Quante volte ci è capitato di sentire predicare dai pulpiti sull’amore? Quante volte l’amore è stato usato come slogan e passe-partout per giustificare tutto anche l’ingiustificabile e l’irragionevole? Quante volte nel nome dell’amore si sono operate scelte del tutto scellerate espressione del più emotivo sentimentalismo e della più seducente passionalità? Il termine cristiano di charitas rimanda a Dio, secondo l’insegnamento dell’apostolo Giovanni: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» [cf. 1Gv 4,7-8]. Triste è la consapevolezza nel verificare che questo “amore” così fortemente pubblicizzato oggi viene deprivato della presenza di Dio Trinità e utilizzato come alibi attraverso cui si normalizza il peccato fino ad esaurirsi in atteggiamento esclusivamente filantropico e utilitaristico. Questo atteggiamento d’impoverire la charitas dalla persona di Dio non è un vizio moderno infatti, forti di quel detto sapienziale nihil novum sub sole [nulla di nuovo sotto il sole] la storia del cristianesimo ha già conosciuto questa degenerazione del concetto di amore fin dai suoi primi secoli.

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Nel 361 d.C. l’imperatore Giuliano l’Apostata, si oppone strenuamente al cristianesimo operando una politica di paganizzazione del popolo e di ritorno al pensiero neoplatonico. Del cristianesimo conserverà solo l’attività caritatevole e l’attenzione al prossimo che cerca di innestare all’interno dell’anti-Chiesa pagana da lui progettata. La storia ci dice che il tentativo risultò inattuabile, il paganesimo decadente, così come l’ateismo moderno assunto a religiosità d’élite, non poté competere con l’autentico amore di Dio che in Cristo consta della caratteristica dell’eroicità fino al sacrificio della vita e nello Spirito Santo della caratteristica della missionarietà che è la causa prima di ogni azione virtuosa. L’amore, affinché sia autenticamente cristiano, non deve fare solo il bene, ma deve condurre al dono totale di sé, anche con quelle persone e in quelle situazioni non amabili, in virtù del fatto che se la giustizia del discepolo non supera quella del mondo, non c’è quel di più che è indice di perfezione e garanzia della presenza dello Spirito del Padre, come indica il Santo Evangelista Matteo [cf. Mt 5,20]. L’amore cristiano è quella virtù teologale che si riconosce in Dio e conduce a Lui, annuncia la salvezza all’anima, converte dal peccato e spalanca le porte del paradiso.

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Dopo questa necessaria divagazione sulla relazione Dio-amore, ritorniamo alla ricerca delle domande di senso che interpellano la nostra fede. Chi è Gesù? Cosa è venuto a fare nel mondo? Sono le domande fondamentali eppure, nella maggioranza dei casi, restano degli interrogativi inevasi per tanti ragazzi che frequentano il catechismo e per tanti giovani cristiani. La situazione non muta di molto se dovessimo sottoporre tale quesito agli adulti, ai genitori di questi ragazzi, oppure ai loro nonni che, tragico a dirsi, si stanno avviando verso un analfabetismo religioso di ritorno che sfocia verso un vero e proprio ateismo pratico.

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Ormai per sapere chi è Gesù Cristo ci rassegniamo ad interrogare i vari laicisti di tendenza che sui social e in televisione con aria sussiegosa dettano la nuova Cristologia à la page con l’aggravante che la Chiesa, quella ufficiale, quella deputata al controllo della retta dottrina, che dovrebbe confermare i fratelli nella fede, tace. E anche quando parla, cercando di mettere assieme una raffazzonata e pallida smentita, lo fa con poco convincimento tanto da far sospettare che certe affermazioni eretiche si siano guadagnate una certa simpatia anche all’interno dei sacri palazzi.

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Possiamo dire, a questo punto, che il dogma è andato in crisi? Assolutamente no. Chi è andato in crisi è un certo établissement ecclesiastico fatto di pastori e teologi che hanno perso – loro sì – la bussola della fede e che fanno sempre più ricorso alla categoria di “mistero” cercando di nascondersi dietro a un paravento, visto che non sanno più dare ragione della fede e della speranza che è in loro, il tutto è racchiuso nella prima e seconda epistola di San Pietro e nel Vangelo di San Giovanni [cf. 1Pt 3,15; 2Pt 1,16-19; 1 Gv1, 1-4]. In questo modo, perse le due virtù teologali di fede e speranza, ciò che rimane, l’amore, assume i connotati della modernità e della ricerca del consenso a qualunque costo.  Avete mai fatto caso che l’ammodernamento della persona di Cristo, della Chiesa, del Magistero, della morale, della formazione del clero e della sua identità è sempre stato portato avanti dai paladini dell’amore e nel nome dell’amore? Siamo arrivati al paradossale, in cui la corruzione dottrinale della Chiesa è all’insegna del vessillo dell’amore! Quell’Amore che, è necessario ribadire, si è fatto carne e ha dato la sua vita per l’uomo peccatore, insomma al danno anche la beffa. Al culmine di questo sbandamento dottrinale si somma anche l’atto sacrilego di voler confondere o associare Dio con il peccato. Ma se intendiamo restare fedeli a Cristo e alla Chiesa Cattolica, così come ha fatto San Thomas Becket con il suo martirio, dobbiamo resistere e la resistenza cristiana non si realizza al canto di “Bella Ciao”, ma dell’Exultet Pasquale che ci ricorda che Cristo è Dio, Signore e Sovrano, vincitore del peccato.

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Se, in ultima analisi, essere cristiani significa entrare dentro la vita intima di Gesù Cristo, e lasciare che sia Lui a regnare come sovrano indiscusso della mia esistenza – verità ribadita ogni anno durante la solennità di Cristo Re al termine dell’anno liturgico – forse è bene riconoscere che qualche cosa è andato storto oppure ci troviamo davanti a un grande fraintendimento. La fede è innanzi tutto una adesione dell’uomo a Dio e al tempo stesso e in modo inseparabile, è l’assenso libero a tutta la verità che Dio ha rivelato e che trova in Gesù Cristo la piena, definitiva e completa rivelazione del mistero salvifico di Dio (cf. Dominus Iesus).

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Perciò, riconosciamo candidamente che sia noi sacerdoti, così come i cosiddetti cristiani impegnati – quelli che per intenderci militano in movimenti ecclesiali, si riconoscono come attivisti all’interno della vita sociale e politica del paese, che aiutano in parrocchia, che praticano una certa carità – nella migliore delle ipotesi stiamo perseguendo un cristianesimo secondario, di confine o di periferia che agli occhi dei più maliziosi si palesa come un cristianesimo di facciata.

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Con questo termine individuiamo una certa cultura cristiana estremamente variegata e complessa che trascura il fine ultimo e soprannaturale della fede che consta della salvezza dell’anima, ignora la lotta spirituale al peccato e l’apertura alla grazia divina insieme alla necessità di permanere all’interno di una fede divina cattolica osservata all’interno di una comunità di fede che si riconosce all’interno della Chiesa di Roma.

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Tale cristianesimo secondario dissipa largamente la figura del sacerdote reinventandolo come manager, un solerte curatore di museo e impiegato sociale regolarmente retribuito e con orari di lavoro variabili. Stessa dissipazione si riscontra tra i laici, in coloro che non si identificano più nella categoria dei fedeli (fedeli poi a chi e a che cosa? mah!) e che per questo scelgono di ibridarsi in modelli di cristianesimo che trasformano tutti in figure mitologiche difficilmente conciliabili all’interno di un cammino di fede e di una vita che nel battesimo e stata consegnata a Dio.

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È senza dubbio urgente ribadire una questione di principio: l’essenza del cristianesimo risiede all’interno di quella parolina che Gesù pronuncia diverse volte nel Vangelo di Giovanni [cf. Gv 8,24; 8,28; 8,58; 13,19; 18,5] per designare sé stesso: è quell’Io Sono – in greco ἐγὼ εἰμί, ego eimi –, che è garanzia di identità divina [cf. Es 3,14-15] e di salvezza per ogni creatura.

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È la scelta totalizzante di quell’Io divino che mette in crisi e che, come si evince dalla lettura di Jacob Neusner nel suo libro «Un rabbino parla con Gesù», costituisce la grande differenza tra l’Israele Eterno e il Nuovo Israele costituito dal popolo dei battezzati redenti dalla Passione di Cristo e dalla sua Risurrezione.

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Il mio io identitario deve essere in grado di riconoscere il mistero di Dio, quell’Io Sono a cui spetta il primo posto [cf. Lc 14,25-33] e che mi disarciona al suolo [cf. At 22,8] e atterrisce ogni qual volta presumo di possederlo e gestirlo a mio piacimento [cf. Gv 18,6], il tutto, si trova racchiuso nei vangeli di San Luca e San Giovanni.

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Chi è Gesù? Gesù è Dio, come ci indicano vari passi delle sacre scritture, in particolare il Santo Evangelista Luca, per seguire con il Vangelo di San Giovanni e l’epistolario paolino [cf. Lc 22,70; Gv 1,1.14; Gv 5,18; Gv 8, 58; Fil 2,6; Col 2, 9; Col 1,15; Eb 1,3], è il Signore [cf. Rm 10,9; Gv 20, 28; Lc 23,39-43; Fil 2,11], è il rivelatore autentico del Padre [cf. Gv 10, 30; Gv 5,22-23; Gv 14,8-11], e per tali motivi nessuno può prescindere da tali verità rivelate senza consumare un tradimento, operare un rinnegamento, senza sentirsi scandalizzato o iniziare una guerra santa; il tutto sempre con riferimento al Vangelo di San Giovanni. Questo Uomo-Dio è venuto per salvare il mondo dai peccati [cf. Mt 1,21], affinché l’uomo abbia la vita bella e non una bella vita [cf. Gv 10,10] e nel vivere sul serio sia definitivamente privato dal cancro del peccato [cf. Eb 2,14-15] e reso giusto nel sangue di Lui [cf. Rm 5,9; 8,33]. Non ci sono alternative, la gelosia divina dell’Antico Testamento [cf. Dt 5,6-10] si coniuga con la scelta totalizzante di Cristo e la sua persona è l’unica scelta di comunione possibile che produce frutti di novità di vita [cf. Mt 12,30; Lc 5,38].

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Gesù Cristo è così ingombrante che non è possibile metterlo a tacere, da duemila anni il suo nome risuona sulla terra e la sua fedeltà si dimostra stabile quanto il cielo [cf. Sal 89,3]. Tutto ancora parla di Lui: dal calendario alle feste, dalle tradizioni civili all’etica, dall’arte alla musica; la storia, la geografia, il modo di computare il tempo e perfino il vasto cosmo e la natura testimoniano che Egli è Dio e che è Signore. Anche davanti a coloro che intendono perniciosamente negarlo, rifiutarlo, fino a farlo scomparire del tutto si deve ammettere il merito involontario – così come è stato per i demoni [cf. Mc 5,6; Lc 4,34; At 19,15] – di un riconoscimento kerigmatico, in cui la sua maestà e potenza non vengono minimamente messe in discussione.

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E mentre Cristo si proclama e si afferma, viene ribadita la sua maestà, il suo ruolo chiave che Egli svolge nella storia dell’uomo, sebbene quest’ultimo il più delle volte si nasconda dalla sua presenza come fece Adamo [cf. Gn 3,9-10] o desideri come Nietzsche compiere un parricidio che spezzi l’angosciosa dipendenza dal partner divino, promettendo più ampie libertà.   

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II. CRISI DI FEDE, CRISI DOTTRINALE, CRISI MORALE

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La questione di principio che ho voluto affrontare nel primo paragrafo di questo articolo ci aiuta a capire meglio la condizione di crisi cronica che da cinquant’anni a questa parte intacca come tarlo la solidità della Chiesa. È una crisi su diversi fronti quella che interessa gli aspetti del credere nell’attuale contingenza storica. Dalla dottrina alla pastorale, dalla morale alla spiritualità, dalla testimonianza quotidiana al modo di interpretare il martirio, tutto poggia su una fede traballante, dove Cristo non è più Dio e il suo ruolo non è più quello di Salvatore. Attenzione bene, affermare l’esistenza di una fede malferma non equivale a dire che non esista più una fede in generale o che coloro che credono lo fanno in modo malizioso o interessato. Le statistiche ci testimoniano come ancora circa l’80% delle persone si dichiara cristiana, ma il fatto di dichiararsi non è ancora ragion sufficiente che conduce al credere. I beati apostoli Pietro, Andrea e Giovanni si sono visti più volte redarguire da Nostro Signore per la loro fede in Lui non ancora sufficientemente matura e aperta alla grazia. E tutti gli altri, sebbene identificati come i discepoli del Nazareno, non hanno esitato ad abbandonarlo al momento della Passione, sconfessando con le opere quello che proclamavano apertamente. Con altre parole possiamo dire che la registrazione del nome sul registro parrocchiale dei battesimi non ci rende cristiani credenti e credibili. Tali considerazioni ci conducono a capire come una fede di tal fatta e un credo di tal genere non aggiungono nulla e non tolgono nulla all’esistenza dell’uomo. Con le parole del Vangelo di Giovanni possiamo dire che la fede conduce essenzialmente verso un dimorare là dove Gesù è presente [cf. Gv 1,38; 15,4-ss]. Nel dimorare in Lui si verifica quel di più che conduce verso una cristificazione della vita che, sebbene opera della grazia, ha bisogno comunque del concorso umano e dell’esercizio del libero arbitrio.

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Come non riconoscere in Karl Rahner e nella trovata dei “cristiani anonimi” la magistrale furbizia di una moderna religiosità apparente che, di fronte a una malferma proposta di fede, ha portato molti a ritenere che è molto meglio tenersi quanto più lontano possibile da tutto ciò che è cristiano (e forse anche cattolico) preferendo impiegare il tempo in modo più fruttuoso invece di ricorrere ad un Dio che non si conosce più per nome e che si è conservato solo come presenza formale. Queste persone più che “cristiani anonimi” – anonimi poi per chi visto che Dio chiama sempre tutti per nome [cf. Is 43,1; 45,4] – dovrebbero essere detti “atei dogmatici”, in quanto non sentendo l’esigenza di credere nel Dio di Gesù Cristo vivono già dentro una fede atea che si alimenta e campa di dogmatisti propri. Fateci caso, nessuno è più dogmatico e intransigente dell’ateo convinto, che afferma strenuamente ciò che per lui non dovrebbe esistere, e combatte ciò in cui non crede più. Così come nessuno e più attaccato alle tradizioni cristiane di colui che ha dismesso la pratica religiosa da anni e vive di lontani ricordi e nostalgie. Dogmatismi, rigidità, nostalgie e stili sclerotici di fede sono gli alimenti di scarto di cui il cristianesimo secondario voracemente si nutre, ma poiché indigesti vengono quanto prima rigurgitati all’approssimarsi di ogni evangelica novità.

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Bisogna ribadire che la fede cristiana tout court è una pia illusione, se non consta di una teologia della salvezza ben consolida. Cristo non è solo il Dio verso cui credere ma è il Salvatore e il Redentore dell’uomo, colui per il quale la salvezza entra nel mondo e l’uomo si affranca dalla schiavitù del peccato [cf. Mt 1,21; Mc 2,7]. La fede priva della salvezza è mutilata e per sopravvivere viene indirizzata e identificata verso altre discipline del sapere umano, come la filosofia, la psicologia, la sociologia, l’antropologia, la medicina, verso un nuovo umanesimo di impronta atea che manifesta la sua hýbris nel presumere di salvare la fisicità dell’individuo ― lotta alla povertà, alla fame, alle malattie, alle guerre ― e di conservare il creato ― gretinismo, ecologismo, pseudo francescanesimo comunista ― ricostituendo una verginità primigenia oramai perduta, tutto a scapito di un’anima divina immortale che è stata creata da Dio e che a Dio ritornerà dopo la morte. Anzi se vogliamo dirla tutta, questa falsa hýbris che ha combattuto in passato il peccato originale e ancora oggi lo combatte, sottrae all’uomo il senso stesso del peccato introducendo dei luoghi di controllo esterni in cui ricercare il capro espiatorio buono a giustificare ogni avversità e contrarietà. Purtroppo, l’uomo è creato per Dio e senza di lui il suo cuore non trova la pace [cf. Agostino, Le Confessioni, 1,1.5], senza senso del peccato e senza bisogno di redenzione, quello che avanza è il senso di colpa che schiaccia e deprime la povera umanità moderna. Molti deresponsabilizzati, sono incapaci di operare un vero e sincero esame di coscienza – anche in vista di una confessione sacramentale – che induca al riconoscimento della colpa e alla ricerca di redenzione dall’unico che è in grado di darla.

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Alcuni preferiscono scaricare sul Diavolo la colpa di tutti i rovesci personali, liquidando ingenuamente la questione sulle spalle dello spirito del male ― che qui si assume come luogo di controllo esterno ― senza ricordarsi che il tentatore [cf. Gn 3, ss] per consumare la caduta dell’uomo ha avuto bisogno del suo consenso. Insomma, attenuanti su attenuanti, facili e improbabili per una umanità oltre il limite dello sbando.

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Per distogliere l’attenzione da questa triste verità che conduce verso un pessimismo che definire leopardiano suonerebbe come un eufemismo, si inventano delle opposizioni, delle distrazioni di massa in lotta tra loro. E come al tempo degli antichi romani si gareggiava nel Colosseo per tenere buono il popolo affamato, così oggi si gareggia tra fazioni contrapposte per divagare le menti: i tradizionalisti contro progressisti, i papisti contro i sedevacantisti, i lefebvriani contro i modernisti, i guelfi contro ghibellini, i cristiani di destra contro i cristiani di sinistra, i sacerdoti secolari contro i sacerdoti regolari, insomma l’elenco potrebbe ancora allungarsi e continuare all’infinito con l’inclusione dei movimenti ecclesiali che concorrono per aggiudicarsi la palma del migliore se già la questione non fosse di per sé stessa sufficientemente tragica.

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Davanti a questo panorama la Chiesa gerarchica, quella dei pastori con l’odore delle pecore, dei sacerdoti pauperisti, delle lobby che speculano su migranti, integrazione e accoglienza spinta cosa fa? L’esercizio della leadership più avvalorata oggi dal clero non poggia più sull’autorevolezza della fede ragionevole, che apporta motivazioni fondate sulla necessità credere e del perché è necessario credere. La leadership di molti tra noi sacerdoti – basta ascoltare qualche omelia o catechesi per rendersene conto – è infarcita da buonismo democratico e da uno stile che definirei “parlamentare” in cui le cose vengono decise per elezione attraverso l’autorità della maggioranza e se qualche cosa mette in pericolo il pensiero dominante è subito pronta una mozione o una interpellanza per ribaltare la situazione a proprio favore.

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Stile politico parlamentare è anche quello dei nostri vescovi che sono pronti a dissociarsi dai propri sacerdoti, visti come battitori da inquisizione, quando cercano di educare i fedeli ai principi della dottrina e della morale, anche semplicemente citando il catechismo. Accanto agli atti di dissociazione spinta si annoverano le scuse facili verso tutte quelle categorie di persone che non collimano con il pensiero del Vangelo. La tecnica di tramutare il nemico in amico attraverso un love bombing [bombardamento d’amore] che si fa carico dell’assunzione di colpe facili e inesistenti è il nuovo paradigma per essere inclusivi nella carità. Poco importa se l’apostolo ci ricorda che la carità deve fuggire le finzioni [cf. Rm 12,9] ed esercitarsi nella Verità anche quando questa risulta scomoda e inopportuna ai più.

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Noi sacerdoti 3.0 nella nuova versione aggiornata, assorbiti dal ruolo manageriale di curatori di museo con stipendio fisso, senza la paternità da parte dei nostri pastori e senza una fede solida che ci contraddistingua come profeti davanti al mondo, siamo facile preda del fomite della sensualità. I sensi obnubilati da una vita più in sintonia con il mondo che con Cristo Salvatore del mondo, ci espongono a delle criticità che si individuano attraverso l’esercizio di una sessualità disordinata, di una possessività che esprime il peggio di sé nella gestione del denaro, e nell’incapacità di portare avanti relazioni significative con le persone senza contare il mantenimento dispotico del potere che si avvicina molto alla conservazione dei privilegi della peggior casta.

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Parlando di sessualità è necessario fare un distinguo. Ho parlato di sessualità proprio per diversificarla dalla genitalità, infatti i due termini nella morale cristiana si ascrivono a due aspetti diversi. Sebbene gli aggettivi sessuale e genitale vengono oggi usati come sinonimi, non lo sono. Identifichiamo con il termine sessuale la persona nel suo essere maschio o femmina, nei suoi comportamenti maschili o femminili, nel suo modo di esprimere la mascolinità o la femminilità e nel differente e originale stile di comunicare l’amore. Con il termine genitale, invece, si intende ciò che si riferisce più propriamente agli apparati genitali, alla loro anatomia e fisiologia, al compito unitivo e procreativo che la dottrina cattolica continua risolutamente a considerare uniti.

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La realtà genitale, così osannata dalla modernità, è compresa in quella sessuale la quale è più ampia, completa e tipicamente umana. Siamo troppo preoccupati di cogliere in fallo i sacerdoti per un abuso riguardante la genitalità da non accorgerci che esiste un grande scollamento nella pratica di quella sessualità che è parte integrante e imprescindibile della figura del presbitero. Tanto è vero che il termine “padre”, con cui chiamiamo comunemente i sacerdoti del clero regolare, è indice proprio dell’esercizio di una sana sessualità maschile come dimostrazione di una paternità spirituale che è tesa all’accompagnamento e alla santificazione del popolo di Dio. Ecco perché dai sacerdoti si richiede anzitutto una acclarata e comprovata mascolinità che permetta loro di esprimere al meglio l’esercizio della loro sessualità nell’essere padri amorosi e autorevoli.

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Il modo di amare che conosce nella sessualità e nella mascolinità il proprio linguaggio, può esprimersi attraverso due modi differenti e antitetici: attraverso una possessività asfissiante che vuole consumare l’altro e operarne un controllo oppure attraverso una libertà dialogante che non teme l’altro e si propone di amarlo così com’è, tanto da farlo maturare e crescere così come vediamo accadere nell’incontro tra Gesù e la Samaritana [cf. Gv 4,1-26]. Gesù nel relazionarsi con il sesso femminile è diverso dalla maggioranza degli uomini del suo tempo che usano, abusano e oggettivizzano la donna per avere da lei qualcosa in cambio. In Cristo si concretizza quell’amore libero e liberante del Padre che testimonia il vero amore per ogni realtà creata. Il prete, come alter Christus, non può mortificare questo amore liberante e libero che è costituzionale alla propria sessualità e natura. È necessario evitare i compromessi che alternano tra sublimazioni compensative, disordini e deviazioni patologiche. La libertà del sacerdote nell’amore, che è esplicitazione di una vita celibataria, casta, povera e obbediente ad immagine del Redentore, è condizione teologica e profetica che non si può comprendere se non in funzione del Regno e di quella vita escatologica piena in cui tutte le relazioni saranno assunte e trasfigurate in Dio [cf. Mt 19,12; Mc 12,25].

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Anche nell’utilizzo del denaro e nell’esercizio del potere è possibile rintracciare un’espressione della sessualità umana che può rivelarsi equilibrata, matura e informata dalla grazia oppure dispotica, narcisistica e assoggettata ai desideri egoistici del mondo. Il modo di gestire e custodire i beni che ci sono stati affidati – dalla cura del creato al modo di lavorare all’interno del creato – comunica o meno l’incontro totalizzante con Dio che si ama e serve a partire da tutto ciò che c’è stato affidato in funzione del bene comune. Ostentare il successo e il potere, attraverso un uso disumano e strumentale delle ricchezze, è una costante che ritroviamo abbastanza diffusa nella storia dell’uomo, a volte si tratta di una gratificazione immediata, altre volte di un vero e proprio culto idolatrico verso le cose e verso il proprio io. Tra i discepoli di Gesù Cristo, però, non vige la logica del regno umano ma sovrasta incontrastato l’imperativo: «Fra voi non è così» [cf. Mc 10,43]. Non dobbiamo essere così ingenui da pensare che la ricchezza e il potere costituiscano oggettivamente dei mali in sé – così come è avvenuto in alcuni movimenti pauperistici o in certe ideologie dell’Ottocento e del Novecento –, è necessario valutare con attenzione l’utilizzo che se ne fa. Il Vangelo non accusa mai il ricco in quanto tale, se non in riferimento a una non condivisione e a un uso solipsistico che dimentica i gemiti del povero [cf. Lc 16,19-31], e gli stenti della vedova [cf. Mc 12,41-44]. Così, mentre la ricchezza umana diviene funzionale all’onesto sostentamento e mantenimento, la ricchezza del Regno spalanca le porte del paradiso e assicura il possesso di Dio [cf. Lc 12,16-21].

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Ogni potere e autorità deriva da Dio ed è dono suo [cf. Sir 33,23; Ger 1,10; Gv 19,10-11; Rm 13,1-2; Ap 2,28]. Questo concetto era piuttosto conosciuto nell’antichità tanto da avvalorare la tesi – che alcuni autori hanno sostenuto [cf. S. Paolo, S. Agostino, De Civitate Dei, Jacques-Bénigne Bossuet] – secondo la quale era possibile costruire un vero e proprio principio giuridico che legittimasse i governanti a governare sugli uomini facendo le veci di Dio. Sia nel governo civile come in quello religioso l’obbedienza a colui che deteneva il potere era interpretata come obbedienza diretta a Dio. Questa tesi così formulata consta di due imprecisioni. La prima consiste nel non considerare il fatto che qualunque potere e autorità terrena non è immune da quella ferita del peccato originale che corrompe ogni potere e autorità in dispotismo e dittatura. La seconda imprecisione consiste nel tralasciare l’aspetto trinitario della questione considerando solamente la persona del Padre come detentore esclusivo dell’autorità e del potere escludendo la partecipazione del Figlio e dello Spirito Santo.

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Solo facendosi obbedienti al Padre, così come lo è stato Cristo, è possibile trovare la strada sicura per evitare le corruzioni del potere e le deviazioni dell’autorità [cf. Mt 4,1-11]. Il sacerdote, partecipando dell’autorità di Cristo derivante dalla sacra ordinazione, è anch’esso ammesso al governo e all’esercizio di un potere che esprime un’autorità. Così come, dopo il battesimo, Cristo è condotto nel deserto dallo Spirito Santo per divenire messia di salvezza secondo lo Spirito del Padre e non secondo lo spirito del mondo, così il sacerdote nell’esercizio del potere e dell’autorità è chiamato ad imitare il Maestro che nel servire l’altro si è reso servo, culminando la sua diaconia con il sacrificio della vita a favore degli uomini [cf. Mc 10,42-45] e rimettendo nell’orto degli ulivi qualsiasi potere nelle mani del Padre [cf. Mt 26,39; 26,42; Mc 14,36; Lc 22,42] dando compimento a quella kenosis che iniziò con l’incarnazione. L’autorità sacerdotale ripercorre la diaconia del Figlio, si alimenta della volontà del Padre e possiede l’unzione dello Spirito Santo per la santificazione dei fratelli e per la conferma della fede ricevuta con il battesimo.

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III. UNA SOCIETÀ LIQUIDA, DEBOLE E IMPERFETTA

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La società occidentale in cui viviamo, dove il cristiano è chiamato a compiere il suo pellegrinaggio terreno e dove manifesta la sua coraggiosa testimonianza di fede, assomiglia sempre più a un terribile Moloch che domanda l’appagamento di continui sacrifici e che si auto attribuisce il diritto di essere adorato come una divinità. Poco importa se poi tali sacrifici si pagano attraverso il prezzo di vite umane sconclusionate e di anime oramai frammentate e smarrite, perse nel non senso dell’esistenza. Una società strana, la nostra, che si compiace di essere narcisisticamente contemplata tanto da assomigliare a una terribile matrigna che pretende dai suoi figli molto di più di quanto riesce effettivamente a dare.

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Una matrigna anaffettiva, perché di grembo sterile, che si adorna di parole così come farebbe con monili che sbrilluccicano di significati altisonanti come nel caso dell’amore, della tolleranza, della benevolenza, della comprensione e dei diritti. Tale visione fallimentare di mondo era stata già preannunziata da Cristo ai suoi discepoli nel Vangelo: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia» [cf. Gv 15,18-19]. Cristo e i suoi discepoli non sono del mondo, pur vivendo la dimensione temporale del mondo ma non la sua essenza. Il segno efficace consiste nel fatto che il Verbo di Dio si è fatto carne [cf. Gv 1,14], la Parola divina si è resa umana, al contrario di quanto capita oggi in cui molte delle parole umane vengono divinizzate e assolutizzate. Tuttavia, questo Moloch societario apparentemente invincibile e divinizzato possiede già un termine stabilito, proprio per il semplice fatto che il “principe e dio di questo mondo” [cf. Gv 12,31; 2Cor 4,4] è stato definitivamente sconfitto.

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A questo punto del discorso è utile introdurre il tema dell’idolatria, questo ci servirà a comprendere alcune criticità societarie importanti che quotidianamente viviamo. Parlare di idolatria, nel tessuto sociale, non è per nulla secondario, anzi possiamo dire che tale atteggiamento si ripresenta ciclicamente e sistematicamente proprio quando diminuisce il senso del “Sacro” che include orizzonti molto più ampi e diversificati rispetto al semplice riferimento al divino. A questo proposito sarebbe interessante studiare la decadenza dei popoli proprio in relazione alla crisi e alla scomparsa del “Sacro” dalla vita dell’uomo. Per il momento è sufficiente solo accennarlo in attesa di un più puntuale e competente approfondimento futuro.

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Chiariamo subito un fatto: l’idolatria, in realtà, è una delle tante maschere con cui l’ateismo si dissimula davanti alla società e al mondo. Parlare di idolatria e ateismo sembra un controsenso ma non lo è. Nella Bibbia, per esempio, si conosce bene il peccato di idolatria ma non quello di ateismo, come mai? La risposta è semplice: l’uomo antico così come quello biblico non è assolutamente un uomo ateo. È necessario partire della lapalissiana constatazione che nessun’uomo nasce naturalmente ateo, la scintilla della sua origine divina pungola l’uomo dalla sua nascita, fino alla sua morte e lo spinge alla ricerca del senso della propria esistenza e di una verità che lo trascende.

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L’ateismo visibile, quello praticato di questi tempi, è la degenerazione dell’idolatria che dismette le vesti del sacro. L’ateismo è il frutto ingannevole che si è costituito all’interno di alcune epoche storiche e che attraverso la Rivoluzione Francese, l’Età dei Lumi, il pensiero Positivista si è andato sempre più concretizzando attraverso le filosofie dell’Ottocento e del Novecento assieme a ben determinati movimenti gnostici che hanno dichiarato guerra al Cristianesimo e in modo specifico al Cristianesimo Cattolico.

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L’ateismo, paradossalmente, si nutre di quel modo di vivere dissociato che è ben visibile ai nostri giorni e che sempre più assume dei tratti patologici, illudendosi di condurre tutti verso un progresso illimitato. L’uomo moderno occidentale si trova ad annaspare in questo modello societario ― illudendosi spesso e volentieri di aver raggiunto traguardi eccelsi di civiltà e di umanizzazione ― un volto di una comunità umana che si delinea sempre più nitidamente come il volto di una societas imperfecta e che ha già iniziato a presentare un conto salatissimo.

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Questa società imperfetta che si definisce e si fa conoscere proprio a partire dai suoi dogmatisti così intransigenti e dalle sue consapevolezze marcatamente fideistiche da rivelarsi spesso scriteriate. Lo sdoganamento del relativismo gnoseologico ed etico con cui leggere e interpretare la realtà che ci circonda, l’ottimismo diffuso di una certa tipologia di scienza che pretende di rispondere ai gemiti di senso più intimi del cuore dell’uomo, le rivoluzioni nell’ambito della tecnologia e della comunicazione, insieme alla presunzione di costituire un nuovo ordine mondiale che possa unificare ogni credo, conducono inesorabilmente al fallimento poiché di fatto si ripercorre in chiave moderna quel peccato antico che commisero i costruttori della Torre di Babele (cf. Gn 11,1-9). L’ateismo è così il distillato di una volontà idolatrica privata del senso del sacro che pretende di farsi un nome prescindendo dal proprio Creatore [cf. Gn 11,4].

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Questa panoramica sociale, così dolorosamente concreta ma purtuttavia reale, si può spiegare attraverso una frase del teologo domenicano p. Réginald Garrigou-Lagrange [1877-1964] che dice: «La Chiesa è intransigente sui principi, perché crede, è tollerante nella pratica, perché ama. I nemici della Chiesa sono invece tolleranti sui principi, perché non credono, ma intransigenti nella pratica, perché non amano. La Chiesa assolve i peccatori, i nemici della Chiesa assolvono i peccati» [cf. Dieu, son existence et sa nature, Paris 1923, p. 725]. Quale senso dare a queste parole del buon p. Réginald Garrigou-Lagrange in relazione a una società liquida e destabilizzata come la nostra? Quale filo conduttore unisce i tratti della debolezza, dell’imperfezione, dell’idolatria atea tanto da produrre una realtà apparentemente liberale ma segretamente intransigente e a tratti spietata e contraddittoria?

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Il ragionamento del teologo domenicano ci aiuta a comprendere come questa società prima di essere nemica di Dio e della Chiesa è anzitutto nemica di sé stessa. Difatti, è più propensa ad intraprendere più facilmente la ricerca di una tolleranza che uniforma e appiattisce i propri simili che non una ricerca della verità che conduce verso differenti alterità, fino a raggiungere l’alterità trascendentale che rappresenta l’autentico nucleo della fede e del rapporto con Dio. Oggi, se avete fatto caso al modo di condurre alcuni dibattiti e discussioni, il modo più sicuro per mettere l’avversario alle corde e quindi farlo tacere, consiste essenzialmente nel tacciarlo di intolleranza. L’accusa di mancata tolleranza è quel capo d’imputazione che non ammette verità oggettiva, che non tiene conto del vissuto personale, della storia e della tradizione dei popoli. L’accusa di intolleranza si declina attraverso la censura, il divieto su realtà che non possono essere dette, conosciute o semplicemente testimoniate. Oggi, è possibile essere considerati intolleranti in molti modi ed essere provocati su diversi ambiti quali ad esempio la fede e la religione, la razza e l’etnia, la sessualità e la genitalità, i costumi e le tradizioni, la politica e il mondo civile e tanto altro ancora.

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Nel gioco delle contrapposizioni, escamotage che ho già avuto modo di analizzare in questo articolo, professare la fede mi rende ad esempio una persona intollerante e violenta. Affermare la legge morale naturale sul matrimonio mi dona una visibilità da fanatico integralista medievale, coltivare e potenziare le radici tradizioni e culturali di un popolo mi rende un pericoloso nemico della globalizzazione e dell’inculturazione. Coloro che noi oggi chiamiamo con l’appellativo di intolleranti sono in realtà dei divergenti, eroi che non si allineano al pensiero unico e perciò necessitano di essere visti come nemici da neutralizzare. Se ci fate caso i migliori esponenti del pensiero liberale, tollerante e garantista peccano innumerevoli volte di atteggiamenti illiberali, violenti e intransigenti degni del miglior regime dispotico dittatoriale.

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Il “tollerante” moderno, invece, non si sacrifica per le proprie idee come farebbe l’idealista, anzi non si fa scrupoli a immolare chi ha idee contrarie alle sue, così come farebbe un dittatore nei riguardi dei suoi oppositori. Quanti martiri della tolleranza e dei diritti oggi esistono? Ma forse i martiri più numerosi sono coloro che vengono additati quali inconsapevoli seminatori d’odio proprio perché divergenti, portatori di un odio che non si vede perché presente solo nello sguardo del tollerante di turno che ha interesse a usare l’odio come strumento ideologico di controllo delle masse. La tolleranza moderna non rivendica perciò solo i diritti ma anche la dispersione dell’odio. Da meno di un decennio, la tolleranza ha contratto un felice matrimonio con il termine di derivazione greca fobìa. Attraverso questo termine vengono generati i migliori cavalli di battaglia della tollerante societas imperfecta quali l’omofobia, l’islamofobia, la xenofobia e altri ancora. Cito questi tre esempi solo perché sono quelli più praticati dai mezzi di comunicazione sociale, televisione, radio e giornali … Ci rendiamo conto che tutto questa impalcatura non ha il minimo senso è che non è possibile portare avanti un discorso di tolleranza che sia legato esclusivamente a un diritto deprivato dei doveri e di un timore che sia antidoto all’odio? Invocare la tolleranza facendo leva sui diritti ed escludendo i doveri costituisce una visione di mondo che si regge sull’egocentrismo, in cui tutto diventa lecito basta che assecondi i diritti personali veri o presunti.

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D’altro canto, chiamare in causa la tolleranza davanti all’odio facendo leva sul sentimento del timore dell’altro è da stolti, in quanto questo significherebbe dire che basta generare un allarme per scongiurare un male. In questo imponente zibaldone è difficile riuscire a trovare il bandolo della matassa tanto da ricondurre tutto a un’origine certa e sicura. Il prospetto di una cultura sociale intransigente che mentre condanna santifica e santificando condanna appare più simile a un paradosso che rammenta il dio romano Giano il quale, avendo una “doppia faccia”, è l’immagine perfetta del compromesso, del trasformismo, dell’unione degli opposti.

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Oggi la maschera di Giano trionfa sui volti del mondo che percorrono le strade delle nostre città e paesi, delle nostre piazze e centri commerciali, dei palazzi del potere e delle chiese. Un Giano senza età che si veste in abiti maschili e femminili o all’occorrenza neutri, che indossa il velo, la talare, il saio, la sottana filettata di viola o di rosso ma che è sempre lui, il serpente antico che non si stanca di muovere guerra con l’empia pretesa di dimostrare che Dio si è sbagliato nel dare fiducia all’uomo.

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Laconi, 4 agosto 2019

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Gabriele Giordano M. Scardocci
Dell'Ordine dei Frati Predicatori
Presbitero e Teologo

( Cliccare sul nome per leggere tutti i suoi articoli )

Oltre l’utopia e il disincanto: la speranza cristiana oggi

— Theologica —

OLTRE L’UTOPIA E IL DISINCANTO: LA SPERANZA CRISTIANA OGGI

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La speranza cristiana, oggi deve farsi largo con molto impegno e fatica tra le nuove esperienze di millenarismo, fra le pretese di escatologia politica del protestantesimo statunitense, la narrazione apocalittica del jihadismo in Occidente, fino alle strane esperienze della religiosità New Age e del Calendario Maya conclusosi il 21 dicembre del 2012. Da questi estremismi, come quasi un toccare il fondo di noia dell’immanenza, ci possiamo spostare verso ben altra dimensione, quella che ci apre le porte alla prospettiva della speranza cristiana.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Il teologo domenicano Daniele Aucone

Daniele Aucone, sacerdote e teologo domenicano della provincia romana Santa Caterina da Siena [cf. vedere QUI], già autore de La questione della comunità tra filosofia e Teologia [Ed. Nerbini, cf. QUI] propone al pubblico di studiosi e ricercatori il suo ultimo libro, Oltre l’utopia e il disincanto – La speranza cristiana oggi, frutto anche del lavoro di dissertazione dottorale in teologia [Ed. Angelicum University Press, cf. QUI].

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Il tema centrale del testo è la speranza, come si evince dal titolo; l’autore cerca di delineare e individuare in essa traiettorie feconde [cf. pag. 10] per rinvigorire l’annuncio di questo tema assai caro alla teologia cattolica. Speranza che per i credenti risiede nel volto e nell’incontro di Gesù Cristo.

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Il testo si divide in due parti: nella prima parte il Padre Daniele Aucone si sofferma a scandagliare la società e la cultura occidentale e la prospettiva dell’attesa, a partire da diversi autori: Kojève e Zizek fra gli altri. Nella seconda parte, invece, egli si sofferma a generare una prospettiva teologico-sistematica della speranza, facendosi aiutare da diversi autori fra i quali Theobald, Durand e Mendoza – Alvarez.

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l’ultima opera del teologo domenicano Daniele Aucone

La prima parte può definirsi strictu sensu come una descrizione di un “urlo” della società post-moderna che, ormai tramontate le speranze mondane, si racchiude fra rassegnazione, disillusione e nuove paure.

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Alexander Kojève, nella veste di interprete del fine della storia in senso hegeliano, spalanca le porte ad una ricerca di immortalità terrena. Slavko Žižek allora conduce una analisi della prossimità del punto zero, in cui si porge una apocalittica di tipo classico in cui vive solo una panoramica di scenari di panico. In questa prima parte, ci sembra molto interessante, anche per il lettore meno esperto di materia filosofica, la accurata sezione che narra le nuove esperienze di millenarismo: fra le pretese di escatologia politica del protestantesimo statunitense, la narrazione apocalittica del jihadismo in Occidente, fino alle strane esperienze della religiosità New Age e del Calendario Maya conclusosi il 21/12/12. Da questi estremismi, come quasi un toccare il fondo di noia dell’immanenza, finalmente l’autore può effettuare una transizione e spostarsi verso la prospettiva della speranza cristiana. Scrive il Padre Daniele Aucone:

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«In questo contesto di disagio dell’Occidente contemporaneo infatti, ma anche di ricerca di senso e di direzione, è chiamato a inserirsi il messaggio della speranza cristiana quale attesa dell’incontro definito con il Risorto come τέλος [N.d.R. telos, “scopo”, “fine”] e  πέρας [peras: “illimitato”, “infinito”] della storia». [cit. pag. 114].

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La speranza è allora un dono, un generare un desiderio all’Homo Desiderans, oltre la pretesa postmoderna di una vita liquida, per fondare saldamente una vita degna nel tempo della Fine. È speranza che infine permette di fuggire dalla tirannia del tutto e subito, di un’attesa del tempo definitivo fondata sulla memoria resurrectionis; infine, spunto molto interessante che l’Autore riprende dal teologo Roberto Repole: la speranza intesa come Pensiero Umile ed apertura alla prospettiva della Rivelazione, oltre il pensiero debole vattimiano, ma senza neanche pretendere di risolverla del tutto, oltre l’impensabile ritorno ad un pensiero forte: la speranza è radice di un pensiero umile [cit. pag. 116].

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Nella analisi della sezione biblica, si chiarifica abbondantemente il senso della apocalittica nell’orizzonte esegetico attuale, mostrando come l’analisi dell’ultimo libro della Bibbia, lungi da prospettive circa «la fine del mondo» vuole invece mostrare come ci siano varie fini, che chiudono diverse epoche storiche; e al tempo stesso l’Apocalisse svela un narcisismo di fondo dell’uomo contemporaneo, che nasconde una profonda instabilità esistenziale [cit. pag. 126].

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la precedente opera del teologo domenicano Daniele Aucone

A partire dagli studi di Cristoph Theobald, il Padre Daniele Aucone propone infine il Cristianesimo come stile di vita col quale abitare e vivificare il mondo; ciò è possibile perché esso genera legami di fraternità oltre lo spazio e il tempo, che superano l’individualismo attuale. [cit. pag. 142]. Nella sezione teologica, egli si lega al pensiero del confratello domenicano Emanuel Durand che offre riflessioni interessanti sulla teologia della Provvidenza. Per molti credenti si è infatti notato che la fede nel Dio Creatore non portava ad una profonda attenzione alla sua opera di provvidenza, anche nel più piccolo quotidiano. Con il Padre Emanuel Durand c’è il recupero di una teologia della provvidenza in cui, l’uomo è fondato da una continua relazione vivente con Dio. Il Signore della creazione, ne conclude quindi il nostro Autore insieme al teologo domenicano Emanuel Durand, agisce tramite fenomeni puramente naturali, oltre che in quelli miracolistici: la provvidenza ha dunque un’azione nel necessario e nel contingente: nulla sfugge alla mano invisibile, materna e al tempo stesso collaborante con l’uomo del Dio Trinitario [cit. pag. 163].

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Interessantissimi sono infine i cinque spunti finali sulle attuali missioni ecclesiali, che compongono l’ultimo capitolo: una nuova missionarietà della Parola [cit. pag. 267], una evangelizzazione nel soffio dello spirito [cit. pag. 270], una attenzione per una ecologia umana integrale [cit. pag. 273], una formazione alla fraternità e comunione [cit. pag. 277] e infine una trasfigurazione del tempo mediante la celebrazione liturgico – sacramentale [cit. pag. 281].

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Il libro è vivamente consigliato agli appassionati della teologia, oltre che agli addetti ai lavori per la una ventata di novità circa la speculazione teologica sulla speranza e l’escatologia, in grado di uscire dagli schemi classici e proporsi anche in confronto con la cultura attuale. Soprattutto, gli spunti circa le missioni ecclesiali possono essere fonte per una meditazione personale, oltre che speculativa, anche per gettare linee guida pastorali.

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Roma 27 maggio 2019

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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C’erano una volta l’Eucaristia ed il Sacerdozio Cattolico, poi giunsero Kiko Argüello e Carmen Hernandez fondatori del Cammino Neocatecumenale … e l’eresia si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi

 — i saggi di Theologica —

C’ERANO UNA VOLTA L’EUCARISTIA E IL SACERDOZIO CATTOLICO, POI GIUNSERO KIKO ARGÜELLO E CARMEN HERNÁNDEZ FONDATORI DEL CAMMINO NEOCATECUMENALE … E L’ERESIA SI FECE CARNE E VENNE AD ABITARE IN MEZZO A NOI

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INDICE: I. Eresia non è una parola indecente e dare dell’eretico a chi cade e permane in eresia sostanziale e formale non è un insulto, ma una semplice constatazione di fatto — II. Il primo equivoco da sfatare: se il Cammino Neocatecumenale si è sviluppato sotto i pontificati di due Sommi Pontefici Santi, questo lo rende per caso santo e dogma intangibile della fides catholica? — III. I Neocatecumenali prendono vita sulla crisi di autorità della Chiesa e si sviluppano sotto il pontificato di Giovanni Paolo II dopo avergli presentata la famiglia de Il Mulino Bianco — IV. Il Cammino Neocatecumenale ha resa nuovamente attuale la vecchia eresia degli albigesi, senza che l’autorità ecclesiastica ponesse freno al fatto che l’Eucaristia non è un bene privato di cui essi possano disporre a proprio piacimento — V.  Quando la Chiesa trova tutte le scuse per non ascoltare le vittime di vario genere, alla fine finisce col ritrovarsi con i cardinali alle sbarre dei tribunali penali, ma anche in tal caso seguita imperterrita a non ascoltare — VI. La grande menzogna dei dirigenti del Cammino Neucatecumenale: affermare che la Chiesa ha riconosciute e pienamente legittimate le loro stramberie liturgiche e catechetiche — VII. A rendere sano un movimento bastano le tante brave persone che lo formano? sono sufficienti le testimonianze di chi afferma: «Nel Cammino mi sono convertito», «Nel Cammino mi sono riavvicinato alla Chiesa»? VIII. Il Pontefice regnante non ha tardato a lanciare anch’esso precisi richiami ai kikos ed ai mega-catechisti del Cammino Neocatecumenale ottenendo l’effetto ottenuto dai suoi tre predecessori: orecchi da mercante — IX. I Neocatecumenali sono la negazione del sapiente spirito missionario della Chiesa, ed anziché portare nuove genti al Cattolicesimo fanno nuovi adepti al Neocatecumenalesimo — X. Il Cammino Neocatecumenale è una psico-setta nella quale si annulla il senso critico dopo avere invasa la coscienza degli adepti e mutando la crassa ignoranza e la superbia in un dono di elezione dello Spirito Santo — XI. Al grave problema della errata percezione della Santissima Eucaristia si unisce la errata percezione del Sacerdozio, specie tra il sacerdozio comune dei battezzati ed il sacerdozio ministeriale di Cristo al quale partecipano solo i ministri in sacris dotati di un munus triplice: docendi, regendi, sanctificandi — XII. Conclusione.

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Autore:
Ariel S. Levi di Gualdo

Prima di avviarci nel lungo discorso è necessario chiarire il significato della parola eresia. La necessità del chiarimento è dovuta al fatto che all’interno della Chiesa stessa si è insidiata da tempo una neolingua, com’ebbi modo di spiegare anni fa in uno dei primi articoli su questa nostra Isola di Patmos [2014, vedere QUI], ed a seguire poi in una mia cosiddetta lectio magistralis [vedere video, QUI]. Neolingua non vuol dire solo dar vita a nuove parole, o cosiddetti neologismi, ma compiere un’operazione persino peggiore: dare alle parole un significato diverso da quello ch’esse etimologicamente hanno. Lo svuotamento delle parole dal loro significato riempite di tutt’altri significati, è un fenomeno di grave pericolosità che prende sviluppo prima, durante e dopo la Rivoluzione Francese. Un esempio esaustivo è dato dai concetti di libertà, uguaglianza e fraternità, che sono dei suffissi fondanti del Cristianesimo, non un’invenzione della Rivoluzione Francese. Principi che però, sul finire del Settecento, ed appresso nel corso di tutto l’Ottocento, si muteranno in principi antitetici al Cristianesimo, per di più usati per colpire e per tentare d’affossare il Cristianesimo stesso […]

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Torna su L’Isola di Patmos Carlo Magno con un quesito di Cristo Signore: «Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, chi dite che io sia?»

La penna d’oca di Carlo Magno

TORNA SU L’ISOLA DI PATMOS CARLO MAGNO CON UN QUESITO DI CRISTO SIGNORE: «CHI DICONO GLI UOMINI, LE FOLLE CHE IO SIA? E VOI, CHI DITE CHE IO SIA?»

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La Speranza cristiana non è un immaginifico e obnubilante «Sol dell’ Avvenire» né il «glorioso futuro» predicato da tutti gli aspiranti dittatori di ogni tempo. Non è neppure un mondo nuovo forgiato dalla cultura di un dialogo fra falsi e imbonitori. Non è neppure, infine, il regno misericordiante che profeti di menzogna invocano, a piacimento e sempre più spesso a sproposito, sulle immani tragedie della Storia e l’immutabile lordura del mondo. La Speranza cristiana ha invece — come insegna Sant’Agostino d’Ippona — ancora un solo nome ha e un solo certo avvenire annuncia: Cristo!

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Autore
Carlo Magno

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Io Karl der Große, noto come Carolus Magnus, conosciuto universalmente come Carlo Magno, battezzato nella fede in Cristo Gesù nella Santa Madre Chiesa Cattolica nella Città di Aquisgrana, in un giorno di non pochi anni fa, correndo all’epoca l’Anno del Signore 742; io che dunque a buon e legittimo titolo scrivo in quanto parte di quel Corpo Mistico e Storico che solo è di Cristo, e del quale mi reputo con convinzione «la meno onorevole delle sue membra» ma che proprio per questo umilmente credo che, come scrive l’Apostolo «Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre» [I Corinzi 12, 24-25].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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I Vangeli non ci riferiscono gli esiti di un sondaggio Gallup né un estemporaneo focus group di Gesù di Nazareth con i suoi discepoli, prima, e con gli Apostoli, poi.

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Gesù, al contrario, sfida gli uomini [οι άνθρωποι, Marco 8, 27 e Matteo 16, 13] e le folle [οι όχλοι, Luca 9, 18] con il messaggio stesso, essenziale, radicale e, non da ultimo, inquietante e drammatico del Logos cristiano.

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Scriveva Romano Guardini:

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«Il cristianesimo infatti non è una teoria della Verità, o una interpretazione della vita. Esso è anche questo, ma non in questo consiste il suo nucleo essenziale. Questo è costituito da Gesù di Nazareth, dalla sua concreta esistenza, dalla sua opera, dal suo destino, cioè da una personalità storica. […] Non lUmanità o l’umano divengono in tal caso importanti, ma questa Persona. Essa determina tutto il resto, e tanto più profondamente e universalmente quanto più intensa è la relazione» [L’essenza del Cristianesimo, 1984, p. 23].

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L’essenza della Fede cristiana risiede, in verità, nella risposta che l’uomo individualmente e collettivamente offre a questa essenziale domanda con cui Gesù di Nazareth sfida heri, hodie et semper [cfr. Lettera agli Ebrei 13, 8] l’individuo e le società.

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La Fede, la Speranza e la Carità cristiane non hanno né il loro fondamento né la loro prima e ultima ragione in neutrali valori di tolleranza, convivenza, solidarietà, accoglienza e universale armonia degli uomini e dei popoli.

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La Fede cristiana non è un cangiante contenuto, secondo le mode e i bisogni del tempo, ma un unico, immutabile, vitale e salvifico incontro.

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«Sei andato, ti sei lavato, sei venuto all’altare, hai cominciato a vedere ciò che prima non eri riuscito a vedere. Cioè, mediante il fonte del Signore e l’annuncio della sua passione, i tuoi occhi si sono aperti in quel momento. Tu, che prima sembravi acce­cato nel cuore, hai cominciato a vedere la luce dei sacramenti» [Sant’Ambrogio, De Sacramentis I, 3,15].

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La Speranza cristiana, poi, non è un immaginifico e obnubilante «Sol dell’ Avvenire» né il «glorioso futuro» predicato da tutti gli aspiranti dittatori di ogni tempo. Non è neppure un mondo nuovo forgiato dalla cultura di un dialogo fra falsi e imbonitori. Non è neppure, infine, il regno misericordiante che profeti di menzogna invocano, a piacimento e sempre più spesso a sproposito, sulle immani tragedie della Storia e l’immutabile lordura del mondo. La Speranza cristiana ha invece — come insegna Sant’Agostino d’Ippona — ancora un solo nome ha e un solo certo avvenire annuncia: Cristo!

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«E come è diventato la nostra speranza? Perché è stato tentato, ha patito ed è risorto. Così è diventato la nostra speranza. In lui puoi vedere la tua fatica e la tua ricompensa: la tua fatica nella passione, la tua ricompensa nella resurrezione. È così che è diventato la nostra speranza. Perché noi abbiamo due vite: una è quella in cui siamo, l’altra è quella in cui speriamo. Quella in cui siamo ci è nota, quella in cui speriamo ci è sconosciuta […]. Con le sue fatiche, le tentazioni, i patimenti, la morte, Cristo ti ha fatto vedere la vita in cui sei; con la resurrezione ti ha fatto vedere la vita in cui sarai. Noi sapevamo solo che l’uomo nasce e muore, ma non sapevamo che risorge e vive in eterno. Per questo Cristo è diventato la nostra speranza nelle tribolazioni e nelle tentazioni, ed ora siamo in cammino verso la speranza» [Enarrationes in Psalmos, 60, IV]. 

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La Carità cristiana, poi, non è un vacuo amalgama di buone intenzioni né il contenuto indifferenziato di una illusoria fraternità cosmica e, neppure, il precetto fondante di un mondano ordine globale, piacevolmente amoreggiante e lietamente intriso d’opere presunte come buone.

