Cambia il “Padre Nostro” per volere del Sommo Pontefice, mentre c’è chi prega che il Padre Nostro cambi lo stile di governo del Sommo Pontefice

— attualità ecclesiale —

CAMBIA IL PADRE NOSTRO PER VOLERE DEL SOMMO PONTEFICE, MENTRE C’È CHI PREGA CHE IL PADRE NOSTRO CAMBI LO STILE DI GOVERNO DEL SOMMO PONTEFICE

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Dinanzi ad una decadenza morale e dottrinale senza precedenti come quella che stiamo vivendo, pare che qualcuno non abbia trovato di meglio da fare che usare una parola del Pater Noster e l’apertura del Gloria come delle armi di dissuasione di massa …

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa
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…merita sempre avere un buon dizionario

La Conferenza Episcopale Italiana ha stabilito — ovviamente nella piena, totale, collegiale e sinodale libertà dei figli di Dio —, la modifica della Preghiera del Padre Nostro nella nuova edizione del Messale Romano [cfr. QUI], dove la frase «non indurci in tentazione» diventa «non abbandonarci alla tentazione». Volendo, avrebbero potuto usare l’espressione «e non esporci alla tentazione», però, alla “esposizione” in uso presso le Comunità Evangeliche Valdesi, hanno preferito una espressione di “abbandono”, forse valutando che mai, come in questa nostra epoca, ci siamo abbandonati a noi stessi. La sostanza resta però la stessa: i Cattolici, come i Protestanti, hanno mutata un’espressione che affonda le proprie radici nei testi più antichi, come tra poco vedremo. E i primi, come i secondi, hanno entrambi rivendicato: il ritorno alle autentiche origini dei testi.

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Il Padre della Chiesa Tertulliano [Cartagine 155 – Cartagine 227], spiega che il Padre Nostro, la Preghiera che il Verbo di Dio stesso ci ha insegnato [cfr. Mt 11, 1] «è la sintesi di tutto il Vangelo». Questa affermazione dovrebbe indurre quanto meno all’uso della totale cautela nel toccare anche un solo sospiro di questo testo.

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Per quanto riguarda la frase “incriminata” che recita: «et ne nos inducas in tentationem» [e non ci indurre in tentazione], nel discorso n. 57 dedicato al Passo del Beato Evangelista Matteo [cfr. Mt 6, 9-13], il Santo Dottore della Chiesa Agostino Vescovo d’Ippona è molto chiaro ed esaustivo nello spiegare che Dio non può compiere il male, però permette che esso operi attraverso Satana e con lui gli Angeli caduti che lo realizzano. Certo, Dio non tenta nessuno verso il peccato, però permette che le forze del male inducano i cristiani a cadere in esso. Tutto questo, è racchiuso nel principio stesso della creazione, presupposto fondante della quale sono la libertà e il libero arbitrio dell’uomo. Altrettanto illuminante commento al Pater Noster e alla frase “incriminata” ci è donato dal Santo Dottore della Chiesa Tommaso d’Aquino, che ricalcando in buona parte l’Ipponate afferma: 

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«Dio induce forse al male, quando ci fa dire “non ci indurre in tentazione”? Rispondi che si dice che Dio induce al male nel senso che Egli lo permette, giacché a causa dei suoi numerosi peccati precedenti sottrae l’uomo alla grazia, venuta meno la quale cade nel peccato» [cfr. San Tommaso d’Aquino, Commento al Padre nostro, 6].

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Prima dell’Ipponate e dell’Aquinate, un altro Padre della Chiesa, il Santo Vescovo Cipriano di Cartagine [Cartagine 210 – Cartagine 258], spiega che Dio può dare il potere al Demonio in due modi: per il nostro castigo, se abbiamo peccato, oppure per la nostra glorificazione, se invece accettiamo la prova. E questo, spiega il Santo Vescovo e Dottore [cfr. Patrologia latina del Migne – Vol. IV Cyprianus carthaginensis De oratione dominica], fu ad esempio il caso di Giobbe: «Ecco, tutto quanto gli appartiene io te lo consegno; solo non portare la mano su di lui» [Gb 12, 1]. Il Signore stesso, nel momento della sua passione, dice: «Non avresti su di me nessun potere se non ti fosse stato dato dall’alto» [cfr. Gv 19, 11]. Quando dunque preghiamo per non entrare in tentazione, ci ricordiamo della nostra debolezza, affinché nessuno si consideri con compiacenza, nessuno si inorgoglisca con insolenza, nessuno si attribuisca la gloria della sua fedeltà o della sua passione, allorché il Signore stesso ci insegna l’umiltà quando dice:

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«Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è ardente, ma la carne è debole» [Mc 14, 38].

