Silere non possum: il giorno in cui il diritto penale scoprì di essere nato in sacrestia

SILERE NON POSSUM: IL GIORNO IN CUI IL DIRITTO PENALE SCOPRÌ DI ESSERE NATO IN SACRESTIA

Chi tacer non può afferma con slancio sistematico: «il diritto penale moderno ― di cui, peraltro, il diritto canonico è in molti aspetti antesignano […] ― distingue tra il fatto e la responsabilità».

— Il cogitatorio di Ipazia—

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Autore Ipazia Gatta Romana

Autore
Ipazia Gatta Romana

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Domando per un gatto amico, questa volta non di città ma con discrete letture giuridiche alle spalle, il quale chiede se davvero si debba aggiornare l’intera manualistica per adeguarla all’ultima scoperta di chi tacer non può e che per questo afferma con slancio sistematico: «il diritto penale moderno ― di cui, peraltro, il diritto canonico è in molti aspetti antesignano […] ― distingue tra il fatto e la responsabilità» (cfr. qui).

Ora, il gatto in questione, che non ha frequentato né L’Alma Mater Studiorum né la Lateranense, ma distingue ancora, con una certa ostinazione d’altri tempi, tra ius commune, diritto romano e codificazioni moderne, chiede se gli sia sfuggito qualcosa: se Cesare Beccaria, Ludwig Feuerbach e l’intera costruzione penalistica moderna debbano essere riletti come un’appendice del foro ecclesiastico, magari in attesa di una ristampa emendata dei manuali, o se non sia piuttosto il caso di distinguere tra contributi storici e genealogie sistematiche, evitando facili entusiasmi di paternità.

Perché un conto è riconoscere che il diritto canonico medievale, a partire dai grandi Glossatori Bolognesi, abbia inciso su taluni istituti quali imputabilità, intenzione, procedimento; altro è attribuirgli una funzione di paternità, tanto più se tra le righe si tenta pure di irridere  altri giuristi.

L’uso della categoria di «antesignano» anche quando attenuato da formule vaghe come «in molti aspetti», finisce per suggerire una continuità sistematica che la storia del diritto non consente di sostenere su ciò che nasce dentro la crisi dello Stato confessionale e l’elaborazione giuridica dell’età moderna, come se la storia del diritto fosse una linea retta e non una stratificazione complessa.

Il gatto, confuso ma non del tutto sprovveduto, si limita dunque a una domanda semplice, formulata con la dovuta prudenza felina: se questo è davvero il principio, non converrebbe forse avvisare le facoltà di giurisprudenza prima che continuino a insegnare storia del diritto penale in modo ormai irrimediabilmente superato, suggerendo altresì la sapiente lettura delle perle di saggezza di chi tacer non può? Dobbiamo perciò prendere atto di un fatto: se il criterio è quello «antesignano», allora il moderno diritto penale è nato in sacrestia.

Questo mondo pieno di «irrisolti», come ama ripetere chi tacer non può …

Dall’Isola di Patmos, 30 aprile 2026

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Cur in hoc casu “silere possum”?

CUR IN HOC CASU “SILERE POSSUM”?

Come mai in questo specifico caso si può tacere senza alcun problema? A quanto ammonta il prezzo per la silenziosa marchetta?

— Il cogitatorio di Ipazia—

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Autore Ipazia Gatta Romana

Autore
Ipazia Gatta Romana

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Domando per un gatto amico: c’è un soggetto che non può tacere, salvo quando conviene, gradevole come una supposta di piombo, di cui non ricordo il nome — di lui, non della supposta: quella si chiama Sputnik Farma ed è di produzione russa — il quale ha insolentito tutte le donne nominate ai vari uffici amministrativi della Curia romana dal Santo Padre Francesco. E si sottolinea: amministrativi, non sacramentali. Sino ad attaccarsi a un diritto canonico che farebbe impallidire persino Il pianeta delle scimmie.


Colui che ha fatto del rumore una missione e del silenzio di convenienza una strategia, ha riversato per mesi autobotti di veleno con la consueta generosità. Fin quando è sopraggiunto un inaspettato miracolo e l’apostolo dell’invettiva permanente è divenuto improvvisamente contemplativo. Così, il professionista dell’indignazione — purché a senso unico e purché non tocchi il suo pollaio lombardo fatto di delfini e galline — sull’originale “arcivescova” di Canterbury in visita al Santo Padre non ha proferito favella. In fondo, si dirà, si è trattato di una visita diplomatica, quindi si può anche tacere (video, qui).

Stupisce invece altro: che non abbia lanciato le consuete autobotti di veleno quando questa originale Signora ha impartito la benedizione alla tomba dell’Apostolo Pietro, con tanto di vescovo lumbard che chinava il capo e si faceva il segno della croce, non si capisce bene per quale sacramentale, dispensato dalla Lady, proprio come se Leone XIII non avesse mai scritto la bolla Apostolicae Curae, con la quale si dichiarano invalide e nulle le ordinazioni della comunità anglicana.

Un secolo dopo, Benedetto XVI, emanò una costituzione apostolica per accogliere i presbiteri della comunità anglicana che intendevano rientrare in comunione con la Chiesa Cattolica, ai quali fu amministrato quel valido Sacramento dell’Ordine che non avevano mai ricevuto, meno che mai per l’imposizione delle mani e la Preghiera consacratoria delle cosiddette “vescove” (cfr. Anglicanorum coetibus).

E qui la domanda emerge semplice e inevitabile: come mai, proprio in questo caso, silere potest? Immo vero: cum expedit, optime tacet. O per meglio dire: a quanto ammonta il prezzo per la silenziosa marchetta, sempre domandando ciò per un gatto amico?

Dall’Isola di Patmos, 27 aprile 2026

 

 

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Karl Rahner e la Pasqua come tempo di riscoperta della gloria – Karl Rahner and Easter as a time of rediscovering glory – Karl Rahner y la Pascua como tiempo de redescubrimiento de la gloria

Italian, English, Español

 

KARL RAHNER E LA PASQUA COME TEMPO DI RISCOPERTA DELLA GLORIA

«L’inizio della gloria di tutte le cose è già in corso, che noi, apparentemente tanto smarriti ed erranti, bisognosi e lontani, siamo già avvolti dalla beatitudine infinita. Poiché la fine è già cominciata. Ed è la gloria»

— Theologica —

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Un celebre proverbio recita: «Anche un orologio rotto, due volte al giorno, segna l’ora esatta».

i teologi Padre Karl Rahner S.J. (a sinistra), Padre Joseph Ratzinger (al centro), Padre Sergio Ubbiali (a destra)

Vi sembrerà strano, ma per una volta mi sono trovato concorde con Karl Rahner, che ha dedicato alcune riflessioni alla Pasqua. Ho letto un suo testo perché ho voluto mettermi un po’ in discussione su quelle che erano anche le mie riflessioni pasquali, e devo dire che il discorso di questo teologo gesuita mi sembra, oltre che profondamente cattolico, anche molto coerente e proficuo. In questo articolo partiremo da una sua considerazione per poi provare ad applicarla al tempo di Pasqua.

Sì, perché il tempo di Pasqua viene un po’ tralasciato, e questa è la prima riflessione che voglio lasciarvi. Sembra correre via in fretta fino all’estate, quasi fosse esclusivamente un periodo in cui ci si siede e ci si riposa: basta ricordare che Gesù è risorto e tutto si risolve, e ci si mette in una posizione di pura festa. Al contrario della Quaresima, considerata il tempo spirituale ed esistenziale forte per eccellenza, in cui giustamente si pratica il digiuno, si attuano scelte ascetiche e si riflette per antonomasia su temi quali la morte, il giudizio e il peccato originale, ed è ciò che la Chiesa ci chiede in quel momento.

Capite bene, allora, che sarebbe opportuno che anche il tempo di Pasqua fosse per noi credenti un tempo di attenzione a determinate tematiche che, altrimenti, tendono a sfuggirci un po’. Certo, è ovvio che bisogna diversificare il tempo di Pasqua da quello di Quaresima; già la liturgia fino a Pentecoste distingue i colori, passando dal viola quaresimale ai paramenti bianchi della festa. È a partire da alcune intuizioni di Rahner — pur non condividendone molte altre, ma cogliendone ciò che è valido — che emerge un dettaglio profondo sul significato della Pasqua. Egli afferma:

«Io credo che l’inizio della gloria di tutte le cose è già in corso, che noi, apparentemente tanto smarriti ed erranti, bisognosi e lontani, siamo già avvolti dalla beatitudine infinita. Poiché la fine è già cominciata. Ed è la gloria» (cfr. Che cosa significa la Pasqua, Queriniana, Brescia, 2021, 37).

Rahner dice questo partendo dall’idea che la risurrezione non è un evento passato, chiuso nel tempo, e non è neppure un evento che avverrà esclusivamente alla fine dei tempi: è un presente, una risurrezione che comincia già da adesso, una gloria che viviamo ora. Su questo punto potrei citare l’antagonista per eccellenza di Rahner, formatosi anch’esso nella Compagnia di Gesù, Hans Urs von Balthasar, ma ci porterebbe su percorsi troppo lontani. La gloria è la presenza, la possenza e la forza di Dio nel nostro oggi.

