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Noi credenti dobbiamo evitare di entrare dentro le chiese storiche per tutelare la nostra fede e il nostro senso del sacro?

21 Agosto 2024/in Attualità/da Padre Ariel

NOI CREDENTI DOBBIAMO EVITARE DI ENTRARE DENTRO LE CHIESE STORICHE PER TUTELARE LA NOSTRA FEDE E IL NOSTRO SENSO INNATO DEL SACRO?

Se un credente, per di più un prete ― anche se oggi essere prete non implica essere credente, ne abbiamo a bizzeffe di preti che sono dei perfetti atei devoti al nuovo potere clericale, tutti impegnati nel sociale ― si rifiuta di entrare dentro le chiese storiche, qualche domanda i vescovi se la dovrebbero porre, se non fossero a loro volta impegnati a fare i capo-operatori sociali.

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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In questo mese di agosto ho trascorso dieci giorni al fresco, sui monti d’Abruzzo. Tra non molto “al fresco” ci finirò nel senso letterale del termine: in galera. O per dirla col Cardinale Francis George (1937 – †2015), sul quale ci rende testimonianza anche il Cardinale Angelo Comastri:

«Penso di morire nel mio letto ma il mio successore ho paura che morirà in prigione. E il successore ancora ho paura che morirà fucilato, perché difendiamo la famiglia, perché diciamo che la famiglia è formata da un uomo e da una donna e che la vita deve nascere da un padre e da una madre. Saremo perseguitati per questo» (dall’omelia del 4 agosto 2024, QUI).

Anche se molti non ne sono consapevoli, il nostro destino è segnato. Altri, che invece ne sono consapevoli, amoreggiano con questo nostro mondo immondo cercando di piacergli, nella speranza di ottenere le sue grazie ed essere graziati al momento opportuno.

Da anni evito di entrare nelle chiese storiche, a partire da quelle di Roma, memore delle dissacrazioni alle quali i credenti sono costretti ad assistere per opera dell’assalto dei moderni lanzichenecchi (cfr. Sacco di Roma del 1527). E così, quando ritrovandomi con persone in giro per la nostra Capitale mi è stato più volte proposto di entrare con loro in alcune di queste chiese, senza esitare ho risposto: «Andate voi, io vi aspetto fuori».

Prima di ripartire dai freschi monti mi sono recato nelle vicine Marche, ad Ascoli Piceno, per visitare quell’autentico gioiello urbano, questa volta entrando dentro la Chiesa Cattedrale, coi risultati visibili dal video che ho girato col mio telefono cellulare. Posso narrarne una sola, perché penso basti e avanzi: entrando nella cappella del Santissimo Sacramento mi sono inginocchiato alla balaustra davanti al tabernacolo, alle mie spalle una voce femminile esordisce così a basso tono: «…e quello lì che cazzo fa in ginocchio davanti a quel mobile?». Mi volto e vedo a pochi metri di distanza da me tre ragazzine di tredici, quattordici anni circa, in pantaloncini-mutanda-inguinali, intente a osservarmi da dietro come fossi stato David Bowie nel film di fantascienza L’uomo che cadde sulla terra.

Se un credente, per di più un prete ― anche se oggi essere prete non implica essere credente, ne abbiamo a bizzeffe di preti che sono dei perfetti atei devoti al nuovo potere clericale, tutti impegnati nel sociale ― si rifiuta di entrare dentro le chiese storiche, qualche domanda i vescovi se la dovrebbero porre, se non fossero a loro volta impegnati a fare i capo-operatori sociali.

Non entro dentro le chiese storiche ridotte a musei visitati da persone sempre più irriverenti e volutamente sprezzanti tutto ciò che è sacro, perché non sono disposto a vedere ragazze che non indossano neppure più pantaloncini corti detti shorts, ormai entrano nei luoghi di culto vestendo delle vere e proprie mutande, quelle che una volta si chiamavano culottes e che costituivano la biancheria intima femminile indossata sotto i vestiti. Oggi le culottes hanno invece assunto rango di vestiti e con esse si entra nelle chiese, con tanto di reggiseni detti top che lasciano la pancia scoperta in bella vista.

Non entro dentro le chiese storiche perché molte donne e ragazzine che con certi loro atteggiamenti provocano volutamente e intenzionalmente, non desiderano di meglio che qualche prete irritato dai loro atteggiamenti oltraggiosi verso la sacralità del luogo apra bocca per redarguirle; questo vogliono e cercano, per poi scatenare pubbliche polemiche sui social media o dare vita a un vero e proprio caso mediatico.

