Lezione quasi certamente inutile per certi cattolici autodidatti sulla laicità dello Stato: il concetto di Diritto Naturale dei neoscolastici redivivi, oltre a non servire Dio e la verità, è in radicale conflitto con i due fondamenti della creazione dell’uomo: libertà e libero arbitrio

— Theologica —

LEZIONE QUASI CERTAMENTE INUTILE PER CERTI CATTOLICI AUTODIDATTI SULLA LAICITÀ DELLO STATO: IL CONCETTO DI DIRITTO NATURALE DEI NEOSCOLASTICI REDIVIVI, OLTRE A NON SERVIRE DIO E LA VERITÀ, È IN RADICALE CONFLITTO CON I DUE FONDAMENTI DELLA CREAZIONE DELL’UOMO, LIBERTÀ E LIBERO ARBITRIO

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Per noi uomini di fede, ragione e scienza è indubitabile che Dio ha instillato nel cuore dell’uomo il senso naturale del bene e del male, quindi i fondamenti di quelle leggi che in modo forse improprio, ma corretto, sono definiti come Legge Naturale. Il problema subentra al momento in cui si cerca di mutare la Legge Naturale o Legge Divina in Legge Positiva, in Leggi dello Stato che vincolano tutti i consociati. Perché a quel punto il peccato diventa reato, con conseguenze devastanti e assolutamente non auspicabili.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Norberto Bobbio, giurista e filosofo del diritto

La decadenza ecclesiale ed ecclesiastica che stiamo vivendo, afflitti da quel senso di impotenza generata dall’aver superato la soglia del non ritorno, ha originato una crisi della dottrina e della morale senza precedenti nella storia della Chiesa. Non pochi sono i fedeli animati da buona volontà spinti per processo reattivo a seguire insegnamenti di cattivi maestri, facendo proprie idee errate in materia di dottrina, di fede, di morale. Per catturare queste persone che appaiono come «pecore senza pastore» [cfr. Mc 6, 34], i cattivi maestri mettono sempre avanti: «vera tradizione» e «difesa della vera dottrina». Parole magiche dinanzi alle quali gli smarriti non ragionano più e in modo acritico e illogico si bevono tutto ciò che gli viene offerto dentro il cocktail. Più grandi sono le scempiaggini che certi cattivi maestri dicono più numerosi i fedeli smarriti che in loro cercheranno sicurezza. Purtroppo, quando si cerca di porli dinanzi all’evidenza dell’errore, il rischio più probabile è di ritrovarsi dinanzi a persone chiuse a ogni ragionamento, perché il loro mondo è quello dell’emotivo e il loro agire quello delle passioni. Ciò li rende incapaci a esercitare il lucido senso critico e al tempo stesso convinte di avere raggiunto la luce della autentica verità.

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Il tema che adesso tratterò è in sé complesso, può divenire però accessibile a tutti coloro che non sono specialisti nell’ambito filosofico, giuridico e teologico, chiarendo anzitutto due concetti: giusnaturalismo e giuspositivismo. In modo semplicistico, forse persino un po’ grezzo, ma comprensibile a tutti, si può dire che il giusnaturalismo si regge sul concetto di Legge di Dio e il giuspositivismo sulla Legge dell’uomo. Entrambe implicano adesione da parte di tutti i consociati, perché è questo che le leggi richiedono per loro natura e struttura: l’obbedienza e l’osservanza da parte dell’uomo.

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Da un punto di vista filosofico-giuridico assunsi a suo tempo il pensiero di Norberto Bobbio che si definì: «giusnaturalista nello spirito e giuspositivista nella applicazione». È Bene chiarirlo subito, anche perché, quando si ha la grazia di non essere gesuiti, sempre e di rigore si gioca lealmente a carte scoperte. Sicché ripeto: la mia impostazione giuridico-filosofica si fonda sulla scuola e sul pensiero di Norberto Bobbio.

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La Legge dello Stato, nota come giuspositivismo, dinanzi alla disobbedienza che si muta in reato prevede la condanna del reo a una pena da scontare in carcere, oppure una sanzione che obbliga a un risarcimento in danaro. Se mancasse la sanzione per chi trasgredisce, la Legge non sarebbe tale ma una sorta di proposta, di invito ad agire in un certo modo.

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La Legge Naturale o Legge Divina, nota come giusnaturalismo, prevede anch’essa delle pene, legate però all’ambito della sfera spirituale. Pene che possono variare dall’obbligo alla riparazione del torto inferto alla penitenza espiativa, sino alla pena più severa e drastica, la scomunica, che comporta la esclusione dalla comunità dei fedeli.

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Con queste prime descrizioni è stato chiarito quel fondamentale elemento sul quale molti filosofi e teologi per hobby fanno enorme confusione. E qui chiariamo un concetto fondamentale: la Legge naturale o Legge Divina condanna il peccato, la Legge positiva degli uomini condanna il reato. Nel corso di questa trattazione sarà spiegato e dimostrato quali enormi squilibri e danni possono derivare dalla mancata separazione di queste due distinte sfere, che possono avere preziosi interscambi tra di loro traendo anche spunti e ispirazioni l’una dall’altra, ma senza cadere mai nella commistione.

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Tutto questo potrebbe apparire chiaro e lineare, invece non lo è, perché delineato il significato dei due concetti, a seguire prende forma il problema: se le Leggi dell’uomo, che sono quelle degli Stati laici, entrano in conflitto con quelle che taluni considerano Leggi Divine, che sono quelle della Chiesa, che cosa ne deriverebbe? I fideisti pseudo-cattolici non esitano a rispondere: «Le Leggi Divine devono prevalere su quelle dello Stato. Ovvio, provengono da Dio». Ma si tratta appunto di fideisti pseudo-cattolici. Per meglio chiarire ricordo che esistono pagine e pagine di miei articoli e libri pubblicati, per seguire con numerose conferenze, dove accuso l’Europa di essere malata di odio verso sé stessa, sino a rigettare l’innegabile evidenza delle sue radici cristiane. E le radici cristiane dell’Europa non sono un concetto astratto, ma un dato di fatto storico innegabile che non dovrebbe recare disturbo ad alcun laicista radicale nord-europeo, a prescindere dalle leggende nere sulla Chiesa Cattolica confezionate maliziosamente e falsamente a tavolino in totale spregio ai dati di fatto storici, prima in ambito luterano e calvinista, poi illuminista e a seguire liberal-massonico. Beninteso, mai, come modesta mente speculativa giunta alla maturità, mi sono sognato di invocare che gli Stati laici mutassero in leggi vincolanti per tutti i cittadini i fondamenti della Divina rivelazione, della teologia dogmatica, della morale cattolica e della disciplina dei Sacramenti. La Legge Positiva non può imporre di credere in Dio, né può perseguire come reato l’ateismo, anche se ad alcuni fideisti irrazionali ciò piacerebbe, ma sono appunto fideisti irrazionali. Il peccato non può essere confuso con il reato né si può dichiarare reato il rifiuto di Dio. Il peccato, o il rifiuto di Dio, non può divenire reato perseguibile dalle leggi positive, facendolo si cadrebbe nel paradosso, non tanto giuridico ma proprio teologico, sino a vanificare il mistero della creazione dell’uomo. E chi per ragioni ideologiche dettate da un mal inteso concetto di Legge Naturale non accetta questo criterio di decisa separazione tra le due distinte sfere, oggi più necessaria ancora rispetto alle epoche segnate dall’Illuminismo ottocentesco, purtroppo è destinato a vivere male come cattolico e come cittadino, dando della fede cattolica un’idea adulterata ed illogico-grottesca.  