E allora possiamo fare questa riflessione, cari amici dell’Isola di Patmos: davvero il tempo di Pasqua è un tempo di gloria per noi? Abbiamo davvero compreso che con la risurrezione di Cristo è iniziata per noi l’era dell’uomo nuovo, dell’uomo vivente in Dio? Infatti, entrare nella gloria di Dio avviene, in primo luogo, nei sacramenti. È il momento in cui la grazia sacramentale — in particolare quella eucaristica, ma unita a tutti gli altri sacramenti — ci introduce già ora nella vita stessa di Dio. E allora vivere i sacramenti nel tempo di Pasqua è il tempo propizio per entrare nella gloria del Risorto, per comprendere che la vita che stiamo vivendo ha un senso diverso, un senso di eternità. E questo non deve infonderci la paura delle regole — “non fare questo, altrimenti un domani la vita eterna potrebbe essere l’inferno” —, limitandosi a un freddo senso normativo. Questa promessa di vita eterna, che comincia già da adesso, è anche gioia e speranza di costruire, fin da ora, dei veri e propri percorsi di eternità.

E qui veniamo al terzo punto: cosa vuol dire, nella pratica: vivere da risorti? Vuol dire imparare che dietro ogni sofferenza, dietro ogni dolore, dietro ogni lutto e dietro ogni prova, Cristo già da adesso ci promette la gloria; ci promette che Lui è con noi e ci chiede di affrontare cristianamente le difficoltà per poi risorgere con Lui.

Ho ancora vivo un ricordo degli anni di studio per la licenza in teologia: durante un approfondimento sulla teologia del matrimonio, la nostra docente, suor Alexandra Diriart, ci ricordava che ogni matrimonio attraversa una sua Pasqua. Passa per le notti della passione, del dolore e della non comprensione, per arrivare alla Pasqua e risorgere ogni volta. Questa dinamica non si applica solo al matrimonio: è tutta la nostra vita che risorge, e risorge adesso. Per vivere da risorti dobbiamo avere il coraggio dell’amore, della carità, e il coraggio di scoprire le verità della fede cattolica. Non dobbiamo per forza essere tutti teologi, ma tutti dobbiamo imparare a credere con intelligenza. Ecco un percorso spirituale che a Pasqua possiamo riscoprire. Gli elementi liturgici di questo tempo – l’Ascensione, la Pentecoste e via dicendo – ci devono aiutare a entrare nell’ottica della gloria per iniziare a ragionare da “glorificati”, cercando, come ci esorta san Paolo, le cose di lassù.

Santa Maria Novella, in Firenze, 27 aprile 2026

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KARL RAHNER AND EASTER AS A TIME OF REDISCOVERING GLORY

“I believe that the beginning of the glory of all things is already underway, that we, apparently so lost and wandering, needy and distant, are already enveloped in infinite beatitude. For the end has already begun. And it is glory”.

— Theologica —

Author:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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A well-known proverb says: «Even a stopped clock is right twice a day». It may seem strange to you, but for once I found myself in agreement with Karl Rahner, who devoted some reflections to Easter. I read one of his texts because I wanted to question my own Easter reflections, and I must say that the thought of this Jesuit theologian appears to me not only profoundly Catholic, but also remarkably coherent and fruitful. In this article, we will begin from one of his insights and then attempt to apply it to our present Easter season.

Yes, because the Easter season is somewhat neglected, and this is the first reflection I would like to offer you. It seems to pass quickly until summer, almost as if it were merely a time to sit back and rest: it is enough to recall that Jesus has risen and everything is resolved, and one settles into a purely festive attitude. In contrast to Lent, considered the strong spiritual and existential time par excellence, in which one rightly practices fasting, undertakes ascetical choices, and reflects above all on themes such as death, judgment, and original sin — as the Church asks of us in that time.

You can understand, then, that it would be fitting for the Easter season also to become for us believers a time of attention to certain themes which otherwise tend to slip away from us. Of course, it is clear that Easter must be distinguished from Lent; the liturgy itself, up to Pentecost, distinguishes the colors, moving from the Lenten violet to the white vestments of the feast. It is from some insights of Rahner — while not sharing many of his other positions, but taking what is valid — that a profound detail about the meaning of Easter emerges. He states:

“I believe that the beginning of the glory of all things is already underway, that we, apparently so lost and wandering, needy and distant, are already enveloped in infinite beatitude. For the end has already begun. And it is glory” (cf. What Does Easter Mean?, Queriniana, Brescia, 2021, 37).

Rahner says this starting from the idea that the Resurrection is not a past event, closed in time, nor is it an event that will occur only at the end of time: it is a present reality, a Resurrection that already begins now, a glory that we live even now. On this point I could mention Rahner’s great counterpart, also formed in the Society of Jesus, Hans Urs von Balthasar, but that would lead us too far afield. Glory is the presence, the power, and the strength of God in our today.

And so we may ask ourselves, dear friends of the Island of Patmos: is the Easter season truly a time of glory for us? Have we really understood that with the Resurrection of Christ there has begun for us the era of the new man, the man alive in God? Indeed, entering into the glory of God takes place, first of all, in the sacraments. It is the moment in which sacramental grace — especially Eucharistic grace, but united with all the other sacraments — already introduces us into the very life of God. Thus, living the sacraments during the Easter season is the favorable time to enter into the glory of the Risen One, to understand that the life we are living has a different meaning, a meaning of eternity. And this should not instill in us fear of rules — “do not do this, otherwise eternal life may become hell” — reducing everything to a cold normative sense. This promise of eternal life, which begins already now, is also joy and hope, allowing us to build, even now, true paths of eternity.

And here we come to the third point: what does it mean, in practice, to live as risen? It means learning that behind every suffering, behind every pain, behind every loss and every trial, Christ already now promises us glory; He promises that He is with us and asks us to face difficulties in a Christian way in order to rise again with Him.

I still vividly remember my years of study for the licentiate in theology: during a lecture on the theology of marriage, our professor, Sister Alexandra Diriart, reminded us that every marriage goes through its own Easter. It passes through the nights of passion, suffering, and misunderstanding, in order to arrive at Easter and rise again each time. This dynamic does not apply only to marriage: it is our whole life that rises again, and rises now. To live as risen, we must have the courage of love, of charity, and the courage to discover the truths of the Catholic faith. We do not all have to be theologians, but we must all learn to believe with intelligence. This is a spiritual path that we can rediscover at Easter. The liturgical elements of this time — the Ascension, Pentecost, and so on — must help us to enter into the perspective of glory and begin to think as “those already glorified,” seeking, as Saint Paul exhorts us, the things that are above.

Santa Maria Novella, Florence, April 27, 2026

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KARL RAHNER Y LA PASCUA COMO TIEMPO DE REDESCUBRIMIENTO DE LA GLORIA

«El inicio de la gloria de todas las cosas ya está en curso, que nosotros, aparentemente tan perdidos y errantes, necesitados y lejanos, ya estamos envueltos en la bienaventuranza infinita. Porque el fin ya ha comenzado. Y es la gloria»

— Theologica —

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Un conocido proverbio dice: «Incluso un reloj roto, dos vez al día, marca la hora exacta». Puede parecer extraño, pero por una vez me he encontrado de acuerdo con Karl Rahner, quien ha dedicado algunas reflexiones a la Pascua. He leído uno de sus textos porque he querido poner en cuestión mis propias reflexiones pascuales, y debo decir que el pensamiento de este teólogo jesuita me parece, además de profundamente católico, también notablemente coherente y fecundo. En este artículo partiremos de una de sus intuiciones para intentar aplicarla a nuestro tiempo de Pascua.

Sí, porque el tiempo de Pascua suele ser un poco descuidado, y esta es la primera reflexión que quiero dejaros. Parece pasar rápidamente hasta el verano, casi como si fuera únicamente un tiempo para sentarse y descansar: basta recordar que Jesús ha resucitado y todo queda resuelto, adoptando así una actitud puramente festiva. A diferencia de la Cuaresma, considerada el tiempo espiritual y existencial fuerte por excelencia, en el que justamente se practica el ayuno, se realizan elecciones ascéticas y se reflexiona sobre temas como la muerte, el juicio y el pecado original — tal como la Iglesia nos pide en ese tiempo.

Comprendéis bien, entonces, que sería oportuno que también el tiempo de Pascua fuera para nosotros, creyentes, un tiempo de atención a ciertas temáticas que, de otro modo, tienden a escaparse. Es evidente que hay que distinguir el tiempo de Pascua del de Cuaresma; ya la liturgia, hasta Pentecostés, diferencia los colores, pasando del morado cuaresmal a los ornamentos blancos de la fiesta. A partir de algunas intuiciones de Rahner — aunque no compartiendo muchas otras de sus posiciones, pero acogiendo lo que es válido — emerge un aspecto profundo sobre el significado de la Pascua. Él afirma:

«Yo creo que el inicio de la gloria de todas las cosas ya está en curso, que nosotros, aparentemente tan perdidos y errantes, necesitados y lejanos, ya estamos envueltos en la bienaventuranza infinita. Porque el fin ya ha comenzado. Y es la gloria» (cf. ¿Qué significa la Pascua?, Queriniana, Brescia, 2021, 37).

