LA COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI E LA SOCIETÀ ATTUALE: ESISTE ANCORA UN’IDEA DI NECROPOLI CRISTIANA NEL SUO ASPETTO ECCLESIALE?
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Nella società contemporanea la morte è sempre più demonizzata, esorcizzata mediante la costruzione di veri e propri quartieri “dormitorio” che attraverso la realizzazione di “colombari” tutti uguali tra loro, degli enormi palazzoni con ascensori, il cui meccanismo sembra turbare il sonno dei defunti, dove si colgono gli aspetti più devastanti e tristi di una solitudine disumana, reflusso di un meccanismo societario ormai più votato alla serialità che alla sostanza o alla voce del cuore.
Risurrezione del Cristo (1966) nella pittura di Quirino De Ieso [tempera, cm.50X35)
Gesù ci dice: «Non vi meravigliate di questo,poiché verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna» [cf. Gv 5, 28-29]. Ed ancora Gesù disse in un brano precedente: «I morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che avranno prestato ascolto vivranno» [cf. Gv 5, 25]. Per seguire con l’Apocalisse nella quale è scritto: «Coloro che “prestano ascolto”, o ubbidiscono, alle istruzioni che ricevono dopo essere stati risuscitati avranno i loro nomi scritti nel “rotolo della vita”» [Ap 20, 12-13].
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Cratere di Eufronio, raffigurante ypnos e thanatos, il sonno e la morte [Museo etrusco-romano di Cerveteri]
Il sonno della morte rende l’uomo un’entità impotente, muta di fronte all’inesorabile accadimento scientifico e razionalistico, ma fortunatamente consolatorio per la memoria umana che esprimendosi attraverso sia i carmina, l’epigrafe, sia la rappresentazione artistica soccorre alla perpetuazione dell’identità individuale di ciascuno di noi. Così come ci avvisa l’Evangelista Giovanni, con le parole di Cristo, la persona defunta, deve essere riconosciuta tale, con il proprio bagaglio culturale, la propria esperienza, con una propria missione, mediante “la celebrazione funebre o in suffragio” ovvero il ricordo assicurato dall’epitaffio; per poi essere infine, la morte, sconfitta da Cristo Risorto attraverso il riconoscimento della vita eterna, tramite quella resurrezione del corpo che ci rende partecipi alla risurrezione del Cristo.
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Sergio Alessandro Ughi, 1981: Partita a scacchi con la morte [Collezione Cassa di Risparmio di Ferrara]
Il monito dell’Evangelista Giovanni è chiaro:il vissuto dell’uomo non può essere dimenticato per quella moltitudine di scritti, manufatti, lavori di più vasto e vario genere sia intellettuali che artigianali che siamo abituati ad apprezzare o meno attraverso libri, giornali, città vere e proprie, che rivelano oltre alla mente, la presenza di un’anima e che oggi gli stessi mezzi di comunicazione, invenzioni e strumentazioni tecnologiche ne rendono quasi perfetta la stessa esistenza terrena. Ma siamo così troppo concentrati a vivere questa vita che talvolta dimentichiamo persino di essere mortali. Quindi ci si chiede quanta ancora sia l’attenzione, l’interesse, la cura a che i propri defunti siano riconosciuti come uomini di straordinaria o meno attitudine, inclinazione, anche dopo aver vissuto questa vita mortale.
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Eppure un tempo lontano l’uomo si premurava di conferir “giusta sepoltura” ai morti, soprattutto nella società greca testimoniata dai poemi omerici in cui l’angosciosa tensione di una mancata sepoltura inficiava il destino dell’anima, che poteva raggiungere la sua dimora definitiva nell’aldilà solo nel momento in cui il corpo avesse ricevuto gli onori e i riti di una degna sepoltura. Pertanto le cure nei confronti della custodia del cadavere erano pari a quelle dell’anima e funzionali al benessere di quest’ultima per garantirne il ricordo persino attraverso i secoli.
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Tomba etrusca Della Pietrera a Vetulonia, nella Maremma grossetana
Sin dalle origini della comparsa dell’uomo sulla terra, stili e modalità di sepoltura hanno contribuito alla continuità del “ricordo” funerario oltrepassando i confini del tempo, e il cimitero (dal greco κοιμητήριον luogo di riposo) quale luogo dell’eterno riposo, ha interessato ed interessa diversi aspetti della vicenda umana, dalla antropologia, alla storia dell’arte alla politica, alla società, finanche alla moda, per trovare conforto e motivazione al senso escatologico presente in ognuno di noi. La sepoltura, infatti, sin dall’antichità si è espressa nei modi più disparati attraverso forme e modi vari: dalla incinerazione alla inumazione, configurandosi strutturalmente mediante sarcofagi, tombe a grotticella artificiale, a tumulo, a cista, ad enchytrismos, simbolicamente legate alle varie credenze religiose pagane e pervenendo in epoca cristiana all’inumazione mediante cospargimento di oli sul corpo che veniva ricoperto dalla sindone (lenzuolo di lino).
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Basilica Sant’Isidoro, Leon (Castiglia), le tombe
L’unico spartiacque che ha da sempre distintoil modus sepolturae anche tra gli stessi cristiani riguarda la realizzazione di tombe, che siano state più o meno decorate a seconda delle possibilità economiche delle famiglie, o meglio talvolta istoriate delle vicende gloriose o distintive che in vita caratterizzarono il defunto, nella cornice dei differenti periodi storici. Non è certo trascurabile ancora, accennare al periodo bizantino tra IV e VI secolo, quando si procedette ad inumare personalità di spicco, alti prelati, o signorotti della città all’interno delle chiese, chiedendone l’intercessione ai martiri ivi sepolti, attraverso le cosiddette sepolture ad sanctos, un elemento talmente distintivo della società di allora che divenne persino una moda. Solo in epoca napoleonica, con il famoso Editto di Saint Cloud del 1804, esteso poi anche all’Italia, si vietarono costruzioni cimiteriali all’interno dei centri abitati, imponendone la collocazione extra moenia con lapidi tutte uguali collocate lungo la stessa cinta muraria.
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scorcio della necropoli di Pantalica (Siracusa)
Vere e proprie necropoli, calco delle città dei vivi si estenderanno fuori i centri abitati, caratterizzati da giardini, quasi immensi parchi lussureggianti di vegetazione e lapidi ivi piantate a mo di “steli” si, ma non floreali, bensì funerarie. Il cimitero viene considerato così un museo all’aperto, testimonianza della storia dell’identità di un popolo, simbolo della rappresentazione religiosa e sociale. Retaggio di quest’ultimo è il cimitero contemporaneo non più inteso come un tempo, semplicemente luogo dell’eterno riposo ma piuttosto oggi più che mai la tomba adempie alla funzionalità di una dimora per il defunto, abbellendone la morte, e procedendo ad una pianificazione del paesaggio necrofilo caratterizzato da cappelle di famiglia che assumono l’aspetto di vere e proprie case, in cui non esiste più solamente lo spazio dedicatorio alla memoria del compianto, ma si procede ad una celebrazione enfatizzata del ruolo economico sociale di colui che è scomparso.
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i colombari dei moderni cimiteri
Nella società contemporanea la morte è sempre più demonizzata, esorcizzata mediante la costruzione di veri e propri quartieri “dormitorio” che attraverso la realizzazione di “colombari” tutti uguali tra loro, degli enormi palazzoni con ascensori, il cui meccanismo sembra turbare il sonno dei defunti, dove si colgono gli aspetti più devastanti e tristi di una solitudine disumana, reflusso di un meccanismo societario ormai più votato alla serialità che alla sostanza o alla voce del cuore.
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«All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro?», recitava Ugo Foscolo nel carme i “Sepolcri”, ed ancora Kafka, nei suoi Diari, reclamava: la morte è considerata «lato crudele del male è quello di una fine apparente che produce un dolore reale». Ma oggi cosa resta di questi due preziosi “moti dell’anima”? Se si è persino giunti a congelare le spoglie mortali attraverso un procedimento complesso di crio-fusione per dare vita mediante il meccanismo del ciclo generativo ad un vegetale, o ancora un’insolita agenzia di pompe funebri è in grado di produrre “diamanti della memoria” [Cf.QUI] in cui le ceneri umane vengono trasformate in pietre preziose da incastonare e portare a spasso per la velleità dell’essere umano.
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Cupola affrescata da Correggio nella Cattedrale di Parma, raffigurante la risurrezione dei morti
Qui di arte c’è ben poco, ma ancor meno di spirito,perché non si tratta più di contattare l’artista che realizzi il sepolcro marmoreo o ligneo concentrando tutte le sue energie nel disegno adorno di punzonature o bassi rilievi dal profondo significato iconologico, simbolico e spirituale, quindi riporlo nel mausoleo o nella cappella funeraria più elegante della necropoli. La morte è certamente sempre uguale, ma l’uomo tenta di esorcizzarla in ben altro modo, non conferendogli più il significato della memoria di colui che fu, così come da secoli si è abituati a ricordare, ma di colui che sarà, ossia un pezzo di minerale o un vegetale, privando ormai anche il prossimo del senso escatologico della morte stessa, legata ad una speranza che è una certezza di fede: «Credo nella risurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà», come recitiamo nella nostra Professione di Fede.
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*storica dell’arte
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NOTA.
[1] Et iterum venturus est cum gloria, iudicare vivos et mortuos, cuius regni non erit finis.
E di nuovo verrà, nella gloria,
per giudicare i vivi e i morti,
e il suo regno non avrà fine.
[ Simbolo di Fede Niceno-Costantinopolitano (381) ]
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2015/11/Licia-foto-formato-piccolo.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Licia Oddohttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngLicia Oddo2016-11-01 00:40:172021-04-20 23:33:41La commemorazione dei defunti e la società attuale: esiste ancora un’idea di necropoli cristiana nel suo aspetto ecclesiale?
IL TERREMOTO A NORCIA NON PUÒ DISTRUGGERE QUELLO CHE HANNO GIÀ DISTRUTTO I BENEDETTINI TRA SOLDI, SESSO, DROGA E PERSINO IL ROCK AND ROLL DEL LORO ABATE PRIMATE
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Sulle figure e le personalità “di spicco” del mondo Benedettino degli ultimi decenni si potrebbero scrivere fiumi di pagine, tutte provate e documentate, per quanto riguarda sesso, soldi e persino uso di droghe, come nel caso dell’Arciabate di Montecassino, cocainomane all’ultimo stadio. Alla triade: soldi, sesso e droga, mancava solo il Rock and Roll, cosa alla quale pensò l’Abate Primate Nokter Wolf, tanto per non farsi mancare proprio niente.
Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo».
[Lc 21, 10-11]
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le rovine della basilica di San Benedetto da Norcia nella cittadina di Norcia
Sulla rivista La Nuova Bussola Quotidiana è apparso un articolo firmato dal Priore Benedettino del Monastero di San Benedetto a Norcia [vedere QUI], finito raso al suolo per le scosse sismiche. Dal momento che viviamo in una società che dal pensiero liquido è passata ormai a quello vaporoso e che per questo vive ogni evento con irrazionale emotività, senza memoria storica e capacità di lettura, credo meriti ricordare che «Dio castiga e usa misericordia», per parafrasare un articolo di Giovanni Cavalcoli OP [vedereQUI].
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La caduta della basilica benedettina, nella Città natale del Beato Padre Benedetto da Norcia, fondatore del monachesimo d’Occidente, è solamente la caduta visibile di un Ordine storico che da svariati decenni è stato distrutto dai membri delle varie famiglie benedettine.
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Nella Chiesa contemporanea vi sono due Ordini storici che sono paradigma della nostra irreversibile decadenza: i Gesuiti e i Benedettini. Non che gli altri Ordini e Congregazioni siano messe meglio, perché la decadenza della vita religiosa in generale, è ormai ad uno stato nel quale da tempo si è superata la soglia del non-ritorno.
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Dom Nokter Wolf, Abate Primate della Confederazione Benedettina in concerto rock
I Gesuiti sono il paradigma delle peggiori derive teologiche. Se infatti andiamo ad analizzare con lucidità la storia dei loro ultimi cinquant’anni di vita, scopriamo che la diffusione dei peggiori teologismi e sociologismi eterodossi sono tutta opera loro, sebbene lasciati liberi, sotto il pontificato di San Giovanni Paolo II, poi sotto quello di Benedetto XVI, di diffondere i peggiori errori dottrinari in America Latina e nei Paesi dell’Oriente.
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Il soprannome da me coniato: Compagnia delle Indie, mira a indicare in modo tragicomico la progressiva trasformazione della vecchia, gloriosa e benemerita Compagnia di Gesù fondata dal Beato Padre Ignazio di Loyola. Quest’Ordine, da decenni in caduta libera — anche a livello numerico, se consideriamo che in un solo anno d’inizio millennio furono registrati circa 500 decessi e 20 nuove ordinazioni sacerdotali in tutto il mondo —, ha il proprio attuale serbatoio di vocazioni in India e Africa, con una non lieve conseguenza: non pochi dei nuovi Padri sono palesemente animisti e sincretisti, con buona pace di quella che fu la lunga e rigida formazione cattolica alla quale i Gesuiti erano sottoposti in passato. Ovvie le conseguenze: se andiamo ad analizzare a fondo il problema scopriamo che dietro alle peggiori aberrazioni nate dalla Teologia della Liberazione, dalla Teologia del Popolo, dalla Teologia Indigenista, dalla Teologia Sincretista, sino alla Teologia della morte di Dio, per seguire con l’infiltrazione dei peggiori teologismi protestanti e dell’ebraismo biblico all’interno della Chiesa Cattolica, sempre e immancabilmente scopriamo che dietro al tutto vi sono come capocomici dei teologisti e dei sociologisti Gesuiti.
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Quando dinanzi all’evidenza dei fatti non si sa come rispondere,ma soprattutto come negare l’ovvio e orrido vero, a quel punto giunge solitamente il monito: «Il tuo spirito pessimista e assolutista rasenta la mancanza di luce e di carità cristiana. Insomma, possibile che tutto sia marcio? Ci saranno anche dei buoni gesuiti!». Or bene, che vi siamo dei buoni Gesuiti, io posso testimoniarlo meglio ancora di altri, essendo stato prima seguito nel percorso vocazionale, poi appresso formato per il Sacerdozio ministeriale anche da due gesuiti appartenenti alla vecchia Compagnia di Gesù, non certo alla modernistica e sincretistica Compagnia delle Indie. Ma stiamo per l’appunto parlando d’uomini di tutt’altra generazione, come prova l’età di uno dei due ancora vivente, che da tempo ha superato i novant’anni d’età. Uomini formati nella più rigida ortodossia, con un’impostazione da compagnia militare, con una cultura enciclopedica acquisita nel corso delle loro esistenze. Insomma: la Compagnia di Gesù che fu e che purtroppo oggi non è più. Quella gloriosa Compagnia che io, attraverso alcuni anziani ridotti oggi a quattro gatti in marcia verso la tomba, ho avuto l’onore e il privilegio di conoscere e di frequentare.
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Dom Nokter Wolf, Abate della Confederazione Benedettina durante un concerto rock
La pia illusione― perché d’illusione si tratta ―, circa il fatto che «… ci saranno anche dei buoni Gesuiti!», nulla toglie a un dato oggettivo: se in una vigna le viti sono assalite da plasmopara viticola, meglio nota come peronospora[1], è inutile consolarsi dicendo che sparsi per i filari vi sono ― per quanto pochissimi ― anche alcuni grappoli d’uva sani, perché a prescindere da essi, la vigna è malata, in modo diffuso e purtroppo irreversibile.
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Chi, non ha mai visto piante o alberi completamente marciti,che però avevano una o due foglie ancora verdi e sane? Eppure, dinanzi a delle piante affette da malattie trasmissibili anche alle altre coltivazioni, non mi risulta che alcun agronomo abbia mai detto che siccome nella pianta marcia e infetta sopravvivevano una o due foglie sane, poteva non essere tagliata, o meglio lasciata al suo posto affinché potesse infettare anche le altre piante. Cosa questa di cui ― parlando della Compagnia di Gesù ―, rimangono responsabili il Beato Paolo VI ed a seguire San Giovanni Paolo II, che, pur avendo pensato di scioglierla, pare sia stato convinto a non farlo, o forse egli stesso si convinse a non farlo, come ci spiega Giovanni Cavalcoli in un suo articolo dedicato tempo fa alla Compagnia di Gesù [vedereQUI].
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Se i Gesuiti sono paradigma della decadenza dottrinale,i Benedettini lo sono della peggiore decadenza morale, sempre secondo il principio delle piante e degli alberi completamente marciti, nei quali sopravvivono una o due foglie ancora verdi e sane. Basti dire a tal proposito che il caso di Montecassino, Abbazia Madre dell’Occidente, non è affatto un caso isolato, ma solo la punta dell’iceberg. Già in passato ho scritto sulle vicende e il vissuto luciferino dell’Abate di quest’Abbazia, attenendomi rigorosamente ai fatti e agli atti giudiziari, nei quali sono contenuti materiali dinanzi ai quali prenderebbero le distanze persino gli abitanti di Sodoma e Gomorra. A Capo della storica abbazia dell’Occidente, era infatti finita una gaiaprincipessa capricciosa che dilapidava danaro tra vita di lusso, festini omosessuali e droghe [vedere seconda parte di questo mio precedente articoloQUI].