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Ancora, una volta, è sempre e solo il riconoscimento della Persona di Cristo che fonda e radica nell’umana vicenda l’unico ed essenziale Amore possibile: «Se non credi, infatti, non ami. Così, cominciando dalla fine e risalendo al principio, disse perciò l’Apostolo: Pace e carità, unita alla fede. Diciamo noi: Fede, carità e pace. Credi, ama, regna. Se infatti credi e non ami, non hai ancora diversificato la tua fede dalla fede di quelli che tremavano e dicevano: Sappiamo chi sei, il Figlio di Dio. Tu, perciò, ama; perché la carità unita alla fede stessa ti conduce alla pace. Quale pace? La pace vera, la pace piena, la pace reale, la pace sicura; dove non esiste sciagura, nemico alcuno. Questa pace è il fine di ogni buon desiderio. Carità unita alla fede; e sei vuoi dire così, dici bene. Fede unita alla carità» [Sant’Agostino, Sermones 168, II, 2, 9].

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Fede, Speranza e Carità, dunque, sole e solo in Cristo aprono all’umanità e alla Storia l’unico possibile orizzonte di Salvezza: «Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» [Romani 10, 9].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La questione posta da Gesù di Nazareth non è solo essenziale ma altresì radicale e, per la sua stessa natura, oltremodo divisiva. Non è né una domanda aperta né un quesito a multiple choices. Al contrario, esige un’opzione radicale!

«Il cristianesimo afferma che per l’incarnazione del Figlio di Dio, per la sua morte e la sua risurrezione, per il mistero della fede e della grazia, a tutta la creazione è richiesto di rinunciare alla sua — apparente — autonomia e di mettersi sotto la signoria di una Persona concreta, cioè di Gesù Cristo, e di fare di ciò la propria norma decisiva» [Romano Guardini, Ibidem, p. 26].

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L’unica radice e fonte dell’annuncio cristiano non risiede in un ostentato pietismo e in una grottesca e ben pubblicizzata accozzaglia di buoni propositi per l’Umanità e l’umano.

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La Persona di Cristo — ebbene sì, diciamolo una volta e per tutte e con sano rigore intellettuale, ancor prima che cristiano! — è divisiva nella sua radicale verità su Dio e sull’uomo!

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«Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» [Matteo 10, 32-36].

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L’originale radice e l’esclusiva fonte del Logos cristiano è, infatti, il Verbo stesso fatto carne e fatto sangue per la vita eterna e per la resurrezione finale.

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Nei Vangeli in Marco e Matteo, la domanda segue il racconto della moltiplicazione dei pani, che è direttamente evocato agli ascoltatori: «Non ricordate? Quando spezzai i cinque pani per i cinquemila, quante ceste piene di frammenti portaste via?» [Marco 8, 19]; «Non capite ancora? Vi siete dimenticati dei cinque pani che bastarono per i cinquemila uomini e delle sporte che raccoglieste?» [Matteo 16, 9].

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In Luca, il racconto del medesimo evento precede immediatamente l’interrogativo di Gesù: «Allora Gesù, presi i cinque pani e i due pesci e levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e dei pezzi loro avanzati portarono via dodici ceste” [Luca 9, 16-17].

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In Giovanni, infine, non c’è l’esplicita domanda di Gesù, ma è messa in evidenza la reazione di “molti dei discepoli” all’annuncio  che: «chi si ciba della mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. La mia carne è infatti vero cibo e il mio sangue è vera bevanda» [Giovanni 6, 54-55]. «Da quel momento», infatti, «molti dei discepoli si ritrassero indietro e non camminavano più con lui» [Giovanni 6, 66]. Diviene, pure, una sfida aperta ai restanti: «Volete pure voi andarvene?» [Giovanni 6, 67].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La risposta a questa domanda risolve il conturbante dramma di ogni tempo umano, travagliato dal Male Assoluto e dal male individuale.

La risposta a questa domanda risolve le sconvolgenti tragedie che in ogni tempo e luogo sgorgano e sempre sgorgheranno dai limiti stessi dell’umana natura, decaduta e decadente, sempre esposta alle lusinghe della corruzione intellettuale e morale, e perennemente in balia «dell’omicida fin dal principio», «del menzognero e padre della menzogna» [Giovanni 8, 44] e del “principe di questo mondo” [Giovanni 14, 30].

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Gesù il Cristo pone se stesso e realmente nel suo Corpo donato e nel suo Sangue effuso — Corpo, Sangue, Anima e Divinità — ben al di là e al di sopra di ogni fisica legge, l’unico alimento di reale sussistenza per l’uomo e l’umanità e l’unica vera bevanda di liberazione e salvezza.

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Questo vero e solo Nutrimento, Gesù stesso invita i discepoli a invocare: «τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον», il pane di noi ultra-sostanziale, «δὸς ἡμῖν σήμερον», tu da a noi quotidiano.

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«Dunque tutto abbiamo in Cristo […]» — scrive ancora Sant’Ambrogio — «e Cristo è tutto per noi. Se vuoi curare una ferita, egli è medico; se sei riarso dalla febbre, egli è la fonte; se sei oppresso dall’iniquità, egli è giustizia; se hai bisogno di aiuto, egli è la forza; se temi la morte, egli è la vita; se desideri il cielo, egli è la via; se fuggi le tenebre, egli è la luce; se cerchi cibo, egli è l’alimento» [De Virginitate, 99].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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L’interrogativo di Gesù si colloca, poi, nel momento più drammatico della Rivelazione Divina. È l’interrogativo del vero Uomo e Unico Dio che «mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, rende duro il suo volto incamminandosi verso Gerusalemme» [Luca 9, 51].

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La risposta alla sua domanda, infatti, diventa sulla bocca del sommo Sacerdote lo stesso drammatico e tremendo atto d’accusa che conduce alla condanna a morte e alla spietata esecuzione sul patibolo della Croce: «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio? Rispose Gesù: Sono io! Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: Avete sentito la bestemmia, che ve ne pare? Tutti lo giudicarono reo di morte»[Marco 14, 61-64].

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Nel Mistero della Passione, Croce e Morte della Persona di Cristo, che si annichilisce «cum esset Deus» [Filippesi 2, 6] — non benché fosse ma mentre è Dio — infatti, «il soggetto che si annienta prendendo forma di servo non è il Cristo già incarnato, ma colui che è al di sopra del mondo, che si  trova nella forma di Dio» [Hans Urs Von Bathasar, Theologie der drei Tage, 1969, p. 37].

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«Gesù il Cristo», spiegava Sant’Atanasio, «ha assunto, essendo Dio, forma di servo e in forza di questa assunzione non sì innalzò, ma si abbassò. L’uomo, al contrario, aveva bisogno di essere innalzato a motivo della bassezza della carne e della morte. Egli patì come uomo nella sua carne la morte per noi, per presentarsi così al Padre nella morte in vece nostra e innalzarci assieme a lui all’altezza che gli compete dall’eternità» [Adversus Arium I, 40-41].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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questa domanda con la sua risposta costituisce il cuore stesso del Vangelo, nella sua drammatica attualità: “Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo” [Marco 1,15]. È questa domanda con la sua risposta l’unica e lecita esegesi di lettura di un «mistero che non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che i Gentili cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo» [Efesini, 3, 5-6]. È questa domanda con la sua risposta l’atto fondante del Mistero Cristiano e anche il suo drammatico discrimine: «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde» [Matteo 12, 30]. È questa domanda con la sua risposta la sola via di possibile Salvezza: «Se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo» [I Corinzi 15, 17-22].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La risposta a questo interrogativo esistenziale non lascia scampo! Heri, hodie et semperIl cristiano non crede per absurdum quia est absurdumIl cristiano crede rispondendo «Tu sei il Cristo, il Messia» [Marco 8, 29] perché in Gesù il Cristo ha incontrato, conosciuto e per questo creduto che in Lui e in Lui solo può trovare l’infinita e inesauribile dignità del suo essere-in ed essere-di Cristo.

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«Riconosci, o cristiano, la tua dignità, e, reso consorte della natura divina, non voler tornare all’antica bassezza con una vita indegna. Ricorda a quale Capo appartieni e di quale corpo sei membro. Ripensa che, liberato dal potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce e nel regno di Dio» [San Leone Magno, Sermo 21, 3].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Il cristiano non professa un vago teismo intellettuale, la cui divinità è un imprecisato essere supremo o un etereo valore trascendente.

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Il cristiano «crede fermamente e confessa apertamente che uno solo è il vero Dio, eterno e immenso, onnipotente, immutabile, incomprensibile e ineffabile, Padre, Figlio e Spirito Santo: tre Persone, ma una sola essenza, sostanza, cioè natura assolutamente semplice» [Concilio Lateranense IV, De fide catholica, 1].

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Il cristiano riconosce in Colui che si è rivelato a Israele come «Io sono colui che sono!» [Esodo 3, 14], il solo vero Dio, che è Dio dei Padri e, insieme, stringe un’alleanza di generazione in generazione, che stabilisce un «trono su amore e fedeltà» e fa «camminare un popolo alla luce del suo volto» [Salmo 89].

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Professando «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!» [Matteo 16, 16] il cristiano riconosce «una verità fondamentale: “Abbiamo un Maestro. Più che un Maestro, un Emmanuele, cioè un Dio con noi; abbiamo Gesù Cristo! È impossibile, infatti, prescindere da Lui, se vogliamo sapere qualche cosa di sicuro, di pieno, di rivelato su Dio; o meglio, se vogliamo avere qualche relazione viva, diretta e autentica con Dio» [Paolo VI, Udienza Generale, 18 dicembre 1968].  

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Il cristiano non aderisce a una imprecisata dottrina creazionistica che confonde l’immagine e somiglianza con Dio Creatore e Padre con una eguaglianza universalistica. Professa, invece, che solo il Figlio-Logos è immagine perfetta del Padre e la nostra

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«è una rassomiglianza imperfetta, quella per la quale l’uomo è detto a immagine e si aggiunge nostra perché l’uomo fosse immagine della Trinità; non uguale alla Trinità, come il Figlio al Padre, ma accostandosene per una certa rassomiglianza nel modo in cui degli esseri lontani sono vicini non per contatto spaziale, ma per imitazione. È questo che intendono significare le parole seguenti: “Trasformatevi rinnovando il vostro spirito ed ai suoi destinatari l’Apostolo dice anche: “Siate dunque imitatori di Dio, come figli dilettissimi. È all’uomo nuovo infatti che è detto: “Si va rinnovando in proporzione della conoscenza di Dio, conformandosi all’immagine di colui che l’ha creato”» [Sant’Agostino, De Trinitate, VII, 6.12].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Il cristiano non è tale perché aderisce a un imprecisato e cangiante codice di pii propositi e onesti comportamenti: «Abbiamo creduto all’amore di Dio, così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» [Benedetto XVI, Deus Caritas Est, 1].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Il cristiano non fonda la sua Fede, la sua Speranza e la sua Carità su di un’ipotetica grande e universale fraternità, capace di generare tolleranza, verità e pace in un’indistinta melassa di religioni e culti dove non si tratta di abbandonare la propria fede  — come professano i teorici della Nuova Religione Universale — per esser parte di questa nuova e universale istituzione e dove si crede senza appartenere [cfr. Grace Davie, Believing without Belonging, in: Social Compass 37(4), 1990, 455-469].

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Il cristiano  tale è proprio perché confessa «Tu sei il Santo di Dio» [Giovanni 6, 69] riconoscendo di appartenere intimamente ed essenzialmente  al Corpo stesso di  Cristo «non soltanto perché ci ha fatti diventare cristiani, ma perché ci ha fatto diventare Cristo stesso. Di quale grazia ci ha fatto Dio, donandoci Cristo come Capo? Esultate, gioite, siamo divenuti Cristo. Se egli è il Capo, noi siamo le membra: siamo un uomo completo, egli e noi. […] Pienezza di Cristo: il Capo e le membra. Qual è la Testa, e quali sono le membra? Cristo e la Chiesa» (Sant’Agostino, In Iohannis evangelium tractatus, 21, 8].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La risposta a questa domanda rende essenziale e radicale l’inquietante dramma dell’essere cristiano, cioè essere di Cristo! Cioè della Sua Chiesa, della Chiesa di Cristo! E non la Chiesa di qualcun altro!

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Di fronte alle esecrabili malefatte di tanti e troppi dei suoi, persino più insigni e onorati figli, allo spergiuro orrendo di tanti e troppi di coloro che se ne proclamano servi, al complice silenzio e alle falsità abominevoli di tanti e troppi degli acclamati profeti e maestri del nuovo tempo, chi è di Cristo e della Chiesa trova ancora la Grazia di esclamare in cuor suo: «Che stupendo mistero! Vi è un solo Padre, un solo Logos dell’universo e anche un solo Spirito Santo, ovunque identico; vi è anche una sola Vergine divenuta Madre, e io amo chiamarla Chiesa» [Clemente d’Alessandria, Paedagogus, 1, 6, 42].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Fede, Speranza e Carità, sono per il cristiano l’esistenziale sua risposta alla Divina Rivelazione della Persona e del Nome per il quale «non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» [Atti 4, 12] e alla quale  — come scrive dogmaticamente il Sacrosanto Concilio Vaticano II — «è dovuta l’obbedienza della fede, con la quale l’uomo gli si abbandona tutt’intero e liberamente prestandogli il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà e assentendo volontariamente alla Rivelazione che egli fa» [Dei Verbum, 5].

Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La risposta a questa domanda rivela l’essenziale, radicale, inquietante e drammatica scelta fra il credere e il non credere, fra il professare o il non professare, fra la fede in Cristo e il rinnegamento di Cristo.

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Da essa dipende, infatti, quel διχάζω — dividere in due, separare, e disunire — αφορίζω — distinguere, espellere, bandire — che sono verbi frequentemente utilizzati da Gesù nel suo quotidiano ammaestrare gli uomini e le folle, sopratutto nelle Parabole del Regno, per indicare il tragico destino dell’esigente, e per nulla a buon prezzo, risposta che questa domanda esige.

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Dividere in due, separare, disunire, distinguere, espellere, bandire: i verbi del giudizio definitivo su chi nega di rispondere alla domanda di Cristo.

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Verbi che i Vangeli mettono sulle labbra dello Sposo non atteso dalle vergini stolte [Matteo 25, 1-13]; dello Sposo di cui si rifiuta l’invito [Luca 14, 16-24] o che gli invitati deludono per la negligenza dell’abbigliamento  [Matteo  22, 1-14]; dell’Uomo disilluso dalle capacità dei suoi servi di far fruttare i suoi beni [Matteo 25, 14-30] ; del Proprietario del campo che attende pazientemente che il buon grano cresca insieme alla zizzania, prima che questa sia gettata nel fuoco che divora [Matteo 13, 24-30]; del Pescatore nella cui rete s’impigliano pesci cattivi che saranno divisi dai buoni «per essere gettati nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti» [Matteo 13, 47-50]; e del Giudice Eterno il cui implacabile giudizio si conclude con due separati e separanti verdetti: «E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» [Matteo 25, 46].

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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La risposta a questa domanda non suscita né fatuo gaudium né un’ammorbante laetitia! L’incontro con il Cristo di Dio è sempre e solo una grazia a caro prezzo! Il caro prezzo della sola santificante Verità!

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La risposta a questa domanda esige una risposta a caro prezzo per una grazia che, come scriveva il teologo luterano Dietrich Bonhoefer, «non è mai una Grazia a buon prezzo».

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Nell’apostasia sempre più diffusa che afferra come un morbo pestifero la Chiesa Cattolica dal suo vertice gerarchico come fra sempre più numerosi dei suoi ministri, dimentichi di essere  stati costituiti solo quali cooperatores Veritatis e non come novatores Veritatis questa domanda del Figlio di Dio, del Gesù di Nazareth della Storia e dei Vangeli esige, oggi più che mai, una risposta sola e univoca, senza esitazioni e tentennamenti davanti al sempre più tragico «conformarsi alla mentalità di questo mondo» che rende urgente per la Chiesa intera la necessità di «rinnovare la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» [Romani 12, 2]. Si tratta, in verità, di affrontare una grazia a caro prezzo, che sola, tuttavia, può essere liberante e salvifica.

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Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?

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Risuonino a Roma in questi giorni – speriamo e preghiamo – le profetiche parole di Bonhoefer quando inutilmente avvertiva la sua Chiesa luterana, ma con essa l’intera cristianità, dal rischio esiziale di silenziare questa esistenziale, radicale, inquietante e drammatica Verità di «Cristo, Figlio del Dio vivente» [Matteo 16, 16].

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L’intero e fedele Corpo di cui Cristo il Vivente è solo Capo ne sia ammonito: senza una coraggiosa e risolutiva risposta — a caro prezzo — all’interrogativo di Gesù svanisce lo stesso Logos della nostra Fede, della nostra Speranza, della nostra Carità.

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«Un popolo era divenuto cristiano, luterano, ma sacrificando il desiderio di seguire Gesù; lo era divenuto a poco prezzo. La grazia a buon prezzo aveva vinto. Ma lo sappiamo che questa grazia a buon prezzo è stata estremamente spietata verso di noi? Il prezzo che oggi dobbiamo pagare con la rovina delle chiese istituzionali non è forse la conseguenza necessaria della grazia acquistata troppo a buon prezzo? Predicazione e sacramenti venivano concessi ad un prezzo troppo basso; si battezzava, si cresimava, si dava l’assoluzione a tutto un popolo senza porre domande e senza mettere condizioni; per amore umano le cose sacre venivano dispensate a uomini sprezzanti e increduli; si distribuivano fiumi di grazia senza fine, mentre si udiva assai raramente l’invito a seguire Gesù con impegno. […] Quando mai il mondo fu cristianizzato in maniera più orrenda e funesta? Che cosa sono le tre migliaia di Sassoni uccisi da Carlo Magno fisicamente di fronte ai milioni di anime uccise oggi? Si è realizzato sopra di noi l’ammonimento che i peccati dei padri saranno puniti sopra i figli fino alla terza e quarta generazione. La grazia a buon prezzo si è mostrata alquanto spietata verso la nostra chiesa evangelica. E spietata la grazia a buon prezzo lo è stata pure verso la maggior parte di noi personalmente. Non ci ha aperta la via verso Cristo, ma anzi l’ha bloccata. Non ci ha invitati a seguirlo, ma ci ha induriti nella disobbedienza. O non era forse spietato e duro se, dopo aver sentito l’invito a seguire Gesù come invito della grazia, dopo aver, forse, osato una volta fare i primi passi sulla via che ci portava a seguirlo nella disciplina dell’obbedienza al suo comandamento, fummo colti dalla parola della grazia a buon prezzo? […] Il lucignolo fumante fu spento in maniera spietata. Era spietato parlare in questo modo ad un uomo, perché egli, turbato da un’offerta così a buon prezzo, necessariamente lasciava la via alla quale era chiamato da Gesù, perché ora voleva afferrare la grazia a buon prezzo che gli precludeva per sempre la possibilità di riconoscere la grazia a caro prezzo. Non poteva essere diversamente; l’uomo debole, ingannato, possedendo la grazia a buon prezzo doveva sentirsi improvvisamente forte, mentre, in realtà, aveva perduto la forza di obbedire, di seguire Gesù. La parola della grazia a buon prezzo ha rovinato più uomini che non qualunque comandamento di buone opere» [Dietrich Bonhoefer, Nachfolge, 2007, p. 51-55].

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 da Aquisgrana all’Isola di Patmos, 20 febbraio 2019

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* Sotto lo pseudonimo di Carlo Magno si cela un battezzato cattolico, giurista, politologo, filosofo, esperto di relazioni internazionali e diplomatiche che per lunghi anni ha ricoperto numerosi alti uffici in importanti organizzazioni internazionali inter-governative.  

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Il paradigma della “suorina stolta”: dai monasteri del XV secolo ridotti a bordelli alla sterilità del XXI secolo. Il rifiuto della realtà genera quella decadenza che conduce alla morte. Possiamo dire che nella vita religiosa femminile tutto è andato bene dopo il Concilio Vaticano II ?

 — Theologica —

IL PARADIGMA DELLA SUORINA STOLTA: DAI MONASTERI DEL XV SECOLO RIDOTTI A BORDELLI ALLA STERILITÀ DEL XXI SECOLO. IL RIFIUTO DELLA REALTÀ GENERA QUELLA DECADENZA CHE CONDUCE ALLA MORTE. POSSIAMO DIRE CHE NELLA VITA RELIGIOSA FEMMINILE TUTTO È ANDATO BENE DOPO IL CONCILIO VATICANO II ?

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I prodotti postumi al Concilio Vaticano II sono oggi sotto gli occhi di tutti: a mezzo secolo da quello che taluni indicano come il più grande Concilio della Chiesa, od il concilio dei concili, la Chiesa versa in una crisi dottrinale, morale e spirituale dinanzi alla quale è davvero difficile trovare dei precedenti storici, perché si tratta di una situazione e di una crisi del tutto nuova. Pertanto, dinanzi alla suorina stolta che afferma: «Mica possiamo tornare ai tempi oscuri del Concilio di Trento!», penso di poter replicare che sul piano della vita religiosa femminile, forse sarebbe meglio tornare al periodo precedente al Concilio di Trento, quando molti monasteri femminili erano ridotti a degli autentici bordelli, perché di fatto ce la passavamo meglio, perlomeno, convivevano assieme il buon grano e la gramigna.

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Autore:
Ariel S. Levi di Gualdo

Correva la fine del lontano anno 1563 quando il 3 dicembre, due giorni prima della chiusura dei lavori, il Concilio di Trento approvò un decreto sui religiosi e sulle monache. All’interno di questo documento furono anche stabilite delle norme più precise sulla materia della clausura, legate alle religiose ed agli spazi interni ed esterni delle loro case. Già sul fine del XIII secolo, con la bolla Periculoso promulgata nel 1298 dal Sommo Pontefice Bonifacio VIII, entrata poi in vigore nel 1302, furono ribadite le norme sulla osservanza della clausura e della sua reintroduzione dovunque fossero state abbandonate [1]. Pur malgrado, a cavallo tra il XV ed il XVI secolo, le norme sulla clausura non erano state di fatto messe in pratica, se non da pochi ordini religiosi femminili: le Francescane Clarisse, le Domenicane, le prime Carmelitane e le Certosine. Tutte le altre monache, specie quelle che vivevano proprio nelle grandi abbazie e monasteri, s’erano sempre più allontanate dall’applicazione di quelle norme molto precise e rigorose mirate alla salvaguardia morale delle istituzioni religiose femminili.

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Sarebbe interessante ed istruttivo studiare a fondo la vera vita di Teresa d’Avila, quella che le sue figlie per prime si guardano bene dal trasmettere, facendo ad esse più comodo ricordare e narrare solo le sue sublimi estasi mistiche, che giunsero però verso il finire della sua vita. Diversa fu l’esistenza di questa grande Santa e riformatrice dell’Ordine Carmelitano, basti ricordare che quando fu nominata priora del Monastero dell’Incarnazione in Avila, le centotrenta monache che lo abitavano dettero vita a disordini per impedirle di entrare, sino ad aggredire fisicamente sulla porta del monastero il corteo che accompagnava la nuova priora, che non fu eletta dal capitolo delle monache, ma scelta dai superiori dell’Ordine su sollecitazione delle Autorità Ecclesiastiche del luogo, per rimettere in riga le turbolente e rilassate abitanti di quel monastero. Perché dunque non ricordare che questa grande riformatrice tridentina, prima delle estasi mistiche, dovette avvalersi come priora di quel popoloso monastero di un servizio di guardia, usato all’occorrenza anche per far bastonare le monache ribelli? E perché, non ricordare che la sua stanza era sorvegliata di notte e la sua cucina ed i suoi cibi controllati con cura per evitare che fosse avvelenata? Pertanto, la figura di Santa Teresa d’Avila unicamente ridotta ad una mistica in estasi cristologiche d’amore, è un’immagine che se da una parte fa di certo più comodo, dall’altra imbarazza meno tutte coloro che ai giorni nostri, seppure in modi e forme diverse, in oltre cinquecento anni non hanno ancóra recepita la solenne lezione della loro Santa Madre.

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In che modo la lezione teresiana non è stata recepita? Per farlo capire bisogna sempre ricorrere a dei pratici esempi concreti, come questo: alcuni anni fa mi trovai a celebrare la Santa Messa in un monastero di Carmelitane Scalze al posto del cappellano. Quando al momento della Santa Comunione mi avvicinai alla grata del coro, la priora si fece avanti a me con una teca a prendere l’Eucaristia per una monaca che non poteva camminare. Le bisbigliai:

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«Reverenda Madre, non si preoccupi, mi apra il cancello della grata che entro io dentro il coro a portare la Comunione alla monaca inferma».

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Replica la priora:

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«Non è possibile, lo sa: noi abbiamo la clausura papale, per questo sono ministro straordinario della Comunione».

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Non mi misi certo a fare storie con la pisside in mano contenente il Prezioso Corpo di Cristo, sicché le detti la Santissima Eucaristia da portare alla sorella. Dopo la Santa Messa uscii dalla chiesa e, prima di risalire in macchina, mi misi in un angolo nascosto del muro esterno della clausura, accesi il telefono cellulare e controllai se c’erano chiamate perdute e messaggi. E così, dall’interno della santissima clausura papale, odo delle voci maschili. Mi allontano dal muro e salgo su un vicino dosso per vedere a distanza se riesco a intravedere all’interno dello spazio claustrale. Oltre il muro della santissima clausura papale c’erano due giovani ventenni, vestiti in canottiera e pantaloncini corti — per meglio chiarire: i pantaloncini da calcio, in pratica delle mutande — che presumo stessero facendo lavoretti, anche perché avevano attrezzi di lavoro. Era evidente che in quel momento fossero in pausa, infatti stavano parlando sguaiatamente ad alta voce e armeggiando con uno dei loro telefoni cellulari, come se stessero guardando qualche cosa di particolarmente divertente sul display.

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Inutile a precisarsi, perché col buon senso ci giunge pure il più digiuno in diritto canonico: un presbìtero, nell’esercizio delle sue funzioni sacramentali può, anzi deve all’occorrenza entrare nella clausura papale, con tutte le modalità dettate dai canoni e dalle regole monastiche — che io conosco, ed i miei confratelli sacerdoti altrettanto —, per amministrare i Sacramenti alle monache inferme. Ma soprattutto ho piena facoltà di farlo proprio nel caso in cui, mentre la priora impediva a me di entrare nel coro durante la celebrazione della Santa Messa per portare la Santa Comunione ad un’inferma davanti a tutta la comunità e sotto gli occhi dei fedeli presenti in chiesa, al tempo stesso permetteva però ad un paio di giovanotti più svestiti che vestiti di muoversi disinvolti, sguaiati e irriverenti dentro gli spazi della santissima clausura papale delle Carmelitane Scalze. E mentre si seguita a propinare l’immagine diafana di Teresa d’Avila in estasi, al tempo stesso si seguita a ignorare che la Santa Madre, la riforma dell’Ordine Carmelitano, la fece all’occorrenza anche a bastonate. E con questo esempio credo sia stato spiegato e chiarito in che modo cinquecento anni, non per poche, anzi purtroppo per molte, siano trascorsi inutilmente, di secolo in secolo, di riforma in riforma.

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QUANDO LA TRAGEDIA È TROPPO TRAGICA, MEGLIO SMORZARE CON UNA NOTA DI COLORE

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Quando i problemi sono molto seri e le situazioni che ne derivano veramente tragiche, mi avvalgo sempre di una mia consolidata facoltà: partire da una nota di colore. In questo caso una nota rosa, femminilmente intesa. Infatti, ad ispirarmi questo scritto è stata una donna appartenente alla più infausta delle categorie femminili, che è quella delle cosiddette suorine stolte. Detto ciò è opportuno precisare che molti preti e frati, nella loro superficiale stoltezza, possono essere superati solo dalle suore. Le suore rimangono infatti insuperabili in un elemento al quale neppure i peggiori dei chierici e dei religiosi riuscirebbe mai a giungere: quella particolare cattiveria caratterizzata da elementi di crudeltà spesso indicibili che è del tutto unica e peculiare delle suore. E così, trovandomi a interloquire con una suorina stolta appartenente ad una delle sempre più numerose congregazioni in agonia destinate nei prossimi anni alla totale estinzione per mancanza di vocazioni e per l’età ormai molto elevata delle religiose in essa sopravvissute, alla mia domanda se per caso, durante il periodo successivo al Concilio Vaticano II, qualche cosa nella sua, come in tante altre congregazioni, non fosse andata per il verso giusto, la poverina risponde con questo sfoggio di acume mirabile: «Mica possiamo tornare ai tempi oscuri del Concilio di Trento!».

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Lo premetto e lo ammetto “candidamente”: io non chiedo di meglio che poter mettere in imbarazzo una suorina stolta, di quelle che da una parte paventano apertura, modernità e disinvoltura, dall’altra, se un bimbo di quattro anni del loro asilo deve essere aiutato ad orinare, ecco che per assisterlo spediscono la maestra laica, perché potrebbero rimanere turbate giorno e notte per una settimana intera dall’attributo imberbe di un piccolo angioletto, quantunque gli angioletti non orinino, mancando ad essi la materia prima, ossia l’attributo virile, dato che gli angeli non hanno sesso. Infatti, nessuno dei nostri Santi Angeli Custodi si è mai ammalato alla prostata, pur essendo costretti a fare da protettori ad alcuni dei peggiori preti, dei peggiori frati e delle peggiori suore, cosa questa che causerebbe un tumore alla prostata anche all’apparato urologenitale più sano. Forse per questo gli Angeli sono stati creati senza sesso, per evitare gravi malattie infiammatorie e tumorali all’apparato urogenitale reattive al dover adempiere al ruolo di custodi di preti, frati e suore. Premesso e ammesso il tutto, passai alla mia risposta che fu questa:

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«Vede, cara Sorella, il Concilio di Trento, casomai lei non lo sapesse, di meriti ne ha avuti tanti e, a dire il vero, dalla peggiore oscurità, semmai ci ha liberati. In modo del tutto particolare ha liberato anche voi religiose, per esempio proibendo la costituzione e la vita di quelle che in linguaggio secolare si chiamavano Case Chiuse».

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Dato però che la suorina stolta non capì, o chissà se finse invece di non capire, fui costretto ad illuminarla proseguendo così il discorso:

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«… lei lo sa che prima dell’oscuro Concilio di Trento avevamo monasteri e conventi femminili che erano degli autentici bordelli? Basti dire che durante una sua omelia dal pulpito della Basilica di San Marco tenuta il 25 dicembre 1497, il celebre predicatore francescano Timoteo da Lucca aveva inveito contro i peccati che si commettevano nei monasteri femminili di Venezia denunciando: “[…] quando viene qualche Signore in questa terra, voi gli mostrate i monasteri di monache, che però non sono monasteri, bensì postriboli e pubblici bordelli” [2]Tali erano infatti i monasteri — vale a dire dei bordelli — perché le nobili e ricche famiglie in modo del tutto particolare, per questioni legate spesso sia ai loro patrimoni, sia talvolta a questioni anche politiche, rinchiudevano — o come soleva dirsi monacavano — le loro figlie che, all’interno di quelle strutture religiose, avevano però i loro alloggi separati, la loro servitù e la loro personale cucina. Ci sono state potenti e nobili famiglie che hanno costruito appositamente abbazie e monasteri per le loro figlie, dotandoli di patrimonio e di rendite; e le giovani monacate di queste famiglie, in questi monasteri erano elette sempre e di rigore badesse, perché in caso contrario la potente famiglia avrebbe revocate le rendite. Animate quindi tutt’altro che da fede, vocazione e virtù di vita, le giovani conducevano dentro quelle sacre mura esistenze mondane, non di rado come vere e proprie cortigiane, con tanto di feste interne e di uomini che entravano ed uscivano senza problemi; ed i monasteri dove regnavano in assoluto le più indicibili dissolutezze morali, erano quelli delle monache benedettine e delle monache cistercensi».

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Nel 1514 il Tribunale dell’Inquisizione di Venezia ebbe modo di occuparsi di un caso al di là della stessa fantasia umana, quello delle pie monache benedettine del Monastero di San Zaccaria, che non contente di avere trasformato il loro parlatorio — e non solo il parlatorio —, in un salotto di accoglienza per giovanotti, cantanti e attori, un bel giorno organizzarono una festa in maschera che nel suo corso si mutò in un vero e proprio baccanale da fare invidia alle antiche città di Pompei ed Ercolano, che come ricordiamo agli eventuali digiuni di storia romana erano due postriboli a cielo aperto [3].

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La Chiesa del Concilio di Trento riportò anzitutto i monasteri ed i conventi ad essere ciò che dovevano essere: luoghi di preghiera e di penitenza. Il decreto del 3 dicembre 1563 vietò la professione dei voti prima dei sedici anni e l’ingresso in monastero prima dei dodici; impose l’obbligo di almeno un anno di noviziato e stabilì che il vescovo accertasse la reale volontà della giovane ad intraprendere liberamente la vita religiosa. Quel decreto ristabilì così il principio della clausura e fatte salve rare eccezioni nessuna monaca poteva uscire dal monastero e nessun estraneo poteva entrarvi, in modo particolare gli uomini. Nel 1566, con la bolla Circa pastoralis officii il Santo Pontefice Pio V comminò la scomunica a tutti i trasgressori, mentre le leggi ecclesiastiche avevano già chiarito e inserito tra i delitti quello del sacrilegio carnale. Sicché solo un sacerdote, preferibilmente anziano o scelto in ogni caso con accortezza dal vescovo, era ammesso all’interno della clausura e unicamente per amministrare i Sacramenti alle monache inferme o ammalate, ed era previsto dalle leggi canoniche che quattro monache anziane lo accogliessero all’ingresso della clausura, lo accompagnassero e poi lo conducessero di nuovo all’uscita. I rapporti delle giovani monache con la famiglia erano ridotti a brevi incontri nel parlatorio, il tutto con la rigida separazione creata da fitte grate, dalle quali si poteva udire la voce della monaca ma solo a malapena se ne poteva intravedere la figura. Le grandi famiglie nobili sollevarono molte proteste contro questo irrigidimento della vita conventuale, ma nessuna delle loro proteste impedì l’applicazione delle nuove norme nate dai «tempi oscuri del Concilio di Trento», che impedì alle famiglie di risolvere i loro problemi patrimoniali e di successione ereditaria spedendo le figlie nelle abbazie e nei monasteri, ed impedendo altresì a figlie senza alcun barlume di vocazione di mutare queste case religiose in autentici postriboli all’interno dei quali condurre vite da vere e proprie cortigiane. Un fenomeno, quello delle giovani costrette alla monacazione, che assunse risvolti a tratti non poco inquietanti, in modo particolare nelle città di Venezia, Napoli e Palermo.

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Alcuni decenni dopo la chiusura del Concilio di Trento, le autorità civili della Repubblica di Venezia giunsero ad introdurre una legge contro i monachini — in tal modo erano indicati gli amanti delle monache — che prevedeva sino alla pena di morte, ciò non solo per il sacrilegio carnale ma anche per la semplice violazione della clausura. Legge introdotta ma rimasta nei concreti fatti lettera morta, perché sia le monache dissolute, sia i loro monachini, appartenevano, se non di rigore ma comunque quasi sempre, alle famiglie più potenti e altolocate di quelle stesse città.

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Non solo, col Concilio di Trento, fu restituita dignità alla vita religiosa, perché dopo quella stagione di riforme, la Chiesa ed il mondo poté assistere ad una sua straordinaria rinascita. Il tutto con buona pace della suorina stolta coi capelli al vento e le gonne a mezza gamba che starnazza sul cosiddetto «oscurantismo tridentino» al capezzale della propria congregazione ormai agonizzante nel reparto di oncologia della vita religiosa femminile, dove attualmente sono ricoverate decine di congregazioni religiose che entro pochi anni non esisteranno più.

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E il vero oscurantismo fu!

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IL CONCILIO DI TRENTO OFFRÌ  UNA GRANDE MEDICINA MA LA CURA NON FU TOTALE A CAUSA DI MOLTI MEDICI CHE NON LA PRATICARONO

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Il Concilio di Trento non fu propriamente un incontro tra fratelli convenuti a Roma per parlare un po’ di ammodernamento e pastorale, sostituendo il dialogo alla dura condanna e il rigore della dura dottrina al ragionamento teologico aperto e pluralistico, come cinque secoli appresso — tanto per chiarirsi —, fu ridotto il Concilio Ecumenico Vaticano II, nel corso del quale fu prodotto: prima il para-concilio dei teologi in combutta coi giornalisti, poi appresso il ben più problematico post-concilio dal quale è nato quello che da anni vado definendo come il concilio egomenico dei socio-teologi. Il Concilio di Trento ebbe anzitutto una durata di ben diciotto anni [1545 – 1563] e si svolse sotto i pontificati dei Sommi Pontefici Paolo III, al secolo Alessandro dei principi Farnese [Canino 1468 – Roma 1549], Giulio III [Monte San Savino 1487 – Roma 1555], Pio IV [Milano 1499 – Roma 1565]. Ho reputato opportuno chiarire questa cronologia perché tra l’ignoranza che regna oggi sovrana — ahimè anche e soprattutto nel clero cattolico —, non rare volte ho udito ecclesiastici e pastori in cura d’anime affermare che il Concilio di Trento si sarebbe svolto sotto il pontificato del Santo Pontefice Pio V, che fu invece eletto due anni dopo la chiusura del concilio tridentino, nel 1566. Questa confusione generata purtroppo da crassa ignoranza deriva dal fatto che il Santo Pontefice Pio V pubblicò il 14 luglio 1570 l’edizione riformata ed unificata del Missale Romanum, anche noto come Messale di San Pio V o come Messale Tridentino.

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Il Concilio di Trento offrì, anche a livello disciplinare, delle indubbie, grandi ed efficaci cure. Potremmo dire che a suo modo istituì la chemioterapia per combattere il cancro ed impedire la diffusione delle metastasi nel Corpo della Chiesa. Pur malgrado la Chiesa visibile fu lungi dal mutarsi nei successivi decenni nella Gerusalemme Celeste, perché la lotta contro il cancro e le metastasi risulterà sempre inefficace se gli oncologi preposti omettono di praticare le cure con tutte le relative terapie. Il tutto lo apprendiamo dagli scritti e dalle parole di fuoco vergate e pronunciate da diversi Santi nei loro testi o sermoni. Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, vescovo e dottore della Chiesa [1696-1726] non esitò a lamentare il desolante e basso livello dei Vescovi del Meridione d’Italia, i loro interessi economici ed il loro asservimento al potere politico in vista del conseguimento di benefici e prebende; non esitò neppure ad indicarne le scarse capacità pastorali, ma soprattutto la bassa formazione teologica, con tutto ciò che da simili vescovi poteva derivarne al loro clero. Inutile ricordare che siamo a circa due secoli di distanza dalla chiusura del Concilio di Trento.

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Lamentele analoghe a quelle del Santo vescovo e dottore della Chiesa Alfonso Maria de’ Liguori, affiorano diverse nello stile espressivo ma identiche nella sostanza dagli scritti del Beato Antonio Rosmini, raccolti oltre un secolo dopo nell’opera Delle cinque piaghe della Santa Chiesa [il testo curato dai Padri Rosminiani è leggibile QUI].

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Se Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, appresso il Beato Antonio Rosimini, si esprimevano rispettivamente nel Settecento e nell’Ottocento entro termini così reali e severi, ciò è dovuto al fatto che trascorsi due e tre secoli dalla chiusura del Concilio di Trento, persino alcuni dei suoi canoni fondamentali non erano stati ancóra applicati in molte regioni della vecchia Europa, incluse non poche antiche Chiese locali di fondazione apostolica. Così, per apparente paradosso, il Concilio di Trento ebbe migliore e più capillare applicazione nelle terre di missione per opera dei missionari, che muovendosi sulle discipline tridentine evangelizzarono interi continenti. Le conseguenze furono che, mentre nelle missioni dell’America Latina i missionari provvidero ad istituire nel XVI secolo i seminari resi obbligatori dai Padri del Concilio per la formazione dei sacerdoti, in molte antiche diocesi del Meridione d’Italia, alla metà del Settecento, i seminari non erano stati ancóra istituiti. E quando furono istituiti, lo furono per formare al loro interno i figli delle famiglie nobili o dell’alta borghesia, da destinare poi ad incarichi ecclesiastici di rilievo, mentre la gran parte dei futuri sacerdoti seguitavano a ricevere la loro scarsa formazione da parroci di campagna come avveniva prima del Concilio di Trento. Non va poi dimenticato che per questioni di carattere sia politico sia economico, in molti Stati europei, l’applicazione di molti canoni del concilio tridentino, fu ostacolata dai regnanti, ovviamente con la compiacente accondiscendenza dei vescovi del luogo, che se da una parte non applicavano, dall’altra lucravano, dai Borbone nel Meridione dell’Italia come dai prìncipi germanici nell’estremo Nord dell’Europa, i loro buoni benefici e prebende.

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Il Concilio di Trento stabilì l’età di venticinque anni per ricevere la sacra ordinazione sacerdotale, ma molti vescovi non si attennero a quella come ad altre disposizioni, n’è esempio esauriente uno dei grandi santi della carità, Vincenzo de’ Paoli [Pouy, 1581 – Parigi, 1660], proveniente da una famiglia molto povera ed avviato dal padre agli studi ecclesiastici grazie al sostegno di un ricco avvocato di Tolosa che pagò le sue spese di formazione, ma soprattutto non sappiamo bene se mosso inizialmente da una autentica vocazione, che in ogni caso giunse in seguito e con esiti del tutto straordinarî. Infatti, il padre, sperava che in futuro, acquisito uno status superiore, il figlio potesse aiutare e sostenere la famiglia. Incurante di quanto disposto quattro decenni prima dai canoni del Concilio di Trento, il Vescovo di Tolosa lo consacrò sacerdote ad appena diciannove anni il 23 settembre del 1600.

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DOPO IL CONCILIO DI TRENTO, SCOMPARVE FORSE IL MALCOSTUME DAI MONASTERI FEMMINILI?

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Il Cinquecento fu indubbiamente il secolo dei grandi riformatori e dei grandi Santi che dettero vita e concreta esecuzione alle riforme operate dal Concilio di Trento, si pensi a Sant’Ignazio di Loyola [Azpeitia, 1491 – Roma, 1556] ed ai suoi primi Compagni, a San Filippo Neri [Firenze, 1515 – Roma 1595] ed a San Felice da Cantalice [Cantalice, 1515 – Roma, 1587], a San Carlo Borromeo [Arona, 1538 – Milano, 1584], a San Pietro da Alcántara [Alcántara, 1499 – Arenas, 1562], a Santa Teresa d’Avila [Avila, 1515 – Alba de Tormes, 1582] ed a San Giovanni della Croce [Fontiveros, 1542 – Úbeda, 1591], a San Giovanni d’Avila [Almodóvar del Campo, 1499 – Montilla, 1569], a San Giovanni di Dio [Montemor-o-Novo, 1495 – Granada, 1550] … senza certo dimenticare la già richiamata figura del Santo Pontefice Pio V [Bosco Marengo, 1504 – Roma, 1572], che per questi Santi fu ispiratore ed autentico modello di dottrina, virtù morale e pastorale.   

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I vizi e le decadenze morali che serpeggiavano nei conventi e nei monasteri tra il Quattrocento ed il Cinquecento, furono lungi dall’essere estirpati. O per dirla con alcuni tristi esempi scelti a caso tra i numerosi storicamente a disposizione: ad un tiro di schioppo da Roma, nella cittadina di Sora, alla metà dell’Ottocento, nel territorio canonico della Diocesi di Sora-Aquino-Pontecorvo, la badessa del monastero di Santa Chiara, Domna Maria Francesca Tronconi, comunicava all’Arciabate di Montecassino, Dom Celestino Gonzaga da Napoli, che il canonico Basilio Fortuna, membro del Capitolo della Cattedrale di Santa Maria Assunta a Sora e confessore ordinario delle monache di Santa Chiara, aveva abusato di tre religiose durante le confessioni sacramentali e di averle messe incinte. Delle tre, una certa Iacobelli, nei giorni che la badessa vergava quella lettera sarebbe stata prossima al parto [4].

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Come dimenticare ciò di cui sono poi capaci certe religiose, basti narrare tra i tanti un caso emblematico: nel 1821, due monache del monastero di Sant’Andrea Apostolo ad Arpino e con loro una terza, ancora educanda, accusarono il confessore ordinario di gravi molestie. Dopo accurate indagini canoniche le accuse si rivelarono però infondate e le tre donne ritirarono la loro denuncia, tentando di sostenere che si erano sbagliate e che avevano solamente frainteso il sacerdote. La triste vicenda stava però in tutt’altri termini: una delle monache aveva marchingegnato il tutto con l’appoggio e la complicità delle altre due, desiderando ella vendicarsi in tutti i modi del confessore che l’anno precedente aveva denunciato all’Autorità Ecclesiastica un prete per gravi abusi su delle religiose. Il prete denunciato, era però parente di questa monaca, che riteneva infangato il buon nome della sua famiglia a causa di quella denuncia. Così, la religiosa, tentò di vendicarsi rivolgendo a questo innocente la stessa accusa [5].

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Secondo la locuzione del Santo vescovo e dottore della Chiesa Ambrogio di Milano [Gallia 337 – Mediolanum 397] la Chiesa è «casta meretrix», una meretrice casta. Espressione, quella dell’antico Vescovo di Milano sulla quale oltre un decennio fa, il Venerabile Pontefice Benedetto XVI strutturò una delle sue omelie indicando la Chiesa come «santa e composta di peccatori» [6] [il testo integrale è leggibile, QUI].  In alcuni particolari momenti storici, la Chiesa non appare neppure composta semplicemente da uomini defettibili e peccatori, bensì come una vera e propria struttura di peccato che produce al proprio interno peccato e che lo diffonde al proprio esterno.

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Prima ancóra del Concilio di Trento, i malcostumi e la grande decadenza morale che imperversava nel clero fu condannata in modo molto severo dal IV Concilio Lateranense, che promulgò settanta decreti di riforma e che fu convocato da quell’uomo di ferro del Sommo Pontefice Innocenzo III [Gavignano 1161 – Perugia 1216]. I canoni disciplinari di questo concilio lasciano intendere in modo molto chiaro ed esauriente quali fossero le profonde e gravi decadenze morali e le corruttele che impestavano il clero. Eppure, a pochi decenni di distanza dopo la celebrazione di quel Concilio, un altro Santo e dottore della Chiesa, Bonaventura da Bagnoregio [Bagnoregio 1221 – Lione 1274], si esprimeva in questi termini per nulla rassicuranti:

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«Roma corrompe i prelati che corrompono i preti che corrompono il Popolo di Dio».

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A valutare la situazione in cui versa al presente la Chiesa, viene da chiedersi se i canoni disciplinari contro i malcostumi morali del clero siano stati scritti per gli ecclesiastici del 1215 o per quelli di oggi [il testo in traduzione italiana è leggibile, QUI].

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Nessun Concilio, ha mai resa la Chiesa perfetta, nessuno di essi ha mai distrutta la corruzione dell’uomo ed il peccato. I concilî, alcuni di essi in particolare, hanno ridato alla Chiesa ossigeno e l’hanno messa nella condizione di continuare a vivere in un corpo ecclesiale formato da ecclesiastici e da fedeli laici all’interno del quale convivono da sempre assieme peccatori e santi. Tutto questo ci è spiegato dalla parabola della zizzania e del buon grano che si conclude con queste parole:

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«[…] Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio» [Mt 13, 27-30].

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QUAL È LA REALE SITUAZIONE DELLA VITA RELIGIOSA FEMMINILE DOPO LA GRANDE VENTATA DEL CONCILIO VATICANO II ?

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Per rispondere a questo quesito partiamo dai dati numerici: la popolazione mondiale oggi conta sette miliardi e mezzo di persone, nel mondo di oggi l’età media della vita di una donna è di 70 anni e otto mesi; quella di una donna europea è di 84 anni e nove mesi. Oggi nel mondo i fedeli cattolici sono circa un miliardo e trecento milioni. Le religiose degli ordini e delle congregazioni religiose femminili, secondo le statistiche che il 30 ottobre 2018 hanno ufficializzato i dati del 2017, ammontano a 659.445, sottraendo il numero dei decessi al numero delle nuove professioni religiose abbiamo una decrescita di meno 10.885, l’età media delle religiose è pari a 64 anni, ma se alla statistica fossero sottratte l’Africa e alcuni Paesi dell’Asia, l’età media delle religiose sarebbe al di sopra dei 70 anni, n’è prova che in Europa, da un ventennio a questa parte, le religiose stanno progressivamente sparendo da intere diocesi [cf. dati statistici ufficiali, QUI]. Andiamo adesso indietro di sessant’anni, per l’esattezza cinque anni prima l’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, quando secondo il paradigma della suorina stolta usato come filo conduttore di questo mio scritto, vigevano le regole «oscurantiste» del Concilio di Trento. Nel 1958 la popolazione mondiale contava due miliardi e novecento milioni di persone, i cattolici nel mondo erano circa 800 milioni, l’età media della vita di una donna era di 49 anni, quella di una donna europea di 67 anni, le religiose degli ordini e delle congregazioni religiose femminili risultavano nel 1957 un milione e sessantamila, l’età media delle religiose era di 41 anni, sottraendo il numero dei decessi al numero delle nuove professioni religiose abbiamo un incremento di più 12.450.

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Faccio notare, a chi eventualmente non vi avesse prestata attenzione, quando siano allarmanti questi due diversi dati statistici: quello registrato quando vigeva sempre «l’oscurantismo tridentino», quello registrato mezzo secolo dopo l’esplosione della nuova Pentecoste avvenuta con il Concilio Vaticano II. Il dato allarmante si regge sia sul numero della popolazione mondiale sia su quello dei cattolici nel mondo. Infatti, quando in epoca «oscurantista» la popolazione mondiale non arrivava a tre miliardi di persone ed i cattolici erano circa 800 milioni, le religiose nel mondo erano oltre un milione, mentre mezzo secolo dopo la nuova Pentecoste, a fronte di un popolazione mondiale più che raddoppiata — sette miliardi e mezzo di persone —, nonché a fronte di una popolazione cattolica mondiale passata da circa 800 milioni di fedeli a un miliardo e trecento milioni, le religiose risultano calate per un numero pari ad oltre 400.000 in soli sessant’anni, il tutto — lo ripeto di nuovo — mentre la popolazione mondiale era più che raddoppiata e mentre i cattolici erano mezzo miliardo di fedeli in più rispetto a quelli di circa mezzo secolo prima.

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Se i numeri sono aridi e non hanno un’anima, hanno però una storia, soprattutto una ragion d’essere, ecco allora sorgere la prima domanda: se dopo quello che taluni ecclesiastici e teologi contemporanei definiscono trionfalmente come il più grande concilio della storia della Chiesa, siamo giunti a questi dati statistici; se di giorno in giorno chiudono istituti religiosi, monasteri e conventi storici di lunga tradizione, qualcuno, intende cominciare a chiedersi se per caso, in quella che a suo tempo fu definita come nuova Pentecoste, qualche cosa non è andata per il verso giusto? È una risposta, questa, che viene richiesta in modo serenamente doloroso alle Autorità Ecclesiastiche ed ai Pastori della Chiesa, non è affatto reclamata dalla prevenzione, né dall’ironia e meno che mai dalla cieca ideologia: è una risposta reclamata dai numeri, che come dicevo poc’anzi non hanno un’anima, ma hanno una loro storia e una loro ragione d’essere. E, questi numeri sconcertanti, a mezzo secolo dalla chiusura dell’ultimo concilio della Chiesa rappresentano una domanda che reclama appunto risposta, anche se costasse dover ammettere che poco prima, che durante e che dopo il Concilio Vaticano II, qualche cosa non ha funzionato, coi conseguenti risultati che oggi abbiamo sotto gli occhi; risultati resi del tutto innegabili dall’aridità, ma al contempo dalla innegabile precisione dei numeri.

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ERA NECESSARIO UN «AGGIORNAMENTO» DELLE RELIGIOSE A COLPI DI TAILLEURS, TESTE SCOPERTE E MESSE IN PIEGA DAL PARRUCCHIERE ?

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Tra la metà degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta del Novecento, la vita di gran parte delle congregazioni femminili è stata sconvolta — più e peggio di quelle maschili —, dalla grande ventata del cosiddetto “aggiornamento”. Diversi sono stati i capocomici nel corso della infelice stagione del post-concilio egomenico — in testa a tutti i Gesuiti, che in molti istituti religiosi femminili svolgevano da molti anni il ministero di confessori e di direttori spirituali —, i quali hanno letteralmente stravolta la vita, il senso della vita ed il carisma di quegli istituti. O, sempre per ricorrere a degli esempi concreti: sino al 1965 le religiose erano ricoperte coi propri abiti dalla testa ai piedi e con i capelli interamente nascosti dal velo, il significato ed il senso del quale risale sino ai tempi dell’epoca apostolica. La stessa Beata Vergine Maria è raffigurata nella iconografia sin dai primi secoli col cosiddetto μαφόριον [maphórion]. Il μαφόριον, noto poi come “velo monastico”, era ed è tutt’oggi il segno delle vergini consacrate a Dio. Il Beato Apostolo Paolo, rivolgendosi agli abitanti di Corinto, raccomanda alle donne di coprirsi il capo. Si tratta di una lettera apostolica da collocare indubbiamente nell’epoca e nella cultura in cui fu scritta, ma che attraverso un messaggio che mai ha perduta attualità sottintende il segno e l’intimo senso di appartenenza a Dio della donna a lui consacrata [I Cor 11, 1-6]. Ecco però che d’improvviso, a pochi anni di distanza dall’ultimo Concilio, ci siamo ritrovati dinanzi a suore vestite in tailleurs, con le gonne che coprivano a malapena il ginocchio e con i capelli tinti trattati con la permanente e curati dalla messa in piega fatta dal parrucchiere. Mi domando e domando: è forse un attentato di lesa maestà, dire solo e null’altro che il vero, ossia che cose di questo genere, nel Nord America e in vari Paesi europei, sono avvenute principalmente presso quelle congregazioni religiose che da sempre, se non per vera e propria tradizione, si avvalevano dei Gesuiti come confessori, direttori spirituali, insegnanti e predicatori? [un solo esempio tra i tanti, QUI].

