Meme. Fenomeno buffo internautico che serve come radiografia del corpo ecclesiastico italiano: San Giovanni Paolo II invitava ad aprire le porte a Cristo, pochi anni dopo si è passati ad “abbassare i muri” e “creare ponti” col mondo per essere dei misericordianti piacioni …

— società e attualità ecclesiale —

MEME. FENOMENO BUFFO INTERNAUTICO CHE SERVE COME RADIOGRAFIA DEL CORPO ECCLESIASTICO ITALIANO: SAN GIOVANNI PAOLO II INVITAVA AD APRIRE LE PORTE A CRISTO, POCHI ANNI DOPO SI È PASSATI AD “ABBASSARE I MURI” E “CREARE I PONTI” COL MONDO PER ESSERE DEI MISERICORDIANTI PIACIONI …

La falsa speranza illusoria che oggi si presenta davanti a questa neo ecclesiologia dei meme è quella di pensare o di ipotizzare che domani, nel prossimo conclave, nel prossimo pontificato o in un prossimo eventuale concilio, tutto ritorni come prima in virtù del rifiuto da parte del nuovo eletto, circondato da un grande esercito compatto di coraggiosi e coerenti ecclesiastici, che sistemeranno tutto in un battibaleno, semmai usando la formula magica: hocus pocus …

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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memes e pecore …

Nell’éra della «rivoluzione epocale» che ha preso avvio negli ultimi anni all’interno della Chiesa, si insiste sul bisogno impellente di aprirsi e di dialogare col mondo, quasi come se dovessimo imparare dal mondo quella che sarebbe l‘identità, la missio e la funzione della Chiesa. Così, seguendo la sequela di questi “slogan” rivoluzionari, non ci resta che cominciare a guardare la Chiesa anche sotto il profilo dei fenomeni e movimenti del “mondo”, come quello appartenente a Internet, attraverso il noto e diffuso “meme”.

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Il codice “telematico” meme è assegnato a qualsiasi tipo di file visivo o audiovisivo generato nella infinità di imitazioni, derivazioni e adattamenti di ogni tipo di un’unità originale che può essere anche sconosciuta. Il temine meme [1] è un neologismo coniato dal divulgatore scientifico neo-darwinista Richard Dawkins nella sua opera The Selfish Gene [2] del 1976, ed è un termine con cui si vuole presentare come tesi l’analogia tra la trasmissione genetica e la trasmissione culturale, il tutto basato sull’ipotesi che ogni meme, analogamente al gene, è l’unità più piccola e necessaria nella evoluzione: «I meme sono delle piccole unità culturali che si diffondono da persona a persona copiando o imitando».

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Dawkins spiega che la propagazione dei meme, cioè di quelle idee, canzoni, mode, slogan, principi, regole tra cervelli e cervelli, si concretizza per mezzo dell’imitazione, diffondendosi a modo di “virus” di generazione in generazione fino a diventare un concetto fisso come lo è diventato ad esempio quello dell’idea di Dio  [3]:

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«Dio esiste, solo nella forma di un meme con un alto valore di sopravvivenza o di potere infettivo nell’ambiente della cultura umana» [4].

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In questo meme-idea/concetto su Dio, secondo la teoria di Dawkins si evince in primis che l’imitazione è il mezzo per cui vengono generati e duplicati i meme, i quali seguendo le stesse regole dell’evoluzione naturale ― ma in questo caso per analogia seguendo le regole della “evoluzione culturale” ― sopravvivrebbero solo alcuni di essi portando avanti una nuova vita, ed a seguire le qualità più importanti per sussistere e per diffondersi dei meme, per esempio la longevità, la fecondità e la fidelizzazione nell’imitazione per la sua semplicità. Per ultimo il fattibile principio selettivo di questa “evoluzione sociale”, è quello dell’adattamento in risposta all’ambiente sociale in cui si trova.

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«quando viene seminato un meme fertile nella mia mente, letteralmente si è parassitato il mio cervello con la trasformazione della nuova idea diffusa tramite il  veicolo del meme nella stesa forma che lo farebbe un virus nel parassitare un meccanismo genetico di una cellula ospite» [5]”.

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Alcuni studiosi favorevoli a questo neologismo, hanno introdotto il meme nello studio della condotta umana sviluppandolo come «istruzioni per eseguire condotte che sono state memorizzati nel cervello dopo che sono state trasmesse per imitazione», quindi ogni cosa appresa sin dall’infanzia deve identificarsi per imitazione in quanto meme. Altri studiosi lo hanno invece contestato in virtù della sua ambiguità concettuale: non è infatti possibile definire cosa sia precisamente un meme, l’analogia natura e cultura è troppo riduttiva e inefficace per la descrizione dei comportamenti umani complessi, non aggiunge niente di nuovo di quanto già di per sé riescono a fare gli studi antropologici, culturali, linguistici e sociologici.

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Nella cultura d’Internet, il termine meme cominciò a essere presente dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso, conservando anche le stesse analogie tra biologia e cultura, tra geni e meme anteriormente menzionati, anche se la stessa selezione naturale del meme indicata da Dawkins ha avuto una trasformazione in Internet secondo una separazione non tanto attuata secondo la velocità naturale ma secondo l’alterazione deliberatamente data dalla stessa creatività umana con il modo di “hijacking[6] tra due paralleli: quello dell’imitazione fedele come frutto della fascinazione, ammirazione e identificazione o della  denigrazione e del discredito di persone e idee, per seguire con la replica dell’originale o con la totale trasformazione dell’originale stesso.

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A prescindere dagli ostacoli presenti nel mondo accademico riguardo la teoria dei meme, va ammesso che grazie a questa epoca sempre più condizionata e definita dalla comunicazione su Internet, questo termine ha trovato, per le sue caratteristiche, una esponenziale diffusione, sino a mutarsi, da iniziale unità che si propaga gradualmente tramite il contatto interpersonale di contenuti trasmessi simultaneamente, a dei fenomeni di massa veri e propri, sovrastando così i limiti tra la comunicazione interpersonale e quelli di massa, quelli professionali e amatoriali, quelli del basso verso l’alto e viceversa.

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«unità culturali che si diffondono da persona a persona, i meme furono discussi molto prima dell’era digitale. Eppure Internet ha trasformato la diffusione dei meme in una pratica altamente visibile e il termine netizen è diventato parte integrante della neo-lingua, per lessico, grammatica e sintassi propria dell’uomo internetico» [7].

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In questa dinamica comunicativa, il termine meme è diventato in internet uno specifico sinonimo che indica la diffusione di una “idea particolare” presentata come testo scritto, immagine, mossa linguistica o altre unità di “cose” culturali. Uso che sembra molto simile al mondo accademico, ma distinti tra di loro, perché nella teoria della “evoluzione culturale” la caratteristica primordiale è la longevità della idea trasmessa. Invece, nel mondo telematico, i meme sono delle descrizioni per le mode recenti caratterizzate da breve durata. Se quindi nella sfera accademica i meme sono unità concettuali astratte e spesso controverse,  nella net-sfera i meme sono invece fenomeni concreti e parzialmente ammessi da tutti. Per ultimo: se i meme creano delle distinzioni a livello teoretico evoluzionista, in tal caso si mutano in idee singole o formule che si sono propagate bene. Infatti i meme, a livello digitale, sono gruppi di elementi e di contenuto creati con consapevolezza reciproca e di condivisione legati in una unità culturale popolare diffusa, imitata e trasformata dai singoli utenti di internet, sino a creare una esperienza culturale condivisa nel processo in cui il livello personale o micro riesce anche a modellare la “macro-struttura” della società.

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La ragione per cui si è fatto così popolare il fenomeno dei meme nella rete, è dato dal godimento e piacimento provocato nell’utente che riesce a ripetere o trasformare una attività che lo fa uscire della sua routine quotidiana, realizzata quasi sempre insieme ad altre persone. Per questo approccio di gruppo i meme finiscono con l’avere un impatto sociale e politico, perché acquisiscono un ruolo comunicativo di “conversazione continua”, con forte spinta di dibattito, pur restando nell’ambito dei pubblici discorsi informali e spontanei che partono dal basso, con la possibilità di generare collegamenti tra l’individuale e il collettivo, tra il personale con la res-publica.

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I meme sono diventati i conseguenziali elementi naturali per lo studio di Internet e della cultura digitale. Il comportamento memetico è però nuovo, perché la sua portata di visibilità globale non ha precedenti. In questa era iper-memetica la circolazione di copie e derivati hanno dato alle copie un senso più importante dell’ ”originale”, fino a diventare oggi la ragione di essere della comunicazione digitale [8].

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Superando l’ambito della sociologia, della antropologia e dello studio di internet, si potrebbe aggiungere, o volendo anche creare una terza analogia tra evoluzione naturale, evoluzione culturale e «rivoluzione epocale» in cui il meme diventa l’elemento naturale per lo studio “ecclesiologico” e di comportamento nella stessa struttura ecclesiastica odierna. La prima caratteristica sarebbe quella dell’imitazione della moda pauperista cialtrona e priva di sostanza nelle prediche di molti ecclesiastici. La seconda caratteristica può essere costituita dalla spinta e dalla sfida continua a superare i cosiddetti «vecchi schemi», persino se ciò implica di rasentare il ridicolo e l’ignoranza dottrinale, ed il tutto sia ripetendo discorsi sociopolitici, sia in una impostazione assistenziale priva di qualsiasi riferimento alla sfera dello spirituale, del sacro o del sacramentario. Vi sarebbe infine una terza caratteristica, anch’essa tipica e del tutto esclusiva dell’ambito ecclesiastico, non presente negli altri ambienti: l’omologazione acritica imposta come modello tipico dei regimi dittatoriali sparsi per il mondo. Da queste due caratteristiche ― ma specialmente dalla terza ― si può ricavare che la ragione d’essere di questa «nuova ecclesiologia» dei meme, è un perfetto rimando al principio di imitazione descritto dalla favola  del “re nudo”, che ovviamente nessuno può criticare, perché tutti devono ballare e danzare come davanti al «più grande spettacolo dopo il big bang» accecati volontariamente o involontariamente in una percezione chiusa del reale, pronti a magnificare le splendide vesti del re, che come risaputo era però nudo. Attraverso queste dinamiche si realizza e si concretizza l’analogia dei meme in quanto fenomeni vivi e diffusi in modo esponenziale nell’ambito digitale, poco presenti invece negli altri ambiti della vita. Una volta caduti e finiti intrappolati in questi meccanismi, ecco che i rappresentanti del mondo ecclesiastico finiscono con l’essere convinti di vivere e operare nel giusto e di aver fatto veramente una svolta attraverso questa tanto decantata “rivoluzione epocale” che però, fuori dalla piccola “ecclesio-sfera” è ormai sbeffeggiata, ignorata e soprattutto disapprovata dal Popolo di Dio, come lo sarà tra poco anche dalla stessa storia, che finirà col dare su di essa un giudizio molto impietoso e severo.

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Analizzando queste caratteristiche e ragioni di essere, resta solo da interrogarsi sulla durata temporale del tutto. Anche in questo il principio di analogia dei meme come nuova proposta ecclesiologica sulla «rivoluzione epocale» attuale può dare degli spunti non indifferenti: se i meme restano comunque un fenomeno veloce mutabile e ristretto alla forma di comunicazione egemonica attuale del corpo ecclesiale, la sua vita sarà molto subordinata dalla concezione di moda che, in questi tempi di cambiamenti continui sale, scende e sopravvive solo all’interno di piccoli gruppi di fans fedeli.

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Se questo fenomeno dei meme si esamina sotto il profilo sociale antropologico di Dawkins, restando ancorati al principio della analogia dei geni, siamo davanti a una mutazione virale sempre in trasformazione che andrà solo a degenerare in una esaltazione nel pensare, nel dire e nell’agire totalmente estraneo non solo al suo “gene originale”, ossia quel Cristianesimo del quale resta poco o nulla; tenderà a degenerare nel “misericordismo” quale punto di partenza di una nuova espressione religiosa, che solo la storia ci dirà quando sia riuscita a sopravvivere e a imporsi.