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LA VOCE DI UN ANGELO DISSE A SANT’AGOSTINO «TOLLE LEGE», PRENDI E LEGGI, NON GLI DISSE: COLLEGATI A INTERNET E FATTI UNA CULTURA SUI SOCIAL MEDIA

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Il problema che ammorba la società contemporanea è che le persone non studiano più, non leggono e non riflettono, spulciano e scorrono velocemente credendo infine di avere capito. Sono capaci a usare con disinvoltura la parola metafisica, se però domandiamo loro che cosa significa secondo l’etimo greco, da chi nasce, chi l’ha coniata, a quale scopo e in quale contesto storico-filosofico si sviluppa questo pensiero scientifico, quali le principali opere metafisiche nella storia della filosofia e le relative scuole, eccoli cadere dall’alto a terra come frutti marci dall’albero secco della loro desolante ignoranza. Purtroppo, internet e i social media hanno favorito nell’uomo moderno la distruzione del senso critico, lo spirito speculativo e la capacità di studio. È la nuova forma di analfabetismo digitale di cui hanno parlato i Padri de L’Isola di Patmos nella loro ultima pubblicazione: La Chiesa e il coronavirus. Tra supercazzole e prove di fede [cfr. QUI].

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Proseguo a chiarire: quando mi richiamo alla scolastica sono costretto a precisare che quella classica — mi si passi, quella sulla quale mi sono formato — non va confusa con la sua parodia, la neoscolastica decadente, quella insegnata e spacciata a formulette nel formato I Pensieri dei Baci Perugina. Perché è quella che conoscono a pezzi e bocconi coloro che vi si richiamano a sproposito, illudendosi e illudendo di conoscerla, avendo memorizzato quattro formulette a pappagallo da spacciare per ogni uso. Infatti, il padre della scolastica Sant’Anselmo d’Aosta e a seguire San Tommaso d’Aquino, stanno alle quattro formulette della neoscolastica decadente del tardo Ottocento inizi Novecento come può starvi una filastrocca cantata in girotondo dai bambini della scuola materna.

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Temi complessi dunque, che non possono essere argomenti di dibattito e diffusione di idee sbagliate da parte di cattolici impreparati che ignorano la profondità di temi così articolati che implicano conoscenze specialistiche profonde nell’ambito storico, filosofico, teologico e giuridico, ma che si mutano in diffusori di idee che rischiano di spaziare tra l’assurdo e l’aberrante, sino a giungere alla vera e propria blasfemia inconsapevole tutta quanta tipica dei dotti ignoranti, perché ― giusto per fare un esempio ― non si può mettere il concetto filosofico di motore immobile di Aristotele come essere e fondamento dell’intero agire cristiano. Questi soggetti, mossi di prassi da grette forme di chiusura alla ragione e al confronto, finiscono sempre col procacciare incomprensione e odio verso il Cattolicesimo e i cattolici da parte di pensatori laicisti sempre più suscettibili e agguerriti.

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La voce di un Angelo disse a Sant’Agostino «Tolle lege», prendi e leggi, ossia studia. Non gli disse: collegati a internet e fatti una cultura sui social media saltando da un blog all’altroPurtroppo, i dilettanti senza adeguata formazione giuridica, filosofica e teologica, che ritengono d’aver capito tutto e di possedere il bene della divina e assoluta verità, si lanciano nei temi più complessi per poi esordire con affermazioni semplicistiche che riducono la scolastica e la metafisica a un gioco delle banalità: «… è verità metafisica che la legge divina è scritta nel cuore dell’uomo e quindi è superiore alla legge degli Stati». Presto detto: essendo per definizione etimologica ignorante colui che ignora, per logica conseguenza si rivelerà ignaro di cos’ha comportato, anche in feroci persecuzioni nei confronti della Chiesa Cattolica, a partire dall’epoca pre-costantiniana sino ai peggiori regimi dittatoriali del Novecento, l’avere espresso con inaudita leggerezza che: «Le leggi di Dio sono superiori alle leggi dell’uomo, quindi che «la Legge Divina deve prevalere sulla Legge degli Stati che alla Legge Divina deve essere assoggettata».

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DATE A CESARE QUEL CHE È DI CESARE E A DIO QUEL CHE È DI DIO È QUEL PRINCIPIO DI LAICA SEPARAZIONE TRA POTERE POLITICO E RELIGIOSO CHE SARÀ COMPRESO SOLO DICIANNOVE SECOLI DOPO

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Per comprendere bisogna partire da lontano: perché, durante le persecuzioni di Decio e di Diocleziano del II e III secolo molti cristiani morirono martiri nelle arene romane? Principalmente per quell’equivoco oggi riproposto dall’ignoranza digitale dei fideisti apprendisti stregoni che pur non capendo niente di filosofia, teologia, diritto e morale si ostinano a non capire niente neppure di storia. Il motivo è presto detto e spiegato: i romani erano convinti di ciò che mai i cristiani avevano rivendicato: che il loro Dio era superiore a Cesare. Nulla di ciò sostenevano le comunità cristiane, tanto erano consapevoli che non si può paragonare Dio all’uomo e l’uomo a Dio e mettere in competizione sullo stesso piano l’uno con l’altro, quindi non si può mettere in conflitto le leggi divine con le leggi umane. Soprattutto erano consapevoli che Cristo stesso aveva comandato «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» [cfr. Mt 22, 21]. Leggendo bene questa frase, qualsiasi mente veramente filosofica e teologica, quindi speculativa, comprende che la separazione tra potere politico e potere religioso il Verbo di Dio l’aveva già delineata molti secoli prima che nascessero l’Illuminismo, il Liberalismo e la Rivoluzione Francese con le sue ghigliottine azionate dopo farseschi processi sommari celebrati in nome della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità. Quel «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio», all’epoca non poteva essere compreso né dal tollerante Imperatore Costantino né dalle prime comunità cristiane, perché avrebbe richiesta una maturazione di molti secoli. Non a caso i primi grandi concili dogmatici della storia della Chiesa, a partire dal grande Concilio di Nicea dell’anno 325, furono convocati e presieduti dall’Imperatore, l’ultimo in ordine di serie, il Secondo Concilio di Nicea del 787, fu convocato dall’Imperatrice Irene su umile richiesta molto cortese del Sommo Pontefice Adriano I, della serie: Se Vostra Maestà è d’accordo e se ciò non le reca disturbo, oserei proporre un concilio.

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Si domandino i sostenitori di un Diritto Naturale in bilico tra onirico e strampalato: perché tutti i primi grandi concili furono convocati e presieduti dagli Imperatori d’Oriente? Semplice, perché non esisteva alcuna separazione tra potere politico e religioso e perché in Oriente il potere politico prevaleva totalmente su quello religioso. Questa sudditanza, più ancora che commistione, ha persino un nome preciso, si chiama cesaropapismo. Per questo gli imperatori erano molto interessati a sapere cosa fosse eresia, perché l’eresia era considerata un grave reato e gli eretici erano perseguiti e condannati dalla legge. Dinanzi a questi fatti storici, i sostenitori di un Diritto Naturale in bilico tra onirico e strampalato, per i quali la storia è evidentemente un accessorio del tutto inutile, dovrebbero chiedersi: ma veramente si può aspirare a tornare a quei tempi così “felici” e “idilliaci” nei quali il peccato era reato e l’eresia un crimine perseguito dalla Legge dello Stato?

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La commistione tra Diritto Naturale e Diritto Positivo, se in Oriente assoggettò totalmente la Chiesa allo Stato, in Occidente comportò invece un incessante braccio di ferro tra potere politico e potere religioso, che a intervalli di tempo prevalevano l’uno sull’altro, giocando su intrighi e ricatti, nonché sulla vita di intere popolazioni, sempre e di rigore con risultati e conseguenze auspicabili solo da coloro che, oltre a non conoscere la storia, si sono creati al presente una storia passata che non è mai esistita, il tutto per giustificare il pensare sbagliato del loro triste presente fatto di verità digitali acquisite principalmente presso la grande accademia dei social media.

