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Quanto è facile l’astinenza dalle carni come penitenza – How easy is abstinence from meat as a penitential practice – Qué fácil es la abstinencia de carne como penitencia

24 Febbraio 2026/in Pastorale Liturgica/da Padre Simone

Italian, english, español

 

QUANTO È FACILE L’ASTINENZA DALLE CARNI COME PENITENZA

Oggi può essere più penitenziale mangiare un semplice panino con la mortadella che non ordinare una spigola di mare da ottanta euro al chilo. Non perché la disciplina ecclesiale sia diventata obsoleta, ma perché la realtà sociale si è trasformata. L’astinenza rimane segno, ma il segno rischia di svuotarsi se non viene compreso nel suo significato profondo.

— Pastorale liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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PDF articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso

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Non per pungente ironia fiorentina, ma verità: talvolta mi sono chiesto, con sincera curiosità — quali penitenze quaresimali si possano proporre a vegetariani e vegani se già di per sé la carne non la mangiano. Forse l’astinenza dalla soia? O dall’insalata biologica? La domanda può strappare un sorriso, ma ne nasconde un’altra, ben più seria: che cosa significa davvero fare penitenza?

L’astinenza dalle carni non nasce da una dietetica ecclesiastica né da un’antica diffidenza teologica verso la bistecca. Affonda le sue radici in una tradizione ascetica che ha sempre compreso il valore simbolico e pedagogico del cibo. Nelle società antiche la carne non era alimento ordinario, ma segno di festa, di abbondanza, di gioia. Rinunciarvi significava sottrarsi volontariamente a ciò che era percepito come prezioso. Non si trattava di mortificare il corpo, ma di educare il desiderio.

La Chiesa ha custodito questa disciplina non come fine in sé, ma come segno concreto di un atteggiamento interiore: la conversione. Come ricordava san Leone Magno, «il digiuno quaresimale non consiste soltanto nell’astinenza dal cibo, ma soprattutto nell’allontanarsi dal peccato» (Sermo 39, 2). La penitenza cristiana non è mai stata un esercizio punitivo, ma un cammino di libertà. Si rinuncia a qualcosa di lecito per ricordare a se stessi che non tutto ciò che è lecito è necessario, e che la felicità non dipende dal possesso ma dall’ordine del cuore.

Con il mutare dei tempi, tuttavia, mutano anche le percezioni. Oggi può essere più penitenziale mangiare un semplice panino con la mortadella che non ordinare una spigola di mare da ottanta euro al chilo. Non perché la disciplina ecclesiale sia diventata obsoleta, ma perché la realtà sociale si è trasformata. L’astinenza rimane segno, ma il segno rischia di svuotarsi se non viene compreso nel suo significato profondo.

Il punto non è la carne: è la libertà. La penitenza non consiste nel cambiare menù, ma nel cambiare misura. Non è privazione fine a se stessa, né esercizio di volontarismo ascetico. È rinuncia ordinata a un bene per acquisire un bene maggiore. È sottrarre qualcosa al consumo per restituirlo alla fede, alla speranza e alla carità. Perché «dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21): la penitenza sposta il tesoro per riorientare il cuore. E forse, in questo nostro tempo, le penitenze più difficili non passano necessariamente dal piatto. Rinunciare a una bistecca può risultare relativamente semplice; rinunciare allo schermo acceso per ore può esserlo molto meno. Spegnere il telefono, limitare l’uso dei social, sottrarsi all’intrattenimento fine a se stesso, custodire il silenzio in un mondo che vive di rumore continuo: queste sono privazioni che toccano nervi scoperti.

Per i più, è più arduo astenersi da notifiche e commenti che da una fiorentina al sangue. Eppure, se la penitenza ha lo scopo di educare il desiderio e rafforzare la libertà interiore, è proprio lì che si gioca la sfida. San Paolo lo esprimeva con immagini atletiche:

«Tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo aver predicato agli altri, io stesso venga squalificato» (1 Cor 9,27).

Quello paolino non è disprezzo del corpo, ma disciplina della libertà. La penitenza cristiana non è un impoverimento, ma un investimento. Non produce sterilità, ma fecondità. Rinunciare a qualcosa per amore di Dio significa creare spazio affinché Dio agisca. È un gesto che riduce il superfluo per far emergere l’essenziale. E l’essenziale, per il cristiano, non è il sacrificio in sé, ma la comunione con Cristo.

La Quaresima è precisamente questo: un cammino penitenziale che culmina nella Settimana Santa e si apre alla gioia della Risurrezione. Non è un periodo di tristezza rituale, ma un tempo di preparazione. Si attraversa il deserto per giungere alla Pasqua. Si rinuncia a qualcosa di temporaneo per ricordare a se stessi che siamo destinati all’eterno.

L’astinenza dalle carni, allora, non è una reliquia disciplinare né un formalismo alimentare. È un segno. E come ogni segno, chiede di essere compreso. Se rimane gesto esteriore, si riduce a pratica vuota. Se diventa atto consapevole, si trasforma in scuola di libertà. Che si tratti di carne, di schermi o di altre abitudini radicate, la domanda resta la stessa: sono padrone dei miei desideri o ne sono governato? La penitenza serve a rispondere a questa domanda con un atto concreto. Perché la vera mortificazione non è rinunciare a ciò che non ci costa nulla, ma imparare a dire “no” a ciò che ci domina, per poter dire un “sì” più grande a Dio. E quel “sì” non si esaurisce in quaranta giorni. È l’anticipo di una Pasqua che non avrà tramonto.

Firenze, 23 febbraio 2026

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HOW EASY IS ABSTINENCE FROM MEAT AS A PENITENTIAL PRACTICE

Today it may be more penitential to eat a simple mortadella sandwich than to order a sea bass costing eighty euros per kilogram. Not because ecclesial discipline has become obsolete, but because social reality has changed. Abstinence remains a sign, yet the sign risks becoming empty if it is not understood in its deeper meaning.

— Liturgical pastoral —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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Not out of sharp Florentine irony, but in truth: at times I have wondered, with sincere curiosity, what Lenten penances might be proposed to vegetarians and vegans if they already do not eat meat. Perhaps abstinence from soy? Or from organic salad? The question may provoke a smile, but it conceals another, far more serious one: what does it truly mean to do penance?

Abstinence from meat does not arise from ecclesiastical dietetics nor from some ancient theological suspicion toward steak. It is rooted in an ascetical tradition that has always understood the symbolic and pedagogical value of food. In ancient societies, meat was not an ordinary food but a sign of celebration, abundance, and joy. To renounce it meant voluntarily refraining from what was perceived as precious. It was not about mortifying the body, but about educating desire.

The Church has preserved this discipline not as an end in itself, but as a concrete sign of an interior disposition: conversion. As Saint Leo the Great recalled, “Lenten fasting does not consist only in abstinence from food, but above all in turning away from sin” (Sermo 39, 2). Christian penance has never been a punitive exercise, but a path to freedom. One renounces something lawful in order to remind oneself that not everything lawful is necessary, and that happiness does not depend on possession but on the order of the heart.

With the passing of time, however, perceptions also change. Today it may be more penitential to eat a simple mortadella sandwich than to order a sea bass costing eighty euros per kilogram. Not because ecclesial discipline has become obsolete, but because social reality has changed. Abstinence remains a sign, yet the sign risks becoming empty if it is not understood in its deeper meaning.

The point is not meat; it is freedom. Penance does not consist in changing the menu, but in changing the measure. It is not deprivation for its own sake, nor an exercise in ascetical voluntarism. It is an ordered renunciation of a good in order to acquire a greater good. It is withdrawing something from consumption in order to restore it to faith, hope, and charity. For “where your treasure is, there your heart will be also” (Mt 6:21): penance shifts the treasure so as to reorient the heart. And perhaps, in our own time, the more difficult penances do not necessarily pass through the plate. Renouncing a steak may prove relatively simple; renouncing a screen left on for hours may be far more difficult. Turning off the phone, limiting the use of social media, abstaining from entertainment for its own sake, preserving silence in a world that lives in constant noise: these are privations that touch exposed nerves.

For many — perhaps for most — it is more arduous to abstain from notifications and comments than from a rare Florentine steak. Yet if penance aims to educate desire and strengthen interior freedom, it is precisely there that the challenge lies. Saint Paul expressed it with athletic imagery:

“I discipline my body and keep it under control, lest after preaching to others I myself should be disqualified” (1 Cor 9:27).

Paul’s words do not express contempt for the body, but discipline of freedom. Christian penance is not impoverishment, but investment. It does not produce sterility, but fruitfulness. To renounce something for love of God means creating space for God to act. It is a gesture that reduces the superfluous in order to bring forth the essential. And for the Christian, the essential is not sacrifice in itself, but communion with Christ.

Lent is precisely this: a penitential journey that culminates in Holy Week and opens onto the joy of the Resurrection. It is not a season of ritual sadness, but a time of preparation. One crosses the desert in order to reach Easter. One renounces something temporary in order to remember that we are destined for eternity.

Abstinence from meat, then, is neither a disciplinary relic nor a dietary formalism. It is a sign. And like every sign, it asks to be understood. If it remains an exterior gesture, it becomes an empty practice. If it becomes a conscious act, it turns into a school of freedom. Whether it concerns meat, screens, or other entrenched habits, the question remains the same: am I master of my desires, or am I governed by them? Penance helps us answer that question with a concrete act. For true mortification is not renouncing what costs us nothing, but learning to say “no” to what dominates us, in order to say a greater “yes” to God. And that “yes” does not end after forty days. It is the anticipation of an Easter that will know no sunset.

Florence, 23 February 2026

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QUÉ FÁCIL ES LA ABSTINENCIA DE CARNE COMO PENITENCIA

Hoy puede resultar más penitencial comer un sencillo bocadillo de mortadela que pedir una lubina que cuesta ochenta euros el kilo. No porque la disciplina eclesial se haya vuelto obsoleta, sino porque la realidad social ha cambiado. La abstinencia sigue siendo un signo, pero el signo corre el riesgo de vaciarse si no se comprende en su significado más profundo.

— Pastoral liturgica —

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AutoreSimone Pifizzi

Autore
Simone Pifizzi

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No por aguda ironía florentina, sino en verdad: en ocasiones me he preguntado, con sincera curiosidad, qué penitencias cuaresmales se pueden proponer a vegetarianos y veganos si de por sí no comen carne. ¿Tal vez abstinencia de soja? ¿O de ensalada orgánica? La pregunta puede arrancar una sonrisa, pero encierra otra mucho más seria: ¿qué significa realmente hacer penitencia?

La abstinencia de carne no nace de una dietética eclesiástica ni de una antigua desconfianza teológica hacia el bistec. Hundee sus raíces en una tradición ascética que siempre ha comprendido el valor simbólico y pedagógico de la comida. En las sociedades antiguas, la carne no era un alimento ordinario, sino signo de fiesta, de abundancia y de alegría. Renunciar a ella significaba sustraerse voluntariamente a lo que era percibido como precioso. No se trataba de mortificar el cuerpo, sino de educar el deseo.

La Iglesia ha conservado esta disciplina no como un fin en sí mismo, sino como un signo concreto de una disposición interior: la conversión. Como recordaba san León Magno, «el ayuno cuaresmal no consiste solamente en la abstinencia de alimentos, sino sobre todo en apartarse del pecado» (Sermo 39, 2). La penitencia cristiana nunca ha sido un ejercicio punitivo, sino un camino de libertad. Se renuncia a algo lícito para recordarse que no todo lo lícito es necesario, y que la felicidad no depende de la posesión, sino del orden del corazón.

Con el paso del tiempo, sin embargo, cambian también las percepciones. Hoy puede resultar más penitencial comer un sencillo bocadillo de mortadela que pedir una lubina que cuesta ochenta euros el kilo. No porque la disciplina eclesial se haya vuelto obsoleta, sino porque la realidad social ha cambiado. La abstinencia sigue siendo un signo, pero el signo corre el riesgo de vaciarse si no se comprende en su significado más profundo.

El punto no es la carne: es la libertad. La penitencia no consiste en cambiar el menú, sino en cambiar la medida. No es privación por sí misma, ni ejercicio de voluntarismo ascético. Es una renuncia ordenada a un bien para adquirir un bien mayor. Es sustraer algo al consumo para devolverlo a la fe, a la esperanza y a la caridad. Porque «donde está tu tesoro, allí estará también tu corazón» (Mt 6,21): la penitencia desplaza el tesoro para reorientar el corazón. Y quizá, en nuestro tiempo, las penitencias más difíciles no pasan necesariamente por el plato. Renunciar a un bistec puede resultar relativamente sencillo; renunciar a una pantalla encendida durante horas puede ser mucho más difícil. Apagar el teléfono, limitar el uso de las redes sociales, abstenerse de un entretenimiento vacío, custodiar el silencio en un mundo que vive en ruido constante: estas son privaciones que tocan nervios sensibles.

Para muchos — quizá para la mayoría — es más arduo abstenerse de notificaciones y comentarios que de un buen bistec a la florentina. Sin embargo, si la penitencia tiene como finalidad educar el deseo y fortalecer la libertad interior, es precisamente ahí donde se juega el desafío. San Pablo lo expresaba con imágenes atléticas:

«Castigo mi cuerpo y lo esclavizo, no sea que, habiendo predicado a otros, yo mismo quede descalificado» (1 Cor 9,27).

Lo paulino no es desprecio del cuerpo, sino disciplina de la libertad. La penitencia cristiana no es empobrecimiento, sino inversión. No produce esterilidad, sino fecundidad. Renunciar a algo por amor a Dios significa crear espacio para que Dios actúe. Es un gesto que reduce lo superfluo para hacer emerger lo esencial. Y lo esencial, para el cristiano, no es el sacrificio en sí mismo, sino la comunión con Cristo.

La Cuaresma es precisamente esto: un camino penitencial que culmina en la Semana Santa y se abre a la alegría de la Resurrección. No es un período de tristeza ritual, sino un tiempo de preparación. Se atraviesa el desierto para llegar a la Pascua. Se renuncia a algo temporal para recordar que estamos destinados a la eternidad.

La abstinencia de carne, entonces, no es una reliquia disciplinaria ni un formalismo alimentario. Es un signo. Y como todo signo, pide ser comprendido. Si permanece como un gesto exterior, se reduce a una práctica vacía. Si se convierte en un acto consciente, se transforma en una escuela de libertad. Ya se trate de carne, de pantallas o de otras costumbres arraigadas, la pregunta sigue siendo la misma: ¿soy dueño de mis deseos o soy gobernado por ellos? La penitencia sirve para responder a esa pregunta con un acto concreto. Porque la verdadera mortificación no es renunciar a lo que no nos cuesta nada, sino aprender a decir “no” a aquello que nos domina, para poder decir un “sí” más grande a Dios. Y ese “sí” no se agota en cuarenta días. Es el anticipo de una Pascua que no tendrá ocaso.

Florencia, 23 de febrero de 2026

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Frodo e la responsabilità di portare i nostri doveri con santità – Frodo and the responsibility of carrying our duties with holiness – Frodo y la responsabilidad de llevar nuestros deberes con santidad – Frodo e a responsabilidade de carregar nossos deveres com santidade

23 Febbraio 2026/in Catechesi/da Eneas De Camargo Bete

     italiano, inglese, spagnolo, português

 

FRODO E LA RESPONSABILITÀ DI PORTARE I NOSTRI DOVERI CON SANTITÀ

La responsabilità di portare i nostri doveri con santità implica anche il riconoscimento che le nostre azioni hanno conseguenze, tanto per noi stessi quanto per coloro che ci circondano.

— Riflessioni pastorali —

Autore
Eneas De Camargo Bête

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PDF  articolo formato stampa – article print format – articulo en formato impreso – artigo em formato impresso

 

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L’opera Il Signore degli Anelli, scritta da J.R.R. Tolkien, presenta un vasto universo finzionale ricco di personaggi complessi e di una trama epica.

Tra i protagonisti spicca Frodo Baggins, un hobbit al quale viene affidata una missione pericolosa e cruciale: distruggere l’Anello a Mordor. Questo compito non richiede soltanto coraggio e determinazione, ma esige anche che egli assuma la responsabilità di portare l’Anello con integrità e, perché no, con santità. Frodo comprende che la sua missione non è soltanto un obbligo materiale, ma anche un cammino spirituale nel quale la sua condotta morale è messa alla prova.

Nel corso della narrazione, Frodo affronta diverse tentazioni e avversità che potrebbero indurlo a usare l’Anello per i propri fini. Tuttavia, egli manifesta un’elevata coscienza morale resistendo a tali tentazioni e rimanendo fedele alla sua missione. Frodo comprende che la responsabilità di portare l’Anello richiede che egli resti puro di cuore ed eviti la corruzione che il potere dell’Anello potrebbe generare. Questo atteggiamento mostra l’importanza di portare i nostri doveri con umiltà, agendo secondo principi morali elevati anche quando siamo posti di fronte a sfide e difficoltà.

Inoltre, Frodo è costantemente accompagnato da un gruppo di compagni leali che lo aiutano nel suo cammino. Questa dinamica riflette l’importanza della responsabilità condivisa e del sostegno reciproco nel compimento dei nostri doveri. Frodo riconosce di non essere solo nella sua missione e confida nei suoi amici affinché lo aiutino ad affrontare gli ostacoli che sorgono lungo il percorso. Questa collaborazione sottolinea l’importanza di cercare appoggio e orientamento nel nostro stesso cammino, condividendo i nostri pesi e le nostre responsabilità con coloro che ci stanno accanto.

Nel culmine della storia, Frodo giunge a Mordor, dove deve distruggere l’Anello nel fuoco. Tuttavia, egli è tormentato dal desiderio di possederlo e di cedere alla sua influenza corruttrice. In quel momento critico, Frodo affronta un dilemma morale che mette alla prova il suo coraggio. Egli decide infine di liberarsi dell’Anello, anche se ciò significa il sacrificio della propria vita. Questa rinuncia al potere e all’egoismo rappresenta una delle più nobili virtù cristiane: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).

È importante sottolineare che la responsabilità di portare i nostri doveri con santità non si limita soltanto alle grandi missioni epiche, come quella di Frodo nel distruggere l’Anello. Essa si estende alle nostre responsabilità quotidiane, sia nell’ambito familiare, professionale, sociale o religioso. Frodo dice al suo amico e mentore Gandalf: «Avrei voluto che questo non fosse accaduto nel mio tempo». E Gandalf risponde: «Anch’io, e così tutti coloro che vivono per vedere tempi simili. Ma non spetta a loro decidere. Tutto ciò che dobbiamo decidere è che cosa fare con il tempo che ci è concesso». Tutto questo si accorda con l’insegnamento della Chiesa: «Tutti i fedeli si santificheranno ogni giorno di più nelle condizioni, nei doveri e nelle circostanze della propria vita e attraverso tutte queste realtà, se accetteranno tutto con fede dalla mano del Padre celeste e coopereranno con la volontà divina, manifestando a tutti, nella propria attività temporale, la carità con la quale Dio ha amato il mondo» (Lumen Gentium, 41).

La responsabilità di portare i nostri doveri con santità implica anche il riconoscimento che le nostre azioni hanno conseguenze, tanto per noi stessi quanto per coloro che ci circondano. Frodo comprende che le sue scelte e i suoi atteggiamenti possono influire sul destino di tutta la Terra di Mezzo, e questo lo porta ad agire con responsabilità e prudenza nelle sue decisioni. Allo stesso modo, anche noi dobbiamo essere consapevoli dell’impatto che le nostre azioni hanno sulle persone e sul mondo che ci circonda, assumendo la responsabilità di agire in modo etico e giusto.

Il cammino di Frodo ci mostra che portare i nostri doveri con santità non è un compito facile. Esige coraggio, sacrificio, rinuncia e perseveranza. Frodo affronta innumerevoli prove lungo il suo percorso, soffrendo fisicamente ed emotivamente, ma non perde mai di vista il fine più alto della sua missione. Egli rimane impegnato a compiere il proprio dovere con integrità, anche di fronte alle avversità più dure. Pertanto, spetta a ciascuno di noi assumere questa responsabilità e percorrere il nostro cammino con rettitudine, perseveranza e un fermo impegno verso la santità.

Jundiaí, 23 febbraio 2026

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FRODO AND THE RESPONSIBILITY OF CARRYING OUR DUTIES WITH HOLINESS

The responsibility of carrying our duties with holiness also entails recognizing that our actions have consequences, both for ourselves and for those who surround us.

 

— pastoral reflections —

Autor
Eneas De Camargo Bête

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The work The Lord of the Rings, written by J.R.R. Tolkien, presents a vast fictional universe rich in complex characters and an epic narrative. Among the protagonists stands out Frodo Baggins, a hobbit entrusted with a perilous and crucial mission: to destroy the Ring in Mordor. This task requires not only courage and determination, but also that he assume the responsibility of bearing the Ring with integrity and, why not, with holiness. Frodo understands that his mission is not merely a material obligation, but also a spiritual journey in which his moral conduct is put to the test.

Throughout the narrative, Frodo faces various temptations and adversities that could lead him to use the Ring for his own purposes. Yet he demonstrates a high moral awareness by resisting such temptations and remaining faithful to his mission. Frodo understands that the responsibility of carrying the Ring requires that he remain pure of heart and avoid the corruption that the Ring’s power could generate. This attitude shows the importance of carrying out our duties with humility, acting according to elevated moral principles even when confronted with challenges and difficulties.

Moreover, Frodo is constantly accompanied by a group of loyal companions who assist him along the way. This dynamic reflects the importance of shared responsibility and mutual support in fulfilling our duties. Frodo recognizes that he is not alone in his mission and trusts his friends to help him face the obstacles that arise along the path. This collaboration underscores the importance of seeking support and guidance in our own journey, sharing our burdens and responsibilities with those who walk beside us.

At the climax of the story, Frodo reaches Mordor, where he must cast the Ring into the fire. Yet he is tormented by the desire to possess it and to yield to its corrupting influence. At that critical moment, Frodo faces a moral dilemma that tests his courage. He ultimately resolves to relinquish the Ring, even if this should mean the sacrifice of his own life. This renunciation of power and selfishness represents one of the noblest Christian virtues: «No one has greater love than this, to lay down one’s life for one’s friends» (Jn 15:13).

It is important to emphasize that the responsibility of carrying our duties with holiness is not limited to great epic missions such as Frodo’s destruction of the Ring. It extends to our daily responsibilities, whether within the family, professional, social, or religious sphere. Frodo says to his friend and mentor Gandalf: «I wish it need not have happened in my time.» And Gandalf replies: «So do I, and so do all who live to see such times. But that is not for them to decide. All we have to decide is what to do with the time that is given us.» All of this harmonizes with the teaching of the Church: «All the faithful will daily increase in holiness in the conditions, duties, and circumstances of their lives, and through all these things, if they receive them with faith from the hand of the heavenly Father and cooperate with the divine will, manifesting to all, in their temporal activity, the charity with which God has loved the world» (Lumen Gentium, 41).

The responsibility of carrying our duties with holiness also entails recognizing that our actions have consequences, both for ourselves and for those around us. Frodo understands that his choices and attitudes may affect the destiny of the whole of Middle-earth, and this leads him to act with responsibility and prudence in his decisions. Likewise, we too must be aware of the impact our actions have on the people and the world around us, assuming the responsibility to act in an ethical and just manner.

Frodo’s journey shows us that carrying our duties with holiness is no easy task. It demands courage, sacrifice, renunciation, and perseverance. Frodo endures countless trials along his path, suffering physically and emotionally, yet he never loses sight of the higher purpose of his mission. He remains committed to fulfilling his duty with integrity, even in the face of the harshest adversities. Therefore, it falls to each of us to embrace this responsibility and to walk our path with uprightness, perseverance, and a firm commitment to holiness.

Jundiaí, 23 February 2026

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FRODO Y LA RESPONSABILIDAD DE LLEVAR NUESTROS DEBERES CON SANTIDAD

La responsabilidad de llevar nuestros deberes con santidad implica también reconocer que nuestras acciones tienen consecuencias, tanto para nosotros mismos como para quienes nos rodean.

—Reflexões pastorais —

Author
Eneas De Camargo Bête

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La obra El Señor de los Anillos, escrita por J.R.R. Tolkien, presenta un vasto universo ficcional rico en personajes complejos y en una trama épica. Entre los protagonistas destaca Frodo Bolsón, un hobbit al que se le confía una misión peligrosa y crucial: destruir el Anillo en Mordor. Esta tarea no requiere solamente valor y determinación, sino que exige además que asuma la responsabilidad de llevar el Anillo con integridad y, por qué no, con santidad. Frodo comprende que su misión no es solo una obligación material, sino también un camino espiritual en el que su conducta moral es puesta a prueba.

A lo largo de la narración, Frodo afronta diversas tentaciones y adversidades que podrían inducirlo a utilizar el Anillo para sus propios fines. Sin embargo, manifiesta una elevada conciencia moral al resistir tales tentaciones y permanecer fiel a su misión. Frodo comprende que la responsabilidad de llevar el Anillo exige que permanezca puro de corazón y evite la corrupción que el poder del Anillo podría generar. Esta actitud muestra la importancia de cumplir nuestros deberes con humildad, actuando según principios morales elevados incluso cuando nos enfrentamos a desafíos y dificultades.

Además, Frodo está constantemente acompañado por un grupo de compañeros leales que lo ayudan en su camino. Esta dinámica refleja la importancia de la responsabilidad compartida y del apoyo mutuo en el cumplimiento de nuestros deberes. Frodo reconoce que no está solo en su misión y confía en sus amigos para afrontar los obstáculos que surgen a lo largo del recorrido. Esta colaboración subraya la importancia de buscar apoyo y orientación en nuestro propio camino, compartiendo nuestras cargas y responsabilidades con quienes nos rodean.

En el clímax de la historia, Frodo llega a Mordor, donde debe arrojar el Anillo al fuego. Sin embargo, es atormentado por el deseo de poseerlo y de ceder a su influencia corruptora. En ese momento crítico, Frodo afronta un dilema moral que pone a prueba su valor. Finalmente decide desprenderse del Anillo, incluso si ello implica el sacrificio de su propia vida. Esta renuncia al poder y al egoísmo representa una de las más nobles virtudes cristianas: «Nadie tiene amor más grande que este: dar la vida por sus amigos» (Jn 15,13).

Es importante subrayar que la responsabilidad de llevar nuestros deberes con santidad no se limita únicamente a grandes misiones épicas como la de Frodo al destruir el Anillo. Se extiende a nuestras responsabilidades cotidianas, ya sea en el ámbito familiar, profesional, social o religioso. Frodo dice a su amigo y mentor Gandalf: «Ojalá esto no hubiera ocurrido en mi tiempo». Y Gandalf responde: «Yo también, y así todos los que viven para ver tiempos semejantes. Pero no les corresponde decidirlo. Todo lo que debemos decidir es qué hacer con el tiempo que se nos ha concedido». Todo ello concuerda con la enseñanza de la Iglesia: «Todos los fieles se santificarán cada día más en las condiciones, deberes y circunstancias de su vida y a través de todas estas realidades, si las aceptan con fe de la mano del Padre celestial y cooperan con la voluntad divina, manifestando a todos, en su actividad temporal, la caridad con la que Dios amó al mundo» (Lumen Gentium, 41).