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Dom Nokter Wolf, Abate Primate della Confederazione Benedettina, durante un concerto rock
Alla Badia Primaziale di Sant’Anselmo in Urbe, sede dell’Abate Primate della Confederazione Benedettina, sede del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, sede dell’annesso collegio internazionale per gli studenti di teologia, La Congregazione per l’Educazione Cattolica, tra il 2007 e il 2008, dopo alcuni precedenti inviti, impose infine ai Superiori maggiori benedettini di ripulire quelle “sacre” mura dall’orda di omosessuali che al loro interno avevano creato un vero e proprio lupanare, con tanto di coppiette conviventi più o meno ufficiali o ufficiose. Chiunque ne voglia conferma può sempre chiederla al tutt’oggi sano e vegeto Cardinale Zenon Grocholewski, all’epoca Prefetto di questo dicastero, che per la gravità del caso trattò personalmente la cosa e fece dettare infine l’ultimatum: «O ripulite il vostro Collegio, oppure ve lo facciamo chiudere».
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Di recente, l’Abbazia di Grottaferrata, prelatura immediatamente soggetta alla Santa Sede, ha perduto questo antico status. Dopo la nomina del nuovo superiore, il Benedettino belga Dom Michel Van Parys, la Santa Sede ha tolto la giurisdizione diocesana all’Abate dell’Abbazia affidandola al vicino Vescovo di Albano Laziale. Esattamente come avvenuto poco più di un anno fa per l’Abbazia di Montecassino, privata di quella giurisdizione diocesana esercitata per secoli dagli Abati cassinesi e passata alla vicina Diocesi di Sora, il cui Ordinario Diocesano ha assunto il titolo di Vescovo di Sora-Aquino-Pontecorvo-Montecassino.
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Cos’è accaduto nell’Abbazia di Grottaferrata? Solita menata, anzi peggio, i soliti e ormai cristallizzati frocismi monacali, di cui ci dà notizia in modo paludato il quotidiano cattolico francese La Croix, imputando la grave decisione della Santa Sede al «frequente viavai notturno nell’abbazia». E questo viavai notturno, rigorosamente a base di giovanotti, è risultato a tal punto grave che la Santa Sede ha successivamente dichiarate invalide le ordinazioni sacerdotali di alcuni monaci, poiché affetti da palese e grave difetto di fabbrica. Scrive il quotidiano cattolico francese:
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le Saint-Siège aurait en effet demandé à l’abbé de Grottaferrata de démissionner après des plaintes de riverains pour «activités nocturnes répétées» et «va-et-vient fréquents». Rome aurait également demandé que soit prononcée la nullité de plusieurs ordinations sacerdotales de moines de l’abbaye[2].
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i Feedback, gruppo tedesco che annovera tra i suoi componenti Dom Notker Wolf, Abate Primate della Confederazione benedettina [vedereQUI]
Ricordo sempre con orrore i racconti a me fatti a Roma da un ambasciatore, cattolico devoto, anch’egli sempre sano e vegeto oltre che dotato di straordinaria memoria, quando mi narrò che al ritorno dalla sua missione in una zona di guerra agli inizi del 2000, decise di ritirarsi per qualche giorno nell’Abbazia di Praglia per il Triduo Pasquale. Mi narrò desolato il diplomatico davanti al mio collaboratore: «Nella foresteria dell’Abbazia erano stati ospitati due giovani francesi, quelli che in gergo romano sono comunemente indicati come marchettari, uno dei quali dormiva in una stanza adiacente la mia. E durante tutta la notte fui costretto a udire l’andirivieni dei monaci». E concluse con amarezza il diplomatico: «Questo fu il mio Triduo Pasquale nell’Abbazia di Praglia dopo la mia lunga missione diplomatica in una zona di guerra, nella quale avevo vissuto per un paio di anni totalmente blindato all’interno dell’ambasciata».
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Sull’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore ed il suo attuale Abate, conosciuto dai monaci anziani sin da quand’era giovane chierico ― e del quale chi scrive ha avuto a suo tempo diretta e personale conoscenza ― stendo un velo pietoso, sicuro che nessuno avrà l’imprudenza di sollevarmi questioni per vilipeso onore monastico, considerato che all’interno di quelle “sacre” mura è accaduto proprio di tutto, come possono testimoniare non pochi ex monaci, diversi dei quali usciti da quell’abbazia per passare al clero secolare, pronti a riferire a qualsiasi Autorità Ecclesiastica ciò che più volte hanno testimoniato a me: «Dentro quelle mura ho visto prima la corruzione morale, appresso l’inferno». Forse lo stesso inferno che avrà visto il postulante di 38 anni che nel 2007 si uccise lanciandosi da una finestra. Ovviamente, di fronte a simile dramma, la giustificazione fu bella e pronta: «Il poverino soffriva di disturbi mentali». Una giustificazione dinanzi alla quale sorge però un quesito tanto pertinente quanto logico: da quando, sono ammessi nelle più antiche e blasonate abbazie benedettine dei poverini affetti da disturbi mentali? O dobbiamo forse dedurre che un’antica abbazia svolga servizio di volontariato come centro di igiene mentale? Insomma: il vero disturbato, è quello che si è suicidato in preda alla disperazione, o quelli che vi sono rimasti dentro, a partire dall’allora Abate Dom Michelangelo Maria Tiribilli, quantomeno privo di capacità introspettive e di spirito di cristiano discernimento vocazionale, pur avendo seguito a suo tempo per molti anni la formazione dei chierici candidati ai sacri ordini, molti dei quali divenuti dei gai monaci sfarfallanti, tra i quali poi, appresso, sono stati scelti ed eletti degli abati muniti di altrettanza e leggiadra gaiezza?
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copertina del CD della rock band di Dom Nokter Wolf, Abate Primate della Confederazione Benedettina
Non sono poche le personalità del mondo benedettino coinvolte negli ultimi decenni in scandali spesso inenarrabili, tutti legati di rigore a problemi morali dai quali sono nate sempre storie di ordinaria omosessualità, alcune volte anche di pedofilia, come nel caso dell’Arcivescovo Metropolita di Vienna, il Benedettino Hans Wilhelm Groër, costretto a lasciare la guida dell’Arcidiocesi nel 2005. Il suo successore, Christoph von Schönborn, dell’Ordine dei Frati Predicatori, nel 2008 chiese pubblicamente perdono ai cattolici austriaci per gli atti commessi dal suo predecessore, ammettendo in tal senso tutti i fatti a lui addebitati [cf. QUI].
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Altrettanta sorte indignitosa toccò all’ex Abate Primate della Confederazione Benedettina, Dom Rembert G. Weakland, punta di diamante dell’ultra progressismo, che alla fine del suo mandato fu eletto Vescovo di Milwaukee negli Stati uniti d’America, dove fu accusato di molestie sessuali da un ex studente di teologia, dal quale cercò di comprare il silenzio con ingenti somme di danaro sottratte alle casse della diocesi[3].
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Dom Nokter Wolf, Abate dell’Abbazia bavarese di Sankt Ottilien,di lampante impostazione catto-protestante ed esponente del progressismo modernista più rozzo — posto che vi sono fior di modernisti dotati di profonda e straordinaria cultura —, fu il successore degnissimo di Dom Rembert G. Weakland nella carica di Abate Primate della Confederazione Benedettina. Abile sfruttatore della propria posizione, Dom Nokter Wolf si è dedicato perlopiù alla propria personale imprenditoria, dando alle stampe uno appresso all’altro libri resi ridicoli dalla mancanza di elementare dignità teologica, oltre che privi di senso logico. Un bavarese piccolo di statura e sempre sorridente, il buon Dom Nokter Wolf, più simile allo stereotipo della macchietta napoletana anziché al nordico teutonico biondo slavato dagli occhi di ghiaccio e dalla elevata statura fisica. Ricordato come tale — ossia come una macchietta — da decine e decine di ex studenti del Sant’Anselmo, specie quando al mattino, giungendo nel coro monastico, mostrava segni visibili che rivelavano quanto forse non avesse ancora smaltito lo spirito alcolico della serata precedente.
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Dom Nokter Wolf, Abate Primate della Confederazione Benedettina, durante le ovazioni di fine concerto
Sulle figure e le personalità “di spicco” del mondo Benedettino degli ultimi decenni si potrebbero scrivere fiumi di pagine, tutte provate e documentate per quanto riguarda sesso, soldi e persino droga, come nel caso dell’Abate di Montecassino, cocainomane all’ultimo stadio. Alla triade: soldi, sesso e droga, mancava però il Rock and Roll, cosa alla quale pensò il penultimo Abate Primate, Dom Nokter Wolf, tanto per non far mancare niente a questa impietosa e penosa decadenza della gloria benedettina che fu.
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Domanda da un milione di euro, alla quale dovrebbe rispondere la Santa Sede, lucrando in tal modo questa somma da distribuire tra i poveri delle periferie esistenziali : se un numero così preoccupante ed elevato di monaci benedettini, che dopo essere divenuti abati di storiche abbazie, abati primati della confederazione benedettina, promossi dai Sommi Pontefici vescovi ed elevati alla dignità cardinalizia, sono finiti coinvolti in scandali di sesso, soldi e persino droga; se costoro sono stati eletti alle più alte cariche in seno alle comunità monastiche, ed in seguito in seno alla Chiesa universale, perché erano al momento i migliori da scegliere, qualcuno intende forse interrogarsi, presto e bene, a quali livelli possano essere invece i peggiori che popolano abbazie e monasteri?
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Quando quest’anno gli Abati delle Congregazione della Confederazione Benedettina si sono riuniti a Roma per eleggere il successore di Dom Nokter Wolf, un paio di amici che hanno stretti rapporti interni con la Badia Primaziale di Sant’Anselmo in Urbe, mi hanno riferito: «Per giorni abbiamo “gustato” una visione “straordinaria”. Sotto gli occhi abbiamo avuto una sfilza di abati riuniti per eleggere il nuovo Abate Primate». E hanno concluso dicendo: «Pareva di essere a un raduno del gay pride ».
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Lungo sarebbe il discorso delle origini e dei motivi del tutto.I Benedettini, che in Germania hanno sempre avuto il loro nucleo più numeroso e la loro roccaforte numerica, hanno fortemente risentito del meglio del peggio dei teologi del post-concilio che hanno dato vita al proprio personale concilio egomenico. Ma siccome il discorso sarebbe per l’appunto lungo, mi limito a sintetizzare una mia vecchia conferenza tenuta a Rieti anni fa assieme all’accademico pontificio Giovanni Cavalcoli, nella quale lui per un verso, io per altro verso, spiegammo alla nutrita platea che la crisi del dogma genera una crisi della dottrina, quindi della fede. E la perdita della dottrina, di conseguenza la perdita della dimensione di fede, genera inevitabilmente prima la crisi morale e poi la peggiore decadenza morale, che è tutto quanto frutto e conseguenza della crisi dottrinale.
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uno dei vari libercoli di Dom Nokter Wolf, casomai ai nostri Lettori non fosse ancora chiaro quanto sia bene non imparare dai monaci come lui …
E di questa crisi morale i Benedettini sono paradigma.Sempre senza generalizzare, ma ribadendo il principio dell’albero e della pianta ormai malata e marcita, nella quale sopravvivono una o due foglie sane. Pertanto, la caduta della Basilica Benedettina eretta a Norcia nella natale cittadina del Beato Padre Benedetto, è la caduta visibile di un Ordine che da tempo è decaduto dottrinalmente, quindi moralmente. Proprio come moralmente è decaduta l’Europa, dopo avere perduta la fede. Un’Europa nata come idea e poi sviluppatasi in concreto proprio nel grande circuito delle antiche e gloriose abbazie benedettine, nelle quali, dopo la caduta dell’Impero Romano, fu prima preservata e poi diffusa la migliore scienza del sapere; quella stessa Europa di cui il Beato Padre Benedetto è Santo e Venerato Patrono, dopo essere stato della stessa Europa il principale artefice.
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dall’Isola di Patmos, 31 ottobre 2016
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[1]Microrganismo appartenente alla classe degli oomiceti, originario dell’America e importato accidentalmente in Francia intorno al 1878, da cui si è poi diffuso in tutta Europa.
[2]La Croix, 04.11.2013: Démission de l’abbé exarchal de Grottaferrata, en Italie [testo dell’articolo leggibile QUI, riportato in versione italiana da Sandro Magister i 6.9.2016, QUI].
[3]Cf. Sandro Magister: «Dimesso d´urgenza il vescovo di Milwaukee, capofila mondiale dell´ala progressista. I capi d´accusa: sesso e soldi», [articolo del 28.05.2002, leggibileQUI]
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QUESTO È STATO L’INIZIO GLORIOSO …
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… E QUESTA È STATA LA FINE INGLORIOSA
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Patmos1.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2016-10-31 03:07:552016-11-05 00:55:07Il terremoto a Norcia non può distruggere quello che hanno già distrutto i Benedettini tra soldi, sesso, droga e persino il rock and roll del loro Abate Primate
DAVVERO IL «IL PROSELITISMO È UNA SOLENNE SCIOCCHEZZA» COME HA DETTO IL SANTO PADRE? ALCUNE COSE DA CHIARIRE SU “PROSELITISMO” ED “ECUMENISMO”
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In un’intervista del 2013 il Sommo Pontefice Francesco affermò: «Il proselitismo è una solenne sciocchezza» [cf.QUI]. Alcuni cattolici accusarono il Successore di Pietro di demolire la dottrina cattolica e di contraddire il precetto evangelico che comanda: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» [Mc 16, 15-16]». Oggi, gli stessi stanno rilanciando queste accuse mentre il Sommo Pontefice è in procinto di recarsi in Svezia per partecipare alla celebrazione dei 500 anni della psuedo “riforma” luterana …
Il Santo Padre Francesco in visita alla Comunità luterana di Roma
In un’intervista del 2013 il Sommo Pontefice Francesco affermò: «Il proselitismo è una solenne sciocchezza» [cf.QUI]. Alcuni cattolici accusarono il Successore di Pietro di demolire la dottrina cattolica e di contraddire il precetto evangelico che comanda: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato»[1]. Oggi, gli stessi stanno rilanciando queste accuse mentre il Sommo Pontefice è in procinto di recarsi in Svezia per partecipare alla celebrazione dei 500 anni della psuedo “riforma” luterana; una visita che forse poteva anche evitare, dato che niente noi cattolici abbiamo da festeggiare dinanzi all’eresiarca Lutero. Il Vicario di Cristo in terra non necessita certo delle nostre difese d’ufficio, merita però ricordare che il proselitismo, nella sua accezione negativa, non è stato condannato solo dal Santo Padre Francesco, ma da Gesù Cristo in persona: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete la terra e il mare per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della geenna peggio di voi!»[2].
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Più volte il Santo Padre Francesco ha definito il proselitismo come contrario all’ecumenismo, forse non chiarendo i guai che di per sé il proselitismo può creare. Procediamo allora noi a chiarire, a partire dallo stesso termine che potrebbe essere frainteso da chi non conosce anzitutto la radice etimologica delle parole. Esso deriva infatti da “proselito”, dal greco prosèlytos, lemma usato nel Nuovo Testamento per indicare il “convertito”, alla lettera: colui-che-si-è-avvicinato[3]. L’origine della parola non ha nulla di spregiativo o sconveniente. In origine “proselitismo” vuol dire semplicemente “far proseliti”, il che è evidentemente un’opera buona. Sennonché già Cristo indica un modo del tutto sbagliato per far proseliti:
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«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete la terra e il mare per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della geenna peggio di voi!»[4].
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Da qui nasce il senso negativo del proselitismo.Occorre quindi fare attenzione a come annunciamo il Vangelo, a come esortiamo gli uomini a convertirsi e ad avvicinarsi a Cristo e alla Chiesa, con quali mezzi, con quale metodo, con quale animo, per qual fine. Bisogna poi interrogarci: è il vero Vangelo quello che annunciamo, o sono idee raccattate da impostori della teologia alla moda? Nell’opera di evangelizzazione, seguiamo le indicazioni che ci vengono dalla Chiesa o agiamo per attirare le simpatie del mondo? Vogliamo in quest’opera affermare le nostre idee e attirare discepoli che ci applaudano, o insegnare umilmente e coraggiosamente ciò che insegna la Chiesa accettando sofferenze e contrarietà? Siamo mossi da autentico spirito di servizio e da compassione per i peccatori, o semplicemente dal desiderio di imporci sugli altri con le nostre novità dottrinali?
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Il proselitismo non punta sulla persuasione, ma sulla suggestione,non fornisce segni di credibilità, ma gioca sul sentimento, non mostra le cose ardue, ma solo le comodità. Non dimostra la ragionevolezza del credere, ma stimola le emozioni, nasconde da una parte i difetti dei propri correligionari ed esagera le loro qualità, mentre dall’altra denigra la religione della controparte. Usa mezzi sleali per convincere, o esercita indebite pressioni, prospettando magari vantaggi inesistenti. Tace sulle difficoltà della religione che gli propone e solletica le sue passioni, non stimola la responsabilità, ma crea delle persone plagiate. Non forma delle persone libere, ma crea, come nel caso degli islamisti, dei pecoroni e dei fanatici, pronti all’occorrenza ad uccidere chi non accetta la conversione forzata, ignari che il dono della libertà e del libero arbitrio è contenuto nel mistero stesso della creazione dell’uomo, al quale Dio si è sempre proposto nel corso dell’intero Mistero della Rivelazione, mai si è imposto, tanto meno con violenza.