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Un altro grande Padre della Chiesa, Origene [Alessandria 185 – Tiro 254], per commentare il «et ne nos inducas in tentationem» parte dal Beato Apostolo Paolo che scrivendo agli abitanti di Corinto afferma:

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«Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» [I Cor 10, 13].

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Chiarisce così Origene:

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«Che significa dunque il comando del Salvatore di pregare a non indurci in tentazione, dal momento che Dio stesso quasi ci tenta? Dice infatti Giuditta, rivolgendosi non soltanto agli anziani del suo popolo, ma a tutti quelli che avrebbero letto queste parole: “Ricordatevi di quanto operò con Abramo e quanto tentò Isacco e tutto quello che accadde a Giacobbe che pasceva in Mesopotamia di Siria il gregge di Laban, fratello di sua madre; poiché non come purificò costoro per provare il loro cuore, Colui — il Signore — che flagella per emendarli quelli che gli si avvicinano, castigherà anche noi”. Anche Davide, quando dice: “Molte sono le afflizioni dei giusti”, conferma che questo è vero per tutti i giusti. L’Apostolo, a sua volta, negli Atti dice “perché attraverso molte tribolazioni dobbiamo entrare nel regno di Dio” [cfr. At 14, 22]» [Origene, Commento al Padre Nostro].

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Non è comunque da escludere che in un vicino futuro, una squadra di esegeti provveda quanto prima a cambiare anche la pagina del Vangelo del Beato Evangelista Matteo che narra del Demonio che tenta l’uomo Gesù nel deserto [cfr. Mt 4, 1-11], dove il Divino Figlio non si è rivolto al Divino Padre domandando: «E non abbandonarmi alla tentazione», posto che il Creatore permise che Satana lo inducesse in tentazione.

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Dovranno poi intervenire i biblisti per riscrivere e attualizzare anche vari passi biblici secondo le direttiva della nuova gestione e secondo la «rivoluzione epocale» in corso, visto che Dio ci mette alla prova e ci rafforza permettendo che noi fossimo tentati. Non possiamo infatti dimenticare che l’uomo è immerso nelle tentazioni sin dalla sua caduta con la conseguente entrata nella scena del mondo e dell’umanità del peccato originale. Leggiamo infatti nei testi vetero testamentari: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione» [Sir 2,1]. Ma soprattutto è bene ricordare che la Chiesa, in documenti non certo sospetti, giacché si tratta di una delle costituzioni del Concilio Vaticano II, da molti ritenuto il concilio dei concili, ricorda che la tentazione è legata al valore di quella libertà che nell’uomo è il «segno altissimo dell’immagine divina» [Gaudium et spes, 8].

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Un altro testo da correggere è sicuramente quello della Lettera agli Ebrei laddove l’Autore, riprendendo la letteratura dei Salmi, spiega in che modo gli stessi uomini osarono di tentare Dio:

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non indurite i vostri cuori
come nel giorno della ribellione,
il giorno della tentazione nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri mettendomi alla prova,
pur avendo visto per quarant’anni le mie opere [Eb 3, 8-9].

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Proviamo allora ad andare alla fonti più antiche, perché da mezzo secolo a questa parte siamo spettatori e vittime delle gesta e delle varie «rivoluzioni» di coloro che vogliono “tornare alle origini”. Più volte ho spiegato nei miei scritti che certi teologi, col pretesto di origini che in verità non sono mai esistite nella storia antica, vogliono invece imporre il proprio pensiero moderno. Ma se di origini vogliamo parlare, allora basterà dire che la Preghiera del Padre Nostro, nell’antico ed originario testo aramaico, recita:

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La frase “incriminata” proclama alla lettera testuali parole: «e non portarci in tentazione».