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Facendo una valutazione attuale, va detto che tra la ipotesi di Dio e l’idea meme di Dawkins e l’uomocentrismo clericale, sembra che le due espressioni siano le due facce della stessa moneta, o che la seconda sia la conseguenza della prima. Volendo poi fare anche un’analisi più spinta, oserei dire che questa centralità dell’uomo ha parecchio superata la svolta antropologica di Karl Rahner. La centralità della Parola tanto proclamata nel post concilio, ha finito per farci sprofondare in una ermeneutica nichilista del tipo: l’uomo di oggi che interpreta e ridefinisce la “Parola” in quanto messaggio lasciato dall’uomo del passato aggiornandolo secondo i piaceri del presente come farebbe un pappagallo che messo davanti a uno specchio si guarda e ripete suoni ascoltati in precedenza del tipo: ”ciao” “bello” “amore”, “ti voglio bene”…

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La falsa speranza illusoria che oggi si presenta davanti a questa neo ecclesiologia dei meme è quella di pensare o di ipotizzare che domani, nel prossimo conclave, nel prossimo pontificato o in un prossimo eventuale concilio, tutto ritorni come prima in virtù del rifiuto da parte del nuovo eletto, circondato da un grande esercito compatto di coraggiosi e coerenti ecclesiastici, che sistemeranno tutto in un battibaleno, semmai usando la formula magica: hocus pocus

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La certezza della fede ci porta invece a essere fermi sul principio che la Chiesa, corpo mistico, non finirà mai. Giungerà il tempo in cui prenderà vita la prova della grande apostasia e prenderanno di nuovo forma vecchie o nuove eresie, vi saranno riforme e divisione,  ma la Chiesa rimarrà sempre e solo una. La speranza certa è che questo tempo passerà e, con esso, passeranno anche certi personaggi, che per carità attiva ed effettiva vanno considerati e trattati come dei malati in stato terminale; dei poveri malati che non vogliono accettare che il loro tempo di vita sta per finire e che tra poco saranno davanti al Giudizio di Dio, che verso di loro sarà severamente misericordioso. Mentre, i sopravvissuti alle loro gesta e opere, dovranno lungamente pagare e altrettanto lungamente lavorare, per tentare di riparare, anche solo parzialmente, i gravi danni da loro prodotti.

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Dall’Isola di Patmos, 28 gennaio 2020

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NOTE

[1] Questo termine sarebbe la derivazione greca di mimema (imitazione).

[2] The Selfish Gene libro centrato sull’ipotesi che non è il gruppo o l’individuo ma singolo gene che si trasmette in forma meccanica e costretta quindi l’evoluzione non tratta di come si trasmettono i geni, ma che i geni si trasmettono e diffondono a prescindere anche da fattori e comportamenti che possano causare danno all’organismo ― così come  l’uomo è necessariamente egoista pur reputandosi di essere altruista nel soddisfare i propri interessi ― affinché possa massimizzare la trasmissione e diffusione dei suoi geni.

[3] Richard Dawkins con la sua posizione agnostica spiega nell’opera the God Delusion sia che l’evoluzione dimostra la possibilità e la probabilità di evolversi da esseri semplici a più complessi senza l’intervento di nessuna causa esterna o essere superiore e o trascendentale, sia che Dio come origine di tutto non spiega niente e invece spinge a dimostrare un “regresso infinito” in cui questo Dio è invalicabile e improbabile. Dunque l’idea di Dio come delle religioni sono solo delle credenze accettate sin da bambini in quanto utili per la propria sopravvivenza, e che poi sono acriticamente condivise a livello sociale sino a essere la principale causa di divisione, di guerre e di violenza.

[4] Richard Dawkins, The Selfish Gene, Oxford University Press, 2006, p 193. [Traduzione libera mia].

[5] Richard Dawkins, The Selfish Gene, Oxford University Press, 2006, p 192. [Traduzione libera mia].

[6] tecnica di attacco informatico che consiste nel modificare opportunamente  pacchetti dei protocolli per reindirizzare e prendere il controllo dei siti web.

[7] CF.Limor Shifman,«memes in a digital world reconciling with a conceptual troublemaker»

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/jcc4.12013.

[8] CF.Limor Shifman,« memes in a digital world reconciling with a conceptual troublemaker»

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/jcc4.12013]

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Prossime opere in pubblicazione nel mese di gennaio/febbraio:

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ATTI E MISFATTI DEGLI APOSTATI, di Ester Maria Ledda

NUOVO ERESIARIO – VIAGGIO E GUIDA TRA LE ANTICHE E NUOVE ERESIE, di Leonardo Grazzi

 

 

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Padre Ariel torna giovedì in seconda serata negli Studi di Mediaset al programma Dritto e Rovescio condotto da Paolo Del Debbio

— notizie dai Padri de L’Isola di Patmos —

PADRE ARIEL TORNA GIOVEDÌ IN SECONDA SERATA NEGLI STUDI DI MEDIASET AL PROGRAMMA DRITTO E ROVESCIO CONDOTTO DA PAOLO DEL DEBBIO

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Padre Ariel è stato invitato di nuovo dagli amici della Redazione del programma Dritto e Rovescio condotto da Paolo Del Debbio su Rete4, presso il quale sarà presente alla diretta trasmessa dagli Studi Mediaset di Cologno Monzese nella seconda serata di giovedì 16 gennaio a partire dalle 23.30 circa.

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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il programma condotto da Paolo Del Debbio su Rete4

Informiamo i nostri Lettori che domani sera il nostro Padre Ariel torna in seconda serata alla diretta del programma Dritto e Rovescio condotto da Paolo del Debbio su Rete4, dove è stato già ospite in passato nelle puntate del 31 ottobre e del 7 novembre 2019.

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Gli amici della Redazione hanno richiesto la sua presenza tra gli ospiti per partecipare al dibattito sul tema del celibato sacerdotale, tornato alla ribalta sulla stampa nazionale e internazionale in questi giorni.

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dall’Isola di Patmos, 15 gennaio 2020

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Non è affatto «prematurata la supercazzola», ai giorni nostri è maturata completamente attraverso la cospirazione degli arroganti

—  attualità ecclesiale —

NON È AFFATTO «PREMATURATA LA SUPERCAZZOLA», AI GIORNI NOSTRI È MATURATA COMPLETAMENTE ATTRAVERSO LA COSPIRAZIONE DEGLI ARROGANTI

[…] i territori del regno del supercazzolaro sono Facebook, Instagram, Twitter, insomma tutti i social network, dove l’astuto regnante pretende di pontificare anche di teologia e di scienze sacre senza per questo doversi confrontare con nessuno esperto in materia. La situazione si fa ampiamente grave quando, il supercazzolaro, pretende di estendere i territori del suo regno oltre la realtà virtuale. Cioè quando, una volta spento il computer ed aver apostrofato amici e familiari con “encicliche” sulle scie chimiche, sulla pericolosità dei vaccini, sulla evidenza della terra piatta, e altre scemenze simili, decide di andare in parrocchia e mettersi a diffondere il proprio verbo. 

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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«Lo chiamavano Santità»: dallo schiaffo di Anagni ai “paccheri del Papa”. Usi ameni sulla figura del Sommo Pontefice, per una lettura trasversale dei fatti

– attualità sociale ed ecclesiale –

«LO CHIAMAVANO SANTITÀ»: DALLO SCHIAFFO DI ANAGNI AI “PACCHERI DEL PAPA”. USI AMENI SULLA FIGURA DEL PONTEFICE, PER UNA LETTURA TRASVERSALE DEI FATTI.

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Visto però che già da qualche tempo seguiamo un nuovo catechismo da esponenti atei e laicisti che fanno di Gesù Cristo solamente un uomo e della Vergine Maria una sciacquetta senza arte né parte, ora è arrivata la volta di ridimensionare e incasellare per bene anche la augusta persona del Romano Pontefice. E così, come le leggi della fama, della satira e della visibilità si dimostrano impietose nei confronti di Donald Trump, Vladimir Putin, Emmanuel Macron … adesso sembra giunto il turno di Jorge Mario Bergoglio. E utilizzo il nome di battesimo del Sommo Pontefice proprio per sottolineare il fatto che tali avvocati delle cause perse, intendono volontariamente vederlo solo e soltanto come uomo, non come Successore di San Pietro, scelto e posto da Gesù Cristo a capo del Collegio degli Apostoli.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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vignetta diffusa sui social tratta da un fotomontaggio dalla locandina del film italian-wester Lo chiamavano Trinità

Con la fine dell’anno 2019 e l’inizio del nuovo, ci è stato regalato un siparietto finora mai visto in Piazza San Pietro. Una fedele cristiana, ha stretto con foga la mano del Sommo Pontefice Francesco I che — forse infastidito da tale gesto e per le sue ragioni — ha reagito con altrettanta foga per divincolarsi dalla vigorosa stretta della signora asiatica, assestando qualche “pacchero” ben misurato.

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A partire dal primo gennaio 2020, questo gesto ha superato in fama l’ambìto e tradizionale concerto di Capodanno, tanto da divulgarsi sui social network in modo virale e intasare i messaggi WhatsApp di molte persone — noi preti compresi — e forse della maggioranza tra i fedeli laici.

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Come capita in questi casi, l’ironia bonaria tutta italiana ha subito prodotto vignette ad hoc che accostavano il gesto del Pontefice a quello di personaggi famosi del cinema: da Bud Spencer, Terence Hill, Chuck Norris fino al romanissimo Mario Brega, ed altri …

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vignetta diffusa sui social

Quando la satira italiana si esprime come da tradizione, nella versione pizza e mandolino, dobbiamo essere sinceri e precisare che in essa non c’è cattiveria, solo bonario desiderio di ridimensionare il tutto con una risata. Diverso il discorso legato invece a casi molto gravi, come quello che ha portato alla notorietà il periodico francese Charlie Hebdo con la sua dissacrante e blasfema satira anti-religiosa.

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Come invece capita solo in Italia, il gesto del Santo Padre si è trasformato in una ennesima occasione per tirare per la veste il pontefice verso una linea di pensiero che si ammanta di buonismo e di politicamente corretto, tanto da attribuire al gesto significati diversi, variopinti e contrastanti. Sicché non sono mancati i moltissimi difensori d’ufficio, anche di una certa età e caratura sociale; gli stessi che mai, ai tempi di Benedetto XVI, Giovanni Paolo II, Giovanni Paolo I o Paolo VI avrebbero avuto l’ardire di parlare e di fare i leoni da tastiera su stampa e web. Oggi invece, chissà perché, si sono sentiti investiti del sacro fuoco della difesa e dell’onorabilità pontificia e dei suoi gesti. Casualità? Io non credo. Anzi, è sempre più marcata la tendenza a ridurre il Sommo Pontefice a un rappresentante autorevole del mondo dei potenti, anziché vedere e riconoscere in lui un’autorità morale e spirituale che rimanda al Dio trascendente.

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Visto però che già da qualche tempo seguiamo un nuovo catechismo da esponenti atei e laicisti che fanno di Gesù Cristo solamente un uomo e della Vergine Maria una sciacquetta senza arte né parte, ora è arrivata la volta di ridimensionare e incasellare per bene anche la augusta persona del Romano Pontefice. E così, come le leggi della fama, della satira e della visibilità si dimostrano impietose nei confronti di Donald Trump, Vladimir Putin, Emmanuel Macron … adesso sembra giunto il turno di Jorge Mario Bergoglio. E utilizzo il nome di battesimo del Sommo Pontefice proprio per sottolineare il fatto che tali avvocati delle cause perse, intendono volontariamente vederlo solo e soltanto come uomo, non come Successore di San Pietro, scelto e posto da Gesù Cristo a capo del Collegio degli Apostoli.

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vignetta diffusa sui social

Per tali personaggi — alcuni dei quali si sono ibridati come cristiani cattolici solo negli ultimi sei anni — il Pontefice non è il Vescovo di Roma, Vicario di Gesù Cristo, Successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa universale, Primate d’Italia e Arcivescovo metropolita della Provincia Romana, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, Servo dei servi di Dio, Capo del Collegio dei Vescovi, ma, in modo più prosaico, egli è il leader di una corrente di pensiero e di un messaggio politico che è possibile rimodellare a buon bisogno.

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È per questo motivo che, davanti alla satira bonaria dell’italianità più genuina, si sono sentiti in dovere di esercitare la difesa d’ufficio. Nello stesso modo in cui si comportano i corifei dei partiti quando viene toccato il loro capo. E, come nella tradizione politica, si cerca di eliminare l’avversario e l’oppositore screditandolo e danneggiandolo con giudizi personali sulla moralità e dignità, così coloro che hanno abbozzato un sorriso davanti alle simpatiche vignette riguardanti il Papa o le hanno condivise sui social si sono visti puntare il dito e biasimati pubblicamente.

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Riporto alcuni esempi tratti dal web di alcune difese d’ufficio:

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«Cioè, fatemi capire. Un uomo di più di 80 anni viene strattonato malamente, perde per un attimo la pazienza e dà uno schiaffetto sulla mano di quella che lo stava tirando a sé come se fosse un pupazzo vinto al Luna Park. Poi chiede pubblicamente scusa (ripeto: il Papa-chiede-scusa- il Papa) e voialtri lo trattate come se fosse un mostro? Non sarà che questo Papa ha la sola colpa di ricordarvi costantemente, con estrema efficacia, quello che dice la religione che voi sostenete di praticare? Non sarà che lo detestate perché vi mette di fronte al dato di fatto che la maggior parte di voi non è affatto diversa da quelli che il Vangelo definisce “Sepolcri imbiancati”? La verità è che oggi come oggi, se il Gesù Cristo del Vangelo camminasse in mezzo a voi, lo chiamereste “zekka buonista”, nella migliore delle ipotesi. E Papa Francesco ve lo sbatte in faccia ogni santo giorno, per questo lo odiate tanto» (da Facebook).

