I nuovi falsi profeti e le menzogne di Enzo Bianchi

I NUOVI FALSI PROFETI  E LE MENZOGNE DI ENZO BIANCHI

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Una simile arrogante sfrontatezza nel Bianchi si può spiegare solo perché, in questa tragica ed ingovernabile situazione, che sta vivendo oggi la Chiesa, è spalleggiato da potenti forze anti-cristiche, sicché, come ai tempi oscuri del X secolo, Marozia e le potenti famiglie romane spadroneggiavano sul Papa, così oggi spadroneggiano i ben più astuti modernisti, presenti ormai nella Santa Sede e tra gli stessi “collaboratori” del Papa, che non si capisce per quali motivi se li tiene o li assume, o perché forse spera di tenerli a bada o perché non è capace di cavarseli d’attorno […]

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole».

[II Lettera del Beato Apostolo Paolo a Timoteo, 4, 3-4]

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Enzo bianchi con Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II dona una corona del rosario a Enzo Bianchi, forse per invitarlo a pregare la Beata Vergine Maria per la conversione dei luterani?

Il famoso monaco Enzo Bianchi ha tenuto di recente a Torino una conferenza dal titolo “Etica cristiana e malattia” in occasione del XX congresso nazionale FADOI [Federazione Associazioni Dirigenti Ospedalieri Italiani]. In essa Bianchi intenderebbe presentare l’etica cristiana concernente il tema del dolore, del male e della morte, invece di fatto espone una visione meramente filantropica, per non dire atea, che meglio rispecchia l’etica razionalistica dell’Illuminismo o della Massoneria e nulla ha a che vedere con l’etica cristiana.

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Da qui l’incredibile impudenza con la quale Bianchi falsifica l’etica cristiana. Invece, la vera etica cristiana, della sofferenza redentrice, è da lui sbeffeggiata come cosa ripugnante e superata. Parla non da monaco cristiano, ma come parlerebbero Nietzsche o Marx. Pertanto, quel Lutero del quale Bianchi si vanta di essere interlocutore, ne sarebbe scandalizzato e col suo tipico frasario sanguigno e colorito gli avrebbe dato del buffone e del bestemmiatore. Bianchi infatti sembra bensì accogliere l’istanza umanistica e solidaristica del cristianesimo, con il dovere di curare la salute e di lottare contro le malattie e la sofferenza, ma poi tutto ciò si rivela uno specchietto per le allodole, perché Bianchi fallisce completamente nel presentare l’aspetto proprio e quindi anche umano dell’etica cristiana, come vedremo dalle sue affermazioni, che qui riporto con la mia relativa confutazione racchiusa sotto il titolo “risposta”.

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Enzo Bianchi con Benedetto XVI

Enzo Bianchi, che per inciso non è né un chierico né un religioso professo, ma solo un laico sottoposto all’autorità di se stesso, rende omaggio a Benedetto XVI mascherato da abate

Per verificare la falsità delle sue tesi è sufficiente confrontarle con l’insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica. Ma evidentemente soggetti come Bianchi se ne infischiano del Catechismo, perché, sull’esempio di Lutero, conoscono loro il cristianesimo meglio del Romano Pontefice e della Chiesa Cattolica.

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Una simile arrogante sfrontatezza nel Bianchi si può spiegare solo perché, in questa tragica ed ingovernabile situazione, che sta vivendo oggi la Chiesa, è spalleggiato da potenti forze anti-cristiche, sicché, come ai tempi oscuri del X secolo, Marozia e le potenti famiglie romane spadroneggiavano sul Papa, così oggi spadroneggiano i ben più astuti modernisti, presenti ormai nella Santa Sede e tra gli stessi “collaboratori” del Papa, che non si capisce per quali motivi se li tiene vicini o li assume; forse perché spera di tenerli a bada o perché non è capace di cavarseli d’attorno, probabilmente per troppa indulgenza o accondiscendenza e insufficiente energia, o per timore di vendette o perché minacciato o circonvenuto? Mentre il più deciso, coraggioso e perspicace Benedetto XVI è stato invece costretto ad abdicare il sacro soglio, ma il nostro trepidante pensiero va anche a quanto avvenne per il povero Giovanni Paolo I …

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Enzo bianchi con Francesco

Enzo Bianchi, che non ha mai professato voti religiosi e che non ha mai ricevuto i sacri ordini, si presenta nuovamente in maschera da abate, questa volta dal Santo Padre Francesco.

… è sempre stato uso degli eretici, quando i complotti non riescono e le ambizioni restano insoddisfatte, ricorrere al delitto, pur di realizzare, difendere o nascondere i loro piani perversi. Non avendo argomenti teologici e giuridici per sostenere le loro tesi, facilmente, se hanno potere, ricorrono all’intimidazione o alla violenza. La domanda che ci poniamo è come mai non compaia alcuna alta autorità per fermare questo impostore, seduttore dei fedeli e fantoccio dei miscredenti. Nessuno che difenda il Vicario di Cristo o gli dia qualche buon consiglio? Soltanto alcuni pochi coraggiosi, come per esempio l’illustre teologo Antonio Livi, stanno svolgendo un’opera di chiarificazione per impedire che si disonori il nome cattolico e di aiuto per coloro che sono ingannati – o vogliono ingannarsi – dalle sconcezze di Bianchi … [cf. QUI, QUI, QUI, etc..]

… ma vediamo adesso le tesi di Bianchi. Mettiamo in rientranza le sue dichiarazioni in corsivo e sotto le mie risposte.

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enzo bianchi duomo di padova

Enzo Bianchi tiene una lectio dall’ambone della chiesa cattedrale di Padova

L’etica cristiana

L’etica è una via per diventare uomo o donna. L’etica cristiana ha subìto e subisce evoluzioni. Su questo punto nessuna illusione: essa non è data una volta per sempre, non è cristallizzata in formule dogmatiche.

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Risposta

Il diventare uomo o donna è oggetto della genetica e non della morale. L’etica non riguarda la genesi dell’uomo, ma la questione dell’agire umano e della scelta tra il bene e il male. Essa certo educa l’uomo a raggiungere la maturità psicologica e morale e la perfezione spirituale, ma suppone l’uomo già costituito, responsabile delle proprie azioni, e si propone di indirizzarlo al conseguimento del suo fine ultimo, che è Dio, mediante l’osservanza dei divini comandamenti. Semmai il fine dell’etica cristiana è quello di diventare figlio di Dio. Nasciamo uomini figli di Adamo peccatore, ma Cristo ci fa diventare, col battesimo, figli di Dio.

Le norme dell’etica, di ragione (legge naturale, diritto naturale, etica naturale) o di fede (dogmi morali, diritto divino, etica cristiana) sono universali ed immutabili, come immutabile è la natura umana, la medesima in tutti gli individui dall’inizio alla fine della storia, al di là dell’evoluzione storica e delle differenti culture. Se così non fosse, si aprirebbe lo spazio ad ogni forma di discriminazione tra uomo e uomo e ad ogni forma di sopraffazione dell’uomo sull’uomo.

Esistono di fatto diversi livelli e forme di condotta morale, diversi codici giuridici ed usanze, legati ai diversi individui, popoli e società, con pregi e difetti. Ma le norme fondamentali, dettate dalla semplice ragione naturale, sono le stesse per ogni uomo, colto o ignorante, non in quanto è questo o quell’uomo, ma in quanto è uomo. Tutti gli uomini ― e lo sanno ― devono rispondere a Dio del loro operato.

Presentandosi l’occasione propizia, e questa può essere l’ approssimarsi della morte, non bisogna aver timore di parlare di Dio agli atei, perché lo sanno anche loro che Dio esiste, benché fingano di non saperlo o magari non ne vogliono sapere. Quante persone, dovutamente e caritatevolmente assistite, si convertono in punto di morte da una vita spesa nel peccato!

Le norme morali impongono quindi doveri assoluti e richiedono fedeltà e costanza, a costo di sacrificio, negli impegni presi davanti a Dio e agli uomini. Indubbiamente, le norme morali possono e devono essere sempre meglio conosciute ed applicate con i progressi della scienza e dei costumi.

Mutevoli e relative invece, e soggette ad eccezioni, sono le norme positive stabilite dal diritto e dal potere civile ed ecclesiastico, nell’ applicazione della legge morale nelle varie situazioni e circostanze.

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Enzo bianchi predica ai sacerdoti di siena

Enzo Bianchi invitato dall’Arcivescovo Metropolita di Siena a tenere una meditazione al clero, presso i locali del Seminario arcivescovile Pio XII, che dopo cinque secoli di attività è stato chiuso un anno fa, per mancanza di vocazione al sacerdozio [cf. QUI]. Oggi, parte dei locali dell’ex seminario, sono stati affittati ad un lussuoso albergo [cf. QUI] ed i pochi seminaristi sopravvissuti inviati presso il Seminario Arcivescovile di Firenze.

Il problema del male

L’etica cristiana non dà alcuna spiegazione al problema del male, della malattia e della morte. Essa ha proposto un immaginario come una storia che pretendeva di spiegare l’origine del male: il mito che il male, la malattia e la morte derivino da una colpa dei primi esseri umani. Non accettiamo più che il nostro soffrire “derivi” dalla colpa di qualcuno che ci ha preceduto e che, di conseguenza, ci sia stato dato in eredità.

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Risposta

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Il racconto genesiaco dell’origine del male dal peccato dell’angelo [1] e della coppia dei nostri progenitori, con le sue conseguenze, non è affatto né un “immaginario” né un “mito”, ma è verità storica oggetto di fede (cf. Cat. nn. 385-409) [2]. Questo racconto ci fa comprendere che l’umanità, a seguito del peccato originale, è caduta in uno stato di miseria e di tendenza al peccato, condizione dalla quale l’uomo non riesce a risollevarsi con le proprie forze.

La Scrittura narra come il Padre ha avuto pietà di noi e ci ha dato per la nostra salvezza e la remissione dei peccati suo Figlio Gesù Cristo, il quale, come dice il Concilio di Trento, «con la sua santissima passione sul legno della croce ci ha meritato la giustificazione ed ha soddisfatto per noi al Padre» (cf. Denz.1529) [3]. Se non si comprende che cosa è stato il peccato originale e quali sono le sue conseguenze, non si capisce neanche il senso dell’opera salvifica di Cristo, il quale ci chiede di unirci alla sua croce per la salvezza del mondo.

Uno dei massimi meriti e pregi del cristianesimo è quello di spiegarci che cosa è il male, da dove trae origine e come si può vincere. Il cristianesimo insegna sostanzialmente che Dio bontà infinita non vuole il male, ma lo permette per mostrare la sua onnipotenza, la sua misericordia e la sua bontà.

Onnipotenza vuol dire che Dio, col suo potere creatore benefico, misericordioso e provvidente, certamente punisce il malfattore, ma in vista di ricavare dallo stesso castigo o sventura, e quindi in generale dal male, un bene maggiore, come per esempio il perdono, bene maggiore di quello che ci sarebbe stato se il male non ci fosse stato: Egli infatti, nella sua misericordia, perdonando in Cristo il peccato, conduce l’uomo, per mezzo della grazia, allo stato di figlio di Dio, mosso dallo Spirito Santo, stato che è superiore allo stato di innocenza dei progenitori prima del peccato.

Tutto ciò mostra in Dio una bontà che colma oltre misura le semplici esigenze di felicità naturale, una bontà superiore a quella che Egli avrebbe mostrato, se non avesse elevato l’uomo in Cristo alla condizione soprannaturale di figlio di Dio. Il Padre, però, nel contempo, come risulta dal dogma della Redenzione, ha voluto essere compensato per l’offesa recataGli da Adamo e dai suoi discendenti, e pertanto ha voluto che l’uomo riparasse per giustizia la propria colpa unendosi al sacrificio della croce, col quale Cristo ha meritato la nostra giustificazione. In tal modo l’uomo può conquistarsi per giustizia, con le buone opere, per i meriti di Cristo, quella stessa salvezza che gli viene donata da Cristo gratuitamente, per misericordia.

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Enzo Bianchi con arcivescovo di Palermo

Enzo Bianchi invitato dall’Arcivescovo Metropolita di Palermo, soldato della Scuola di Bologna e capofila del dossettismo in Sicilia, a tenere una lectio su “Il primato della misericordia secondo Enzo Bianchi” [cf. QUI]

La fede cristiana

La fede cristiana non risolve il problema dell’origine del male, del soffrire, non lo spiega! La fede, non sopprime l’assurdo, non dà neppure senso alla malattia.