La responsabilidad de llevar nuestros deberes con santidad implica también reconocer que nuestras acciones tienen consecuencias, tanto para nosotros mismos como para quienes nos rodean. Frodo comprende que sus decisiones y actitudes pueden influir en el destino de toda la Tierra Media, y esto lo lleva a actuar con responsabilidad y prudencia en sus decisiones. De igual modo, también nosotros debemos ser conscientes del impacto que nuestras acciones tienen sobre las personas y el mundo que nos rodea, asumiendo la responsabilidad de actuar de manera ética y justa.

El camino de Frodo nos muestra que llevar nuestros deberes con santidad no es una tarea fácil. Exige valor, sacrificio, renuncia y perseverancia. Frodo afronta innumerables pruebas a lo largo de su recorrido, sufriendo física y emocionalmente, pero nunca pierde de vista el propósito superior de su misión. Permanece comprometido en cumplir su deber con integridad, incluso ante las adversidades más duras. Por ello, corresponde a cada uno de nosotros asumir esta responsabilidad y recorrer nuestro camino con rectitud, perseverancia y un firme compromiso con la santidad.

Jundiaí, 23 de febrero de 2026

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FRODO E A RESPONSABILIDADE DE CARREGAR NOSSOS DEVERES COM SANTIDADE

A responsabilidade de carregar nossos deveres com santidade também implica em reconhecer que nossas ações têm consequências, tanto para nós mesmos quanto para aqueles ao nosso redor.

—Reflexões pastorais —

Author
Eneas De Camargo Bête

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A obra “O Senhor dos Anéis”, escrita por J.R.R. Tolkien, apresenta um vasto universo ficcional repleto de personagens complexos e uma trama épica. Dentre os protagonistas, destaca-se Frodo Bolseiro, um hobbit que é encarregado de uma missão perigosa e crucial: destruir o Anel em Mordor. Essa tarefa não apenas exige coragem e determinação, mas também requer que ele assuma a responsabilidade de carregar o Anel com integridade e, porque não, santidade. Frodo entende que sua missão não é apenas uma obrigação física, mas também uma jornada espiritual, onde sua conduta moral é posta à prova.

Ao longo da narrativa, Frodo enfrenta diversas tentações e adversidades que poderiam levá-lo a utilizar o Anel para seus próprios fins. No entanto, ele demonstra uma consciência moral elevada ao resistir a essas tentações e manter-se fiel à sua missão. Frodo compreende que a responsabilidade de carregar o Anel requer que ele permaneça puro de coração e evite a corrupção que o poder do Anel poderia trazer. Essa atitude demonstra a importância de carregar nossos deveres com humildade, agindo de acordo com princípios morais elevados mesmo quando somos confrontados com desafios e dificuldades.

Além disso, Frodo é constantemente acompanhado por um grupo de companheiros leais, que o auxiliam em sua jornada. Essa dinâmica reflete a importância da responsabilidade compartilhada e do apoio mútuo na realização de nossos deveres. Frodo reconhece que não está sozinho em sua missão e confia em seus amigos para ajudá-lo a enfrentar os obstáculos que surgem em seu caminho. Essa colaboração ressalta a importância de buscarmos apoio e orientação em nossa própria jornada, compartilhando nossos fardos e responsabilidades com aqueles que nos cercam.

No clímax da história, Frodo chega a Mordor, onde deve destruir o Anel no fogo. No entanto, ele é atormentado pelo desejo de possuí-lo e sucumbir à sua influência corruptora. Nesse momento crítico, Frodo enfrenta um dilema moral que coloca sua coragem à prova. Ele finalmente toma a decisão de se livrar do Anel, mesmo que isso signifique o sacrifício de sua própria vida. Essa renúncia ao poder e ao egoísmo representa uma das virtudes cristãs mais nobres: “Não há maior amor do que dar a própria vida pelos amigos” (Jo 15,13).

É importante ressaltar que a responsabilidade de carregar nossos deveres com santidade não se limita apenas às grandes missões épicas, como a de Frodo em destruir o Anel. Ela se estende às nossas responsabilidades cotidianas, seja no âmbito familiar, profissional, social ou religioso. Frodo fala para seu amigo e mentor Gandalf: “Eu gostaria que isso não tivesse acontecido no meu tempo”. E Gandalf responde: “Eu também, e todos os que vivem para ver esses tempos. Mas isso não lhes cabe decidir. Tudo o que temos a decidir é o que fazer com o tempo que nos é concedido”. Tudo isso vem de encontro ao ensinamento da Igreja: “Todos os fiéis se santificarão cada dia mais nas condições, tarefas e circunstâncias da própria vida e através de todas elas, se receberem tudo com fé da mão do Pai celeste e cooperarem com a divina vontade, manifestando a todos, na própria atividade temporal, a caridade com que Deus amou o mundo” (Lumen Gentium, 41).

A responsabilidade de carregar nossos deveres com santidade também implica em reconhecer que nossas ações têm consequências, tanto para nós mesmos quanto para aqueles ao nosso redor. Frodo compreende que suas escolhas e atitudes podem afetar o destino de toda a Terra-média, e isso o leva a agir com responsabilidade e cuidado em suas decisões. Da mesma forma, nós também devemos estar cientes do impacto que nossas ações têm sobre as pessoas e o mundo ao nosso redor, assumindo a responsabilidade de agir de maneira ética e justa.

A jornada de Frodo nos mostra que carregar nossos deveres com santidade não é uma tarefa fácil. Ela exige coragem, sacrifício, renúncia e perseverança. Frodo enfrenta inúmeros desafios ao longo de sua jornada, sofrendo fisicamente e emocionalmente, mas nunca perde de vista o propósito maior de sua missão. Ele permanece comprometido em realizar seu dever com integridade, mesmo diante das adversidades mais difíceis. Portanto, cabe a cada um de nós abraçar essa responsabilidade e trilhar nossa jornada com retidão, perseverança e um compromisso firme com a santidade.

Jundiaí, 23 de fevereiro de 2026

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La coscienza non è un concilio. La fraternità San Pio X e il sofisma dell’autorizzazione di sé – Conscience is not a council. The Society of Saint Pius X and the sophism of self-authorization – La conciencia no es un concilio. La Fraternidad San Pío X y el sofisma de la autoautorización –

20 Febbraio 2026/in Theologica/da Padre Ariel

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LA COSCIENZA NON È UN CONCILIO. LA FRATERNITÀ SAN PIO X E IL SOFISMA DELL’AUTORIZZAZIONE DI SÉ

Si può rimanere nella piena comunione rifiutando in blocco l’autorità di un Concilio ecumenico e del Magistero successivo? La risposta cattolica è no. Non certo per rigidità, ma per coerenza. La coscienza soggettiva non è un Concilio e la comunione non è un’opzione interpretativa.

— Theologica —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Nell’articolo sull’incontro tra il Cardinale Víctor Manuel Fernández e la Fraternità Sacerdotale San Pio X pubblicato di recente (vedere qui) abbiamo indicato quello che costituisce il punto non negoziabile della questione: la comunione ecclesiale non è un sentimento né un’auto-dichiarazione, ma un fatto oggettivo fondato sul riconoscimento dell’autorità della Chiesa.

La lettera ufficiale del Rev. Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità (consultare testo integrale, qui), ripropone esattamente il nodo che avevamo evidenziato in quel precedente articolo: non una semplice divergenza interpretativa, ma una pretesa di ridefinire dall’interno i criteri stessi della comunione. La Fraternità parla infatti di «caso di coscienza». Non sarebbe, quindi, questione di dissenso disciplinare, ma di fedeltà alla Tradizione contro presunte deviazioni conciliari. E qui occorre subito fermarsi, perché non siamo davanti a un problema di sensibilità liturgica o di accenti teologici, bensì a una questione strutturale: chi giudica chi nella Chiesa?

Cominciamo col chiarire un punto che non ammette ambiguità: la coscienza non è istanza superiore al Magistero. La dottrina cattolica è inequivoca. Il Magistero autentico dei vescovi in comunione con il Romano Pontefice «richiede l’ossequio religioso della volontà e dell’intelletto» (Lumen Gentium, 25). Non si tratta di un’opzione psicologica, ma di un dovere ecclesiale che appartiene alla struttura stessa della fede. La coscienza, nella tradizione cattolica, non è fonte autonoma della verità, ma giudizio pratico che deve essere formato alla luce della verità oggettiva. Se la coscienza viene invocata contro il Magistero, si altera l’ordine stesso della fede e si rovescia la gerarchia delle fonti.

E qui, per inciso — senza indulgere a spirito polemico gratuito, ma per semplice onestà intellettuale — occorre osservare un elemento che non può passare sotto silenzio. Da oltre quattro decenni gli ambienti di questa Fraternità rivendicano con orgoglio di formare i propri sacerdoti secondo i più solidi princìpi della logica, della scolastica classica e del tomismo. È una dichiarazione davvero impegnativa. Tuttavia, alla prova dei testi e delle costruzioni argomentative che vengono proposte, non è facile rintracciare quella solidità razionale che si proclama. Confondere infatti alcune formule manualistiche della neoscolastica decadente con la logica aristotelica, o con le grandi speculazioni di Sant’Anselmo d’Aosta e di San Tommaso d’Aquino, significa ridurre una tradizione filosofico-teologica di altissimo livello a uno schema ripetitivo. La logica non è una parola d’ordine, ma rigore nel procedere, coerenza interna, rispetto dei principi di non-contraddizione e di identità.

Quando si erige la coscienza a tribunale superiore rispetto al Magistero e, nello stesso tempo, si invoca la fedeltà alla scolastica, si cade in una contraddizione metodologica evidente, per non dire grossolana: si pretende di difendere l’ordine della ragione mentre lo si scardina alla radice. Non è pertanto questione di scuole teologiche, ma di basilare coerenza. Sant’Anselmo non ha mai opposto la propria coscienza all’autorità della Chiesa; né San Tommaso ha mai costruito un sistema alternativo al Magistero. La loro grandezza consisteva precisamente nell’armonizzare ragione e fede dentro l’ordine ecclesiale, non nel sostituirsi ad esso. E non si tratta di un’affermazione astratta. Nessuno dei grandi Dottori della Chiesa si sarebbe mai permesso di opporsi — tanto più con toni aggressivi — all’Autorità ecclesiastica per aver chiarito e stabilito che alla Vergine Maria non può essere attribuito il titolo di «corredentrice» (cfr. Mater Populi Fidelis, 17). Si può discutere teologicamente, si può approfondire, si può precisare. Ma opporre la propria posizione all’autorità legittima della Chiesa come se si trattasse di un abuso da correggere significa travalicare un limite che farebbe inorridire tutti i grandi maestri della tradizione scolastica.

Se oggi si intende invocare l’Aostano e l’Aquinate, lo si faccia con la stessa disciplina intellettuale che questi due Dottori esigevano. Perché inneggiare alla logica mentre si introduce un principio di giudizio soggettivo che pretende di valutare un Concilio ecumenico non è un atto di fedeltà alla scolastica, ma un’operazione retorica che non regge all’analisi razionale. Il Concilio Vaticano II afferma che l’interpretazione autentica della Parola di Dio «è affidata al solo Magistero vivo della Chiesa» (Dei Verbum, 10). Non al singolo, non a un gruppo, non a una Fraternità Sacerdotale.

Occorre osservare un ulteriore elemento: non è raro che in certi ambienti si liquidino come «eretici modernisti» i teologi della cosiddetta Nouvelle Théologie. È una semplificazione comoda, ma intellettualmente fragile. Che vi siano in quelle correnti problematicità è fuori discussione, così come ve ne sono state nella storia della teologia in quasi tutti i grandi autori, inclusi Santi Padri e Dottori della Chiesa. Sant’Agostino, convertito, battezzato e già vescovo, dovette lavorare non poco su se stesso per purificare residui di manicheismo; e nessuno, per questo, nega la sua grandezza. Ma prendiamo pure i nomi che in certi ambienti vengono presentati come i più pericolosi tra i teologi del Novecento: Karl Rahner e Hans Küng. Si può — e in certi casi si deve — criticare Rahner. Si può anche dissentire radicalmente, ma pensare che il corpo docente del Seminario di Ecône avrebbe potuto sostenere un confronto teologico di alto livello, condotto sul terreno del tomismo classico e della grande scolastica, con una mente di vastissima cultura come quella di Hans Küng, significa cedere davvero a una sopravvalutazione che non trova riscontro nella realtà.

Per inciso una memoria personale: Brunero Gherardini, teologo non certo sospettabile di filo-modernismo, definì Leonard Boff «uno tra i più brillanti ecclesiologi del Novecento». Si può non condividere le sue conclusioni, ma negarne la statura intellettuale sarebbe semplicemente negare l’evidenza. Qui non è in gioco l’adesione alle tesi di questi autori ma un principio di onestà intellettuale. La polemica non sostituisce l’argomentazione né l’etichetta la confutazione. La proclamazione di ortodossia non equivale alla solidità razionale. Se si invoca la scolastica, la si pratichi davvero: con rigore logico, con distinzione dei piani, con rispetto dell’autorità ecclesiale e con quella disciplina della ragione che non teme il confronto, ma lo affronta senza caricature.

Quando si dichiara che il Concilio e il Magistero post-conciliare sarebbero in rottura con la Tradizione e che tale giudizio deriverebbe da un obbligo di coscienza, si compie un salto che non è teologico ma strutturalmente arbitrario: si attribuisce alla propria coscienza il potere di sindacare l’autorità che Cristo ha costituito per custodire la fede. Questo è il punto, non si tratta di buona o cattiva fede, ma di ordine ecclesiale.

Porre Tradizione contro Magistero è una costruzione impossibile, illogica. Eppure la Fraternità parla di fedeltà alla Tradizione contro le “orientazioni fondamentali” del Concilio, una contrapposizione in sé e di per sé teologicamente insostenibile. La Tradizione non è un deposito archeologico da contrapporre al Magistero vivente. È la trasmissione viva della fede sotto la guida dell’autorità apostolica. Già il Concilio di Trento insegnava che la rivelazione è contenuta «in libris scriptis et sine scripto traditionibus» (DS 1501), ma sempre custodita e interpretata dalla Chiesa. Separare la Tradizione dall’autorità che la custodisce significa trasformarla in un principio ideologico e illogico.

Il teologo Joseph Ratzinger, ben prima di diventare Pontefice, ricordava che la Tradizione non è un blocco immobile, ma una realtà viva che cresce nella comprensione della fede, senza rottura ma anche senza fossilizzazione. In particolare, nel celebre discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, egli parlò di «ermeneutica della riforma nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa» contrapposta a una «ermeneutica della discontinuità e della rottura» (in Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2005). Rifiutare un Concilio ecumenico come tale non è esercizio di discernimento; è negazione di un atto del Magistero universale. Si può discutere un’ermeneutica, ma non si può sospendere l’autorità.

La lettera del Rev. Davide Pagliarani esprime disponibilità a un confronto teologico, ma al tempo stesso contesta le condizioni poste dall’autorità competente mettendo in scena una forma di dialogo che nega il principio gerarchico. E qui il problema non è diplomatico, è nuovamente logico. Un dialogo ecclesiale avviene all’interno di una struttura gerarchica. Se non si riconosce la legittimità di chi convoca e orienta il confronto, il dialogo diventa un confronto tra pari che non esiste nella costituzione della Chiesa, che non è una federazione di interpretazioni autonome ma un corpo ordinato. Pretendere dialogo senza riconoscere l’autorità che ne stabilisce i criteri equivale a chiedere riconoscimento mantenendo la propria autosufficienza normativa.

Nel precedente articolo abbiamo scritto che la comunione non è un punto negoziabile (vedere qui). Lo ribadiamo, precisando che la comunione ecclesiale implica: il riconoscimento del Romano Pontefice, del Magistero dei vescovi in comunione con lui e l’accettazione dei Concili ecumenici come atti del Magistero universale. Non è sufficiente dichiararsi cattolici, perché per esserlo occorre accettare l’ordine cattolico. È quindi presto detto: quando un gruppo esercita il sacro ministero, forma il clero, amministra i Sacramenti e, contemporaneamente, sospende l’adesione a un Concilio ecumenico e al Magistero successivo, si crea una tensione oggettiva che non può essere normalizzata con formule retoriche. La comunione non è auto-definibile, né può ridursi a un’autocertificazione; è riconoscimento reciproco dentro un ordine gerarchico ricevuto da Cristo. E viene allora spontaneo domandarsi se taluni zelanti cultori della logica aristotelica, che pure dichiarano di fondare su di essa la propria formazione scolastica, non abbiano talvolta confuso Aristotele con i sofisti. Perché la logica classica si fonda sul principio di non contraddizione; la sofistica, invece, sull’arte di rendere sostenibile ciò che invece rimane contraddittorio.

Il nucleo più problematico sta poi nel rischio dell’autorizzazione di sé. Quando la propria identità ecclesiale si costruisce sulla contestazione sistematica dell’autorità, si entra in una dinamica che, storicamente, ha sempre prodotto fratture. Non si tratta di accusare, ma di constatare la struttura che la Fraternità Sacerdotale San Pio X si è data. Se infatti il criterio ultimo diventa: “la nostra coscienza giudica il Concilio”, allora la gerarchia delle fonti è totalmente rovesciata mediante quella che i greci chiamavano παράδοξος, da cui deriva il termine di paradosso.

La Chiesa non è fondata sulla coscienza individuale, ma sull’autorità apostolica. La coscienza è chiamata a obbedire alla verità custodita dalla Chiesa, non a sostituirsi ad essa. La questione, quindi, non è se vi siano aspetti discutibili nel post-concilio. La Chiesa ha sempre conosciuto tensioni, chiarimenti, sviluppi, a partire dal Primo Concilio di Nicea, che non fu sufficiente per redigere interamente il Simbolo di Fede, al punto che dovette intervenire il successivo Primo Concilio di Costantinopoli, tanto che, il Credo, si chiama non certo a caso Simbolo Niceno-Costantinopolitano (vedere la mia ultima opera, qui). La questione è un’altra: si può rimanere nella piena comunione rifiutando in blocco l’autorità di un Concilio ecumenico e del Magistero successivo? La risposta cattolica è no. Non certo per rigidità, ma per coerenza. La coscienza soggettiva non è un Concilio e la comunione non è un’opzione interpretativa.

Questa Fraternità fu dedicata dall’Arcivescovo Marcel Lefebvre a san Pio X, lo stesso Pontefice che condannava i modernisti per sostenere che «l’autorità della Chiesa, sia che insegni sia che governi, deve essere sottomessa al giudizio della coscienza privata»; ma così, egli ammoniva, «si rovescia l’ordine stabilito da Dio» (Pascendi Dominici Gregis, 8 settembre 1907). Paradossalmente, proprio qui si consuma l’ironia della storia: i modernisti più insidiosi non sono quelli che si dichiarano tali, ma quelli che, pur condannando il modernismo, ne assumono il principio metodologico, elevando la propria coscienza a criterio di giudizio dell’autorità ecclesiale.

Dall’Isola di Patmos, 20 febbraio 2026

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CONSCIENCE IS NOT A COUNCIL. THE SOCIETY OF SAINT PIUS X AND THE SOPHISM OF SELF-AUTHORIZATION

Can one remain in full communion while rejecting wholesale the authority of an Ecumenical Council and of the subsequent Magisterium? The Catholic answer is no. Not out of rigidity, but out of coherence. Subjective conscience is not a Council, and communion is not an interpretative option.

— Theologica —

Author
Ariel S. Levi di Gualdo

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In the recent article on the relationship between Cardinal Víctor Manuel Fernández and the Society of Saint Pius X (see here), we indicated what constitutes the non-negotiable point of the matter: ecclesial communion is neither a sentiment nor a self-declaration, but an objective reality grounded in the recognition of the Church’s authority.

The official letter of Rev. Davide Pagliarani, Superior General of the Fraternitas (full text, here), reproposes precisely the very knot we had highlighted in that previous article: not a simple interpretative divergence, but a claim to redefine from within the very criteria of communion itself. The Society speaks, in fact, of a «case of conscience». It would therefore not be a matter of disciplinary dissent, but of fidelity to Tradition against alleged conciliar deviations. And here one must pause immediately, for we are not facing a question of liturgical sensitivity or theological nuances, but a structural issue: who judges whom in the Church?

Let us begin by clarifying a point that admits of no ambiguity: conscience is not an instance superior to the Magisterium. Catholic doctrine is unequivocal. The authentic Magisterium of the bishops in communion with the Roman Pontiff «requires religious submission of will and intellect» (Lumen Gentium, 25). This is not a psychological option, but an ecclesial duty belonging to the very structure of faith. Conscience, in the Catholic tradition, is not an autonomous source of truth, but a practical judgment that must be formed in the light of objective truth. If conscience is invoked against the Magisterium, the very order of faith is altered and the hierarchy of sources overturned.

And here, by way of aside — without indulging in gratuitous polemics, but out of simple intellectual honesty — one must observe an element that cannot pass unnoticed. For more than four decades the circles of this Society have proudly claimed to form their priests according to the most solid principles of logic, classical scholasticism, and Thomism. It is a demanding claim indeed. Yet, when tested against the texts and argumentative constructions proposed, it is not easy to discern the rational solidity that is proclaimed. To confuse certain manualistic formulas of a decadent neo-scholasticism with Aristotelian logic, or with the great speculative syntheses of Saint Anselm of Aosta and Saint Thomas Aquinas, is to reduce a philosophical-theological tradition of the highest order to a repetitive schema. Logic is not a slogan, but rigor in reasoning, internal coherence, and respect for the principles of non-contradiction and identity.

When conscience is erected as a tribunal superior to the Magisterium and, at the same time, fidelity to scholasticism is invoked, one falls into an evident — not to say gross — methodological contradiction: one claims to defend the order of reason while undermining it at its root. This is therefore not a matter of theological schools, but of elementary coherence. Saint Anselm never opposed his own conscience to the authority of the Church; nor did Saint Thomas ever construct a system alternative to the Magisterium. Their greatness consisted precisely in harmonizing reason and faith within the ecclesial order, not in substituting themselves for it. Nor is this an abstract affirmation. None of the great Doctors of the Church would ever have presumed to oppose — all the more so with aggressive tones — ecclesiastical Authority for having clarified and established that the title «co-redemptrix» cannot be attributed to the Virgin Mary (cf. Mater Populi Fidelis, 17). One may discuss theologically, one may deepen and refine; but to oppose one’s own position to the legitimate authority of the Church as though correcting an abuse is to cross a boundary that would have appalled all the great masters of the scholastic tradition.

If today one wishes to invoke the Aostan and the Angelic Doctor, let it be done with the same intellectual discipline those two Doctors demanded. For to extol logic while introducing a subjective principle of judgment that claims to evaluate an Ecumenical Council is not an act of fidelity to scholasticism, but a rhetorical operation that does not withstand rational analysis. The Second Vatican Council affirms that the authentic interpretation of the Word of God «has been entrusted to the living Magisterium of the Church alone» (Dei Verbum, 10). Not to the individual, not to a group, not to a Priestly Society.

And again, by way of aside — but in earnest — another element must be noted. It is not uncommon in certain circles to dismiss the theologians of the so-called Nouvelle Théologie as «modernist heretics». Such simplification is convenient, but intellectually fragile. That problematic elements may be found in those currents is beyond dispute, just as they have been present throughout the history of theology in nearly all the great authors, including the Holy Fathers and Doctors of the Church. Saint Augustine, converted, baptized, and already a bishop, had to labor considerably upon himself to purge residual Manichaean tendencies; yet no one, for that reason, denies his greatness. Let us take, however, the names that in certain environments are presented as the most dangerous among twentieth-century theologians: Karl Rahner and Hans Küng. One may — and in certain cases must — criticize Rahner. One may also dissent radically; but to imagine that the faculty of the Seminary of Ecône could have sustained a high-level theological confrontation, conducted on the terrain of classical Thomism and the great scholastic tradition, with a mind of the vast culture of Hans Küng, is truly to indulge in an overestimation that finds no support in reality.

By way of personal recollection: Brunero Gherardini, a theologian certainly not suspect of modernist leanings, described Leonard Boff as «one of the most brilliant ecclesiologists of the twentieth century». One may disagree with his conclusions, but to deny his intellectual stature would simply be to deny the evidence. What is at stake here is not adherence to the theses of these authors, but a principle of intellectual honesty. Polemic does not replace argument, nor does labeling replace refutation. The proclamation of orthodoxy does not equate to rational solidity. If scholasticism is invoked, let it be practiced truly: with logical rigor, distinction of levels, respect for ecclesial authority, and that discipline of reason which does not fear confrontation, but engages it without caricature.

When it is declared that the Council and the post-conciliar Magisterium stand in rupture with Tradition, and that such judgment derives from an obligation of conscience, a leap is made that is not theological but structurally arbitrary: one attributes to one’s own conscience the power to sit in judgment over the authority that Christ constituted to safeguard the faith. This is the point. It is not a matter of good or bad faith, but of ecclesial order.

To set Tradition against the Magisterium is an impossible and illogical construction. Yet the Society speaks of fidelity to Tradition against the “fundamental orientations” of the Council — a contrast that is in itself and of itself theologically untenable. Tradition is not an archaeological deposit to be set against the living Magisterium. It is the living transmission of the faith under the guidance of apostolic authority. The Council of Trent already taught that revelation is contained «in libris scriptis et sine scripto traditionibus» (DS 1501), yet always safeguarded and interpreted by the Church. To separate Tradition from the authority that guards it is to transform it into an ideological and illogical principle.

The theologian Joseph Ratzinger, long before becoming Pontiff, recalled that Tradition is not an immobile block, but a living reality that grows in the understanding of the faith, without rupture yet without fossilization. In his well-known address to the Roman Curia of 22 December 2005, he spoke of an «hermeneutic of reform in continuity of the one subject-Church» as opposed to an «hermeneutic of discontinuity and rupture» (Address to the Roman Curia, 22 December 2005). To reject an Ecumenical Council as such is not an exercise of discernment; it is the denial of an act of the universal Magisterium. One may debate an hermeneutic, but one may not suspend authority.

The letter of Rev. Davide Pagliarani expresses willingness for theological dialogue, yet at the same time contests the conditions set by the competent authority, thereby staging a form of dialogue that denies the hierarchical principle. And here the problem is not diplomatic; it is once again logical. Ecclesial dialogue takes place within a hierarchical structure. If the legitimacy of those who convoke and guide the discussion is not recognized, dialogue becomes a confrontation among equals — something that does not exist in the constitution of the Church, which is not a federation of autonomous interpretations but an ordered body. To demand dialogue without recognizing the authority that establishes its criteria amounts to seeking recognition while maintaining one’s own normative self-sufficiency.

In the previous article we wrote that communion is not a negotiable point (see here). We reiterate this, specifying that ecclesial communion implies: recognition of the Roman Pontiff, of the Magisterium of the bishops in communion with him, and acceptance of the Ecumenical Councils as acts of the universal Magisterium. It is not enough to declare oneself Catholic; to be so, one must accept the Catholic order. It follows, then, that when a group exercises sacred ministry, forms clergy, administers the sacraments and, at the same time, suspends adherence to an Ecumenical Council and to the subsequent Magisterium, an objective tension arises that cannot be normalized by rhetorical formulas. Communion is not self-definable, nor can it be reduced to self-certification; it is reciprocal recognition within a hierarchical order received from Christ. One is then led to wonder whether certain zealous cultivators of Aristotelian logic, who declare that they ground their formation upon it, may at times have confused Aristotle with the sophists. For classical logic rests upon the principle of non-contradiction; sophistry, by contrast, upon the art of rendering sustainable what remains contradictory.