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I fatti dimostrano che il cosiddetto «aggiornamento» delle religiose in tailleurs, con le teste scoperte e le messe in piega del parrucchiere, ha prodotto lo svuotamento di intere congregazioni religiose, che scompariranno definitivamente quando le ottantenni oggi sopravvissute saranno finalmente sepolte con i loro tailleurs, le loro teste scoperte e le loro messe in piega del parrucchiere. Però, moriranno aggiornate! E con loro sarà consegnata alla tomba la loro congregazione religiosa, altrettanto ed anch’essa aggiornata.

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LE CASE RELIGIOSE VUOTE E LE SCELLERATE “CAMPAGNE ACQUISTI” DELLE VARIE CONGREGAZIONI RELIGIOSE RASENTI A VOLTA LA … “TRATTA DELLE NERE”

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In certi discorsi bisogna procedere con cautela perché purtroppo c’è una chiusura ideologica a priori: infatti, tutto ciò che è nero, di per sé è bello e buono. Soprattutto, tutto ciò che è nero, è vittima sopravvissuta, o vittima discendente delle scellerate politiche coloniali e di conquista dei vari Paesi dell’Occidente. Se in diversi Paesi del Continente africano oggi ci ritroviamo con un clero ingestibile che partendo dalla grande chimera dell’inculturazione — altra parola magica del post concilio — ha finito per divenire un clero che spazia tra l’animismo ed un cattolicesimo adulterato e corrotto, ciò è dovuto al fatto che tra la metà e la fine degli anni Sessanta del Novecento, il Santo Pontefice Paolo VI ebbe la discutibile lungimiranza di voler creare a tutti i costi dei vescovi locali, incurante che alcuni di quei Paesi erano stati evangelizzati neppure trent’anni prima. Numerosi sono stati i casi di soggetti elevati alla dignità episcopale ad appena quarant’anni, od a trentasette o trentotto, che erano stati battezzati e divenuti cristiani a tredici o quindici anni, dopo essere nati e cresciuti in famiglie che li avevano istruiti sin da bambini ai culti animistici ed al culto degli spiriti degli antenati.

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Nei tempi che furono qualcuno ci provò a dire al Santo Pontefice Paolo VI che per dare vita ad un clero autoctono occorrevano generazioni e che per creare i primi vescovi scelti tra i nativi era bene attendere un secolo, o comunque non meno di settanta od ottant’anni, ma a questo, lui che pure lo sapeva bene, non volle prestare ascolto, commettendo, in questo come in altri casi, degli errori notevoli. Chiariamo il tutto con un esempio legato ad una triste figura, quella dell’Arcivescovo Emmanuel Milingo, scomunicato nel 2006 e poi dimesso dallo stato clericale nel 2009 [documento ufficiale, QUI] …

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… Emmanuel Milingo nasce nel 1930 nello Zambia, Paese africano dove la vera e propria evangelizzazione — dopo alcuni sporadici tentativi fatti solo a fine Ottocento in poche località ad opera di piccoli gruppi di missionari —, prende avvio solo dopo il 1915. Riceve il battesimo nel 1942 all’età di dodici anni e la sacra ordinazione sacerdotale nel 1958 all’età di 28 anni. Nel 1959, ad appena 39 anni, è eletto Arcivescovo Metropolita di Lusaka, Capitale dello Zambia. Riceve la consacrazione episcopale dal Sommo Pontefice Paolo VI, che lo aveva voluto vescovo e che lo salutò come il vescovo più giovane dell’intero Continente africano. Questa cronologia non necessita commenti, perché l’apoteosi dell’imprudenza è racchiusa tutta nelle date, alle quali basta aggiungere che i vicariati apostolici istituiti attorno al 1915 nello Zambia, sono stati elevati a diocesi solo tra il 1959 ed il 1976. Emmanuel Milingo fu il primo arcivescovo autoctono dell’Arcidiocesi di Lusaka, suoi predecessori furono due missionari polacchi gesuiti nominati vescovi titolari e posti alla guida di quel vicariato apostolico: Bruno Wolnik dal 1927 al 1950; Adam Kozłowiecki dal 1955 al 1969. Quest’ultimo, prima coltivò e poi indicò a Paolo VI il giovane Emmanuel Milingo come figura di profilo episcopale. Nel concistoro del 21 febbraio 1998 Adam Kozłowiecki fu creato cardinale dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II, mentre Emmanuel Milingo, per la sua problematicità non più sostenibile in loco, era già stato costretto a rinunciare al governo della sua diocesi e chiamato a Roma nel 1983. Già quindici anni prima che il méntore di Emmanuel Milingo fosse creato cardinale per i suoi meriti missionari e pastorali — meriti ai quali si potrebbe aggiungere un concetto molto in voga nella Compagnia di Gesù, ovvero la “capacità di discernimento” —, egli aveva già dato tutti i peggiori problemi, sino alla sua grottesca partecipazione come cantante ospite al Festival della canzone italiana di San Remo nel 1997, per seguire con la sua entrata in una sétta, il suo matrimonio-farsa con una Signora coreana, il suo atto di apostasia dalla fede e di scisma dalla Chiesa Cattolica. Alla concreta prova dei fatti Emmanuel Milingo non s’è fatto mancare niente, resta però senza risposta il quesito fondamentale: chi è che di tanto in tanto favorisce con la propria leggera, emotiva e fantasiosa imprudenza la nascita e lo sviluppo di simili “mostri”, in questa nostra Chiesa nella quale Cesare non sbaglia mai e la moglie di Cesare è sempre e di rigore al di sopra di ogni possibile sospetto? 

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Quali sono stati i risultati di certe scelte pastorali? Furono purtroppo che molti vescovi di questi Paesi appena evangelizzati, di fatto si comportavano come dei grandi capi tribù, ma soprattutto avevano sempre a proprio servizio gruppi di giovani suore appartenenti alla miriade di congregazioni di diritto diocesano sorte come funghi in tutta quanta l’Africa; e tutte con lo stesso originale e strano carisma: assistere vescovi e sacerdoti. D’altronde, in un contesto socio-culturale nel quale tutt’oggi il celibato sacerdotale, ma soprattutto la castità ad esso legata, non è facile da far penetrare, si rendeva necessario raccogliere, per i vescovi e per i preti, delle domestiche sessuali in modo per così dire pulito, evitando semmai che i preti lasciassero ragazze incinte da un villaggio all’altro. E che cosa accadeva di prassi, se la suora rimaneva incinta? Se non veniva fatto ricorso all’aborto — cosa purtroppo ripetutamente avvenuta —, a quel punto la suora finiva sbattuta fuori dalla comunità, ed il prete mandato invece a studiare a Roma a spese della Congregazione de propaganda fide.

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Siccome il lupo antropologico perde il pelo ma non il vizio, ecco che nel 2008, ai quattro angoli del grande refettorio del Collegio romano San Pietro adiacente la Pontificia Università Urbaniana, appaiono dei cartelli che avvisano: «È proibito ai sacerdoti far salire le suore nelle proprie camere». Cartelli che furono letti da decine e decine di preti, compresi due che oggi, ad oltre un decennio di distanza, sono divenuti vescovi, uno di una diocesi africana, uno di una diocesi missionaria dell’America Latina; furono infatti proprio loro, ad informarmi di questi cartelli affissi dal rettore del collegio ed a farmene vedere le immagini da loro stessi fotografate.

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Mentre nel pieno della nuova Pentecoste le case degli istituti religiosi si svuotavano nel corso degli anni Settanta, mentre molti noviziati erano ormai deserti e da lì a poco, le suore della vecchia Europa avrebbero dovuto cominciare a fare i conti con l’età, ecco che le loro lungimiranti superiore generali decisero assieme ai loro consigli di aprire missioni in diversi Paesi africani e asiatici. E tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta prese avvio quella invereconda e per certi versi immorale campagna acquisti che potremmo per taluni versi paragonare ad una vera e propria tratta delle nere.

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Dobbiamo però prudentemente sorvolare su quanto siano difficili da trattare e da mettere sulla giusta riga certe giovani africane, culturalmente refrattarie anche alle forme più elementari di disciplina sulle quali si fonda la vita comune nelle comunità religiose, perché affrontando certi temi si leverebbe prontamente per tutta risposta un coro polifonico di anime politicamente corrette per dare inizio al solenne inno: Al razzista, al razzista! E non parliamo di che cosa è accaduto in certe comunità religiose quando sono giunti invece gruppi di brasiliane, con le suore anziane che pregavano per avere la grazia di una veloce e buona morte o perlomeno la grazia di rimanere quanto prima possibile sorde e cieche, ond’evitar d’assistere a certi scempî.

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Questa manovalanza acquisita in siffatte campagne acquisti per evitare l’estinzione di certe congregazioni, benché non si dica, quasi sempre è stata anche particolarmente costosa, con risvolti tutt’altro che puliti. Molte di queste congregazioni, l’acquisizione di certe religiose, l’hanno pagata e seguitano a pagarla col mantenimento economico di tutti i nuclei familiari delle suore. A questo vanno poi aggiunte le ruberie delle suore stesse, che appena hanno potuto si sono impossessate di danaro dalle casse o dalle risorse delle comunità religiose, per inviarlo ai loro parenti nei propri Paesi di origine. Più volte, queste suore, sempre a spese delle comunità hanno portato in Europa loro fratelli e sorelle, costringendo la congregazione a provvedere alla loro sistemazione, inclusa quella di fratelli e nipoti tutt’altro che propensi al lavoro, perché, in alcuni Paesi e culture africane, a lavorare è la donna, non l’uomo. E qui, per evitare che il coro polifonico di anime politicamente corrette pronto a inneggiare Al razzista, al razzista! Dal canto passi alla denuncia, è bene tacere sulla nazionalità di alcuni di questi uomini africani, a tal punto allergici al lavoro che, se un giorno incontrassero la persona che il lavoro l’ha inventato, non esiterebbero ad ammazzarla di botte. Mi riferisco ovviamente a quelli che, pur di non lavorare, preferiscono molto di più portare le loro mogli e le loro figlie a prostituirsi sulle strade delle nostre città, esercitando infine il loro lavoro: togliergli i soldi di tasca quando poi vanno a riprenderle al termine del loro servizio.

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Dopo l’ondata di africane e di brasiliane, è giunta appresso quella delle indiane. In quel caso ci siamo ritrovati più volte dinanzi a giovani ragazze veramente molto belle. E quando una ragazza europea molto bella diventava suora, ciò era quasi sempre segno di una particolare e solida vocazione, perché se avesse voluto, avrebbe potuto aver lieta e felice vita scegliendosi il miglior marito che si sarebbe potuta scegliere, perché da sempre, la bellezza femminile, è una ricchezza che può produrre ottimi matrimoni.

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La campagna acquisti indiana non ha però tenuto conto di una cosa, o meglio non ha voluto tenerne conto: in gran parte delle zone dell’India, se una famiglia non ha i soldi necessari per costituire una dote alla figlia, questa, fosse anche una perla di rara bellezza, non può sposarsi. E le ragazze che non possono sposarsi, spesso scelgono tra due diversi mestieri: fare le prostitute a Calcutta, oppure fare le suore. E tra le due scelte, molte scelgono giustamente la seconda opzione.

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Le superiore generali delle congregazioni che hanno fatto campagne acquisti in India, vogliono per caso narrarci che fine hanno fatto, quelle ragazze tanto belle ma tanto povere, prive per questo di dote matrimoniale, quando sono giunte suore in Italia? Ebbene, premesso che più bugiardi dei preti lo sono solo le suore, sapendo che una domanda simile rimarrebbe senza risposta o comunque sarebbe evasa con una risposta del tutto menzognera, la verità sarà bene che ve la narri io: la maggior parte di queste splendide ragazze, giunte in Italia o in altri Paesi europei, poco dopo si sono trovate un uomo che se l’è prese in moglie trattandole come delle autentiche regine. Infatti, per l’uomo italiano, ed in genere per gli uomini europei, una donna giovane, bella e soprattutto dotata di quella femminilità ormai da tempo perduta da molte delle nostre donne maschiacce capaci solo a porsi in competizione professionale e sociale con gli uomini, è una ricchezza che non ha prezzo. Ecco dove sono finite molte delle ragazze bellissime, giunte in Italia come suore, in seguito alle campagne acquisti da parte di molte morenti congregazioni religiose che stanno esalando i propri ultimi respiri grazie alla nuova Pentecoste.

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TRA POCO ASSISTEREMO ALLA PIÙ GRANDE SVENDITA DEL PATRIMONIO RELIGIOSO

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Molte congregazioni religiose femminili sono dotate di grandi patrimoni immobiliari. Numerose posseggono stabili grandi e di gran pregio storico e artistico, altre posseggono grandi stabili che un tempo erano asili, scuole, istituti d’istruzione e collegi. Girando per la sola Roma, è visibile agli occhi di tutti che già molti di questi stabili sono stati trasformati in case di accoglienza o alberghi, altri dati in affitto o venduti a privati. Naturalmente, ed in specie uscendo dai centri storici delle grandi città, non sarà possibile convertire tutte queste strutture in alberghi od in sedi di prestigiosi uffici di rappresentanza di aziende private o di liberi professionisti con le parcelle a sei zeri. Pertanto, gran parte di questi patrimoni, sono destinati in breve tempo ad essere svenduti. Sicché, entro breve tempo, assisteremo alla più colossale svendita del patrimonio immobiliare religioso. Forse, affaristi ed avvoltoi vari, avranno già fatto i loro conti, o forse, con lucida freddezza, avranno già fatto il progetto per spartire la torta tra varie società immobiliari e gruppi di singoli e ricchi affaristi.

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A questo dato, o se preferiamo alla tragica cronaca di questa morte annunciata, si uniscono tutte le complicazioni derivanti dalle scellerate campagne acquisti. Esempio: ci sono congregazioni religiose che per lunghi decenni, se non addirittura per secoli, si sono dedicate alla istruzione dell’infanzia od alla gestione di scuole medie superiori caratterizzate dall’alta qualità dell’offerta formativa. Questi istituti, per la maggiore, si reggevano in piedi grazie alle suore che erano tutte quante insegnanti; a onor del vero, erano anche delle insegnanti di indubbio ed alto livello. Durante la nuova Pentecoste, lo Spirito Santo, anziché riempire di vocazioni i noviziati, pare però che per mistero imperscrutabile di grazia li abbia svuotati, nel mentre, le suore, col passar del tempo invecchiavano. Grazie alla campagna acquisti diverse congregazioni sono riuscite a sopravvivere acquisendo un certo numero di suore africane e indiane, le quali però, lungi dall’essere laureate e lungi dal destreggiarsi perfettamente nella lingua italiana, avevano una scarsa formazione scolare e non riuscivano a parlare bene la lingua italiana, figurarsi dunque se potevano sostituire nell’insegnamento scolastico le loro anziane consorelle. A quel punto, laddove è stato possibile, l’istituto è stato mutato in un albergo all’interno del quale oggi, un gruppo di giovani suore africane e indiane, fanno le cameriere, mentre le poche anziane italiane sopravvissute gestiscono e seguiteranno a gestire finché vivranno o finché potranno tutta quanta l’amministrazione. Domanda: che cosa accadrà, quando le anziane suore italiane moriranno e questi istituti, con i relativi patrimoni, finiranno in mano ai frutti della scellerata campagna acquisti? Perché domani, le cosiddette “proprietarie del tutto”, saranno gruppi di suore straniere di bassa cultura, senza adeguata istruzione, con una conoscenza sommaria della lingua italiana e via dicendo a seguire.

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Premesso che dalle attuali suore ho sempre cercato di stare alla larga, come credo sia bene stare alla larga da dei cadaveri messi dentro le celle frigorifero dell’obitorio in attesa che si liberi qualche posto per la loro sepoltura nel cimitero sovraffollato, nella mia personale esperienza sacerdotale e pastorale posso dire di avere conosciuto in Italia solo pochissime suore africane ed asiatiche dotate di profonda formazione e di competenze professionali. Per esempio: ricordo alcune suore indiane che all’interno di una delle migliori cliniche di Roma, di proprietà e gestita dalla congregazione di queste religiose, sono delle infermiere professioniste che tutti i chirurghi che operano in quella struttura cercano sempre di avere vicine come assistenti di sala operatoria, perché sono di una bravura straordinaria. Bisogna però notare che queste suore indiane sono originarie dello stato del Kerala, dove la cultura cristiana è molto antica e dove quella Chiesa particolare vanta la propria fondazione apostolica, avvenuta nell’anno 52 d.C. per opera dell’Apostolo Tommaso. E per cultura ed antica tradizione cristiana, le religiose del Kerala sono del tutto diverse da quelle religiose di altre regione dell’India che sono vegetariane e che non mangiano carni per paura di potersi cibare di qualche loro antenato reincarnato in una mucca o in un vitello. Sempre a Roma ho conosciuto una eccezionale suora filippina, oggi quasi settantenne, giunta in Italia ad appena diciannove anni d’età, che per anni è stata insegnante e direttrice di una scuola media gestita dalla sua congregazione religiosa. Oltre alla sua operosità ed alle sue straordinarie capacità di lavoro, questa religiosa parla l’italiano come una vera e propria madrelingua, conseguì a suo tempo la laurea in lettere ed è stata per quasi quarant’anni un’ottima insegnante e poi direttrice didattica della scuola. Anche in questo caso, però, stiamo parlando di una donna nata nelle Filippine, dove il cattolicesimo non è stato portato pochi decenni fa, ma ha una storia di oltre cinquecento anni, peraltro caratterizzata da una popolazione cattolica particolarmente legata alla fede cristiana e profondamente devota a Roma. Storia diversa ma del tutto analoga a quella della suora filippina, quella di una suora congolese che si destreggia con un perfetto italiano e che parla a meraviglia inglese, francese e spagnolo. Questa religiosa di origine congolese proviene da una vecchia famiglia che è cattolica da generazioni e che decise di diventare suora quando, con una borsa di studio, giunse poco più che diciottenne a Roma per svolgere gli studi universitari, dopo avere studiato per quattro anni italiano alla scuola media superiore della sua città, avendo in programma i suoi genitori di mandarla a studiare in quella metropoli europea da loro considerata la grande capitale mondiale della cristianità. E qui facciamo notare che l’evangelizzazione del Congo prese avvio sul finire del Quattrocento, mentre agli inizi del Seicento i Gesuiti fondarono in quel Paese l’istituto del Santissimo Salvatore, che formerà per gli anni a seguire le classi dirigenti congolesi, mentre a metà del Seicento giunsero i Frati Minori Cappuccini, ai quali fu invece affidato il compito di istruire e di assistere il clero locale nella erezione delle parrocchie.

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Fatte salve le eccezioni e senza temere che la corale polifonica del politicamente corretto dia avvio all’inno Al razzista, al razzista! I prodotti di queste campagne acquisti, oltre all’elevato numero di suore indiane approdate alle vita religiosa perché prive di dote e quindi del mezzo fondamentale per potersi sposare, è stata la introduzione in molte congregazioni religiose di numerose suore provenienti da vari Paesi africani di recente evangelizzazione, divenute cristiane da adolescenti, prive di una profonda formazione cristiana e prive di adeguata formazione religiosa dovuta proprio alla loro carente formazione cristiana, intrise di animismo, affette da non poche superstizioni e di fatto legate ancóra ai culti degli antenati. Quando le vecchie suore italiane che oggi reggono ormai le propri vite coi denti e che dall’altra seguitano a reggere ed a gestire queste congregazioni, verranno a mancare, quale fine faranno questi istituti, inclusi i loro patrimoni spesso cospicui, quando il tutto sarà in mano ai prodotti della infelice campagna di acquisti?

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ERA MEGLIO NEL PERIODO PRECEDENTE IL CONCILIO DI TRENTO QUANDO MOLTI MONASTERI ERANO DEGLI AUTENTICI BORDELLI

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I frutti prodotti dalla nuova Pentecoste, o come dicono altri «da quell’aria di primavera entrata negli armadi da troppo tempo chiusi della Santa Chiesa di Dio», sono quelli che abbiamo sotto gli occhi: sono frutti che hanno prodotto una crisi religiosa negli istituti femminili come mai s’era vista prima. In fondo noi abbiamo piantato un albero che doveva essere il più bello e rigoglioso del giardino, ed anche se nei fatti non lo è, c’è chi lo dichiara tale, lanciando tutti i fulmini e le saette dell’ostracismo verso chiunque osi indicare che l’albero è brutto e ammalato. Eppure il Santo Vangelo, tramite le parole di Cristo Signore, ci insegna come riconoscere gli alberi:

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«Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore» [Lc 6, 43-45].

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Dovremmo pertanto domandarci: se l’albero è cresciuto storto ed i frutti da esso dati sono morti prima ancóra di germogliare, può essere che sia nel piantarlo sia nel farlo crescere, qualche cosa non sia andata per il verso giusto?

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Il Vaticano II è stato un concilio della Chiesa, per l’esattezza il XXI°, non è stato né un super-concilio né il concilio dei concili. Ma soprattutto, come ci spiegò il Venerabile Pontefice Benedetto XVI, il Vaticano II non può essere mutato in una sorta di superdogma. Concetto questo ripreso dal Sommo Pontefice il 14 febbraio del 2013, tre giorni dopo avere fatto atto di rinuncia al sacro soglio. In questo suo discorso rivolto al clero romano Benedetto XVI ammette chiaramente che nella Chiesa imperversa una grave crisi di ordine dottrinale e morale, attribuendola sia al para-concilio celebrato dai teologi sulle colonne dei giornali, sia al post-concilio:

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«[…] Sappiamo come questo Concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata … e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale […]» [testo integrale, QUI].

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A metà degli anni Sessanta fu annunciato l’arrivo delle nuova primavera della Chiesa, alla prova dei fatti siamo invece sprofondati in uno dei peggiori inverni siberiani, o come scrissi in un mio articolo due anni fa: siamo alla nuova caduta dell’Impero Romano. [vedere testo QUI].

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Come ho spiegato nel corso di questo mio scritto, dopo il Concilio di Trento abbiamo assistito ad una grande rifioritura della Chiesa unita ad una grande attività missionaria, il tutto collocato nella storia di quel Cinquecento che fu un secolo di grandi riformatori e di grandi Santi. Pur malgrado, il Concilio di Trento non debellò affatto i malcostumi, ed a distanza di alcuni secoli molti dei suoi canoni fondamentali non risultavano ancora applicati ovunque, oppure erano solo parzialmente applicati. 

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I prodotti postumi al Concilio Vaticano II sono oggi sotto gli occhi di tutti: a mezzo secolo da quello che taluni indicano come il più grande Concilio della Chiesa, od il concilio dei concili, la Chiesa versa in una crisi dottrinale, morale e spirituale dinanzi alla quale è davvero difficile trovare dei precedenti storici, perché si tratta di una situazione e di una crisi del tutto nuova. Concludendo pertanto con l’iniziale paradigma della suorina stolta che affermava: «Mica possiamo tornare ai tempi oscuri del Concilio di Trento!», come estrema risposta conclusiva penso di poter replicare che sul piano della vita religiosa femminile, forse sarebbe meglio tornare al periodo precedente al Concilio di Trento, quando molti monasteri erano ridotti a degli autentici bordelli. Non dimentichiamo infatti che al loro interno, oltre alle monache divenute tali per costrizione, c’erano anche delle Sante che come buon grano vivevano a fianco a fianco con la gramigna [cf. Mt 13, 27-30], perché come insegna il Beato Apostolo: «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» [Rm 5, 20]. E sul finire merita ribadire che la grande Santa e riformatrice Teresa d’Avila nacque proprio in questo genere di monasteri popolati di monache dissolute, divenendo ciò che è divenuta e producendo i frutti che ha prodotto.

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Oggi questo non è possibile, perché non stiamo più parlando di grano e gramigna che vivono assieme e che devono essere lasciati assieme per evitare il rischio di distruggere anche una spiga sola di buon grano; oggi noi siamo di fronte al cadavere della vita religiosa femminile posto dentro la cella frigorifera dell’obitorio per evitare che si decomponga. E lo stato di grazia, come risaputo, abbonda anche e soprattutto nel peggior peccato, ma sui corpi dei viventi, non sui cadaveri dei morti. Mai nessuno potrà infatti pronunciare su di un cadavere la formula: «Io ti battezzo…», oppure «Io ti assolvo dai tuoi peccati», meno che mai si può porgere la Santissima Eucaristia sulla bocca di un morto dicendo al cadavere inanimato «Il Corpo di Cristo».

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Ma questo, la suorina stolta con la chioma al vento e la gonna a mezza gamba, abbeveratasi al post-concilio nato dal para-concilio, non lo sa, come tutte le persone che vivono incoscienti e irresponsabili con l’idea di una primavera sotto il gelo invernale delle temperature glaciali della Siberia. Perché gli alberi, belli e rigogliosi, lo sono per i frutti che danno, non per i frutti non dati ma da noi in ogni caso immaginati. La fede non si basa sulle emotività ideologiche ma sui fatti, per quant’è vero ciò che insegnava uno dei grandi maestri della scolastica, Sant’Anselmo d’Aosta: fides quaerens intellectum, intellectus quaerens fidem [La fede richiede la ragione, la ragione richiede la fede]. Fantasia e illusione, non sono elementi fondanti della nostra fede, ma elementi di distruzione della fede, perché togliendo il grande lume della ragione che produce le opere e che è dono di grazia mirabile dello Spirito Santo, a quel punto prende vita uno pseudo cristianesimo fondato sul sentimentale e sull’emotivo. E così, si passa dal cristianesimo al neo-paganesimo, allo gnosticismo, se non peggio: all’ateismo. Infatti «la fede, se non ha le opere, è morta in se stessa […] mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede» [II Gc 1, 17-18]. Ecco la terribile domanda fondamentale di cui molti, troppi, dovranno rendere seriamente conto a Dio: quali sono stati i frutti delle opere e che genere di fede hanno prodotto? È infatti da questi frutti che saremo riconosciuti e poi giudicati da Dio, perché «alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere» [Mt 11, 19].

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dall’Isola di Patmos, 3 febbraio 2019

Presentazione del Signore Gesù al Tempio

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Non è necessario de-sacralizzare e prendere il giro la Chiesa Cattolica, perché la Chiesa Cattolica si de-sacralizza e si prende in giro da sé stessa

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NOTE

[1] «Ubi violata […] diligenter restitui, et ubi inviolata […] conservari»: Concilii Tridentinii actorum. Pars sexta complectens acta post sessionem sextam (XXII) usque ad finem concilii (17 sept. 1562-4 dec. 1563).

[2] Citazione originale in italiano arcaico: «[…] quando vien qualche signor in questa terra, li mostrate li monasterii di monache, non monasterii ma prostribuli e bordeli publici» —  Marino Sanuto, Diarii (a cura Federico Stefani), Venezia, 1879, t. I, col. 836. Cfr. anche Pio Paschini, I monasteri femminili in Italia nel ‘500, in AA. VV., Problemi di vita religiosa in Italia nel Cinquecento. Atti del convegno di storia della Chiesa in Italia, Bologna, 2-6 settembre 1958, Editrice Antenore, Padova, 1960, pp. 31-60 e Innocenzo Giuliani, Genesi e primo secolo di vita del Magistrato sopra monasteri (Venezia, 1962).

[3] S. F. Wemple – S. Salvatore – S. Giulia: A case study in the endowment and patronage of a major female monastery in northern Italy, in Women of the medieval world. Edited by Julian Kirshner and Suzanne F. Wemple. New York: Blackwell, 1985.

[4] Archivio della Nunziatura Apostolica di Napoli, Scat. 44, Denuncia della badessa Domna Maria Francesca Tronconi, 21 aprile 1836.

[5] ASDS, Atti per luogo, Arpino, B. 61, fasc. 4. ASV, Congregazione dei vescovi e regolari, Positiones monialium, Novembre 1822, S. Germano, Placida Scafi.

[6] Cf. S.S. Benedetto XVI, Omelia alla liturgia dell’Epifania, Papale Arcibasilica di San Pietro, 6 gennaio 2008.

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Ringraziando tutti i cari Lettori che ci hanno sostenuti, ricordo, come ormai ben sanno i nostri numerosi affezionati, che la nostra opera si regge interamente sul vostro sostegno economico [cf. QUI], ed a tal proposito ricordiamo:

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«Non sapete che quelli che celebrano il culto, dal culto traggono il vitto, e quelli che servono all’altare, dall’altare ricevono la loro parte? Così anche il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo» [I Cor 9, 13-14].

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In questa terribile notte buia, per il nuovo anno 2019 il programma di lavoro è stato dettato a L’Isola di Patmos dal Beato Apostolo Pietro: «Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi»

 — Theologica —

IN QUESTA TERRIBILE NOTTE BUIA, PER IL NUOVO ANNO 2019 IL PROGRAMMA DI LAVORO È STATO DETTATO A L’ISOLA DI PATMOS DAL BEATO APOSTOLO PIETRO: «IL VOSTRO NEMICO, IL DIAVOLO, COME LEONE RUGGENTE VA IN GIRO, CERCANDO CHI DIVORARE. RESISTETEGLI SALDI NELLA FEDE, SAPENDO CHE I VOSTRI FRATELLI SPARSI PER IL MONDO SUBISCONO LE STESSE SOFFERENZE DI VOI»

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«La Chiesa, questa Sposa dell’Agnello Immacolato, è ubriacata da nemici scaltrissimi che la colmano di amarezze e che posano le loro sacrileghe mani su tutte le sue cose più desiderabili. Laddove c’è la sede del beatissimo Pietro posta a cattedra di verità per illuminare i popoli, lì hanno stabilito il trono abominevole della loro empietà, affinché colpendo il pastore, si disperda il gregge» [S.S. Leone XIII, Exorcismus in Satanam et Angelos Apostaticos]

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

Il periodo che segna la fine e l’inizio di un nuovo anno, più che tempo di bilanci e programmi è un’occasione particolare in più per affidarsi a Dio e alla Beata Vergine Maria Mater Dei, soprattutto in questi tempi non felici, dinanzi ai quali sovviene alla mia mente il tenero ricordo del compianto Cardinale Carlo Caffarra, che in uno dei nostri ultimi colloqui, quando il 19 agosto 2017 ebbe la bontà di chiamarmi per farmi gli auguri per il mio 54° compleanno, nel volgere del discorso mi disse:

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«Che la Chiesa viva un momento drammatico che non ha precedenti storici, soltanto ciechi e irrazionali possono negarlo, semmai rimanendo in passiva attesa che tutto passi e giungano come per incanto tempi migliori».

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E proprio col Cardinale Carlo Caffarra affrontai più volte complessi e dolorosi discorsi legati a quei passi delle Sacre Scritture oggi usati da non pochi esegeti, sicuri di poterli utilizzare come fossero pillole omeopatiche con le quali curare un tumore degenerato nella sua irreversibile fase terminale. Sia chiaro: «pillole omeopatiche» non sono certo le Sacre Scritture o taluni passi in particolare, lo è il modo in cui taluni presumono di usare in maniera surreal rassicurante quei passi della Parola di Dio che racchiudono al proprio interno la tragedia del nostro presente. A questo si unisce un’operazione di per sé peggiore: usare le Sacre Scritture monche, estrapolando un pezzo di frase dal contesto e farne uso per far dire ad esse ciò che su di esse non è proprio scritto. È presto detto che usare a questo modo la Parola di Dio per imporre o per suggellare col soprannaturale le proprie opinioni umane, sotto certi aspetti potrebbe essere peggio che enunciare un’eresia. Forse fu proprio questo modo di agire che fece dire a Karl Marx — il quale non s’inventò il concetto ma lo estrapolò da Tito Lucrezio Caro — che «La religione è l’oppio dei Popoli». E aveva ragione, se con questa definizione egli intendeva quel genere di religiosità che usa Dio in modo pretestuoso, o per così dire oppiaceo, al fine primo e ultimo d’imporre le idee soggettive e del tutto opinabili dell’uomo. Da sempre esiste infatti un ateismo molto peggiore dell’ateismo classico che nega Dio: l’ateismo di chi usa Dio per divinizzare le proprie opinioni ed interpretazioni, mutandole in verità divine non passibili di discussione e di smentita. Da sempre, l’ateismo peggiore, non è il negare Dio, ma il sostituirsi a Dio; non è il negare la sua Parola, ma lo stravolgimento della sua Parola. E oggi, purtroppo, nella Chiesa visibile brulicano vescovi e preti che sono dei perfetti atei devoti praticanti.

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Per inciso ricordiamo che Tito Lucrezio Caro [Campania 94 a.C. – Roma 54 a.C], nella sua opera De rerum natura, afferma in che modo siano evidenti le infauste conseguenze della religione, adducendo come esempio il caso di Ifigenia, spiegando appresso che il mito è una rappresentazione falsata della realtà, il cosiddetto evemerismo, che prende nome da Εὐήμερος [Evemero da Messina, vissuto tra il IV e III secolo a.C. nella Magna Grecia] da cui si sviluppa l’idea che all’origine degli dèi, altro non vi sarebbero state che delle personalità umane, segnate da particolari doti e talenti, ed infine giunte ad attribuirsi natura divina e conseguente culto di adorazione da parte delle popolazioni. La religione, secondo l’Autore classico romano, è per ciò la causa principale dell’ignoranza e dell’infelicità degli uomini. Ora, siccome Tito Lucrezio Caro nasce circa un secolo e muore circa mezzo secolo prima della nascita di Cristo, è presto detto ch’egli non si rivolge al Cristianesimo, ma a quello spirito religioso negativo che percorre l’intera storia dell’umanità. Lungo sarebbe il discorso di carattere antropologico e storico per spiegare e dimostrare con rigore scientifico che nella storia dell’umanità, la decadenza, a volte la scomparsa di molte antiche civiltà, è sempre stata preceduta dalla decadenza religiosa, che giunta al suo culmine ha prodotto il collasso dei sistemi politici e di governo, infine la totale decadenza con conseguente scomparsa di quelle civiltà stesse.

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IL PROBLEMA ESCATOLOGICO DELLA GRANDE APOSTASIA NELLA CHIESA VISIBILE

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Da tutto quanto sin qui narrato noi ci sentiamo però immuni con una presunzione senza limiti, perché, facendo taglia e cuci sulle Sacre Scritture, estrapoliamo da esse delle pillole omeopatiche del tipo: «Cristo Signore ha assicurato che le porte degli inferi non prevarranno!». È vero, lo ha detto. Però, vogliamo chiederci su che cosa le porte degli inferi non prevarranno? Quando infatti Cristo Signore dice a Pietro:

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«Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» [Mt 16, 18]

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è a dir poco d’obbligo domandarsi: a quale Chiesa si riferiva? Ovvio: alla sua, o meglio: alla Chiesa del Verbo di Dio, giacché la definizione mistica e soteriologica di Chiesa ce la fornisce il Beato Apostolo Paolo indicando Cristo come «il capo del corpo che è la Chiesa» [Col 1, 18]. È quindi naturale che le porte degli inferi non prevarranno su Cristo, nella stessa misura in cui Satana, tentando nel deserto l’uomo Gesù [Cf Mt 4, 1-11], non poté certo far vacillare il Verbo di Dio incarnato. Temo però che serpeggi — oggi forse persino più di ieri — una certa confusione dinanzi alla quale sorge la domanda: non è che l’animale religioso, o se preferiamo l’animale teologico, sia giunto a confondere la Chiesa corpo mistico di Cristo, di cui il Cristo glorificato è capo e noi membra vive, con quella palese struttura di peccato tal è l’attuale Chiesa visibile, strutturata su una gerarchia umana e composta di uomini, non pochi dei quali vivono ormai al di là del bene e del male, dopo avere da tempo smarrito il senso stesso, del bene e del male? Perché nel caso in cui taluni non lo avessero capito, è proprio facendo riferimento a questo genere di struttura che Cristo Signore afferma con un terribile interrogativo: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» [Lc 18, 8]. Che motivo avrebbe mai avuto, il Verbo di Dio, di lanciare questo interrogativo che pesa più di quanto possano pesare i macigni di un’intera montagna, se la Chiesa è di Cristo ed è governata dallo Spirito Santo e quindi «le porte degli inferi non prevarranno contro di essa»? [Mt 16, 18]. Forse, quello di Cristo Signore sulla fede, è per caso un interrogativo inopportuno che necessita di essere corretto sul piano metafisico e sul piano dogmatico? Può anche essere, perché in fondo, Cristo Signore, era un principiante animato da buone intenzioni, sprovvisto come tale di tutti quegli strumenti della scolastica e della metafisica che verranno solo secoli dopo. Insomma: nella sua “divina ignoranza” non conosceva e non applicava la logica di Aristotele.

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Fatto ciò, bisogna procedere anche a cambiare il Catechismo della Chiesa Cattolica, molti articoli del quale sono resi di giorno in giorno lettera morta, o svuotati dal loro significato, grazie ad una odierna prassi pastorale che dobbiamo naturalmente credere che sia ispirata rigorosamente dallo Spirito Santo, anzi dettata parola per parola, intervista su intervista direttamente dalla Terza Persona della Santissima Trinità. E se così stanno davvero le cose, allora sarebbe bene correggere tutti i testi delle Sacre Scritture che fanno ad esempio riferimento  alla grande apostasia nella Chiesa:

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«Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti [cf. II Ts 2,4-12; I Ts 5,2-3; 2 Gv 7; 1 Gv 2,18.22]. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra [cf. Lc 21,12; Gv 15,19-20] svelerà il “mistero di iniquità” sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anticristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne [cf. II Ts 2,4-12; I Ts 5,2-3; 2 Gv 7; I Gv 2,18.22]. Questa impostura anti-cristica si delinea già nel mondo ogni qualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può essere portata a compimento se non al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico; anche sotto la sua forma mitigata, la Chiesa ha rigettato questa falsificazione del regno futuro sotto il nome di millenarismo [cf. Sant’Offizio, Decretum de millenarismo (19 luglio 1944): DS 3839] soprattutto sotto la forma politica di un messianismo secolarizzato “intrinsecamente perverso” [Pio XI, Lett. enc. Divini Redemptoris (19 marzo 1937): AAS 29 (1937) 65-106, che condanna “il falso misticismo” di questa “contraffazione della redenzione degli umili” (p. 69); Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 20-21: AAS 58 (1966) 1040-1042]. La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest’ultima Pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e risurrezione [cf. Ap 19,1-9]. Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa [cf. Ap 13] secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male [cf. Ap 20,7-10] che farà discendere dal cielo la sua Sposa [cf. Ap 21,2-4]. Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell’ultimo giudizio [cf. Ap 20,12] dopo l’ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa» [Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 675-677].

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Se il Catechismo tutt’oggi in vigore, per quanto sovrastato e di fatto accantonato dalla nuova pastorale del buonismo, supportandosi sull’Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni e sulle altre Lettere Apostoliche, oltre ed anzitutto che sul Santo Vangelo stesso, afferma:

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«Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male» [Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 677]

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in che modo corretto e molto poco fantasioso, dovremmo leggere e interpretare quel «non prevarranno»? Perché se qualcuno pensa che le potenze degli inferi non prevarranno mai sulla Chiesa visibile oggi visibilmente ridotta ad una struttura di peccato che produce al proprio interno peccato e che lo diffonde all’esterno, in tal caso meglio abbandonare la metafisica e la dogmatica e darsi alla ben più salutare e soddisfacente arte della gastronomia e della enologia.

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LA NOSTRA CONTEMPORANEITÀ È SCRITTA COME IN UNA CRONACA DI ATTUALITÀ NEL LIBRO DELL’APOCALISSE

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In questi ultimi tempi ho meditato sempre più spesso su diversi temi collegati tra di loro da un comune filo conduttore, a partire dalla struttura dell’Apocalisse redatta dal Beato Apostolo Giovanni in un’isola dell’Egeo nota come Isola di Patmos, detta anche il luogo dell’ultima rivelazione, da cui prende nome non a caso questa nostra rivista. Come sappiamo, l’Apocalisse parla dell’Anticristo e della sua sconfitta finale, prima della quale egli seminerà però un male che al momento non riusciamo forse neppure a immaginare nella sua devastante portata. Ovviamente, quello apocalittico è un linguaggio allegorico che illustra al di là delle immagini qualche cosa di molto reale; e si tratta di qualche cosa che oggi potremmo ragionevolmente definire nella propria fase avanzata di realizzazione. Scrive il Beato Apostolo:

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«Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque.  Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione» [Ap 17, 2]

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E poco avanti prosegue:

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«È caduta, è caduta
Babilonia la grande
ed è diventata covo di demòni,
carcere di ogni spirito immondo,
carcere d’ogni uccello impuro e aborrito
e carcere di ogni bestia immonda e aborrita. 
Perché tutte le nazioni hanno bevuto del vino
della sua sfrenata prostituzione,
i re della terra si sono prostituiti con essa
e i mercanti della terra si sono arricchiti
del suo lusso sfrenato» [Ap 18, 2-3].

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Per lungo tempo si è pensato — e gli esegeti lo hanno spiegato con grande dovizia — che il Beato Apostolo, usando un linguaggio allegorico, in queste righe avesse celata l’immagine di Roma e dell’Impero Romano. A tal proposito, in un mio precedente scritto cercai di spiegare:

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«… facendo uso di un’immagine vetero testamentaria Il beato Apostolo Giovanni si rivolge all’Impero Romano, quindi a Roma celata dietro «Babilonia la grande», il tutto per motivi che chiunque può capire. Motivi legati in parte alla sicurezza e in parte alla diffusione del testo, onde evitare la loro distruzione da parte dei romani che all’epoca nutrivano forti sospetti verso il movimento gesuano e la relativa diffusione del suo messaggio. Trascorsi ormai duemila anni, viene da affermare che mai come oggi quel riferimento all’antica Roma celata dietro l’immagine di Babilonia sia attuale, posto che da tempo Roma «ha abbeverato tutte le genti col vino del furore della sua fornicazione» [vedere articolo, QUI].

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Dopo avere dipinto queste immagini, il Beato Apostolo seguita affermando che il Popolo Eletto deve fuggire da Babilonia:

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«Uscite, popolo mio, da Babilonia
per non associarvi ai suoi peccati
e non ricevere parte dei suoi flagelli. 
Perché i suoi peccati si sono accumulati fino al cielo
e Dio si è ricordato delle sue iniquità. 
Pagatela con la sua stessa moneta,
retribuitele il doppio dei suoi misfatti.
Versatele doppia misura nella coppa con cui mesceva. 
Tutto ciò che ha speso per la sua gloria e il suo
lusso, restituiteglielo in tanto tormento e afflizione.
Poiché diceva in cuor suo: Io seggo regina,
vedova non sono e lutto non vedrò; 
per questo, in un solo giorno,
verranno su di lei questi flagelli:
morte, lutto e fame;
sarà bruciata dal fuoco,
poiché potente Signore è Dio
che l’ha condannata» [Ap 18, 4-8]

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Cosa s’intende dire col drammatico invito:

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«Uscite, popolo mio, da Babilonia per non associarvi ai suoi peccati e non ricevere parte dei suoi flagelli»? [Ap 18, 4]. 

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Il significato di questo drammatico invito ho tentato di rappresentarlo in un mio articolo nel quale spiego in che modo la Chiesa visibile, dopo la Shoah del mondo cattolico, sarà portata sul banco degli imputati al nuovo processo di Norimberga, dove udremo un esercito di ecclesiastici affermare: «Ma io ho solo obbedito a degli ordini superiori!» [l’articolo è leggibile, QUI]. 

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IL NOBILE VALORE SALVIFICO DELLA FUGA DINANZI AI COMPLICI ATTIVI ED AI COMPLICI PASSIVI

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Vi sono momenti nei quali è necessario fuggire, oppure allontanarsi in modo deciso, che è anch’esso sinonimo di fuga, in virtù del fatto che all’interno di una struttura di peccato, quindi di una struttura marcia che produce peccato al proprio interno e che lo diffonde al proprio esterno, esistono due diversi generi di gravi responsabilità: la complicità attiva di coloro che generano il male e lo diffondono, per seguire con la complicità passiva, non per questo meno grave, di tutti coloro che pur di non perdere il proprio posticino al sole tacciono e fingono di non vedere, dimenticando come il Signore fece fuggire i suoi pochi fedeli sopravvissuti dalle Città di Sodoma e Gomorra prima della loro distruzione, invitandoli a non voltarsi indietro mentre la sua ira si sarebbe scatenata, salvo finire mutati, come accadde alla moglie di Lot, in una statua di sale [cf. Gen 19, 1-29]. 

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In una Chiesa nella quale il diritto ecclesiastico è stato sostituito dai capricci arbitrari di soggetti capaci a colpire degli innocenti con la inaudita cattiveria distruttiva degna di un Joseph Goebbels, tutti i buoni officiali e segretarietti che assistono impotenti, salvo lamentarsi con i loro intimi dentro le chiuse stanze, sono altrettanto responsabili e complici nel peccato; e finiranno un giorno distrutti assieme a tutti gli altri abitanti di Sodoma e Gomora. Quando infatti all’interno di una struttura di peccato non è possibile fare niente, allora è necessario fuggire dalla complice impotenza passiva, rinunciare senza esitazione al proprio posticino al sole, rivolgendo supplica al proprio vescovo diocesano per chiedere la grazia di essere mandato a fare il curato nella più sperduta delle parrocchie di campagna o di alta montagna. È infatti bene chiarire che la giustificazione «non potevo fare niente», o quella ben peggiore data dai gerarchi nazisti a Norimberga: «ho ubbidito agli ordini superiori», non può salvare il colpevole dalla giusta forca degli uomini, ancor meno dal ben più severo castigo dato dalla giustizia e dalla misericordia di Dio, che ricordiamo: «Egli castiga ed usa misericordia» [Tb 13, 1].

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La verità è che purtroppo il peccato e con esso le strutture di peccato, fanno comodo a tutti: a chi genera il peccato, a chi lo commette, a chi lo copre ed a chi dinanzi ad esso assiste silenzioso e impotente, nel desiderio interiore non meno perverso di poter ricavare qualche cosa dal peccato. È la verità, che non fa comodo ai peccatori attivi come ai peccatori passivi; per questo costoro cercano in tutti i modi, col ricorso alla falsità ed a mezzi coercitivi e violenti, di distruggere la verità assieme al bene che da essa procede. 

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PIETRO ESERCITA IL PROPRIO MAGISTERO INFALLIBILE SOLO SE È APERTO ALLA GRAZIA DELLO SPIRITO SANTO, ALTRIMENTI LA GRAZIA DELLO SPIRITO SANTO NON È IN LUI E NON AGISCE PER MEZZO DI LUI

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Cristo Signore ricorda il pericolo e le insidie di Satana in modo molto preciso a Pietro stesso, all’interno di un discorso dal quale a molti piace estrapolare e citare solo un pezzo di frase: «Conferma i tuoi fratelli» [Lc 22, 32], per dare in tal modo vita non tanto ad un Super Pietro, ma ad un Super Pontefice. Questa frase, però, è preceduta da un tragico “prima”, ed è seguita da un drammatico “dopo”. Proviamo allora ad analizzarla tutta, evitando di far dire a Cristo Signore ciò che il Verbo di Dio non ha detto, considerando ch’Egli mette seriamente in guardia Pietro dicendogli:

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«Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano;  ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede».

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Fermiamoci a questa prima parte e proviamo a domandarci: ma dov’è che Cristo Signore — a quel Pietro al quale aveva detto «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» [Mt 16, 18] — afferma e rassicura che la sua fede non verrà mai assolutamente meno? Cristo Signore non lo afferma affatto, Egli rassicura Pietro che pregherà affinché la sua fede «non venga meno», non afferma e non garantisce affatto che la fede di Pietro non verrà mai ed in alcun modo meno. Cosa peraltro ampiamente dimostrata dalla prosecuzione della frase, quando Cristo Signore, a Pietro che tutto baldanzoso afferma:

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«Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte» [Lc 22, 33]

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senza esitare risponde:  

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«Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi» [Lc 22, 34].

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La sequenza è dunque questa: Cristo Signore mette Pietro in guardia contro Satana, assicurandolo che pregherà affinché la sua fede non venga meno, ma nel caso in cui venisse anche meno, Dio, come i fatti dimostrano, non farà nulla per impedirlo, perché altrimenti negherebbe un suffisso stesso della creazione dell’uomo, che è la libertà ed il libero arbitrio; e Dio non può contraddire sé stesso. Infatti Pietro, che è il primo sommo maestro della dottrina e della fede, non trova di meglio da fare che rinnegare poco dopo per tre volte il Verbo di Dio fatto uomo, ed il tutto dopo che Cristo Signore, durante l’ultima cena, lo aveva istituito sacerdote e capo del Collegio degli Apostoli, vale a dire Sommo Pontefice [Cf Lc 22, 7-19]. Non aveva forse ricevuto Pietro, viepiù da Cristo Dio in persona, una grazia speciale ed altrettanta assistenza del tutto speciale dello Spirito Santo che, è bene ricordarlo, non “nasce” solo successivamente, a Pentecoste, poiché già aleggiava sulle acque nei giorni della creazione del mondo? [Gen 1, 1-2].

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Sappiamo pure che le vicende di Pietro non finiscono qua, perché lo stesso Beato Apostolo Paolo ci narra che ad Antiochia riprese e rimproverò pubblicamente il Principe degli Apostoli proprio in materia di dottrina e di fede [cf. Gal 2, 11-14]; perché se Pietro avesse proseguito e indotto i Christi fideles in quell’errore, oggi noi non saremmo cristiani, saremmo solo una sette eretica di matrice giudaica, a causa di Pietro che mostrò in quel frangente di non comprendere, o di avere compreso male alcuni dei fondamenti del mistero della rivelazione e della redenzione. Anche in questo caso, forse bisogna capire che solo diciotto secoli dopo sarà definito quel dogma della infallibilità pontificia che rende il Romano Pontefice non soggetto ad erranza in materia di dottrina e di fede, mentre invece Pietro, scelto da Cristo Dio in persona, a quanto pare poteva tranquillamente errare in materia di dottrina e di fede, evidentemente perché il dogma della infallibilità pontificia non era stato ancora proclamato?

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Vediamo quale fu l’errore di Pietro ed a cui riguardo ci narra il Beato Apostolo Paolo:  

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«Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: “Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei”?» [cf. Gal 2, 11-14]

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Molti non sanno cosa significhi il tutto, cerchiamo allora di riassumerlo in breve: Pietro, prima di questo episodio narrato da Paolo, prendeva i pasti con i pagani ed aveva insegnato che la salvezza si ottiene mediante la fede, posto che non è cristianamente concepibile l’osservanza della legge fine a se stessa senza la fede dalla quale nascono le opere [cf. Giac 2, 14-26]. Però, quando si unirono alla comunità alcuni ebrei, per timore di dar loro dispiacere a prendere pasti con i pagani, egli si ritirava a mangiare in disparte osservando tutte le meticolose disposizioni della legge rabbinica — la cosiddetta כַּשְׁרוּת kasherùt —, perché agli ebrei era proibito prendere cibi assieme ai pagani, considerati impuri; ed in tal modo dava ambiguamente ad intendere che la salvezza si ottiene mediante il rispetto delle leggi rabbiniche, quelle racchiuse poi nel תַּלְמוּד Talmud, dove a partire dal III secolo sono redatte queste norme in vigore già molto prima dell’epoca gesuana; norme in seguito codificate nel XVI secolo nel testo normativo שולחן ערוך Shulkhan aruck. Questo comportamento fu reputato da Paolo molto pericoloso su quello che oggi chiameremmo piano strettamente dottrinale. Infatti, questo modo di agire, avrebbe indotto i pagani a farsi una loro Chiesa, oppure a sottostare a quelle che erano le prescrizioni della הֲלָכָה halakha, la legge rabbinica eretta dall’interpretazione dei rabbini stessi sui dettami del Libro del Levitico e del Libro del Deuteronomio; oppure, i pagani, avrebbero dovuto sottostare alle הֲלָכוֹת halakhot [leggi degli ebrei], a partire dalla circoncisione. Agendo a questo modo Pietro metteva a serio rischio l’unità della Chiesa, al punto tale che Paolo lo riprende pubblicamente ed in modo severo, dandogli dell’ipocrita e dicendogli nella sostanza: come puoi evangelizzare se sei proprio tu il primo ad essere ambiguo e privo di chiarezza nell’annunciare il mistero della Rivelazione e della Redenzione?

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Così stanno le cose e così si svolsero i fatti: Pietro, scelto ed eletto da Cristo Signore, ha errato in materia di dottrina e di fede rischiando di compromettere l’unità della Chiesa, un fatto documentato e poi tramandato attraverso la storicità dei sacri testi dalle Lettere Paoline. Per il resto, chi ha letto ed inteso, faccia per suo conto le proprie valutazioni. Pur precisando dal mio canto che, a prescindere dalle antiche dispute apostoliche antiochene ed a prescindere dalle ironie teologiche che io ho speso su chi considera l’infallibilità del Romano Pontefice in materia di dottrina e di fede come una sorta di magia dello Spirito Santo che agirebbe persino al di là della volontà stessa del Successore di Pietro, il dogma della infallibilità pontificia resta fuori discussione e la sua applicazione è esplicata nella costituzione dogmatica Pastor Aeternus del Beato Pontefice Pio IX e successivamente nella Ad tuendam fidem del Santo Pontefice Giovanni Paolo II. L’esercizio del magistero infallibile, comporta però ben precise caratteristiche e requisiti che non possono prescindere dalla libertà e dal libero arbitrio di chi questo magistero infallibile lo esercita. Queste caratteristiche sono riassunte dal raffinato teologo Cardinale Charles Journet [1891-1975] che nella sua opera Eglise du Verbe Incarné  spiega: 

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«L’assioma “dov’è il Papa lì è la Chiesa”, vale quando il Papa si comporta come Papa e Capo della Chiesa; in caso contrario, né La Chiesa è in lui, né lui è nella Chiesa».