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Risposta

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Uno dei pregi principali della Rivelazione cristiana (Scrittura e Tradizione) è quello di illuminare con la luce della fede l’umanità circa il mistero del male [4]. La Parola di Dio ci dice qual è la natura profonda ed ultima del male, l’origine e il rimedio totale e definitivo del male; ma non ci dà una ragione o spiegazione o dimostrazione necessaria o logica (come credeva Hegel) per sapere perché Dio ha permesso il male. Questo è un mistero impenetrabile, noto solo a Dio, mistero che tuttavia, ai fini della nostra salvezza, non è necessario conoscere.

Se però non sapessimo che cosa è il male, quale ne è l’origine e quali le cause, non potremmo conoscere i mezzi per liberarcene e la salvezza sarebbe impossibile. Il cristianesimo c’insegna che il vero male, più che il patire, è fare il male, è il peccato, perché la pena è conseguenza del peccato. Fare il bene è promuovere la vita; per conseguenza fare il male è sopprimere la vita. La vita è il frutto della giustizia. La morte è la conseguenza del peccato. Pur di non fare il male, è dunque meglio patire il male, come diceva San Domenico Savio: «la morte, ma non peccati». La sofferenza è un male. Ma se per fare il bene ed evitare il peccato, occorre soffrire, ben venga la sofferenza.

Se Dio avesse voluto, avrebbe potuto far sì che il male non esistesse. Dio non è stato affatto necessitato a permettere l’esistenza del male, ma lo ha fatto liberamente. Possiamo solo formulare motivi di convenienza o congetture sul perché dell’esistenza del male, ma non produrre argomenti dimostrativi. Dobbiamo quindi credere con ferma fede che è bene così, anche se non possiamo scrutarne il perché.

Dobbiamo dire, alla luce della fede, che è bene che il male ci sia, certo non per compierlo o approvarlo o accettarlo, ma per combatterlo e distruggerlo. Combattere il male è bene. Dunque la presenza del male dà occasione per fare il bene. Solo il male della giusta pena, per esempio l’inferno [5], è un bene in senso assoluto, perché è espressione della giustizia divina.

Già la ragione naturale, grazie alla filosofia, si accorge che il male esiste, non è necessario ma contingente, sa che cosa è, conosce la sua dannosità, vi trova un senso e un significato intellegibili, per quanto ripugnante alla volontà. Sa che è peggio il male di colpa che quello di pena; comanda la lotta contro il male e il peccato, sa che esso è causa di sofferenza e che è causato da un agente libero, finito e peccabile, quindi non da Dio, che è bontà infinita e che può vincere il male. Ma l’uomo fragile e peccatore, senza il soccorso della grazia, non riesce a liberarsi dal male e dalla sofferenza.

Ecco che allora la Rivelazione fa’ luce ulteriore, definitiva, incoraggiante e consolante sul mistero del male, grazie all’insegnamento e all’esempio di Cristo, mediato dal Magistero della Chiesa. L’apporto principale del cristianesimo sta nell’insegnare all’uomo che il male (il peccato come offesa a Dio e il suo castigo) è ancora più grave di quanto la sola ragione possa sospettare, ma tuttavia Cristo, con il suo sacrificio “soddisfattorio vicario” [6], che continua nella Santa Messa, ci libera totalmente e definitivamente dal male e ci insegna come trasformare il male in bene.

La fede rifiuta l’assurdo, perché la fede è ossequio ragionevole a verità sovrarazionali, ma relazionabili alla ragione e che armonizzano con la ragione. Il contenuto della fede non è assurdo, non è irragionevole, non è impossibile, non è contradditorio, ma è verità sublime, infinita, immutabile e misteriosa.

Dio non muta, non si contraddice, non ci inganna e non si smentisce, ma si fa intendere, è leale ed affidabile, sempre identico a se stesso e fedele. La fede trasforma la malattia in momento di penitenza, di riparazione, di redenzione. Re-d-emo: compro di nuovo. «Siamo stati comprati a caro prezzo!» (I Cor 6,20).

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Enzo Bianchi e Nunzio Galantino

Enzo Bianchi tiene una lectio sulla liturgia a Bose, istituzione non religiosa e soprattutto non cattolica, in quanto aggregazione multi-confessionale della quale egli si è auto-proclamato priore. Partecipa come ospite d’onore il Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, S.E. Mons. Nunzio Galantino, che si rivolge pubblicamente al Signor Laico Enzo Bianchi chiamandolo «Reverendo Priore» [cf. QUI].

La sofferenza.

Il cristianesimo ha sempre combattuto la sofferenza, considerandola una strada redentiva e meritoria. Se l’etica cristiana chiede che la morte non sia rimossa, né negata, non è per un’assunzione del dolore o in vista della “redenzione”. La malattia era per la nostra salvezza, era redentiva, dunque occorreva offrirla a Dio. La malattia, la sofferenza non serve per la nostra redenzione. Anzi, possiamo dire che il dolore non ha senso. La sofferenza non è gradita a Dio, altrimenti egli sarebbe sadico.

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Risposta

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La sofferenza è certamente un male che, come tale, dev’esser tolto o quanto meno alleviato. I sedativi dunque svolgono una funzione positiva. Essi però devono togliere la causa del dolore, ma non devono distruggere le forze sane. Se la sofferenza non può essere tolta, dev’essere sopportata. Anche se la sofferenza è insopportabile, non dev’essere mitigata o tolta causando la morte del malato. Tuttavia, la sofferenza può essere un bene, quindi espiativa e redentrice.

Dio non gradisce o né vuole la sofferenza come tale, ma gradisce o vuole la sofferenza redentrice. La sofferenza redentrice è la sofferenza di Cristo, che si offre vittima di espiazione o di riparazione al Padre per la remissione dei nostri peccati. Quindi la sofferenza redentrice è un gran bene, che soddisfa o compensa il Padre per il peccato, purifica ed espia le colpe, e prepara all’annullamento della sofferenza nella vita futura.

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Enzo Bianchi e Paolo Romeo

Enzo Bianchi invitato dal Cardinale Paolo Romeo a tenere una lectio nella cattedrale di Palermo durante l’Anno della Fede. Per inciso: il Cardinale Romeo, amabilissima persona, merita ogni giustificazione sulla base del principio «non sanno quel che fanno», essendo per lui, la teologia, una via di mezzo tra un calesse siciliano e una pianta di fichi d’India, cosa che l’Autore redazionale di queste didascalie afferma per averlo sentito più volte predicare e parlare in pubblico.

La coscienza

La coscienza non è mai una voce che ci ricorda una legge già fatta. Occorre riconoscere la coscienza come istanza fondamentale delle scelte, nella vita e di fronte alla morte. La coscienza dice a ciascuno di noi, uomo o donna, credente o non credente in Dio: “Diventa conforme a ciò che tu sei”.

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Risposta

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Non è questo il concetto di coscienza che ci è insegnato dal Concilio Vaticano II [7], il quale invece dice: «nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente dice alle orecchie del cuore: fa’ questo, fuggi quest’altro. L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro il suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria».

In queste poche righe il Concilio ricorda tre volte la legge divina come quella legge che troviamo nella nostra coscienza, dalla quale legge siamo vincolati, alla quale dobbiamo obbedire, e in relazione alla quale dobbiamo e dovremo rispondere a Dio del nostro operato.

Di tutto ciò in Bianchi non una parola, anzi, tutto il contrario, perché emerge chiaramente che il punto di riferimento e la regola della coscienza per lui non è Dio, ma l’uomo stesso («diventa conforme a ciò che sei»). Egli parla da perfetto ateo.

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Bianchi a Spoleto

Enzo Bianchi ospite dell’Arcidiocesi di Norcia-Spoleto per delle manifestazioni culturali, durante un colloquio con S.E. Mons. Renato Boccardo.

La sedazione del dolore

La cura globale della persona contribuisce a “une morte apaisée”, a un “morire meglio che si può”. Occorre praticare la sedazione profonda e continua, fino alla morte; occorre, infatti, evitare ogni sofferenza. Le cure palliative sono un dovere assoluto, perché il morire fa parte della vita e va addolcito per rendere la morte più mansueta e accettabile.

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Risposta

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La cura deve far vivere il più possibile, non deve mai far morire. Deve accompagnare il paziente fino alla morte, lenire il dolore il più possibile. Ma non possediamo farmaci che riescano a togliere totalmente ogni forma di dolore, senza compromettere o sopprimere la vita del paziente. D’altra parte, un prodotto che tolga il dolore uccidendo il malato, non è un farmaco, né un sedativo, ma un veleno, anche se usato col pretesto della sedazione del dolore. Il dolore certo è un male, ma è male peggiore sopprimere la vita. Non si può sopprimere un male (il dolore) provocando un male maggiore (l’uccisione del malato).

D’altra parte, occorre evitare l’accanimento terapeutico, consistente nel mantenere in vita il paziente con mezzi tecnici, in modo tale che le funzioni vitali non emergano più dalle risorse proprie del soggetto, ma sono indotte meccanicamente dal di fuori, così come si causa il moto di una macchina. Il paziente dunque è praticamente morto.

I suoi movimenti dipendono esclusivamente dall’azione o alimentazione meccanica proveniente dal di fuori, sicché, sospendendo questa azione, cessano i movimenti del soggetto, non però nel senso che la sua vita si spenga, ma in quanto il soggetto dimostra di essere già morto e che in precedenza aveva solo una vita apparente, come quella di un robot, che sembra essere un vivente e invece è una macchina.

La sospensione dell’alimentazione o stimolazione, però è giustificata solo quando si è accertato che l’organismo del paziente ha perduto tutte le energie proprie, il che soltanto sarebbe il segno che non è più in vita, e quindi autorizzerebbe la sospensione della cura, che a questo punto non avrebbe più senso. Da queste considerazioni si comprende l’errore dei medici di Eluana Englaro, i quali hanno sospeso l’alimentazione ad un organismo ancora capace di alimentarsi e quindi praticamente l’hanno uccisa.

Il retroterra ideologico di un intervento del genere non è stata la volontà di non far soffrire la povera Eluana, perché ella non soffriva, ma è stata una concezione materialistica della vita, per la quale un soggetto umano impedito o incapace di intendere e di volere non è “persona” e quindi non merita di esser lasciato  vivere.

Si capisce allora a quali terribili conseguenze si potrebbe giungere, se questo orrendo principio fosse applicato, oltre agli embrioni ed ai feti, come già si fa su larga scala, anche ad altre vaste categorie di persone, come per esempio i neonati, i bambini, le persone in coma, gli anziani e i dementi o a coloro che, in base a criteri sbagliati, sarebbero giudicati dementii o non sono considerati esseri umani. Alla faccia della misericordia.

Indubbiamente esistono situazioni, nelle quali il malato non riesce più a sopportare il dolore, per cui preferirebbe morire, piuttosto che andare avanti con tanta sofferenza. E d’altra parte, capita che un familiare che lo assiste impotente, straziato alla vista di tanto dolore della persona amata, e mosso in certo modo da compassione, preferirebbe vederlo morto piuttosto che vederlo tanto soffrire.

Eppure, la persona ragionevole, anche non credente, sa che non è lecito procurarsi o procurare la morte per far cessare o evitare il dolore, per quanto grande, Occorre tuttavia comprendere, scusare e aver compassione di quegli sventurati, i quali, sopraffatti dal dolore e dall’ angoscia, vittime magari di stati depressivi, senza vedere un futuro che non  sia il peggioramento della situazione, perdono la testa e si uccidono, soprattutto se privi di una formazione cristiana, che avrebbe potuto aiutarli a rassegnarsi, a sopportare la sventura e a sperare nell’aiuto divino.

La tentazione al suicidio per l’intensità della sofferenza può avvenire anche nei santi, come capitò a Santa Teresa di Gesù Bambino, la quale, negli ultimi tempi della sua malattia, chiese che le fosse allontanato dal comodino un certo farmaco, per non essere indotta in tentazione. Ma Dio, fiduciosamente invocato, non manca di dare la forza della sopportazione, come è dimostrato da un’infinità di esempi di pie persone che si sono affidate a Lui.

Il medico ― anche se la legge civile glielo dovesse consentire ― non deve accontentare in coscienza il paziente che chiede l’eutanasia, la cosiddetta “sedazione profonda”, espressione ipocrita per nascondere il delitto, così come non può accontentarlo se gli chiede un veleno e deve fare come l’infermiere o il vigile del fuoco, che interviene a trattenere il tale che sta per gettarsi giù dal tetto di una casa.