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.. figurarsi se potevano mancare gli unici e irripetibili napoletani …

Non ci sono commenti da fare, almeno da parte di cattolici ben formati e quindi consapevoli di chi sia veramente il Sommo Pontefice e che sappiano per ciò distinguere tra rispetto filiale e venerazione alla sua persona e al suo ufficio e critica costruttiva. Ovviamente non mancano i riferimenti all’odio, diventato ormai come il colesterolo, a seconda da quale parte o fazione provenga, esso diventa buono o cattivo.

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Il secondo caso è apparso sulla mia bacheca Twitter, sono stato strigliato per aver condiviso un post molto simpatico che paragonava il Santo Padre al personaggio western di Trinità alias Terence Hill:

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«Dalla sua “bio” leggo che è un parroco … quindi, ben radicato nella Chiesa Cattolica Romana; considerato che promuove satira su Bergoglio suo “capo”, non le sembra leggermente contraddittoria questa sua condotta? Abbandoni l’abito talare e conduca una vita sacerdotale in Cristo» (da Twitter).

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Anche davanti a questo post ci sono ben poche parole, da parte mia ho risposto per educazione, in quanto non mi sottraggo mai a una certa critica quando viene fatta con educazione e con modo. Tuttavia, si possono evincere molte cose sulla formazione cristiana di questo utente social e sul suo modo di percepire la Chiesa, il papato e la figura stessa dei sacerdoti. Mi spiacerà deludere questo leone da tastiera che si trincera dietro un nickname, al contrario del sottoscritto che mette non solo il nome ma anche la faccia, sapendo di essere non solo fedele al Romano Pontefice e in comunione con lui, ma consapevole del fatto che anche io posso essere utile alla persona del Successore di Pietro nella misura in cui agisco con senso ecclesiale, anche se con l’ironia affettuosa. Volendo posso riassumere il tutto con un esempio legato alle cronache storiche di due Santi: il grande pedagogo, nonché santo molto venerato, Padre Filippo Neri, ed un suo grande “compar di brigata”, il frate cappuccino cercatore San Felice da Cantalice, al quale era legato da grande affetto e amicizia fraterna, ed a vicenda si scambiavano spesso lazzi e scherzi. Un giorno, tra le risa di tutti i presenti, Padre Filippo dimostrò quanto Fra Felice avesse la testa dura rompendo sulla sua testa un fiasco di vino vuoto, poi, tutti e due, incominciarono a ridere sottobraccio in mezzo alla gente. Cosa dire poi delle battute tra i due? Una in particolare, proprio rivolta al Pontefice all’epoca regnante, merita di essere ricordata, perché a proposito di chi sedeva sulla Cattedra di Pietro, il Padre Filippo disse in modo ironico: «Eh, er Papa Sisto, er Papa Sisto, che nun le perdona nemmanco a Cristo!».

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… e figurarsi e potevano mancare i romani appresso ai vignettisti napoletani …

Non lascerò il saio cappuccino, perché sono consapevole che la Chiesa non è il Parlamento, che il suo Capo non è un leader politico e che proprio perché sono peccatore e contraddittorio ho vitale bisogno dello Spirito Santo per convertirmi, proprio come accadde agli Apostoli nel giorno di Pentecoste.

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Per noi sacerdoti, il citare il nome del Papa e del vescovo diocesano nel Canone della Santa Messa significa ribadire la comunione della cattolicità che non è merito umano personale o strategia sociologica, ma opera di Dio per mezzo del suo Spirito. Citando nella celebrazione eucaristica «una cum Papa nostro Francisco» io dimostro la mia venerazione a tutti coloro che hanno ricoperto l’ufficio petrino. Inoltre, da sacerdote e consacrato ribadisco la mia osservanza al magistero della Chiesa insegnato dai Sommi Pontefici, dall’apostolo Pietro fino a Francesco I.

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Se qualcuno pensa di volermi attirare nella tentazione di stilare una hit parade dei Papi più trendy si sbaglia di grosso, poiché capisco che certe storture non derivano dalle bislaccherie di questo o di quell’altro Pontefice ma da coloro che si ergono a difensori e compagni di merende e che incarnano perfettamente le parole profetiche del Salmo:

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«Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa» (cf. Sal 54,13-15).

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vignetta di Santin

Forse è giunta l’ora di ascoltare meno quelli che hanno sempre in bocca il nome di un Papa abbinato a concetti quali «rivoluzionario», «di rottura», di «epocale svolta» … dando più ascolto a coloro che nel dolore e nella sofferenza tentano di salvarlo da manipolatori e adulatori, anche a costo di essere screditati in pubblico. Perché per noi «… pe’ grazia o pe’ disgrazia, ei sarà sempre lo veneratissimo et amatissimo Signor Papa Nostro Successor de lo Beato Apostol Principe Pietro», com’ebbe a dire in tempi non sospetti San Filippo Neri, quando nella Roma lasciata in pasto alla fame e alla miseria, dopo il terrificante sacco perpetrato dai Lanzichenecchi nel 1527 attraverso violenze, stupri e omicidi di ogni genere, al sacro soglio salì nel 1534 Alessandro dei Principi Farnese col nome di Paolo III, che incurante della situazione di fame e miseria in cui versava la popolazione, ciò malgrado viveva circondato dai fasti delle grandi corti rinascimentali. Eppure era chiamato «amatissimo et veneratissimo» da Padre Filippo Neri, passato poi alla storia con un titolo del tutto particolare: «Il Santo della gioia». E celebrando il Santo Sacrificio della Messa, Padre Filippo Neri, con devozione recitava: «… una cum Papa nostro Paulo» (ogni riferimento è puramente casuale … QUI).

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Laconi, 3 gennaio 2020

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Roma. Sulle due sedicenni morte sul colpo nei pressi di Ponte Milvio l’ennesimo pianto del coccodrillo di una società civile incapace a domandarsi: dove, noi genitori, abbiamo sbagliato e poi tragicamente fallito?

— attualità e società contemporanea—

ROMA. SULLE DUE SEDICENNI MORTE SUL COLPO NEI PRESSI DI PONTE MILVIO L’ENNESIMO PIANTO DEL COCCODRILLO DI UNA SOCIETÀ CIVILE INCAPACE A DOMANDARSI: DOVE, NOI GENITORI, ABBIAMO SBAGLIATO E POI TRAGICAMENTE FALLITO?  

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ogni tanto, qualcuno di questi giovani immortali, se tutto va bene muore, perché molto spesso ammazzano invece gli altri senza che loro si facciano un graffio. E quando qualcuno di questi impuniti, invincibili e immortali muore, si piange un paio di giorni, si lanciano palloncini colorati sulle bare, come se la morte fosse un circo, si depongono fiori, cartelli e pupazzetti nel luogo dell’incidente. Poi semmai si assume anche come difensore la celebre e talentata penalista Giulia Bongiorno, perché il genitore disastroso che non educa, non cura, non custodisce e non dà solide regole di vita ai figli, indispensabili a tutelare anzitutto i figli stessi, deve avere sempre ragione, lui non fallisce e non può fallire. Il mondo intero è in errore, lui e suo figlio no, mai!

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa
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Le due giovani sedicenni morte a Roma e l’investitore ventenne [foto tratte dai pubblici social]

La morte di due sedicenni travolte da un’auto a Roma mi induce a narrare un fatto di cui fui protagonista, poiché utile a introdurre un tema complesso e difficile da trattare.

Tre anni fa passavo per la piazza di una certa città italiana, quando degli adolescenti, due maschietti che facevano i galletti con quattro coetanee, al mio passaggio mi fulminano alle spalle con questa frase:

«Questi preti pedofili di merda!».

Mi volto in direzione dei due ragazzi, ed anche se dinanzi a me non avevo uno specchio, immagino che il mio sguardo, in quel momento, avrebbe creato qualche senso di timore persino a una iena affamata. Domando in tono severo ai due maschietti:

«Per caso, ce l’avete con me?».

Con una strafottenza indicibile uno dei due, gonfiandosi dinanzi alle quattro mignottelle in fiore ― poiché tali già fatte, finite e rifinite, dalle minigonne al trucco per seguire con le acconciature da vamp ― replica:

«Sì. E allora? che problemi hai … che cazzo vuoi?».

Sul suono dell’interrogativo «vuoi?», parte dalla mia mano sinistra una sberla volutamente misurata. Se infatti ci avessi messo forza, la testa del ragazzotto si sarebbe staccata dal collo. E se vi fosse rimasta attaccata, avrebbe riportato qualche danno permanente. O per meglio chiarire: quando stringo delle valvole, o quando chiudo la macchinetta del caffè, capita a volte che mi venga chiesto di svitare il tutto, perché, se involontariamente non misuro la forza, capita che altri non riescano poi ad aprire le chiusure …

… dopo qualche secondo di stordimento per la sberla misurata ricevuta, l’aspirante “maschietto duro” corre prudentemente a distanza da me e comincia a urlare:

«Ti denuncio … ti denuncio!».

Con una calma tutta quanta serafica — roba da far impallidire per davvero il Beato Angelico assieme all’intero coro dei Serafini — rispondo:

«Intanto una sberla te la sei presa, adesso vai pure a denunciarmi».

In modo del tutto lecito qualcuno potrebbe domandarmi se non sono stato forse un autentico pazzo imprudente, a mollare una sberla a un minorenne su una pubblica piazza, attorno al mezzogiorno della domenica mattina, il tutto davanti ad alcune decine di testimoni. Quesito più che comprensibile al quale rispondo: nessuna imprudenza mossa da impulso azzardato: lo feci in modo studiato, ma soprattutto per il supremo bene di quel ragazzo, umiliandolo dinanzi all’amico, alle mignottelle in fiore e a una piazza intera che non si riempì di sguardi di disappunto, bensì di compiacimento. Quel tipico compiacimento delle persone che di questi tempi devono subìre con frequenza piccoli mostri e tiranni simili, privi di educazione e del minimo rispetto nei confronti di adulti, adulte, anziani e anziane. E li devono subìre perché questi mostri sono intoccabili, come dimostra la prosecuzione della storia …

… il lunedì mattina mi chiama il comandante della locale stazione dei carabinieri che, conoscendomi, cerca da sùbito di evitare un problema. Dopo un paio di convenevoli mi domanda se posso recarmi presso i loro uffici alle 15.30. Taglio corto e rispondo:

«Capitano, se per caso si tratta della sberla data ieri in piazza al ragazzo, sappia che è tutto vero, perché gliel’ho mollata sul serio. Il resto glielo racconto oggi di persona, quando verrò a farvi visita».

Ecco che cosa era accaduto e perché quell’invito: i carabinieri avevano cercato di frenare il padre del ragazzo, in procinto di compiere 17 anni il mese successivo, che si era recato presso di loro con l’intento di denunciarmi per aggressione e lesioni. In modo conciliante i carabinieri avevano tentato di convincerlo che forse, suo figlio, aveva rivolta qualche provocazione a un prete, sino a fargli perdere le staffe. E pur non sapendo che cosa fosse accaduto, lo rassicurarono che mi conoscevano da anni e che non ero il genere di persona da fare una cosa simile, se non dinanzi a qualche cosa di molto grave. Insomma: lo avevano convinto a parlare con me, che secondo loro mi sarei sicuramente spiegato, semmai chiedendo pure scusa al padre e al figlio e, chissà, forse persino allo Spirito Santo.

Quanto avvenne in quella caserma tra il padre del ragazzo e me, fu poi definita dai carabinieri come «memorabile lezione di pedagogia», ovviamente nei colloqui privati tra di loro, ma prontamente diffusi ― sempre in via privata ―, ai colleghi di tutte le vicine stazioni. Sorrido quindi al padre del ragazzo dipinto di un’aria frammista tra lo scuro e l’inferocito e lo investo con una domanda:

«Lei mi ha fatto chiamare per chiedermi scusa, vero? Sappia dunque sin d’ora che di ciò le sono davvero molto grato».

Sbalordito ribatte lui:

«Sta scherzando, oppure è fuori di testa? Lei prende a schiaffi mio figlio minorenne e mi chiede se sono venuto io a chiederle scusa?».

Avendo già raccolte il giorno prima tutte le più precise informazioni, rispondo:

«E oltre a chiedermi scusa, lei mi dovrebbe ringraziare, perché con suo figlio, indubbiamente minorenne, ma che già da tempo fa uso di alcol e di droghe leggere, che torna a casa a tarda notte, che guida lo scooter in modo spericolato e via dicendo, io ho fatto ciò che lei avrebbe dovuto fare da tempo per il suo bene, ma che purtroppo non ha mai fatto …».