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Esattamente come accadde ad Antiochia ed esattamente come potrebbe ripetersi nel corso della storia, senza che il dogma della infallibilità pontificia sia minimamente ed in alcun modo intaccato, tutt’altro: riconoscere la libertà ed il libero arbitrio, con la relativa possibilità di accettare o di rifiutare la grazia di stato, vuol dire tutelare, ed a mio parere anche nel migliore dei modi, il dogma stesso della infallibilità. Questo il motivo per il quale poco tempo fa, in un quesito che potremmo chiamare pura e semplice speculazione accademica, mi interrogai: «Può un Romano Pontefice legittimamente eletto e Successore legittimo del Beato Apostolo Pietro essere privo della grazia di stato?» [vedere articolo, QUI]. Seguendo la logica delle Sacre Scritture, a partire dal mistero della creazione stessa e dal Libro della Genesi, pare proprio di si, basti considerare che Dio non impedì ad Adamo ed Eva di commettere quel peccato originale a causa del quale fu consegnata una natura corrotta e mortale a tutta l’umanità che da loro è discesa; una povera umanità che quel peccato non lo ha commesso, ma che a causa loro lo ha ereditato attraverso la corruzione di questa natura a causa del loro peccato di ribellione a Dio Padre. Ora, perché Dio, se non per quei due sciagurati, ma perlomeno per la povera umanità che da essi sarebbe seguita, non sospese la loro libertà ed il loro libero arbitrio impedendogli di compiere quel peccato? Da ciò ne possiamo logicamente e teologicamente dedurre che tutti gli uomini, compresi fedeli cattolici, presbiteri, vescovi e persino il Romano Pontefice, possono essere chiusi alla grazia santificante o rifiutare la grazia santificante, perché mai, Dio, si è messo contro la libertà dell’uomo, né mai ha sospeso per un solo minuto nell’uomo l’esercizio di questa facoltà, né mai ha agito su di esso al di là della sua volontà, non lo ha fatto con Adamo ed Eva, non lo ha fatto con Caino, non lo ha fatto con Giuda Iscariota, non lo ha fatto con il Beato Apostolo Pietro che dopo essere stato consacrato sommo sacerdote e scelto come Vicario di Cristo sulla terra, dà avvio al proprio ministero rinnegando Cristo, dandosi alla fuga, deviando dalla retta dottrina, tentando nuovamente la fuga anche nella vecchiaia a Roma, se Cristo stesso, come narra la tradizione, non gli fosse apparso sulla Via Appia, o cosiddetta Via del Quo Vadis? Per inciso: secondo il racconto del testo apocrifo degli Atti di Pietro, nella vecchiaia, il Principe degli Apostoli, era tornato a darsi alla fuga, questa volta a Roma, durante le persecuzioni anti-cristiane di Nerone. Mentre percorreva la Via Appia, Cristo Risorto gli apparve. Pietro domandò: «Quo vadis, Domine?» [Dove vai, Signore?]. Cristo Signore rispose: «Eo Romam, iterum crucifigi» [Sto andando a Roma per essere nuovamente crocifisso]. Solo allora, nella vecchiaia, Pietro cessò di fuggire, tornò a Roma ed accettò la grazia santificante del martirio. 

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A conclusione di questo discorso merita ricordare sempre per quanto riguarda la libertà e il libero arbitrio —, che Dio Padre, per realizzare il mistero dell’incarnazione del Verbo, attese la risposta della Beata Vergine Maria, la ripiena di grazia, dopo avere bussato alle porte delle sua libertà e del suo libero arbitrio. Perché Maria, la Immacolata Concezione, è stata sì, predestinata, ma non è stata affatto preordinata. E Maria, all’Arcangelo Gabriele, avrebbe potuto anche dire di no, nel pieno e legittimo esercizio di quella libertà dei figli di Dio che è parte strutturale del mistero stesso della creazione.

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L’IMMAGINE DELLA CHIESA COME STRUTTURA DI PECCATO CHE TANTO SPAVENTÒ DIVERSI PONTEFICI DALLA FINE DELL’OTTOCENTO AGLI INIZI DEL NUOVO MILLENNIO

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Riguardo poi il mio enunciato circa la Chiesa visibile ridotta a struttura di peccato che produce peccato al proprio interno e che lo diffonde all’esterno, vorrei richiamarmi a tre diversi Pontefici del Novecento, a partire dal Sommo Pontefice Leone XIII che dopo una visione scrisse una preghiera a San Michele Arcangelo imponendone la recita nel 1886 al termine di ogni Santa Messa in tutte le chiese della orbe catholica. La preghiera originale è molto lunga e pochi ne conoscono il testo originale integrale, mentre quella che veniva recitata al termine delle Sante Messe era una sua riduzione. Nel testo originale integrale dell’ Exorcismus in Satanam et Angelos Apostaticos, il Sommo Pontefice Leone XIII scrive:

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«Ecclesiam, Agni immaculati sponsam, faverrimi hostes repleverunt amaritudinibus, inebriarunt absinthio; ad omnia desiderabilia eius impias miserunt manus. Ubi sedes beatissimi Petri et Cathedra veritatis ad lucem gentium constituta est, ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suae; ut percusso Pastore, et gregem disperdere valeant» [Traduzione italiana: «La Chiesa, questa Sposa dell’Agnello Immacolato, è ubriacata da nemici scaltrissimi che la colmano di amarezze e che posano le loro sacrileghe mani su tutte le sue cose più desiderabili. Laddove c’è la sede del beatissimo Pietro posta a cattedra di verità per illuminare i popoli, lì hanno stabilito il trono abominevole della loro empietà, affinché colpendo il pastore, si disperda il gregge».

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Domanda: che cosa vide in questa terribile visione il Sommo Pontefice Leone XIII, per essere giunto a scrivere ed a profetare che Satana ed i suoi accoliti prenderanno il controllo della «sede di Pietro» e da un certo punto a seguire della «Cattedra della Verità», vale a dire del papato, pur senza riuscire a prevalere alla fine su di essa? O forse il Sommo Pontefice Leone XIII non era consapevole del fatto che il Romano Pontefice, custode supremo della verità, non può mai errare in materia di dottrina e di fede, godendo di una assistenza del tutto speciale dello Spirito Santo, il quale — ribadisco — non può operare contro la volontà ed il libero arbitrio dell’uomo, salvo far cadere Dio in contraddizione con sé stesso? Ritengo che il Sommo Pontefice Leone XIII le prerogative del Romano Pontefice le conoscesse tutte e molto bene, anche perché egli fu tra i Padri che composero l’assise del Concilio Vaticano I, nel quale il dogma della infallibilità pontificia in materia di dottrina e di fede fu solennemente suggellato.

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IL MYSTERIUM INIQUITATIS E LA CHIESA COME STRUTTURA DI PECCATO CHE PRODUCE PECCATO AL PROPRIO INTERNO E LO DIFFONDE ALL’ESTERNO

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Dal Pontefice Leone XIII procediamo con un salto agli anni Sessanta del Novecento, quando il giovane teologo Joseph Ratzinger, cinquant’anni fa, scriveva:

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«Se non vogliamo nasconderci nulla, siamo senz’altro tentati di dire che la Chiesa non è né santa, né cattolica: lo stesso concilio Vaticano II è arrivato a parlare non più soltanto della Chiesa santa, ma della Chiesa peccatrice; se a questo riguardo gli si è rimproverato qualcosa, è per lo più di essere rimasto ancora troppo timido, tanto profonda è nella coscienza di noi tutti la sensazione della peccaminosità della Chiesa» [Introduzione al Cristianesimo, 1968].

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In una situazione di questo genere, che cosa possiamo fare? Specie considerando che sedici anni dopo quelle analisi del giovane Joseph Ratzinger il Santo Pontefice Giovani Paolo II, che nel mentre lo aveva chiamato a presiedere la Congregazione per la dottrina della fede, nell’ormai lontano ottobre del 1984, durante la sua seconda visita apostolica in Germania, affermò che «Il mondo sta vivendo il XII libro dell’Apocalisse»? [vedere mio vecchio articolo, QUI

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Analizzando e sviluppando certi temi, ormai quasi due anni fa scrissi un lungo articolo nel quale parlavo di certe problematiche sotto il titolo: «La caduta dell’impero: quelle brutte storie del Vaticano II che nessuno racconta per non intaccare il superdogma …» [vedere QUI]. Tre mesi fa, in un altro articolo, spiegai invece in che modo possiamo e forse dovremmo reagire dinanzi ad una Chiesa visibile affetta da una decadenza dottrinale e morale ormai irreversibile [vedere QUI]. Oggi, agli inizi di quest’anno 2019, dopo tanto scrivere, dopo avere usato in passato toni molto severi, per poi passare all’ironia e persino al salutare sberleffo, devo prendere tristemente atto in che modo la severità non scalfisca neppure di striscio certi ecclesiastici che sono ormai al di là dall’essere dei semplici peccatori, perché costituiscono ormai un radicato gruppo di potere intoccabile formato da figure diaboliche che vivono incancrenite nel proprio peccato. E del loro grave e turpe peccato si manifestano pubblicamente fieri, perché le loro turpitudini peccaminose vanno di pari passo col potere ch’essi gestiscono; un potere che li ha resi ormai ubriachi e deliranti onnipotenza, proprio come la grande prostituta narrata nell’Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni [cf. Ap 18, 2-3]. Dinanzi a questo anticamera dell’Inferno il quesito al quale dare adeguata risposta è molto semplice, oserei dire lapalissiano, ed è il seguente: nel concreto, che cosa possiamo e dobbiamo fare per imperativo di coscienza, animati dalle teologali virtù della fede, della speranza e della carità? Perché se non diamo una risposta, pur povera che sia, a quel punto il parlare rischia di essere un parlare fine a se stesso, una speculazione fine a se stessa, una analisi fine a se stessa, infine una critica sterile fine a se stessa. E le sterili critiche fini a se stesse, non nobilitano chi le formula e non aiutano chi le raccoglie, specie se chi le raccoglie è un Popolo di Dio sempre più smarrito in cerca di risposte, punti di riferimento e guide affidabili e sicure.

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In quattro anni di attività pubblicista su L’Isola di Patmos [2015-2018], sono svariate decine gli articoli dove parlo della decadenza irreversibile, spiegando che da essa, una volta superata la soglia del non ritorno, indietro non si torna, perché è impossibile. Comunque, di certi temi già parlavo in un mio libro scritto tra il 2008 e il 2009 e pubblicato alla fine del 2010, quando certi fatti oggi esplosi in tutta la loro scandalosa devastazione erano ancora lontani da venire, basti rammentare le mie analisi sulla omosessualizzazione della Chiesa visibile, che giunsi a paragonare allo scoppio di un vero e proprio nubifrocio universale. E Dio solo sa quanti nemici mi conquistai attraverso quelle righe, sebbene oggi, i problemi da me anticipati ieri, siano poi esplosi attraverso scandali morali molto gravi e di proporzioni mondiali, facendo accanire i miei nemici di più ancòra, casomai qualche pia anima ingenua pensasse che qualche Autorità Ecclesiastica abbia ammesso: “Purtroppo avevi ragione e ci avevi visto giusto, vorrà dire che imporremo ai tuoi aguzzini di lasciarti in pace”. Soprattutto, un decennio fa, a proposito degli scandali inevitabili che sarebbero infine esplosi, spiegai in che modo, superata la cosiddetta soglia del non ritorno, neppure per opera dello Spirito Santo la rotta si sarebbe più potuta invertire, perché la Terza Persona della Santissima Trinità non può sovvertire le leggi della fisica. È infatti una “legge fisica”, come lo è quella della forza di gravità, il fatto che un processo di decadenza, una volta entrato nella sua fase irreversibile, non è più arrestabile. A tal proposito, nel mio scritto di tre mesi fa, in tono critico amareggiato portai l’esempio del paracadute:

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«Certi soggetti non esiterebbero a rivoluzionare le leggi della fisica in nome della loro soggettiva verità e della loro altrettanto soggettiva logica, ma il quesito che costoro dovrebbero porsi è in fondo molto pratico e anche molto semplice: per uno spaventoso errore al quale possono avere anche concorso sia i tanto criticati modernisti sia i tanto criticati rahneriani, oppure anche e solo per una negligenza a dir poco assurda, è accaduto che un paracadutista si sia lanciato dall’aereo senza avere indossato il paracadute, perché questa è la situazione attuale della Chiesa: un lancio dall’aereo senza paracadute. Ebbene, i grandi maestri della logica aristotelica, della scolastica e della metafisica, a questo punto dovrebbero portare le migliori argomentazioni per spiegare che questo paracadutista, precipitando verso il suolo da duemila metri di altezza, può comunque arrestarsi, risalire, provvedere a indossare il paracadute e lanciarsi di nuovo. Se poi questi soloni della metafisica risponderanno che egli si è lanciato senza paracadute per colpa dei Modernisti e di Karl Rahner, io replicherò che ciò, fosse anche vero, ormai è cosa del tutto irrilevante, perché la causa andava individuata e annientata prima che costui si lanciasse. Se poi, peggio ancora, dinanzi al paracadutista che precipita senza paracadute, coloro che non possono mai essere privi di una risposta “logica” per tutto, si attaccassero a dire che c’è lo Spirito Santo, a quel punto io replicherò che lo Spirito Santo non è Mago Merlino, quindi li inviterò a spiegare in che modo la Terza Persona della Santissima Trinità, dinanzi ad un libero atto singolo o collettivo della volontà dell’uomo che comporta delle precise conseguenze, annullerà la sua libertà ed il suo libero arbitrio per riportarlo sull’aereo, fargli indossare il paracadute e poi lasciarlo di nuovo lanciare, dopo avere nel mentre sconfessato i modernisti ed i rahneriani, per causa dei quali egli si è lanciato senza paracadute […]» [l’articolo intero è contenuto QUI]. 

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UNO PSEUDO TOMISMO CRITICO E AGGRESSIVO DAL QUALE SI PASSA POI AD ACCUSE DI ERESIA VERSO CHIUNQUE ANALIZZI I PROBLEMI IN ALTRO MODO, NON SERVE A NIENTE, DISPERDE ANCORA DI PIÙ IL GREGGE ED È SOLO DISTRUTTIVO

 

La mia povera esperienza ed i risultati del lavoro svolto nel corso degli ultimi anni, mi hanno infine insegnato, come poc’anzi ho accennato, che le critiche severe, le battaglie contro gli ecclesiastici immorali fieri della propria immoralità e soprattutto piazzati fino ai sommi vertici della Chiesa, non servono più a niente. Neppure le sapienti ironie ed i salutari sberleffi, servono più per smuovere una simile situazione incancrenita, o se preferiamo questa caduta senza paracadute. Devo dire che a questa conclusione sono giunto attraverso la preghiera e la meditazione sui testi sacri, tra i quali mi è stato di particolare aiuto il sapienziale Libro dell’Ecclesiaste:

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Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace [Ec 3, 1-8].

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Sia chiaro: non ho né gettato la spugna sul ring di pugilato, né ho alzato bandiera bianca dinanzi al nemico, meno che mai da leone ruggente sono divenuto un castrato del Settecento barocco che canta con la voce di una soprano afona. Molto semplicemente, nel tracciare un piano di lavoro per l’anno nuovo, ho riflettuto sul fatto che

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«c’è un tempo per stracciare e un tempo per cucire, c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare …».

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E oggi bisogna misurare bene, su che cosa parlare, per evitare che il parlare, ma soprattutto il denunciare ed il criticare, sia solo fine a se stesso, con il solo risultato di non scalfire minimamente gli accoliti di Satana, ma al tempo stesso disorientare però ancòra di più il Popolo di Dio molto sofferente e smarrito, che ha bisogno di essere sostenuto nella grande prova. E dubito che il Popolo di Dio, in questo immane sfacelo, possa essere sostenuto offrendogli grandi lezioni contro le eresie dei Modernisti e contro la teologia di Karl Rahner, spiegando quanto sia importante ripartire dalla scolastica e da San Tommaso d’Aquino, insomma: innaffiare le margherite del giardino per evitare che col calore della casa che brucia possano appassire, perché ciò che solo conta, mentre tutto brucia, è salvare il bel ricordo di quando in passato le margherite fiorivano attorno alla casa.

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Anche per questo ho cessato di discutere con gli innamorati dei metodi, utili per speculare sulle verità della fede e per giungere pienamente alle stesse verità della fede, ma non sempre efficaci in tutte le situazioni storiche e sociali. Ma soprattutto ho cessato di discutere con coloro che finiscono col divinizzare il metodo, che rimane sempre e solo uno strumento per giungere alla verità; e non è detto che questo metodo, pure se risultato efficace per secoli, lo sia sempre sino al ritorno di Cristo Signore alla fine dei tempi. Mi riferisco alla scolastica ed a San Tommaso d’Aquino, ed a coloro che dinanzi alla caduta senza paracadute dall’aereo insistono in modo ostinato che è necessario arrestare la caduta, riportare il paracadutista sull’aereo, fargli indossare il paracadute della scolastica ed il doppio paracadute di sicurezza di San Tommaso d’Aquino, poi farlo nuovamente lanciare, cosicché il lancio e la discesa a terra vada a buon fine. Sono forse io un anti-scolastico ed un anti-tomista? Giammai! Io sono un autentico prodotto filosofico-teologico ed un autentico cultore della scolastica e del tomismo. Ciò di cui devo essere logicamente e razionalmente consapevole — come ripetutamente e per molti inutilmente ho spiegato nei miei scritti — è che sia la scolastica sia il tomismo richiedono un preciso linguaggio e delle precise tecniche speculative che al presente risultano ormai perdute da oltre mezzo secolo. Solo per dare di nuovo vita al loro necessario e naturale linguaggio — prima ancòra di poter pensare al recupero della scolastica e del tomismo —, occorrerebbero decenni di duro lavoro, da svolgere in modo non so quanto proficuo, considerando che nel mentre lo stabile dell’intera casa brucia velocemente, ossia mentre ci sono, oggettivamente e logicamente, delle priorità parecchio maggiori e più impellenti. Esempio concreto e non passibile di facile smentita: se oggi noi parliamo un linguaggio scolastico e metafisico di impianto tomista, i primi a non capire sono i vescovi, non pochi dei quali rasentano l’analfabetismo teologico, formati come sono, la gran parte di loro, sui sociologismi emotivi fatti passare per teologia che hanno invasa la Chiesa intera nella stagione del post-concilio Vaticano II. E come già ho scritto in un altro precedente articolo: se in una libreria contenente copie uniche di libri preziosi divampa un incendio e solo pochi testi possono essere sottratti alle fiamme, sinceramente io ritengo di avere il dovere e l’obbligo morale di mettere in salvo i testi dei Santi Vangeli, le Lettere Apostoliche e gli Atti degli Apostoli, non certo la Logica di Aristotele, l’opera di Sant’Anselmo d’Aosta e quella di San Tommaso d’Aquino, perché né Aristotele, né l’Aostano né l’Aquinate ci sarebbero di alcuna utilità senza i Santi Vangeli, le Lettere Apostoliche e gli Atti degli Apostoli. E se qualcuno tenta di replicare che l’Aostano e l’Aquinate servono proprio per poter leggere e capire la Parola del Verbo di Dio, in tal caso è bene rispondere che per oltre un millennio, il patrimonio di fede della Rivelazione, è stato trasmesso e tutto sommato capito prima ancora che nascessero Sant’Anselmo d’Aosta e San Tommaso d’Aquino, preceduti da numerosi e grandi Santi Padri e Dottori della Chiesa.

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NOSTRO COMPITO PASTORALE E TEOLOGICO E DI METTERE IN SALVO I SEMI DEL SANTO VANGELO E CON ESSI CUSTODIRE IL SENSUS FIDEI NEL POPOLO DI DIO

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Sulla nostra Isola di Patmos grava per ciò questo drammatico e felice compito: mettere in salvo i fondamenti della Santa Fede Cattolica — la cosiddetta «banca del seme» [cf. QUI] — e con essi il sensus fidei nel Popolo Santo di Dio sempre più smarrito e disperso. È pertanto necessario avvertire e vivere verso il Popolo di Dio quella autentica commozione cristologica su cui sta scritto:

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«Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» [Mc 6, 34].

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Compito nostro è salvare ciò che il Verbo di Dio ha insegnato, proteggendo la sua Parola dalle falsificazioni, dalle adulterazione e dalle mistificazioni, consapevoli che non è possibile vivere a Sodoma e Gomorra, neppure assistendo passivi all’abominio del peccato, perché è in queste situazioni che Dio Padre ci spinge e ci stimola a quel grande valore che è la fuga verso la salvezza, al contrario di chi cinico e impotente rimane immerso nell’abominio in attesa di tempi migliori, o in attesa che le cose cambino. Dio Padre, dalla fuga dall’Egitto sino alla fuga da Sodoma e Gomorra, i propri figli li stimola a fuggire ed a mettersi in salvo dall’abominio della desolazione.

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Molto più complesso, terribile e doloroso è invece il dramma di noi presbìteri, se pensiamo che forse un giorno potremmo trovarci persino nella situazione di dire di no a quelle stesse Autorità Ecclesiastiche alle quali abbiamo promessa filiale e devota obbedienza, nel caso in cui costoro ci comandassero, o cercassero di imporci qualche cosa di contrario al Santo Vangelo; e ciò che va contro al Santo Vangelo, solamente i sofisti impenitenti possono tentare di interpretarlo in bonam partem arrampicandosi sopra a degli specchi cosparsi d’olio. E, una eventualità del genere, per un qualsiasi presbitero è un dramma doloroso al quale è difficile anche e solo pensare, perché verrebbe data origine ad un lacerante conflitto con la natura stessa del carattere sacerdotale, che è di per sé frutto di comunione e obbedienza all’Autorità Apostolica. Anche a questo quesito doloroso e lacerante esiste però risposta: quando infatti siamo stati consacrati nel Sacro Ordine, il Vescovo ordinante non ci ha messo tra le mani il libello delle sue personali volontà soggettive o le sue pseudo teologie emotive, né ci ha chiesto di attenerci ai contenuti delle sue esternazioni più o meno corrette e felici; nelle nostre mani è stato messo il sacro libro del Santo Vangelo. E quando dopo la Preghiera Consacratoria e l’imposizione delle mani, il Vescovo ci ha consegnato la patena con il pane ed il calice con il vino, ci ha detto:

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«Ricevi le offerte del Popolo Santo per il Sacrificio Eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore».

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E la fonte della consapevolezza che ci porta a renderci conto di ciò che facciamo e ad imitare ciò che celebriamo, affinché la nostra vita sia conforme al mistero della croce di Cristo Signore, è tutta quanta racchiusa nei Santi Vangeli, non certo nelle campagne mondane di stampo politico-sociologico portate ormai avanti da molti vescovi che hanno deciso di piacere ai figli di questo mondo, sino a mitigare od annacquare il Santo Vangelo e le Lettere Apostoliche, nel caso in cui questi testi non piacessero e non fossero graditi ai figli di questo mondo, che entrano ed escono ormai dai sacri palazzi nella loro veste di atei devoti o di pervertiti impenitenti che plaudono al grido di “viva la rivoluzione!”, mentre al tempo stesso i devoti fedeli, come una vera e propria emorragia, disertano sempre più le nostre chiese affermando sempre più numerosi : «Io mi vergogno di questa Chiesa … io mi vergogno di essere cattolico». 

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Nella notte buia e nello smarrimento, sarà nostro sostegno e soccorso la parola del Beato Apostolo Paolo che ci ammonisce:

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«Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàthema! L’abbiamo gia detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàthema! Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» [Gal 1, 8-10]

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Per questo oggi risuona in noi l’accorato invito del Beato Apostolo Pietro:

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«Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il Diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi» [I Pt 5, 8-9].

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Forse a breve noi faremo la fine che fecero molti ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. E faremo diversa ma simile fine per l’opera luciferina di quei Goebbels ecclesiastici e laici compiacenti che oggi sono attaccati come dei polipi alla Cattedra di Pietro, proprio come narra la Preghiera a San Michele Arcangelo del Sommo Pontefice Leone XIII. Una cosa è però certa: nella futura Norimberga Celeste, ad essere legati mani e piedi e gettati fuori nelle tenebre dove sarà pianto e stridore di denti [cf. Mt 22, 13], saranno certi attuali, devastanti e mortiferi Goebbels, ecclesiastici e laici, non certo noi devoti servitori di Cristo e della sua Chiesa sino alla fine, per la sincera fede nella vita del mondo che verrà e nella piena consapevolezza che «molti sono chiamati, ma pochi eletti» [cf Mt 22, 14].

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Amen!

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dall’Isola di Patmos, 1 gennaio 2019

Nella solennità della Gran Madre di Dio

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Ringraziando tutti i cari Lettori che ci hanno sostenuti, ricordo, come ormai ben sanno i nostri numerosi affezionati, che la nostra opera si regge interamente sul vostro sostegno economico [cf. QUI], ed a tal proposito ricordiamo:

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«Non sapete che quelli che celebrano il culto, dal culto traggono il vitto, e quelli che servono all’altare, dall’altare ricevono la loro parte? Così anche il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo» [I Cor 9, 13-14].

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
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Dal Bello al Moro: la santità non è il decaduto Premio Nobel, le canonizzazioni sono pronunciamenti del magistero solenne dai quali poi indietro non si torna

― Theologica: i saggi di fine estate de L’Isola di Patmos  ―

DAL BELLO AL MORO: LA SANTITÀ NON È IL DECADUTO PREMIO NOBEL, LE CANONIZZAZIONI SONO PRONUNCIAMENTI SOLENNI DAI QUALI POI INDIETRO NON SI TORNA

Indice I. SE LA SANTITÀ È SCISSA DALLA LOTTA CONTRO IL PECCATO, DIVIENE PURA BONTÀ FILANTROPICA ―  II. GLI ASPETTI TEOLOGICI DELLA SANTITÀ ALLA LUCE DEL MISTERO DELLA CREAZIONE E DELLA REDENZIONE ― III. L’AVVENTO DELL’ERA CRISTIANA ED I BEATI MARTIRI ― IV. CHI PROCLAMAVA CERTI SANTI E BEATI IERI, CHI LI PROCLAMA OGGI ― V. LE CAUSE DI BEATIFICAZIONE E CANONIZZAZIONE: LA FIGURA DEL POSTULATORE ― VI. DINANZI AI PRESUNTI MIRACOLI IL POSTULATORE DEVE ESSERE IL PIÙ SCETTICO TRA GLI SCETTICI, SE VUOLE RENDERE DAVVERO UN BUON SERVIZIO ― VII. BEATI E SANTI IN CORSA, BEATI E SANTI IN PRUDENTE ATTESA: IL CASO DI PADRE LÉON DEHON ACCUSATO DI ANTISEMITISMO. IL PROBLEMA DEI SANTI CHE HANNO FAVORITA LA PERSECUZIONE DI ALTRI SANTI: IL CASO DEL SANTO FRATE PIO DA PIETRELCINA E DEL SANTO PONTEFICE GIOVANNI XXIII ― VIII. GAUDETE ET EXULTATE, LA LETTERA APOSTOLICA NELLA QUALE I MARTIRI CRISTIANI MENZIONATI DAL SANTO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II SONO RACCHIUSI SOTTO IL TITOLO FILMICO: «I SANTI DELLA PORTA ACCANTO» ― IX. NOI PECCATORI A SERVIZIO DELLE CAUSE DI BEATI E SANTI.  SAREBBE BENE RICORDARE CHE ALCUNI GRANDI PECCATORI SCRISSERO ALCUNI DEI CANONI PIÙ BELLI ED EFFICACI DEI CONCILÎ DELLA CHIESA ― X. LE BEATIFICAZIONI E LA CANONIZZAZIONI NON SONO IL PREMIO PULITZER ED IL PREMIO NOBEL. ALCUNE LEGITTIME PERPLESSITÀ SU ALCUNI PROCESSI DI BEATIFICAZIONE IN CORSO, SEBBENE NELLA “CHIESA DEL CONFORMISMO” NON SI DISPUTI PIÙ ― XI NELLA FASE PROCESSUALE SI DEVE ASCOLTARE TUTTI, COMPRESI COLORO CHE SI RITIENE SIANO PREVENUTI, PERCHÉ NON ASCOLTANDO SI POSSONO COMPIERE DANNI PEGGIORI, A VOLTE PERSINO IRREPARABILI.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

Prima di parlare della santità e delle modalità attraverso le quali si giunge a proclamare alcuni uomini e donne santi e beati, è necessario chiarire due punti fondamentali. Primo punto: santi si è nella misura in cui si è scelto di non essere figli di questo mondo ma figli della luce [cf. Lc 16, 8], quindi di fuggire dalle insidie del peccato, conformando la propria vita alle virtù teologali di fede, speranza e carità [cf. I Cor 13, 13], ed alle virtù cardinali di prudenza, giustizia, fortezza e temperanza [Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1805-1809]. Secondo punto: la santità è connaturata all’uomo per il mistero della creazione, sino all’entrata nella scena del mondo del peccato originale, che non ci impedisce però di diventare santi, o se preferiamo di tornare al nostro stato originario di santità. I santi non sono dunque divenuti tali perché caratterizzati da grande impegno pastorale e sociale, o per le loro attività caritatevoli o per le loro numerose fondazioni a favore di poveri ed emarginati, di orfani, vedove, anziani e ammalati, di persone colpite sin dalla nascita da gravi malformazioni fisiche o psichiche. Tutto questo viene dopo, in un certo senso è posto in secondo piano, perché aver dato vita ad efficienti fondazioni di assistenza sociale, non vuol certo dire essere santi, perché se così fosse dovremmo canonizzare tutti quei governi scandinavi che in Europa hanno sfrattato primi avanti a tutti la stessa idea di Dio dal nostro vecchio Continente, dopo avere fondato efficienti sistemi grazie ai quali il cittadino è assistito in tutto e per tutto dalla culla fino alla bara. I santi sono divenuti tali nella misura in cui hanno combattuto il peccato, che è la negazione stessa della santità; ed attraverso la negazione del peccato hanno testimoniato il Santo Vangelo ed annunciato il mistero della redenzione, dando così vita a tutte le loro  opere. Solo così il precetto biblico dell’Antica Alleanza: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» [cf. Lv 19, 18] assume il proprio senso pieno e concreto. Un precetto confermato come fondamento della Nuova Alleanza da Cristo Signore:

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«”Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?”. Gli rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» [cf. Lev 19, 18].

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E il prossimo, proprio come ci insegnano i Santi, si ama dicendogli anzitutto che cosa è bene e che cosa è male, quali sono le vie della salvezza e quali quelle che conducono alla perdizione eterna. Se il prossimo segue le perniciose eresie di Martin Lutero, è necessario ricordare che questo monaco agostiniano tedesco del XVI secolo è un venefico eresiarca, ed i suoi errori non sono affatto «un modo diverso di intendere la fede e la Chiesa» — espressione questa che avrebbe fatto uscire fuori dai gangheri un lottatore contro l’eresia luterana tale fu Sant’Ignazio di Loyola, per seguire con San Pietro Canisio —, ma un modo per danneggiare la Chiesa di Cristo nel modo più sbagliato, anche perché la Chiesa è una, come una è la verità, il Santo Vangelo non contempla una molteplicità di chiese e di verità, ma ci pone dinanzi alla unicità ed alla assolutezza salvifica di Cristo e della Chiesa [Cf. Dichiarazione Dominus Jesus, circa l’unicità e l’universalità di Cristo e della Chiesa, 06.08.2000, testo QUI] :

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«Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”» [Gv 14, 5-7].

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A quanti seguono il pensiero di Maometto che considera il Verbo di Dio incarnato, Cristo Signore, solo un profeta a lui inferiore e del quale egli corresse il pensiero imperfetto, è necessario ricordare che costui è uno dei falsi profeti della storia. A nulla serve rincuorare i seguaci dicendo loro che noi crediamo che «l’Islam è una religione di pace e di amore», quando sappiamo che la violenza, l’aggressione e la conversione forzata sotto minaccia di morte costituiscono alcuni dei basilari fondamenti dei suoi testi cosiddetti sacri e tutt’oggi attuali. E questo ce lo insegna la storia di ieri e di oggi: ovunque sono arrivati, a cominciare dal Nord dell’Africa, culla delle più antiche chiese e patria natale dei nostri più grandi Padri e Dottori della Chiesa, i seguaci di Maometto hanno spazzato via tutte le comunità cristiane. E se nel corso dei secoli, più Santi e Sante, inclusi quelli più venerati dal popolo, hanno predicato le crociate ed invitato gli uomini ad arruolarsi, era perché i musulmani minacciavano la sopravvivenza e la vita di intere comunità cristiane; con buona pace delle leggende nere fabbricate sulle crociate nel periodo illuminista e poi travasate tra l’Ottocento e il Novecento sui libri di storia per opera di governi di matrice anticlericale e massonica.

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Del tutto diverso se dall’impianto socio-culturale, intriso a volte anche di profondi connotati tribali, passiamo invece alla sfera dei rapporti privati o anche pubblici con le singole persone ed i singoli appartenenti all’Islam, come del resto di qualsiasi altro credo religioso. Perché l’espressione del tutto ovvia, oltre che reale: «ma io conosco tanti bravi musulmani che sono persone splendide», non può rendere, sulla base di rapporti personali soggettivi, oggettivamente giusto un messaggio intriso di errori gravi, oltre che molto pericolosi quando poi trovano quei generi di applicazioni al sociale e al politico che danno vita a rigide e violente teocrazie religiose. Ma purtroppo, uno dei sapienti elementi della saggezza cristiana che ormai da tempo abbiamo perduto per annegare completamente nel soggettivo e nell’emotivo, è la prudente e sapiente distinzione tra l’errore e l’errante, tra l’eresia e l’eretico.

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Tutto questo per ricordare — dato che purtroppo non è ricordato da troppo tempo —, che il prossimo, all’occorrenza, si ama anche e soprattutto difendendolo, sino a dare la vita per i propri amici:

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«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando».

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Amare veramente, non vuol forse dire essere capaci di sacrificare la propria stessa vita per gli altri? E quand’è che solitamente si sacrifica la propria vita per gli altri, se non per difenderli e per proteggerli dalle varie e concrete forme del male? O qualcuno pensa forse che l’amore al quale ci chiama Cristo Dio, è solo un pensiero empirico, emotivo, espresso solo per fare un po’ di romantica poesia fine a se stessa, quindi privo come tale di causa e di effetto?

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San Francesco d’Assisi partì nel 1219 con i crociati durante la V crociata per andare ad annunciare Cristo al sultano Malek al Kamel e pregando per la sua conversione alla vera fede. San Nicasio Camuto de Burgio, che era capitano al seguito del Gran Maestro dell’Ordine Gerosolimitano Ruggero des Moulins, fu fatto prigioniero durante la battaglia di Hattin nel 1187 e dopo essersi rifiutato di rinnegare Cristo e convertirsi all’Islam, fu decapitato in odio alla fede dinanzi al Saladino. Predicarono le crociate Santa Caterina da Siena, San Bernardino da Siena e numerosi altri uomini e donne oggi Santi e Beati. Particolarmente bella la figura del Frate Cappuccino Marco d’Aviano, beatificato non in epoche remote, ma dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II il 27 aprile 2003. Mentre i turchi erano ormai giunti a Vienna, dinanzi al pericolo della caduta della città che avrebbe segnata l’avanzata dei maomettani fino a Roma, grazie ad un numeroso esercito comandato da Mustafà detto il Nero, generale di Maometto IV, il Sommo Pontefice Innocenzo XI affidò a Padre Marco d’Aviano l’arduo e delicato compito di riappacificare i litigiosi comandanti degli eserciti cristiani, che poco dopo, riunitisi assieme sotto il comando di Giovanni Sobieski, il 12 settembre 1683 liberarono Vienna. Marco d’Aviano, riconosciuto ormai come figura di alta autorevolezza morale, proseguì a riunire ed organizzare i cristiani nella lotta contro i musulmani che furono in seguito sconfitti nel 1684-1686 nelle battaglie di Budapest, nel 1685 a Neuhäusel, nel 1687 a Mohacz, nel 1688 a Belgrado. Le battaglie cessarono con la pace di Karlowitz del 26 gennaio 1699 che pose fine alle guerre tra la Lega Santa e l’Impero Ottomano. Oggi, il Beato Marco d’Aviano, è venerato come amorevole difensore dell’Europa, non è certo venerato come un guerrafondaio privo d’amore per il prossimo.

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Questi sono i fondamenti di quell’amore per il prossimo di cui oggi si è quasi perduta memoria, giacché se di questi tempi un ladro è colto in flagranza di reato dentro una casa con la refurtiva in mano, dopo averla completamente devastata e danneggiata, può anche capitare che qualcuno gli dica: figliolo, non preoccuparti se sei un ladro, né occorre che tu ti converta, perché Dio ti ama lo stesso così come sei. Ovviamente quest’ultimo è un paradosso, ma un paradosso che intende rendere l’idea.

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Proteggere le case dalle devastazioni e dai furti dei ladri, è un profondo atto di amore verso il prossimo; e questo ce lo insegnano proprio le vite dei Santi, in particolare quelle dei Beati e dei Santi Martiri.

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I

SE LA SANTITÀ È  SCISSA DALLA LOTTA CONTRO IL PECCATO, DIVIENE PURA BONTÀ FILANTROPICA

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Da sempre il mondo è pieno di persone che non credono al Verbo di Dio fatto uomo, che anzi lo negano, ed assieme a Lui negano tutte le verità della fede annunciate dal Cristo, ma che pur malgrado sono dediti a lodevoli opere buone, alla tutela dei bisognosi e dei deboli, ad attività filantropiche di vario genere. Però non hanno carità e non vivono nella carità, pur vivendo dimensioni mondane di umana bontà. Detto questo: se la santità è scissa dalla lotta contro il peccato che della santità è il primo presupposto, per essere mutata in una non meglio precisata bontà umana senza Dio ed a prescindere totalmente da Dio, ecco risuonare il monito di Cristo Signore:

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«Se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» [Mt 5, 46-48].

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Questa è l’essenza della santità radicata nella carità: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste», non la bontà filantropica fine a se stessa dei figli di questo mondo. E con questo è stato chiarito sin dalle prime righe quali sono i grandi pericoli che oggi può correre il concetto stesso di santità: essere svuotata di Cristo per essere riempita di altro, dalle buone azioni fini a se stesse all’impegno nell’attivismo sociale, facendo così risuonare il severo monito: «Non fanno così anche i pagani?» [Mt 5, 47].

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II

GLI ASPETTI TEOLOGICI DELLA SANTITÀ ALLA LUCE DEL MISTERO DELLA CREAZIONE E DELLA REDENZIONE

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Partiamo allora dal primo punto: se di domenica ci piazziamo all’uscita di una delle nostre chiese parrocchiali sempre più vuote e domandiamo ai fedeli che escono dalla Santa Messa «che cos’è la santità», «chi sono i Santi ed i Beati», o  «perché la Chiesa proclama alcuni uomini e donne Santi e Beati», dinanzi alle risposte che raccoglieremo potremo a nostra scelta decidere se piangere o ridere. Che si scelga di ridere o che si scelga di piangere, va però precisato che la colpa non è dei Christi fideles o di ciò che di essi rimane; la colpa è di certi socio-vescovi e di certi socio-preti di new generation. Dicasi infatti socio-vescovi e socio-preti di new generation quanti hanno fatto perdere sapore al sale della terra:

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«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini» [cf. Mt 5, 13].

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Purtroppo, la realtà che brilla oggi sotto gli occhi di tutti è che il sale è stato trasformato in zucchero filato venduto tra le giostre del luna park, dopo avere smarrito il ricordo delle pesanti parole pronunciate dal Verbo di Dio fatto uomo:

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«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» [cf. Mt 10, 34].

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Parole seguite da un invito intriso di drammaticità che ci fornisce la chiave di accesso alla porta principale della santità con queste parole:

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«chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà» [cf. Mt 10, 38-39].

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Quanti sono i Beati ed Santi che pur non essendo morti martiri, nel corso delle loro vite hanno vissuto la cristologica dimensione umana e spirituale del Getzemani e del Golgota, posto che oltre a queste due non esistono altre strade per giungere alla pietra rovesciata del sepolcro vuoto del Cristo risorto? L’Enciclica Salvifici Doloris del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, sul valore salvifico della sofferenza [vedere testo QUI], è anche una mappa che traccia in modo preciso la via verso la santità. O qualcuno che conosca a fondo le reali vite dei santi, che sono da sempre molto diverse rispetto alle leggende dei santini da iconografica popolare, è forse in grado di indicarne molti, le cui vite non siano state contrassegnate da profonde sofferenze a loro inflitte, assieme ad umiliazioni spesso indicibili generate dall’esercizio della peggiore cattiveria umana?

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Riguardo poi la «porta», per la quale ci è fornita sia la strada per giungervi sia la chiave per aprirla, il Verbo di Dio ci avvisa:

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«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!» [Mt 7, 13-14].

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Inutile ricordare che percorrere la via angusta e passare poi dalla porta stretta, comporta fatica, dolore e sofferenza. Ora, senza turbare lo stupefacente idillio nato negli ultimi anni da un concetto male inteso e male annunciato di amore e di misericordia, finiti presto entrambi mutati nel sociale sentire comune in una sorta di “avanti c’è posto per tutti”, perché per essere salvi basta un non meglio precisato “amore” ed un soggettivo “sentire”, è bene ricordare che nei Santi Vangeli il Verbo di Dio usa per decine di volte pesanti e precise parole come «giudizio, castigo, inferno, fuoco che brucia, dannazione eterna, pianto e stridore di denti …». E dinanzi a parole così chiare c’è poco da interpretate, perché il Verbo di Dio, parlando attraverso parabole, usa spesso il linguaggio allegorico consono agli stili espressivi ed ai costumi culturali dell’epoca.

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Attenzione però: allegorica è la parabola, non sono allegorici i contenuti. Tutt’altro, il Verbo di Dio usa l’allegoria della cosiddetta parabola per trasmetterci delle precise verità di fede che fondano il mistero della Redenzione, quindi per chiamarci a tornare al nostro stato di originaria santità attraverso la nostra lotta e la nostra decisa divisione dal peccato.

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Queste verità di fede, oggi più che mai andrebbero annunciate anche col ricorso alla «spada» e alla «guerra» [cf. Mt 10, 34], due elementi raffigurati con un linguaggio allegorico che mira a farci capire che se da una parte siamo chiamati a essere «perfetti nell’unità» [Gv 17, 23], che è unità nell’amore cristologico, nella fede e nella santità, per altro verso dobbiamo essere divisi ed in perenne lotta contro il peccato e contro gli stessi fieri propagatori del peccato. Altro che andare incontro a pubblici e indomiti peccatori fieri del proprio peccato, a scismatici e ad eretici e suvvia dicendo a seguire, convinti che bisogna cercare con costoro e con molti altri ancòra «quello che ci unisce», dimenticando per irrazionale incanto tutto ciò che di grave e di molto pericoloso divide e infetta, proprio come nel contatto con la lebbra ed i lebbrosi. O pensiamo forse, noi figli della luce, di essere davvero più scaltri dei figli di questo mondo? [cf. Lc 16, 8].

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Dinanzi a quest’ultima affermazione il socio-vescovo ed il socio-prete ribadirà che Gesù Cristo si avvicinava eccome ai lebbrosi, lasciandosi toccare senza alcun problema da loro. È vero, ma bisogna anzitutto ricordare che in tutta la letteratura vetero testamentaria la lebbra era segno e simbolo di peccato e del conseguente castigo di Dio. Per questo era vietato avvicinarsi ai lebbrosi, per non subire una duplice contaminazione: quella della malattia fisica, che era la lebbra, quella della malattia spirituale, che era il peccato. È quindi bene ricordare al socio-vescovo ed al socio-prete che il lebbroso narrato dai Santi Vangeli, consapevole di questa sua condizione per così dire biblica, prende coraggio, si avvicina al Verbo di Dio e compie un puro atto di fede dicendo: «Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi» [Mt 8, 2]. E dicendo questo egli sottintende “tu Signore puoi tutto”, “ed io, Signore, credo in te”. O risulta per caso al socio-vescovo ed al socio-prete che il lebbroso si sia avvicinato giocando alla leprosy pride, orgoglio della lebbra, pretendendo che Egli dichiarasse che leprosy is wonderful, la lebbra è meravigliosa, che lui era in procinto di sposarsi con un altro lebbroso, che avrebbero poi commissionato assieme la fabbricazione di un bambino ad un utero in affitto e che se Gesù Cristo era davvero misericordioso come diceva di essere, doveva accogliere con gioia il grande valore umano e sociale della lebbra, chiamandola semmai persino amore, accoglienza e includenza?

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Alla prostituta pentita, il Verbo di Dio dice:

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«”Nessuno ti ha condannata?” Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno”» [Gv 7, 10-11]. Cristo Signore non la condanna perché in lei c’era sincero pentimento, accolto il quale ed in virtù del quale egli la accoglie e la perdona, congedandola infine con un preciso monito che non andrebbe mai dimenticato: «va’ e d’ora in poi non peccare più» [Gv 7, 11].

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O forse a qualcuno risulta che il Verbo di Dio le abbia invece risposto: “Figliola, va’ e continua pure la tua stessa vita, perché ciò che solo importa è quello che tu senti e desideri, ciò che tu vuoi e che in coscienza reputi giusto, perché il sentire della coscienza personale è al di sopra di tutto” ?

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Il socio-vescovo ed il socio-prete potrebbero allora ricordarci che Cristo Signore ci ammonisce: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» [Mt 21, 31]. È vero, dice proprio questo, ma si tratta però solo della prima parte del discorso, perché i testi dei Santi Vangeli non permettono né agevoli estrapolazioni né comodi taglia e cuci. Non a caso il Verbo di Dio ― senza pena di essere frainteso in ciò neppure da una mente de-costruttiva come Rudolf Bultmann, padre della de-mitizzazione dei Santi Vangeli ― prosegue subito appresso dicendo e spiegando:

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«È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli» [Mt 21, 32].

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Parole queste che dovrebbero essere molto chiare: le prostitute ed i pubblicani hanno creduto, hanno avuto fede e soprattutto si sono pentiti. Cercare invece con certi pubblici, indomiti ed orgogliosi peccatori fieri del proprio peccato ed instancabili diffusori del grande “valore” umano, sociale e spirituale del peccato; o cercare con eretici impenitenti fieri dei propri gravi errori e delle proprie gravi eresie quello che unisce, dimenticando quello che di irreparabile dividere, è una delle peggiori negazioni della santità in sé e di per sé e di tutte quelle vie verso la santità indicate all’uomo dal Divino Padre alla creazione del mondo, offerte dal Divino Figlio attraverso il mistero dell’Incarnazione del Verbo di Dio fatto uomo, donate attraverso le azioni di grazia, a partire dai Sacramenti, dal Divino Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio. Inutile a dirsi: cercare quello che ci unisce con aggregazioni e persone che hanno persino abolito il sacerdozio ministeriale e buona parte dei Sacramenti di grazia, sarebbe come cercare con un terrorista che piazza bombe per far saltare in aria palazzi abitati da civili inermi, il sistema migliore per tutelare le strutture abitative civili e la sicurezza interna dei suoi abitanti, convinti che ciò che conta è di cercare col terrorista dinamitardo quello che ci unisce e non quello che ci divide.

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Passiamo adesso al secondo punto: la santità intesa come elemento connaturato nell’uomo in quanto parte del mistero della creazione, sino all’entrata nella scena del mondo del peccato originale, che non ci impedisce comunque di diventare santi o, se preferiamo, di tornare al nostro naturale stato originario di santità. A provare che l’uomo è stato creato santo è la forma stessa nella quale egli è stato creato:

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«E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”» [Gn 1, 26-28].

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Essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio, vuol dire essere stati creati santi. Infatti l’uomo, in origine, non conosceva dolore, sofferenza, malattia e decadimento, ma soprattutto non conosceva la morte, che non è stata un’invenzione di Dio ma dell’uomo. Invenzione intesa come conseguenza della sua ribellione al Creatore, attraverso la quale ha alterata la divina e perfetta armonia del creato, lasciando così alla prole del genere umano una natura corrotta come conseguenza del peccato originale, che è bene ricordare non è un peccato da noi commesso, ma a noi trasmesso, ossia da noi ereditato.

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La narrazione della “caduta dell’uomo” è racchiusa nel Capitolo III del Libro della Genesi. Il linguaggio usato è quello delle immagini figurate, ed attraverso il racconto allegorico narra un avvenimento primordiale accaduto realmente agli inizi dei tempi. È bene pertanto ricordare che il peccato originale è un fatto  realmente accaduto, non è né una metafora né un’allegoria. Tentato dal Maligno, l’uomo lasciò morire in se stesso la propria fiducia verso Dio Creatore [Cf. Gn 3,1-11]; e facendo un uso del tutto distorto del grande dono della libertà e del libero arbitrio, disobbedisce e si ribella a Dio. Peccando a questo modo, l’uomo ha anteposto se stesso a Dio, scegliendo se stesso al posto di Dio e contro Dio. Creato e costituito in uno stato di santità, l’uomo era destinato ad essere pienamente “divinizzato” da Dio nella gloria. Indotto però in errore dal Maligno, dopo avere liberamente scelto la strada dell’errore ha voluto diventare «come Dio» [cf. Gn 3,5], però «senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio» [cf. San Massimo il Confessore, Ambiguorum liber. PG 91, 1156]. Se dunque il peccato originale segna la perdita nell’uomo della connaturata santità e giustizia con la conseguente trasmissione agli uomini di una natura corrotta in origine da questo peccato, l’uomo che si santifica è colui che torna al proprio stato originale primigenio, tale e quale fu creato da Dio [cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 385-412].

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Tutto l’Antico Testamento, i Libri dei Santi Profeti ed i Salmi, contengono numerosi richiami e inviti alla santità, ma tra tutti il più chiaro ed esauriente è quello giunto direttamente dalla bocca di Dio al Patriarca:

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«Il Signore disse ancora a Mosè: “Parla a tutta la comunità degli Israeliti e ordina loro: Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo”» [Lev 19, 1-2].

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Il tutto a conferma che la santità nasce con l’uomo agli inizi dei tempi, non nasce né con il Nuovo Testamento né tanto meno con la istituzione della attuale Congregazione delle Cause dei Santi.

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III

L’AVVENTO DELL’ERA CRISTIANA ED I BEATI MARTIRI

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Mediante l’incarnazione del Verbo di Dio, quella che sarà chiamata “esperienza di fede cristiana” si edifica e si regge sul mistero della risurrezione del Cristo, come ci spiega con estrema chiarezza il Beato Apostolo Paolo:

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« […] se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» [I Cor 15, 14].

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A questo fondamento della fede si giunge però attraverso la morte sacrificale del Cristo immolato sulla croce come agnello di Dio che lava il peccato del mondo [cf. Gv 1,29; 1,36]. L’immagine della croce è a suo modo anticipata dall’Antico Testamento, patrimonio propedeutico al Nuovo Testamento, attraverso il racconto biblico del serpente di Mosè:

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«Allora il popolo venne a Mosè e disse: “Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti”. Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque, dopo essere stato morso lo guarderà, resterà in vita”. Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita» [Nm 21, 7-9].

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La liberazione dalla morte, o per meglio dire dall’avvelenamento causato dal peccato, avveniva se si guardava il serpente innalzato, mostrando in tal modo un chiaro segno di fede verso quel simbolo di salvezza. L’innalzamento del Cristo agnello senza macchia sulla croce e la via tracciata verso la risurrezione è strumento sacrificale di salvezza e di liberazione dal peccato per l’intera umanità. È infatti Cristo Dio stesso che avvicinandosi alla sua passione afferma: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me»  [Gv 12,32]. E ciò avverrà ed è avvenuto perché come narra il Beato Apostolo Paolo nell’Inno racchiuso nella Lettera indirizzata agli abitanti di Filippi, il Verbo di Dio incarnato è Colui che si era “svuotato” e “umiliato” fino alla morte di croce [Fil 2, 5-11].

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Quella di Cristo Dio è un’opera salvifica e santificante, che da tutte le righe dei Santi Vangeli ci richiama alle vie della santità. Di conseguenza, il modello sacrificale del Cristo indusse i primissimi ebreo-gesuani e poco dopo i cristiani ad identificare la santità col supremo sacrificio: il martirio. Tutti i primi Santi della Chiesa nascente erano infatti martiri uccisi in odium fidei durante le varie persecuzioni. Nei primi tre secoli ed oltre di vita della Chiesa, non era neppure pensabile di poter proclamare santo uno che non fosse morto martire. Solamente dopo molti anni, alle soglie del V secolo, sarà canonizzato il primo santo non morto martire, il Santo Vescovo Martino di Tours [Sabaria 316 – Candes 397].

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IV

CHI PROCLAMAVA CERTI SANTI E BEATI IERI, CHI LI PROCLAMA OGGI

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Lungo e complesso sul piano storico, teologico e giuridico sarebbe solo il riassumere la evoluzione del concetto di santità e quello delle modalità attraverso le quali la Chiesa ha proceduto nel corso dei secoli a canonizzare i Santi. Basti cominciare col dire che la distinzione tra Santi e Beati, oggi comunemente intesa come una sorta di primo grado e secondo grado, prende vita dopo l’anno Mille, anche se solo nel XVI secolo, come vedremo più avanti, sarà definita con una precisa distinzione. Questo inciderà sia sulle procedure sia sul culto stesso di Santi e Beati.

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Per secoli, dire Santi o Beati era un modo diverso per esprimere e indicare la stessa identica cosa. Ciò è facilmente deducibile dai testi liturgici della Santa Messa, sia in quelli latini che in numerosi di quelli tradotti nelle varie lingue nazionali. Esempio: nella tradizione liturgica si è soliti rivolgersi alla Beata Vergine Maria, alla quale è conferito titolo di Santissima, od ai Beati Apostoli e Martiri, che sono tutti Santi. Eppure, per secoli, ci si è rivolti a certe figure sia col titolo di beati che con quello di santi, senza alcuna distinzione di grado.

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Più delicata e complessa la questione circa il chi, per secoli ha proceduto alle canonizzazioni. Partiamo allora dai primordi: quelle che oggi noi chiamiamo canonizzazioni, nei primi secoli della cristianità erano frutto della vox populi, che quando era universale era riconosciuta come vox Dei. Oggi il tutto non avviene più, anzi sotto vari aspetti può essere persino impensabile. Tutti ricordiamo che durante le esequie funebri del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II fu levato il grido inneggiante «Santo subito!», preceduto e seguito dalla esibizione di alcuni cartelloni innalzati in Piazza San Pietro e già predisposti e scritti in anticipo nella Polonia. La Chiesa non riconobbe però il tutto come vox Dei espressa per mezzo della vox populi. Il suo processo di beatificazione, poi di canonizzazione, sono stati entrambi molto brevi, a mio parere troppo: dall’apertura del processo di beatificazione avvenuto il 28 giugno 2005 alla beatificazione avvenuta il 1° maggio 2011 sono trascorsi meno di sei anni, il tutto previa dispensa iniziale concessa dal Sommo Pontefice Benedetto XVI in deroga alla norma che prevede il decorso di cinque anni dalla morte all’apertura del processo. La canonizzazione è avvenuta tre anni dopo, il 27 aprile 2014.