Al sofferente, il medico, in mancanza di altre persone, deve saper dire, se ne è capace, una buona parola di conforto o di speranza, non necessariamente basata sulla fede cristiana, ma semplicemente di carattere umanitario, se il malato non è un delirante o un ateo bestemmiatore ed in preda al furore contro Dio o contro il destino, nel qual caso non c’è che da pregare, senza per questo accontentarlo nelle sue insane voglie, benché in qualche modo comprensibili.

La buona morte non è l’eutanasia, ma il morire nella pace della coscienza, nonostante la sofferenza, serenamente sopportata in pieno abbandono nelle mani di Dio, unendoci al sacrificio di Cristo, perdonando chi ci ha offeso, nella fiducia che Dio terrà conto delle nostre buone opere, perdonerà i nostri peccati e vorrà accoglierci in paradiso.

Si comprende, tra l’altro, quanto queste idee di Bianchi sulla “sedazione profonda” e soprattutto i suoi presupposti ideologici disumani ed anticristiani possano favorire la pratica del suicidio, senza aspettare di andare in ospedale a farsi fare l’eutanasia, come del resto già sta avvenendo, per esempio in persone impressionabili o non in grado di curarsi, che hanno appreso di essere malate di cancro.

Indubbiamente, occorre che l’assistente del malato o il medico sappia saggiamente trovare ed adattare le parole alla situazione psicologica del malato, per non provocare reazioni controproducenti. Se il malato è credente, non alla Bianchi, ma secondo il Vangelo, accoglierà volentieri il richiamo all’amabilità della Croce.

Ma se non dovesse essere credente, occorrerà fare attenzione a non scandalizzarlo, perché l’amore cristiano per la sofferenza potrebbe essere scambiato per masochismo. Sbaglia invece Bianchi a considerare “dolorismo” la concezione redentiva cristiana della sofferenza. Semmai dolorismo da respingere è quello di Bruno Forte e di Karl Rahner, che ammettono la sofferenza nella natura divina.

A questo proposito, ci rendiamo conto di quanto preziosa ed utile sia, laddove è possibile o concessa, la vicinanza al capezzale del malato, soprattutto se credente, di pie persone o del sacerdote ben preparato. La seduzione che sta esercitando su molti oggi la prospettiva dell’eutanasia è inversamente proporzionale al calo della pastorale sacerdotale, la quale dovrebbe essere uno dei compiti principali del ministero sacerdotale, soprattutto del parroco, e, più in radice, questa situazione risente del calo della visione cristiana della vita, sotto l’influsso di una concezione mondana e secolaristica, dimentica del fine ultraterreno della vita presente, nonché della necessità e del dovere di orientare ad essa tutta la vita terrena.

Questa conferenza di Enzo Bianchi, personaggio di grande successo da anni nel mondo cattolico, ci dà la misura dello squallore, dello sfacelo e della impressionante decadenza del pensiero cattolico su di una tematica così importante come quella del dolore, del male e della morte, con l’esser sceso ad un livello di tale bassezza, dove di cristiano non resta nulla, se non un vago filantropismo, che non si distingue per nulla dalla visuale massonica o illuministica. Siamo davanti a un cristianesimo corrotto e moribondo, per il quale verrebbe proprio voglia di praticare l’eutanasia, per liberare le anime da questo cibo marcio e velenoso ed aprirle al rispetto della dignità umana.

Se un domani dovessi trovarmi all’ospedale in fin di vita, mi guarderei bene dal chiamare presso il mio capezzale un prete sul modello del “monaco” Enzo Bianchi e potendolo fare, mi rivolgerei a un vero sacerdote, che rimettesse i miei peccati, mi confortasse con i Sacramenti e la Parola di Dio, così da aprirmi la via alla vita eterna.

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Varazze, 19 giugno 2016

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NOTE

[1] Cf C.Journet, J.Maritain, Philippe de la Trinité, Le péché de l’ange. Peccabilité, natre et surnture, Beauchesne, Paris 1961.

[2] Vedi anche l’enciclica di Pio XII Humani Generis del 1950.

[3] G.Cavalcoli, Il mistero della Redenzione, ESD Bologna 2004; C.V.Héris, Il mistero di Cristo, Morcelliana, Brescia 1938; E.Hugon, Le mystère de l’Incarnation, Téqui, Paris 1940.

[4] Cf C.Journet, Il male, Borla,Torino 1963; J.Maritain, Dieu et la permission du mal, Desclée de Brouwer, Paris 1963.

[5] Cf il mio libro L’inferno esiste. La verità negata, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2010.

[6] Satisfecit pro nobis, come dice il Concilio di Trento, Denz.1529.

[7]Gaudium et spes, n.16.

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Nota a scanso di equivoci

Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

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Alcuni anni fa, un consulente legale, diffidò il Dott. Paolo Deotto, direttore della rivista telematica Riscossa Cristiana dal fare uso delle immagini del Dott. Enzo Bianchi. All’epoca, prima che questa rivista prendesse svolte lefebvriane, sulle sue colonne pubblicavano articoli anche i due attuali Padri dell’Isola di Patmos. A quella diffida, Ariel S. Levi di Gualdo reagì con un articolo nel quale spiegava che da allora a seguire, per parlare di Enzo Bianchi, avrebbe usato le immagini della bellissima attrice italiana Monica Bellucci [cf. QUI]. Visto questo precedente, la redazione dell’Isola di Patmos precisa che le foto inserite in questo articolo sono immagini pubbliche reperibili da chiunque su riviste on-line e sui motori di ricerca e che non costituiscono violazione alcuna della legge sulla privacy. Ricordiamo pure che le accuse rivolte dai Padri dell’Isola di Patmos ad Enzo Bianchi, quali ad esempio “cattivo maestro“, “falso profeta“, “eretico” etc.. rientrano tutte nel lessico teologico. Pertanto, un qualsiasi magistrato della Repubblica Italiana si troverebbe non in serie difficoltà, bensì proprio impossibilitato a stabilire con un giudizio e una sentenza cosa è eterodosso e cosa invece è eretico. Se infatti certi consulenti bosiani non conoscono il diritto, come in passato hanno già dimostrato, nell‘Isola di Patmos il diritto è invece conosciuto, rispettato e praticato. Pertanto, il falso profeta e cattivo maestro Enzo Bianchi, si prenda teologicamente dell’eretico ed eviti di far recapitare anche a noi missive da parte di giuristi maldestri.

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La filosofa Ipazia, gatta romana e socialista, entra nella questione “Enzo Bianchi ed i falsi profeti”, con un rimprovero a Nunzio Galantino

LA FILOSOFA IPAZIA, GATTA ROMANA E SOCIALISTA, ENTRA NELLA QUESTIONE «ENZO BIANCHI ED I FALSI PROFETI » CON UN RIMPROVERO A NUNZIO GALANTINO

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[…] la mia attenzione è caduta su una foto e sul relativo testo di S.E. Mons. Nunzio Galantino, il Segretario generale della C.E.I, che essendo avvezzo a frequentare anche istituzioni e relative persone sbagliate, si rivolgeva al sedicente Priore di Bose chiamandolo in pubblico: «Reverendo Priore».

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             Autore                 Ipazia gatta romana

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Cari Lettori.

ipazia 1

Ipazia gatta romana, durante il suo lavoro redazionale all’Isola di Patmos

Assieme alle compagne gatte della Lega Socialista mi rammarico per la nuova espressione scorretta del Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, S.E. Mons. Nunzio Galantino. Come infatti i Lettori sanno, io collaboro alla redazione dell‘Isola di Patmos con un ruolo di rilievo. Per esempio: salgo sulle scrivanie dove sono sistemati i computer di lavoro del Padre Ariel e di Jorge; quando il lavoro va’ per le lunghe ricordo che a una certa ora bisogna mangiare e via dicendo … insomma, svolgo la mia mansione redazionale. 

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Enzo Bianchi e Nunzio Galantino

il «Reverendo Priore» secondo S.E. Mons. Nunzio Galantino [in foto a sinistra].

Mentre i due di cui sopra montavano l’ultimo articolo di Giovanni Cavalcoli OP, che dinanzi alle ultime eresie del Bianchi pareva un toro da corrida dentro l’arena [cf. QUI], la mia attenzione è caduta su foto e relativo testo di S.E. Mons. Nunzio Galantino, che essendo avvezzo a frequentare anche istituzioni e relative persone sbagliate, s’è rivolto al Priore di Bose chiamandolo: «Reverendo Priore» [vedere testo QUI].

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Dovete sapere, Cari Lettori, che a causa di queste persone sono caduta in crisi di fede; e sebbene abbia ricevuta una formazione tomista e metafisica molto solida, al momento frequento l’Internazionale delle Gatte Socialiste. Padre Ariel non m’ha rimproverata, anzi sostiene che le crisi sono spesso salutari proprio per riportarci ad una fede più profonda e solida, per questo mi lascia fare. E lui di crisi se ne intende, visto che uscì a suo tempo da una crisi di fede per poi entrare anni dopo nel Sacro ordine sacerdotale.

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cirillo e metodio

i Santi Padri della Chiesa Cirillo e Metodio

Ciò detto voi capite, però, che questa del «Reverendo Priore» non l’ho digerita. Per questo – non perché condizionata da affetto ma per spirito di aequitas – esigo che il Segretario generale della C.E.I, qualora dovesse rivolgersi ai due Padri dell’Isola di Patmos, usi verso di essi il titolo riservato ai Patriarchi Maggiori: «Beatitudine». Se infatti in un pubblico contesto ufficiale S.E. Mons. Nunzio Galantino chiama «Reverendo Priore» un tale che mai ha professato i voti religiosi, che mai ha ricevuto i Sacri ordini e che è sottoposto solo all’obbedienza di se stesso, viepiù in un esotico monastero multi-religioso e multi-confessionale … capite che per senso delle ecclesiali ed ecclesiastiche proporzioni, a Padre Giovanni Cavalcoli ed a Padre Ariel S. Levi di Gualdo, egli deve rivolgersi col titolo di «Beatitudine», perché a confronto del sedicente priore bosiano, costoro vanno considerati due Padri della Chiesa, ma di un livello equiparabile a quello dei Santi Cirillo e Metodio.

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Vi invito ad ascoltare la canzone «Sebben che siamo gatte», eseguito da me e da tutte le mie compagne della Lega Socialista Felina.

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Il Santo Padre Francesco rettificato con una pezza cucita su un vestito vecchio

IL SANTO PADRE FRANCESCO RETTIFICATO CON UNA PEZZA CUCITA SU UN VESTITO VECCHIO

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«Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore» [Mc 2, 18-22]

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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papa e lombardi

il Sommo Pontefice Francesco con il direttore della Sala Stampa Vaticana Federico Lombardi, S.J.

Mi è stata posta una domanda a proposito della conversazione del Papa al Convegno della Diocesi di Roma. Dopo la Terza domanda, il Papa, nella risposta data «a braccio» sulla «cultura del provvisorio», ha detto oralmente: «per questo una grande maggioranza dei nostri matrimoni sacramentali sono nulli» (così appare dalla registrazione), mentre il testo pubblicato dalla Sala Stampa oggi riporta: «una parte dei nostri matrimoni sacramentali sono nulli». Perché questo cambiamento? È una manipolazione del pensiero del Papa? La risposta è che, quando il Papa parla «a braccio» spontaneamente, il testo trascritto è sempre oggetto di una revisione da parte di chi è responsabile per la cura dei testi del Papa, per rivederne la lingua o eventuali inesattezze o punti particolari che sia giusto precisare. Quando si toccano argomenti di un certo rilievo il testo rivisto viene sempre sottomesso al Papa stesso. Questo è ciò che è avvenuto in questo caso, quindi il testo pubblicato è stato approvato espressamente dal Papa [il testo è disponibile QUI].

 
Federico Lombardi, S.J.

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Ho letto con interesse il comunicato nel quale adempiendo al suo ruolo di portavoce ufficiale e di direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Padre Federico Lombardi S.J. precisa che la Santità di Nostro Signore il Sommo Pontefice Francesco, «parlando a braccio ha detto oralmente» una frase poi ritoccata nel testo scritto. Per giustificare il ritocco di una frase destinata a creare sconcerto in giro per il mondo [cf. QUI, QUI, QUI, QUI, etc..], egli precisa sul finire del comunicato che «il testo pubblicato» – ossia quello corretto − «è stato approvato espressamente dal Papa».

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Vorrei capire meglio: ciò vuol forse dire che io, in una meditazione fatta a braccio durante la predicazione degli esercizi spirituali al clero, possa esprimere una inesattezza sulla processione delle Persone Divine, ritoccando poi il testo successivamente in sede editoriale, quando quella meditazione dovrà essere pubblicata in un libro, il tutto con mia previa approvazione postuma?