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Quando dall’originale testo il Pater Noster fu tradotto dall’aramaico al greco, per evitare di caricare la frase con una lunga perifrasi è usato soltanto un verbo che significa “indurre” o “far entrare”:

 

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E se il greco non è un’opinione, la frase “incriminata” tradotta alla lettera recita proprio: «Non ci indurre in tentazione». Da questi due testi nasce la terza traduzione, quella latina, del tutto aderente e fedele al testo originale greco:

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Pater Noster qui es in cælis: 

sanctificetur nomen tuum;

adveniat regnum tuum;

fiat voluntas tua, 

sicut in cælo, et in terra.

Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;

et dimítte nobis debita nostra, 

sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;

et ne nos inducas in tentationem,

sed libera nos a malo.

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Agli amanti dei “ritorni alle origini” va ricordato che la frase “incriminata” «Non ci indurre in tentazione», deriva dal greco εἰσενέγκῃς, da cui la fedele traduzione latina inducas, che nella lingua italiana è altrettanto fedelmente tradotta con indurre. Detto questo è d’obbligo e di rigore chiedersi: si rendono conto gli amanti del ritorno alle autentiche origini, che, stando così le cose, questo “errore” oggi finalmente corretto, risale ai tempi delle prima epoca apostolica?

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Se i testi patristici conosciuti da secoli sono quelli tutt’oggi noti, se le lingue antiche e le loro traduzioni fedeli sono quelle che sono, ecco allora che ciascuno, senza essere indotto ad alcuna tentazione, può trarre da se stesso le proprie conclusioni, dato che in nome di un non meglio precisato ritorno alle origini si è alterato quell’originale che è tale sin dalle aramaiche e greche origini più remote, ed è tale prima del latino e molto prima delle attuali lingue moderne.

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Il problema che forse si cela dietro a questa ennesima querelle, temo che abbia poco di teologico e molto di socio-politico, il tutto con delle strategie più o meno limpide. O per meglio spiegare il problema: la Chiesa Cattolica sta vivendo il periodo forse più tragico della propria intera storia. Siamo in un clima di grande decadenza dottrinale dal quale ha preso vita una profonda crisi morale, perché la crisi morale, nella Chiesa nasce sempre da una crisi dottrinale. Non occorre ricordare che ormai non passa giorno, senza che qualche vescovo o prete non salti agli onori delle cronache per scandali quasi sempre molto gravi. La decadenza e la crisi morale, dal Collegio Sacerdotale ha finito per infettare il Collegio Episcopale, ed appresso il Collegio Cardinalizio. La nostra crisi di credibilità spazia ormai tra il tragico e il comico-grottesco. È quindi singolare che in un momento senza precedenti storici come quello che stiamo vivendo, non si trovi di meglio da fare che ritoccare le parole del Pater Noster e del Gloria.

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Questa vicenda ricorda la storia del dittatore Saddam Hussein accusato di nascondere arsenali d’armi di distruzione di massa. Quelle armi non furono mai trovate, però, con tutte le implicazioni politico-economiche che ne seguirono, si sono avute due guerre nel Golfo che hanno destabilizzato gli assetti politici ed economici. Così, poco dopo, si cominciò a parlare di … armi di dissuasione di massa.

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Dinanzi a una decadenza morale e dottrinale senza precedenti come quella che stiamo vivendo, pare che taluni non abbiano trovato di meglio da fare che usare una parola del Pater Noster e l’apertura del Gloria come delle armi di dissuasione di massa, convinti e sicuri che nessuno avrebbe mai capito e scoperto il loro gioco …

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καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν

et ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo.

E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.

Amen !