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Desidero precisare che in discussione non è la fama sanctitatis e la eroicità delle virtù che hanno portato il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ad essere prima beatificato e poi canonizzato, ma l’iter del suo primo e del suo secondo processo. Pertanto, a chiunque mi ha chiesto in passato, ed a chi seguita a chiedermi oggi chiarimenti in proposito, sono solito ripetere che sarebbe opportuno non aprire i processi di beatificazione dei Sommi Pontefici se non dopo trent’anni dalla loro morte. I processi di beatificazione dei Sommi Pontefici non possono essere equiparati ad un processo per così dire “semplice” e “lineare” come quello che ha portato alla beatificazione e poi alla canonizzazione una figura semplice nella sua disarmante ed eclatante santità come Santa Maria Goretti o come Madre Teresa di Calcutta. Rispetto a tutti gli altri candidati alla beatificazione, i processi dei Sommi Pontefici implicano e racchiudono ben altre complessità oggettive e sostanziali, legate in parte alla singolarità del ministero che hanno svolto nella Chiesa, seguiti dalle altrettante complesse circostanze, a volte anche del tutto particolari, nelle quali hanno esercitato le virtù cristiane. A questo si unisca poi la molteplicità delle responsabilità e delle decisioni che hanno dovuto prendere, semmai anche in periodi storici molto delicati, mostrandosi solidi sulle fondamentali virtù teologali e sulle virtù cardinali, tra le quali spicca la prudenza, in eventuale mancanza o carenza della quale non si può neppure parlare di giustizia, fortezza e temperanza, perché la prudenza regge le altre tre virtù cardinali, San Tommaso d’Aquino suole infatti definirla: «directiva virtutum moralium […] moralibus motor […] auriga virtutum» [cf. Summa theologiae I-II 21, e ad 2; 58, 2 ad 4; III, 85 3 ad 4]. Sarebbe pertanto opportuno, ma soprattutto prudente, che i processi di beatificazione dei Romani Pontefici richiedessero molte più indagine, soprattutto indagini più attente. Dunque in tutti i casi, ma in particolare per i processi dei Romani Pontefici, sarebbe bene non intervenire ora con la dispensa dai cinque anni trascorsi dalla morte richiesti per l’apertura del processo, poi con la dispensa dalla fase storica, poi con la dispensa dal miracolo richiesto e via dicendo a seguire.

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L’ultimo Sommo Pontefice canonizzato prima di San Giovanni Paolo II fu San Pio X, morto nel 1914, beatificato trentasette anni dopo la sua morte dal Venerabile Servo di Dio Pio XII nel 1951 e dallo stesso canonizzato tre anni dopo nel 1954, a quarant’anni esatti di distanza dalla sua morte.

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Oggi persino un laico tra i più digiuni di faccende cattoliche è informato circa il fatto che ad elevare alle glorie degli altari i Beati ed i Santi è il Sommo Pontefice attraverso un preciso dicastero della Santa Sede, la Congregazione delle Cause dei Santi. È infatti presso la Santa Sede che la procedura è interamente accentrata, dopo che nella diocesi dove il candidato alla beatificazione è vissuto e morto il vescovo del luogo avrà istruito il primo processo diocesano. Concluso con esito positivo il processo istruito nella cosiddetta fase diocesana, gli atti saranno trasmessi a Roma, dove inizierà la fase processuale romana, quella che stabilirà anzitutto se vi sono gli elementi per procedere; se ci sono, sarà dato avvio al previsto iter per giungere alla proclamazione del beato, o alla canonizzazione del beato che diverrà santo. Nel primo e nel secondo caso, o se preferiamo nel primo e nel secondo grado, cambia anche lo stesso concetto di culto, perché mentre quello dei Beati è un culto locale legato ad un preciso luogo o diocesi, quello dei Santi è un culto esteso all’intera Chiesa universale. Soprattutto cambia la natura stessa dell’atto, ed in forma affatto formale ma sostanziale. Infatti, diversamente dalla beatificazione, la canonizzazione implica un pronunciamento del magistero infallibile, del quale parleremo in dettaglio più avanti.

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La procedura seguìta oggi non è stata per secoli questa. In passato, a proclamare Santi e Beati ― che come abbiamo spiegato avanti erano due espressioni diverse ma del tutto equipollenti ―, procedevano i vescovi delle diocesi. Detto questo proviamo a immaginare che cosa può essere accaduto in certe diocesi ed in certe epoche non propriamente felici della storia della Chiesa, per esempio tra i secoli IX e XI, in anni nei quali è pure capitato di ritrovarsi come Romano Pontefice un giovanotto spensierato di diciotto anni, tale fu Giovanni XII, al secolo Ottaviano dei conti di Tuscolo. È presto detto: se certe potenti famiglie erano capaci a far eleggere Romano Pontefice un ragazzo diciottenne, con quanta più eventuale facilità potevano essere capaci di far proclamare dei propri antenati Beati o Santi da certi vescovi compiacenti? Quando poi in certe epoche storiche Beati o Santi erano molto legati al prestigio delle Chiese locali e di riflesso al potere politico, figurarsi come certe diocesi o certe famiglie potenti gareggiassero a chi aveva un numero più elevato di Santi o Beati. A tutto questo si potrebbe aggiungere altro: visto e considerato che la simonia risale già alla prima epoca apostolica, a maggior ragione è bene anche chiedersi se per la proclamazione di certi Beati e Santi operata da certi vescovi, spesso figure molto più politiche che pastorali, non concorse per caso pure la simonia. E giacché nulla di questi tempi deve essere dato per scontato, è bene ricordare che cos’è la simonia, condannata da più concili ecumenici della Chiesa a partire dal II canone del Concilio di Calcedonia dell’anno 451. Il termine simonia, usato per indicare l’acquisto di beni spirituali, di dignità ecclesiastiche e di favori di vario genere attraverso scambi di danaro od altri beni materiali, nasce da Simon Mago, un personaggio narrato negli Atti degli Apostoli [cf. At 8, 18-24]. Simon Mago era un taumaturgo samaritano convertito al Cristianesimo che desiderava aumentare i propri poteri, al punto da offrire al Beato Apostolo Pietro  del denaro, chiedendo di poter ricevere in cambio le facoltà taumaturgiche concesse dallo Spirito Santo. Duro e severo, per tutta risposta, fu il rimprovero del Beato Apostolo Pietro.

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Chiarito che la simonia si affaccia sulla scena sin dalla prima epoca apostolica, sebbene con totale insuccesso, dato che in quel caso l’interlocutore era il Beato Apostolo Pietro e non altri personaggi della storia che poi seguiranno, è legittimo domandarsi: come possono aver proceduto taluni vescovi per diversi secoli nel proclamare Beati o Santi? Purtroppo non sempre la storia è generosa, specie laddove documenta senza pena di facile smentita le gesta di soggetti che erano ben lungi dall’avere anche un solo e vago pallore di santità. Così come la storia ha infine documentato che certi venerati Beati e Santi non sono proprio mai esistiti, in testa a tutti San Giorgio, o che altri non erano se non veri e propri duplicati di altri Beati e Santi ai quali fu cambiato il nome per poterli adottare in altre città e paesi come Beati e Santi propri, creando su di loro storie e leggende che si potessero adattare a quella precisa località e società civile.

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L’ilarità letteraria espressa da Giovanni Boccaccio nella sua esaustiva novella dedicata a Frate Cipolla, ha purtroppo molto di reale. Resta infatti inoppugnabile un fatto assodato: quando le distanze sino a secoli prima enormi e percorribili solo per pochi e ricchi eletti si ridussero progressivamente, si è finito con lo scoprire che diversi Beati e Santi particolarmente venerati avevano dei corpi e delle strutture scheletriche a dir poco eccezionali. Col trascorrer dei secoli e la riduzione di quelle che una volta erano delle lunghe e quasi impercorribili distanze, sono venuti alla luce Beati e Santi con cinquanta diti sparsi per i reliquiari di città e paesi di mezza Europa; Beati e Santi con dieci gambe dalle quali erano stati estratti per i reliquiari cento frammenti di ossa … altro che la reliquia de «la penna dell’agnolo Gabriello» caduta durante l’annuncio dato alla Beata Vergine Maria ed esibita in trionfo da Frate Cipolla ad un pubblico di bifolchi illetterati del contado rimasti esterrefatti a bocca aperta! Insomma, se la disciplina ecclesiastica prevede oggi che le reliquie debbano essere autenticate, certificate, confezionate e sigillate, un motivo deve proprio esserci, come di recente ha spiegato un esperto canonista della Congregazione delle Cause dei Santi, chiarendo che bisogna evitare «nuove forme della simonia al tempo del mercato globale», ed introducendo con queste precise parole la Istruzione della Congregazione delle Cause dei Santi su autenticità e conservazione delle reliquie [L’Osservatore Romano, 16.12.2017: Le reliquie nella Chiesa, presentazione dell’Istruzione della Congregazione delle Cause dei Santi a cura di Mons. Robert J. Sarno, documento leggibile QUI].

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Soprassediamo di conseguenza sul numero di chiodi con i quali fu inchiodato Gesù Cristo sulla croce, o sulla croce stessa, perché com’ebbe a dir qualcuno: se tutte le reliquie della Santa Croce fossero autentiche, Nostro Signore Gesù Cristo sarebbe stato inchiodato e crocifisso sopra gli alberi di un’intera foresta. E, a proposito della Santa Croce, basti richiamarsi alla leggenda aurea narrata dal Beato Jacopo da Varagine [1228-1298], nome latino della odierna Città ligure di Varazze. Egli, che fu frate domenicano e poi Arcivescovo di Genova [1292-1298], questa leggenda aurea la riprende a sua volta da altri autori. Il Beato Vescovo riporta e narra che Elena [248-329], madre dell’imperatore Costantino il Grande, dopo la sua conversione al Cristianesimo giunse pellegrina a Gerusalemme, dove  a distanza di circa quasi tre secoli dalla crocifissione chiese alle autorità locali se conoscevano il luogo nel quale si trovava la Croce della Passione di Cristo. Nessuno lo sapeva, se non un tale di nome Giuda, che fu costretto a rivelarlo col ricorso alle maniere forti. A quel punto si procedette a scavare nel luogo indicato e dalla terra furono estratte tre croci poi esposte nella piazza di Gerusalemme. Non sapendo però quali delle tre fosse quella di Cristo Signore, avvenne che mentre per la strada stava procedendo un corteo funebre, Giuda suggerì di porre sulle tre croci il cadavere condotto verso la sepoltura. Deposta la salma sulla prima croce non accadde nulla, altrettanto sulla seconda, ma quando infine fu deposto sopra la terza il morto riprese vita, ed in questo modo si identificò quale delle tre fosse la croce sulla quale fu inchiodato Cristo Signore. A parte la croce, è noto che a distanza di quasi trecento anni, questa pia cristiana nota oggi come Sant’Elena, trovò tutte le cose giuste al posto giusto; quasi come se Cristo Dio fosse morto e risorto la settimana prima. Mentre fu sempre lo stesso Giuda che durante queste ricerche, tutte e di rigore concluse con successo straordinario, ritrovò anche i chiodi della crocifissione. 

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A parte le leggende auree che possono indurci anche al sorriso, il grande merito di Sant’Elena è di avere dato avvio nell’antica Giudea ad una ricerca storica molto ben studiata e organizzata attraverso la quale, ripercorrendo gli spazi della vita di Cristo Signore, mediante ricerche e scavi individuò luoghi ed edifici reali e per nulla leggendari, procedendo poi alla protezione dei reperti autentici ed alla erezione di basiliche nei luoghi che furono reale teatro della vita di Cristo Dio. Nel fare questo, Sant’Elena seguì i racconti dei Santi Vangeli, dimostrando forse per prima il fondamento della loro storicità a tutti quei teologi, cattolici e non cattolici, che oggi la mettono tranquillamente in dubbio, senza che nessuna Autorità Ecclesiastica si curi più di tanto di mettere in dubbio l’ortodossia di questi teologi.

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Possiamo volendo aggiungere le reliquie del corpo del Santo fratello di Cristo Signore, martirizzato oltre duemila anni fa, Giovanni il Battista. Per inciso: oggi il Battista sarebbe indicato in grado di parentela come cugino di Cristo Signore, ma nella Giudea dell’epoca i cugini erano indicati come fratelli [cf. Mc 3,31-34; Mt 12,46-50; Lc 8,19]. Le reliquie di San Giovanni il Battista sono attualmente disseminate per ventiquattro chiese cattoliche. Vi sono però anche altre reliquie del suo corpo conservate nella Gran Moschea degli Ommayyadi nella Città del Cairo e presso il monastero copto egiziano di San Macario. Molte altre reliquie di San Giovanni il Battista erano conservate a Costantinopoli prima della caduta e della sua presa da parte dei maomettani, altre ancora pare siano disseminate in diversi monasteri ortodossi. In una chiesa di Monza si conserva una ciocca dei suoi capelli, mentre a Genova si conserva il piatto sul quale la sua testa sarebbe stata deposta dopo la decapitazione.

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Tra questo genere di mirabolanti reliquie, possiamo forse dimenticare la reliquia del latte della Beata Vergine Maria conservato in un’ampolla nella Chiesa Collegiata di Montevarchi d’Arezzo? Peraltro si tratta di una reliquia munita attorno al XII-XIII secolo di una precisa spiegazione: «Il latte fu sparso involontariamente dalla Mater Dei in una grotta prima della fuga in Egitto della Sacra Famiglia». A tal proposito, Frate Bernardino da Siena, in seguito Santo e Dottore della Chiesa, in uno dei suoi sermoni infuocati mise in guardia contro le superstizioni, le false reliquie ed il loro iniquo mercato; e citando proprio la reliquia del latte della Beata Vergine Maria tuonò:

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«E sia chi si voglia, io dico che non piacciono a Dio queste tali cose. O, del latte della Vergine Maria; o donne, dove siete voi? E anco voi, valenti uomini, vedestene mai? Sapete che si va mostrando per reliquie: non v’aviate fede, ché elli non è vero: elli se ne truova in tanti luoghi! Tenete che elli non è vero. Forse che ella fu una vacca la Vergine Maria, che ella avesse lassato il latte suo, come si lassa delle bestie, che si lassano mugnare? Io ho questa opinione, ch’io mi credo che ella avesse tanto latte né più né meno, quanto bastava a quella bochina di Cristo Jesu benedetto» [San Bernardino da Siena – Devozioni Ipocrite. in: Baldi. Novellette ed esempi morali di San Bernardino da Siena, 1916].

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Se Giovanni Boccaccio si limitò ad essere ironico nell’ideare la novella di Frate Cipolla, Frate Bernardino da Siena, divenuto invece Santo e Dottore della Chiesa, fu invece duro e severo nella misura in cui mai osò esserlo l’autore delle Novelle Boccaccesche, che si limitò solo all’esercizio di una elegante ironia letteraria del tutto appropriata alla realtà dei fatti dell’epoca.

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Forse, a partire da Simon Mago sino alle ripetute condanne fatte dai Concili della Chiesa sul turpe peccato di simonia, sarebbe il caso di domandarsi: dietro a tutto questo, siamo sicuri che c’era gratuità e autentico amore e venerazione per Beati e Santi, proclamati tali in epoche ormai remote da molti vescovi in modo sempre e di rigore limpido e cristallino? O che vi fosse devota venerazione per le loro reliquie, in modo del tutto esente da imbrogli e mercimoni di danaro?

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A dire il vero, che nel corso dei secoli qualche cosa non abbia funzionato per il verso giusto lo prova il modo in cui numerosi Beati e Santi furono fatti sparire motu proprio dal Beato Pontefice Paolo VI con la Lettera Apostolica Mysterii Paschalis [cf. testo leggibile QUI]. Con questo documento fu infatti approvato il nuovo ordinamento liturgico, cancellando dal calendario universale della Chiesa quei Santi per i quali gli studiosi ecclesiastici nutrivano da tempo fondati dubbi circa la loro stessa esistenza storica. Poi, nella blanda e indolore espressione sui «fondati dubbi circa la loro esistenza storica», sono stati di certo racchiusi anche quei numerosi Beati e Santi frutto di anni non propriamente sereni e felici della Santa Chiesa di Cristo; Santi e Beati di epoche remote dei quali è bene non ricordare la loro reale esistenza storica, assieme a quella dei vescovi locali che li proclamarono Beati e Santi. Ecco perché, malgrado i fatti, ci piacerebbe dire che i numerosi Santi e Beati depennati dal calendario non sono stati eliminati per un ripensamento della Chiesa che trascorsi secoli li ha fatti cadere nell’oblio, perché una cosa simile da parte della Chiesa mater et magistra non sarebbe neppure pensabile! Meglio per ciò spiegare che ad un certo punto, la Chiesa, ha agito in questo modo per opportuni e necessari criteri pastorali e liturgici. Criteri che io accetto e faccio miei, rimanendo però strettamente legato a quanto di sapiente ci ha trasmesso il Sommo Pontefice Leone XIII:

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«Lo storico della Chiesa sarà tanto più efficace nel far emergere la sua origine divina, superiore ad ogni concetto di ordine puramente terreno e naturale, quanto più sarà stato leale nel non dissimulare nessuna delle prove che gli errori dei suoi figli, e talvolta anche dei suoi stessi ministri, hanno fatto subire nel corso dei secoli a questa sposa del Cristo. Studiata in questo modo, la storia della Chiesa, da sé sola, costituisce una magnifica e convincente dimostrazione della verità e della divinità del Cristianesimo» [Lettera Apostolica al Clero di Francia, Depuis le jour, 1899, testo originale in italiano QUI].

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Nel XII secolo, il Sommo Pontefice Urbano II dette avvio ad un accentramento dei processi di beatificazione e canonizzazione. Domanda: non è che per caso lo fece anche per evitare gravi abusi dei vescovi locali? Nel XVI secolo il Sommo Pontefice Sisto V creò la Congregazione dei Riti che era competente per i processi di beatificazione e canonizzazione, mentre nello stesso arco di secolo il Sommo Pontefice Urbano VIII ampliò ed a suo modo rese ancora più rigida la procedura, ma soprattutto creò la netta distinzione che oggi corre tra beatificazione e canonizzazione. Tutto il resto è storia recente, sulla quale non è opportuno indugiare, perché un approfondimento richiederebbero dei trattati enciclopedici, mentre lo scopo di questo scritto, dopo alcune sommarie spiegazioni di carattere teologico, storico e giuridico, è quello di parlare sul finire di tutt’altro …

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V

LE CAUSE DI BEATIFICAZIONE E CANONIZZAZIONE: LA FIGURA DEL POSTULATORE

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Alle cause dei santi mi interesso da anni, ed a questo pio mestiere fui introdotto durante gli anni della mia formazione al sacerdozio e poi dopo ancòra a seguire da due maestri di indubbia eccezione che diressero per quattro decenni una postulazione generale. Nel corso degli anni e dei nostri lunghi colloqui, i due insigni postulatori mi insegnarono anzitutto a non “innamorarmi” mai della figura per la quale si è ricevuto il mandato dalla parte attrice che ha promossa la causa, perché il postulatore non è chiamato ad essere un “cieco innamorato” ed è tenuto a essere lui per primo imparziale. Certe forme di “cieco innamoramento” tolgono la necessaria lucidità critica e danneggiano il lavoro. Poi, dopo la beatificazione o la canonizzazione, il postulatore può anche divenire il primo dei devoti tra i più devoti del Beato o del Santo, ma dopo, quando la Chiesa avrà suggellato il tutto con la formula definitoria [cf. Ad tuendam fidem, testo QUI]. Ciò con buona pace del compianto e grande ecclesiologo Brunero Gherardini [1925-2017], che a mio parere ha giocato in modo tanto intelligente e pericoloso sul concetto di canonizzazione e infallibilità [vedere suo articolo in questione, QUI], ovviamente portando a suo tempo motivazioni tanto profonde quanto brillanti, degne in tutto e per tutto di un’intelligenza al di sopra delle righe come la sua, perché con uomini e presbìteri-teologi di tal levatura, si poteva anche non esser d’accordo e discutere, ma sempre salvando la stima e soprattutto quella fraternità che ci lega tra di noi sacerdoti in divina parentale mediante il sangue redentore di Cristo Dio. Il compianto Brunero Gherardini, di cui non condivido molte cose, inclusi svariati pensieri pericolosi, era indubbiamente uno dei nostri ultimi grandi cavalli di pura razza, per non parlare poi della sua santità di vita.

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Per chiarire il ruolo del postulatore a quanti non sono particolarmente addentro certe dinamiche ecclesiali ed ecclesiastiche, si potrebbe dire che il postulatore è un po’ equiparabile ad un avvocato, ovviamente con tutti i dovuti distinguo del caso. Il postulatore romano, o postulatore accreditato alla Congregazione delle Cause dei Santi, è invece quello che porta avanti la causa presso il competente Dicastero della Santa Sede, ed è più o meno equiparabile ad un patrocinante presso la Suprema corte di cassazione. Il postulatore ha l’obbligo morale solennemente giurato sui Santi Vangeli di non omettere dal porre in luce lui per primo i motivi di eventuale ostacolo alla causa, che egli non può tacere né tanto meno occultare, perché se sussistono deve anzi evidenziarli.

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Cosa vuol dire non tacere, non occultare e nulla omettere nell’esercizio dell’ufficio di postulatore? Proverò spiegarlo con un esempio molto esaustivo: quando ai miei due formatori si pensò di affidare il processo di beatificazione di Paolo VI, proprio loro che questo Pontefice lo avevano ben conosciuto e ne erano stati stretti collaboratori, sollevarono undici quesiti da risolvere prima di procedere ad istruire la fase romana del processo di beatificazione. Per tutta risposta, un noto galantuomo del Collegio Cardinalizio, subodorando che poteva aprirsi un processo lungo e complesso, come di prassi dovrebbe essere in modo particolare per un Romano Pontefice e tanto più per uno che visse gli anni storici difficilissimi di Paolo VI, fece sì che il tutto finisse in mani per così dire più malleabili. Narrando ciò torno a precisare che stiamo parlando di procedure canoniche e di fatti documentati, non di gossip clericali da cosiddetta lavanderia vaticana. Ma soprattutto non stiamo parlando della santità del Beato Pontefice Paolo VI che sarà canonizzato nel mese di ottobre di quest’anno 2018 con viva gioia del sottoscritto, anzi posso aggiungere che se fosse stato nelle mie facoltà lo avrei proclamato santo martire. Ma su questo argomento rimando ad un mio studio in preparazione sul martirio di sangue, quello dei martiri, ed il martirio bianco, legato invece, questo secondo, a figure che possono andare da San Benedetto Menni, martirizzato per una vita intera, sino all’imminente Santo Pontefice Paolo VI, diversamente ma altrettanto martirizzato nell’intero corso degli ultimi dieci anni del suo augusto pontificato.

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Nel dedicarmi alla postulazione delle cause dei Santi, sempre facendo gran tesoro degli insegnamenti ricevuti dai miei sapienti formatori, leggendo gli scritti a volte molto numerosi e complessi di certi candidati alla beatificazione ed alla canonizzazione, ho cercato anzitutto di verificare se tra di essi vi erano eventuali errori concettuali ed espressioni dottrinarie o teologiche non corrette. Quando poi si è trattato di figure di ecclesiastici posti in ruoli di governo o di fondatori o superiori di istituzioni religiose, ho cercato di verificare se nelle loro azioni di governo emergevano incongruenze, imprudenze e spirito di parzialità; quindi il modo in cui hanno agito e reagito dinanzi a certe difficoltà, soprattutto dinanzi a quelle incomprensioni, gelosie, tradimenti ed azioni persecutorie che caratterizzano quasi sempre le vite di Santi e Beati, a meno che non si tratti di figure di santi bambini o di santi appena adolescenti come la Beata Imelda o San Luigi Gonzaga, o come i piccoli pastorelli di Fatima San Francesco Marto e Santa Giacinta Marto.

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Non ho mai detto né mai dirò che certe figure oggetto del mio studio e lavoro sono dei santi e delle sante, perché non sarò io a canonizzarli ma la Chiesa, peraltro col ricorso ad una precisa formula che implica nella canonizzazione l’esercizio del magistero infallibile di cosiddetto secondo grado [oltre alla già citata Ad tuendam fidem vedere anche il n. 6 di questo documento QUI]; un esercizio del magistero infallibile entro il quale sono racchiusi tutti i miei passati e affettuosi litigi teologici col compianto Brunero Gherardini.

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VI

DINANZI AI PRESUNTI MIRACOLI IL POSTULATORE DEVE ESSERE IL PIÙ SCETTICO TRA GLI SCETTICI, SE VUOLE RENDERE DAVVERO UN BUON SERVIZIO

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Quando ho studiato i miracoli attribuiti all’intercessione di certi Beati o Santi, ho sempre ricordato a me stesso che dovevo essere il primo scettico tra gli scettici. Più volte, ad alcuni postulatori ch’ebbero a dirmi: «Finalmente abbiamo avuto il miracolo!». Ho sempre risposto: «Compito tuo non è di esultare per un presunto miracolo tutto da accertare, ma verificare tu per primo se è realmente autentico, prima che la relativa documentazione sia depositata alla Congregazione e non ultimo esaminata anche dai membri della Consulta Medica».

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In modo distaccato e piamente sospettoso ho sempre studiato, documento su documento, referto clinico su referto clinico, se poteva esserci anche qualche piccola cosa che non tornasse, ma soprattutto se poteva esserci una spiegazione scientifica al presente ed una eventuale possibilità di spiegazione scientifica futura. Anche per questo conosco e sono ormai in legami di amicizia con molti clinici e uomini di scienza accreditati a livello internazionale, perché varie volte mi sono rivolto a loro sollevando quesiti e dubbi su certe inspiegabili guarigioni, mettendomi infine l’animo in pace solo quando qualche insigne clinico, semmai tutt’altro che credente e con una vita per nulla improntate sulle cristiane virtù, ha esordito con immane stupore entro questi termini:

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«Se le cartelle cliniche e tutti i referti che lei mi presenta sono autentici, posso solo dirle che non c’è alcuna possibile spiegazione scientifica. Può infatti essere che in un futuro vicino o lontano non sia neppure più necessaria la cura del tumore, perché il suo insorgere sarà prevenuto con la somministrazione di un vaccino nel periodo dell’infanzia. Oggi però, come del resto domani, un tumore con metastasi diffuse accertato e diagnosticato, non può sparire senza lasciare alcuna traccia da un giorno all’altro».

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Nel caso che sto trattando al presente, un mostro sacro della neurologia da me interpellato ― che tra l’altro non è neppure cattolico ―, esaminate le cartelle cliniche e tutti i documenti connessi da me presentati ha infine risposto:

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«Una persona che cade malamente da sei metri e mezzo di altezza battendo la testa e della quale per due volte è stata dichiarata la morte cerebrale, non può uscire dall’ospedale dopo tre settimane camminando sulle proprie gambe senza avere riportato perlomeno dei gravissimi danni neurologici permanenti con conseguente infermità parziale o totale, con la possibile perdita dell’uso della parola e della memoria e via dicendo a seguire».

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Eppure, di fronte a questo caso, lungi dal gridare “al miracolo!”, consultati prima due neurologi, poi un terzo di grande e riconosciuta fama. E nel presentar loro il caso posi questo preciso quesito:

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«Quando si tratta del cervello umano tendo ad essere restìo nell’affermare che non c’è spiegazione scientifica, perché i neuro-scienziati affermano che per ciò che concerne le sue potenziali risorse, il cervello umano rimane per gran parte sempre da esplorare e conoscere. Pertanto, dinanzi ad un paziente di cui è stata dichiarata per due volte la morte cerebrale, tornato infine alla propria casa sulle sue gambe senza alcun danno dopo tre settimane di ospedale, io domando: in un futuro vicino o lontano, potrebbe esserci una spiegazione scientifica?».

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Come ho già riportato all’inizio di questo discorso, due neurologi ed un luminare considerato un mostro sacro della neurologia mi hanno risposto tassativamente di no. Il cosiddetto mostro sacro ha poi ribadito ulteriormente:

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«Nulla è da escludere, può anche essere che domani, dinanzi a sopraggiunto stato di morte cerebrale le neuroscienze riescano ad avere mezzi e tecniche per far riprendere il paziente, ma oggi come domani, in assenza di tecniche e di cure innovative che sono tutte quante lontane da venire, un paziente gravemente incidentato dichiarato per due volte cerebralmente morto non può alzarsi sulle sue gambe e tornare a casa dopo tre settimane senza avere riportato perlomeno dei gravissimi danni permanenti».

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VII

BEATI E SANTI IN CORSA, BEATI E SANTI IN PRUDENTE ATTESA: IL CASO DI PADRE LÉON DEHON ACCUSATO DI ANTISEMITISMO. IL PROBLEMA DEI SANTI CHE HANNO FAVORITA LA PERSECUZIONE DI ALTRI SANTI: IL CASO DEL SANTO FRATE PIO DA PIETRELCINA E DEL SANTO PONTEFICE GIOVANNI XXIII

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Ho sin qui spiegato che il servizio peggiore che possa essere reso ad una causa di beatificazione o di canonizzazione, in modo del tutto particolare dal postulatore, è di farsi prendere dalla passione emotiva e da quell’innamoramento più o meno irrazionale che porterà a rendere inevitabile e pessimo servizio alla causa, per il sommo bene della quale è necessario mantenere sempre lucidità, ma soprattutto non va mai perduto lo spirito critico, che deve essere elevato nella stessa misura in cui la figura trattata risulta veramente molto interessante. C’è però anche un’altra cosa molto importante, nella quale è bene non cadere mai: la fretta, il voler quanto prima la proclamazione del Beato o del Santo. Non è infatti detto che un Beato o un Santo sia sempre proponibile come modello nei tempi che corrono al presente. Può infatti non di rado accadere che pure dinanzi al lavoro fatto ed eseguito, semmai anche in modo egregio e meticoloso, sia opportuno attendere di presentare alla Congregazione tutta la documentazione. E questa si chiama prudenza, la prima virtù che va riscontrata nei candidati alla beatificazione e alla canonizzazione, ma che deve anche caratterizzare il lavoro del postulatore.

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Sino a prima della sua morte, più volte, il compianto Cardinale Carlo Caffarra ed io, ci siamo reciprocamente rammaricati per le enormi difficoltà che stava presentando la fase diocesana della causa di beatificazione di un pio Frate e Sacerdote, morto neppure quarantenne a inizi anni Novanta del Novecento dopo avere offerto in precedenza la propria vita per la liberazione del suo Paese natale dalla morsa del Comunismo. Come però è risaputo a livello sia storico che socio-ecclesiale, più litigiosi dei preti sono solo i frati. Poi, se attraverso un elevato numero di Positio super vita, virtutibus et fama sanctitatis redatte per i processi di beatificazione e di canonizzazione, vogliamo toccar con mano quali siano le creature che giungono ad infliggere le sofferenze peggiori e nei modi più crudeli, basti andare nelle comunità religiose femminili, perché nell’esercizio della cattiveria molte suore sono risultate tanto crudeli quanto insuperabili. E, “grazie” paradossalmente alla cattiveria ed alla crudeltà di certe religiose, nell’albo delle Sante abbiamo potuto iscrivere nel corso dei secoli tanti nomi di donne straordinarie, alcune delle quali proclamate anche Dottori della Chiesa.

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Il Cardinale Carlo Caffarra, che era anche membro della Congregazione delle Cause dei Santi e che aprì la fase diocesana di quel processo all’epoca che era Arcivescovo Metropolita di Bologna, ed io, che ho avuto modo di studiare questa grande e bella figura, avevamo entrambi molto chiara la straordinaria portata di questo pio Frate e Sacerdote, equiparabile per talento teologico ad un novello San Tommaso d’Aquino del XX secolo, ed al tempo stesso munito anche di grandi doti sul piano umano, pastorale, didattico e pedagogico. Eppure, la stessa postulazione generale del suo Ordine, oggi pronta a perdere tempo prezioso ed altrettanto prezioso danaro per promuovere persino processi del tutto improbabili, ha mostrato di non avere intenzione alcuna di portare avanti questo autentico gigante della fede e della teologia.

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Questa testé descritta è un’altra delle molteplici e dolorose facce dei processi delle cause dei Santi, spesso vittime in vita delle gelosie e degli ostracismi persecutori degli uomini, per poi essere talvolta di nuovo vittime, anche dopo morti, della superficialità e della stoltezza degli uomini che rifuggono la santità laddove brilla, per andare a cercare la santità dove semmai proprio non c’è, ma dove però la mancanza di santità fa quella notizia e quella tendenza sociale che quasi sempre fa rumore, accendendo i riflettori delle luci della ribalta su chi certi processi li ha promossi e sul postulatore che li porta avanti.

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Quanti sono i processi fatti e finiti, con tanto di miracoli accertati e riconosciuti, che giacciono negli archivi del Dicastero in attesa che si possa procedere alla cerimonia di beatificazione o di canonizzazione? Proviamo a prendere un caso eclatante: una volta terminato il processo di beatificazione del Padre Léon Dehon [1843-1925] e stabilito che la cerimonia di beatificazione si sarebbe tenuta il 24 aprile 2005 in Piazza San Pietro, accadde che alcune Comunità Ebraiche, ma più che altro circoli facenti capo al Movimento Sionista, rivolsero a suo carico pesanti accuse di antisemitismo. Si tratta anzitutto di accuse giocate su parole de-contestualizzate dall’àmbito storico, sociale e politico; e sappiamo bene quanto siffatte estrapolazioni finiscano col dar vita ad accuse insussistenti. Il Padre Léon se la prese infatti più volte con imprenditori e industriali che sfruttavano gli operai e la manodopera dei minori ed anche dei bambini, oltre che con i banchieri. Poi, se alcuni di loro erano ricchi e facoltosi ebrei, questo è irrilevante, perché il Padre Léon non se la prese con gli ebrei, ma con imprenditori, industriali e banchieri. Scrisse anche diversi articoli sul quotidiano cattolico La Croix, nel quale mosse al giudaismo sociale delle accuse che non dovrebbero mai essere scisse dal preciso contesto storico e politico di quegli anni. Così, a cerimonia fissata, dopo che s’era proceduto all’accertamento ed al pieno riconoscimento del miracolo avvenuto per intercessione del “terribile antisemita” Padre Léon Dehon, la beatificazione fu rinviata senza disporre un’ulteriore data.

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Tutti coloro che sono già glorificati nella Comunione dei Santi nella Chiesa trionfante della Gerusalemme Celeste, non è detto siano glorificati sulla delicata e complessa terra di questa nostra povera e Santa Chiesa visibile, sempre più debolmente militante. Pertanto all’occorrenza, Beati e Santi vanno anche prudentemente tutelati, evitando che finiscano archiviati in qualche armadio in attesa di opportuni tempi migliori, semmai dopo un coro di proteste sollevato da degne persone che, oltre a non credere alla santità ed al riconoscimento della santità da parte della Chiesa Cattolica, considerano tutt’oggi il Cristo un impostore sopra il quale altri impostori hanno inventata e poi diffusa la grande menzogna della sua risurrezione, pur rivendicando e pretendendo di esercitare al tempo stesso il diritto a comandare ed imporre le regole in casa degli altri [rimando su questo tema alla mia video lezione: L’antica menzogna dei giudei sulla risurrezione di Cristo, QUI, dal minuto 26 a seguire è citato anche il caso di Padre Léon Dehon].

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Se poi qualcuno volesse esaminare in modo freddo e lucido il modo in cui certi circoli ebraici sollevarono la protesta, basterebbe domandarsi solo questo: da quanto tempo gli agitatori di questi stessi circoli conoscevano bene quelle espressioni e quelle parole scritte dal Padre Leòn sul quotidiano francese La Croix? Esistono da decenni istituzioni ebraiche specializzate nel ricercare e individuare espressioni di antisemitismo; istituzioni che beneficiano tra l’altro di ampie sovvenzioni e fondi e che sono capaci a far emergere persino accuse spesso improbabili che lasciano assaporare il vero e proprio processo alle intenzioni. Ebbene, come mai, anziché sollevare proteste quando il processo fu aperto nel 1952, o durante i vari decenni in cui il lungo processo fu per oltre quarant’anni in corso, i solerti cacciatori specializzati anche nei più vaghi sospiri antisemiti veri o presunti, hanno atteso che fosse fissata la data per la cerimonia di beatificazione il 24 aprile del 1995? Molto semplice il motivo: il moderno Sinedrio ha voluto esibire tutta la propria forza e dimostrare al mondo che bastava una sua protesta per far retrocedere la Chiesa da un atto ormai stabilito e da una cerimonia già fissata a suggello di quell’atto. Purtroppo però, gli ecclesiastici di quegli anni, anziché comprendere questo gioco, hanno piegata la testa e prontamente concessa la richiesta soddisfazione, mostrando così che con un semplice straccio pubblico di vesti da parte del novello Kaifa il moderno Sinedrio poteva indurre le Autorità Ecclesiastiche a retrocedere pubblicamente, dimostrando ciò che alla fine volevano dimostrare: di essere più influenti della Chiesa di Cristo e di poterla all’occorrenza a tal punto condizionare sino a proibirle di procedere ad una cerimonia di beatificazione già fissata. O per caso qualcuno ha altre spiegazioni da dare a questa vicenda? Ma soprattutto torno a ribadire: come la mettiamo col miracolo accertato e pienamente riconosciuto avvenuto per intercessione del Padre Léon? Può essere che nel 1958, per intercessione di un “pericoloso antisemita”, un operaio brasiliano di 48 anni, non operato per tempo in seguito ad un grave problema al peritoneo, al quale furono date poche ore di vita dopo un intervento eseguito in ritardo e considerato per questo «incompleto e aleatorio», sia guarito da un giorno all’altro? [cf. Prospetto storico dello svolgimento della causa, pag. 7, vedere QUI]. Per la Chiesa è più importante un miracolo accertato e da ella stessa pubblicamente riconosciuto, oppure è più importante una protesta da parte del moderno Sinedrio?

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Nelle varie fasi del processo di Padre Pio da Pietrelcina, ed in particolare nella fase storica, c’era invece da gestire varie figure molto ingombranti, non ultima quella complessa e non sempre gradevole persona del Padre Agostino Gemelli, che nei confronti del Frate Cappuccino mostrò in modo palese di non essere né un uomo di scienza né un uomo di carità cristiana, bensì propenso ad agire mosso da antipatia personale e da prevenzioni irrazionali ed emotivo-umorali; cosa grave per tutti, ma in particolare per un religioso, per un sacerdote e per uno specialista in scienze psicologiche. Nello stile e nella psicologia del Gemelli permaneva poi anche un elemento per nulla da sottovalutare: l’elemento della crudeltà, col probabile piacere interiore che la psicologia del sadico prova nell’infliggere dolore agli altri, siano essi umani o animali. Tra le varie cose basti dire che egli era solito far catturare i gatti per improbabili e inutili esperimenti scientifici, sottoponendoli poi ad autentiche torture. Siccome le urla dei gatti ai quali veniva trapanato il cranio erano davvero strazianti, questo buon figlio di San Francesco d’Assisi, tale era il sadico vivisezionatore Padre Agostino Gemelli, prima gli recideva le corde vocali affinché non disturbassero con le loro urla di dolore, poi semmai, durante quelle operazioni di gratuita e scientificamente inutile tortura, forse da buon Francescano cantava anche: «Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature» [cf. San Francesco d’Assisi, Cantico delle creature].

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Il Padre Agostino Gemelli, che fu un deciso accusatore del Santo Cappuccino, non era però un accusatore qualunque, perché oltre alla gran fama di cui godeva all’epoca, al suo nome era legata una grande fondazione ospedaliera ed una università cattolica, non era quindi cosa facile ed agevole affermare e ammettere che questo Frate Minore Francescano racchiudeva nella propria poliedrica complessità anche i connotati della persona alquanto sgradevole, con buona pace per le sue fondazioni.

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Più delicata ancora la figura del Sommo Pontefice Giovanni XXIII, oggi Santo, al quale Padre Pio da Pietrelcina non era mai piaciuto sin dagli anni Venti del Novecento; pur non avendolo mai conosciuto, pur non avendoci mai parlato e pur non avendo mai scambiato con lui neppure un breve messaggio epistolare. In alcuni appunti vergati nel 1960 dalla mano del futuro Santo Pontefice, Padre Pio da Pietrelcina è da egli indicato come «disastro di anime», «immenso inganno», «idolo di stoppa». È presto detto: con qualche correzione di tiro e tanto frasario edulcorato, la vicenda legata alla figura ingombrante del Padre Agostino Gemelli, celebrato come scienziato e fondatore di due grandi opere, poteva essere tamponata, semmai con una di quelle ecclesiastiche pezze che sono sempre peggiori dello strappo stesso, a ben considerare che su certe pagine dei Santi Vangeli siamo a tal proposito ammaestrati: «Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore» [Lc 9, 16]. Come risolvere dunque un simile e non lieve problema, dinanzi alla figura di un Sommo Pontefice del quale era in pieno corso all’epoca il processo di beatificazione? Molto semplice: come in seguito accadrà per un altro Santo Pontefice, Giovanni Paolo II ― di cui di seguito narreremo in dettaglio un fatto diverso ma simile ―, è stato stabilito che Giovanni XXIII fu ingannato da falsi informatori e da varie persone che stravolsero i fatti a lui presentati. Evidentemente non tutti i Beati e Santi possono possedere ― semmai proprio in virtù della loro stessa santità ―, quella ipersensibilità che quasi sempre caratterizza le loro psicologie, sino a portarli allo sviluppo di particolari capacità introspettive e di analisi immediata, senza tirare in ballo qualità di preveggenza e vari altri carismi a seguire. Pur malgrado dobbiamo prendere atto ― e ne prendiamo serenamente atto ―, che proprio certi Santi possono essere facilmente ingannati e fuorviati nei loro giudizi, forse ancor più d’altri che, pur non essendo affatto santi, la menzogna ed il menzognero lo subodorano invece di lontano. Ebbene: posto che la eroicità delle virtù non ha mai richiesto la perfezione e posto altresì che le vite dei Beati e dei Santi, che per quanto virtuosi restano in ogni caso umani, è stata spesso caratterizzata anche da gravi errori, mi domando: costava proprio così tanto ai maestri del clerical correct ammettere che Padre Pio da Pietrelcina, per il Sommo Pontefice Giovanni XXIII, rappresentava in parte una idea fastidiosa, in parte una persona semplicemente antipatica? O qualcuno pensa che ciò avrebbe potuto pregiudicare la santità di Giovanni XXIII, posto che nella storia del genere umano sono nati senza macchia di peccato originale solo il Verbo di Dio e la Beata Vergine Maria, non certo Angelo Giuseppe Roncalli e tutti quanti i Santi e le Sante iscritti oggi sul calendario? E per non lasciare spazio a dubbi in tal senso, basterebbe a tal proposito ricordare un’omelia nella quale il Venerabile Pontefice Benedetto XVI ci spiega:

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«[…] i dodici Apostoli non erano uomini perfetti, scelti per la loro irreprensibilità morale e religiosa. Erano credenti, sì, pieni di entusiasmo e di zelo, ma segnati nello stesso tempo dai loro limiti umani, talora anche gravi. Dunque, Gesù non li chiamò perché erano già santi, completi, perfetti, ma affinché lo diventassero, affinché fossero trasformati per trasformare così anche la storia. Tutto come per noi. Come per tutti i cristiani [Brindisi, 15 giugno 2008, testo integrale QUI]».

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È pertanto lecito applicare questi stessi sapienti criteri anche ai Sommi Pontefici di recente beatificati e canonizzati, a Giovanni XXIII, a Giovanni Paolo II ed a Paolo VI? In caso contrario non potremmo veramente capire l’atteggiamento duro ed a tratti persino sprezzante manifestato dal Sommo Pontefice Giovanni XXIII nei riguardi di Padre Pio da Pietrelcina; e nel tentativo di celare il tutto dietro un dito, si può correre solo il rischio di mettere solo più in evidenza la faccenda. Per non dire di peggio: qualcuno sta forse tentando di rivestire certi uomini di quella santità, intesa come perfezione assoluta, che come tale appartiene però solo a Dio, ed a Dio solo?

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Se si è giunti alla canonizzazione di San Pio da Pietrelcina solo dopo diversi decenni, sappiamo bene ch’essa è molto dovuta anche alla particolare venerazione che il Santo Pontefice Giovanni Paolo II aveva verso questo Santo sin dai tempi in cui era un giovane sacerdote ed in seguito vescovo polacco. Pur malgrado, sebbene Padre Pio da Pietrelcina sia morto nel 1968 ed il Cardinale Karol Woytila eletto al sacro soglio nel 1978, sono corsi ventuno anni di pontificato prima che questo Sommo Pontefice molto devoto al Santo Frate procedesse alla prima fase della sua beatificazione. Ecco, vorrei precisare che tra i tanti ostacoli che hanno caratterizzato questo lungo processo, oltre alla necessità di sistemare alcune famose figure ostili particolarmente ingombranti, buona parte delle responsabilità vanno anche addossate all’esercito di suoi figli spirituali veri e presunti, i danni prodotti dai quali non sono stati pochi e neppure lievi nel corso degli anni. Questo per ribadire i danni che possono essere prodotti dal cieco innamoramento che produce emotività e che genera di conseguenza mancanza di senso critico e soprattutto di prudenza, inducendo quindi la Chiesa ad usare tutta la debita e somma prudenza per procedere nelle fasi del processo di un santo taumaturgo di eclatante misura come San Pio da Pietrelcina, canonizzato a trentatré anni di distanza dalla sua morte.

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A tal proposito merita ricordare che tradizionalmente la morte del Cristo è indicata all’età di trentatré anni, sebbene si tenda a pensare che la sua vera età sia stata di trentacinque o trentasei anni; restando in ogni caso del tutto irrilevante l’età esatta. Trentatré è comunque l’età data dalla pia tradizione al Cristo Dio quando morì; quel Cristo Dio del quale Francesco Forgione, in religione Pio da Pietrelcina, portò le piaghe delle stimmate impresse sulle proprie mani, ed infine canonizzato dopo un processo durato gli stessi anni della vita terrena del Verbo di Dio fatto uomo.

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Studiando i Santi e le loro vite, nulla dev’essere lasciato al caso, dai numeri sino ai sospiri. Per questo, certi lavori o cause, richiedono e devono richiedere sempre tempo e prudenza, specie nella Chiesa odierna che pare la Chiesa dell’approssimativo, della fretta e del tutto e subito, ivi inclusa la santità low cost.

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VIII

GAUDETE ET EXULTATE, LA LETTERA APOSTOLICA NELLA QUALE I MARTIRI CRISTIANI MENZIONATI DAL SANTO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II SONO RACCHIUSI SOTTO IL TITOLO FILMICO: «I SANTI DELLA PORTA ACCANTO»

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I Santi, più che essere i cosiddetti «Santi della porta accanto» [Gaudete et Exultate, nn. 6-9, testo QUI], sono coloro che con sacrifici enormi e sofferenze spesso altrettanto enormi sono passati «per la porta stretta» dopo avere percorso una «via angusta» [Mt 7, 14]; e con i loro sacrifici enormi e le loro sofferenze altrettanto enormi, accompagnate sovente da incomprensioni e persecuzioni patite soprattutto all’interno della Chiesa, ci invitano al passaggio da questa cristologica porta di salvezza, che è appunto «La porta stretta», ricordandoci tra l’altro «quanto pochi sono quelli che la trovano!»  [Cf. supra].

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È vero che «La grazia, proprio perché suppone la nostra natura, non ci rende di colpo superuomini» [Esortazione Apostolica Gaudete et Exultate, n. 50, testo QUI], ce lo spiega con molta chiarezza San Tommaso d’Aquino: «gratia non tollit naturam, sed perficit» [La grazia non supplisce alla natura dell’uomo ma la perfeziona Cf. Summa Theologiae, I,1,8 ad 2]. Prima ancora dell’Aquinate il tutto ce lo chiarisce il Santo vescovo e dottore della Chiesa Agostino d’Ippona nella sua opera De natura et gratia, scritta per confutare le dottrine errate dell’eresiarca Pelagio.

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Meriterebbe anzitutto ricordare che i Santi, in virtù delle azioni di quei doni di grazia da loro liberamente accolti, molto spesso hanno sopportato situazioni di dolore, di incomprensione e di metodiche persecuzioni che di per sé andavano oltre ogni possibile capacità di umana sopportazione, sino a divenire per questo degli autentici «superuomini». Ciò non per loro merito, ma per i meriti della grazia di Dio; l’unico loro merito è stato quello di avere liberamente accolte le azioni della grazia di Dio. Per quanto riguarda il rapporto tra la grazia di Dio e la natura dell’uomo riassunta dall’Aquinate, possiamo usare come paradigma una famosa analfabeta: Santa Caterina da Siena. Questa giovinetta senese di modeste origini ha seguitato per tutta la sua vita a non saper leggere e scrivere, la grazia di Dio non l’ha infatti resa più colta e più abile nella composizione letteraria di Dante Alighieri. Perfezionando però al massimo la sua natura, la grazia di Dio l’ha resa molto più efficace dei migliori letterati di quelle epoche, ed il suo analfabetismo non le ha impedito di essere proclamata in seguito Dottore della Chiesa, dopo che la grazia di Dio aveva fatto di lei una vera e propria superdonna, confermando in tal modo il canto nel quale la Beata Vergine Maria acclama: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha esaltato gli umili» [cf. Magnificat anima mea Dominum].

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Scindere la santità dall’elemento del dolore e della sofferenza che caratterizza le esistenze dei Santi e che li ha condotti sino alla santità, vuol dire creare un modello di santità nuova, fatta di cuoricini appassionati che palpitano mentre le romantiche stelle brillano sul santo alla “mi piace”, il tutto pervaso da un rincuorante … “suvvia figlio mio, non affliggerti, anche tu puoi farcela!”, disse il genitore al figlio diciottenne alto un metro e mezzo per cento chili di peso che aspirava ad entrare nella Guardia d’Onore Presidenziale dei Corazzieri, ignorando per amor di padre che la grazia può perfezionare la natura che c’è, ma non quella che non c’è, sino a rendere suo figlio alto il metro e novanta centimetri di statura, che è il minimo di regola richiesto. È pertanto singolare che nel portale di una delle diocesi tra la più grandi del mondo, che è quella di Milano, sia dato questo straordinario annuncio: «Papa Francesco: siamo tutti chiamati alla santità» [cf. QUI]. Dinanzi allo straordinario annuncio di questa grande “novità”, verrebbe da chiedersi se per caso, nella Diocesi di Milano, qualcuno si è accorto che dopo l’incarnazione, la vita, la morte, la risurrezione e l’ascensione al cielo del Verbo di Dio fatto uomo, duemila anni fa fu istituito il battesimo, la cui acqua ci purifica dal peccato originale e ci introduce sulla via della santità, alla quale tutti i battezzati sono chiamati, da sempre, proprio perché la santità, alla portata di tutti, lo è da sempre, non è divenuta tale nel corso degli ultimi cinque anni di storia e di vita della Chiesa in seguito a chissà quali scoperte o cosiddette “rivoluzioni epocali”.

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La parte iniziale del documento qui richiamato, che come tutte le parti iniziali dei testi è sempre la più delicata, pare giocare su parole e concetti in modo paludato [Gaudete et Exultate, n. 9, testo QUI]. Ciò potrebbe indurre qualche lettore superficiale a pensare che si stia per giungere alle canonizzazioni inter-confessionali e inter-religiose, cosa neppure vagamente accennata in questo testo poiché impossibile oggi, domani e forse sempre, stando almeno alla odierna dottrina della Chiesa. Se però molte agenzie di stampa in giro per il mondo hanno titolato alcuni anni fa: «La Chiesa apre la santità ai non cattolici», «La Chiesa verso la proclamazione dei santi ecumenici», «Anche i martiri ortodossi, anglicani e protestanti verso la santità» … è evidente che qualcuno potrebbe essersi lasciato equivocare. Proviamo adesso a capire come ciò potrebbe essere accaduto:

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«[…] Oggi esiste l’ecumenismo del sangue. In alcuni paesi ammazzano i cristiani perché portano una croce o hanno una Bibbia, e prima di ammazzarli non gli domandano se sono anglicani, luterani, cattolici o ortodossi. Il sangue è mischiato. Per coloro che uccidono, siamo cristiani. Uniti nel sangue, anche se tra noi non riusciamo ancora a fare i passi necessari verso l’unità e forse non è ancora arrivato il tempo. L’unità è una grazia, che si deve chiedere. Conoscevo ad Amburgo un parroco che seguiva la causa di beatificazione di un prete cattolico ghigliottinato dai nazisti perché insegnava il catechismo ai bambini. Dopo di lui, nella fila dei condannati, c’era un pastore luterano, ucciso per lo stesso motivo. Il loro sangue si è mescolato. Quel parroco mi raccontava di essere andato dal vescovo e di avergli detto: “Continuo a seguire la causa, ma di tutti e due, non solo del cattolico”. Questo è l’ecumenismo del sangue. Esiste anche oggi, basta leggere i giornali. Quelli che ammazzano i cristiani non ti chiedono la carta d’identità per sapere in quale Chiesa tu sia stato battezzato. Dobbiamo prendere in considerazione questa realtà» [Mai avere paura della tenerezza, risposta data dal Sommo Pontefice Francesco I e tratta dall’intervista a cura di Andrea Tornielli, La Stampa del 16.12.2013. Testo integrale dell’intervista, QUI].

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Siccome nei numeri che compongono questo capitolo iniziale dedicato a «I Santi della porta accanto» è citato sul finire il magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II come una sorta di suggello conclusivo, forse è bene rammentare che nella sua richiamata omelia tenuta al Colosseo di Roma il 7 maggio 2000 [cf. testo QUI], presenti i «Rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali», nella sua breve esposizione ricorrono per sette volte le parole «martiri», «martirio», «martirizzati», ma non una sola volta ricorrono le parole “santo” e “santi”. Egli afferma infatti:

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«La persecuzione ha toccato quasi tutte le Chiese e le Comunità ecclesiali nel Novecento, unendo i cristiani nei luoghi del dolore e facendo del loro comune sacrificio un segno di speranza per i tempi che verranno» [cf. testo QUI].

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San Giovanni Paolo II parla infatti di persecuzioni, di martirio e di martiri, presentando sia i martiri cattolici che i martiri cristiani non cattolici come coloro che indicano «la via dell’unità ai cristiani del ventunesimo secolo» [cf. testo QUI], in quell’omelia egli non parla però mai di santi. Pur malgrado, i documenti citati e tratti dal magistero di questo Santo Pontefice, sono stati invece raccolti dal numero 6 al numero 9 della Gaudete et Exultate proprio sotto il titolo: «I Santi della porta accanto».

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Nella Gaudete et Exultate si cita sotto questo titolo di paragrafo anche la Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, il quale però, richiamandosi alla Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, nel capitolo di questo suo documento dedicato a «La dimensione ecumenica» afferma senza alcuna pena di equivoco: 

«[…] La Città eterna ha così manifestato ancora una volta il suo ruolo provvidenziale di luogo in cui le ricchezze e i doni di ogni singola Chiesa, ed anzi di ogni singola nazione e cultura, si armonizzano nella “cattolicità”, perché l’unica Chiesa di Cristo manifesti in modo sempre più eloquente il suo mistero di sacramento di unità» [Novo Millennio Ineunte, n. 12, testo integrale QUI].

