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L’inquietante fenomeno di Medjugorie e il direttore di Radio Maria Padre Livio Fanzaga: un gosparo fanatizzante che pensa di convertire con paure che sono la negazione stessa del Santo Vangelo

5 Marzo 2020/64 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— società e attualità ecclesiale—

L’INQUIETANTE FENOMENO DI MEDJUGORIE E IL DIRETTORE DI RADIO MARIA PADRE LIVIO FANZAGA: UN GOSPARO FANATIZZANTE CHE PENSA DI CONVERTIRE CON PAURE CHE SONO LA NEGAZIONE STESSA DEL SANTO VANGELO

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Dicci, Padre Livio, illuminaci e chiarisci a tutti noi: ma quanto rende in danaro parlare con la «Madonna postina» di Medjugorie? Mai infatti avrei immaginato di ritrovarmi un giorno di fronte alla addolorata Mater Dei mutata in una via di mezzo tra una azienda redditizia e una fruttuosa società multinazionale. Credo proprio che un prete non dovrebbe dare credito a degli pseudo veggenti che sul venerabile nome della Beata Vergine hanno costruito le proprie ricchezze, vivendo vite all’insegna del lusso e dell’ostentato dispendio. E di questo tu dovrai rendere conto a Dio che, dal primo all’ultimo centesimo, ti domanderà di giustificargli anche i pochi euro che la buona nonnina ha sottratto ogni mese alla sua piccola pensione per inviarli a Radio Maria, mentre gli pseudo veggenti grazie ai quali la tua azienda vive e opera, bivaccavano tra ville, piscine, sale fitness auto di lusso e fruttuose proprietà alberghiere, salvo parlare ogni giorno alle ore 18 con la Beata Vergine Maria.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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uno dei quattro angoli della villa dello pseudo veggente Ivan Dragicevic, con parco, piscina e sala fitness. Queste e altre immagini andrebbero mostrate alle nonnine che ogni mese sottraggono alla propria misera pensione un po’ di euro da inviare a Radio Maria che diffonde giornalmente i messaggi dati dalla Madonna di Medjugorie agli pseudo veggenti.

Se la dottrina, il magistero e la mariologia, fossero quelle diffuse a Radio Maria da Padre Livio Fanzaga, avrei già lasciato il sacerdozio dandomi dell’idiota per l’errore commesso. Poi sarei andato nella amena città di San Salvador de Bahia, dove giovani ragazze mi avrebbero fatto recuperare il tempo vissuto in castità attraverso la libera scelta del celibato sacerdotale, frutto di un errore commesso in totale buonafede. Questo avrei fatto, se il magistero della Chiesa, la sua dottrina e la sua mariologia fossero quelle diffuse da questa radio medjugoriana. Paradossi a parte, siccome ciò che insegnano il magistero, la dottrina e la mariologia lo so, non cesserò mai di essere innamorato sposo fedele e casto della Santa Chiesa di Cristo fino all’ultimo respiro di vita, per poi rimanere sacerdote, in modo indelebile, per l’eternità.

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Non è dunque a cuor leggero che accuso il confratello Livio Fanzaga di non essere un annunciatore della fede, bensì un diffusore di quel fideismo che procede attraverso forme di inquietante mariolatria-medjugoriana. Forme ed espressioni che niente hanno da spartire con la venerazione della Beata Vergine Maria, madre del Verbo di Dio incarnato, che nel mistero della rivelazione e nella economia della salvezza ha un proprio preciso ruolo. Strappare la Beata Vergine al ruolo a essa assegnato, vuol dire mutarla in un idolo.

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Ci sono migliaia di ore di radio registrazioni in cui il Padre Livio attribuisce alla Beata Vergine la salvezza, affermando in modo ambiguo che la Madonna salva e che bisogna chiederle che ci salvi. Chiariamo certe ambiguità: se in certi casi può essere riconosciuto ai semplici il beneficio dell’ignoranza mossa alla radice da totale buona fede, a dei sacerdoti simile beneficio non può essere riconosciuto, perché in questo secondo caso si deve parlare di deviazioni dalla retta dottrina e di adulterazioni del mistero della salvezza, perlopiù supportate da continui riferimenti ossessivi ai giornalieri messaggi dati dalla Gospa ai sedicenti veggenti di Medjugorie. La Vergine Maria può concorrere in modo prezioso, determinante, volendo anche del tutto unico alla nostra salvezza, attenzione però: intercedendo per noi presso il suo Divino Figlio. La Vergine Maria può intercedere ― e intercede ― per i nostri peccati, ma non può ella rimettere i nostri peccati, questo sia ben chiaro, perché questa è la fede cattolica. Sicché, quando si lanciano frasi ambigue riferite al fatto che la Vergine Maria salva, o si è molto chiari sul piano dottrinale e catechetico, oppure meglio tacere ed evitare di confondere il Popolo di Dio.

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Padre Livio è giunto persino ad affermare che la “sua” Madonna si è opposta all’occorrenza all’Autorità Ecclesiastica, sostituendosi a essa e svolgendo di motu proprio funzioni esercitate dalla Chiesa, che il mandato di insegnare, santificare e governare il Popolo di Dio lo ha ricevuto ― è bene ricordarlo ― da Cristo Dio in persona. Gli strafalcioni di Padre Livio sono giunti alle volte a livelli grotteschi, per esempio quando ignorando che è la Chiesa a procedere alla canonizzazione dei Santi, previo riconoscimento delle loro virtù eroiche, affermò che un certo frate era stato canonizzato dalla Madonna in persona, affermando tra l’altro: «[…] guardate, se la Madonna dice no, non c’è vescovo che tenga, non c’è papa che tenga […]». Basta ascoltare un video di alcuni anni fa per verificare a quali livelli sia capace a giungere Padre Livio [vedere QUI], gravemente ignaro che mai, la Mater Dei, si sostituirebbe all’Autorità della Chiesa, essendo lei stessa la prima a venerare, all’occorrenza persino a ubbidire alla Chiesa di Cristo, dando in tal modo esempio a tutto il Popolo di Dio, non ultimo proprio perché ella, da sempre, è anche una grande pedagoga.

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Ubbidire alla Chiesa vuol dire ubbidire a Cristo Dio che l’ha istituita anche come visibile struttura gerarchica fondata sul primato di Pietro e sull’autorità apostolica a lui conferita [cfr. Mt 16, 18]. Cristo Dio non ha eretta la Chiesa sulla Madonna, che pure della Chiesa è madre. Il supremo ministero delle chiavi, assieme al potere di legare e sciogliere, lo ha concesso a Pietro e ai suoi successori [cfr. Mt 16, 19]. E ciò sebbene Pietro sia nato non solo con la macchia del peccato originale ― al contrario della Immacolata Concezione preservata da ogni macchia di peccato ―, ma benché abbia rinnegato Cristo mentendo, imprecando [cfr. Mt 26, 74] e dandosi poi alla fuga. O per essere chiari fino in fondo: la Santa Chiesa di Dio è totalmente cristocentrica nella pura essenza della sua assolutezza, non è madonnocentrica. Quando durante l’Ultima Cena Cristo Dio istituì il sacerdozio ministeriale e l’Eucaristia, la Vergine Maria non era presente con gli Apostoli nel cenacolo [cfr. Mt 26, 26-28; Mc 14, 22-24; Lc 22, 19-20; 1Cor 11, 23-25]. Presente con loro lo fu a Pentecoste, quando sugli Apostoli già sacerdoti, ministri, custodi e dispensatori della Santissima Eucaristia e dei Sacramenti di grazia fu fatto discendere lo Spirito Santo [At 2, 1-41].

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La salvezza, in tutta la sua unicità e assolutezza, risiede nel mistero del Verbo di Dio incarnato nel ventre di una vergine, morto per la nostra redenzione, risorto e asceso al cielo, dove oggi siede alla destra di Dio Padre [cfr. Dichiarazione Dominus Jesus, 2000]. L’essere e l’esistere eterno della Mater Dei è racchiuso nel mistero di Cristo Dio, come ci insegna il Santo dottore della Chiesa Bernardo di Chiaravalle, che riassume questo mistero con poche e brevi parole: «Vergine Madre figlia del tuo figlio […]» proseguendo poco più avanti «[…] tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti, sì che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi tua fattura». In queste brevi parole è racchiusa l’essenza della mariologia: l’Immacolata Concezione esiste e vive in funzione del Divino Figlio. A nessuno è dato mutare ambiguamente Cristo Dio in “accessorio” della Beata Vergine, dalla quale fu dato al mondo il Divino Figlio generato non creato della stessa sostanza di Dio Padre. 

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Anche se sino a oggi mi sono sottratto dall’esprimere qualsiasi opinione sul fenomeno di Medjugorie, oggi mi sento in coscienza di affermare che non ho mai creduto a questi messaggi dati a getto continuo, ma soprattutto che considero ahimè, i sedicenti veggenti, dei ciarlatani nel senso etimologico del termine, non secondo il significato dispregiativo del lessico parlato.

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Per chiarire il concetto di redenzione, soprattutto per chiarire chi è fonte di salvezza, basterebbe che i devoti della Beata Vergine pensassero alla cronologia e al significato delle Litanie Lauretane, anziché recitarle come una filastrocca più o meno non compresa. Queste Litanie nate attorno al XII secolo, ma che affondano le proprie radici in tradizioni molto antiche, hanno tutti i crismi della più alta ufficialità, fu infatti il Santo Pontefice Pio V che nel XVI secolo, dopo la vittoria della Lega Santa sull’Esercito Musulmano nella battaglia di Lepanto, le aggiunse alla fine della recita del Santo Rosario, inserendo nella sequenza della preghiera litanica l’invocazione di auxilium christianorum. Pochi anni dopo, nel 1587, il Sommo Pontefice Sisto V le approvò con la bolla Reddituri.

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Temo che molti ingenui fedeli, tanto in buona fede quanto poco preparati sul piano catechetico, pur recitando anche più rosari al giorno, non siano purtroppo in grado di comprendere la struttura teologica di questa preghiera litanica che comincia con una invocazione trinitaria attraverso la quale a Dio Padre, al Figlio generato non creato della stessa sostanza del Padre e allo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio, ci rivolgiamo concludendo ogni supplica con l’invocazione: «Miserere nobis» [abbi pietà di noi]. Terminata questa supplica, incominciano le suppliche di intercessione alla Beata Vergine, che si concludono ciascuna con l’invocazione «Ora pro nobis» [prega per noi]. Questo è il ruolo della Beata Vergine nell’economia della salvezza: pregare e intercedere per noi. Non a caso, nella lode Salve Regina, noi chiediamo la sua intercessione invocandola come «Advocata nostra». È quindi con le sue preghiere e la sua preziosa intercessione, che la Vergine Santa opera per la nostra salvezza. Ecco allora un altro inno di lode nel quale invochiamo la sua protezione:

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«Sub tuum praesídium confúgimus, sancta Dei Génetrix; nostras deprecatiónes ne despícias in necessitátibus, sed a perículis cunctis líbera nos semper, Virgo gloriósa et benedícta».

[Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o vergine gloriosa e benedetta].

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Qualcuno si è domandato perché a Dio domandiamo di liberarci dal male, che nella preghiera del Pater Noster è sinonimo di peccato e quindi di purificazione dal peccato, mentre alla Beata Vergine domandiamo di assisterci nella prova e di liberarci dal pericolo che può indurci per logica conseguenza al peccato? Semplice la risposta: è Dio che rimette i nostri peccati, non la Madonna. Stando perlomeno alla formula dell’assoluzione sacramentale nella quale i peccati sono rimessi nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. O forse risulta che alla Santissima Trinità sia aggiunto anche il nome della Beata Vergine Maria?

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Domanda rivolta non tanto a Padre Livio, ma agli sgranatori di rosari medjugoriani, giacché molti di essi temo che potrebbero non sapere che cosa pregano e come pregano. Questa la domanda: perché al Dio uno e trino si supplica pietà e perdono, mentre alla Beata Vergine si chiede di pregare e di intercedere per noi, per la remissione dei nostri peccati e la nostra salvezza? Semplicemente perché non è la Madonna che purifica le anime dal peccato, ella intercede con grande efficacia per il perdono e la salvezza delle anime. E tra tutti gli Angeli e i Santi, di certo è la creatura che può intercedere per noi nel modo più efficace, essendo colei che nata senza alcuna macchia di peccato originale ha dato alla luce in questo mondo il Verbo di Dio incarnato, divenendo dimora privilegiata e unica dello Spirito Santo nell’intera storia dell’umanità. Però, come si dovrebbe capire, salvare mediante la remissione dei peccati e intercedere per la remissione dei peccati sono due cose diverse, ma non nella pura forma, bensì proprio nella più profonda sostanza. A tutto ciò si aggiunga che Dio si adora, mentre la Beata Vergine si venera. E la differenza che corre tra adorazione e venerazione, non è cosa di poco conto, meno che mai si tratta di una “piccola” sfumatura semantica.

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Terminate le litanie nelle quali a ogni richiamo o titolo si invoca la Beata Vergine con la frase «ora pro nobis», questa preghiera si conclude con l’invocazione all’Agnus Dei, rivolta a Cristo Dio redentore che facendosi uomo si è mutato in un agnello senza macchia che col proprio sacrificio ha lavato il peccato del mondo [cfr. Gv 1, 29]. A quel punto non si risponde più: «Ora pro nobis», ma si torna a supplicare Cristo Dio invocando: «Perdonaci Signore … Ascoltaci Signore … Abbi pietà di noi». Come mai non ci si rivolge alla Madonna supplicandola di perdonarci e di avere pietà di noi, là dove nella preghiera litanica queste invocazioni sono tutte riferite al perdono dei peccati rivolte all’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo?

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Perché questi elementi basilari della fede non sono spiegati al buon popolo dei devoti dai microfoni di Radio Maria? Semplice e triste la risposta: perché il Padre Livio e il suo clan gosparo non vogliono un popolo devoto ma un popolo devozionale, nutrito attraverso l’elemento emotivo della peggiore mariolatria medjugoriana. Inutile a dirsi: il tutto va avanti da anni e anni sotto gli occhi impotenti dell’Autorità Ecclesiastica e sotto le orecchie sorde della Congregazione per la dottrina della fede, che se potesse essere sponsorizzata come dicastero, non esisterebbe per essa migliore pubblicità di quella della Amplifon, azienda leader nella produzione e vendita di apparecchi per persone con seri problemi di udito.

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Per mantenere un popolo fideista è necessario ricorrere al sensazionalismo e soprattutto alla paura. Educare le persone alla vera fede è complesso e faticoso, perché al di là della migliore volontà e del più strenuo impegno da parte dell’evangelizzatore, gli esiti sono oggi più che mai incerti. A certe aggregazioni fideistiche gli ignoranti fanno comodo da sempre, sin dai tempi del mitico Frate Cipolla narrato da Giovanni Boccaccio nella sua memorabile novella. Senza i fideisti ignoranti certe persone non potrebbero sopravvivere, né potrebbero proprio sussistere. Per questo si evita di spiegare agli incantati da Frate Cipolla e dalle sue reliquie, tanto mirabolanti quanto improbabili, che la vera fede è quella illustrata dall’Autore della Lettera agli Ebrei: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» [Eb 11, 1]. Affermazione questa non propriamente facile e agevole da spiegare, perché dire che per comprendere ciò è necessario un lungo cammino e un’autentica evangelizzazione, potrebbe quasi suonare come un eufemismo. Anche perché la gran parte delle persone, se messe dinanzi a cammini veramente difficili, voltano le spalle e fuggono via già prima di provare a muovere un solo passo. Sta infatti scritto:

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«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono coloro che entrano per essa. Quanto stretta è invece la porta e angusta la via che conduce alla vita! E pochi sono coloro che la trovano!» [Mt 7, 13-14].

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Quale strada offre il direttore di Radio Maria? Quella più facile: il fideismo emotivo giocato sul celato e intimo disprezzo della ragione, indicata dai Santi dottori della Chiesa Anselmo d’Aosta e Tommaso d’Aquino come elemento necessario per giungere alla fede. Infatti, senza la ragione, che poi è sinonimo di esercizio della più matura e sapiente libertà, non è possibile giungere alla vera esperienza di fede, solo al peggiore dei suoi surrogati: il fideismo costruito sulla emotività irrazionale. E per reggersi, il fideismo, oltre all’emotività illogica e irrazionale elevate a verità, ha bisogno di un altro elemento indispensabile: la paura. Ecco quindi l’immagine di una Madonna che in modo più o meno velato, parlando per bocca degli pseudo-veggenti di Medjugorie, racchiude nei propri messaggi dei contenuti non espliciti, ma che i suoi interpreti mutano in annunci di eventi catastrofici, al grido de «il tempo è vicino», «la fine è ormai alle porte» … Poi c’è la magia dei segreti, perché il segreto nascosto, a livello psicologico alimenta l’esercito dei fideisti, che stimolati dalla paura si mutano a loro volta in fanatici fanatizzanti che seminano paura. Mettendo in atto questi meccanismi tanto banali quanto evidenti, i poveretti dimenticano, con buona pace del fiume di messaggi dati dalla Gospa di Medjugorie, che sul Santo Vangelo sta scritto:

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«Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore» [I Gv 4, 18].