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dall’Isola di Patmos, 16 novembre 2018

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Articolo pubblicato il 16 novembre 2018 e proposto nuovamente il 24 novembre 2020 in occasione della pubblicazione della nuova edizione tipica del Messale Romano

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Una spiegazione al «non ci indurre in tentazione» del teologo domenicano Giuseppe Barzaghi [per aprire il video cliccare sopra l’immagine]
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About Padre Ariel

Ariel S. Levi di Gualdo Presbitero e Teologo ( Cliccare sul nome per leggere tutti i suoi articoli )

27 thoughts on “Cambia il “Padre Nostro” per volere del Sommo Pontefice, mentre c’è chi prega che il Padre Nostro cambi lo stile di governo del Sommo Pontefice

  1. Reverendo p. Levi Di Gualdo,

    leggo ora il Suo interessante articolo. Mi rincresce ma non ho capito bene la Sua argomentazione. Ci dice che “indurre” è la traduzione corretta perché riflette il latino “inducere” che a sua volta traduce il greco “eisferein”. Poi allude all’aramaico ma di fatto non ne parla.

    In ogni caso, il testo aramaico dice ולא תעלן che Lei sa benissimo che corrisponde al siriaco ܘܠܐ ܬܥܠܢ. In entrambi i casi il verbo appare in forma causativa attiva aphel e va correttamente tradotto come “far finire in una situazione in cui…” ovvero “non farci finire in una situazione in cui siamo preda della tentazione” il che, Ella ne converrà, è differente da “indurre.” Che ne pensa?

    Mi permetto anche di farle notare che la foto della fonte aramaica che Lei riporta, se ne sarà forse accorto, ha un errore di battitura mentre alla fine del Suo articolo per errore Ella non riporta il testo aramaico bensì quello ebraico moderno.

    Con i migliori saluti,

    Paolo Di Burgo

  2. La ringrazio molto per questo articolo, Padre! Il cambiamento del Padre Nostro è qualcosa che mi fa problema e non riesco proprio a seguire la versione della CEI, preferisco mantenere il Latino o il testo originale.
    Alcune considerazioni, spero non impertinenti.
    1) Negli ultimi anni c’è stata una foga nel cambiare i Testi. Così, si assiste a nuove traduzioni del Vangelo e della Bibbia in generale brutte e qualche volta addirittura meno comprensibili delle precedenti. Mi ha colpito la traduzione di Χαιρε con rallegrati nel brano dell’Annunciazione con rallegrati (la mia prof del ginnasio sarebbe inorridita) e peggio ancora l’uso del verbo coprire (sono nipote di un veterinario). Possibile che chi è venuto prima di noi non abbia capito proprio niente? 2) Sono anche io convinto che, trattandosi di Parola di Gesù, ci sarebbe voluta molta più prudenza nel cambiare non la traduzione, ma il senso stesso della Preghiera, secondo quanto la sua analisi (che è quella che avevo fatto anche io prima di leggerla) ha brillantemente mostrato.
    Intendiamoci, non tutti i cambi mi sono dispiaciuti, ma questo proprio mi pesa e non mi lascia sereno…
    Una domanda: ma è vero che il testo greco del Gloria dice come la nuova versione?
    Grazie ancora!

  3. A parte le controversie di tipo esegetico, teologico o pastorale contrari alla nuova traduzione, la petizione “non abbandonarci alla tentazione” è almeno grammaticalmente corretta? Perchè se uso il verbo abbandonare nella forma riflessiva, deve seguire un complemento di termine ( io mi abbandono alla disperazione, lui si è abbandonato alla pazza gioia). Altrimenti segue il complemento di luogo (Io non ti abbandono nelle difficoltà, non abbandonarmi nel bosco). Se proprio non si ha meglio da fare che correggere Nostro Signore Gesù Cristo (che ci ha insegnato il Padre Nostro) e lo Spirito Santo ( che ha ispirato gli evangelisti), non bisognerebbe dire “non abbandonarci nella tentazione”?

  4. Molto opportuna la sua citazione delle parole di S. Paolo. Ce ne sono anche altre.
    Ho invece due obiezioni alla sua domanda:
    1. coloro che ora pregano … hanno fede nelle Scritture? – Più che ai fedeli la domanda andrebbe rivolta a chi ha deciso la nuova formulazione.
    2. la modifica apportata alla preghiera non è “non abbandonarci nella tentazione” ma “non abbandonarci alla tentazione” che suona ancora peggio, più estensivo.
    Ecco uno stralcio di ciò che scrive Aldo Maria Valli al riguardo:
    “Se invece dico “non abbandonarmi alla tentazione” affermo due cose. Primo, che la tentazione, la prova, non ha alcun valore educativo ma è solo una cattiveria. Secondo, che il Padre può in effetti abbandonarmi, cioè togliersi di mezzo, sparire, lasciarmi solo di fronte al peccato. E, in questo modo, dico una cosa terribile, perché implicitamente accuso il Padre di potersi disinteressare di me.”
    https://www.aldomariavalli.it/2020/11/23/padre-nostro-ecco-perche-continuero-a-pregare-dicendo-e-non-ci-indurre-in-tentazione/