The most problematic nucleus lies in the risk of self-authorization. When one’s ecclesial identity is constructed upon systematic contestation of authority, one enters into a dynamic that historically has always produced fractures. This is not an accusation, but an observation of structure — the structure the Society of Saint Pius X has given itself. If the ultimate criterion becomes: “our conscience judges the Council,” then the hierarchy of sources is entirely overturned through what the Greeks called παράδοξος, from which the term “paradox” derives.

The Church is not founded upon individual conscience, but upon apostolic authority. Conscience is called to obey the truth safeguarded by the Church, not to replace it. The issue, therefore, is not whether there may be debatable aspects in the post-conciliar period. The Church has always known tensions, clarifications, developments — beginning with the First Council of Nicaea, which was not sufficient to formulate the Symbol of Faith in its entirety, so that the subsequent First Council of Constantinople had to intervene; hence the Creed is not by chance called the Niceno-Constantinopolitan Symbol (see my latest work, here). The issue is another: can one remain in full communion while rejecting wholesale the authority of an Ecumenical Council and of the subsequent Magisterium? The Catholic answer is no. Not out of rigidity, but out of coherence. Subjective conscience is not a Council, and communion is not an interpretative option.

This Society was dedicated by Archbishop Marcel Lefebvre to Saint Pius X, the same Pontiff who condemned the modernists for maintaining that «the authority of the Church, whether teaching or governing, must be subjected to the judgment of private conscience»; yet thus, he warned, «the order established by God is overthrown» (Pascendi Dominici Gregis, 8 September 1907). Paradoxically, it is precisely here that the irony of history unfolds: the most insidious modernists are not those who declare themselves such, but those who, while condemning modernism, unconsciously adopt its principle, elevating their own conscience to a criterion for judging ecclesial authority.

From the Island of Patmos, 20 February 2026

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LA CONCIENCIA NO ES UN CONCILIO. LA FRATERNIDAD SAN PÍO X Y EL SOFISMA DE LA AUTOAUTORIZACIÓN

¿Se puede permanecer en plena comunión rechazando en bloque la autoridad de un Concilio ecuménico y del Magisterio posterior? La respuesta católica es no. No por rigidez, sino por coherencia. La conciencia subjetiva no es un Concilio y la comunión no es una opción interpretativa.

— Theologica—

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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En el artículo reciente sobre la relación entre el Cardenal Víctor Manuel Fernández y la Fraternidad Sacerdotal San Pío X (véase aquí) indicamos cuál constituye el punto no negociable de la cuestión: la comunión eclesial no es un sentimiento ni una autodeclaración, sino un hecho objetivo fundado en el reconocimiento de la autoridad de la Iglesia.

La carta oficial del Rev. Davide Pagliarani, Superior General de la Fraternitas (texto íntegro, aquí), replantea exactamente el nudo que habíamos señalado en aquel artículo anterior: no una simple divergencia interpretativa, sino la pretensión de redefinir desde dentro los mismos criterios de la comunión. La Fraternidad habla, en efecto, de «caso de conciencia». No se trataría, por tanto, de un disenso disciplinar, sino de fidelidad a la Tradición frente a presuntas desviaciones conciliares. Y aquí es necesario detenerse de inmediato, porque no estamos ante un problema de sensibilidad litúrgica o de matices teológicos, sino ante una cuestión estructural: ¿quién juzga a quién en la Iglesia?

Comencemos por aclarar un punto que no admite ambigüedad: la conciencia no es instancia superior al Magisterio. La doctrina católica es inequívoca. El Magisterio auténtico de los obispos en comunión con el Romano Pontífice «requiere el religioso obsequio de la voluntad y del entendimiento» (Lumen Gentium, 25). No se trata de una opción psicológica, sino de un deber eclesial que pertenece a la estructura misma de la fe. La conciencia, en la tradición católica, no es fuente autónoma de la verdad, sino juicio práctico que debe ser formado a la luz de la verdad objetiva. Si la conciencia se invoca contra el Magisterio, se altera el orden mismo de la fe y se invierte la jerarquía de las fuentes.

Y aquí, de paso — sin incurrir en un espíritu polémico gratuito, sino por simple honestidad intelectual — conviene señalar un elemento que no puede pasar desapercibido. Desde hace más de cuatro décadas los ambientes de esta Fraternitas reivindican con orgullo formar a sus sacerdotes según los más sólidos principios de la lógica, de la escolástica clásica y del tomismo. Es una afirmación verdaderamente exigente. Sin embargo, a la prueba de los textos y de las construcciones argumentativas que se proponen, no es fácil encontrar esa solidez racional que se proclama. Confundir ciertas fórmulas manualísticas de una neoescolástica decadente con la lógica aristotélica, o con las grandes especulaciones de San Anselmo de Aosta y de Santo Tomás de Aquino, significa reducir una tradición filosófico-teológica de altísimo nivel a un esquema repetitivo. La lógica no es una consigna, sino rigor en el proceder, coherencia interna y respeto de los principios de no contradicción y de identidad.

Cuando se erige la conciencia en tribunal superior al Magisterio y, al mismo tiempo, se invoca la fidelidad a la escolástica, se cae en una contradicción metodológica evidente, por no decir grosera: se pretende defender el orden de la razón mientras se lo socava en su raíz. No se trata, por tanto, de escuelas teológicas, sino de coherencia básica. San Anselmo nunca opuso su propia conciencia a la autoridad de la Iglesia; ni Santo Tomás construyó jamás un sistema alternativo al Magisterio. Su grandeza consistía precisamente en armonizar razón y fe dentro del orden eclesial, no en sustituirlo. Y no se trata de una afirmación abstracta. Ninguno de los grandes Doctores de la Iglesia se habría permitido oponerse — tanto menos con tonos agresivos — a la Autoridad eclesiástica por haber aclarado y establecido que a la Virgen María no puede atribuirse el título de «corredentora» (cf. Mater Populi Fidelis, 17). Se puede discutir teológicamente, se puede profundizar, se puede precisar. Pero oponer la propia posición a la autoridad legítima de la Iglesia como si se tratara de un abuso que corregir significa traspasar un límite que habría escandalizado a todos los grandes maestros de la tradición escolástica.

Si hoy se pretende invocar al Aostano y al Aquinate, que se haga con la misma disciplina intelectual que estos dos Doctores exigían. Porque ensalzar la lógica mientras se introduce un principio de juicio subjetivo que pretende evaluar un Concilio ecuménico no es un acto de fidelidad a la escolástica, sino una operación retórica que no resiste el análisis racional. El Concilio Vaticano II afirma que la interpretación auténtica de la Palabra de Dios «ha sido confiada únicamente al Magisterio vivo de la Iglesia» (Dei Verbum, 10). No al individuo, no a un grupo, no a una Fraternidad Sacerdotal.

Y, también de paso — pero con seriedad — conviene observar otro elemento. No es raro que en ciertos ambientes se despache como «herejes modernistas» a los teólogos de la llamada Nouvelle Théologie. Es una simplificación cómoda, pero intelectualmente frágil. Que existan problemáticas en esas corrientes es indiscutible, así como las ha habido en la historia de la teología en casi todos los grandes autores, incluidos Padres y Doctores de la Iglesia. San Agustín, convertido, bautizado y ya obispo, tuvo que trabajar no poco sobre sí mismo para purificar residuos de maniqueísmo; y nadie, por ello, niega su grandeza. Tomemos, sin embargo, los nombres que en ciertos ambientes se presentan como los más peligrosos entre los teólogos del siglo XX: Karl Rahner y Hans Küng. Se puede — y en ciertos casos se debe — criticar a Rahner. Se puede incluso disentir radicalmente; pero pensar que el cuerpo docente del Seminario de Ecône habría podido sostener un enfrentamiento teológico de alto nivel, desarrollado en el terreno del tomismo clásico y de la gran escolástica, con una mente de vastísima cultura como la de Hans Küng, significa ceder a una sobrevaloración que no encuentra respaldo en la realidad.

Un recuerdo personal, de paso: Brunero Gherardini, teólogo ciertamente no sospechoso de filo-modernismo, definió a Leonard Boff como «uno de los más brillantes eclesiólogos del siglo XX». Se puede no compartir sus conclusiones, pero negar su estatura intelectual sería simplemente negar la evidencia. Aquí no está en juego la adhesión a las tesis de estos autores, sino un principio de honestidad intelectual. La polémica no sustituye a la argumentación ni la etiqueta a la refutación. La proclamación de ortodoxia no equivale a solidez racional. Si se invoca la escolástica, que se la practique verdaderamente: con rigor lógico, con distinción de planos, con respeto a la autoridad eclesial y con esa disciplina de la razón que no teme el debate, sino que lo afronta sin caricaturas.

Cuando se declara que el Concilio y el Magisterio postconciliar estarían en ruptura con la Tradición y que tal juicio derivaría de una obligación de conciencia, se da un salto que no es teológico sino estructuralmente arbitrario: se atribuye a la propia conciencia el poder de juzgar la autoridad que Cristo ha constituido para custodiar la fe. Este es el punto. No se trata de buena o mala fe, sino de orden eclesial.

Poner Tradición y Magisterio es una construcción imposible e ilógica. Y, sin embargo, la Fraternidad habla de fidelidad a la Tradición frente a las «orientaciones fundamentales» del Concilio, una contraposición en sí misma teológicamente insostenible. La Tradición no es un depósito arqueológico que deba contraponerse al Magisterio vivo. Es la transmisión viva de la fe bajo la guía de la autoridad apostólica. Ya el Concilio de Trento enseñaba que la revelación está contenida «in libris scriptis et sine scripto traditionibus» (DS 1501), pero siempre custodiada e interpretada por la Iglesia. Separar la Tradición de la autoridad que la custodia significa transformarla en un principio ideológico e ilógico.

El teólogo Joseph Ratzinger, mucho antes de convertirse en Pontífice, recordaba que la Tradición no es un bloque inmóvil, sino una realidad viva que crece en la comprensión de la fe, sin ruptura pero también sin fosilización. En su célebre discurso a la Curia Romana del 22 de diciembre de 2005 habló de «hermenéutica de la reforma en la continuidad del único sujeto-Iglesia» frente a una «hermenéutica de la discontinuidad y de la ruptura» (Discurso a la Curia Romana, 22 de diciembre de 2005). Rechazar un Concilio ecuménico como tal no es ejercicio de discernimiento; es negación de un acto del Magisterio universal. Se puede discutir una hermenéutica, pero no se puede suspender la autoridad.

La carta del Rev. Davide Pagliarani expresa disponibilidad para un diálogo teológico, pero al mismo tiempo impugna las condiciones establecidas por la autoridad competente, escenificando una forma de diálogo que niega el principio jerárquico. Y aquí el problema no es diplomático; es nuevamente lógico. El diálogo eclesial tiene lugar dentro de una estructura jerárquica. Si no se reconoce la legitimidad de quien convoca y orienta el debate, el diálogo se convierte en un enfrentamiento entre iguales que no existe en la constitución de la Iglesia, que no es una federación de interpretaciones autónomas, sino un cuerpo ordenado. Pretender diálogo sin reconocer la autoridad que establece sus criterios equivale a exigir reconocimiento manteniendo la propia autosuficiencia normativa.

En el artículo anterior escribimos que la comunión no es un punto negociable (véase aquí). Lo reiteramos, precisando que la comunión eclesial implica: el reconocimiento del Romano Pontífice, del Magisterio de los obispos en comunión con él y la aceptación de los Concilios ecuménicos como actos del Magisterio universal. No basta declararse católicos, porque para serlo es necesario aceptar el orden católico. Es, por tanto, evidente: cuando un grupo ejerce el sagrado ministerio, forma al clero, administra los sacramentos y, al mismo tiempo, suspende la adhesión a un Concilio ecuménico y al Magisterio posterior, se crea una tensión objetiva que no puede normalizarse mediante fórmulas retóricas. La comunión no es autodefinible, ni puede reducirse a una autocertificación; es reconocimiento recíproco dentro de un orden jerárquico recibido de Cristo. Y surge entonces espontáneamente la pregunta de si algunos celosos cultivadores de la lógica aristotélica, que declaran fundar en ella su formación escolástica, no habrán confundido en alguna ocasión a Aristóteles con los sofistas. Porque la lógica clásica se funda en el principio de no contradicción; la sofística, en cambio, en el arte de hacer sostenible lo que contradictorio permanece.

El núcleo más problemático radica en el riesgo de la autoautorización. Cuando la propia identidad eclesial se construye sobre la contestación sistemática de la autoridad, se entra en una dinámica que, históricamente, siempre ha producido fracturas. No se trata de acusar, sino de constatar la estructura que la Fraternidad Sacerdotal San Pío X se ha dado. Si el criterio último pasa a ser: «nuestra conciencia juzga el Concilio», entonces la jerarquía de las fuentes queda totalmente invertida mediante aquello que los griegos llamaban παράδοξος, de donde deriva el término “paradoja”.

La Iglesia no está fundada sobre la conciencia individual, sino sobre la autoridad apostólica. La conciencia está llamada a obedecer la verdad custodiada por la Iglesia, no a sustituirla. La cuestión, por tanto, no es si existen aspectos discutibles en el postconcilio. La Iglesia siempre ha conocido tensiones, clarificaciones y desarrollos, comenzando por el Primer Concilio de Nicea, que no fue suficiente para redactar íntegramente el Símbolo de la Fe, hasta el punto de que tuvo que intervenir el posterior Primer Concilio de Constantinopla; de ahí que el Credo se denomine, no por casualidad, Símbolo Niceno-Constantinopolitano (véase mi última obra, aquí). La cuestión es otra: ¿se puede permanecer en plena comunión rechazando en bloque la autoridad de un Concilio ecuménico y del Magisterio posterior? La respuesta católica es no. No por rigidez, sino por coherencia. La conciencia subjetiva no es un Concilio y la comunión no es una opción interpretativa.

Esta Fraternidad fue dedicada por el Arzobispo Marcel Lefebvre a san Pío X, el mismo Pontífice que condenaba a los modernistas por sostener que «la autoridad de la Iglesia, ya sea enseñando o gobernando, debe ser sometida al juicio de la conciencia privada»; pero así — advertía — «se trastorna el orden establecido por Dios» (Pascendi Dominici Gregis, 8 de septiembre de 1907). Paradójicamente, es precisamente aquí donde se consuma la ironía de la historia: los modernistas más insidiosos no son aquellos que se declaran como tales, sino quienes, aun condenando el modernismo, asumen su principio metodológico, elevando su propia conciencia a criterio de juicio de la autoridad eclesial.

Desde la Isla de Patmos, 20 de febrero de 2026

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Cordoglio per la morte dell’Abate Ugo Gianluigi Tagni

16 Febbraio 2026/in Attualità/da Padre Ariel

CORDOGLIO PER LA MORTE DELL’ABATE UGO GIANLUIGI TAGNI

E tornato alla casa del Padre il Rev.mo Dom Ugo Gianluigi Tagni, dell’Ordine Cistercense, Abate emerito dell’Abbazia di Casamari

– Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos –

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos 

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I Padri de L’Isola di Patmos si uniscono in fraterno cordoglio alla famiglia dei Monaci Cistercensi per la morte del Rev.mo Dom Ugo Gianluigi Tagni, Abate emerito dell’Abbazia di Casamari, uomo di qualità umane e spirituali tanto grandi quanto rare.

Le esequie funebri si svolgeranno domani, 17 febbraio, alle ore 15:00, nella chiesa abbaziale di Casamari.

 

(Nella foto: l’Abate Ugo Gianluigi Tagni e Padre Ariel S. Levi di Gualdo)

Affidiamo la sua anima all’Intercessione della Mater Dei con la Preghiera di San Bernardo alla Beata Vergine Maria.

Roma, 16 febbraio 2026

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Il Cardinale Víctor Manuel Fernández e la Fraternità San Pio X: il punto non negoziabile della comunione – Cardinal Víctor Manuel Fernández and the Society of Saint Pius X: the non-negotiable point of communion – El Cardenal Víctor Manuel Fernández y la Fraternidad San Pío X: el punto no negociable de la comunión – Kardinal Víctor Manuel Fernández und die Priesterbruderschaft Sankt Pius X: Der nicht verhandelbare Punkt der kirchlichen Gemeinschaft

13 Febbraio 2026/in Teologia e diritto canonico, Theologica/da Padre Ariel

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IL CARDINALE VÍCTOR MANUEL FERNÁNDEZ E LA FRATERNITÀ SAN PIO X: IL PUNTO NON NEGOZIABILE DELLA COMUNIONE

La nota teologico-canonica sul recente incontro tra il Dicastero per la Dottrina della Fede e la Fraternità Sacerdotale di San Pio X

— Teologia e diritto canonico —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF articolo formato stampa – Article print format – articulo en formato impreso – Artikel im druckformat

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Il comunicato diffuso sull’incontro che si è tenuto il 12 febbraio 2026 tra il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il Cardinale Víctor Manuel Fernández e il Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Rev. Davide Pagliarani (cfr. comunicato in pdf), offre materia di riflessione non tanto sul piano diplomatico, quanto su quello teologico ed ecclesiologico.

Il tono del testo è volutamente breve e sobrio, persino benevolo. Si parla di incontro «cordiale e sincero», di «percorso di dialogo specificamente teologico», di «metodologia ben precisa», di chiarificazione circa la differenza tra atto di fede e «religioso ossequio della mente e della volontà» e sui differenti gradi di adesione richiesti dai testi del Concilio Vaticano II. Tuttavia, sotto la superficie formale e cordiale, emergono questioni gravi, ormai vecchie e irrisolte.

Partiamo con un’analisi canonica sullo “stato di necessità” invocato. Il punto più delicato resta la minaccia — già pubblicamente ventilata — di procedere a nuove ordinazioni episcopali in assenza di mandato pontificio, giustificate da un presunto «stato di necessità» espresso in questi termini:

«Lunedì scorso, 2 febbraio, il Superiore Generale della Fraternità San Pio X ha annunciato che le consacrazioni episcopali, cioè la consacrazione dei vescovi, si svolgeranno mercoledì 1° luglio. La cerimonia si terrà qui a Écône, sul famoso Prato delle Ordinazioni, nello stesso luogo in cui, il 30 giugno 1988, l’Arcivescovo Lefebvre consacrò quattro vescovi. Sarà un evento storico, ma è importante comprenderne appieno la portata e il significato. L’aspetto insolito di questa cerimonia è che, per il momento, non ha ricevuto l’autorizzazione di Papa Leone XIV. Speriamo sinceramente che il Santo Padre permetta queste consacrazioni. Dobbiamo pregare per questa intenzione» (cfr. FSSPX Attualità, qui).

E qui occorre estrema chiarezza, perché il Codice di Diritto Canonico è inequivocabile:

«Nessun Vescovo consacri alcuno Vescovo, se prima non consta del mandato pontificio» (can. 1013 CIC); «il Vescovo che consacra qualcuno Vescovo senza mandato pontificio e chi da lui riceve la consacrazione incorrono nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica» (can. 1382 CIC; attualmente can. 1382 §1 dopo la riforma del 2021).

Il comunicato del Cardinale Victor Manuel Fernandez richiama correttamente il can. 331 e la Pastor aeternus del Concilio Vaticano I, ribadendo la potestà piena, suprema, universale e immediata del Romano Pontefice. Non si tratta di un dettaglio disciplinare, ma di un principio costitutivo dell’ecclesiologia cattolica.

L’argomento dello “stato di necessità” fu utilizzato già nel 1988 per giustificare le consacrazioni episcopali operate dal Vescovo Marcel Lefebvre. Ma uno stato di necessità, in senso canonico, non è una categoria soggettiva, né una percezione ideologica di crisi. Il Codice di Diritto Canonico disciplina con precisione le cause di non imputabilità o di attenuazione della pena (cann. 1323–1324 CIC), tra le quali figura appunto la necessità, che deve essere però sostanzialmente reale e oggettiva, delineando in tal modo una situazione così grave da costringere ad agire per evitare un danno imminente e non altrimenti evitabile. Non è sufficiente il giudizio personale circa una presunta crisi ecclesiale; occorre un’impossibilità reale di ricorrere ai mezzi ordinari di governo e di comunione con la Sede Apostolica. Inoltre, la necessità non può essere auto-certificata dall’agente in modo arbitrario o ideologico, ma deve rispondere a criteri oggettivi verificabili nell’ordinamento ecclesiale.

La storia del XX secolo offre diversi esempi concreti: nei Paesi dell’Europa orientale sotto il regime sovietico, con vescovi incarcerati o deportati e comunicazioni interrotte; nella Cina maoista, durante le fasi più dure della persecuzione religiosa, quando la Chiesa operava in clandestinità e il contatto con Roma era materialmente impossibile; in alcune aree dell’ex Jugoslavia durante i conflitti balcanici, in condizioni di totale isolamento e grave pericolo. In tali contesti si trattava di un’impossibilità fisica e giuridica oggettiva.

La differenza con l’attuale situazione ecclesiale è evidente. Oggi non vi è persecuzione di regime che impedisca la comunione con Roma, né un’interruzione forzata dei canali istituzionali. Nei contesti nei quali la Fraternità invoca lo stato di necessità, la Chiesa gode di libertà di espressione e di azione, intrattiene relazioni diplomatiche con gli Stati e opera pubblicamente. L’eventuale conflitto è di natura dottrinale o interpretativa, non di impossibilità materiale.

Dilatare a questo modo la nozione di necessità fino a includervi il dissenso teologico soggettivo significa svuotare l’istituto canonico del suo significato proprio. E ciò risulta particolarmente paradossale in ambienti che rivendicano una rigorosa formazione tomistica: proprio la tradizione scolastica autentica esige precisione concettuale e distinzione dei piani, non l’uso estensivo e ideologico di categorie giuridiche.

Paragonare poi l’attuale situazione ecclesiale alla crisi ariana — come talvolta viene insinuato da certi circoli — significa forzare la storia e l’ecclesiologia. Durante la crisi ariana si discuteva la divinità stessa del Verbo Incarnato; oggi nessun dogma trinitario o cristologico è negato dal Magistero universale. La pretesa di presentarsi come un nuovo Atanasio di Alessandria presuppone che Roma sia divenuta ariana: affermazione che, se presa sul serio, conduce logicamente allo scisma formale e prima di esso al ridicolo giuridico-teologico. Ciò proprio perché l’argomento dello stato di necessità, applicato alla decisione unilaterale di ordinare vescovi contro la volontà esplicita del Romano Pontefice, è talmente insussistente sul piano giuridico e su quello ecclesiologico sino ad apparire privo dei criteri minimi di serietà. Anche perché la necessità, tra l’altro, non può essere auto-certificata da chi intende compiere l’atto.

Il comunicato segnala un punto teologico centrale: la distinzione tra atto di fede (fides divina et catholica) e «religioso ossequio della mente e della volontà» (cf. Lumen gentium, 25) Prima di procedere, è opportuno chiarire questi due concetti. Con fides divina et catholica si intende l’assenso pieno e irrevocabile che il credente presta alle verità rivelate da Dio e proposte come tali in modo definitivo dalla Chiesa: ad esempio la Trinità, l’Incarnazione, la divinità di Cristo. Negare consapevolmente una di queste verità significa rompere la comunione nella fede. Il «religioso ossequio della mente e della volontà», invece, riguarda quegli insegnamenti che il Magistero propone in modo autentico, sebbene non con una definizione dogmatica. In questi casi non si tratta di un atto di fede in senso stretto, bensì di un’adesione reale, leale e rispettosa, fondata sulla fiducia nell’assistenza dello Spirito Santo al Magistero della Chiesa. Non è un’opinione facoltativa che ciascuno possa accettare o rifiutare a piacimento, ma neppure equivale a una definizione irreformabile. Qui il Prefetto, con evidente garbo, invita di fatto la Fraternità a rientrare nell’alveo della teologia cattolica classica, ricordando che non tutti gli insegnamenti del Magistero richiedono lo stesso grado di assenso; ma neppure è lecito trattare testi conciliari come opinioni teologiche liberamente contestabili. Il tutto anche a fronte di interpretazioni riduttive che continuano a qualificare il Vaticano II come un concilio «solo pastorale», quasi si trattasse di un’assemblea di rango inferiore rispetto ai precedenti concili ecumenici. Una simile lettura, oltre a essere teologicamente imprecisa, finisce per svuotare di contenuto l’autorità stessa del Magistero conciliare.

Il Vaticano II, pur non definendo nuovi dogmi con formula solenne, è un Concilio ecumenico della Chiesa Cattolica. I suoi insegnamenti richiedono, secondo la loro natura e formulazione, almeno quell’ossequio religioso che non è mera opinione privata ma adesione reale, anche se non definitoria. È legittimo discutere criticamente alcune derive del periodo post-conciliare; ma tali fenomeni non possono essere identificati con il Concilio in quanto tale. Già negli anni Settanta, dalla cattedra della Pontificia Università Lateranense, Antonio Piolanti — autorevole esponente della Scuola Romana — metteva in guardia dal confondere il Concilio Vaticano II con il “para-concilio”: si tratta di realtà distinte. Ciò malgrado, dinanzi a queste elementari evidenze teologiche, i toni della Fraternità sono purtroppo i seguenti:

«È possibile che la Santa Sede ci dica: “Va bene, vi autorizziamo a consacrare vescovi, ma a condizione che accettiate due cose: la prima è il Concilio Vaticano II; e la seconda è la Nuova Messa. E poi, sì, vi permetteremo di compiere consacrazioni”. Come dovremmo reagire? È semplice. Preferiremmo morire piuttosto che diventare modernisti. Preferiremmo morire piuttosto che rinunciare alla piena fede cattolica. Preferiremmo morire piuttosto che sostituire la Messa di San Pio V con la Messa di Paolo VI» (cfr. FSSPX Attualità, qui).

La richiesta del Dicastero non è di “credere come dogma” ogni singola espressione conciliare, ma di riconoscerne l’autorità ecclesiale secondo la gerarchia delle verità e dei gradi di assenso. In altre parole: studiare ciò che si contesta, comprendere le categorie teologiche, evitare letture ideologiche, ma anche riconoscere la serietà dell’interlocutore. La tradizione teologica cattolica non si è mai costruita sulla caricatura dell’avversario, bensì sull’analisi rigorosa delle sue tesi e sulla confutazione argomentata dei suoi errori. Si può dissentire profondamente da una posizione, persino giudicarla teologicamente erronea, senza per questo negare all’altro intelligenza, cultura o competenza scientifica. L’autorità di una tesi non dipende dalla delegittimazione personale di chi la sostiene, ma dalla solidità delle argomentazioni. Solo in questo clima è possibile un autentico dialogo teologico. E questo, sia chiaro: non è un principio di cortesia accademica, ma il metodo stesso della grande scolastica. Basta pensare alla struttura delle quaestiones di San Tommaso d’Aquino, che espone con precisione le obiezioni nella loro forma più forte prima di proporre la propria risposta (respondeo). La verità, nella tradizione cattolica, non si afferma eliminando l’avversario, ma superandone le argomentazioni sul piano della ragione e della fede.

