Roma. Sulle due sedicenni morte sul colpo nei pressi di Ponte Milvio l’ennesimo pianto del coccodrillo di una società civile incapace a domandarsi: dove, noi genitori, abbiamo sbagliato e poi tragicamente fallito?

— attualità e società contemporanea—

ROMA. SULLE DUE SEDICENNI MORTE SUL COLPO NEI PRESSI DI PONTE MILVIO L’ENNESIMO PIANTO DEL COCCODRILLO DI UNA SOCIETÀ CIVILE INCAPACE A DOMANDARSI: DOVE, NOI GENITORI, ABBIAMO SBAGLIATO E POI TRAGICAMENTE FALLITO?  

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ogni tanto, qualcuno di questi giovani immortali, se tutto va bene muore, perché molto spesso ammazzano invece gli altri senza che loro si facciano un graffio. E quando qualcuno di questi impuniti, invincibili e immortali muore, si piange un paio di giorni, si lanciano palloncini colorati sulle bare, come se la morte fosse un circo, si depongono fiori, cartelli e pupazzetti nel luogo dell’incidente. Poi semmai si assume anche come difensore la celebre e talentata penalista Giulia Bongiorno, perché il genitore disastroso che non educa, non cura, non custodisce e non dà solide regole di vita ai figli, indispensabili a tutelare anzitutto i figli stessi, deve avere sempre ragione, lui non fallisce e non può fallire. Il mondo intero è in errore, lui e suo figlio no, mai!

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Le due giovani sedicenni morte a Roma e l’investitore ventenne [foto tratte dai pubblici social]

La morte di due sedicenni travolte da un’auto a Roma mi induce a narrare un fatto di cui fui protagonista, poiché utile a introdurre un tema complesso e difficile da trattare.

Tre anni fa passavo per la piazza di una certa città italiana, quando degli adolescenti, due maschietti che facevano i galletti con quattro coetanee, al mio passaggio mi fulminano alle spalle con questa frase:

«Questi preti pedofili di merda!».

Mi volto in direzione dei due ragazzi, ed anche se dinanzi a me non avevo uno specchio, immagino che il mio sguardo, in quel momento, avrebbe creato qualche senso di timore persino a una iena affamata. Domando in tono severo ai due maschietti:

«Per caso, ce l’avete con me?».

Con una strafottenza indicibile uno dei due, gonfiandosi dinanzi alle quattro mignottelle in fiore ― poiché tali già fatte, finite e rifinite, dalle minigonne al trucco per seguire con le acconciature da vamp ― replica:

«Sì. E allora? che problemi hai … che cazzo vuoi?».

Sul suono dell’interrogativo «vuoi?», parte dalla mia mano sinistra una sberla volutamente misurata. Se infatti ci avessi messo forza, la testa del ragazzotto si sarebbe staccata dal collo. E se vi fosse rimasta attaccata, avrebbe riportato qualche danno permanente. O per meglio chiarire: quando stringo delle valvole, o quando chiudo la macchinetta del caffè, capita a volte che mi venga chiesto di svitare il tutto, perché, se involontariamente non misuro la forza, capita che altri non riescano poi ad aprire le chiusure …

… dopo qualche secondo di stordimento per la sberla misurata ricevuta, l’aspirante “maschietto duro” corre prudentemente a distanza da me e comincia a urlare:

«Ti denuncio … ti denuncio!».

Con una calma tutta quanta serafica — roba da far impallidire per davvero il Beato Angelico assieme all’intero coro dei Serafini — rispondo:

«Intanto una sberla te la sei presa, adesso vai pure a denunciarmi».

In modo del tutto lecito qualcuno potrebbe domandarmi se non sono stato forse un autentico pazzo imprudente, a mollare una sberla a un minorenne su una pubblica piazza, attorno al mezzogiorno della domenica mattina, il tutto davanti ad alcune decine di testimoni. Quesito più che comprensibile al quale rispondo: nessuna imprudenza mossa da impulso azzardato: lo feci in modo studiato, ma soprattutto per il supremo bene di quel ragazzo, umiliandolo dinanzi all’amico, alle mignottelle in fiore e a una piazza intera che non si riempì di sguardi di disappunto, bensì di compiacimento. Quel tipico compiacimento delle persone che di questi tempi devono subìre con frequenza piccoli mostri e tiranni simili, privi di educazione e del minimo rispetto nei confronti di adulti, adulte, anziani e anziane. E li devono subìre perché questi mostri sono intoccabili, come dimostra la prosecuzione della storia …

… il lunedì mattina mi chiama il comandante della locale stazione dei carabinieri che, conoscendomi, cerca da sùbito di evitare un problema. Dopo un paio di convenevoli mi domanda se posso recarmi presso i loro uffici alle 15.30. Taglio corto e rispondo:

«Capitano, se per caso si tratta della sberla data ieri in piazza al ragazzo, sappia che è tutto vero, perché gliel’ho mollata sul serio. Il resto glielo racconto oggi di persona, quando verrò a farvi visita».

Ecco che cosa era accaduto e perché quell’invito: i carabinieri avevano cercato di frenare il padre del ragazzo, in procinto di compiere 17 anni il mese successivo, che si era recato presso di loro con l’intento di denunciarmi per aggressione e lesioni. In modo conciliante i carabinieri avevano tentato di convincerlo che forse, suo figlio, aveva rivolta qualche provocazione a un prete, sino a fargli perdere le staffe. E pur non sapendo che cosa fosse accaduto, lo rassicurarono che mi conoscevano da anni e che non ero il genere di persona da fare una cosa simile, se non dinanzi a qualche cosa di molto grave. Insomma: lo avevano convinto a parlare con me, che secondo loro mi sarei sicuramente spiegato, semmai chiedendo pure scusa al padre e al figlio e, chissà, forse persino allo Spirito Santo.

Quanto avvenne in quella caserma tra il padre del ragazzo e me, fu poi definita dai carabinieri come «memorabile lezione di pedagogia», ovviamente nei colloqui privati tra di loro, ma prontamente diffusi ― sempre in via privata ―, ai colleghi di tutte le vicine stazioni. Sorrido quindi al padre del ragazzo dipinto di un’aria frammista tra lo scuro e l’inferocito e lo investo con una domanda:

«Lei mi ha fatto chiamare per chiedermi scusa, vero? Sappia dunque sin d’ora che di ciò le sono davvero molto grato».

Sbalordito ribatte lui:

«Sta scherzando, oppure è fuori di testa? Lei prende a schiaffi mio figlio minorenne e mi chiede se sono venuto io a chiederle scusa?».

Avendo già raccolte il giorno prima tutte le più precise informazioni, rispondo:

«E oltre a chiedermi scusa, lei mi dovrebbe ringraziare, perché con suo figlio, indubbiamente minorenne, ma che già da tempo fa uso di alcol e di droghe leggere, che torna a casa a tarda notte, che guida lo scooter in modo spericolato e via dicendo, io ho fatto ciò che lei avrebbe dovuto fare da tempo per il suo bene, ma che purtroppo non ha mai fatto …».

Non potendo dare in escandescenze davanti ai carabinieri il padre cerca le parole, mentre io approfitto del suo silenzio per proseguire:

«… ha idea di che cosa mi avrebbero fatto i miei genitori, o cosa avrebbe fatto qualsiasi genitore degno di questo nome, venendo a sapere che suo figlio sedicenne, su una pubblica piazza, aveva insultato un uomo ultra cinquantenne che sereno e pacifico stava passando? Glielo dico sùbito che cosa mi avrebbe fatto mio padre, che mai ha usata violenza fisica su di me: in quel caso mi avrebbe cambiato i connotati. Poi, appena medicate le ferite, mi avrebbe portato dalla persona da me offesa per chiedere scusa. Il mio era però un vero genitore, mentre lei è un vero fallimento di genitore, pronto a legittimare un figlio del quale si dovrebbe vergognare, perché certi mostri non nascono per caso, sono fabbricati da uomini come lei e da donne come sua moglie».

A quel punto lo informo di che cosa mi aveva detto suo figlio dietro le spalle, insultando me e l’intero Collegio Sacerdotale della Chiesa Cattolica, concludendo infine:

«Detto questo, intende chiedermi scusa e ringraziarmi per la salutare sberla data a suo figlio?».

Anziché cogliere la gravità della cosa, capire che suo figlio aveva insultato un uomo adulto sconosciuto ed una istituzione intera, il genitore tenta di giustificarsi:

«Non è colpa di mio figlio, lo sappiamo bene che cosa fanno i preti, è scritto su tutti i giornali».

Udito ciò e compreso fino in fondo da dove proveniva quel candidato naturale alla violenza ed alla delinquenza tale s’era rivelato suo figlio, lo informo:

«Lei lo sa che a questo mondo ci sono diverse donne che fanno le puttane? Ebbene, se io incontrassi sua madre e sua moglie e le dessi delle puttane sulla pubblica piazza, pensa che poi mi potrei giustificare dicendo “… beh, si sa che cosa fanno le donne, è scritto su tutti i giornali che parlano della prostituzione”. Come se le donne in quanto tali fossero tutte e di rigore delle puttane, incluse ovviamente anche sua madre e sua moglie, o no?».

A quel punto il genitore aveva due soluzioni: o dare in escandescenze, ma come già detto non sarebbe stato opportuno e favorevole alla sua insostenibile causa dentro una caserma dinanzi a quattro carabinieri, oppure abbozzare. Sicché si limitò a dire:

«Io la dovrei denunciare, ma voglio essere buono e mi limito a dirle di non permettersi mai più».

Due anni dopo seppi che presso quella stessa caserma fu portato il figlio di questo gran genitore in stato di arresto, perché in occasione della maggiore età era passato dall’uso di alcol e hashish a quello più adulto e gagliardo della cocaina. I carabinieri lo avevano preso con le mani nel sacco mentre spacciava in un locale a pochi metri dalla porta d’ingresso della caserma, peraltro della cocaina diluita con sostanze tutt’altro che benefiche, allo scopo di ricavare dieci dosi da un quantitativo di cinque. E con ciò è presto detto: uno che detiene e spaccia droga a pochi metri dall’ingresso della caserma dei carabinieri, o è un demente totale, oppure un soggetto che si sente intoccabile, invincibile e quindi impunibile. O per dirla con un esempio decisamente grottesco: sarebbe come se uno entrasse con sicura spavalderia e assoluta certezza di impunibilità dentro una moschea diretta e frequentata da un gruppo di islamisti integralisti con un maiale al guinzaglio, convinto di farla franca e di essere soprattutto più duro e più potente di loro.

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Il Natale romano è stato insanguinato dalla morte di due ragazze di sedici anni [vedere cronaca QUI], travolte da un ventenne alla guida di un Suv. L’immagine di due ragazze sedicenni morte sul colpo è un fatto che alla gran parte delle persone toglie ogni stimolo all’esercizio del poco che resta dell’umana ragione nella nostra decadente società, per lasciare spazio all’emotivo e al sentimentale. Il tutto anche se tra pochi giorni, all’angolo della strada dove oggi sono stati deposti fiori, cartelloni e pupazzetti, appassiranno in breve i fiori, scoloriranno i cartelloni e spariranno i pupazzetti, senza che nulla cambi nella testa di certi figli e di certi genitori. Senza che alcuna coscienza emotiva e sentimentale si ponga quei quesiti d’obbligo che non sfiorano neppure la mente del nostro esercito di genitori falliti, nonché pericolosi e micidiali fabbricanti di mostri che si sentono intoccabili, invincibili, impunibili e infine immortali.

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Dalle dichiarazioni del magistrato romano Bernadette Nicotra, giudice per le indagini preliminari, riportate in virgolettato dalla stampa, apprendiamo che «Nel sangue di Pietro Genovese [N.d.A il conducente del Suv] sono state trovate tracce di cocaina e di oppiacei, ma non è possibile stabilire quanto tempo prima siano state assunte le sostanze. E subito dopo l’incidente il giovane era sconvolto, ma non sembrava stordito, tanto che gli agenti della municipale hanno annotato a verbale che aveva solo «un alito vinoso». Nonostante Camilla e Gaia [N.d.A. le due giovani morte sul colpo] abbiano avuto una condotta «incautamente spericolata» e «vietata» ― hanno infatti attraversato quella strada pericolosa con il rosso, scavalcando il guard-rail ―, come specifica il Giudice per le indagini preliminari. La responsabilità di Genovese è stata pesante e ad aggravare la sua posizione ci sono diversi precedenti amministrativi e il rischio di recidiva». Già in precedenza, infatti, al giovane investitore era stata sospesa la patente di guida.

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Pur piangendo sulle due sedicenni morte e sul giovane investitore che da questa vicenda rimarrà sicuramente segnato per tutta la vita, è lecito domandarsi: dove erano i rispettivi genitori delle ragazze e del giovane conducente del Suv? È lecito domandarsi che cosa facessero due ragazze di sedici anni a tarda notte, il sabato sera, in giro per una metropoli come Roma, nella quale è possibile trovare di tutto e di più, a tutte le ore del giorno e, soprattutto, della notte? È lecito domandarsi perché un ventenne problematico, già reso oggetto di severi procedimenti amministrativi e propenso a violare in modo sprezzante le regole, fosse dotato di un’autovettura e del necessario danaro per darsi alla bella vita spericolata? Chi, lo forniva di danaro, se non i genitori?

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Comprendo che dinanzi a due bare bianche in cui sono state chiuse due sedicenni durante le festività del Natale, dire l’ovvio e doloroso vero è molto difficile, anzi forse impossibile, ma quasi sempre la verità è proprio quella che nessuno vuol dire e tanto meno sentirsi dire: a condurre quelle due bare verso il cimitero sono stati i rispettivi genitori, gravemente responsabili di avere lasciato due sedicenni andare in giro a tarda notte di sabato per una metropoli. Responsabili sono i genitori per avere cresciute delle figlie che avvolte da quel complesso di invincibilità e di immortalità che caratterizza i nostri giovani, con rara imprudenza hanno scavalcato un guard-rail e attraversata sotto la pioggia battente una strada pericolosa, al buio e con il semaforo rosso [cf. QUI]. Responsabili sono i genitori del guidatore, che pur avendo manifestato tutte le più gravi spericolatezze, tese a mettere a rischio la propria vita e quella degli altri, è stato lasciato libero di seguitare a fare ciò che voleva e come meglio voleva nello sprezzo totale di tutte le regole del vivere civile. E non si giustifichino, i genitori, dicendo che loro figlio ha vent’anni ed è maggiorenne, perché i soldi necessari alle sue condotte di vita disordinata non provengono di certo dal suo lavoro, ma dal portafogli del padre e della madre. A meno che non si dimostri che questo maggiorenne è un manager che ad appena vent’anni guadagna lautamente, potendosi così permettere i vizi e i vezzi che meglio preferisce.

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Nessuno osa dire il vero, dinanzi alle bare di due sedicenni nei giorni di Natale, ma dietro alla tragedia di queste giovani morte c’è il totale fallimento dei rispettivi genitori che adesso, per sentirsi a posto e per trovare altrove qualche colpevole responsabile, daranno avvio ad una causa legale affidata ai migliori avvocati italiani. Tutto questo pur di non dire: abbiamo fallito come genitori, perché non avendo saputo vigilare sui nostri figli né avendo dato loro delle regole di vita, li abbiamo lasciati crescere nella ferma convinzione che tutto fosse lecito e concesso al di là del bene e del male. Detto questo aggiungo: spero non venga mai assodata come vera l’ipotesi riportata poco dopo l’incidente mortale, circa il fatto che tra i giovanissimi pare in voga il pericoloso gioco del semaforo rosso. Stando infatti a diverse testimonianze pare che tra i giovani che frequentano i locali di Ponte Milvio sia in voga il pericoloso vezzo di correre sulla strada con il semaforo rosso mentre le automobili sfrecciano ad elevata velocità [cf. QUI, QUI]. 