Rahner afirma esto partiendo de la idea de que la Resurrección no es un acontecimiento pasado, cerrado en el tiempo, ni tampoco un acontecimiento que sucederá únicamente al final de los tiempos: es un presente, una Resurrección que comienza ya ahora, una gloria que vivimos ya hoy. En este punto podría citar al gran contrapunto de Rahner, también formado en la Compañía de Jesús, Hans Urs von Balthasar, pero nos llevaría demasiado lejos. La gloria es la presencia, la potencia y la fuerza de Dios en nuestro hoy.

Y entonces podemos hacernos esta pregunta, queridos amigos de la Isla de Patmos: ¿es realmente el tiempo de Pascua un tiempo de gloria para nosotros? ¿Hemos comprendido verdaderamente que con la Resurrección de Cristo ha comenzado para nosotros la era del hombre nuevo, del hombre vivo en Dios? En efecto, entrar en la gloria de Dios sucede, ante todo, en los sacramentos. Es el momento en que la gracia sacramental — especialmente la eucarística, pero unida a todos los demás sacramentos — nos introduce ya en la misma vida de Dios. Vivir los sacramentos en el tiempo de Pascua es, por tanto, el momento propicio para entrar en la gloria del Resucitado, para comprender que la vida que estamos viviendo tiene un sentido distinto, un sentido de eternidad. Y esto no debe infundirnos miedo a las normas — «no hagas esto, de lo contrario la vida eterna podría ser el infierno» — reduciéndose a un frío sentido normativo. Esta promesa de vida eterna, que comienza ya ahora, es también alegría y esperanza, permitiéndonos construir desde ahora verdaderos caminos de eternidad.

Y aquí llegamos al tercer punto: ¿qué significa, en la práctica, vivir como resucitados? Significa aprender que detrás de todo sufrimiento, detrás de todo dolor, detrás de toda pérdida y de toda prueba, Cristo ya ahora nos promete la gloria; nos promete que Él está con nosotros y nos pide afrontar cristianamente las dificultades para luego resucitar con Él.

Aún tengo muy vivo el recuerdo de los años de estudio para la licenciatura en teología: durante una clase sobre la teología del matrimonio, nuestra profesora, sor Alexandra Diriart, nos recordaba que todo matrimonio atraviesa su propia Pascua. Pasa por las noches de la pasión, del dolor y de la incomprensión, para llegar a la Pascua y resucitar cada vez. Esta dinámica no se aplica solo al matrimonio: es toda nuestra vida la que resucita, y resucita ahora. Para vivir como resucitados debemos tener el valor del amor, de la caridad, y el valor de descubrir las verdades de la fe católica. No todos debemos ser teólogos, pero todos debemos aprender a creer con inteligencia. He aquí un camino espiritual que en Pascua podemos redescubrir. Los elementos litúrgicos de este tiempo — la Ascensión, Pentecostés y demás — deben ayudarnos a entrar en la perspectiva de la gloria y a comenzar a pensar como “glorificados”, buscando, como nos exhorta san Pablo, las cosas de arriba.

Santa Maria Novella, Florencia, 21 de abril de 2026

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il Buon Pastore e la porta delle pecore – The Good Shepherd and the gate of the sheep – El Buen Pastor y la puerta de las ovejas

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

   Italian, english, español 

 

IL BUON PASTORE E LA PORTA DELLE PECORE

Il recinto delle pecore sta a indicare metaforicamente il luogo santo di Israele, il Tempio di Gerusalemme, o il suo vestibolo, che rappresenta e simboleggia il giudaismo teocratico; mentre il pastore delle pecore, colui che entra per la porta, è Gesù, nuovo Pastore di Israele, che, in effetti, si è presentato al Tempio di Gerusalemme, per rivelarsi ai Giudei durante la festa dei Tabernacoli.

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La liturgia riserva alla figura del buon Pastore un posto privilegiato nella Quarta Domenica di Pasqua. Tutta la Tradizione veicola l’idea fondamentale che Cristo è il salvatore delle pecore, poiché Gesù conduce i suoi al di là della morte, verso i pascoli celesti, nella casa del Padre. Il brano qui sotto riportato esprime questa tensione che è insieme soteriologica e cristologica.

 

«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,1-10).

Per cogliere meglio la portata del testo, è necessario inserirlo nella grande sezione del quarto Vangelo alla quale appartiene, che va da Gv 7,1 fino a Gv l0,42. Questi quattro capitoli costituiscono il centro della vita pubblica di Gesù, il punto culminante della sua rivelazione al mondo, nel Tempio di Gerusalemme. L’unità tematica di questa sezione è evidente: Gesù si rivela al mondo (cfr. 7,4), ma è continuamente in controversia con «i Giudei». Ritorna un tema del prologo che raggiunge qui, per ciò che riguarda la vita pubblica di Gesù, il suo punto discriminante: «Venne fra i suoi e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11).

Innanzitutto cos’è questo «recinto delle pecore». Nella Bibbia greca esso è spesso metaforicamente associato ad aree che riguardano il Tempio. Aggiungiamo anche che, già nell’AT, il termine «pecore», viene usato spesso in un senso semplicemente allegorico per designare il popolo di Israele (Ez 34,31; Ger 23,1). I vocaboli del nostro versetto evocherebbero perciò una situazione analoga a quella del Sal 100,3-4 (LXX):

«Riconoscete che solo il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo. Varcate le sue porte con inni di grazie, i suoi atri con canti di lode, lodatelo, benedite il suo nome».

In Gv l0,1 il recinto delle pecore sta ad indicare metaforicamente il luogo santo di Israele, il Tempio di Gerusalemme, o il suo vestibolo, che rappresenta e simboleggia il giudaismo teocratico; mentre il pastore delle pecore, colui che entra per la porta, è Gesù, nuovo Pastore di Israele, che, in effetti, si è presentato al Tempio di Gerusalemme, per rivelarsi ai Giudei durante la festa dei Tabernacoli (Gv 7,14).

Sono allusioni velate, ma precise, che Gesù, secondo San Giovanni, sta facendo a riguardo della sua missione ed esse mischiano insieme sia elementi figurati, sia riferimenti a situazioni storiche, allo scopo di far comprendere il valore e la qualità della sua messianicità. Non è un ladro o un brigante — lo stesso temine greco verrà usato per identificare Barabba nel racconto della passione, definito da Matteo un prigioniero «famoso» (Mt 27,16) — Gesù non è un rivoltoso o un ribelle interessato alla liberazione violenta dalla dominazione romana, al fine di instaurare un potere giudaico nello stesso tempo politico e religioso. Egli invece è entrato nel Tempio per la via normale, durante la festa dei Tabernacoli; si è presentato legittimamente al popolo giudaico per rivelarsi a lui come suo Pastore, come il vero Messia. Nel cap. 10 di San Giovanni Gesù adotta un linguaggio figurato, enigmatico, eppure l’insegnamento rimane sostanzialmente lo stesso: ha ancora sempre come oggetto la missione messianica di Gesù.

Il secondo versetto del brano è teologicamente ancor più rilevante: «Egli (il Pastore) chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori». Tutte le pecore del recinto, i Giudei, hanno potuto conoscere la parola di Gesù (cfr. Gv 18,20), ma solo alcune di esse sono divenute «le sue pecore», cioè quelle che gli sono state date dal Padre (v. 29; cfr. 6,37.39). In virtù di questo dono, Gesù potrà dire che sono «nella sua mano» (v.28); per la stessa ragione ancora, durante l’ultima cena, potrà considerare i discepoli come «i suoi» (Gv 13,1). A questa predisposizione da parte del Padre corrisponde una chiamata da parte di Gesù: «Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome». È il primo atto della costituzione di un nuovo gregge ad opera di Gesù.

Le sue pecore, il Pastore le «fa uscire» dal recinto. Il verbo qui utilizzato dall’evangelista è il termine tecnico del vocabolario dell’Esodo: Dio «fece uscire dall’Egitto» il suo popolo, i figli di Israele (Es 3,l0; 6,27); allo stesso modo più tardi, al momento del secondo Esodo, li «farà uscire» da in mezzo ai popoli (Ez 34,13). L’idea evocata da questa parola è chiara: «far uscire», significa liberare dalla schiavitù. È considerevole e nello stesso tempo tragico, che questo termine, un tempo utilizzato per indicare la fine della cattività, debba ora venir usato contro lo stesso Israele; poiché i suoi occhi non si sono aperti alla vera luce dei tempi messianici e perciò stesso il Messia Gesù deve ormai «far uscire» le sue pecore, come una volta dall’Egitto.