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Il proselitismo è contrario all’ecumenismo non perché il proselitismo voglia persuadere la controparte della bontà dei valori che le propone, questo c’è anche nell’ecumenismo; né perché il proselitista vuol convincere il fratello separato ad entrare nella Chiesa Cattolica — pur essendo invece questo il fine ultimo dell’ecumenismo —, ma perché il proselitista si rifiuta di ammettere che la controparte conserva certi valori del cattolicesimo, o perché non vuole ammettere certi errori storici della Chiesa, o perché il proselitista tratta il fratello con disprezzo o alterigia. Il proselitismo, quindi, è un eccesso di zelo, o uno zelo sleale, per sua natura amaro e aggressivo nel compiere un’opera in sé importantissima e doverosissima: l’evangelizzazione. Esso è privo di motivazioni e finalità soprannaturali e si basa su metodi e fini meramente umani, poco puliti o disonesti, a volte solo nazionalistici, politici o di potere. È un lavoro in sé buono, ma compiuto male, in modo tale che si ottengono risultati illusori o controproducenti: o il fratello resta ingannato, o abbraccia il cattolicesimo su basi fasulle, o abbraccia un falso cattolicesimo. In questi casi i “convertiti” non sono veri convertiti, ma persone che fingono di credere per ottenere vantaggi temporali o per non essere perseguitati o emarginati.
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Il Concilio Vaticano II insegna al n. 3 della Unitatis Redintegratio :«All’unico corpo di Cristo sulla terra» ― la Chiesa Cattolica ― «bisogna che siano pienamente incorporati tutti quelli che già in qualche modo appartengono al Popolo di Dio», cioè i cristiani non cattolici, appartenenti a «comunità non piccole, che si sono staccate dalla piena comunione della Chiesa Cattolica». Quindi devono riunirsi alla Chiesa Cattolica. Queste comunità, pur avendo talvolta delle «carenze» gravi − eresie – che «costituiscono impedimenti alla piena comunione ecclesiastica», mantengono tuttavia «una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa Cattolica». Esse infatti, benchè «non godano di quella unità, che Gesù Cristo ha voluto elargire a tutti quelli che ha rigenerato e vivificati insieme per un sol corpo e per una vita nuova», tuttavia «conservano alcuni elementi ed anzi parecchi e segnalati» – dogmi –, «dai quali la stessa Chiesa Cattolica è edificata e vivificata. Tutte queste cose provengono da Cristo e a Lui conducono, per cui esse appartengono all’unica Chiesa di Cristo», che è la Chiesa Cattolica, la quale possiede «la pienezza della grazia e della verità», per cui «solo per mezzo della Cattolica Chiesa di Cristo, che è lo strumento generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi della salvezza». Tuttavia «lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di queste comunità come di strumenti di salvezza», strumenti utili ma non sufficienti.
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Le comunità non-cattoliche posseggono quindi solo alcuni mezzi di salvezza e per questo, per averli tutti, devono entrare nella Chiesa Cattolica, la quale sola possiede la pienezza dei mezzi della salvezza.
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Da questo documento conciliare risulta che, sebbene esistano divisioni tra cristiani, ciò non comporta che la Chiesa cattolica sia divisa in se stessa o che l’attuale contrasto fra la Chiesa cattolica e le altre chiese si risolva nell’unione di tutte in una supposta «Chiesa» più vasta e superiore, che le abbracci tutte, perché questo è falso ecumenismo. Questa supposta “Chiesa”, suprema e superiore alla stessa Chiesa cattolica, non esiste, perchè la Chiesa, l’unica fondata da Cristo, non è altro che la Chiesa Cattolica Romana, una e indivisibile, quindi, in questo senso, una Chiesa Cattolica divisa dalle altre o in se stessa, che dovrebbe confluire con le altre in una super-Chiesa, non è mai esistita, né mai esisterà.
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L’esistenza di comunità non-cattoliche separate da Romanon è il segno che l’unità della Chiesa si è spezzata, che la Chiesa è per così dire “frantumata”, per cui le parti o i pezzi di Chiesa ― le varie Chiese ― andrebbero ricondotte all’unità, a somiglianza di un vaso, che va ricomposto riunendo tra di loro i pezzi, perché le cose, da come risulta sempre dal n. 3 di questo documento, non stanno così. L’immagine che invece esso ci suggerisce ― «si sono staccate» ― è quella del tralcio che si stacca dalla vite[5]. Il fenomeno delle comunità non-cattoliche non è il segno che la vite si è lacerata, non è il segno che essa è, per così dire, andata in brandelli: è evidente infatti che in tali condizioni la vite non potrebbe neanche vivere, ma suppone una vite ben viva e robusta, dalla quale si sono staccati dei tralci. Un conto infatti è la separazione tra A e B e un conto è la separazione di A da B. Il fenomeno delle comunità dissidenti è del secondo tipo e non del primo. Sono i tralci che non possono vivere senza la vite, non viceversa. E se le comunità di fratelli separati vivono ancora, vuol dire che non si sono staccati del tutto, ma che conservano una certa unione con la vite. È questo che il Concilio intende, quando dice che le comunità dissidenti non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica.
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Vi sono però anche i falsi ecumenisti che dicono:non dobbiamo metterla così sul tragico. Non si tratta di lacerazioni o cose del genere. Le comunità cosiddette «separate» da Roma non sono propriamente separate, ma semplicemente “diverse”. Ora, la diversità è una ricchezza, non è un difetto. Quindi non va tolta, ma rispettata e promossa. Per questo, Roma, non può pretendere che tutte le altre comunità siano uguali a se stessa. Si tratta dunque, secondo loro, di un fenomeno positivo, un fenomeno di pluralismo e diversità, di diversi modi, parimenti legittimi, di vivere il Vangelo e di essere cristiani. Da qui le “molte fedi” e il prevalere dell’interesse per la diversità a scapito della verità, come uno che apprezzasse il malato perché è “diverso” dal sano. Costoro concepiscono la fede come fosse un’opinione: come ci sono molte opinioni, così ci sono “molte fedi”. Ma la fede è verità e la verità come adesione all’oggetto è una sola. Se Gesù è Dio, negare che Gesù è Dio non è una fede diversa, ma è una fede falsa. Se Dio è Trino, negare che Dio sia Trino non è una fede diversa, è una falsità e così via. Esistono bensì molte verità di fede, nel senso che esistono molti dogmi; ma per ognuno di essi si dà una sola interpretazione, quella data dalla Chiesa, al di fuori della quale non ce ne sono altre.
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Costoro concepiscono l’unità e il pluralismo della Chiesasul modello della Confederazione Elvetica: non un solo ovile con un solo pastore, ma una federazione di ovili sotto un collegio di pastori. Ma se qui Gesù parla al futuro ― «diventeranno» ― non intendeva dire che l’unità della Chiesa sotto di Lui è una meta escatologica, ma si riferiva semplicemente al fatto che allora Gesù la stava convocando, stava raccogliendo le pecore ― «ho altre pecore» ― perché era il momento della formazione della Chiesa. Ma essa, ai tempi di San Paolo è già formata, è già «un solo corpo, un solo Spirito, una sola speranza, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo»[6], anche se essa è come un corpo organico con molteplici diversificate funzioni sotto un solo capo, Cristo, il cui Vicario in terra è Pietro[7].
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Da come il Concilio presenta l’ecumenismo, vediamo quanto siano invece false quelle concezioni di ecumenismo che vorrebbe presentarsi come interpretazione della dottrina conciliare e che vorrebbe chiamare “proselitismo” proprio quello che invece il Concilio prescrive. Tale falsa interpretazione, infatti, pretende che ecumenismo voglia dire limitarsi a prendere atto delle posizioni del fratello separato nell’idea che esse riflettano semplicemente un “diverso” cammino di salvezza, che va rispettato nella sua diversità, per cui si perde di vista la presenza in quelle posizioni, di errori che necessitano di essere confutati e quindi si trascura di aprire al fratello l’ingresso nella Chiesa cattolica.
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Il vizio per difetto nel campo dell’ecumenismo, tipico del modernismo, è dato dalla negligenza, effetto a sua volta dell’indifferentismo e del relativismo, che è un falso ecumenismo. Il falso ecumenista confonde il valore della verità con quello della diversità. L’ecumenista modernista non si cura dell’oggettività e dell’universalità del vero nella sua assoluta opposizione al falso, ma bada solo alla diversità e ne fa un assoluto, un idolo, al quale sacrifica la distinzione tra vero e falso, riducendo tutto al soggettivo, all’opinabile e al “diverso”. Per lui, colui che è caduto in eresia, non è vittima del falso, ma è semplicemente un “diverso”, così come semplicemente un francescano è diverso da un domenicano. Il fratello separato non deve quindi essere corretto, ma lasciato nella sua idea, così come a nessun domenicano viene in mente di dire a un francescano che per salvarsi deve farsi domenicano, anche se i tomisti non sempre concordano con gli scotisti.
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Oggi, con la scusa dell’ecumenismo,del pluralismo e della libertà di pensiero, non ci si accorge dei fratelli in pericolo, di chi vive «nelle tenebre e nell’ombra della morte», per cui non si fa niente per salvarli. Si risponde a Dio che chiede conto del fratello: «Sono forse il custode di mio fratello»?[8]. Ecco allora che per ignavia, negligenza, scetticismo, paura, opportunismo o accondiscendenza al peccato, non si comprende o non si vuol comprendere che l’ammonire il peccatore nei modi dovuti e al momento giusto non è un litigare, un condannare, un importunarlo o fargli violenza, non è uno strapparlo alle sue giuste convinzioni, ma è esser un medico premuroso che offre la cura, è un’opera di misericordia.
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Altra concezione sbagliata dell’ecumenismo è quella che lo concepisce come un semplice “incontrarsi a mezza strada” tra cattolici e non-cattolici, come se l’una e l’altra parte dovesse lasciare qualcosa per incontrare l’altra. Ora questo può esser vero e doveroso sul piano umano e della carità, ma non in rapporto alle esigenze della verità, che sono quelle che caratterizzano maggiormente l’ecumenismo. Infatti, per fermarci al solo rapporto con i luterani, che è il massimo problema dell’ecumenismo, questi fratelli devono rendersi conto che non è Roma che deve lasciarsi correggere da Lutero, ma sono loro che devono lasciarsi correggere da Roma. Quindi Roma può e deve andar loro incontro nella carità, ma il percorso della veritàdevono farlo tutto loro fino a Roma, che li aspetta con le braccia aperte, non possiamo certo essere noi ad andare a celebrare Lutero, come se costui fosse stato veramente un riformatore.
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Un’altra forma di ecumenismo sbagliatoè quella di quei cattolici che, sulla base di loro studi da loro considerati più avanzati, si permettono di accusare di ingiustizia e di eccessiva severità le condanne contro Lutero pronunciate dal Pontefice Leone X e dal Concilio di Trento, quasi che la Chiesa non si sia accorta che su certi temi luterani da essa considerati eretici, egli non fosse eretico, ma cattolico. Ora, se un simile giudizio può valere contro certi avversari di Lutero passionali, sbrigativi, effettivamente ingiusti ed eccessivamente severi, che hanno frainteso certe sue intenzioni e posizioni, questo giudizio è del tutto insensato e gravemente ingiurioso e presuntuoso, se riferito agli interventi fatti dalla Chiesa, soprattutto da parte di studiosi che si dicono cattolici, i quali dimenticano che la Chiesa, se è infallibile nell’insegnarci la verità di fede, sarà infallibile anche nell’indicarci ciò che le è contrario.
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Il vero ecumenismo si inquadra con tutte le sue conseguenti difficoltà nell’esercizio più ampio della evangelizzazione compiuta nella carità, nella giustizia e nella misericordia. Pertanto, esso assume alcuni paradigmi evangelici, come i seguenti: esso fa capo anzitutto alle parabole del figliol prodigo e della pecorella smarrita, senza dimenticare la parabola del re che fece un banchetto di nozze per suo figlio e manda i servi a chiamare gli invitati alle nozze[9]. La Chiesa cattolica è questo banchetto e gli invitati sono i fratelli separati. Sappiamo bene che molti di essi non si sentono affatto figli prodighi o pecorelle smarrite, ma grandi teologi e biblisti. E non vedono nella Chiesa cattolica nessun banchetto, ma solo cibi grami e andati a male, o al massimo uno di quegli incontri studenteschi dove per poter mangiare bisogna portarsi dietro del proprio. Ma questo vuol dire allora che compito iniziale e irrinunciabile dell’ecumenismo è che i cattolici facciano capire a questi fratelli, con ogni carità, competenza e pazienza, che hanno bisogno di conversione e che la luce del mondo non sono loro, ma la luce viene da Roma.
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Il Beato Pontefice Pio IX, nell’imminenza della convocazione del Concilio Vaticano I, scrisse la Lettera Apostolica Iam vos omnes [10]ai protestanti per invitarli a congiungersi alla Chiesa Romana. Una iniziativa simile la prese anche il Venerabile Pontefice Pio XII nell’Enciclica Mystici corporis [11]del 1943. Purtroppo la risposta è stata assai debole. Nel frattempo erano frequenti gli incontri ecumenici fra non-cattolici, ma il Papato, sul momento, non fu favorevole a che vi partecipassero anche i cattolici, per il timore che si potesse in qualche modo diffondere l’idea tra i dissidenti che Roma avesse rinunciato al suo primato. Intanto però cresceva tra molti cristiani, cattolici e non-cattolici, forse anche come reazione agli orrori della recente guerra mondiale, il desiderio di ritrovarsi assieme nei valori comuni. È accaduto così che il Concilio Vaticano II è andato incontro a questo desiderio col decreto sull’ecumenismo, nel quale però si ribadisce con tutta chiarezza il valore del primato pontificio e della stessa Chiesa cattolica.
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Le attività ecumeniche spettano a tutti i cristianidesiderosi dell’unità e della comunione, ma è evidente che il Sommo Pontefice, come Vicario di Cristo, padre comune di tutti i cristiani, principio, garante, custode e promotore dell’unità di tutti i figli di Dio, non può non sentire sommamente il desiderio che tutti i discepoli di Cristo attualmente separati o dissidenti entrino pienamente nella Chiesa da Lui fondata e non si sentano coinvolti in prima persona ad operare tutto il possibile per questo scopo. Le continue visite che i Papi dalla fine del Concilio fanno nei loro viaggi ai fratelli separati, esprimono e incarnano la speranza di tutti i cattolici che questi fratelli, come dice il Concilio, «siano pienamente incorporati» alla Chiesa cattolica.
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Nell’ecumenismo i teologi delle due parti svolgono una funzione importante nel chiarimento e nella proposta di soluzioni delle vertenze sempre aperte. I teologi cattolici operano con efficacia nei confronti della controparte non-cattolica mostrandole i punti della dottrina cattolica assenti nella loro teologia, rispondendo al tempo stesso alle obiezioni contro il cattolicesimo. Ma è chiaro che nei punti che maggiormente riguardano la dottrina della fede, solo il Romano Pontefice può dire l’ultima parola, per ribadirli, o per chiarirli o per correggere o per rispondere alle difficoltà. Tali punti che impegnano la fede e non la semplice teologia, possono essere quindi trattati con definitiva autorevolezza solo dal Sommo Pontefice.
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Il fratello separato, quindi, non è semplicemente un “diverso” da rispettare e lasciare com’è, da “lasciar libero”, come alcuni dicono, perché questa è una comoda scusa per scaricarsi delle proprie responsabilità. Il fratello separato è un fratello che sbaglia, in buona o cattiva fede, che è in pericolo di perdersi, quindi va aiutato, avvertito e corretto, sempre naturalmente che si lasci correggere. Certo, a rimproverare o smascherare il superbo c’è solo da tirarsi addosso il suo odio con la conseguenza che faccia di più e di peggio. A Gesù stesso è costato caro rimproverare i farisei, ma d’altra parte, non dobbiamo seguire il suo esempio? E non hanno fatto così tutti i santi? Qual è quel santo che non si è tirato addosso l’odio del mondo e dei falsi fratelli? Chi non si preoccupa del peccatore e non lo rimprovera, potendo farlo, dice di amarlo, ma in realtà odia lui e se stesso. Non dimentichiamoci che anche il rimprovero fatto nei dovuti modi è carità, anche questo è ecumenismo. Non è carità solo la misericordia, ma anche la severità.
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L’ecumenismo comporta due finalità. Esso ha come fine immediato e più specifico quello di fare in modo, per mezzo del dialogo e di una comune ricerca, che tutti i cristiani si ritrovino assieme nella condivisione delle medesime verità fondamentali, che sono rimaste a tutti comuni, pur dopo le rotture. Occorre qui conoscersi meglio, con maggior benevolenza e con un metodo storico-critico più efficace di quello del passato, dissipare alcuni equivoci o correggere alcuni errori interpretativi del passato., illustrare meglio le verità comuni.
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Questo ritrovarsi insieme nelle medesime verità, è già una grande conquista, è una meta alta e bella, fonte di concordia e di pace; però, non è fine a se stessa, c’è ancora del cammino da fare, perché essa è solo la base per la prosecuzione di un dialogo proficuo e costruttivo, che ha come fine ulteriore quello di mettere sul tavolo con franchezza, oggettività, serenità e speranza i punti controversi. È a questo punto che occorre più che mai invocare lo Spirito Santo. È questo il punto più difficile, dove il dialogo oggi si è inceppato e a volte è stato anche falsificato. Bisogna avere il coraggio di andare oltre, verso la meta finale. Infatti, mentre i cattolici si fanno troppo riguardi, sembrano intimiditi, senza prendere iniziative apostoliche davanti alle posizioni rigide e fiere dei non-cattolici, questi ultimi ― pensiamo soprattutto ai teologi protestanti ― pare invece abbiano fatto tacitamente o esplicitamente un patto scellerato, una liaison dangereuse, con i teologi modernisti, al fine di far penetrare le idee protestanti tra i cattolici, in una forma subdola e mascherata, sotto colore di “progressismo”, in modo che i cattolici diventino di fatto protestanti senza accorgersene e credendo di restare cattolici, dando in tal modo vita ad una colossale falsificazione dell’ecumenismo.