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Quale significato teologico, mistagogico ed escatologico hanno, per il Direttore di Radio Maria, queste parole? O sono forse parole che invitano in qualche modo a stimolare paura nei fedeli, perché «i tempi sono vicini» e perché sull’umanità incombono i fantomatici «nove segreti dati dalla Gospa» agli pseudo-veggenti?

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Nella trasmissione radio del 26 febbraio Padre Livio ha affermato varie cose sul Coronavirus, portando anzitutto quella che per lui, probabilmente, è una sorta di prova inconfutabile: il messaggio che sarebbe stato dato dalla Beata Vergine a uno degli pseudo veggenti di Medjugorie, in questo caso Ivan:

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«La natura è ormai ostile a noi e con questo coronavirus abbiamo aperto gli occhi, perché è arrivato in un momento propizio, basta ascoltare il messaggio della Madonna di Medjugorie dato a Ivan il 17 settembre, nel quale afferma che si sta realizzando il periodo di Satana».

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Se Padre Livio conoscesse i fondamenti della rivelazione contenuti nelle Sacre Scritture, dovrebbe sapere che la natura è divenuta ostile all’uomo non per volontà di Dio ma per volontà di scelta compiuta liberamente dai nostri progenitori Adamo ed Eva, che ribellandosi al Creatore alterarono la perfezione della natura originaria dell’uomo e quella dell’universo creato, trasmettendoci così una natura corrotta dal peccato originale [cfr. Gn 3, 1-24].

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Del Libro della Genesi, allegorica è solo la struttura dello stile narrativo, non il fatto rappresentato con questa allegoria, simile nello stile pedagogico alle parabole usate da Cristo Signore nella sua predicazione. Il peccato originale è quindi un fatto reale, non un’allegoria, o per meglio chiarire: è un fatto reale raffigurato e narrato attraverso una allegoria. In questo linguaggio letterario allegorico rientrano anche espressioni quali «maledetto», «condannato», «punito», «dovrai soffrire» … In verità, a maledire, punire e condannare sé stesso fu l’uomo che si escluse per sua libera scelta dallo stato di santità e dalla comunione di grazia perfetta con Dio. Ecco quindi che la stessa ostilità della natura creata è una logica conseguenza che non nasce da una punizione vendicativa di Dio, ma da una libera scelta dell’uomo. E ogni libera scelta ha sempre delle conseguenze, positive o negative.

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Per quanto riguarda la realizzazione del «periodo di Satana» al quale allude Padre Livio rifacendosi al “sacro verbo” del ciarliero Ivan, è bene ricordare che il Maligno è presente nell’esperienza umana sin da quando l’uomo si ribellò a Dio. O forse dimentica, il prode Direttore di Radio Maria che Satana, nella sua somma superbia e presunzione, osò persino tentare il Verbo di Dio fatto uomo? E per tentarlo avviò il discorso e ripeté per più volte con tono di sfida: «Se tu sei il Figlio di Dio …» [Mt 4, 3-6].

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Affermare, lasciare intendere o terrorizzare con l’annuncio di imminenti punizioni divine e di tremebondi segreti, vuol dire tentare disperatamente di seminare quella paura dalla quale non può mai nascere la vera fede, bensì, come dicevamo prima, il fideismo. La fede, come ci insegna il già citato Beato Apostolo Giovanni, è infatti la negazione della paura:

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«Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore» [I Gv 4, 18].

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Identificando la fede con l’amore, queste parole equivalgono a dire che coloro che sono mossi da timore e che hanno “fede” perché temono un castigo, la fede non ce l’hanno proprio, né possono averla, perché il presupposto della fede è proprio l’assenza di paura. Altro che terrorizzare il popolo-bambino e fideista con la velata minaccia dei tremebondi nove segreti conservati gelosamente dagli pseudo veggenti che a breve si realizzeranno e che sconvolgeranno l’intera umanità, in virtù del fatto che la loro logorroica Madonna ha detto che …

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Tra i sette doni dello Spirito Santo c’è quello del sacro timore di Dio. Come tra poco vedremo, conoscere il vero significato delle parole è indispensabile. Dunque il timore, che fa parte di questi preziosi doni, non ha proprio niente da spartire con la paura, anzi è la sua totale negazione. Per timore s’intende infatti la profonda devozione filiale verso il mistero di Dio. Il timore si basa e si regge tutto sull’amore del figlio che venera il padre, non sulla paura o sul terrore.

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Alle persone in generale, ma agli stessi nostri fedeli, che per colpa di noi preti sono affetti oggi da abnorme ignoranza sui fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, è nostro dovere spiegare per prima cosa il significato delle parole, indicando cosa esse realmente significhino nel lessico biblico, evangelico e teologico. Col correre del tempo e le alterazioni etimologiche, certi termini sono stati infatti scissi dalla loro originaria radice e oggi sono usati con connotati del tutto diversi, uno di questi è la parola castigo. Questa la conseguenza: se a una qualsiasi persona della strada esprimiamo il concetto di “castigo” o “castigare”, ella intenderà qualche cosa di punitivo e di severo, semmai collegandolo a una azione punitivo-vendicativa, altra parola che ha perduto anch’essa, come tra poco vedremo, il suo vero significato.

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Nel lessico cristiano, la parola “castigo” ha tutt’altro significato. Il termine deriva dal latino castum agere e non significa punire severamente, tutt’altro: alla lettera significa purificare, rendere puro, ripristinare uno stato di purezza perduta. Se dunque non si parte spiegando anzitutto il significato delle parole, l’interlocutore, compreso quello istruito e colto, intenderà tutt’altra cosa, con il conseguente e inevitabile scoppio di spiacevoli polemiche che prenderanno vita a causa di chi usa dalla parte cattolica parole di cui non conosce il significato, dall’altra i laicisti che recepiranno certe parole secondo ciò che significano nell’odierno lessico parlato. A tal proposito suggerisco la lettura del sapiente articolo del mio confratello, il nostro autore cappuccino Ivano Liguori, pubblicato su queste nostre colonne e nel quale si spiega in che modo, nella storia dell’umanità, dopo grandi e tragici eventi, per esempio la grande peste bubbonica del 1347 che sterminò oltre metà della popolazione europea, poco dopo si ebbe una grande rifioritura del vecchio continente europeo, perché il frutto di quell’evento terribile e catastrofico, pochi decenni dopo fu il Rinascimento [vedere QUI].

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Molti altri sarebbero gli esempi, si pensi alla vendetta, dal latino vindicta, derivante dal termine vindicare, il cui vero significato sarebbe: liberare un innocente da un sopruso sofferto ingiustamente. Da questo corretto significato etimologico nasce l’espressione legata al concetto di «vendetta di Dio» o «santa vendetta di Dio». Esempio: nei testi della dottrina sociale della Chiesa inaugurata a fine Ottocento dal Sommo Pontefice Leone XIII [cfr. Rerum Novarum, 1891] il non pagare la giusta mercede all’operaio è indicato come un «peccato che grida vendetta al cospetto di Dio». Oggi però, se senza spiegare il significato etimologico di certe parole o espressioni bibliche, affermassimo che dinanzi a una grave ingiustizia è un dovere morale cristiano invocare la vendetta di Dio, accadrà sicuramente che la gran parte delle persone, se non la totalità di quanti hanno ascoltato ― inclusi tra essi vescovi e preti ―, rimangano a tal punto scandalizzati da giudicare l’assertore come un forcaiolo violento. A poco varrebbe tentare di difendersi da siffatte accuse dicendo che, se non conoscono più il significato delle parole, il problema è tutto loro. Purtroppo no, perché se la gente non conosce più il significato di certe parole o espressioni bibliche, dando a esse significati diversi dal loro originario etimo e significato letterario, chi le usa per ciò che realmente significano corre il rischio di cadere nella incomunicabilità, se prima non spiega con estrema precisione che cosa significano certe parole ed espressioni letterarie.

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I cosiddetti medjugoriani, Padre Livio Fanzaga in testa, per sostenere l’autenticità dell’evento di Medjugorie nella sua totalità, quindi dei messaggi riferiti da questi sedicenti veggenti che avrebbero giornaliere apparizioni della Beata Vergine, mettono subito avanti le numerose conversioni avvenute in questa località. Simile prova da loro reputata inconfutabile, in verità non è una prova, semmai è proprio la riprova che il fenomeno in questione si regge principalmente sulla emotività irrazionale e su una fede immatura, per non parlare dei danni enormi prodotti spesso da vari convertiti o presunti tali, dietro ai più accaniti dei quali si celano autentici e pericolosi autodidatti della fede fai-da-te. Cerchiamo allora di spiegare al medjugoriano-tipo che vanta mirabolanti conversioni presentate come magiche prove inconfutabili, l’essenza del mistero della grazia. Nella storia della Chiesa e nell’esperienza di vita dei Santi stessi, le conversioni sono avvenute anche nelle situazioni e nei posti veramente più inimmaginabili. Ci sono storie di persone che si sono convertite dopo avere partecipato a un rito satanico, o uscendo da un bordello dove avevano avuto un rapporto sessuale con una prostituta minorenne più giovane della loro figlia, o mentre attendevano all’angolo della strada col colpo caricato in canna la vittima designata da freddare a pistolettate. Nessuno ha però mai detto o insegnato che per convertirsi veramente è necessario partecipare a riti satanici, frequentare prostitute minorenni nei bordelli, o uccidere le persone su commissione come killer professionisti. Ora, se in situazioni limite di questo genere sono avvenute delle grandi conversioni, come potrebbero non avvenire conversioni in un luogo come Medjugorie, dove le persone pregano, si confessano, ricevono il Santissimo Corpo di Cristo ed esprimono la loro sincera devozione alla Mater Dei?

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Altroché, se a Medjugorie sono avvenute conversioni, sincere e autentiche, ma queste conversioni non sono affatto prova della autenticità dell’evento e soprattutto dei messaggi dati a giornaliero getto continuo da pseudo-veggenti che dicono di vedere tutti i giorni la Gospa. E in questo la commissione è stata chiara, negando la autenticità di questi messaggi giornalieri. Piaccia o no ai gospari e a Padre Livio che li diffonde da Radio Maria, questi messaggi la commissione li ha definiti «non autentici» e in modo molto bonario anche «ripetitivi» e «banali». Pertanto, che molte persone si siano convertite andando a Medjugorie, o ascoltando i giornalieri messaggi «ripetitivi» e «banali» dati da sedicenti veggenti che affermano di parlare tutti i giorni con la Beata Vergine, non attesta in sé e di per sé proprio niente, ivi inclusi dei frutti presentati come prove inconfutabili, perché tali non sono. Ciò detto sorvolo poi sui danni prodotti dal medjugorianesmo su interi gruppi di laici, su nuove fraternità sacerdotali e nuove esperienze di vita religiosa riconosciute da vari vescovi diocesani improvvidi, dalle quali spesso sono stati partoriti sacerdoti problematici risultati in seguito persino casi clinici psichiatrici anche gravi. In questa narrazione non è possibile aprire un tema nel tema, quindi soprassiedo. Però, di tutto questo, ne sanno qualche cosa al dicastero della Santa Sede che si occupa degli istituti di vita consacrata, a ben considerare che diverse di queste nuove realtà di impronta medjugoriana con vocazioni medjugoriane e sacerdoti e religiosi nati dal cosiddetto “carisma di Medjugorie”, più e più volte le hanno dovute sopprimere per gravi problemi di natura dottrinale, patrimoniale e, talvolta, anche per spiacevoli questioni di carattere morale. E questi sono fatti e atti, non supposizioni mosse da malanimo.

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In conclusione desidero spiegare perché ho usato il termine «pseudo-veggenti di Medjugorie», chiarendo che la commissione incaricata, seppure con linguaggi e modi molto edulcorati, ha giudicate come credibili le prime sette apparizioni avvenute in quella località agli inizi degli anni Ottanta. A chiunque oggi grida all’approvazione, bisogna ricordare e spiegare che al momento la Chiesa non ha dato alcun riconoscimento ufficiale al fenomeno. Non solo, non ha riconosciuta la veridicità dei messaggi giornalieri, perché in modo sapientemente caustico il Pontefice regnante fece persino esplicita allusione alla «Madonna postina», [Cfr. vedere QUI]. A maggior ragione sono libero di affermare che il Direttore di Radio Maria smercia falsi messaggi mariani diffusi da altrettanti falsi veggenti, il tutto in grave danno dei fedeli cattolici, in particolare dei più semplici e psicologicamente vulnerabili. 

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Si presti poi attenzione: per quanto ne dica in modo ambiguo il Direttore di Radio Maria, la commissione di studio istituita su Medjugorie dal Sommo Pontefice Benedetto XVI nel 2010 e che concluse nel 2014 il proprio lavoro, non ha attestata alcuna autenticità, si è solo limitata a esprimere un parere in seguito alle indagini e agli studi svolti. Il Pontefice regnante, rispondendo nel maggio 2017 ai giornalisti, spiegò che la Commissione ha studiato il fenomeno dividendolo in due parti: la prima riguarda le sette apparizioni iniziali, che sono sembrate credibili. L’altra, quella delle apparizioni che seguiterebbero tutt’oggi, ha lasciato invece molto perplessa la Commissione. A lavoro della commissione concluso, ogni decisione spetta adesso al Sommo Pontefice, che per adesso non ha mancato di dimostrare tutto il proprio scetticismo alludendo a questa «Madonna capo ufficio telegrafico» che manda messaggi in continuazione, che parla troppo e che apparirebbe a orari prestabiliti. Questa è la verità, vale a dire una pillola alquanto amara che il Direttore di Radio Maria, tra ambiguità ed espressioni fumose e non chiare, cerca in ogni modo di addolcire cospargendola di zucchero. Semplice il motivo: Radio Maria è un’azienda che sui messaggi degli pseudo veggenti di Medjugorie ci vive sopra ormai da tre decenni, con tutte le conseguenti implicazioni di carattere economico e finanziario.

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A rendere questi sedicenti veggenti non affidabili, a mio avviso è il loro tenore di vita improntato sul lusso e sull’accumulo di beni materiali. La stessa commissione che per anni ha studiato questo fenomeno, non ha potuto omettere, con tutto l’imbarazzo del caso, di affermare che il rapporto di costoro col danaro e i beni materiali suscita notevoli perplessità. È noto infatti che si va dalle ville con piscina alle proprietà alberghiere alle auto di lusso donate alla figlia per i vent’anni e via dicendo a seguire.

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Il Direttore di Radio Maria non ha mai chiarito se a Ivan, la Madonna, appare e parla ai bordi della piscina nel giardino della sua mega-villa mentre lui sorseggia un aperitivo, o mentre si trova nella sua palestra privata, tanto è dedito alla cura maniacale del proprio corpo e del proprio aspetto fisico, per non parlare della ricercatezza del suo vestiario, al punto da essere stato soprannominato da diversi organi della stampa internazionale come «il veggente playboy». Farebbe bene a chiarire queste cose, il buon Padre Livio. E dovrebbe chiarirle, queste cose, soprattutto alla povera nonnina che con generosità e fede semplice sottrae ogni mese alcune decine di euro dalla propria misera pensione per inviarli al grande gosparo dell’azienda Radio Maria. Azienda alla quale i devoti cattolici non dovrebbero inviare invece nemmeno un centesimo.

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Data la complessità del lungo discorso, preferisco fermarmi qui e ricordare a Padre Livio, diffusore di fatto della nuova religione medjugoriana, che la mamma della tenerissima Maria Goretti, morta in seguito a un tentativo di stupro nel 1902, pronunciando nel suo ultimo anelito prima di morire parole di perdono per il suo assassino ― poi convertito e in seguito presente nel 1950 alla cerimonia di canonizzazione della Beata Maria Goretti nell’arcibasilica di San Pietro ― quando nella vecchiaia morì, alla sua sepoltura e alla sua tomba provvide la Santa Chiesa. Infatti, mamma Goretti, povera era e da povera contadina dell’Agro Pontino morì. Tutt’altra storia, rispetto a quella dei ricchi pseudo veggenti di medjugorie che, tra ville faraoniche, i bordi della piscina, la sala fitness privata, le auto di lusso e le proprietà alberghiere, ogni giorno alle ore 18 parlano con la Madonna.

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Dicci, Padre Livio, illuminaci e chiarisci a tutti noi: ma quanto rende in danaro parlare con la «Madonna postina» di Medjugorie? Mai infatti avrei immaginato di ritrovarmi un giorno di fronte alla addolorata Mater Dei mutata in una via di mezzo tra una azienda redditizia e una fruttuosa società multinazionale. Credo proprio che un prete non dovrebbe dare credito a degli pseudo veggenti che sul venerabile nome della Beata Vergine hanno costruito le proprie ricchezze, vivendo vite all’insegna del lusso e dell’ostentato dispendio. E di questo tu dovrai rendere conto a Dio che, dal primo all’ultimo centesimo, ti domanderà di giustificargli anche i pochi euro che la buona nonnina ha sottratto ogni mese alla sua piccola pensione per inviarli a Radio Maria, mentre gli pseudo veggenti grazie ai quali la tua azienda vive e opera, bivaccavano tra ville, piscine, sale fitness auto di lusso e fruttuose proprietà alberghiere, salvo parlare ogni giorno alle ore 18 con la Beata Vergine Maria.