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Il Santo Pontefice Giovanni Paolo II ribadisce la unicità della Chiesa di Cristo, che è una ed una sola, affidata tutt’oggi a Pietro; al tempo stesso egli ribadisce la centralità di Roma, come cuore della universalità cattolica. E siccome di fatto egli ha detto questo, sono certo che nessuno intenda fargli dire altro di ciò che mai ha detto, neppure sotto titoli di capitolo suggestivi.

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Sui documenti pontifici lavorano solitamente commissioni intere, ed altrettante commissioni di studio ne rileggono poi le bozze prima della stampa, temo per ciò che qualcuno, forse anche più di uno, abbia avuto una certa svista, a partire dall’espressione non proprio felice de «I santi della porta accanto», perché sotto questo titolo sono stati racchiusi dei documenti del magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II che nulla hanno proprio da spartire con la «porta accanto», tutt’altro: in essi è ribadito che la porta è una sola, come una sola è la vera Chiesa di Cristo, che è via di salvezza, di unità e di santità.

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Tutti sappiamo che «La Signora della porta accanto» [La femme d’à côté] è il titolo di un film drammatico prodotto in Francia nel 1981 e diretto dal regista François Truffaut [trailer originale del film, QUI]; film che di tutto parla fuorché della santità e delle vie per raggiungerla. Altresì bene sappiamo che certi titoli o espressioni, nel corso del tempo, sono divenuti dei veri e propri modi di dire molto diffusi e conosciuti; oltre che intrisi di significati molto precisi. Si pensi per esempio a Il Gattopardo, dal quale è nata una parola ed una espressione con un preciso significato, termine oggi inserito anche nel vocabolario della lingua italiana. Esattamente come è divenuto un modo di dire: «Pare la Signora della porta accanto!», il tutto per sottintendere che non si tratta di una Signora propriamente tranquilla e moralmente affidabile. Detto questo dovrebbe essere superfluo aggiungere che una parola o espressione di questo genere usata all’inizio di un documento del magistero pontificio, può di per sé creare problemi, specie se vi racchiudiamo dentro dei documenti del preciso e deciso magistero del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, nei quali si afferma tutt’altro. Insomma, ancora una volta è un problema di linguaggio, con tutti i problemi che inevitabilmente ne conseguono da quando la Chiesa visibile, illusa di andare in tal senso meglio incontro al mondo, al proprio linguaggio specifico e preciso, che ricordiamo è quello metafisico, ha sostituito una sorta di neolingua, con l’inevitabile rischio di non essere affatto ascoltata dal mondo ma di essere invece fagocitata da esso [rimando in L’Isola di Patmos al mio articolo dell’11.12.2014: Babele e la neolingua, una Chiesa senza vocabolario da mezzo secolo, leggibile QUI; ed alla lectio magistralis del 5.4.2016: Il problema del linguaggio dottrinale e la neolingua dei nuovi teologi, video QUI].

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Questo argomento è di per sé complesso e come tale richiederebbe una trattazione a parte, alla quale forse mi dedicherò in un vicino futuro, semmai prima che a qualcuno passi per la mente di proporre la canonizzazione del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, ucciso dai Nazisti nell’aprile del 1945, che fu indubbiamente un martire della libertà contro la tirannide e anche un martire della fede evangelica, ma non della fede cattolica, pertanto non può essere scambiato per un santo della porta accanto, né mai potrebbe essere proposto appresso come doctor communis inter-religioso, oggi che i titoli fanno molta più presa in tutti coloro che di prassi non leggono, o che peggio non capiscono il vero significato dei documenti del Magistero della Chiesa. Documenti di magistero all’interno dei quali, come nella Gaudete et Exultate, si trovano buona dottrina e sapienti contenuti per la edificazione della Chiesa e del Popolo di Dio, ma al tempo stesso anche espressioni non particolarmente chiare e felici che potrebbero essere evitate.

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Anche quest’ultimo sarebbe però un altro argomento molto complesso, dinanzi al quale merita domandarsi: in una società come quella attuale, dove si è perduta la capacità di lettura, di comprensione e di analisi, dove persino i professionisti della stampa che confezionano notizie per il grande pubblico si limitano a saltare velocemente come api da un fiore all’altro, mentre i lettori cercano di farsi un’opinione su un dato fatto leggendo i titoli e poche righe su dieci blog nel giro di pochi minuti, merita veramente seguitare a scrivere documenti del magistero sempre più lunghi, all’interno dei quali non è trattato un singolo e preciso argomento, ma dietro l’apparente trattazione di un preciso e singolo argomento sono aperti invece dei temi nel tema riguardanti aspetti e problemi molteplici? La Chiesa è chiamata per sua divina missione a dare risposte e indicazioni sempre chiare e precise, oppure a seminare dubbi e ad aprire le porte sulle più disparate e divisive interpretazioni? 

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Mai come oggi, in una società come quella attuale, la Chiesa si dovrebbe sentire chiamata a fornire dei documenti brevi, precisi e decisi, anziché insiemi di argomenti che sono spesso un fiorire di temi sociologici dentro un tema trattato perlopiù in modo sociologico, dai quali ognuno tende poi a tirare fuori inevitabilmente ciò che vuole, a partire dai professionisti della polemica gratuita a tutti i costi, per seguire peggio ancòra con coloro che da mezzo secolo affermano che i documenti della Chiesa «vanno interpretati», non applicati tali e quali sono. E così ciascuno, laddove manca decisa chiarezza, si ritaglia e poi semmai impone sulla pelle dei Christi fideles la legge che più gli aggrada, il tutto non più secondo le norme del Codice di Diritto Canonico, fonte dell’arida legge “farisaica” e “pelagiana”, ma sui peggiori criteri della legge della giungla, nella quale l’ha vinta colui che più di tutti risulta prepotente. Perché è questo che alla fine genera la mancanza di quella decisa chiarezza che prima spalanca le porte dell’ovile, poi abbandona le pecore nei grandi pascoli delle interpretazioni soggettive; sin quando le pecore, anziché riconoscere sempre e in ogni caso il pastore, riconosceranno solo il pastore che a loro piace.

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IX

NOI PECCATORI A SERVIZIO DELLE CAUSE DI BEATI E SANTI.  SAREBBE BENE RICORDARE CHE ALCUNI GRANDI PECCATORI SCRISSERO ALCUNI DEI CANONI PIÙ BELLI ED EFFICACI DEI CONCILÎ DELLA CHIESA

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In questo mondo dove gli uomini caduti ormai nel post-umanesimo indugiano sempre più, ed in numero sempre maggiore, al delirio di onnipotenza; in questo mondo nel quale si rinnova come agli inizi dei tempi il peccato dei nostri progenitori che compromisero la perfetta armonia del creato, perdendo la loro connaturata santità e consegnando l’umanità in pasto al dolore, alla malattia, alla decadenza fisica e infine alla morte; in questo mondo nel quale il moderno Adamo post-umano ha voluto diventare «come Dio» [cf. Gn 3,5], però «senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio» [Cf. San Massimo il Confessore, Ambiguorum liber. PG 91, 1156], c’è un aspetto sia teologico che mistagogico legato al vivere e operare nella Chiesa a contatto con le vite di Beati e Santi, ed è un aspetto che ci porta anzitutto a prendere atto delle nostre limitatezze e delle nostre vite nelle quali peccati piccoli e grandi trovano spesso facile dimora. Sembra quasi un paradosso: peccatori più o meno grandi che lavorano per la gloria dei Santi, affinché siano riconosciute in altri quelle eroiche virtù che noi non abbiamo, ma che potremmo avere e che anzi dobbiamo avere, perché tutti siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, con l’essenza di questa santità effusa ed infusa in noi. Questa in fondo è la santità: il ritorno dell’uomo nella dimensione del suo originario umanesimo: il Giardino di Eden, chiamati come siamo, tutti, a tornare a quella santità dalla quale siamo venuti e nella quale siamo stati generati.

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Ritengo che un grande insegnamento ci derivi dagli stessi concili ecumenici della Chiesa, in particolare da quelli che oltre a questioni di carattere teologico e dogmatico hanno trattato anche delicate questioni di carattere morale, disciplinare e pastorale. Ne cito a tal proposito due, nei quali assieme alle varie condotte deviate ed ai cattivi costumi del clero dell’epoca è anche condannata duramente quella simonia già varie volte richiamata tra queste righe: il IV Concilio Lateranense ed il Concilio di Trento. Nel primo più ancora che nel secondo, a scrivere e firmare certi canoni precisi, decisi e severi, furono per paradosso proprio quei prelati che di tutte quelle nefandezze diffuse nel clero erano soliti macchiarsi, dopo avere praticato certi vizi e dissolutezze in lungo e largo. Potremmo allora chiederci: a che a si deve un simile paradosso che pare nascere da una vera e propria contraddizione in termini? Che infatti dei vescovi dissoluti e simoniaci condannino le dissolutezze e la simonia nei canoni di un concilio, ed appongano infine a quelle condanne le loro firme, potrebbe davvero suonare come una vera contraddizione in termini. Senza per ciò mai dimenticare l’opera dello Spirito Santo da sempre capace a prendere anche le più impensabili vie traverse, se vogliamo fare un paragone tra quelle epoche tristi e l’epoca non meno triste che stiamo vivendo oggi, la differenza non è affatto formale ma sostanziale: tra i banchi dell’assise dal IV Concilio Lateranense e del Concilio di Trento erano seduti uomini che pur indugiando ai peggiori vizi morali ed alle peggiori corruttele, nonché alla totale incuria delle diocesi e delle chiese a loro affidate, spesso date in gestione a loro parenti ed amici, mentre vescovi, abati, prepositi e arcipreti risiedevano altrove in ben altre faccende affaccendati. Pur malgrado, costoro, non avevano però ancora smarrito il senso del bene e del male, ed in loro permaneva la cosciente consapevolezza interiore del male agire. Così, i primi ad approvare e firmare certi canoni che stabilivano per esempio l’obbligo tassativo per il vescovo di risiedere nella diocesi a lui assegnata, assieme a molte altre disposizioni di ordine ecclesiastico e disciplinare, furono anzitutto quei vescovi che a simili disposizioni non si erano mai attenuti e che tutte le discipline ecclesiastiche stabilite dai canoni del Concilio di Trento le avevano sempre e puntualmente disattese.

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Tutt’altra e ben diversa la situazione odierna, tanto da poter essere dichiarata per questo senza precedenti storici, perché oltre ad avere perduto la coscienza del male agire, si è giunti a mutare il male in bene ed il bene in male, il vizio in virtù e la virtù in vizio, l’eresia in ortodossia e l’ortodossia in eresia. E questa è alta e terribile opera del Demonio, come ci insegna Tertulliano affermando che «Il diavolo è imitatore di Dio». Concetto poi ripreso da vari Padri della Chiesa, da Sant’Agostino che definisce il Demonio «Scimmia di Dio», per seguire con San Girolamo che esprime in modo più articolato il concetto: «Il Diavolo vuole invertire bene e male per creare un’altra realtà».

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Com’è dunque possibile che nella Chiesa visibile ridotta a questo modo, afflitta da una crisi di fede e da una decadenza all’apparenza irreversibile, siano proclamati dei Beati e dei Santi per opera di peccatori come noi? Ebbene, posto che la Chiesa è di Cristo, di cui egli è capo e noi, per quanto infette, siamo membra vive, quand’è che c’è particolare bisogno di Beati e Santi, se non proprio in quelle epoche nelle quali la Chiesa visibile appare sempre più simile ad una struttura di peccato che genera e produce peccato al proprio interno? Ecco perché nel corso del Novecento, in un’Europa ed in un mondo insanguinato prima da due guerre mondiali, poi da rivoluzioni e sommosse che hanno causato molti milioni di morti tra civili innocenti, mentre in vari angoli della terra risuonava il nietzschiano grido «Dio è morto», con eserciti sempre più fitti di uomini convinti «io sono Dio», c’era bisogno più che mai di Santi, ma soprattutto del modello dei Santi Martiri della fede; infatti, proprio nel corso del Ventesimo secolo, i martiri, in particolare tra vescovi, presbiteri, religiosi e religiose sono stati in numero molte migliaia [cf. L’Osservatore Romano del 30.11.2010: Le memorie senza volto del Comunismo, testo QUI]. Mai bisognerebbe dimenticare che la maggioranza delle numerose beatificazioni e canonizzazioni fatte sotto il lungo pontificato del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, sono state perlopiù beatificazioni e canonizzazioni di martiri, nella consapevolezza che solo il loro sangue, o nel vivo ricordo del loro sangue, può rinvigorire la Chiesa ridotta oggi in preoccupante stato di anemia.

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X

LE BEATIFICAZIONI E LA CANONIZZAZIONI NON SONO IL PREMIO PULITZER ED IL PREMIO NOBEL. ALCUNE LEGITTIME PERPLESSITÀ SU ALCUNI PROCESSI DI BEATIFICAZIONE IN CORSO, SEBBENE NELLA “CHIESA DEL CONFORMISMO” NON SI DISPUTI PIÙ

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Volutamente solo sul finire di questa esposizione vorrei evidenziare delle sincere perplessità unite a profonde preoccupazioni su diversi processi di beatificazione in corso, da leggersi alla luce delle mutazioni intra ed extra ecclesiali che oggi stiamo vivendo e che a volte hanno quasi il sapore della vera e propria “mutazione genetica”. E ciò detto vorrei precisare: se queste preoccupazioni sono espresse da un presbìtero e da un teologo che non ha mai avuto paura del correre del tempo, che ha ripetutamente criticato in modo duro e impietoso quei cattolici catastrofico-millenaristi cristallizzati in un passato che non deve passare, o che peggio si inventano un passato che non è mai esistito, sino a vivere male il presente fuggendo dall’idea di quel futuro che è peraltro elemento escatologico legato al mistero stesso della Chiesa pellegrina sulla terra; se ad esprimere pubblica inquietudine e preoccupazione è quindi un soggetto come me, per quanto io possa essere niente e nessuno, forse qualcuno si potrebbe anche interrogare.

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Usando quindi la struttura retorica ed espositiva dei preambula, essenzialmente giocati sull’effetto di causa ed il relativo risultato finale prodotto, prima di entrare nel vivo del tema di questi due ultimi paragrafi è necessario chiarire che se d’improvviso la Chiesa non s’è mutata nel Terzo Millennio in una via di mezzo tra un regime ed il Grande Fratello dipinto da George Orwell nel romanzo 1984, al suo interno dovrebbe aver sempre diritto di legittima cittadinanza il dissenso filosofico e teologico inteso come disputatio, quindi la critica, anch’essa intesa sia come disputatio sia come propositio, peraltro tutti elementi principe della migliore retorica classica. Come però vado lamentando da anni in numerosi scritti, purtroppo è accaduto che la “grande Chiesa” dei “grandi teologi-interpreti” del “glorioso” post-concilio — che come risaputo del Concilio Vaticano II hanno fatto spesso solo immane scempio —, dopo avere a lungo sbraitato slogans del tipo «più collegialità, più dialogo, più democrazia nella Chiesa!», una volta fatto il loro golpe e inseriti tutti i loro uomini nelle università pontificie, nel Collegio Episcopale e nel Collegio Cardinalizio, ci hanno fatti infine sprofondare in una forma di totalitarismo che mai la Chiesa di Cristo aveva conosciuto in precedenza nel corso della sua storia intera. E dopo aver gridato negli anni passati «più collegialità, più dialogo e più democrazia nella Chiesa!» hanno infine instaurata la loro personale dittatura, dimentichi che la Chiesa non è una democrazia, ma una struttura divino-monarchica edificata su un Capo scelto e voluto da Cristo Dio, chiamato non a caso nella tradizione sin dai secoli più antichi Prìncipe degli Apostoli. Pietro non è né il presidente di una repubblica democratica, né un leader popolare né il capo di un libero sindacato, meno che mai un caudillo, sicché è bene ricordare che il Prìncipe designato degli Apostoli è la pietra sulla quale Cristo ha edificata la sua Chiesa [cf. Mt 13, 16-20].

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A quanti oggi parlano delle purghe date ai modernisti agli inizi del secolo XX° dal Santo Pontefice Pio X e dai suoi Sommi Successori, ritengo che qualche storico, qualche teologo e qualche canonista che si rispetti dovrebbe ricordare che tutti gli accusati di filo-modernismo ebbero all’epoca dei regolari processi canonici, nei quali era prevista anzitutto la difesa, senza la quale il processo non sarebbe stato né tale né tanto meno valido. In sede di processo canonico molti furono anche assolti, perché riconosciuti ingiustamente accusati e non infetti dalle eresie moderniste. Non poche volte i tribunali ecclesiastici dell’epoca dettero torto a diversi vescovi, alcuni dei quali, con l’intento di farsi belli col loro ostentato rigore dinanzi alla Santa Sede ed al Sommo Pontefice, condannarono per modernismo alcuni loro presbìteri, dei quali appresso fu però riconosciuta la estraneità a pensieri e diffusioni di pensieri ereticali, mentre ai loro vescovi fu invece dato torto. Questo è ciò che avveniva in quella Chiesa di cento anni fa presentata oggi da certi autentici adulteratori ideologici come non collegiale, non dialogante e non democratica. Oggi che al potere ci sono andati invece gli assetati di collegialità, di dialogo e di  democrazia, può capitare ― ed è ripetutamente capitato sino ai più alti livelli ― di essere destituiti dalla sera alla mattina da un ufficio ecclesiastico senza poterne conoscere neppure ragioni e motivi; o di ritrovarsi ostacolati nell’esercizio delle sacre funzioni sacerdotali senza poter sapere neppure perché e soprattutto per causa di chi. Molti di coloro che dal tutto si sono sentiti ingiustamente colpiti, che hanno ritenuto di essere stati castigati sulla base di pure delazioni anonime, od a causa delle irrazionali antipatie e gelosie di soggetti che operando alle spalle producono danni e sofferenze senza però mai venire allo scoperto, quando il tutto lo hanno lamentato presentando istanze ai competenti Dicasteri ed organi della Santa Sede, spesso non hanno mai ricevuto neppure risposta. Il tutto, che sia ben chiaro: è avvenuto in ossequio alla collegialità, al dialogo ed alla democrazia tanto agognata negli anni Settanta del Novecento da tutti coloro che oggi sono piazzati nelle cosiddette “stanze dei bottoni”, giunti nelle quali ci hanno infine donato un “regime ecclesiale” dal sapore totalitario, condito con proclami inneggianti al dialogo, allo spirito inclusivo, ma soprattutto ed avanti a tutto inneggiando alla misericordia.

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Quando dinanzi a suoi figli colpiti, ostracizzati e spesso perseguitati al proprio interno, la Chiesa — che pure ha chiesto perdono a tutto ed a tutti con la cenere in testa nel corso degli ultimi anni —, non offre loro neppure la possibilità di difendersi; quando non li ascolta e non applica le basilari norme di diritto, semmai perché il Diritto Canonico e considerato con calcolato sprezzo solo roba da pelagiani e da gente ossessionata dalla legge, in quel caso non si può parlare di misericordia neppure per principio di capovolgimento, salvo incorrere nella sicura condanna di Dio, che con certi soggetti mostrerà a tempo debito l’altra faccia della sua vera misericordia: la giustizia divina. Perché «A chiunque fu dato molto, molto sarà richiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48].

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Nei primi grandi Concili della Chiesa, sappiamo bene che i Venerabili Padri non si limitarono solo a discutere accanitamente, perché più volte giunsero persino a prendersi a legnate tra di loro, ma suggellando alla fine i grandi dogmi cristologici e trinitari che stanno a fondamento della nostra fede, dopo avere condannato senza appello l’eresia ariana, che non definirono affatto, attraverso certi mortiferi frasari ecclesiali ed ecclesiastici odierni come una semplice «opinione diversa», ma come una pericolosa eresia, con tanto di ricorso ad anathema sit !

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Si provi invece oggi, nella nuova Chiesa aperta, includente e democratica che non giudica e non condanna più nessuno; che comprende ed accoglie tutto e tutti, prima di tutto ciò che non è cattolico, a ricordare alcune delle fondamentali verità della fede ed alcune delle basilari discipline ecclesiastiche, per vedere poi che fine ti faranno fare i grandi Padri moderni dei tanto decantati slogans «più dialogo, più collegialità e più democrazia nella Chiesa!».

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Questi articolati preambula non sono un inutile gioco introduttivo di mero esercizio storico e retorico da parte di chi intende sfogarsi tirando inutili pugni al cielo — che come sappiamo non servono né a chi li tira né a chi li legge —, ma sono la semplice analisi di un dato di fatto, perché la Chiesa visibile e la sua amministrazione oggi è proprio ridotta come sin qui descritto. Chi lo volesse negare, in tal caso negherebbe l’evidenza dei fatti. Certi preambula erano quindi necessari per giungere ad esprimere quella mia grande inquietudine che nulla ha di personale e soggettivo ma che tutto ha invece di oggettivo, anzi oserei dire di innegabile: negli ultimi anni sono stati aperti e sono portati avanti nelle varie Chiese particolari i processi diocesani di figure a dir poco ambigue, se non addirittura fuorvianti. Ma ciò che mi inquieta e mi preoccupa di più è che non sia neppure concesso discutere sulla ambiguità e sullo spirito fuorviante di certe figure. Se infatti nel legittimo esercizio della libertà dei figli di Dio uno osa manifestarsi esterrefatto che un soggetto come il Vescovo Tonino Bello [1935-1993] possa essere candidato alla beatificazione, per tutta risposta può correre il serio rischio di vedersi inibire da qualche vescovo collegiale, dialogante e democratico della Puglia la facoltà di predicare nel territorio della sua diocesi.

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Io non so da chi sia composta la Conferenza Episcopale dei Vescovi della Puglia, ma pur non conoscendone i membri prendo atto che una Assemblea di Vescovi ha dato il proprio sostegno all’apertura della fase diocesana di questo processo in vista della trasmissione degli atti a Roma per l’avvio dell’iter per la beatificazione del Vescovo Tonino Bello. Domando pertanto: premesso che libri, lettere, omelie, pubblici discorsi e interviste televisive e radiofoniche del Bello brulicano di grossolani errori dottrinali, di catechesi fuorvianti, parziali e di parte; di una pastorale intrisa di demagogia e di pauperismo, di una mariologia che spazia tra la poesia e l’oltraggio del tutto involontario alla Beata Vergine Maria; posto che il Bello, in modo tanto vistoso quanto eclatante, parte da Cristo per esaltare infine l’uomo, sostituendo di fatto il cristocentrismo cosmico con l’uomocentrismo, ebbene … quale teologia hanno studiato coloro che a tutto ciò hanno dato il proprio avallo? Quale commissione teologica, di quale Chiesa, a fronte di tutto ciò potrà dichiarare che il pensiero del Bello è ortodosso, conforme alla dottrina ed al magistero della Chiesa? Da quando, le evidenti carenze dottrinali e certe forme di esotica pastorale hanno cessato di costituire impedimento insormontabile per un processo di beatificazione, ed in specie per quello di un presbìtero o di un vescovo? O forse che la causa del Bello sarà portata avanti solo perché egli era un grande impegnato nel sociale, posto che oggi, il cosiddetto “sociale”, pare essere divenuto quella candeggina che sbianca qualsiasi panno, a partire da quelli più sudici? O vogliamo forse dare al Bello, come futuro patronato, quello di “Santo protettore degli eretici”? Se è per questo abbiamo anche una Santa protettrice delle prostitute, che è Santa Margherita da Cortona, ma si legga molto bene il titolo ad essa attribuito: è Santa protettrice delle prostitute pentite, non è Santa protettrice delle prostitute fiere del proprio mestiere e che mai lo cambierebbero per alcuna ragione al mondo dinanzi all’offerta di un onesto lavoro.

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I candidati alla beatificazione sono modelli tutti da accertare di virtù eroiche, non sono nuovi miti e nuovi dèi sociali sui quali non si può discutere, salvo incorrere in caso contrario nelle ire e nelle aggressioni dei loro ciechi fans.

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XI

NELLA FASE PROCESSUALE SI DEVE ASCOLTARE TUTTI, COMPRESI COLORO CHE SI RITIENE SIANO PREVENUTI, PERCHÉ NON ASCOLTANDO SI POSSONO COMPIERE DANNI PEGGIORI, A VOLTE PERSINO IRREPARABILI

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Durante la prima fase del processo di beatificazione del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, numerosi teologi e diversi vescovi e presbìteri chiesero di essere auditi per poter esporre le loro contrarietà, che esigevano fossero poi messe agli atti del processo. Furono quasi tutti esclusi con la perentoria formula «è un soggetto prevenuto!». Tra questi richiedenti audizione vi era un famigerato nome illustre, quello del teologo Hans Küng, bollato ovviamente come il vero e proprio re dei prevenuti, quindi mai ascoltato. Ricordiamo a tal proposito che il Küng, sul cadavere ancora caldo del Sommo Pontefice Giovani Paolo II, enunciò sulla stampa internazionale, racchiusi in nove punti, i principali elementi del fallimento del suo pontificato [Cf. Il Corriere della sera del 3.03.2005, Wojtyla il Papa che ha fallito, testo QUI]. A mio parere hanno fatto male, ma posso dire di più: io avrei ascoltato il Küng per primo e tutti gli altri appresso a seguire. Detto questo non ho bisogno di giustificarmi spiegando quante volte ed in quali toni severi ho scritto nel corso degli anni che il Küng è anzitutto una immane vergogna del Sacro Ordine Sacerdotale, dinanzi al quale resta incredibile il fatto che il suo Ordinario Diocesano prima, la Santa Sede appresso, non lo abbiano sospeso a divinis, poi scomunicato e dimesso dallo stato clericale, dopo che egli ha pubblicamente distrutta tutta la struttura dogmatica della Chiesa, ivi inclusa la dogmatica sacramentaria. Eppure, per me, quella mente molto brillante e dotata del Küng, rimane un emblema Novecentesco di che cosa possa voler dire ricevere dalla grazia di Dio dei grandi talenti speculativi e intellettuali ed usarli non a beneficio della vigna del Signore, ma per devastarla come un cinghiale del bosco e un animale selvatico [cf. Sal 80, 14]. A maggior ragione, il Küng lo avrei ricevuto ed ascoltato per primo, mettendo poi nel verbale agli atti tutte le sue dichiarazioni e le sue espresse contrarietà alla beatificazione di Giovanni Paolo II.

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Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, morto nel 1787, cinquantadue anni dopo la sua morte fu canonizzato nel 1839 e proclamato Dottore della Chiesa. Nel sistema processuale dell’epoca il postulatore doveva vedersela molto seriamente con il promotore di giustizia, detto anche avvocato del diavolo. Per intendersi: una sorta di avvocato difensore da una parte e di pubblico ministero dall’altra, sempre per chiarire ai non addetti ai lavori. Se ufficio del postulatore è quello di portare avanti la causa affinché la Chiesa riconosca le eroiche virtù e proclami il candidato Beato o Santo, il promotore di giustizia, o cosiddetto avvocato del diavolo, aveva come compito quello di portare tutte le eventuali prove contrarie e demolire all’occorrenza quanto sostenuto dal postulatore affinché si potesse giungere infine al decreto super vita, virtutibus et fama sactitatis del candidato alla beatificazione o canonizzazione. Accadde così che il processo di Alfonso Maria de’ Liguori, futuro Santo e sublime Dottore della Chiesa, rimase per alcuni anni bloccato perché il promotore di giustizia dimostrò che questo pio Vescovo soleva fumare il sigaro, che il fumo andava considerato sia un vizio sia un cedimento alla mondanità, ciò rendeva a suo dire il candidato carente sul piano dello spirito penitenziale e della privazione dal superfluo e via dicendo a seguire. Dopo lungo processo, ad oltre mezzo secolo dalla sua morte, la Chiesa proclamava infine un altro grande Santo ed un altro grande Dottore della Chiesa: il Vescovo Alfonso Maria de’ Liguori.

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Si valutino adesso le dinamiche ed il rigore eccessivo che caratterizzò il processo del Santo Vescovo Alfonso Maria de’ Liguori, poi si valutino invece le attuali tifoserie che circolano attorno alla figura del Vescovo Tonino Bello, pronte a tacitare in malo modo chiunque osi dissentire. Fatte quindi le debite valutazioni si risponda infine a questo quesito: eravamo più garantiti in passato da quelle certe forme di rigore, o lo siamo più oggi, dinanzi ad un fenomeno inquietante come quello sintetizzato dall’affermazione oggi molto diffusa: “mi piace, fa battere il mio irrazionale cuoricino emotivo, quindi è Santo” ? E chiunque dissenta è solo un prevenuto e un tradizionalista. Nel caso poi del Bello, vista la sua figura da sempre particolarmente benemerita in certi àmbiti della Sinistra radical chic e periferie più o meno limitrofe, può anche capitare di sentirsi rispondere: non ti piace il Bello perché sei un fascista!

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A questo stiamo forse riducendo la santità ed i suoi relativi processi? Il tutto con buona pace di chi pare non essersi chiesto quanta solida dottrina e quanto equilibrato non condizionato e sapiente spirito pastorale illuminato deve possedere un candidato alla beatificazione che ha ricevuto nel corso della sua vita la grazia del sacerdozio e poi la pienezza del sacerdozio apostolico. Il tutto sempre ammesso che sul Santo Vangelo rimanga scritto tutt’oggi: «A chiunque fu dato molto, molto sarà richiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48].

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Gli esempi da portare in tal senso sono molti, concludiamo dunque con un esempio legato ad un’altra figura, quella dello statista Aldo Moro [1916-1978], per poter illustrare in qual modo, quando si decide di giocare sul pesante, non si esita ad andare a toccare i fili dell’alta tensione con le mani, dopo essersi prima sapientemente premurati di bagnarsele con l’acqua per avere così la sicura certezza di poter rimanere fulminati all’istante.

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Il ricordo di Aldo Moro è destinato a rimanere indelebile nella patria memoria d’Italia, perché la sua morte è da annoverare tra le peggiori pagine della nostra storia contemporanea. Oggi però la sua figura, indubbiamente grande e amabile, al contempo triste e tragica, ci induce a domandarci più che mai cosa s’intenda fare “con la santità” e “della santità”, posto che sia la prima sia la seconda domanda sono in sé e di per sé dei quesiti inappropriati e infelici.

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Dialogando con un teologo insigne al quale sono profondamente legato, ho espresso le mie perplessità su questa paventata causa e sulle parole scivolose con le quali il postulatore generale dell’Ordine Domenicano, che per essa ha ricevuto mandato, ha pronunciato in una sua recente intervista, nella quale tra l’altro confonde le virtù indicando fede, speranza e carità come «virtù cardinali», mentre si tratta delle virtù teologali racchiuse nell’epistolario paolino e indicate dal Beato Apostolo [I Cor 13, 13]. Cosa invero esilarante per un teologo domenicano eletto dal suo Maestro Generale al delicato ufficio di postulatore generale dell’Ordine dei Frati Predicatori, come dire: il lavoro della postulazione comincia davvero bene! [cf. video intervista, QUI].

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L’insigne teologo e confratello sacerdote con il quale ho discusso di questo caso, in un primo momento mi ha ricordato giustamente le belle e commoventi parole pronunciate dal Sommo Pontefice Paolo VI, prima alle esequie funebri di Aldo Moro e poi in seguito. Con garbo e ben lungi dal fare inopportuna ironia ho risposto dicendo che anche il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, oggi Santo, sul “benemerito” fondatore dei Legionari di Cristo disse pubblicamente belle parole, coinvolgendolo più volte in importanti attività della Santa Sede e incaricandolo di curare la organizzazione del suo viaggio apostolico nel Messico. Il tutto stando sempre alla provata storicità dei dati di fatto non passibili di possibile smentita. Purtroppo però, sempre i fatti non passibili di facile smentita, hanno provato in seguito che Padre Marcial Maciel Degollado [1920-2008] è risultato pedofilo, molestatore sessuale seriale, padre di più figli, amante di più donne e grande intrallazzatore finanziario. E portando questo triste esempio affermai per evidente paradosso: vogliamo forse aprire anche il processo di beatificazione del fondatore dei Legionari di Cristo, solo perché in più occasioni San Giovanni Paolo II disse belle e lusinghiere parole su di lui?

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Detto questo non si può però procedere oltre senza prima avere chiarito questo “rapporto pericoloso” tra un Santo Pontefice ed una figura diabolica come Marcial Maciel Degollado; come del resto è già stato fatto in questo stesso scritto pagine addietro, quando si è parlato di San Pio da Pietrelcina, della figura di Padre Agostino Gemelli, ma soprattutto della pessima stima che un altro futuro Santo, il Sommo Pontefice Giovanni XXIII, aveva del Frate Cappuccino.

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Se il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, dinanzi ad un soggetto diabolico come Marcial Maciel Degollado avesse a tal punto difettato nelle capacità di analisi e di giudizio, non sarebbe stato opportuno neppure aprire il suo processo di beatificazione. E qui è bene premettere ― come ho fatto più volte ed in più scritti ― che ai Santi non è richiesta la perfezione, che appartiene solo a Dio, né gli errori umani a volte persino gravi possono pregiudicare la loro santità. In questa vicenda, che avrebbe potuto far calare sul pontificato di Giovanni Paolo II un’ombra difficile da dissipare, assieme ed un oggettivo impedimento al suo primo processo, quello di beatificazione, la risposta c’è, ed è basata anzitutto sulla psicologia, la storia e l’esperienza umana del vescovo polacco Karol Woytila. Infatti, quando nella Polonia comunista il regime voleva togliere di mezzo dei sacerdoti scomodi, erano principalmente inventate a loro carico delle accuse di pedofilia e di molestie sessuali, a volte inducendo anche bambini e adolescenti a deporre false testimonianze. Questo vissuto segnò molto Karol Woytila prima come vescovo ausiliare e poi come Arcivescovo di Cracovia. Da fonti molto attendibili risulta anche che negli ultimi anni della sua vita, quando verso il tramonto del pontificato di Giovanni Paolo II presero vita le gravi accuse su Marcial Maciel Degollago, non ultimo anche per le dettagliate informative trasmesse in precedenza dall’allora Nunzio Apostolico in Messico, l’Arcivescovo Justo Mullor Garcia [Los Villares 1932 – Roma 2016], il Santo Padre domandò egli stesso al diretto interessato se c’era anche e solo del vago vero in ciò di cui era accusato. Un Alto Prelato, in sua qualità di testimone oculare, nonché di persona che lavorò all’allora grave caso del fondatore dei Legionari di Cristo, un decennio fa mi riferì quella che fu la risposta data dal Marcial Maciel al Sommo Pontefice:

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«Beatissimo Padre, sono tutte falsità, ma io sono pronto a sopportare anche questa umiliazione e offrirla a Dio per il bene della mia Congregazione e dei suoi giovani sacerdoti e seminaristi».

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Giovanni Paolo II prestò fede alla sua parola, forse rivivendo dentro di sé le numerose false accuse attraverso le quali furono tacitati ed a volte anche imprigionati diversi suoi presbìteri polacchi sotto il regime comunista. Di tutto questo nessuno può fare colpa a San Giovanni Paolo II, tanto meno far calare su di lui ombre che non hanno motivo di esistere.

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Detto questo è poi bene ricordare che il principale accusatore di Marcial Maciel Degollado, l’Arcivescovo Justo Mullor Garcia, dopo il suo mandato in Messico [cf. Breve servizio su S.E. Mons. Justo Mullor Garcia della televisione messicana, video QUI] e dopo altri brevi incarichi, rientrò a Roma dove fu nominato Presidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica [cf. video intervista a S.E. Mons. Justo Mullor Garcia presidente dell’Accademia Ecclesiastica, QUI]. Terminato il suo mandato presso la scuola di diplomazia della Santa Sede nel 2007 fu nominato membro della Congregazione delle Cause dei Santi, dove prese parte a tutte le fasi del processo di beatificazione di Giovanni Paolo II. Posso per ciò io stesso testimoniare ― avendo conosciuto molto bene nel corso degli anni l’Arcivescovo Justo Mullor Garcia ed avendogli prestata la mia collaborazione privata quando svolgeva il suo ufficio presso la Congregazione delle Cause dei Santi ―, che se durante la fase del processo di beatificazione di Giovanni Paolo II egli avesse avuto da dire qualche cosa, specie per ciò che riguardava la terribile vicenda del fondatore dei Legionari di Cristo, non si sarebbe mai tirato indietro, perché pochi, come lui, erano informati dei fatti su quella dolorosa vicenda [cf. alcuni servizi e interviste a S.E. Mons. Justo Mullor Garcia sul caso del fondatore dei Legionari di Cristo QUI, QUI]. Preciso altresì che l’Arcivescovo Justo Mullor Garcia, per quanto Nunzio Apostolico e vissuto per una vita intera nel servizio diplomatico della Santa Sede, era e rimaneva per suo carattere un andaluso focoso, io stesso ne feci ampia esperienza, quando egli cercò di far affidare a me il processo di beatificazione dello straordinario Segretario di Stato del Sommo Pontefice Pio X, Cardinale Rafael Merry del Val [1865-1930], affermando dinanzi all’allora postulatore generale dell’Arcidiocesi di Madrid ed al pronipote del grande porporato:

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«Questo processo molto delicato richiede una persona che non sia lusingabile e arrestabile nel corso del suo svolgimento con promesse di danaro e con promesse di carriera ecclesiastica».

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Udito il tutto replicai:

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«Sono lusingato che si riconosca la mia naturale non predisposizione a cedere all’uno e all’altro vizio oggi entrambi assai diffusi all’interno del clero, ma Vostra Eccellenza dovrebbe tenere conto anche di un’altra cosa: il Cardinale Rafael Merry del Val è stata la principale mente e la principale mano dietro l’Enciclica Pascendi Domici Gregis del Santo Pontefice Pio X contro gli errori del modernismo; e la definizione del modernismo come “sintesi di tutte le eresie”, poi usata dal Santo Pontefice, è una espressione sua. In questo momento storico ecclesiale ed ecclesiastico, ma soprattutto valutando lo stato in cui versa oggi la teologia cattolica o ciò che di essa rimane, presentare un modello di eroiche virtù come il Cardinale Rafael Merry del Val, nemico teologico giurato del Modernismo e fautore principale della sua condanna, vorrebbe dire liberare in volo una colomba sotto il tiro incrociato dei fucili dei cacciatori in piena battuta di caccia».

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Debbo dire che il “focoso andaluso”, sul momento non prese affatto bene quelle mie parole dette — purtroppo, ma inevitabilmente! — da un “giovane” prete, all’epoca quarantacinque anni, che stava pubblicamente interloquendo con un arcivescovo anziano di settantotto anni dinanzi a più illustri interlocutori laici ed ecclesiastici. Però, pochi anni dopo, seppur non a me personalmente, riconobbe che avevo ragione e che quel processo doveva attende tempi lunghi, ma soprattutto tempi molto migliori. E mai l’Arcivescovo Justo Mullor cessò di volermi bene e stimarmi per il mio spirito sincero e leale, specie quanto sincerità e lealtà espresse in ossequio alla verità hanno sempre dei prezzi da pagare, spesso tutt’altro che gradevoli, perché non sempre la verità fa piacere, anzi è molto raro che faccia piacere, soprattutto dentro la Chiesa dei giorni nostri.

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Quest’ultimo racconto che potrebbe avere un sapore del tutto personale — considerando che fu proprio il compianto Arcivescovo Justo Mullor Garcia a indirizzarmi verso lo studio delle cause dei Santi —, non mira affatto ad inserire delle mie vicende più o meno private tra queste righe, bensì mira solo a ribadire in modo provato e autorevole che durante il processo di beatificazione del futuro Santo Pontefice Giovanni Paolo II era membro della Congregazione delle Cause dei Santi anche il grande scopritore delle malefatte del Maciel Degollado nonché suo instancabile accusatore; e se al tutto si unisce il carattere molto risoluto di questo alto prelato, è presto detto che mai egli avrebbe taciuto, ed in specie nel corso di un processo canonico di beatificazione, se sulla figura del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II poteva esserci anche e solo un vago dubbio in proposito destinato a creare chissà quali potenziali e gravi problemi futuri. Tra gli allora membri della Congregazione delle Cause dei Santi l’Arcivescovo Justo Mullor era quindi colui che in questo caso specifico poteva affermare con maggiore autorevolezza derivante dalla sua profonda conoscenza diretta, che il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II era stato ingannato da Marcial Maciel Degollado [cf. le dichiarazioni di S.E. Mons. Justo Mullor Garcia, all’epoca arcivescovo membro della Congregazione delle Cause dei Santi: Giovanni Paolo II è stato ingannato da Marcial Maciel, vedere servizio QUI].

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A parte l’abbinamento assurdo e assolutamente paradossale tra Aldo Moro, magnificato per le sue virtù dal Sommo Pontefice Paolo VI, ed il Maciel Degollado, apprezzato più volte pubblicamente dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, credo che l’ipotesi del processo dell’eminente statista assassinato dalle Brigate Rosse sia stato lanciato sin dal’inizio sui fili dell’alta tensione. Pertanto il postulatore generale dell’Ordine Domenicano dovrebbe forse valutare anzitutto e con cura quanto segue:

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  1. noi non conosciamo le vere ragioni per le quali Aldo Moro è stato rapito ;
  2. noi sappiamo che materialmente lo hanno ucciso le Brigate Rosse, ma non sappiamo chi siano stati i veri mandanti o coloro che hanno indotto le Brigate Rosse ad ucciderlo dopo averle semmai strumentalizzate a loro stessa e totale insaputa ;
  3. se questo processo fosse portato avanti, non sarebbe possibile procedere in modo corretto alla fase storica, perché sebbene il segreto di Stato sia ormai decaduto per decorrenza dei tempi fissati dall’articolo 39, comma 8 della Legge 124/2007, muoversi su un caso del genere non è certo cosa agevole e sotto certi aspetti, forse, neppure auspicabile, se non si dispone di una nutrita squadra di studiosi, ultra-competenti, che dovrebbero lavorare per anni e anni, con spese e costi neppure immaginabili;
  4. oltre agli archivi dei Servizi di Sicurezza Nazionale Italiani, molte altre documentazioni sul caso Moro si trovano negli archivi di vari altri Servizi Segreti, a partire da quelli della CIA e del vecchio KGB.
  5. Il postulatore generale dell’Ordine Domenicano, essendo di formazione storico, nonché allievo del gesuita Giacomo Martina [1924-2012] ― il quale fu grande e instancabile demolitore del processo di beatificazione del Sommo Pontefice Pio IX, visto che all’epoca si poteva ancòra disputare controbattere, a torto o ragione ―, di storia dovrebbe un po’ intendersene. E visto che se ne intende, pensa forse di chiedere autorizzazione per accedere a tutti questi archivi, facendo presente che l’esame di certi materiali è imprescindibile sin dalla prima fase processuale per l’iter verso la beatificazione? Immaginiamo infatti con quale meticolosa dedizione dovrà essere curata tutta la fase processuale storica, ed in specie per una figura così particolare come quella di Aldo Moro. Ecco, qualora egli intendesse rivolgere queste richieste e domandare certe consultazioni, io prego sin da adesso il postulatore generale dell’Ordine Domenicano di farci poi sapere che cosa gli hanno risposto gli organi competenti interessati, compresi soprattutto gli alti funzionari dei Servizi Segreti di sicurezza internazionali, perché il grosso dei documenti necessari ad una seria ed attenta fase storica, si trovano proprio lì: negli archivi dei Servizi segreti nazionali e internazionali.

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La sola impossibilità di accedere a tutta la documentazione e la oggettiva esistenza di molti documenti internazionali di difficile o meglio impossibile consultazione, dovrebbe indurre chicchessia a non pensare neppure per vaga ipotesi di aprire un simile processo. 

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Senza per ciò discutere sulle eroiche virtù di certe figure, rimane tutt’oggi dubbio — prendendo un esempio tra i tanti — il martirio del Beato presbitero palermitano Pino Puglisi, del quale non discuto certo la santità di vita, suggellata dalla Chiesa con la sua beatificazione, ciò sul quale resto invece dubbioso è il suo martirio in odium fidei; e non solo il suo, sinceramente. Semplice il motivo del dubbio: per gli uomini della mafia di Cosa Nostra, è impensabile la sola idea di poter uccidere un prete in odio alla fede cattolica. Soprattutto mai, Cosa Nostra, avrebbe osato uccidere un prete in un contesto socio-storico e antropologico come la Sicilia. A meno che non si fosse trattato di un prete lasciato solo ed isolato nella propria opera, dando in tal modo ai mafiosi l’impressione che forse egli, col suo apostolato, i primi fastidi li creava proprio alla sua diocesi ed ai suoi confratelli, oggi peraltro tutti in prima linea nel dichiararsi a vario titolo suoi discepoli. Inoltre, se proprio si voleva riconoscere col giusto titolo il martirio del Beato Pino Puglisi, egli andava allora proclamato protomartire di mafia, non invece, in modo molto generico «martire della criminalità organizzata», perché quella criminalità che l’ha ucciso ha un nome chiaro, preciso e conosciuto: Cosa Nostra. Pertanto, nel corso del tempo, certi Beati e Santi, o finiscono col cadere nel cosiddetto dimenticatoio oppure, quando tutti i protagonisti viventi — inclusi i viventi che dipendono dal mantenimento della buona memoria di certi recenti morti che li hanno favoriti nelle loro carriere ecclesiastiche — saranno del tutto scomparsi, allora forse uscirà fuori la vera storia del Beato o del Santo. Proprio come nel caso poco prima citato di San Benedetto Menni, che tramite false accuse infamanti fu trascinato dai frati, nonché dalle suore da egli stesso fondate, da un tribunale all’altro, sia civile che ecclesiastico. E tanto per chiarire ricordiamo che frati e suore lo accusarono di avere abusato sessualmente di una povera giovane demente, il cosiddetto Caso Semillan. La reale “colpa” di San Benedetto Menni era invece quella di essere stato prima nominato dalla Santa Sede visitatore apostolico dell’Ordine dei Fatebenefratelli, col delicato compito di far rinascere lo spirito e l’osservanza religiosa. Adempiuto poi in modo egregio a questo compito, il Santo Pontefice Pio X lo nominò di propria autorità nel 1911 Preposito Generale dell’Ordine. E chi vuol capire capisca da dove, ma soprattutto per quali motivi, nascono le infamanti accuse da parte di frati e suore verso un Superiore Generale imposto d’autorità dal Sommo Pontefice, allo scopo di riportare i figli di San Giovani di Dio all’adempimento della loro vera missione secondo l’originario carisma fondativo.

Torniamo allora ad Aldo Moro. Diversi sostenitori della sua figura affermano che “Aldo Moro è un martire”. Ebbene io non so quale sia l’idea che taluni hanno del martirio, pertanto domando: chi mai sarebbe in grado di provare che egli è stato ucciso in odio alla fede cattolica? O forse risulta a qualcuno che i Brigatisti Rossi italiani, analogamente ai Comunisti spagnoli nel 1937, assaltavano e distruggevano le chiese, uccidevano i sacerdoti dopo averli torturati, violentavano le religiose, alcune delle quali ― per esempio le Monache Visitandine ― seviziate per giorni e poi inchiodate agli alberi e infine bruciate, o che si accanissero persino sui cadaveri togliendo dai sepolcri delle cattedrali i vescovi e gettandone i feretri per le strade dopo averli esposti al pubblico ludibrio? Perché l’odio alla fede cattolica è più o meno questo, ed è su queste basi e su questo genere di morti che si proclamano poi martiri gli uccisi in odio alla Santa fede cattolica.

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Uccidere un primo ministro in quanto democristiano, non è odio alla fede cattolica, al limite è odio verso una parte politica che ha peraltro storicamente dimostrato nei successivi anni di avere ben poco di cristiano. E se qualcuno ha dubbi di quanto doppi e opportunisti siano stati i politici democristiani a partire proprio da quegli anni Settanta del Novecento, basti solo ricordare che la legge sull’aborto è stata approvata e firmata dai politici democristiani e infine promulgata da un Presidente della Repubblica democristiano; e tutti quanti i politici democristiani che firmarono quella legge si nascosero dietro la penosa frase «è stato un atto istituzionale dovuto». Peraltro è storicamente provato e accertato che i presupposti politici affinché questa legge fosse varata, aveva concorso a crearli anche lo stesso Aldo Moro; e poco vale sostenere che lo abbia fatto “inconsapevolmente” o “senza immaginare”, perché qui viene allora a mancare la prima delle virtù che regge tutte le altre e senza la quale non è possibile parlare di eroicità delle virtù, vale a dire la prudenza, ed in modo del tutto particolare per uno statista. Credo quindi che in questo — e spero che in molti concorderanno —, Aldo Moro è molto diverso, formalmente e sostanzialmente, da un politico cattolico come San Tommaso Moro [Thomas More]. Torno di nuovo a ribadire che i santi sono umani, possono commettere errori anche grossolani ed essere ugualmente santi, ma non possono essere carenti della fondamentale e imprescindibile virtù della prudenza.

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Ascoltando poi l’intervista rilasciata dal postulatore generale dell’Ordine Domenicano, ho notato che egli abbina la figura di Aldo Moro a quella di Giuseppe Dossetti, sottolineando che entrambi sono stati allievi di Paolo VI. Attenzione, perché qui c’è un serio rischio: non potendo aprire il processo di beatificazione di Giuseppe Dossetti con conseguente “beatificazione” dell’intera Scuola di Bologna, si potrebbe tentare la via traversa. Prima Aldo Moro, poi appresso Giuseppe Dossetti e di conseguenza la sua corrente di pensiero con relativa canonizzazione finale della ermeneutica della rottura e della discontinuità applicata al Concilio Vaticano II. Perché a questo siamo tristemente e tragicamente giunti: beatificare le persone ― delle quali a certi beatificatori non interessa in verità più di tanto ― per poter poi beatificare tramite di loro delle correnti intra-ecclesiali o delle scuole teologiche, sino a renderle dei veri e propri dogmi della fede. Un caso tanto emblematico per quanto non facile da negare alla prova dei fatti? Presto detto: da una parte si è voluto beatificare e canonizzare il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II in straordinarî tempi record, ed al tempo stesso, mentre ciò avveniva, gli stessi beatificatori e canonizzatori lavoravano a distruggere quel che rimaneva del suo magistero. La cosa si sta ripetendo in questi tempi per il Beato Paolo VI: da una parte ci si accinge a canonizzarlo, ed al tempo stesso si sta cercando di “rileggere” e di “reinterpretare” la sua Enciclica Humanæ Vitæ.

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Sempre al postulatore generale dell’Ordine Domenicano che abbina Giuseppe Dossetti e tutti i suoi a Paolo VI e che lascia così passare il messaggio che il fondatore della Scuola di Bologna è stato allievo e forse in un certo senso pupillo di questo Santo Pontefice, tanto per cominciare è bene ricordare senza pena di storica smentita che nell’assise del Concilio Vaticano II il caposcuola bolognese voleva accendere la miccia di uno scontro aperto giocato sulle contrapposte categorie di “progressista” e “conservatore”. E quando su insistenza del Cardinale Giacomo Lercaro che se lo portò come suo perito nell’assise, egli fu nominato segretario della commissione dei moderatori, il Sommo Pontefice Paolo VI, reputando molto pericoloso il gioco su certe contrapposizioni messo in atto dal Dossetti, affermò: «quello non è il posto di Dossetti!». E così, su richiesta del Cardinale Pericle Felici, Segretario generale del Concilio, Giuseppe Dossetti dovette dimettersi dall’incarico [cf. Giacomo Biffi, in Memorie: la “teologia” di Dossetti, pagg. 485-493; G. Baget Bozzo – P. P. Salieri, Giuseppe Dossetti, cit. p. 147]. Spero che il postulatore generale dell’Ordine Domenicano non ometta di leggere e di studiare bene queste e molte altre pagine, casomai qualcuno gli avesse sin d’ora suggerita e commissionata la trasversale linea strategica: “intanto facciamo santo il maestro, poi sulla scia del maestro facciamo santi anche gli allievi”, ed a questo aggiungo io: … semmai mentre gli allievi degli allievi sono ormai da tempo impegnare a piazzare cariche di esplosivo sotto il monumento del magistero pontificio del Santo Maestro!

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I beati ed i santi non si fanno in base al “mi piace”, ed il martirio non si inventa su due piedi, anche perché se viene riconosciuto il martirio non occorre neppure il richiesto miracolo per poter procedere alla beatificazione, perché la morte stessa è considerata un miracolo. 

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Per quanto riguarda Aldo Moro, sulle cui virtù cristiane non si discute, esistono troppe ombre, con un rischio terribile: che tra alcuni decenni possano uscire fuori da archivi attualmente inaccessibili cose al momento inimmaginabili, per lui come per molti altri; ed il tutto a fronte del non lieve problema, ossia che la Chiesa, quando come nel caso delle canonizzazioni si esprime infallibilmente, non può sbagliare. In tal caso la Chiesa non potrebbe dire a posteriori: “all’epoca i nostri predecessori hanno sbagliato”. Salvo far diventare la santità una medaglietta analoga al decaduto Premio Nobel ed all’altrettanto decaduto Premio Pulitzer. Ma soprattutto, in tale eventualità del tutto improbabile, oltre che impossibile, un Sommo Pontefice non potrebbe nuovamente intervenire come in passato si è intervenuti procedendo a togliere dal calendario un considerevole numero di Beati e Santi non chiari sia nella loro vita sia nella loro stessa improbabile esistenza [cf. Paolo VI, Lettera Apostolica Mysterii Paschalis, testo leggibile QUI]. I vescovi dei primi secoli, che come narrato all’inizio canonizzavano in modo a volte disinvolto, non esercitavano lo speciale carisma petrino della infallibilità, mentre oggi, quando si procedere ad una canonizzazione, l’atto implica un pronunciamento del magistero infallibile, dal quale poi non si può tornare indietro, se non facendo cadere l’intera impalcatura dogmatica della Chiesa.

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Esistono molte persone vissute e morte santamente, seppur mai beatificate e canonizzate; ed esistono altrettante persone che si sono offerte e sacrificate per salvare la vita di altre persone, ma che non sono mai stati proclamati beati martiri, uno di questi è Salvo d’Acquisto, per il quale dopo un Convegno di studio indetto dalla Congregazione delle Cause dei Santi nel 2007, il Dicastero ha proceduto con un voto in maggioranza sospensivo circa la possibilità di dichiararlo martire, ed a distanza di undici anni l’esame della documentazione da parte dei membri della Congregazione non è ancora avvenuto.