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Dinanzi a un interlocutore che affermava in modo deciso e indiscutibile il primato assoluto della Divina Legge Naturale, affermando che lo Stato avrebbe il dovere di applicarla, sulle prime replicai: «Ti rendi conto che facendo simili affermazioni a una società laica e sempre più ostile verso le dimensioni della trascendenza, l’unico risultato che puoi ottenere è di far odiare il Cattolicesimo e i cattolici?». La risposta fu più sconcertante ancora: «E che problema c’è? Noi dobbiamo essere odiati, lo dice chiaramente anche il Vangelo». Inutile dire che discorsi di questo genere portano alle forme peggiori di integralismo religioso, senza considerare che il Santo Vangelo non ci invita affatto a farci odiare, meno che mai a desiderare l’odio come una sorta di bene da conseguire, dopo averlo stimolato attraverso inutili e pericolose provocazioni, perché stimolare all’odio vuol dire istigare al peccato, vale a dire commettere un peccato peggiore di chi poi scatena odio per processo reattivo. Cristo Dio afferma:

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«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» [Gv 15, 18-21].

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Si presti attenzione: Cristo Divino Maestro spiega agli Apostoli di ieri e a quelli di oggi come e perché può accadere che il mondo nutra verso di noi odio. Ma si tratta di una spiegazione data, non di un invito a farsi odiare. Leggere questa frase pensando che attraverso aggressioni di pensiero o provocazioni si abbia il dovere di farsi odiare dal mondo, vuol dire avere la totale incapacità di leggere e di comprendere il Santo Vangelo.

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I dilettanti della fede che senza maestri e guide, senza scuola, senza adeguati percorsi formativi spirituali, prendono in mano le Sacre Scritture, poi, saltando da un blog all’altro si fanno una “cultura religiosa”, se non peggio filosofica, teologica, morale e giuridica, recano grave danno a sé stessi, agli altri e all’immagine della Chiesa dinanzi ai laici, che spesso identificano certe forme di cieco e ignorante fideismo da madonnari d’assalto con “lo spirito dei cattolici”. I miei amici laici e non credenti, vivendo a contatto con me conoscono bene questa nostra triste realtà. Sanno, che se noi cerchiamo di riprendere, correggere e istruire questi soggetti, per tutta risposta loro si irrigidiscono, poi si rivoltano contro di noi, sino a ribatterci in faccia che dei fondamenti della fede e della dottrina cattolica noi preti e teologi non abbiamo capito niente. Infatti, avendo letto da un blog all’altro testi che parlano dei messaggi e delle rivelazioni di santi e mistici, o essendo particolarmente devoti a quella Madonna che dette a dei veggenti dei segreti tremebondi che loro hanno compreso, grazie a un altro grande “accademico teologo” che sul canale You Tube ha pubblicato un video nel quale spiega il vero terzo segreto di Fatima, a suo dire taroccato e poi tenuto nascosto dalla Chiesa … ebbene, acquisito tutto questo ben dell’intelletto e della scienza nell’ambito della dottrina e della fede, non hanno bisogno di ascoltare le parole di sacerdoti e teologi, che inutilmente cercano di riprenderli e guidarli, ma soprattutto di recuperarli alla vera fede. Per questo i miei amici laici e non credenti che conoscono questa nostra triste realtà, mi offrono sempre comprensione e solidarietà, senza perdere occasione per dirmi: «Non vorrei essere al tuo posto, perché avere a che fare con una simile pletora di fedeli, deve essere davvero frustrante». E proprio discutendo mesi fa su questa realtà con un celebre virologo italiano, l’insigne clinico e accademico mi rispose: «Durante una conferenza fui contestato da una estetista-massaggiatrice che prese parola affermando delle assurde scempiaggini illogiche e anti-scientifiche sui vaccini, dopo essersi fatta una “cultura” sui siti e sui blog complottisti degli anti-vax. Vede, caro Padre, lei è un uomo di fede, io purtroppo no, però condividiamo entrambi le identiche tristi sorti, le medesime frustrazioni, in questo nostro pianeta degli imbecilli».

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QUEL RAPPORTO INSCINDIBILE TRA LEGGE NATURALE, GRAZIA E LIBERTÀ

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Per noi uomini di fede, di ragione e di scienza, è indubitabile che Dio ha instillato nel cuore dell’uomo il senso naturale del bene e del male, quindi i fondamenti di quelle leggi che in modo forse improprio, ma corretto, sono definiti come Legge Naturale. Il problema subentra al momento in cui si cerca di mutare la Legge Naturale o Legge Divina in Legge Positiva, in Leggi dello Stato che vincolano tutti i consociati. Perché a quel punto il peccato diventa reato, con conseguenze devastanti e assolutamente non auspicabili.

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A queste spiegazioni ribatté un interlocutore: «Il peccato non è un diritto!». Affermazione che costituisce la frase vincente con la quale i cattivi maestri della «vera tradizione» e della difesa «della vera dottrina» pensano da sempre di chiudere la bocca a qualsiasi interlocutore. Risposi che lo sapevo benissimo, spiegando di seguito che il peccato nasce però dalla libertà e dal libero arbitrio dell’uomo, che sono i due suffissi della sua creazione. Dinanzi al peccato di Adamo ed Eva sarebbe di rigore chiedersi: perché Dio non ha impedito di commetterlo? Se non per i due, poteva farlo per il bene dell’umanità incolpevole, che per causa loro avrebbe ereditata una natura corrotta. E qui è necessario ricordare a tutti coloro che credono di conoscere in modo approfondito la dottrina cattolica, che quello originale non è un peccato da noi commesso, ma un peccato contratto a noi trasmesso con la natura corrotta in origine dal peccato altrui. E come mai Dio non impedì ai nostri progenitori di compiere un peccato che si sarebbe ripercosso con simili conseguenze su tutta l’umanità futura? Se prima di procedere oltre non si dà risposta chiara e precisa a questo, ne potremmo dedurre che Dio spazia tra l’ingiusto e il volubile spirito irresponsabile. La risposta è semplice, per chi è abituato a ragionare sui criteri della vera metafisica: se Dio non ha impedita la commissione di quel peccato è perché non si contraddice, essendo Egli divina coerenza allo stato puro. Per questo Dio non si sarebbe mai messo contro la libertà dell’uomo, neppure dinanzi alle conseguenze devastanti del peccato originale, che sono del tutto logico-consequenziali.

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I giusnaturalisti specializzati all’accademia di internet che invocano la supremazia assoluta della Legge Naturale e che ritengono dovere degli Stati applicarla in quanto legge superiore, sono affetti da una pericolosa malattia tipica di chi pretenderebbe di imporre ciò che neppure Dio ha osato imporre all’uomo. Loro però sì, lo farebbero eccome! Ma c’è di peggio: lo farebbero in nome di Dio e della Legge di Dio, incuranti che Dio non ha mai violata né limitata in alcun modo la libertà dell’uomo. L’uomo non ha il diritto di peccare, perché il peccato non è un diritto. Però ha la piena libertà di peccare, perché Dio gliel’ha concesso in virtù della libertà e del libero arbitrio che gli ha donato. Questo è il passaggio fondamentale che sfugge al falso giusnaturalista, che di fondo mira soltanto a sostituirsi a Dio nel pretestuoso nome di Dio. Proprio come più volte è stato fatto nel corso della storia dell’umanità, a costo di vite umane e a prezzo dello scempio di molte menti brillanti ignobilmente castrate.