Non potendo dare in escandescenze davanti ai carabinieri il padre cerca le parole, mentre io approfitto del suo silenzio per proseguire:

«… ha idea di che cosa mi avrebbero fatto i miei genitori, o cosa avrebbe fatto qualsiasi genitore degno di questo nome, venendo a sapere che suo figlio sedicenne, su una pubblica piazza, aveva insultato un uomo ultra cinquantenne che sereno e pacifico stava passando? Glielo dico sùbito che cosa mi avrebbe fatto mio padre, che mai ha usata violenza fisica su di me: in quel caso mi avrebbe cambiato i connotati. Poi, appena medicate le ferite, mi avrebbe portato dalla persona da me offesa per chiedere scusa. Il mio era però un vero genitore, mentre lei è un vero fallimento di genitore, pronto a legittimare un figlio del quale si dovrebbe vergognare, perché certi mostri non nascono per caso, sono fabbricati da uomini come lei e da donne come sua moglie».

A quel punto lo informo di che cosa mi aveva detto suo figlio dietro le spalle, insultando me e l’intero Collegio Sacerdotale della Chiesa Cattolica, concludendo infine:

«Detto questo, intende chiedermi scusa e ringraziarmi per la salutare sberla data a suo figlio?».

Anziché cogliere la gravità della cosa, capire che suo figlio aveva insultato un uomo adulto sconosciuto ed una istituzione intera, il genitore tenta di giustificarsi:

«Non è colpa di mio figlio, lo sappiamo bene che cosa fanno i preti, è scritto su tutti i giornali».

Udito ciò e compreso fino in fondo da dove proveniva quel candidato naturale alla violenza ed alla delinquenza tale s’era rivelato suo figlio, lo informo:

«Lei lo sa che a questo mondo ci sono diverse donne che fanno le puttane? Ebbene, se io incontrassi sua madre e sua moglie e le dessi delle puttane sulla pubblica piazza, pensa che poi mi potrei giustificare dicendo “… beh, si sa che cosa fanno le donne, è scritto su tutti i giornali che parlano della prostituzione”. Come se le donne in quanto tali fossero tutte e di rigore delle puttane, incluse ovviamente anche sua madre e sua moglie, o no?».

A quel punto il genitore aveva due soluzioni: o dare in escandescenze, ma come già detto non sarebbe stato opportuno e favorevole alla sua insostenibile causa dentro una caserma dinanzi a quattro carabinieri, oppure abbozzare. Sicché si limitò a dire:

«Io la dovrei denunciare, ma voglio essere buono e mi limito a dirle di non permettersi mai più».

Due anni dopo seppi che presso quella stessa caserma fu portato il figlio di questo gran genitore in stato di arresto, perché in occasione della maggiore età era passato dall’uso di alcol e hashish a quello più adulto e gagliardo della cocaina. I carabinieri lo avevano preso con le mani nel sacco mentre spacciava in un locale a pochi metri dalla porta d’ingresso della caserma, peraltro della cocaina diluita con sostanze tutt’altro che benefiche, allo scopo di ricavare dieci dosi da un quantitativo di cinque. E con ciò è presto detto: uno che detiene e spaccia droga a pochi metri dall’ingresso della caserma dei carabinieri, o è un demente totale, oppure un soggetto che si sente intoccabile, invincibile e quindi impunibile. O per dirla con un esempio decisamente grottesco: sarebbe come se uno entrasse con sicura spavalderia e assoluta certezza di impunibilità dentro una moschea diretta e frequentata da un gruppo di islamisti integralisti con un maiale al guinzaglio, convinto di farla franca e di essere soprattutto più duro e più potente di loro.

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Il Natale romano è stato insanguinato dalla morte di due ragazze di sedici anni [vedere cronaca QUI], travolte da un ventenne alla guida di un Suv. L’immagine di due ragazze sedicenni morte sul colpo è un fatto che alla gran parte delle persone toglie ogni stimolo all’esercizio del poco che resta dell’umana ragione nella nostra decadente società, per lasciare spazio all’emotivo e al sentimentale. Il tutto anche se tra pochi giorni, all’angolo della strada dove oggi sono stati deposti fiori, cartelloni e pupazzetti, appassiranno in breve i fiori, scoloriranno i cartelloni e spariranno i pupazzetti, senza che nulla cambi nella testa di certi figli e di certi genitori. Senza che alcuna coscienza emotiva e sentimentale si ponga quei quesiti d’obbligo che non sfiorano neppure la mente del nostro esercito di genitori falliti, nonché pericolosi e micidiali fabbricanti di mostri che si sentono intoccabili, invincibili, impunibili e infine immortali.

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Dalle dichiarazioni del magistrato romano Bernadette Nicotra, giudice per le indagini preliminari, riportate in virgolettato dalla stampa, apprendiamo che «Nel sangue di Pietro Genovese [N.d.A il conducente del Suv] sono state trovate tracce di cocaina e di oppiacei, ma non è possibile stabilire quanto tempo prima siano state assunte le sostanze. E subito dopo l’incidente il giovane era sconvolto, ma non sembrava stordito, tanto che gli agenti della municipale hanno annotato a verbale che aveva solo «un alito vinoso». Nonostante Camilla e Gaia [N.d.A. le due giovani morte sul colpo] abbiano avuto una condotta «incautamente spericolata» e «vietata» ― hanno infatti attraversato quella strada pericolosa con il rosso, scavalcando il guard-rail ―, come specifica il Giudice per le indagini preliminari. La responsabilità di Genovese è stata pesante e ad aggravare la sua posizione ci sono diversi precedenti amministrativi e il rischio di recidiva». Già in precedenza, infatti, al giovane investitore era stata sospesa la patente di guida.

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Pur piangendo sulle due sedicenni morte e sul giovane investitore che da questa vicenda rimarrà sicuramente segnato per tutta la vita, è lecito domandarsi: dove erano i rispettivi genitori delle ragazze e del giovane conducente del Suv? È lecito domandarsi che cosa facessero due ragazze di sedici anni a tarda notte, il sabato sera, in giro per una metropoli come Roma, nella quale è possibile trovare di tutto e di più, a tutte le ore del giorno e, soprattutto, della notte? È lecito domandarsi perché un ventenne problematico, già reso oggetto di severi procedimenti amministrativi e propenso a violare in modo sprezzante le regole, fosse dotato di un’autovettura e del necessario danaro per darsi alla bella vita spericolata? Chi, lo forniva di danaro, se non i genitori?

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Comprendo che dinanzi a due bare bianche in cui sono state chiuse due sedicenni durante le festività del Natale, dire l’ovvio e doloroso vero è molto difficile, anzi forse impossibile, ma quasi sempre la verità è proprio quella che nessuno vuol dire e tanto meno sentirsi dire: a condurre quelle due bare verso il cimitero sono stati i rispettivi genitori, gravemente responsabili di avere lasciato due sedicenni andare in giro a tarda notte di sabato per una metropoli. Responsabili sono i genitori per avere cresciute delle figlie che avvolte da quel complesso di invincibilità e di immortalità che caratterizza i nostri giovani, con rara imprudenza hanno scavalcato un guard-rail e attraversata sotto la pioggia battente una strada pericolosa, al buio e con il semaforo rosso [cf. QUI]. Responsabili sono i genitori del guidatore, che pur avendo manifestato tutte le più gravi spericolatezze, tese a mettere a rischio la propria vita e quella degli altri, è stato lasciato libero di seguitare a fare ciò che voleva e come meglio voleva nello sprezzo totale di tutte le regole del vivere civile. E non si giustifichino, i genitori, dicendo che loro figlio ha vent’anni ed è maggiorenne, perché i soldi necessari alle sue condotte di vita disordinata non provengono di certo dal suo lavoro, ma dal portafogli del padre e della madre. A meno che non si dimostri che questo maggiorenne è un manager che ad appena vent’anni guadagna lautamente, potendosi così permettere i vizi e i vezzi che meglio preferisce.

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Nessuno osa dire il vero, dinanzi alle bare di due sedicenni nei giorni di Natale, ma dietro alla tragedia di queste giovani morte c’è il totale fallimento dei rispettivi genitori che adesso, per sentirsi a posto e per trovare altrove qualche colpevole responsabile, daranno avvio ad una causa legale affidata ai migliori avvocati italiani. Tutto questo pur di non dire: abbiamo fallito come genitori, perché non avendo saputo vigilare sui nostri figli né avendo dato loro delle regole di vita, li abbiamo lasciati crescere nella ferma convinzione che tutto fosse lecito e concesso al di là del bene e del male. Detto questo aggiungo: spero non venga mai assodata come vera l’ipotesi riportata poco dopo l’incidente mortale, circa il fatto che tra i giovanissimi pare in voga il pericoloso gioco del semaforo rosso. Stando infatti a diverse testimonianze pare che tra i giovani che frequentano i locali di Ponte Milvio sia in voga il pericoloso vezzo di correre sulla strada con il semaforo rosso mentre le automobili sfrecciano ad elevata velocità [cf. QUI, QUI]. 

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Non molto tempo fa, sempre a Roma, una giovane di sedici anni è morta all’interno di uno stabile in disuso occupato nel quartiere di San Lorenzo, dove gli inquirenti hanno in seguito accertato che si fosse recata ― anch’essa a tarda notte ― per cercare sostanze stupefacenti da dei pusher africani. Questa sedicenne trovata poi cadavere con addosso segni di rapporti sessuali avuti con più persone ampiamente adulte, si chiamava Desirèe. Gli africani, inizialmente indagati per omicidio e stupro di gruppo, sono stati poi scagionati da queste accuse. La giovane è infatti morta a causa di una mescolanza di sostanze stupefacenti, non si è trattato di uno stupro, ma di un abuso sessuale su una minore di età che in piena notte, dentro quello stabile, era entrata di sua volontà per cercare droghe da consumare, non vi era stata trascinata con forza e violenza [vedere cronaca, QUI, QUI]. Anche in quel caso abbiamo assistito alla deposizione di mazzi di fiori, di cartelloni e di pupazzetti dinanzi al cancello dello stabile all’interno del quale la poverina fu trovata cadavere. Anche in questo caso la domanda è però a dir poco scomoda, ed in pochi se la sono posta in quel mondo dell’emotivo e del sentimentale che dimentica presto le tragedie per poi vivere altre nuove tragedie: che cosa ci faceva una sedicenne di Cisterna Latina, località distante 70 chilometri da Roma, in giro a tarda notte per i quartieri della Capitale, dopo avere detto con una telefonata alla nonna, come se ciò fosse stata la cosa più ovvia di questo mondo: «Torno a casa domani, stasera rimango da un’amica»?

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La povera Desirèe morta in uno squallido stabile fatiscente a San Lorenzo, veniva da una famiglia disastrata ed era figlia di due genitori problematici. Le due giovani morte in questi giorni a Roma, non provenivano affatto da contesti disastrati, ma da due famiglie dei cosiddetti “piani alti” della buona società. N’è prova che dietro queste famiglie è uscito immediatamente fuori il nome di Giulia Bongiorno [cf. QUI], una donna annoverata nella rosa dei più grandi avvocati penalisti d’Italia, dotata a tal punto di un talento davvero grande e raro da essere stata, giovanissima che era all’epoca, difensore di Giulio Andreotti in uno dei processi penali tra i più complessi dell’intera storia della Repubblica Italiana.

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Nutro profonda stima per Giulia Bongiorno, dubito però che persino una penalista di grande talento come lei possa rassicurare i genitori delle due giovani che i responsabili sono altri, tanto difficile è per certuni, dinanzi alla vita e alla morte, assumersi le proprie responsabilità e dire a sé stessi: abbiamo fallito. Un terribile fallimento pagato infine con la sepoltura delle nostre figlie.