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Non molto tempo fa, sempre a Roma, una giovane di sedici anni è morta all’interno di uno stabile in disuso occupato nel quartiere di San Lorenzo, dove gli inquirenti hanno in seguito accertato che si fosse recata ― anch’essa a tarda notte ― per cercare sostanze stupefacenti da dei pusher africani. Questa sedicenne trovata poi cadavere con addosso segni di rapporti sessuali avuti con più persone ampiamente adulte, si chiamava Desirèe. Gli africani, inizialmente indagati per omicidio e stupro di gruppo, sono stati poi scagionati da queste accuse. La giovane è infatti morta a causa di una mescolanza di sostanze stupefacenti, non si è trattato di uno stupro, ma di un abuso sessuale su una minore di età che in piena notte, dentro quello stabile, era entrata di sua volontà per cercare droghe da consumare, non vi era stata trascinata con forza e violenza [vedere cronaca, QUI, QUI]. Anche in quel caso abbiamo assistito alla deposizione di mazzi di fiori, di cartelloni e di pupazzetti dinanzi al cancello dello stabile all’interno del quale la poverina fu trovata cadavere. Anche in questo caso la domanda è però a dir poco scomoda, ed in pochi se la sono posta in quel mondo dell’emotivo e del sentimentale che dimentica presto le tragedie per poi vivere altre nuove tragedie: che cosa ci faceva una sedicenne di Cisterna Latina, località distante 70 chilometri da Roma, in giro a tarda notte per i quartieri della Capitale, dopo avere detto con una telefonata alla nonna, come se ciò fosse stata la cosa più ovvia di questo mondo: «Torno a casa domani, stasera rimango da un’amica»?

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La povera Desirèe morta in uno squallido stabile fatiscente a San Lorenzo, veniva da una famiglia disastrata ed era figlia di due genitori problematici. Le due giovani morte in questi giorni a Roma, non provenivano affatto da contesti disastrati, ma da due famiglie dei cosiddetti “piani alti” della buona società. N’è prova che dietro queste famiglie è uscito immediatamente fuori il nome di Giulia Bongiorno [cf. QUI], una donna annoverata nella rosa dei più grandi avvocati penalisti d’Italia, dotata a tal punto di un talento davvero grande e raro da essere stata, giovanissima che era all’epoca, difensore di Giulio Andreotti in uno dei processi penali tra i più complessi dell’intera storia della Repubblica Italiana.

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Nutro profonda stima per Giulia Bongiorno, dubito però che persino una penalista di grande talento come lei possa rassicurare i genitori delle due giovani che i responsabili sono altri, tanto difficile è per certuni, dinanzi alla vita e alla morte, assumersi le proprie responsabilità e dire a sé stessi: abbiamo fallito. Un terribile fallimento pagato infine con la sepoltura delle nostre figlie.

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Conosco la zona di Ponte Milvio, perché ventenne abitai per un periodo di tempo sui Colli della Farnesina. All’epoca quel quartiere residenziale era tutt’altra cosa. Oggi è divenuto un luogo de la movida per giovani fricchettoni che sembrano usciti dal salotto della miseranda quanto pericolosa Maria De Filippi, che sui disastri psicologici e comportamentali che affliggono oggi giovani e giovanissimi, ha le sue non lievi responsabilità, grazie ai suoi programmi televisivi improntati sulla diseducazione e l’edonismo. Detto questo concludo narrando che pochi mesi fa, in quel mio vecchio quartiere di un tempo, salvai un anziano dall’aggressione fisica di un ventenne affetto da delirio di onnipotenza, uno tra i tanti, tra i numerosi …

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… mi stavo recando per una visita presso la Clinica Villa del Rosario, che si trova in Via Flaminia Vecchia, a poche centinaia di metri da Ponte Milvio, in una zona che oggi brulica di localini molto trendy frequentati da giovani e giovanissimi. Avanti a me, l’anziano che procedeva alla guida di una utilitaria, rimane bloccato all’altezza di uno storico stabile noto ai romani come Il Castellaccio, perché sulla destra e sulla sinistra erano parcheggiate delle “giovanili” Smart che impedivano il transito. Io che procedevo dietro, rimango bloccato a mia volta. A un certo punto l’anziano si mette a suonare il clacson, finché da uno di questi locali esce un ventenne, che seguita per un po’ a parlare con gli amici. Poi, con tutta calma, in modo davvero sfottente e provocatorio, va davanti alla propria Smart. Si potrebbe pensare che sia salito e corso via, giammai! Tira fuori il telefono e si mette a mandare un messaggio. A quel punto l’anziano tira fuori la testa e gli urla dandogli del maleducato. Per tutta risposta il giovane, inferocito come una belva, si precipita verso di lui e strillandogli «testa di cazzo!» agita i pugni e gli intima «vieni fuori … vieni fuori vecchio di merda!». A quel punto salto fuori io dalla mia macchina e mi prendo una caterva d’insulti per essere accorso a difesa dell’anziano, che rischiava seriamente di finire preso a cazzotti. Certo, se avessi seguito il mio più basso istinto avrei cavato fuori il crick dal bagagliaio e gli avrei frantumate le ginocchia, spedendolo per un paio di mesi presso il reparto di traumatologia ortopedica a riflettere sul non-senso della sua vita, a convertirsi ed a pentirsi dei suoi peccati. Ma come risaputo io sono per la pace e per l’amore, in questa società che non può punire perché deve recuperare ciò che è strutturalmente irrecuperabile, non può rimproverare perché deve dialogare. Una società abituata ormai a dire povero assassino anziché povero assassinato, povero aggressore anziché povero aggredito, povero ladro anziché povero derubato …

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… o vi siete forse dimenticati il prode Marco Pannella che assieme alla «grande italiana» Emma Bonino, negli anni Ottanta intasavano di querele i tribunali contro i responsabili delle comunità di recupero per tossicodipendenti, accusandoli di maltrattamenti e di sequestro di persona? E al tempo stesso volevano la droga libera, come poco prima avevano ottenuto la legalizzazione dell’aborto definendolo «grande conquista sociale», per seguire con il “matrimonio” tra coppie dello stesso sesso. Oggi Marco Pannella è morto, resta però sempre in vita la «grande italiana» che, prima di tirare anch’essa le cuoia, vuol vedere un’altra «grande conquista sociale»: l’eutanasia legalizzata. Quantunque lei, sebbene ultra settantenne e malata di cancro, si è guardata bene dall’andare in Svizzera a farsi sopprimere, avendo forse in programma tanti altri danni ancóra da recare a questo nostro povero Paese, prima della sua felice dipartita verso … beh, che Dio Padre di misericordia abbia davvero pietà della sua povera anima e che come il buon ladrone, questa mammana, possa rubarci a tutti il Paradiso con un suo atto di puro e sincero pentimento espresso nei suoi ultimi due minuti di vita!

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Questo giovane fricchettone da happy-hour pontemilviano lanciatosi con ferocia verso un anziano e poi insultando in modo indicibile un prete corso in suo soccorso per sventare l’aggressione del poveretto, è il paradigma reale del prodotto di genitori che non sanno dire mai di “no”, che denunciano l’insegnante per avere osato rivolgere un rimprovero a loro figlio, se non si recano direttamente a scuola per picchiarlo! O che dinanzi a una bocciatura scolastica del tutto meritata, subissano il Tribunale Amministrativo Regionale di ricorsi. E quando i loro figli sono fermati dalle Forze dell’Ordine perché trovati alla guida ubriachi e drogati, se la prendono con le stesse intimando: «Prendetevela con i delinquenti, non con i nostri figli!». E giù querele a non finire contro poliziotti e carabinieri, accusati di rigore dai genitori di avere maltrattato i loro figli durante il fermo di polizia, pure se usciti dalle caserme e dalle questure senza neppure un graffio addosso, tanto terrore hanno gli addetti delle Forze dell’Ordine ad alzare loro soltanto un po’ la voce. E ogni tanto, qualcuno di questi giovani immortali, se tutto va bene muore, perché spesso ammazzano invece gli altri senza che loro si facciano un graffio. E quando qualcuno di questi impuniti, invincibili e immortali muore, si piange un paio di giorni, si lanciano palloncini colorati sulle bare, come se la morte fosse un circo, si depongono fiori, cartelli e pupazzetti nel luogo dell’incidente. Poi semmai si assume anche come difensore la celebre e talentata penalista Giulia Bongiorno, perché il genitore disastroso che non educa, non cura, non custodisce e non dà solide regole di vita ai figli, indispensabili a tutelare anzitutto i figli stessi, deve avere sempre ragione, lui non fallisce e non può fallire. Il mondo intero è in errore, lui e suo figlio no, mai!

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dall’Isola di Patmos, 28 dicembre 2019

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Cari Lettori,

nel mese di dicembre è entrato in distribuzione il mio nuovo libro Nada te turbe, un’opera di spiritualità sul martirio scritta in forma di romanzo storico e ambientata in un’epoca di feroce persecuzione della Chiesa. Ritengo che potrebbe edificare e aiutare molte persone, soprattutto in questo momento. Per questo vi invito ad acquistarlo presso il nostro negozio [vedere QUI] ma soprattutto a leggerlo.

 

 

 

 

 

 

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NOVITÀ – Dalla ghigliottina alla libertà attraverso la verità che ci renderà liberi: «Nada te turbe», il gioiello letterario di Ariel S. Levi di Gualdo

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

NOVITÀ ― DALLA GHIGLIOTTINA ALLA LIBERTÀ ATTRAVERSO LA VERITÀ CHE CI RENDERÀ LIBERI: «NADA TE TURBE», IL GIOIELLO LETTERARIO DI ARIEL S. LEVI DI GUALDO

Questo romanzo storico è “il gioiello di Padre Ariel”. Opera ambientata nel tardo Settecento di cui sono protagoniste le Monache Carmelitane del Monastero di Compiègne ghigliottinate a Parigi nel 1794. Non solo consigliamo questo libro, ma suggeriamo di tenerlo presente come regalo, in un periodo nel quale la inutile paccottiglia pare farla da padrona, sotto gli alberi e fuori dagli alberi …

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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la copertina del romanzo storico di Ariel S. Levi di Gualdo: il martirio delle monache carmelitane

È anche un romanziere Padre Ariel, pur se conosciuto perlopiù come teologo e saggista. Quest’opera fu scritta dopo aver maturato negli anni di formazione al sacerdozio che l’elemento del martirio, non necessariamente di sangue, è parte viva del ministero sacerdotale e della vita religiosa, ma anche della vita cristiana di tutti i battezzati.

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Diversamente da quello di sangue, che può consumarsi in pochi minuti o secondi, quello “bianco“ è un martirio al quale si può finire sottoposti per una vita intera, come testimoniano le vite di molti Santi.

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Questo romanzo storico è “il gioiello di Padre Ariel” perché legato al mistero della fede e della vocazione. Opera ambientata nel tardo Settecento di cui sono protagoniste le Monache Carmelitane del Monastero di Compiègne ghigliottinate a Parigi nel 1794.

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Ricchi di rara profondità i dialoghi tra le protagoniste. Non meno originali e densi di fascino le immagini ed i quadri ideati dalla creatività dall’autore, che attorno a questa storia reale gioca con una fantasia dove nulla è scontato, ma tutto riserva inaspettate sorprese.

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Museo delle cere di Parigi: il prezzo pagato per quella libertà, uguaglianza e fraternità, di cui però pochi parlano …

Il primo quadro si apre con un incontro di massoni in un luogo segreto, dove ha sede la loro Loggia. Da subito si percepisce la profonda conoscenza del narratore circa usi e frasari di questa società segreta. Curatissimo il linguaggio narrativo che, senza mai scivolare nel lezioso, offre una realistica raffigurazione di stili e costumi del Settecento francese.

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In questo contesto si colloca la storia romanzata ma reale delle Dame del Carmelo di Compiègne, che terminano le loro esistenze a Parigi sotto la lama della ghigliottina, in una Francia sconvolta dal terrore. Sedici donne giunte alla conquista di una libertà interiore che esalta l’emancipazione femminile e i valori di una sana laicità dei popoli; perché libertà, uguaglianza e fraternità sono pilastri del Cristianesimo, amalgamati assieme dal senso di solidarietà e dallo spirito di carità. Dalla debolezza nasce la forza e dall’incertezza la fede: bisogna apprezzare chi ha molti dubbi e diffidare di chi n’è privo. La fede è una logica che si regge sull’assurdo dove la debolezza sta nella sicurezza d’esser possente e il vero vigore nelle fragilità delle insicurezze dove Dio si cela in attesa dell’uomo da rendere forte.

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il principale strumento della uguaglianza e della giustizia: la ghigliottina

Una meditazione sul senso eucaristico del martirio inserita nel ciclo dell’anno liturgico, ed attraverso un gioco di luci che si riverberano da un’anima che coglie nel passato coi piedi nel presente, provoca riflessioni col sottile gioco dei paradossi, attraverso dialoghi che sfidano in modo seducente il torpore dell’uomo moderno, toccando la sensibilità dei lettori più raffinati e quella del grande pubblico, inducendo i non credenti a porsi quesiti più profondi ancóra.

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Alle porte del Natale consigliamo questo libro e suggeriamo di tenerlo presente come regalo, in un periodo nel quale la inutile paccottiglia pare farla da padrona, sotto gli alberi e fuori dagli alberi …

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Un libro che si legge e rilegge volentieri più volte, perché è un romanzo reso eccezionale dai grandi misteri che gli danno vita e che lo sorreggono dalla prima all’ultima pagina, andando a colpire in modo elegante la stupidità distruttiva delle ideologie, esaltando e sfidando al tempo stesso l’intelligenza umana, che assieme alla vera libertà è l’unico possibile antidoto verso le cieche ideologie di ieri e di oggi.

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Dall’Isola di Patmos, 15 dicembre 2019

III Domenica d’Avvento, Gaudete

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Prossime opere in pubblicazione nel mese di dicembre/gennaio:

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ATTI E MISFATTI DEGLI APOSTATI, di Ester Maria Ledda

 

 

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L’intervista – «Il Vaticano è un circo che condanna a morte la verità e la giustizia». L’Intervista – «Padre Ariel tuona: “Tenere i preti lontano dai soldi”»

L’INTERVISTA ― «IL VATICANO È UN CIRCO CHE CONDANNA A MORTE LA VERITÀ E LA GIUSTIZIA»

L’INTERVISTA ― «VATICANO: PADRE ARIEL TUONA “TENERE I PRETI LONTANO DAI SOLDI”»

Il quotidiano nazionale “La Verità” diretto da Maurizio Belpietro, attraverso un’intervista realizzata da Stefano Filippi, sotto il titolo di redazione «il Vaticano è un circo che condanna a morte la verità e la giustizia», ha dedicato una pagina al nostro Padre Ariel S. Levi di Gualdo che ha risposto a domande attinenti a diversi problemi emergenti: la crisi della Chiesa, il volto tedesco del sinodo panamazzonico, il problema della immigrazione, i cattolici italiani e la politica odierna

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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LA VERITÀ edizione del  9.12.2019 – PDF testo dell’intervista

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il giornalista Stefano De Filippi

Ringraziamo il Direttore e la Redazione del quotidiano nazionale La Verità che hanno avuto la cortesia di mettere a disposizione dei nostri Lettori la pagina del loro quotidiano nel quale lunedì 9 dicembre è uscita un’intervista al Padre Ariel realizzata dal giornalista Stefano De Filippi.