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In filosofia e in teologia, ma anche in diritto, non ci si può nascondere dietro a un dito, salvo cadere in caso contrario nei sofismi o nei farisaismi che non giovano a chi ne fa maldestro uso e meno che mai a coloro dai quali si pretenderebbe di essere ascoltati. Pertanto la chiarezza impone di precisare quell’ovvio che a taluni reca spavento e che altri vorrebbero tenere nascosto. Nei cittadini di uno Stato o in qualsiasi comunità di consociati, una concezione morale può essere imposta solamente in due modi: o mediante la forza della grazia soprannaturale, che però agisce e produce i suoi frutti se accolta dalla libertà e dal libero arbitrio dell’uomo in virtù della sua mente razionale, oppure attraverso la coercizione dello Stato. In questo secondo caso, il principio di grazia si muta in terribile disgrazia. Una terza possibilità non esiste. Ecco perché da sempre, chi cerca di mitigare queste due uniche e opposte realtà, si arrampica sugli specchi per nascondere la conseguenza inevitabile che deriverebbe dalla applicazione della legge naturale attraverso il “braccio armato” della Legge Positiva: lo Stato assoggettato alla Legge Naturale o Legge Divina perseguirebbe il peccato come reato. Ribadisco: nel primo caso, attraverso l’azione di grazia accolta, l’osservanza della Legge Naturale procede attraverso la libertà dell’uomo, nel secondo caso, l’osservanza della Legge Naturale, avviene attraverso una vera e propria violenza compiuta sulla libertà dell’uomo, che neppure Dio ha mai limitato o annullato. È presto detto: nel secondo caso siamo dinanzi al vero e proprio disprezzo della grazia che opera solo attraverso la libertà dell’uomo. È infatti la grazia che sta alla base della Legge Naturale, con buona pace di chi fa poesia dicendo con risibile vaghezza che la Legge Naturale si basa sul cuore e sull’intelligenza, pur di non confrontarsi con il mistero della grazia che non può essere scissa dalla libertà e dal libero arbitrio dell’uomo. Per questo coloro che propagandano una idea a dir poco distorta di Legge Naturale devono di necessità arrampicarsi sugli specchi, cosa questa che caratterizza da sempre le limitatezze delle menti non speculative, non filosofiche e non teologiche, che però presumono di poter speculare sui massimi sistemi. Ecco allora l’arrampicata sugli specchi scivolosi e il lancio di quel che ritengono essere il grande dardo vincente, la frase fatta e già due volte ripetuta: «Il peccato non è un diritto!». È vero, però sarebbe di rigore aggiungere che nessuno può rivendicare il diritto di impedire a un uomo, con la violenza privata o con la coercizione della Legge positiva di commettere peccato, perché Dio stesso non ha impedito all’uomo di peccare. E per il suo peccato l’uomo raccolse tutte le conseguenze, ricadute per causa sua sull’umanità intera. 

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La battuta non è di rigore ma proprio pertinente: se anziché Dio, che all’epoca agì in un certo modo, avessimo avuto certi fideisti pseudo-giusnaturalisti, tutt’oggi l’umanità vivrebbe felice nel Giardino di Eden, senza conoscere la sofferenza, la malattia, il decadimento fisico e la morte, che sono ― ricordiamo ― tutte conseguenze del peccato originale. Pertanto, se anziché Dio avessimo avuto certi fideisti pseudo-giusnaturalisti saremmo sempre nel Giardino di Eden, perché loro avrebbero impedito in modo deciso, con tutta la coercizione del caso, ad Adamo ed Eva, di commettere il peccato originale, dopo avere confuso in modo grottesco la libertà che l’uomo ha di peccare con il peccato che invece non può essere considerato un diritto.

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SAN TOMMASO D’AQUINO CHE TANTO PIACE A CHI NON LO CONOSCE FACENDOGLI DIRE QUEL CHE MAI HA DETTO E QUEI DOCUMENTI DEL SOMMO MAGISTERO RIVOLTI AGLI UOMINI DI UN MONDO E DI UNA SOCIETÀ CHE NON ESISTE PIÙ.

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Dinanzi a queste argomentazioni, i giusnaturalisti onirici cominciano di prassi a tirare fuori come prove inconfutabili a sostegno di quanto affermano documenti del Magistero della Chiesa tanto splendidi quanto datati. Nel fare questo mostrano un’altra forma di crassa ignoranza che li porta a dogmatizzare documenti e atti che contengono espressioni di grande afflato e di alta levatura, riferite però a contesti politici, sociali e pastorali legati a una società e a un mondo che non esiste più. Questa è un’altra patologia dalla quale nasce poi una grave malattia: il fissismo sul passato che impedisce di affrontare la realtà del presente. A questa malattia se ne aggiunge una terza più grave: la dogmatizzazione di questi documenti, che erano opportuni e preziosi nei reali contesti storici di una società e di una storia che oggi non esiste più. E così finiscono per conferire rango di dogma ai pronunciamenti di un sommo magistero rivolto a uomini e società di un mondo passato, convinti di essere più che mai nel giusto quando, a sostegno dello loro tesi errate, illogiche e anti-storiche, esordiscono: «Ah, ma è scritto in un documento del sommo magistero!». 

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Anche in questo caso gli esempi sono sempre necessari per far comprendere il tutto. Partiamo allora da San Tommaso d’Aquino, che piace terribilmente a coloro che non lo conoscono e che per questo, più che usarlo, lo abusano nel peggiore dei modi. Dissertando sul giusnaturalismo San Tommaso si muove su delle quaestiones filosofico-teologiche. Sul tema non sancisce degli assoluti né delle verità di fede. Per comprendere quelle quaestiones bisogna però conoscere anzitutto la storia, la politica e la società del XIII secolo, soprattutto i grandi glossatori bolognesi che operarono tra l’XI e il XII secolo, perché a loro si rifà l’Aquinate disputando su certe quaestiones, quindi conoscere qual era il loro concetto di diritto naturale e di diritto positivo. Tutto questo sfugge però al selvaggio fideista pseudo-giusnaturalista che pensa di conoscere l’Aquinate e di poterlo spacciare a dosi di pillole omeopatiche.

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Per il grande dottore della Chiesa la legge naturale sussiste eccome, ma può essere respinta dall’uomo a causa dell’esistenza di vizi o decise chiusure alle azioni di grazia. E per inciso, quando l’Aquinate parla di grazia, si rifà perlopiù all’opera di Sant’Agostino, De natura et gratia. Pertanto, nel linguaggio dell’Aquinate, quando si parla di “vizio” s’intende ch’esso può essere sia intellettuale e intellettivo sia morale, quindi un habitus che può portare l’uomo a scegliere il male, sempre sul principio della libertà e del libero arbitrio a lui concesso da Dio. Quindi, per il Doctor Angelicus, la Legge Morale dà dei valori che non possono essere intesi in maniera opprimente e meno che mai coercitiva. Si tratta di valori che vengono dalla natura razionale dell’uomo e che gradualmente possono essere attuati attraverso i principi e le azioni della grazia. Ma soprattutto di un percorso da fare nella storia per l’applicazione della Legge Naturale, secondo le diverse accezioni di persona, di tempo e di luogo [cfr. De regimine principium, Summa Theologiae q. 77, a.2 e a.4]. Questo, afferma l’Aquinate, con buona pace di chi non lo conosce ma tenta di usarlo e abusarlo come meglio crede, proprio come se San Tommaso d’Aquino fosse una parola magico-cabbalistica tipo hocus pocus o abracadabra, con la quale si cerca di risolvere qualsiasi arcano; con la quale anche l’ultimo degli ignoranti che ritiene di poter disquisire a sproposito su scienze e specialità molto complesse, crede di poter legittimare i propri immani spropositi. 

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Allo stesso modo è errato e fuorviante rifarsi al magistero dei Sommi Pontefici che si sono espressi sulla specifica materia della Legge Naturale nel XIX secolo, in piena epoca illuminista, con la Chiesa duramente attaccata e aggredita dalle correnti del liberalismo nato sulle ceneri della Rivoluzione Francese. Tentare di applicare quei documenti alla contemporaneità è un gioco all’assurdo. Altrettanto vale per coloro che usano e abusano il magistero del Sommo Pontefice Pio XII, a partire dal suo memorabile radio messaggio al quale certi soggetti si rifanno per supportare le loro tesi sul Diritto Naturale scritto da Dio nel cuore dell’uomo. Quel radio messaggio risale al 1942 e fu dato nel corso del pieno svolgimento della Seconda Guerra Mondiale, quando il nazismo si stava divorando un pezzo per volta tutti i Paesi europei e dall’altra parte c’era il Soviet di Stalin. E Hitler per un verso, Stalin per altro verso, avevano dato vita a un giusnaturalismo pagano e ateo, usando per la sua realizzazione gli stili tipici dei peggiori integralismi religiosi, che si rifanno sempre ai criteri di applicazione della Legge Divina che è al di sopra di qualsiasi legge umana, compresi i regimi atei, che hanno creato nel tempo le forme di giusnaturalismo religioso in assoluto peggiori, ora divinizzando il popolo e la sua razza, ora divinizzando il marxismo e la classe operaia. 