Ma per afferrare tutte le implicazioni di questa idea nell’economia generale della vita di Gesù, bisogna collegarla al racconto precedente, quello del cieco nato, in cui era già stata formulata. Per quest’uomo del popolo, Gesù all’inizio non era che uno sconosciuto (Gv 9,11). Ma, dopo la guarigione, nel corso della controversia con i Giudei, scopre progressivamente in lui un profeta (v. 17), un inviato di Dio (v.33), il Figlio dell’uomo (vv. 35-37), divenendo così il tipo stesso del credente. I Giudei, invece, che si credevano cosi chiaroveggenti in materia religiosa, sono diventati totalmente ciechi di fronte alla luce del mondo (vv.39-4l). Ora, constatando l’attaccamento dell’ex-cieco a Gesù, «essi lo gettarono fuori» (Gv 9,34). In questo momento si compie la discriminazione (κρίμα) di cui parlerà Gesù alla fine della controversia (Gv 9,39), discriminazione che prefigura e annuncia la rottura tra Chiesa e Sinagoga (αποσυνάγωγος di Gv 9,22). Nel brano odierno viene così ripreso e sanzionato il comportamento degli stessi Giudei, i quali avevano escluso dalla sinagoga il cieco nato guarito da Gesù e divenuto suo discepolo. La chiamata che il Pastore rivolge alle sue pecore nel recinto giudaico diventa così il primo atto di una separazione, quella che contrapporrà l’antico gregge Israele e il nuovo, il giudaismo e la Chiesa. Ed è probabile che Giovanni stia scrivendo in questo particolare momento in cui la separazione si sta attuando, che non autorizza comunque nessuno a rivalse antigiudaiche o giustificazioni dell’antisemitismo.

I rapporti tra il Pastore e le sue pecore sono descritti in questi termini: «Egli cammina dinanzi ad esse e le pecore lo seguono». Come ha già fatto, l’evangelista utilizza di nuovo il vocabolario tipico del ciclo dell’Esodo: «Il Signore, vostro Dio, che vi precede, egli stesso combatterà per voi, come insieme a voi ha fatto, sotto i vostri occhi, in Egitto» (Deut 1,30; Mich 2,13). Nel quarto vangelo, il verbo «camminare (πορεύεσθαι)» è quasi sempre riferito a Gesù in rapporto alla sua missione, che è un nuovo Esodo (cfr. Gv 14,2.3.12.28; 16,7.28). In tal modo il Pastore, che cammina davanti alle sue pecore, si presenta come il nuovo capo del popolo di Dio. Le pecore lo «seguono» esprimendo quella docilità essenziale del discepolo verso il Maestro (cfr. Gv 1,37.38.41.43), fondata sul fatto che esse conoscono la sua voce. Questi temi, poi, verranno ripresi con maggior insistenza nella seconda parte del discorso (vv. 14-16) e poi nelle dichiarazioni conclusive di Gesù alla festa della Dedicazione (v. 27).

Come bisogna, infine, interpretare la formula «la porta delle pecore»? Se il vecchio recinto ha terminato la sua funzione non è necessario più menzionarlo, infatti logicamente Gesù avrebbe potuto dire: «Sono la porta del recinto». Ma adopera invece un’espressione nuova perché ormai Egli è la porta per le pecore stesse. Tra Gesù e i suoi, sono d’ora in poi abbozzati nuovi rapporti; una volta uscite dal recinto, le pecore devono ormai «entrare» attraverso la porta che è Gesù. Si passa qui dal piano storico al piano tipologico e spirituale. Non si tratta più del recinto del giudaismo: entrando per la «porta» che è Gesù, le pecore penetrano in un nuovo ambiente, di natura completamente diversa. Gli esegeti richiamano a questo proposito il Sal 118,19-20: «Apritemi le porte della giustizia: vi entrerò per ringraziare il Signore. È questa la porta del Signore: per essa entrano i giusti». Che lo sfondo del nostro versetto sia costituito da questo salmo è verosimile in quanto il Sal 118 veniva utilizzato nella liturgia della festa dei Tabernacoli e ricordiamo che il discorso sul buon Pastore è stato pronunciato, secondo Giovanni, nelle vicinanze del Tempio, al momento conclusivo di quella grande solennità. Tutto il contesto favoriva perciò l’uso di questa metafora della porta. Ma l’insistenza con la quale Gesù ne fa l’applicazione a se stesso — «Io sono la porta delle pecore» — dimostra chiaramente che qui non può più trattarsi del Tempio dell’antica economia. Gesù, ispirandosi alle realtà che lo circondano, vuol parlare del nuovo Tempio che lui stesso inaugura. Nel discorso figurato, la porta e il recinto designavano ancora delle realtà storiche: il Tempio di Gerusalemme e il giudaismo teocratico; ma a partire dal momento in cui queste realtà vengono riferite metaforicamente a Gesù, sono trasposte sul piano su un altro piano, che è spirituale.

Anche l’uso della terminologia del nostro versetto nella tradizione cristiana pregiovannea è molto illuminante. I sinottici parlano più volte della porta che dà accesso al Regno (Mt 7,13-14; 25,10-12; Lc 13,24-26); era una metafora del vocabolario escatologico. Lo stesso vale per il verbo «entrare», che si usava correntemente per designare l’ingresso nel Regno di Dio (Mt 7,21; At 14,22). Giovanni riprende quest’uso (Gv 3,5), ma nel contesto attuale, tutto si concentra su Gesù: è attraverso di lui che bisogna «entrare» per essere salvati.

Questa necessariamente breve analisi del vocabolario del nostro passo mette in luce la portata teologica della frase di Gesù: «Io sono la porta delle pecore». La prima idea che esprime è quella di mediazione, quindi di possibilità di accesso alla salvezza. È detto esplicitamente nel testo del v. 9: «Io sono la porta: chi entrerà soltanto attraverso di me sarà salvato». D’altra parte, Gesù non è solo mediatore. La porta non è soltanto un luogo di passaggio attraverso cui si «entra», appartiene già al recinto stesso. Infatti, nell’Antico Testamento, la «porta» della città o del Tempio indica spesso metonimicamente l’insieme della città o il Tempio nella sua totalità: cfr. Sal 122,2; 87,1-2; 118,20. Riferita a Gesù, l’immagine della porta non significa perciò soltanto che attraverso di lui si accede alla salvezza e alla vita; indica inoltre che le pecore trovano questi beni in lui. In altre parole, Gesù non è soltanto una via di accesso; è anche il nuovo recinto, il nuovo Tempio, in cui i suoi possono ottenere i beni messianici. Si ritrova qui il tema di Gesù nuovo Tempio, enunciato da S. Giovanni fin dall’inizio del suo vangelo (2,13-22). Ma se è cosi, ci si chiederà forse perché la metafora della porta sia stata preferita a quella di recinto o di tempio. Probabilmente, l’immagine della porta, con tutto quel che suggeriva il suo retroscena biblico, era più adatta ad esprimere simultaneamente due idee connesse: da una parte, quella di entrata, di mediazione; dall’altra, quella di ambiente vitale e di comunione. Sono le due idee che ricompariranno nel testo così suggestivo di Gv 14,6: «Io sono la Via, la Verità e la Vita»; Gesù è la Via verso il Padre, il mediatore perfetto che ci fa accedere alla vita del Padre; ma è nello stesso tempo la Vita: in Gesù stesso troviamo la vita del Padre, perché lui, il Figlio Unigenito «tornato ormai nel seno del Padre» (Gv 1,18), la possiede in se stesso in pienezza.

La tradizione patristica metterà maggiormente in rilievo l’aspetto futuro, specificamente escatologico, del tema della porta: attraverso Gesù noi abbiamo accesso alla vita eterna, al regno dei cieli. Ma qui come altrove, Giovanni anticipa i temi escatologici nella persona stessa e nell’opera storica di Gesù: nello stesso tempo attraverso di lui e nella comunione con lui, fin d’ora, noi possiamo ottenere i beni della salvezza, la vita divina. L’idea espressa qui è stata commentata magnificamente in un testo anonimo che è circolato sotto il nome di Agostino in diversi florilegi di citazioni patristiche: «Jesus ostium est, ostium in quo et domus est, domus in qua et requies defatigatis est». Si veda anche Ignazio di Antiochia: «Egli è la porta del Padre, attraverso la quale entrano Abramo, Isacco e Giacobbe e i profeti e gli apostoli e la Chiesa»; Erma: «La porta è il Figlio di Dio. È l’unica entrata che conduca al Signore. Nessuno ci introdurrà perciò presso di lui se non suo Figlio»; Sant’Agostino: «Christus est enim illa janua, et per Christum intramus ad vitam aeternam».

dall’Eremo, 26 aprile 2026

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THE GOOD SHEPHERD AND THE GATE OF THE SHEEP

The sheepfold metaphorically indicates the holy place of Israel, the Temple of Jerusalem, or its vestibule, which represents and symbolizes the theocratic Judaism; while the shepherd of the sheep, the one who enters through the gate, is Jesus, the new Shepherd of Israel, who, in fact, presented himself in the Temple of Jerusalem to reveal himself to the Jews during the feast of Tabernacles.

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The liturgy assigns a privileged place to the figure of the Good Shepherd on the Fourth Sunday of Easter. The whole Tradition conveys the fundamental idea that Christ is the savior of the sheep, since Jesus leads his own beyond death, toward the heavenly pastures, into the house of the Father. The passage reported below expresses this tension, which is at once soteriological and Christological.