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Padre Livio, se non te l’ha detto nessuno, in tal caso te lo dico io: hai 79 anni, sei sempre in tempo, fai un passo indietro, ritirati dalla redditizia azienda gospara, rinchiuditi in un eremo e cerca di salvarti l’anima, perché sono trent’anni che avveleni quella vera devozione alla Beata Vergine sulla quale hanno scritto pagine memorabili Sant’Agostino, Sant’Anselmo d’Aosta, San Bernardo di Chiaravalle, San Tommaso d’Aquino, San Bonaventura di Bagnoregio, il Beato Duns Scoto, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, San Luigi Maria Grignion da Montfort … salvati l’anima! E voi, devoti fedeli, fate la vostra parte e il vostro dovere: non mandate più neppure un centesimo di offerta a Radio Maria. Che Padre Livio e il suo clan, i soldi per tenere in piedi questa azienda gospara, se li facciano dare da quegli pseudo veggenti che con questa Madonna si sono arricchiti …

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Concludo chiarendo che se domani, il Romano Pontefice, chiuderà le discussioni in corso riconoscendo con tutti i crismi della ufficialità le prime sette apparizioni giudicate «credibili» dalla commissione da lui incaricata di studiare il fenomeno, o se decidesse persino di riconoscere autentici tutti i messaggi dati a getto continuo giornaliero agli attuali pseudo veggenti, per me, da quel momento a seguire, il fenomeno Medjugorie sarà autentico senza alcuna pena di possibile discussione. Per me è infatti autentico ciò che è dichiarato tale dalla Santa Chiesa e dal Successore del Beato Apostolo Pietro, il mandato del quale perviene a esso da Cristo Dio in persona. Così agisce chiunque serve la Chiesa con fede e ragione, diversamente da chi si serve della Chiesa per dare sfogo alle proprie dimensioni emotive  e irrazionali.

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dall’Isola di Patmos, 5 marzo 2020

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2020-03-05 23:58:042020-03-05 23:58:04L’inquietante fenomeno di Medjugorie e il direttore di Radio Maria Padre Livio Fanzaga: un gosparo fanatizzante che pensa di convertire con paure che sono la negazione stessa del Santo Vangelo

S.O.S. Chi si prende cura dei migranti cattolici in cerca di pastori mentre la barca della Chiesa affonda?

24 Febbraio 2020/4 Commenti/in Attualità/da administrator
— dalla cella del Monaco Eremita —

S.O.S. CHI SI PRENDE CURA DEI MIGRANTI CATTOLICI IN CERCA DI PASTORI MENTRE LA BARCA DELLA CHIESA AFFONDA?

Salvate le nostre anime! Prendetevi cura di noi, poveri migranti da questo mondo al Padre, che attraversiamo il mare tempestoso di questa vita sulla barca di Pietro, non lasciateci affogare tra i marosi del mondo e delle sue povere ideologie.

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Autore
Il Monaco Eremita

   

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tempesta …

S.O.S è un segnale di richiesta di aiuto in situazioni di emergenza grave adottato a Berlino nella conferenza internazionale radiotelegrafica del 1806 ed entrato in vigore dal 1908. facilmente comunicabile nell’alfabeto Morse e reinterpretato in vari modi, tra i quali prevale Save Our Souls: salvate le nostre anime! Segno reso famoso dalla tragedia del Titanic, perché proprio in quell’occasione fu lanciato il primo S.O.S.

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Questo S.O.S vorremmo rivolgerlo come grido straziante alla Chiesa Cattolica e ai suoi pastori: Salvate le nostre anime!

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Sappiamo certamente che è Dio, attraverso il mistero pasquale di Cristo, nello Spirito, a salvare le anime. Tuttavia, Egli stesso ha voluto coinvolgere profondamente in questo mistero di redenzione il suo Mistico Corpo, cioè la Chiesa, dotandola dei mezzi ordinari per la salvezza degli uomini. Mezzi che non escludono i mezzi straordinari, ma questi secondi sono però nelle mani di Dio e nei suoi disegni a noi del tutto imperscrutabili.

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Se la Chiesa dimentica, minimizza, trascura, o addirittura accantona i mezzi donati dal Signore, non compie un’opera buona, anzi tradisce la propria missione specifica, rendendosi presente come una qualsiasi realtà mondana, quindi soggetta alle leggi di qualsiasi società di questo mondo, con tutte le conseguenze del caso. E come realtà puramente mondana non può certo pretendere di avere né di esercitare un munus infallibile, per esempio nella politica, nell’economia, nella tecnica e via dicendo. Questo munus la Chiesa lo possiede invece in sé, per quanto riguarda la dottrina della fede.

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È curioso che il giusto principio: «La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire», solennemente annunciato dal Concilio Vaticano II e ribadito dal magistero pontificio nella Octogesima adveniens di Paolo VI, per seguire con la Centesimus annus di Giovanni Paolo II e con la Caritas in veritate di Benedetto XVI, sia usato spesso contro la “cattiva” Chiesa del passato che si immischiava in questioni politiche, oggi sia invece ignorato da certo modo di porsi di molti pastori della nostra contemporaneità. Sembra, in effetti, quell’atteggiamento di molti rivoluzionari, i quali si schierano decisamente con sdegno contro ogni “stato di polizia”, fin quando però non conquistano il potere, scoprendo a quel punto che la polizia fa parecchio comodo!

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Nessun Concilio, nasce improvvisamente dal nulla nella storia della Chiesa. Pertanto, la riforma portata avanti dal Concilio di Trento, con ampie anticipazioni già nel periodo precedente, aveva come ideale e come fine la cura delle anime, come ben si sintetizza nel motto salus animarum suprema lex.

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Si trattava della ripresa in forma organica e sistematica di un’attenzione che aveva radici molto antiche; in fondo certo decadimento morale dell’apparato ecclesiastico pre-tridentino fu proprio causato dall’allontanamento della cura delle anime, per dedicarsi ad altro. Nei fatti concreti il Concilio riformatore seppe quindi, giustamente, reindirizzare la Chiesa verso il suo fine precipuo. Recita il Canone I della sessione XXIII, sul Sacramento dell’Ordine:

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«Poiché con precetto divino è stato comandato a tutti quelli cui è stata affidata la cura delle anime, di conoscere le proprie pecore, di offrire per esse il Sacrificio, di pascerle con la predicazione della Parola divina, con l’amministrazione dei sacramenti e con l’esempio di ogni opera buona; di aver una cura paterna per i poveri e per gli altri bisognosi e di attendere a tutti gli altri doveri pastorali ― cose tutte che non possono essere fatte e compiute da quelli che non vigilano sul proprio gregge e non lo assistono, ma lo abbandonano come mercenari ― il sacrosanto Sinodo li ammonisce e li esorta, perché, memori dei divini precetti e divenuti esempi del gregge, lo pascano e lo reggano nella saggezza e nella verità”.

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Parole che mantengono un’inalterata attualità. Non si tratta certamente di sterili rimpianti di un passato mitico ― nessun passato è stato esente da errori, peccati, deformazioni e via dicendo ― ma di saper cogliere ciò che di buono e di fondamentale è stato elaborato ed ha portato i suoi frutti, quelli visibili e quelli invisibili.

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Oggi la cura animarum sembra completamente sparita dall’orizzonte spirituale, culturale e pastorale del pensiero e dell’azione della Chiesa di oggi. Il termine cura, nella lingua latina, ha un ampio valore semantico, può infatti corrispondere a cura, sollecitudine, premura, attenzione, riguardo, diligenza, solerzia, inquietudine, affanno, pensiero, preoccupazione, governo, custodia, sorveglianza, coltivazione, allevamento, trattamento, cura delle malattie, rimedio, guarigione, curiosità, interesse, tutela, fino a spingersi addirittura a amore, pena d’amore.

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Sarebbe bello vedere dei pastori che manifestassero, non dico tutti, ma almeno uno dei sopraddetti significati. Trovare un pastore che arrivi addirittura a una pena di amore per le anime a lui affidate è certamente una grande gioia. Oggi invece tutto ciò sembra riservato non alle anime, bensì ai motti, agli slogan, delle ideologie correnti.

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La salute delle anime è ancora il supremo criterio che guida l’azione della Chiesa di oggi? La salvezza eterna degli uomini riguarda ancora questa società ecclesiastica? Il duro ma misericordioso richiamo del Signore: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua anima» (Luca 12,20) ha ancora una qualche eco nelle attuali strutture della chiesa, posto che questa è la vera misericordia di chi ti sta avvertendo di un pericolo mortale?

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Se guardiamo a ciò che appare dalle strutture ufficiali, la risposta appare negativa. Certamente la grazia di Cristo continua a riversarsi sugli uomini attraverso l’opera spesso nascosta ma coscienziosa di molti sacerdoti, religiosi e laici cristiani che restano con generosità fedeli al mandato di Gesù.

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Cura delle anime non sta a significare un cristianesimo intimistico, spiritualistico, staccato dalla vita reale, attento solo alle perfezioni di pochi eletti, dimentico delle grandi questioni umane; anzi è proprio la cura dell’anima che da verità, vigore, forza e significato per un vero impegno nel mondo, non però secondo modalità ideologiche bensì secondo modalità evangeliche, ossia del Cristo vivente, salvatore dell’uomo. La cura animarum non è l’estraneazione dalle problematiche umane, bensì è l’assunzione di ogni problema autenticamente umana nella prospettiva soteriologica. Il concetto di anima non ha valenze da culto misterico, o da ectoplasma da spiritisti; ci rifacciamo semplicemente alla nostra dottrina che trova sintesi nel Catechismo delle Chiesa Cattolica [Cfr. nn. da 362 a 368, testo QUI].

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Proprio in questa prospettiva rientra il preciso comando di Cristo:

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«Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» [Mt 28,19-20].

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Non si compie una cura delle anime senza il necessario e continuo annuncio di Cristo. Una Chiesa che si riduce a ripetere slogan a cui nessuno badò, come il povero Don Abbondio di manzoniana memoria, rischia di essere formata da pastori che non evangelizzano …

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Paradigmatico è il caso delle migrazioni: quanti pastori della Chiesa si sentono chiamati ad annunciare Cristo ai numerosi stranieri che vengono a vivere in Italia? Un annuncio che passa certamente anche nelle opere di giustizia e di assistenza materiale, ma che non può fermarsi lì, quasi che gli stranieri non abbiano un’anima da salvare.

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La sempre più marcata assenza di una vera cura delle anime porta a risultati devastanti, sia all’interno del corpo ecclesiale, sia nella società. La mancata attenzione alla dimensione spirituale, trascendente conduce ad esiti disastrosi. Ecco allora che moltissimi, spinti da quell’insopprimibile desiderio di vita interiore, si rivolgono ad altre realtà, che sembrano offrire una maggiore attenzione ai bisogni spirituali.

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Ecco la rinnovata attenzione alle varie religiosità di tipo orientale, oppure il ricorso a maghi e cartomanti, oppure la frequentazione di quei gruppi spiritualistici o para-cattolici, con tutto l’apparato di visioni, locuzioni, apparizioni fai da te e via a seguire. Mentre i pastori perdono la percezione stessa del fatto che, senza la cura delle anime, si producono danni molto gravi.

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Girava tempo fa una battuta tra i preti: «Quante anime ha la tua parrocchia?» chiedeva un parroco a un altro. E la risposta era: «Duemila corpi, dei quali alcuni, ogni tanto, si ricordano di avere un’anima». Oggi questo si è rovesciato sulla stessa struttura ecclesiastica.

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Non possiamo che ripetere l’appello iniziale: S.O.S. Salvate le nostre anime! Prendetevi cura di noi, poveri migranti da questo mondo al Padre, che attraversiamo il mare tempestoso di questa vita sulla barca di Pietro, non lasciateci affogare tra i marosi del mondo e delle sue povere ideologie.

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Cari pastori, prendetevi cura delle nostre anime: S.O.S! S.O.S! S.O.S! Mentre io, ritirato nel mio eremo nell’isolamento e nel silenzio, prego per voi, perché a questa missione ho dedicata l’intera vita terrena che Dio Padre vorrà concedermi.

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Dalla cella del monaco eremita, 24 febbraio 2020

 

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Comprendo la Cina Comunista e il suo timore verso il Cattolicesimo, non comprendo invece le ragioni dell’accordo fantasma della Santa Sede col Governo di Pechino … Un vecchio articolo per comprendere meglio anche il problema coronavirus

23 Febbraio 2020/in Attualità/da Padre Ariel

— Chiesa nel mondo: saggio breve di un prete che ama la Cina e il suo Popolo —

COMPRENDO LA CINA COMUNISTA E IL SUO TIMORE VERSO IL CATTOLICESIMO, NON COMPRENDO INVECE LE RAGIONI DELL’ACCORDO FANTASMA DELLA SANTA SEDE COL GOVERNO DI PECHINO … UN VECCHIO ARTICOLO PER COMPRENDERE MEGLIO ANCHE IL PROBLEMA CORONAVIRUS

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il Cristianesimo è divenuto elemento di aggregazione e di unità, senza però impedire, come forse pensava l’Imperatore Costantino, la disgregazione dell’Impero, anzi sotto certi aspetti favorendola. Sicché, il potere politico che cercò di rinsaldarsi usando come elemento di unità ed unificazione il Cristianesimo, credendo di poter in tal senso ed a tal fine assorbire il Cristianesimo, è stato invece assorbito dal Cristianesimo, che è sopravvissuto all’Impero Romano mantenendo al proprio interno tradizioni, usi e costumi romani totalmente cristianizzati. Ecco cosa spaventa il Governo Comunista della Cina, ed hanno ragione, sul piano politico, a essere spaventati, quindi ad agire di conseguenza. È la Santa Sede che forse non ha capito la ragione di queste paure..

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2020-02-23 11:52:322023-04-19 20:23:38Comprendo la Cina Comunista e il suo timore verso il Cattolicesimo, non comprendo invece le ragioni dell’accordo fantasma della Santa Sede col Governo di Pechino … Un vecchio articolo per comprendere meglio anche il problema coronavirus

Gli studi televisivi di Mediaset sono quel «Monte» da sopra il quale, come prete e teologo, mi accontento di far brillare anche la luce di un solo fiammifero acceso, affinché brilli per … dritto e rovescio

18 Febbraio 2020/15 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— società e attualità ecclesiale—

GLI STUDI TELEVISIVI DI MEDIASET SONO QUEL «MONTE» DA SOPRA IL QUALE, COME PRETE E TEOLOGO, MI ACCONTENTO DI FAR BRILLARE ANCHE LA LUCE DI UN SOLO FIAMMIFERO ACCESO, AFFINCHÉ BRILLI PER … DRITTO E ROVESCIO

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Se in questo momento di grande crisi e decadenza ecclesiale ed ecclesiastica cerco di accendere anche un solo fiammifero, forse meriterei il sostegno da parte di quei cattolici che non sanno com’è fatto un monte, come ci si sale sopra e, soprattutto, come si accende un semplice ma prezioso fiammifero dallo studio televisivo di una Rete di Mediaset. Spesso a Dio basta davvero poco, perché anche attraverso la luce di un fiammifero, un’anima può decidere di essere salvata, attraverso quel misterioso dono della libertà e del libero arbitrio donato all’uomo dall’Eterno Creatore. 

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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puntata del 13 febbraio, ultimo blocco della serata. Per vedere la registrazione cliccare sull’immagine

È doveroso rispondere a coloro che non essendosi mai ritrovati dinanzi alla luce rossa di una telecamera che ti manda in diretta, mi hanno scritto per darmi consigli. Per rispondere è però necessaria una premessa che narri il “dietro le quinte”. Leggendo certi consigli si comprende come essi siano dati da persone che ignorano quella che è la complessa struttura della redazione di un programma televisivo ideato e condotto da ottimi professionisti di prim’ordine. Esempio: in un programma già pianificato da giorni possono subentrare cambi dovuti a imprevisti che impongono di montare un servizio in pochi minuti, rivoluzionando tutta la scaletta studiata nei precedenti giorni di meticoloso lavoro.

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Sullo schermo i telespettatori vedono Paolo Del Debbio che conduce, coadiuvato nello studio di trasmissione dal giornalista Giorgio Tosi che dà la parola a qualche membro del “pubblico parlante” per commenti o domande. Spesso vediamo sullo schermo i servizi di collegamento di Henri Kociu, altro bravo professionista che assieme alla brava Ilaria Mura e altri loro colleghi curano gli esterni da varie parti d’Italia. Pochi sanno però che per questi professionisti, realizzare collegamenti implica spostamenti, spesso lunghi viaggi, semmai per trasmettere in diretta le risposte a due domande rivolte a un singolo interlocutore, o per documentare, in quindici secondi, immagini che servono per supportare ciò che viene dibattuto in studio.