Da parte dei Superiori della Fraternità di San Pio X, la sistematica delegittimazione dell’interlocutore, insieme al tono ricattatorio già utilizzato, non resta sul piano della polemica, ma investe direttamente la questione ecclesiologica. Il dato più grave non è tanto la minaccia in sé, quanto la modalità. Dire, in sostanza, al Romano Pontefice: “Se non ci date il benestare, procederemo comunque”, configura una pressione impropria sull’autorità suprema della Chiesa. Nel diritto canonico, la richiesta di un mandato è atto di obbedienza; la minaccia di agire senza mandato è atto di sfida. Non si può trasformare la potestà pontificia in un ostacolo burocratico aggirabile in nome di una superiore coscienza di crisi. La comunione ecclesiale non è negoziabile. Non è un tavolo politico dove si contratta una quota di autonomia episcopale.

Questo comunicato mostra una Santa Sede che non chiude, ma invita a un dialogo come occasione di verità. Non sanziona immediatamente, ma propone un percorso. Non impone formule, ma chiede chiarificazione dottrinale. È difficile non vedere in questo atteggiamento del Cardinale Víctor Manuel Fernández una forma di pazienza ecclesiale unita a uno spirito di grande nobiltà istituzionale. La proposta di evidenziare «i minimi necessari per la piena comunione» è già una concessione metodologica: si parte dall’essenziale, non da un consenso integrale su tutto. Tuttavia, la sospensione delle ordinazioni episcopali è posta come condizione preliminare. E giustamente, perché non si può dialogare con una pistola sul tavolo, come se l’esercizio dell’autorità dovesse piegarsi a una pressione preventiva.

Vi è infine un elemento strutturale che merita di essere detto senza acrimonia ma con lucido realismo. Alcuni movimenti ecclesiali, per esistere e consolidarsi, hanno bisogno di un nemico permanente. La loro identità si struttura nello scontro: Roma modernista, il Concilio traditore, il Papa ambiguo, il mondo ostile … Se venisse meno questo stato di tensione continua, verrebbe meno anche la loro ragion d’essere. La logica del conflitto è un vero e proprio elemento identitario. Senza conflitto, l’identità si dissolve o si normalizza. Ma la Chiesa non vive di antagonismi strutturali; vive di comunione gerarchica.

Se la Fraternità desidera realmente la piena comunione, dovrà decidere se vuole essere una realtà ecclesiale oppure un’opposizione permanente con parvenza ecclesiale. La differenza non è semantica: è proprio ontologica. La vera tradizione non è autoconservazione polemica, ma continuità viva nell’obbedienza. E l’obbedienza, in ecclesiologia cattolica, non è servilismo, ma partecipazione alla forma stessa della Chiesa voluta da Cristo.

Dall’Isola di Patmos, 13 febbraio 2026

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CARDINAL VÍCTOR MANUEL FERNÁNDEZ AND THE SOCIETY OF SAINT PIUS X: THE NON-NEGOTIABLE POINT OF COMMUNION

A Theological-Canonical Note on the Recent Meeting between the Dicastery for the Doctrine of the Faith and the Priestly Society of Saint Pius X

— Theology and canon law —

Author
Ariel S. Levi di Gualdo

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The communiqué issued regarding the meeting held on 12 February 2026 between the Prefect of the Dicastery for the Doctrine of the Faith, Cardinal Víctor Manuel Fernández, and the Superior General of the Priestly Society of Saint Pius X, Rev. Davide Pagliarani (here), offers grounds for reflection not so much on the diplomatic level as on the theological and ecclesiological one.

The tone of the text is deliberately brief and sober, even benevolent. It speaks of a “cordial and sincere” meeting, of a “specifically theological dialogue,” of a “precise methodology,” and of clarification concerning the distinction between the act of faith and the “religious submission of mind and will,” as well as the different degrees of assent required by the texts of the Second Vatican Council. Yet beneath this formally courteous surface, serious issues emerge — long-standing and unresolved.

Let us begin with a canonical analysis of the invoked “state of necessity.” The most delicate point remains the threat — already publicly announced — to proceed with new episcopal ordinations without a pontifical mandate, justified by an alleged “state of necessity,” expressed in the following terms:

“Last Monday, 2 February, the Superior General of the Society of Saint Pius X announced that episcopal consecrations — that is, the consecration of bishops — will take place on Wednesday, 1 July. The ceremony will be held here in Écône, on the famous Field of Ordinations, in the same place where, on 30 June 1988, Archbishop Lefebvre consecrated four bishops. It will be a historic event, but it is important to understand fully its scope and meaning. The unusual aspect of this ceremony is that, for the moment, it has not received authorization from Pope Leo XIV. We sincerely hope that the Holy Father will permit these consecrations. We must pray for this intention” (cf. FSSPX News, here).

Here absolute clarity is required, because the Code of Canon Law is unequivocal:

“No Bishop is permitted to consecrate anyone as Bishop unless it is first evident that there is a pontifical mandate” (can. 1013 CIC); “A Bishop who consecrates someone a Bishop without a pontifical mandate, and the person who receives the consecration from him, incur a latae sententiae excommunication reserved to the Apostolic See” (can. 1382 CIC; currently can. 1382 §1 following the 2021 reform).

The communiqué of Cardinal Víctor Manuel Fernández rightly recalls canon 331 and the constitution Pastor aeternus of the First Vatican Council, reaffirming the full, supreme, universal, and immediate authority of the Roman Pontiff. This is not a disciplinary detail, but a constitutive principle of Catholic ecclesiology.

The argument of a “state of necessity” was already used in 1988 to justify the episcopal consecrations carried out by Archbishop Marcel Lefebvre. Yet a state of necessity, in canonical terms, is not a subjective category nor an ideological perception of crisis. The Code of Canon Law precisely regulates the causes of non-imputability or mitigation of penalty (cc. 1323–1324 CIC), among which necessity is included. Such necessity, however, must be genuinely real and objective, delineating a situation so grave as to compel action in order to avert imminent harm that cannot otherwise be avoided. A personal judgment concerning an alleged ecclesial crisis is insufficient; what is required is a real impossibility of recourse to the ordinary means of governance and communion with the Apostolic See. Moreover, necessity cannot be self-certified by the agent in an arbitrary or ideological manner; it must correspond to objective criteria verifiable within the ecclesial juridical order.

The history of the twentieth century offers concrete examples: in Eastern European countries under Soviet regimes, where bishops were imprisoned or deported and communications interrupted; in Maoist China, during the harshest phases of religious persecution, when the Church operated clandestinely and contact with Rome was materially impossible; and in certain areas of the former Yugoslavia during the Balkan conflicts, under conditions of total isolation and grave danger. In such contexts there existed an objective physical and juridical impossibility.

The difference with the present ecclesial situation is evident. Today there is no regime persecution preventing communion with Rome, nor any forced interruption of institutional channels. In the contexts in which the Society invokes a state of necessity, the Church enjoys freedom of expression and action, maintains diplomatic relations with states, and operates publicly. The conflict, if any, is doctrinal or interpretative in nature, not one of material impossibility.

To extend the notion of necessity in this way so as to include subjective theological dissent is to empty the canonical institute of its proper meaning. This appears particularly paradoxical in environments that claim rigorous Thomistic formation: authentic scholastic tradition demands conceptual precision and distinction of levels, not the expansive and ideological use of juridical categories.

To compare the current ecclesial situation to the Arian crisis — as some circles occasionally suggest — is to distort both history and ecclesiology. During the Arian crisis the very divinity of the Incarnate Word was at stake; today no Trinitarian or Christological dogma is denied by the universal Magisterium. To present oneself as a new Athanasius of Alexandria presupposes that Rome has become Arian — an assertion which, if taken seriously, leads logically to formal schism and, prior to that, to juridical and theological absurdity. The argument of necessity, applied to the unilateral decision to ordain bishops against the explicit will of the Roman Pontiff, is so unfounded in law and ecclesiology as to appear devoid of minimum seriousness. Necessity, moreover, cannot be self-certified by the one who intends to perform the act.

The communiqué highlights a central theological point: the distinction between the act of faith (fides divina et catholica) and the “religious submission of mind and will” (cf. Lumen gentium, 25). Before proceeding, it is useful to clarify these concepts. Fides divina et catholica refers to the full and irrevocable assent given to truths revealed by God and definitively proposed as such by the Church — for example, the Trinity, the Incarnation, and the divinity of Christ. To deny such a truth knowingly is to break communion in the faith.

The “religious submission of mind and will,” on the other hand, concerns teachings authentically proposed by the Magisterium, though not defined in a dogmatic manner. In such cases one does not make an act of faith in the strict sense, but rather gives a real, loyal, and respectful adherence, grounded in trust in the assistance of the Holy Spirit to the Church’s Magisterium. It is not an optional opinion to be accepted or rejected at will, yet neither does it constitute an irreformable definition.

The Prefect thus gently invites the Society to re-enter the classical framework of Catholic theology, recalling that not all teachings of the Magisterium require the same degree of assent; yet it is equally illegitimate to treat conciliar texts as freely contestable theological opinions. Interpretations that continue to describe Vatican II as a “merely pastoral” council, as though it were somehow inferior in rank to previous ecumenical councils, are reductive. Such a reading is theologically imprecise and ultimately empties conciliar authority of its content.

Vatican II, though it did not define new dogmas with solemn formulae, is an ecumenical council of the Catholic Church. Its teachings require, according to their nature and formulation, at least that religious submission which is not a mere private opinion but a real adherence, albeit non-definitive. It is legitimate to discuss critically certain post-conciliar developments; but such phenomena cannot be identified with the Council itself.

Already in the 1970s, from his chair at the Pontifical Lateran University, Antonio Piolanti — an authoritative representative of the Roman School — warned against confusing the Second Vatican Council with the “para-council”: they are distinct realities. Nevertheless, in the face of these elementary theological clarifications, the tone adopted by the Society is unfortunately the following:

“It is possible that the Holy See may tell us: ‘All right, we authorize you to consecrate bishops, but on condition that you accept two things: the first is the Second Vatican Council; and the second is the New Mass. And then, yes, we will allow you to carry out consecrations.’ How should we react? It is simple. We would rather die than become modernists. We would rather die than renounce the full Catholic faith. We would rather die than replace the Mass of Saint Pius V with the Mass of Paul VI” (cf. FSSPX News, here).

The request of the Dicastery is not to “believe as dogma” every single conciliar expression, but to recognize its ecclesial authority according to the hierarchy of truths and the degrees of assent. In other words: to study what one contests, to understand the theological categories involved, to avoid ideological readings, but also to acknowledge the seriousness of one’s interlocutor. Catholic theological tradition has never been built upon caricaturing one’s opponent, but upon rigorous analysis of his theses and reasoned refutation of his errors. One may profoundly dissent from a position, even judge it theologically erroneous, without thereby denying the other’s intelligence, culture, or scholarly competence. The authority of a thesis does not depend upon the personal delegitimization of the one who proposes it, but upon the solidity of its arguments. Only in such a climate is authentic theological dialogue possible. And this, it should be clear, is not a matter of academic courtesy, but the very method of the great scholastic tradition. One need only consider the structure of the quaestiones of Saint Thomas Aquinas, who presents objections in their strongest form before offering his own response (respondeo). In Catholic tradition, truth is not affirmed by eliminating one’s opponent, but by surpassing his arguments on the plane of reason and faith.

On the part of the Superiors of the Society of Saint Pius X, the systematic delegitimization of the interlocutor, together with the previously adopted tone of ultimatum, does not remain on the level of polemics but directly affects the ecclesiological question. The most serious element is not so much the threat itself as the manner in which it is expressed. To say, in substance, to the Roman Pontiff: “If you do not grant us authorization, we shall proceed nonetheless,” constitutes an improper pressure upon the supreme authority of the Church. In canon law, the request for a mandate is an act of obedience; the threat to act without it is an act of defiance. One cannot transform pontifical authority into a bureaucratic obstacle to be bypassed in the name of a higher perception of crisis. Ecclesial communion is not negotiable. It is not a political table at which a quota of episcopal autonomy is bargained.

This communiqué shows a Holy See that does not close doors but invites dialogue as an occasion of truth. It does not immediately impose sanctions but proposes a path. It does not impose formulas but asks for doctrinal clarification. It is difficult not to see in the attitude of Cardinal Víctor Manuel Fernández a form of ecclesial patience united to notable institutional nobility. The proposal to identify “the minimum necessary for full communion” already constitutes a methodological concession: one begins with what is essential, not with total agreement on every point. Nevertheless, the suspension of episcopal ordinations is set as a preliminary condition — and rightly so — for one cannot conduct dialogue with a gun on the table, as though the exercise of authority were to bend before preventive pressure.

There is finally a structural element that deserves to be stated without acrimony but with lucid realism. Certain ecclesial movements, in order to exist and consolidate themselves, require a permanent enemy. Their identity is structured around conflict: modernist Rome, the betraying Council, the ambiguous Pope, the hostile world. Were this constant tension to disappear, their very raison d’être would weaken. The logic of conflict becomes an identity-forming principle. Without conflict, identity dissolves or normalizes. But the Church does not live by structural antagonisms; she lives by hierarchical communion.

If the Society truly desires full communion, it must decide whether it wishes to be an ecclesial reality or a permanent opposition bearing ecclesial semblance. The difference is not semantic; it is ontological. True tradition is not polemical self-preservation, but living continuity in obedience. And obedience, in Catholic ecclesiology, is not servility, but participation in the very form of the Church willed by Christ.

From the Island of Patmos, 13 February 2026

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EL CARDENAL VÍCTOR MANUEL FERNÁNDEZ Y LA FRATERNIDAD SAN PÍO X: EL PUNTO NO NEGOCIABLE DE LA COMUNIÓN

Nota teológico-canónica sobre el reciente encuentro entre el Dicasterio para la Doctrina de la Fe y la Fraternidad Sacerdotal San Pío X

— teología y derecho canónico—

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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El comunicado difundido acerca del encuentro celebrado el 12 de febrero de 2026 entre el Prefecto del Dicasterio para la Doctrina de la Fe, el Cardenal Víctor Manuel Fernández, y el Superior General de la Fraternidad Sacerdotal San Pío X, Rev. Davide Pagliarani (aqui), ofrece materia de reflexión no tanto en el plano diplomático cuanto en el teológico y eclesiológico.

El tono del texto es deliberadamente breve y sobrio, incluso benevolente. Se habla de un encuentro «cordial y sincero», de un «diálogo específicamente teológico», de una «metodología bien precisa», y de la aclaración acerca de la distinción entre el acto de fe y el «religioso obsequio de la mente y de la voluntad», así como de los distintos grados de adhesión requeridos por los textos del Concilio Vaticano II. Sin embargo, bajo esta superficie formal y cordial, emergen cuestiones graves, antiguas y todavía no resueltas.

Comencemos con un análisis canónico del «estado de necesidad» invocado. El punto más delicado sigue siendo la amenaza — ya anunciada públicamente — de proceder a nuevas ordenaciones episcopales sin mandato pontificio, justificadas por un supuesto «estado de necesidad», expresado en los siguientes términos:

«El lunes pasado, 2 de febrero, el Superior General de la Fraternidad San Pío X anunció que las consagraciones episcopales, es decir, la consagración de obispos, tendrán lugar el miércoles 1 de julio. La ceremonia se celebrará aquí en Écône, en el famoso Prado de las Ordenaciones, en el mismo lugar donde, el 30 de junio de 1988, el Arzobispo Lefebvre consagró cuatro obispos. Será un acontecimiento histórico, pero es importante comprender plenamente su alcance y significado. El aspecto insólito de esta ceremonia es que, por el momento, no ha recibido la autorización del Papa León XIV. Esperamos sinceramente que el Santo Padre permita estas consagraciones. Debemos rezar por esta intención» (cf. FSSPX Actualidad, aqui).

Aquí se requiere absoluta claridad, porque el Código de Derecho Canónico es inequívoco:

«Ningún Obispo consagre a alguien como Obispo si antes no consta el mandato pontificio» (c. 1013 CIC); «El Obispo que consagra a alguien como Obispo sin mandato pontificio, y quien recibe de él la consagración, incurren en excomunión latae sententiae reservada a la Sede Apostólica» (c. 1382 CIC; actualmente c. 1382 §1 tras la reforma de 2021).

El comunicado del Cardenal Víctor Manuel Fernández recuerda acertadamente el canon 331 y la constitución Pastor aeternus del Concilio Vaticano I, reafirmando la potestad plena, suprema, universal e inmediata del Romano Pontífice. No se trata de un simple detalle disciplinar, sino de un principio constitutivo de la eclesiología católica.

El argumento del «estado de necesidad» fue utilizado ya en 1988 para justificar las consagraciones episcopales realizadas por el Arzobispo Marcel Lefebvre. Pero un estado de necesidad, en sentido canónico, no es una categoría subjetiva ni una percepción ideológica de crisis. El Código de Derecho Canónico regula con precisión las causas de no imputabilidad o de atenuación de la pena (cc. 1323–1324 CIC), entre las cuales figura precisamente la necesidad. Sin embargo, debe tratarse de una situación real y objetiva, que configure una gravedad tal que obligue a actuar para evitar un daño inminente y que no pueda evitarse de otro modo. No basta un juicio personal acerca de una presunta crisis eclesial; se requiere una imposibilidad real de recurrir a los medios ordinarios de gobierno y de comunión con la Sede Apostólica. Además, la necesidad no puede ser auto-certificada por quien pretende realizar el acto, sino que debe responder a criterios objetivos verificables dentro del ordenamiento jurídico eclesial.

La historia del siglo XX ofrece ejemplos concretos: en los países de Europa oriental bajo el régimen soviético, con obispos encarcelados o deportados y comunicaciones interrumpidas; en la China maoísta, durante las fases más duras de la persecución religiosa, cuando la Iglesia actuaba en la clandestinidad y el contacto con Roma era materialmente imposible; en algunas zonas de la antigua Yugoslavia durante los conflictos balcánicos, en condiciones de total aislamiento y grave peligro. En tales contextos existía una imposibilidad física y jurídica objetiva.

La diferencia con la situación eclesial actual es evidente. Hoy no existe persecución de régimen que impida la comunión con Roma, ni interrupción forzada de los canales institucionales. En los contextos en los que la Fraternidad invoca el estado de necesidad, la Iglesia goza de libertad de expresión y de acción, mantiene relaciones diplomáticas con los Estados y actúa públicamente. El eventual conflicto es de naturaleza doctrinal o interpretativa, no de imposibilidad material.

Dilatar de este modo la noción de necesidad hasta incluir en ella el disenso teológico subjetivo significa vaciar el instituto canónico de su significado propio. Y ello resulta particularmente paradójico en ambientes que reivindican una rigurosa formación tomista: precisamente la tradición escolástica auténtica exige precisión conceptual y distinción de planos, no el uso extensivo e ideológico de categorías jurídicas.

Comparar la situación eclesial actual con la crisis arriana — como en ocasiones insinúan ciertos círculos — significa forzar la historia y la eclesiología. Durante la crisis arriana estaba en discusión la misma divinidad del Verbo Encarnado; hoy ningún dogma trinitario o cristológico es negado por el Magisterio universal. Pretender presentarse como un nuevo Atanasio de Alejandría presupone que Roma se ha vuelto arriana: afirmación que, tomada en serio, conduce lógicamente al cisma formal y, antes de ello, al absurdo jurídico-teológico. El argumento del estado de necesidad, aplicado a la decisión unilateral de ordenar obispos contra la voluntad explícita del Romano Pontífice, resulta tan inconsistente en el plano jurídico y eclesiológico que carece de los mínimos criterios de seriedad. Además, la necesidad no puede ser auto-certificada por quien pretende realizar el acto.

El comunicado señala un punto teológico central: la distinción entre el acto de fe (fides divina et catholica) y el «religioso obsequio de la mente y de la voluntad» (cf. Lumen gentium, 25). Antes de continuar, conviene aclarar estos dos conceptos. Con fides divina et catholica se entiende el asentimiento pleno e irrevocable que el creyente presta a las verdades reveladas por Dios y propuestas como tales de modo definitivo por la Iglesia: por ejemplo, la Trinidad, la Encarnación, la divinidad de Cristo. Negar conscientemente una de estas verdades significa romper la comunión en la fe.

El «religioso obsequio de la mente y de la voluntad», en cambio, se refiere a aquellas enseñanzas que el Magisterio propone de modo auténtico, aunque no con definición dogmática. En estos casos no se trata de un acto de fe en sentido estricto, sino de una adhesión real, leal y respetuosa, fundada en la confianza en la asistencia del Espíritu Santo al Magisterio de la Iglesia. No es una opinión facultativa que cada uno pueda aceptar o rechazar a su antojo, pero tampoco equivale a una definición irreformable.

El Prefecto invita así, con evidente delicadeza, a la Fraternidad a reinsertarse en el cauce de la teología católica clásica, recordando que no todas las enseñanzas del Magisterio exigen el mismo grado de asentimiento; pero tampoco es legítimo tratar los textos conciliares como opiniones teológicas libremente discutibles. Todo ello incluso frente a interpretaciones reductivas que continúan calificando el Vaticano II como un concilio «solo pastoral», como si se tratara de una asamblea de rango inferior respecto de los anteriores concilios ecuménicos. Una lectura semejante, además de teológicamente imprecisa, termina por vaciar de contenido la autoridad misma del Magisterio conciliar.

El Vaticano II, aunque no haya definido nuevos dogmas con fórmula solemne, es un Concilio ecuménico de la Iglesia católica. Sus enseñanzas exigen, según su naturaleza y formulación, al menos ese religioso obsequio que no es mera opinión privada, sino adhesión real, aunque no definitoria. Es legítimo discutir críticamente algunas derivas del período postconciliar; pero tales fenómenos no pueden identificarse con el Concilio en cuanto tal. Ya en los años setenta, desde su cátedra en la Pontificia Universidad Lateranense, Antonio Piolanti — destacado exponente de la Escuela Romana — advertía contra la confusión entre el Concilio Vaticano II y el “para-concilio”: se trata de realidades distintas. Sin embargo, ante estas elementales precisiones teológicas, los tonos de la Fraternidad son lamentablemente los siguientes:

«Es posible que la Santa Sede nos diga: “Está bien, os autorizamos a consagrar obispos, pero con la condición de que aceptéis dos cosas: la primera es el Concilio Vaticano II; y la segunda es la Nueva Misa. Y entonces, sí, os permitiremos realizar consagraciones”. ¿Cómo deberíamos reaccionar? Es sencillo. Preferiríamos morir antes que convertirnos en modernistas. Preferiríamos morir antes que renunciar a la plena fe católica. Preferiríamos morir antes que sustituir la Misa de San Pío V por la Misa de Pablo VI» (cf. FSSPX Actualidad, aqui).

La petición del Dicasterio no consiste en “creer como dogma” cada expresión conciliar, sino en reconocer su autoridad eclesial según la jerarquía de las verdades y los grados de asentimiento. En otras palabras: estudiar aquello que se cuestiona, comprender las categorías teológicas implicadas, evitar lecturas ideológicas, pero también reconocer la seriedad del interlocutor. La tradición teológica católica nunca se ha construido sobre la caricatura del adversario, sino sobre el análisis riguroso de sus tesis y la refutación argumentada de sus errores. Se puede disentir profundamente de una posición, incluso juzgarla teológicamente errónea, sin por ello negar al otro inteligencia, cultura o competencia académica. La autoridad de una tesis no depende de la deslegitimación personal de quien la sostiene, sino de la solidez de sus argumentos. Solo en este clima es posible un auténtico diálogo teológico. Y esto — conviene subrayarlo — no es un principio de mera cortesía académica, sino el método mismo de la gran escolástica. Basta pensar en la estructura de las quaestiones de santo Tomás de Aquino, que expone las objeciones en su forma más fuerte antes de proponer su respuesta (respondeo). En la tradición católica, la verdad no se afirma eliminando al adversario, sino superando sus argumentos en el plano de la razón y de la fe.

Por parte de los Superiores de la Fraternidad San Pío X, la sistemática deslegitimación del interlocutor, unida al tono de ultimátum adoptado previamente, no se queda en el plano de la polémica, sino que afecta directamente a la cuestión eclesiológica. Lo más grave no es tanto la amenaza en sí misma como la modalidad con la que se formula. Decir, en sustancia, al Romano Pontífice: “Si no nos concedéis la autorización, procederemos de todos modos”, constituye una presión impropia sobre la suprema autoridad de la Iglesia. En el derecho canónico, la petición de un mandato es un acto de obediencia; la amenaza de actuar sin él es un acto de desafío. No se puede transformar la potestad pontificia en un obstáculo burocrático que deba ser sorteado en nombre de una superior conciencia de crisis. La comunión eclesial no es negociable. No es una mesa política en la que se pacta una cuota de autonomía episcopal.

Este comunicado muestra una Santa Sede que no cierra puertas, sino que invita al diálogo como ocasión de verdad. No sanciona de inmediato, sino que propone un camino. No impone fórmulas, sino que solicita clarificación doctrinal. Resulta difícil no ver en esta actitud del Cardenal Víctor Manuel Fernández una forma de paciencia eclesial unida a una notable nobleza institucional. La propuesta de señalar «los mínimos necesarios para la plena comunión» constituye ya una concesión metodológica: se parte de lo esencial, no de un consenso integral en todo. Sin embargo, la suspensión de las ordenaciones episcopales se establece como condición preliminar. Y con razón, porque no se puede dialogar con una pistola sobre la mesa, como si el ejercicio de la autoridad debiera ceder ante una presión preventiva.

Hay finalmente un elemento estructural que merece ser señalado sin acritud, pero con lúcido realismo. Algunos movimientos eclesiales, para existir y consolidarse, necesitan un enemigo permanente. Su identidad se estructura en el conflicto: Roma modernista, el Concilio traidor, el Papa ambiguo, el mundo hostil… Si desapareciera ese estado continuo de tensión, desaparecería también buena parte de su razón de ser. La lógica del conflicto se convierte en un verdadero elemento identitario. Sin conflicto, la identidad se diluye o se normaliza. Pero la Iglesia no vive de antagonismos estructurales; vive de comunión jerárquica.

Si la Fraternidad desea realmente la plena comunión, deberá decidir si quiere ser una realidad eclesial o una oposición permanente con apariencia eclesial. La diferencia no es semántica; es propiamente ontológica. La verdadera tradición no es autoconservación polémica, sino continuidad viva en la obediencia. Y la obediencia, en la eclesiología católica, no es servilismo, sino participación en la forma misma de la Iglesia querida por Cristo.