«Amen, amen, I say to you: whoever does not enter the sheepfold through the gate but climbs in by another way is a thief and a robber. But whoever enters through the gate is the shepherd of the sheep. The gatekeeper opens to him and the sheep listen to his voice: he calls his own sheep, each one by name, and leads them out. And when he has brought out all his own sheep, he goes before them, and the sheep follow him because they know his voice. A stranger, however, they will not follow, but they will flee from him, because they do not know the voice of strangers». Jesus told them this parable, but they did not understand what he was saying to them. So Jesus said to them again: «Amen, amen, I say to you: I am the gate of the sheep. All who came before me are thieves and robbers; but the sheep did not listen to them. I am the gate: if anyone enters through me, he will be saved; he will go in and out and find pasture. The thief comes only to steal and kill and destroy; I came that they may have life and have it abundantly» (Jn 10:1–10).

In order to grasp more fully the scope of the text, it is necessary to situate it within the great section of the Fourth Gospel to which it belongs, which extends from Jn 7:1 to Jn 10:42. These four chapters constitute the center of the public life of Jesus, the culminating point of his revelation to the world, in the Temple of Jerusalem. The thematic unity of this section is evident: Jesus reveals himself to the world (cf. 7:4), but he is continually in controversy with «the Jews». A theme from the Prologue returns here and reaches, with regard to the public life of Jesus, its decisive point: «He came to his own, and his own did not receive him» (Jn 1:11).

First of all, what is this «sheepfold»? In the Greek Bible it is often metaphorically associated with areas concerning the Temple. We must also add that, already in the Old Testament, the term «sheep» is frequently used in a purely allegorical sense to designate the people of Israel (Ez 34:31; Jer 23:1). The vocabulary of our verse would therefore evoke a situation analogous to that of Ps 100:3–4 (LXX):

«Know that the Lord alone is God: he made us and we are his, his people and the flock of his pasture. Enter his gates with thanksgiving, his courts with praise; give thanks to him, bless his name».

In Jn 10:1 the sheepfold metaphorically indicates the holy place of Israel, the Temple of Jerusalem, or its vestibule, which represents and symbolizes the theocratic Judaism; while the shepherd of the sheep, the one who enters through the gate, is Jesus, the new Shepherd of Israel, who indeed presented himself in the Temple of Jerusalem to reveal himself to the Jews during the feast of Tabernacles (Jn 7:14).

These are veiled yet precise allusions that Jesus, according to Saint John, is making regarding his mission; they combine both figurative elements and references to historical situations, in order to make understood the value and the nature of his messianic identity. He is not a thief or a robber — the same Greek term will be used to identify Barabbas in the Passion narrative, described by Matthew as a «notorious» prisoner (Mt 27:16) — Jesus is not a revolutionary or a rebel interested in violent liberation from Roman domination, in order to establish a Jewish power that is at once political and religious. Rather, he entered the Temple by the proper way, during the feast of Tabernacles; he presented himself legitimately to the Jewish people in order to reveal himself as their Shepherd, as the true Messiah. In chapter 10 of Saint John, Jesus adopts a figurative, enigmatic language, yet the teaching remains essentially the same: it always concerns his messianic mission.

The second verse of the passage is even more theologically significant: «He calls his own sheep, each one by name, and leads them out». All the sheep of the fold, the Jews, were able to hear the word of Jesus (cf. Jn 18:20), but only some of them became «his sheep», that is, those who were given to him by the Father (v. 29; cf. 6:37,39). By virtue of this gift, Jesus can say that they are «in his hand» (v. 28); for the same reason, during the Last Supper, he will consider the disciples as «his own» (Jn 13:1). To this disposition on the part of the Father corresponds a call on the part of Jesus: «He calls his own sheep, each one by name». This is the first act in the constitution of a new flock brought about by Jesus.

His sheep, the Shepherd «leads out» from the fold. The verb used here by the evangelist is the technical term of the vocabulary of the Exodus: God «brought out» his people, the children of Israel, from Egypt (Ex 3:10; 6:27); likewise later, at the time of the second Exodus, he will «bring them out» from among the peoples (Ez 34:13). The idea evoked by this word is clear: «to lead out» means to liberate from slavery. It is striking, and at the same time tragic, that this term, once used to indicate the end of captivity, must now be used against Israel itself; for its eyes did not open to the true light of the messianic times, and therefore the Messiah Jesus must now «lead out» his sheep, as once from Egypt.

But in order to grasp all the implications of this idea within the overall economy of Jesus’ life, it must be connected to the preceding account, that of the man born blind, where it had already been formulated. For this man, Jesus was at first only an unknown figure (Jn 9:11). But after the healing, in the course of the controversy with the Jews, he progressively discovers in him a prophet (v. 17), one sent by God (v. 33), the Son of Man (vv. 35–37), thus becoming the very type of the believer. The Jews, on the other hand, who considered themselves so clear-sighted in religious matters, became completely blind before the light of the world (vv. 39–41). Now, seeing the attachment of the former blind man to Jesus, «they cast him out» (Jn 9:34). At this moment the κρίμα is fulfilled, the judgment of which Jesus speaks at the end of the controversy (Jn 9:39), a judgment that foreshadows and announces the rupture between Church and Synagogue (ἀποσυνάγωγος of Jn 9:22). In the present passage, the behavior of those same Jews is thus taken up again and ratified: they had excluded from the synagogue the man born blind, healed by Jesus and become his disciple. The call that the Shepherd addresses to his sheep within the Jewish fold thus becomes the first act of a separation: that which will oppose the old flock, Israel, and the new one, the Church. It is probable that John is writing precisely in this moment when this separation is taking place, which nevertheless does not authorize any anti-Jewish retaliation or justification of antisemitism.

The relationship between the Shepherd and his sheep is described in these terms: «He goes before them, and the sheep follow him». As he has already done, the evangelist once again uses the vocabulary typical of the Exodus cycle: «The Lord your God who goes before you will himself fight for you, just as he did for you in Egypt before your eyes» (Deut 1:30; Mic 2:13). In the Fourth Gospel, the verb «to go» (πορεύεσθαι) almost always refers to Jesus in relation to his mission, which is a new Exodus (cf. Jn 14:2,3,12,28; 16:7,28). In this way, the Shepherd who walks ahead of his sheep presents himself as the new leader of the people of God. The sheep «follow» him, expressing that essential docility of the disciple toward the Master (cf. Jn 1:37,38,41,43), founded on the fact that they know his voice. These themes will then be taken up more insistently in the second part of the discourse (vv. 14–16) and later in Jesus’ final declarations at the feast of Dedication (v. 27).

How, finally, must the expression «the gate of the sheep» be interpreted? If the old fold has completed its function, it is no longer necessary to mention it; logically, Jesus could have said: «I am the gate of the fold». But instead he uses a new expression, because now he himself is the gate for the sheep. New relationships are henceforth outlined between Jesus and his own; once they have gone out of the fold, the sheep must now «enter» through the gate which is Jesus. Here we pass from the historical level to the typological and spiritual level. It is no longer a matter of the fold of Judaism: by entering through the «gate» that is Jesus, the sheep enter into a new environment of a completely different nature. The exegetes refer in this regard to Ps 118:19–20: «Open to me the gates of righteousness: I will enter them and give thanks to the Lord. This is the gate of the Lord; the righteous shall enter through it». It is likely that the background of our verse is this psalm, since Ps 118 was used in the liturgy of the feast of Tabernacles, and we recall that the discourse on the Good Shepherd was delivered, according to John, in the vicinity of the Temple, at the concluding moment of that great solemnity. The whole context therefore favored the use of this metaphor of the gate. But the insistence with which Jesus applies it to himself — «I am the gate of the sheep» — clearly shows that it can no longer refer to the Temple of the old economy. Jesus, drawing inspiration from the realities that surround him, intends to speak of the new Temple that he himself inaugurates. In the figurative discourse, the gate and the fold still designated historical realities: the Temple of Jerusalem and the theocratic Judaism; but from the moment in which these realities are referred metaphorically to Jesus, they are transposed to another level, which is spiritual.

The use of the terminology of our verse in the pre-Johannine Christian tradition is also very illuminating. The Synoptics speak several times of the gate that gives access to the Kingdom (Mt 7:13–14; 25:10–12; Lk 13:24–26); it was a metaphor belonging to the eschatological vocabulary. The same applies to the verb «to enter», which was commonly used to designate entry into the Kingdom of God (Mt 7:21; Acts 14:22). John takes up this usage (Jn 3:5), but in the present context everything is centered on Jesus: it is through him that one must «enter» in order to be saved.

