Anche oggi, dinanzi alle bare stipate nei magazzini in attesa di sepoltura, sembra di udire di nuovo il lamento di Marta: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto»

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

ANCHE OGGI, CON LE BARE STIPATE NEI MAGAZZINI IN ATTESA DI SEPOLTURA, SEMBRA DI UDIRE DI NUOVO IL LAMENTO DI MARTA: «SIGNORE, SE TU FOSSI STATO QUI, MIO FRATELLO NON SAREBBE MORTO!»

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Dov’è Dio? È anche inutile pensare a una risposta che si basi sulla sola ragionevolezza o che interpelli la teologia razionale, al fine di farci familiarizzare con una realtà come la morte che è sì naturale ma mai totalmente accettata. Nel momento della perdita di una persona cara, la ragione è fragile. 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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S.E: Mons. Pierantonio Tremolada, Vescovo di Brescia, benedice le bara dei defunti per coronavirus in attesa di sepoltura

«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» [Gv 11,21], queste le parole di Marta nel Vangelo odierno che forse suscitano nel cuore l’interrogativo più grande ma anche il più scomodo: dov’è Dio di fronte alla morte dell’uomo? Nell’attuale situazione sanitaria che ha visto morire tante persone a causa del Coronavirus, questa domanda rischia di rapire la speranza dal cuore di tanti cristiani semplici. Di contro, può essere usata come arma per giustificare la tesi antica secondo cui Dio non esiste oppure — se esiste — è inconsistente e inutile [vedere Liturgia della Parola di questa V Domenica di Quaresima, QUI].

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Dov’è Dio? Quante volte mi sono sentito rivolgere questo interrogativo durante gli anni del mio ministero di cappellano presso un grande ospedale. Quale risposta sensata è possibile formulare davanti alla morte di chi amiamo? Forse nessuna, si è sempre terribilmente impreparati davanti alla morte.

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Dov’è Dio? È anche inutile pensare a una risposta che si basi sulla sola ragionevolezza o che interpelli la teologia razionale, al fine di farci familiarizzare con una realtà come la morte che è sì naturale ma mai totalmente accettata. Nel momento della perdita di una persona cara, la ragione è fragile. Quella stessa ragione che si lascia sedurre e piegare per ogni verso – così come sosteneva il filosofo Pascal [cf. B. Pascal, Pensieri, a cura di P. Serini, Einaudi, Torino, 1967, pagg. 39-41] – rischia di essere una ben misera compagna davanti alla tomba.

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Oggi viviamo dentro una società liquida, che ha perduto qualsiasi riferimento sicuro e oggettivo, in cui tutto equivale al suo contrario e dove l’uomo è incapace di fronteggiare la perdita, asservito com’è ai tanti profeti che millantano amore scontato, normalità apparente e libertà ingannevole. Nell’attuale condizione di pandemia veniamo coscientizzati sul reale valore della nostra esistenza, che ci appare in tutta la sua fragilità: «Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris» cioè «Ricordati, uomo, che polvere sei e in polvere ritornerai». Ecco allora che dalla quinta domenica di quaresima, veniamo ricondotti al Mercoledì delle Ceneri: siamo polvere è vero … ma polvere amata da Dio. E proprio la figura di Lazzaro è tipologica, rappresenta cioè tutto l’uomo nel suo essere polvere, nell’atto di invocare misericordia dal suo Dio: «Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce» [cf. Sal 129]. Questo povero Uomo-Lazzaro chiede disperatamente aiuto nella sua fragilità, stende le mani verso quel Dio absconditus nascosto — che solo attraverso l’opera di Gesù Cristo può essere riconosciuto: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» [cf. Mt., 11, 27].

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Strano, ma vediamo come si realizzano quelle parole del Salmo 49: «L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono»; proprio nel momento della prova ci svegliamo dallo stato di sonno in cui siamo immersi e — forse per paura, forse per necessità o semplicemente per buon senso — torniamo alla sapienza, ci ricordiamo che esiste un Signore che ha vinto la morte e a Lui ci rivolgiamo con le stesse parole di Marta: «[Signore] so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà» [cf. Gv 11, 22]. Non vi nascondo che sono rimasto piacevolmente colpito dall’iniziativa di molti sindaci d’Italia che, in questa pandemia, hanno simbolicamente consegnato la chiavi della loro città al Signore attraverso il ricorso all’intercessione di Maria Santissima [cf. audio-video del nostro confratello Giovanni Zanchi, QUI].

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Nel momento della prova il Signore non si dimentica di noi, silenzioso, discreto ma estremamente partecipativo al nostro dolore. Egli versa ancora quelle lacrime di misericordia così come fece davanti alla tomba dell’amico Lazzaro. E dalle lacrime di misericordia di Cristo, giunge con potenza l’invito a contemplare la gloria di Dio: «Lazzaro, vieni fuori!» [cf. Gv 11,43], il corpo morto si risolleva, la grazia vince sulla disgrazia, la vita ha la meglio sulla morte.

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La chiamata alla vita di Lazzaro è l’ultimo segno, prima del grande segno della Pasqua di Cristo. Domenica scorsa ci sono stati aperti gli occhi, oggi veniamo riportati alla vita, tutto questo non per essere preda di un virus ma per essere testimoni della gloria definitiva di Dio che in Cristo vince la morte. La Pasqua non è il segno del nascondimento di Dio davanti alla morte, ma è il segno dell’annientamento della morte davanti a Dio.

Dov’è Dio? Egli è vivo! E noi crediamo in questo.

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Laconi, 29 marzo 2020

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