Desde la Isla de Patmos, 12 de febrero de 2026

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KARDINAL VÍCTOR MANUEL FERNÁNDEZ UND DIE PRIESTERBRUDERSCHAFT ST. PIUS X: DER NICHT VERHANDELBARE PUNKT DER KIRCHLICHEN GEMEINSCHAFT

Theologisch-kanonische Anmerkung zum jüngsten Treffen zwischen dem Dikasterium für die Glaubenslehre und der Priesterbruderschaft St. Pius X

 

— Theologie und kanonisches Recht—

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Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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Die Mitteilung über das am 12. Februar 2026 stattgefundene Treffen zwischen dem Präfekten des Dikasteriums für die Glaubenslehre, Kardinal Víctor Manuel Fernández, und dem Generaloberen der Priesterbruderschaft St. Pius X, Rev. Davide Pagliarani (hier abrufbar), bietet Anlass zur Reflexion – weniger auf diplomatischer Ebene als vielmehr auf theologischer und ekklesiologischer.

Der Ton des Textes ist bewusst knapp und sachlich, ja sogar wohlwollend. Es ist von einer „herzlichen und aufrichtigen“ Begegnung die Rede, von einem „spezifisch theologischen Dialog“, von einer „klar umrissenen Methodik“ sowie von einer Klärung hinsichtlich der Unterscheidung zwischen dem Akt des Glaubens und dem „religiösen Gehorsam des Verstandes und des Willens“ sowie der unterschiedlichen Grade der Zustimmung, die von den Texten des Zweiten Vatikanischen Konzils gefordert werden. Unter dieser formalen und freundlichen Oberfläche treten jedoch schwerwiegende, seit Langem bestehende und ungelöste Fragen zutage.

Beginnen wir mit einer kanonistischen Analyse des geltend gemachten „Notstandes“. Der heikelste Punkt bleibt die — bereits öffentlich angekündigte — Absicht, neue Bischofsweihen ohne päpstliches Mandat vorzunehmen, gerechtfertigt durch einen angeblichen „Notstand“, der in folgenden Worten beschrieben wurde:

„Am vergangenen Montag, dem 2. Februar, kündigte der Generalobere der Priesterbruderschaft St. Pius X an, dass die Bischofsweihen — also die Weihe von Bischöfen — am Mittwoch, dem 1. Juli, stattfinden werden. Die Zeremonie wird hier in Écône auf der bekannten Weidefläche der Weihen abgehalten, am selben Ort, an dem Erzbischof Lefebvre am 30. Juni 1988 vier Bischöfe weihte. Es wird ein historisches Ereignis sein, doch ist es wichtig, dessen Tragweite und Bedeutung vollständig zu verstehen. Der ungewöhnliche Aspekt dieser Zeremonie besteht darin, dass sie bislang nicht die Genehmigung von Papst Leo XIV erhalten hat. Wir hoffen aufrichtig, dass der Heilige Vater diese Weihen gestatten wird. Wir müssen für dieses Anliegen beten“ (vgl. FSSPX Aktuell).

Hier ist äußerste Klarheit geboten, denn der Codex des Kanonischen Rechts ist eindeutig:

„Kein Bischof darf jemanden zum Bischof weihen, wenn nicht zuvor das päpstliche Mandat feststeht“ (can. 1013 CIC); „Ein Bischof, der jemanden ohne päpstliches Mandat zum Bischof weiht, sowie derjenige, der die Weihe von ihm empfängt, ziehen sich die Tatstrafe der Exkommunikation zu, die dem Apostolischen Stuhl vorbehalten ist“ (can. 1382 CIC; derzeit can. 1382 §1 nach der Reform von 2021).

Die Mitteilung von Kardinal Víctor Manuel Fernández erinnert zu Recht an can. 331 sowie an die Konstitution Pastor aeternus des Ersten Vatikanischen Konzils und bekräftigt damit die volle, höchste, universale und unmittelbare Gewalt des Römischen Pontifex. Es handelt sich hierbei nicht um eine bloße disziplinäre Einzelbestimmung, sondern um ein konstitutives Prinzip katholischer Ekklesiologie.

Das Argument des „Notstandes“ wurde bereits 1988 herangezogen, um die von Erzbischof Marcel Lefebvre vorgenommenen Bischofsweihen zu rechtfertigen. Ein Notstand im kanonischen Sinne ist jedoch weder eine subjektive Kategorie noch eine ideologisch gefärbte Krisenwahrnehmung. Der Codex des Kanonischen Rechts regelt präzise die Gründe der Nichtzurechenbarkeit oder der Strafmilderung (cc. 1323–1324 CIC), unter denen auch der Notstand genannt wird. Dieser muss jedoch tatsächlich real und objektiv gegeben sein und eine so schwerwiegende Situation darstellen, dass ein Handeln erforderlich wird, um einen unmittelbar drohenden Schaden abzuwenden, der nicht anders vermieden werden kann. Ein persönliches Urteil über eine vermeintliche kirchliche Krise genügt nicht; erforderlich ist eine reale Unmöglichkeit, auf die ordentlichen Mittel der Leitung und der Gemeinschaft mit dem Apostolischen Stuhl zurückzugreifen. Zudem kann ein Notstand nicht vom Handelnden selbst willkürlich oder ideologisch deklariert werden, sondern muss objektiven, innerhalb der kirchlichen Rechtsordnung überprüfbaren Kriterien entsprechen.

Die Geschichte des 20. Jahrhunderts bietet hierfür konkrete Beispiele: in den osteuropäischen Ländern unter sowjetischer Herrschaft, wo Bischöfe inhaftiert oder deportiert wurden und die Kommunikation unterbrochen war; im maoistischen China während der härtesten Phasen der Religionsverfolgung, als die Kirche im Untergrund wirkte und der Kontakt zu Rom faktisch unmöglich war; in bestimmten Regionen des ehemaligen Jugoslawiens während der Balkankriege, unter Bedingungen völliger Isolation und akuter Gefahr. In solchen Kontexten lag eine objektive physische und rechtliche Unmöglichkeit vor.

Der Unterschied zur gegenwärtigen kirchlichen Situation ist offenkundig. Heute gibt es keine staatliche Verfolgung, die die Gemeinschaft mit Rom verhindert, und keine erzwungene Unterbrechung institutioneller Kommunikationswege. In den Kontexten, in denen die Bruderschaft einen Notstand geltend macht, genießt die Kirche Religions- und Handlungsfreiheit, unterhält diplomatische Beziehungen zu Staaten und wirkt öffentlich. Ein etwaiger Konflikt ist doktrinärer oder interpretativer Natur, nicht jedoch durch materielle Unmöglichkeit bedingt.

Den Begriff des Notstandes so auszuweiten, dass darunter subjektiver theologischer Dissens fällt, bedeutet, das kanonische Institut seines eigentlichen Sinngehalts zu entleeren. Besonders paradox erscheint dies in Kreisen, die eine strenge thomistische Ausbildung für sich reklamieren: Gerade die authentische scholastische Tradition verlangt begriffliche Präzision und die Unterscheidung der Ebenen, nicht den extensiven und ideologischen Gebrauch juristischer Kategorien.

Die gegenwärtige kirchliche Situation mit der arianischen Krise zu vergleichen – wie es bisweilen in bestimmten Kreisen angedeutet wird – bedeutet, sowohl die Geschichte als auch die Ekklesiologie zu verzerren. In der arianischen Krise stand die Gottheit des fleischgewordenen Wortes selbst zur Debatte; heute wird kein trinitarisches oder christologisches Dogma vom universalen Lehramt geleugnet. Sich als neuer Athanasius von Alexandrien zu präsentieren setzt voraus, dass Rom arianisch geworden sei – eine Behauptung, die ernst genommen logisch zum formalen Schisma und zuvor zur juristisch-theologischen Absurdität führt. Das Argument des Notstandes, angewandt auf die einseitige Entscheidung, Bischöfe gegen den ausdrücklichen Willen des Römischen Pontifex zu weihen, ist so wenig tragfähig im rechtlichen wie im ekklesiologischen Sinn, dass ihm minimale Kriterien der Seriosität fehlen. Zudem kann der Notstand nicht von demjenigen selbst bescheinigt werden, der den Akt zu vollziehen beabsichtigt.

Die Mitteilung hebt sodann einen zentralen theologischen Punkt hervor: die Unterscheidung zwischen dem Akt des Glaubens (fides divina et catholica) und dem „religiösen Gehorsam des Verstandes und des Willens“ (vgl. Lumen gentium, 25). Bevor wir fortfahren, ist es angebracht, diese beiden Begriffe zu klären. Unter fides divina et catholica versteht man die volle und unwiderrufliche Zustimmung, die der Gläubige den von Gott geoffenbarten und von der Kirche endgültig als solche vorgelegten Wahrheiten schenkt – etwa der Dreifaltigkeit, der Inkarnation oder der Gottheit Christi. Eine solche Wahrheit wissentlich zu leugnen bedeutet, die Gemeinschaft im Glauben zu brechen.

Der „religiöse Gehorsam des Verstandes und des Willens“ hingegen bezieht sich auf jene Lehren, die vom Lehramt authentisch vorgelegt werden, wenngleich nicht in Form einer dogmatischen Definition. In diesen Fällen handelt es sich nicht um einen Glaubensakt im strengen Sinn, sondern um eine reale, loyale und respektvolle Zustimmung, die im Vertrauen auf die Assistenz des Heiligen Geistes gegenüber dem Lehramt der Kirche gründet. Es ist keine bloß fakultative Meinung, die nach Belieben angenommen oder verworfen werden könnte, doch auch keine irreformable Definition.

Der Präfekt lädt die Bruderschaft somit mit spürbarer Zurückhaltung dazu ein, sich erneut in den Rahmen der klassischen katholischen Theologie einzuordnen. Er erinnert daran, dass nicht alle Lehräußerungen des Lehramtes denselben Grad der Zustimmung verlangen; ebenso wenig jedoch ist es zulässig, konziliare Texte als frei bestreitbare theologische Meinungen zu behandeln. Interpretationen, die das Zweite Vatikanische Konzil weiterhin als „bloß pastoral“ bezeichnen, als handle es sich um eine Versammlung minderen Ranges im Vergleich zu früheren ökumenischen Konzilien, sind reduktionistisch. Eine solche Lesart ist nicht nur theologisch unpräzise, sondern entleert letztlich die Autorität des Konzilslehramtes selbst.

Das Zweite Vatikanische Konzil hat zwar keine neuen Dogmen in feierlicher Form definiert, ist jedoch ein ökumenisches Konzil der katholischen Kirche. Seine Lehren verlangen entsprechend ihrer Natur und Formulierung zumindest jenen religiösen Gehorsam, der keine bloß private Meinung darstellt, sondern eine reale, wenngleich nicht definitive Zustimmung. Es ist legitim, bestimmte Entwicklungen der nachkonziliaren Zeit kritisch zu diskutieren; diese Phänomene dürfen jedoch nicht mit dem Konzil als solchem identifiziert werden. Bereits in den 1970er Jahren warnte Antonio Piolanti — ein maßgeblicher Vertreter der Römischen Schule — von seinem Lehrstuhl an der Päpstlichen Lateranuniversität davor, das Zweite Vatikanische Konzil mit dem sogenannten „Para-Konzil“ zu verwechseln: Es handelt sich um unterschiedliche Realitäten. Dennoch lauten angesichts dieser elementaren theologischen Klärungen die Töne der Bruderschaft leider wie folgt:

„Es ist möglich, dass der Heilige Stuhl zu uns sagt: ‚Gut, wir erlauben euch, Bischöfe zu weihen, unter der Bedingung, dass ihr zwei Dinge akzeptiert: erstens das Zweite Vatikanische Konzil; zweitens die Neue Messe. Dann werden wir euch die Weihen gestatten.‘ Wie sollten wir reagieren? Es ist einfach. Wir würden lieber sterben, als Modernisten zu werden. Wir würden lieber sterben, als auf den vollen katholischen Glauben zu verzichten. Wir würden lieber sterben, als die Messe des heiligen Pius V durch die Messe Pauls VI zu ersetzen“ (vgl. FSSPX Aktuell).

Die Forderung des Dikasteriums besteht nicht darin, jede einzelne konziliare Formulierung „als Dogma zu glauben“, sondern deren kirchliche Autorität entsprechend der Hierarchie der Wahrheiten und der Grade der Zustimmung anzuerkennen. Mit anderen Worten: das zu studieren, was man in Frage stellt; die theologischen Kategorien zu verstehen; ideologische Lesarten zu vermeiden – und zugleich die Ernsthaftigkeit des Gesprächspartners anzuerkennen. Die katholische theologische Tradition hat sich nie auf die Karikatur des Gegners gegründet, sondern auf die sorgfältige Analyse seiner Thesen und die argumentativ begründete Widerlegung seiner Irrtümer. Man kann einer Position tiefgreifend widersprechen, sie sogar als theologisch irrig beurteilen, ohne dem anderen deshalb Intelligenz, Bildung oder wissenschaftliche Kompetenz abzusprechen. Die Autorität einer These hängt nicht von der persönlichen Delegitimierung ihres Vertreters ab, sondern von der Tragfähigkeit ihrer Argumente. Nur in einem solchen Klima ist ein authentischer theologischer Dialog möglich. Und dies — so sei betont — ist keine Frage akademischer Höflichkeit, sondern das eigentliche Verfahren der großen scholastischen Tradition. Man denke nur an die Struktur der quaestiones des heiligen Thomas von Aquin, der die Einwände in ihrer stärksten Form darlegt, bevor er seine Antwort (respondeo) formuliert. In der katholischen Tradition wird die Wahrheit nicht dadurch bekräftigt, dass man den Gegner ausschaltet, sondern indem man seine Argumente auf der Ebene von Vernunft und Glauben überwindet.

Von Seiten der Oberen der Priesterbruderschaft St. Pius X bleibt die systematische Delegitimierung des Gesprächspartners zusammen mit dem zuvor eingeschlagenen Ultimatumston nicht auf der Ebene der Polemik stehen, sondern berührt unmittelbar die ekklesiologische Frage. Das Schwerwiegendste ist weniger die Drohung als solche als vielmehr die Art und Weise ihres Vortrags. Dem Römischen Pontifex sinngemäß zu sagen: „Wenn ihr uns die Genehmigung nicht erteilt, werden wir dennoch handeln“, stellt einen unangemessenen Druck auf die höchste Autorität der Kirche dar. Im kanonischen Recht ist die Bitte um ein Mandat ein Akt des Gehorsams; die Drohung, ohne Mandat zu handeln, ein Akt der Auflehnung. Man kann die päpstliche Vollmacht nicht in ein bürokratisches Hindernis verwandeln, das im Namen einer vermeintlich höheren Krisenwahrnehmung umgangen werden soll. Kirchliche Gemeinschaft ist nicht verhandelbar. Sie ist kein politischer Verhandlungstisch, an dem ein Maß an bischöflicher Autonomie ausgehandelt wird.

Diese Mitteilung zeigt einen Heiligen Stuhl, der nicht verschließt, sondern zum Dialog als Gelegenheit der Wahrheit einlädt. Sie verhängt nicht sofort Sanktionen, sondern schlägt einen Weg vor. Sie schreibt keine Formeln vor, sondern bittet um doktrinäre Klärung. Es ist schwer, in der Haltung von Kardinal Víctor Manuel Fernández nicht eine Form kirchlicher Geduld verbunden mit bemerkenswerter institutioneller Noblesse zu erkennen. Der Vorschlag, „die minimalen Voraussetzungen für die volle Gemeinschaft“ zu benennen, stellt bereits ein methodisches Entgegenkommen dar: Man beginnt mit dem Wesentlichen, nicht mit einer vollständigen Übereinstimmung in allem. Dennoch wird die Aussetzung der Bischofsweihen als vorläufige Bedingung gesetzt — und das zu Recht —, denn man kann keinen Dialog führen, wenn eine Pistole auf dem Tisch liegt, als müsse die Ausübung der Autorität einem präventiven Druck weichen.

Schließlich gibt es ein strukturelles Element, das ohne Bitterkeit, aber mit nüchterner Klarheit ausgesprochen werden sollte. Manche kirchliche Bewegungen bedürfen, um zu bestehen und sich zu konsolidieren, eines permanenten Gegners. Ihre Identität formt sich im Konflikt: das modernistische Rom, das verräterische Konzil, der zweideutige Papst, die feindliche Welt … Würde dieser Zustand dauerhafter Spannung entfallen, geriete auch ihre eigene Daseinsbegründung ins Wanken. Die Logik des Konflikts wird zu einem identitätsstiftenden Prinzip. Ohne Konflikt löst sich Identität auf oder normalisiert sich. Die Kirche jedoch lebt nicht von strukturellen Gegensätzen, sondern von hierarchischer Gemeinschaft.

Wenn die Bruderschaft wirklich die volle Gemeinschaft anstrebt, muss sie entscheiden, ob sie eine kirchliche Wirklichkeit sein will oder eine permanente Opposition mit kirchlichem Anschein. Der Unterschied ist nicht semantischer, sondern ontologischer Natur. Wahre Tradition ist nicht polemische Selbstbehauptung, sondern lebendige Kontinuität im Gehorsam. Und Gehorsam ist in katholischer Ekklesiologie kein Servilismus, sondern Teilhabe an der von Christus gewollten Gestalt der Kirche.

Von der Insel Patmos, 13. Februar 2026

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Alberto Ravagnani letto attraverso «Blowin’ in the wind» di Bob Dylan

11 Febbraio 2026/in Omiletica/da Monaco Eremita

ALBERTO RAVAGNANI LETTO ATTRAVERSO «BLOWIN’ IN THE WIND» DI BOB DYLAN

Se desideriamo che la Chiesa abbia dei presbiteri felici e sereni nello svolgere un ministero tanto esigente e totalizzante, bisogna che non siano lasciati fluttuare nel vento, ma che vi si risponda con sincerità.

Autore Monaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

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La nota vicenda di Alberto Ravagnani che ha attraversato i social qualche giorno fa, per la sua decisione di lasciare il sacerdozio, ha raccolto com’è consueto ai nostri giorni, commenti e riflessioni di natura diversa e posizioni altrettanto alterne: ha fatto bene, ha fatto male, era ora, preghiamo per lui.

Ogni scelta rimane profondamente umana anche quando ha a che fare con realtà che coinvolgono la sfera spirituale, la fede, la Chiesa, Dio. Per cui, fatta salva la retta coscienza, va rispettata, compresa quella del Ravagnani che decide di mettere da parte il suo essere prete cattolico. Mi sono chiesto, però, se ci fossero ragioni più profonde dietro questo gesto che ha molto colpito, a motivo della esposizione mediatica di don Alberto. Naturalmente, non conoscendo direttamente la persona, anzi avendola quasi nulla frequentata sui social, se non proprio di rado e per curiosità verso il fenomeno dei preti influencer, mi baso sulle sue ultime uscite, nelle quali ha esposto qualche ragione del suo gesto e sul libro adesso pubblicato dal titolo emblematico: La scelta (Qui).

In una video intervista (Qui) don Alberto si confronta con Giacomo Poretti, il conosciuto attore del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo, che tiene un seguito podcast e che, tra l’altro, non fa mistero della sua fede. Giovanni con delicatezza pone alcune domande ad Alberto sul perché è diventato sacerdote e sul come mai adesso ha deciso di lasciare. Le risposte del Ravagnani mettono in luce come un tempo, prima della conversione, avvenuta a seguito di una confessione, fosse introverso, parecchio chiuso in sé stesso e come poi abbia sentito il desiderio di comunicare a tutti la sua felicità trovata. Il frasario è semplice, non scava in profondità, secondo uno stile in uso fra gli influencer, preti compresi, che hanno questa necessità di essere facilmente capiti da tutti. Così anche la decisione di lasciare, sempre spiegata con un dire fin troppo semplicistico per una scelta così faticosa, appare legata ad un suo attuale desiderio di libertà che lo ha portato a percepire ormai stretto il vestito del prete per quello che si sente di fare, ovvero portare ugualmente Gesù ai giovani, ai mondi che non lo conoscono o lo dileggiano, ma senza più le strettoie e le regole imposte a chi riveste il ruolo di presbitero, che deve obbedire al Vescovo per esempio.

Secondo le sue parole, la dicitura «don» premessa al nome di battesimo, sarebbe un ostacolo, perché porterebbe le persone a vedere innanzitutto il ruolo o a ricordare gli esempi negativi di alcuni preti. Confessa che si sentirà sempre «don Alberto» e che probabilmente l’esser stato un «don» lo identificherà ancora così agli occhi di chi incontrerà, anche se Giacomo Poretti cordialmente gli fa presente che per lui sarà sempre: Alberto. Ma poi Ravagnani fa anche altre confessioni, che a 21 anni, nel seminario, quando cominciò a vestire da prete, col colletto ad esempio, lui ne era felice, salvo poi accorgersi che aveva messo da parte altre esperienze, tipo quelle affettive o una laurea, per vedersi e percepirsi soltanto come un presbitero e come tale vestito. Si scopre, dunque, mancante di qualcosa e ciò che prima lo identificava ora non serve più, anzi appare un ostacolo. Il fatto che un sacerdote, ormai ex, possa terminare l’intervista parlando della sua percezione del presbitero come di un uomo che deve apparire agli occhi della gente quasi perfetto e perciò lui, scoprendo invece il valore della libertà rispetto a questa visione, ora possa tirare per sé un sospiro di sollievo, fa pensare.

In un successivo video (Qui), fatto per promuovere il suo recente libro, il Ravagnani offre qualche altro motivo che va più in profondità. Egli afferma in sequenza:

«Sono stato un bravo bambino, un bravo ragazzo, un bravo seminarista, un bravo prete, un bravo padre, un bravo influencer, ma l’esigenza di risultare così impeccabile ha finito per schiacciarmi. E forse è stato un bene, perché fra essere perfetto ed essere vero è molto meglio la seconda».

Qualsiasi terapeuta, a sentire queste parole, alzerebbe le antenne e porrebbe all’interessato delle domande che non riguarderebbero più la scelta in sé di abbandonare il sacerdozio, dietro la quale si nascondono sempre giudizi sia dell’interessato verso sé stesso che da parte dell’utenza raggiunta da una tale notizia. Avrebbero piuttosto a che fare con ragioni più profonde che inferiscono la realtà psichica di chi fa tali asserzioni e la sua personalità, come si sia nel tempo sviluppata e quindi sul perché uno debba sentire di essere bravo e perfetto: rispetto a chi, per dimostrare cosa, quale gratificazione interiore o posizione psicologica va a consolidare?

Aprendo il suo libro si nota che quella frase da lui pronunciata nel video è in effetti il riassunto dei capitoli che vanno a comporre lo scritto. Nel testo egli prende in esame i passaggi epocali della sua vita fino a qui e confessa fra tante altre cose che si è in effetti rivolto ad un terapeuta che lo sta aiutando a dipanare la matassa interiore. Si legge lì dove è riportato uno dei colloqui con lo specialista: «Respiro a fondo. Ma so che devo fare qualcosa. Devo avere il coraggio di scegliere. Per il bene di Fraternità (n.d.r: una community da lui animata). E della Chiesa». «E anche per il suo», aggiunge lui, piano. «Sì», dico dopo un attimo, «anche per il mio». Lui rimane in silenzio per un po’» (pag. 237).

Scorrendo le pagine della biografia risalta un aspetto che di per sé non avrebbe nulla di originale, se non fosse per la notorietà del personaggio. La vicenda cioè di un giovane uomo che si è portato dietro per il tempo dell’adolescenza, del seminario e del ministero sacerdotale la posizione psicologica del bambino che mette in atto, in un contesto di incomprensione, soprattutto familiare, un meccanismo di difesa che lo conduce da un lato a proteggersi dal mondo che non lo capisce o accoglie per come è; dall’altro a ritenersi migliore e capace di raddrizzare quel mondo col suo impegno e sforzo; schermandosi col diventare buono, l’essere perfetto, far vedere quanto si è bravi al fine di essere riconosciuti.

Leggiamo le sue parole scaturite in seguito ad uno scatto di violenza del padre:

«Non ricordo di essermi fatto male, però ricordo che avrei voluto farne a mio padre: ovviamente ho dovuto annullare questo impulso immorale. E allora altri diecimila punti esperienza per il bravo bambino, che impara a sopprimere i desideri di vendetta o di rabbia, perché percepisce quei sentimenti come “sbagliati” e incompatibili con l’essere amato. È così che, anno dopo anno, il bravo bambino che è in me cresce fino a prendersi totalmente la scena della mia vita. Il piccolo Alberto diventa bravo e benvoluto da tutti. A casa sono obbediente e non do mai problemi ai miei genitori. A scuola sono educato e diligente, lo studente modello elogiato dalle maestre e disponibile ad aiutare sempre i miei compagni. Nel paese dei miei nonni tutti mi dicono che sono un angelo, perché sono gentile, paziente e imperturbabile, praticamente un adulto nel corpo di un bambino. O forse, un bambino che non riesce a vivere fino in fondo come tale» (pag. 17).

L’itinerario sembra già ben tracciato e dove poterlo percorrere al meglio se non nella Chiesa? Un’entità totalizzante e avvolgente, capace di esaltare i meccanismi psicologici della bontà e della perfezione. Una realtà, fra l’altro, sempre da migliorare e allora perché non entrare proprio lì dove posso far valere il mio talento, passo dopo passo, in uno sforzo titanico che poi mi si ritorcerà contro, proprio perché nessuno mi aveva aiutato a vedere quel bambino che aveva solo voglia di essere accolto, capito e valorizzato; che potesse fare le diverse esperienze, compresi gli sbagli, che portano un ragazzo alla maturità, fino ad essere uomo capace di scelte. Invece di vietarsi, per nutrire una posizione psichica, le esperienze naturali della vita giovanile, come lo studio, lo sport, il viaggiare e non da ultimo l’affettività e il sesso. Mi vien naturale dire: era impossibile che non sarebbe finita come è finita, con l’abbandono del sacerdozio. Perché la vita preme con le sue esigenze, il corpo pure urla e non sto qui a sottolineare che gli unici spazi di libertà che Ravagnani ricavava per sé fossero quelli dell’autoerotismo, da lui confessati nel libro. Perciò penso, che lui abbia fatto bene alla fine a fare la scelta che ha fatto, se questa lo conduce alla verità di sé e a fare, anche se trentenne, le esperienze normali che portano un giovane alla maturità psicologica, morale, esistenziale. Soprattutto se non le hai mai fatte o se da solo te le sei precluse per un’idea di malsana perfezione. Questo è il mio augurio per lui, che esca dal suo copione e viva una vita vera.

Rimane però una domanda dolorosa. Come mai la Chiesa, ovvero le persone preposte alla formazione di quel seminarista, in seguito presbitero, non si sono minimamente accorte di tutto questo? Un conto che uno diventi un bravo animatore all’interno di un oratorio per quanto variegato e coinvolgente come possono essere quelli milanesi e altro invece è un ragazzo accolto quasi ventenne in seminario e portato al sacerdozio senza che nessuno lo abbia mai aiutato a guardarsi dentro, perché potesse diventare un vero prete; non un bravo prete. E stiamo parlando di anni, non di qualche giorno.