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Facciamo un esempio di questo stallo nel quale appare con evidenza la resistenza dei dissidenti e la debolezza delle argomentazioni e prese di posizione dei cattolici, i quali spesso, anziché sostenere l’autorità pontificia con buone ragioni, confutando le posizioni protestanti, mostrando scarso rispetto per l’Autorità Pontificia o disprezzandone l’esercizio post-conciliare, come fanno i lefebvriani; oppure indebolendone la forza dottrinale, come fanno i modernisti. Ma ecco l’esempio: verità di fede accettata da tutti i cristiani è che Cristo è il capo celeste della Chiesa, ma, al di fuori dei cattolici, tutti gli altri credono essere verità di fede che Cristo non governi la Chiesa terrena per mezzo di un Vicario da Lui stabilito, ossia il Sommo Pontefice, successore di Pietro, come capo visibile di tutti cristiani su questa terra, ma la governa direttamente per mezzo dello Spirito Santo.
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L’idea del Romano Pontefice come capo della Chiesa e rappresentante di Cristo in terra, agli occhi dei non-cattolici sarebbe un’invenzione umana, un sopruso di Roma, desiderio di dominio, nostalgia dell’Impero romano, sviante e pericolosa, perché il Sommo Pontefice, che è uomo fallibile come tutti gli altri, anziché condurci a Cristo, potrebbe metterci contro di Lui. Il Sommo Pontefice, al massimo, potrà essere il Vescovo di Roma, o un vescovo come tutti gli altri, Successore di Pietro solo perchè Pietro è stato Vescovo a Roma, ma non può pretendere di essere il Vescovo della Chiesa universale. Per loro, Cristo, non avrebbe affatto voluto un capo visibile suo Vicario, ma la Chiesa terrena sarebbe già abbastanza bene organizzata come un insieme di comunità unite sotto la guida di Cristo e dello Spirito Santo. Quali guide più infallibili di queste? Sarebbe questa, secondo loro, la vera volontà di Cristo. Ecco un tema importantissimo, circa il quale noi cattolici siamo chiamati a fornire prove e a mostrare ai fratelli separati, con ogni carità e saggezza, ma anche con sicura competenza ed indefettibile fermezza e chiarezza, la via per avvicinarsi a Roma e, come dice il Concilio, affinchè, sotto la mozione Spirito Santo, «siano pienamente incorporati» nella Chiesa. Non dobbiamo, su di un punto come questo, rassegnarci alla loro incredulità o dar loro l’impressione che diamo loro ragione, o che andiamo a festeggiarli, anziché a correggerli.
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L’ecumenismo comporta anche due livelli di attuazione.Essi sono quello dottrinale e quello caritativo, i quali si implicano e si sostengono a vicenda. Ci si basa sul primo per passare al secondo. Il secondo, tuttavia, è di immediata e facile attuazione, mentre il primo, almeno nella sua pienezza finale, è molto difficile da conseguire e non è stato ancora pienamente raggiunto. Il livello dottrinale è quello più specifico, e non è altro che un’applicazione del dovere generale della evangelizzazione nel campo dei rapporti dei cattolici con i cristiani non-cattolici. La evangelizzazione, in generale, è l’annuncio del Vangelo, per mezzo del quale, con l’aiuto dello Spirito Santo, conduciamo il mondo ad obbedire a Cristo.
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Con l’ecumenismo, noi cattolici, sulla base dell’accettazione comune, insieme con i fratelli separati, di quelle verità di fede che abbiamo con essi in comune, ci adoperiamo affinchè essi, liberati dagli «impedimenti» e da quelle «carenze», che fanno da ostacolo alla loro assunzione della «pienezza di quella verità che è stata affidata alla Chiesa cattolica» possano, sotto la mozione dello Spirito Santo, essere «pienamente incorporati» nella Chiesa cattolica[12].
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Il cattolico, nell’esercizio di questo delicato aspetto o livello dell’ecumenismo, deve fare molta attenzione a distinguere bene la dottrina cattolica in se stessa, nella sua divina pienezza, infallibilmente e perfettamente custodita dal Magistero della Chiesa, al quale deve sempre far capo con totale fedeltà, dalla sua personale cultura cattolica, la quale, per quanto pura e ortodossa, non può essere infallibile, per cui essa può, su qualche punto, essere lacunosa o erronea, senza che egli se ne renda conto. Per questo, mentre un non-cattolico non può permettersi di correggere o integrare la dottrina cattolica come tale, può benissimo, in forza della sua conoscenza delle verità della fede cristiana, correggere o istruire un cattolico, che manca su di un dato punto.
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L’altro livello dell’ecumenismo è un’applicazione della virtù generale della carità al campo specifico dell’ecumenismo. E qui è chiaro che se nel campo dottrinale il cattolico farà da guida al non-cattolico e lo aiuterà a correggersi dai suoi errori e a colmare le lacune, come insegna il Concilio, in questo aspetto della carità è d’obbligo una reciprocità, giacchè il cattolico come il non-cattolico non sfuggono alla comune condizione di peccatori, figli di Adamo, dotati nel contempo da Dio di doni reciprocamente complementari, che devono essere messi a frutto a vantaggio l’uno dell’altro. E benchè il cattolico in linea di principio disponga di maggiori e migliori mezzi di grazia che non il dissidente, non si può escludere che questi sia più virtuoso e meno peccatore, grazie a una maggiore buona volontà e ad un migliore impiego dei mezzi soprannaturali a sua disposizione.
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L’ecumenismo, espressione indubbia della carità fraterna, racchiude i propri profondi benefici ed è una buona regola di convivenza pacifica tra cattolici e non-cattolici. Ora, la carità fraterna si muove in una duplice direzione: operare il bene e togliere il male. Esiste dunque una carità promotrice e una carità correttiva. Entrambe hanno la loro applicazione nell’ecumenismo. Infatti, nell’ambito della promozione del bene, l’ecumenismo incentiva l’umiltà, la lealtà, l’onestà, l’amore alla verità, la reciproca comprensione e solidarietà, il comune impegno per le opere della giustizia e della misericordia, per il bene pubblico e per i diritti umani, per la promozione delle scienze, delle arti e della cultura, una comune testimonianza cristiana, laddove esistono valori comuni.
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Ci sono poi due modi per togliere il male nel fratello: o la compassione, grazie alla quale liberiamo il fratello dal male di pena, cioè dalla sofferenza, o la correzione o ammonizione, per la quale lo liberiamo dal male di colpa, dal peccato e dall’errore. Nell’uno e nell’altro caso, affinchè l’operazione riesca, bisogna che il fratello ci metta la buona volontà. Non c’è peggior malato di quello che non vuol guarire e non c’è peggior peccatore di quello che non si pente.
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In questo campo della carità, sia la compassione che lo zelo della correzione devono spingere il cattolico a guidare il fratello separato verso la pienezza della verità e della comunione con la Chiesa. Il dissidente, dal canto suo, deve ascoltare gli impulsi dello Spirito di verità e di amore, che lo spingono ad abbandonare i suoi errori e cattive abitudini, non conformi alla pienezza della virtù cristiana e a cercare la piena comunione con la Chiesa.
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/Aquila-reale.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2016-10-20 23:44:192021-08-26 13:26:31Davvero «il proselitismo è una solenne sciocchezza», come ha detto il Santo Padre Francesco? Alcune cose da chiarire su “proselitismo” e “ecumenismo”
IL N. 84 DELLA FAMILIARIS CONSORTIO È PIÙ IMPORTANTE DEL PROLOGO DEL VANGELO DI GIOVANNI CHE NARRA IL MISTERO DELLA INCARNAZIONE DEL VERBO DI DIO ?
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Ciò che in fondo si chiede a certe persone è lo spirito di umana e cristiana coerenza: o forse credono davvero di poter attaccare da una parte l’intero Magistero della Chiesa degli ultimi cinquant’anni, ma al tempo stesso sostenere che il n. 84 della Familiaris Consortio, scritto da un Pontefice conciliare, presente come Vescovo al concilio e poi attuatore del concilio come Successore di Pietro, sia intoccabile, in quanto più importante e più dogmatico di quanto possa esserlo l’intero Prologo del Vangelo di Giovanni ?
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Autore Ariel S. Levi di Gualdo
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Non esistono “casi” da valutare se concedere la comunione ai divorziati risposati [Ndr. in riferimento alle precedenti risposte date dai PadriQUI]. Esiste invece un solo ed unico “caso” che permetta a dei divorziati risposati di accostarsi alla Comunione e cioè che vivano da “fratello e sorella”. Il n. 84 della Familiaris Consortio nega l’accesso alla Comunione dei risposati per il semplice fatto che questi non trovandosi in stato di Grazia, “mangiano la loro condanna” avvicinandosi a questo Sacramento. Il discorso dello scandalo nei confronti dei fedeli è del tutto secondario rispetto alla motivazione principale.
Gianluca Bazzorini
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Caro Lettore.
Nove su dieci dei suoi commenti non sono stati pubblicati perché contenevano delle affermazioni gravemente insultanti nei riguardi del Sommo Pontefice, variamente indicato da lei come “eretico“, “accolito dell’Anticristo” e via dicendo; per non parlare del modo in cui lei è solito demonizzare il Concilio Vaticano II e i suoi documenti, però difende a spada tratta il n. 84 della Familiaris Consortio, che deduco sia per lei come per altri più importante del Simbolo di fede niceno-costantinopolitano.
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Non ci risulta che la esortazione apostolica Amoris Laetitia abbia mutata per adesso la disciplina. Quindi è del tutto inutile sollevare una questione che non esiste, perché il Sommo Pontefice non ha mai stabilito in alcun documento ufficiale che la disciplina contenuta nel n. 84 della esortazione apostolica Familiaris Consortio [cf.QUI] è abrogata. Pertanto, tutti noi pastori in cura d’anime, ci atteniamo con scrupolo a quella che è la attuale disciplina della Chiesa in materia. Se poi qualche Vescovo o Sacerdote non lo fa, sbaglia, ma sbaglia — se vogliamo anche gravemente — a livello suo personale, non certo perché il Sommo Pontefice abbia stabilito discipline contrarie alla dottrina e alla morale cattolica.
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Esistono purtroppo “cattolici” che da una parte discutono e rigettano per intero le discipline di un concilio ecumenico, ossia l’ultimo celebrato dalla Chiesa, sentendosi non solo con la coscienza a posto, ma a tal punto nel giusto da considerare se stessi degli Araldi della Verità. Cosa dunque volete che sia, a confronto, discutere senza rigettare il n. 84 della Familiaris Consortio ? Infatti, a certi Araldi della Verità — inclusa l’altra papessa, la Signora Maria Guarini del blog Chiesa e Post Concilio [vedere nostra lettera QUI] — , forse è bene ricordare che l’Autore dell’oggi tanto citato n. 84 della Familiaris Consortio, il Santo Pontefice Giovanni Paolo II, dopo il Beato Pontefice Paolo VI è stato il secondo grande attuatore di quel Concilio Vaticano II, vale a dire quel concilio da questi stessi indicato come “origine di tutti gli attuali mali della Chiesa”.
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Io credo che i soggetti avvezzi a pensare e agire a questo modo dovrebbero fare ordine in se stessi, perché prima di sbandierare il n. 84 della Familiaris Consortio, dovrebbero accettare in toto l’autorità di un concilio intero, salvo cadere, in caso contrario, come la Signora Cristina Siccardi di cui ho parlato nel mio precedente articolo [cf.QUI], nella psicologia borderline, che è esattamente la seguente: “Evviva il n. 84 della Familiaris Consortio del Papa conciliare, abbasso il conciliabolo Vaticano II celebrato dai Padri della Chiesa riuniti in assisa ecumenica ” (!?).
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Credo altresì opportuno ricordare a tutti costoro — il parlare e l’agire dei quali si muove in una spaventosa confusione ecclesiale e dottrinale — che il Giovanni Paolo II eletto a loro beniamino per il n. 84 della Familiaris Consortio elevato a dogma di fede intangibile, è lo stesso Giovanni Paolo II da loro vilipeso in modo feroce per i suoi incontri ecumenici ad Assisi.
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E siccome io faccio il prete e il teologo e non il neuropsichiatra, capite bene che dinanzi a simili personalità affette da siffatti disturbi dello spettro bipolare [cf. QUI], getto la spugna e passo doverosamente la competenza ad altro genere di specialisti, vale a dire ai neuropsichiatri.
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Duole che la Signora Cristina Siccardi seguiti a cimentarsi in sproloqui fanta ecclesiologici ferocemente anti-conciliari pubblicati a puntate su quel sito di cupi farisei al quale s’è ridotta ormai Riscossa Cristiana [vedereQUI]. Perché ciò che i Padri dell’Isola di Patmos chiedono a certe persone, è solo un po’ di basilare spirito di umana e cristiana coerenza. O forse credono davvero di poter attaccare da una parte l’intero Magistero della Chiesa degli ultimi cinquant’anni, ma al tempo stesso sostenere che il n. 84 della Familiaris Consortio, scritto da un Pontefice conciliare, presente come Vescovo al concilio e poi attuatore del concilio come Successore di Pietro, sia più importante e più dogmatico di quanto possa esserlo l’intero Prologo del Vangelo di Giovanni, che narra il mistero dell’Incarnazione del Verbo di Dio [cf. QUI]?
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Da cosa deriva questa ossessione sul tema della Comunione ai divorziati risposati? Ma è presto detto: deriva dalla morbosa teologia della mutanda [cf. mio precedente articolo QUI], grazie alla quale certuni identificano nel sesso e nella sessualità umana non solo il peccato dei peccati, ma il centro e il motore dell’intero mistero del male.
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Per questo chiediamo coerenza. Quella coerenza basata sulla fides e sulla ratio umana e cristiana. Ma purtroppo, queste persone, su forme di autentico odio ideologico hanno strutturata la loro rabbia contro la Chiesa e contro Pietro, riducendo tutto ad una ossessiva teologia della mutanda. E la rabbia contro la Chiesa e l’odio contro Pietro, di cattolico non hanno proprio niente, con buona pace degli Araldi della Verità, di tutte le loro papesse e dell’ossessione per la teologia della mutanda, in virtù della quale sono indotti a ignorare tutta una serie di gravissimi peccati che vanno dalla cintura in su, ma dei quali questi soggetti non vogliono proprio parlare, sicuri come sono che i peccati siano solo quelli che vanno dalla cintura in giù.
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La Siccardi così come i siti tradizionalisti da lei citati si rifanno, nella maggior parte dei casi, ad illustri teologi cattolici che non possono essere di certo accusati di ignoranza o ridicolaggine, mi riferisco a Romano Amerio e Brunero Gherardini. Risponda, se può, a loro, e poi potrà permettersi di tacciare di eresia la Siccardi e tutti i siti “siccardiani”, ma con loro all’inferno nel girone degli eretici e dei superbi, dovrà metterci pure Amerio e Gherardini, se ci riesce, s’intende. Le auguro un buon lavoro …
Atanasio
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Caro Lettore.
non sapevo che Romano Amerio e Brunero Gherardini fossero il Padre e il Figlio dal quale procede lo Spirito Santo, che «con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti».
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Risponda piuttosto lei a se stesso: è meglio rifarsi al sommo magistero dei Pontefici — ivi inclusi tutti quelli che vanno dal San Giovanni XXIII a seguire — oppure è meglio rifarsi ai sopracitati Padre e Figlio usati e abusati da certa gente per screditare e attaccare il magistero pontificio, per non parlare del pericoloso pensiero gherardiniano, seguito in questo da Serafino Lanzetta, circa il Concilio Vaticano II “solo pastorale”, vale a dire … senza alcun peso e conto, “non essendo”, a dire di questi teologi, “dogmatico”, quindi, di fatto, non vincolante ?
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Citare il Iota Unum di Romano Amerio come s’esso fosse al di sopra della Professione di Fede, per colpire attraverso di esso Pietro, come fanno certi cattolici, è semplicemente aberrante.
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Autore Giovanni Cavalcoli, OP
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Rev. Padri Ariel e Giovanni Cavalcoli.
Vi scrivo per manifestarvi la seguente preoccupazione: a mio parere la vostra risposta cattolica a Lutero [Ndr. cf. QUIe QUI] rischia di risultare poco incisiva perché si accusano le idee, ma poi non vengono riportate le fonti. Infatti qualcuno potrebbe avere la sfacciatezza di dire “ma guarda che Lutero non ha detto questo, né ha voluto dire questo!”. Inoltre un conto è Lutero e un conto sono i luterani che si ispirano a Lutero, i quali affermano di non condividere tutte le idee del loro illustre predecessore e di non essere tenuti a farlo; poi ci sono quelli che si dichiarano semplicemente protestanti e si ispirano ad aspetti del pensiero di Lutero e della sua “Riforma” ma su altri punti ne prendono le distanze. È chiaro che, se la situazione è questa, sia i luterani che i protestanti possono avere gioco facile nell’eludere le critiche e le accuse dei teologi cattolici: ciò significa che anche quando si accusa il luteranesimo e i vari teologi e predicatori protestanti è importante citare le fonti.