  5. “Nessuna tentazione vi ha còlti, che non sia stata umana; però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscirne, affinché la possiate sopportare.” (1Cor 10.13): ma coloro che ora pregano dicendo “non abbandonarci nella tentazione” hanno fede nelle Scritture?

  6. Due sole cosette:
    – si sarebbe potuto, se proprio si voleva essere più aderenti all’originale, sostituire il temine tentazione con prova;
    – la votazione dei vescovi è finita in parità ed è stata perciò adottata la modifica secondo la volontà di papa Francesco.

  7. La ringrazio per l’articolo. È stato decisamente chiarificante ed illuminante come sempre.
    Sia lodato Gesù Cristo

  8. A questo punto, S. Messa attuale o tridentina che sia, meglio recitare le preghiere in latino e leggere le letture in latino.

    1. Caro Domenico,

      La storia di certi grandi dottori della prima epoca cristiana è molto complessa.
      Erano epoche nelle quali, alcune verità fondamentali della fede, non erano state ancora definite.
      Nell’antichità come nella modernità, anche diversi santi, sono caduti involontariamente in pensieri eretici, dai quali poi si sono corretti ed emendati.
      Si pensi solo a quanto tempo impiegò il futuro Sant’Agostino per liberarsi dal manicheismo.

  9. Ci si potrebbe organizzare per recitare il padre nostro in latino oppure sarebbe un problema?

  10. Caro Padre,

    ne vedremo di cambiamenti ancora…… Comprendo la rabbia, la delusione di chi afferma che ormai la Chiesa è in mano a massoni, ad ateisti o come li si voglia chiamare e che questa non è più chiesa, ma una sua parodia e capisco chi si allontana e passa semmai alle chiese ortodosse o peggio diventa ateo. Padre Ariel ma secondo lei questa è la crisi finale che si concluderà con il Giudizio Universale o la Chiesa ne uscirà più “forte “, più pura che mai.

  11. “Non abbandonarci nella tentazione” sarebbe stato almeno più corretto e chiaro, anche se non avrebbe colto tutta la pregnanza del “non indurci”. Così è solo una manomissione ambigua, frutto dell’ideologia. Tanto più che quel “popolo” – che si adula – non ha mai avuto problemi col “non indurci”, intendendone istintivamente il significato anche quando poi non sarebbe stato in grado di elaborarlo intellettualmente e quindi di spiegarlo adeguatamente. Insomma, un problema inventato. Più sottilmente, si potrebbe dire che questo “non abbandonarci alla tentazione” toglie qualcosa alla maestà di Dio, perché “induce” a credere che se Dio, sì, può sottrarci alla tentazione, la tentazione stessa non sia poi governata dalla Provvidenza divina, che pure è estranea al male.

  12. Non vorrei peccare ma lo dico sempre. Dico “maledetto libero arbitrio!” Io non vorrei avere il libero arbitrio vorrei fare solo del bene, stop. A me piacerebbe se Dio abolisse il libero arbitrio. Lo so che non si può ma so anche che togliendo il libero arbitrio questi sui finirebbero di stravolgere i testi in nome delle “False autentiche origini” interpretati dalla “Nuova Chiesa” e soprattutto accadrebbe che chi soffre a causa di altre persone che esercitano il loro libero arbitrio in modo negativo contro di loro non soffrirebbe più. Ottima disamina Padre Ariel ma articolo meno ironici degli altri suoi scritti. Scusi mi ero abituato. Laudetur Iesus Christus e Ave Maria a tutti.