This necessarily brief analysis of the vocabulary of our passage highlights the theological significance of Jesus’ statement: «I am the gate of the sheep». The first idea it expresses is that of mediation, and therefore of the possibility of access to salvation. This is explicitly stated in v. 9: «I am the gate: whoever enters only through me will be saved». On the other hand, Jesus is not only mediator. The gate is not merely a place of passage through which one «enters»; it already belongs to the fold itself. Indeed, in the Old Testament, the «gate» of the city or of the Temple often metonymically indicates the entire city or the Temple in its totality: cf. Ps 122:2; 87:1–2; 118:20. Applied to Jesus, the image of the gate therefore does not only mean that through him one has access to salvation and to life; it also indicates that the sheep find these goods in him. In other words, Jesus is not only a way of access; he is also the new fold, the new Temple, in which his own can obtain the messianic goods. Here we find again the theme of Jesus as the new Temple, proclaimed by Saint John from the very beginning of his Gospel (2:13–22). But if this is so, one might ask why the metaphor of the gate has been preferred to that of the fold or of the Temple. Probably the image of the gate, with all that its biblical background suggested, was better suited to express simultaneously two connected ideas: on the one hand, that of entrance, of mediation; on the other, that of a vital environment and of communion. These are the two ideas that will reappear in the very evocative text of Jn 14:6: «I am the Way, and the Truth, and the Life»; Jesus is the Way to the Father, the perfect mediator who grants us access to the life of the Father; but he is at the same time the Life: in Jesus himself we find the life of the Father, because he, the Only-Begotten Son «who is in the bosom of the Father» (Jn 1:18), possesses it in himself in fullness.

The patristic tradition will place greater emphasis on the future, specifically eschatological aspect of the theme of the gate: through Jesus we have access to eternal life, to the kingdom of heaven. But here, as elsewhere, John anticipates the eschatological themes in the very person and historical work of Jesus: at the same time, through him and in communion with him, already now we can obtain the goods of salvation, the divine life. The idea expressed here has been magnificently commented upon in an anonymous text that circulated under the name of Augustine in various florilegia of patristic citations: «Jesus ostium est, ostium in quo et domus est, domus in qua et requies defatigatis est». See also Ignatius of Antioch: «He is the door of the Father, through which enter Abraham, Isaac and Jacob and the prophets and the apostles and the Church»; Hermas: «The gate is the Son of God. It is the only entrance that leads to the Lord. No one will therefore be introduced to him except through his Son»; Saint Augustine: «Christus est enim illa janua, et per Christum intramus ad vitam aeternam».

From the Hermitage, 26 April 2026

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EL BUEN PASTOR Y LA PUERTA DE LAS OVEJAS

El redil de las ovejas indica metafóricamente el lugar santo de Israel, el Templo de Jerusalén, o su vestíbulo, que representa y simboliza el judaísmo teocrático; mientras que el pastor de las ovejas, aquel que entra por la puerta, es Jesús, el nuevo Pastor de Israel, que, en efecto, se presentó en el Templo de Jerusalén para revelarse a los judíos durante la fiesta de los Tabernáculos.

 

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La liturgia reserva a la figura del Buen Pastor un lugar privilegiado en el Cuarto Domingo de Pascua. Toda la Tradición transmite la idea fundamental de que Cristo es el salvador de las ovejas, pues Jesús conduce a los suyos más allá de la muerte, hacia los pastos celestiales, en la casa del Padre. El pasaje que se presenta a continuación expresa esta tensión que es al mismo tiempo soteriológica y cristológica.

«En verdad, en verdad os digo: el que no entra por la puerta en el redil de las ovejas, sino que sube por otra parte, ése es ladrón y salteador. Pero el que entra por la puerta es pastor de las ovejas. El guardián le abre y las ovejas escuchan su voz: él llama a sus ovejas, a cada una por su nombre, y las saca fuera. Y cuando ha sacado todas sus ovejas, camina delante de ellas, y las ovejas lo siguen porque conocen su voz. A un extraño, en cambio, no lo seguirán, sino que huirán de él, porque no conocen la voz de los extraños». Jesús les dijo esta parábola, pero ellos no comprendieron de qué les hablaba. Entonces Jesús les dijo de nuevo: «En verdad, en verdad os digo: yo soy la puerta de las ovejas. Todos los que vinieron antes de mí son ladrones y salteadores; pero las ovejas no los escucharon. Yo soy la puerta: si uno entra por mí, será salvado; entrará y saldrá y encontrará pasto. El ladrón no viene sino para robar, matar y destruir; yo he venido para que tengan vida y la tengan en abundancia» (Jn 10,1-10).

Para comprender mejor el alcance del texto, es necesario situarlo dentro de la gran sección del cuarto Evangelio a la que pertenece, que va desde Jn 7,1 hasta Jn 10,42. Estos cuatro capítulos constituyen el centro de la vida pública de Jesús, el punto culminante de su revelación al mundo, en el Templo de Jerusalén. La unidad temática de esta sección es evidente: Jesús se revela al mundo (cf. 7,4), pero se encuentra continuamente en controversia con «los judíos». Vuelve aquí un tema del prólogo que alcanza su punto decisivo en lo que se refiere a la vida pública de Jesús: «Vino a los suyos y los suyos no lo recibieron» (Jn 1,11).

Ante todo, ¿qué es este «redil de las ovejas»? En la Biblia griega se asocia con frecuencia, de modo metafórico, a espacios relacionados con el Templo. Añadamos además que, ya en el Antiguo Testamento, el término «ovejas» se utiliza a menudo en sentido alegórico para designar al pueblo de Israel (Ez 34,31; Jer 23,1). El vocabulario de nuestro versículo evocaría, por tanto, una situación análoga a la del Sal 100,3-4 (LXX):

«Reconoced que el Señor es Dios: él nos hizo y somos suyos, su pueblo y el rebaño de su pasto. Entrad por sus puertas con acción de gracias, por sus atrios con himnos de alabanza; dadle gracias, bendecid su nombre».

En Jn 10,1 el redil de las ovejas indica metafóricamente el lugar santo de Israel, el Templo de Jerusalén o su vestíbulo, que representa y simboliza el judaísmo teocrático; mientras que el pastor de las ovejas, aquel que entra por la puerta, es Jesús, el nuevo Pastor de Israel, que en efecto se presentó en el Templo de Jerusalén para revelarse a los judíos durante la fiesta de los Tabernáculos (Jn 7,14).

Se trata de alusiones veladas pero precisas que Jesús, según san Juan, está haciendo acerca de su misión; en ellas se mezclan elementos figurados y referencias a situaciones históricas, con el fin de hacer comprender el valor y la naturaleza de su mesianidad. Él no es un ladrón ni un salteador — el mismo término griego será utilizado para identificar a Barrabás en el relato de la pasión, descrito por Mateo como un prisionero «famoso» (Mt 27,16) — Jesús no es un revolucionario ni un rebelde interesado en una liberación violenta del dominio romano para instaurar un poder judío a la vez político y religioso. Por el contrario, entró en el Templo por el camino legítimo, durante la fiesta de los Tabernáculos; se presentó legítimamente al pueblo judío para revelarse como su Pastor, como el verdadero Mesías. En el capítulo 10 de san Juan, Jesús adopta un lenguaje figurado y enigmático, pero la enseñanza sigue siendo esencialmente la misma: tiene siempre como objeto su misión mesiánica.

El segundo versículo del pasaje es aún más relevante desde el punto de vista teológico: «Él llama a sus ovejas, a cada una por su nombre, y las saca fuera». Todas las ovejas del redil, los judíos, pudieron conocer la palabra de Jesús (cf. Jn 18,20), pero solo algunas se convirtieron en «sus ovejas», es decir, aquellas que le fueron dadas por el Padre (v. 29; cf. 6,37.39). En virtud de este don, Jesús puede decir que están «en su mano» (v. 28); por la misma razón, durante la última cena, podrá considerar a los discípulos como «los suyos» (Jn 13,1). A esta disposición por parte del Padre corresponde una llamada por parte de Jesús: «Él llama a sus ovejas, a cada una por su nombre». Este es el primer acto de la constitución de un nuevo rebaño realizado por Jesús.

A sus ovejas el Pastor las «saca» del redil. El verbo utilizado aquí por el evangelista es el término técnico del vocabulario del Éxodo: Dios «sacó» de Egipto a su pueblo, los hijos de Israel (Ex 3,10; 6,27); del mismo modo, más tarde, en el momento del segundo Éxodo, los «sacará» de entre los pueblos (Ez 34,13). La idea evocada por esta palabra es clara: «sacar» significa liberar de la esclavitud. Es notable y al mismo tiempo trágico que este término, utilizado en otro tiempo para indicar el fin de la cautividad, deba ahora aplicarse contra el mismo Israel; porque sus ojos no se abrieron a la verdadera luz de los tiempos mesiánicos, y por ello el Mesías Jesús debe ahora «sacar» a sus ovejas, como en otro tiempo de Egipto.