Lettera Firmata
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Le tesi di Lutero che citoo alle quali mi rifaccio nel mio ultimo articolo [cf. QUI] sono note da secoli, almeno presso i conoscitori di Lutero e si relazionano alle ben note condanne della Chiesa. Le fonti, oltre a quelle da me citate, si trovano negli Autori ai quali rimando.
. Non chiedo quindi al lettore di fidarsi della mia autorità;ma egli stesso può controllare per mezzo dei miei rimandi sia agli Autori che al Magistero della Chiesa. .
L’intento del mio articolonon è stato quello di esporre una mia nuova interpretazione del pensiero luterano. Solo in tal caso avrei dovuto abbondare nelle citazioni delle fonti, al fine di documentare e dimostrare il mio assunto e confutare gli avversari. Quindi nel mio articolo non dico niente di nuovo, che non sia già noto dalla critica, ma che però rischia di essere dimenticato dall’attuale rettorica celebrativa. .
ll mio intento invece è statodivulgativo e formativo,ma anche di approfondimento teologico, nell’ambito dell’ecumenismo e dell’apologetica cattolica, sia per far conoscere al cattolico di media cultura alcuni punti validi del pensiero di Lutero e sia per confutare gli errori, cosa che oggi si fa poco, mentre si loda Lutero a sproposito, per cui questi errori rischiano di sedurre anche i cattolici.
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Io non sono uno storico del luteranesimo, ma un teologo.Per questo mi interessa Lutero come tale; non mi interessano le varie interpretazioni dei suoi seguaci più o meno fedeli, gli abbellimenti o i tagli che essi operano nel pensiero del loro maestro.
. Non voglio mettermi in questo ginepraio,anche se riconosco che il pensiero di Lutero, nella sua ricchezza e complessità, ma anche per l’incoerenza, ambiguità, oscurità e paradossalità di certe sue posizioni, può richiedere che si consultino suoi autorevoli seguaci e far sì che certe interpretazioni del suo pensiero rimangano dubbie o incerte.
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Per questo chiedo al lettore che mi vuol giudicare, di stare a quello che dico su Lutero e non a quello che dicono i luterani, che peraltro non cito neanche nel mio articolo.
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Scrive Padre Giovanni Cavalcoli: «Come ho già avuto modo di spiegare pubblicamente in più occasioni sull’Isola di Patmos e altrove, il Papa ha, in forza del potere delle chiavi, la facoltà a sua discrezione di mutare le leggi della Chiesa, anche se fondate sul diritto divino. Ora la legge dell’esclusione dei divorziati risposati dalla Comunione eucaristica è una di queste» [cf. QUI]. Mi dispiace ma cambiare le leggi fondate sul diritto divino non è possibile perché si tratta appunto di diritto divino e quindi per sua natura immutabile. Il Papa in virtù del potere delle chiavi non ha autorità alcuna per cambiare ciò che Dio ha stabilito, se lo facesse commetterebbe un abuso e i suoi insegnamenti in materia non sarebbero vincolanti, in quanto espressione di uno pseudo magistero pastorale (non dogmatico e quindi non infallibile), la cui falsità risulta palese nella misura in cui si discosta dal dogma cattolico per rincorrere le false filosofie moderne, ricettacolo di ogni eresia.
Atanasio
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Caro Lettore.
bisogna distinguere l’istituzione dei sacramenti dalla disciplina dei sacramenti. La prima si deve a Cristo e costituisce il diritto divino o legge divina; la seconda è stata affidata da Cristo a Pietro e costituisce il diritto canonico o legge ecclesiastica.
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La proibizione della Comunione ai divorziati risposati, tuttora in vigore in base alla Amoris laetitia, certamente è fondata sul diritto divino, ma non in modo così necessario e stringente, che, se il Papa un domani vorrà, egli non abbia la facoltà, in base al potere delle chiavi (disciplina dei sacramenti), concedere il permesso della Comunione in casi speciali, che dovranno essere determinati dal diritto.
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Si può dire infatti che anche questo permesso potrà fondarsi sul diritto divino, benchè con ragioni differenti da quelle che hanno giustificato la proibizione. Infatti, mentre questa, come emerge dal n. 84 della Familiaris consortio, era motivata dall’opportunità di evitare lo scandalo, l’eventuale permesso dato dal Santo Padre Francesco, come si evince dalla Amoris laetitia (c. VIII), potrebbe esser motivato dall’opportunità di fornire alla coppia ulteriori mezzi di grazia, tali da consentir loro di affrontare con maggior fiducia e forza soprannaturale i doveri del loro stato, il quale, costituendo una forte occasione di peccato, in quanto stato irregolare, appare come un più difficile cammino di salvezza, che non quello delle coppie regolari.
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Avremmo qui un altro modo di rispettare la dignità del Matrimonio, della Confessione e dell’Eucaristia, ossia del diritto divino, adatto alla loro situazione, e diverso da quello attuato dalle coppie regolari e da quello previsto dalla legge della proibizione.
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Sarà bene che il Sommo Pontefice emani un’Istruzione per i Confessori, al fine di aiutarli per una corretta amministrazione del Sacramento in questa materia così complessa e difficile, come è quella dello stato dei divorziati risposati, distinguendo i casi nei quali i Confessori possono ammetterli ai sacramenti da quelli nei quali non possono, e lasciando ad essi un congruo spazio per il discernimento e la decisione.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2016/06/lettere-dei-lettori.jpg?fit=303%2C244&ssl=1244303Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2016-10-09 23:46:062023-09-07 17:05:45il n. 84 della Familiaris Consortio è più importante del Prologo del Vangelo di Giovanni che narra il mistero dell’Incarnazione del Verbo di Dio ?
CON LUTERO L’ARCIVESCOVO LUIGI NEGRI È TROPPO INDULGENTE E TROPPO SEVERO
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Presentare il luteranesimo come semplicemente differente o diverso dal cattolicesimo vuol dire dargli una patente di legittimità. Infatti l’esser differente o diverso è un pregio e non un difetto.
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Autore Giovanni Cavalcoli, OP
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Eccellenza Reverendissima
Luigi Negri
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
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S.E. Mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio
A nome mio e del confratello sacerdote Ariel S. Levi di Gualdo, col quale mando avanti la bella esperienza di questa sempre più visitata rivista telematica L’Isola di Parmos, desidero esprimerle i miei vivi rallegramenti per le acute osservazioni critiche che Vostra Eccellenza Rev.ma ha espresso nella recente intervista al Timone, poi riportata appresso dalla Nuova Bussola Quotidiana [cf. QUI]. Pur tuttavia mi permetto di esporle alcune mie riserve nei seguenti punti:
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1) Il parlar della fede come «esperienza» è già un concedere a Lutero ciò che non gli deve esser concesso, giacchè l’esperienza è proprietà della carità e non della fede. E difatti, appunto, Lutero confonde proprio la fede con la carità. Sarebbe meglio invece far riferimento al vero concetto di fede insegnato dal Concilio Vaticano I: «Fides est virtus supernaturalis, qua, Dei aspirante et adiuvante gratia, ab Eo revelata vera esse credimus, non propter intrinsecam rerum veritatem naturalis rationis lumine perspectam, sed propter auctoritatem ipsius Dei revelantis » [Denz. 3008] [1]
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Il suo giudizio sul Luteranesimo, da una parte è troppo indulgente, ma dall’altra è troppo severo.
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a) Troppo indulgente, perchè presentarlo come semplicemente «differente» o diverso dal cattolicesimo vuol dire dargli una patente di legittimità. Infatti l’esser differente o diverso è un pregio e non un difetto. Un francescano è diverso dal domenicano; ma non per questo l’esser francescano è un difetto o un’eresia. Bisogna dire invece con franchezza che quanto di proprio ha Lutero contro il cattolicesimo non è “diverso”, ma falso.
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b) Ma non bisogna neppur troppo accentuare gli errori. Quindi non è il caso di parlare di differenza «incommensurabile»: in realtà, come osserva il decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio [cf. QUI], noi e i luterani abbiamo una comune misura, che è Cristo, dal quale vengono i dogmi fondamentali, che ci sono rimasti in comune: la Santissima Trinità, l’Incarnazione, la Redenzione, il Battesimo, nel comune amore per la Bibbia e la fede che siamo salvi per grazia. Ignorare questi dati comuni è ingiusto ed offensivo per i luterani.
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2) Non condivido neppure l’atteggiamento rinunciatario di Jean Guitton. Egli sembra infatti dire: “Essi sono irrimediabilmente diversi. Lasciamoli così”. Niente affatto! Non è questo l’insegnamento della Unitatis Redintregatio la quale dice invece al n. 3 che i fratelli separati «devono essere incorporati alla Chiesa cattolica», il che ovviamente suppone che nel «riconoscimento di valori comuni» li aiutiamo a correggersi dai loro errori.
. La Chiesa, insomma, ci ordina di avere nei loro confronti l’atteggiamento che ha il medico nei confronti del malato. Il medico parte dalla considerazione delle risorse sane, che restano al malato, basandosi su di esse per prescrivergli la cura più opportuna e migliore.
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Con sincera devozione, suo
Giovanni Cavalcoli, O.P.
Varazze, 27 settembre 2016
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[1] NdR. trad. it. «La fede è una virtù soprannaturale, con la quale, sotto l’ispirazione e la grazia di Dio, crediamo che le cose da Lui rivelate sono vere, non per la loro intrinseca verità individuata col lume naturale della ragione, ma per l’autorità dello stesso Dio rivelante» [Costituzione dogmatica Dei Filius, Concilio Ecumenico Vaticano I, cap III, La Fede]
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Giovannihttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Giovanni2016-09-27 18:14:192021-04-20 23:37:35Con Lutero l’Arcivescovo Luigi Negri è troppo indulgente e troppo severo
VOCI MIAGOLOSE DA CINEMA EROTICO ANNI SETTANTA:PRESUNTE “ERESIE PAPALI” SULLA COMUNIONE AI DIVORZIATI, CRISTINA SICCARDI LA SABAUDA, ANDREA TORNIELLI ALLA GOGNA …
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non c’è peccato così grave, dal quale non sia possibile liberarsi ed ottenere il perdono divino. Non si deve supporre che i divorziati risposati siano sempre in uno stato di peccato mortale. Sarebbe questo un giudizio temerario, che negherebbe il libero arbitrio, come faceva Lutero, e la forza della grazia divina.
La proibizione della comunione ai divorziati risposati non è una semplice legge ecclesiastica che il Papa può abolire, ma dipende direttamente dal diritto divino, che impone la condizione di essere in grazia di Dio per accedere alla Comunione. Così infatti dice il Concilio di Trento: «Se qualcuno dirà che la fede è preparazione sufficiente per ricevere il sacramento della santissima eucaristia, sia anatema».
Davide
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Caro Davide.
l’esortazione post-sinodale del Santo Padre Francesco
Il Papa ha già spiegato nell’Amoris laetitia che i divorziati risposati, sebbene si trovino in uno stato irregolare, che induce fortemente al peccato e benchè possano commettere anche peccati mortali, tuttavia, se si pentono e fanno penitenza, possono riacquistare la grazia. E per questo, in linea di principio, potrebbero fare la Comunione.
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Ricordati che non c’è peccato così grave, dal quale non sia possibile liberarsi ed ottenere il perdono divino. Non si deve supporre che i divorziati risposati siano sempre in uno stato di peccato mortale. Sarebbe questo un giudizio temerario, che negherebbe il libero arbitrio, come faceva Lutero, e la forza della grazia divina. Se cadono in peccato, possono sempre riacquistare la grazia.
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Il Sommo Pontefice firma la esortazione post-sinodale
Il Papa, una volta che dovesse concedere la Comunione ai divorziati risposati in un documento canonicamente corretto, non attenterà a nessuna legge divina. Infatti, in questa questione le leggi divine in gioco sono due: la legge dell’indissolubilità del matrimonio e la sacralità della Comunione eucaristica.
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Per capire il senso del mutamento di legge ecclesiastica, che il Papa dovesse accingersi a fare — dalla proibizione della Comunione al permesso della Comunione —, bisogna fare le seguenti considerazioni:
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1) Occorre tener presente un tema di fondo, ormai noto a tutti, che è alla base del pontificato di Papa Francesco, ed è quello della misericordia, intesa qui come ricerca e volontà di fare tutto il possibile, ancor meglio del passato, per rendere accessibile la salvezza a coloro che sono maggiormente in pericolo. Ed è il caso dei divorziati risposati insieme a molti altri casi.
2) È vero che Dio può salvare anche senza i Sacramenti [cf. QUI]; ma se è possibile aprire la porta dei Sacramenti a un maggior numero di persone disponibili, senza offendere la dignità dei Sacramenti, è meglio, ed anzi è doveroso;
3) Papa Francesco ci invita, su questa questione, a volgere lo sguardo in una direzione diversa da quella del passato. Fino a San Giovanni Paolo II [Cf. Familiaris Consortio n.84] la Chiesa, riguardo al problema della pastorale per i divorziati risposati, ha avuto sotto lo sguardo la dignità del Sacramento e lo scandalo pubblico dato dai divorziati risposati (“stato irregolare”, “pubblici peccatori”).
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Il Pontefice Regnante, invece, senza naturalmente accantonare queste considerazioni, ci invita a tener piuttosto presente che Dio può concedere ai divorziati risposati, in alcuni casi — che dovranno essere precisati dalla nuova legge —, di essere in grazia, nonostante il loro stato irregolare.
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4) La concessione della Santa Comunione in quei casi particolari non costituirebbe offesa al sacramento del matrimonio, ma ne salvaguarderebbe la dignità, benché in modo diverso ed anzi contrario a quello che finora si è seguito nella pastorale ai divorziati risposati.
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l’esortazione post-sinodale del Santo Padre Francesco
Questo è il punto più difficile da capire.Il principio morale dice così: «Una medesima legge morale, intelligentemente interpretata, può essere applicata in modi materialmente contradditori, a seconda delle circostanze».
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Facciamo l’esempio del comandamento Non uccidere. Proprio questo comandamento permette di uccidere l’ingiusto aggressore, ma non c’è qui lo spazio per spiegare questo apparente paradosso, per il quale rimando a un trattato di teologia morale.
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Per quanto riguarda la nostra fattispecie, possiamo allora dire che la legge della indissolubilità del matrimonio può continuare ad essere rispettata in certe circostanze, non solo con la proibizione della Comunione, ma anche permettendola, a condizione che i divorziati risposati si trovino in una particolare situazione, che dovrà essere specificata dalla nuova legge.
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Autore Ariel S. Levi di Gualdo
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Caro Padre Ariel.
Questa guerra sul campo della Comunione ai divorziati risposati è sempre più forte. C’è chi dice che non si deve ubbidire al Papa perché sbaglia. Allora mi domando: chi può giudicare se il Papa sbaglia, non ubbidirgli e invitare a disubbidirgli? Io, come donna, e anche come piemontese, sono irritata da certi commenti all’acido fenico coperti di miele scritti da Cristina Siccardi su vari blog, citati poi da altri come verità di fede. Questa scrittrice è forse un astro della teologia? Come sacerdote, lei come reagisce, di fronte a certi soggetti?
Margherita Altieri
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Cara Margherita.
Edwige Fenech, locandina del film La dottoressa del distretto militare, a sinistra Alvaro Vitali, attore di teatro di gran talento scoperto da Federico Fellini. Come però ebbe a dire: « … il teatro è un’arte che non paga, mentre con i filmetti leggeri ho potuto mantenere la famiglia»
Anni fa spiegai in un mio libro che tutti sono capaci a ubbidire a una figura autorevole di grande personalità, spiritualità e santità di vita, ma non è questa la sfida della fede rivolta al presbìtero e al religioso, né al laico cattolico. La sfida è quella di ubbidire a un vescovo o a un superiore maggiore fragile, limitato e mediocre, purché costui non comandi cose contrarie alla dottrina e al Magistero della Chiesa e non usi la propria autorità per commettere ingiustizie e delitti, perché in tal caso si è tenuti a disubbidire per imperativo di coscienza cristiana e ad informare la suprema autorità ecclesiastica dei suoi abusi, affinché sia ripristinata la giustizia violata.
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Qualora ilRomano Ponteficemi desse un ordine sbagliato e di ciò fossi consapevole, prima cercherei di convincerlo dell’errore e dimostrare lo sbaglio sostanziale del comando dato, se però lo ribadisse in tal caso lo eseguirei, a meno che non fosse in contrasto col depositum fidei e la morale cattolica. E detto questo aggiungo: non so chi possa dimostrare quanti comandi dati dai Romani Pontefici nel corso della storia della Chiesa siano risultati in conflitto col depositum fidei e la morale cattolica, perché personalmente non conosco alcun caso.
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Perché è meglio commettere un errore per eseguire un ordine che potrebbe apparire errato, anziché compiere la scelta giusta disubbidendo al Romano Pontefice? Perché nel secondo caso l’errore sarebbe sempre più grave. Sarà poi il Romano Pontefice a dover rispondere dinanzi agli uomini e alla storia, ma soprattutto dinanzi a Dio, qualora avesse imposto un ordine errato.