  13. Mi chiedo una cosa, che forse mi è sfuggita. Tale variazione del padrenostro, riguarda solo il messale italiano? Nella versione in altre lingue e nella versione latina del messale di Paolo VI è rimasto indurre?

    1. Per quel che ne so, solo in Italiano. Ricordo che l’anno scorso ero in vacanza in Alto Adige e, durante una messa in Tedesco, il prete disse che gli Italiani avevano ovviato al problema sollevato dal Papa che Dio non può tentarci.

  14. Lucidissimo p.Barzaghi: non indurci in tentazione vuol dire, in pratica, non mandarci un’altra croce, risparmiaci quest’ulteriore prova, rendici degni e giustificati con quelle che già abbiamo affrontato; che non succeda che dopo averne superate tante, cadiamo proprio in quest’ultima.
    Pienamente azzeccato, poi, il concetto di preghiera, non per ottenere, ma come coscienza di ciò che Dio già fa come azione ordinaria preservandoci dal cadere durante la prova (“Egli non permetterà che il tuo piede vacilli”).
    Il Padre Nostro è perciò la preghiera del giusto, recitandola Dio ci fa giusti e ci mantiene nella giustizia.
    San Tommaso dice in sostanza la stessa cosa, ma con una lettura, per così dire, al negativo, cioè, non punirmi con le tentazioni che io stesso mi cerco (Dio infatti ci castiga con il male che noi stessi ci procuriamo). Una preghiera che, così intesa, è una specie di pentimento preventivo che ci evita (o ci protegge) dal cedere alla tentazione consumando il peccato e distruggendo così la Grazia in noi.
    Però, anche prescindendo da queste ragionevolissime spiegazioni che i teologi del Papa non possono non conoscere e non giudicare coerenti con la fede, viene da chiedersi con quale impudenza e spirito temerario si sia deciso di cambiare le ipsissima verba in bocca a Gesù. Sembra si voglia a tutti i costi assecondare il livore ideogico dei nemici della fede, più che rinvigorire la fede stessa.
    La tentazione di Pietro di saperne più del Maestro è dura a morire nonostante il “vade retro satana, tu mi sei di scandalo perché non pensi secondo Dio, ma secondo…

  15. Gentile padre Ariel,

    Secondo lei, sarà mai possibile che la chiesa venga fuori da tale decadenza? Chi le sta parlando conosce molto bene tutto ciò che le afferma poiché (senza entrare nello specifico) ho avuto modo di conoscere dall’interno la realtà di una abbastanza nota congregazione religiosa e di una diocesi.
    La cosa che mi ha colpito, è la totale nonchalance, diciamo così, con cui ormai i sacerdoti agiscono. Come se ormai sanno che niente e nessuno potrà toccarli. Né i superiori (nel caso di religiosi) né tantomeno i vescovi. Macchinosi sistemi di coperture, di detto non detto, del “vabbè che ci vuoi fare, siamo tutti peccatori”. Questa frase viene utilizzata oggi negli ambienti ecclesiastici per coprire le peggio porcate (ribadisco, parlo perché ho avuto modo di conoscere dall’interno tali realtà). Ormai non si può più parlare di “casi isolati”. Sarò esagerato, ma si tratta di vere e proprie strutture di peccato. Diffuse e ramificate. Tipo la mafia. Che alla fine, talmente tanta è la diffusione, che non si riesce più a capire chi è coinvolto e chi no, chi sono i colpevoli e chi no. Si rimuovono i boss mafiosi, sì, ma il problema rimane. Sì è tolta la porpora a un vecchio cardinale. E quindi? Il problema ora è risolto? Non lo so. Senza essere catastrofisti, ma c’è veramente qualcosa di diabolico in tutto ciò. Io non so se nella storia della Chiesa si sia mai assistito a una decadenza simile. Forse l’epoca di Lutero o del Papato Borgia? Forse l’epoca in cui scrisse San Pier Damiani? Bo. È desolante tutto ciò.

    1. Caro Andrea,

      dico sul serio e non per scherzo: magari oggi avessimo un Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia.
      Alessandro VI, a parte la sua vita privata movimentata, per la gran parte precedente all’elezione al sacro soglio, come pontefice fu un difensore del deposito della fede e della Chiesa.
      La sua bolla redatta per l’apertura dell’Anno Santo del 1500, Inter multiplices, è un capolavoro di dottrina e di spiritualità, che andrebbe letta in ginocchio con le lacrime agli occhi.