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papa e vallini 2

il Vescovo di Roma (in bianco a destra) con il suo Vicario Generale diocesano (in nero e rosso a sinistra) 

Ebbene mi domando: è forse accaduto che in hoc Anno Domini 2016, i Gesuiti, si sono mutati d’improvviso nelle sante vergini e martiri Agata, Lucia, Agnese, Cecilia, Anastasia … o forse suppongono che nessuno, inclusi presbìteri e teologi, conosca più il Vangelo, sempre più sostituito con surrogati emotivi di matrice nazional-popolare? E dico questo perché sul Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo, il Verbo di Dio fatto uomo si esprime in questi termini:   

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«Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore» [Mc 2, 18-22].

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La pezza postuma cucita rende peggiore lo strappo, perché l’Augusto Pontefice seguita imperterrito a esprimersi a braccio mostrando una tantum imbarazzanti limitatezze, che non sono solo mancanza di proprietà di linguaggio, spesso risultano infatti in gioco le sue carenti conoscenze dottrinarie, storico-ecclesiali e pastorali, ed il tutto potrebbe essere letto anche come carenza di prudenza.

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Papa e Vallini 3

il Vescovo di Roma (in bianco a sinistra) ed il suo Vicario Generale diocesano (in nero e rosso a destra)

Un Romano Pontefice non parla per luoghi comuni e non da sfogo pubblico alla propria emotività. Ciò per il semplice fatto che egli non è più Simone, ma Pietro, la roccia sulla quale Cristo ha edificato la sua Chiesa [cf. Mt 13, 16-20]. Pietro è colui che «una volta ravveduto» è chiamato ad una precisa missione a lui affidata da Cristo Dio: «Conferma i tuoi fratelli».

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«Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli». E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi» [cf. Lc 22, 31-34].

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Siccome l’invito a confermare i fratelli è preceduto dal monito «una volta ravveduto», ma soprattutto seguito dalla profetica anticipazione «Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi», sinceramente mi domando: Jorge Mario Bergoglio, ha veramente cessato di essere Simone, ed una volta «ravveduto» e divenuto Pietro, ha dato avvio alla propria missione cristologica, che è quella di confermare i fratelli nella fede, non certo indurli a quella confusione derivante da espressioni ambigue e inesatte? Perché sia sul piano della esegesi, sia sul piano teologico, a questa frase bisogna prestare molta attenzione, dato che all’inizio di essa si parla di «ravvedimento» ed alla fine di «tradimento», al centro del discorso si esorta «conferma i fratelli», ma questa frase centrale rimane appunto nel mezzo, tra il «ravvedimento» ed il «tradimento». O qualcuno intende forse manipolarla per far dire al Verbo di Dio ciò che esso non ha di fatto detto, estrapolando unicamente «conferma i fratelli»?

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Papa e Vallini 4

il Vescovo di Roma (in bianco a destra) ed il suo Vicario Generale diocesano (in nero e rosso a sinistra)

La Santa Sede, oltre che dei Vigili del Fuoco, di cui Federico Lombardi S.J. è divenuto ormai comandante, dispone di dicasteri, pontifici consigli e segretariati; di filosofi, teologi, canonisti, storici, ecclesiologi e specialisti nei vari settori. E tutti questi servitori di Pietro e della Sede Apostolica hanno sempre lavorato ai testi e sui testi dei Sommi Pontefici, o perlomeno di tutti quei Sommi Predecessori del Regnante Pontefice che avevano l’umiltà di farsi aiutare, cosa questa che li ha resi, oltre che amati e venerati, anche santi e modelli di eroiche virtù per l’intera Chiesa universale. O qualcuno ricorda forse una clamorosa gaffe di San Giovanni XXIII, del Beato Paolo VI, del Servo di Dio Giovanni Paolo I o di San Giovanni Paolo II? Qualcuno volle additare come gaffe il celebre discorso del Sommo Pontefice Benedetto XVI a Ratisbona, ma oggi, a distanza di anni, quel discorso è risultato una lucida profezia [cf. QUI].

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Se il Santo Padre, la cui autorità è fuori d’ogni cattolica discussione, pensa di seguitare a questo modo, oltre al progressivo svuotamento delle chiese corre il rischio di finire fischiato in pubblico dai cattolici, che saranno poi criticati e redarguiti dagli ultra-laicisti, dai comunisti radical-chic e dai massoni che da alcuni anni inneggiano alle meraviglie di questo pontificato, con la civettuola teologa femminista catto-luterana Marinella Perroni e con Alberto Melloni, incontrastato leader della Scuola di Bologna, ospiti d’onore presso il Grande Oriente d’Italia [cf. QUI, QUIQUI pag. 6], ed il tutto, va’ da sé, a somma ingiuria del mondo cattolico, del quale, questi due empi, si sono presentati in Loggia come esponenti teologici e storici di alto lignaggio.

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Papa e Vallini 5

il Vescovo di Roma (in bianco a sinistra) ed il suo Vicario Generale diocesano (in nero e rosso a destra)

Roma è sopravvissuta ai singoli Pontefici per il semplice fatto che Roma è la Chiesa, che Roma è Pietro. Urge quindi spiegare al Santo Padre che le piazze romane non si gestiscono con le furberie argentine e con quei colpi a effetto forse suggeriti da quel maldestro esperto in comunicazioni di Antonio Spadaro S.J. Le piazze di Roma hanno portato i propri Pontefici in trionfo, all’occorrenza i romani si sono fatti trucidare per consentire la sicura fuga del loro Pontefice in un momento di sommossa o durante l’invasione di un esercito straniero. Le piazze gremite di Roma hanno gridato veramente e sinceramente «viva il Papa», ma … attenzione: le piazze di Roma si sono anche inferocite verso taluni Pontefici, diversi cadaveri dei quali sono finiti gettati nel Tevere, non sepolti nelle grotte vaticane avvolti dalla devozione dei Christi fideles.

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Roma e la romanità, che da venti secoli è segno della universalità cattolica, va capita e conosciuta, ma anche amata e rispettata, altrimenti si corrono grossi rischi, specie da parte di un Sommo Pontefice applaudito sempre di più da tutto ciò che non è cattolico e che da sempre è storicamente e socialmente avverso al nostro mondo cattolico.

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Benedetto e Vallini

… cambia la musica, cambia direttore d’orchestra, ma … i suonatori sono sempre gli stessi.

In coscienza io mi sento di dire che l’epilogo di questo pontificato rischiano di essere i fischi in piazza. E quando ciò avverrà, come già ho scritto [cf. QUI], a difendere il Santo Padre Francesco ci saremo noi figli devoti, quelli che lui si è dilettato a prendere più volte a sberle per compiacere il mondo degli ultra-laicisti plaudenti e dei modernisti ruffiani che hanno ormai invaso i sacri palazzi. E costoro, che dopo averlo compiaciuto si sono accaparrati «l’uovo, la gallina e il culo caldo», quando la piazza strillerà contro il Santo Padre Francesco, loro saranno al sicuro e al riparo altrove, facendo in tal modo risuonare la terrificante frase del Vangelo: «Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono» [cf. Mt 26,56]. E quando al termine della tempesta torneranno, occupando semmai posti ancor più prestigiosi di quelli che erano riusciti ad accaparrarsi, da sopra il carro del nuovo condottiero diranno che in fondo, loro, il Santo Padre Francesco non lo hanno poi così approvato; e se lo hanno approvato è stato solo perché dovevano farlo per l’ossequio dovuto al Sommo Pontefice, per il dovere legato al loro alto ufficio ecclesiastico.

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È una profezia amara che affido ai lettori dell’Isola di Patmos, vedremo poi se il tempo, come più volte accaduto in vari altri frangenti passati, mi darà ragione, posto che io spero e prego di avere torto, augurandomi di non vedere mai il mio Sommo Pontefice preso a fischi dai cattolici, ed al tempo stesso difeso da quell’ateo, anticlericale e comunista radical chic di Eugenio Scalfari, difeso dalle Logge Massoniche che oggi, per incomprensibile mistero, si sono scoperte più fedeli al Romano Pontefice della Guardia Svizzera; ma se ciò è accaduto, è solo perché si illudono di poter distruggere la Chiesa da dentro, ad esoterica gloria del Grande Architetto dell’Universo … 

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Pregate quindi con me affinché io abbia torto, totalmente torto; affinché domani, per queste mie parole scritte oggi, debba fare ammenda e chiederne pubblicamente perdono a capo chino e con la cenere in testa.

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Il Papato crocifisso

– Lettere dei Lettori dell’Isola di Patmos

IL PAPATO CROCIFISSO

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«I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sodoma ed Egitto, dove appunto il loro Signore fu crocifisso» [Ap 11,8].

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Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

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È a causa delle divisioni interne alla Chiesa Cattolica se si verificano questi eventi e si permette di non denunciare le eresie, se non da veraci padri come l’autore dell’articolo [Ndr. cf. QUI] L’importante è essere in fraterna pace. Adesso è più importante soccorrere materialmente l’umanità, nei suoi vizi e debolezze peccaminose; la misericordia in questo periodo è un fiume in piena, sta inondando gli argini e mi domando: «I condottieri della Chiesa Cattolica Apostolica Romana sono pronti ad agire sulle chiuse per contenere gli allagamenti»? All’Angelo della Chiesa di Laodicea Giovanni nell’Apocalisse scrisse: «Queste cose dice l’amen, il testimone fedele e verace, il principio delle cose create da Dio. Mi sono note le tue opere, come non sei né freddo, né caldo: oh fossi tu o freddo, o caldo: ma perché sei tiepido, e né freddo, né caldo, comincerò a vomitarti dalla mia bocca» [Ndr. cf. Ap 3, 14]. Nessuno parla, tutti sono impietriti, solamente sui blog si denuncia e si accendono le discussioni, le critiche. Esiste la Congregazione per la dottrina della fede? Su questi casi, perché non interviene e corregge gli errori perpetrati, smentendo e ribadendo l’assoluta verità? Per caso, usano il motto … «Chi sono io per giudicare?».

Cristo Regni! 

                                                                                                               (Giacomo N.)

 

«[…] vedemmo un Vescovo vestito di Bianco, abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santopapa visione apocalittica Padre. Vari altri vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni»

[Suor Lucia di Fatima]

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pastorelli di fatima

immagine fotografica dei tre pastorelli di Fatima

Il commento di Giacomo mi dà spunto a rispondergli con un vero e proprio articolo. Il mio pensiero va alla rivelazione del terzo segreto di Fatima fatta dal Cardinale Tarcisio Bertone a nome del Santo Padre Benedetto XVI qualche anno fa. Abbiamo il quadro di un’umanità e di una Chiesa sofferenti ed agli estremi, e verrebbe quasi fatto di dire distrutte. Una delle opere di misericordia che troviamo nel Catechismo di San Pio X è: «Pregare per i vivi e per i defunti». Ed è quello che il Papa, nella visione, sta facendo. Egli insieme con i pastori della Chiesa, sale faticosamente in mezzo ai cadaveri su di un monte, dove c’è una grande croce. Il Papa si inginocchia e lì viene ucciso.

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Non si tratta evidentemente della visione illusoriamente ottimistica della Chiesa messa in giro dal Cardinale Carlo Maria Martini. Si tratta invece del quadro realistico che, dai tempi del Beato Pontefice Paolo VI, [il “fumo di Satana” penetrato nella Chiesa], ci hanno dato i Papi fino a Benedetto XVI, che ha parlato di «crisi generalizzata della fede». Il Papa attuale non ha questi toni allarmati e drammatici, per non creare ulteriore sconcerto e angoscia. Come una tenera madre, egli vuol mostrarsi sereno, confortante ed ottimista per non scoraggiarci. Ma egli sa ben meglio di noi cosa sta succedendo.

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drago apocalisse

raffigurazione del drago dell’Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni

L’aspetto drammatico della situazione può essere meglio compreso raffrontandola alla visione del terzo segreto di Fatima, con Ap 11,1-13, dove si parla di «due testimoni» [simbolo dei pochi veri cattolici rimasti fedeli al Papa], i quali saranno martirizzati insieme col Papa da una folla enorme di apostati inferociti, ma che risorgeranno vittoriosi, giacché portae inferi non praevlebunt contro la Chiesa.

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Papa Francesco si sforza di cogliere gli aspetti positivi della modernità, condannando sì certo errori e peccati, ma praticando soprattutto la misericordia a tutto campo, persuadendo senza connivenze e correggendo l’errante con amore, perché convinto che questa povera umanità, più che malvagia, è disgraziata. Eccolo, allora, seguire l’esempio Cristo, a «non spezzare la canna fessa e non spegnere il lucignolo fumigante» [cf Mt 12,20]. Non si tratta tanto, per lui, di mandare in carcere, ma di mandare all’ospedale.