La disanima che Ravagnani fa della vita in seminario, tolto il fatto che gli piaceva e lo esaltava, ma sappiamo anche perché a questo punto, è impietosa. Facciamo pure la tara e diciamo anche che viene da uno che sta lasciando e quindi giocoforza gli vien facile scovare adesso tutte le magagne del caso su come si arriva al sacerdozio e su come si vive o sugli esempi negativi che pullulano. Ma che il Rettore di un seminario — e stiamo parlando di una delle diocesi tra le più importanti nella Chiesa —, si premuri di chiedere ad un giovane che entra: «Hai mai avuto rapporti sessuali?»; mentre non vengano mai vagliate le vere motivazioni di un ragazzo che arriva a scrivere: «Non ci ho mai provato con una ragazza, ma con Dio sì. E con lui ce l’ho fatta. Non gli ho chiesto di uscire, gli ho chiesto di entrare in seminario» (pag. 35). Eppure egli parla di molteplici colloqui avuti coi responsabili, col padre spirituale. Perché questa idea di sé, questa immagine della fede e di Dio, ammantata di prometeica ricerca di perfezione, non è stata mai notata? E di converso vien da chiedere: che formazione è quella che si fa nei seminari, a cosa mira alla fin fine?

I preti lasciano chi per un verso, chi per un altro, tanti ce ne sono stati e tanti ancora ce ne saranno. La Chiesa, come cantava Francesco Guccini della sua città d’elezione, Bologna, è: «Una vecchia matrona, dai fianchi un po’ molli»; capace di assorbire tutto e andare avanti. Ma se non si affrontano questi nodi, dove si va? Oggi sempre meno ragazzi e giovani bussano alle porte dei seminari, ma non è questo il punto alla fine, come rivela la vicenda di don Alberto. Perché anche in quelle realtà che vengono viste come la panacea di tutti i mali, perché lì qualche giovane in più arriva e chiede l’abito, le regole ferree e che si mantenga la tradizione, i problemi intimi delle persone rimangono. Anche Ravagnani agognava il colletto, si vestiva di nero, perfino nelle mutande (parole sue, pag. 61), si sentiva prete fin nel midollo. Forse va rivisto qualcosa? Ammessa qualche colpa? Forse quel bravo psicologo che faceva notare al Ravagnani che il bene va cercato anche per sé stessi oltre che per gli altri, potrebbe avere accesso nei seminari? O si ha paura di scoprire la verità? Che il re tante volte è nudo, anche se si percepisce nel vero e giusto perché pensa di essere vestito a modo e di rispettare le regole del ruolo fino in fondo.

Le domande si ammucchiano. Ma se desideriamo che la Chiesa abbia dei presbiteri felici e sereni nello svolgere un ministero tanto esigente e totalizzante, bisogna che non siano lasciati fluttuare nel vento, ma che vi si risponda con sincerità.

Dall’Eremo, 11 febbraio 2026

 

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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Il caso “Don Rava”: tra colpevolisti e innocentisti e quel sintomo di un malessere ecclesiale che non si vuole ancora riconoscere

10 Febbraio 2026/in Attualità/da Padre Ivano

IL «CASO DON RAVA»: TRA COLPEVOLISTI E INNOCENTISTI E QUEL SINTOMO DI UN MALESSERE ECCLESIALE CHE NON SI VUOLE ANCORA RICONOSCERE

Il primo nodo da sciogliere è la scelta di uomini che sappiano essere veramente formatori e non «deformatori», su questo punto è necessario che l’asticella della pretesa e del desiderio si mantenga ben alta, senza scendere a compromessi.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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In questo periodo numerosi sono stati gli scritti che hanno interessato il web sulla vicenda dell’abbandono del ministero sacerdotale di don Alberto Ravagnani.

Fernando Botero, Il riposo del prete, anno 1977

Personalmente quello che mi ha creato più fastidio — e lo dico sia come sacerdote ma anche come fedele cristiano — è che, ancora una volta, le persone hanno reagito percependo tutta quanta l’intera vicenda reagendo “di pancia”. Assumendo una dialettica da tifoseria da stadio risulta impossibile leggere in profondità e rilevare l’evidente emergenza educativa, pedagogica, teologica ed ecclesiale che vi è sottesa. Il che significa — statene certi — che passati alcuni mesi, tutto cadrà nell’oblio e si ricercherà un nuovo scoop scandalistico dietro cui correre. Di don Alberto Ravagnani si potrà dire quanto don Abbondio del Manzoni disse di Carneade: «Chi era costui?», e questo non prima di aver esaurito tutte le possibili ospitate televisive e giornalistiche che utilizzeranno il caso di questo giovane uomo per i loro pruriti editoriali e per lanciare l’ennesimo attacco al sacerdozio, al celibato e alla Chiesa.

Se tutto questo non fosse già abbastanza triste, ci siamo dovuti pure sorbire i vari post e video di confratelli sacerdoti «à la page» che si sono stracciati le vesti per l’eccessiva severità contro cui le persone hanno reagito davanti al «caso don Rava». Una difesa d’ufficio del tutto fuori luogo che ha più il retrogusto di un meccanismo di difesa psicologico che del reale interessamento verso una persona in crisi e bisognosa di aiuto. Quello che invece è interessante conoscere, per una lettura realistica e onesta della vicenda, è che don Alberto ha incassato con gli interessi il prezzo di una visibilità mediatica coltivata per anni come prete influencer, e questo sia nel bene come nel male.

Nel 2026 la maggior parte delle persone è consapevole che la consacrazione di un individuo a personaggio pubblico attraverso l’uso e il linguaggio dei social media apre la porta a una cascata di eventi e di conseguenze del tutto imprevedibili, tra cui il fatto che il web concede il diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. Cito a proposito Umberto Eco in questa lettura sul fenomeno dei social perché evidentemente tale lettura appare confermata dal caso in questione. Quello che pare strano è che proprio un sacerdote che ha scelto di evangelizzare i giovani attraverso l’uso dei media non abbia fatto questo tipo di riflessioni, compresi i vari avvocati d’ufficio che si sono dati da fare per spegnere le fiamme dell’incendio mediatico attorno a don Alberto di cui noi Padri de L’Isola di Patmos continuiamo ad affermare una sostanziale buona fede unita a una immaturità umana e spirituale. Purtroppo, la sola buona fede non basta e non salva.

Ad una attenta riflessione, l’intera vicenda appare evidentemente troppo sbilanciata perché il caro don Alberto da tanto tempo aveva dismesso le fattezze interiori del sacerdote per rivestire quelle del solo influencer e tale sproporzione di intenti e di immagine ha dato poi i suoi frutti spersonalizzandolo e orientandolo ad aspirare altri orizzonti per lui considerati più consoni e desiderabili, al limite del rinnegamento. Lo stesso bisogno di una maggiore libertà è stato il chiaro sintomo di un ministero sacerdotale percepito in modo costringente ed è lì che qualcuno avrebbe dovuto esercitare una previa responsabilità paterna e pastorale, una sorveglianza fatta di carità e di verità che i nostri padri avevano riassunto col termine greco ἐπίσκοπος (episcopos) derivante da epí (sopra) e skopéō (osservare/guardare), ossia “colui che controlla”. Avere il coraggio di guardare questo giovane uomo prima, invece che agire diplomaticamente dopo, con comunicati richiedenti rispetto, silenzio e preghiera. Tutte cose buone se non puzzassero di ipocrisia clericale lontano un miglio. Perché è evidente che se l’epilogo dell’intera vicenda “don Rava” è stato l’abbandono del ministero, con annessa pubblicazione di un libro/confessione, non ci vuole molto acume per capire che i buoi dalla stalla erano già fuggiti da diverso tempo, almeno da un anno.

Per amore della verità, bisogna ugualmente rigettare i commenti sprezzanti al limite dell’offesa personale che molti hanno riversato contro don Alberto in modo del tutto gratuito e maligno. Al di là delle simpatie personali e della condivisione o meno della sua attività, nessuno può così impunemente giudicare. Le sue frequentazioni in palestra o i selfie in discoteca possono averlo fatto passare forse un po’ troppo per “fighetto” ma il giudizio è stato sproporzionato perché risuonato come una sentenza senza possibilità di appello: «tu non sei degno di essere sacerdote!».

Ci sarebbe tanto da dire riguardo a questa pletora di forcaioli colpevolisti — tutti di rigore eminentemente cattolici, apostolici e mariani — che non perdono occasione di rimbrottare i sacerdoti perché il loro modo di essere o di presentarsi non corrisponde ai “canoni sacerdotali” che queste menti eccelse pensano che un sacerdote debba avere, quando poi alla prova dei fatti si dimostrano del tutto incapaci di raddrizzare il proprio cuore, la propria famiglia e i propri figli. Ma poi quali sono questi desiderabili canoni di perfezione che tali corifei dell’ortodossia sacerdotale propongono per un clero al di sopra di ogni sospetto? Ne cito solo alcuni, tra quelli più ricorrenti: il primo è che il sacerdote non può essere di bell’aspetto, di rigore deve essere bruttino e sciatto e possibilmente sovrappeso perché altrimenti è uno spreco che si sia fatto prete. Se è bello e si cura è una colpa perché c’è senza dubbio qualcosa da nascondere perché non è concepibile che un bell’uomo rimanga casto. A questo proposito mi limito a ricordare le maldicenti valutazioni estetiche su S.E. Mons. Georg Gänswein e sul suo essere oggettivamente un bell’uomo (vedi qui, qui, qui, qui).  Successivamente il sacerdote non può coltivare una vita pubblica, una vita fatta di interessi, di aspirazioni, di maturazione e miglioramento personale e spirituale, così come serbare nel cuore sogni e ideali da realizzare. Il sacerdote di contro dovrebbe essere un recluso deluso, stare tra le quattro mura della sacrestia o della canonica, avere una vita scialba, piatta, senza aspirazioni, possibilmente sempre relegato in posti dove non possa destare sospetti, senza aspirare a nulla perché il desiderio è un male demoniaco in quanto: «tu hai fatto una scelta che ti preclude una vita normale». Potremmo aggiungere tante altre cose ma mi limito a queste che sono le valutazioni più comuni che serpeggiano anche tra le navate e i banchi delle nostre chiese.

 A tal proposito cerchiamo di fare memoria di quelle parole del beato apostolo Paolo che dice:

«tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre» (Col 3,17).

Paolo non dice cosa fare, ma come farlo. Badiamo bene come l’apostolo non ne fa una questione morale ma di identità battesimale tesa alla lode e al rendimento di grazia: compiere ogni parola e azione con l’autorità, lo spirito e la carità di Cristo, vivendo come ambasciatori del Suo regno, questo è lo stile di vita non solo del cristiano ma anche di ogni sacerdote.

Tutto questo è possibile solo dentro una Chiesa che riesce ad essere matura e responsabile, che percepisce il contatto con il popolo di Dio e con i propri confratelli sacerdoti come una ricchezza e non come un pericolo, senza dimenticare che la conformazione alla croce di Cristo con le sue immancabili prove esisterà sempre e non esiste una assicurazione sul ministero che preservi da tutte le incomprensioni, i problemi e le critiche.

Veniamo perciò al punto cruciale, al problema di una sana e matura responsabilità ecclesiale sulla formazione dei futuri sacerdoti e sull’accompagnamento dei sacerdoti che da almeno trent’anni a questa parte sembra essere del tutto inefficace quando non deleteria.  

Il primo nodo da sciogliere è la scelta di uomini che sappiano essere veramente formatori e non «deformatori», su questo punto è necessario che l’asticella della pretesa e del desiderio si mantenga ben alta, senza scendere a compromessi. Sia in seminario che nelle case di formazione religiosa, c’è bisogno di persone strutturate in prima persona, che sappiano “costruire” un sacerdote o un religioso come un tutto armonico attraverso una formazione olistica — permettetemi questo termine — che sia rispettosa dell’umanità e della spiritualità; del corpo e dell’anima del candidato. In questo senso mi sono già espresso tempo fa con un articolo (vedi qui) riguardante quell’estetica divina del Figlio dell’Uomo come modello di ogni umanità ben proporzionata.

Senza questa pretesa si cade immancabilmente dentro una spiritualità bigotta e fideistica, che mortifica l’umano e non farà crescere sanamente il futuro ministro di Dio o religioso. Sono numerosi i casi — di cui si parla ancora troppo poco — di sacerdoti e religiosi caduti in pericolose depressioni e derive lesive del corpo e dell’anima perché fondamentalmente scontenti dalla loro vita e abbandonati a sé stessi. Mortificati come persone dai propri superiori gerarchici e da coloro che dovrebbero dimostrarsi i “fratelli”, sperimentano le peggiori dinamiche abusanti da regime totalitario nel silenzio di quei luoghi che sarebbero nati per essere degli avamposti del Paradiso e che invece finiscono per rilevarsi peggio del più assurdo Purgatorio.  

La priorità è formare i formatori. Naturalmente quando parliamo di formazione dei formatori non possiamo solamente pensare alla sola preparazione accademica-specialistica, ma di una formazione di cuore, sapienziale ed esperienziale che renda il formatore l’immagine di quel “guaritore ferito” capace di formare e di guarire gli altri perché consapevole delle proprie ferite consegnate a Dio e alla Chiesa. In questa consegna vedo molto l’azione dello Spirito Santo come maestro interiore e primo educatore di ogni formatore che si rispetti. La tentazione di cercare rettori e maestri di formazione senza macchia e senza peccato rischia di condurre al fanatismo, così come ugualmente accontentarsi del primo arrivato solo perché sembra “tanto buono” e quindi inoffensivo è altrettanto disastroso.

Il secondo nodo da sciogliere è quello dell’accompagnamento permanente del sacerdote, così come anche del religioso. Non può restare ancora in piedi l’idea che un giovane, dopo l’ordinazione sacerdotale sia abbandonato a sé stesso e si debba gestire come meglio creda solo perché ha concluso l’iter di formazione iniziale e teologica. Un modo di intendere il ministero del presbitero, chiavi in mano, dove poi uno diventa arbitro e giudice della propria vita e ministero senza alcun controllo. E questo diventa praticamente impossibile da gestire se non si è stati formati prima ma deformati, ed è ancora più improbabile all’interno di una vita ministeriale che porterà immancabili sfide e prove faticose che non potranno essere affrontate e superate (non vinte!) con la sola formazione seminariale o di quella ricevuta nella casa religiosa del proprio ordine o congregazione.

Il sacerdote non può e non deve essere lasciato solo dal proprio vescovo o superiore gerarchico, questo è il primo dovere di una paternità responsabile ancora trascurata nella Chiesa che scaturisce da quel gesto di mettere le proprie mani in quelle del vescovo: «Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza?». Tale promessa non costituisce un atto tra vassallo e sovrano. L’obbedienza può essere filiale e rispettosa solo quando la paternità diventa premurosa e costante, altrimenti si passa dall’«I care!» (mi interessi), al «me ne frego!» (per me sei un problema). Siamo onesti, quanti sacerdoti non guardano più in faccia il loro vescovo perché si sentono abbandonati o traditi? O che dire di certi vescovi che vedono nei loro sacerdoti solo un problema da neutralizzare il più presto possibile? Che imbarazzo tangibile si può toccare durante certe Messe crismali del Giovedì Santo. Stessa cosa possiamo riscontrare anche nella vita religiosa con l’aggravante che la vita religiosa insistendo maggiormente dentro una dinamica fraterna e di mutuo aiuto, rischia di lacerare la carismaticità della forma di vita che si è assunta con la professione religiosa.

Questi sono i presupposti che generano i più frequenti abbandoni del ministero sacerdotale o le richieste di uscita dagli ordini religiosi. Sono sempre nella colpa coloro che lasciano? Personalmente credo di no, ma sempre sono delle vittime. Ci sarebbe tanto da dire a riguardo ma credo che la cosa più sapiente in questi casi sia notare che tali epiloghi rappresentino il segno più evidente di un ingranaggio difettoso che deve essere il prima possibile aggiustato. E una tale responsabilità ricade su tutti, nessuno escluso.

Sanluri, 10 febbraio 2026

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LO STRETTO LEGAME TRA ETICA, INTELLIGENZA ARTIFICIALE E TEOLOGIA DI SAN TOMMASO D’AQUINO

La macchina perfeziona solo ciò che trova già in atto nell’uomo: può affinare un pensiero vero, ma non generare verità; può pulire una frase riuscita, ma non infondere lo spirito che l’ha generata. Ed è proprio qui che diventa evidente il parallelismo con il principio tomista: «Gratia non tollit naturam, sed perficit (la grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona)»

— Theologica —

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Questo articolo per la nostra pagina di Theologica è tratto dal mio ultimo libro La libertà negata, edito dalle nostre edizioni e in vendita Qui.

Accingendomi a trattare questa tematica legata all’Intelligenza Artificiale mi è tornato alla mente uno dei capolavori profetici del cinema moderno: 2001: Odissea nello spazio, diretto da Stanley Kubrick e distribuito nel 1968. In quel film compare HAL 9000, un’intelligenza artificiale di altissimo livello, installata a bordo della nave spaziale Discovery. HAL è perfetta nel calcolo, infallibile nella gestione dei dati, ma priva di ciò che rende umano il giudizio: la coscienza. Quando la sua programmazione entra in conflitto con gli obiettivi della missione, HAL non “impazzisce”: semplicemente applica la logica senza il filtro morale, senza l’intenzionalità e senza la capacità di discernere il bene dal male. Il risultato è spaventoso: una macchina potentissima diventa una minaccia mortale proprio perché non comprende l’uomo né il valore della vita. Questa intuizione — cinematografica ma teologicamente lucidissima — mostra che l’intelligenza artificiale solleva problemi che non sono meramente tecnici, ma radicalmente morali. Non è in gioco la potenza di calcolo — che nessuno contesta — bensì il rischio che l’uomo deleghi a un sistema impersonale ciò che appartiene esclusivamente alla sua coscienza. Ed è proprio ciò che accade quando si lascia che una piattaforma decida autonomamente ciò che è “buono” o “cattivo”, ciò che può essere detto o ciò che deve essere taciuto: si consegna alla macchina un atto che dovrebbe essere morale. E questo è solo il primo passo della delega morale alla macchina.

Una volta ceduto alla tecnologia il giudizio sul vero e sul falso, il passo successivo diventa quasi inevitabile: rinunciare anche al buonsenso educativo e alla responsabilità personale.  Oppure quando un genitore affida completamente all’algoritmo il compito di filtrare ciò che un figlio può vedere, senza vigilanza critica: significa delegare a un sistema statistico la responsabilità educativa. O ancora quando si chiede all’Intelligenza Artificiale se una frase è “offensiva” o “moralmente accettabile”: significa trasferire alla macchina un compito che richiede coscienza, non calcolo.

Quanto sin qui illustrato non è un insieme di dettagli tecnici sono piuttosto il punto decisivo. Se manca l’intenzione, la macchina non può mai comprendere che cosa l’uomo sta facendo quando parla, ammonisce, educa, cura, corregge. E poiché non può accedere al “perché”, riduce tutto al “come”: non valuta il senso, analizza solo la forma. È qui che l’equivoco diventa inevitabile e l’errore sistematico. È ciò che avviene, per esempio, quando un sacerdote ammonisce un fedele o un padre corregge un figlio: la coscienza umana distingue tra severità e crudeltà, tra correzione e offesa; l’algoritmo registra solo la durezza della frase e la segnala come “linguaggio ostile”. Il medico che scrive «questo rischio porta alla morte» può vedere le sue parole classificate come “contenuto violento”, perché la macchina non distingue una diagnosi da una minaccia. E un semplice versetto biblico può essere censurato come “linguaggio offensivo” perché l’Intelligenza Artificiale non percepisce la finalità morale, ma solo la superficie della parola. Per questo, qualunque uso dell’Intelligenza Artificiale che tocchi la parola, il giudizio, la relazione o la libertà deve essere esaminato alla luce della teologia morale, non dell’ingegneria informatica.

La distinzione è decisiva: la macchina non decide, seleziona; non valuta, filtra; non giudica, classifica. E ciò che classifica non è mai il bene o il male, ma solo il probabile e l’improbabile, il frequente e il raro, l’accettabile statistico e il sospetto algoritmico. La coscienza umana fa l’esatto contrario: prende sul serio l’unicità dell’atto e la libertà dell’agente; pesa intenzioni, circostanze, conseguenze; distingue tra il rimprovero che salva e l’offesa che ferisce; tra la severità per amore e la crudeltà per disprezzo. La macchina non vede nulla di tutto questo.

Quando un padre richiama un figlio, la coscienza riconosce l’amore che lo sostiene; l’algoritmo vede solo una frase “potenzialmente ostile”. Quando un direttore spirituale ammonisce un suo diretto, la coscienza vede la misericordia che accompagna la verità; l’algoritmo vede una violazione degli “standard della community”. Quando una persona parla per correggere, proteggere o educare, la coscienza percepisce la finalità, la macchina percepisce solo la parola dura. Il risultato è paradossale: laddove l’uomo unisce giustizia e misericordia, la macchina produce soltanto etichette.

L’ambiguità morale non nasce dalla tecnologia: nasce dall’uomo che la progetta. Perché l’algoritmo non è neutrale: esegue una morale che non conosce, ma che altri hanno deciso per lui. E questo lo vediamo ogni giorno: se un contenuto mette in discussione il politically correct, l’algoritmo lo interpreta come “ostilità”; se critica alcune derive della cultura woke, lo etichetta come “discriminazione”; se affronta temi di antropologia cristiana — per esempio la differenza sessuale o la famiglia — rivolgendo critiche alle potenti e politicizzate lobby LGBT, lo segnala come “incitamento all’odio”, o “incitamento alla violenza”, il cosiddetto “hate speech”, alla lettera: discorso d’odio. Il tutto non perché la macchina “pensi” così, ma perché è stata programmata a reagire e interagire così. L’algoritmo non nasce neutrale: nasce già educato da chi lo costruisce, modellato da criteri ideologici che confondono la critica con l’aggressione, la riflessione con l’offesa, la verità con la violenza. In altre parole, l’algoritmo ha dei padroni: riflette le loro paure, amplifica le loro convinzioni, censura ciò che essi temono. Le piattaforme non filtrano in base a criteri oggettivi ma secondo ideologie dominanti: ciò che il mondo idolatra è promosso, ciò che il Vangelo richiama è sospettato; ciò che appaga viene amplificato, ciò che ammonisce viene silenziato. Il risultato è una nuova forma di censura culturale: elegante, educata, sterilizzata digitalmente — ma sempre censura.

Queste mie analisi nascono dalle riflessioni, dagli studi e dalle osservazioni che da tempo sto approfondendo sul piano antropologico-culturale e sul funzionamento reale delle piattaforme digitali. È proprio per questo che trovo significativo notare come, su un piano diverso ma complementare, il Dicastero per la Dottrina della Fede abbia recentemente richiamato un principio decisivo andando in sostanza nella mia stessa direzione di pensiero, ribadendo che l’Intelligenza Artificiale, pur potendo «cooperare alla crescita della conoscenza», non può essere in alcun modo equiparata all’intelligenza umana che possiede una profondità e una dinamica che nessun sistema di apprendimento automatico può replicare. Questo documento sottolinea che l’Intelligenza Artificiale non comprende, ma elabora, non giudica, ma calcola, ed è intrinsecamente incapace di cogliere la dimensione morale dell’azione, poiché priva di coscienza e interiorità (cfr. Qui). Quindi ammonisce con chiarezza che non si può attribuire a un dispositivo algoritmico il discernimento morale: farlo significherebbe abdicare alla responsabilità etica dell’uomo e consegnare la verità a un meccanismo statistico. L’illusione di una intelligenza morale artificiale è definita dal documento come una forma di ingenua idolatria tecnologica, perché la verità non è frutto del calcolo, ma dell’incontro tra libertà e grazia[1].

Questa riflessione magisteriale conferma il punto centrale: la coscienza non si programma. La macchina può assistere, ma non giudicare; può aiutare, ma non interpretare; può filtrare, ma non discernere. Ciò che appartiene alla libertà dell’uomo — e dunque alla sua relazione con Dio — non può essere delegato ad alcuna tecnologia.

L’etica dell’intelligenza artificiale rivela così la sua fragilità: una macchina può essere programmata per riconoscere parole, ma non può comprendere la Parola. Può identificare comandi, non comandamenti. Può censire comportamenti, non distinguere tra virtù e vizio. Può rilevare correlazioni, non cogliere la rivelazione divina. E soprattutto: non può conoscere Dio. Una cultura che si abitua a sostituire il giudizio della coscienza con il vaglio di un algoritmo finisce per dimenticare che la libertà è un atto spirituale, non un output digitale[2]. Ed è qui che la teologia morale diventa decisiva, perché ricorda all’uomo che: la verità è sempre personale; il bene è sempre intenzionale; la coscienza è sempre irriducibile; il giudizio morale non può essere delegato a nessuno, tanto meno a un software.

Questo non significa demonizzare la tecnologia, ma rimetterla al suo posto: quello di strumento, non di giudice. L’Intelligenza Artificiale, allora, può certamente rendere più agile il lavoro umano, ma non può sostituirlo nel punto decisivo: il giudizio morale, l’unico ambito in cui non basta sapere “come stanno le cose”, ma bisogna decidere “perché farle”. È il luogo della coscienza, dove l’uomo pesa le intenzioni, assume responsabilità, risponde del proprio agire davanti a Dio. Qui la macchina non entra, non può entrare: calcola, ma non sceglie; analizza, ma non risponde; simula, ma non ama. Come un eccellente chirurgo plastico l’Intelligenza Artificiale può valorizzare ciò che è già bello, ma non può rendere bello ciò che non è tale, può correggere sproporzioni, può attenuare certi segni del tempo; ma non può creare dal nulla né la bellezza che non c’è, né restituire la giovinezza ormai sfiorita. Può valorizzare un volto segnato, ma non può inventare un volto nuovo. Allo stesso modo, l’Intelligenza Artificiale può aiutare a organizzare i dati, a chiarire un testo, a mettere in ordine argomenti complessi; ma non può dare intelligenza a un soggetto limitato e mediocre, né coscienza a chi non ce l’ha.

L’immagine, forse un po’ cruda ma efficace, è quella del cavallo di razza e del pony: la tecnologia può allenare, curare, far rendere al massimo lo stallone arabo, ma non trasformerà mai un povero pony in un purosangue. Quello che non c’è, nessun algoritmo potrà mai crearlo. La macchina perfeziona solo ciò che trova già in atto nell’uomo: può affinare un pensiero vero, ma non generare verità; può lucidare una frase riuscita, ma non può raggiungere la coscienza da cui quella frase è scaturita. 

La macchina perfeziona solo ciò che trova già in atto nell’uomo: può affinare un pensiero vero, ma non generare verità; può pulire una frase riuscita, ma non infondere lo spirito che l’ha generata. Ed è proprio qui che diventa evidente il parallelismo con il principio tomista:

«Gratia non tollit naturam, sed perficit (la grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona)»[3].

A questo punto diventa inevitabile volgere lo sguardo verso il terreno più delicato: se la macchina può perfezionare solo ciò che trova, allora la vera questione non riguarda l’algoritmo, ma l’uomo che gli si consegna. Ed è qui che l’analogia tomista dispiega tutta la sua forza: come la grazia non opera sul vuoto, così la tecnologia non lavora sull’assenza di coscienza. E quando l’uomo smette di esercitare la propria interiorità morale, non è la macchina a guadagnare potere: è l’uomo stesso a perdere statura. Da questo punto nasce il problema decisivo — non tecnico, ma spirituale — che dobbiamo ora affrontare. Se comprendiamo che la delega morale alla macchina non è un incidente tecnico ma un errore antropologico, la domanda sorgerà per logica conseguenza: che cosa perde l’uomo quando abdica alla propria coscienza? Non perde soltanto un’abilità, ma una dimensione spirituale, quella in cui si decide il senso del bene e del male. La tecnologia può essere potente, sofisticata, rapidissima, ma non può diventare soggetto morale.