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Sempre da dietro le quinte ho assistito a un cambio dettato da un’emergenza improvvisa: nel corso della puntata del 17 gennaio Paolo Del Debbio fu colto da un malore dovuto a un problema alla gamba, sostituito seduta stante da Marcello Vinonuovo, responsabile della direzione e produzione del programma, che portò avanti l’intera diretta televisiva con tutta la professionalità a lui propria.

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Ho visto il giovane giornalista Edoardo Dallari destreggiarsi velocemente nel realizzare in pochi minuti un collegamento dallo studio di Milano all’Ospedale Spallanzani di Roma per consentire al conduttore di rivolgere domande a un insigne virologo, dopo che era giunta notizia di un nuovo caso di infezione da coronavirus. Inutile a dirsi: tra gli spettatori che seguivano da casa, nessuno può sapere o immaginare che lavoro comporti improvvisare da un momento all’altro un collegamento durato poi tre minuti, per non dire quante persone hanno lavorato per quei tre minuti di collegamento in diretta negli interni e negli esterni.

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Anche nella puntata del 6 febbraio il programma subì cambiamenti: fu necessario inserire in prima serata la notizia del Treno Frecciarossa deragliato a Lodi. Pure in quel caso furono improntati servizi e collegamenti in un breve spazio di tempo, cercati e poi prelevati e condotti in studio alcuni testimoni. Anche in quell’occasione mi trovavo in redazione per partecipare al programma e ho potuto assistere dal vivo a come il tutto si è svolto e con quale velocità e bravura professionale è stato realizzato. Questo per spiegare ai Lettori, nella mia veste di testimone e di partecipante, che dietro questo programma c’è un lavoro che pochi immaginano; lavoro che richiede le capacità di ottimi professionisti, posto che un incapace potrebbe recare in simili contesti danni enormi, specie a una società come Mediaset, che non beneficia di alcun canone televisivo coatto, che per intendersi equivale a dire: tu voglia o no, te lo metto … nella bolletta della luce, così devi pagarlo per forza.

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Mediaset vive di ascolti, di pubblicità. E per produrre quella pubblicità che produce danaro, sono appunto necessari gli ascolti. Questo complesso insieme di cose nelle quali mercato e informazione si fondono di necessità assieme, comporta regole precise che si estendono anche a coloro che partecipano in veste di ospiti o di opinionisti a questi programmi.

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Le persone della mia età ricordano come nacquero le tre reti televisive della Rai e come per anni andarono avanti. La Rai è sempre stata una azienda politicizzata nella quale il primo canale era della Democrazia Cristiana, il secondo canale del Partito Socialista, il terzo canale del Partito Comunista e dei suoi partiti amici di minoranza. Di conseguenza, fatte salve diverse figure professionali di indubbia eccellenza, questa Azienda di Stato ha sempre brulicato anche un esercito di incapaci e figure parassitarie che avevano come solo merito di essere gli amici degli amici di quel potente politico che li aveva piazzati alla Rai. Tutto questo, una grande azienda privata non se lo può permettere. Certo, anche la grande azienda privata assume l’amico dell’amico di quel potente politico, ma a patto che sia capace, perché pagando coi soldi propri e non con quelli pubblici, immettere al proprio interno incapaci o nullafacenti parassitari nelle grazie dei politici, non sarebbe un semplice danno, bensì un pericolo che potrebbe portare al vero e proprio fallimento.

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Una delle critiche a me rivolte è stata: «Perché non parli in modo elevato e teologico come fai in altri tuoi scritti o in diverse tue video-conferenze?». Altra critica: «Non devi animarti e alzare la voce». Infine il consiglio drastico e deciso: «No, non andarci più, perché non serve a niente, è tutto inutile» …

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Partiamo per ordine con le risposte: anzitutto faccio notare che in modo «elevato» e «teologico» non ci parlano più neppure i nostri attuali vescovi italiani, emblema triste di un episcopato precipitato in una mediocrità desolante, considerando che nella Chiesa italiana in particolare, il concetto di «amico dell’amico del potente» ― che nel nostro caso non è il «potente politico» ma il ben più dannoso potente vescovo o cardinale ―, è applicato in modo peggiore di come lo applicavano i vecchi democristiani, socialisti e comunisti con i loro uomini o con i loro parassiti nullafacenti piazzati alla Rai. Infatti, dall’alto delle cattedre delle loro chiese cattedrali, i nostri sommi maestri della fede e della dottrina ― casomai certi miei critici non lo avessero afferrato ―, lungi dal parlare dei grandi Santi Padri e Dottori della Chiesa e del loro sapiente insegnamento teologico, parlano ormai solo di migranti e di una carità annacquata e adulterata che niente ha da spartire con quanto insegna il Beato Apostolo Paolo [cfr. I Cor 13, 13]. Triste e amara verità: dai pulpiti episcopali anche più blasonati oggi è smerciato perlopiù un concetto mondano che niente ha da spartire con la virtù teologale della carità, molto invece col filantropismo suicida alla volemose b’bene.

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Chiarito che fare del bene non implica esercitare la somma virtù della carità cristiana, è necessario rammentare appresso che Cristo Dio, a coloro che praticavano il buonismo già nell’antica Giudea di duemila anni fa, disse in modo chiaro: «Non fanno così anche i pagani?» [cfr. Mt 5, 47]. E aggiunse: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» [cfr. Mt 5, 48]. Ossia: la carità non è nei vezzi emotivi del mondo, o in ciò che al mondo piace, risiede nelle azioni di grazia del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La fede, come ci insegna l’Autore della Lettera agli ebrei, lungi dall’essere impulso emotivo «[…] è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» [Eb 11, 1]. Dunque perché, in uno studio televisivo, dovrei fare quelle lectiones magistrales d’alta teologia che i nostri vescovi, nella loro conformistica e bassa arte omiletica, non fanno dai pulpiti delle loro chiese cattedrali durante le grandi solennità dell’anno liturgico, posto che il Santo Natale e la Santa Pasqua, da anni a questa parte, anziché essere le rispettive celebrazioni del Verbo di Dio incarnato e del Cristo risorto che sconfigge la morte, paiono diventate il teatrino emotivo-ossessivo della più mondana e filantropica migrantopoli?

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Nella puntata del 6 febbraio sono stato molto chiaro a spiegare in brevi parole che era necessario rivolgersi in modo semplice e comprensibile a un pubblico che in numero sempre maggiore, cattolici inclusi, non conosce più neppure i fondamenti del Catechismo. Un problema oggettivo e triste dinanzi al quale, pensare di poter fare «alta teologia» da uno studio televisivo, implica davvero vivere fuori dal mondo del reale, o perlomeno avere con esso un pessimo rapporto.

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I miei critici non hanno colto che al contrario di certi miei confratelli radical chic, negli spazi concessi non ho mai mancato di fare riferimenti alla dottrina, alla morale e al magistero della Chiesa, con le parole semplici e le frasi brevi che sono consentite non a me, ma a chiunque partecipi. Anzi, lamentare che «non ti hanno dato spazio per approfondire quel tema», come taluni hanno scritto, è cosa ingiusta e falsa. È vero infatti l’esatto contrario: mi hanno sempre concesso ampio spazio, assieme a un sincero rispetto tributato alla mia figura di sacerdote, sia in diretta sia dietro a delle quinte popolate di belle persone umane, con diverse delle quali ho stabilito rapporti di sincera amicizia, incluse persone che da molti anni non scambiavano una parola con un prete. Detto questo si tenga conto che il programma è diviso in quattro blocchi la cui durata è di circa 40 minuti ciascuno. Nel parterre ci sono solitamente dai quattro ai sei ospiti, ciascuno dei quali deve parlare almeno una volta. In questo lasso di tempo vi sono delle presentazioni al tema attraverso filmati introduttivi, vi sono quasi sempre vari collegamenti esterni, alcune persone che commentano o che rivolgono domande dal pubblico e alcuni stacchi pubblicitari. Qualsiasi mente dotata di comune buon senso e di minimo spirito di analisi, dovrebbe comprendere che se uno degli ospiti del parterre riesce a parlare per un totale di tre minuti, ha avuto davvero un grande spazio, a me peraltro sempre concesso, cosa di cui sono grato a Paolo Del Debbio e alla Redazione.

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Riguardo all’invito a me rivolto di «non urlare», desidero chiarire quelli che sono i meccanismi di una comunicazione veloce mirata di necessità all’essenziale. Anzitutto, animarsi e alzare la voce come ho fatto in alcune occasioni, non è stato un eccesso ma una necessità. Può infatti accadere che dinanzi a certi argomenti sensibili, uno o più interlocutori tentino di deviare dal tema allo scopo di non farti parlare, impedendoti di fatto di lanciare un messaggio, per esempio chiarendo che cosa insegnano a tal proposito la dottrina e la morale cattolica, oppure che cosa è realmente accaduto nella storia. In una situazione simile, se non mi prendessi il diritto di concludere un discorso o di replicare brevemente dicendo cosa è vero e cosa è falso, farei la figura del soggetto non solo cedevole, ma ometterei proprio di chiarire ciò che per la Chiesa è sbagliato. Detto questo si tenga conto che in quel delicato contesto, per coloro che mi ascoltano da casa, io non sono il libero professionista della propria personale opinione, ma un membro della Chiesa Cattolica e del suo Collegio Sacerdotale. Domando quindi ai miei critici così sensibili dinanzi a un prete che in caso di necessità si anima nel corso di un discorso: per voi, è più importante dire e chiarire cosa è giusto o sbagliato, cosa è vero o falso, oppure, per un’idea distorta di galateo clericale, tacere mentre uno o più interlocutori affermano cose fuorvianti o storicamente errate? Detto questo aggiungo: come sacerdote vivo in una Chiesa che sta attraversando un momento di terribile decadenza sul piano ecclesiale ed ecclesiastico. Una Chiesa all’interno della quale ho visto fin troppi preti, vescovi e cardinali mettere in atto ingiustizie e autentici abominî che gridano vendetta al cospetto di Dio, il tutto con sorrisi diafani impressi sui volti, voci mielose, toni contenuti e parole suadenti. È forse questo, il genere di clero “misurato” e “compassato” che piace a certi miei critici, o che certi miei critici augurano alla Chiesa di Cristo di poter avere o di seguitare ad avere?

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Le persone che mi hanno invitato a «non andare più», perché a loro dire «non serve a niente», sono gli stessi che poi si lamentano delle figure di certi sacerdoti mediatici del passato e del presente che, di piacioneria in piacioneria vanno a braccetto col mondo, al quale mostrano sempre accondiscendenza, costasse pure affermare, come più volte accaduto dinanzi a milioni di telespettatori: «… è vero, la Chiesa dice questo, però io la penso in altro modo, ho un’altra opinione». Ebbene, vi risulta forse che dinanzi al pubblico televisivo io abbia emesso anche un solo sospiro contrario alla dottrina, alla morale e al magistero della Chiesa? Sicché certi critici dovrebbero comprendere che se io non partecipo, dicendo ciò che è possibile dire entro tempi e regole degli spazi televisivi, la cosiddetta scena sarà solo calcata da quei preti in maglione e scarpette da ginnastica che danno al pubblico una immagine di sacerdote laicizzato e non propriamente edificante, il quale spesso e volentieri non trasmette quel che insegna la Chiesa, ma quello che pensa lui dall’alto del proprio egocentrismo, spesso purtroppo anche dall’alto della sua ignoranza sui fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, oggi tanto diffusa persino tra il nostro clero. A che vale dunque rinchiudersi, come fa il cattolico depresso, nel proprio ghetto fatto di madonnine e sedicenti veggenti che annunciano catastrofi imminenti, mentre fuori tutto crolla attorno a noi? Piuttosto invece bisognerebbe riflettere sulla profonda tenerezza che Cristo Dio provò per quella folla di persone che apparvero ai suoi occhi come pecore senza pastore:

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«[…] e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» [cfr. Mc 6, 34].

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Oggi più che mai, quante sono queste «pecore senza pastore» che da noi aspettano, anzi spesso implorano, solo una semplice parola di buon conforto?

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Cristo Signore ci invita con parole chiare a essere «la luce del mondo», ed a tal proposito ci spiega:

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«[…] non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» [Mt 5, 14-16].

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Non capisco davvero come certi cattolici leggano il Santo Vangelo, che non è un fenomeno da ghetto chiuso escluso dal mondo, è la luce del Verbo incarnato, come spiega il Beato Apostolo Giovanni nel Prologo al suo Vangelo, dove la luce è usata come metafora per indicare la «luce da luce» che è Cristo Verbo di Dio incarnato [cfr. Gv 1, 1-18]. E quella di Cristo non è una luce che si accende «per metterla sotto il moggio», cari cattolici depressi da ghetto, che tra madonnine e sedicenti veggenti che vi eccitano con annunci di catastrofi imminenti, dimenticate ― o forse non sapete ― che il Libro della Apocalisse del Beato Apostolo Giovanni racchiude al suo interno il più grande messaggio di speranza. Basterebbe conoscere il semplice significato delle parole: la parola di derivazione greca, apocalisse, significa “scoprire”, “svelare” ciò che è nascosto. Il messaggio apocalittico ci rassicura che il bene ha già vinto sul male, che Cristo Dio ha già trionfato. L’Apocalisse è il messaggio della gioia della fede, non delle cupe eccitazioni a uso degli irredimibili pessimisti cronici che abbondano anche nel Popolo Santo di Dio.

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Ciò che in doni di grazia mi è stato dato in luce da Cristo Dio che è «luce da luce», debbo farlo risplendere in tutti i modi, come sta scritto in quel severo monito che è la Parabola dei Talenti [cfr. Mt 25, 14-30]. All’occorrenza salendo tranquillamente con la mia lucerna sul «monte» di Mediaset e cercando di accendere anche un solo fiammifero dentro lo studio numero 11 dal quale sono trasmesse le dirette di Dritto e Rovescio condotte da Paolo Del Debbio e organizzate da una redazione di eccellenti professionisti. Perché, con i tempi che corrono, riuscire a far vedere al mondo anche la luce di un solo fiammifero, è un’autentica grazia di Dio, per chi come me prova cristologica tenerezza per tutti voi, che mi sembrate sempre più come «pecore senza pastore».

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Anche per questo sono grato agli amici della redazione del programma Dritto e Rovescio per avermi dato l’opportunità di essere me stesso, ossia un prete, di poter andare all’occorrenza contro le tendenze di questo mondo, di poter esercitare il diritto a quella scorrettezza politica che è tutta quanta scritta e indicata parola per parola dentro il Santo Vangelo, di cui sono maestro e annunciatore per sacro mandato ricevuto mediante consacrazione sacerdotale. Tutto questo in una società nella quale, del prete e della fede cattolica, si tende a dare ormai un’immagine grottesca e falsata. È infatti tristemente noto che noi, per meritarci di essere trattati in modo grottesco, abbiamo lavorato a lungo, dando spesso al mondo il meglio del peggio dell’immagine di Chiesa e di clero che potevamo dare. E oggi, il mondo, ci sta ripagando rovesciando il meglio del ridicolo sulle nostre peggiori miserie.

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Se in questo momento di crisi e decadenza ecclesiale ed ecclesiastica cerco di accendere anche un solo fiammifero, forse meriterei il sostegno da parte di quei cattolici che non sanno com’è fatto un monte, come ci si sale sopra e, soprattutto, come si accende un semplice ma prezioso fiammifero dallo studio televisivo di una Rete di Mediaset. Spesso a Dio basta davvero poco, perché anche attraverso la luce di un fiammifero, un’anima può decidere di essere salvata, attraverso quel misterioso dono della libertà e del libero arbitrio donato all’uomo dall’Eterno Creatore. 

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dall’Isola di Patmos, 17 febbraio 2020

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È in distribuzione il nuovo libro di Ariel S. Levi di Gualdo: Nada te turbe, un’opera di spiritualità sul martirio scritta in forma di romanzo storico e ambientata in un’epoca di feroce persecuzione della Chiesa. Opera che potrebbe edificare e aiutare molte persone, soprattutto in questo momento. Potete acquistarlo presso il nostro negozio dove sono disponibili tutte le nostre pubblicazioni [vedere QUI].

 

 

 

 

 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2020-02-18 00:10:582021-04-27 19:11:29Gli studi televisivi di Mediaset sono quel «Monte» da sopra il quale, come prete e teologo, mi accontento di far brillare anche la luce di un solo fiammifero acceso, affinché brilli per … dritto e rovescio

Una riflessione teologica sul coronavirus: tra corretta informazione e pericolose bufale degli idioti internetici, mentre l’uomo non è più capace a leggere i segni della terra e del cielo

31 Gennaio 2020/13 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— società e attualità ecclesiale—

UNA RIFLESSIONE TEOLOGICA SUL CORONAVIRUS: TRA CORRETTA INFORMAZIONE E PERICOLOSE BUFALE DEGLI IDIOTI INTERNETICI, MENTRE L’UOMO NON È PIÙ CAPACE A LEGGERE I SEGNI DELLA TERRA E DEL CIELO

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Che dire, nella Chiesa di oggi: poveri e migranti avanti a tutto e a tutti, mentre un pericoloso virus si sta diffondendo, senza che per il momento vi siano cure e vaccini. Da tutto questo capite bene che, il virus peggiore, è quello che da tempo si è diffuso dentro la Chiesa Cattolica. La cosa grave è che noi, per salvarci dalla pandemia, il vaccino ce lo abbiamo eccome. Se però ti azzardi a indicarlo, o peggio a chiedere che venga usato, rischi di essere letteralmente sbranato dagli utili e pericolosi idioti che inneggiano alla «rivoluzione epocale» della «Chiesa del nuovo corso».