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Certi documenti hanno un grande valore se collocati nella loro storia, tentare però di attualizzarli oggi, è qualche cosa di veramente bizzarro. Esiste infatti un magistero che parla all’eterno, quello che definisce i dogmi della fede, o che in modo definitivo enuncia delle dottrine o delle discipline ecclesiastiche rette sui fondamenti dogmatici della fede, ed esiste un magistero che parla alle società, agli uomini, alla politica e alla storia di una precisa epoca, conclusa la quale il discorso è chiuso. Ecco, non c’è cosa peggiore di chi non sa leggere il magistero e non lo sa collocare nel suo preciso contesto dogmatico, dottrinale, storico, pastorale, politico e sociale, ma che presume di saperlo leggere sino a farne abuso con dei maldestri taglia e cuci, copia e incolla, infine trasformando tutto quanto in dogma, ovviamente a uso e supporto delle proprie tesi strampalate.

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Per comprendere ciò che il magistero ha espresso basterebbe analizzare il diverso linguaggio e approccio col quale si affronta il tema del giuspositivismo o della Legge Naturale nella enciclica Veritatis Splendor del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, o nella sua enciclica Fides et Ratio. Basterebbe leggere il documento della Commissione Teologica Internazionale del 2009, racchiuso sotto il titolo: Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale. A maggior ragione si capisce a quali errori possano andare incontro le persone che prive di scuola, formazione e metodo presumono di affrontare con leggerezza tematiche che per molti hanno comportato una vita intera di studio e di ricerca, non certo di taglia e cuci, di copia e incolla …

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QUELLA INSANA VOGLIA SERPEGGIANTE DEL CONNUBIO TRA ALTARE E TRONO

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Cerchiamo adesso di individuare il vero problema di fondo, perché ciò che a certe menti contorte e distorte rode, è che nel 1929 la Chiesa Cattolica riconosce attraverso i Patti Lateranensi la piena e legittima sovranità dello Stato laico e liberale del Regno d’Italia. Per tutta risposta, con la firma di un Capo del Governo che era un ex socialista rimasto per tutta la vita un anticlericale e un bestemmiatore romagnolo, alla Chiesa è concesso il contentino di “religione di Stato”, con il suo insegnamento obbligatorio nelle scuole, il matrimonio religioso che produce anche effetti civili e piattini di lenticchie varie a seguire. Però, come tutte le lenticchie date al povero Esaù che per una minestra si vendette la primogenitura [cfr. Gen 25, 29-33], tali sono e tali restano, lenticchie. Per inciso: mentre tutti i Paesi liberali dell’Europa avevano già varate delle leggi sul divorzio civile, il Regno d’Italia, per non giocarsi la definitiva chiusura della Questione Romana con i Patti Lateranensi, rinunciò a varare quella Legge. E quella real casa di anticlericali furenti tali erano i Savoia, assieme a un Regio Parlamento formato a maggioranza da fascisti miscredenti, fecero finta di credere che il sacro matrimonio è scritto nella eterna Legge Naturale assieme alla sua divina indissolubilità. Rode quindi ancora, a certe menti contorte e distorte, che la Chiesa, dopo ulteriori contentini, abbia in seguito riconosciuto la legittima laicità dello Stato Repubblicano nell’immediato dopoguerra, nella sapiente consapevolezza che questa laicità, in un regime di netta separazione tra potere politico e potere religioso, tra giusnaturalismo e giuspositivismo, che possono avere interscambi ma senza fondersi mai in un’unica essenza o espressione di legge universale, giovava molto anzitutto alla missione stessa della Chiesa, giovava al giusnaturalismo e giovava al giuspositivismo.

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Il giuspositivismo abbonda di istituti giuridici che nascono perché ispirati alla Legge Naturale o perché hanno tratto fondamento direttamente dalle Sacre Scritture. Si pensi solo al concetto di “persona giuridica”, oggi presente in tutti i codici civili del mondo. Si tratta infatti di un istituto interamente modulato dal principio paolino di “corpo mistico”, laddove il Beato Apostolo raffigura la Chiesa come corpo unitario di cui Cristo è capo e noi tutti membra [Col 1, 18]. Trarre però spunto, o talora anche fondamento, non vuol dire che lo Stato, attraverso la Legge Positiva, debba trasformare le Sacre Scritture o la morale cattolica in leggi vincolanti per tutti i cittadini.

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Eppure seguitano a esistere soggetti rosi di fondo da questa netta separazione e che tutt’oggi sognano il nefasto connubio tra trono e altare, con l’altare che cerca di prevalere in ogni modo sul trono e che nel corso della storia ci ha portato solamente a situazioni disastrose e di grande degrado morale, prodotte all’interno della Chiesa e del clero proprio a causa di questa velenosa commistione tra potere politico e potere religioso. Un esempio tra i tanti? Questo: a quali bassi e infimi livelli era ridotto l’episcopato del Regno Borbonico, all’epoca in cui i vescovi erano scelti ed eletti seguendo il gradimento del sovrano e del potere politico? Il basso e infimo livello ce lo spiega e documenta nei suoi scritti un vescovo in persona, divenuto in seguito santo e dottore della Chiesa, Alfonso Maria de’ Liguori. 

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PERCHÉ SONO FAVOREVOLE AL DIVORZIO CIVILE PUR CONSIDERANDO IL MATRIMONIO SACRAMENTALE INDISSOLUBILE? COERENZA O CONTROSENSO?

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Certi cattolici italiani compiono un grave errore quando pongono sullo stesso piano il divorzio e l’aborto, rifacendosi ai due referendum che videro entrare in vigore le rispettive leggi che ne regolavano l’uso. Dire divorzio e aborto ponendo sullo stesso piano queste due realtà, equivale ad abbinare assieme sullo stesso piano l’illecito civile di insolvenza di pagamento e il reato di omicidio volontario premeditato. Si tratta di due elementi distinti sui quali mi espressi in termini reputati inaccettabili da certi cattolici che mi stavano ascoltando, perché convinti che sulla Legge Naturale impressa nel cuore dell’uomo siano scritte anche le cose più impensabili. Questo il motivo della controversia: affermai che come cattolico e come prete non oserei mai impedire a due non cattolici, a due non credenti, o a persone appartenenti a una delle diverse confessioni religiose che riconoscono la legittimità del divorzio, di annullare attraverso questo istituto giuridico un matrimonio civile contratto dinanzi a un pubblico ufficiale dello Stato, perché considero il tutto un atto legittimo. Come cattolico e come prete non mi sognerei mai di obbligare dei laici e dei non credenti a sottostare alla indissolubilità che comporta il Sacramento del Matrimonio, appellandomi a una Legge Naturale da imporre erga omnes a colpi di leggi positive. Infatti, nel primo caso siamo dinanzi a un contratto stipulato da due contraenti ai sensi delle leggi positive, o cosiddette leggi civili, nel secondo caso siamo dinanzi a un Sacramento di istituzione divina, presupposto del quale è proprio l’impossibilità di poterlo sciogliere. E il concetto di Sacramento di istituzione divina caratterizzato come il matrimonio dall’elemento della indissolubilità, si regge in piedi benissimo da sé, non è necessario ricorrere a ulteriori incentivi, affermando in modo martellante che il matrimonio è scritto nella Legge Naturale, proprio perché il matrimonio è nella sua profonda sostanza un Sacramento di istituzione divina.