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Copertina del film La liceale, con Gloria Guida in un fantasioso liceo di Cinecittà …
Affermare questo, è forse obbedienza cieca in contrasto con la logica, il libero arbitrio e la dignità umana, come tendono a credere alcuni, marciando su quelle “buone intenzioni” di cui sono lastricate le vie dell’Inferno? Tutt’altro, affermare questo vuol dire procedere sulle vie della prudente sapienza. Il Romano Pontefice gode infatti di una speciale assistenza dello Spirito Santo, quindi di una grazia di stato della quale non godono i singoli vescovi, i sacerdoti e anche i laici cattolici. Se nella storia della Chiesa non si ha memoria di comandi errati imposti dai Pontefici in contrasto col depositum fidei e la morale cattolica, si hanno invece copiose prove di quanto giuste siano poi risultate negli anni avvenire delle scelte sul momento molto contestate. Su questo si fonda l’obbedienza dei Christi fideles e dei ministri in sacris : sulla prudente e sapiente consapevolezza che il Romano Pontefice ha una particolare grazia di stato e gode di una speciale assistenza dello Spirito Santo che lo rende infallibile in materia di dottrina e di fede [rimando all’articolo di Giovanni Cavalcoli: I compiti e i gradi della infallibilità del Sommo Pontefice, QUI]. E chi non accetta questo, presumendo semmai di essere investito per superiore grazia di stato del potere di giudizio su certe scelte del Romano Pontefice riguardanti materie di dottrina e di fede, o è un eretico, o più semplicemente uno stolto, visto che l’eresia richiede di per sé intelligenza e talento. E se da sempre gli eretici io li prendo sul serio col dovuto rispetto, gli stolti li prendo invece in giro …
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Il Regnante Pontefice, che “merita” rispettose critiche con la devozione dovuta al Successore del Principe degli Apostoli e Vicario di Cristo in terra, non ha mai impartito ordini, in nessun atto del proprio sommo magistero, che fossero contrari alla fede e alla morale cattolica; e chi afferma il contrario dimostra nella migliore delle ipotesi di non essere in grado di fare distinzioni elementari tra il dottore privato, l’ordinario ministero pastorale, il sommo magistero di Pietro. O per meglio intendersi: dimostra di non conoscere le basi del Catechismo della Chiesa Cattolica, dando poi vita a questioni destinate soltanto a disorientare i semplici ed a seminare il veleno della confusione tra il Popolo di Dio [rimando a un mio precedente articolo, QUI].
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Per questo non mi sono mai posto il problema «Questo Papa non ci piace»[Gnocchi & Palmaro, cf. QUI], né mai sono caduto nelle trappole di certe aspre critiche a questo pontificato, brandendo verso di esso accuse più o meno sottili di eresia, formulate attraverso le teorie propinate da impenitenti eretici palesi, come quei lefebvriani ai quali si rifà la citata Cristiana Siccardi richiamata dalla nostra Lettrice, ed alla quale giungo adesso con gaudio e gioia …
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Nadia Cassini, locandina del film L’insegnante balla con tutta la classe. In alto un altro grande attore del teatro italiano: Renzo Montagnani [1930-1997]. Anch’egli ebbe a dire: «In Italia col teatro colto si fa la fame, coi filmetti leggeri si fa la spesa per la cucina di casa»
… non so chi sia questa Signora che scrive su Corrispondenza Siccardiana, già Corrispondenza Romana, sulla quale ogni tanto ha deliziati i lettori con articoli rosa su quella Real Casa di pirati, massoni e anticlericali tali furono i Savoia [cf, QUI, QUI, etc..], oppure su Riscossa Siccardiana, già Riscossa Cristiana, dove ogni anno sono pubblicati articoli per commemorare con la lacrima all’occhio la figura di quel sant’uomo di Benito Mussolini [cf. QUI, QUI, QUIetc..]. A questo punto faccio notare en passant, prima di proseguire oltre, a quali livelli giunga lo spirito di queste persone che tuonano da due anni contro l’eventuale sacrilegio della Comunione ai divorziati risposati, tra accuse d’eresia e qualche editorialista che invita persino a resistere con la disobbedienza al Sommo Pontefice. Ebbene, malgrado il loro rigore verso adulteri e concubini, da tenere come tali lontani dalle mense eucaristiche, se l’adultero è però l’ex Duce d’Italia, sposato e con figli, o la sua amante e sodale complice in adulterio, udite qual dolcezza e carità cristiana esprimono le anime tenere di Riscossa Siccardiana:
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«Le circostanze precise, il luogo, l’ora, in cui furono uccisi Mussolini e Claretta Petacci, la cui unica colpa era l’amore per il Duce, sono state a loro volta coperte da una storiografia di parte che aveva tutto l’interesse a diffondere una visione oleografica di avvenimenti in cui ci fu ben poco di dignitoso e di onesto» [cf. QUI].
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Locandina del film Sballato, gasato completamente fuso, alle spalle di Edwige Fenech l’attore Enrico Maria Salerno [1926-1994] celebre per essere stato uno dei grandi attori del teatro italiano tra i più dotati nella interpretazione dei ruoli più disparati
Oh, povera Claretta, dolce creatura infelice, considerata dalla sanguinaria marmaglia partigiana e dagli storici disonesti colpevole d’essersi data all’adulterio con Benito Mussolini. In fondo, che cosa c’è di male? Che male c’è, ad amare un uomo sposato, marito e padre di quattro figli?
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Una volta scritte simili amenità, gli stessi personaggi vanno poi a spulciare vecchi articoli del vaticanista Andrea Tornielli, in questi giorni alla gogna poiché “reo” d’aver riportato i fatti di cronaca riguardo le vicende di Ettore Gotti Tedeschi e dello Ior in modo “difforme” dagli antecedenti del 2013 [cf. QUI]. Ebbene, se dal 2013 al 2016 le versioni date della Santa Sede o dall’Arcivescovo Georg Gänswein sono difformi, la colpa non è del vaticanista che ha riportato i fatti per come sono stati presentati, ma di chi nel tempo ne ha cambiata versione. Questo vaticanista è forse “colpevole” di non avere fatto notare questa discordanza, come afferma Roberto de Mattei in modo giusto sul piano formale [cf. QUI]? Sinceramente non so chi di noi, avendo scritto nel giro di tre anni oltre 200 articoli, possa ricordare il preciso passaggio e l’esatto particolare di uno di essi; cosa questa che vale per tutti i pubblicisti, ma proprio per tutti, incluso Andrea Tornielli che lavora da solo, cosa dubito faccia invece Roberto de Mattei, sulla base di un semplice calcolo basato su suoi scritti e attività. Infatti, Roberto de Mattei, è impegnato come accademico all’Università Europea, direttore di Corrispondenza Romana, direttore del mensile Radici Cristiane, direttore della Fondazione Lepanto, promotore della Marcia per la Vita, consulente di più istituzioni, autore di una media di due articoli a settimana con articoli extra pubblicati anche su La Repubblica e Il Foglio, autore di due libri all’anno, impegnato in numerose presenze come conferenziere in Italia e all’estero … non è che per caso costui benefici dell’ausilio di collaboratori pronti a ricercare sospiri e virgole su articoli scritti a tre anni di distanza da un vaticanista che lavora da solo, in modo tutto sommato onesto e senza paleologi–impallinatori sul suo libro-paga? Suvvia, si mostri per Andrea Tornielli perlomeno la stessa pietà che certi soggetti mostrano per Benito Mussolini e la dolce Claretta Petacci, la quale non era — come molti potrebbero pensare, ovviamente sbagliando — la sua amante, la sua concubina, colei che lo aiutava a commettere adulterio a danno della legittima moglie Donna Rachele. Assolutamente no! Claretta era solo la donna che «amava il Duce» e che forse gli articolisti di Riscossa Siccardiana non avrebbero esitato ad ammettere ai Sacramenti, assieme a tutti i più noti donnaioli di Casa Savoia, incluso l’ultimo Re d’Italia, Umberto II, un «galantuomo» caro alla pubblicistica rosa della Siccardi [cf. QUI], anch’esso separato dalla moglie e con una nidata di figli che assieme ai loro figli hanno fatto sprofondare questo casato di pirati nel meritato ridicolo della stampa scandalistica e dei talk show televisivi [vedere l’ultimo glorioso erede di Casa Savoia, video QUI].
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locandina del film L’insegnante, con l’immancabile Edwige Fenech e Alvaro Vitali
… ma torniamo alla Siccardi, la cui crassa ignoranza,per quanto concerne la storia della Chiesa e la teologia fondamentale, m’è invero d’avanzo. E non si tratta di un mio giudizio ingeneroso, perché siffatta crassa ignoranza stilla dai suoi libri, articoli e video-conferenze, che sono atti pubblici, non materiali riservati o coperti da legge sulla privacy. Visto però che si può bacchettare il Regnante Pontefice sino ad accusarlo d’eresia, vorrei proprio vedere se non è consentito criticare questa Signora che rivendica la legittima libertà a bacchettare come una maestrina l’intero magistero della Chiesa degli ultimi cinquant’anni, sempre stando ai suoi libri e articoli, che come ripeto sono e restano atti pubblici. Pertanto vale il rivisitato detto: “chi di acido ferisce di acido perisce”.
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Mi viene poi chiesto come io reagisco dinanzi a certe figure. Per capirlo va anzitutto premesso che io non sono solo figlio di Dante Alighieri, ma anche di Giovanni Boccaccio, di Pietro l’Aretino, di Cecco Angiolieri e via dicendo. Ciò premesso, diciamo che non sono avvezzo prender sul serio certe persone, propendo a prendere in giro loro e il redditizio circolino dei tradi–protestanti che si sono ricavati in parte il loro posto al sole e in parte il loro mercatino editoriale, tra alabardieri che vantano quarti di nobiltà tra i pizzi&merletti delle Messe in rito antico e le aspiranti contessine da romanzo di Liala che rimembrano struggenti Casa Savoia. Preferisco quindi buttarla in ridere, anche perché questa Signora dalla voce miagolosa, mi ricorda certe attrici del cinema erotico degli anni Settanta. Ovviamente mi riferisco alla voce, sia ben chiaro: solo alla voce. Anche perché stiamo a parlare di un cinema erotico che ai giorni d’oggi appare a tal punto castigato e pudìco che queste vecchie pellicole potrebbero essere proiettate nei cinema delle scuole per l’infanzia delle Figlie di Maria Ausiliatrice.
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Lilli Carati, locandina del film La professoressa di scienze naturali. Anche nel cartellone di questo film comico leggero, spiccano i nomi di alcuni dei più grandi e talentati attori del teatro italiano del Novecento
Udendo la voce miagolosa della Siccardi — constatazione oggettiva, non certo irriverente sberleffo [cf. audio QUI] — mi sono tornate a mente delle attrici che parlavano anch’esse con voci miagolose : Edwige Fenech che fa La dottoressa del distretto militare [cf. QUI]; Gloria Guida nei panni della infermiera di notte [cf. QUI], Nadia Cassini nei panni della professoressa che balla con tutta la classe [cf. QUI], per seguire con altre attrici e soubrette che hanno turbato i sonni di gran parte di noi, oggi cinquantenni, quando negli anni Settanta eravamo adolescenti, figli a nostra volta di padri sani i cui sonni erano invece turbati nella loro adolescenza dall’immagine di Wanda Osiris, che vestiva abiti molto più monacali di quelli indossati oggi dalle suore americane ribelli che hanno avuto come sventurati insegnanti e direttori spirituali i Gesuiti della nuova Compagnia delle Indie. Anche per questo molti anni dopo siamo diventati preti sani, calati nel mondo della fede e del reale, con buona pace del pudibondo teatrino lefebvriano che olezza quella verginità degli eretici che in sé e di per sé è più impura dell’adulterio [cf. QUI].
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Non posso concludere questa rassegna di attricidalla voce miagolosa dimenticando la bella e infelice Lilli Carati, al secolo Ileana Caravati [1956-2014 – cf. QUI, QUI] di cui conservo un ricordo struggente, pur avendoci parlato una sola volta, dopo che le era stata diagnosticata la malattia che la strappò alla vita nel 2014, incontrandola per caso presso un centro oncologico dove mi ero recato a visitare un amico che versava in stato ormai terminale. Sarebbe bello poter narrare quanto si manifestò delicato e di fondo cristiano l’animo di questa donna che si apprestava a concludere la sua esistenza dopo una lunga sequela di scelte sbagliate, ma si tratta di quei colloqui e ricordi che un sacerdote deve portarsi con sé nella tomba. Come il tenerissimo colloquio che ebbi anni fa a Ladispoli, mentre ero ospite di amici, con quell’anima tanto infelice quanto bella di Laura Antonelli [1941-2015], che fu icona della bellezza e dell’erotismo, di salute ormai malferma e fisicamente distrutta, alla quale donai una corona del rosario benedetta dal Santo Padre, dinanzi alla quale scoppiò in lacrime dalla gioia.
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La locandina del film L’anatra all’arancia, protagonisti principali di questa pellicola degli anni Settanta due mostri sacri del teatro e del cinema italiano: Monica Vitti e Ugo Tognazzi. Nel 1975 la visione della pellicola fu vietata nei cinema ai minori di 14 anni perché si intravedeva a distanza un piccolo scorcio di fondoschiena di Barbara Buochet, sebbene fosse più pudìco di certe immagini dipinte all’interno delle nostre chiese barocche. Così funzionava in quel periodo, salvo saltare però all’eccesso opposto pochi anni dopo, quando in prima serata la Rai offriva una macelleria da un tanto al chilo [cf. QUI] …
Chi sia Cristina Siccardilo provano quindi i suoi scritti strampalati sul piano storico e teologico e le sue conferenze erette su castelli d’ignoranza. Riguardo invece al come prenderla, direi che potrebbe essere presa come una che miagola in lefebvriano, mentre nelle proprie sconclusionate conferenze esalta il confuso e testardo Vescovo Marcel Lefebvre paragonandolo al Santo vescovo e dottore della Chiesa Atanasio d’Alessandria, vale a dire equiparando di fatto il Concilio Vaticano II all’eresia ariana [cf. QUI, QUI].
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A maggior ragione torna con tenerezza umana e pastorale alla mia mente il ricordo di quell’anima sofferente di Lilli Carati, pronta ad ammettere i propri errori passati, quelli che un’austera papessalefebvriana come la Siccardi non ammetterebbe mai, ossia d’aver sbagliato per indomabile superbia ad auto-eleggersi al rango di esperta tuttologa in discipline complesse e delicate quali la storia della Chiesa, la dogmatica sacramentaria, il diritto canonico e via dicendo, conoscendo di fatto male il Catechismo di San Pio X, ed agendo di conseguenza contro la Chiesa anziché nella Chiesa, contro Pietro anziché sotto Pietro. Il tutto perché convinta d’essere non solo una vera cattolica, ma una concessionaria del Padreterno che possiede l’autentico Mistero della Verità, proprio come la boutique d’intimo di Via Monte Napoleone a Milano possiede la concessione esclusiva per la vendita dei baby doll e delle guèpiére di Christian Dior.
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I “moralisti immorali ” che al seguito della Siccardi e affini si stracciano da mesi le vesti sul pericolo “ereticale” della Comunione ai divorziati risposati, dimenticano per loro ovvio comodo che il primo dei peccati capitali, considerato da sempre la regina di tutti i vizi capitali, non è la lussuria, ma la superbia. E questo non lo insegna il “diabolico conciliabolo” Vaticano II, al quale, come afferma la Siccardi, l’eroico Marcel Lefebvre si oppose come Sant’Atanasio d’Alessandria si oppose all’eresia ariana; questo lo insegna il santissimo e sempre validissimo Catechismo di San Pio X, che costoro conoscono e insegnano solo quando fa a loro comodo e dove a loro fa comodo, per supportare una ideologia pseudo-cattolica sempre più cupa, di certo meno cattolica del libro infelice ed eterodosso pubblicato di recente dal Cardinale Walter Kasper a lode di Lutero [vedere articolo di Giovanni Cavalcoli, QUI]. Questo Cardinale è indubbiamente un filo-protestante e un irriducibile rahneriano, con una visione teologica errata della ecclesiologia e dell’ecumenismo; nel suo pensiero ricorrono diversi dei principali errori del modernismo e forse è pure il diretto fautore di alcuni pessimi consigli dati al Sommo Pontefice, ma non oserebbe mai accusare Pietro di eresia o di apostasia dalla fede cattolica, o di rompere l’unità della Chiesa. Questo il motivo per il quale, se proprio fossi indotto a una scelta obbligata senza alcuna possibilità di rifiuto, come devoto figlio della Chiesa e devoto presbìtero sceglierò sempre i Kasper, mai i lefebvriani ed i miagolii delle loro gattine acide e mielose che si dimenano alle Messe in rito antico, tra gli alabardieri che vantano quarti di nobiltà e le aspiranti contessine che beatificano senza pena di storico ridicolo quella calamità che fu per l’Italia e la Chiesa Cattolica la loro compianta Casa Savoia, fautrice di leggi anti-ecclesiastiche varate dai sabaudi sotto il modello legislativo di Napoleone Bonaparte, nonché scritte sotto diretta dettatura dei frammassoni. Il tutto avveniva in un’epoca nella quale, presso il Regio Senato e la Regia Camera dei Deputati del Regno d’Italia, i senatori ed i deputati menzionavano il Sommo Pontefice Pio IX chiamandolo «maiale» e il Sommo Pontefice Leone XIII chiamandolo «osso di merda». Così stanno le cose, se dal penoso romanzo siccardiano alla Liala per aspiranti contessine sognanti, vogliamo passare invece alla seria analisi storica, cosa questa che richiede anzitutto persone colte, competenti e soprattutto serie. E la vera cultura, la vera competenza e la vera serietà, nascono e procedono dal rifiuto della superbia e da quella straordinaria virtù dell’umiltà che porta all’ascolto, cosa purtroppo impossibile per coloro che ascoltano solo le ragioni di se stessi e che poi le mutano prima in verità assolute, poi in ideologie chiuse e aggressive.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2016/06/lettere-dei-lettori.jpg?fit=303%2C244&ssl=1244303Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2016-09-17 23:49:362021-04-26 16:50:46Voci miagolose da cinema erotico anni Settanta: presunte “eresie papali” sulla Comunione ai divorziati, Cristina Siccardi la sabauda, Andrea Tornielli alla gogna …
CIRCA LA INFELICE LETTERA DEL SANTO PADRE AI VESCOVI ARGENTINI: UNA NOTA SULLA QUESTIONE DELLA COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI
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Se il Papa vuole cambiare legge ― ed ha la facoltà di farlo ― deve però accantonare quella infelice lettera, scritta evidentemente d’impulso ai Vescovi argentini. Essa, resta un documento privato, che mostra l’animo generoso del Papa, ma manca di prudenza giuridica, per cui è senza valore obbligante, non per il contenuto, che può essere valido ― sta infatti al Papa decidere ―, ma per la forma.