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Conosco la zona di Ponte Milvio, perché ventenne abitai per un periodo di tempo sui Colli della Farnesina. All’epoca quel quartiere residenziale era tutt’altra cosa. Oggi è divenuto un luogo de la movida per giovani fricchettoni che sembrano usciti dal salotto della miseranda quanto pericolosa Maria De Filippi, che sui disastri psicologici e comportamentali che affliggono oggi giovani e giovanissimi, ha le sue non lievi responsabilità, grazie ai suoi programmi televisivi improntati sulla diseducazione e l’edonismo. Detto questo concludo narrando che pochi mesi fa, in quel mio vecchio quartiere di un tempo, salvai un anziano dall’aggressione fisica di un ventenne affetto da delirio di onnipotenza, uno tra i tanti, tra i numerosi …

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… mi stavo recando per una visita presso la Clinica Villa del Rosario, che si trova in Via Flaminia Vecchia, a poche centinaia di metri da Ponte Milvio, in una zona che oggi brulica di localini molto trendy frequentati da giovani e giovanissimi. Avanti a me, l’anziano che procedeva alla guida di una utilitaria, rimane bloccato all’altezza di uno storico stabile noto ai romani come Il Castellaccio, perché sulla destra e sulla sinistra erano parcheggiate delle “giovanili” Smart che impedivano il transito. Io che procedevo dietro, rimango bloccato a mia volta. A un certo punto l’anziano si mette a suonare il clacson, finché da uno di questi locali esce un ventenne, che seguita per un po’ a parlare con gli amici. Poi, con tutta calma, in modo davvero sfottente e provocatorio, va davanti alla propria Smart. Si potrebbe pensare che sia salito e corso via, giammai! Tira fuori il telefono e si mette a mandare un messaggio. A quel punto l’anziano tira fuori la testa e gli urla dandogli del maleducato. Per tutta risposta il giovane, inferocito come una belva, si precipita verso di lui e strillandogli «testa di cazzo!» agita i pugni e gli intima «vieni fuori … vieni fuori vecchio di merda!». A quel punto salto fuori io dalla mia macchina e mi prendo una caterva d’insulti per essere accorso a difesa dell’anziano, che rischiava seriamente di finire preso a cazzotti. Certo, se avessi seguito il mio più basso istinto avrei cavato fuori il crick dal bagagliaio e gli avrei frantumate le ginocchia, spedendolo per un paio di mesi presso il reparto di traumatologia ortopedica a riflettere sul non-senso della sua vita, a convertirsi ed a pentirsi dei suoi peccati. Ma come risaputo io sono per la pace e per l’amore, in questa società che non può punire perché deve recuperare ciò che è strutturalmente irrecuperabile, non può rimproverare perché deve dialogare. Una società abituata ormai a dire povero assassino anziché povero assassinato, povero aggressore anziché povero aggredito, povero ladro anziché povero derubato …

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… o vi siete forse dimenticati il prode Marco Pannella che assieme alla «grande italiana» Emma Bonino, negli anni Ottanta intasavano di querele i tribunali contro i responsabili delle comunità di recupero per tossicodipendenti, accusandoli di maltrattamenti e di sequestro di persona? E al tempo stesso volevano la droga libera, come poco prima avevano ottenuto la legalizzazione dell’aborto definendolo «grande conquista sociale», per seguire con il “matrimonio” tra coppie dello stesso sesso. Oggi Marco Pannella è morto, resta però sempre in vita la «grande italiana» che, prima di tirare anch’essa le cuoia, vuol vedere un’altra «grande conquista sociale»: l’eutanasia legalizzata. Quantunque lei, sebbene ultra settantenne e malata di cancro, si è guardata bene dall’andare in Svizzera a farsi sopprimere, avendo forse in programma tanti altri danni ancóra da recare a questo nostro povero Paese, prima della sua felice dipartita verso … beh, che Dio Padre di misericordia abbia davvero pietà della sua povera anima e che come il buon ladrone, questa mammana, possa rubarci a tutti il Paradiso con un suo atto di puro e sincero pentimento espresso nei suoi ultimi due minuti di vita!

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Questo giovane fricchettone da happy-hour pontemilviano lanciatosi con ferocia verso un anziano e poi insultando in modo indicibile un prete corso in suo soccorso per sventare l’aggressione del poveretto, è il paradigma reale del prodotto di genitori che non sanno dire mai di “no”, che denunciano l’insegnante per avere osato rivolgere un rimprovero a loro figlio, se non si recano direttamente a scuola per picchiarlo! O che dinanzi a una bocciatura scolastica del tutto meritata, subissano il Tribunale Amministrativo Regionale di ricorsi. E quando i loro figli sono fermati dalle Forze dell’Ordine perché trovati alla guida ubriachi e drogati, se la prendono con le stesse intimando: «Prendetevela con i delinquenti, non con i nostri figli!». E giù querele a non finire contro poliziotti e carabinieri, accusati di rigore dai genitori di avere maltrattato i loro figli durante il fermo di polizia, pure se usciti dalle caserme e dalle questure senza neppure un graffio addosso, tanto terrore hanno gli addetti delle Forze dell’Ordine ad alzare loro soltanto un po’ la voce. E ogni tanto, qualcuno di questi giovani immortali, se tutto va bene muore, perché spesso ammazzano invece gli altri senza che loro si facciano un graffio. E quando qualcuno di questi impuniti, invincibili e immortali muore, si piange un paio di giorni, si lanciano palloncini colorati sulle bare, come se la morte fosse un circo, si depongono fiori, cartelli e pupazzetti nel luogo dell’incidente. Poi semmai si assume anche come difensore la celebre e talentata penalista Giulia Bongiorno, perché il genitore disastroso che non educa, non cura, non custodisce e non dà solide regole di vita ai figli, indispensabili a tutelare anzitutto i figli stessi, deve avere sempre ragione, lui non fallisce e non può fallire. Il mondo intero è in errore, lui e suo figlio no, mai!

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dall’Isola di Patmos, 28 dicembre 2019

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Cari Lettori,

nel mese di dicembre è entrato in distribuzione il mio nuovo libro Nada te turbe, un’opera di spiritualità sul martirio scritta in forma di romanzo storico e ambientata in un’epoca di feroce persecuzione della Chiesa. Ritengo che potrebbe edificare e aiutare molte persone, soprattutto in questo momento. Per questo vi invito ad acquistarlo presso il nostro negozio [vedere QUI] ma soprattutto a leggerlo.

 

 

 

 

 

 

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NOVITÀ – Dalla ghigliottina alla libertà attraverso la verità che ci renderà liberi: «Nada te turbe», il gioiello letterario di Ariel S. Levi di Gualdo

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

NOVITÀ ― DALLA GHIGLIOTTINA ALLA LIBERTÀ ATTRAVERSO LA VERITÀ CHE CI RENDERÀ LIBERI: «NADA TE TURBE», IL GIOIELLO LETTERARIO DI ARIEL S. LEVI DI GUALDO

Questo romanzo storico è “il gioiello di Padre Ariel”. Opera ambientata nel tardo Settecento di cui sono protagoniste le Monache Carmelitane del Monastero di Compiègne ghigliottinate a Parigi nel 1794. Non solo consigliamo questo libro, ma suggeriamo di tenerlo presente come regalo, in un periodo nel quale la inutile paccottiglia pare farla da padrona, sotto gli alberi e fuori dagli alberi …

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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la copertina del romanzo storico di Ariel S. Levi di Gualdo: il martirio delle monache carmelitane

È anche un romanziere Padre Ariel, pur se conosciuto perlopiù come teologo e saggista. Quest’opera fu scritta dopo aver maturato negli anni di formazione al sacerdozio che l’elemento del martirio, non necessariamente di sangue, è parte viva del ministero sacerdotale e della vita religiosa, ma anche della vita cristiana di tutti i battezzati.

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Diversamente da quello di sangue, che può consumarsi in pochi minuti o secondi, quello “bianco“ è un martirio al quale si può finire sottoposti per una vita intera, come testimoniano le vite di molti Santi.

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Questo romanzo storico è “il gioiello di Padre Ariel” perché legato al mistero della fede e della vocazione. Opera ambientata nel tardo Settecento di cui sono protagoniste le Monache Carmelitane del Monastero di Compiègne ghigliottinate a Parigi nel 1794.

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Ricchi di rara profondità i dialoghi tra le protagoniste. Non meno originali e densi di fascino le immagini ed i quadri ideati dalla creatività dall’autore, che attorno a questa storia reale gioca con una fantasia dove nulla è scontato, ma tutto riserva inaspettate sorprese.

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Museo delle cere di Parigi: il prezzo pagato per quella libertà, uguaglianza e fraternità, di cui però pochi parlano …

Il primo quadro si apre con un incontro di massoni in un luogo segreto, dove ha sede la loro Loggia. Da subito si percepisce la profonda conoscenza del narratore circa usi e frasari di questa società segreta. Curatissimo il linguaggio narrativo che, senza mai scivolare nel lezioso, offre una realistica raffigurazione di stili e costumi del Settecento francese.

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In questo contesto si colloca la storia romanzata ma reale delle Dame del Carmelo di Compiègne, che terminano le loro esistenze a Parigi sotto la lama della ghigliottina, in una Francia sconvolta dal terrore. Sedici donne giunte alla conquista di una libertà interiore che esalta l’emancipazione femminile e i valori di una sana laicità dei popoli; perché libertà, uguaglianza e fraternità sono pilastri del Cristianesimo, amalgamati assieme dal senso di solidarietà e dallo spirito di carità. Dalla debolezza nasce la forza e dall’incertezza la fede: bisogna apprezzare chi ha molti dubbi e diffidare di chi n’è privo. La fede è una logica che si regge sull’assurdo dove la debolezza sta nella sicurezza d’esser possente e il vero vigore nelle fragilità delle insicurezze dove Dio si cela in attesa dell’uomo da rendere forte.

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il principale strumento della uguaglianza e della giustizia: la ghigliottina

Una meditazione sul senso eucaristico del martirio inserita nel ciclo dell’anno liturgico, ed attraverso un gioco di luci che si riverberano da un’anima che coglie nel passato coi piedi nel presente, provoca riflessioni col sottile gioco dei paradossi, attraverso dialoghi che sfidano in modo seducente il torpore dell’uomo moderno, toccando la sensibilità dei lettori più raffinati e quella del grande pubblico, inducendo i non credenti a porsi quesiti più profondi ancóra.

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Alle porte del Natale consigliamo questo libro e suggeriamo di tenerlo presente come regalo, in un periodo nel quale la inutile paccottiglia pare farla da padrona, sotto gli alberi e fuori dagli alberi …

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Un libro che si legge e rilegge volentieri più volte, perché è un romanzo reso eccezionale dai grandi misteri che gli danno vita e che lo sorreggono dalla prima all’ultima pagina, andando a colpire in modo elegante la stupidità distruttiva delle ideologie, esaltando e sfidando al tempo stesso l’intelligenza umana, che assieme alla vera libertà è l’unico possibile antidoto verso le cieche ideologie di ieri e di oggi.

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Dall’Isola di Patmos, 15 dicembre 2019

III Domenica d’Avvento, Gaudete

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Potete acquistare il libro direttamente al nostro negozio e riceverlo a casa vostra entro 72 ore senza alcuna spesa postale [vedere QUI] oppure richiederlo direttamente alle Edizioni L’Isola di Patmos: isoladipatmos@gmail.com  e riceverlo in 5 giorni lavorativi senza alcuna spesa postale

 

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Prossime opere in pubblicazione nel mese di dicembre/gennaio:

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ATTI E MISFATTI DEGLI APOSTATI, di Ester Maria Ledda

 

 

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
ma portare, diffondere e difendere la verità non solo ha dei
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L’intervista – «Il Vaticano è un circo che condanna a morte la verità e la giustizia». L’Intervista – «Padre Ariel tuona: “Tenere i preti lontano dai soldi”»

L’INTERVISTA ― «IL VATICANO È UN CIRCO CHE CONDANNA A MORTE LA VERITÀ E LA GIUSTIZIA»

L’INTERVISTA ― «VATICANO: PADRE ARIEL TUONA “TENERE I PRETI LONTANO DAI SOLDI”»

Il quotidiano nazionale “La Verità” diretto da Maurizio Belpietro, attraverso un’intervista realizzata da Stefano Filippi, sotto il titolo di redazione «il Vaticano è un circo che condanna a morte la verità e la giustizia», ha dedicato una pagina al nostro Padre Ariel S. Levi di Gualdo che ha risposto a domande attinenti a diversi problemi emergenti: la crisi della Chiesa, il volto tedesco del sinodo panamazzonico, il problema della immigrazione, i cattolici italiani e la politica odierna

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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LA VERITÀ edizione del  9.12.2019 – PDF testo dell’intervista

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il giornalista Stefano De Filippi

Ringraziamo il Direttore e la Redazione del quotidiano nazionale La Verità che hanno avuto la cortesia di mettere a disposizione dei nostri Lettori la pagina del loro quotidiano nel quale lunedì 9 dicembre è uscita un’intervista al Padre Ariel realizzata dal giornalista Stefano De Filippi.

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Il colloquio tra Stefano De Filippi e Padre Ariel ha toccato argomenti di delicata attualità, dalla crisi della Chiesa al Sinodo panamazzonico, dal problema dell’immigrazione incontrollata al rapporto tra i cattolici italiani e la politica del loro Paese. Aprendo il formato pdf potrete leggere il testo [vedere QUI].

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Dall’Isola di Patmos, 10 dicembre 2019

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il giovane giornalista Francesco Boezi

Il giovane giornalista Francesco Boezi, vaticanista de Il Giornale, ha realizzato una successiva intervista su altre tematiche, apparsa su Il Giornale.it.

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Dopo varie domande legate ai temi dei nuovi assetti della curia romana, dell’immigrazione e dell’assenza dei cattolici dalla scena politica del Paese, Padre Ariel conclude spiegando come mai, ma soprattutto da quale elemento reattivo dipendono le innegabili campagne di odio verso i cattolici ed il mondo cattolico di oggi.