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Premesso che la Legge Naturale data da Dio esiste da sempre, se non ho letto male il Libro della Genesi mi pare di ricordare che Dio li creò maschio e femmina e disse loro «Siate fecondi e moltiplicatevi» [Gen 1, 28]. Dov’è scritto che li unì in matrimonio indissolubile? La Legge Mosaica prevedeva il ripudio della moglie da parte del marito e la possibilità di sposarne un’altra — leggasi divorzio unilaterale dell’uomo —, il tutto codificato e racchiuso nell’Antico Testamento [cfr. Lv 22,3]. Così sta scritto, a meno che qualche giusnaturalista dubiti che l’antica Legge sia stata data veramente da Dio a Mosè. A questo punto, il giusnaturalista internetico addottorato in scienze bibliche previa consultazione di ben tre diversi blog che assicurano “tutto sulla Bibbia”, quindi forte della sua dialettica invincibile replica: «Errore, anzi: eresia! In Genesi è scritto che l’uomo si unirà a sua moglie» [cfr. Gen 2, 24]. Sì, è vero, ma il termine «moglie» è usato nelle traduzioni moderne. Se il giusnaturalista internetico già addottorato in scienze bibliche consultasse anche il forum specialistico “impara l’ebraico biblico in sole tre ore”, scoprirà che nel testo originale, quello ebraico, ciò che viene tradotto come «moglie», suona diversamente, a livello semantico …

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Fu Cristo Dio ad affermare che la possibilità di lasciare la moglie fu data «Per la durezza del vostro cuore […] ma da principio non fu così» [Mt 19, 8]. È evidente che «da principio» è riferito a prima del peccato originale, a quella che era la perduta dimensione dell’eterna armonia perfetta del creato. Non a caso il termine usato da Cristo è בראשית, da principio [Cfr. Gen. בראשית ברא אלהים את השמים ואת הארץ] poi tradotto fedelmente in greco come “prima”, “nell’antichità” [Cfr. Gen. ἐν ἀρχῇ ἐποίησεν ὁ θεὸς τὸν οὐρανὸν καὶ τὴν γῆν]. E da principio non c’era il peccato originale. Quindi Cristo Dio chiarì: «Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» [Mt 19, 6]. Riflettiamo, se la Legge Naturale esiste da sempre e in essa è da sempre racchiuso il matrimonio, da sempre avrebbe dovuto essere indissolubile e soprattutto monogamo, o no? Cosa fa Dio, prima fa un Decreto Legislativo provvisorio e poi una Legge di rango costituzionale vera e propria? Alla prova dei fatti impressi nelle sacre scritture pare che per la Legge dell’Antico Testamento non fosse così e che il matrimonio diventa indissolubile attraverso la rivelazione del Verbo di Dio. Quindi delle due l’una — ma a questo devono rispondere i fideisti pseudo-giusnaturalisti della eterna Legge Naturale —, o la Legge Naturale, che esiste e che è data da Dio, ha avuto una evoluzione nella storia dell’uomo, oppure Cristo Dio ha dato una nuova legge con effetto retroattivo a partire dagli inizi dei tempi. Non vedo molte altre soluzioni. 

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A parte le battute mirate a incentivare la serietà del tema e i meccanismi di ragionamento in coloro che al ragionamento non sono chiusi: la Legge Naturale non è qualche cosa di magicamente immobile come la intendono taluni, giacché incapaci a comprendere che il Creatore è anche il Sommo Pedagogo Divino. La Legge Naturale si è evoluta mediante la grazia e la misericordia di Dio nel corso della storia dell’uomo attraverso un processo di gradualità. Come in modo graduale Dio si è rivelato all’uomo, dal Roveto Ardente di Mosè [cfr. Es 3, 1-6] sino all’incarnazione del Verbo di Dio [Gv 1, 1-18]. Esempio di evoluzione della Legge Naturale è la frase di Cristo Dio che chiarisce perché l’istituto del ripudio fu concesso: «Per la durezza del vostro cuore» [Mt 19, 8]. Una gradualità riassunta da San Tommaso d’Aquino nella sua Summa contra Gentiles, dove tratta e spiega, sempre attraverso il principio di gradualità storica, l’elemento della indissolubilità del matrimonio. E questo tema è trattato con alta competenza specialistica dal nostro teologo domenicano Gabriele Giordano M. Scardocci, uno dei Padri de L’Isola di Patmos, in una sua pregevole opera alla quale rimando e che tanto meriterebbe di essere letta: Questo mistero grande: il Sacramento del Matrimonio in San Tommaso d’Aquino» [vedere, QUI].

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Chiarito il tutto divenni anche molto critico proseguendo col dire che il Santo Pontefice Paolo VI, a mio modesto parere, sbagliò a non chiedere immediatamente, dopo l’entrata in vigore nel 1975 della legge civile sul divorzio, la modifica del Concordato tra Stato e Chiesa, rinunciando alla possibilità regolamentata dai Patti Lateranensi che concedono di celebrare il matrimonio religioso con effetti anche civili. Sarebbe stato coerente ritornare anche in questo a una netta separazione. I fedeli avrebbero potuto ricevere nelle chiese il Sacramento, poi si sarebbero recati presso il Comune per firmare il loro contratto di matrimonio, celebrando a questo modo due distinti matrimoni: quello che per la Chiesa e i credenti è un Sacramento che comporta la indissolubilità; quello che per lo Stato e che per i laici e i non credenti è invece solo un contratto che all’occorrenza può essere sciolto. Dunque due atti distinti e separati, senza alcuna commistione e legame tra di loro. Purtroppo la Chiesa non poteva, per antico spirito di cesaropapismo, rinunciare a tenere la punta del piedino nel politico e nell’amministrativo. E qui la verità storica impone di ricordare che a firmare negli anni Settanta, non tanto la legge sul divorzio ― sulla cui legittimità non discuto, sempre entro i termini spiegati chiaramente poc’anzi ―, bensì quella sulla legalizzazione dell’aborto nel 1978, furono i politici della Democrazia Cristiana, a nessuno dei quali passò per la mente di sollevare problemi di coscienza, dimettersi dalle loro cariche politiche, aprire una crisi di governo e lasciare che quella legge fosse varata da altri. Rimasero tutti ai loro posti e vi apposero le loro firme, tentando di nascondersi dietro al dito de “l’atto dovuto”, a partire da Giulio Andreotti, che navigò tutte le acque e attraversò tutti i ponti, dalle sacrestie fino ai tribunali. Tutt’altra storia quella del sovrano del Belgio, Re Baldovino, un vero credente e un vero cattolico, che in quanto tale si rifiutò di firmare la legge sull’aborto, tanto che il Parlamento ricorse a un espediente insolito: il sovrano abdicò per 48 ore. Quella legge passò, non però con l’approvazione e la firma sua.

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IL RIFIUTO DELLA LEGGE SULL’ABORTO SI BASA SU PROFONDI PROBLEMI DI COSCIENZA CHE VEDONO COINVOLTO IL BENE NON DISPONIBILE DELLA VITA UMANA, PER QUESTO LO STATO PROVVIDE ANCHE A UNA LEGGE SULLA OBBIEZIONE DI COSCIENZA