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san pietro distrutta

una immagine fantastica della Basilica di San Pietro in rovina e invasa da acque torrenziali …

Come a San Giovanni XXIII, nel suo famoso discorso di apertura del Concilio Vaticano II, dell’11 ottobre 1962, a questo Papa non piacciono le «suggestioni di certe persone, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura. Nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazione e rovina». Anche a Papa Francesco «sembra di dover dissentire da cotesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo». Ovviamente, Papa Francesco sa che dovrà giungere la fine del mondo, ma non ritiene che questo sia il momento. Piuttosto si tratta di portare a compimento l’opera riformatrice del Concilio.

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Senonché Papa Giovanni, che, come è noto, si attendeva una «nuova Pentecoste», non previde il fraintendimento di quelle sue parole. Infatti avvenne, sin dagli anni dell’immediato post-concilio, che il confronto con la modernità promosso dal Papa e dal Concilio, non fu inteso nel senso giusto, ossia come assunzione critica dei valori della modernità alla luce del Vangelo, ma come assolutizzazione idolatrica e acritica della modernità e scelta, nel Vangelo, interpretato alla maniera protestante,  soltanto di ciò che è compatibile con la modernità così intesa.

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apocalisse babilonia

raffigurazione di Babilonia secondo il racconto dell’Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni

Nello stesso tempo, e con perversa coerenza logica, sempre per un fraintendimento delle parole del Papa, si rinunciò a contrastare e a ribadire gli errori della modernità, i quali invece, con inqualificabile dabbenaggine o raffinata astuzia, furono portati alle stelle come profezie dei tempi nuovi, come se la Chiesa del pre-concilio si fosse sbagliata a condannarli. Non ci voleva altro per una rinascita in grande stile del modernismo, cosa denunciata già nel 1966, purtroppo invano, dal Jacques Maritain, il quale parlò del modernismo attuale come «polmonite» a confronto del modernismo-raffreddore dei tempi di San Pio X.

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Ormai il modernismo è talmente penetrato nel campo della teologia e nella pubblicistica cattoliche, nelle diocesi, negli istituti religiosi, negli istituti accademici della Chiesa, nella gerarchia, nella Santa Sede e tra i collaboratori del Sommo Pontefice, che la Congregazione per la dottrina della Fede è adesso davanti ad un’alternativa drammatica, mai verificatasi prima in tutta la storia della Chiesa. Ha perso il controllo della situazione, come se dieci vigili urbani, da soli, dovessero regolare il traffico di Roma. Per qualche teologo di punta, la Congregazione per la dottrina della fede è un focolaio di reazionari, che converrebbe chiudere e sostituire con l’ecumenismo diretto dal Cardinale Walter Kasper, richiamato in servizio. 

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testa sotto la sabbIA

uno tra gli sports dei più praticati in questo ultimo mezzo secolo: lo sport dello struzzo …

Per non essere intervenuti a tempo, circa 50 anni fa, a causa di un imprudente temporeggiare, minimizzare e tergiversare, per un’eccessiva indulgenza, mancanza di vigilanza, di perspicacia e di coraggio, i vescovi hanno consentito al modernismo di invadere la Chiesa come una specie di metastasi. Nell’ormai nutrito numero di articoli racchiusi nei nostri due anni di vita nell’archivio dell’Isola di Patmos, il Padre Ariel ha firmato diversi scritti nei quali spiega e insiste sul principio del «tumore con le metastasi diffuse nel Corpo della Chiesa». Altrettanto io, in modo diverso ma con la stessa sostanza di fondo, ho scritto diversi articoli per spiegare questo problema. E ciò perché entrambi siamo consapevoli della presenza, degli effetti e soprattutto dei frutti di questo cancro.

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Adesso non ci sarebbero che due alternative: o procedere a norma di diritto canonico, ma allora bisognerebbe processare e censurare decine per non dire centinaia di persone tra prelati, docenti, teologi, religiosi e sacerdoti nel mondo; oppure rinunciare a intervenire confidando nella Divina Provvidenza.

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gramigna e grano

grano e gramigna …

Lasciamo che il grano e il loglio crescano assieme in attesa del Giorno del Giudizio, o di tempi migliori. «Il perverso continui pure ad essere perverso, l’impuro continui ad essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora» [Ap 22,11].

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La Congregazione per la dottrina della fede ha scelto questa seconda strada. Da qui la sua assenza di interventi da alcuni anni. Siccome la situazione è umanamente insolubile, non resta che confidare nell’aiuto del Signore e nell’intercessione della Madonna e dei Santi, soprattutto di San Tommaso d’Aquino.

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papa francesco solo

la solitudine è l’intima e drammatica realtà di ogni pontificato …

Non è un caso che questa nostra rivista telematica di teologia ecclesiale e aggiornamento pastorale sia stata chiamata L’Isola di Patmos, richiamando così il luogo dell’ultima rivelazione, dove l’Apostolo Giovanni, esiliato, scrisse l’Apocalisse. Persino nome e sottotitolo da noi scelto contengono già in sé una spiegazione, ma soprattutto un messaggio teologico ed escatologico di speranza; proprio quella speranza che noi cerchiamo di trasmettere e diffondere dinanzi ad una situazione apparentemente insolubile. 

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Aiutiamo il Santo Padre, non lasciamolo solo a portare la croce, evitiamo quelle critiche acerbe, presuntuose, ingiuste e farisaiche, che alla fine non producono niente, ma solo livore, sconcerto e disobbedienza e, dall’altra parte, evitiamo di strumentalizzare, con una falsa interpretazione adulatrice, le sue parole per i nostri interessi mondani e ricordiamoci piuttosto della «sorte che gli ipocriti si meritano» [Mt 24,51].

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Varazze, 9 giugno 2016

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Buon Ramadan nel ricordo delle Sorelle dei Poveri della Beata Teresa di Calcutta barbaramente assassinate dagli islamisti

BUON RAMADAN NEL RICORDO DELLE SORELLE DEI POVERI DELLA BEATA TERESA DI CALCUTTA BARBARAMENTE ASSASSINATE DAGLI ISLAMISTI

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Con un messaggio del Vescovo Ambrogio Spreafico, responsabile per l’ecumenismo e per il dialogo inter-religioso della Conferenza Episcopale Italiana, sono stati rivolti a circa un milione e settecentomila musulmani residenti in Italia i più devoti auguri per un felice Ramadan ricco di frutti spirituali [cf. QUI].

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Suore di madre teresa assassinate

immagini di questo genere non devono turbare, perché esiste la grande aspirina europea dell’Islam moderato

A titolo puramente personale, vorrei informare i Lettori dell’Isola di Patmos che domani celebrerò una Santa Messa di suffragio per le anime sicuramente già sante di quattro martiri: le Piccole Sorelle dei Poveri della Beata Teresa di Calcutta, barbaramente assassinate nello Yemen il 4 marzo 2016 da un gruppo di islamisti [1], assieme a loro sono stati uccisi collaboratori volontari e anziani da loro assistiti [cf. QUI].

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I nostri buoni Vescovi, Ambrogio Spreafico in testa, responsabile per l’ecumenismo e il dialogo inter-religioso della Conferenza Episcopale Italiana, gli auguri non li rivolgono di certo agli islamisti integralisti, ma al magico e onirico Islam moderato, o com’ebbi a scrivere in un articolo al quale rimando: i nostri Vescovi si appellano alla grande aspirina dell’Islam moderato [cf QUI], mentre i loro fratelli episcopi che vivono in quelle regioni, indirizzano inutilmente a tutti loro – come l’Arcivescovo Metropolita di Mosul, S.E. Mons. Amel Nona – parole di questo genere:

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Amel Nona

l’Arcivescovo Metropolita di Mosul, S.E. Mons. Amel Nona, all’interno di una delle numerose chiese cattolico caldee distrutte dagli islamisti fondamentalisti

«Ho perso la mia diocesi. Il luogo fisico del mio apostolato è stato occupato dai radicali islamici che ci vogliono convertiti o morti […] voi pensate che gli uomini sono tutti uguali, ma non è vero. L’Islam non dice che gli uomini sono tutti uguali. I vostri valori non sono i loro valori. Se non lo capite in tempo, diventerete vittime del nemico che avete accolto in casa vostra» [cf. QUI].

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Mentre con eleganza provocatoria, Sua Beatitudine il Patriarca di Antiochia dei Maroniti, Cardinale Béchara Pierre Raï, domandava:

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Patriarca Rai

Sua Beatitudine il Patriarca Béchara Pierre Raï

«Che dicono gli “islamici moderati ” che vivono in Occidente di ciò che accade ai nostri cristiani di Mosul?»  [cf. QUI]

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L’Islam moderato è una figura d’Islam che non esiste, inventata dagli europei per esorcizzare le loro paure, negare la realtà della progressiva islamizzazione della vecchia Europa e fuggire il palese dato di fatto: L’Islam è una cultura strutturalmente intrisa di violenza aggressiva, codificata nei suoi testi “sacri” e suggellata in molti Paesi arabi attraverso la totale mancanza di separazione tra potere politico e potere religioso. Pertanto, “l’islamico moderato“, è equiparabile a un qualsiasi soggetto che si proclamasse “cattolico non credente” o “cattolico ateo“, che equivale a dire cesserebbe seduta stante di essere cattolico, proprio come “l’islamico moderato“, che in quanto tale cesserebbe seduta stante di essere mussulmano.

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[1] Con il termine Islamismo si intendono un insieme di ideologie, ivi incluse ideologie violente, le quali ritengono che l’Islam debba guidare la vita sociale e politica così come la vita personale di tutti i consociati. Si tratta di una concezione essenzialmente politica dell’Islam, teocratica, che all’occorrenza legittima anche la persecuzione delle altrui credenze religiose, la uccisione degli “infedeli” e la conversione forzata.

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Lectio magistralis del Sommo Pontefice Benedetto XVI a Regensburg

[testo in italiano, QUI]

 

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In memoria delle Sorelle dei Poveri assassinate

 

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Festa della Repubblica Italiana: “Uniamoci, amiamoci, l’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del Signore …”

FESTA DELLA REPUBBLICA ITALIANA: «UNIAMOCI, AMIAMOCI, L’UNIONE E L’AMORE, RIVELANO AI POPOLI LE VIE DEL SIGNORE …»

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Dio benedica l’Italia!

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Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

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2 giugno,  festa della Repubblica Italiana

bandiera italiana

Terza strofa dell’Inno Nazionale

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Uniamoci, amiamoci,
l’Unione, e l’amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

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Non è che prima o poi toglieranno questa strofa, onde evitare di offendere il pluralismo multiculturale e multireligioso?

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bandiera italiana inshalla

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E per non perdere la memoria storica, forse merita ricordare che questa, una volta, era Santa Sofia, la grande cattedrale di Bisanzio, oggi è una moschea …

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Santa Sofia

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Può essere comunque che si ritorni a cantare, a ragione, la seconda strofa …

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Noi fummo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi […]

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Per ascoltare L’Inno di Mameli, cliccare sotto

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È accaduto che il Santo Padre Francesco abbia fatta propria una enciclica scritta da un Pontefice del futuro nell’anno 2023 …

È ACCADUTO CHE IL SANTO PADRE FRANCESCO ABBIA FATTA PROPRIA UNA ENCICLICA SCRITTA E PUBBLICATA DA UN PONTEFICE DEL FUTURO NELL’ANNO 2023 …

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L’Enciclica di Benedetto XVIII giunse a suo tempo in copia-omaggio a diversi alti esponenti della Curia Romana. Ebbene: può sorgermi oggi il piacevole sospetto che qualcuno l’abbia veramente letta?

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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quanta cura 1

Un libro scritto da Ariel S. Levi di Gualdo nel 2012 e pubblicato nel gennaio 2013

Il Sommo Pontefice Francesco ha modificato il canone n. 579 del Codice di Diritto Canonico in tema di istituti di vita consacrata diocesani. Secondo un rescritto firmato dal Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, il Sommo Pontefice ha deciso che per erigere nuovi istituti di diritto diocesano occorrerà «la previa consultazione della Santa Sede come necessaria ad validitatem». In caso contrario «si incorrerà nella nullità del decreto di erezione dell’istituto stesso» [cf. QUI]. 