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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il tweet del Prof. Roberto Burioni, microbiologo e virologo presso l’Università Vita e Salute dell’Ospedale San Raffaele di Milano

Quando ci si rivolge a un pubblico numeroso, grava sempre su di noi il dovere di non lanciarsi in analisi che richiedono delle competenze scientifiche molto profonde.

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Internet brulica soggetti che vanno dai tuttologi a quanti sfogano il peggio della loro idiozia, sino a trascendere nella vera e propria tragedia che prende pericolosa forma al momento in cui l’idiota che scrive è preso sul serio da un numero elevato di altrettanti idioti che lo leggono. Le conseguenze di questo mercato di offerta e di acquisto dell’idiozia, mi è stato spesso lamentato da insigni clinici romani di alta professionalità scientifica e di altrettanta reputazione, molti dei quali amici di vecchia data che spesso, con l’amico prete, hanno aperte le cataratte dei loro sfoghi privati. Una delle lamentele più ricorrenti è legata all’ambito diagnostico. Non è infatti raro che dopo esami clinici approfonditi e studi accurati del caso, questi specialisti si sentano dire con inquietante disinvoltura dal paziente, o da chi lo accompagna: «… ma su internet ho letto che …». Talvolta alcuni hanno chiesto ai pazienti o ai loro accompagnatori dove avevano letto simili notizie così anti-scientifiche. Poi, andando appresso a verificare hanno appurato loro stessi in che modo persone prive dei basilari criteri scientifici, dissertassero con pericolosa disinvoltura su delicati temi che variavano dalla oncologia alle malattie infettive, per non parlare della compagine degli anti-vaccinisti.

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Conosco insigni ed eccellenti specialisti clinici che hanno segnalato situazioni molto gravi e fatto scattare indagini giudiziarie, dopo essersi ritrovati dinanzi a casi di inaudita gravità prodotti dalla pericolosa ignoranza degli idioti internetici scriventi e degli idioti internetici utenti. Varie volte è accaduto che degli oncologi abbiano lamentato di essersi ritrovati dinanzi a malati di tumore in stato terminale che avrebbero potuto salvarsi se curati per tempo, il tutto perché il figlio o la figlia, naturisti internetici convinti e praticanti, hanno puntato alla … “medicina” naturale alternativa al grido di «No, alle multinazionali farmaceutiche che speculano sulle malattie con farmaci che recano gravi danni all’organismo». Per seguire con specialisti in pediatria, che  più volte hanno allertate le Procure della Repubblica dopo essersi ritrovati dinanzi a bambini con gravi problemi causati da genitori seguaci della setta vegana, di quella fruttariana e via dicendo a seguire.

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Non tanto per sdrammatizzare, semmai per inquadrare con spirito di partecipata solidarietà questa tragedia, di frequente ho risposto a questi amici che noi preti e teologi condividiamo con gli specialisti clinici in modo diverso, ma del tutto simile, le stesse dolorose, frustranti e tragiche sorti. Non sono pochi i fedeli cattolici che dopo avere letto quattro idiozie pseudo-teologiche e pseudo-dottrinarie su internet, o dopo avere frainteso complessi documenti del magistero della Chiesa, estrapolando da essi frasi scisse da contesti che richiedono una preparazione molto profonda, in maniera spudorata affrontano un teologo di indubbia preparazione muovendo la spocchiosa contestazione: «No, non è affatto come dice lei …». In simili casi è quasi sempre inutile dire e precisare il giusto e ovvio vero, perché il “teologo” internetico è pronto a replicare con decisa e rara arroganza: «… guardi, lei si deve documentare, anzi deve proprio studiare bene la materia, perché io ho letto che …». E a fronte di tutto questo qualcuno si domanda persino, a partire da quella santa donna di mia madre, come mai talvolta esordisco con delle parolacce assai peggiori di quelle di uno scaricatore di porto, della serie: «Per imparare a dire tutte queste parolacce, era proprio necessario che tu diventassi prete?».

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Internet ci ha donato la nuova èra dell’analfabetismo digitale e della non-ragione, soprattutto forme nuove di superstizione che nulla hanno da spartire con le antiche o vecchie forme di un tempo, alla base delle quali c’era però una cultura basata su vecchie tradizioni o credenze popolari. Diversamente, alla base delle nuove superstizioni, non c’è cultura, né tradizioni o credenze radicate ma l’irrazionale che si nutre dell’irrazionale, l’ignoranza che si nutre della peggiore arroganza che nasce dal non-sapere che si muta in vera e propria fierezza del non sapere filosofico, storico, scientifico.

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Può, uno specialista clinico sbagliare una diagnosi e dare cure inefficaci, forse persino dannose? Sì, può accadere, anche e solo per errore umano del tutto involontario, senza che lo specialista sia stato in alcun modo né superficiale né negligente. Ciò che però sembra sempre più carente nella nostra odierna società, è la logica del buon senso che dovrebbe spingere a questa valutazione: produce più rischi e danni un oncologo che sbaglia diagnosi, oppure il “clinico” internetico improvvisato che persuade un proprio familiare a curarsi con la “medicina” naturale alternativa, inducendo il malato a giungere dall’oncologo quando le metastasi tumorali sono ormai diffuse in tutto in corpo dalla testa ai piedi, con la conseguenza che l’unica terapia possibile è il ricovero nel centro per malati terminali, dove le uniche cure sono quelle contro il dolore derivante dalla patologia tumorale che lo ha colpito?  

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In situazioni di questo genere ecco che a tragedia si aggiunge tragedia, perché certi idioti non sbagliano mai. Messi infatti dinanzi alla realtà del morto, sono capaci ad affermare che la conseguenza del decesso ― lungi dall’essere il risultato della loro incosciente idiozia ― è dovuta alle scie chimiche, agli esperimenti nucleari, ai farmaci ed ai vaccini che contengono al proprio interno elementi cancerogeni affinché il soggetto sviluppi in futuro il cancro e le multinazionali farmaceutiche possano così arricchirsi attraverso i medicinali e le chemioterapie.

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Sull’emergenza del coronavirus che dalla Cina si è ormai diffuso in vari altri Paesi del mondo e per il quale non esiste al momento vaccino, bisogna ascoltare anzitutto gli esperti e gli scienziati, poi seguire in modo scrupoloso i consigli dei clinici. Gli uni e gli altri, possono sbagliare? Sì, potrebbero anche sbagliare, ma i loro errori umani non giungerebbero mai, né mai avrebbero la devastante portata che di rigore hanno le “soluzioni” e le “diagnosi” offerte dagli idioti internetici, seguiti a loro volta, di prassi e di rigore, da un esercito sempre più numeroso di idioti utenti internetici.

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I nostri Lettori sanno bene quanto spesso io ricorra a paradossi più o meno a effetto, talora anche scioccanti. Con questi risultati: da una parte c’è chi ride, ma ridendo comprende bene il messaggio, mentre dall’altra c’è chi si arrabbia, accusandomi semmai di volgarità e rifiutandosi categoricamente di capire. Ebbene, rivolgendomi ai primi, non ai secondi racchiusi nella sfera degli irragionevoli irrecuperabili, vi dico: se proprio volete usare internet per farvi del male, se proprio fosse obbligatorio scegliere il male minore, in tal caso fate indigestione dei peggiori film porno che trovate disponibili in rete, ma non prestate ascolto a tutti gli “esperti” improvvisati che hanno già cominciato a seminare notizie che non hanno nessun fondamento scientifico riguardo il coronavirus.

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Desidero per inciso ringraziare l’amico Paolo Del Debbio, di cui sono stato ospite varie volte al programma su Rete 4 Dritto e Rovescio, per avere dedicato ieri sera una puntata molto interessante nella quale è stata fatta corretta, precisa e soprattutto preziosa informazione. Chi non avesse visto il programma e volesse vederlo, può trovarlo disponibile in internet [vedere QUI].

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Molto interessante tra i vari ospiti la presenza del Prof. Alessandro Meluzzi, uomo di ineccepibile scienza quando svolge il mestiere di sua stretta pertinenza: quello del clinico dotato di indubbia cultura enciclopedica nell’ambito della medicina, alla quale unisce alte competenze legate al suo ramo specialistico, che è la psichiatria. Nessuno meglio di lui poteva trattare ― e lo ha fatto egregiamente ―, il discorso legato all’emergenza del coronavirus sviscerando il problema dal punto di vista infettivo virale, quindi da quello delle varie forme di psicosi che da esso possono prendere vita e svilupparsi a livello sociale. Dopo avere spiegata a rigore scientifico la inutilità delle mascherine di protezione; dopo avere spiegato in modo realistico che cercare di contenere questo virus sarebbe «come catturare l’aria con le mani»; dopo avere detto che un vaccino non c’è e che non sarà disponibile neppure nell’immediato, con un sorriso ha concluso quella parte di discorso con una breve battuta: «Al momento non ci resta che raccomandarci alla protezione della Vergine Maria, l’unica che in questo momento potrebbe fare qualche cosa».

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Dopo questo discorso che intendeva essere una doverosa premessa, posto che la parola spetta agli scienziati, ai virologi e agli specialisti clinici, passo a quello che è il mio “mestiere” di sacerdote e teologo, per dare un altro genere di lettura. Cosa che farò partendo proprio dalla battuta del Prof. Meluzzi: «In questo momento, solo la Vergine Maria potrebbe fare qualche cosa».

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Passando quindi alla mia sfera di competenze, posso affermare che per altro verso temo un’altra categoria non meno virulenta di idioti internetici: quella degli pseudo cattolici che tendono a vivere una ”fede” ottusa e cupa, fatta di visioni, rivelazioni, segreti svelati o non svelati, messaggi dati da varie Madonne e via dicendo, che quasi sempre e di rigore sono da loro male interpretati, alterati e manipolati allo scopo di seminare quel terrore ― che in verità non terrorizza nessuno ma che tende invece a far ridere tutti, dai cattolici ai laicisti ―, mirato al fine primo e ultimo di dire e soprattutto imporre: io ho ragione!

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Conoscendo come suol dirsi i miei polli, affermo con tutto il debito anticipo che il servizio più pessimo che certi cattolici veri o più facilmente presunti tali, possono fare in un momento di emergenza come questo, è di annunciare catastrofi più o meno predette, più o meno contenute in messaggi e rivelazioni private che, ricordo, non sono mai state fissate dalla Chiesa nel deposito della fede. O per dirla brutalmente: la nostra fede non dipende dai segreti rivelati o non rivelati dati ai tre pastorelli dalla Beata Vergine Maria di Fatima, piaccia o meno a certuni. La nostra fede non dipende dalla bella immagine del cosiddetto trionfo del cuore immacolato di Maria, ma dipende tutta quanta dalla incarnazione del Verbo di Dio nel ventre della Vergine Maria, dalla sua morte salvifica, dalla sua risurrezione e ascensione al cielo, quindi dipende dalla certezza, come recitiamo nel Credo, che Cristo Dio «un giorno tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti».

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Sempre a questi poveri cattolici meschini, ricordo che tre sono le fondamentali virtù teologali: la fede, la speranza e la carità [cfr. I Cor 1, 13]. Il terrore, che spesso costoro cercano di usare quando gridano ai peccati e ai peccatori di questo mondo caduto nel baratro, sempre nella “magica” e “fideistica” attesa che trionfi il cuore immacolato di Maria, non servono affatto a scuotere le coscienze, neppure a suon di visioni infernali o di rivelazioni di tremendi castighi del tal mistico o della tal mistica. Servono solo a produrre effetti del tutto contrari nell’uomo di oggi e nella odierna società contemporanea, che attraverso grande fatica ed esiti molto incerti di successo, ha bisogno di essere nuovamente evangelizzata, non terrorizzata. E purtroppo oggi, noi cattolici, siamo messi molto male, essendo tremendamente carenti di evangelizzatori virili, credibili e santi.

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O pensano forse costoro che le virtù teologali, da tre che erano, siano divenute oggi quattro, con l’aggiunta della quarta virtù del terrore? Non solo infatti, il terrore, non redime e non converte nessuno, ma come sacerdote che esercita il prezioso ministero di confessore, ricordo a tutti costoro che se una persona, presa da paura, decide di pentirsi dei propri peccati, solo perché teme condanne e castighi, o perché qualche “anima pia” lo ha terrorizzato con le visioni dell’Inferno della tal mistica o del tal veggente, io posso anche assolverlo dieci volte, ma l’assoluzione sacramentale non vale niente e non produce alcun effetto. Dio vuole infatti il nostro pentimento, non la nostra paura; della nostra paura, non sa proprio che farsene.

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È cosa nota il fatto che certe rivelazioni, comprese quelle riconosciute dalla Chiesa come autentiche, ma lungi come ho spiegato dall’essere state inserite nel deposito della fede, le ho sempre guardate con sospetto, soprattutto per le teorie decisamente folli che alcuni fedeli, ma purtroppo anche certi preti, hanno finito col creare soprattutto sui messaggi della Madonna di Fatima, anteposti in pratica, da molti, al Santo Vangelo stesso. Non sono dunque in alcun modo allergico alle rivelazioni in sé riconosciute come autentiche dalla Chiesa, sia ben chiaro; semmai sono contrario all’uso che certi scellerati ne fanno. Allo stesso modo sono assalito da orticaria ogni volta che certi soggetti inneggiano all’imminente trionfo del cuore immacolato di Maria; e ciò non perché io manchi di devozione alla Beata Vergine e al suo Cuore Immacolato, ma sempre per l’uso errato che certi soggetti rasenti il fanatismo fanno della immagine del cuore della Mater Dei.

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Nel lessico comune, il termine apocalisse e apocalittico ha assunta una connotazione del tutto negativa, ed è legato a eventi catastrofici. Non solo il tutto è sbagliato, perché si tratta di una radicale alterazione del significato che si forma attraverso i lemmi greci ἀπό (apò) e καλύπτω (kalýptō), da cui prende vita la parola composita ἀποκάλυψις (apokálypsis) che alla lettera significa: svelare, rivelare ciò che è nascosto.

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Il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse durante il suo esilio nell’Isola di Patmos, da cui prende nome questa nostra rivista; isola anche nota come il luogo dell’ultima rivelazione. Detto questo possiamo adesso chiarire che se c’è un messaggio di speranza, che per noi è certezza di fede, questi è proprio quello racchiuso nel Libro dell’Apocalisse, in cui si narra la definitiva vittoria del bene sul male e l’avvento di quel regno di Cristo che non avrà mai fine; un avvento anche noto come parusia, dal greco παρουσία, che alla lettera significa “presenza” e che indica il ritorno del Cristo glorioso, la sua presenza senza fine.

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Detto questo chiunque può comprendere ― fatta eccezione per certi cattolici “terroristi” che ci auguriamo di non vedere presto all’opera in questo momento di emergenza dato dal coronavirus ―, che il cuore del messaggio cristiano e dell’intero mistero della rivelazione, non è il terrore, non è la paura, ma la centrale virtù teologale della speranza, che non a caso sta nel mezzo e che regge assieme la fede e la carità. È vero, come insegna il Beato Apostolo Paolo e come noi tutti insegniamo con lui, che «di tutte e tre la più importante è la carità» [I Cor 1, 13], ma la speranza, che sta nel mezzo, come ripeto è la virtù che lega e amalgama assieme le altre, inclusa la più importante: la carità.

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Procedendo verso la conclusione di questo discorso tutto quanto teologico ed escatologico, affatto mirato a creare allarmismi sul problema oggettivamente grave del coronavirus, più che lecito è doveroso domandarsi: un giorno, vicino o lontano, perché a nessuno è dato sapere quando, si verificheranno eventi catastrofici, in seguito ai quali vedremo semmai decimata la popolazione mondiale e nazioni intere scomparire? Ebbene, senza dare vita ad allarmismi e senza irritare i laicisti ― che poi, alla prova provata dei fatti, sono più tolleranti e pronti alla discussione di quanto non lo siano certi cattolici “terroristi” al grido: la tal profezia, il tal segreto, il tal mistico o la tal mistica dice! ― posso serenamente affermare che la previsione di un evento disastroso è scritto nel deposito della nostra fede, ed è quindi per noi fede rivelata, perché è stato Gesù Cristo stesso a rivolgerci queste parole:

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«[…] “quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine”. Poi disse loro: “Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo”» [Lc 21, 8-11].