La tradizione cristiana ha sempre insegnato che l’esercizio del buonsenso è un’arte che nasce dalla grazia e dalla libertà: un equilibrio tra prudenza, verità e carità. L’algoritmo non conosce alcuna di queste tre. Non è prudente, perché non valuta; non è vero, perché non conosce; non è caritatevole, perché non ama. Per questo, usare l’Intelligenza Artificiale come strumento è possibile; usarla come criterio è disumano, pensare che possa creare al posto dell’uomo incapace ad articolare un pensiero, o a produrre un lavoro intellettuale, a dir poco è illusorio. La tecnologia può assistere l’uomo, mai giudicarlo; può aiutare la parola, mai sostituirla; può servire la missione, mai determinarne i confini.

Una civiltà che delega alla macchina ciò che appartiene alla coscienza perde la propria identità spirituale: diventa una società che sa molto, ma comprende poco; che parla continuamente, ma ascolta raramente; che giudica tutto, ma non giudica più se stessa.

La morale cattolica ci ricorda che il criterio del bene non è ciò che il mondo accetta, ma ciò che Dio insegna. E Dio non parla agli algoritmi: parla ai cuori. Il Logos si è fatto carne, non codice; si è fatto uomo, non programma; si è fatto relazione, non meccanismo. Per questo nessuna intelligenza artificiale, per quanto avanzata, potrà mai diventare criterio ultimo di ciò che è vero, giusto, buono e umano. Perché il bene non si calcola: si identifica.

Dall’Isola di Patmos, 7 febbraio 2026

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NOTE

[1] Cfr. Dicastero per la Dottrina della Fede, Antiqua et nova. Nota sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana (28 gennaio 2025). — Sulla corretta integrazione tra capacità umana e strumenti tecnologici nell’elaborazione del giudizio morale.

[2] N.d.A. Output significa risultato finale ed è un termine tecnico-informatico che si riferisce all’insieme di dati che un computer emette attraverso processo produttivo, ciò in contrapposizione all’input, che sono invece i dati in ingresso.

[3] Thomas Aquinas, Summa Theologiae, I, q.1, a.8, ad 2, in Sancti Thomae de Aquino Opera Omnia, ed. Leonina.

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THE CLOSE LINK BETWEEN ETHICS, ARTIFICIAL INTELLIGENCE AND THE THEOLOGY OF SAINT THOMAS AQUINAS

The machine perfects only what it already finds at work in man: it may refine a true thought, but cannot generate truth; it may clean a well-formed phrase, but cannot infuse the spirit that generated it. And it is precisely here that the parallel with the Thomistic principle becomes evident: “Gratia non tollit naturam, sed perficit (grace does not destroy nature, but perfects it)”

— Theologica —

Author
Ariel S. Levi di Gualdo

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This article for our Theologica page is taken from my latest book La libertà negata, published by our own press and available for purchase here. As I set out to address this theme concerning Artificial Intelligence, my mind returned to one of the prophetic masterpieces of modern cinema: 2001: A Space Odyssey, directed by Stanley Kubrick and released in 1968. In that film appears HAL 9000, an extremely advanced artificial intelligence installed aboard the spacecraft Discovery. HAL is perfect in calculation, infallible in data management, yet devoid of what makes human judgement truly human: conscience. When its programming comes into conflict with the objectives of the mission, HAL does not “go mad”: it simply applies logic without moral filtering, without intentionality, and without the capacity to discern good from evil. The result is terrifying: a supremely powerful machine becomes a mortal threat precisely because it neither understands man nor the value of life. This intuition — cinematic, yet theologically lucid — shows that artificial intelligence raises issues that are not merely technical, but radically moral. What is at stake is not computational power — which no one disputes — but the risk that man may delegate to an impersonal system what belongs exclusively to his conscience. And this is precisely what happens when one allows a platform to decide autonomously what is “good” or “bad”, what may be said and what must be silenced: one hands over to the machine an act that ought to be moral. And this is only the first step in the moral delegation to the machine.

Once judgement over truth and falsehood has been ceded to technology, the next step becomes almost inevitable: renouncing educational common sense and personal responsibility as well. When a parent entirely entrusts to an algorithm the task of filtering what a child may see, without critical supervision, this means delegating educational responsibility to a statistical system. Or again, when one asks Artificial Intelligence whether a phrase is “offensive” or “morally acceptable”, this means transferring to the machine a task that requires conscience, not calculation.

What has been outlined so far is not a collection of technical details, but rather the decisive point. Where intention is lacking, the machine can never understand what man is doing when he speaks, admonishes, educates, heals or corrects. And since it cannot access the “why”, it reduces everything to the “how”: it does not evaluate meaning, it analyses only form. It is here that misunderstanding becomes inevitable and error systematic. This is what happens, for example, when a priest admonishes a faithful person or a father corrects a child: the human conscience distinguishes between severity and cruelty, between correction and offence; the algorithm merely registers the harshness of the phrase and flags it as “hostile language”. A physician who writes “this risk leads to death” may see his words classified as “violent content”, because the machine does not distinguish diagnosis from threat. And even a simple biblical verse may be censored as “offensive language”, because Artificial Intelligence does not perceive moral purpose, but only the surface of words. For this reason, any use of Artificial Intelligence that touches speech, judgement, relationship or freedom must be examined in the light of moral theology, not computer engineering.

The distinction is decisive: the machine does not decide, it selects; it does not evaluate, it filters; it does not judge, it classifies. And what it classifies is never good or evil, but only the probable and the improbable, the frequent and the rare, statistical acceptability and algorithmic suspicion. Human conscience does the exact opposite: it takes seriously the uniqueness of the act and the freedom of the agent; it weighs intentions, circumstances and consequences; it distinguishes between rebuke that saves and offence that wounds; between severity born of love and cruelty born of contempt. The machine sees none of this.

When a father reproves a child, conscience recognises the love that sustains it; the algorithm sees only a “potentially hostile” phrase. When a spiritual director admonishes one entrusted to him, conscience perceives mercy accompanying truth; the algorithm sees a violation of “community standards”. When a person speaks in order to correct, protect or educate, conscience grasps the purpose; the machine perceives only harsh words. The result is paradoxical: where man unites justice and mercy, the machine produces nothing but labels.

Moral ambiguity does not arise from technology: it arises from the man who designs it. For the algorithm is not neutral: it executes a morality it does not know, but which others have decided for it. And we see this every day: if content challenges political correctness, the algorithm interprets it as “hostility”; if it criticises certain excesses of woke culture, it labels it “discrimination”; if it addresses themes of Christian anthropology — for example sexual difference or the family — by criticising powerful and politicised LGBT lobbies, it flags it as “hate speech” or “incitement to violence”. All this not because the machine “thinks” this way, but because it has been programmed to react this way. The algorithm is not born neutral: it is already educated by those who build it, shaped by ideological criteria that confuse criticism with aggression, reflection with offence, truth with violence. In other words, the algorithm has masters: it reflects their fears, amplifies their convictions, censors what they fear. Platforms do not filter according to objective criteria but according to dominant ideologies: what the world idolises is promoted, what the Gospel recalls is suspected; what pleases is amplified, what admonishes is silenced. The result is a new form of cultural censorship: elegant, polite, digitally sterilised — yet still censorship.

These analyses arise from reflections, studies and observations that I have long been developing on the anthropological-cultural level and on the real functioning of digital platforms. It is precisely for this reason that I find it significant to note how, on a different yet complementary level, the Dicastery for the Doctrine of the Faith has recently recalled a decisive principle, essentially moving in the same direction of thought, reaffirming that Artificial Intelligence, while it may “cooperate in the growth of knowledge”, can in no way be equated with human intelligence, which possesses a depth and dynamism that no machine-learning system can replicate. This document stresses that Artificial Intelligence does not understand, but processes; does not judge, but calculates; and is intrinsically incapable of grasping the moral dimension of action, since it lacks conscience and interiority (cf. here). It therefore clearly warns that moral discernment cannot be attributed to an algorithmic device: to do so would mean abdicating human ethical responsibility and handing truth over to a statistical mechanism. The illusion of an artificial moral intelligence is defined by the document as a form of naïve technological idolatry, because truth is not the fruit of calculation, but of the encounter between freedom and grace[1].

This magisterial reflection confirms the central point: conscience cannot be programmed. The machine may assist, but not judge; it may help, but not interpret; it may filter, but not discern. What belongs to human freedom — and thus to man’s relationship with God — cannot be delegated to any technology.

The ethics of artificial intelligence thus reveal their fragility: a machine may be programmed to recognise words, but it cannot understand the Word. It can identify commands, not commandments. It can catalogue behaviours, not distinguish between virtue and vice. It can detect correlations, not grasp divine revelation. And above all: it cannot know God. A culture that becomes accustomed to replacing the judgement of conscience with algorithmic screening ends up forgetting that freedom is a spiritual act, not a digital output[2]. It is here that moral theology becomes decisive, for it reminds man that truth is always personal; good is always intentional; conscience is always irreducible; moral judgement cannot be delegated to anyone, least of all to software.

This does not mean demonising technology, but restoring it to its proper place: that of a tool, not a judge. Artificial Intelligence may certainly make human work more efficient, but it cannot replace it at the decisive point: moral judgement, the only realm in which it is not enough to know “how things are”, but one must decide “why to do them”. This is the realm of conscience, where man weighs intentions, assumes responsibility, and answers for his actions before God. Here the machine does not enter, cannot enter: it calculates, but does not choose; it analyses, but does not answer; it simulates, but does not love. Like an excellent plastic surgeon, Artificial Intelligence may enhance what is already beautiful, but it cannot make beautiful what is not; it may correct disproportions, soften certain marks of time, but it cannot create beauty from nothing nor restore youth once it has faded. It may enhance a marked face, but it cannot invent a new one. In the same way, Artificial Intelligence may help organise data, clarify a text, or order complex arguments; but it cannot give intelligence to a limited and mediocre subject, nor conscience to one who lacks it.

The image — perhaps somewhat stark, but effective — is that of the thoroughbred horse and the pony: technology may train, care for and bring out the best in the Arabian stallion, but it will never turn a poor pony into a thoroughbred. What is not there, no algorithm will ever create. The machine perfects only what it already finds at work in man: it may refine a true thought, but cannot generate truth; it may polish a successful phrase, but cannot reach the conscience from which that phrase arose.

The machine perfects only what it already finds at work in man: it may refine a true thought, but cannot generate truth; it may clean a well-formed phrase, but cannot infuse the spirit that generated it. And it is precisely here that the parallel with the Thomistic principle becomes evident:

“Gratia non tollit naturam, sed perficit (grace does not destroy nature, but perfects it)” [3].

At this point it becomes inevitable to turn our gaze to the most delicate ground: if the machine can perfect only what it finds, then the true question does not concern the algorithm, but the man who hands himself over to it. And it is here that the Thomistic analogy displays its full force: just as grace does not act upon a void, so technology does not work upon the absence of conscience. And when man ceases to exercise his moral interiority, it is not the machine that gains power: it is man himself who loses stature. From this point arises the decisive problem — not technical, but spiritual — that we must now confront. If we understand that moral delegation to the machine is not a technical accident but an anthropological error, the question will arise by logical consequence: what does man lose when he abdicates his conscience? He does not lose merely a skill, but a spiritual dimension, the one in which the meaning of good and evil is decided. Technology may be powerful, sophisticated, extremely rapid, but it cannot become a moral subject.

Christian tradition has always taught that the exercise of sound judgement is an art born of grace and freedom: a balance between prudence, truth and charity. The algorithm knows none of these three. It is not prudent, because it does not evaluate; it is not true, because it does not know; it is not charitable, because it does not love. For this reason, using Artificial Intelligence as a tool is possible; using it as a criterion is inhuman. To think that it can create in place of a man incapable of articulating a thought or producing intellectual work is, at the very least, illusory. Technology may assist man, never judge him; may help speech, never replace it; may serve the mission, never determine its boundaries.

A civilisation that delegates to the machine what belongs to conscience loses its spiritual identity: it becomes a society that knows much, but understands little; that speaks incessantly, but rarely listens; that judges everything, but no longer judges itself.

Catholic morality reminds us that the criterion of good is not what the world accepts, but what God teaches. And God does not speak to algorithms: He speaks to hearts. The Logos became flesh, not code; became man, not programme; became relationship, not mechanism. For this reason no artificial intelligence, however advanced, can ever become the ultimate criterion of what is true, just, good and human. Because good is not calculated: it is recognised.

From the Isle of Patmos, 7 February 2026

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NOTES

[1] Cf. Dicastery for the Doctrine of the Faith, Antiqua et nova. Note on the relationship between artificial intelligence and human intelligence (28 January 2025) — On the correct integration between human capacity and technological tools in the formation of moral judgement.

[2] A.N. Output means final result and is a technical computing term referring to the set of data produced by a computer through a processing operation, in contrast to input, which are the incoming data.

[3] Thomas Aquinas, Summa Theologiae, I, q.1, a.8, ad 2, in Sancti Thomae de Aquino Opera Omnia, Leonine Edition.

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EL ESTRECHO VÍNCULO ENTRE ÉTICA, INTELIGENCIA ARTIFICIAL Y LA TEOLOGÍA DE SANTO TOMÁS DE AQUINO

La máquina perfecciona solo aquello que ya encuentra en acto en el hombre: puede afinar un pensamiento verdadero, pero no generar la verdad; puede limpiar una frase lograda, pero no infundir el espíritu que la ha generado. Y es precisamente aquí donde se hace evidente el paralelismo con el principio tomista: «Gratia non tollit naturam, sed perficit (la gracia no destruye la naturaleza, sino que la perfecciona)».

— Theologica—

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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Este artículo para nuestra página Theologica está tomado de mi último libro La libertà negata (La libertad negada) publicado por nuestras ediciones y disponible a la venta aquí.

Al disponeme a tratar esta temática relacionada con la Inteligencia Artificial, vino a mi mente una de las obras más proféticas del cine moderno: 2001: Odisea en el espacio, dirigida por Stanley Kubrick y estrenada en 1968. En esa película aparece HAL 9000, una inteligencia artificial de altísimo nivel, instalada a bordo de la nave espacial Discovery. HAL es perfecta en el cálculo, infalible en la gestión de datos, pero carece de aquello que hace verdaderamente humano al juicio: la conciencia. Cuando su programación entra en conflicto con los objetivos de la misión, HAL no “enloquece”: simplemente aplica la lógica sin el filtro moral, sin intencionalidad y sin la capacidad de discernir el bien del mal. El resultado es estremecedor: una máquina potentísima se convierte en una amenaza mortal precisamente porque no comprende al hombre ni el valor de la vida. Esta intuición — cinematográfica, pero teológicamente clarísima — muestra que la inteligencia artificial plantea problemas que no son meramente técnicos, sino radicalmente morales. No está en juego la potencia de cálculo — que nadie discute — sino el riesgo de que el hombre delegue en un sistema impersonal aquello que pertenece exclusivamente a su conciencia. Y esto es precisamente lo que ocurre cuando se permite que una plataforma decida de manera autónoma qué es “bueno” o “malo”, qué puede decirse y qué debe ser silenciado: se entrega a la máquina un acto que debería ser moral. Y esto es solo el primer paso de la delegación moral a la máquina.

Una vez cedido a la tecnología el juicio sobre lo que es verdadero de lo que es falso, el paso siguiente se vuelve casi inevitable: renunciar también al sentido común educativo y a la responsabilidad personal. Ocurre, por ejemplo, cuando un progenitor confía por completo a un algoritmo la tarea de filtrar lo que un hijo puede ver, sin una vigilancia crítica: significa delegar a un sistema estadístico la responsabilidad educativa. O cuando se pregunta a la Inteligencia Artificial si una frase es “ofensiva” o “moralmente aceptable”: significa transferir a la máquina una tarea que requiere conciencia, no cálculo.

Lo expuesto hasta ahora no constituye un conjunto de detalles técnicos, sino el punto decisivo. Si falta la intención, la máquina no puede comprender jamás qué está haciendo el hombre cuando habla, amonesta, educa, cura o corrige. Y puesto que no puede acceder al “porqué”, reduce todo al “cómo”: no evalúa el sentido, analiza solo la forma. Es aquí donde el equívoco se vuelve inevitable y el error sistemático. Es lo que sucede, por ejemplo, cuando un sacerdote amonesta a un fiel o un padre corrige a un hijo: la conciencia humana distingue entre severidad y crueldad, entre corrección y ofensa; el algoritmo registra únicamente la dureza de la frase y la señala como “lenguaje hostil”. El médico que escribe «este riesgo conduce a la muerte» puede ver sus palabras clasificadas como “contenido violento”, porque la máquina no distingue una diagnosis de una amenaza. Incluso un simple versículo bíblico puede ser censurado como “lenguaje ofensivo”, porque la Inteligencia Artificial no percibe la finalidad moral, sino solo la superficie de la palabra. Por ello, cualquier uso de la Inteligencia Artificial que afecte a la palabra, al juicio, a la relación o a la libertad debe ser examinado a la luz de la teología moral, no de la ingeniería informática.

La distinción es decisiva: la máquina no decide, selecciona; no evalúa, filtra; no juzga, clasifica. Y lo que clasifica no es nunca el bien o el mal, sino solo lo probable y lo improbable, lo frecuente y lo raro, lo aceptable estadísticamente y lo sospechoso algorítmicamente. La conciencia humana hace exactamente lo contrario: toma en serio la unicidad del acto y la libertad del agente; pondera intenciones, circunstancias y consecuencias; distingue entre la reprensión que salva y la ofensa que hiere; entre la severidad por amor y la crueldad por desprecio. La máquina no ve nada de esto.

Cuando un padre reprende a un hijo, la conciencia reconoce el amor que lo sostiene; el algoritmo ve solo una frase “potencialmente hostil”. Cuando un director espiritual amonesta a quien tiene a su cargo, la conciencia percibe la misericordia que acompaña a la verdad; el algoritmo ve una violación de los “estándares de la comunidad”. Cuando una persona habla para corregir, proteger o educar, la conciencia capta la finalidad; la máquina percibe únicamente la palabra dura. El resultado es paradójico: allí donde el hombre une justicia y misericordia, la máquina produce solo etiquetas.

La ambigüedad moral no nace de la tecnología: nace del hombre que la diseña. Porque el algoritmo no es neutral: ejecuta una moral que no conoce, pero que otros han decidido por él. Y esto lo vemos cada día: si un contenido cuestiona lo políticamente correcto, el algoritmo lo interpreta como “hostilidad”; si critica ciertas derivas de la cultura woke, lo etiqueta como “discriminación”; si aborda temas de antropología cristiana — por ejemplo la diferencia sexual o la familia — criticando a los poderosos y politizados lobbies LGBT, lo señala como “incitación al odio” o “incitación a la violencia”, el llamado c. Todo ello no porque la máquina “piense” así, sino porque ha sido programada para reaccionar de ese modo. El algoritmo no nace neutral: nace ya educado por quienes lo construyen, modelado por criterios ideológicos que confunden la crítica con la agresión, la reflexión con la ofensa, la verdad con la violencia. En otras palabras, el algoritmo tiene amos: refleja sus miedos, amplifica sus convicciones, censura lo que temen. Las plataformas no filtran según criterios objetivos, sino conforme a ideologías dominantes: lo que el mundo idolatra es promovido, lo que el Evangelio recuerda es sospechoso; lo que complace es amplificado, lo que amonesta es silenciado. El resultado es una nueva forma de censura cultural: elegante, educada, esterilizada digitalmente — pero siempre censura.

Estas reflexiones mías nacen de estudios, análisis y observaciones que desde hace tiempo vengo profundizando en el plano antropológico-cultural y en el funcionamiento real de las plataformas digitales. Precisamente por ello considero significativo señalar cómo, en un plano distinto pero complementario, el Dicasterio para la Doctrina de la Fe ha recordado recientemente un principio decisivo, yendo sustancialmente en la misma dirección de pensamiento, reafirmando que la Inteligencia Artificial, aun pudiendo «cooperar en el crecimiento del conocimiento», no puede ser equiparada de ningún modo a la inteligencia humana, que posee una profundidad y una dinámica que ningún sistema de aprendizaje automático puede replicar. Este documento subraya que la Inteligencia Artificial no comprende, sino que procesa; no juzga, sino que calcula; y es intrínsecamente incapaz de captar la dimensión moral de la acción, al carecer de conciencia e interioridad (cfr. aquí). Advierte, por tanto, con claridad que no se puede atribuir a un dispositivo algorítmico el discernimiento moral: hacerlo significaría abdicar de la responsabilidad ética del hombre y entregar la verdad a un mecanismo estadístico. La ilusión de una inteligencia moral artificial es definida por el documento como una forma de ingenua idolatría tecnológica, porque la verdad no es fruto del cálculo, sino del encuentro entre libertad y gracia[1].

Esta reflexión magisterial confirma el punto central: la conciencia no se programa. La máquina puede asistir, pero no juzgar; puede ayudar, pero no interpretar; puede filtrar, pero no discernir. Aquello que pertenece a la libertad del hombre — y, por tanto, a su relación con Dios — no puede ser delegado a ninguna tecnología.

La ética de la inteligencia artificial revela así su fragilidad: una máquina puede ser programada para reconocer palabras, pero no puede comprender la Palabra. Puede identificar órdenes, no mandamientos. Puede censar comportamientos, no distinguir entre virtud y vicio. Puede detectar correlaciones, no acoger la revelación divina. Y, sobre todo: no puede conocer a Dios. Una cultura que se acostumbra a sustituir el juicio de la conciencia por el cribado de un algoritmo termina olvidando que la libertad es un acto espiritual, no un output digital[2]. Es aquí donde la teología moral se vuelve decisiva, porque recuerda al hombre que: la verdad es siempre personal; el bien es siempre intencional; la conciencia es siempre irreductible; el juicio moral no puede ser delegado a nadie, y menos aún a un software.

Esto no significa demonizar la tecnología, sino devolverla a su lugar propio: el de instrumento, no el de juez. La Inteligencia Artificial puede ciertamente hacer más ágil el trabajo humano, pero no puede sustituirlo en el punto decisivo: el juicio moral, el único ámbito en el que no basta saber “cómo están las cosas”, sino que es necesario decidir “por qué hacerlas”. Es el lugar de la conciencia, donde el hombre pondera intenciones, asume responsabilidades y responde de su obrar ante Dios. Aquí la máquina no entra, no puede entrar: calcula, pero no elige; analiza, pero no responde; simula, pero no ama. Como un excelente cirujano plástico, la Inteligencia Artificial puede realzar lo que ya es bello, pero no puede hacer bello lo que no lo es; puede corregir desproporciones, puede atenuar ciertos signos del tiempo, pero no puede crear desde la nada ni la belleza que no existe ni devolver la juventud ya marchita. Puede realzar un rostro marcado, pero no puede inventar un rostro nuevo. Del mismo modo, la Inteligencia Artificial puede ayudar a organizar datos, aclarar un texto, ordenar argumentos complejos; pero no puede dar inteligencia a un sujeto limitado y mediocre, ni conciencia a quien carece de ella.

La imagen, quizá un poco cruda pero eficaz, es la del caballo de raza y el poni: la tecnología puede entrenar, cuidar y hacer rendir al máximo al semental árabe, pero jamás transformará a un pobre poni en un pura sangre. Lo que no existe, ningún algoritmo podrá jamás crearlo. La máquina perfecciona solo aquello que ya encuentra en acto en el hombre: puede afinar un pensamiento verdadero, pero no generar la verdad; puede pulir una frase lograda, pero no alcanzar la conciencia de la que esa frase ha surgido.

La máquina perfecciona solo aquello que ya encuentra en acto en el hombre: puede afinar un pensamiento verdadero, pero no generar la verdad; puede limpiar una frase lograda, pero no infundir el espíritu que la ha generado. Y es precisamente aquí donde se hace evidente el paralelismo con el principio tomista:

«Gratia non tollit naturam, sed perficit (la gracia no destruye la naturaleza, sino que la perfecciona)»[3].

Llegados a este punto, se vuelve inevitable dirigir la mirada al terreno más delicado: si la máquina puede perfeccionar solo aquello que encuentra, entonces la verdadera cuestión no concierne al algoritmo, sino al hombre que se entrega a él. Y es aquí donde la analogía tomista despliega toda su fuerza: así como la gracia no actúa sobre el vacío, del mismo modo la tecnología no trabaja sobre la ausencia de conciencia. Y cuando el hombre deja de ejercitar su interioridad moral, no es la máquina la que gana poder: es el propio hombre quien pierde estatura. De aquí nace el problema decisivo — no técnico, sino espiritual — que ahora debemos afrontar. Si comprendemos que la delegación moral a la máquina no es un accidente técnico sino un error antropológico, la pregunta surgirá por lógica consecuencia: ¿qué pierde el hombre cuando abdica su conciencia? No pierde solo una habilidad, sino una dimensión espiritual, aquella en la que se decide el sentido del bien y del mal. La tecnología puede ser poderosa, sofisticada, rapidísima, pero no puede convertirse en sujeto moral.

La tradición cristiana ha enseñado siempre que el ejercicio del buen juicio es un arte que nace de la gracia y de la libertad: un equilibrio entre prudencia, verdad y caridad. El algoritmo no conoce ninguna de estas tres. No es prudente, porque no evalúa; no es verdadero, porque no conoce; no es caritativo, porque no ama. Por ello, usar la Inteligencia Artificial como instrumento es posible; usarla como criterio es inhumano. Pensar que pueda crear en lugar de un hombre incapaz de articular un pensamiento o de producir un trabajo intelectual es, como mínimo, ilusorio. La tecnología puede asistir al hombre, nunca juzgarlo; puede ayudar a la palabra, nunca sustituirla; puede servir a la misión, nunca determinar sus confines.

Una civilización que delega en la máquina aquello que pertenece a la conciencia pierde su identidad espiritual: se convierte en una sociedad que sabe mucho, pero comprende poco; que habla continuamente, pero escucha raramente; que juzga todo, pero ya no se juzga a sí misma.

La moral católica nos recuerda que el criterio del bien no es aquello que el mundo acepta, sino aquello que Dios enseña. Y Dios no habla a los algoritmos: habla a los corazones. El Logos se hizo carne, no código; se hizo hombre, no programa; se hizo relación, no mecanismo. Por eso ninguna inteligencia artificial, por avanzada que sea, podrá jamás convertirse en criterio último de lo que es verdadero, justo, bueno y humano. Porque el bien no se calcula: se reconoce.

Desde la Isla de Patmos, 7 de febrero de 2026

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NOTAS

[1] Cfr. Dicasterio para la Doctrina de la Fe, Antiqua et nova. Nota sobre la relación entre la inteligencia artificial y la inteligencia humana (28 de enero de 2025). — Sobre la correcta integración entre la capacidad humana y los instrumentos tecnológicos en la elaboración del juicio moral.

[2] N. del A. Output significa resultado final y es un término técnico-informático que se refiere al conjunto de datos que un ordenador emite a través de un proceso productivo, en contraposición al input, que son los datos de entrada.