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Il Cardinale Pietro Parolin ha spiegato nel rescritto che «è necessaria al fine di evitare che vengano eretti a livello diocesano dei nuovi Istituti senza il sufficiente discernimento che ne accerti l’originalità del carisma, che definisca i tratti specifici che in essi avrà la consacrazione mediante la professione dei consigli evangelici e che ne individui le reali possibilità di sviluppo».

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Un anno prima dell’abdicazione del Sommo Pontefice Benedetto XVI, mi dilettai a scrivere un libro che fu pubblicato nel gennaio del 2013. Questo testo, più che un libro, era una enciclica in forma di motu proprio data in San Pietro il 28 maggio 2023 nella solennità della Pentecoste dello Spirito Santo dal Sommo Pontefice Benedetto XVIII. Enciclica che questo Pontefice del futuro aveva titolata Quanta cura in cordibus nostris.  

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Permettetemi quindi di sorridere sul fatto che oltre tre anni fa, in un testo molto articolato di 206 pagine, il mio fantasioso Benedetto XVIII dedicava proprio l’intera parte quarta alla modifica di questo canone; parte così intitolata: «Sulla revoca ai Vescovi Diocesani della facoltà di riconoscere nuove congregazioni religiose e realtà ecclesiali. Modifica del canone 579 del Codice di Diritto Canonico».

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Come ho spiegato di recente ai lettori in un articolo [vedere QUI] i miei libri sono al momento fuori stampa, ma quanto prima saranno nuovamente ristampati tutti quanti, inclusa la enciclica di questo Pontefice del futuro. Nel frattempo potete però dilettarvi a leggere la parte nella quale veniva stabilita la modifica di questo canone, proprio per evitare che non pochi vescovi superficiali e privi a volte della basilare prudenza, dessero credito e riconoscimento ad un proliferante esercito di fondatori e fondatrici, spesso con tutti i più gravi danni conseguenti sia per le diocesi sia per la Chiesa universale.

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Ma c’è di più … nella parte quinta della sua Enciclica, il Sommo Pontefice del futuro Benedetto XVIII tratta il tema di «Una prima essenziale riforma della Curia Romana». Sentite cosa scrive, tra le varie cose, il nostro Pontefice  del futuro a proposito di certi titolo onorifici:

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11. Sul titolo onorifico di monsignore conferito a sacerdoti — Il titolo onorifico di monsignore deve essere riservato solo a quei sacerdoti che si sono particolarmente distinti nel servizio alla Sede Apostolica ed alle Diocesi. Ciò vuol dire che è parecchio improbabile che tale onorificenza possa essere conferita a dei giovani sacerdoti. Per questo stabiliamo che tale titolo onorifico, da conferire a sacerdoti particolarmente maturi e distinti, sia dato con molta parsimonia e soprattutto mai prima dei 50 anni compiuti, meglio ancora verso la fine del grato e prezioso servizio prestato disinteressatamente alla Chiesa universale e alle Chiese particolari […].

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Incredibile ma vero! Proprio quello che anni dopo farà il Santo Padre Francesco [cf. QUI, QUI] il quale però, mentre il Pontefice del futuro scriveva questa enciclica e dettava queste disposizioni, era sempre Arcivescovo Metropolita di Buenos Aires.

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Nella parte che tratta «Sui vescovi, il loro sacro ministero pastorale e la loro dignità apostolica», tra i vari paragrafi ve n’è un altro che merita di essere segnalato:

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12 Abolizioni delle sedi arcivescovili con diritto cardinalizio Non si è promossi alla dignità cardinalizia per “diritto di sede” ma per meriti particolari, dopo lunga e profonda opera di donazione alla Chiesa e al Popolo di Dio. Fatta sola eccezione per le sedi primaziali nazionali, si dispone la revoca del titolo cardinalizio a tutte le sedi arcivescovili del mondo che attualmente ne beneficiano. Il Romano Pontefice sceglierà il numero di cardinali necessario per formare il collegio cardinalizio principalmente tra vescovi diocesani e tra alcuni vescovi titolari. Potrà quindi accadere che anziché l’arcivescovo metropolita della grande sede che sino a prima ne aveva beneficiato per storico diritto di titolo, sia promosso alla dignità cardinalizia il vescovo di una diocesi suffraganea di quella stessa metropolia […]».

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Incredibile ma vero! Proprio quello che anni dopo farà il Santo Padre Francesco [cf. QUI, QUIQUI, ecc..] il quale però, mentre il Pontefice del futuro scriveva questa enciclica e dettava queste disposizioni, era sempre Arcivescovo Metropolita di Buenos Aires.

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sempre in questa parte dedicata ai Vescovi, udite cosa scrive il Pontefice del futuro riguardo le diocesi italiane:

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14 Sul numero eccessivo di diocesi italiane — In Italia dovrà essere rivisto il numero eccessivo di diocesi, diverse delle quali raggruppanti in numero di abitanti meno dei fedeli di una singola parrocchia delle grandi realtà metropolitane del mondo. Dovrà essere rivisto anche il numero delle sedi arcivescovili metropolitane e delle sedi arcivescovili, in particolare nelle zone dove per ragioni di carattere storico è stato dato il titolo di sede arcivescovile o di metropolia a realtà che oggi non hanno più motivo di sussistere. Secondo l’estensione territoriale e il numero dei battezzati, in Italia vi sia una sede metropolitana ogni tre milioni di battezzati, due oltre cinque milioni di battezzati, tre oltre i dieci milioni di battezzati. Nelle regioni con un numero di battezzati inferiore a tre milioni sia comunque istituita una metropolia, purché vi siano almeno cinque diocesi suffraganee, in caso contrario, le diocesi di quella regione, siano ripartite tra le province ecclesiastiche delle regioni vicine. Salvo reali e inderogabili necessità pastorali si proceda alla soppressione o all’accorpamento di tutte le diocesi inferiori per numero ai 100.000 battezzati.

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Incredibile ma vero! Proprio quello che anni dopo lamenterà il Santo Padre Francesco: il numero eccessivo delle Diocesi italiane [cf. QUI, QUI, ecc.] il quale però, mentre il Pontefice del futuro scriveva questa enciclica e dettava queste disposizioni, era sempre Arcivescovo Metropolita di Buenos Aires.

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Dove il Pontefice futurista tratta nella terza parte «Sui sacerdoti in particolare sulla liturgia ed i Sacramenti», udite che cosa scrive Benedetto XVIII, il quale invoca nuovi criteri circa l’esame e le sentenze di nullità matrimoniale da parte dei tribunali ecclesiastici: 

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23 Sulla celebrazione del Sacramento del Matrimonio — All’ occorrenza sarebbe necessario agire con responsabilità e coraggio, dicendo prudentemente di no alla richiesta della celebrazione di nozze avanzata da giovani o meno giovani affetti da palese immaturità, mossi da superficiale infatuazione, non animati da cosciente convinzione e, soprattutto, da basilare fede cristiana. Certi problemi andrebbero infatti prevenuti con accorta prudenza. È grave colpa del vescovo e del parroco, soprassedere con noncuranza su certi casi di chiara immaturità e presiedere ugualmente alla celebrazione del Sacramento, salvo poi ricordare in seguito, anziché prima, che il matrimonio è indissolubile, quando ricorrono tutti i presupposti per la sua validità. A tal proposito si invitano i tribunali ecclesiastici a valutare con cura, ai fini di una eventuale sentenza di nullità, i casi di mancata percezione e consapevolezza sacramentale da parte di sposi non adeguatamente stimolati ad acquisire il senso vero e profondo della natura del matrimonio religioso, prendendo però in tal caso, sempre e di prassi, anche i dovuti provvedimenti canonici nei confronti dei sacerdoti che si sono prestati alla celebrazione di un sacramento in tutti quei casi in cui era evidente la non opportunità di procedere nella sua amministrazione.

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Incredibile ma vero! Proprio quello che anni dopo farà il Santo Padre Francesco con il suo motu proprio Summi Pontificis sulla riforma del processo canonico per le cause di nullità del matrimonio [cf. QUI], il quale però, mentre il Pontefice del futuro scriveva questa enciclica e dettava queste disposizioni, era sempre Arcivescovo Metropolita di Buenos Aires.

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Il Pontefice del futuro, sempre nella parte terza dedicata ai sacerdoti, alla liturgia e ai Sacramenti, non manca di trattare il tema della confessione sacramentale, dando indicazioni ben precise ai confessori, del tipo …

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22 Sulla celebrazione del Sacramento della Penitenza — «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi a chi non li rimetterete non saranno rimessi». Si tenga sempre presente questo monito iniziale: «Ricevete lo Spirito Santo», perché attraverso la sua opera il confessore è chiamato a operare come strumento nelle mani della grazia di Dio. I Padri della Chiesa riuniti in concilio dichiararono che è necessario «per diritto divino confessare tutti e singoli peccati mortali». Amministrando questo delicato sacramento il confessore, che è chiamato a essere giudice ma soprattutto medico, sia anzitutto sempre misericordioso, largendo il perdono che procede da Padre dal Figlio e dallo Spirito Santo, perché Cristo è divina misericordia incarnata che racchiude in sé la dimensione umana-divina. Eviti sempre di essere inopportuno, si attenga a ciò che dice il penitente, non indaghi, non osi mai chiedere nomi di luoghi o di persone legate ai fatti narrati, specie se particolarmente gravi, faccia anzi l’esatto contrario: se il penitente volesse riferirli risponda che per dare conforto, consiglio e soprattutto remissione dei peccati, non è necessario riferire luoghi specifici e soprattutto identità dei soggetti, ma solo i fatti in sé, ad eccezione dei casi veramente particolari e straordinari la cui valutazione è rimessa tutta alla migliore saggezza del confessore e soprattutto alla luce dello Spirito Santo che lo illumina. Sia molto misurato nel rivolgere eventuali domande e lo faccia unicamente se proprio necessario, anzi solo se indispensabile, per esempio nel caso in cui non avesse compreso quanto esposto dal penitente, ma soprattutto si attenga sempre allo stretto merito di quanto gli è stato detto. Non faccia interrogatori e non apra mai argomenti su temi che il penitente non ha affrontato. In particolare non osi entrare in modo diretto o indiretto in discorsi legati alla sua intimità sessuale, se il penitente non aprirà in libera coscienza argomenti su certi temi o se non porrà espressi quesiti in tal senso. Sono infatti noti da sempre casi di fedeli che per causa di un pessimo confessore, o per le indagini o le domande inopportune e a vario titolo non dovute rivolte da un confessore, si sono allontanati per anni, a volte persino per decenni dalla Chiesa, dopo essersi sentiti violati nella loro più profonda sensibilità e intimità umana.

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Quanto torna alla mente il Santo Padre Francesco che anni dopo la pubblicazione di questa enciclica da parte del Pontefice del futuro, esordirà più volte, rivolto ai confessori, con espressioni di questo genere: «il confessionale non deve essere una camera di tortura» [cf. QUI], «il confessore deve essere misericordioso» [cf. QUI], «i penitenti non vanno maltrattati» [cf. QUI] …

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L’Enciclica di Benedetto XVIII giunse a suo tempo in copia-omaggio a diversi alti esponenti della Curia Romana. Ebbene: può sorgermi oggi il piacevole sospetto che qualcuno l’abbia letta veramente? A mano a mano che saranno presi altri spunti dall’enciclica del mio Pontefice futurista, sarò lieto di comunicarlo ai nostri affezionati lettori. Poi, se il Santo Padre volesse impiegarmi come consulente o consigliere, in tal caso avrebbe la garanzia che io, al contrario del Cardinale Walter Kasper & C., non gli suggerirei mai di andare a Stoccolma nel 2017, durante il centenario delle apparizioni della B.V. Maria di Fatima, a festeggiare i cinquecento anni della cosiddetta “Riforma” luterana, la quale lungi dall’essere stata tale, vale a dire una riforma, rimane ed è stata invece solo la celebrazione della dolorosa eresia di Martin Lutero che ha rotto la comunione con la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. E dinanzi alle eresie — come di recente ci ha sapientemente ricordato il Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, Cardinale Gerhard Ludwig Müller [cf. QUI] — noi, non abbiamo proprio niente da celebrare e tanto meno festeggiare.

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Per leggere la Enciclica in forma di motu proprio del Pontefice del futuro nella parte che tratta la riforma del can. 579 cliccare sotto

QUANTA CURA IN CORDIBUS NOSTRIS – parte quarta

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Fronte e retro della copertina del libro

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quanta cura 1

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Quanta cura 2

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Oppure in formato PDF aprendo

QUI

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Come salvare la fede, dopo avere udito certe omelie?

COME SALVARE LA FEDE, DOPO AVERE UDITO CERTE OMELIE ?