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Il colloquio tra Stefano De Filippi e Padre Ariel ha toccato argomenti di delicata attualità, dalla crisi della Chiesa al Sinodo panamazzonico, dal problema dell’immigrazione incontrollata al rapporto tra i cattolici italiani e la politica del loro Paese. Aprendo il formato pdf potrete leggere il testo [vedere QUI].

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Dall’Isola di Patmos, 10 dicembre 2019

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il giovane giornalista Francesco Boezi

Il giovane giornalista Francesco Boezi, vaticanista de Il Giornale, ha realizzato una successiva intervista su altre tematiche, apparsa su Il Giornale.it.

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Dopo varie domande legate ai temi dei nuovi assetti della curia romana, dell’immigrazione e dell’assenza dei cattolici dalla scena politica del Paese, Padre Ariel conclude spiegando come mai, ma soprattutto da quale elemento reattivo dipendono le innegabili campagne di odio verso i cattolici ed il mondo cattolico di oggi.

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L’intervista è consultabile online  QUI

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Dall’Isola di Patmos, 13 dicembre 2019

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Visitate il negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos [vedere QUI e QUI] 

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Prossime opere in pubblicazione nel mese di dicembre/gennaio:

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NADA TE TURBE,  di Ariel S. Levi di Gualdo

ATTI E MISFATTI DEGLI APOSTATI, di Ester Maria Ledda

 

 

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
rischi ma anche dei costi. Aiutateci sostenendo questa Isola
con le vostre offerte attraverso il sicuro sistema Paypal:









oppure potete usare il conto corrente bancario:

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NOVITA – Giovanni Cavalcoli: «Gesù Cristo fondamento del mondo: inizio, centro e fine ultimo del nostro umanesimo integrale»

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

NOVITÀ – GIOVANNI CAVALCOLI: «GESÙ CRISTO FONDAMENTO DEL MONDO: INIZIO, CENTRO E FINE ULTIMO DEL NOSTRO UMANESIMO INTEGRALE»

Il concetto di Cristo fondamento del mondo, racchiude le altezze più sublimi del Santo Padre e Dottore della Chiesa Agostino vescovo d’Ippona: il Christus totus. Come ripeterà infatti il Sommo Pontefice Benedetto XVI nel corso del suo ministero apostolico: Cristo non è una parte dell’esperienza umana, ma la nostra totalità. Egli è l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro umanesimo integrale. E fu proprio su queste premesse teologiche che l’allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Cardinale Joseph Ratzinger, pubblicando su disposizione del Santo Pontefice Giovanni Paolo II la esortazione Dominus Jesus, ribadì questa totalità, in aperta contrapposizione a un male inteso ecumenismo e a un male inteso dialogo inter-religioso, ma soprattutto in contrapposizione al relativismo.

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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la nuova opera del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli. Potete acquistare il libro direttamente al nostro negozio e riceverlo a casa vostra entro 72 ore senza alcuna spesa di spedizione [vedere QUI e QUI

È appena uscito il libro del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli, che tratta la cristologia da un’angolatura sin oggi non molto approfondita: la metafisica di Gesù Cristo [copertina intera, vedere: QUI].

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Con stile chiaro, simile a quello del Pontefice Benedetto XVI, l’Autore rende accessibili al gran pubblico temi che sarebbero proponibili solo agli studiosi, se trattati in modo accademico.

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Il concetto Cristo fondamento del mondo, racchiude la sublime cristologia di Sant’Agostino: il Christus totus. Come infatti ripeté il Sommo Pontefice Benedetto XVI: Cristo non è una parte della umana esperienza, è la nostra totalità. È l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro intero umanesimo. Su queste premesse l’allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Cardinale Joseph Ratzinger, pubblicò per volontà di San Giovanni Paolo II l’esortazione Dominus Jesus, che ribadisce questa totalità di fronte a un mal inteso ecumenismo e un mal inteso dialogo inter-religioso, ma soprattutto in contrapposizione al relativismo.

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Giovanni Cavalcoli e Ariel S. Levi di Gualdo durante le riprese di alcune video lezioni tenute dal teologo domenicano [vedere la pagina “i nostri video” ne L’Isola di Patmos] 

«Come si fa ad accogliere Cristo, se non c’è nell’anima l’amore della sapienza, dato che Cristo è la Sapienza Eterna del Padre?». È un interrogativo posto in una sua omelia inedita del 5 gennaio 1986 dal Servo di Dio Padre Tomas Tyn [1950-1990]. Questo libro intende essere una guida agevole e chiara per quanti si interrogano sul significato del Vangelo di Gesù Cristo per l’uomo, per la fede che non può sussistere senza la ragione e per la ragione che necessità della fede, per la natura, per il mondo e per il cosmo. È stato scritto per coloro che già credono nel Verbo di Dio fatto Uomo e che cercano la via migliore e più elevata per incontrarlo, per coloro che sono colpiti dalla sapienza umana del Cristo e desiderano approfondirla, per gli amanti della contemplazione ai quali «solo Dio basta», come diceva Santa Teresa d’Avila. È stato scritto per coloro che credono che Cristo è l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro intero umanesimo.

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Dall’Isola di Patmos, 30 novembre 2019

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Potete acquistare il libro direttamente al nostro negozio e riceverlo a casa vostra entro 72 ore senza alcuna spesa postale [vedere QUI e QUI] 

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Prossime opere in pubblicazione nel mese di dicembre:

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ATTI E MISFATTI DEGLI APOSTATI, di Ester Maria Ledda

NADA TE TURBE, di Ariel S. Levi di Gualdo

 

 

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
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I Padri de L’Isola di Patmos hanno urgente bisogno di vedove belle e generose. Ma c’è di più: siamo pressoché sicuri che ci offriranno anche il loro prezioso sostegno

I PADRI DE L’ISOLA DI PATMOS HANNO URGENTE BISOGNO DI VEDOVE BELLE E GENEROSE. MA C’È DI PIÙ: SIAMO PRESSOCHÉ SICURI CHE CI OFFRIRANNO ANCHE IL LORO PREZIOSO SOSTEGNO

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[…] vorrei ricordare l’ovvio senza veli e falsi pudori, perché questo è il mio stile. Così Dio mi ha fabbricato, così Cristo mi ha voluto a suo servizio nel sacro ministero sacerdotale. Ecco allora l’ovvio: come avrete notato non abbiamo sponsor né beneficiamo di contributi da parte di Fondazioni cattoliche e di Ordini Cavallescheschi sollecitati a riversare su di noi regalìe in cospicue somme di danaro dalla solerte Segreteria di Stato del Vaticano, che sovente usa a tal fine le pingui casse delli Boni Cavalieri indirizzando la loro generosità su riviste e siti genuflessi al potere, che non sempre – per non dire quasi mai – è però il potere della fede che converte e salva le anime. No, non il potere della verità, spesso purtroppo è il potere di quella menzogna che la fa da padrona di questi tempi tristi  […]

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Cari Lettori,

La vedova di Winchester

a inizi dicembre chiediamo ogni anno il vostro aiuto per pagare le spese di gestione del sito di questa rivista, che ammontano a 6.800 euro.

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Ringrazio i Lettori che nel corso dell’anno hanno inviato offerte e che ci consentono di proseguire nella nostra opera apostolica, tra loro anche vari sacerdoti.

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Fatti i ringraziamenti ricordo adesso l’ovvio, senza veli e falsi pudori, perché questo è il mio stile. Così Dio mi ha fabbricato, così Cristo mi ha voluto a suo servizio nel sacro ministero sacerdotale. Ecco allora l’ovvio: come avrete notato non abbiamo sponsor né beneficiamo di contributi da parte di Fondazioni cattoliche e di Ordini Cavallescheschi sollecitati a riversare su di noi regalìe in cospicue somme di danaro dalla solerte Segreteria di Stato del Vaticano, che sovente usa a tal fine le pingui casse delli Boni Cavalieri indirizzando la loro generosità su riviste e siti genuflessi al potere, che non sempre – per non dire quasi mai – è però il potere della fede che converte e salva le anime. No, non il potere della verità, spesso purtroppo è il potere di quella menzogna che la fa da padrona di questi tempi tristi.

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Voi comprendete come mai certe agenzie stampa e grandi siti cattolici scrivono ciò che devono scrivere e vedono solo ciò che devono vedere? E se qualcuno osa scrivere ciò che non si deve scrivere perché legato a fatti e situazioni che non si devono vedere ― semmai osando persino reclamare che i responsabili di certi gravi errori siano neutralizzati e puniti per evitare il perpetrarsi dei loro danni recati alla Chiesa di Cristo ―, loro si affrettano pure a scrivere che non è vero, inserendo seduta stante sulla lista dei “cattivi” chi ha osato commentare il fatto in toni di fuoco. Come infatti sapete siamo arrivati anche a questo: le “liste di proscrizione” con tanto di pubblica lavagna che indica “buoni” e “cattivi”, “amatori” e “odiatori” …

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Forse è bene chiarire che coloro che si sono prodigati a stilare certe liste, avevano una libertà interiore pari all’importo annuo di 250.000 euro di sovvenzione proveniente perlopiù dalle pingui casse di certi Cavalieri, il tutto su dolce invito evangelico a essi rivolto dalla Segreteria di Stato del Vaticano, che alla prova provata dei fatti non sempre ama la verità e chi la serve, ma chi la verità la manipola, se non peggio: chi proprio la falsifica e la nasconde …

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… della serie: libertà e verità hanno per taluni un prezzo. È stato quell’imbecille di San Giovanni Battista che non volle capire come la libertà e la verità funzionano a questo mondo. Se lo avesse capito avrebbe avuto un ricco conto presso la Cassa di Risparmio di Gerusalemme e sarebbe morto vecchio su una spiaggia dei Caraibi sorseggiando un Cuba Libre, disteso su una sdraia in riva al mare. Invece non ha capito niente, quell’emerito imbecille, ed ha perduta così la testa.

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Cosa mai sarebbe costato al Battista vestire i panni del Vescovo di Belluno e domandare scusa a Erode per avere pensato che il suo legame con Erodiade, peggio quello morboso verso Salomé, poteva essere male? [vedere precedente articolo, QUI]. Oppure come il Vescovo di Vittorio Veneto, che a Erode, Erodiade e Salomè ha spalancato le porte di accesso alla Santissima Eucaristia [cf. articoli QUI, QUI, QUI, QUI]. In fondo, costoro, non ne hanno forse “sacrosanto” diritto? Perché proprio a questo, certi vescovi, stanno riducendo la Santissima Eucaristia ed i Sacramenti di grazia: a un diritto al quale si accede tra una porcata di Erode, una furbata di Erodiade, ed una danza sensuale di Salomè, mentre tutto tace tra pavidità, omissioni colpose e soprattutto opportunismi clericali.

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Non crediate che dal lor canto certi cosiddetti “conservatori” o “tradizionalisti” che strepitano agguerriti in apparenza su siffatte cose aberranti, siano diversi e migliori, o che siano connotati da un esercito di anime pure, perché quando qualche laico o ecclesiastico, anche indirettamente legato alle loro fonti di danaro, ha commesso qualche cosiddetta porcata in grande stile, loro hanno totalmente taciuto, perché dinanzi ai soldi tutte le grandi difese della tradizione e della sana dottrina cattolica finiscono “letteralmente a puttane”, se mi passate questo termine molto elegante e tipicamente ecclesiastico.

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In modo del tutto contrario a queste notorie meretrici di ieri e di oggi, noi che per fede e divina vocazione ricevuta amiamo Cristo Dio, la sua Santa Chiesa e la verità, in questo contesto socio-ecclesiale non avremmo avuto neppure i mezzi materiali indispensabili per lavorare, se non fosse stato per la libera generosità dei nostri Lettori, che di nuovo ringraziamo, ed ai quali torniamo a chiedere generoso aiuto.

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Il nostro giovanneo motto è Veritas vos liberat [La verità vi farà liberi]. Ma la verità ha sempre un prezzo, ed è un prezzo sempre molto elevato. E questo, se permettete, a dirlo è un soggetto che, se certi talenti ricevuti da Dio li avesse usati in modo mefistofelico, a servizio della menzogna più ambiziosa e del supremo spirito pavido e clerical-ruffiano, forse oggi sarebbe membro del Collegio Cardinalizio, unito in “perfetta comunione” col mondo ecclesiastico decadente di coloro che vedono ma non guardano, che dicono ma non dicono, che sapevano ma coprivano e che dinanzi allo scoppio di certi scandali non trovano di meglio da fare che mentire, affermando che non erano mai stati informati, o che non sapeva niente, mentre in verità hanno prima massacrato e poi minacciato i pochi coraggiosi che sono andati a segnalargli persone e situazioni ad alto rischio. E via a seguire con quelli che stanno alla finestra in attesa di tempi migliori e del carro di un nuovo condottiero sopra al quale saltare come se nulla fosse mai stato prima … E chi a tal proposito vuole approfondire questo discorso, non deve far altro che leggersi il mio libro E Satana si fece trino [cf. QUI].

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Questi sono i motivi per i quali non possiamo permetterci di correre il rischio di ritrovarci limitati nella nostra libertà in cambio di regalìe e sovvenzioni. Perché sia chiaro: tutti, ma proprio tutti, “progressisti” e “tradizionalisti”, sono prigionieri di un padrone, ed hanno un prezzo. Quelli che in apparenza non hanno padrone, spesso sono assoggettati al padrone peggiore: la cecità di sé stessi che produce mancanza di lucidità e di oggettivo senso analitico e critico. Spesso, questi ultimi, sono coloro che al sempre più smarrito Popolo di Dio recano anche i danni peggiori.

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E pensare che noi, i padroni, non li dovremmo neppure cercare! Proprio così, perché sono stati loro stessi a offrirsi, sapendo che L’Isola di Patmos è una rivista che marcia sulla media di oltre dieci milioni di visite all’anno, sulla quale scrivono dei sacerdoti e dei teologi resi credibili dal fatto che non sono sul libro-paga di nessuno. Ergo noi siamo creduti, quando con cognizione di causa analizziamo e scriviamo.

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Possiamo far dunque unico affidamento sull’obolo della povera vedova di cui narra il Santo Vangelo [cf.  Mc 12. 41-44], colei che con fede e amore dona gratuitamente quello che ha. Di questo noi abbiamo bisogno: del libero e disinteressato obolo di tante buone, belle e sante vedove.

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Per questo vi chiediamo di volerci sostenere con le vostre offerte che ci consentiranno di pagare le spese vive annuali del sito sul quale è appoggiata questa rivista. A vostro piacimento e comodità potete usare il codice Iban del conto intestato a Edizioni L’Isola di Patmos, il codice swift per bonifici internazionali, oppure il comodo e sicuro sistema PayPal, anch’esso intestato a Edizioni L’Isola di Patmos. Chi può farlo disponga, sull’uno o sull’altro conto, un versamento mensile per un intero anno, anche di pochi euro, ma per noi preziosi, perché se solo 100 persone ci mandassero ogni mese anche cinque o dieci euro, per noi sarebbe un notevole sollievo, vale a dire un grande aiuto per la nostra missione apostolica.