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L’intervista è consultabile online  QUI

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Dall’Isola di Patmos, 13 dicembre 2019

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Visitate il negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos [vedere QUI e QUI] 

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Prossime opere in pubblicazione nel mese di dicembre/gennaio:

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NADA TE TURBE,  di Ariel S. Levi di Gualdo

ATTI E MISFATTI DEGLI APOSTATI, di Ester Maria Ledda

 

 

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«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» [Gv 8,32],
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NOVITA – Giovanni Cavalcoli: «Gesù Cristo fondamento del mondo: inizio, centro e fine ultimo del nostro umanesimo integrale»

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

NOVITÀ – GIOVANNI CAVALCOLI: «GESÙ CRISTO FONDAMENTO DEL MONDO: INIZIO, CENTRO E FINE ULTIMO DEL NOSTRO UMANESIMO INTEGRALE»

Il concetto di Cristo fondamento del mondo, racchiude le altezze più sublimi del Santo Padre e Dottore della Chiesa Agostino vescovo d’Ippona: il Christus totus. Come ripeterà infatti il Sommo Pontefice Benedetto XVI nel corso del suo ministero apostolico: Cristo non è una parte dell’esperienza umana, ma la nostra totalità. Egli è l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro umanesimo integrale. E fu proprio su queste premesse teologiche che l’allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Cardinale Joseph Ratzinger, pubblicando su disposizione del Santo Pontefice Giovanni Paolo II la esortazione Dominus Jesus, ribadì questa totalità, in aperta contrapposizione a un male inteso ecumenismo e a un male inteso dialogo inter-religioso, ma soprattutto in contrapposizione al relativismo.

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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la nuova opera del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli. Potete acquistare il libro direttamente al nostro negozio e riceverlo a casa vostra entro 72 ore senza alcuna spesa di spedizione [vedere QUI e QUI

È appena uscito il libro del teologo domenicano Giovanni Cavalcoli, che tratta la cristologia da un’angolatura sin oggi non molto approfondita: la metafisica di Gesù Cristo [copertina intera, vedere: QUI].

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Con stile chiaro, simile a quello del Pontefice Benedetto XVI, l’Autore rende accessibili al gran pubblico temi che sarebbero proponibili solo agli studiosi, se trattati in modo accademico.

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Il concetto Cristo fondamento del mondo, racchiude la sublime cristologia di Sant’Agostino: il Christus totus. Come infatti ripeté il Sommo Pontefice Benedetto XVI: Cristo non è una parte della umana esperienza, è la nostra totalità. È l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro intero umanesimo. Su queste premesse l’allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Cardinale Joseph Ratzinger, pubblicò per volontà di San Giovanni Paolo II l’esortazione Dominus Jesus, che ribadisce questa totalità di fronte a un mal inteso ecumenismo e un mal inteso dialogo inter-religioso, ma soprattutto in contrapposizione al relativismo.

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Giovanni Cavalcoli e Ariel S. Levi di Gualdo durante le riprese di alcune video lezioni tenute dal teologo domenicano [vedere la pagina “i nostri video” ne L’Isola di Patmos] 

«Come si fa ad accogliere Cristo, se non c’è nell’anima l’amore della sapienza, dato che Cristo è la Sapienza Eterna del Padre?». È un interrogativo posto in una sua omelia inedita del 5 gennaio 1986 dal Servo di Dio Padre Tomas Tyn [1950-1990]. Questo libro intende essere una guida agevole e chiara per quanti si interrogano sul significato del Vangelo di Gesù Cristo per l’uomo, per la fede che non può sussistere senza la ragione e per la ragione che necessità della fede, per la natura, per il mondo e per il cosmo. È stato scritto per coloro che già credono nel Verbo di Dio fatto Uomo e che cercano la via migliore e più elevata per incontrarlo, per coloro che sono colpiti dalla sapienza umana del Cristo e desiderano approfondirla, per gli amanti della contemplazione ai quali «solo Dio basta», come diceva Santa Teresa d’Avila. È stato scritto per coloro che credono che Cristo è l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro intero umanesimo.

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Dall’Isola di Patmos, 30 novembre 2019

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Potete acquistare il libro direttamente al nostro negozio e riceverlo a casa vostra entro 72 ore senza alcuna spesa postale [vedere QUI e QUI] 

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Prossime opere in pubblicazione nel mese di dicembre:

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ATTI E MISFATTI DEGLI APOSTATI, di Ester Maria Ledda

NADA TE TURBE, di Ariel S. Levi di Gualdo

 

 

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I Padri de L’Isola di Patmos hanno urgente bisogno di vedove belle e generose. Ma c’è di più: siamo pressoché sicuri che ci offriranno anche il loro prezioso sostegno

I PADRI DE L’ISOLA DI PATMOS HANNO URGENTE BISOGNO DI VEDOVE BELLE E GENEROSE. MA C’È DI PIÙ: SIAMO PRESSOCHÉ SICURI CHE CI OFFRIRANNO ANCHE IL LORO PREZIOSO SOSTEGNO

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[…] vorrei ricordare l’ovvio senza veli e falsi pudori, perché questo è il mio stile. Così Dio mi ha fabbricato, così Cristo mi ha voluto a suo servizio nel sacro ministero sacerdotale. Ecco allora l’ovvio: come avrete notato non abbiamo sponsor né beneficiamo di contributi da parte di Fondazioni cattoliche e di Ordini Cavallescheschi sollecitati a riversare su di noi regalìe in cospicue somme di danaro dalla solerte Segreteria di Stato del Vaticano, che sovente usa a tal fine le pingui casse delli Boni Cavalieri indirizzando la loro generosità su riviste e siti genuflessi al potere, che non sempre – per non dire quasi mai – è però il potere della fede che converte e salva le anime. No, non il potere della verità, spesso purtroppo è il potere di quella menzogna che la fa da padrona di questi tempi tristi  […]

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Cari Lettori,

La vedova di Winchester

a inizi dicembre chiediamo ogni anno il vostro aiuto per pagare le spese di gestione del sito di questa rivista, che ammontano a 6.800 euro.

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Ringrazio i Lettori che nel corso dell’anno hanno inviato offerte e che ci consentono di proseguire nella nostra opera apostolica, tra loro anche vari sacerdoti.

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Fatti i ringraziamenti ricordo adesso l’ovvio, senza veli e falsi pudori, perché questo è il mio stile. Così Dio mi ha fabbricato, così Cristo mi ha voluto a suo servizio nel sacro ministero sacerdotale. Ecco allora l’ovvio: come avrete notato non abbiamo sponsor né beneficiamo di contributi da parte di Fondazioni cattoliche e di Ordini Cavallescheschi sollecitati a riversare su di noi regalìe in cospicue somme di danaro dalla solerte Segreteria di Stato del Vaticano, che sovente usa a tal fine le pingui casse delli Boni Cavalieri indirizzando la loro generosità su riviste e siti genuflessi al potere, che non sempre – per non dire quasi mai – è però il potere della fede che converte e salva le anime. No, non il potere della verità, spesso purtroppo è il potere di quella menzogna che la fa da padrona di questi tempi tristi.

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Voi comprendete come mai certe agenzie stampa e grandi siti cattolici scrivono ciò che devono scrivere e vedono solo ciò che devono vedere? E se qualcuno osa scrivere ciò che non si deve scrivere perché legato a fatti e situazioni che non si devono vedere ― semmai osando persino reclamare che i responsabili di certi gravi errori siano neutralizzati e puniti per evitare il perpetrarsi dei loro danni recati alla Chiesa di Cristo ―, loro si affrettano pure a scrivere che non è vero, inserendo seduta stante sulla lista dei “cattivi” chi ha osato commentare il fatto in toni di fuoco. Come infatti sapete siamo arrivati anche a questo: le “liste di proscrizione” con tanto di pubblica lavagna che indica “buoni” e “cattivi”, “amatori” e “odiatori” …

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Forse è bene chiarire che coloro che si sono prodigati a stilare certe liste, avevano una libertà interiore pari all’importo annuo di 250.000 euro di sovvenzione proveniente perlopiù dalle pingui casse di certi Cavalieri, il tutto su dolce invito evangelico a essi rivolto dalla Segreteria di Stato del Vaticano, che alla prova provata dei fatti non sempre ama la verità e chi la serve, ma chi la verità la manipola, se non peggio: chi proprio la falsifica e la nasconde …

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… della serie: libertà e verità hanno per taluni un prezzo. È stato quell’imbecille di San Giovanni Battista che non volle capire come la libertà e la verità funzionano a questo mondo. Se lo avesse capito avrebbe avuto un ricco conto presso la Cassa di Risparmio di Gerusalemme e sarebbe morto vecchio su una spiaggia dei Caraibi sorseggiando un Cuba Libre, disteso su una sdraia in riva al mare. Invece non ha capito niente, quell’emerito imbecille, ed ha perduta così la testa.

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Cosa mai sarebbe costato al Battista vestire i panni del Vescovo di Belluno e domandare scusa a Erode per avere pensato che il suo legame con Erodiade, peggio quello morboso verso Salomé, poteva essere male? [vedere precedente articolo, QUI]. Oppure come il Vescovo di Vittorio Veneto, che a Erode, Erodiade e Salomè ha spalancato le porte di accesso alla Santissima Eucaristia [cf. articoli QUI, QUI, QUI, QUI]. In fondo, costoro, non ne hanno forse “sacrosanto” diritto? Perché proprio a questo, certi vescovi, stanno riducendo la Santissima Eucaristia ed i Sacramenti di grazia: a un diritto al quale si accede tra una porcata di Erode, una furbata di Erodiade, ed una danza sensuale di Salomè, mentre tutto tace tra pavidità, omissioni colpose e soprattutto opportunismi clericali.

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Non crediate che dal lor canto certi cosiddetti “conservatori” o “tradizionalisti” che strepitano agguerriti in apparenza su siffatte cose aberranti, siano diversi e migliori, o che siano connotati da un esercito di anime pure, perché quando qualche laico o ecclesiastico, anche indirettamente legato alle loro fonti di danaro, ha commesso qualche cosiddetta porcata in grande stile, loro hanno totalmente taciuto, perché dinanzi ai soldi tutte le grandi difese della tradizione e della sana dottrina cattolica finiscono “letteralmente a puttane”, se mi passate questo termine molto elegante e tipicamente ecclesiastico.

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In modo del tutto contrario a queste notorie meretrici di ieri e di oggi, noi che per fede e divina vocazione ricevuta amiamo Cristo Dio, la sua Santa Chiesa e la verità, in questo contesto socio-ecclesiale non avremmo avuto neppure i mezzi materiali indispensabili per lavorare, se non fosse stato per la libera generosità dei nostri Lettori, che di nuovo ringraziamo, ed ai quali torniamo a chiedere generoso aiuto.

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Il nostro giovanneo motto è Veritas vos liberat [La verità vi farà liberi]. Ma la verità ha sempre un prezzo, ed è un prezzo sempre molto elevato. E questo, se permettete, a dirlo è un soggetto che, se certi talenti ricevuti da Dio li avesse usati in modo mefistofelico, a servizio della menzogna più ambiziosa e del supremo spirito pavido e clerical-ruffiano, forse oggi sarebbe membro del Collegio Cardinalizio, unito in “perfetta comunione” col mondo ecclesiastico decadente di coloro che vedono ma non guardano, che dicono ma non dicono, che sapevano ma coprivano e che dinanzi allo scoppio di certi scandali non trovano di meglio da fare che mentire, affermando che non erano mai stati informati, o che non sapeva niente, mentre in verità hanno prima massacrato e poi minacciato i pochi coraggiosi che sono andati a segnalargli persone e situazioni ad alto rischio. E via a seguire con quelli che stanno alla finestra in attesa di tempi migliori e del carro di un nuovo condottiero sopra al quale saltare come se nulla fosse mai stato prima … E chi a tal proposito vuole approfondire questo discorso, non deve far altro che leggersi il mio libro E Satana si fece trino [cf. QUI].

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Questi sono i motivi per i quali non possiamo permetterci di correre il rischio di ritrovarci limitati nella nostra libertà in cambio di regalìe e sovvenzioni. Perché sia chiaro: tutti, ma proprio tutti, “progressisti” e “tradizionalisti”, sono prigionieri di un padrone, ed hanno un prezzo. Quelli che in apparenza non hanno padrone, spesso sono assoggettati al padrone peggiore: la cecità di sé stessi che produce mancanza di lucidità e di oggettivo senso analitico e critico. Spesso, questi ultimi, sono coloro che al sempre più smarrito Popolo di Dio recano anche i danni peggiori.