[3] Tomás de Aquino, Summa Theologiae, I, q. 1, a. 8, ad 2, en Sancti Thomae de Aquino Opera Omnia, edición Leonina.

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DIE ENGE VERBINDUNG ZWISCHEN ETHIK, KÜNSTLICHER INTELLIGENZ UND DER THEOLOGIE DES SANKT THOMAS VON AQUIN

Die Maschine perfektioniert nur das, was sie bereits im Menschen vorfindet: Sie kann einen wahren Gedanken verfeinern, aber keine Wahrheit hervorbringen; sie kann einen gelungenen Satz säubern, aber nicht den Geist einhauchen, der ihn hervorgebracht hat. Und genau hier wird die Parallele zum thomanischen Prinzip evident: „Gratia non tollit naturam, sed perficit (die Gnade zerstört die Natur nicht, sondern vollendet sie)“

— Theologica —

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Autor
Ariel S. Levi di Gualdo

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Dieser Beitrag für unsere Rubrik Theologica ist meinem jüngsten Buch La libertà negata (Die verweigerte Freiheit), das in unserem Verlag erschienen ist und hier erhältlich ist.

Als ich mich daranmachte, dieses Thema im Zusammenhang mit der Künstlichen Intelligenz zu behandeln, kam mir eines der prophetischsten Meisterwerke des modernen Kinos in den Sinn: 2001: Odyssee im Weltraum, unter der Regie von Stanley Kubrick und 1968 veröffentlicht. In diesem Film erscheint HAL 9000, eine hochentwickelte Künstliche Intelligenz, die an Bord des Raumschiffs Discovery installiert ist. HAL ist perfekt im Rechnen, unfehlbar in der Datenverarbeitung, aber ihr fehlt das, was das menschliche Urteil ausmacht: das Gewissen. Als ihre Programmierung mit den Zielen der Mission in Konflikt gerät, „wird“ HAL nicht wahnsinnig: sie wendet schlicht Logik ohne moralischen Filter an, ohne Intentionalität und ohne die Fähigkeit, zwischen Gut und Böse zu unterscheiden. Das Ergebnis ist erschreckend: Eine extrem leistungsfähige Maschine wird gerade deshalb zu einer tödlichen Bedrohung, weil sie den Menschen und den Wert des Lebens nicht versteht. Diese – filmische, aber theologisch äußerst klare – Intuition zeigt, dass die Künstliche Intelligenz Probleme aufwirft, die nicht bloß technischer Natur sind, sondern radikal moralisch. Nicht die Rechenleistung steht zur Debatte – diese bestreitet niemand –, sondern die Gefahr, dass der Mensch einem unpersönlichen System überlässt, was ausschließlich seiner Gewissensentscheidung zukommt. Genau dies geschieht, wenn man einer Plattform erlaubt, autonom zu entscheiden, was „gut“ oder „böse“ ist, was gesagt werden darf und was verschwiegen werden muss: Man überträgt der Maschine einen Akt, der moralisch sein müsste. Und dies ist nur der erste Schritt der moralischen Delegation an die Maschine.

Sobald der Technik das Urteil über wahr und falsch überlassen wird, wird der nächste Schritt nahezu unvermeidlich: auch auf pädagogischen gesunden Menschenverstand und persönliche Verantwortung zu verzichten. Dies geschieht etwa dann, wenn ein Elternteil einem Algorithmus vollständig die Aufgabe überträgt, zu filtern, was ein Kind sehen darf, ohne kritische Aufsicht: Das bedeutet, einem statistischen System die erzieherische Verantwortung zu delegieren. Oder wenn man die Künstliche Intelligenz fragt, ob ein Satz „beleidigend“ oder „moralisch akzeptabel“ sei: Dann überträgt man der Maschine eine Aufgabe, die Gewissen erfordert, nicht Berechnung.

Was hier dargestellt wurde, ist kein Ensemble technischer Einzelheiten, sondern der entscheidende Punkt. Fehlt die Intention, kann die Maschine niemals verstehen, was der Mensch tut, wenn er spricht, ermahnt, erzieht, heilt oder korrigiert. Und da sie keinen Zugang zum „Warum“ hat, reduziert sie alles auf das „Wie“: Sie bewertet nicht den Sinn, sondern analysiert lediglich die Form. Hier wird das Missverständnis unvermeidlich und der systematische Fehler setzt ein. So etwa, wenn ein Priester einen Gläubigen ermahnt oder ein Vater seinen Sohn korrigiert: Das menschliche Gewissen unterscheidet zwischen Strenge und Grausamkeit, zwischen Korrektur und Beleidigung; der Algorithmus registriert lediglich die Härte des Satzes und markiert ihn als „feindselige Sprache“. Der Arzt, der schreibt: „Dieses Risiko führt zum Tod“, kann seine Worte als „gewalttätigen Inhalt“ klassifiziert sehen, weil die Maschine eine Diagnose nicht von einer Drohung unterscheiden kann. Selbst ein einfacher Bibelvers kann als „beleidigende Sprache“ zensiert werden, da die Künstliche Intelligenz nicht die moralische Zielrichtung wahrnimmt, sondern nur die Oberfläche des Wortes. Deshalb muss jeder Einsatz von Künstlicher Intelligenz, der Sprache, Urteil, Beziehung oder Freiheit berührt, im Licht der Moraltheologie geprüft werden, nicht im Rahmen der Informatik.

Die Unterscheidung ist entscheidend: Die Maschine entscheidet nicht, sie selektiert; sie bewertet nicht, sie filtert; sie urteilt nicht, sie klassifiziert. Und was sie klassifiziert, ist niemals Gut oder Böse, sondern lediglich Wahrscheinliches und Unwahrscheinliches, Häufiges und Seltenes, statistisch Akzeptables und algorithmisch Verdächtiges. Das menschliche Gewissen tut das genaue Gegenteil: Es nimmt die Einzigartigkeit der Handlung und die Freiheit des Handelnden ernst; es wägt Intentionen, Umstände und Folgen ab; es unterscheidet zwischen der Zurechtweisung, die rettet, und der Beleidigung, die verletzt; zwischen Strenge aus Liebe und Grausamkeit aus Verachtung. All dies sieht die Maschine nicht.

Wenn ein Vater sein Kind zurechtweist, erkennt das Gewissen die Liebe, die ihn trägt; der Algorithmus sieht nur einen „potenziell feindseligen“ Satz. Wenn ein geistlicher Begleiter seinen Anvertrauten ermahnt, erkennt das Gewissen die Barmherzigkeit, die die Wahrheit begleitet; der Algorithmus sieht eine Verletzung der „Community-Standards“. Wenn jemand spricht, um zu korrigieren, zu schützen oder zu erziehen, erfasst das Gewissen die Zielsetzung; die Maschine erfasst lediglich das harte Wort. Das Ergebnis ist paradox: Dort, wo der Mensch Gerechtigkeit und Barmherzigkeit vereint, produziert die Maschine lediglich Etiketten.

Die moralische Ambiguität entspringt nicht der Technologie, sondern dem Menschen, der sie entwirft. Denn der Algorithmus ist nicht neutral: Er führt eine Moral aus, die er nicht kennt, die andere jedoch für ihn festgelegt haben. Das zeigt sich täglich: Stellt ein Inhalt das politically correct infrage, interpretiert der Algorithmus dies als „Feindseligkeit“; kritisiert er bestimmte Auswüchse der woke-Kultur, etikettiert er ihn als „Diskriminierung“; behandelt er Themen christlicher Anthropologie – etwa die Geschlechterdifferenz oder die Familie – und übt Kritik an mächtigen, politisierten LGBT-Lobbys, wird er als „Hassrede“ oder „Gewaltverherrlichung“ markiert. All dies nicht, weil die Maschine so „denkt“, sondern weil sie so programmiert wurde. Der Algorithmus wird nicht neutral geboren: Er ist von Anfang an erzogen durch seine Entwickler, geformt durch ideologische Kriterien, die Kritik mit Aggression, Reflexion mit Beleidigung und Wahrheit mit Gewalt verwechseln. Anders gesagt: Der Algorithmus hat Herren. Er spiegelt ihre Ängste wider, verstärkt ihre Überzeugungen, zensiert, was sie fürchten. Plattformen filtern nicht nach objektiven Kriterien, sondern nach herrschenden Ideologien: Was die Welt vergöttert, wird gefördert; was das Evangelium in Erinnerung ruft, wird verdächtigt; was gefällt, wird verstärkt; was ermahnt, wird zum Schweigen gebracht. Das Ergebnis ist eine neue Form kultureller Zensur: elegant, höflich, digital sterilisiert – aber dennoch Zensur.

Diese Überlegungen entspringen Studien, Reflexionen und Beobachtungen, die ich seit geraumer Zeit auf anthropologisch-kultureller Ebene sowie hinsichtlich des realen Funktionierens digitaler Plattformen vertiefe. Gerade deshalb halte ich es für bedeutsam festzustellen, dass auf einer anderen, aber komplementären Ebene das Dikasterium für die Glaubenslehre kürzlich ein entscheidendes Prinzip in Erinnerung gerufen hat und im Wesentlichen in dieselbe Denkrichtung geht: Es bekräftigt, dass die Künstliche Intelligenz zwar „zum Wachstum des Wissens beitragen“ könne, jedoch in keiner Weise der menschlichen Intelligenz gleichgestellt werden dürfe, die eine Tiefe und Dynamik besitzt, welche kein maschinelles Lernsystem nachbilden kann. Das Dokument unterstreicht, dass die Künstliche Intelligenz nicht versteht, sondern verarbeitet; nicht urteilt, sondern berechnet; und aufgrund des Mangels an Gewissen und Innerlichkeit grundsätzlich unfähig ist, die moralische Dimension des Handelns zu erfassen (vgl. hier). Es warnt daher klar davor, einem algorithmischen System moralische Unterscheidung zuzuschreiben: Dies würde bedeuten, der ethischen Verantwortung des Menschen zu entsagen und die Wahrheit einem statistischen Mechanismus zu überlassen. Die Illusion einer künstlichen moralischen Intelligenz wird als Form naiver technologischer Götzenverehrung bezeichnet, da Wahrheit nicht aus Berechnung entsteht, sondern aus der Begegnung von Freiheit und Gnade[1].

Diese lehramtliche Reflexion bestätigt den zentralen Punkt: Das Gewissen lässt sich nicht programmieren. Die Maschine kann unterstützen, aber nicht urteilen; helfen, aber nicht interpretieren; filtern, aber nicht unterscheiden. Was zur Freiheit des Menschen gehört – und damit zu seiner Beziehung zu Gott –, kann keiner Technologie übertragen werden.

Die Ethik der Künstlichen Intelligenz offenbart so ihre Fragilität: Eine Maschine kann programmiert werden, Wörter zu erkennen, aber sie kann das Wort nicht verstehen. Sie kann Befehle identifizieren, nicht Gebote. Sie kann Verhaltensweisen erfassen, nicht zwischen Tugend und Laster unterscheiden. Sie kann Korrelationen erkennen, nicht die göttliche Offenbarung erfassen. Und vor allem: Sie kann Gott nicht erkennen. Eine Kultur, die sich daran gewöhnt, das Urteil des Gewissens durch die Prüfung eines Algorithmus zu ersetzen, vergisst schließlich, dass Freiheit ein geistiger Akt ist, kein digitaler Output[2]. Hier wird die Moraltheologie entscheidend, denn sie erinnert den Menschen daran: Wahrheit ist immer personal; das Gute ist immer intentional; das Gewissen ist immer irreduzibel; moralisches Urteil kann an niemanden delegiert werden – am allerwenigsten an eine Software.

Dies bedeutet nicht, die Technologie zu verteufeln, sondern sie an ihren rechten Platz zu verweisen: den des Werkzeugs, nicht des Richters. Die Künstliche Intelligenz kann menschliche Arbeit durchaus effizienter machen, sie kann sie aber nicht an der entscheidenden Stelle ersetzen: beim moralischen Urteil, dem einzigen Bereich, in dem es nicht genügt zu wissen, „wie die Dinge stehen“, sondern in dem entschieden werden muss, „warum man sie tut“. Es ist der Ort des Gewissens, an dem der Mensch Intentionen abwägt, Verantwortung übernimmt und für sein Handeln vor Gott einsteht. Hier hat die Maschine keinen Zutritt, sie kann keinen haben: Sie berechnet, aber wählt nicht; analysiert, aber antwortet nicht; simuliert, aber liebt nicht. Wie ein hervorragender plastischer Chirurg kann die Künstliche Intelligenz das bereits Schöne hervorheben, aber sie kann nicht schön machen, was es nicht ist; sie kann Proportionen korrigieren, Alterszeichen mildern, aber weder Schönheit aus dem Nichts schaffen noch verlorene Jugend zurückgeben. Sie kann ein gezeichnetes Gesicht aufwerten, aber kein neues Gesicht erfinden. Ebenso kann die Künstliche Intelligenz helfen, Daten zu ordnen, Texte zu klären, komplexe Argumente zu strukturieren; sie kann jedoch weder einem begrenzten und mittelmäßigen Subjekt Intelligenz verleihen noch einem Menschen ohne Gewissen ein solches geben.

Das Bild – vielleicht etwas drastisch, aber wirkungsvoll – ist das des edlen Vollbluts und des Ponys: Technologie kann den arabischen Hengst trainieren, pflegen und zu Höchstleistungen führen, aber sie wird niemals ein armes Pony in ein Rennpferd verwandeln. Was nicht vorhanden ist, kann kein Algorithmus jemals erschaffen. Die Maschine perfektioniert nur das, was sie bereits im Menschen vorfindet: Sie kann einen wahren Gedanken schärfen, aber keine Wahrheit erzeugen; sie kann einen gelungenen Satz polieren, aber nicht das Gewissen erreichen, aus dem dieser Satz hervorgegangen ist.

Die Maschine perfektioniert nur das, was sie bereits im Menschen vorfindet: Sie kann einen wahren Gedanken verfeinern, aber keine Wahrheit hervorbringen; sie kann einen gelungenen Satz säubern, aber nicht den Geist einhauchen, der ihn hervorgebracht hat. Und genau hier wird die Parallele zum thomanischen Prinzip evident:

„Gratia non tollit naturam, sed perficit (die Gnade zerstört die Natur nicht, sondern vollendet sie)“[3].

An diesem Punkt wird es unvermeidlich, den Blick auf das heikelste Terrain zu richten: Wenn die Maschine nur das perfektionieren kann, was sie vorfindet, dann betrifft die eigentliche Frage nicht den Algorithmus, sondern den Menschen, der sich ihm überlässt. Hier entfaltet die thomanische Analogie ihre volle Kraft: So wie die Gnade nicht auf das Leere wirkt, so arbeitet auch die Technologie nicht bei Abwesenheit von Gewissen. Und wenn der Mensch aufhört, seine moralische Innerlichkeit zu üben, gewinnt nicht die Maschine an Macht – der Mensch verliert an Größe. Von hier aus entsteht das entscheidende Problem – nicht technischer, sondern geistlicher Natur –, dem wir uns nun stellen müssen. Wenn wir begreifen, dass die moralische Delegation an die Maschine kein technischer Unfall, sondern ein anthropologischer Irrtum ist, ergibt sich zwangsläufig die Frage: Was verliert der Mensch, wenn er seinem Gewissen entsagt? Er verliert nicht bloß eine Fähigkeit, sondern eine geistige Dimension, jene, in der über Sinn von Gut und Böse entschieden wird. Die Technologie mag mächtig, ausgefeilt und rasend schnell sein, sie kann jedoch niemals moralisches Subjekt werden.

Die christliche Tradition hat stets gelehrt, dass die Ausübung des gesunden Urteils eine Kunst ist, die aus Gnade und Freiheit hervorgeht: ein Gleichgewicht von Klugheit, Wahrheit und Liebe. Der Algorithmus kennt keine dieser drei. Er ist nicht klug, weil er nicht abwägt; nicht wahr, weil er nicht erkennt; nicht liebend, weil er nicht liebt. Deshalb ist es möglich, die Künstliche Intelligenz als Werkzeug zu verwenden; sie als Kriterium zu benutzen ist unmenschlich. Zu glauben, sie könne anstelle eines Menschen schaffen, der unfähig ist, einen Gedanken zu artikulieren oder eine geistige Arbeit hervorzubringen, ist mindestens illusorisch. Technologie kann den Menschen unterstützen, niemals ihn richten; sie kann dem Wort dienen, niemals es ersetzen; sie kann der Mission helfen, niemals deren Grenzen bestimmen.

Eine Zivilisation, die der Maschine überlässt, was dem Gewissen gehört, verliert ihre geistige Identität: Sie wird zu einer Gesellschaft, die viel weiß, aber wenig versteht; die unaufhörlich spricht, aber selten zuhört; die alles beurteilt, aber sich selbst nicht mehr beurteilt.

Die katholische Moral erinnert uns daran, dass das Kriterium des Guten nicht das ist, was die Welt akzeptiert, sondern das, was Gott lehrt. Und Gott spricht nicht zu Algorithmen: Er spricht zu Herzen. Der Logos ist Fleisch geworden, nicht Code; er ist Mensch geworden, nicht Programm; er ist Beziehung geworden, nicht Mechanismus. Deshalb kann keine Künstliche Intelligenz, so fortgeschritten sie auch sei, jemals zum letzten Maßstab dessen werden, was wahr, gerecht, gut und menschlich ist. Denn das Gute wird nicht berechnet: Es wird erkannt.

Von der Insel Patmos, 7. Februar 2026

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ANMERKUNGEN

[1] Vgl. Dikasterium für die Glaubenslehre, Antiqua et nova. Note über das Verhältnis zwischen künstlicher Intelligenz und menschlicher Intelligenz (28. Januar 2025). — Zur richtigen Integration menschlicher Fähigkeiten und technologischer Instrumente bei der moralischen Urteilsbildung.

[2] Anm. d. A.: Output bezeichnet das Endergebnis und ist ein technischer Begriff der Informatik, der sich auf die Gesamtheit der Daten bezieht, die ein Computer im Rahmen eines Verarbeitungsprozesses ausgibt, im Gegensatz zum Input, also den Eingabedaten.

[3] Thomas von Aquin, Summa Theologiae, I, q. 1, a. 8, ad 2, in Sancti Thomae de Aquino Opera Omnia, Leoninische Ausgabe.

 

 

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Alberto Ravagnani. I preti in crisi sono la conseguenza della crisi dell’autorità ecclesiastica

1 Febbraio 2026/in Attualità/da Padre Ivano

ALBERTO RAVAGNANI. I PRETI IN CRISI SONO LO CONSEGUENZA DELLA CRISI DELL’AUTORITA ECCLESIASTICA

Le crisi non sono mai delle situazioni improvvise ma hanno un inizio, uno sviluppo e maturano nel tempo e nel tempo danno segni e sintomi che è possibile vedere, interpretare e correggere. Quando non lo si fa si è colpevoli davanti a Dio per un figlio che si perde, per un figlio che ha donato tutta la sua vita a una Chiesa che sperava madre e invece è stata matrigna.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Ieri sera, mentre ero di ritorno dall’ordinazione sacerdotale di un confratello cappuccino presso la cattedrale di Oristano, mi è giunta la notizia dell’abbandono del sacerdozio da parte di Alberto Ravagnani, presbitero ambrosiano (cfr. Qui).

Avevo ancora nelle orecchie quelle parole tremende del rito di ordinazione che il vescovo pronuncia davanti all’eletto: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore», quando nella stessa Chiesa di Dio un confratello sacerdote aveva preso la decisione di voltare pagina.

Come sempre, in situazioni come queste, non serve a nulla stracciarsi le vesti, non servono tanto meno i giudizi sulla persona che deve restare sacra e inviolabile. Mi sia però permesso un giudizio sulla situazione generale ecclesiale, sulla vita di noi sacerdoti e sulla Chiesa che sembra quasi che nel proseguo del tempo abbia dimenticato il suo ruolo di madre per rivestire quello di matrigna.

C’è una particolarità che è necessario tenere da conto. Il caso di don Alberto è del tutto diverso da quello degli ultimi sacerdoti influencer o social che, in ordine di tempo, hanno abbandonato il sacerdozio (non serve fare nomi). In questi era chiaramente evidente l’ideologia mascherata da Vangelo, molto più vicina al tesseramento del Partito Democratico o all’attivismo LGBT+ che a Gesù Cristo e al suo messaggio. Don Alberto in questo era diverso, lui credeva in quello che stava facendo, era un entusiasta e forse pensava realmente che tutto questo potesse bastare per fare bene il prete. Figlio di quella Milano da bere in cui la Chiesa ha sempre guardato avanti con scelte coraggiose, con quella determinazione e parresia tutta lombarda che è decisamente una qualità da apprezzare.

Don Alberto era, ed è sostanzialmente un bravo ragazzo, forse un po’ ingenuo e sprovveduto, data la relativa giovane età, per essere stato mandato allo sbaraglio nel grande oceano della pastorale giovanile in solitaria, senza la presenza di una persona più matura e di provata esperienza che potesse sostenerlo e accompagnarlo.

Da personaggio pubblico e influencer del mondo giovanile, don Alberto ha detto molto di sé nei suoi video, probabilmente anche più di quello che avrebbe voluto, senza accorgersene. Da diverso tempo, laici e sacerdoti si erano accorti che nel cuore di questo fratello sacerdote doveva essere accaduto qualcosa: sia il suo aspetto esteriore che le sue parole evidenziavano una ben chiara trasformazione che virava verso una emergenza che non è stata (volutamente?) riconosciuta e che doveva essere in tutti i modi sostenuta. Non faccio mistero che noi Padri de L’Isola di Patmos, nei nostri colloqui redazionali, più volte ci siamo espressi, ma questo già più di un anno fa, che il destino di questo confratello era segnato perché dalle sue immagini e discorsi si percepiva quella crisi che molti di noi conoscono bene, soprattutto Padre Ariel che si dedica da anni alla cura dei sacerdoti.

Per questo mi chiedo, dove erano coloro che avrebbero dovuto fare questo? E sia chiaro, non sto cercando colpevoli ma responsabili, persone che avrebbero dovuto saper rispondere davanti alla preziosità della vita di un uomo che stava chiedendo aiuto.

Prendo per buono il discernimento che i formatori di seminario di don Alberto avevano fatto su di lui, reputandolo idoneo al sacerdozio e presentandolo al vescovo diocesano. Viene spontaneo però domandarsi come mai di un epilogo così rapido, appena otto anni di sacerdozio. Perché a voler pensare male, si fa peccato lo so ma ci si indovina, e se al tempo del seminario è stato considerato idoneo pur non essendolo i suoi formatori dovranno rendere conto a Dio per la perdita di un figlio tanto caro. Perché i sacerdoti come don Alberto diventano la cattiva coscienza di tanti vescovi, rettori e formatori di seminario e di quella gerarchia che non è più capace di pascere il gregge di Dio che a loro è stato affidato. Su di loro cade come un macigno quell’interrogativo di Dio a Caino: «dov’è tuo fratello?» (cfr. Gn 4,9). La questione tremendamente seria che scuote le fondamenta della Chiesa gerarchica è questa, e la riassumo in una domanda: se non siamo capaci di curare i nostri sacerdoti, di proteggerli da sé stessi, di prendercene cura, di renderli robusti e veri uomini, come possiamo avere la pretesa di guidare i fedeli cristiani e la Chiesa di Cristo?

E parto proprio da quella parte del rito di ordinazione in cui si dice che noi sacerdoti dobbiamo conformare la nostra vita alla croce di Cristo. Questo è tutto il mistero del sacerdozio mettiamocelo bene in mente. Non è certamente un Club Méditerranée per scappati di casa che non sono riusciti a realizzarsi in altra maniera e che cercano una sistemazione a buon mercato. Questo è quanto i formatori dovrebbero insegnare e approfondire negli anni del seminario ma soprattutto dopo la sacra ordinazione perché è forse quello il momento più delicato dove il sacerdote si trova a camminare solo e non ha più nessuna protezione.

La croce di Cristo non è facile da accettare e da abbracciare, l’hanno scansata per primi gli Apostoli fuggendo dal Calvario, per accettare la croce abbiamo bisogno del fuoco della Pentecoste che ci rende stolti e ci dà il coraggio di predicare la conversione del mondo. Quel mondo che don Alberto ha cercato ingenuamente di piegare alle esigenze evangeliche — ricordate la collaborazione con Fedez e l’immancabile naufragio? — insieme allo sforzo di indorare la mondanità come novello alchimista per rendere il Vangelo più instagrammabile e accattivante per i giovani ma che questo epilogo rivela come la più grande vanità tra le vanità.

Un mio superiore un giorno mi ha detto, citando a suo dire Paolo VI, che noi siamo responsabili solo di coloro che rimangono e non di quelli che vanno via. Perdonatemi il francesismo ma queste cose le considero come delle enormi cazzate clericali. Anche se fosse vero che una tale espressione fosse uscita dalla bocca di un pontefice, in quali circostanze e contesti è da verificare, dobbiamo metterci in testa che ogni volta che un sacerdote lascia la Chiesa e abbandona il suo ministero è una sconfitta e un fallimento tremendo senza se e senza ma.

Davanti a una tragedia come l’abbandono sacerdotale a nulla valgono i comunicati ufficiali delle cancellerie vescovili in cui si chiede silenzio, rispetto e preghiera. Se noi preti fossimo genitori, davanti al fallimento o alla perdita di nostro figlio non reagiremmo in questo modo. Diciamola tutta: la carne che fa più male è quella che è attaccata all’osso e in tal senso don Alberto è a suo modo un sintono e una vittima. Un sintomo di una Chiesa gerarchica incapace di generare figli e di mantenerli se non come professionisti del sacro; e una vittima di coloro che dal balcone delle curie osservano e pensano che il Vangelo sia solo una questione di strategia di marketing e di emotività in attesa di intascare il successo sperato per poi dare una pacca sulla spalla al professionista del sacro di turno.     

Dalle colonne dell’Isola di Patmos più e più volte ci siamo espressi sulla necessità di curare la formazione umana e spirituale dei sacerdoti, ribadendo come le crisi non sono mai delle situazioni improvvise ma hanno un inizio, uno sviluppo e maturano nel tempo e nel tempo danno segni e sintomi che è possibile vedere, interpretare e correggere. Quando non lo si fa si è colpevoli davanti a Dio per un figlio che si perde, per un figlio che ha donato tutta la sua vita a una Chiesa che sperava madre e invece è stata matrigna.

Non so quale sarà l’avvenire di don Alberto, ma imploro il Signore che altri confratelli sacerdoti siano in grado di essere sostenuti e accompagnati per evitare una situazione come questa che non è motivo di orgoglio per la Chiesa di Dio e che ne sottolinea tutta la sua debolezza umana. Se non siamo capaci di gestire la grazia e i talenti che il Signore ci affida, e giusto che tutto ci sia tolto.  

È appena entrato in distribuzione oggi un libro di Ariel S. Levi di Gualdo, sotto il titolo La libertà negata, che fa seguito al precedente dedicato al Credo. Ve ne consiglio la lettura, perché tratta anche la drammaticità di queste problematiche.

Sanluri, 1° febbraio 2026

 

 

 

 

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