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La Chiesa, per ovvie ragioni di carattere pedagogico-pastorale, ha posto giustamente il Credo dopo l’omelia, affinché il Popolo di Dio, com’ebbe a dire il Cardinale Tomas Spidlìk: «possa seguitare a credere malgrado ciò che spesso è costretto a udire» dalle bocche di certi predicatori …

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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 PDF articolo formato stampa

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trinitas

Sei Padre, Figlio e Spirito, sei Dio unico …

In questa solennità nella quale la Chiesa universale celebra e glorifica la Santissima Trinità, mi soffermerò su alcuni passi del nostro Simbolo di fede, il Credo, quello che la Chiesa, per ovvie ragioni di carattere pedagogico-pastorale, ha posto giustamente dopo l’omelia, affinché il Popolo di Dio, com’ebbe a dire il Cardinale Tomas Spidlìk: «possa seguitare a credere malgrado ciò che spesso è costretto a udire» dalle bocche di certi predicatori, ed in specie in festività come quella di oggi, dalle quali si può percepire l’essere come purtroppo il non essere; e dinanzi al non essere, si aprono solo le porte del non divenire futuro.

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Per aprire l’articolo cliccare sotto

22.05.2016  Ariel S. Levi di Gualdo  —  COME SALVARE LA FEDE, DOPO AVERE UDITO CERTE OMELIE?

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A chi desidera approfondire l’argomento sulla autentica tragedia alla quale spesso è ridotta l’omiletica dei giorni nostri, suggeriamo la lettura di due libri scritti da un laico cattolico, Claudio Dalla Costa, editi da Effatà Edizioni

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claudio dalla costa avete finito

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Claudio dalla Costa Il Vangelo dei banchetti

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Difendiamo i Vescovi italiani. Alla C.E.I il Santo Padre invita alla “povertà”. Il Padre Ariel mette in vendita la sua Porsche e con l’occasione domanda perdono al Cardinale Angelo Bagnasco

DIFENDIAMO I VESCOVI ITALIANI. ALLA C.E.I IL SANTO PADRE INVITA ALLA “POVERTÀ”. IL PADRE ARIEL METTE IN VENDITA LA SUA PORSCHE E CON L’OCCASIONE DOMANDA PERDONO AL CARDINALE ANGELO BAGNASCO

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Con il suo discorsi di apertura alla 69° Assemblea Plenaria dei Vescovi d’Italia, il Santo Padre ha detto delle cose giuste e vere, ma comunicate in modo sbagliato, con un pizzico di livore e soprattutto senza un prudente senso delle universali proporzioni, facendo così l’ennesima gioia dei nostri nemici di sempre e umiliando al tempo stesso una intera assisa di vescovi quindi umiliando noi presbiteri che li veneriamo e li ubbidiamo come nostri Pastori.

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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ariel vendesi porsche

nella foto: la Porsche da corsa di Padre Ariel messa in vendita. Il ricavato sarà devoluto in parte al comitato per la istituzione delle feste musulmane nelle scuole [cf. QUI], in parte per la costruzione di nuove moschee a Bologna [cf. QUI] e in parte per la costruzione di una pista ciclabile dentro la cattedrale metropolitana di Palermo [cf. QUI]

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PDF articolo formato stampa

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Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato.

[G 15, 18-21]

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Il Santo Padre Francesco, più del suo Sommo Predecessore Giovanni Paolo II è un uomo che gioca coi mass-media, ma con una differenza: San Giovanni Paolo II dai mass-media è stato fatto in pezzi per lunghi anni. Infatti, in questo mondo affetto da gran carenza di memoria storica, tutti ricordano il vecchietto col corpo ormai deforme e col bastone di sostegno per muovere pochi passi. Tutti ricordano la delicatezza delle reti televisive che spostavano l’inquadratura durante le sacre celebrazioni quando sulle labbra del Santo Padre prostrato dalla malattia affiorava un filo di bava, mentre si sforzava di scandire le parole in modo comprensibile. Ecco allora cuori toccati, uomini e donne inteneriti, giovani piangenti … ma sul finir della sua vita!

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WOJTYLA SARA' BEATIFICATO IL PRIMO MAGGIO 2011 / SPECIALE

30 marzo 2005, pochi giorni prima della sua morte, una straziante immagine di San Giovanni Paolo che cerca di parlare, ma senza riuscirvi, affacciato al balcone per salutare la numerosa folla convenuta per l’Angelus in Piazza San Pietro.

Il sofferente vecchietto è stato infatti solo l’ultimo Giovanni Paolo II, non il primo, né il secondo. Se facessimo memoria storica dovremmo ricordare che questo Santo Pontefice, a partire dal 1978 – anno in cui chi scrive aveva 15 anni – è stato osteggiato e per anni insultato da quella stampa liberista che oggi inneggia «Viva Francesco!». A San Giovanni Paolo II dobbiamo riconoscere in ossequio alla verità che dei mass-media egli si è servito a caro prezzo per annunciare nel suo lungo pontificato ciò che il mondo non voleva sentirsi dire. Forse Eugenio Scalfari, direttore dell’attuale Osservatore Romano parallelo, ha perduto memoria, ma noi ci ricordiamo bene di lui, quando dalle colonne de La Repubblica, oggi organo ufficioso della Santa Sede, irrideva Giovanni Paolo II – accusato di essere contrario all’aborto – invitandolo a studiarsi un trattato-base di istologia. Giovanni Paolo II non piaceva al mondo laicista, non piaceva anche a una buona fetta di mondo cattolico, a un certo mondo teologico ed ecclesiastico, non piaceva ai comunisti, non piaceva ai massoni, non piaceva ai liberal-capitalisti; e per anni, il suo sommo magistero è stato diffuso dai mass-media attraverso le polemiche e gli attacchi spesso più virulenti; il tutto perché Giovanni Paolo II non si è mai curato di fare e di dire ciò che piaceva al mondo [cf. Gv 15, 18-21], ed è proprio su questo che si regge la eroicità delle sue virtù. Del Sommo Pontefice Francesco, al terzo anno del suo Augusto Pontificato possiamo dire invece l’esatto contrario: egli ha espresso ciò che il mondo, ed in particolare gli ultra liberisti volevano sentirsi dire, anche e soprattutto in toni critici, a volte anche furenti nei confronti della Chiesa, dei suoi vescovi e del suo clero. Tra i numerosi paradigmi resta per me sintomatico quello della massoneria: quando mai nel corso della sua storia, dalla nascita di questa perniciosa sètta gnostico-esoterica, con non indifferenti punte di satanismo, si erano mai sentiti i massoni ed i loro più alti vertici lodare un Sommo Pontefice e il suo pontificato? Perché le possibilità sono due e dubito che ve ne sia una terza: se i massoni lodano ed esaltano un Pontefice ed il suo pontificato, come ripetutamente hanno fatto e come stanno facendo, o costoro si sono convertiti, oppure c’è qualche cosa che non funziona; e questo qualche cosa ci deve molto inquietare.

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Con il suo discorso di apertura alla 69° Assemblea Plenaria dei Vescovi d’Italia, il Santo Padre ha detto delle cose giuste e vere, ma comunicate in modo sbagliato e senza un prudente senso delle universali proporzioni, facendo così l’ennesima gioia dei nostri nemici di sempre e umiliando al tempo stesso una intera assisa di vescovi, quindi umiliando noi presbiteri che li veneriamo e li ubbidiamo come nostri Pastori [testo integrale del discorso, QUI].

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Udienza generale del mercoledi'

solitamente, quando il Santo Padre non sorride, o parla dei vescovi o parla dei preti …

Ma partiamo dalle immagini, visto che oggi viviamo condizionati e schiavi del mondo dell’immagine. Tutti noi abbiamo visto il Santo Padre sorridere a piena bocca dinanzi a profughi veri o presunti, a carcerati, a donne mussulmane, a eretici luterani, pentecostali e anglicani. L’abbiamo visto sorridente in foto come “uno di noi” o come “er papa de noartri”, mentre dopo essersi servito al self-service della mensa della Domus Sanctae Martae si metteva a sedere col suo vassoio a un tavolo per consumare il suo pasto con cinque operai impiegati presso la Santa Sede … quando però comincia a parlare di vescovi o di preti, la sua faccia diventa seria, quasi cupa, il suo parlare è accompagnato da segni di smorfie sul volto. E queste sono immagini fotografiche e filmiche, non opinioni personali.

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La sostanza di fondo del discorso è ineccepibile ed i difetti e vizi del clero e dell’episcopato che il Santo Padre ha enunciato sono gli stessi che pure io ho indicato ripetutamente nel corso del tempo, già anni prima dell’inizio del suo pontificato; ed in toni più accesi e severi. Ebbene perché, nessuna delle correnti del laicismo strutturalmente e da sempre anticlericale e anti-cattolico, ha mai dato risalto a quegli scritti e a quelle pubblicazioni nelle quali un prete scriveva, proprio in quanto tale, dall’interno e con cognizione di causa, sui gravi mali che affliggevano la Chiesa e il suo Clero? Vi spiego subito il motivo: perché non potevano strumentalizzarmi. Perché più alti erano i miei toni critici più alta si percepiva la mia devozione alla Chiesa. Più severe erano le mie critiche più veniva confermato che anche ai vescovi più mediocri e scandalosi, anche a quelli infarciti di eresie moderniste e di errori dottrinali, era dovuta filiale obbedienza e rispetto. E queste cose, ai mass-media laicisti, anticlericali e massoni che oggi gridano «viva Francesco!», non interessano.

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Helder Camara

Il vescovo brasiliano Helder Câmara [1909-1999]

Il Santo Padre ha umiliato i Vescovi d’Italia sulle righe e dietro le righe di questa ennesima rampogna anche portando loro come modello di episcopale virtù un personaggio a dir poco ambiguo come il vescovo brasiliano Hélder Câmara, che mai personalmente mi sognerei di portare come esempio, ed in specie poi come esempio di dottrina e di pastorale. Un vescovo per il quale oggi, ad invocarne la beatificazione, è il gotha della Teologia della Liberazione, con in testa eretici e sacerdoti rinnegati come Leonard Boff e Giovanni Franzoni, come Hans Küng e via dicendo. E citare un così piccolo personaggio come modello per i vescovi di un Paese che ha donato alla Chiesa un celeste esercito di pastori veramente santi e illuminati, è offensivo e umiliante, se pensiamo al genere di levatura e di santità di vita alla quale sono giunti nel tempo molti modelli del nostro episcopato italiano. E voi capite che già questa sola citazione ha toccato al cuore come una freccia di cupido i mass-media laicisti e quelli della sinistra radical-chic, gli anticlericali ed i massoni che oggi gridano tutti in coro: «viva Francesco … el castigador !». Certo, si potrebbe dire che il Santo Padre ha detto anche alcune altre cose, ma resta il fatto che sui giornali di mezzo mondo, il messaggio che è passato, è stato l’ennesimo rimprovero a vescovi e preti italiani. E qui è lecito chiedersi: sbaglia il comunicatore a comunicare od i mezzi di comunicazione a riportare ciò che a loro solo aggrada? In ogni caso, c’è il rischio di un … “concorso in colpa”.  

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Nel suo approccio con i Vescovi d’Italia noto purtroppo che il Santo Padre manca del senso delle proporzioni, oltre a essere gravato, come più volte ho scritto e spiegato, dei tipici pregiudizi anti-romani che sono diversamente ma similmente propri di un certo clero tedesco e latinoamericano. E il senso delle proporzioni, assieme alla realtà oggettiva, imporrebbe di valutare e di riconoscere il fatto che quello italiano – seppur gravato di non pochi problemi, difetti e vizi congeniti – rimane ed è tutt’oggi il migliore episcopato del mondo, soprattutto da un punto di vista pastorale e dottrinale.

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Alessandro VI

Dipinto di Rodrigo Borgia, il Sommo Pontefice Alessandro VI [1492-1503]

È vero che nel corso della nostra storia, in periodi sociali molto complessi noi abbiamo avuto figure di potere discutibili come i cardinali delle famiglie Orsini, Farnese, Borghese, Colonna, Chigi, de’ Medici … ma è pur vero che se la Chiesa è sopravvissuta e se Roma non ha fatto la fine di Costantinopoli divenuta Istambul con la sua grande cattedrale convertita in moschea, lo dobbiamo anche a grandi uomini come il Sommo Pontefice Alessandro VI, la cui vita in generale e quella sua privata in particolare era tutta un programma; ma ciò non gl’impedì di essere un difensore della fede e della dottrina. E se oggi a Buenos Aires esiste un’arcidiocesi e se in Argentina esiste una Chiesa Cattolica, ciò non lo si deve di certo agli indios né ai poveri delle villas de las miserias ma lo si deve anche e soprattutto a figure di potere discutibili come i cardinali delle famiglie Orsini, Farnese, Borghese, Colonna, Chigi, de’ Medici … dei soggetti forse meno “politici” di quanto sta mostrando invece di esserlo il Santo Padre Francesco, ed il perché ve lo spiego subito …

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… la Chiesa più sfacciatamente ricca, anzi opulenta nella sua ricchezza, non è quella italiana ma quella tedesca. E questa ricchezza è tanta e tale che le parrocchie possono permettersi di stipendiare persino i membri del consiglio parrocchiale ed i catechisti.