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È bene tornare a ribadire che se per un verso sono solito fare una netta distinzione tra il Sacramento indissolubile e il contratto civile di matrimonio, riconoscendo a non cattolici, non credenti o appartenenti ad altre confessioni religiose, il diritto a poter divorziare, giudicando a tal fine legittima e volendo persino opportuna una legge sul divorzio civile, per altro verso non posso, a livello morale, etico e teologico, esprimere analogo concetto per quanto riguarda la legge sull’aborto, perché lì entra in gioco la vita umana, che non è un bene disponibile né della madre né dello Stato. Urlino pure le femministe radicali «l’utero è mio e ne faccio quel che voglio!», perché nessuna può rivendicare che la vita umana altrui è sua e che può farne ciò che vuole, compreso sopprimerla. L’aborto non è un diritto perché nessuno può legittimamente sopprimere un essere umano innocente. Per questo le due cose, divorzio e aborto, sono totalmente distinte, perché dinanzi all’aborto non si può applicare il rispettoso principio che induce a dire: non posso impedire a un non cattolico, a un non credente o a un appartenente ad altre religioni che considerano lecito l’aborto, la libertà o il diritto a poter abortire un essere umano, perché questo è moralmente inaccettabile. Uccidere un essere umano innocente, non può mai rientrare nella sfera dei diritti e delle libertà umane. Motivo questo per il quale, contestualmente a quella legge terrificante, il legislatore si premurò di varare anche una apposita legge sulla obbiezione di coscienza, consapevole che la legalizzazione dell’aborto avrebbe toccato profondamente molte coscienze. E si noti, non solo le coscienze dei cattolici, perché posso testimoniare di conoscere non pochi non credenti, atei inclusi, che sono decisamente contrari all’aborto, semmai mentre non pochi cattolici sono in questo parecchio permissivi. Se così non fosse stato, il referendum per l’approvazione di quella legge, come sarebbe potuto passare, in un Paese come l’Italia, dove all’epoca il 96% degli italiani erano dei battezzati? Il referendum ebbe la maggioranza e la legge fu varata sotto un democristianissimo governo, perché i primi a votare a favore furono eserciti di cattolici baciapile.

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Come cittadino soffro che nel mio Paese esista questa legge attraverso la quale ogni anno sono uccisi decine di migliaia di bambini nel ventre delle loro madri. Sarei il primo ad andare a votare e a invitare ad andare a votare se fosse proposto un referendum per la abrogazione di questa legge. Ma purtroppo, se i cattolici italiani del 1978 votarono a favore dell’aborto nel segreto dell’urna, salvo tornare poi la domenica dopo a baciare le pile dell’acquasanta o a portare le figlie-spose all’altare con tre metri di strascico bianco tra cascate di fiori e sviolinate, quel che resta dei cattolici nel 2020 scenderebbe in massa direttamente sulla piazza a difendere il “diritto” all’aborto.

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A CHE COSA POTREBBE PORTARE L’APPLICAZIONE DELLA LEGGE NATURALE COME TALUNI LA INTENDONO?

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Torno all’inizio per spiegare in conclusione che dall’epoca post-costantiniana a seguire, la Chiesa non è andata incontro a momenti felici per la commistione tra altare e trono, tra potere politico e potere religioso fusi assieme in modo indistinto. Ovviamente stiamo parlando di altre epoche storiche, dove elementi che oggi appaiono dannosi, o persino nefasti ai nostri occhi, avevano una loro profonda ragione d’essere. Proviamo a chiarire con un esempio: è un elemento del tutto ovvio dire oggi che la sovranità appartiene al popolo che la concede in delega ai propri governanti attraverso il meccanismo delle libere elezioni [cfr. Costituzione della Repubblica Italiana, art. 1]. Ma un simile concetto espresso nel IV secolo all’epoca del Concilio di Nicea, ma anche nel XVI secolo all’epoca del Concilio di Trento, sarebbe apparso in parte incomprensibile e in parte assurdo, ed i maestri della Legge Naturale e del giusnaturalismo avrebbero gridato all’orrore, se non all’eresia! Non dimentichiamo infatti che sino a epoche non poi così remote, nel rituale romano esisteva il sacro rito della consacrazione del Re, con tanto di invocazione allo Spirito Santo. Forse è bene ricordare che quel mezzo anticristo di Napoleone è incoronato nella cattedrale di Notre Dame di Parigi nel 1804, presente il benedicente Sommo Pontefice Pio VII che dovette subire una grande umiliazione, quando questo ex caporale della Corsica prese la corona e se la depose sulla testa da solo, dicendo nella sostanza al Romano Pontefice: sei solo una comparsa alla mia rappresentazione. Viene perciò da sorridere a pensare che nel 2020 si debba ancora dibattere con cattolici per hobby, paladini della «vera tradizione» e difensori «della vera dottrina» che affermano con inquietante disinvoltura che la Legge Positiva deve sottostare alla Legge Naturale e che gli Stati avrebbero l’obbligo di applicare le leggi scritte da Dio nel cuore dell’uomo. Bramano forse ritornare ai “felici” tempi in cui il re, tiranno assoluto e all’occorrenza sanguinario, era consacrato dal Romano Pontefice nella sua alta veste di re dei re della Terra? Con l’altare che cerca di mettere i piedi sulla testa al trono e col trono che mette sotto i piedi l’altare per un piatto di lenticchie?

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Che ne conseguirebbe da uno Stato che mutasse il peccato in reato? In tal caso va detto che lo Stato dovrebbe anzitutto rendere obbligatorio il Battesimo. O potrebbe forse, uno Stato assoggettato alla suprema e divina Legge Naturale scritta nel cuore dell’uomo, impedire che un bambino sia lavato dalla macchia del peccato originale? E un politico, un magistrato e un pubblico amministratore non in linea con i principi fondamentali della fede e della morale cattolica, potrebbe ricoprire certi uffici? Ovvio che no, perché un mezzo miscredente messo in certi ruoli potrebbe recare dei danni enormi alla Santa Fede e alla Legge Naturale eterna scritta nel cuore dell’uomo. Quindi una delle materie d’esame fondamentali per il concorso di accesso in magistratura dovrebbe essere la perfetta e approfondita conoscenza del Catechismo della Chiesa Cattolica. E per essere candidati alla Camera dei deputati o al Senato della Repubblica, non occorrerebbe il certificato anti-mafia ma quello della Conferenza Episcopale Italiana che attesta la cattolicità del candidato. E se due giovani decidessero di convivere al di fuori del matrimonio? Quale raccapricciante violazione della Legge Naturale scritta da Dio nel cuore dell’uomo compirebbero? In quel caso bisognerebbe far correre a casa loro i carabinieri per impedirne la convivenza, poi sanzionarli adeguatamente per quel peccato-reato contro la Legge Naturale che ha impresso nel cuore dell’uomo il matrimonio e la sua indissolubilità, o no? Perché i rapporti sessuali prima del matrimonio sono proibiti dalla Legge Naturale eterna scritta nel cuore dell’uomo sin dall’inizio dei tempi, vero? D’altronde, i fideisti pseudo-giusnaturalisti, sono convinti che Dio non aveva neppure finito di creare gli organi genitali ad Adamo ed Eva che già aveva impresso sulla Legge Naturale eterna scritta nel cuore dell’uomo il divieto dei rapporti sessuali prima del matrimonio, è naturale, anzi, è verità di fede! E se due uomini liberi, adulti e consenzienti decidessero di avere tra di loro rapporti sessuali? In quel caso lo Stato dovrebbe applicare pene severissime, dinanzi a quello che per la morale cattolica è il grave peccato contro natura che secondo l’arcaica espressione biblica grida vendetta al cospetto di Dio. E su questa scia potremmo continuare con numerosi altri esempi, tutti quanti logici e conseguenti, circa la supremazia della Legge Naturale scritta da Dio nel cuore dell’uomo rispetto alle Leggi Positive dello Stato.

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A chiusura di discorso riporto un quesito da me posto a un interlocutore al quale domandai: qualora si realizzasse il tuo auspicio che la Legge Positiva sia sottomessa alla Legge Naturale scritta da Dio nel cuore dell’uomo, mi spieghi che cosa ne sarebbe dei protestanti, eredi e diffusori dell’eresia luterana, in un siffatto contesto “idilliaco”? La risposta fu davvero inquietante, vi invito però a riderci sopra, come si ride su una barzelletta grottesca: «Lo Stato ha il dovere di difendere la verità dall’errore, perché l’errore non può essere accettato e tollerato in nome della libertà». Ovverosia: i non cattolici, i laici e i non credenti vanno obbligati a credere alle Verità annunciate dalla Chiesa che lo Stato avrebbe il dovere di difendere dall’errore. E si noti: coloro che ragionano a questo modo, non solo si sentono dei veri cattolici, ma se la prendono pure con noi quando cerchiamo di spiegargli i loro errori grossolani e pericolosi.

