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L’Istruzione “Redemptionis Sacramentum” e gli abusi liturgici: ditelo ai Vescovi, non ditelo a Mark Zuckerberg ed Elon Musk

10 Dicembre 2022/in Pastorale Liturgica/da Padre Simone

L’ISTRUZIONE REDEMPTIONIS SACRAMENTUM E GLI ABUSI LITURGICI: DITELO AI VESCOVI, NON DITELO A MARK ZUCKERBERG ED ELON MUSK

In fondo, a pensarci bene, ogni comunità di fedeli finisce sempre per avere il prete che si merita, esattamente come noi preti, che spesso finiamo “condannati” a giusta e meritata pena ad avere i vescovi che ci meritiamo.

— Pastorale Liturgica —

Autore
Simone Pifizzi

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PDF  articolo formato stampa

 

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Suggerimento al suo Vescovo per risolvere il problema alla radice: chiuderlo dentro una stanza di due metri per due metri con i Padri de L’Isola di Patmos  (cliccare sull’immagine per aprire il video)

Il nostro confratello Ivano Liguori si è occupato del problema degli abusi liturgici, anche se nel caso specifico l’abuso aveva i connotati del sacrilegio perpetrato durante la celebrazione della Santa Messa [cfr. QUI, QUI, QUI, QUI].

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Nel linguaggio liturgico si è soliti parlare di Canone della Santa Messa. La parola cànon actiònis è la precisa norma da seguire per celebrare il culto divino. Il canone è per sua natura fisso e rigido. Purtroppo, quando si usano certi termini, oggi non pochi tendono a storcere il naso perché non conoscono il vero significato delle parole e finiscono col confondere “fisso” con fissismo e “rigido” con rigidismo. Nulla di più errato. Della sacra liturgia il celebrante è fedele e scrupoloso strumento, non padrone o arbitrario padrone, peggio che mai: libero creatore. La sacra liturgia investe la vita dell’intera Chiesa universale, di cui è espressione e comune preghiera di lode a Dio. Abusare creativamente della sacra liturgia vuol dire renderla instabile e toglierle quella dimensione univoca, comune e universale di preghiera. Ecco perché l’abuso liturgico, piccolo o grande che sia, origina una duplice frattura: con la comunione della Chiesa e con la sua dimensione di universalità. Ricordiamo che l’etimo della parola “cattolica”, dal greco κατά όλον, significa universale e indica in tal modo la sua universalità.

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Il 25 marzo 2004, Solennità dell’Annunciazione del Signore, “per disposizione del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, redatta dalla Congregazione del Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, d’intesa con la Congregazione per la Dottrina della Fede” era emanata l’Istruzione Redemptionis Sacramentum. Sottotitolo: «Su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucaristia».

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La chiusa finale di questo Documento, con i soggetti chiamati in causa, subito ci fa capire che non siamo davanti a una serie di pie raccomandazioni ma a un testo che ha carattere vincolante sia per la coscienza che per la prassi, e chi non vi si attiene commette un vero e proprio abuso, la gravità del quale può giungere sino al vero e proprio sacrilegio, come purtroppo abbiamo visto anche di recente.

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Qualcuno obbietterà che a questo modo si tarpano le ali all’iniziativa e alla creatività. Generalmente questi tipi di obbiezioni escono dalla bocca di chi ha fatto del relativismo ― vera grande malattia corrosiva della Chiesa contemporanea ― una sorta di norma normans non normata, dimenticando che la Chiesa, di un tesoro che è sì assoluto, perché lasciato in dono dal Divino Redentore, è custode, non padrona. Nella liturgia Eucaristica la Chiesa celebra la perenne attualizzazione dell’azione salvifica del Signore Gesù nella sua vita, nella sua passione, nella sua crocifissione, nella sua morte e resurrezione [cfr. n. 40], per questo dopo la consacrazione delle sacre specie, il Popolo di Dio acclama sul vivo corpo e in sangue di Cristo presente in anima, spirito e divinità:

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«Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta».

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C’è una domanda di fondo che percorre tutta l’Istruzione: è proprio necessario prestare attenzione agli abusi liturgici? Non è sufficiente riaffermare l’importanza e la necessità di seguire le norme liturgiche secondo lo spirito del Concilio Vaticano II che afferma:

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«il culto pubblico integrale viene esercitato dal Corpo Mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra. Di conseguenza, ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo Corpo che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza» [Sacrosanctum Concilium, n. 7].