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Anzitutto Gesù Cristo, perché è lui che parla in prima persona, ci invita a non essere terrorizzati. Figurarsi quindi se ci invita a terrorizzare il prossimo con catastrofi imminenti e disastrose, o con le visioni dell’Inferno racchiuse nelle rivelazioni del tal mistico, della tal mistica o di questo o quell’altro messaggio mariano, il tutto affinché «possa finalmente trionfare il cuore immacolato di Maria», come vanno dicendo in giro con abusivo spirito mariano certi cattolici “terroristi” che non hanno anzitutto capito proprio niente della mariologia stessa.

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Sì, un giorno avverrà qualche cosa di molto catastrofico, ce lo ha detto Gesù Cristo, ma chiunque abbia autentica e vera fede, ciò che un giorno avverrà di devastante, dovrà essere letto sin d’ora con gli occhi della speranza, perché tutto quello che Dio permette, è solo per il bene, la salute e la salvezza dell’uomo.

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Il coronavirus, potrebbe essere quindi letto come uno di quei tanti segni che l’uomo di oggi non è più in grado di cogliere e di interpretare. Potrebbe essere solo il preludio, seguito da chissà quali altri e numerosi segni, per chissà quale lungo lasso di tempo, prima dell’arrivo del grande e devastante segno di cui ci ha parlato Gesù Cristo. 

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Certo, mentre gli scienziati stanno facendo al meglio il loro lavoro, ancora una volta la nostra povera Chiesa, devastata al proprio interno da virus ben peggiori di ebola, di lavoro non sta facendo il proprio. Purtroppo infatti, sclerotizzata com’è su migranti e poveri su poveri e migranti che caratterizzano ormai questo pontificato in modo ossessivo compulsivo, nessuno, a partire dal nostro augusto Pastore Supremo, ha invitato a pregare nelle Chiese di tutto il mondo per chiedere a Dio Padre la grazia di risparmiare all’umanità un eventuale, forse possibile e anche pericoloso flagello. Come infatti diceva il Prof. Alessandro Meluzzi: «Non sono preoccupato della Cina e delle capacità organizzative e scientifiche che quel popolo ha nel far fronte a una simile emergenza, lo sono però per l’Africa. Cosa accadrebbe, se un virus del genere si diffondesse in quel continente?».

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Il Vescovo di Roma, tre anni fa invitò tutti i parroci della sua Diocesi a prendersi una famiglia di immigrati per parrocchia. Idea presumibilmente tratta dalla sceneggiatura di qualche film di fantascienza, a ben considerare che non pochi parroci hanno contratto debiti con le banche e hanno seri problemi a mettere assieme i soldi per pagare la bolletta della luce e il riscaldamento della chiesa parrocchiale. Peccato, che a fronte di questa situazione data dall’emergenza del coronavirus, dinanzi al quale non possiamo al momento sapere a che cosa rischiamo di andare incontro, non abbia ancóra invitato i parroci, alla data odierna, a pregare nelle chiese di tutto il mondo. Ma d’altronde, il nostro felicemente regnante, è un Sommo Pontefice totalmente incentrato sull’idea di una Chiesa povera per i poveri, mica sulla speranza che gli scienziati trovino presto un vaccino per salvare le vite, indistintamente, sia ai poveri che ai ricchi.

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Che dire, nella Chiesa di oggi: poveri e migranti avanti a tutto e a tutti, mentre un pericoloso virus si sta diffondendo, senza che per il momento vi siano cure e vaccini. Da tutto questo capite bene che, il virus peggiore, è quello che da tempo si è diffuso dentro la Chiesa Cattolica. La cosa grave è che noi, per salvarci dalla pandemia, il vaccino ce lo abbiamo eccome. Se però ti azzardi a indicarlo, o peggio a chiedere che venga usato, rischi di essere letteralmente sbranato dagli utili e pericolosi idioti che inneggiano alla «rivoluzione epocale» della «Chiesa del nuovo corso», come ha appena scritto giorni fa su queste nostre colonne Jorge Facio Lince in un suo articolo illuminato e illuminante [cfr. QUI].

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dall’Isola di Patmos, 31 gennaio 2020

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Cari Lettori,

nel mese di dicembre è entrato in distribuzione il mio nuovo libro Nada te turbe, un’opera di spiritualità sul martirio scritta in forma di romanzo storico e ambientata in un’epoca di feroce persecuzione della Chiesa. Ritengo che potrebbe edificare e aiutare molte persone, soprattutto in questo momento. Per questo vi invito ad acquistarlo presso il nostro negozio [vedere QUI] ma soprattutto a leggerlo.

 

 

 

 

 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2020-01-31 22:58:252021-04-27 19:13:29Una riflessione teologica sul coronavirus: tra corretta informazione e pericolose bufale degli idioti internetici, mentre l’uomo non è più capace a leggere i segni della terra e del cielo

Meme. Fenomeno buffo internautico che serve come radiografia del corpo ecclesiastico italiano: San Giovanni Paolo II invitava ad aprire le porte a Cristo, pochi anni dopo si è passati ad “abbassare i muri” e “creare ponti” col mondo per essere dei misericordianti piacioni …

28 Gennaio 2020/in Attualità/da Jorge Facio Lince
— società e attualità ecclesiale —

MEME. FENOMENO BUFFO INTERNAUTICO CHE SERVE COME RADIOGRAFIA DEL CORPO ECCLESIASTICO ITALIANO: SAN GIOVANNI PAOLO II INVITAVA AD APRIRE LE PORTE A CRISTO, POCHI ANNI DOPO SI È PASSATI AD “ABBASSARE I MURI” E “CREARE I PONTI” COL MONDO PER ESSERE DEI MISERICORDIANTI PIACIONI …

La falsa speranza illusoria che oggi si presenta davanti a questa neo ecclesiologia dei meme è quella di pensare o di ipotizzare che domani, nel prossimo conclave, nel prossimo pontificato o in un prossimo eventuale concilio, tutto ritorni come prima in virtù del rifiuto da parte del nuovo eletto, circondato da un grande esercito compatto di coraggiosi e coerenti ecclesiastici, che sistemeranno tutto in un battibaleno, semmai usando la formula magica: hocus pocus …

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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PDF  articolo formato stampa
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memes e pecore …

Nell’éra della «rivoluzione epocale» che ha preso avvio negli ultimi anni all’interno della Chiesa, si insiste sul bisogno impellente di aprirsi e di dialogare col mondo, quasi come se dovessimo imparare dal mondo quella che sarebbe l‘identità, la missio e la funzione della Chiesa. Così, seguendo la sequela di questi “slogan” rivoluzionari, non ci resta che cominciare a guardare la Chiesa anche sotto il profilo dei fenomeni e movimenti del “mondo”, come quello appartenente a Internet, attraverso il noto e diffuso “meme”.

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Il codice “telematico” meme è assegnato a qualsiasi tipo di file visivo o audiovisivo generato nella infinità di imitazioni, derivazioni e adattamenti di ogni tipo di un’unità originale che può essere anche sconosciuta. Il temine meme [1] è un neologismo coniato dal divulgatore scientifico neo-darwinista Richard Dawkins nella sua opera The Selfish Gene [2] del 1976, ed è un termine con cui si vuole presentare come tesi l’analogia tra la trasmissione genetica e la trasmissione culturale, il tutto basato sull’ipotesi che ogni meme, analogamente al gene, è l’unità più piccola e necessaria nella evoluzione: «I meme sono delle piccole unità culturali che si diffondono da persona a persona copiando o imitando».

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Dawkins spiega che la propagazione dei meme, cioè di quelle idee, canzoni, mode, slogan, principi, regole tra cervelli e cervelli, si concretizza per mezzo dell’imitazione, diffondendosi a modo di “virus” di generazione in generazione fino a diventare un concetto fisso come lo è diventato ad esempio quello dell’idea di Dio  [3]:

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«Dio esiste, solo nella forma di un meme con un alto valore di sopravvivenza o di potere infettivo nell’ambiente della cultura umana» [4].

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In questo meme-idea/concetto su Dio, secondo la teoria di Dawkins si evince in primis che l’imitazione è il mezzo per cui vengono generati e duplicati i meme, i quali seguendo le stesse regole dell’evoluzione naturale ― ma in questo caso per analogia seguendo le regole della “evoluzione culturale” ― sopravvivrebbero solo alcuni di essi portando avanti una nuova vita, ed a seguire le qualità più importanti per sussistere e per diffondersi dei meme, per esempio la longevità, la fecondità e la fidelizzazione nell’imitazione per la sua semplicità. Per ultimo il fattibile principio selettivo di questa “evoluzione sociale”, è quello dell’adattamento in risposta all’ambiente sociale in cui si trova.

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«quando viene seminato un meme fertile nella mia mente, letteralmente si è parassitato il mio cervello con la trasformazione della nuova idea diffusa tramite il  veicolo del meme nella stesa forma che lo farebbe un virus nel parassitare un meccanismo genetico di una cellula ospite» [5]”.

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Alcuni studiosi favorevoli a questo neologismo, hanno introdotto il meme nello studio della condotta umana sviluppandolo come «istruzioni per eseguire condotte che sono state memorizzati nel cervello dopo che sono state trasmesse per imitazione», quindi ogni cosa appresa sin dall’infanzia deve identificarsi per imitazione in quanto meme. Altri studiosi lo hanno invece contestato in virtù della sua ambiguità concettuale: non è infatti possibile definire cosa sia precisamente un meme, l’analogia natura e cultura è troppo riduttiva e inefficace per la descrizione dei comportamenti umani complessi, non aggiunge niente di nuovo di quanto già di per sé riescono a fare gli studi antropologici, culturali, linguistici e sociologici.

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Nella cultura d’Internet, il termine meme cominciò a essere presente dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso, conservando anche le stesse analogie tra biologia e cultura, tra geni e meme anteriormente menzionati, anche se la stessa selezione naturale del meme indicata da Dawkins ha avuto una trasformazione in Internet secondo una separazione non tanto attuata secondo la velocità naturale ma secondo l’alterazione deliberatamente data dalla stessa creatività umana con il modo di “hijacking” [6] tra due paralleli: quello dell’imitazione fedele come frutto della fascinazione, ammirazione e identificazione o della  denigrazione e del discredito di persone e idee, per seguire con la replica dell’originale o con la totale trasformazione dell’originale stesso.

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A prescindere dagli ostacoli presenti nel mondo accademico riguardo la teoria dei meme, va ammesso che grazie a questa epoca sempre più condizionata e definita dalla comunicazione su Internet, questo termine ha trovato, per le sue caratteristiche, una esponenziale diffusione, sino a mutarsi, da iniziale unità che si propaga gradualmente tramite il contatto interpersonale di contenuti trasmessi simultaneamente, a dei fenomeni di massa veri e propri, sovrastando così i limiti tra la comunicazione interpersonale e quelli di massa, quelli professionali e amatoriali, quelli del basso verso l’alto e viceversa.

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«unità culturali che si diffondono da persona a persona, i meme furono discussi molto prima dell’era digitale. Eppure Internet ha trasformato la diffusione dei meme in una pratica altamente visibile e il termine netizen è diventato parte integrante della neo-lingua, per lessico, grammatica e sintassi propria dell’uomo internetico» [7].

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In questa dinamica comunicativa, il termine meme è diventato in internet uno specifico sinonimo che indica la diffusione di una “idea particolare” presentata come testo scritto, immagine, mossa linguistica o altre unità di “cose” culturali. Uso che sembra molto simile al mondo accademico, ma distinti tra di loro, perché nella teoria della “evoluzione culturale” la caratteristica primordiale è la longevità della idea trasmessa. Invece, nel mondo telematico, i meme sono delle descrizioni per le mode recenti caratterizzate da breve durata. Se quindi nella sfera accademica i meme sono unità concettuali astratte e spesso controverse,  nella net-sfera i meme sono invece fenomeni concreti e parzialmente ammessi da tutti. Per ultimo: se i meme creano delle distinzioni a livello teoretico evoluzionista, in tal caso si mutano in idee singole o formule che si sono propagate bene. Infatti i meme, a livello digitale, sono gruppi di elementi e di contenuto creati con consapevolezza reciproca e di condivisione legati in una unità culturale popolare diffusa, imitata e trasformata dai singoli utenti di internet, sino a creare una esperienza culturale condivisa nel processo in cui il livello personale o micro riesce anche a modellare la “macro-struttura” della società.

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La ragione per cui si è fatto così popolare il fenomeno dei meme nella rete, è dato dal godimento e piacimento provocato nell’utente che riesce a ripetere o trasformare una attività che lo fa uscire della sua routine quotidiana, realizzata quasi sempre insieme ad altre persone. Per questo approccio di gruppo i meme finiscono con l’avere un impatto sociale e politico, perché acquisiscono un ruolo comunicativo di “conversazione continua”, con forte spinta di dibattito, pur restando nell’ambito dei pubblici discorsi informali e spontanei che partono dal basso, con la possibilità di generare collegamenti tra l’individuale e il collettivo, tra il personale con la res-publica.

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I meme sono diventati i conseguenziali elementi naturali per lo studio di Internet e della cultura digitale. Il comportamento memetico è però nuovo, perché la sua portata di visibilità globale non ha precedenti. In questa era iper-memetica la circolazione di copie e derivati hanno dato alle copie un senso più importante dell’ ”originale”, fino a diventare oggi la ragione di essere della comunicazione digitale [8].

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Superando l’ambito della sociologia, della antropologia e dello studio di internet, si potrebbe aggiungere, o volendo anche creare una terza analogia tra evoluzione naturale, evoluzione culturale e «rivoluzione epocale» in cui il meme diventa l’elemento naturale per lo studio “ecclesiologico” e di comportamento nella stessa struttura ecclesiastica odierna. La prima caratteristica sarebbe quella dell’imitazione della moda pauperista cialtrona e priva di sostanza nelle prediche di molti ecclesiastici. La seconda caratteristica può essere costituita dalla spinta e dalla sfida continua a superare i cosiddetti «vecchi schemi», persino se ciò implica di rasentare il ridicolo e l’ignoranza dottrinale, ed il tutto sia ripetendo discorsi sociopolitici, sia in una impostazione assistenziale priva di qualsiasi riferimento alla sfera dello spirituale, del sacro o del sacramentario. Vi sarebbe infine una terza caratteristica, anch’essa tipica e del tutto esclusiva dell’ambito ecclesiastico, non presente negli altri ambienti: l’omologazione acritica imposta come modello tipico dei regimi dittatoriali sparsi per il mondo. Da queste due caratteristiche ― ma specialmente dalla terza ― si può ricavare che la ragione d’essere di questa «nuova ecclesiologia» dei meme, è un perfetto rimando al principio di imitazione descritto dalla favola  del “re nudo”, che ovviamente nessuno può criticare, perché tutti devono ballare e danzare come davanti al «più grande spettacolo dopo il big bang» accecati volontariamente o involontariamente in una percezione chiusa del reale, pronti a magnificare le splendide vesti del re, che come risaputo era però nudo. Attraverso queste dinamiche si realizza e si concretizza l’analogia dei meme in quanto fenomeni vivi e diffusi in modo esponenziale nell’ambito digitale, poco presenti invece negli altri ambiti della vita. Una volta caduti e finiti intrappolati in questi meccanismi, ecco che i rappresentanti del mondo ecclesiastico finiscono con l’essere convinti di vivere e operare nel giusto e di aver fatto veramente una svolta attraverso questa tanto decantata “rivoluzione epocale” che però, fuori dalla piccola “ecclesio-sfera” è ormai sbeffeggiata, ignorata e soprattutto disapprovata dal Popolo di Dio, come lo sarà tra poco anche dalla stessa storia, che finirà col dare su di essa un giudizio molto impietoso e severo.

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Analizzando queste caratteristiche e ragioni di essere, resta solo da interrogarsi sulla durata temporale del tutto. Anche in questo il principio di analogia dei meme come nuova proposta ecclesiologica sulla «rivoluzione epocale» attuale può dare degli spunti non indifferenti: se i meme restano comunque un fenomeno veloce mutabile e ristretto alla forma di comunicazione egemonica attuale del corpo ecclesiale, la sua vita sarà molto subordinata dalla concezione di moda che, in questi tempi di cambiamenti continui sale, scende e sopravvive solo all’interno di piccoli gruppi di fans fedeli.

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Se questo fenomeno dei meme si esamina sotto il profilo sociale antropologico di Dawkins, restando ancorati al principio della analogia dei geni, siamo davanti a una mutazione virale sempre in trasformazione che andrà solo a degenerare in una esaltazione nel pensare, nel dire e nell’agire totalmente estraneo non solo al suo “gene originale”, ossia quel Cristianesimo del quale resta poco o nulla; tenderà a degenerare nel “misericordismo” quale punto di partenza di una nuova espressione religiosa, che solo la storia ci dirà quando sia riuscita a sopravvivere e a imporsi.