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Le Brigate Rosse non hanno ucciso Aldo Moro in odio alla fede cattolica, ma per tutt’altri scopi, che in parte non sono ancora chiari ed in gran parte non sono stati ancora chiariti. E non credo proprio che si possa procedere a certi delicati, fondamentali e imprescindibili chiarimenti storico-politici tramite un processo di beatificazione, ed in specie con la superficialità che pare regnare dovunque nella Chiesa di questi tempi.

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Sempre riguardo la figura di Aldo Moro, nel corso di questo breve excursus mi sono ben guardato dall’entrare nel merito delle sue numerose lettere scritte mentre era recluso nel covo segreto delle Brigate Rosse, non poche delle quali ci lasciano l’immagine di un uomo comprensibilmente disperato, intriso di una angoscia caratterizzata da frasi e da espressioni che poco si addicono alle eroiche virtù, perlomeno come sino ad oggi le abbiamo intese alla luce delle virtù teologali e delle virtù cardinali. Ma soprattutto non ricordano affatto l’immagine del modello per antonomasia che da sempre caratterizza i martiri ed il martirio: Cristo Signore nell’Orto degli Ulivi soffre sino a sudare sangue, ma non dispera [cf. Lc 22, 43-44]. Anche in questo caso, dimostrare che molte lettere di Aldo Moro non contengono questo bensì altro, sarà compito non facile della postulazione generale dell’Ordine Domenicano, posto che quelle lettere sono pubbliche e conosciute da decenni, incluse quelle dove si lanciano accuse severe ai politici o altrettanto severa accusa rivolta allo stesso Sommo Pontefice Paolo VI, accusato di avere fatto poco per la sua salvezza. E, questa accusa, ricordiamo che fece a tal punto presa sui suoi familiari, che costoro negarono la presenza della salma in San Giovanni in Laterano ai funerali presieduti dallo stesso Sommo Pontefice Paolo VI [cf. documento filmico, QUI]. A quanto ci è dato sapere Cristo Signore, nell’Orto degli Ulivi, accetta la volontà del Padre, non lamenta al Padre di avere fatto poco per salvarlo dall’orribile supplizio che lo attendeva:

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«Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» [Lc 22, 43-44].

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E non risulta neppure che i familiari di Cristo Signore, a partire dalla Beata Vergine Maria Genitrice del Verbo Incarnato, se la siano presa con il Padre. Può essere però che si decida, sulla vicenda di Aldo Moro, di dare vita ad una figura “emotiva” di martirio del tutto nuova, non è da escludere.

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A chi di alto dovere, mi sento per ciò in coscienza di dire: cerchiamo di placare le tifoserie dei beati o dei santi alla “perché mi piace”, “perché faceva tendenza”, “perché era un personaggio molto sociale”; evitiamo di beatificare e di canonizzare delle figure con lo scopo di usarle poi per canonizzare, quindi per “dogmatizzare”, periodi storici, pensieri e scuole teologiche, perché ciò è disonesto, oltre che molto pericoloso.

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Il Premio Pulitzer ed il Premio Nobel sono entrambi decaduti, ma non può decadere la santità, perché in gioco non è una commissione di svedesi infarciti di ideologie politically correct o di americani che devono far contento qualche prezioso finanziatore; per quanto riguarda la santità è in gioco il dogma, quello della infallibilità di Pietro, che i santi li canonizza attraverso un pronunciamento infallibile, non perché ad altri “batte il cuoricino” colmo di “emozioni sociali”, o tanto meno perché altri vogliono canonizzare e “dogmatizzare” i propri pensieri.

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dall’Isola di Patmos 19 settembre 2018

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Giovanni Cavalcoli
Dell'Ordine dei Frati Predicatori
Presbitero e Teologo

( Cliccare sul nome per leggere tutti i suoi articoli )

L’umiltà come principio del realismo gnoseologico

― I saggi estivi de L’Isola di Patmos  ―

L’UMILTÀ COME PRINCIPIO DEL REALISMO GNOSEOLOGICO

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L’umiltà è radicalmente virtù dell’intelligenza, con la quale essa, riconoscendosi dipendente dall’essere, ordinata all’essere e al di sotto dell’essere, si apre al reale, sta soggetta al reale e in ascolto dei suoi impulsi, si lascia formare dal reale e si adegua al reale: adaequatio intellectus et rei. Questa adaequatio è atto dell’intelletto, ma la volontà vuole che l’intelletto si adegui. La prima, fondamentale umiltà è obbedire alla realtà, ossia alla verità.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

È curioso come nel secolare confronto fra realismo e idealismo ci si sia sempre fermati da parte di ambo i contendenti, su considerazioni e confutazioni di mero ordine teoretico, peraltro spesso interessanti e profonde; ma non ci si sia mai preoccupati da ambo le parti di chiarire il rapporto esistente fra realismo e idealismo da una parte e, corrispettivamente, dall’altra, il rapporto fra umiltà e superbia, approfondendo e motivando il fatto che mentre l’umiltà dà luogo al realismo, l’idealismo, soprattutto nel suo sbocco panteista, è frutto della superbia. Per la verità, la dialettica umiltà – superbia è tradizionale nell’etica cristiana; ma non così nell’etica idealista, che preferisce contrapporre servitù a libertà. È chiaro che ciò che per il realismo è superbia, per l’idealista è l’audacia del pensiero, che si erge oltre ogni limite e per la sua forza incontenibile si eleva fino all’orizzonte infinito dell’Assoluto, anzi, che rivela la propria assolutezza celata sotto l’apparenza dell’empirico.

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Così per l’idealista, il realista è ingenuo, schiavo del pregiudizio dell’esistenza di un mondo esterno, di leggi naturali che coartano la libertà dello spirito e di un Dio trascendete, ultra-mondano, punitore e premiatore di una condotta meschinamente interessata e servile. Ammettere una trascendenza dell’essere nei confronti del pensiero, per l’idealista vorrebbe dire rendersi schiavi di questo essere; mentre per lui l’essere dev’essere liberamente posto dal pensiero e regolato dal pensiero.

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Come non c’è via di mezzo o mediazione fra umiltà e superbia, così non esiste una posizione intermedia o mediatrice fra realismo e idealismo, così come non esiste mediazione tra il sì e il no, tra l’essere e il non – essere. Alcuni, come Leibnitz, Wolff, Schelling, Husserl e Bontadini, hanno pensato che si tratti di due opposti estremismi, per cui si sono ritenuti in dovere di stabilire una posizione mediana; ma senza alcun risultato, se non quello di giustapporre delle tesi in contraddizione fra di loro.

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In tal modo, nella storia della gnoseologia, ossia delle dottrine della conoscenza, troviamo sostanzialmente due scelte o orientamenti di fondo: o il realismo o l’idealismo. E questo perché? Perché il conoscere comporta il rapporto fra l’idea e la realtà. L’alternativa si pone quando ci chiediamo qual è l’oggetto della conoscenza. L’oggetto può essere o l’idea o la realtà. Se poniamo che l’oggetto è l’idea, abbiamo l’idealismo. Se poniamo che è la realtà, abbiamo il realismo. Qual è la concezione giusta? È il realismo, perché l’idea è mezzo e non fine od oggetto del conoscere. Infatti, ci serviamo delle idee per raggiungere o cogliere il reale, il quale dunque è l’oggetto del conoscere. L’idea può essere oggetto del conoscere, ma in seconda battuta, successivamente, dopo che abbiamo conosciuto il reale o la cosa o l’ente, riflettendo sul mezzo interiore, del quale ci siamo serviti o che abbiamo formato per conoscere l’oggetto.

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La via alla verità del conoscere è l’umiltà, la quale consiste nel sottomettere l’intelletto alle cose, all’essere, al reale. E questo è appunto il realismo. Ma l’umiltà conduce all’obbedienza, perché l’umiltà è quella virtù che ci rende consapevoli di essere dipendenti da un superiore. L’anima ― dice Santa Caterina da Siena ― «tanto è obbediente, quanto umile e tanto umile quanto obbediente» [1] [c. 154]. Noi siamo in basso [humus] ed egli è in alto. Ma è in alto non per opprimerci, ma al contrario, perché ci vuol beneficare, ci vuole innalzare a sé, donare a noi ciò che ha lui. L’umile è così aperto e disponibile a ricevere, ad accogliere il bene che il superiore vuol donargli, a conformarsi alle sue direttive, attento ai suoi comandi o ai suoi incitamenti.

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L’umile, che riconosce questa sua soggezione, è pronto ad obbedire, ossia a fare ciò che il superiore gli comanda. L’umiltà conduce alla grandezza, ossia a partecipare di ciò in cui il superiore è superiore, accogliendo quel bene che è proprio del superiore e che ora, obbedendo, diventa suo. In tal senso San Paolo dichiara di «rendere ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo» [II Cor 10,5].

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L’umiltà è radicalmente virtù dell’intelligenza, con la quale essa, riconoscendosi dipendente dall’essere, ordinata all’essere e al di sotto dell’essere, si apre al reale, sta soggetta al reale e in ascolto dei suoi impulsi, si lascia formare dal reale e si adegua al reale: adaequatio intellectus et rei. Questa adaequatio è atto dell’intelletto, ma la volontà vuole che l’intelletto si adegui. La prima, fondamentale umiltà è obbedire alla realtà, ossia alla verità. Umiltà, poi, di conseguenza, sarà l’atto del volontà col quale essa mette in pratica il bene conosciuto dall’intelletto. L’umiltà sfocia nella carità. Viceversa, il rifiuto cartesiano di fondare il sapere e la certezza sull’ adaequatio alle cose esterne, è una forma di disobbedienza al reale, che è segno di superbia. È inoltre una posizione auto-contraddittoria, perché la sua conclamata volontà di trovare la verità lo obbliga a praticare l’ adaequatio; ma nel momento in cui pratica l’ adaequatio per negare l’ adaequatio, dimostra che quella volontà è insincera.

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L’idealismo introduce così nel pensiero, con la negazione del principio di non-contraddizione, al di là della retorica hegeliana della «riconciliazione», un’intima, voluta ed insanabile lacerazione interiore, e introduce quindi un principio di disonestà e di doppiezza nel pensare e nel parlare. Del resto, Cartesio irrideva al principio di identità, considerandolo cosa vuota e inutile. L’idealismo, sotto l’apparenza della «scienza» ed anzi spacciandosi per il «sapere assoluto», che non è altro che la gnosi, è così aperto a tutti i trucchi della sofistica ed all’arte del più raffinato inganno.

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La volontà umile e leale, invece, obbedisce al reale per mezzo dell’intelletto. Così si esprime l’amore per la verità. Esso comporta umiltà e obbedienza. La volontà lascia che il reale agisca sull’intelletto, che lo attui, che lo fecondi, che lo determini. Così l’intelletto si innalza, si eleva: da vuoto diventa pieno, pieno dell’oggetto conosciuto.

 

L’ATTEGGIAMENTO DELL’IDEALISTA

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Nell’idealismo l’intelletto non si assoggetta, ma comanda. Non si ritiene al di sotto dell’essere, ma al di sopra. L’essere dipende da lui perché l’essere è l’essere pensato da lui. Questo è l’atteggiamento della superbia, la quale comporta il moto esattamente opposto a quello dell’umiltà: mentre nell’umiltà l’intelletto si assoggetta all’essere, nella superbia l’intelletto vuol assoggettare a sé l’essere. L’inferiore vuol stare al posto del superiore.

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Come Adamo, vuol decidere lui, al posto di Dio, ciò che è bene e ciò che è male [cf. Gen 3,5]. Non più dunque l’adeguamento al comando divino, ma la disobbedienza, la quale appunto, come insegna Santa Caterina, «viene dalla superbia, che esce dall’amore proprio di sé, privandosi dell’umiltà» [2] [c. 154]. Occorre peraltro distinguere, con Santa Caterina, un duplice rivolgersi dell’io su se stesso: quello che lei chiama «conoscimento di sé», e da questo nasce l’umiltà: «L’umiltà esce dal conoscimento di sé» [3]; «nel conoscimento di te ti umilierai, vedendo te per te non essere e l’essere tuo cognoscerai da Me» [c. 4]. In questa autocoscienza il mio pensiero si subordina al mio essere, il quale è prova dell’esistenza di Dio. Il cognoscimento di sé fonda un’autocoscienza realistica, perché l’io appare come reale, indipendente dall’atto di pensarlo e non come semplice pensato. Santa Caterina inoltre parla anche di un’altra autocoscienza, che è «l’amor proprio di sé», che dà origine alla superbia [c. 38]. E la superbia, dal canto suo, toglie il «cognoscimento di sé», che è la sana autocoscienza del realismo, fondata sulla conoscenza delle cose, e guidata dall’umiltà. Infatti, il sé posto dall’amor proprio di sé non è oggettivo, indipendente dall’atto di pensarlo, ma è il sé assolutizzato dell’idealista.

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Invece la sana autocoscienza realistica conduce alla scoperta di Dio [c. 128]. Il realismo, che comporta l’aderenza, l ’adaequatio, l’obbedienza alle cose, dà la certezza iniziale del sapere, ed apre, nell’umiltà, l’occhio dell’intelletto alla verità sull’io, sul mondo e su Dio. Viceversa, «L’amore proprio offusca l’occhio dell’intelletto» [c. 136], perché l’io, ritenendosi autosufficiente e principio primo del sapere della certezza, diventa autoreferenziale, non sta aperto alla realtà oggettiva, ma si chiude superbamente in se stesso e nelle proprie idee. Al posto dell’ontologia nasce l’ideologia. Ma con ciò stesso, se l’idealista crede di vedere, ma in realtà si acceca. Si priva di quella che Santa Caterina chiama la «santa discrezione», che si può chiamare anche “discernimento”, ossia quella virtù intellettuale, eventualmente arricchita dai doni spirituali dell’intelletto e della sapienza, per la quale l’intelletto o la ragione, nutriti di esperienza, e prudenti nella riflessione, sulla base dei valori oggettivi, distinguono, nelle situazioni concrete, il vero dal falso e il bene dal male. Per converso, l’«indiscrezione» è effetto dell’amor proprio [cf. c. 121].

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Con l’amor proprio mi attacco al mio io come fosse Dio. Non mi riconosco come creatura, ma assolutizzo il mio io come se non dipendesse da nulla. Non conosco la verità, ma “sono” la verità. Il mio io, il mio pensiero non sono fondati, ma fondanti. Il mio pensiero non presuppone più il mio essere, ma lo fonda, perché identifico il mio essere col mio esser pensato da me.

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Per l’idealista la realtà è l’idea che io ho della realtà. Sono infallibile, perché il mio pensiero coincide con l’essere. L’essere, infatti, è l’essere pensato da me, è la mia idea, è l’essere pensante che sono io. Io non sono un io che può pensare, ma un io pensante. Essendo il pensante identico all’essere, perché l’essere è idea, è essere pensato, io divento pensiero sussistente e con ciò stesso essere sussistente che pensa se stesso. Autocoscienza assoluta. Per l’idealista io esisto da me stesso, non da altro. Non dipendo da nessuno, ma solo da me stesso. Penso da me stesso, non perché ho attinto a una realtà esterna. L’idealista non tiene conto del fatto che, se nell’atto di pensare me stesso, mi colgo pensante, è perché penso una realtà esterna. Essa — quella che San Tommaso chiama quidditas rei materialis — infatti è l’oggetto iniziale del sapere. Dunque nel sapere parto da essa e non da me stesso pensante. Essa e non me stesso è la prima certezza.

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IL DUBBIO TOMISTA E IL DUBBIO CARTESIANO

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È vero che la certezza spirituale è più forte di quella sensibile delle cose fuori di me. Tuttavia, questa certezza più nobile la otteniamo partendo dalle umili ma inoppugnabili certezze sensibili, che sono invalidate solo dalla patologia psichica, per cui non c’è assolutamente alcuna ragione di metterle in dubbio. Per questo, il dubbio cartesiano è un dubbio irragionevole, assurdo e ipocrita, dato che non sorge dall’umiltà realistica di accogliere le cose come sono e il valore delle idee che le rappresentano, ma dalla superbia di non volersi abbassare ad accettare quelle umili benché saldissime certezze. Eppure è Dio stesso Che ci offre lo spettacolo meraviglioso della natura e di tutte le creature sensibili, dalle quali soltanto [cf. Rm 1, 20] possiamo arrivare, per analogia, alla scoperta dello spirito, dell’io pensante e di Dio stesso. Dunque il mettere deliberatamente in dubbio e scartare quelle certezze, scambiarle per illusioni o falsi punti di partenza, è stato in Cartesio un atto di folle superbia e di stoltezza, mascherato dal pretesto di fondare e far partire il sapere dalla certezza dello spirito e non da quella dei sensi. Ma così Cartesio si è gettato nell’abisso ― quello che Kant chiamerà il «baratro della ragione» [4] ― pretendendo poi di essere soccorso da Dio.

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Lo dimostra la storia del pensiero che nasce da lui, fino a Fichte, Schelling, Hegel, Husserl, Nietzsche ed Heidegger. Il rifiuto della certezza iniziale del senso, la pretesa di darsi presuntuosamente da sé la certezza, anziché riceverla umilmente dalle creature e quindi da Dio, è pagata alla fine al caro prezzo dello scetticismo totale e del nichilismo della modernità. Anche San Tommaso sostiene la legittimità ed anzi la necessità di una universalis dubitatio de veritate [5] per dar inizio alla filosofia; ma la avanza come semplice ipotesi, del tutto assurda, da non prendere sul serio e da non esercitare come invece ha fatto Cartesio. Per questo, per l’Aquinate vi è certezza di esistere perché si pensa e non perché si dubita; e tale certezza peraltro è basata sulla certezza originaria del senso comune. Invece, anche la soluzione agostiniana del dubbio scettico accademico, similmente alla soluzione cartesiana, non è esente da un vizio di fondo. Sant’Agostino, infatti, come farà Cartesio, fonda il principio della certezza nella coscienza che, se dubito, esisto [«si fallor, sum»[6], senza badare al fatto che il dubitare non è un vero pensare, ma un semplice oscillare inceppato del pensiero, per cui il dedurre la propria esistenza da questo dubitare insensato, non può costituire un atto veramente fondante della certezza. Sant’Agostino peraltro salva la certezza con l’argomento a posteriori, dato che ammette la veracità dei sensi, mentre Cartesio, che non l’ammette, sbaglia ancor più gravemente, restando chiuso nel suo cogito.

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Osserviamo inoltre che, anche ammesso e non concesso che il dubitare sia un pensare, è vero che nel momento in cui io rifletto sul mio pensare, mi colgo come pensante; ma ciò non mi autorizza ad affermare che io penso per essenza. Il mio essere non è fondato o posto dal mio pensare; ma, al contrario, il mio essere è fondamento e presupposto del mio pensare. Non sono o esisto perché penso, ma penso perché sono. Il mio pensare dipende da me, ma non il mio essere. È vero che se penso, sono; ma sono anche se non penso. Solo Dio è Pensiero sussistente, perché è Essere sussistente. Solo Lui può dire in modo assoluto: “Io Sono”. Dunque, come insegna Santa Caterina, l’amor proprio di sé è un disordinato amore di sé, che priva dell’amore di Dio:

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«Chi ama sé di disordinato amore è privato dell’amore di Me» [c.128]. Tale amore genera la superbia, la quale a sua volta genera la disobbedienza: «La disobbedienza viene dalla superbia, che esce dall’amore proprio di sé, privandosi dell’ umilità»[c. 154].

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REALISMO E IDEALISMO

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Noi ci accorgiamo di conoscere le cose. Quando le conosciamo, ci identifichiamo intenzionalmente con loro. Esse entrano in noi, nel nostro spirito o nella nostra mente evidentemente non nel loro essere o nella loro materialità, ma smaterializzate, mediante un’immagine o un’idea o in un concetto. Ne cogliamo la verità o realtà in un giudizio o in un’intuizione. Ma come è possibile che quella stessa cosa o realtà, materiale o spirituale, che è fuori di noi, indipendente da noi, diventi ad un tempo presente alla nostra mente, intima ad essa? Appunto mediante l’idea o rappresentazione, che ci formiamo dell’essenza di quella cosa, partendo dall’esperienza sensibile, se è materiale, o per analogia con le cose materiali, se è spirituale.

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Invece, la concezione sbagliata della conoscenza è l’idealismo, per la quale l’oggetto sarebbe l’idea, ossia l’essere pensato. Per cui o si parte dall’idea e si raggiungono le cose esterne [7]; oppure la cosa stessa o la realtà o l’ente si risolve nell’idea o nel pensiero o nel pensato o nel pensante [8]. L’essere è l’essere pensato. L’essere si identifica col pensiero. L’essere si identifica con la coscienza di pensare se stessi. L’essere è interno al pensiero, non fuori del pensiero. Ma perché questa concezione è sbagliata? Per due motivi. Primo, perché se noi abbiamo in noi le idee delle cose e del nostro io, non è perché il nostro conoscere parta dalle idee delle cose o del nostro io che le pensa, ma perché, avendo in precedenza contattato coi sensi le cose, ci siamo formati le idee delle cose che abbiamo contattato. E riflettendo su queste idee che abbiamo prodotto, prendiamo coscienza del nostro io, che produce le idee e pensa le cose. Quindi, il nostro conoscere non parte dalle idee delle cose o dalla coscienza del nostro io, ma parte dalle cose. In secondo luogo, l’essere è pensato una volta che è pensato, ma non prima di essere pensato. L’essere, quindi, è distinto dal mio pensiero. È vero che, pensando l’essere, l’essere diventa intenzionalmente in me pensiero, essere pensato. Ma in stesso resta distinto dal mio pensiero; è davanti al mio pensiero [ob— iectum], fuori e indipendente dal mio pensiero. L’essere è regola di verità del mio pensiero, il quale sarà vero se è adeguato o conforme all’essere, alla realtà, alle cose, se li rappresenta fedelmente come sono in se stessi.

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La verità nel realismo è conformità del soggetto all’oggetto; mentre nell’idealismo avviene il contrario: è l’oggetto che si conforma al soggetto, è dedotto dal soggetto e dipende dal soggetto. Per questo, la Chiesa lo qualifica come «soggettivismo» [9]. Ma soggettivismo è anche lo gnosticismo, che non è altro che la gnoseologia dell’idealismo. Infatti, lo gnosticismo, come l’idealismo, è quella gnoseologia secondo la quale la mente umana, divina per natura, s’innalza da sé alla scienza divina. Dice pertanto la Lettera Gaudete et exultate:

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«Lo gnosticismo suppone «una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti» [n. 36, testo QUI].

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E ciò per il fatto che abbiamo visto che l’oggetto del pensiero, per l’idealismo, è lo stesso pensiero, è l’idea, che è coincidenza di essere e pensiero, di ideale e di reale. L’essere è l’essere pensato. Essere è pensare. E, per conseguenza, pensare equivale ad essere. Ma questo è lo stesso essere divino e l’oggetto stesso del sapere divino. E dunque nello gnosticismo idealista il sapere umano eleva se stesso al sapere divino.

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L’IDEALISMO È UNO GNOSTICISMO

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Dov’eri tu quando io ponevo le fondamenta della terra?

Dillo, se hai tanta intelligenza!

Gb 38,4

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Giustamente il Maritain ha parlato di «gnosi hegeliana» [10]. Ed ha rilevato come

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«il razionalismo inaugurato da Cartesio è giunto con Hegel al termine delle sue conquiste. Tutto è sottoposto all’impero della Ragione che è, nel senso più decisamente univoco, l’Essenza [Wesen] dello Spirito divino, come dello spirito umano».

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Hegel espresse in maniera trionfale, nella Conclusione delle sue Lezioni sulla storia della filosofia [11], questo esito finale dell’impresa cartesiana, esito finale che egli stesso aveva determinato con la sua opera filosofica. Egli lo rappresenta come il «discoprimento di Dio, quale Egli si sa» [p. 412]. In questa sintesi finale, Hegel riassume il cammino della filosofia fatto da Cartesio ai suoi tempi, ossia all’elaborazione del suo sistema. Oggetto della filosofia, per Hegel, è «il pensiero della Totalità, il mondo intellegibile, è l’Idea concreta» [p. 413], «l’idealità di tutta la realtà»[ibid.]. Con Cartesio, continua Hegel, «penetrò in essa» [nell’idealità] «il principio della soggettività, dell’individualità e Dio come Spirito divenne reale a Se stesso nell’autocoscienza» [ibid.]. Per questo

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«l’opera dell’età moderna è comprendere questa Idea come Spirito» [ibid.]. Ma «per procedere dall’Idea che sa al proprio saperSi dell’Idea, occorre l’opposizione infinita» [ibid.]. «In tal modo lo Spirito produsse questo mondo spirituale, come una natura, la prima creazione dello Spirito. L’opera dello Spirito consiste ora nel ricondurre quell’al di là nella realtà e nell’autocoscienza; il che vien fatto in quanto l’autocoscienza pensa se stessa e conosce l’Essenza assoluta che pensa se stessa. Il pensiero puro si è sollevato in Cartesio sopra questo sdoppiamento» [p. 414]. Così «l’idea è quieta nella sua irrequietezza» [pagg. 415— 416]; «gli opposti sono in sé identici, poiché la vita eterna consiste appunto nel produrre eternamente l’opposizione e nell’eternamente risolverla. Sapere nell’unità l’opposizione e nell’opposizione l’unità. Ecco il sapere assoluto» [ibid.]. «L’autocoscienza finita» [umana] «ha cessato di essere finita; e in tal modo d’altra parte l’Autocoscienza assoluta» [divina] «ha conseguito quella realtà, che prima le mancava. Tutta la storia universale in genere e la storia della filosofia in particolare, rappresentano solo questa lotta», ossia del soggetto che nega se stesso e si riconcilia con sé, «e sembrano esser pervenute alla loro meta nel punto in cui l’Autocoscienza assoluta, di cui esse hanno la rappresentazione, ha cessato di essere alcunché di estraneo, in cui dunque lo Spirito è reale come Spirito. Infatti tale è esso in quanto sa se stesso come Spirito assoluto, e questo lo sa nella Scienza» [p. 416]. Ecco appunto la Gnosi.

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Hegel vuol dire che con l’idealismo l’uomo si infinitizza e Dio si finitizza, sicché si ha quella che Hegel chiamerà «l’identità della natura umana e della natura divina», ossia il panteismo. Non più la cosa in sé esterna al soggetto, non più un Dio trascendente e astratto, ma il Dio concreto e storico, che è la stessa autocoscienza del soggetto umano. Infatti, la ragione cartesiana, che si esprime nel cogito, non è la facoltà di un soggetto, che si aggiunge al soggetto, attuandone le capacità o le forze; ma è lo stesso soggetto, inteso come originariamente [«aprioricamente»] ed essenzialmente pensante e ragionante. In pratica, come ragione sussistente. Ma questa è già la ragione divina.

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Troviamo nel concetto cartesiano della ragione, del sapere e del pensiero un’impronta evidentemente gnostica. Egli infatti, nel Discorso sul Metodo [12], esprime la volontà di «aggiustare tutte le sue opinioni al livello della ragione»; progetta di fondare una «scienza universale, che possa elevare la nostra natura al massimo della sua perfezione» [13]; un pensiero, che non prende nulla dal di fuori, ma tutto, persino le sensazioni, da se stesso [14].

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Cartesio è indubbiamente realista nel considerare il mondo dei corpi come esterno allo spirito umano, oggettivamente conoscibile ed esistente in se stesso come creato da Dio, anche se il sapere non è fondato sui sensi, ma è garantito dal veridicità di un Dio conosciuto a-priori come intimo alla mente. In Cartesio, quindi, la distinzione fra l’io umano e l’Io divino comincia a diventare sfumata e si annebbia, perché l’io umano, il cogito, non incontra più un Tu divino davanti a sé, come ob—iectum, oggettivo, scoperto come causa creatrice dell’io e del mondo contattato dai sensi, ma come idea di Dio trovata dal cogito nell’orizzonte della coscienza. Quindi in Cartesio non è che io ho l’idea di Dio perché Egli esiste, ma Dio esiste perché Ne ho l’idea. È già il Dio dell’idealismo, che giungerà fino ad Hegel. Per contro, in Cartesio, la ragione non accetta per vero altro che ciò che essa concepisce chiaramente e distintamente. L’interesse della ragione si sposta dall’attenzione al reale al suo modo di concepire il reale. È reale solo ciò che è alla sua misura, solo ciò che è razionale, concepibile chiaramente e distintamente. Ciò che le appare oscuro e indistinto viene quindi respinto come inesistente.

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Abbiamo qui un altro colpo contro la teologia, nella quale la ragione si trova davanti all’oscurità e in-distinzione della natura divina, benché essa sia chiara e distinta in se stessa. Ancora una volta Dio è identico al concetto di Dio. Ma se il concetto lo produco io, come non finirò per identificare Dio col mio io? È questo il cammino che conduce a Kant, Fichte, Schelling ed Hegel. Quindi, già in Cartesio la ragione umana si considera implicitamente divina o quanto meno capace di divinizzarsi. Non c’è da meravigliarsi, allora, se la ragione, così concepita, è capace di elevarsi o auto-trascendersi, così da raggiungere il livello della “gnosi”, ossia del sapere divino o del pensiero divino sussistente e creatore dell’uomo, per cui l’uomo, come diceva Gentile, ha il potere di creare se stesso [«autoctisi»].

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IL SORGERE DELLO GNOSTICISMO

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Così il soggetto non invoca più la salvezza da Dio, ed essa non è più un dono della sua grazia, ma si salva da sé, perché già da sé possiede una forza divina. La Deo placuit rileva così nello gnosticismo l’«inconsistenza delle pretese di auto salvezza, che contano sulle sole forze umane» [n. 13 testo QUI]. L’uomo non ha bisogno della grazia, perché già l’io umano, fondato sul cogito, ha in se stesso il principio della propria auto elevazione all’Assoluto. Nulla viene dall’alto sull’uomo a sollevarlo; ma egli stesso si innalza a Dio col potere del pensiero e della volontà. È un tema anche pelagiano.

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In Kant resta un residuo di realismo nella cosa in sé esterna all’intelletto. Ma qui l’idealismo fa un passo avanti rispetto a Cartesio. Mentre infatti, rispetto a Cartesio, la cosa in sé perde valore, ma continua ad esistere, in Kant diventa inconoscibile in se stessa e l’intelletto acquista troppo potere, perché Kant gli attribuisce addirittura il potere di dar forma all’oggetto della conoscenza sperimentale, che, come è noto, non è più la cosa in sé, ma il fenomeno. Restano però il sapere morale, la critica della ragione e l’idea di Dio.

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Ma con Fichte, ecco che l’idealismo fa un altro passo, nella risoluzione dell’essere nel pensiero. Cartesio aveva dedotto il sum dal cogito. Ma si trattava di semplice atto di pensiero, di una deduzione logica, per la quale io so di esistere. Ma questo mio esistere è creato da Dio, è indipendente da me. Invece l’io fichtiano «pone» [setzt] il non-io non solo logicamente, ma anche ontologicamente, quindi produce se stesso. Dunque non occorre più che l’io sia creato da Dio. Da qui si comprende come Fichte fu accusato di ateismo. Egli si difese citando Dio come Io assoluto, ma non si vede come questo Io, che è il fondamento dell’io empirico, possa esserne il creatore. Che un io sia profondo o superficiale, è pur sempre lo stesso io. Dunque, l’io empirico, come insegnerà Fichte, non ha che da prendere coscienza di essere una manifestazione contingente del suo Io assoluto e svolgere le potenzialità divine insite in esso. In tal senso la Lettera della CDF Deo Placuit nota che «il riduzionismo individualista di tendenza neo-gnostica promette una liberazione meramente interiore» [n. 11 testo QUI]Ma l’Io di Fichte, come è noto, aggiunge all’Io penso kantiano [Ich denke überhaupt] il fattore dialettico dell’auto-negazione, come affermazione e posizione del non-Io, opposto all’Io. Fichte esplicita l’ auto-contraddizione già presente, come abbiamo visto, nel cogito cartesiano e nella dialettica teologica kantiana:

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«Se nell’Io è posta l’assoluta totalità della realtà, dev’esser posta necessariamente nel non-Io l’assoluta totalità della negazione; e la negazione stessa dev’esser posta come assoluta totalità. L’una e l’altra, l’assoluta totalità della realtà nell’Io e dell’assoluta negazione della totalità nel non-Io, debbono essere unificate mediante la determinazione. Perciò l’Io in parte determina e in parte è determinato» [15].

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Schelling innalza ancor più l’Io di Fichte aggiungendo alla negazione del non-Io da parte dell’Io l’identità di essere e pensiero, di essere e divenire, di soggetto e oggetto, di ideale e reale, di Spirito e natura, di teoria e prassi. Tuttavia, come riferisce Hegel, «Schelling chiama concetto la comune categoria dell’intelletto, mentre invece concetto è il pensiero concreto, in se stesso infinito». E cita lo stesso Schelling: «Non resta dunque altro, se non rappresentarlo» [l’Assoluto] «in un’intuizione immediata» [16]. Ma Hegel dubita dell’oggettività e dell’universalità di tale intuizione. Per questo egli compie il passo definitivo e conclusivo della prometeica scalata all’Assoluto, iniziata, senza piena consapevolezza da Cartesio, convinto invece di dare prove migliori dell’esistenza di Dio di quanto aveva fatto San Tommaso. E questo passo consiste nel sostenere che l’essenza di Dio non si può cogliere in una vaga ed indeterminata intuizione, dove tutto è indifferente a tutto e si confonde con tutto, ma solo nel concetto logico e razionale come autocoscienza dell’Idea.

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Hegel supera il precedente gradino stabilito da Schelling rispetto a Fichte. Questi aveva aggiunto rispetto a Kant l’eliminazione della cosa in sé, d’ora innanzi prodotta dall’Io nell’Io. Con Hegel giungiamo così al termine della parabola cartesiana: quel cogito che arrogantemente sin dall’inizio oltrepassa i giusti e naturali limiti dell’io ed umilia la realtà delle cose create da Dio, abbassando Dio ed innalzando se stesso, proseguirà la sua opera di trasferimento all’uomo degli attributi divini, sicché alla fine l’uomo è diventato Dio e Dio è sparito. Hegel è colui che conduce il principio cartesiano del cogito alle sue estreme conseguenze; egli ha l’audacia di esplicitare chiaramente e coscientemente il punto di arrivo della scalata al cielo intrapresa dal cogito cartesiano, col famoso principio dell’«identità della natura umana e della natura divina» [17] sulla base del divenire di Dio, che si oppone frontalmente all’«atreptos» del dogma calcedonese.

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Invece, la Placuit Deo ci avverte che la via della salvezza che ci offre Cristo, «non è un percorso meramente interiore, al margine dei nostri rapporti con gli altri e con il mondo creato» [n. 11, testo QUI]. Non si tratta di partire dall’io e chiudere tutto nell’io. «La grazia che Cristo ci dona non è, come pretende la visione neo-gnostica, una salvezza meramente interiore, ma che ci introduce nelle relazioni concrete che Lui stesso ha vissuto. La Chiesa è una comunità visibile» [n. 12]. Si tratta di aprirsi alla realtà, al mondo, agli altri, a Dio, alla società. Lo gnostico invece, chiuso nel suo io, si edifica un’area sociale, una claque per conto proprio, separandosi dall’effettiva comunione ecclesiale, che solo il realista può percepire e vivere, crea una setta per avere a suo servizio una massa di ingenui plagiati, miopi fanatici o furbi adulatori. Lo gnosticismo è un’esaltazione esagerata dell’io, del sapere e del pensiero umano, come dice la Gaudete et exultate:

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«Lo gnosticismo è una delle peggiori ideologie, poiché, mentre esalta indebitamente la conoscenza o una determinata esperienza, considera che la propria visione della realtà sia la perfezione. In tal modo, forse senza accorgersene, questa ideologia si autoalimenta e diventa ancora più cieca» [n. 40].

 

Lo gnostico cade in questo inganno perché specula sul pensiero astrattamente preso, nella sua assolutezza, senza considerare le condizioni e i limiti, nei quali esso viene esercitato dall’uomo. Inoltre, la Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede Deo Placuit fa notare ancora la caratteristica dello gnosticismo: il suo interiorismo assoluto, che si risolve in un assoluto individualismo, per cui tutto è nell’io, dall’io e per l’io:

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«il riduzionismo individualista di tendenza neo— gnostica promette una liberazione meramente interiore» [n. 11]. La libertà non comporta nessun legame con una legge morale oggettiva, ma si risolve in un puro atto della propria volontà. Per questo, la Lettera avverte che la via della salvezza che ci offre Cristo, «non è un percorso meramente interiore, al margine dei nostri rapporti con gli altri e con il mondo creato» [n. 11]. «La grazia che Cristo ci dona non è, come pretende la visione neo— gnostica, una salvezza meramente interiore, ma che ci introduce nelle relazioni concrete che Lui stesso ha vissuto. La Chiesa è una comunità visibile» [n. 12].

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Inoltre, la Gaudete et exultate fa notare come lo gnosticismo

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«a volte diventa particolarmente ingannevole, quando si traveste da spiritualità disincarnata. Infatti, lo gnosticismo ‘per sua propria natura vuole addomesticare il mistero’, sia il mistero di Dio e della sua grazia, sia il mistero della vita degli altri» [n. 40]. «Concepiscono una mente senza incarnazione, incapace di toccare la carne sofferente di Cristo negli altri, ingessata in un’enciclopedia di astrazioni. Alla fine, disincarnando il mistero, preferiscono un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo» [n. 37].

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Lo gnosticismo è una spiritualità disincarnata perché risolve l’essere nel pensiero e la materia nello spirito. Lo stesso metodo cartesiano, con la sua diffidenza per l’esperienza sensibile e quindi per l’ intellegibilità della sostanza materiale, dimostra la sua ascendenza, forse inconsapevole, dal dualismo gnostico manicheo di spirito buono— materia cattiva, citato sia dalla Placuit Deo che dalla GaudeteMa proprio questa operazione ultra spiritualista si volge nel suo contrario, come appare dal materialismo di Marx, il quale dice di averlo ricavato da Hegel semplicemente «mettendo al posto della testa quella testa che prima era al posto dei piedi e mettendo al loro posto i piedi, che prima erano al posto della testa», vale dire che, se Hegel fa derivare la materia dallo spirito, Marx fa derivare lo spirito dalla materia. Non sono le idee che guidano il mondo materiale – economico, ma è questo a guidare le idee.

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Inoltre, come nota la Gaudete et exultate, lo gnostico si ritiene in possesso della scienza assoluta, ossia onnicomprensiva come Scienza dell’Assoluto. Lo gnostico è onnisciente, non certo nel senso di conoscere i dettagli di tutte le cose — si rende conto infatti anche lui che pensare ciò sarebbe pura follia — , e tuttavia in un senso, che non per questo non denota una smisurata superbia. Lo gnostico si ritiene onnisciente nel senso che è convinto di possedere la Scienza della Totalità. Se nulla è fuori dell’essere e l’essere è l’essere pensato da lui, ne viene che non esiste nulla che non sia oggetto del pensiero dello gnostico. L’essere coincide con l’essere pensato da lui; quindi non può darsi un essere che egli ignori o che trascenda il suo pensiero, compreso Dio. In tal senso la Gaudete ed exultate dice che

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«Gli “gnostici” giudicano gli altri sulla base della verifica della loro capacità di comprendere la profondità di determinate dottrine» [n. 37]. «Tipico degli gnostici è credere che con le loro spiegazioni possono rendere perfettamente comprensibili tutta la fede e tutto il Vangelo» [n. 39]. «L’equilibrio gnostico è formale e presume di essere asettico, e può assumere l’aspetto di una certa armonia o di un ordine che ingloba tutto» [n. 38].

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Un esempio di questo ideale gnostico lo troviamo in Schelling, laddove afferma:

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«il mio punto di vista è in generale il cristianesimo nella totalità del suo sviluppo storico, il mio fine è quella sola Chiesa veramente universale [se ‘Chiesa’ può esser qui la parola esatta], che solo nello spirito va costruita, e che può consistere soltanto nella perfetta comprensione del cristianesimo, della sua effettiva fusione con la scienza e la conoscenza in generale» [18].

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Hegel elogia lo gnosticismo, sebbene con riserva, con queste parole:

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«Tutte queste forme vanno a finire nel torbido, ma in complesso hanno come principio le medesime determinazioni e nascono dal bisogno generale e profondo della ragione di determinare e intendere come concreto ciò che è in sé e per sé» [19].

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Tuttavia, lo sbocco finale nefasto del razionalismo cartesiano non fu immediatamente avvertito dallo stesso Cartesio e dai suoi stessi contemporanei, i quali viceversa ne rimasero ammirati, come fossero stati davanti a un genio filosofico di grandezza inaudita, e così bevvero allegramente il veleno senza accorgersene.

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Lungimirante, come sempre, fu la Chiesa, che nel 1663 mise all’Indice le opere di Cartesio. Ma purtroppo, tale era il successo del filosofo messianico, che rivoluzionava tutto il pensiero filosofico elaborato nei millenni precedenti, che quasi nessuno, nemmeno tra i teologi, tenne conto del saggio avvertimento della Chiesa, tranne i tomisti, che, per la loro prudenza critica, è assai difficile trarre in inganno, anche da parte dei più astuti impostori. Chi restava fedele alla verità era considerato un sorpassato, un arido scolastico, un cocciuto conservatore e via di questo passo.

 

Per l’idealista, cioè per lo gnostico, anche ciò che ai sensi appare esterno, è interno all’io, alla coscienza e al pensiero, in quanto pensato. Infatti l’idealista non si rende conto o non vuol riconoscere che la cosa in sé, benché nell’atto del conoscere entri, in quanto rappresentata, nell’orizzonte della coscienza, in se stessa, nella sua realtà, è fuori del nostro pensiero o della nostra mente; è extra animam, come dice San Tommaso. «Non è la pietra che è nell’anima — dice Aristotele — , ma l’immagine della pietra». E’ evidente che le nostre idee non sono esterne alla nostra mente; ma ciò non ci autorizza a credere, con gli idealisti, che la realtà coincida con le nostre idee, se non intenzionalmente ed accidentalmente nell’atto di conoscere il vero.

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CARATTERI DELL’IDEALISMO

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È assioma idealista che non si dà essere fuori dal pensiero, ma che l’essere è sempre nel pensiero. L’essere è sempre pensato. Non si pensa l’essere, ma l’essere pensato, perché essere ed essere pensato coincidono. Si pensa il pensiero, perché l’essere è pensiero [20]. Tutto è ad un tempo essere e pensiero. Ora, però, solo in Dio l’essere coincide col pensiero, perché Dio è Essere sussistente e Pensiero Sussistente. Dice San Tommaso:

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«In Dio [21] il sapere è la sua sostanza». In Dio «l’intelletto, l’oggetto del pensare [id quod intelligitur], l’idea [species intellegibilis] e il pensare sono la stessa cosa» [22].

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Invece nell’uomo c’è distinzione tra il suo essere e il suo pensare. L’uomo non è, come credeva Cartesio, un soggetto pensante — solo Dio, nel quale essere e pensare s’identificano, può essere questo — , ma è un soggetto che può pensare. E se non pensa, non per questo non è un uomo, essere atto a pensare. Dio è per essenza pensiero, è per essenza pensante. Nell’uomo invece il pensare è una semplice facoltà, per quanto essenziale, ma che può restare allo stato di semplice facoltà, senza passare all’atto. Per l’intelletto umano l’essere o l’ente, creato da Dio, è indipendente dal pensiero, trascende il pensiero ed è regola della verità del pensiero. Per essere nel vero, la mente umana deve umilmente adeguarsi all’essere, deve obbedire alle leggi dell’essere. Dio, invece, ideatore e creatore dell’essere, non ha l’essere come oggetto davanti a Sé e indipendente da Sé. Così Egli conosce Se stesso e il mondo non come essere distinto dal suo pensare, ma come essere immanente al suo Io. È evidente che anche per noi il pensato in quanto pensato è all’interno del nostro pensiero. Ma prima di essere pensato non può che essere fuori, nella realtà esterna: quello che San Tommaso chiama res extra animam. L’essere entra spiritualmente o intenzionalmente, come concetto o idea o rappresentazione, nel nostro pensiero, una volta che lo pensiamo o conosciamo.

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Se invece tutto è essere e pensiero, tutto è idea, come credono gli idealisti, e non esiste un essere distinto dal pensiero; se l’ente come tale, compreso quello divino, è immanente al nostro pensiero; se è vero quel che dice Rahner, che «la natura dell’essere è conoscere ed essere conosciuto» [23]; se l’essere è «essere cosciente» [24]; se l’essere «è sempre anche conosciuto» [25]; se l’essere «è lo stesso soggetto conoscente» [26], l’essere come tale e non solo l’essere divino s’identifica col pensiero, allora abbiamo il panteismo. Secondo l’idealista, noi, pensando l’essere, pensiamo Dio, perché l’essere è Dio. Ma d’altra parte, poiché l’essere s’identifica con l’essere pensato, e il nostro essere è essere pensato, il nostro essere si identica con l’essere divino, che è appunto l’essere pensato.

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Per l’idealista, anche l’essere non pensato è comunque pensato. E quindi non esiste un essere non pensato. È chiaro del resto che se io penso l’essere, questo essere è pensato. Ma prima che lo pensi o se non lo penso, lo ignoro e non è pensato da me. Invece nell’idealismo, siccome il punto di partenza e l’oggetto del sapere sono l’idea e la coscienza che l’io ha di sé come pensante, la verità del sapere è la conformità del reale o dell’essere all’idea o all’autocoscienza. Ora invece l’identità del pensiero con l’essere è il sapere assoluto, perché è un sapere che non ha nulla che sia al di fuori o al di là di questo sapere. È il sapere divino. E così per converso l’identità dell’essere col pensiero è l’essere assoluto, perché questo essere è in atto tutto ciò che il pensiero può pensare. E dunque è l’essere divino. E dunque la gnoseologia idealista comporta il panteismo, ossia l’identificazione del pensiero umano col pensiero divino, il che è quello che nella Gaudete et exultate è definito come «gnosticismo», la divinizzazione del sapere umano, della quale abbiamo il più cospicuo esempio in quella che Hegel, chiama «Scienza assoluta» o «Idea assoluta».

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Dobbiamo dire, invece, che l’oggetto della metafisica non è l’io, non è il soggetto pensante o auto-cosciente, ma è l’ente, che sta davanti [ob— iectum] all’io. La certezza fondante iniziale da cui parte la metafisica e sulla base della quale la ragione costruisce tutto il suo sapere, non è quella del proprio pensare o dubitare, come credeva Cartesio; e non è neppure Dio, come credeva Hegel; ma è la certezza dell’esistenza e della conoscibilità delle cose sensibili esterne, come ha stabilito Aristotele. Certamente la certezza spirituale che nasce dalla scoperta del nostro io pensante, si rivelerà più solida di quella sensibile, dato il maggior valore ontologico delle cose spirituali rispetto a quelle materiali. E ancor maggiore sarà la certezza di fede. Ma la certezza suprema della fede sarebbe nulla, se non fosse la maturazione suprema di una certezza assoluta, benché umile, che inizia già con la percezione delle cose sensibili. La certezza dell’esistenza del proprio io consegue alla certezza dell’esistenza e della conoscenza delle cose, perché è solo riflettendo sulla nostra capacità di raggiungere questa certezza originaria, che noi scopriamo il nostro io, come soggetto dotato di una mente che le ha conosciute. Noi non ricaviamo o deduciamo la conoscenza delle cose da quella del nostro io, come credeva Cartesio, ma al contrario, come ha stabilito Aristotele, noi ci accorgiamo di possedere una facoltà conoscitiva che attinge alle cose, dopo che le abbiamo raggiunte; e dalla coscienza del nostro saperle conoscere giungiamo all’affermazione del nostro io come soggetto conoscente.

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IL REALISMO LUTERANO

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La gnoseologia luterana è realista, perché Lutero sa che esiste un mondo esterno, esiste l’io ed esiste Dio, rivelatosi nella Scrittura e oggetto di conoscenza di fede. Questa, per Lutero, è la realtà, per cui egli riconosce che per essere nella verità, bisogna che la mente si adegui a questa realtà. Eppure Lutero disprezzava la metafisica. Come mai? Perché il suo realismo è difettoso e alla fine si volge in soggettivismo. Perché? In che senso? Perché Lutero è convinto che la certezza e la verità non sono date dalla ragione, ma dalla fede. Egli crede alla realtà in sé, creata da Dio, indipendente da lui; non riduce il reale alla sua idea, come farà Hegel; si ritiene une creatura di Dio e non soggetto assoluto, come faranno Fichte e Schelling; per lui Dio esiste in sé, incarnato in Cristo, Giudice e Signore del mondo, e non come una semplice sua idea, come in Kant.

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Solo che Lutero intende il suo realismo come un salto immediato del cuore dall’esperienza sensibile all’esperienza emotiva o intuizione interiore della Parola di Dio e del mistero di Cristo — ciò che Kierkegaard chiamerà «il salto della fede» — senza passare dalla mediazione della ragione e quindi della metafisica. E quindi senza passare dalla mediazione sociale della Chiesa, che può essere accettata solo sulla base di un realismo razionale, per il quale il cattolico, illuminato dalla fede e convinto dall’apologetica, riconosce dai segni di credibilità la divinità della Chiesa [27]Infatti, la metafisica dà fondamento all’antropologia ed alla morale. E ciò consente a sua volta di riconoscere la Chiesa come comunità umana, che dà storicamente prova di godere di un’assistenza divina infallibile nella conservazione del Vangelo. Invece, l’ente come tale non interessa a Lutero, perché la sua mente non si cura di applicare il principio di causalità al livello della realtà o degli enti, per passare, come insegna San Paolo [Rm 1, 19 – 20], dalla considerazione degli effetti creati [visibilia] a quella del Creatore [invisibilia], summum EnsNon che egli non creda nell’universalità del pensiero. Percepisce perfettamente l’universalità della Parola di Dio e del messaggio evangelico e sapeva cogliere i bisogni universali dell’uomo. Altrimenti il suo messaggio non avrebbe avuto tanto successo. Nel contempo sentiva un grande bisogno di concretezza.

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Lutero crede in Dio creatore e salvatore. Affetta di ascoltarne la Parola e vuole predicarla. Tuttavia, egli crede in Dio non perché sa dimostrativamente, con la ragione, che Dio esiste, ma perché lo sente nel cuore, con quel sentimento che i Tedeschi chiamano «Gemüth» [28], una certezza oscura originaria, della quale non si sa render ragione e non occorre render ragione. Questo irrazionale sentire sarà ancora presente nel «Gefühl» di Schleiermacher. Lutero, col termine «fede», quindi, non intende l’accoglienza della Parola di Dio, sul presupposto che sa con la ragione che Dio esiste, ma intende precisamente questo «sentimento». Ciò è collegato col fatto che, benché Lutero senta Dio come altro da sé e trascendente a sé, e con ciò egli resti nel realismo ed eviti il panteismo, nel quale invece cadrà Hegel, Lo sente così intimamente ed abitualmente in lui, che non ipotizza neppure l’eventualità di perdere tale unione a causa del peccato, e ciò proprio in base alla sua convinzione, che egli reputa «fede», che sempre e comunque Dio è in lui e con lui.

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È ciò che la Chiesa da tempo chiama «immanentismo», che non è ― si badi bene ― la pura presenza di Dio nell’intimo dell’anima; di ciò infatti parla anche Sant’Agostino, il quale non per questo è un immanentista. Ma si tratta di ciò di cui parla la Pascendi Dominici gregis [nn. 10, 33, 35, 39, 62, 65,73, 80 testo QUI]Occorre dunque distinguere accuratamente immanentismo e panteismo, benché possano assomigliarsi. L’immanentismo non nega la trascendenza divina. È l’errore di Lutero. Invece nel panteismo si ha l’identificazione della natura umana con quella divina e del sapere umano con quello divino, ossia lo gnosticismo, sul presupposto dell’identificazione del pensiero con l’essere, della quale abbiamo già parlato. È questo l’errore dell’idealismo tedesco [29]È chiaro allora che con Lutero il realismo viene meno per essere sostituito da una vaga emozione soggettiva non concettuale, che richiama da vicino l’«esperienza trascendentale» di Rahner. E ricorda anche quella «esperienza» [n. 21, 22, 25, 39, 78, 79 testo QUI] o quel «sentimento» senza fondamento oggettivo, che sono smentiti dalla Pascendi di San Pio X [nn. 10 – 12, 14, 16, 18, 19, 21, 23, 38, testo QUI]. Qui il realismo è sostituito dal soggettivismo.

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UN CONFRONTO FRA IL DIO DI SAN TOMMASO E IL DIO DI HEGEL

Esaltavit umile

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Il frutto più alto dell’umiltà nell’esercizio dell’intelletto è dato dalla concezione che la mente si fa di Dio, perché, quanto più la mente si rende disponibile ad accogliere la realtà, tanto più la forza dell’intelletto, fecondato dal reale, adeguato al reale e proteso al reale, che è il fine e il bene dell’intelletto, ha la possibilità di attuarsi e realizzare il massimo delle sue possibilità, sorretto anche dalla grazia, fino a cogliere la verità più sublime e raggiungere il sapere più elevato, che riguardano l’essenza e gli attributi di Dio. L’umiltà, come soggezione o adaequatio della mente al reale, obbedienza al reale ed accoglienza del reale, conduce la mente a sapere che essa da sé non è nulla e che tutto ciò che è e che ha, a cominciare dal suo stesso esistere, lo ha da Dio, che l’ha creata. Essa si accorge del fatto che essa ha l’essere, ma non è l’essere. Non è da sé, ma da altro, cioè da Dio. Senza questo Altro, essa sarebbe nulla. Invece la superbia, effetto e lascito del peccato originale, spinge l’io a ritenersi auto-fondato ed autosufficiente nell’essere. Anzi, Fichte arriverà ad interpretare il sum cartesiano come «Io sono l’essere» e «pongo il mio essere». L’io non si chiede: perché esisto? Ci sono e basta. Oppure dà delle risposte del tutto insufficienti, come quella del darwinismo.

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L’umiltà, che si esprime nel realismo, estingue la febbre e il tumore della superbia e conduce il soggetto alla realtà ed alle dimensioni reali della sua esistenza, limitata, debole e peccatrice. Così purificato, il soggetto si trova nelle migliori condizioni per operare il massimo e per essere innalzato dalla grazia, che gli rivela i misteri della divinità. Invece all’io cartesiano non viene in mente di essere stato creato da Dio, ma come fosse un Io assoluto, all’origine del reale e del pensiero, pretende di dimostrare l’esistenza di Dio deducendola da una supposta inesistente idea innata di Dio, dimenticando che, se io posso produrre l’idea di Dio, non per questo posso produrre Dio.