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Sulle colonne di questa rivista più volte è stato spiegato nel corso degli anni che se decorsi ormai sei decenni dalla chiusura di un grande concilio ecumenico la Chiesa si è trovata costretta a pubblicare due documenti correttivi molto particolari ― tali sono la Dominus Jesus che ribadisce la unicità salvifica di Cristo e della sua Chiesa, per seguire con la Redemptionis Sacramentum in cui si richiama ai fondamenti basilari della ars celebrandi ― qualche cosa non ha funzionato. Detto ciò è bene chiarire che a funzionare male non è stato il Concilio, elemento di necessario rinnovamento pastorale di cui la Chiesa necessitava, esattamente come lo fu quattro secoli fa un altro grande Concilio, quello di Trento. A funzionare male, anzi a volte malissimo, è stato il post-concilio degli interpreti del cosiddetto spirito del Concilio che spesso hanno finito col generare una idea di Concilio tutta loro. è questo che non ha funzionato e generato i problemi con i quali oggi dobbiamo fare tristemente i conti. Chi approfitta di certi dati oggettivi, dallo smarrimento dottrinale agli abusi liturgici spesso quasi istituzionalizzati, per imputarne colpa all’ultimo Concilio della Chiesa, delle due l’una: o pecca di profonda ignoranza, oppure, per pura ideologia, mente sapendo di mentire.

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Nella Lettera Enciclica Ecclesia de Eucharistia che precede di un anno la istruzione Redemptionis Sacramentum il Santo Pontefice Giovanni Paolo II ricorda che le norme liturgiche

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«sono un’espressione concreta dell’autentica ecclesialità dell’Eucaristia; questo è il loro senso più profondo. La liturgia non è mai proprietà privata di qualcuno, né del celebrante, né della comunità nella quale si celebrano i Misteri. Il sacerdote che celebra fedelmente la Messa secondo le norme liturgiche e la comunità che a questa si conforma dimostrano, in un modo silenzioso ma eloquente, il loro amore per la Chiesa» [cfr. n. 52].

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Evidentemente non basta una sola partecipazione esterna, perché celebrare l’Eucaristia esige fede, speranza e carità. A tal proposito afferma l’Istruzione Redemptionis Sacramentum:

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«Una osservanza puramente esteriore delle norme, come è evidente, contrasterebbe con l’essenza della sacra Liturgia, nella quale Cristo Signore vuole radunare la sua Chiesa, perché sia, con Lui, “un solo corpo e un solo spirito”. L’atto esterno deve essere, pertanto, illuminato dalla fede e dalla carità che ci uniscono a Cristo e gli uni agli altri e generano l’amore per i poveri e gli afflitti».

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Gli abusi sono sempre esistiti, anche nella cosiddetta “Messa di sempre”, neologismo inventato dalla mente di chi, giocando con il latino, ignora non soltanto la storia della liturgia, ma la stessa storia della Chiesa. Tuttavia è bene ricordare che per quanto riguarda la celebrazione Eucaristica non tutti gli abusi hanno lo stesso peso. Se infatti può capitare di sbagliare inavvertitamente il colore di un paramento sacro, di usare per errore un prefazio ordinario quando la liturgia ne prevede uno proprio, oppure di usare canti poco adatti, in questo caso siamo nell’ambito dell’errore umano. Altri abusi minacciano invece: o di rendere invalido ciò che si celebra, o di manifestare una assoluta mancanza di fede eucaristica, producendo effetti devastanti sul Popolo di Dio, in uno scadimento sempre più alto e inquietante del culto eucaristico e della percezione di quella sua sacralità che regge l’impianto stesso della Chiesa, che è di per sé mistero eucaristico, perché fondata sul corpo e sangue del Verbo di Dio fatto uomo. Altri abusi rischiano invece di generare confusione nel popolo di Dio, o addirittura di dissacrare la celebrazione stessa. Ecco perché gli abusi non possono essere presi a cuor leggero, come se fossero degli … eccessi di creatività.

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Una cosa è certa: tutti i membri della Chiesa hanno bisogno di una formazione liturgica, cosa che oggi purtroppo manca. Il Concilio Vaticano II precisa che è assolutamente necessario dare il primo posto alla formazione liturgica del clero [cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 14]. Ma è anche vero che ci sono nell’uno o nell’altro contesto ecclesiale, abusi che contribuiscono a oscurare la retta fede e la dottrina cattolica su questo mirabile Sacramento [cfr. Ecclesia de Eucharistia, n. 10]. La Redemptionis Sacramentum precisa che «Gli abusi non di rado si radicano in un falso concetto di libertà» [cfr. n. 7]. «Atti arbitrari, infatti, non giovano a un effettivo rinnovamento» [cfr. n. 11]. È bene chiarire ciò che in più atti e documenti del magistero è stato ribadito: «Tali abusi non hanno nulla a che vedere con l’autentico spirito del Concilio e vanno corretti dai Pastori con un atteggiamento di prudente fermezza» [cfr. Giovanni Paolo II, 40 anniversario della Costituzione conciliare sulla Liturgia, Lettera apostolica Spiritus et sponsa, n. 15]. Altrettanto chiarisce l’Istruzione Redemptionis Sacramentum:

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«A quelli che modificano i testi liturgici di propria autorità, è importante far notare che la sacra Liturgia è intimamente collegata con i principi della dottrina, e l’uso di testi e riti non approvati comporta di conseguenza che si affievolisca, o che si perda del tutto, il nesso necessario tra la lex orandi e la lex credendi» [cfr. n. 10], (nota espressione latina che nel linguaggio della sacra liturgia significa: la legge della preghiera è la legge del credere).

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Per i credenti cattolici leggere questa Istruzione sarebbe davvero molto istruttivo, non a caso si chiama Istruzione. Sicuramente sarà molto più istruttiva del cercare improbabili risposte sui social media, se non peggio improvvisarsi liturgisti e dare risposte che spesso non si è proprio in grado di dare, concorrendo a questo modo solo a generare confusioni e sterili polemiche, ma soprattutto a incrementare la mancanza di conoscenza dei molti che, in numero sempre maggiore, presumono però di sapere. Se infatti la Chiesa mette certi testi e documenti a disposizione dei fedeli, è proprio per istruirli anche su come è bene e doveroso reagire dinanzi agli abusi liturgici di certi celebranti. Pertanto a poco vale prendersela con il prete fucina di abusi liturgici su una pagina Facebook. La Chiesa indica con precisione quali sono gli errori e gli abusi che nessun celebrante deve commettere, dopodiché indica ai fedeli come agire e a chi rivolgersi. Non li esorta ad andare a cercare improbabili risposte dove è impossibile trovarle, o peggio a polemizzare dove la polemica finirà col risultare qualche cosa di unicamente fine a sé stessa.

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Molti sarebbero gli esempi, prendiamone uno a caso: più volte è capitato a noi preti di raccogliere il disagio di fedeli che lamentavano l’impiego ingiustificato dei ministri straordinari della Comunione, semmai mentre il celebrante stava seduto alla sede e un paio di laici distribuivano la Santissima Eucaristia. Siamo indubbiamente dinanzi a un grave abuso, lo precisa l’Istruzione stessa chiarendo:

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«È riprovevole la prassi di quei Sacerdoti che, benché presenti alla celebrazione, si astengono comunque dal distribuire la Comunione, incaricando di tale compito i laici» [cfr. n. 157].

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Questa norma è a sua volta preceduta vent’anni prima da un responsum della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti [11 luglio 1984: AAS 76 (1984) p. 746]. Questo delicato compito affidato ai laici è di per sé un ministero del tutto straordinario, spetta infatti ai ministri ordinati, al presbitero e al diacono, distribuire la Santa Comunione ai fedeli. Solamente in casi nei quali i ministri ordinati non sono sufficienti per l’elevato numero di persone, può essere fatto ricorso ai ministri della Comunione, che esercitano un ministero del tutto straordinario.

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Dinanzi ad abusi di questo genere e ai numerosi altri descritti in questa Istruzione, sui quali non sarebbe possibile soffermarci, i fedeli cattolici sono tenuti a rivolgersi al loro vescovo, non certo a Facebook e Twitter, perché le nostre diocesi non sono governate né da Mark Zuckerberg né da Elon Musk, che tra l’altro non possono esercitare alcun potere sui preti né ammonirli ad alcun titolo.

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Dinanzi alle oggettive responsabilità del nostro clero, difettoso e peccatore, noi non ci tiriamo indietro, anzi siamo i primi ad ammettere gli evidenti errori dei pochi o dei tanti nostri confratelli che purtroppo sembrano celebrare a volte quasi con i piedi. Non meno gravi sono però le responsabilità di quei fedeli, o presunti tali, che anziché informare il vescovo, come sarebbe loro dovere fare, pensano di potersi lamentare con lo straccio delle loro vesti sui social media, meglio ancora se dietro a un nome di fantasia, perché in quel caso diverranno oltre modo aggressivi e severi, anziché agire come Dio comanda e assumersi tutte le loro responsabilità di credenti cattolici, semplicemente informando il vescovo.

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In fondo, a pensarci bene, ogni comunità di fedeli finisce sempre per avere il prete che si merita, esattamente come noi preti, che spesso finiamo “condannati” a giusta e meritata pena ad avere i vescovi che ci meritiamo.

Firenze, 10 dicembre 2022

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