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Facendo una valutazione attuale, va detto che tra la ipotesi di Dio e l’idea meme di Dawkins e l’uomocentrismo clericale, sembra che le due espressioni siano le due facce della stessa moneta, o che la seconda sia la conseguenza della prima. Volendo poi fare anche un’analisi più spinta, oserei dire che questa centralità dell’uomo ha parecchio superata la svolta antropologica di Karl Rahner. La centralità della Parola tanto proclamata nel post concilio, ha finito per farci sprofondare in una ermeneutica nichilista del tipo: l’uomo di oggi che interpreta e ridefinisce la “Parola” in quanto messaggio lasciato dall’uomo del passato aggiornandolo secondo i piaceri del presente come farebbe un pappagallo che messo davanti a uno specchio si guarda e ripete suoni ascoltati in precedenza del tipo: ”ciao” “bello” “amore”, “ti voglio bene”…

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La falsa speranza illusoria che oggi si presenta davanti a questa neo ecclesiologia dei meme è quella di pensare o di ipotizzare che domani, nel prossimo conclave, nel prossimo pontificato o in un prossimo eventuale concilio, tutto ritorni come prima in virtù del rifiuto da parte del nuovo eletto, circondato da un grande esercito compatto di coraggiosi e coerenti ecclesiastici, che sistemeranno tutto in un battibaleno, semmai usando la formula magica: hocus pocus …

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La certezza della fede ci porta invece a essere fermi sul principio che la Chiesa, corpo mistico, non finirà mai. Giungerà il tempo in cui prenderà vita la prova della grande apostasia e prenderanno di nuovo forma vecchie o nuove eresie, vi saranno riforme e divisione,  ma la Chiesa rimarrà sempre e solo una. La speranza certa è che questo tempo passerà e, con esso, passeranno anche certi personaggi, che per carità attiva ed effettiva vanno considerati e trattati come dei malati in stato terminale; dei poveri malati che non vogliono accettare che il loro tempo di vita sta per finire e che tra poco saranno davanti al Giudizio di Dio, che verso di loro sarà severamente misericordioso. Mentre, i sopravvissuti alle loro gesta e opere, dovranno lungamente pagare e altrettanto lungamente lavorare, per tentare di riparare, anche solo parzialmente, i gravi danni da loro prodotti.

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Dall’Isola di Patmos, 28 gennaio 2020

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NOTE

[1] Questo termine sarebbe la derivazione greca di mimema (imitazione).

[2] The Selfish Gene libro centrato sull’ipotesi che non è il gruppo o l’individuo ma singolo gene che si trasmette in forma meccanica e costretta quindi l’evoluzione non tratta di come si trasmettono i geni, ma che i geni si trasmettono e diffondono a prescindere anche da fattori e comportamenti che possano causare danno all’organismo ― così come  l’uomo è necessariamente egoista pur reputandosi di essere altruista nel soddisfare i propri interessi ― affinché possa massimizzare la trasmissione e diffusione dei suoi geni.

[3] Richard Dawkins con la sua posizione agnostica spiega nell’opera the God Delusion sia che l’evoluzione dimostra la possibilità e la probabilità di evolversi da esseri semplici a più complessi senza l’intervento di nessuna causa esterna o essere superiore e o trascendentale, sia che Dio come origine di tutto non spiega niente e invece spinge a dimostrare un “regresso infinito” in cui questo Dio è invalicabile e improbabile. Dunque l’idea di Dio come delle religioni sono solo delle credenze accettate sin da bambini in quanto utili per la propria sopravvivenza, e che poi sono acriticamente condivise a livello sociale sino a essere la principale causa di divisione, di guerre e di violenza.

[4] Richard Dawkins, The Selfish Gene, Oxford University Press, 2006, p 193. [Traduzione libera mia].

[5] Richard Dawkins, The Selfish Gene, Oxford University Press, 2006, p 192. [Traduzione libera mia].

[6] tecnica di attacco informatico che consiste nel modificare opportunamente  pacchetti dei protocolli per reindirizzare e prendere il controllo dei siti web.

[7] CF.Limor Shifman,«memes in a digital world reconciling with a conceptual troublemaker»

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/jcc4.12013.

[8] CF.Limor Shifman,« memes in a digital world reconciling with a conceptual troublemaker»

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/jcc4.12013]

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Prossime opere in pubblicazione nel mese di gennaio/febbraio:

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ATTI E MISFATTI DEGLI APOSTATI, di Ester Maria Ledda

NUOVO ERESIARIO – VIAGGIO E GUIDA TRA LE ANTICHE E NUOVE ERESIE, di Leonardo Grazzi

 

 

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Padre Ariel torna giovedì in seconda serata negli Studi di Mediaset al programma Dritto e Rovescio condotto da Paolo Del Debbio

15 Gennaio 2020/8 Commenti/in Attualità/da Redazione
— notizie dai Padri de L’Isola di Patmos —

PADRE ARIEL TORNA GIOVEDÌ IN SECONDA SERATA NEGLI STUDI DI MEDIASET AL PROGRAMMA DRITTO E ROVESCIO CONDOTTO DA PAOLO DEL DEBBIO

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Padre Ariel è stato invitato di nuovo dagli amici della Redazione del programma Dritto e Rovescio condotto da Paolo Del Debbio su Rete4, presso il quale sarà presente alla diretta trasmessa dagli Studi Mediaset di Cologno Monzese nella seconda serata di giovedì 16 gennaio a partire dalle 23.30 circa.

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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il programma condotto da Paolo Del Debbio su Rete4

Informiamo i nostri Lettori che domani sera il nostro Padre Ariel torna in seconda serata alla diretta del programma Dritto e Rovescio condotto da Paolo del Debbio su Rete4, dove è stato già ospite in passato nelle puntate del 31 ottobre e del 7 novembre 2019.

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Gli amici della Redazione hanno richiesto la sua presenza tra gli ospiti per partecipare al dibattito sul tema del celibato sacerdotale, tornato alla ribalta sulla stampa nazionale e internazionale in questi giorni.

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dall’Isola di Patmos, 15 gennaio 2020

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/02/faviconbianco150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Redazione https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Redazione2020-01-15 22:35:452021-04-27 19:14:29Padre Ariel torna giovedì in seconda serata negli Studi di Mediaset al programma Dritto e Rovescio condotto da Paolo Del Debbio

Non è affatto «prematurata la supercazzola», ai giorni nostri è maturata completamente attraverso la cospirazione degli arroganti

13 Gennaio 2020/12 Commenti/in Attualità/da Padre Gabriele
—  attualità ecclesiale —

NON È AFFATTO «PREMATURATA LA SUPERCAZZOLA», AI GIORNI NOSTRI È MATURATA COMPLETAMENTE ATTRAVERSO LA COSPIRAZIONE DEGLI ARROGANTI

[…] i territori del regno del supercazzolaro sono Facebook, Instagram, Twitter, insomma tutti i social network, dove l’astuto regnante pretende di pontificare anche di teologia e di scienze sacre senza per questo doversi confrontare con nessuno esperto in materia. La situazione si fa ampiamente grave quando, il supercazzolaro, pretende di estendere i territori del suo regno oltre la realtà virtuale. Cioè quando, una volta spento il computer ed aver apostrofato amici e familiari con “encicliche” sulle scie chimiche, sulla pericolosità dei vaccini, sulla evidenza della terra piatta, e altre scemenze simili, decide di andare in parrocchia e mettersi a diffondere il proprio verbo. 

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2021/09/padre-Gabriele-piccola.png?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Gabriele https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Gabriele2020-01-13 17:23:052021-09-30 21:01:28Non è affatto «prematurata la supercazzola», ai giorni nostri è maturata completamente attraverso la cospirazione degli arroganti

«Lo chiamavano Santità»: dallo schiaffo di Anagni ai “paccheri del Papa”. Usi ameni sulla figura del Sommo Pontefice, per una lettura trasversale dei fatti

3 Gennaio 2020/7 Commenti/in Attualità/da Padre Ivano
– attualità sociale ed ecclesiale –

«LO CHIAMAVANO SANTITÀ»: DALLO SCHIAFFO DI ANAGNI AI “PACCHERI DEL PAPA”. USI AMENI SULLA FIGURA DEL PONTEFICE, PER UNA LETTURA TRASVERSALE DEI FATTI.

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Visto però che già da qualche tempo seguiamo un nuovo catechismo da esponenti atei e laicisti che fanno di Gesù Cristo solamente un uomo e della Vergine Maria una sciacquetta senza arte né parte, ora è arrivata la volta di ridimensionare e incasellare per bene anche la augusta persona del Romano Pontefice. E così, come le leggi della fama, della satira e della visibilità si dimostrano impietose nei confronti di Donald Trump, Vladimir Putin, Emmanuel Macron … adesso sembra giunto il turno di Jorge Mario Bergoglio. E utilizzo il nome di battesimo del Sommo Pontefice proprio per sottolineare il fatto che tali avvocati delle cause perse, intendono volontariamente vederlo solo e soltanto come uomo, non come Successore di San Pietro, scelto e posto da Gesù Cristo a capo del Collegio degli Apostoli.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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vignetta diffusa sui social tratta da un fotomontaggio dalla locandina del film italian-wester Lo chiamavano Trinità

Con la fine dell’anno 2019 e l’inizio del nuovo, ci è stato regalato un siparietto finora mai visto in Piazza San Pietro. Una fedele cristiana, ha stretto con foga la mano del Sommo Pontefice Francesco I che — forse infastidito da tale gesto e per le sue ragioni — ha reagito con altrettanta foga per divincolarsi dalla vigorosa stretta della signora asiatica, assestando qualche “pacchero” ben misurato.

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A partire dal primo gennaio 2020, questo gesto ha superato in fama l’ambìto e tradizionale concerto di Capodanno, tanto da divulgarsi sui social network in modo virale e intasare i messaggi WhatsApp di molte persone — noi preti compresi — e forse della maggioranza tra i fedeli laici.

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Come capita in questi casi, l’ironia bonaria tutta italiana ha subito prodotto vignette ad hoc che accostavano il gesto del Pontefice a quello di personaggi famosi del cinema: da Bud Spencer, Terence Hill, Chuck Norris fino al romanissimo Mario Brega, ed altri …

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vignetta diffusa sui social

Quando la satira italiana si esprime come da tradizione, nella versione pizza e mandolino, dobbiamo essere sinceri e precisare che in essa non c’è cattiveria, solo bonario desiderio di ridimensionare il tutto con una risata. Diverso il discorso legato invece a casi molto gravi, come quello che ha portato alla notorietà il periodico francese Charlie Hebdo con la sua dissacrante e blasfema satira anti-religiosa.

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Come invece capita solo in Italia, il gesto del Santo Padre si è trasformato in una ennesima occasione per tirare per la veste il pontefice verso una linea di pensiero che si ammanta di buonismo e di politicamente corretto, tanto da attribuire al gesto significati diversi, variopinti e contrastanti. Sicché non sono mancati i moltissimi difensori d’ufficio, anche di una certa età e caratura sociale; gli stessi che mai, ai tempi di Benedetto XVI, Giovanni Paolo II, Giovanni Paolo I o Paolo VI avrebbero avuto l’ardire di parlare e di fare i leoni da tastiera su stampa e web. Oggi invece, chissà perché, si sono sentiti investiti del sacro fuoco della difesa e dell’onorabilità pontificia e dei suoi gesti. Casualità? Io non credo. Anzi, è sempre più marcata la tendenza a ridurre il Sommo Pontefice a un rappresentante autorevole del mondo dei potenti, anziché vedere e riconoscere in lui un’autorità morale e spirituale che rimanda al Dio trascendente.

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Visto però che già da qualche tempo seguiamo un nuovo catechismo da esponenti atei e laicisti che fanno di Gesù Cristo solamente un uomo e della Vergine Maria una sciacquetta senza arte né parte, ora è arrivata la volta di ridimensionare e incasellare per bene anche la augusta persona del Romano Pontefice. E così, come le leggi della fama, della satira e della visibilità si dimostrano impietose nei confronti di Donald Trump, Vladimir Putin, Emmanuel Macron … adesso sembra giunto il turno di Jorge Mario Bergoglio. E utilizzo il nome di battesimo del Sommo Pontefice proprio per sottolineare il fatto che tali avvocati delle cause perse, intendono volontariamente vederlo solo e soltanto come uomo, non come Successore di San Pietro, scelto e posto da Gesù Cristo a capo del Collegio degli Apostoli.

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vignetta diffusa sui social

Per tali personaggi — alcuni dei quali si sono ibridati come cristiani cattolici solo negli ultimi sei anni — il Pontefice non è il Vescovo di Roma, Vicario di Gesù Cristo, Successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa universale, Primate d’Italia e Arcivescovo metropolita della Provincia Romana, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, Servo dei servi di Dio, Capo del Collegio dei Vescovi, ma, in modo più prosaico, egli è il leader di una corrente di pensiero e di un messaggio politico che è possibile rimodellare a buon bisogno.

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È per questo motivo che, davanti alla satira bonaria dell’italianità più genuina, si sono sentiti in dovere di esercitare la difesa d’ufficio. Nello stesso modo in cui si comportano i corifei dei partiti quando viene toccato il loro capo. E, come nella tradizione politica, si cerca di eliminare l’avversario e l’oppositore screditandolo e danneggiandolo con giudizi personali sulla moralità e dignità, così coloro che hanno abbozzato un sorriso davanti alle simpatiche vignette riguardanti il Papa o le hanno condivise sui social si sono visti puntare il dito e biasimati pubblicamente.

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Riporto alcuni esempi tratti dal web di alcune difese d’ufficio:

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«Cioè, fatemi capire. Un uomo di più di 80 anni viene strattonato malamente, perde per un attimo la pazienza e dà uno schiaffetto sulla mano di quella che lo stava tirando a sé come se fosse un pupazzo vinto al Luna Park. Poi chiede pubblicamente scusa (ripeto: il Papa-chiede-scusa- il Papa) e voialtri lo trattate come se fosse un mostro? Non sarà che questo Papa ha la sola colpa di ricordarvi costantemente, con estrema efficacia, quello che dice la religione che voi sostenete di praticare? Non sarà che lo detestate perché vi mette di fronte al dato di fatto che la maggior parte di voi non è affatto diversa da quelli che il Vangelo definisce “Sepolcri imbiancati”? La verità è che oggi come oggi, se il Gesù Cristo del Vangelo camminasse in mezzo a voi, lo chiamereste “zekka buonista”, nella migliore delle ipotesi. E Papa Francesco ve lo sbatte in faccia ogni santo giorno, per questo lo odiate tanto» (da Facebook).

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.. figurarsi se potevano mancare gli unici e irripetibili napoletani …

Non ci sono commenti da fare, almeno da parte di cattolici ben formati e quindi consapevoli di chi sia veramente il Sommo Pontefice e che sappiano per ciò distinguere tra rispetto filiale e venerazione alla sua persona e al suo ufficio e critica costruttiva. Ovviamente non mancano i riferimenti all’odio, diventato ormai come il colesterolo, a seconda da quale parte o fazione provenga, esso diventa buono o cattivo.

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Il secondo caso è apparso sulla mia bacheca Twitter, sono stato strigliato per aver condiviso un post molto simpatico che paragonava il Santo Padre al personaggio western di Trinità alias Terence Hill:

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«Dalla sua “bio” leggo che è un parroco … quindi, ben radicato nella Chiesa Cattolica Romana; considerato che promuove satira su Bergoglio suo “capo”, non le sembra leggermente contraddittoria questa sua condotta? Abbandoni l’abito talare e conduca una vita sacerdotale in Cristo» (da Twitter).

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Anche davanti a questo post ci sono ben poche parole, da parte mia ho risposto per educazione, in quanto non mi sottraggo mai a una certa critica quando viene fatta con educazione e con modo. Tuttavia, si possono evincere molte cose sulla formazione cristiana di questo utente social e sul suo modo di percepire la Chiesa, il papato e la figura stessa dei sacerdoti. Mi spiacerà deludere questo leone da tastiera che si trincera dietro un nickname, al contrario del sottoscritto che mette non solo il nome ma anche la faccia, sapendo di essere non solo fedele al Romano Pontefice e in comunione con lui, ma consapevole del fatto che anche io posso essere utile alla persona del Successore di Pietro nella misura in cui agisco con senso ecclesiale, anche se con l’ironia affettuosa. Volendo posso riassumere il tutto con un esempio legato alle cronache storiche di due Santi: il grande pedagogo, nonché santo molto venerato, Padre Filippo Neri, ed un suo grande “compar di brigata”, il frate cappuccino cercatore San Felice da Cantalice, al quale era legato da grande affetto e amicizia fraterna, ed a vicenda si scambiavano spesso lazzi e scherzi. Un giorno, tra le risa di tutti i presenti, Padre Filippo dimostrò quanto Fra Felice avesse la testa dura rompendo sulla sua testa un fiasco di vino vuoto, poi, tutti e due, incominciarono a ridere sottobraccio in mezzo alla gente. Cosa dire poi delle battute tra i due? Una in particolare, proprio rivolta al Pontefice all’epoca regnante, merita di essere ricordata, perché a proposito di chi sedeva sulla Cattedra di Pietro, il Padre Filippo disse in modo ironico: «Eh, er Papa Sisto, er Papa Sisto, che nun le perdona nemmanco a Cristo!».