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kirchensteuer

attraverso la Kirchensteur, la tassa di culto, la Chiesa Cattolica tedesca giunge a percepire sino a 10 miliardi di euro all’anno

A Roma io ricevetti i sacri ordini del diaconato e del presbiterato a pochi giorni di distanza da un mio confratello tedesco, caro amico e compagno di studi. A distanza di pochi mesi, quando dopo l’estate lui fece rientro a Roma dalla Germania e c’incontrammo di nuovo, parlando del più e del meno venni a scoprire che il mio primo stipendio percepito dall’Ente Sostentamento Clero era pari a 740 euro, il suo pari a 2.860. Assieme a questo “primo stipendio”, il confratello tedesco percepiva anche tutti i cosiddetti “extra”, perché ogni servizio pastorale nonché l’amministrazione di certi Sacramenti o la celebrazione delle Sante Messe, comportavano precisi e inderogabili compensi. Quindi il mio confratello percepiva in totale sui 3.400 euro al mese circa, senza spese di vitto, alloggio, forniture da pagare, ecc …

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Un parroco con 25 anni di servizio, in Germania giunge a prendere di stipendio tra i 5.000 ed i 6.000 euro al mese, del tutto esenti da spese, interamente coperte dalla parrocchia.

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negli anni Settanta una singola parrocchia tedesca era in grado di mantenere una intera diocesi missionaria nell’America Latina

Negli anni Settanta, una singola parrocchia tedesca, grazie al rapporto sproporzionato che c’era tra il marco tedesco e le monete di altri Paesi, era in grado di mantenere da sola un’intera diocesi missionaria del Brasile. E detto questo qualcuno si domanda come mai la Teologia della Liberazione è nata nel Nord dell’Europa e sia stata poi incubata dai teologi tedeschi tra il Brasile e vari altri paesi del Latino America? La Teologia della Liberazione – e non solo quella – è stata incubata dai tedeschi a botte di soldi;  gli stessi tedeschi che oggi, romanofobi più che mai, vogliono colpire sempre a botte di soldi l’episcopato e il clero italiano. 

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La Germania, seguita appresso dagli Stati Uniti d’America, è sempre stata il più grande contribuente della Santa Sede; in tempi recenti s’è aggiunta come grande contribuente la Chiesa Cattolica coreana, ch’è anch’essa ricchissima, essendosi il Cattolicesimo sviluppato in quel Paese nei ceti sociali più alti e ricchi. E non a caso questo Paese ha ricevuto la visita apostolica degli ultimi Pontefici, compreso il Pontefice Regnante amante dei poveri, dei profughi e delle periferie esistenziali, il quale non mi risulta abbia speso un sospiro sul tenore di vita condotto da molti preti coreani, gran parte dei quali provenienti dalle famiglie della più alta borghesia, in particolare di quelli che, strapieni di soldi, vengono a studiare a Roma.

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Quello che viene chiamato IOR, l’Istituto Opere di Religione, la cosiddetta Banca Vaticana, di fatto è una banca tedesca, perché i depositi si trovano presso un istituto bancario di Francoforte. Quindi possiamo dire che i tedeschi, in un certo senso, “amministrano” anche i fondi della Santa Sede.

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Dopo avere visto nelle chiese della Germania abusi liturgici d’ogni sorta, disciplina dei Sacramenti arbitraria … o peggio “vescovesse” luterane ospiti che durante la Santa Messa erano invitate a fare l’omelia al Vangelo … giustamente mi chiesi: «… ma se a Roma sanno tutto, perché non hanno mai fatto niente?». E ben presto compresi che non avevano mai fatto niente per il semplice fatto che i tedeschi reggon le corde della borsa. E come purtroppo sappiamo, per alcuni Dio è “uno, trino e … quattrino“!

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papa repubblica

La Repubblica, la quintessenza dell’anticlericalismo radical chic divenuta oggi l’organo ufficioso della Santa Sede

Se il Santo Padre ha da rivolgere delle rampogne, ecco allora che le rivolge solo al clero italiano. Forse anche perché i nostri vescovi non l’hanno informato del fatto che in Italia, non pochi parroci di comunità non abbienti – le quali non sono affatto poche – si trovano costretti a chiedere aiuto ai vecchi genitori pensionati per pagare la bolletta della luce della casa parrocchiale. E se il Santo Padre vuole eventualmente convocarmi, recandomi da lui coi conti alla mano potrei spiegargli che non potrei mai sopravvivere con 800 euro al mese di stipendio percepiti dell’Ente Sostentamento Clero, se da sempre non avessi mia madre e mio fratello che mi sostengono, affinché loro figlio e loro fratello prete possa condurre una vita entro quelli che sono gli schemi della umana dignità e servire così quanto meglio la Chiesa e il Popolo di Dio; cosa quest’ultima che preme molto ai miei familiari, ma che a quanto pare non preme invece più di tanto al mio Principale.

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Conosciamo bene sia i difetti del nostro episcopato sia quelli del nostro clero, ma li riconosciamo col dovuto senso delle proporzioni basate sui fatti, che sono questi: il nostro episcopato e il nostro clero, dinanzi a degli episcopati mondiali ed ai loro presbìteri che sono ormai nei concreti fatti completamente perduti, rimane tutt’oggi uno dei migliori episcopati del mondo.

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bastone e carota

bastone all’episcopato italiano e carote all’episcopato tedesco

Duole molto che quando si tratta di ricchezze ed amministrazione dei beni, il Santo Padre usi la mazza ferrata con l’episcopato e il clero italiano, ma non proferisca un sospiro sul clero tedesco, la cui ricchezza è veramente opulenta, tanto e quanto invece non lo è quella della Chiesa Italiana, ma soprattutto del suo clero.

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Detto questo ci si potrebbe domandare: politicamente che cosa accomuna Rodrigo Borgia, il Sommo Pontefice Alessandro VI e Jorge Mario Bergoglio, il Sommo Pontefice Francesco? Perché pare che entrambi, a distanza di secoli dalla loro elezione, una cosa in comune ce l’abbiano: l’avere trattato con un occhio di particolare riguardo i loro cosiddetti … elettori. A partire da uno dei peggiori vescovi-teologi citato in gloria dal Santo Padre Francesco dinanzi alla piazza in mondovisione a pochi giorni dalla sua elezione: il Cardinale Walter Kasper, ossia la presumibile anima pia che forse, assieme ad altri disastrosi affini, gli ha suggerito di andare a festeggiare, nel 2017, non il centenario delle apparizioni della Madonna di Fatima, ma la pseudo “riforma” dell’eresiarca Lutero. E dinanzi alle eresie diffuse da chi ha rotto la comunione con la Chiesa, la quale resta per mistero di fede una, santa, cattolica e apostolica, non abbiamo quindi proprio nulla da festeggiare, come ha ricordato quel grand’uomo del Cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede in uno dei momenti forse più tragici della nostra storia ecclesiale ed ecclesiastica [cf. QUI].

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Già in passato ho scritto in toni di rammarico e di allarme che il Santo Padre Francesco sta modificando la “personalità” dell’episcopato italiano con la nomina di vescovi che sono dei suoi veri e propri cloni, capaci solamente a parlare − viepiù con nauseabonda piaggeria – di periferie esistenziali, di profughi e di poveri. Cosa questa che mi induce ad esprimere delle parole di particolare stima e di profonda e sincera devozione sacerdotale nei riguardi dell’Arcivescovo Metropolita di Genova, il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente dei Vescovi Italiani:

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Angelo Bagnasco

il Cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo Metropolita di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

«Eminentissimo Padre Cardinale, non passerà molto tempo che noi, con la morte nel cuore e le lacrime agli occhi risogneremo i tempi recenti nei quali avevamo come punto di riferimento e modelli di equilibrio pastorale uomini straordinari come lei. Domani noi vivremo nel vostro ricordo e sentiremo in modo drammatico la vostra mancanza. E quelli che, come il sottoscritto, in alcuni momenti vi hanno trattati con severità, si pentiranno − ma se è per questo io sono già pentito – d’esser stati severi con voi e renderanno la vostra vecchiaia meno sofferente venendovi a baciare la mano e dicendovi con profonda devozione che in verità voi eravate degli autentici Padri della Chiesa; e ve lo diremo sinceri e convinti dopo avere provato il peggio del peggio che sulla nostra pelle di presbìteri fedeli alla Santa Chiesa di Cristo e alla sua dottrina si sta ormai preparando».

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Nel frattempo, facendo mia la nuova esortazione del Santo Padre, ho deciso di mettere in vendita la mia Porsche sportiva. Forse potrebbero acquistarla i Frati Minori Francescani, se la magistratura svizzera gli ha sbloccato i conti che aveva loro congelati in una banca Elvetica in seguito a operazioni finanziarie non molto pulite. E tutte queste malversazioni finanziarie portate avanti in nome di Monna Povertà, sono avvenute proprio quando Ministro Generale dell’Ordine, per nove anni, era colui che, in quanto francescano e in quanto poverello, il Santo Padre ha voluto Arcivescovo Segretario della Congregazione per i religiosi, sempre sulla base del principio: i poveri e la povertà avanti a tutto, quindi è bene nominare a certi uffici chi la povertà la conosce bene; e con spirito di lodevole povertà ha mostrato santo sprezzo verso lo sterco del Demonio, il danaro, messo per questo a prudente distanza dentro le banche svizzere.

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Noi Presbìteri italiani siamo molto gelosi dei nostri Vescovi, come i nostri Vescovi sono da sempre gelosi dei loro Presbìteri, il tutto in un legame di profonda e antica fedeltà. E questa santa gelosia è frutto dei nostri venti secoli di storia cristiana italiana, una storia bagnata dal sangue dei martiri e fortificata dal genio dei nostri santi. E tutti assieme, Vescovi e Presbìteri, ci piacerebbe essere santamente gelosi del Regnante Pontefice, se il suo sport preferito non fosse quello di prenderci a schiaffi in faccia, non per correggerci, ma solo per piacere al mondo, per piacere a tutto ciò che da sempre non è cristiano, per essere applaudito ad ogni suo schiaffo dato sulle nostre facce da un esercito di gaudenti post-comunisti, massoni e liberal capitalisti …

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da L’Isola di Patmos, 18 maggio 2016

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Messaggio ai Vescovi in occasione dell’assemblea plenaria della C.E.I, dove si discuterà anche della formazione del clero, non però di quella dei vescovi che dovrebbero formare il clero

MESSAGGIO AI VESCOVI IN OCCASIONE DELL’ASSEMBLEA PLENARIA DELLA C.E.I, DOVE SI DISCUTERÀ ANCHE DELLA FORMAZIONE DEL CLERO, NON PERÒ DI QUELLA DEI VESCOVI CHE DOVREBBERO FORMARE IL CLERO

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«Puoi mostrarmene uno soltanto che abbia salutato la tua elezione senza aver ricevuto denaro o senza la speranza di riceverne? E quanto più si sono professati tuoi servitori, tanto più vogliono spadroneggiare all’interno della Chiesa».

[Bernardo di Chiaravalle al neoeletto Eugenio III]

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Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF formato stampa del «TRATTATO BUONO PER OGNI VESCOVO»

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Venerabili Vescovi.

A partire da lunedì 16 maggio sarete riuniti a Roma nell’assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Italiana, nel corso della quale, tra i vari temi, tratterete anche quello del «rinnovamento» e della «formazione del clero». Credo sia dunque legittimo domandarvi: siete veramente convinti di parlare del problema della “formazione del clero”, senza prima parlare del drammatico problema della formazione dei Vescovi che sono chiamati a formare il proprio clero? Per questo vi offro uno spunto di riflessione in questo «trattato buono per ogni vescovo».

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Per aprire il testo cliccare sotto

«TRATTATO BUONO PER OGNI VESCOVO»  –  MESSAGGIO AI VESCOVI IN OCCASIONE DELL’ASSEMBLEA PLENARIA DELLA C.E.I.

 

 

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