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Merita spendere infine due parole sulla figura del cattolico avaro, spiegando anzitutto chi è, ma soprattutto come ragiona. Il cattolico avaro è colui che prende sempre volentieri a piene mani il frutto del sacrificio e del lavoro pastorale altrui, che ti cerca senza esitazione alcuna per chiedere consigli, pareri e risposte. Dichiarandosi poi sereno e sollevato dai dubbi e dalle sofferenze che lo affliggevano. Però mai ti metterà un euro nella cassetta delle elemosine. E siccome il cattolico avaro ha bisogno di giustificazioni per poter vivere sereno con la sua avarizia, una delle sue principali è la seguente: «… ma come facciamo: tutti chiedono soldi!». In questo il cattolico avaro ha pienamente ragione, perché è vero: tutti chiedono soldi. Però non valuta ciò che a monte della richiesta è offerto: c’è chi in cambio di soldi offre droghe e acidi allucinogeni, chi come noi offre salutari medicine per l’anima, soprattutto per le anime affrante e smarrite. Se però noi non siamo forniti di mezzi necessari, possiamo anche chiudere tranquillamente il laboratorio farmaceutico, perché le medicine non le potremo né fabbricare né offrire gratuitamente a chiunque ne abbia di bisogno, come invece facciamo dall’ottobre del 2014.

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Dietro L’Isola di Patmos lavorano diverse persone, tutte a titolo puramente gratuito, non solo noi Padri e il caro Jorge Facio Lince responsabile delle Edizioni. Porgo quindi riconoscenti ringraziamenti alla nostra cara webmaster, la Signora Manuela Luzzardi, al caro Fiore Cappone, nostro Web hosting, che da cinque anni ci offre a un prezzo di assoluto favore un servizio di altissimo livello, specie considerando il nostro sistema, le grandi memorie di archivio, i programmi grafici ed editoriali che usiamo e via dicendo, i costi dei quali sarebbero di per sé ampiamente superiori a quelli da noi pagati.

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Per quanto riguarda le Edizioni L’Isola di Patmos, chi di voi ha acquistato i nostri libri avrà notato quanto sono curati nei caratteri di scrittura, nella grafica, nelle copertine. Di questo dobbiamo rendere grazie alla cara Ester Maria Ledda, nostra impaginatrice, alla Signora Dorotea, che cura le copertine, ma soprattutto al lavoro meticoloso del caro Ettore Ripamonti, il nostro prezioso correttore di bozze, capace a trovare non solo piccoli refusi, ma persino uno spazio bianco in più tra parola e parola. La cara Licia Oddo, che si occupa della promozione delle nostre opere. Certo, dalla vendita dei libri che è appena iniziata il 7 luglio 2019, non possiamo al momento sostenere la nostra opera, per avviare la quale ci è stato offerto un prestito d’onore di 10.000 euro che nel tempo dovremo restituire. Per caso c’è qualcuno che intende aiutarci anche in piccola parte, a pagare questo debito? Non lo abbiamo contratto per noi stessi, ma per servire al meglio il Popolo di Dio. Pur malgrado siamo però felici, perché temevamo un potenziale e doloroso fallimento, invece i libri stanno vendendo e tutto lascia presagire che la nostra sarà un’Editrice cattolica di cosiddetta nicchia che riuscirà a diffondere con le sue pubblicazioni la sana dottrina e gli insegnamenti del magistero perenne della Chiesa.

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Confidiamo nella vostra sensibilità e generosità, ben sapendo che noi lavoriamo per ciascuno di voi in un momento di grave crisi ecclesiale ed ecclesiastica, impegnando tutte le nostre forze senza risparmio alcuno per noi stessi. In cambio non chiediamo niente per noi, il nostro lavoro è da sempre gratuito, vi domandiamo solo un’offerta a sostegno della nostra opera, ossia per il pagamento delle spese vive.

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Non dimenticate che anche Cristo coi suoi Apostoli avevano bisogno d’esser sostenuti nella loro missione, ed avevano chi li sosteneva, anche se molti devoti, su queste pagine del Santo Vangelo, chissà perché preferiscono sorvolare. Come se a Cristo Dio e agli Apostoli si potesse sempre e solo chiedere, mai dare …

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Possa Dio rendere merito a tutti coloro che ci sosterranno.

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dall’Isola di Patmos, 29 novembre 2019

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QUI DI SEGUITO SONO RIPORTATI TUTTI I NOSTRI ESTREMI

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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Dal celebre gigolò Francesco Mangiacapra a Cristo che passando per la strada chiama tra la folla Zaccheo che per vederlo s’era arrampicato su un albero di sicomoro: «Oggi devo fermarmi a casa tua»

– attualità ecclesiale –

DAL CELEBRE GIGOLÒ FRANCESCO MANGIACAPRA A CRISTO CHE PASSANDO PER LA STRADA CHIAMA TRA LA FOLLA ZACCHEO CHE PER VEDERLO S’ERA ARRAMPICATO SU UN ALBERO DI SICOMORO: «OGGI DEVO FERMARMI A CASA TUA» 

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È anzitutto fondamentale operare una distinzione che è peculiare nell’agire di Cristo verso gli uomini: dobbiamo saper separare il peccato dalla persona che lo compie: il peccato si condanna sempre e condannandolo si rigetta, mentre il peccatore non si rigetta, tutt’altro: si accoglie e si perdona. Separare infatti il male oggettivo del peccato dal bene intrinseco che la persona creata a immagine Dio continua a possedere, è un elemento sul quale nessun cristiano e soprattutto nessuno sacerdote può sorvolare.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

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libro intervista di Francesco Mangiacapra

Il 7 novembre l’emittente Rete 4 di Mediaset ha trasmesso una nuova puntata del programma di Paolo Del Debbio, Dritto&Rovescio, all’interno del quale si è affrontato il secondo round del pruriginoso tema riguardante le performance sessuali degli uomini di Chiesa. Un dubbio mi sorge a riguardo: perché devo fare le ore piccole per assistere a determinate tematiche ― più adatte a un pubblico adulto ―, se poi all’indomani posso visionare sul sito Mediaset la puntata intera accessibile anche ai telespettatori più giovani e indifesi?

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Protrarre la trattazione di certi argomenti all’interno di una fascia oraria protetta, così da salvaguardare i semplici dagli scandali, ha perso ogni ragion d’essere. Non sarà forse perché ― dulcis in fundo i telespettatori sono sedotti con argomenti intriganti tali da prolungare la visione del programma fino alla fine del programma e tener così alto l’audience? Strategie televisive mi direte, certamente, ma che a mio modesto parere non sono in grado di appagare fino in fondo l’autentico senso di curiosità dell’uomo anche di fronte a fatti indiscutibilmente scabrosi come questi. La curiosità è un attributo fondamentale dell’intelligenza umana e non si appaga di certo attraverso il gossip nudo e crudo.

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Se tale lettura corrispondesse al vero, si potrebbe utilizzare un’altra locuzione latina più adatta al caso, cioè in cauda venenum [il veleno sta nella coda], per significare come spesso siamo condotti nostro malgrado dentro dinamiche che ci lasciano il più delle volte con l’amaro in bocca, con tanto di stoccata mortale finale. Insomma, certi argomenti, così come sono presentati oggi, non ci fanno solo del male ma non ci servono, allora perché insistiamo nel vederli?

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Dobbiamo riconoscere che argomenti simili ghermiscono i sensi di un buon collettivo di telespettatori che, per citare una massima sapienziale biblica, mai si saziano di vedere attraverso i loro occhi, né mai si saziano di udire attraverso i loro orecchi [cf. Qoe 1,8] storie di questo tipo. In queste persone vige una sorta di dipendenza psicologica da una certa narrazione hot proibita che un tempo, tra le pagine discrete dei romanzi rosa, non si azzardava mai a superare la soglia della camera da letto. Oggi non solo ha superato la camera da letto, ma è scesa in piazza … una piazza mediatica.

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Francesco Mangiacapra alla puntata di Dritto e Rovescio del 7 novembre 2019 [per aprire il frammento del filmato cliccare sull’immagine. La puntata intera è QUI a partire da 02:06:36]

A tarda ora i telespettatori sono stati condotti da Paolo Del Debbio, come un novello Guy de Maupassant, nelle stanze del piacere di una rivisitata Maison Tellier televisiva condita in salsa ecclesiastica. Protagonisti del dibattito in studio Gianluigi Nuzzi, Luigi Amicone, Giuseppe Cruciani, Giuliano Costalunga e il nostro caro Padre Ariel S. Levi di Gualdo, che hanno saputo dibattere i temi in modo molto meno accalorato della puntata del 31 ottobre [cf. vedere QUI da 02:11:10].

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Come special guest star, tra i tanti ospiti il giovane gigolò napoletano Francesco Mangiacapra, autore e protagonista del Dossier Mangiacapra consegnato alla diocesi di Napoli in relazione alle frequentazioni amicali poco ortodosse di certi esponenti del clero locale e non solo. Perché dunque non riconoscerlo? Sotto un altro aspetto Francesco Mangiacapra è stato utile per portare allo scoperto una rete di sacerdoti indegni e con problemi morali e spirituali abnormi, costringendo le Autorità Ecclesiastiche a procedere a loro carico. Bene disse in tal senso Giuseppe Cruciani nella puntata del 31 ottobre, perché visto il tutto sotto altre angolature «A Francesco Mangiacapra bisognerebbe dare un premio».

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Con le poche e brevi battute di prassi consentite da un programma televisivo, il nostro Padre Ariel ha inquadrato il cuore del problema di certi frequenti e gravi scandali che coinvolgono membri del clero dicendo: «La Chiesa, da cinquanta, sessant’anni a questa parte è caduta in una profonda crisi dottrinale che ha generato una crisi della fede, che a sua volta ha generato per triste e logica conseguenza la grave crisi morale che oggi abbiamo sotto gli occhi». Inutile ribadire — merita però farlo —: questo nostro confratello, dieci anni or sono analizzava con ampio anticipo il problema,  esploso anni dopo, nella sua opera E Satana si fece trino, libro dato di nuovo alle stampe con le nostre Edizioni L’Isola di Patmos il 7 luglio 2019.

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Sono sincero: in questa puntata sono stato molto colpito da Francesco, tanto da soffermarmi a riflettere su di lui e così astrarmi da giudizi e critiche riguardanti la sua professione e le vicende che lo hanno visto protagonista di ben circostanziati fatti riguardanti i suoi particolari clienti.

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foto: Francesco Mangiacapra

Davanti a simili tematiche è prudente sollevare l’asta della nostra intelligenza e elevarci a livelli superiori alla media. Accantonare i pregiudizi e cercare per quanto è possibile di andare oltre, seguendo quella pedagogia che Cristo ha attuato con alcuni personaggi del Vangelo e che ci testimonia la capacità del Signore nel gestire e risolvere alcuni aspetti complessi insiti nella nostra umanità.

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È anzitutto fondamentale operare una distinzione che è peculiare nell’agire di Cristo verso gli uomini: dobbiamo saper separare il peccato dalla persona che lo compie: il peccato si condanna sempre e condannandolo si rigetta, mentre il peccatore non si rigetta, tutt’altro: si accoglie e si perdona. Separare infatti il male oggettivo del peccato dal bene intrinseco che la persona creata a immagine Dio continua a possedere, è un elemento sul quale nessun cristiano e soprattutto nessuno sacerdote può sorvolare.

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Dio, in quanto sommo bene, non può che creare nel bene ogni opera uscita dalle sue mani: tra le varie opere comprendiamo ovviamente anche l’uomo. Il peccato è invece un male in quanto privazione di Dio, è un pericoloso offuscamento del bene che produce un disordine naturale, spirituale e morale che tende a nascondere il bene e allontanare l’uomo da Dio. Da qui possiamo anche comprendere come mai, acceso come una tanica di benzina dentro la quale era stata gettata una torcia accesa, nella puntata del 31 ottobre il nostro Padre Ariel perse apparentemente le staffe, quando il sacerdote veronese Giuliano Costalunga, oggi appartenente a una non meglio precisata “Chiesa” progressiva, affermò che «Dio mi ha creato così come sono» [cf. precedente articolo, QUI]. Padre Ariel, che come teologo dogmatico e storico del dogma ha studiato per lunghi anni la connessione tra la libertà e il libero arbitrio dell’uomo in rapporto al mistero del peccato originale, tirò fuori tutto il suo pathos tosco-romano gridando: «Questa è una aberrazione! Dio non può creare il male», sottintendendo che lo permette, perché rientra nell’esercizio della libertà dell’uomo, ma non lo crea. Premessa questa necessaria per capire il senso del ragionamento che segue … 

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foto: Francesco Mangiacapra

… leggendo con attenzione il Vangelo, possiamo capire che per Cristo uomini come Zaccheo e Levi [cf. 5, 27-32] non sono solo dei peccatori pubblici in quanto pubblicani [cf. Lc 19, 1-10]; donne come l’Adultera [cf. Gv 8,1-11], la Samaritana [cf. Gv 4, 1-26] e la pubblica peccatrice [cf. Lc 7, 36-50] non sono solo delle fedifraghe; e infine Disma ― il buon ladrone ― [cf. Lc 23, 35-43] non è solo l’esponente di una falange politico religiosa di matrice terroristica che si oppone all’Impero Romano. Tutti costoro, sebbene si trovino in una condizione di disordine causata dal peccato, continuano a restare uomini amati da Dio e a possedere una ben specifica dignità divina derivante da colui che li ha creati.

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In Cristo l’uomo e la donna non si identificano più attraverso l’origine nazionale, il ruolo sociale o peggio col proprio peccato. Per Cristo tutte queste persone sono anzitutto figli del Padre e come tali oggetto di premura e tenerezza, affinché si compia la salvezza che recupera una lontananza dal Padre che trova nel male e nel peccato la sua origine. Capito e chiarito questo, ecco che come pastore in cura d’anime e come teologo che osserva il giovane Francesco Mangiacapra posso cogliere la sua più profonda identità solo nell’amore che Dio prova per lui. La verità di Francesco non risiede nella sua professione, neanche nel suo orientamento sessuale: egli è creatura di Dio che ha bisogno di Dio per essere felice ed esprimere quel bene che il Signore gli ha donato nel crearlo attraverso l’opera di Gesù Cristo. Questo discorso vale per lui, così come per me, per noi e per chiunque altro.

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Non stiamo portando avanti una apologia omosessualista, nel pericoloso stile di Padre James Martin S.J. Questa doverosa prima sottolineatura di carattere antropologico sul valore della persona umana creata da Dio è fondamentale per comprendere il passo successivo. Se l’uomo è sempre realtà molto buona, il peccato ― qualunque peccato ― non ha l’ultima parola sull’esistenza umana e può essere spodestato. In Adamo tutti abbiamo peccato e siamo privi della gloria di Dio ma in Cristo tutti siamo stati giustificati gratuitamente in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. [cf. Rm 3,23-24]. Questo significa che nessuno di noi in terra può vantare ― davanti a Dio e agli uomini ― un pedigree d’impeccabilità o pretendere una patente di santità da esibire all’occorrenza: davanti al male del peccato, l’unica realtà di salvezza consiste nella giustificazione.