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E pensare che noi, i padroni, non li dovremmo neppure cercare! Proprio così, perché sono stati loro stessi a offrirsi, sapendo che L’Isola di Patmos è una rivista che marcia sulla media di oltre dieci milioni di visite all’anno, sulla quale scrivono dei sacerdoti e dei teologi resi credibili dal fatto che non sono sul libro-paga di nessuno. Ergo noi siamo creduti, quando con cognizione di causa analizziamo e scriviamo.

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Possiamo far dunque unico affidamento sull’obolo della povera vedova di cui narra il Santo Vangelo [cf.  Mc 12. 41-44], colei che con fede e amore dona gratuitamente quello che ha. Di questo noi abbiamo bisogno: del libero e disinteressato obolo di tante buone, belle e sante vedove.

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Per questo vi chiediamo di volerci sostenere con le vostre offerte che ci consentiranno di pagare le spese vive annuali del sito sul quale è appoggiata questa rivista. A vostro piacimento e comodità potete usare il codice Iban del conto intestato a Edizioni L’Isola di Patmos, il codice swift per bonifici internazionali, oppure il comodo e sicuro sistema PayPal, anch’esso intestato a Edizioni L’Isola di Patmos. Chi può farlo disponga, sull’uno o sull’altro conto, un versamento mensile per un intero anno, anche di pochi euro, ma per noi preziosi, perché se solo 100 persone ci mandassero ogni mese anche cinque o dieci euro, per noi sarebbe un notevole sollievo, vale a dire un grande aiuto per la nostra missione apostolica.

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Merita spendere infine due parole sulla figura del cattolico avaro, spiegando anzitutto chi è, ma soprattutto come ragiona. Il cattolico avaro è colui che prende sempre volentieri a piene mani il frutto del sacrificio e del lavoro pastorale altrui, che ti cerca senza esitazione alcuna per chiedere consigli, pareri e risposte. Dichiarandosi poi sereno e sollevato dai dubbi e dalle sofferenze che lo affliggevano. Però mai ti metterà un euro nella cassetta delle elemosine. E siccome il cattolico avaro ha bisogno di giustificazioni per poter vivere sereno con la sua avarizia, una delle sue principali è la seguente: «… ma come facciamo: tutti chiedono soldi!». In questo il cattolico avaro ha pienamente ragione, perché è vero: tutti chiedono soldi. Però non valuta ciò che a monte della richiesta è offerto: c’è chi in cambio di soldi offre droghe e acidi allucinogeni, chi come noi offre salutari medicine per l’anima, soprattutto per le anime affrante e smarrite. Se però noi non siamo forniti di mezzi necessari, possiamo anche chiudere tranquillamente il laboratorio farmaceutico, perché le medicine non le potremo né fabbricare né offrire gratuitamente a chiunque ne abbia di bisogno, come invece facciamo dall’ottobre del 2014.

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Dietro L’Isola di Patmos lavorano diverse persone, tutte a titolo puramente gratuito, non solo noi Padri e il caro Jorge Facio Lince responsabile delle Edizioni. Porgo quindi riconoscenti ringraziamenti alla nostra cara webmaster, la Signora Manuela Luzzardi, al caro Fiore Cappone, nostro Web hosting, che da cinque anni ci offre a un prezzo di assoluto favore un servizio di altissimo livello, specie considerando il nostro sistema, le grandi memorie di archivio, i programmi grafici ed editoriali che usiamo e via dicendo, i costi dei quali sarebbero di per sé ampiamente superiori a quelli da noi pagati.

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Per quanto riguarda le Edizioni L’Isola di Patmos, chi di voi ha acquistato i nostri libri avrà notato quanto sono curati nei caratteri di scrittura, nella grafica, nelle copertine. Di questo dobbiamo rendere grazie alla cara Ester Maria Ledda, nostra impaginatrice, alla Signora Dorotea, che cura le copertine, ma soprattutto al lavoro meticoloso del caro Ettore Ripamonti, il nostro prezioso correttore di bozze, capace a trovare non solo piccoli refusi, ma persino uno spazio bianco in più tra parola e parola. La cara Licia Oddo, che si occupa della promozione delle nostre opere. Certo, dalla vendita dei libri che è appena iniziata il 7 luglio 2019, non possiamo al momento sostenere la nostra opera, per avviare la quale ci è stato offerto un prestito d’onore di 10.000 euro che nel tempo dovremo restituire. Per caso c’è qualcuno che intende aiutarci anche in piccola parte, a pagare questo debito? Non lo abbiamo contratto per noi stessi, ma per servire al meglio il Popolo di Dio. Pur malgrado siamo però felici, perché temevamo un potenziale e doloroso fallimento, invece i libri stanno vendendo e tutto lascia presagire che la nostra sarà un’Editrice cattolica di cosiddetta nicchia che riuscirà a diffondere con le sue pubblicazioni la sana dottrina e gli insegnamenti del magistero perenne della Chiesa.

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Confidiamo nella vostra sensibilità e generosità, ben sapendo che noi lavoriamo per ciascuno di voi in un momento di grave crisi ecclesiale ed ecclesiastica, impegnando tutte le nostre forze senza risparmio alcuno per noi stessi. In cambio non chiediamo niente per noi, il nostro lavoro è da sempre gratuito, vi domandiamo solo un’offerta a sostegno della nostra opera, ossia per il pagamento delle spese vive.

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Non dimenticate che anche Cristo coi suoi Apostoli avevano bisogno d’esser sostenuti nella loro missione, ed avevano chi li sosteneva, anche se molti devoti, su queste pagine del Santo Vangelo, chissà perché preferiscono sorvolare. Come se a Cristo Dio e agli Apostoli si potesse sempre e solo chiedere, mai dare …

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Possa Dio rendere merito a tutti coloro che ci sosterranno.

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dall’Isola di Patmos, 29 novembre 2019

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QUI DI SEGUITO SONO RIPORTATI TUTTI I NOSTRI ESTREMI

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Dal celebre gigolò Francesco Mangiacapra a Cristo che passando per la strada chiama tra la folla Zaccheo che per vederlo s’era arrampicato su un albero di sicomoro: «Oggi devo fermarmi a casa tua»

– attualità ecclesiale –

DAL CELEBRE GIGOLÒ FRANCESCO MANGIACAPRA A CRISTO CHE PASSANDO PER LA STRADA CHIAMA TRA LA FOLLA ZACCHEO CHE PER VEDERLO S’ERA ARRAMPICATO SU UN ALBERO DI SICOMORO: «OGGI DEVO FERMARMI A CASA TUA» 

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È anzitutto fondamentale operare una distinzione che è peculiare nell’agire di Cristo verso gli uomini: dobbiamo saper separare il peccato dalla persona che lo compie: il peccato si condanna sempre e condannandolo si rigetta, mentre il peccatore non si rigetta, tutt’altro: si accoglie e si perdona. Separare infatti il male oggettivo del peccato dal bene intrinseco che la persona creata a immagine Dio continua a possedere, è un elemento sul quale nessun cristiano e soprattutto nessuno sacerdote può sorvolare.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

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libro intervista di Francesco Mangiacapra

Il 7 novembre l’emittente Rete 4 di Mediaset ha trasmesso una nuova puntata del programma di Paolo Del Debbio, Dritto&Rovescio, all’interno del quale si è affrontato il secondo round del pruriginoso tema riguardante le performance sessuali degli uomini di Chiesa. Un dubbio mi sorge a riguardo: perché devo fare le ore piccole per assistere a determinate tematiche ― più adatte a un pubblico adulto ―, se poi all’indomani posso visionare sul sito Mediaset la puntata intera accessibile anche ai telespettatori più giovani e indifesi?

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Protrarre la trattazione di certi argomenti all’interno di una fascia oraria protetta, così da salvaguardare i semplici dagli scandali, ha perso ogni ragion d’essere. Non sarà forse perché ― dulcis in fundo i telespettatori sono sedotti con argomenti intriganti tali da prolungare la visione del programma fino alla fine del programma e tener così alto l’audience? Strategie televisive mi direte, certamente, ma che a mio modesto parere non sono in grado di appagare fino in fondo l’autentico senso di curiosità dell’uomo anche di fronte a fatti indiscutibilmente scabrosi come questi. La curiosità è un attributo fondamentale dell’intelligenza umana e non si appaga di certo attraverso il gossip nudo e crudo.

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Se tale lettura corrispondesse al vero, si potrebbe utilizzare un’altra locuzione latina più adatta al caso, cioè in cauda venenum [il veleno sta nella coda], per significare come spesso siamo condotti nostro malgrado dentro dinamiche che ci lasciano il più delle volte con l’amaro in bocca, con tanto di stoccata mortale finale. Insomma, certi argomenti, così come sono presentati oggi, non ci fanno solo del male ma non ci servono, allora perché insistiamo nel vederli?

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Dobbiamo riconoscere che argomenti simili ghermiscono i sensi di un buon collettivo di telespettatori che, per citare una massima sapienziale biblica, mai si saziano di vedere attraverso i loro occhi, né mai si saziano di udire attraverso i loro orecchi [cf. Qoe 1,8] storie di questo tipo. In queste persone vige una sorta di dipendenza psicologica da una certa narrazione hot proibita che un tempo, tra le pagine discrete dei romanzi rosa, non si azzardava mai a superare la soglia della camera da letto. Oggi non solo ha superato la camera da letto, ma è scesa in piazza … una piazza mediatica.

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Francesco Mangiacapra alla puntata di Dritto e Rovescio del 7 novembre 2019 [per aprire il frammento del filmato cliccare sull’immagine. La puntata intera è QUI a partire da 02:06:36]

A tarda ora i telespettatori sono stati condotti da Paolo Del Debbio, come un novello Guy de Maupassant, nelle stanze del piacere di una rivisitata Maison Tellier televisiva condita in salsa ecclesiastica. Protagonisti del dibattito in studio Gianluigi Nuzzi, Luigi Amicone, Giuseppe Cruciani, Giuliano Costalunga e il nostro caro Padre Ariel S. Levi di Gualdo, che hanno saputo dibattere i temi in modo molto meno accalorato della puntata del 31 ottobre [cf. vedere QUI da 02:11:10].

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Come special guest star, tra i tanti ospiti il giovane gigolò napoletano Francesco Mangiacapra, autore e protagonista del Dossier Mangiacapra consegnato alla diocesi di Napoli in relazione alle frequentazioni amicali poco ortodosse di certi esponenti del clero locale e non solo. Perché dunque non riconoscerlo? Sotto un altro aspetto Francesco Mangiacapra è stato utile per portare allo scoperto una rete di sacerdoti indegni e con problemi morali e spirituali abnormi, costringendo le Autorità Ecclesiastiche a procedere a loro carico. Bene disse in tal senso Giuseppe Cruciani nella puntata del 31 ottobre, perché visto il tutto sotto altre angolature «A Francesco Mangiacapra bisognerebbe dare un premio».

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Con le poche e brevi battute di prassi consentite da un programma televisivo, il nostro Padre Ariel ha inquadrato il cuore del problema di certi frequenti e gravi scandali che coinvolgono membri del clero dicendo: «La Chiesa, da cinquanta, sessant’anni a questa parte è caduta in una profonda crisi dottrinale che ha generato una crisi della fede, che a sua volta ha generato per triste e logica conseguenza la grave crisi morale che oggi abbiamo sotto gli occhi». Inutile ribadire — merita però farlo —: questo nostro confratello, dieci anni or sono analizzava con ampio anticipo il problema,  esploso anni dopo, nella sua opera E Satana si fece trino, libro dato di nuovo alle stampe con le nostre Edizioni L’Isola di Patmos il 7 luglio 2019.

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Sono sincero: in questa puntata sono stato molto colpito da Francesco, tanto da soffermarmi a riflettere su di lui e così astrarmi da giudizi e critiche riguardanti la sua professione e le vicende che lo hanno visto protagonista di ben circostanziati fatti riguardanti i suoi particolari clienti.

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foto: Francesco Mangiacapra

Davanti a simili tematiche è prudente sollevare l’asta della nostra intelligenza e elevarci a livelli superiori alla media. Accantonare i pregiudizi e cercare per quanto è possibile di andare oltre, seguendo quella pedagogia che Cristo ha attuato con alcuni personaggi del Vangelo e che ci testimonia la capacità del Signore nel gestire e risolvere alcuni aspetti complessi insiti nella nostra umanità.

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È anzitutto fondamentale operare una distinzione che è peculiare nell’agire di Cristo verso gli uomini: dobbiamo saper separare il peccato dalla persona che lo compie: il peccato si condanna sempre e condannandolo si rigetta, mentre il peccatore non si rigetta, tutt’altro: si accoglie e si perdona. Separare infatti il male oggettivo del peccato dal bene intrinseco che la persona creata a immagine Dio continua a possedere, è un elemento sul quale nessun cristiano e soprattutto nessuno sacerdote può sorvolare.