I Padri dell’Isola di Patmos hanno ben presente, come sacerdoti e teologi, chi sia Pietro nel suo ruolo di Vicario di Cristo Buon Pastore, ma anche il Vicario di Cristo, al di fuori dell’esercizio del suo ministero infallibile, può cadere in errore, come vi cadde Pietro e come dopo di lui vi caddero molti dei suoi Successori [cf. QUI], senza nulla togliere alla somma autorità di Pietro, legata per dogma di fede al mistero della Chiesa.
È noto che i Vescovi della Regione di Buenos Aires hanno interpellato il Papa circa una loro “interpretazione” dell’Amoris Laetitia, dalla quale risulterebbe che essa concede la Comunione eucaristica ai divorziati risposati. Ed è altrettanto nota la lettera con la quale il Papa ha approvato questa “interpretazione”.
Dobbiamo osservare con dispiacere che questa concessione della Comunione ai divorziati risposati non è un’interpretazione, ma un mutamento della legge contenuta in Amoris Laetitia, la quale conferma quanto disposto da San Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio al n. 84, vale a dire la proibizione della Comunione ai divorziati sposati, esclusi quelli che scelgono di vivere in stato di continenza sessuale.
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Come ho già avuto modo di spiegare pubblicamente in più occasioni sull’Isola di Patmos e altrove, il Papa ha, in forza del potere delle chiavi, la facoltà a sua discrezione di mutare le leggi della Chiesa, anche se fondate sul diritto divino. Ora la legge dell’esclusione dei divorziati risposati dalla Comunione eucaristica è una di queste [vedere nostri precedenti articoli dell’ottobre 2015 nell’archivio dell’Isola di Patmos, QUI, QUI , QUI].
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la Conferenza Episcopale dell’Argentina
Il contenuto della lettera del Papa è quindi di per sé in linea col suo potere giurisdizionale, tuttavia difetta nella forma giuridica, per cui, se non avviene una sanatio formale, essa è giuridicamente invalida, per il motivo che ho detto e che ripeto: la lettera del Papa non è un’interpretazione, ma un mutamento della legge. Mentre la Amoris Laetitia proibisce la Comunione con la suddetta restrizione, la lettera la ammette.
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Finchè non avverrà questa sanatio, per adesso resta valida la norma della Familiaris consortio, che viene tacitamente ma validamente confermata nella Amoris Laetitia. Infatti è norma comune dell’esegesi giuridica che un legislatore che torna sulla materia trattata e regolata da un precedente legislatore, salvo mutamento esplicitamente introdotto dal nuovo legislatore, questi conferma il dettato della legge voluta dal legislatore precedente.
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un gruppo di membri della Conferenza Episcopale dell’Argentina
Ora questo è precisamente quanto il Papa ha fatto nella Amoris Laetitia per il semplice fatto di non avere cambiato esplicitamente il disposto di San Giovanni Paolo II. Per cui lo ha implicitamente ma validamente confermato. Ne segue che adesso come adesso resta valida la norma stabilita da San Giovanni Paolo II e confermata nella Amoris Laetitia. C’è però da rilevare che la Amoris Laetitia contiene, rispetto alla Familiaris Consortio, due novità, che possono fare da premessa per un mutamento della legge:
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– L’ammissione che i divorziati risposati possono essere in grazia. Ora, se uno è in grazia, può fare la Comunione.
– La nota 351, nella quale il Papa accenna a “casi” nei quali si potrebbero concedere i sacramenti ai divorziati risposati.
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Osservo però:
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raccogliere e …
Ad 1m:un conto è la premessa dalla quale si può ricavare una legge e un conto è la legge stessa. La premessa da sola non è vera legge. Bisogna che il legislatore stesso tragga le conseguenze. Solo allora si avrà una vera legge. Si può dire che questo in fondo il Papa lo ha fatto nella sua lettera. Ma il nostro caso presenta la difficoltà che queste conseguenze sono in contrasto con una legge precedente.
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Il legislatore di per sé, come ho detto, ha la facoltà di trarre le dette conseguenze, ma deve precisare chiaramente che ha mutato la legge precedente e non che l’ha “interpretata”. Solo in tal caso la nuova legge è valida e vincolante.
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Ad 2m:una legge deve determinare i casi nei quali va applicata o non applicata, cosa che qui non si fa, e non può essere enunciata al condizionale, come si dà qui, ma all’imperativo o all’indicativo. Per questo la nota 351 non ha valore di legge e non abolisce affatto il n. 84 della Familiaris Consortio.
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Conclusione
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… lanciare le palle, ha sempre i suoi rischi.
Se il Papa vuole cambiare legge ― ed ha la facoltà di farlo ― deve accantonare quella infelice lettera, scritta evidentemente d’impulso. Essa, resta un documento privato, che mostra l’animo generoso del Papa, ma manca di prudenza giuridica, per cui è senza valore obbligante, non per il contenuto, che può essere valido ― sta infatti al Papa decidere ―, ma per la forma.
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Mi permetto quindi di suggerire al Santo Padre di emanare un nuovo documento, eventualmente nella forma di Motu proprio, nel quale, rinunciando a parlare di “interpretazione”, che è un mostro giuridico, dica con inequivocabile chiarezza ed evangelica franchezza che abolisce la legge di San Giovanni Paolo II e concede la Comunione ai divorziati risposati in determinati casi.
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Non sarebbe la prima volta che la Chiesa cambia le sue leggi, ma ciò va fatto nelle dovute forme, per mostrare il volto della divina misericordia, nonché per tranquillizzare i tradizionalisti e i rigoristi, e bloccare altresì i tentativi anomistici e sleali dei modernisti e dei lassisti. Tra la durezza del legalismo e il liberalismo anarchico c’è un punto medio: la prudenza giuridica, che è giustizia e misericordia.
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Varazze, 14 settembre 2016
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Testo della lettera ai Vescovi argentini
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Giovannihttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Giovanni2016-09-14 16:50:112021-04-20 23:38:39Circa la infelice lettera del Santo Padre ai Vescovi argentini: una nota sulla questione della comunione ai divorziati risposati
DECADENZA E RIPRESA DELL’ORDINE DOMENICANO. GLI OTTOCENTO ANNI DI STORIA DEI GUERRIERI DELLA FEDE
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Il rinnovamento dell’Ordine promosso dal Concilio è stato frainteso dalla corrente Schillebeeckxiana, che finì per prevalere e a tutt’oggi esercita un notevole influsso nell’impostazione dell’attività dell’Ordine, la quale, improntata anche alla teologia della liberazione di Gustavo Gutierrez, ha abbandonato l’originario motto fides et pax per sostituirlo con “giustizia e pace”.
Ora ci hai respinti e coperti di vergogna e più non esci con le nostre schiere. Ci hai fatti fuggire di fronte agli avversari e i nostri nemici ci hanno spogliati.
Sal 43, 10-11
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Il Servo di Dio Tomas Tyn [Brno, 3 maggio 1950 – Heidelberg, 1º gennaio 1990], un modello di domenicano per il XXI° secolo [vedereQUI]
Elemento del successo iniziale dei Domenicanifu il fatto che esisteva al tempo di Domenico una forte comunione dell’episcopato europeo col Papa e questi era veramente all’altezza del suo compito. Oltre a ciò, bisogna ricordare che nel 1215 il Concilio Lateranense IV aveva decretato che i vescovi si scegliessero nel clero dei collaboratori specializzati per la predicazione del Vangelo.
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Oggi invece il papato in Europa, dopo cinque secoli di invettive luterane, ha perduto l’antico prestigio. A molti appare il residuo simbolico di un’Europa ormai del passato, un’Europa che oggi sarebbe guidata da forze meramente laiche, senz’alcun riferimento alle radici cristiane ― come chiese invano San Giovanni Paolo II ― perché non le si ritiene più un valore comune e sorgenti di vitalità moderna.
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Giovannihttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Giovanni2016-09-12 02:42:222021-04-20 23:39:02Decadenza e ripresa dell’Ordine Domenicano. Gli ottocento anni di storia dei “guerrieri della fede”
IL CARDINALE CARLO CAFFARRA NELLA FESTA DI SANT’AGOSTINO: « IL GIORNO IN CUI NON SI SOPPORTERÀ PIÙ LA SANA DOTTRINA, PER VOLGERSI ALLE FAVOLE …»
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La Chiesa vera e la Chiesa – chiamiamola così – del quotidiano è la stessa realtà; è la stessa Chiesa quella che, come Giacobbe, poggia saldamente su un piede e sull’altro zoppica. Un grande scrittore inglese ha detto: « Per i grandi santi e per i grandi peccatori c’è la Chiesa Cattolica; per la gente dabbene basta la Chiesa Anglicana » [Oscar Wilde]
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Autore Giovanni Cavalcoli OP
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I Padri dell’Isola di Patmos propongono ai Lettori questa omelia pronunciata a Pavia il 28 agosto da S.E. il Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo emerito di Bologna, nella festa di Sant’Agostino Vescovo e dottore della Chiesa. In questo dotto sermone abbiamo ritrovate racchiuse tutte le motivazioni dottrinarie e teologiche con le quali di recente, io e il Padre Ariel S. Levi di Gualdo siamo tornati a indicare senza alcuna falsa misericordia le gesta di taluni «cattivi maestri» [cf. QUI, QUI] e le parole di certi pericolosi «falsi profeti» [cf. QUI, QUI]. Le parole del Cardinale Carlo Caffarra ci hanno molto rincuorati e fatti sentire meno soli nel portare avanti il principio evangelico: « Sia invece il vostro parlare sì, sì ; no, no ; il di più viene dal maligno» [cf. Mt 5, 21-37].
il Cardinale Carlo Caffarra (sinistra) con Giovanni Cavalcoli, OP (destra)
le tre letture appena proclamate, nel loro insieme ci hanno presentato la realtà della Chiesa nella sua condizione storica. La Chiesa, come ci viene detto nella prima lettura, è l’unità umana ricostruita dall’obbedienza all’insegnamento degli Apostoli e dalla “frazione del pane”, cioè dalla celebrazione eucaristica. L’espressione inequivocabile dell’unità riedificata dalla fede e dal Sacramento, è la scomparsa delle categorie “mio-tuo”: «tenevano ogni cosa in comune».
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Se dalla prima lettura passiamo alla pagina evangelica, la presentazione della Chiesa diventa drammatica. Accanto all’amabile ed attraente figura del Buon Pastore, si muovono lupi rapaci. Essi si sono introdotti nel gregge del Signore «per rapire e disperdere»; e di fronte ai lupi vi sono pastori-mercenari che fuggono, impauriti dal pericolo. Ma la seconda lettura è ancora più drammatica. Essa preannuncia per la Chiesa « un giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina […] rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole». Cari amici, il contrasto non poteva essere più violento: una Chiesa costruita sull’ascolto dell’insegnamento degli Apostoli, una Chiesa percorsa dal «prurito di udire qualcosa» di diverso, dando ascolto ad affabulatori, «secondo le proprie voglie».
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A questo punto non dobbiamo commettere l’errore di intendere la Parola di Dio in senso cronologico, come se ognuna delle tre letture narrasse periodi storici diversi della Chiesa: ad una Chiesa santa ed immacolata degli inizi succede a lungo tempo una Chiesa corrotta e mondana. No, non è questo che la Parola di Dio vuole dirci. Che cosa allora? E cominciamo allora ad andare alla scuola del vostro Santo Compatrono, il quale, in un testo bellissimo, risponde alla nostra domanda.
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foto di repertorio – S.E. il Cardinale Carlo Caffarra
Agostino commenta il testo biblico che narra la misteriosa lotta tra Giacobbe e l’Angelo. Da essa il padre del popolo ebraico esce benedetto da Dio, ma azzoppato per tutta la vita. Scrive dunque Agostino: « la parte lesa di Giacobbe rappresenta i cattivi cristiani, perché nello stesso Giacobbe ci sia e la benedizione e lo zoppicare … Ora la Chiesa zoppica. Poggia solidamente su un solo piede, l’altro è invalido» [Discorso 5,8; NBA XXIX, pag.94-95]. La Chiesa della quale parla la prima lettura è la stessa Chiesa della quale parla Paolo nella seconda lettura. La Chiesa vera e la Chiesa – chiamiamola così – del quotidiano è la stessa realtà; è la stessa Chiesa quella che, come Giacobbe, poggia saldamente su un piede e sull’altro zoppica. Un grande scrittore inglese ha detto: « Per i grandi santi e per i grandi peccatori c’è la Chiesa Cattolica; per la gente dabbene basta la Chiesa Anglicana » [O. Wilde].
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«Ecco perché» – scrive Agostino –«la Chiesa di Cristo ha fedeli saldi nella fede, ma ha pure fedeli tentennanti, e non può non essere senza quelli stabili nella fede, né senza quelli instabili» [Discorso 76, 3.4; NBA XXX/1, pag.519].
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foto di repertorio – S.E. il Cardinale Carlo Caffarra, riceve la dignità cardinalizia da S.S. Benedetto XVI
Come dobbiamo vivere dentro alla nostra casa che è la Chiesa, nella quale, come ci ha appena detto Agostino, ci sono cristiani forti nella fede e cristiani deboli? La Parola di Dio ascoltata risponde a questa domanda, rivolgendosi distintamente a noi pastori e a voi fedeli. A noi pastori : « Carissimo … annunzia la Parola, insisti in ogni occasione opportuna ed inopportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina… compi la tua opera di annunciatore del Vangelo». Quali parole tremende sono rivolte a noi pastori! «Voi» dice Agostino, rivolto a voi fedeli «ascoltate (le) con attenzione, noi (le) ascolteremo con tremore … Quanto a voi ascoltate come pecore di Dio e osservate come Dio vi abbia posto al sicuro. Qualunque sia il comportamento di chi vi sta a capo, cioè di noi, voi state sempre al sicuro per la sicurezza che vi ha donato il Pastore d’Israele. Dio non abbandona le sue pecore » [Discorso 46,1…2; NBA XXIX, pag.796.797].
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Le nostre città, la nostra nazione, la nostra Europa stanno attraversando una crisi mortale. La cifra della loro agonia è il freddo inverno demografico che stiamo attraversando. La parola che Dio rivolge a noi pastori ci costringe ad alcune domande: stiamo compiendo l’opera di annunciare il Vangelo o ci accontentiamo di esortare le persone a buoni sentimenti morali, quali per esempio tolleranza, apertura, accoglienza? Non dobbiamo essere sordi al vero bisogno, alla struggente necessità che abita nel cuore di uomini e donne che vivono con ansia i giorni cupi e tristi che stiamo attraversando. Non dobbiamo, noi pastori, essere sordi all’angoscia che abita nel cuore di padri e madri, che pensano con paura al futuro dei loro bambini. È necessario che i pastori della Chiesa testimonino, dicano che dentro ogni istante, dentro ogni evento abita una Presenza, un Ospite che guida tutto ciò che accade al bene di coloro che Dio ama.
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una recente immagine di S.E. il Cardinale Carlo Caffarra con il Sommo Pontefice Francesco
Fino a quando sulle nostre spirituali rovine sarà celebrata l’Eucarestia, esse potranno risorgere. Le pie esortazioni morali lasciamole ad altri. Quando il 24 agosto 410 Alarico I re dei Visigoti saccheggiò Roma, nello sconcerto generale – era dal tempo di Brenno che non accadeva – Girolamo scrisse: «è occupata la città che aveva occupato il mondo intero» [Lettera a Principia CXXVII, 12; CSEL, t. LVI, pag.154, 16]. Ed aggiunge con un’immensa angoscia: «in una sola città tutto il mondo è perito». Girolamo non vedeva più futuro.
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Ben diversa fu la reazione di Agostino. Egli non soffre meno per le notizie che gli arrivano da Roma. «Ci sono state trasmesse cose orrende: stragi, incendi, rapine, uccisioni, torture … su tutte abbiamo gemuto, spesso abbiamo pianto, siamo appena riusciti a consolarci» [Discorso sulla caduta di Roma,6; PL 40, 715-724]. Ma egli portò a compimento La Città di Dio, vera pietra miliare della nostra civiltà. Il santo vescovo insegnò ai suoi fedeli il modo giusto di porsi dentro la storia; e dentro alle rovine dell’Impero gettò i semi di una nuova civiltà.
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foto di repertorio – S.E. il Cardinale Carlo Caffarra durante una visita pastorale
Ciò che desiderava, ciò che Agostino voleva, era trasmettere vera speranza, e proprio in un momento in cui tutto l’Impero ed in esso la sua Africa stavano crollando. Sul suo letto di morte egli seppe che i Vandali erano entrati in città.