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foto: Francesco Mangiacapra

Per essere giustificati è necessario accettare Cristo in tutte le sfaccettature e le pieghe della propria umanità, anche in quelle più oscure e controverse. Il pubblicano, l’adultera, il fariseo, il figlio prodigo, il ladro, l’assassino, colui che vive una sessualità disordinata e travagliata può essere costituito giusto solo attraverso l’opera di Cristo. Ciò significa operare un mutamento radicale nella vita personale di ciascuno di noi e si costituisce come alternativa sensibilmente più efficace della semplice conversione a cui siamo abituati. Il verbo greco della conversione è μετανοέω [metanoéō], esso non esprime semplicemente una sottrazione del male e del peccato ma include la necessaria esigenza a lasciarsi innestare in Cristo e a rivestirsi di lui.

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Se io tolgo il peccato ma non scelgo l’opzione fondamentale che è Cristo, resto nudo e la mia conversione risulta inefficace. L’insegnamento paolino in tal senso, nell’epistola ai Romani è chiaro a riguardo quando afferma che «Se con la tua bocca proclamerai: ”Gesù è il Signore!”, e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» [cf. Rm 10,9]. Per essere salvi, giustificati, convertiti dobbiamo compiere una appropriazione indebita, un salto d’audacia e appropriarci di quella redenzione che Cristo ha compiuto morendo sulla croce, e che ci viene data come dono gratuito e immeritato dallo Spirito Santo quando caliamo, all’interno della nostra esistenza la persona del Redentore.

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foto: Francesco Mangiacapra

Quando questa appropriazione della gloria salvifica di Cristo avviene, così come è stato per tanti uomini che hanno vissuto nel peccato, la vita muta, fiorisce e si rinnova assumendo un carattere nuovo. Questa è una necessaria sottolineatura, affinché capiamo che pur salvaguardando il valore e la dignità creaturale dell’uomo che si è smarrito dentro il peccato, spicchi l’affermazione di una volontà, illuminata dalla grazia, che si sveste del peccato e indossa i panni dell’uomo nuovo che è Cristo.

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Perdendomi in queste divagazioni, mi sono posto la domanda: come mai Francesco Mangiacapra, uomo amato da Dio e che ha ricevuto dal Signore tanti doni per realizzare e portare a termine il suo bene, ha scelto la carriera del gigolò o, come lui stesso ama definirsi, di marchettaroPossiede la giovinezza, la bellezza della giovane età, una acuta intelligenza che gli ha permesso di ottenere una laurea in giurisprudenza e l’abilitazione all’avvocatura, la multiformità del talento e dell’estro partenopeo e il dono della fede ricevuta nel battesimo e vissuta anche attraverso la frequentazione di scuole cattoliche. Padre Ariel, che è stato a contatto diretto con lui, mi ha parlato di Francesco come un giovane uomo dotato di talento, intelligenza, sensibilità e bontà interiore. Non solo si è trattenuto con lui assieme al nostro editore Jorge Facio Lince, ma si è proposto di fargli visita a Napoli appena possibile, per approfondire diversi discorsi avviati durante quegli incontri. A maggior ragione viene da chiedersi: come mai un giovane con tante prospettive sceglie di percorrere una strada del genere? E questa non è certo una domanda banale, soprattutto non è una domanda sciocca in quanto interpella profondamente il vissuto, la libertà e l’intimità di una persona.

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foto: Francesco Mangiacapra

Non credo che i fondamenti di questa scelta risiedano nella sola brama di denaro facile o nell’orientamento omosessuale. I soldi sono un miraggio per molti giovani d’oggi, è vero, ma sappiamo che sono una realtà piuttosto labile, possono esser guadagnati con facilità ma persi altrettanto facilmente. I soldi vanno e vengono con rapidità, chi pratica un certo tenore conseguente a uno stile di vita come quello del gigolò ha bisogno di spenderne molti per mantenere il proprio outfit e assecondare le esigenze di un certo mercato che è spietato e non fa sconti per nessuno.

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Se è pur vero che il mercato della prostituzione riesce a mantenere floridi gli introiti dei suoi professionisti è anche vero che sono correlati tanti rischi, non ultimi gli accertamenti fiscali da parte delle autorità competenti. In Italia, com’è noto, la prostituzione non è un lavoro riconosciuto e come tale non è oggetto di tassazione e regolamentazione fiscale attraverso il pagamento di tasse, ciò significa che tutto quello che si guadagna è in nero. Di fatto significa essere degli evasori fiscali totali.

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Mi sia permessa un’altra considerazione, alla professione di gigolò è fissato ovviamente un limite anagrafico. Il mercato del sesso richiede corpi seducenti e giovani per poter essere competitivo e appetibile alla clientela e quando si raggiunge la fatidica soglia dei quarant’anni si è ben consapevoli che la carriera sta per volgere al termine. Per quanto riguarda l’orientamento omosessuale reputo che esso non rappresenti un incentivo sufficiente a praticare il mestiere di gigolò: in Italia tanti illustri esponenti dello spettacolo, della musica, della letteratura, della moda e della cultura sono omosessuali, eppure si sono affermati e hanno manifestato magnificamente i propri talenti senza sottolineare a ogni piè sospinto il proprio orientamento sessuale e senza arrotondare i profitti facendo gli escort.

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foto: Francesco Mangiacapra

Queste sono solo considerazioni personali che rivolgo a me stesso e che non rappresentano assolutamente un giudizio sulla persona di Francesco o una volontà direttiva nei suoi confronti. Egli è libero di spendere la libertà che Dio gli ha donato come meglio crede, anche compiendo delle scelte che lo pongono al di fuori di quella pienezza di vita che il Vangelo e la dottrina della Chiesa propongono. Nessuno può essere obbligato a seguire il Vangelo e la Chiesa, se non vuole, tuttavia esiste un di più che fa la differenza e che costituisce quella perla preziosa che arricchisce immensamente la vita umana.

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Si potrebbe forse partire da una rivalutazione differente della propria esistenza e delle proprie doti, constatando il bello e il buono che vi è presente. Vendere il proprio corpo non implica la svendita della propria intelligenza, ma proprio per questo motivo è bene utilizzare la propria intelligenza per cercare di salvaguardare anche il proprio corpo che è la realtà materiale più immediata e fragile con cui possiamo interagire e comunicare con il mondo.

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Francesco possiede un certo talento per la scrittura, perché non esercitarlo e coltivarlo per esprimere ciò che ha dentro e manifestare le sue convinzioni più importanti? La sua intelligenza profonda e la sua preparazione culturale possono servire, assieme alla sua sagacia, a generare idee capaci di aiutare il prossimo. E le idee, caro Francesco, sanno essere più potenti e seducenti dei corpi nudi e, sebbene non siano esenti dall’essere criticate, sono lo specchio di una personalità unica e irripetibile e la dimostrazione tangibile che esiste un Dio che ci ha creato in modo originale e nel bene ci ha donato ciò che è necessario per raggiungere la felicità.

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Il Vangelo, da duemila anni a questa parte, insegna che l’uomo anche se lontano da Dio per scelta personale o a causa della malizia del peccato, può sempre tornare indietro e operare una scelta differente. Nessuno è perduto o impossibilitato a scegliere il bene. E questo, caro amico, il bene che può giovare a noi e agli altri, mentre il bene auto-prodotto, auto-diretto per interessi personali presto o tardi stanca e resta sterile.

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Icona bizantina: Cristo Signore si rivolge a Zaccheo arrampicato sul sicomoro per vederlo passare: «Zaccheo, oggi devo fermarmi a casa tua» [Lc 19, 5]

Come giovane che vive un orientamento sessuale omo-diretto, se avrai il coraggio di compiere il salto d’audacia nella giustificazione di Cristo troverai quelle grazie di cui abbisogni per recuperare la tua vera, intima e singolare felicità che ha in Dio la sua origine. Chi trova Dio, trova la felicità, chi possiede la felicità, possiede anche il dono della pace ed è questo ciò che ti auguro. Ma tutto questo dipende solo e unicamente dalla tua libertà e dal tuo libero arbitrio, sul quale neppure Dio sindacherebbe mai, tanto rispetta la libertà dell’uomo.

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Mi piacerebbe vederti in televisione caro Francesco, non più come ospite di qualche programma di gossip che ti vede e usa solo come gigolò ma come protagonista in qualche dibattito utile e costruttivo; ne sei pienamente all’altezza, perché possiedi intelletto, talento ed elevata cultura.

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Sei avvocato, hai la grande opportunità di essere il difensore e l’uomo di fiducia per tante persone, con la determinazione di cui sei capace lotta per una società migliore, lotta per la tua Napoli che ha dato all’Italia giovani talentuosi che hanno saputo elevarsi sopra la mediocrità di un mondo che preferisce comprare i corpi e violentare le menti anziché nobilitare le anime.

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Sappi infine che i Padri de L’Isola di Patmos ti sono vicini e, quando prossimamente ti incontrerai a Napoli con Padre Ariel, egli ti porterà anzitutto i saluti e il ricordo nella preghiera di tutti quanti noi, che ti saremo sempre vicini come sacerdoti e come pastori in cura d’anime. 

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Laconi, 19 novembre 2019

 

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Quel modello di coerenza comunista di Vauro Senesi al quale ho narrato: «Prima io avrei protetto i comunisti ricercati dai fascisti, poi i fascisti ricercati dai comunisti»

— attualità ecclesiale —

QUEL MODELLO DI COERENZA COMUNISTA DI VAURO SENESI AL QUALE HO NARRATO: «PRIMA IO AVREI PROTETTO I COMUNISTI RICERCATI DAI FASCISTI, POI I FASCISTI RICERCATI DAI COMUNISTI»

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A Vauro, comunista sincero e coerente, calza a pennello un episodio narrato dai Santi Vangeli che deve sempre tenere all’erta tutti noi cattolici. Mi riferisco all’episodio che durante la trasmissione di Dritto e Rovescio ho ricordato in tono sorridente a Giuseppe Cruciani, rivolgendomi al quale ho detto: «Giuseppe, come il buon ladrone del Vangelo, rischia di rubarci il Paradiso a tutti quanti negli ultimi due minuti di vita». Restano quindi incomprensibili quanto insussistenti, le polemiche montate su Paolo Del Debbio e la conduzione stessa del programma.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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il vignettista satirico Vauro Senesi [per vedere il programma cliccare sull’immagine: 01:30]

Il celebre vignettista satirico Vauro e io non siamo intimoriti – anzi purtroppo non lo siamo proprio – dalle vignette stampate sopra i pacchetti di sigarette dai terroristi psicologici, che richiamano patologie tumorali e cardiovascolari, sino alle minacce urologiche: «Il fumo causa impotenza». Così, con Giuseppe Cruciani amante del sigaro ci siamo trovati un quieto angolo fuori dallo studio 11 della cittadella di Mediaset di Cologno Monzese per andare a fumare prima e dopo le dirette di Dritto e Rovescio.

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Padre Ariel S. Levi di Gualdo nella seconda parte della serata [per vedere la puntata cliccare sull’immagine a partire dalla seconda ora: 02:06]

Io andavo in onda nella seconda serata conclusiva e non ero in studio con Vauro, quando si è verificato il tafferuglio tra lui e un certo Brasile, carnevalesco borgataro il cui cervello pare sia al di sotto di quello dell’uomo e poco sopra quello della scimmia. Soggetti simili a una diretta sono sempre rischiosi, avendo la propensione a emettere rumori dalla bocca sotto forma di parole senza prima avere attivato il poco cervello che hanno. E siccome Brasile non parla né ragiona ma emette suoni sconnessi, ha finito con l’esprimersi male con la giornalista Francesca Fagnani presente in studio, alla quale ha detto «vieni (in borgata) che te lo faccio vedere io». Vauro ha dato così in escandescenze, all’incirca come detti in escandescenze io quando nella precedente puntata di giovedì 31 ottobre mi ritrovai dinanzi a degli “ex” sacerdoti cattolici che costituivano casi molto rari e al di là di ogni limite, non solo e non tanto perché omosessuali dichiarati, ma perché “felicemente” sposati con uomini.

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Le polemiche che dal giorno successivo sono state scatenate su Paolo Del Debbio che conduce il programma non stanno né in cielo né in terra. La registrazione televisiva è un documento che non lascia spazio a ragionevoli dubbi, circa il modo ineccepibile in cui egli ha condotto e gestito il tutto, credo proprio nel migliore dei modi.

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il dibattito tra la giornalista Francesca Fagnani e il borgataro Brasile

Ho sempre mal giudicato il nostro Paese che a distanza di otto decenni seguita a parlare di Fascismo e di anti-fascismo. Ciò impedisce di fare analisi lucide sul ventennio fascista, inserito in una storia europea molto complessa. Per analizzare il Fascismo italiano e il diverso fenomeno politico del Nazismo tedesco bisognerebbe partire dal periodo che precede la Prima Guerra Mondiale e analizzare poi quel che lo segue. Infatti, i presupposti per la nascita di quello che sarà il fenomeno diabolico del Nazismo, furono creati a Versailles al tavolo delle trattative di pace al termine della Prima Guerra Mondiale, dal quale la fiera e pericolosa Germania fu fatta alzare in piedi e liquidata in maniera a dir poco umiliante.

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il borgataro Brasile

Ritengo che parlare di nazi-fascismo sia scorretto come lo sarebbe abbinare Comunismo marxista e Liberal capitalismo. Si tratta di movimenti politici nati in tempi vicini ma diversi da popoli connotati da psicologie parecchio dissimili che producono storie distinte. Fascismo e Nazismo hanno in comune solo una cosa: sono movimenti popolari ispirati al Socialismo, si direbbe oggi movimenti di sinistra.

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Vauro e il borgataro Brasile

Reputo anacronistico che dei ventenni digiuni di storia parlino di Fascismo, anti-fascismo e lotte partigiane come fossimo nei giorni successivi al 25 luglio 1943. Esperienza che ho fatto anch’io in passato studiando in due università italiane a forte presenza comunista. Ricordo anche una disputa che sfiorò la rissa, quando discutendo su questioni di carattere storico-giuridico, uno studente tentò di togliermi parola strillandomi “fascista!”. Ebbene, posto che i figli non sono responsabili delle colpe dei padri, meno che mai dei nonni, dinanzi a tutti gli ricordai che suo nonno fu il podestà fascista di quella città e, mentre il suo avo ed i suoi sodali in camicia nera manganellavano i dissidenti al canto Duce, Duce, i miei erano tra i manganellati, non tra i manganellatori, avanti a tutti il mio bisnonno, condannato all’esilio nel 1927 dopo la promulgazione delle leggi fascistissime. Pertanto, una rappacificazione tra gli animi dei contemporanei e un sapiente procedere oltre senza rimanere imprigionati nel passato, sarebbe utile a molti, specie a certi italiani che potrebbero trovarsi costretti ad ammettere il genere di antenati che hanno avuto nei loro alberi genealogici, o in caso contrario sentirseli ricordare dai loro interlocutori. Meglio quindi lasciar riposare in pace fascisti e anti-fascisti, evitando in tal senso non pochi imbarazzi.

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il conduttore del programma Paolo Del Debbio riaccompagna Vauro al proprio posto

Nel corso del tempo ho mutato in parte opinione. Come dicevo infatti a Vauro durante le sigarette fuori onda: «Mi rendo conto che quando gli italiani cominciano ad avvertire paura, tendono a spostarsi verso le destre radicali. In parte perché hanno bisogno di sicurezze, in parte perché sperano che una figura forte dia loro quelle sicurezze che non riescono a trovare in sé stessi, mutandole poi nella forza di una sicurezza collettiva».