Pero para comprender todas las implicaciones de esta idea en el conjunto de la vida de Jesús, es necesario relacionarla con el relato precedente, el del ciego de nacimiento, donde ya había sido formulada. Para este hombre, Jesús al principio no era más que un desconocido (Jn 9,11). Pero, después de la curación, en el curso de la controversia con los judíos, descubre progresivamente en él a un profeta (v. 17), a un enviado de Dios (v. 33), al Hijo del hombre (vv. 35-37), convirtiéndose así en el tipo mismo del creyente. Los judíos, en cambio, que se creían tan clarividentes en materia religiosa, se volvieron completamente ciegos ante la luz del mundo (vv. 39-41). Ahora, al ver el apego del ex ciego a Jesús, «lo expulsaron» (Jn 9,34). En ese momento se cumple el κρίμα, el juicio del que hablará Jesús al final de la controversia (Jn 9,39), juicio que prefigura y anuncia la ruptura entre Iglesia y Sinagoga (ἀποσυνάγωγος de Jn 9,22). En el pasaje de hoy se retoma y se sanciona así el comportamiento de aquellos mismos judíos, que habían excluido de la sinagoga al ciego de nacimiento curado por Jesús y convertido en su discípulo. La llamada que el Pastor dirige a sus ovejas dentro del redil judío se convierte así en el primer acto de una separación: la que opondrá el antiguo rebaño, Israel, y el nuevo, la Iglesia. Es probable que Juan esté escribiendo precisamente en este momento en que la separación se está produciendo, lo cual, sin embargo, no autoriza en absoluto represalias antijudías ni justificaciones del antisemitismo.

Los vínculos entre el Pastor y sus ovejas se describen en estos términos: «Él camina delante de ellas y las ovejas lo siguen». Como ya ha hecho, el evangelista utiliza de nuevo el vocabulario propio del ciclo del Éxodo: «El Señor vuestro Dios, que marcha delante de vosotros, combatirá por vosotros, como lo hizo con vosotros en Egipto ante vuestros ojos» (Dt 1,30; Miq 2,13). En el cuarto Evangelio, el verbo «caminar» (πορεύεσθαι) se refiere casi siempre a Jesús en relación con su misión, que es un nuevo Éxodo (cf. Jn 14,2.3.12.28; 16,7.28). De este modo, el Pastor que camina delante de sus ovejas se presenta como el nuevo jefe del pueblo de Dios. Las ovejas lo «siguen», expresando la docilidad esencial del discípulo hacia el Maestro (cf. Jn 1,37.38.41.43), fundada en el hecho de que conocen su voz. Estos temas serán retomados con mayor insistencia en la segunda parte del discurso (vv. 14-16) y posteriormente en las declaraciones finales de Jesús en la fiesta de la Dedicación (v. 27).

¿Cómo debe interpretarse, finalmente, la expresión «la puerta de las ovejas»? Si el antiguo redil ha terminado su función, ya no es necesario mencionarlo; lógicamente, Jesús podría haber dicho: «Soy la puerta del redil». Pero utiliza una expresión nueva, porque ahora él mismo es la puerta para las ovejas. Entre Jesús y los suyos se delinean desde ahora nuevas relaciones; una vez fuera del redil, las ovejas deben «entrar» a través de la puerta que es Jesús. Se pasa aquí del plano histórico al plano tipológico y espiritual. Ya no se trata del redil del judaísmo: entrando por la «puerta» que es Jesús, las ovejas penetran en un nuevo ámbito de naturaleza completamente distinta. Los exegetas remiten a este propósito al Sal 118,19-20: «Abridme las puertas de la justicia: entraré por ellas para dar gracias al Señor. Esta es la puerta del Señor: por ella entran los justos». Es verosímil que el trasfondo de nuestro versículo sea este salmo, ya que el Sal 118 se utilizaba en la liturgia de la fiesta de los Tabernáculos, y recordemos que el discurso del Buen Pastor fue pronunciado, según Juan, en las cercanías del Templo, en el momento conclusivo de aquella gran solemnidad. Todo el contexto favorecía, por tanto, el uso de esta metáfora de la puerta. Pero la insistencia con la que Jesús la aplica a sí mismo — «Yo soy la puerta de las ovejas» — muestra claramente que ya no puede tratarse del Templo de la antigua economía. Jesús, inspirándose en las realidades que lo rodean, quiere hablar del nuevo Templo que él mismo inaugura. En el discurso figurado, la puerta y el redil designaban todavía realidades históricas: el Templo de Jerusalén y el judaísmo teocrático; pero a partir del momento en que estas realidades se refieren metafóricamente a Jesús, se trasladan a otro plano, que es el espiritual.

También el uso de la terminología de nuestro versículo en la tradición cristiana prejohánica resulta muy iluminador. Los sinópticos hablan varias veces de la puerta que da acceso al Reino (Mt 7,13-14; 25,10-12; Lc 13,24-26); era una metáfora del vocabulario escatológico. Lo mismo sucede con el verbo «entrar», que se utilizaba comúnmente para designar el ingreso en el Reino de Dios (Mt 7,21; Hch 14,22). Juan retoma este uso (Jn 3,5), pero en el contexto actual todo se concentra en Jesús: es a través de él como hay que «entrar» para ser salvados.

Este análisis necesariamente breve del vocabulario de nuestro pasaje pone de relieve el alcance teológico de la afirmación de Jesús: «Yo soy la puerta de las ovejas». La primera idea que expresa es la de mediación, y por tanto la posibilidad de acceso a la salvación. Se afirma explícitamente en el v. 9: «Yo soy la puerta: quien entre solo por mí será salvado». Por otra parte, Jesús no es solo mediador. La puerta no es únicamente un lugar de paso por el que se «entra»; pertenece ya al mismo redil. En efecto, en el Antiguo Testamento, la «puerta» de la ciudad o del Templo indica con frecuencia, por metonimia, el conjunto de la ciudad o el Templo en su totalidad: cf. Sal 122,2; 87,1-2; 118,20. Aplicada a Jesús, la imagen de la puerta no significa, por tanto, solamente que a través de él se accede a la salvación y a la vida; indica además que las ovejas encuentran estos bienes en él. En otras palabras, Jesús no es solo un acceso; es también el nuevo redil, el nuevo Templo, en el que los suyos pueden obtener los bienes mesiánicos. Aquí reaparece el tema de Jesús como nuevo Templo, enunciado por san Juan desde el inicio de su Evangelio (2,13-22). Pero, si esto es así, cabe preguntarse por qué se ha preferido la metáfora de la puerta a la del redil o del Templo. Probablemente, la imagen de la puerta, con todo lo que sugería su trasfondo bíblico, era más apta para expresar simultáneamente dos ideas relacionadas: por una parte, la de entrada, de mediación; por otra, la de un ambiente vital y de comunión. Son las dos ideas que reaparecerán en el sugestivo texto de Jn 14,6: «Yo soy el Camino, la Verdad y la Vida»; Jesús es el Camino hacia el Padre, el mediador perfecto que nos introduce en la vida del Padre; pero es al mismo tiempo la Vida: en el mismo Jesús encontramos la vida del Padre, porque él, el Hijo Unigénito «que está en el seno del Padre» (Jn 1,18), la posee en sí mismo en plenitud.

La tradición patrística subrayará más el aspecto futuro, específicamente escatológico, del tema de la puerta: a través de Jesús tenemos acceso a la vida eterna, al reino de los cielos. Pero aquí, como en otros lugares, Juan anticipa los temas escatológicos en la misma persona y en la obra histórica de Jesús: al mismo tiempo, a través de él y en comunión con él, ya desde ahora podemos obtener los bienes de la salvación, la vida divina. La idea expresada aquí ha sido magníficamente comentada en un texto anónimo que circuló bajo el nombre de Agustín en diversos florilegios de citas patrísticas: «Jesus ostium est, ostium in quo et domus est, domus in qua et requies defatigatis est». Véase también Ignacio de Antioquía: «Él es la puerta del Padre, por la cual entran Abraham, Isaac y Jacob y los profetas y los apóstoles y la Iglesia»; Hermas: «La puerta es el Hijo de Dios. Es la única entrada que conduce al Señor. Nadie será introducido ante él sino por su Hijo»; san Agustín: «Christus est enim illa janua, et per Christum intramus ad vitam aeternam».

Desde el Ermitage, 26 de abril de 2026

 

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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Il diritto di insultare e il divieto di essere criticati

IL DIRITTO DI INSULTARE E IL DIVIETO DI ESSERE CRITICATI

Mica vorremo mettere a confronto una sciocchezza irrilevante, tale è un figlio che maltratta la propria madre, rispetto a un prete che dopo un dibattito polemico è querelato da un attivista LGBT e per il quale, a logico rigore di colui che tacer non può, andrebbero richiesti l’ergastolo e il regime di massima sicurezza ex art. 41-bis, previa scomunica e dimissione dallo stato clericale? 

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Nell’epoca della cultura hip-hop e, in particolare, nella musica rap si conosce una metodologia per prendere in giro e sbeffeggiare l’avversario fatta di canzoni, di rime e testi che vengono diffusi via social. Stiamo parlando del “Dissing”, abbreviazione del termine inglese “disrespecting” (mancanza di rispetto).