  16. Davvero illuminante questo articolo. Le volevo fare una domanda: è vero che la riforma del messale romano è un processo che risale già a Sua Santità Benedetto XVI? Se è vero mi chiedo: in questa riforma era già anche contemplato il cambio del “Padre Nostro”? Oppure quest’ultimo è stato poi voluto e inserito nel quadro più ampio della riforma del messale da Papa Francesco. La ringrazio di cuore in anticipo. Sia lodato Gesù Cristo!

    1. Caro Valentino,

      il Sommo Pontefice Benedetto XVI permise, obtorto collo, solo la modifica nei lezionari, ma precisando e chiarendo che non doveva essere fatta alcuna variazione nelle testi liturgici della Santa Messa e nello specifico nella recita della preghiera del Padre Nostro.
      Ciò che invece fece, fu la variazione della parola “per tutti” in “per molti” nella Preghiera Consacratoria del vino, posto che l’edizione tipica del Messale latino del Santo Pontefice Paolo VI dato dopo la riforma liturgica, recita “pro multis” (per molti) indebitamente tradotto nella edizione italiana del Messale in “per tutti”.
      Questa variazione voluta da Benedetto XVI non risulta però nel Messale tradotto in lingua italiana, mentre è stata inserita in quelli in lingua inglese e spagnola.

      La invito a leggere questa lettera di Benedetto XVI indirizzata all’episcopato tedesco:

      http://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/letters/2012/documents/hf_ben-xvi_let_20120414_zollitsch.html

      Non avere inserita questa correzione nella nuova edizione del Messale in lingua italiana è uno sgarbo vero e proprio a Benedetto XVI da parte del nostro episcopato e dei nostri vescovi, pronti però a strepitare come vergini vilipese se qualche prete e teologo li pone dinanzi alle loro incoerenze, posto che noi preti dobbiamo ubbidire ai vescovi che sono tenuti a ubbidire ed eseguire quanto disposto dal Successore del Beato Apostolo Pietro.
      E i nostri vescovi, a Benedetto XVI, non hanno di fatto ubbidito, però, se qualcuno gli muove a tal proposito contestazioni, ti mettono subito dinanzi la loro indiscussa autorità.

      «Così è (se vi pare)» scrisse Luigi Pirandello …

      1. Il Gotteslob (Messalino) tedesco almeno per la zona Baviera / Austria riporta correttamente “Fuer viele” – e nel testo latino a fronte “pro multis” -.
        Pero’ moltissimi sacerdoti continuano a consacrare dicendo “fuer alle”. Personalmente ho sentito solo un francescano a Villach consacrare con il testo “stampato”.
        In tal contesto mi sovviene il fu mio carissimo prof di matematica e sacerdote che, per spiegarci il concetto relativo all’enunciazione corretta dei teoremi, usava dire “E’ come la formula del Battesimo: bisogna dire cosi’ e cosi’, altrimenti non e’ valido”.
        Talvolta mi vien voglia di chiedere al celebrante perche’ non recita le parole stampate? poi rifletto su tutto il resto e mi dico “Tempo perso…” e lascio perdere.
        Le chiedo un consiglio: faccio bene? O dovrei chiederne ragione, sapendo che nulla o poco cambiera’?

      2. È sempre un piacere leggere di lei padre Ariel, ancora meglio sarebbe vederla dal vivo. Purtroppo il mio aupicio di vederla di nuovo a “Dritto e rovescio” su Rete 4 non ha avuto (per ora) esito, per questa nuova stagione l’ho vista solo una volta in studio e un’altra volta con un contributo video. In merito ai vostri libri devo dire che sono molto belli,
        io già ne ho comprati tre compreso l’ultimo sull’islam che lei ha scritto. Dio la Benedica.

      3. Io continuo a recitare il Pater noster e anche le altre preghiere in latino… ma non mi dispiacerebbe imparare il testo in aramaico. Ci fosse la possibilità di seguire un corso, magari on line, visto la pandemia in atto??? ?

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