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È interessante allora confrontare quale idea di Dio scaturisce dai due metodi opposti del realismo e dell’idealismo, scegliendo due casi emblematici, come quello di San Tommaso ed Hegel e considerando il concetto di Dio sotto tre angolature: Dio come Essere e Spirito; Dio come Idea assoluta; e Dio come Sapere assoluto. Sia per San Tommaso che per Hegel Dio si pone sul piano dell’essere. Sia per l’uno che per l’altro Dio è l’Io o Soggetto assoluto. Sia per l’uno che per l’altro è Idea assoluta, Scienza assoluta, Spirito assoluto. Sennonché però, mentre per San Tommaso l’essere è distinto dal divenire, per Hegel coincide col divenire [30], il che implica già un’identificazione di Dio col mondo e quindi dell’io umano con l’Io divino. Per San Tommaso, Dio, Essere assoluto, identico a Se stesso, crea il mondo dal nulla. Per Hegel, Dio, sintesi di essere e nulla, diviene mondo negando se stesso e si determina come mondo, il quale, negando se stesso, diviene Dio.

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Mentre per San Tommaso allora l’io umano è distinto dall’Io divino, per cui Dio è un Tu rispetto all’io umano, per Hegel Dio è la sostanza ed essenza ultima dell’io umano, che è solo un «momento» passeggero e contingente dell’Io assoluto. L’io sono del cogito tomista conduce alla scoperta dell’Io Sono divino come il Tu assoluto che mi ha creato. L’io sono del cogito cartesiano mi conduce in Hegel alla coscienza che Io sono assolutamente in senso divino e che i tu che ho davanti a me li pongo io col mio pensiero e per i miei interessi. Mentre per Tommaso Dio è purissimo Spirito [31], semplice [32], identico a se stesso, bontà infinita, immutabile [33], immortale, trascendente, indipendente dal mondo, per Hegel Dio è essenzialmente mutevole, diveniente, contraddittorio, dialettico, mondano, materiale, mescolato al male e mortale.

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Dice infatti Hegel:

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«Il sé» [il cogito cartesiano] «attua la vita dello Spirito assoluto. Questa figura è quel concetto semplice, che peraltro abbandona la sua essenza eterna» [Dio si aliena] «ed è là» [nella concretezza] «o agisce. Esso ha nella purezza del concetto lo scindere o il sorgere, perché la purezza è l’assoluta astrazione o la negatività» [il divenire]; «similmente esso ha l’elemento della sua effettualità» [il mondo] «o dell’essere in lui nello stesso puro sapere, perché il sapere puro è l’immediatezza semplice, la quale è tanto essere che esserci» [il concreto], quanto essenza; l’un momento è il pensiero negativo, l’altro è lo stesso pensiero positivo. Tale esserci è infine e altrettanto l’esser da lui – sia come esserci che come dovere» [il buono] «riflesso in se stesso, ossia l’esser— cattivo» [34].

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Sia nell’uno che nell’altro caso Dio è l’Idea assoluta.

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«L’Idea assoluta — dice Hegel[35], e in ciò Tommaso potrebbe essere d’accodo — è essere, vita che non passa, verità di sé conscia, ed è tutta la verità». In tal modo, sia per Tommaso che per Hegel Dio, è Verità assoluta, in quanto, come dice l’Aquinate, «l’Essere divino non solo è conforme al suo intelletto, ma è il suo stesso intelligere»[36], identità di essere e pensiero.

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Sia per San Tommaso che per Hegel l’Idea divina è l’«idea logica» [p.936], il Concetto che Dio ha di Stesso e delle cose. È l’idea che Dio ha di Se stesso e delle cose. È l’Idea razionale della Ragione divina [37].

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«L’Idea divina — dice Hegel [38] — è l’unico oggetto e contenuto della filosofia. Contenendo in sé ogni determinatezza, ed essendo sua essenza di tornare a sé attraverso il suo determinarsi o particolarizzarsi, essa ha diverse configurazioni, e il compito della filosofia è di conoscerla in queste».

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In Hegel l’idea umana è un momento dell’Idea divina; Dio pensa Se stesso nell’uomo come uomo; in San Tommaso l’idea umana è una partecipazione analogica dell’Idea divina e l’uomo pensa se stesso in Dio come Dio.  L’Idea divina hegeliana, però, a differenza di quella tomista, che distingue in Dio l’Idea unica ― ossia l’Idea che Dio ha di Sé o il Logos [Verbum[39] ― dalle molte idee, corrispondenti alle cose create, non trascende le idee delle cose come l’increato trascende il creato, ma come l’universale si concretizza nel particolare, o come l’indeterminato si determina nel determinato, o come la sostanza si determina nel modo d’essere. Per questo, in Hegel l’Idea divina è sillogistica e dialettica, è il metodo del sapere [cf. p. 937], è il

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«movimento del concetto»[p. 937]; «è afferrata nel concetto» [p. 936], il quale «è tutto e il suo movimento è l’attività assoluta universale, … è la forza assolutamente infinita, cui nessun oggetto, per quanto si presenti come esteriore, lontano dalla ragione e da lei indipendente, potrebbe opporre resistenza, esser rispetto ad essa di una natura particolare e rifiutarsi ad esser da lei penetrato» [pp. 937— 938].

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Qui si vede come Hegel dia alla ragione umana un potere che in realtà è del tutto al di sopra delle sue reali possibilità e funzioni, fosse anche perfettamente sana come lo era prima del peccato originale. Figuriamoci nello stato presente, afflitta, indebolita ed offuscata com’è da tanti mali, difetti e cattive inclinazioni, per rimediare ai quali occorre, oltre ad una severa disciplina della ragione, un’intensa vita di grazia. Vediamo come in Hegel il pelagianesimo si congiunge allo gnosticismo.

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Viceversa, in San Tommaso l’Idea divina è l’idea che Dio ha delle cose che crea. Ciò non significa che nella mente divina vi sia una pluralità di idee, come avviene nella mente umana. Con una sola Idea, che è Dio pensato da Sé, Dio concepisce tutte le cose [«Deus Uno intelligit multa» [40]]. Le idee sono molte, in quanto cose pensate da Dio in quanto pensate prima di esistere nella realtà esterna a Dio. E in tal senso esistono più idee nella mente divina [41]; ed è l’Idea che Dio Padre ha di Se stesso, ossia il Logos o Verbo divino, la persona del Figli[42]Nell’uno e nell’altro caso Dio è Scienza assoluta. Per San Tommaso, «dato che l’Essenza divina è la sua stessa Idea» [species intellegiblis], «segue necessariamente che il suo sapere» [intelligere] «sia la sua essenza e il suo essere» [43]Per Hegel il sapere assoluto è la filosofia. Essa è il sapere che Dio ha di Stesso come uomo. Ciò che la filosofia sa di Dio è ciò che Dio sa di Se stesso. Quindi la ragione umana sa ciò che di Sé sa la Ragione divina, perché in fondo, come dice Hegel, la ragione è una sola: essa è divina. Pertanto l’uomo, in quanto ragiona, è Dio, sa ciò che Dio stesso sa. La ragione cartesiana è giunta al culmine delle sue aspirazioni. Da qui lo gnosticismo di Hegel. Dice infatti Hegel che la filosofia

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«è l’Idea che pensa se stessa, la verità che sa» [ossia la verità sussistente, fatta persona, l’«io sono un io pensante» di Cartesio], «la logicità col significato che essa è l’universalità convalidata dal contenuto concreto come dalla sua realtà. La scienza è, per tal guisa, tornata» [dialetticamente] «al suo cominciamento» [il puro essere]; «e la logicità è il suo risultato come spiritualità: dal giudizio presupponente, in cui il concetto era solo in sè» [l’essere astratto] «e il cominciamento, alcunché di immediato, e quindi dall’apparenza, che aveva colà», [il dato empirico] «la spiritualità» [ossia l’io cartesiano] «si è elevata al suo proprio principio» [ossia all’Io assoluto] «come a suo elemento»[44].

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CONCLUSIONE

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L’uomo ha un bisogno innato di grandezza. Tuttavia questo bisogno va incanalato e moderato, per non divenire eccessivo e fonte di tragiche illusioni. Aspirazione ragionevole, non è quella di essere infinito, dettata dalla superbia, ma di contemplare l’Infinito, dettata dall’umiltà. Infatti, tra la finitezza umana e l’infinità divina esiste un dislivello invalicabile. Pretendere di superarlo è folle superbia, è quella che i Greci chiamano hybris.

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Come insegna il Concilio Lateranense IV, «tra il creatore e la creatura non si può notare una somiglianza tale, che non si debba notare una maggiore dissomiglianza» [45]. L’uomo, benché creato ad immagine e somiglianza di Dio, mediante la fede e la grazia, può superare bensì le forze della ragione ed essere ammesso a partecipare alla vita divina, ma solo fino ad un certo punto concessogli da Dio e non oltre.

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Se bastasse la ragione per comprendere perfettamente nel concetto l’essenza divina, non sarebbero state necessarie la divina rivelazione e la fede per aggiungere alla ragione contenuti che essa da sé non riesce a cogliere. E anche con tutto ciò la mente umana, anche nella gloria celeste, resta fondamentalmente al di sotto della comprensione che Dio ha di Se stesso. La ragione da sé può certamente conoscere Dio per analogia e mediante le creature. Ma da sola non può conoscere l’essenza divina per essenza o quidditativamente, come diceva Tommaso de Vio detto il Cardinale Caetano. Può conoscere l’Infinito solo finitamente, non infinitamente, come solo Lui può conoscere Se stesso.

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Esiste, è vero, un’esaltazione irrazionalistica e fideistica della fede, che si pretende costruire sulle rovine della ragione, come se la ragione fosse contro la fede e questa dovesse sostituire la ragione nella conoscenza di Dio. Quello che accade in questi casi, allora, è che la mente non viene effettivamente illuminata dalla Parola di Dio, ma viene illusa da umani ritrovati vanamente spacciati per «scienza assoluta». S. Paolo ci mette in guardia contro questa truffa: «Guardate che nessuno v’inganni con la filosofia ed una vana fallacia, secondo la tradizione degli uomini e secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo» [Col 2,8].

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Varazze, 24 luglio 2018.

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NOTE

[1] Dialogo, c. 154.

[2] Ibid., c. 154.

[3] Ibid., c. 9.

[4] Critica della ragion pura, Edizioni Laterza, Bari 1965, p. 491.

[5] In XII libros Metaphysicorum Aristotelis expositio, a cura di R. Spiazzi, l.III, lect.I, n. 343, Edizioni Marietti, Torino 1964, p. 97.

[6] cf. E. Gilson, Introduction à l’étude de Saint Augustin, Vrin, Paris 1969, p. 55.

[7] Questa è la forma cartesiana.

[8] Questa è la forma hegeliana.

[9] cf. la recente Lettera Apostlica Gaudete et exultate, di Papa Francesco, n. 36.

[10] La filosofia morale. Esame storico e critico dei grandi sistemi, Morcelliana, Brescia 1971, pagg. 215— 220.

[11] III, 1, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1981, pagg. 410— 418.

[12] Parte II, n. 2.

[13] cf. J.Maritain, Le songe de Descartes, Buchet— Chastel,Paris 1932, p. 17.

[14] cf. E. Gilson, Introduction à l’étude de Saint Augustin, op.cit., p. 321. Gilson sbaglia, tuttavia, nell’attribuire la stessa cosa a Sant’Agostino, che al contrario ammette che la cosa esterna influisce nei sensi e quindi nell’anima: «Omnis res, quamcumque cognoscimus, congenerat in nobis notitiam sui» [De Trin., IX, 12, 18]. «Nemo de illo corpore utrum sit intelligere potest, nisi cui sensus quidquam de illo nuntiarit» [De Trin., XI, 5, 9].

[15] La dottrina della scienza, Editori Laterza, Bari 1971, p. 104.

[16] Lezioni sulla filosofia della storia, III,1, Editrice La Nuova Italia, Firenze 1981, p. 387.

[17] Lezioni sulla filosofia della religione, Zanichelli Editore, Bologna 1974, vol.II, p. 366. G. Cavalcoli, LA DIALETTICA NELLA CRISTOLOGIA DI HEGEL, Sacra Doctrina, 6, 1997, pagg. 87— 140.

[18] Filosofia della Rivelazione, Editrice Bompani, Milano 2002, p. 1413.

[19] Lezioni sulla storia della filosofia, 3,I, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1985, p. 27.

[20] cf. i miei due studi: PENSARE IL PENSIERO. CONSIDERAZIONI SULLA DIGNITÀ, LE FUNZIONI E I LIMITI DEL PENSIERO, I, Divinitas, 2001, 3, pp. 279— 300 PENSARE IL PENSIERO. CONSIDERAZIONI SULLA DIGNITÀ, LE FUNZIONI E I LIMITI DEL PENSIERO, II, Divinitas, 1, 2001, pagg. 43— 72.

[21] Summa Theologiae, I, q 14, a. 4.

[22] Ibid. Questa tesi dell’Aquinate è stata dogmatizzta dal Concilio di Firenze del 1442: «in Deo omnia sunt unum» [Denz. 1330].

[23] Uditori della parola, Edizioni Borla, Roma 1977, p. 66.

[24] Ibid.

[25] Ibid., p. 67.

[26] Ibid., p. 68.

[27] J.V. de Groot, O.P, Summa apologetica de Ecclesia Catholica ad mentem Sanctae Thomae Aquinatis, Ratisbonae 1906; R.— M. Schultes, O.P, De Ecclesia caholica. Praelectiones apologeticae, Lethielleux, Paris 1931; R. Garrigou— Lagrange, OP, De Revelatione per Ecclesiam catholicam proposita, Edizioni Ferrari, Roma 1932; A. Beni – S. Cipriani, La vera Chiesa. Le font della Rivelazione, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1953.

[28] cf. G. Faggin, Meister Eckhart e la mistica tedesca preprotestante, Fratelli Bocca Editori, Milano 1946, pagg. 192— 194; 201; 296; 298 ss.

[29] N. Hartmann, La filosofia dell’idealismo tedesco, Mursia Editore, Milano 1983.

[30] Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Edizioni Laterza, Bari 1963, p. 93; Scienza della logica, Edizioni Laterza, Bari 1984, p.71.

[31] Summa Theologiae, I, q. 36, a. 1, ad 1m.

[32] Ibid., I, q.III.

[33] Ibid., q.IX.

[34] Fenomenologia dello Spirito, Edizioni Nuova Italia, Firenze 1988, vol. II, pagg. 293— 294.

[35] Scienza della Logica, Op. Cit., p.935.

[36] Summa Theologiae, I, q.16, a. 5.

[37] Ibid., I— II, q. 93, a. 1.

[38] Scienza della logica, op. cit., p. 935.

[39] Summa Theologiae, I, q.34.

[40] Ibid., q.15, a.3, ad 2m.

[41] Ibid., I, q.15, a.2.

[42] Ibid., q.34, aa.1— 2.

[43] Ibid., q.14, a.4.

[44] Enciclopedia, op.cit., pagg.527— 528.

[45] Denz. 806.

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Giovanni Cavalcoli
Dell'Ordine dei Frati Predicatori
Presbitero e Teologo

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Che cosa è la teologia scolastica e chi sono gli stolti che la disprezzano?

— Thelogica —

CHE COSA È LA TEOLOGIA SCOLASTICA E CHI SONO GLI STOLTI CHE LA DISPREZZANO?

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Ebbene, i nemici della teologia scolastica sono quei discoli divenuti adulti, che oggi insegnano in molte Facoltà teologiche cattoliche e protestanti, e sono tutti quei presuntuosi, che, dalle loro ristrette vedute o nei loro sogni rivoluzionari, mostrano altezzosamente disprezzo, ora con linguaggio grossolano, ora con termini bizantini, per la teologia scolastica, considerandola una sequela aggrovigliata, acritica e piena di pregiudizi e di leggende, di teorie astratte e vuote, incomprensibili, vane, inutilmente sottili, superate, sterilmente polemiche, senza sviluppo, senza senso storico, estranee agli interessi e al modo di esprimersi degli uomini del proprio tempo.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P..

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È un pregiudizio frequente che la teologia scolastica sia un periodo della storia della teologia cattolica ormai chiuso, eventualmente col Concilio Vaticano II, che avrebbe dato il via a una nuova teologia chiamata con vari nomi: «trascendentale», «narrativa», «kerygmatica», «esistenziale» ed altri. Altri parlano genericamente di teologia “moderna”, che utilizza la cosiddetta “filosofia moderna” fondata da Cartesio. Sono i modernisti. Essi già ai tempi di San Pio X sostenevano questa tesi, giudicando la teologia scolastica come «ridicolo sistema tramontato già da gran tempo» [cf. QUI]. Pio XII, nell’enciclica Humani Generis, disapprova il «disprezzo della teologia scolastica», che porta a «trascurare e respingere o privare del loro valore i concetti e le espressioni, che da persone di non comune ingegno e santità, sotto la vigilanza del sacro Magistero e non senza illuminazione e guida dello Spirito Santo, sono state più volte con lavoro secolare trovate e perfezionate per esprimere sempre più accuratamente le verità della fede» [cf. QUI].

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L’espressione “teologia scolastica”, dunque, non è una semplice categoria storica, ma una categoria perenne dello spirito, una categoria teoretica o epistemologica, che significa semplicemente quello che dice la parola: quella teologia che si insegna e si apprende nella scuola, dove con questo termine scuola s’intende esattamente quello che comunemente s’intende: istituzione pubblica o privata educativo-formativa, finalizzata sistematicamente e metodicamente alla comunicazione e all’apprendimento del sapere o della scienza. L’istruttore è il maestro o docente e l’apprendista è il discepolo, scolaro o studente. Precisiamo che come è stolto il disprezzo per la teologia scolastica, altrettanto stolto è il disprezzo per la teologia neoscolastica, espressione escogitata da teologi cattolici del secolo scorso, legati all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, i quali fondarono la Rivista di filosofia neoscolastica [cf. QUI]in risposta alla sollecitazione del grande Papa Leone XIII, che, con l’enciclica Aeterni Patris [cf. QUIdel 1879, si fece promotore della rinascita del tomismo [1]. Si potrà discutere sulla scelta degli Autori da loro preferiti, ma non c’è dubbio che l’espressione in se stessa è più che legittima, a significare la capacità di sviluppo, di progresso e di rinnovamento proprio della filosofia e della teologia scolastiche.

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La teologia scolastica è dunque quella che si può e deve a buon diritto chiamare anche teologia “scientifica”, contro una cosiddetta “teologia scientifica”, che pretenderebbe di utilizzare il concetto positivistico di scienza al posto della scienza metafisica. Certo, può far problema pensare che la teologia possa essere una scienza, perché ciò implica evidenza di princìpi, univocità di concetti, deduzione e dimostrazione razionale [2]Occorre pertanto precisare che la teologia è scienza non in quanto prende inizio dalla ragione o da evidenze razionali, perché i suoi princìpi e assiomi di partenza sono le verità di fede; e tuttavia è scienza in quanto procede sillogisticamente o deduttivamente usando argomenti di convenienza, per cui la certezza della conclusione è di tipo razionale, ma esplicita un dato di fede, per cui, se la conclusione viene negata, ne segue la negazione di un dogma. Per esempio, che nell’inferno sia presente la divina misericordia non risulta dalle parole di Cristo, ma è una conclusione che si può trarre con certezza, che però non è certezza di fede, benché quanto dice Cristo sui dannati sia verità di fede.

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La coltivazione teologica dell’intelletto, però, sia in Aristotele che nella Bibbia, comporta due gradi, il primo subordinato al secondo: il primo è la scienza [gr. ἐπιστήμη ebraico daàt מדע]. In questo grado l’intelletto [gr. νοῦς, eb. binà רבו], partendo dai princìpi primi immediatamente intuìti del senso comune, mette in moto la ragione [gr. λόγος, eb. dabàr סיבה], la quale, mediante il sillogismo, giunge a conclusione certa; da questo grado razionale l’intelletto poi sale al secondo, quello della sapienza [gr. σοφία, eb. hokmàh אינטלקט], nel quale l’intelletto non solo sa, ma gusta quello che sa e ne gode. La scienza coglie il vero. La sapienza coglie il vero come buono e bello [cf. Platone QUI, QUI e QUI]. La teologia scolastica si ferma al primo grado, ma pone le condizioni per salire al secondo, che è quello proprio della teologia mistica.

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Purtroppo, però, come sappiamo bene, l’idea di scuola, disciplina e studio dà sempre fastidio a qualcuno, soprattutto ai pigri, ai ciarlatani, ai presuntuosi, agli invidiosi e ai falsi novatori. Chi, quando faceva le scuole elementari, non ha visto, sulla parete dell’edificio scolastico, la scritta «Abbasso la scuola!»? Ebbene, i nemici della teologia scolastica sono quei discoli divenuti adulti, che oggi insegnano in molte Facoltà teologiche cattoliche e protestanti, e sono tutti quei presuntuosi, che, dalle loro ristrette vedute o nei loro sogni rivoluzionari, mostrano altezzosamente disprezzo, ora con linguaggio grossolano, ora con termini bizantini, per la teologia scolastica, considerandola una sequela aggrovigliata, acritica e piena di pregiudizi e di leggende, di teorie astratte e vuote, incomprensibili, vane, inutilmente sottili, superate, sterilmente polemiche, senza sviluppo, senza senso storico, estranee agli interessi e al modo di esprimersi degli uomini del proprio tempo.

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Ora,  “teologia scolastica” non è semplicemente, come vorrebbero farci credere costoro, una stagione storica della teologia, sorta nel XII secolo, sclerotizzatasi, a loro dire, nei secoli XVI-XVII, mummificatasi nel XIX secolo e definitivamente dissoltasi, come sostiene Rahner, col Concilio Vaticano II, per essere sostituita dalla teologia di Rahner, come pensano oggi molti. Per questo non ha senso contrapporre la teologia scolastica, che alcuni chiamano «classica», a una supposta teologia «moderna», che l’avrebbe soppiantata e che sarebbe adatta alla modernità. Esiste piuttosto una teologia scolastica antica e una teologia scolastica moderna. È evidente che oggi il teologo postconciliare è tenuto a praticare la scolastica moderna ed anzi a farla avanzare, anche se in quella antica è sempre possibile rivisitare, sviluppare o riprendere temi o spunti, che erano rimasti in uno stato di insufficiente elaborazione o svolgimento o soltanto di abbozzo.

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Il termine classis, da cui «teologia classica», comporta l’idea della distinzione chiara, precisa e ordinata: la classificazione, virtù importante della mentalità romana. La Grecia ha kategoria, che, a livello della predicazione, implica la stessa cosa, soprattutto la concettualizzazione. Il corrispondente nella Sacra Scrittura è dabàr סיבה, la parola, il λόγος, come atto chiarificatore della mente. Così il testo classico è assimilabile al testo sacro e quindi al dogma. Il primo ha carattere profano, razionale, filosofico; il secondo, religioso e teologico. L’uno e l’altro è inviolabile, inderogabile ed intangibile; dev’essere accuratamente ed esattamente compreso ed insegnato, gelosamente custodito e conservato nella sua integrità. È verità certa, fondante, definitiva, regolatrice ed assoluta, è sorgente perenne di sapienza per tutte le generazioni. Può essere commentato ed approfondito, ma non cambiato o migliorato. Interpretato, ma non reinterpretato, perché non muta di significato nel tempo, ma il suo senso è sempre quello.

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Quindi, tirare fuori il pretesto della storia e del “progresso”, come fanno i modernisti, per cambiare il significato alle verità perenni della ragione e della fede, è una truffa degna del massimo disprezzo. I modernisti, profanatori del sacro, confondono infatti il dovere sacro di conservare la sacra tradizione e il testo sacro con il conservatorismo gretto e miope di chi si rifiuta di imparare e di avanzare sul cammino della verità, aperti al soffio dello Spirito Santo, confondendo l’immutabilità con l’immobilismo e la saldezza con la rigidità della morte. E non ci vengano, costoro, a farsi difensori di SanTommaso e della teologia scolastica!.

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CARATTERI DELLA TEOLOGIA SCOLASTICA

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Riprendiamo il discorso. Così dunque come esiste una cultura classica, esiste certamente una teologia classica, i cui valori, avendo un carattere perenne ed assoluto, devono essere conservati e sviluppati. È necessario pertanto che il teologo, saggio estimatore della sana modernità, non accecato o sviato dai paraocchi della miopia modernista, non tratti con sussiego e presunzione il ricchissimo patrimonio, inestimabile ed immarcescibile, della classicità, se non vuol tornare alla barbarie e al nichilismo dell’antichità.

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La teologia scolastica, come dice la parola, non è altro che quella teologia che si apprende e viene insegnata nella scuola, intesa appunto come istituzione educativa, ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa, finalizzata all’istruzione ed alla comunicazione o trasmissione metodica, sistematica e socialmente o pubblicamente organizzata del sapere. Nel caso della teologia scolastica, il sapere che viene appreso e insegnato è la teologia. Si capisce allora come, alla luce di questa definizione semplice e logica, il parlare di un’estinzione della teologia scolastica ad opera del Concilio, che al contrario ne raccomanda caldamente la prosecuzione e il progresso sotto la guida di San Tommaso d’Aquino, è una grave stoltezza.

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Certamente, la teologia scolastica o della scuola non è l’unica forma di teologia. Si può diventare teologi e grandi teologi, addirittura Dottori della Chiesa, senza aver frequentato una scuola ufficiale o accademica di teologia, senza aver ottenuto un titolo accademico e tanto meno senza aver insegnato teologia in una scuola o facoltà della Chiesa. L’importante, certo, è lo studio, che può essere sotto la guida di un maestro, ma l’apprendimento può avvenire anche in modo autodidatta, per mezzo o della ricerca o della lettura personale o della meditazione. Abbiamo allora la lectio divina della tradizione monastica. Oppure la conoscenza di Dio può avvenire per esperienza interiore nella carità, come dono dello Spirito Santo, e allora abbiamo la teologia mistica. Questa teologia può essere praticata da chiunque, uomo o donna, giovane o adulto, dotto o indotto, laico o religioso. In ogni caso il cattolico ha il dovere di far teologia sottomettendosi all’interpretazione che la Chiesa dà della divina Rivelazione.

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La teologia scolastica, invece, nella conoscenza del dato rivelato, utilizza le risorse della ragione umana, come la logica, l’esegesi biblica, le scienze bibliche, la patrologia, la dottrina della Chiesa, l’agiografia, l’antropologia, l’etica naturale, la storia, le scienze naturali, la metafisica e la teologia naturale, utilizzando un metodo induttivo-deduttivo, quindi scientifico. La teologia scolastica è scienza di conclusioni razionali tratte dal dato rivelato [3]. La teologia scolastica assicura la formazione teologica seminariale del sacerdote, di per sé non obbligato a conseguire titoli superiori, salvo che intraprenda la carriera del teologo docente nelle facoltà ecclesiastiche.

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La teologia scolastica si divide in teologia naturale e teologia rivelata o soprannaturale. La prima è fondata sulla sola ragione e fa parte della filosofia; la seconda si basa sul dogma. Quest’ultima comprende due discipline fondamentali: la dogmatica e la morale. La prima considera le verità di fede speculative; la seconda, quelle pratiche. La propedeutica alla teologia rivelata costituisce la teologia fondamentale o apologetica, la quale fa da introduzione alla teologia rivelata, dimostrando i motivi di credibilità della Rivelazione, le ragioni del credere e risponde alle obiezioni. La teologia scolastica, inoltre, è di aiuto al Magistero nella preparazione dei suoi documenti, nel proporgli temi da trattare o problemi da risolvere, nell’interpretarne e difenderne gli insegnamenti, nella rispettosa critica di direttive pastorali imprudenti o inopportune, e nel segnalargli le eresie pericolose in circolazione, suggerendo come confutarle.

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LA DEFORMAZIONE DELLA TEOLOGIA SCOLASTICA AD OPERA DI LUTERO

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Lutero, invece, benché fosse dottore in teologia, con la sua ribellione alla Chiesa Romana, rinnegò la sua formazione scolastica, e pretese di basare la teologia esclusivamente sulla Sacra Scrittura e sulle scienze bibliche, non nell’interpretazione della Chiesa, ma sul suo giudizio personale. Egli pensò che la teologia scolastica, soggetta alla dottrina della Chiesa, che aveva appreso, non gli fosse servita per approfondire la verità del dato rivelato, ma che al contrario lo ingannasse circa la verità del Vangelo, in quanto mediata sia dalla ragione, che egli credeva totalmente corrotta dal peccato, sia dal Magistero della Chiesa, che egli considerava fallibile. Ovviamente Lutero, nonostante la sua polemica contro la ragione, onde evitare di cadere nell’irrazionalità, si trova ben obbligato ad usare comunque la ragione; tuttavia, mancando di una razionalità purificata e disciplinata nella logica, finisce per fraintendere quella Parola di Dio, che egli crede, liberatosi dalla filosofia scolastica, di contattare direttamente, senza farsi aiutare da essa.

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Abbiamo così il paradosso dell’immensa produzione della teologa protestante, organizzata a livello universitario ed accademico che, da Lutero ad oggi, da una parte affetta disprezzo per la teologia cattolica scolastica approvata dalla Chiesa, per esempio San Tommaso con la sua scuola, mentre dall’altra non ha fatto altro che costruire un’altra scolastica, peraltro senza la purezza dottrinale e la piena fedeltà al Vangelo proprie della scolastica cattolica, nonostante l’incalcolabile quantità di energie intellettuali profuse e di studi indefessi nel corso dei secoli. È un grave fraintendimento dell’insegnamento del Concilio il credere che esso promuova un progresso e un rinnovamento della teologia con l’ordinare l’abbandono della teologia scolastica. Sarebbe una disposizione insensata, non un progresso, ma un tornare indietro nella storia della teologia ai tempi della teologia monastica del sec. XI, o addirittura alla teologia omiletica e biblica dei Padri, prima che Abelardo e San Anselmo fondassero e dessero il via alla teologia dialettica e scientifica, che è appunto la teologia scolastica.

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LE ORIGINI DELLA TEOLOGIA SCOLASTICA

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La teologia scolastica è sorta a seguito della rinascita intellettuale del sec. XII e XIII, soprattutto per impulso dei Domenicani, presto seguìti dai Francescani, con l’approvazione e l’appoggio del Papato. Da qui la fondazione delle Facoltà teologiche di Parigi, di Oxford e, nel XIV secolo, di Bologna, dopo la fondazione dell’Università di Bologna nel XI secolo. Nel corso dei secoli successivi fino ad oggi il Papato ha sempre avuto cura della qualità, del buon andamento e dello sviluppo della teologia scolastica, ossia delle scuole e delle Facoltà della Chiesa, in modo particolare che fossero conformi al dogma e potessero quindi usare correttamente della ragione, della filosofia e delle scienze per l’introduzione e la giustificazione del dato rivelato e per l’interpretazione, l’esplicitazione, la spiegazione, la difesa, l’approfondimento e la diffusione della Parola di Dio.

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Così, ciò che, seguendo questa linea educativa ininterrotta, il Concilio Vaticano II e il Magistero papale promuovono fino ai nostri giorni [4] riguardo alla teologia, non è affatto, contrariamente a quanto vorrebbero i modernisti di ieri e di oggi, l’abbandono dei metodi collaudati, degli enunciati fondamentali e dei princìpi perenni della filosofia scolastica [5], quanto invece l’allargamento e l’affinamento della sua sensibilità, dei suoi interessi e dei suoi orizzonti, la prosecuzione delle ricerche, il consolidamento e l’approfondimento dei dati acquisiti, il recupero dei valori dimenticati, la correzione di vedute superate, la vigilanza contro gli errori insorgenti, la deduzione di nuove conclusioni scientifiche, l’apertura di nuove piste di indagine, la formulazione di nuove ipotesi esplicative, una maggiore attenzione ai valori ed ai difetti della modernità, una maggiore collaborazione reciproca fra teologi, una maggiore libertà di pensiero, sempre nell’obbedienza al Magistero, nella fuga da ogni esibizionismo ed individualismo, il miglioramento dell’apertura ecumenica, evangelizzatrice e missionaria, nell’opera di inculturazione, nel dialogo interreligioso, interdisciplinare ed interculturale, l’uso di un linguaggio maggiormente comprensibile all’uomo d’oggi.

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La teologia scolastica, pur nella comune accettazione della dottrina cattolica, abbraccia una pluralità di correnti e di scuole, che rispecchiano diversi livelli di perfezione teoretica e una varietà di impostazioni, di orientamenti, di accentuazioni e di preferenze. Secondo il criterio della fondatezza, del rigore argomentativo e logico, nonché di perfezione speculativa, la Chiesa dà la palma a San Tommaso, senza escludere gli altri Dottori. Badando al fatto della diversità, gli orientamenti principali sono l’affettivismo bonaventuriano, che si distingue dall’intellettualismo tomista e questi dal volontarismo univocista scotista, distinto a sua volta dal volontarismo essenzialista suareziano. Ma all’interno della stessa scuola tomista non mancano le sfumature come tra il Capreolo e il Gaetano, dei quali il primo pone la sussistenza della persona nella linea dell’essere, mentre il secondo la pone nella linea dell’essenza [6].

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LA DECANDENZA SCOLASTICA MEDIOVALE

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Nelle scuole di teologia patrocinate dalla Chiesa non sono mancate, nei secoli, pericolose deviazioni, le quali, se per un certo tempo hanno potuto essere tenute a bada dalla vigilanza della Chiesa, in seguito, per il sorgere di Università e istituti accademici laici indipendenti o addirittura ostili alla Chiesa cattolica, per esempio protestanti, per la loro incompatibilità col dogma cattolico, hanno dato origine a lungo andare a filosofie e teologie anticristiane. Sono, questi, per esempio, i casi famosi di Abelardo nel XII secolo e di Guglielmo di Ockham nel XIV secolo.

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Meister Eckhart era dottore in teologia, ma non esercitò la docenza, bensì si limitò alla predicazione ed agli scritti. Fu uomo pio e addirittura un mistico. Tuttavia ebbe alcune espressioni che sapevano di cristologia panteistica [«io sono Cristo»], che gli procurarono una condanna dopo morte nel 1329 da parte di Giovanni XXII, condanna, però, alla quale egli umilmente promise di sottomettersi, nel caso essa fosse avvenuta, e per questo atto di umiltà egli ricevette le lodi del Papa, che pur aveva disapprovato alcune sue tesi, e non fece, come alcuni vanitosi dei nostri giorni, che si fanno vanto di contestare il Magistero della Chiesa e riescono ad evitare la condanna o per le vergognose protezioni di cui godono o per la loro astuzia o per la scarsa vigilanza dei pastori.

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Quanto ad Abelardo, il quale risolveva la morale nell’aspetto soggettivo-inenzione respingendo quello oggettivo-contenutistico, fu condannato, su segnalazione di San Bernardo, dal Concilio di Sens del 1141. Invece Ockham, più astuto, riuscì a riscuotere credito clandestinamente all’interno della Chiesa, benché in costante contrasto con lei, per cui fu condannato nel 1348. Ma ciò non impedì ai suoi discepoli, per alcuni secoli, come per esempio Gabriel Biel, nel XV secolo, di ottenere uno spazio all’interno della teologia ecclesiale, tanto che Lutero, come è noto, si vantò di essere discepolo di Ockham, mentre i Domenicani, che non si lasciavano abbindolare facilmente [7], soprattutto col Card. Gaetano nel XVI secolo, combatterono duramente suoi errori. Ma l’occamismo, che dette origine all’empirismo inglese, forte della raccomandazione luterana, è sopravvissuto fino ai nostri giorni, oltre che naturalmente nella teologia luterana, essendo sfociato nell’attuale modernismo, soprattutto nelle correnti esistenzialistica, storicista, fenomenologia ed empirista.

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Il concretismo occamista conduce anche al materialismo. Lo stesso idealismo trascendentale, per quanto lontano dall’occamismo per il suo spiritualismo razionalista, ha in fondo un’anima nominalistica, evidente in Kant, nel momento in cui per lui l’astrazione non serve a cogliere l’essenza delle cose e la realtà universale dell’ente, partendo dall’esperienza, ma solo a dedurre a priori un’idea da un’altra. La dottrina kantiana del fenomeno ricorda molto l’intuizione occamista del concreto. Facciamo un elenco degli errori di Guglielmo di Ockham, germi patogeni del pensiero dei secoli seguenti fino ad oggi.

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  1. Oggetto della metafisica non è l’ente universale, ma quello singolare concreto, immediatamente esperito.
  2. L’operazione astrattiva allontana dal concreto e quindi dalla realtà.
  3. Con l’astrazione non si coglie un’essenza reale universale, ma solo una vaga immagine generale, che si designa con un nome [“nominalismo”], che raccoglie e designa una collezione di individui simili fra di loro.
  4. Dato che l’universale non ha realtà oggettiva, ma è solo un nome, non esistono necessità logiche fondate su di un’essenza oggettiva universale, ma solo fatti empirici mutevoli e contingenti, collegati tra di loro per associazione di idee. Per questo non si può dare una dimostrazione razionale certa, inconfutabile o inoppugnabile, ma solo conclusioni probabili e sempre rivedibili.
  5. Il vero non è tale perché l’intelletto si adegua al reale, ma perché la volontà vuole che sia vero.
  6. Quindi il bene non è ricavato dal vero, ma è deciso dalla volontà.
  7. Dio non vuole qualcosa perchè è bene, ma qualcosa è bene perchè Dio lo vuole.
  8. Dunque la legge morale non si fonda su di una natura umana oggettiva, universale e astratta, ma solo sulla natura concreta: la natura umana è quella data e singola natura umana e la somma degli individui. La legge morale, quindi, non dipende dalla verità dell’uomo, ma solo dalla volontà di Dio, che, se volesse, potrebbe decretare come bene l’omicidio o l’adulterio.
  9. Così per me, se voglio imitare la libertà divina, non esistono valori non negoziabili, ma li accetto solo se mi conviene.

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LA FILOSOFIA LAICA CONTRO LA TEOLOGIA SCOLASTICA

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La teologia scolastica, come abbiamo visto, sorse per iniziativa della Chiesa, in particolare del Concilio Lateranense IV del 1215, che ordinò ai vescovi di farsi aiutare da buoni teologi per l’istruzione e la formazione del clero. Era ovvio che i docenti dovessero essere sacerdoti, religiosi o secolari. Fu questa la grande chance per la nascita dell’Ordine Domenicano. Infatti San Domenico si appoggiò su questo canone del Concilio per dare il via al suo Ordine di Predicatori, mandando i suoi frati ad addottorarsi nei principali centri teologici di allora, Parigi, Bologna ed Oxford, e perché formassero buoni sacerdoti e vescovi da mettere a disposizione del Papa perché li inviasse a predicare il Vangelo in tutta Europa.

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Nel Medioevo, come è noto, la cultura filosofica e teologica si svolgeva sotto la presidenza e la protezione della Chiesa, ed era praticata da sacerdoti e religiosi, perché era ordinata alla formazione culturale dei sacerdoti e dei vescovi. La filosofia era esclusivamente al servizio della teologia e quindi della fede. Ma già nel Medioevo, soprattutto dietro lo stimolo dei Domenicani, valorizzatori, con SanTommaso d’Aquino, San Alberto Magno e Santa Caterina da Siena, della funzione dei laici, dei valori umani e civili, della scienza, delle arti e della razionalità, cominciarono a farsi strada, nel campo della filosofia e della teologia, anche i laici. Esempio fra tutti, benché allora molto raro, fu Dante Alighieri.

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Ma l’exploit della cultura laica, che tendeva a sottrarsi alla supervisione della Chiesa, dopo le prime avvisaglie con la Scuola Palatina di Carlo Magno nel IX secolo e Scoto Eriugena, e la Corte di Federico II di Sicilia nel XIII secolo, fu l’Umanesimo italiano del XV secolo e ancor più il Rinascimento, che giunse ad essere un vero e proprio ritorno di paganesimo, con la sua albagia, la sua carnalità, la sua dissolutezza e le sue superstizioni.

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L’Umanesimo italiano del ’400 ebbe, per impulso di Lorenzo de’Medici, quindi al di fuori delle istituzioni accademiche ecclesiastiche, la sua anima teologica nell’Accademia Platonica fondata da Marsilio Ficino, fattosi prete a 50 anni, ma già affermato nel campo della teologia e della mistica di tendenza ermetica e platonica. Nell’ambiente fiorentino ecco dunque fiorire il pensiero politico volpino di Machiavelli e l’umanesimo paganeggiante di Giovanni Pico della Mirandola, inutilmente contrastato dal Savonarola, vero teologo scolastico, benché estraneo all’istituzione accademica della Chiesa, ed anzi perseguitato da Papa Alessandro VI, smanioso di dominare sull’appetibile Firenze attraverso i Medici.

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Col sorgere del Rinascimento, il Papato perde progressivamente sia il prestigio teologico sia quello morale sulla cristianità europea, per cui ecco il moltiplicarsi di filosofi e teologi laici, che sempre più si mettono in urto con la teologia della Chiesa, ossia la teologia scolastica, come ad esempio nel secolo XVI, il sensista materialista Bernardino Telesio e Pietro Pomponazzi dell’Università di Padova, il quale negava l’immortalità dell’anima con la pretesa di rifarsi ad Aristotele. In questo clima, a completare la desolazione dei tempi, in opposizione al paganesimo rinascimentale, ma anche purtroppo alla teologia scolastica, facendo di tutte le erbe un fascio, come è noto, ci mancava che sorgesse la riforma luterana, ulteriore colpo alla teologia scolastica, benché questa volta si trattasse, con Lutero, di un teologo formato nella teologia scolastica. Ma ecco che Lutero, dopo un inizio che parve essere sincero e promettente, fece chiaramente comprendere alla Chiesa che sotto la copertura di un’apparente fede fervorosa e fiduciosa in Cristo misericordioso, continuava ad ardere la stessa fiamma impura dell’orgoglioso ed egocentrico io rinascimentale.

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Il Concilio di Trento ripristina la teologia scolastica gravemente danneggiata e deplorevolmente calunniata da Lutero, ed avvia, con una rinnovata raccomandazione della dottrina dell’Aquinate, una nuova vigorosa e feconda stagione della teologia scolastica, che ha un suo importante esponente in Francesco Suarez, il cui sistema, come è noto, cerca di accostare Tommaso, Scoto ed Ockham. Questo sincretismo prepara l’avvento di Cartesio, il quale, come è noto, fu allievo di Gesuiti.

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CARTESIO NEMICO DELLA TEOLOGIA SCOLASTICA

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Ma con Cartesio, nel sec. XVII, la filosofia dei laici diventa ancora più arrogante e, avanzando la stolta anche se fascinosa pretesa di aver trovato il primo incontrovertibile principio della certezza e della verità non nell’adesione o adaequatio dell’intelletto all’ente sensibile conosciuto per mezzo dei sensi — la tomistica ed aristotelica quidditas rei materialis —, ma in una immediata ed originaria — in realtà inesistente — coscienza di pensare. Tale coscienza non era quindi ricavata da una precedente esperienza delle cose sensibili, ma da quella autocoscienza [«cogito»], che Cartesio vorrebbe identificare con la coscienza di esistere («sum»), con la conseguenza che il cogito viene ad identificarsi col sum [Hegel] o il sum viene «posto» (setzt) dal cogito [Fichte].

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È chiaro che questa concezione del principio del sapere, che implica una concezione idealistica del principio dell’essere, è il totale sovvertimento della filosofia e della teologia scolastiche; non solo, ma è anche il sovvertimento delle basi della ragione e della fede cristiana. Il che è ancora più grave, nonostante le assicurazioni di Cartesio in contrario. Benché dunque si parli di una scuola cartesiana e si siano fatti tentativi — per esempio Malebranche e Leibnitz, fino ad Hegel, e Gioberti, gli ontologisti dell’800, Bontadini e i modernisti — di costruire una teologia sulla base del cogito, questi tentativi sono falliti o illusori, e per questo la Chiesa, mentre da una parte ha messo all’Indice le opere di Cartesio nel 1663, da allora non ha fatto che raccomandare, fino al Concilio Vaticano II ed oltre, una teologia scolastica basata sulla visione aristotelico-tomista.

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Per questo, è estremamente deplorevole che oggi come oggi l’influsso cartesiano-idealista, per opera dei modernisti, senza significativi interventi dell’autorità ecclesiastica, sia penetrato nelle stesse istituzioni accademiche della Chiesa, con la conseguenza di formare sacerdoti, vescovi e teologi sedicenti «progressisti», senza carattere e senza personalità, come canne sbattute dal vento, pavidi ed opportunisti, oppure ambiziosi e vanagloriosi, proni a servire e a cercare consensi dal mondo. Il cartesianismo è così alle origini dell’idealismo trascendentale tedesco del XIX secolo, tuttora vivo in quanto questo idealismo è congiuntamente uno sviluppo del luteranesimo. Ma non si può considerare vera teologia scolastica, ossia scientifica, perché non ha fondamento né nella ragione né nella fede, ma è quella che Antonio Livi chiama giustamente una «equivoca filosofia religiosa»[8].

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Ma Cartesio è anche alle origini dell’illuminismo e della dottrina massonica, oggi pure potente nel mondo. È anche all’origine della fenomenologia husserliana. Heidegger deriva da Husserl. Severino è un idealista eternalista. Quanto all’occamismo, esso è ancora vivo nell’empirismo inglese e nell’esistenzialismo. Il marxismo è sorto da un’opposizione ad Hegel. L’idealismo a sua volta è stato ed è l’ispiratore del modernismo, del quale il Concilio ha saputo cogliere le istanze positive, eliminando il veleno, sicché la teologia scolastica oggi può valersi di queste istanze purificate dal Concilio.

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SE VOGLIAMO CUSTODIRE IL DOGMA, DOBBIAMO CONTINUARE E MIGLIORARE LA TEOLOGIA SCOLASTICA

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Oggi, nelle stesse istituzioni educative, scolastiche ed accademiche della Chiesa, non esiste quasi più da nessuna parte l’intento di fare filosofia scolastica in continuità, sia pur progredita, con quella dei secoli passati, e spesso si è perduto o si disprezza il concetto stesso di teologia scolastica, così come lo abbiamo definito in conformità con il Magistero della Chiesa. Si crede, con Rahner, che la teologia scolastica o «neoscolastica», come la chiamano, sia finita col Concilio Vaticano II: cosa che in realtà è assolutamente falsa, giacché, come è noto al di fuori di chi non vuol sapere, proprio questo grande Concilio è quello che, diversamente da tutti gli altri, ha raccomandato San Tommaso, Principe degli Scolastici [9].

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E c’è da notare peraltro che il discepolato tomista non richiede sempre un’assoluta uniformità di pensiero, ma dà spazio ad una certa diversità di opinioni. Per esempio, il concetto di sussistenza della persona può essere avvicinato o all’essenza o all’esistenza. Nel primo caso appare più chiaro l’elemento dell’immutabilità dell’essenza e quindi dell’immutabilità della legge morale; nel secondo caso, invece, appare più chiara la concretezza e la mutabilità esistenziali di ogni singola persona, per cui è facilitata la giusta applicazione della legge morale nei casi concreti.

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A partire dall’immediato post-concilio hanno così cominciato ad affermarsi, nelle scuole della Chiesa, delle forme e dei metodi di teologia, i quali, benché comunque obbligati ad organizzare giuridicamente e tecnicamente le scuole, si sono di fatto deliberatamente rifiutate di porsi in continuità, sia pur progressiva e innovatrice, con la precedente teologia scolastica, col triste risultato di avviare cattive scuole, di carattere modernista, semenzai di eresie, per l’assenza o la falsificazione dei valori, dei princìpi e dei metodi antichi di secoli, sicuri e comprovati, della precedente teologia scolastica. In questi cinquant’anni dal Concilio vi sono stati vari tentativi di rinnovare, correggere, ammodernare e migliorare l’insegnamento, la didattica e i contenuti della teologia negli istituti della Chiesa, ma purtroppo si è in gran parte avviato e prodotto un falso rinnovamento, che in realtà è decadenza e imbarbarimento di tipo modernistico, per lo più influenzato dal protestantesimo e dall’idealismo tedesco.

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Un segno evidente di questo grave degrado culturale, è lo spregio quasi universale nel quale è tenuta la metafisica, soprattutto nella sua impostazione realistica, qual è quella di San Tommaso, che è proprio quella raccomandata dalla Chiesa. Sulle nozioni fondamentali della metafisica, che poi sono quelle più originarie, spontanee, evidenti ed incontrovertibili della ragione, impera la più crassa ignoranza, al posto della quale ci si accontenta delle creazioni fantastiche, della favolistica e della mitologia. Ovviamente enorme è il danno per la comprensione del dogma, che viene falsificato o svuotato di senso, dato che esso è per lo più formulato in concetti metafisici.

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Al di là dell’orpello delle strutture, dell’erudizione storica e dei servizi tecnici, il livello scientifico, intellettuale e sapienziale è spesso disceso al di sotto di quello medioevale. Eresie prenicene o protestanti, che si credevano superate da secoli, si sono ripresentate, ed anzi sono oggi in auge, come se la Chiesa in tutto questo tempo nulla avesse insegnato o chiarito. Il modernismo, che sembrava esser stato sconfitto da San Pio X, ha invece covato sotto la cenere, ed è tornato allo scoperto peggio di prima, dopo il Concilio, falsamente presentandosi come il suo interprete. Le tendenze teologiche, ormai dominanti negli istituti ecclesiastici, che oggi si contendono la successione alla teologia scolastica, sono la teologia della liberazione di Schillebeeckx e la teologia trascendentale di Rahner. Entrambi, a parte le loro caratteristiche proprie, ripudiano la teologia speculativa e sono soggette ad influssi protestanti e massonici.

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La teologia modernista, col pretesto della predicazione e dell’evangelizzazione, sulla spinta di Lutero, seguìto da Barth e Bultmann, si risolve nella teologia «kerygmatica», ridotta così o a pastorale [Rahner] o a prassi di liberazione [Schillebeeckx]. Invece, la teologia, come scienza o conoscenza speculativa e dimostrativa, sistematico-deduttiva di un insieme ordinato completo, logicamente connesso, di proposizioni fisse, certe, precise ed immutabili, è ripudiata o come impossibile o come residuo medioevale o come insieme di schemi antiquati, astratti, astorici e rigidi, incapaci di incidere sul concreto dell’esistenza.

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Altra caratteristica della teologia modernista è il suo storicismo, [Kasper, Küng, Grillo, Forte e Bordoni], dipendente dalla sua negazione di una verità immutabile e sovrastorica. Non si tratta tanto di ridurre la teologia alla storia della teologia, il che sarebbe già un errore, ma si tratta di un errore più grave, che concerne la stessa produzione formale del sapere: lo stesso far teologia non è un ragionare o dedurre o un dimostrare, ma un narrare, un raccontare. L’«evento» [Ereignis] si sostituisce al concetto e quindi al dogma. Con ciò non intendo dire che un dogma non possa avere come contenuto un fatto storico, per esempio la crocifissione di Cristo, ma nello storicismo è l’atto stesso del sapere che è un «evento»; dal che il divenire o mutare dello stesso oggetto formale dell’atto e quindi l’impossibilità di una verità immutabile.

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Una corrente teologica sorta di recente nell’ambito della teologia morale in particolare in rapporto alla vasta problematica concernente l’etica sessuale e familiare, è la cosiddetta queer theology (queer =strano, bizzarro), ma meglio denominata dai teologi seri «pornoteologia», secondo una espressione coniata a inizi anni Settanta dal Padre Cornelio Fabro. Si tratta infatti di una sconcia tendenza pseudoteologica ed ereticale, la quale sostituisce la legge naturale, giudicata “astratta”, ”superata” e ”rigida”, con l’obbedienza cieca alla pulsione istintiva e soggettiva del piacere sessuale, la «libido» freudiana, in base alla quale ognuno è libero di scegliere il «proprio orientamento sessuale». Si tratta, in fondo, di una spudorata ripresa del vecchio epicureismo pagano, sempre allettante per gli uomini carnali, con un’ipocrita verniciatura teologica [povera teologia!], dove di divino non c’è niente, ma solo la pura esaltazione del piacere.

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Davanti a un tale imbarbarimento e abbrutimento della teologia, sotto i più vani e speciosi pretesti e le false apparenze della “odernità postconciliare”, occorre allora dire a chiare lettere che il Concilio Vaticano II, il cui indirizzo negli studi teologici trova un luminoso orientamento ed una poderosa sollecitazione ed applicazione nell’enciclica Fides et Ratio di San Giovanni Paolo II [cf. QUI], alla quale hanno fatto seguito l’enciclica Lumen Fidei [cf. QUI] e la recente Costituzione Apostolica di Papa Francesco Veritatis Gaudium [cf. QUI], col suo richiamo a San Tommaso d’Aquino, conferma autorevolmente l’attualità e l’importanza della teologia scolastica per la formazione del clero e per confrontarsi costruttivamente con i valori e gli errori della modernità.

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Varazze, 17 giugno 2018 

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NOTE

[1] Vedi la commemorazione di questo avvenimento negli Atti del convegno promosso dalla diocesi di Perugia nel 2003, pubblicati a Perugia nel 2004, “La filosofia cristiana tra Ottocento e Novecento e il Magistero di Leone XIII”.

[2] Cf il numero monografico di Divus Thomas, Il destino ecclesiale della teologia come scienza, n.40, gen.-apr., 1/2005; A.Livi, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012.

[3] Cf A.Gardeil, Le donné révélé et la théologie, Les Editions du Cerf, Paris 1932.

[4] Vedi la recente Costituzione Apostolica di Papa Francesco “Veritatis gaudium” sulla riforma degli studi ecclesiastici.

[5] Cf. G. Mattiussi, SJ, Le XXIV tesi della filosofia di SanTommaso d’Aquino approvate dalla S. Congregazione degli Studi, Tipografia della Pontificia Università Gregoriana, Roma 1947.

[6] U. Degl’Innocenti, Disaccordo del Capreolo col Gaetano a proposito della personalità, in Il problema della persona nel pensiero di SanTommaso, Libreria Editrice della pontificia Università Lateranense, Roma 1967, pp.122-154.

[7] Occorre arrivare al sec. XX, con la corrente di Schillebeeckx, per avere Domenicani carenti di senso critico e vittime dei pregiudizi moderni.

[8] Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012.

[9] Cf. Optatam Totius,  16 QUI e Gravissimum Educationis, 10 QUI.

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