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Dio, in quanto sommo bene, non può che creare nel bene ogni opera uscita dalle sue mani: tra le varie opere comprendiamo ovviamente anche l’uomo. Il peccato è invece un male in quanto privazione di Dio, è un pericoloso offuscamento del bene che produce un disordine naturale, spirituale e morale che tende a nascondere il bene e allontanare l’uomo da Dio. Da qui possiamo anche comprendere come mai, acceso come una tanica di benzina dentro la quale era stata gettata una torcia accesa, nella puntata del 31 ottobre il nostro Padre Ariel perse apparentemente le staffe, quando il sacerdote veronese Giuliano Costalunga, oggi appartenente a una non meglio precisata “Chiesa” progressiva, affermò che «Dio mi ha creato così come sono» [cf. precedente articolo, QUI]. Padre Ariel, che come teologo dogmatico e storico del dogma ha studiato per lunghi anni la connessione tra la libertà e il libero arbitrio dell’uomo in rapporto al mistero del peccato originale, tirò fuori tutto il suo pathos tosco-romano gridando: «Questa è una aberrazione! Dio non può creare il male», sottintendendo che lo permette, perché rientra nell’esercizio della libertà dell’uomo, ma non lo crea. Premessa questa necessaria per capire il senso del ragionamento che segue … 

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foto: Francesco Mangiacapra

… leggendo con attenzione il Vangelo, possiamo capire che per Cristo uomini come Zaccheo e Levi [cf. 5, 27-32] non sono solo dei peccatori pubblici in quanto pubblicani [cf. Lc 19, 1-10]; donne come l’Adultera [cf. Gv 8,1-11], la Samaritana [cf. Gv 4, 1-26] e la pubblica peccatrice [cf. Lc 7, 36-50] non sono solo delle fedifraghe; e infine Disma ― il buon ladrone ― [cf. Lc 23, 35-43] non è solo l’esponente di una falange politico religiosa di matrice terroristica che si oppone all’Impero Romano. Tutti costoro, sebbene si trovino in una condizione di disordine causata dal peccato, continuano a restare uomini amati da Dio e a possedere una ben specifica dignità divina derivante da colui che li ha creati.

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In Cristo l’uomo e la donna non si identificano più attraverso l’origine nazionale, il ruolo sociale o peggio col proprio peccato. Per Cristo tutte queste persone sono anzitutto figli del Padre e come tali oggetto di premura e tenerezza, affinché si compia la salvezza che recupera una lontananza dal Padre che trova nel male e nel peccato la sua origine. Capito e chiarito questo, ecco che come pastore in cura d’anime e come teologo che osserva il giovane Francesco Mangiacapra posso cogliere la sua più profonda identità solo nell’amore che Dio prova per lui. La verità di Francesco non risiede nella sua professione, neanche nel suo orientamento sessuale: egli è creatura di Dio che ha bisogno di Dio per essere felice ed esprimere quel bene che il Signore gli ha donato nel crearlo attraverso l’opera di Gesù Cristo. Questo discorso vale per lui, così come per me, per noi e per chiunque altro.

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Non stiamo portando avanti una apologia omosessualista, nel pericoloso stile di Padre James Martin S.J. Questa doverosa prima sottolineatura di carattere antropologico sul valore della persona umana creata da Dio è fondamentale per comprendere il passo successivo. Se l’uomo è sempre realtà molto buona, il peccato ― qualunque peccato ― non ha l’ultima parola sull’esistenza umana e può essere spodestato. In Adamo tutti abbiamo peccato e siamo privi della gloria di Dio ma in Cristo tutti siamo stati giustificati gratuitamente in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. [cf. Rm 3,23-24]. Questo significa che nessuno di noi in terra può vantare ― davanti a Dio e agli uomini ― un pedigree d’impeccabilità o pretendere una patente di santità da esibire all’occorrenza: davanti al male del peccato, l’unica realtà di salvezza consiste nella giustificazione.

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foto: Francesco Mangiacapra

Per essere giustificati è necessario accettare Cristo in tutte le sfaccettature e le pieghe della propria umanità, anche in quelle più oscure e controverse. Il pubblicano, l’adultera, il fariseo, il figlio prodigo, il ladro, l’assassino, colui che vive una sessualità disordinata e travagliata può essere costituito giusto solo attraverso l’opera di Cristo. Ciò significa operare un mutamento radicale nella vita personale di ciascuno di noi e si costituisce come alternativa sensibilmente più efficace della semplice conversione a cui siamo abituati. Il verbo greco della conversione è μετανοέω [metanoéō], esso non esprime semplicemente una sottrazione del male e del peccato ma include la necessaria esigenza a lasciarsi innestare in Cristo e a rivestirsi di lui.

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Se io tolgo il peccato ma non scelgo l’opzione fondamentale che è Cristo, resto nudo e la mia conversione risulta inefficace. L’insegnamento paolino in tal senso, nell’epistola ai Romani è chiaro a riguardo quando afferma che «Se con la tua bocca proclamerai: ”Gesù è il Signore!”, e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» [cf. Rm 10,9]. Per essere salvi, giustificati, convertiti dobbiamo compiere una appropriazione indebita, un salto d’audacia e appropriarci di quella redenzione che Cristo ha compiuto morendo sulla croce, e che ci viene data come dono gratuito e immeritato dallo Spirito Santo quando caliamo, all’interno della nostra esistenza la persona del Redentore.

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foto: Francesco Mangiacapra

Quando questa appropriazione della gloria salvifica di Cristo avviene, così come è stato per tanti uomini che hanno vissuto nel peccato, la vita muta, fiorisce e si rinnova assumendo un carattere nuovo. Questa è una necessaria sottolineatura, affinché capiamo che pur salvaguardando il valore e la dignità creaturale dell’uomo che si è smarrito dentro il peccato, spicchi l’affermazione di una volontà, illuminata dalla grazia, che si sveste del peccato e indossa i panni dell’uomo nuovo che è Cristo.

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Perdendomi in queste divagazioni, mi sono posto la domanda: come mai Francesco Mangiacapra, uomo amato da Dio e che ha ricevuto dal Signore tanti doni per realizzare e portare a termine il suo bene, ha scelto la carriera del gigolò o, come lui stesso ama definirsi, di marchettaroPossiede la giovinezza, la bellezza della giovane età, una acuta intelligenza che gli ha permesso di ottenere una laurea in giurisprudenza e l’abilitazione all’avvocatura, la multiformità del talento e dell’estro partenopeo e il dono della fede ricevuta nel battesimo e vissuta anche attraverso la frequentazione di scuole cattoliche. Padre Ariel, che è stato a contatto diretto con lui, mi ha parlato di Francesco come un giovane uomo dotato di talento, intelligenza, sensibilità e bontà interiore. Non solo si è trattenuto con lui assieme al nostro editore Jorge Facio Lince, ma si è proposto di fargli visita a Napoli appena possibile, per approfondire diversi discorsi avviati durante quegli incontri. A maggior ragione viene da chiedersi: come mai un giovane con tante prospettive sceglie di percorrere una strada del genere? E questa non è certo una domanda banale, soprattutto non è una domanda sciocca in quanto interpella profondamente il vissuto, la libertà e l’intimità di una persona.

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foto: Francesco Mangiacapra

Non credo che i fondamenti di questa scelta risiedano nella sola brama di denaro facile o nell’orientamento omosessuale. I soldi sono un miraggio per molti giovani d’oggi, è vero, ma sappiamo che sono una realtà piuttosto labile, possono esser guadagnati con facilità ma persi altrettanto facilmente. I soldi vanno e vengono con rapidità, chi pratica un certo tenore conseguente a uno stile di vita come quello del gigolò ha bisogno di spenderne molti per mantenere il proprio outfit e assecondare le esigenze di un certo mercato che è spietato e non fa sconti per nessuno.

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Se è pur vero che il mercato della prostituzione riesce a mantenere floridi gli introiti dei suoi professionisti è anche vero che sono correlati tanti rischi, non ultimi gli accertamenti fiscali da parte delle autorità competenti. In Italia, com’è noto, la prostituzione non è un lavoro riconosciuto e come tale non è oggetto di tassazione e regolamentazione fiscale attraverso il pagamento di tasse, ciò significa che tutto quello che si guadagna è in nero. Di fatto significa essere degli evasori fiscali totali.

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Mi sia permessa un’altra considerazione, alla professione di gigolò è fissato ovviamente un limite anagrafico. Il mercato del sesso richiede corpi seducenti e giovani per poter essere competitivo e appetibile alla clientela e quando si raggiunge la fatidica soglia dei quarant’anni si è ben consapevoli che la carriera sta per volgere al termine. Per quanto riguarda l’orientamento omosessuale reputo che esso non rappresenti un incentivo sufficiente a praticare il mestiere di gigolò: in Italia tanti illustri esponenti dello spettacolo, della musica, della letteratura, della moda e della cultura sono omosessuali, eppure si sono affermati e hanno manifestato magnificamente i propri talenti senza sottolineare a ogni piè sospinto il proprio orientamento sessuale e senza arrotondare i profitti facendo gli escort.

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foto: Francesco Mangiacapra

Queste sono solo considerazioni personali che rivolgo a me stesso e che non rappresentano assolutamente un giudizio sulla persona di Francesco o una volontà direttiva nei suoi confronti. Egli è libero di spendere la libertà che Dio gli ha donato come meglio crede, anche compiendo delle scelte che lo pongono al di fuori di quella pienezza di vita che il Vangelo e la dottrina della Chiesa propongono. Nessuno può essere obbligato a seguire il Vangelo e la Chiesa, se non vuole, tuttavia esiste un di più che fa la differenza e che costituisce quella perla preziosa che arricchisce immensamente la vita umana.

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Si potrebbe forse partire da una rivalutazione differente della propria esistenza e delle proprie doti, constatando il bello e il buono che vi è presente. Vendere il proprio corpo non implica la svendita della propria intelligenza, ma proprio per questo motivo è bene utilizzare la propria intelligenza per cercare di salvaguardare anche il proprio corpo che è la realtà materiale più immediata e fragile con cui possiamo interagire e comunicare con il mondo.

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Francesco possiede un certo talento per la scrittura, perché non esercitarlo e coltivarlo per esprimere ciò che ha dentro e manifestare le sue convinzioni più importanti? La sua intelligenza profonda e la sua preparazione culturale possono servire, assieme alla sua sagacia, a generare idee capaci di aiutare il prossimo. E le idee, caro Francesco, sanno essere più potenti e seducenti dei corpi nudi e, sebbene non siano esenti dall’essere criticate, sono lo specchio di una personalità unica e irripetibile e la dimostrazione tangibile che esiste un Dio che ci ha creato in modo originale e nel bene ci ha donato ciò che è necessario per raggiungere la felicità.

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Il Vangelo, da duemila anni a questa parte, insegna che l’uomo anche se lontano da Dio per scelta personale o a causa della malizia del peccato, può sempre tornare indietro e operare una scelta differente. Nessuno è perduto o impossibilitato a scegliere il bene. E questo, caro amico, il bene che può giovare a noi e agli altri, mentre il bene auto-prodotto, auto-diretto per interessi personali presto o tardi stanca e resta sterile.

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Icona bizantina: Cristo Signore si rivolge a Zaccheo arrampicato sul sicomoro per vederlo passare: «Zaccheo, oggi devo fermarmi a casa tua» [Lc 19, 5]

Come giovane che vive un orientamento sessuale omo-diretto, se avrai il coraggio di compiere il salto d’audacia nella giustificazione di Cristo troverai quelle grazie di cui abbisogni per recuperare la tua vera, intima e singolare felicità che ha in Dio la sua origine. Chi trova Dio, trova la felicità, chi possiede la felicità, possiede anche il dono della pace ed è questo ciò che ti auguro. Ma tutto questo dipende solo e unicamente dalla tua libertà e dal tuo libero arbitrio, sul quale neppure Dio sindacherebbe mai, tanto rispetta la libertà dell’uomo.

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Mi piacerebbe vederti in televisione caro Francesco, non più come ospite di qualche programma di gossip che ti vede e usa solo come gigolò ma come protagonista in qualche dibattito utile e costruttivo; ne sei pienamente all’altezza, perché possiedi intelletto, talento ed elevata cultura.

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Sei avvocato, hai la grande opportunità di essere il difensore e l’uomo di fiducia per tante persone, con la determinazione di cui sei capace lotta per una società migliore, lotta per la tua Napoli che ha dato all’Italia giovani talentuosi che hanno saputo elevarsi sopra la mediocrità di un mondo che preferisce comprare i corpi e violentare le menti anziché nobilitare le anime.

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Sappi infine che i Padri de L’Isola di Patmos ti sono vicini e, quando prossimamente ti incontrerai a Napoli con Padre Ariel, egli ti porterà anzitutto i saluti e il ricordo nella preghiera di tutti quanti noi, che ti saremo sempre vicini come sacerdoti e come pastori in cura d’anime. 

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Laconi, 19 novembre 2019

 

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