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La storia non è un’opinione, con buona pace di chi oggi vorrebbe riscrivere il passato a proprio ideologico uso e consumo presente. Sicché è necessario partire da un dato di fatto che nessuno può smentire: il Fascismo in Italia, il Nazismo in Germania, nascono dalla libera e determinata volontà degli elettori che si espressero attraverso le elezioni, non sono frutto di una rivoluzione, come avvenne nell’ex Impero Russo nel 1917. Poi, Fascismo e Nazismo, avuto il voto degli elettori attraverso il meccanismo delle libere elezioni, hanno fatto del suffragio popolare quel che sappiamo e ciò che di criminoso la storia documenta.

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il borgataro Brasile

Ponendo il tutto in questi termini comprendo i timori di Vauro, che a otto decenni dalla sua caduta parla di Fascismo e anti-fascismo mosso da una sua logica alla quale unisce un timore motivato dalla consapevolezza che le popolazioni d’Europa, quando si sentono insicure, tendono ad appoggiare certi movimenti o partiti. Questo nasce però a monte dalla incapacità dei partiti e dei governi liberali o socialisti di dare garanzie e sicurezze ai cittadini, proprio come accadde in Italia nel 1919 e nella Germania agli inizi del 1930.

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Vauro Senesi è un uomo sincero dotato di una qualità che nel nostro Paese di camaleonti e trasformisti è da sempre merce rara, oggi in modo particolare: la coerenza. Vauro merita stima e apprezzamento, perché è nato comunista ed ha vissuto la propria vita credendo negli ideali del Comunismo. E con sincera passione ti spiega perché a suo parere ritiene che tutt’oggi valga sempre la pena essere comunista.

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Lapide commemorativa dei dodici monaci certosini trucidati dai nazisti nel settembre 1944 alla Certosa di Farneta nella lucchesia

Beninteso sia: nel panorama europeo i comunisti italiani hanno avuto sempre precise connotazioni in rapporto alla cultura cattolica e al Cattolicesimo presente nel nostro Paese. Se infatti in Italia, specie nelle “regioni rosse”, i comunisti non avessero portato i figli a battezzare e non li avessero mandati al catechismo, negli asili delle suore e non pochi anche nelle scuole cattoliche, buona parte delle nostre istituzioni nelle zone del Lazio, della Toscana, delle Marche, dell’Umbria e dell’Emilia Romagna avrebbero potuto chiuder battenti. Io stesso, come tosco-romano nato nella bassa Maremma toscana da famiglia romana e vissuto tra Roma e le zone del grossetano, sono stato testimone e spettatore di episodi a volte esilaranti. Ricordo in modo sempre vivo quando un mio compagno di scuola, nel lontano 1976, mentre dallo stabile scolastico andavamo presso la vicina palestra toccò ferro e fece le corna al passaggio di un anziano sacerdote vestito con la sua veste nera e il saturno in testa. Era il figlio del responsabile di una popolosa sezione del Partito Comunista Italiano. Nel pomeriggio del giorno stesso suo padre, tenendolo per un braccio e mollandogli un calcio ogni dieci metri in modo ritmato e sincronizzato, lo portò presso gli alloggi del clero adiacenti la chiesa cattedrale, dove quest’anziano viveva, affinché domandasse scusa per il gesto irriverente compiuto verso il sacerdote. E qui va spiegato che quell’anziano sacerdote rischiò di essere fucilato dai tedeschi nel 1944 per aver prima nascosto, poi favorita la fuga di un gruppo di partigiani comunisti. E sarebbe stato fucilato sicuramente, se i due ufficiali al comando fossero stati protestanti affetti da antica romanofobia luterana, anziché bavaresi di religione cattolica che cedettero alle insistenti richieste del vescovo che in tono imperioso si presentò al comando dicendo: «Se prendete il mio prete, dovete prendere anche me con lui».

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monumento al presbitero lucchese Aldo Mei, ucciso dai nazisti all’età di 32 anni nel 1944 [vedere servizio QUI].

Nella stessa Italia dove oggi si parla perlopiù di preti pedofili e di preti gay, dei vari Don Euro purtroppo reali ed esistenti, di preti viziosi pizzicati nelle saune gay e via dicendo, quanti sono stati i preti italiani insigniti nel dopoguerra di alte onorificenze al valore civile per avere salvato persino intere popolazioni, durante l’occupazione tedesca del 1944? Paolo Del Debbio che è lucchese conosce certamente la vicenda del suo concittadino medaglia d’oro alla memoria al valore civile, Aldo Mei, un giovane sacerdote di trentadue anni al quale le S.S. fecero scavare la fossa sotto le mura di cinta della Città e poi lo fucilarono. Sempre nella lucchesia un plotone di esecuzione delle S.S. fucilò nel settembre del 1944 tutti i monaci certosini della Certosa di Farneta, colpevoli d’aver dato asilo e rifugio a partigiani. Limitatamente alla sola Toscana presa come esempio tra queste righe, ricordiamo che tra il 1943 e il 1946 sono stati uccisi 75 membri del clero secolare e regolare [si rimanda a questo servizio, QUI]. Nella sola Diocesi di Arezzo furono 34 i membri del clero secolare e regolare che persero la vita tra il 1943 e il 1946 [si rimanda a questo servizio, QUI]. Complessivamente, in tutta Italia, i preti che hanno seguito le stesse sorti nel corso di quegli anni ammontano a circa 480.

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un gruppo di sacerdoti uccisi dai partigiani comunisti tra il 1944 e il 1946 nella Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla

In certi contesti il prete diviene non solo una figura particolare, bensì figura ad alto rischio, perché non appartiene a una corrente o ideologia, men che mai al gruppo dei vincitori che si accaniscono sugli aguzzini finiti sconfitti. Il prete appartiene alla Chiesa madre e mediatrice di tutte le grazie, con una conseguenza paradossale: prima i preti sono stati bastonati dai fascisti per avere protetto i comunisti ricercati, poi fucilati nel triangolo rosso dell’Emilia Romagna dai comunisti per avere protetto i fascisti ricercati. Per il prete esiste l’uomo inteso come creatura creata a immagine e somiglianza di Dio. Nessuno di noi, dinanzi ad una vita umana in pericolo domanda l’appartenenza politica, previa sentenza data sulla appartenenza alla ideologia giusta o a quella sbagliata, perché dare patenti di morti giusti e morti ingiusti, di assassini buoni e assassini cattivi è molto difficile, oltre che parecchio pericoloso. Possiamo parlare di guerra giusta in quanto difensiva e di guerra ingiusta in quanto offensiva e aggressiva. Possiamo fare le dovute distinzioni tra la morte di esseri umani caduti durante azioni di legittima difesa, dove non era proprio possibile fare altrimenti, da quelle che sono state invece le uccisioni e le stragi compiute per inutile vendetta. Tra queste ultime rimangono particolarmente gravi quelle perpetrate dalle S.S. a danno delle vite di civili inermi, di cui rimane paradigma l’eccidio delle Fosse Ardeatine alla periferia di Roma, dove fu applicata la logica: dieci italiani uccisi per ogni tedesco morto. A siffatto scopo criminale furono rastrellati per le strade dei passanti a caso, poi uccisi. Oltre alle Fosse Ardeatine esistono però anche le Foibe di Istria e della Dalmazia, dove con ferocia non minore i partigiani comunisti uccisero dei civili inermi.

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nel ferrarese, nella cittadina di Argenta, il sacerdote Giovanni Minzoni fu il primo sacerdote ucciso dagli squadristi fascisti a bastonate nel 1923

Vauro possiede intelligenza e umana sensibilità per capire questo, perché è uomo storicamente colto e sa che negli stabili ecclesiastici furono nascosti i partigiani comunisti ricercati, allo stesso modo in cui furono nascosti anni dopo, negli stessi stabili, i fascisti in fuga dai partigiani comunisti. E quando le cose sono andate male, i preti sono stati uccisi a bastonate dai fascisti, poi fucilati dai nazisti, ed a seguire assassinati dai partigiani rossi. Nei conflitti bellici, soprattutto nelle guerre civili, la posizione della Chiesa e del clero è sempre difficile e ad alto rischio.

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Nella trasmissione di giovedì 7 novembre Vauro ha agito e reagito con la passione del comunista che per tutta la vita ha creduto in un ideale che per molti altri può essere opinabile e contestabile da un punto di vista storico e politico, ma senza nulla togliere alla buona fede, alla qualità umana e alla coerenza della persona che crede veramente e lealmente in ciò che crede.

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busto in onore del sacerdote Pasquino Borghi, fucilato dai fascisti nel 1944

A Vauro, comunista sincero e coerente, calza a pennello un episodio narrato dai Santi Vangeli che deve sempre tenere all’erta tutti noi cattolici. Mi riferisco all’episodio che durante la trasmissione ho ricordato in tono sorridente a Giuseppe Cruciani, rivolgendomi al quale ho detto: «Giuseppe, come il buon ladrone del Vangelo, rischia di rubarci il Paradiso a tutti quanti negli ultimi due minuti di vita» [cf. Lc 23, 39-43].

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In un modo o nell’altro la coerenza paga sempre, perché da sempre Dio è molto misericordioso verso chi ha errato in buona fede animato da sincera coerenza, molto severo sarà invece con tutti coloro che, come cortigiane impenitenti, hanno trascorsa la vita a saltare da un letto a un altro, cercando di volta in volta dei clienti paganti sempre più ricchi e generosi. Nessuno può imputare nulla del genere a Vauro Senesi, né a Giuseppe Cruciani, due persone leali e coerenti. Da sempre la Chiesa condanna il peccato, non il peccatore, verso il quale è da sempre accogliente, anche perché in caso contrario tradirebbe la missione che Cristo Dio le ha affidata tra gli uomini e per la salvezza degli uomini.

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dall’Isola di Patmos, 9 novembre 2019

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Padre Ariel torna domani sera su Rete4 al programma “Dritto e Rovescio”. Al quesito rivolto da molti Lettori che hanno chiesto se fosse preoccupato ha risposto: «Devo esserlo, perché sono di Cristo e non del mondo»

— attualità ecclesiale —

PADRE ARIEL TORNA DOMANI SERA SU RETE4 AL PROGRAMMA DRITTO E ROVESCIO. AL QUESITO RIVOLTO DA MOLTI LETTORI CHE HANNO CHIESTO SE FOSSE PREOCCUPATO HA RISPOSTO: «DEVO ESSERLO, PERCHÉ SONO DI CRISTO E NON DEL MONDO» 

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Se in certi contesti sbagli, non è come quando scrivi la bozza di un articolo sul computer, non puoi tornare indietro, correggere e sistemare il tutto prima di pubblicarlo … in una diretta quel che dici è detto e quel che è fatto è fatto.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Cari Lettori,

il programma condotto da Paolo Del Debbio su Rete4

domani sera in seconda serata sarò nuovamente tra gli ospiti di Paolo Del Debbio al programma Dritto e Rovescio su Rete4.

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Giovedì scorso non abbiamo dato alcun annuncio sulla nostra rivista L’Isola di Patmos in occasione della mia prima partecipazione. Lo faccio adesso per rispondere a numerose persone che mi hanno inviato messaggi augurandomi che tutto vada bene. A coloro che mi hanno chiesto se fossi preoccupato ho risposto:

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… certo che sono preoccupato, devo esserlo. Confido però nell’assistenza della grazia di Dio che non mi è mai mancata, basta chiederla, ma soprattutto accoglierla e metterla a frutto.

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In queste circostanze molto delicate, dove vanno misurate non solo le parole immediate ma anche i sospiri, non bisogna mai sentirsi sicuri. Quella sicurezza che spesso fa rima con arroganza se non peggio col peccato capitale della superbia, può indurre a scivolare nei peggiori errori, con gravi conseguenze che possono protrarsi nel tempo, specie per un sacerdote, che potrebbe rimanerne segnato anche per tutta la vita.

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Se sbagli in certi contesti non è come quando scrivi la bozza di un articolo sul computer, non puoi tornare indietro, correggere e sistemare il tutto prima di pubblicarlo … in una diretta quel che dici è detto e quel che è fai è fatto.

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Basta però pensare a Dio e al mistero della grazia, per niente invece all’ “io”. Soprattutto va tenuto sempre presente quel che insegna il Santo Vangelo: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» [Mt 10, 16]. E ancóra: «il vostro parlare sia sì quando è sì e no quando è no, perché il di più proviene dal Maligno» [Mt 5,37]. E in certi ambienti e situazioni il Maligno può essere molto di casa, però alle volte bisogna affrontarlo, ma sempre e solo confidando sulla grazia di Dio, perché con le nostre sole forze sarebbe impossibile reggere anche un suo semplice soffio. Se però col Beato Apostolo Paolo crediamo e diciamo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» [Gal 2, 20], anche il pericolo più insidioso può essere evitato: «Camminerai su aspidi e vipere, schiaccerai leoni e draghi» [Sal 90, 13].

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Ringrazio molto il mio confratello e nostro autore Padre Ivano Liguori per il sapiente articolo che ha scritto sulla nostra Isola di Patmos dopo la puntata dello scorso giovedì 31 ottobre [cf. QUI], come ringrazio il mio confratello e nostro autore Padre Gabriele Giordano M. Scardocci per i suoi preziosi consigli.

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dall’Isola di Patmos, 6 novembre 2019

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Rete4 “Dritto e Rovescio”: Padre Ariel S. Levi di Gualdo non è uno che perde le staffe, se lo fa non è per impulso emotivo ma per calibrata scelta. Se poi si invita un leone in un’arena è improbabile che questi faccia il gattino domestico

– attualità ecclesiale –

RETE4 “DRITTO E ROVESCIO”: PADRE ARIEL S. LEVI di GUALDO NON È UNO CHE PERDE LE STAFFE, SE LO FA NON È PER IMPULSO EMOTIVO MA PER CALIBRATA SCELTA. SE POI SI INVITA UN LEONE IN UN’ARENA È IMPROBABILE CHE QUESTI FACCIA IL GATTINO DOMESTICO

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… trovandosi in una vera arena Padre Ariel ha dimostrato in concreto di essere un “animale da palcoscenico”, forse senza saperlo neppure lui. Infatti non poteva, «in coscienza», come ha chiarito, tacere e soprassedere dinanzi a quei casi rari e limite, fungendo da silenzioso figurante dinanzi a una passerella di “ex” sacerdoti che ostentavano con orgoglio i rispettivi “mariti”, con tanto di “ex” prete visibilmente disturbato a livello psicologico che indicando il proprio “marito” ha ripetuto più e più volte «questo bel ragazzo», «guardate come è bello».

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa
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giovedì 31 ottobre, Padre Ariel S. Levi di Gualdo è stato ospite del giornalista Paolo Del Debbio al programma televisivo Diritto e Rovescio su Rete4. Cliccando sopra l’immagine è possibile accedere alla visione del programma completo. La seconda parte alla quale ha partecipato Padre Ariel parte dal minuto 02:11:00 e termina dopo 50 minuti.

Guardo la televisione di rado. Dall’ingresso in convento – quasi vent’anni fa – i ritmi si sono uniformati a una certa forma vitae che mi ha condotto a modificare molto le abitudini. Grazie a Dio questo è stato un bene che ha giovato molto alla mia salute spirituale e alla mia umana intelligenza. 