The Mirror, 2014)

Tra il serio e il faceto, il Dissing si attesta tra il gioco e la provocazione, una schermaglia tra abilità del mondo rap e punzecchiature della cultura social. Spesso però il “Dissing” si rivela come un mezzo per far parlare di sé, per fare o farsi pubblicità, per uscire dall’anonimato e farsi conoscere; per svuotarsi dell’etichetta di “sfigato” e per entrare nell’olimpo di coloro che contano. Molti “Dissing” hanno portato degli innegabili vantaggi in termini di visibilità e notorietà a personaggi del mondo rap e pop, fino a toccare anche altri aspetti della vita pubblica, per cui abbiamo assistito anche a “Dissing” tra esponenti politici o del mondo della televisione e del cinema.

Anche nel mondo del cattolicesimo digitale, annoveriamo chi fa dello sberleffo e dell’invettiva un modus operandi consueto per colpire coloro che non sono di suo gradimento e che non si allineano alla sua personale visione del mondo cattolico. Un “Dissing” molto più malevolo e radicale che ha perso la nota della giocosità e della schermaglia tra pari (di cui si riconosce il valore e il rispetto) per rivestirsi di tutta quella perversità e insolenza del peggiore risentimento clericale che dovrebbe essere prontamente allontanato, pena il restarne gravemente invischiati.

Esiste un personaggio ormai tristemente noto «di cui è pietoso e saggio tacere anche il nome» (cfr. Il Nome della Rosa, 1986), perché basta leggerlo per riconoscerlo: linguaggio aggressivo, giudizi senza appello, etichette distribuite con generosità a chiunque non rientri nei suoi schemi. È un soggetto che tacer non può, o come afferma Sant’Agostino nella sua Epistola 23 del 392: silere non possum (non posso tacere). Per questo scrive molto, colpisce sempre, non risparmia nessuno: preti, vescovi, cardinali, ma soprattutto giornalisti. Tutto può diventare bersaglio. Ogni aggressione verbale viene giustificata allo stesso modo: franchezza, giustizia, libertà di parola, difesa della fede. Non c’è misura, né rispetto per l’avversario, né distinzione tra critica e insulto: tutto confluisce nello stesso registro, quello dell’aggressione sistematica e reiterata.

Non è un eccesso, ma un metodo. Il linguaggio non serve più a comprendere la realtà, ma a ridurla e piegarla: una parola sostituisce un ragionamento, un’etichetta un’analisi, una formula liquida una persona. Non richiede competenza né verifica, ma solo sicurezza e ripetizione. Ed è proprio per questo che funziona nell’ecosistema digitale: lì la velocità conta più della precisione e l’impatto più della verità.

Questo linguaggio non costruisce nulla: non chiarisce, non distingue, non apre spazi, ma semplifica e chiude, trasformando la realtà in una sequenza di bersagli. Più che per ciò che afferma, questo personaggio è riconoscibile per ciò che evita: il confronto reale. E qui emerge il punto decisivo: non tollera di essere contraddetto. Non serve un attacco, basta una smentita documentata o una critica pacata. A quel punto cambia tutto. Chi fino a un momento prima insultava si presenta come vittima; chi delegittimava tutti denuncia di essere delegittimato; chi parlava senza limiti pretende ora tutela. Il rovesciamento è immediato e sistematico.

Lo si vede con chiarezza anche quando i fatti entrano nel discorso, per esempio quando accusa e istiga terzi ad accusare un prete dedito all’attività pubblicistica di essere stato querelato anni fa per diffamazione da un attivista LGBT, vicenda peraltro in attesa di giudizio presso il tribunale d’appello. Al tempo stesso, però, è capace di stracciarsi le vesti dichiarandosi altamente leso se qualcuno gli replica che in un provvedimento della Suprema Corte di Cassazione, relativo a un contenzioso da lui promosso contro i propri stessi genitori, trascinati sino all’estremo grado di giudizio — dopo avere perso in primo grado e in appello —, il giudice di legittimità scrive:

«non vi è alcuna prova degli asseriti maltrattamenti subiti dal reclamante mentre è in corso un processo per lo stesso reato a carico dello stesso per fatti commessi nei confronti della madre» (cfr. pag. 3, vedere qui).

Può essere però che per colui che tacer non può, un giudizio promosso da un attivista LGBT per diffamazione a mezzo stampa e al momento in attesa del giudizio d’appello, sia molto più grave di un giudice di cassazione che scrive in una ordinanza che è in corso un processo a suo carico per maltrattamenti verso la madre. Mica vorremo mettere a confronto una sciocchezza irrilevante, tale è un figlio che maltratta la propria madre, rispetto a un prete che dopo un dibattito polemico è querelato da un attivista LGBT e per il quale, a logico rigore di colui che tacer non può e degli infelici che gli danno corda, andrebbero richiesti l’ergastolo e il regime di massima sicurezza ex art. 41-bis, previa scomunica e dimissione dallo stato clericale? 

È sempre lo stesso schema raffigurato in un precedente articolo dedicato alla psicologia del narcisista maligno (vedere qui): chi aggredisce pretende di apparire come vittima. Finché la parola procede in una sola direzione, il sistema regge, purché non subentri la reciprocità, perché si può colpire di parola, ma non essere messi, con la stesse parola, di fronte alle proprie evidenti incoerenze. Ecco allora che si attacca e poi si denuncia di essere stati attaccati; si espone e poi si lamenta di essere esposti; si colpisce e poi si invoca protezione; si dichiara di essere stati maltrattati dalla madre e ci si ritrova dinanzi a un giudice che lungi dal cadere nel tranello di questa inversione, scrive in una ordinanza che è in corso un procedimento a carico del figlio, in quanto era lui a maltrattare la madre e non viceversa. Ordinaria incoerenza? No, è un sistema perfettamente coerente nella sua logica: libertà assoluta per sé, limite assoluto per gli altri.

Quando questa dinamica viene messa alla prova, il confronto scompare. Non si entra nel merito, non si risponde alle argomentazioni: si cambia piano. E così la questione non è più ciò che è vero o falso, ma chi ha il diritto di parlare. La verità non viene confutata: viene aggirata e se serve manipolata. Questo spostamento ha un effetto preciso: porta l’attenzione dal contenuto alla persona. Non conta ciò che viene detto, ma chi lo dice; non la correttezza di un’argomentazione, ma la legittimità di chi la pronuncia. Il discorso diventa così impermeabile a qualsiasi verifica.

A questo punto si compie un ulteriore passaggio. Non ci si limita più alla parola: si ricorre a segnalazioni, esposti e azioni formali rivolte a piattaforme o ad altri soggetti, non per tutelare un diritto realmente leso, ma per colpire in ogni modo l’interlocutore. Strumenti nati per garantire tutela vengono così piegati a una funzione diversa: non chiarire, ma scoraggiare; non difendere, ma creare pressione; non accertare, ma logorare attraverso la reiterazione. Non è necessario avere ragione: è sufficiente attivare il meccanismo. Il solo fatto di costringere l’altro a difendersi produce già un risultato: tempo sottratto, energia consumata, pressione continua.

Non siamo più nell’ambito della polemica, ma in quello di dinamiche intimidatorie di tipo mafioso. Il confronto viene sostituito dal tentativo di impedirlo, la risposta dalla pressione, la dialettica aggirata invece che affrontata. A questo livello diventa chiaro che non siamo davanti a qualcuno che difende la fede, ma a qualcuno che utilizza il linguaggio religioso come strumento violento di affermazione personale. Non interessa chiarire, ma prevalere; non convincere, ma occupare lo spazio; non cercare la verità, ma controllare la narrazione.

Questo produce anche un effetto più ampio. Chi legge, soprattutto se meno formato, tende a interiorizzare lo schema: se chi parla così non viene contraddetto, allora deve avere ragione; se usa toni assoluti, allora possiede certezze; se attacca tutti, allora difende qualcosa. È così che una dinamica aggressiva si trasforma in apparente autorevolezza: non perché sia fondata, ma perché è continua. L’insulto diventa linguaggio ordinario, la delegittimazione metodo, il conflitto sistema. Tutto si regge su una logica semplice: ciò che è lecito per sé non è lecito per gli altri. E, come è stato scritto su queste colonne in un articolo già richiamato prima (vedere qui), l’Autorità Ecclesiastica ha le proprie responsabilità in tal senso per non essersi mai attivata a tutela di quei soggetti deboli e fragili — certi preti inclusi — che alle falsità di simili personaggi prestano ascolto, pensando che tutto si potesse risolvere da sé col tempo ignorando semplicemente il problema, anziché affrontarlo e stroncarlo sul nascere con tutti i mezzi leciti a nostra disposizione.

Il paradosso è evidente: chi accusa tutti perché tacer non può, non accetta di essere contraddetto, chi giudica tutti non accetta di essere giudicato, chi pretende di dire la verità non accetta che quella verità venga verificata. Alla fine, non si cerca un confronto, ma un monopolio: non discutere, ma stabilire chi può parlare senza essere contraddetto. La libertà di parola viene così ridotta alla sua forma più povera: parlare sempre, rispondere mai. Non è difesa della fede, è la sua caricatura, nella misura in cui è tristemente caricaturale il soggetto che la incarna, che non è tanto un nome di persona, che pure ha, ma un triste paradigma del peggio che riescono a offrire i social media.

Sanluri, 22 aprile 2026

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