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Trasmettere la speranza fondata sulla fede la quale, rinunciando al progetto di una vita ritirata fatta di preghiera e studio, lo fece capace di partecipare veramente all’edificazione della Chiesa e della città. La speranza che Agostino seppe trasmette era incrollabile, perché era certo che Dio era venuto a vivere la nostra tribolata vicenda umana, e dal di dentro l’aveva salvata. È questo Dio che ci dà il diritto di sperare, non un qualsiasi Dio, ma solo il Dio che ha un volto umano perché si è fatto uomo.
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Il Signore dunque faccia tacere sulle nostre labbra di pastori parole vuote, e metta sulla nostra bocca parole vere. La Parola di Dio si rivolge anche a voi fedeli. E vi dice: «Non siate tra coloro che non sopportano più la sana dottrina, ma per il prurito di sentire qualcosa di nuovo, non circondatevi di maestri che vi dicono ciò che voi avete piacere sentirvi dire, rifiutando di dare ascolto alla verità, per volgervi alle favole». Ma è Gesù che nel Santo Vangelo vi dice parole di consolazione. Egli vi dice: «Io sono la porta delle pecore … se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà ed uscirà e troverà pascolo».
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foto di repertorio – S.E. il Cardinale Carlo Caffarra, accompagnato da una simpatica Befana, porta i regali ai bambini dell’Ospedale Rizzoli di Bologna durante una delle sue ultime visite pastorali da Arcivescovo Metropolita di Bologna
Ecco come le spiega Agostino. « Si può dire che noi entriamo quando ci raccogliamo nella nostra interiorità per pensare, e che usciamo quando ci esteriorizziamo mediante l’azione; e poiché, come dice l’Apostolo, è per mezzo della fede che Cristo abita nel nostro cuore, entrare per Cristo significa pensare alla luce della fede, mentre uscire per Cristo significa tradurre la fede in azione davanti agli uomini » [Comm. al Vangelo di Giovanni 45,15; NBA XXIV, pag.913]. Ecco, cari fedeli, che cosa vi dice il Buon Pastore: pensate alla luce della fede; traducete la fede in atti.
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Concludo. In uno scritto contro i Manichei, Agostino ci rivela le ragioni per cui resta nella Chiesa. Eccole: «Mi mantiene fermo (nella Chiesa) il consenso dei popoli e delle genti; mi mantiene fermo quell’autorità avviata dai miracoli, nutrita dalla speranza, aumentata dalla carità, confermata dall’antichità; mi mantiene fermo la successione dei Vescovi sulla stessa sede di Pietro… fino al presente Sommo Pontefice; mi mantiene fermo infine lo stesso nome di Cattolica » [Contro la Lettera di Mani detta del Fondamento 4.5; NBA XIII/2, pag.307].
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Cari fedeli, ascoltate il vostro Compatrono.In questi momenti di grave incertezza mantenetevi fermi nella Chiesa. Abbiamo ragioni vere e belle per farlo. È in essa che incontriamo il nostro Salvatore.
https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2014/10/cavalcoli56.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Giovannihttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Giovanni2016-09-03 00:42:092021-04-20 23:39:24Il Cardinale Carlo Caffarra nella festa di Sant’Agostino: «Il giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, per volgersi alle favole …»
IN OCCASIONE DEL TERREMOTO ENZO BIANCHI RISPOLVERA UNA NOTA ERESIA
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Un terremoto si può considerare un castigo di Dio? Non certamente come castigo dei peccati commessi dalle vittime, ma come conseguenza del peccato originale, come è la sofferenza; e a queste conseguenze nessuno sfugge : persino Cristo e la Madonna, infatti, benché esenti dal peccato originale e dalle sue conseguenze, furono soggetti alla sofferenza.
Enzo Bianchi tiene una conferenza alla presenza del Segretario generale della CEI, S.E. Mons. Nunzio Galantino
In Avvenire del 27 agosto scorso [vedere QUI] Enzo Bianchi ha pubblicato alcune sue riflessioni sul recente terremoto, e pensando di consolare gli afflitti e di dare una risposta illuminante al perchè Dio ha permesso una tale sciagura, rispolvera la ben nota eresia, secondo la quale «Dio non castiga», falsità contraria alla sana ragione, alla Sacra Scrittura, al Magistero della Chiesa e all’insegnamento di tutti i Santi; ma, secondo lui, Dio è sempre e solo «misericordioso» con tutti e porta tutti, credenti e non credenti, in paradiso. Un’asserzione dolciastra del genere, gravissima sulle labbra di chi dovrebbe essere un uomo di Dio, toglie agli sventurati quell’impareggiabile conforto che viene dalla nostra fede, aggiunge amarezza ad amarezza, lasciandoli nell’angoscia, e spinge a bestemmiare un Dio che sarebbe «buono» nel mandare i terremoti.
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Enzo Bianchi inviato a tenere una lectio nella chiesa cattedrale di Palermo, dall’allora Arcivescovo, il Cardinale Paolo Romeo
Cerchiamo di rimediare alla “droga tagliata male” [1] spacciata da Bianchi proponendo il vero insegnamento evangelico, e supponendo nel lettore la disponibilità all’ascolto della Parola di Dio. Il mistero cristiano non esclude la ragione, ed è meglio una medicina amara che una bevanda dolce ma avvelenata. Diciamo allora innanzitutto che Bianchi si dimentica che la misericordia solleva dalla sofferenza o la impedisce ; si dimentica altresì che, in linea di principio, la sofferenza è la pena del peccato. E quindi la sofferenza non dipende dalla misericordia, ma dalla giustizia. Sicché, chiamare «misericordioso» uno che mi maltratta, è una presa in giro. Dunque, quando Dio permette le sciagure, non dimostra immediatamente la sua misericordia, ma la sua giustizia. È assurdo e derisorio tentare di spiegare la sofferenza con la sola misericordia trascurando la giustizia. Questo non vuol dire che quando mi capita una disgrazia, ciò sia sempre la punizione divina per un peccato che ho commesso. Ciò può essere in certi casi; ma non è detto che sia sempre così. Infatti, in realtà, in questa vita accade che ci siano dei malfattori di professione che la fanno franca e degli innocenti senza colpa alcuna che sono colpiti da sventure.
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Uno dei primi inviti rivolti dal neoeletto Arcivescovo Metropolita di Palermo, S.E. Mons. Corrado Lorefice: Enzo Bianchi invitato a tenere una lectio nella chiesa cattedrale
Come risulta infatti dalla rivelazione cristiana, tutte le pene della vita presente, infatti, sia che colpiscano i giusti, sia che colpiscano i peccatori, sono tutte nella loro lontana origine protologica, castigo di Dio, conseguenze del peccato originale e in tal senso giuste pene, anche se di fatto c’è chi è colpito poco e c’è chi è colpito molto. Ma anche questo disordine è conseguenza del peccato originale. A parte le sofferenze causate dai peccati o dalla negligenza o dalla ignoranza degli uomini. Del resto, bisogna fare attenzione a che cosa intende dire la Sacra Scrittura, quando parla di “castigo di Dio”. Essa usa un linguaggio metaforico, come del resto è il caso della parola “ira”, tratto dai rapporti umani, ma che va opportunamente adattato nel caso di Dio, per non rendere ripugnante l’idea di un “castigo divino”.
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L’espressione “castigo divino”,infatti, materialmente presa, fa pensare all’atto di un giudice che irroga una pena convenzionale ad un malfattore. Invece la pena del peccato non è un male causato da Dio nel peccatore. Dio non fa male a nessuno. La pena del peccato non è altro che il male o il danno che il peccatore stesso, col suo peccato, si tira addosso. Sarebbe come dire che chi beve troppo vino è “punito” con la cirrosi epatica.
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Enzo Bianchi tiene una lectio dall’ambone della chiesa cattedrale di Padova
Dio non “manda” nessuno all’infernocome farebbe un giudice che manda il reo in prigione, ma all’inferno ci vanno solo quegli stolti, la cui superbia è tale che preferiscono penare lontano da Dio che esser beati con Lui in paradiso. Se il nostro bene è l’essere uniti a Dio, è logico che il nostro male sia il rifiuto di unirci a questo Bene. Tuttavia, la fede ci insegna a vedere all’opera la misericordia di Dio anche nel momento della sofferenza, in quanto per noi cristiani questo momento ci richiama il castigo del peccato originale, e forse anche al castigo dei nostri peccati. Ma il cristiano non si ferma qui. Accetta serenamente quanto gli accade, perché sa approfittare di questa sofferenza per unirsi con amore, fiducia e speranza a Cristo crocifisso, che espia per noi, ci ottiene la misericordia e il perdono del Padre per i nostri peccati, per cui, con atto di grande generosità, ma anche nel suo interesse, può giungere ad espiare in Cristo anche per i peccati degli altri.
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La bontà divina non si manifesta solo nelle consolazioni, ma anche con la correzione. Anche questa è misericordia. E se soffriamo da innocenti, non turbiamoci, pensiamo a Cristo, che, innocente, ha sofferto ed ha espiato per la nostra salvezza e uniamo la nostra sofferenza alla sua per fare la nostra parte per la salvezza del mondo. Cristo col suo sangue ha pagato per noi il debito del peccato ― satisfecit pro nobis, come dice il Concilio di Trento ― , ma questo non ci impedisce di dare il nostro contributo. Quindi, in questa luce di fede, quella che è l’esperienza del castigo divino si trasforma nell’esperienza della sua misericordia. Infatti è per misericordia che il Padre ci ha donato Gesù, nel Quale e grazie al Quale noi possiamo espiare per i nostri peccati. E non solo possiamo essere salvi dal peccato (gratia sanans), ma anche diventare «figli di Dio» [I Gv 3,1, gratia elevans], partecipi nel Figlio della vita del Figlio.
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Tuttavia bisogna tener presente che,benchè Cristo offra a tutti la possibilità di salvarsi mediante la croce, non tutti di fatto accettano questa offerta, per cui non tutti si salvano. Il che vuol dire che Dio offre a tutti la sua misericordia salvifica, a patto che, pentiti dei loro peccati, ne facciano penitenza. Per cui, come osserva la Lettera agli Ebrei [Eb 10, 26-31], se già merita castigo la disobbedienza alla legge naturale, che qui essa chiama «Legge di Mosè», ben più grave castigo meriterà il rifiuto della misericordia divina a causa della ribellione alla legge di Cristo. Cristo è chiarissimo nell’insegnarci che alcuni accoglieranno questa misericordia e si salveranno, mentre altri, per la loro disobbedienza, la rifiuteranno e si danneranno[2].
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Enzo Bianchi tiene una lectio nella chiesa cattedrale di Arezzo
Il Papa dovrebbe ricordare queste cose, altrimenti la sua predicazione della misericordia rischia di essere fraintesa e che ne approfittino i furbi, che i buoni vengano sconcertati, che il sistema giudiziario venga paralizzato, e che agli oppressi non venga resa giustizia, mentre vengono ostacolati la riforma e il miglioramento dei costumi e vengono favoriti il lassismo morale e la corruzione. Inoltre, dato che i terroristi dell’ISIS, secondo la visione rahneriana, sono «cristiani anonimi», oggetto della divina misericordia, possiamo accogliere la loro proposta di sostituire il Corano al Vangelo, tanto più che, stando alla teologia di Rahner, Vangelo e Corano si pongono sul piano «categoriale», dove un concetto vale l’altro, mentre tutti possediamo l’ «esperienza trascendentale di Dio», che è la cosa che conta e che garantisce a tutti la salvezza.
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Enzo Bianchi tiene una lectio presso il seminario arcivescovile di Siena, uno dei primi aperti dopo il Concilio di Trento e dopo cinque secoli di attività formativa chiuso per mancanza di seminaristi …
Restar sordi agli avvertimenti del Signoreper una falsa idea della misericordia,cancellare dalla Bibbia i versetti che parlano di castigo, come purtroppo oggi molti fanno, col credere che tutti si salvano, li illude di poter regolare la propria condotta a proprio piacimento, a sciogliere ogni freno morale e a peccare liberamente, con la convinzione dell’impunità e che comunque nell’inferno non c’è nessuno. Ma siccome queste idee ignorano l’avvertimento del Signore, questa loro vana fiducia, come già avvertì il Concilio di Trento per i luterani, non serve a nulla, per cui, se non si pentiranno in tempo, finiranno effettivamente nell’inferno. L’amore per la virtù non basta a rendere virtuosi, se non si pensa alle conseguenze della pratica del vizio.
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Il momento della sventura ricorda al cristiano le conseguenze del peccato originale e la possibilità di redenzione che gli è data da Cristo, per cui, se avesse qualche colpa da scontare, può cogliere l’occasione per regolare i conti col Signore. E se fosse innocente può prender occasione per offrire la sua croce per la salvezza dei peccatori.
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Enzo Bianchi in compagnia di un altro diffusore di pensieri ambigui (vedere archivi dell’Isola di Patmos), il Cardinale Carlo Maria Martini
Noi dobbiamo certamente operare il beneper amore del bene e in vista del premio celeste che è la visione beatifica di Dio. L’esercizio della virtù è certamente già di per se stesso sorgente di gioia; ma la virtù non è, come credevano gli stoici e Kant, fine o premio a se stessa; l’esercizio della virtù non è ancora il contenuto della felicità, ma solo il mezzo per il suo conseguimento, che sta nel raggiungimento del fine ultimo e sommo bene, che consiste nell’unione con Dio.
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La felicità dell’uomo non è immanente all’uomo, ossia non consiste in un atto dell’uomo, per quanto sublime e perfetto, ma nel fatto che l’uomo, per libera scelta, si unisce per sempre ed intimamente a un bene esterno, personale, trascendente ed infinito, che è Dio. Ma appunto questo atto sarà perfetto in quanto è atto col quale l’uomo si congiunge pienamente ed eternamente con Dio nella carità.
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Enzo Bianchi, che ricordiamo non ha mai ricevuto gli ordini sacri, non ha mai professato i voti religiosi, non è mai stato né un chierico né un religioso, che è soggetto solo all’obbedienza di se stesso, si presenta “mascherato” da abate dal Sommo Pontefice, senza che alcuno in anticamera gli abbia detto: «Dove intende andare, vestito a quel modo?»
L’agire per il timore del castigo è cosa saggia e logicamente connessa all’agire disinteressato, per puro amore della perfezione e di Dio. Infatti non si può scindere l’amore per il bene dalla fuga o dall’odio del male. Il pensiero che se faccio la tal cosa, Dio mi punisce o ne avrò un danno, mi spinge a fare il bene.
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La confidenza in Dio e nella sua misericordiadà slancio alla nostra azione, ci rende «semplici come colombe», ferventi nella carità, tenaci nelle convinzioni, coraggiosi nelle imprese, mentre il pensiero che alcuni sono dannati e che io potrei dannarmi, presente in tutti i Santi, è un pensiero salutare, che ci spinge al bene, ci rende «prudenti come i serpenti» [cf. Mt 16,18], modesti nelle opinioni, consci della nostra debolezza, vigili nell’agire, cauti ed avveduti nei pericoli, avvertiti delle insidie, umili, pronti a correggerci, penitenti, forti nelle tentazioni e nelle prove, circospetti e diffidenti nelle situazioni infide, facendoci evitare la precipitazione, l’ingenuità, la dabbenaggine, l’eccessivo ottimismo, la presunzione, la troppa sicurezza, la millanteria e l’arroganza.
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È tuttavia l’amore del bene che fa odiare il male. Per questo, il motivo principale dell’azione buona è l’amore di Dio e non il timore del castigo. Ma d’altra parte, occorre anche evitare quella falsa sicurezza che tutti si salvano. Il timore è un motivo solo sussidiario, e tuttavia necessario, appunto per evitare quella falsa sicurezza. Timore che non è paura, ma amore e rispetto.
Un terremoto si può considerare un castigo di Dio? Non certamente come castigo dei peccati commessi dalle vittime, ma come conseguenza del peccato originale, come è la sofferenza; e a queste conseguenze nessuno sfugge: persino Cristo e la Madonna, infatti, benchè esenti dal peccato originale e dalle sue conseguenze , furono soggetti alla sofferenza.
Abbiamo bensì esempi biblici di città castigate per i peccati dei loro abitanti. Ma qui abbiamo a che fare con concezioni primitive del castigo, per le quali buoni e cattivi erano coinvolti in un unico disastro. La Scrittura preciserà ad un certo punto che ognuno viene castigato per le proprie colpe [Ger 31, 29ss] e non per quelle di altri.
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una delle piccole vittime innocenti messe in salvo dopo le scosse sismiche
Un evento così grave come un terremoto, nel momento in cui mette alla prova la nostra solidarietà e misericordia per i bisognosi e stimola la ricerca di rimedi o di difese da tante disgrazie, si può e si deve considerare come una croce che Dio ci manda per la nostra purificazione e per la conversione dei peccatori. Si può pertanto vedere in esso un segno della sua misericordia, in quanto cogliamo occasione da esso per unirci a Gesù crocifisso per la salvezza del mondo.
Molti fenomeni di una natura creata perfetta da Dio ma resa imperfetta dall’uomo e quindi matrigna, ci procurano sventure, che stanno tra le dolorose conseguenze del peccato originale, benchè il Creatore abbia voluto porre in essi delle regole e delle leggi, alle quali essi obbediscono infallibilmente. Ma nella futura resurrezione godremo di una natura madre, che avrà ritrovato l’armonia con l’uomo e il significato originario,voluto da Dio, della sua esistenza.
Varazze, 29 agosto 2016
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NOTE
[1] Nel contesto, la parola “droga” è usata come sinonimo di eresia, altrettanto lo spaccio inteso come “spaccio di eresie”
[2] Cf il mio libro L’inferno esiste. La verità negata, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2010.
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