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Tra queste nuove abitudini si annovera quindi la televisione che non guardo, almeno così come la guardavo da ragazzo, dopo cena, a casa delle buonanime dei miei genitori. Sempre alla costante ricerca di una puntata di Superquark, di un film horror o di una scazzottata di Bud Spencer che mi facesse svagare dopo una giornata passata all’università. Ciò malgrado il 31 ottobre, a Dritto e Rovescio, la trasmissione Mediaset condotta dal buon Paolo Del Debbio, ho avuto modo di sapere con tutto il debito anticipo che tra gli ospiti ci sarebbe stato anche il nostro caro Padre Ariel S. Levi di Gualdo, anima della nostra beneamata rivista L’Isola di Patmos. Per questo motivo non ho potuto esimermi dalla visione della trasmissione, sfidando l’ora tarda e il sonno. Detto questo debbo precisare che appena ricevuto l’invito, Padre Ariel si è consultato anzitutto con noi suoi confratelli e stretti collaboratori per l’opera apostolica di questa rivista, chiedendoci consiglio sulla opportunità o meno a partecipare.

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Storco sempre il naso quando vengo a sapere di preti che intervengono in trasmissioni televisive o radiofoniche. Sono antico, lo so, forse vintage, ma non biasimatemi per questo. Notoriamente, quando i preti vengono invitati in televisione, non fanno mai belle figure e, nella maggior parte dei casi sono raffigurati come i rappresentanti di un certo pensiero oscurantista, retrogrado e grottesco della peggiore fatta. Da questa nicchia televisiva si salvano ovviamente le emittenti cattoliche come TV2000, Tele Radio Padre Pio e poche altre.

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L’immediatezza del linguaggio televisivo, la repentinità della diretta coi suoi tempi e ritmi serrati costituiscono una trappola insidiosa in cui il prete cade molto facilmente. C’è infatti poco da fare: per stare in televisione bisogna avere le physique du rôle, bisogna essere un animale da palcoscenico, avere la battuta pronta, sapersi difendere all’occorrenza e persino “aggredire” a titolo di “legittima difesa” interlocutori che mirano a sviare discorsi o sovrastare gli altri. Pochi sanno fare il tutto egregiamente bene, in particolare sacerdoti e religiosi. L’immediatezza non è una caratteristica propria del prete, egli si muove col passo di Dio, col cronometro di Colui che non fa differenza tra il minuto e il secolo. Per il prete il tempo è un concetto chiaramente teologico più che fisico, è una manifestazione metafisica che riporta alla pacatezza e alla contemplazione di Dio.

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Volete una prova di questo? Tra i più giovani, il prete e la religiosità diventano sinonimi di lentezza e noia: la messa è lunga, l’omelia non finisce più, i canti fanno perdere tempo e via con tutto il solito campionario. Ecco perché reputo utile e saggio per il prete astenersi da certi salotti televisivi, semplicemente perché non sono adatti al suo ruolo e alla sua persona. Mai si è del tutto consci su cosa verterà l’intervista, su quali ospiti interverranno, quale sarà il taglio con cui sarà presentato un determinato argomento. 

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Forse sarebbe opportuno introdurre una norma canonica che concedesse il permesso di partecipare a programmi televisivi o radiofonici dopo avere informato il proprio ordinario diocesano o religioso. Troppi preti, purtroppo, vanno girando per gli studi televisivi a dare l’immagine della loro idea soggettiva di Chiesa Cattolica, per non parlare di quelli che si presentano dichiarandosi come preti contro-tendenza o fuori dal coro. Si è preti per essere liberamente in tendenza e nel coro della Chiesa Cattolica, altroché! Detto questo è bene rendere partecipi i nostri numerosi Lettori di ciò che noi Padri de L’Isola di Patmos sappiamo: Padre Ariel ha un senso molto profondo di appartenenza alla Chiesa, altrettanto profonda la sua venerazione per il sacro ordine sacerdotale che costituisce per lui una dignità di istituzione divina sul cui rispetto non transige. Sa bene di non essere un “libero cittadino” e, come tale, mai si è comportato. Si sente intimamente parte della Chiesa, nella corrente della Chiesa e nel coro della Chiesa, quindi vincolato per libera scelta e solenne promessa all’obbedienza al vescovo, che ha immediatamente avvisato, dopo essersi consultato con noi, informandolo che avrebbe partecipato a questo programma televisivo. Tutti questi sono passaggi che denotano anzitutto una corretta concezione dell’idea di Chiesa, di Sacerdozio e di Autorità, che è bene precisare e accentuare, perché così dovrebbe essere per tutti.

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Padre Ariel entra in scena a Dritto e Rovescio nell’ultima parte della serata della trasmissione, all’interno dell’approfondimento sul Sinodo Amazzonico e sulla questione dei viri probati e sul celibato sacerdotale. Con lui intervengono anche Mario Adinolfi, Giuseppe Cruciani, un sacerdote campano e un sacerdote che ha chiesto la dispensa dagli obblighi sacerdotali e che ha contratto felicemente matrimonio con una donna. Insomma, a vederla così, ci sono tutti gli ingredienti per una serata di confronto e di dialogo su un tema spinoso ma che può essere affrontato con serietà, quindi con quella competenza filosofica, teologica e storica che a Padre Ariel può essere negata solo da certi anonimi appartenenti al Cammino Neocatecumenale che, irritati per l’ultimo suo libro su La Setta Neocatecumenale, lo stanno subissando tutt’oggi di insulti, centinaia dei quali giunti alla nostra redazione e pubblicati nei tre articoli di presentazione a quest’opera. In tal modo tentano di tacciarlo di incompetenza, pur senza avere lette neppure tre righe di quel lavoro, che merita invece di essere letto, sia per com’è costruito a livello documentale sia per com’è scritto [cf. QUI].

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In apertura, l’argomento del celibato è stato introdotto dalla love story di un sacerdote che ha sposato una sua catechista dopo aver chiesto la dispensa dagli obblighi del celibato sacerdotale. Tale testimonianza era ovviamente funzionale a suscitare il dialogo sulla possibilità del matrimonio dei sacerdoti e della modifica della legge ecclesiastica in merito al celibato sacerdotale.

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Per chiarezza la legge sul celibato sacerdotale riguarda solo ed esclusivamente i sacerdoti diocesani, per intenderci: il cosiddetto clero secolare che fa promessa di celibato al proprio vescovo nel giorno della sacra ordinazione. Per i sacerdoti religiosi il discorso è del tutto diverso in quanto essi hanno pronunciato un voto che vincola non solo al celibato ma alla castità perfetta per il Regno dei Cieli. Se un domani la Chiesa Cattolica Romana concedesse ai sacerdoti diocesani il permesso di contrarre matrimonio, modificando così la legge ecclesiastica, questo permesso non riguarderebbe minimamente i sacerdoti degli ordini mendicanti e monastici e delle congregazioni e società di vita apostolica che sono notoriamente inquadrati giuridicamente come religiosi e quindi come persone che si sono vincolate a Dio attraverso il pronunciamento di voti solenni. Detto questo concludo che, pure se mi piacerebbe, non intendo spiegare ora la differenza canonica tra promessa di celibato e voto di castità, in questo contesto non è importante, basti sapere che il voto è di per sé più vincolante della promessa.

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Quello del celibato non è solo un fatto meramente giuridico ma essenzialmente teologico che tocca la spiritualità e la fede. La condizione celibataria e la castità che da essa deriva è assunta come immedesimazione alla persona di Cristo, a cui il sacerdote è imprescindibilmente legato e associato. Il sacerdote che manca al suo dovere celibatario o di castità, non compie semplicemente un peccato o un delitto secondo la disciplina canonica della Chiesa, ma manifesta una debolezza da un punto di vista della fede e della grazia sacramentale di stato che con la sacra ordinazione ha ricevuto e a cui è chiamato a corrispondere quotidianamente attraverso la docilità allo Spirito Santo.

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Il fulcro del discorso è quanto mai complesso e specifico, ed è veramente molto difficile affrontare questo tema all’interno di una trasmissione televisiva in seconda serata, altrimenti la audience cala, si perde pubblico, soldi e risorse, e la trasmissione diventa un flop. Quindi, questo cosa significa in soldoni? Semplice, significa compiere una scelta editoriale differente che aumenti l’indice di gradimento e doni alle persone ciò che cercano: una certa verve mediatica.

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Quando Padre Ariel prende parola dopo il sacerdote dimesso dallo stato clericale e oggi regolarmente sposato, comincia facendo presente che «il nostro amico», aggiungendo poi «anzi, il nostro confratello, seppure dimesso dallo stato clericale e sposato rimane sempre sacerdote». A quel punto spiega, citando e traducendo: «Perché tu es sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchisedec, tu sei sacerdote in eterno …». La sola citazione latina induce l’esperto conduttore a far presente che non siamo in un’accademia teologica e che, partendo su certi temi, la gente a casa «cambia canale e va a vedere le partite». Tutt’altro che sprovveduto e privo di dialettica, Padre Ariel non si lascia togliere la parola ed “esige” spiegarsi con un esempio più semplice dicendo a Paolo Del Debbio: «Allora chiarisco in modo semplice: come lei, che ha ricevuto il Sacramento del Battesimo, che nessuno le può togliere, il nostro amico ha ricevuto il Sacramento dell’Ordine dal quale rimarrà sempre segnato». A quel punto Padre Ariel accentua la spiegazione aggiungendo: «Voi sapete che ci sono taluni che fanno il cosiddetto “sbattezzo”. In quei casi, i parroci, possono solo scrivere a margine sul registro battesimale che Tizio dichiara di non voler appartenere alla Chiesa Cattolica, ma nessuno può togliere loro il battesimo». Mentre lui parlava, noi che lo conosciamo a fondo, dinanzi allo schermo a casa ci siamo detti: ha capito sùbito che ogni discorso di natura teologica e canonica non è possibile da perseguire, adesso agirà di conseguenza, come poi è stato. Infatti, dopo le prime schermaglie su celibato sì, celibato no, si è giunti a trattare il tema dell’omosessualità, introducendo come guest star alcuni preti che hanno scelto di sposarsi con un uomo. Insomma: alcuni casi non solo molto rari, ma dei casi veramente limite.

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Capite bene come il tema di partenza è d’improvviso sostituito da un colpo di scena, e questo costituisce oggi uno tra gli assi nella manica più efficaci della televisione moderna. Si sostituisce il dibattito utile e arricchente a cui il pubblico si era preparato fin dall’inizio con altro più appetibile. Indagare sul celibato sacerdotale costituisce una delle grandi sfide e differenze tra la Chiesa Cattolica Romana e le Comunità Protestanti e le Comunità Anglicane, tra la Chiesa Cattolica Romana e le Chiese Ortodosse e, per un certo verso, tra la Chiesa Cattolica Romana le Chiese Cattoliche di Rito Orientale. Posto in questi termini il dibattito sarebbe stato interessante e stimolante, anche come approfondimento per capire meglio la situazione controversa del Sinodo. Come però ho appena spiegato, questo non è stato possibile, e Padre Ariel lo ha capito all’istante.

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Ammiro e stimo molto Paolo Del Debbio, lo reputo un professionista intelligente e preparato, sicuramente possiede una conoscenza approfondita su tematiche religiose, anche se non capisco la necessità di operare una virata di questo genere all’interno di un tema così serio e delicato come il celibato sacerdotale e il Sinodo Amazzonico. Per comprenderlo, occorre infatti conoscere molto a fondo i complessi meccanismi della comunicazione televisiva.

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Far parlare “ex” preti che hanno fatto la scelta del matrimonio omosessuale non ha senso, non solo non ha per nulla chiarito il discorso sul celibato sacerdotale, ma ha riaffermato in modo molto sottile il pericoloso concetto moderno che sancisce il matrimonio come istituito giuridico non più basato dall’unione tra un uomo e una donna. Poi, l’entrata in scena sul finire del gigolò omosessuale che è stato arruolato per “prestazioni professionali” da preti e seminaristi del sud Italia e che successivamente da questo sono stati segnalati ai propri vescovi, ha raggiunto proprio il culmine trash della serata.

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A quel punto, Padre Ariel, trovandosi in una vera arena ha dimostrato in concreto di essere un “animale da palcoscenico”, forse senza saperlo neppure lui. Infatti non poteva, «in coscienza», come ha chiarito, tacere e soprassedere dinanzi a quei casi rari e limite, fungendo da silenzioso figurante dinanzi a una passerella di “ex” sacerdoti che ostentavano con orgoglio i rispettivi “mariti”, con tanto di “ex” prete visibilmente disturbato a livello psicologico che indicando il proprio “marito” ha ripetuto più e più volte «questo bel ragazzo», «guardate come è bello».

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Con ciò è presto detto: se Padre Ariel ha una certa corrispondenza e affinità col suo nome, che significa “Leone di Dio”, può essere pensabile che qualcuno vada a tirargli la coda pensando che il leone rimanga fermo a fare il figurante ai gladiatori che gli girano attorno dentro il Colosseo? Per tanto, chi pensasse che a quel punto il focoso tosco-romano Padre Ariel ha perduto le staffe, pensa proprio male, ma soprattutto non lo conosce. Padre Ariel ha deciso, in modo ponderato e davvero scientifico, che in quel momento, per tutelare l’onore della Chiesa Cattolica e del Sacramento dell’Ordine, aveva il dovere di perdere le staffe, anche perché in quell’arena non aveva altro sistema. Così facendo, ha prodotto come risultato quello di riuscire a chiarire e trasmettere al pubblico alcuni punti fondamentali che tutti hanno recepito, ossia i seguenti:

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  1. il celibato non è un dogma ma una legge ecclesiastica, però, il celibato, affonda le proprie origini sin dalla prima epoca apostolica;
  2. un sacerdote, anche dimesso dallo stato clericale, anche colpito da scomunica, rimane sacerdote per sempre, perché ha ricevuto un Sacramento indelebile, non è un impiegato che si licenzia o che viene licenziato dall’azienda;
  3. nelle sue urla rivolte al sacerdote con marito, ha mostrato profonda carità e affetto, perché l’ha chiamato anzitutto «fratello» e gli ha ricordato che in ogni caso rimane sacerdote per sempre e che pregherà per la salvezza della sua anima considerando ciò che di aberrante ha fatto;
  4. ha chiarito ― smentendo questo sacerdote tutto falso amore cristologico ―, che «Dio non può creare il male», e questo dopo che lui aveva affermato che Dio lo aveva creato e voluto così, mentre Padre Ariel ha chiarito e fatto capire a chi ascoltava che certe situazioni non sono affatto normali tendenze della nuova società, ma sono delle autentiche aberrazioni;
  5. Padre Ariel ha fatto più volte e variamente richiamo alla libertà, compresa la libertà che l’uomo ha di peccare, e chi si aspettava un attacco al mondo gay e alle sue potenti lobby è rimasto deluso, ed a riprova di quanto questo “prete-felino” non sia un istintivo umorale sprovveduto, ha ribadito che non solo ciascuno è libero di avere e di esercitare le tendenze sessuali che vuole, ma ne ha proprio il diritto, però, in tali casi, non è possibile fare i preti ed esercitare il sacro ministero. Detta in altri termini ha dimostrato: io che sono un sacerdote cattolico appartengo a una sacra societas che è molto più tollerante di quanto certa gente e certi lobbisti ideologi del mondo gay possano immaginare, perché mai io impedirei a un uomo di commettere i peccati che vuole liberamente commettere, non lo ha fatto Dio che non ha impedito ad Adamo ed Eva di commettere il peccato originale, posso forse farlo io? Non potendo però fare una lezione sul Libro della Genesi, ha lanciato il messaggio in altro modo. 