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E con questo è detto che da certe male intese idee di Legge Naturale, per ovvia conseguenza può nascere solo il regime dell’Ayatollah Khomeini, che si rifaceva anche lui, come molti altri dittatori, a una Divina Legge Naturale data da Dio: il Corano. Tutte le peggiori e le più violente teocrazie dei Paesi islamici si rifanno a una Legge Naturale di derivazione divina, superiore come tale a qualsiasi legge positiva. Ecco perché dico che bisogna ridere dinanzi a certe convinzioni errate, ridere per non piangere. Certo, mi dispiace e mi fa soffrire quando certi discorsi li sento fare da cattolici intestarditi nell’errore, che fieri più che mai del loro errore non accettano alcuna ragionevole correzione, tanto si sentono nel giusto e nella verità, semmai tirando in ballo una metafisica che non conoscono e un povero San Tommaso d’Aquino che non ha mai neppure vagamente pensato ciò che loro gli attribuiscono, tanto specializzati sono a tagliare un pezzo da una quaestio della Summa Theologiae, isolarlo dal contesto, fraintenderlo totalmente, fargli dire ciò che nel testo non è scritto e infine, a chi conoscendo l’Aquinate li smentisce, rispondere in modo cieco è testardo: «Ah, lo ha detto San Tommaso d’Aquino!». E semmai, a te che l’Aquinate lo pratichi da una vita, ti intimano pure: «Se però San Tommaso d’Aquino tu non lo conosci, allora studialo!». Per questo mi trovo costretto a dare ragione a un laico ateo, ben poco tenero verso la Chiesa Cattolica e il Cattolicesimo, che parlando con i giornalisti poco prima che a Torino gli conferissero l’ennesima laurea honoris causa, disse:

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«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

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Questa frase non l’ha detta la Santa Madre Teresa di Calcutta quando nel 1979 ritirò a Stoccolma il Premio Nobel per la pace, l’ha detta nel 2015 il ben poco santo Umberto Eco, commentando che nei concreti fatti, l’ultimo dei complottisti che pubblica su You Tube un video anonimo nel quale dimostra che la terra è piatta, sarà più seguito e ascoltato di un Premio Nobel per la fisica. Esattamente come accade a noi sacerdoti e teologi, che da molti nostri fedeli non siamo presi in minima considerazione e meno che mai ascoltati, tanto sono impegnati a seguire le panzane pseudo-teologiche proferite dall’ultimo degli imbecilli sui social media, o dai giornalisti in pensione che si sono messi a fare gli ecclesiologi in bilico tra gossip e fanta-teologia. Come possiamo dar torto a quell’ateo anticlericale di Umberto Eco, noi preti e teologi in modo particolare, che con i nostri fedeli addottorati su internet in filosofia, scienze bibliche, teologia, dogmatica sacramentaria e morale cattolica, siamo costretti a subire quello che subiamo e a prenderci scariche di bastonate se osiamo tentate di correggerli?

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dall’Isola di Patmos, 15 dicembre 2020

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About Padre Ariel

Ariel S. Levi di Gualdo Presbitero e Teologo ( Cliccare sul nome per leggere tutti i suoi articoli )

3 thoughts on “Lezione quasi certamente inutile per certi cattolici autodidatti sulla laicità dello Stato: il concetto di Diritto Naturale dei neoscolastici redivivi, oltre a non servire Dio e la verità, è in radicale conflitto con i due fondamenti della creazione dell’uomo: libertà e libero arbitrio

  1. NOTA DELL’AUTORE

    Gentili Lettori,

    sono giunti molti commenti a questo articolo, purtroppo per gran parte scritti da persone che non hanno inteso, altri forse volutamente frainteso.
    C’è chi scrive accusandomi di essere un sostenitore dell’aborto, chi mi accusa di sostenere la legittimità del divorzio e via dicendo. Nell’ambito delle accuse le più leggere e tolleranti sono quelle di “modernista” ed “eretico”.

    Chiunque sia in grado di leggere quel che ho scritto ha compreso benissimo che per me, come cattolico, sacerdote e teologo il divorzio non esiste proprio, per quanto riguarda il matrimonio religioso e il Sacramento del Matrimonio. Pur avendo spiegato bene il tutto con esempi e discorsi chiari, non pochi hanno totalmente sorvolato sulla netta distinzione che faccio tra un Sacramento di istituzione divina, indissolubile e impossibile da annullare, ed un contratto civile di matrimonio firmato dinanzi a un pubblico ufficiale dello Stato da dei non-cattolici, da dei non-credenti o da dei laicisti, ai quali la legge civile non può impedire, domani, di annullare il loro contratto, applicando al matrimonio civile i criteri di indissolubilità del matrimonio religioso.

    Prendo atto che il Covid-19 sta rendendo certe persone più irragionevoli, aggressive e soprattutto più litigiose di quanto già erano in precedenza sui social media sempre più usati come sfogatorio dei peggiori istinti umani. Ma questo non gli consente di commentare con totale mancanza di competenza scientifica dei temi strettamente specialistici che richiedono profonde conoscenze nell’ambito storico, filosofico, giuridico e teologico.

    Trovo poi grottesco che alcuni mi abbiano persino accusato di sostenere la legge sull’aborto (!?) mentre con parole chiare e non passibili di smentita spiego nel mio testo che non esistono libertà individuali in base alle quali si può in alcun modo legittimare la soppressione di un essere umano innocente «mai e in alcun caso».

    Sono giunti messaggi di filosofi e di giuristi, assieme a quelli di Lettori vari che esprimono parole di grande apprezzamento e con circostanziata competenze, assieme a eccessi di stima verso la mia persona.

    I Padri de L’Isola di Patmos lavorano da sempre con grande serietà nel rispetto delle opinioni delle persone, anche delle opinioni sbagliate, anche di quelle a volte irriverenti e offensive nei nostri riguardi, che non abbiamo esitato più volte a pubblicare.

    Purtroppo, dinanzi a non pochi commenti pervenuti che costituiscono un vero vilipendio alla ragione, alla dottrina e alla cultura del sapere in generale, è impossibile procedere alla pubblicazione, perché sarebbe cosa disonesta se pubblicassimo solo gli elogi cestinando le critiche prive di logica e di conoscenza, perché a tutti deve essere data voce, inclusi coloro che la usano a sproposito. Siccome le critiche giunte, oltre che offensive sono irrazionali e campate in aria, ci troviamo quindi costretti a non pubblicare nessun commento, né quelli che criticano né quelli che elogiano.

    Ci scusiamo con i Lettori che hanno scritto commenti pertinenti e interessanti sul piano scientifico, oltre che lusinghieri. Li ringrazio sinceramente per le loro parole e conto sulla loro comprensione dopo questa spiegazione data.

  2. Reverendo Padre,
    sono totalmente d’accordo con quanto da Lei espresso in questa pagina, e le dico sinceramente che la consapevolezza del martirio quotidiano da Lei subìto per mano di irrazionalisti ignoranti ha suscitato in me profonda tristezza e pietà nei Suoi confronti.
    Tale è la consonanza fra le posizioni da lei espresse e le nostre, che abbiamo deciso di condividere questa pagina sulla nostra pagina Facebook Partito.Mondialista, al fine di renderla visibile e leggibile ai nostri 400.000 seguaci telematici.
    Spero che questa mia breve lettera, pur se non sarà pubblicata, Le porti un po’ di sollievo.
    Sarei molto onorata se volesse dare un’occhiata al nostro sito web http://www.mondialisti.net e comunicarci un Suo autorevole parere in merito alle nostre iniziative. Non posso promettere una applicazione totale dei consigli e delle indicazioni che vorrà eventualmente fornirci, ma Le assicuro che li prenderemo comunque in attenta considerazione.
    Con rispettosi saluti
    Mrs. Andrea Zuckerman
    Gran Maestro dell’Ordine Templare Rinato
    Direttore Generale del Partito Mondialista

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