Se osassi redarguire qualcuna di queste porno-visitatrici, per assurdo che sembri finirei redarguito io dalla competente autorità ecclesiastica, non essendo né il vescovo di quella diocesi né il parroco né il rettore di quella chiesa. Anche perché, se dentro una chiesa cattedrale si entra in mutande, chi di fatto lo permette è anzitutto il vescovo.

In occasione del tradizionale Palio ho commentato giorni fa sulla mia pagina social — in modo volutamente colorito — l’immagine di diverse ragazze entrate urlanti e sguaiate dentro la cattedrale metropolitana di Siena vestite non tanto in modo indecente, ma proprio mezze nude. Il filmato qui riportato mostra in primo piano le donzelle che attraversano la navata centrale in mutande a pancia scoperta.

Ovviamente mi sono dovuto sorbire le ire e gli insulti del più gretto provincialismo senesota formato da contradaioli che se fermati e interrogati non saprebbero recitare il Padre Nostro dall’inizio alla fine; soggetti che rimarrebbero ammutoliti dinanzi alla domanda: riesci a dirmi le prime cinque parole del Credo? Questo esercito social di persone che non sanno neppure da quale punto preciso del loro corpo partire per farsi il segno della croce, ha difeso a spada tratta queste spudorate dando del «volgare» e della «vergogna di prete a me» per avere osato — a loro dire — emettere un sospiro sul “sacro dogma” del Palio, di cui a me non interessa niente, come avevo spiegato in modo chiaro. Ciò che solo a me interessa è che delle giovani donne prive di comune senso del pudore non siano fatte entrare urlanti dentro una storica chiesa cattedrale in mutande a pancia scoperta, neppure se ha vinto la loro cosiddetta Contrada, di cui a me, come a qualsiasi altro figlio della orbe catholica, ripeto, non può interessar di meno, perché il rispetto del luogo sacro è di gran lunga superiore ai tradizionali ludi pagani del Palio di Siena.

15 agosto 2024, ingresso trionfale delle donne in mutande dentro la Cattedrale metropolitana di Siena per festeggiare la contrada vincitrice del Palio

Ecco perché non entro dentro le chiese storiche, con buona pace dei nostri vescovi che dinanzi a queste scene dissacranti si sfogano più che mai parlando di poveri e migranti, di migranti e poveri, oltre che di «Chiesa in uscita».

Il problema è che dalle chiese stiamo uscendo noi credenti, noi preti stessi animati da fede e solido spirito sacerdotale, per lasciare spazio alle mutande delle sfacciate che con i perizoma in mezzo al culo rimirano nella storica cattedrale quella grande sedia posta in bella mostra sul presbiterio, a noi nota come cattedra episcopale, sulla quale sale una tantum uno dei numerosi tizi che cerca di piacere e compiacere le Sinistre internazionali parlando di poveri e migranti di migranti e poveri, mentre dentro la sua chiesa cattedrale si passeggia con le culottes o il filo del perizoma messo in mostra nel bel mezzo del culo sotto pantaloncini trasparenti. Per questo è molto coerente che il Santo Padre abbia lanciato a suo tempo l’eccitante slogan della «Chiesa in uscita», dalla quale i primi a uscire sono proprio i credenti, a tutela e salvaguardia della loro fede, semmai dietro consiglio di noi preti stessi rimasti ancóra cattolici.

Io sarò tra quelli che non moriranno nel proprio letto, sicuramente morirò in carcere, mentre quelli dopo di me, i pochi che avranno conservata la fede, moriranno fucilati in piazza per aver affermato che un bambino può nascere solo da un padre e da una madre, mentre i clericali piacioni della «Chiesa in uscita» domanderanno perdono a tutte le Sinistre internazionali per il rigore di certi cattolici indegni privi di spirito inclusivo incapaci di stare al passo coi tempi, proprio come quei vili ecclesiastici che per aver salva la pelle e mantenere i propri privilegi giurarono fedeltà sul testo ateo e anti-cristiano della Carta Costituzionale di Francia durante la Rivoluzione.

Il filo del perizoma certe donne lo portano in mezzo al culo quando vanno a visitare le chiese storiche; certi ecclesiastici, il perizoma, lo portano invece stampato sulle loro facce mentre governano e gestiscono la Chiesa in modo tale da dimostrare di giorno in giorno quanto si vergognino profondamente di Cristo, scusandosi col mondo per lui e per il suo eccessivo rigore impresso sulle pagine del Santo Vangelo che racchiude al proprio interno tutto ciò che non piace al mondo, per questo è fonte di imbarazzo sempre più crescente per il clericalismo accondiscendente che desidera piacere, compiacere e vivere sereno.

 

dall’Isola di Patmos, 21 agosto 2024

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