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Chiariamo infine un punto fondamentale: che il prete non debba reagire, perdere la calma e arrabbiarsi, non può essere un assoluto. Se in quella situazione Padre Ariel non lo avesse fatto, avrebbe corso il rischio di fungere da pericolosa presenza passiva e omissiva, mentre a un paio di milioni di telespettatori erano presentate delle figure di “ex” sacerdoti “oltre i confini della realtà”. Quindi, con la tanto reclamata pacatezza che taluni oggi gli rimproverano di non avere avuta, Padre Ariel avrebbe fatto solo intendere una sorta di vera e propria approvazione. Cosa assolutamente impossibile per qualsiasi vero sacerdote e per qualsiasi vero teologo, e noi sappiamo bene quando questo nostro confratello sia profondamente l’uno e l’altro.

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Si guardino dall’inizio alla fine tutti i 50 minuti di spezzone di programma di fine serata, dopodiché sfido chiunque a dire che le cose non sono andate nel modo che ho riassunto.

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Non sono un bacchettone, tuttavia penso che ogni argomento sia argomento di dibattito ma sempre mantenendo e utilizzando un certo garbo, buon senso e soprattutto senso del limite. Volevamo accontentare la pruriginosa curiosità del popolo catodico e rivangare il fatto che esistono sacerdoti che hanno tendenze omosessuali? Va bene, facciamolo pure, ma è questo il modo? Abbiamo constatato tutti di come il Re è nudo, e adesso? Abbiamo messo in mutande le debolezze di quella parte di Chiesa che è costituita da uomini consacrati, siamo soddisfatti? E sul tema della omosessualità diffusa tra il clero, nessuno meglio di Padre Ariel ha titolo per parlare. Precorrendo i tempi, in un suo libro edito ormai 10 anni fa e pubblicato di nuovo in seconda edizione dalle nostre Edizioni L’Isola di Patmos, non solo egli ha analizzato il problema, ma persino spiegato a che cosa la Chiesa sarebbe andata incontro se non fossero stati presi immediati e seri provvedimenti, che ovviamente non furono presi [vedere QUI].

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In conclusione di serata, proprio chiudendo sulle parole di Padre Ariel, riferendosi al gigolò il nostro confratello ha fatto un’affermazione che dovrebbe far riflettere molto certe coscienze ecclesiastiche, perché, se dotate di un solo pizzico di umiltà, dovrebbero riconoscergli un minimo sindacale di ragione, specie dinanzi a queste sue parole pronunciate in diretta: «Sulle questioni del Signor Mangiacapra (N.d.A. il gigolò presente in studio) io ho scritto in modo dettagliato dieci anni fa, con un libro denso di analisi, intitolato E Satana si fece trino». Ha domandato Paolo Del Debbio «E come è andata a finire?». Ribatte Padre Ariel: «L’unico che ha pagato sono stato io». Conclude con aria triste Paolo Del Debbio: «Non esito a crederlo!». E noi tutti che lo conosciamo sappiamo bene quale alto tributo Padre Ariel ha pagato in ostracismi e veri e propri atti persecutori, per avere denunciata in tempi non ancora sospetti la potente e pericolosa lobby gay ecclesiastica, anticipando i gravi danni che essa avrebbe compiuto. Quando però si nasce leoni non si può diventare conigli, neppure per avere quieta vita clericale, o per fare una brillante carriera ecclesiastica che il nostro confratello avrebbe potuto fare più e meglio di molti altri. All’autostrada scorrevole che porta verso l’Inferno ha scelto di seguire Cristo lungo la Via Dolorosa, con tutto ciò che questo comporta.

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Dalle focose e accalorate parole di Padre Ariel indirizzate al fratello (ex) sacerdote: «io prego per te, per la salvezza della tua anima» si comprende ciò che interessa maggiormente alla Chiesa e che dobbiamo tenere sempre a mente: la Salus Animarum. È infatti la salvezza delle anime che muove il cuore e la mano della Chiesa in situazioni delicate come queste, è la salvezza delle anime che mitiga la giustizia con la misericordia e ci permette di guardare alla misericordia con serietà e giustizia e non come una burletta ad uso e consumo delle nostre voglie.

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Oggi ci troviamo di fronte a fratelli disorientati, in crisi di fede, fallibili, che hanno fatto determinate scelte di cui solo loro conoscono il perché, per alcune di esse hanno giustamente dovuto rendere conto alla Chiesa o in foro esterno o in foro interno ma al di là di tutto è la loro anima che ci sta a cuore. Anche a tal proposito, Padre Ariel, ha chiarito sin dall’inizio di conoscere bene questa delicata materia: «Io lavoro molto con i sacerdoti e ne ho seguiti e ne seguo molti come confessore e direttore spirituale, sono stato io stesso, in certe situazioni, a dir loro per primo di fare un passo indietro e lasciare il sacerdozio ministeriale».

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Lo scandalo non converte nessuno, la delazione sensazionalistica del reo non porta a nessun recupero, il comminare pene umilianti non conduce al ravvedimento ma all’indurimento del cuore. Cristo sulla croce, nudo e mortalmente flagellato, ha pagato umiliandosi per tutti i peccati degli uomini. Ma se gli uomini continuano ad offenderlo e a opporsi al suo amore è dovere della Chiesa porre un giusto rimedio agli scandali, tutelando i deboli, allontanando i rapaci, ma restando continuamente con la mano tesa verso il peccatore affinché si converta e viva.

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Quel 31 ottobre 2019 vigilia di Ognissanti, in televisione la santità degli uomini di Chiesa è venuta meno, dinanzi a certe presenze così tragicamente deviate e fiere di avere deviato dal retto cammino, ma resta in piedi un’altra santità, quella di Dio che non può venire meno e che tra tanti scherzetti degli uomini costituisce ancora la dolcezza di un Padre che non abbandona mai i suoi figli attendendo il loro pentimento per iniziare a far festa.

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Laconi, 2 ottobre 2019 – Festa di Ognissanti

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IMMAGINI FUORI ONDA DAGLI STUDI MEDIASET DI MILANO

… con una affettuosità del tutto particolare, al termine della trasmissione Padre Ariel si è intrattenuto fuori dagli studi di Mediaset con il sacerdote dispensato dagli obblighi del celibato e oggi regolarmente unito in matrimonio con la sua deliziosa consorte, che ha salutati e abbracciati [didascalia di Jorge Facio Lince]…

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… con altrettanta affettuosità si è intrattenuto fuori dagli studi di Mediaset con il celebre conduttore radiofonico Giuseppe Cruciani, che Padre Ariel ha sempre considerato un professionista di indubbio talento. Non si erano mai conosciuti, ma hanno simpatizzato subito. Quando Giuseppe Cruciani ha chiesto se conoscesse il programma da lui condotto, ridendo ha risposto: «Cosa pensi che io ascolti, quando faccio lunghi viaggi in macchina? Ovvio: ascolto La Zanzara»!  [didascalia di Jorge Facio Lince]

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NOVITÀ – Dall’eresiarca Ario sino al Sinodo Panamazzonico, con tanto di lancio nel Tevere degli idoli asportati da una chiesa adiacente al Vaticano. Leonardo Grazzi: «Arianesimo, una eresia antica e oggi molto presente»

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

NOVITÀ – DALL’ERESIARCA ARIO AL SINODO PANAMAZZONICO, CON TANTO DI LANCIO NEL TEVERE DEGLI IDOLI ASPORTATI DA UNA CHIESA ADIACENTE AL VATICANO. LEONARDO GRAZZI: «ARIANESIMO, UNA ERESIA ANTICA E OGGI MOLTO PRESENTE»

Attraverso la titanica figura del Santo Vescovo Atanasio di Alessandria, le vicende della sua vita di lotte, incomprensioni e di ripetuti esili dalla sua Città, è chiarito al lettore in che misura l’arianesimo non abbia mai cessato di vivere in certe frange di Chiesa, rigenerandosi di secolo in secolo, forse persino più forte e insidioso di prima. Non possiamo dimenticare che nel IV secolo, nel pieno dell’eresia ariana, i vescovi, per la assoluta maggioranza, erano ariani. E da questo dato storico si dovrebbe comprendere che sempre, le maggioranze, non sono affatto garanzia di cattolicità e sana dottrina.

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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Edizioni L’Isola di Patmos: il libro di Leonardo Grazzi sull’Arianesimo [cliccare sull’immagine per andare alla pagina del NEGOZIO]

I Padri de L’Isola di Patmos hanno scelto e spiegato che non avrebbero parlato del Sinodo panamazzonico sin quando non sarebbe stata pubblicata la esortazione apostolica post-sinodale [vedere articolo, QUI], il tutto sia per questioni di prudenza sia perché non si devono fare processi alle intenzioni, neppure quando le intenzioni si manifestano pessime. Solo quando le intenzioni si saranno mutate in fatti e atti, sarà possibile agire e reagire.

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Ciò che sta accadendo non promette bene: nei giardini Vaticani si è assistito a un rito desolante alla presenza di cardinali, vescovi e dello stesso Romano Pontefice [cf. video QUI].

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Più volte il Pontefice regnante ha irriso con ironia, faccia seria e aria di disgusto, i preti che indossano sempre la loro veste talare, peggio quelli che portano il cappello circolare, detto saturno, perché certi abiti, per così dire anacronistici, connoterebbero a suo dire preti problematici. Al tempo stesso, però, le sue foto con i copricapi piumati degli sciamani amazzonici sulla testa hanno fatto il giro del mondo, ed in tutte risultava felice e sorridente. Infatti, sempre stando al suo dire, i “preti problematici” sono quelli che portano la veste talare e il saturno [cf. QUI], non quelli pizzicati a Roma dalla polizia durante le retate notturne che indossavano parrucche, calze a rete e tacchi a spillo, come più volte accaduto e narrato dalle cronache. Né pare abbia giudicati “problematici” i preti strafatti di cocaina, mentre dall’appartamento a loro dato in uso dentro la Città del Vaticano andavano e venivano i marchettari  per offrire le loro prestazioni sessuali [cf. precedente articolo, QUI]. Quelli pare non siano però “preti problematici”, specie poi se protetti da potenti prelati; al massimo possono esser preti un po’ … esuberanti. E se compiono qualche “ragazzata”, rientrano a pieno nel mercato mediatico del “misericordismo”.

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Prete molto problematico perché rivestito della talare, con il saturno di castorino in testa e per di più con un chihuhua mannaro tra le mani, famelico cane che nelle notti di luna piena diventa un licantropo [nella foto: Ariel S. Levi di Gualdo con in braccio Tiffany, la cagnolina di una coppia di amici]

A queste tematiche il nostro Padre Ariel S. Levi di Gualdo dedicò agli inizi del 2011 un libro dal titolo inquietante: E Satana si fece trino [vedere QUI] pubblicato in seconda edizione nel luglio 2019 dalle nostre Edizioni. Il problema centrale sul quale si incentra quel libro scritto tra il 2008 e il 2010 e pubblicato agli inizi del 2011, è quello del principio di inversione: il bene diviene male e il male bene, il vizio virtù e la virtù vizio, la sana dottrina eresia e l’eresia sana dottrina. Dieci anni fa veniva così descritta in quel libro la nostra attualità. E stiamo a parlare di una attualità nella quale il coro dei laudatori del nuovo corso non esita a stracciarsi le vesti indicando come “cattolici integralisti” coloro che di recente hanno tolto da una chiesa romana degli idoli pagani che al suo interno erano stati esposti [cf. QUI] …

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… mentre dei “cattolici integralisti” asportavano dalla chiesa metropolitana romana di Santa Maria in Traspontina gli idoli della dea Pachamama facendoli finire poche decine di metri dopo nel fiume Tevere, le Edizioni L’Isola di Patmos mandavano in stampa il libro del Professor Leonardo Grazzi, giovane docente toscano di religione, introdotto con una prefazione da uno degli ultimi esponenti della scuola teologica romana, Monsignor Antonio Livi.

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l’autore del libro: Leonardo Grazzi

In questi tempi è utile conoscere e studiare la prima tra le più grandi eresie che colpì la Chiesa, perché si tratta di un’eresia condannata dal Concilio di Nicea nell’anno 325, che potrebbe portarci a comprendere il senso vero e profondo degli idoli collocati nella chiesa di Santa Maria in Traspontina, assieme a molte altre cose …

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L’Arianesimo è un virus che attraverso i tempi si trasforma, adattandosi ai diversi corpi e alle diverse condizioni climatiche. Un problema, quello dell’eresia ariana, al quale il nostro Autore offre una lapidaria risposta già nel sottotitolo: «Una eresia antica e oggi molto presente».

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Attraverso la titanica figura del Santo Vescovo Atanasio di Alessandria, le vicende della sua vita di lotte, incomprensioni e di ripetuti esili dalla sua Città, è chiarito al lettore in che misura l’arianesimo non abbia mai cessato di vivere in certe frange di Chiesa, rigenerandosi di secolo in secolo, forse persino più forte e insidioso di prima. Come dimenticare infatti che nel IV secolo i vescovi, per la assoluta maggioranza, erano ariani? Un dato storico dal quale si dovrebbe comprendere che le maggioranze non sono affatto garanzia di cattolica e sana dottrina. Cosa che andrebbe spiegata al Cardinale Cláudio Hummes, il tedesco-brasiliano chiamato a presiedere il Sinodo Panamazzonico, lo stesso che tre anni fa, dinanzi ai dubia presentati da quattro cardinali sulle ambiguità contenute nel testo di Amoris Laetitia — tra i quali figurava uno studioso di fama mondiale nell’ambito degli studi sulla famiglia,  il Cardinale Carlo Caffarra —, con acida strafottenza rispose: «loro sono quattro, noi siamo duecento!» [cf. QUI, QUI]. Già, qualcuno dovrebbe proprio spiegare al vegliardo tedesco-brasiliano che all’epoca della grande crisi generata dall’eresia ariana, la assoluta maggioranza dei vescovi erano ariani. E da ciò, secondo la sua logica, cosa se ne dovrebbe dedurre?

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Raccomandiamo molto questo libro di Leonardo Grazzi, in particolare a coloro che vogliono comprendere veramente a fondo una delle cause che ci ha condotti alla crisi ecclesiale senza precedenti storici che attualmente stiamo vivendo: quel terribile virus mutante dell’arianesimo che percorre nei secoli la storia della Chiesa, sino ai giorni nostri.

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dall’Isola di Patmos 25 ottobre 2019

 

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andando alla pagina del nostro negozio [vedere QUI] potrete ordinare con estrema facilità questo libro e riceverlo a casa vostra entro due giorni lavorativi senza spese di spedizione postale. 

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Siamo certi che ci aiuterete a diffondere le opere delle Edizioni L’Isola di Patmos, specie per il servizio che esse possono rendere in questo momento così difficile alla Chiesa di Cristo e al Popolo di Dio.

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Anticipiamo ai Lettori che tra la fine di ottobre ed il mese di novembre andranno in pubblicazione le seguenti opere:

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GESÙ CRISTO FONDAMENTO DEL MONDO, di Giovanni Cavalcoli, O.P.

DAGLI ATTI DEGLI APOSTATI, di Ester Maria Ledda

 

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