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… e figurarsi e potevano mancare i romani appresso ai vignettisti napoletani …

Non lascerò il saio cappuccino, perché sono consapevole che la Chiesa non è il Parlamento, che il suo Capo non è un leader politico e che proprio perché sono peccatore e contraddittorio ho vitale bisogno dello Spirito Santo per convertirmi, proprio come accadde agli Apostoli nel giorno di Pentecoste.

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Per noi sacerdoti, il citare il nome del Papa e del vescovo diocesano nel Canone della Santa Messa significa ribadire la comunione della cattolicità che non è merito umano personale o strategia sociologica, ma opera di Dio per mezzo del suo Spirito. Citando nella celebrazione eucaristica «una cum Papa nostro Francisco» io dimostro la mia venerazione a tutti coloro che hanno ricoperto l’ufficio petrino. Inoltre, da sacerdote e consacrato ribadisco la mia osservanza al magistero della Chiesa insegnato dai Sommi Pontefici, dall’apostolo Pietro fino a Francesco I.

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Se qualcuno pensa di volermi attirare nella tentazione di stilare una hit parade dei Papi più trendy si sbaglia di grosso, poiché capisco che certe storture non derivano dalle bislaccherie di questo o di quell’altro Pontefice ma da coloro che si ergono a difensori e compagni di merende e che incarnano perfettamente le parole profetiche del Salmo:

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«Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa» (cf. Sal 54,13-15).

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vignetta di Santin

Forse è giunta l’ora di ascoltare meno quelli che hanno sempre in bocca il nome di un Papa abbinato a concetti quali «rivoluzionario», «di rottura», di «epocale svolta» … dando più ascolto a coloro che nel dolore e nella sofferenza tentano di salvarlo da manipolatori e adulatori, anche a costo di essere screditati in pubblico. Perché per noi «… pe’ grazia o pe’ disgrazia, ei sarà sempre lo veneratissimo et amatissimo Signor Papa Nostro Successor de lo Beato Apostol Principe Pietro», com’ebbe a dire in tempi non sospetti San Filippo Neri, quando nella Roma lasciata in pasto alla fame e alla miseria, dopo il terrificante sacco perpetrato dai Lanzichenecchi nel 1527 attraverso violenze, stupri e omicidi di ogni genere, al sacro soglio salì nel 1534 Alessandro dei Principi Farnese col nome di Paolo III, che incurante della situazione di fame e miseria in cui versava la popolazione, ciò malgrado viveva circondato dai fasti delle grandi corti rinascimentali. Eppure era chiamato «amatissimo et veneratissimo» da Padre Filippo Neri, passato poi alla storia con un titolo del tutto particolare: «Il Santo della gioia». E celebrando il Santo Sacrificio della Messa, Padre Filippo Neri, con devozione recitava: «… una cum Papa nostro Paulo» (ogni riferimento è puramente casuale … QUI).

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Laconi, 3 gennaio 2020

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Roma. Sulle due sedicenni morte sul colpo nei pressi di Ponte Milvio l’ennesimo pianto del coccodrillo di una società civile incapace a domandarsi: dove, noi genitori, abbiamo sbagliato e poi tragicamente fallito?

29 Dicembre 2019/20 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel

— attualità e società contemporanea—

ROMA. SULLE DUE SEDICENNI MORTE SUL COLPO NEI PRESSI DI PONTE MILVIO L’ENNESIMO PIANTO DEL COCCODRILLO DI UNA SOCIETÀ CIVILE INCAPACE A DOMANDARSI: DOVE, NOI GENITORI, ABBIAMO SBAGLIATO E POI TRAGICAMENTE FALLITO?  

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… ogni tanto, qualcuno di questi giovani immortali, se tutto va bene muore, perché molto spesso ammazzano invece gli altri senza che loro si facciano un graffio. E quando qualcuno di questi impuniti, invincibili e immortali muore, si piange un paio di giorni, si lanciano palloncini colorati sulle bare, come se la morte fosse un circo, si depongono fiori, cartelli e pupazzetti nel luogo dell’incidente. Poi semmai si assume anche come difensore la celebre e talentata penalista Giulia Bongiorno, perché il genitore disastroso che non educa, non cura, non custodisce e non dà solide regole di vita ai figli, indispensabili a tutelare anzitutto i figli stessi, deve avere sempre ragione, lui non fallisce e non può fallire. Il mondo intero è in errore, lui e suo figlio no, mai!

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa
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Le due giovani sedicenni morte a Roma e l’investitore ventenne [foto tratte dai pubblici social]

La morte di due sedicenni travolte da un’auto a Roma mi induce a narrare un fatto di cui fui protagonista, poiché utile a introdurre un tema complesso e difficile da trattare.

Tre anni fa passavo per la piazza di una certa città italiana, quando degli adolescenti, due maschietti che facevano i galletti con quattro coetanee, al mio passaggio mi fulminano alle spalle con questa frase:

«Questi preti pedofili di merda!».

Mi volto in direzione dei due ragazzi, ed anche se dinanzi a me non avevo uno specchio, immagino che il mio sguardo, in quel momento, avrebbe creato qualche senso di timore persino a una iena affamata. Domando in tono severo ai due maschietti:

«Per caso, ce l’avete con me?».

Con una strafottenza indicibile uno dei due, gonfiandosi dinanzi alle quattro mignottelle in fiore ― poiché tali già fatte, finite e rifinite, dalle minigonne al trucco per seguire con le acconciature da vamp ― replica:

«Sì. E allora? che problemi hai … che cazzo vuoi?».

Sul suono dell’interrogativo «vuoi?», parte dalla mia mano sinistra una sberla volutamente misurata. Se infatti ci avessi messo forza, la testa del ragazzotto si sarebbe staccata dal collo. E se vi fosse rimasta attaccata, avrebbe riportato qualche danno permanente. O per meglio chiarire: quando stringo delle valvole, o quando chiudo la macchinetta del caffè, capita a volte che mi venga chiesto di svitare il tutto, perché, se involontariamente non misuro la forza, capita che altri non riescano poi ad aprire le chiusure …

… dopo qualche secondo di stordimento per la sberla misurata ricevuta, l’aspirante “maschietto duro” corre prudentemente a distanza da me e comincia a urlare:

«Ti denuncio … ti denuncio!».

Con una calma tutta quanta serafica — roba da far impallidire per davvero il Beato Angelico assieme all’intero coro dei Serafini — rispondo:

«Intanto una sberla te la sei presa, adesso vai pure a denunciarmi».

In modo del tutto lecito qualcuno potrebbe domandarmi se non sono stato forse un autentico pazzo imprudente, a mollare una sberla a un minorenne su una pubblica piazza, attorno al mezzogiorno della domenica mattina, il tutto davanti ad alcune decine di testimoni. Quesito più che comprensibile al quale rispondo: nessuna imprudenza mossa da impulso azzardato: lo feci in modo studiato, ma soprattutto per il supremo bene di quel ragazzo, umiliandolo dinanzi all’amico, alle mignottelle in fiore e a una piazza intera che non si riempì di sguardi di disappunto, bensì di compiacimento. Quel tipico compiacimento delle persone che di questi tempi devono subìre con frequenza piccoli mostri e tiranni simili, privi di educazione e del minimo rispetto nei confronti di adulti, adulte, anziani e anziane. E li devono subìre perché questi mostri sono intoccabili, come dimostra la prosecuzione della storia …

… il lunedì mattina mi chiama il comandante della locale stazione dei carabinieri che, conoscendomi, cerca da sùbito di evitare un problema. Dopo un paio di convenevoli mi domanda se posso recarmi presso i loro uffici alle 15.30. Taglio corto e rispondo:

«Capitano, se per caso si tratta della sberla data ieri in piazza al ragazzo, sappia che è tutto vero, perché gliel’ho mollata sul serio. Il resto glielo racconto oggi di persona, quando verrò a farvi visita».

Ecco che cosa era accaduto e perché quell’invito: i carabinieri avevano cercato di frenare il padre del ragazzo, in procinto di compiere 17 anni il mese successivo, che si era recato presso di loro con l’intento di denunciarmi per aggressione e lesioni. In modo conciliante i carabinieri avevano tentato di convincerlo che forse, suo figlio, aveva rivolta qualche provocazione a un prete, sino a fargli perdere le staffe. E pur non sapendo che cosa fosse accaduto, lo rassicurarono che mi conoscevano da anni e che non ero il genere di persona da fare una cosa simile, se non dinanzi a qualche cosa di molto grave. Insomma: lo avevano convinto a parlare con me, che secondo loro mi sarei sicuramente spiegato, semmai chiedendo pure scusa al padre e al figlio e, chissà, forse persino allo Spirito Santo.

Quanto avvenne in quella caserma tra il padre del ragazzo e me, fu poi definita dai carabinieri come «memorabile lezione di pedagogia», ovviamente nei colloqui privati tra di loro, ma prontamente diffusi ― sempre in via privata ―, ai colleghi di tutte le vicine stazioni. Sorrido quindi al padre del ragazzo dipinto di un’aria frammista tra lo scuro e l’inferocito e lo investo con una domanda:

«Lei mi ha fatto chiamare per chiedermi scusa, vero? Sappia dunque sin d’ora che di ciò le sono davvero molto grato».

Sbalordito ribatte lui:

«Sta scherzando, oppure è fuori di testa? Lei prende a schiaffi mio figlio minorenne e mi chiede se sono venuto io a chiederle scusa?».

Avendo già raccolte il giorno prima tutte le più precise informazioni, rispondo:

«E oltre a chiedermi scusa, lei mi dovrebbe ringraziare, perché con suo figlio, indubbiamente minorenne, ma che già da tempo fa uso di alcol e di droghe leggere, che torna a casa a tarda notte, che guida lo scooter in modo spericolato e via dicendo, io ho fatto ciò che lei avrebbe dovuto fare da tempo per il suo bene, ma che purtroppo non ha mai fatto …».

Non potendo dare in escandescenze davanti ai carabinieri il padre cerca le parole, mentre io approfitto del suo silenzio per proseguire:

«… ha idea di che cosa mi avrebbero fatto i miei genitori, o cosa avrebbe fatto qualsiasi genitore degno di questo nome, venendo a sapere che suo figlio sedicenne, su una pubblica piazza, aveva insultato un uomo ultra cinquantenne che sereno e pacifico stava passando? Glielo dico sùbito che cosa mi avrebbe fatto mio padre, che mai ha usata violenza fisica su di me: in quel caso mi avrebbe cambiato i connotati. Poi, appena medicate le ferite, mi avrebbe portato dalla persona da me offesa per chiedere scusa. Il mio era però un vero genitore, mentre lei è un vero fallimento di genitore, pronto a legittimare un figlio del quale si dovrebbe vergognare, perché certi mostri non nascono per caso, sono fabbricati da uomini come lei e da donne come sua moglie».

A quel punto lo informo di che cosa mi aveva detto suo figlio dietro le spalle, insultando me e l’intero Collegio Sacerdotale della Chiesa Cattolica, concludendo infine:

«Detto questo, intende chiedermi scusa e ringraziarmi per la salutare sberla data a suo figlio?».

Anziché cogliere la gravità della cosa, capire che suo figlio aveva insultato un uomo adulto sconosciuto ed una istituzione intera, il genitore tenta di giustificarsi:

«Non è colpa di mio figlio, lo sappiamo bene che cosa fanno i preti, è scritto su tutti i giornali».

Udito ciò e compreso fino in fondo da dove proveniva quel candidato naturale alla violenza ed alla delinquenza tale s’era rivelato suo figlio, lo informo:

«Lei lo sa che a questo mondo ci sono diverse donne che fanno le puttane? Ebbene, se io incontrassi sua madre e sua moglie e le dessi delle puttane sulla pubblica piazza, pensa che poi mi potrei giustificare dicendo “… beh, si sa che cosa fanno le donne, è scritto su tutti i giornali che parlano della prostituzione”. Come se le donne in quanto tali fossero tutte e di rigore delle puttane, incluse ovviamente anche sua madre e sua moglie, o no?».

A quel punto il genitore aveva due soluzioni: o dare in escandescenze, ma come già detto non sarebbe stato opportuno e favorevole alla sua insostenibile causa dentro una caserma dinanzi a quattro carabinieri, oppure abbozzare. Sicché si limitò a dire:

«Io la dovrei denunciare, ma voglio essere buono e mi limito a dirle di non permettersi mai più».

Due anni dopo seppi che presso quella stessa caserma fu portato il figlio di questo gran genitore in stato di arresto, perché in occasione della maggiore età era passato dall’uso di alcol e hashish a quello più adulto e gagliardo della cocaina. I carabinieri lo avevano preso con le mani nel sacco mentre spacciava in un locale a pochi metri dalla porta d’ingresso della caserma, peraltro della cocaina diluita con sostanze tutt’altro che benefiche, allo scopo di ricavare dieci dosi da un quantitativo di cinque. E con ciò è presto detto: uno che detiene e spaccia droga a pochi metri dall’ingresso della caserma dei carabinieri, o è un demente totale, oppure un soggetto che si sente intoccabile, invincibile e quindi impunibile. O per dirla con un esempio decisamente grottesco: sarebbe come se uno entrasse con sicura spavalderia e assoluta certezza di impunibilità dentro una moschea diretta e frequentata da un gruppo di islamisti integralisti con un maiale al guinzaglio, convinto di farla franca e di essere soprattutto più duro e più potente di loro.

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Il Natale romano è stato insanguinato dalla morte di due ragazze di sedici anni [vedere cronaca QUI], travolte da un ventenne alla guida di un Suv. L’immagine di due ragazze sedicenni morte sul colpo è un fatto che alla gran parte delle persone toglie ogni stimolo all’esercizio del poco che resta dell’umana ragione nella nostra decadente società, per lasciare spazio all’emotivo e al sentimentale. Il tutto anche se tra pochi giorni, all’angolo della strada dove oggi sono stati deposti fiori, cartelloni e pupazzetti, appassiranno in breve i fiori, scoloriranno i cartelloni e spariranno i pupazzetti, senza che nulla cambi nella testa di certi figli e di certi genitori. Senza che alcuna coscienza emotiva e sentimentale si ponga quei quesiti d’obbligo che non sfiorano neppure la mente del nostro esercito di genitori falliti, nonché pericolosi e micidiali fabbricanti di mostri che si sentono intoccabili, invincibili, impunibili e infine immortali.

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Dalle dichiarazioni del magistrato romano Bernadette Nicotra, giudice per le indagini preliminari, riportate in virgolettato dalla stampa, apprendiamo che «Nel sangue di Pietro Genovese [N.d.A il conducente del Suv] sono state trovate tracce di cocaina e di oppiacei, ma non è possibile stabilire quanto tempo prima siano state assunte le sostanze. E subito dopo l’incidente il giovane era sconvolto, ma non sembrava stordito, tanto che gli agenti della municipale hanno annotato a verbale che aveva solo «un alito vinoso». Nonostante Camilla e Gaia [N.d.A. le due giovani morte sul colpo] abbiano avuto una condotta «incautamente spericolata» e «vietata» ― hanno infatti attraversato quella strada pericolosa con il rosso, scavalcando il guard-rail ―, come specifica il Giudice per le indagini preliminari. La responsabilità di Genovese è stata pesante e ad aggravare la sua posizione ci sono diversi precedenti amministrativi e il rischio di recidiva». Già in precedenza, infatti, al giovane investitore era stata sospesa la patente di guida.

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Pur piangendo sulle due sedicenni morte e sul giovane investitore che da questa vicenda rimarrà sicuramente segnato per tutta la vita, è lecito domandarsi: dove erano i rispettivi genitori delle ragazze e del giovane conducente del Suv? È lecito domandarsi che cosa facessero due ragazze di sedici anni a tarda notte, il sabato sera, in giro per una metropoli come Roma, nella quale è possibile trovare di tutto e di più, a tutte le ore del giorno e, soprattutto, della notte? È lecito domandarsi perché un ventenne problematico, già reso oggetto di severi procedimenti amministrativi e propenso a violare in modo sprezzante le regole, fosse dotato di un’autovettura e del necessario danaro per darsi alla bella vita spericolata? Chi, lo forniva di danaro, se non i genitori?

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Comprendo che dinanzi a due bare bianche in cui sono state chiuse due sedicenni durante le festività del Natale, dire l’ovvio e doloroso vero è molto difficile, anzi forse impossibile, ma quasi sempre la verità è proprio quella che nessuno vuol dire e tanto meno sentirsi dire: a condurre quelle due bare verso il cimitero sono stati i rispettivi genitori, gravemente responsabili di avere lasciato due sedicenni andare in giro a tarda notte di sabato per una metropoli. Responsabili sono i genitori per avere cresciute delle figlie che avvolte da quel complesso di invincibilità e di immortalità che caratterizza i nostri giovani, con rara imprudenza hanno scavalcato un guard-rail e attraversata sotto la pioggia battente una strada pericolosa, al buio e con il semaforo rosso [cf. QUI]. Responsabili sono i genitori del guidatore, che pur avendo manifestato tutte le più gravi spericolatezze, tese a mettere a rischio la propria vita e quella degli altri, è stato lasciato libero di seguitare a fare ciò che voleva e come meglio voleva nello sprezzo totale di tutte le regole del vivere civile. E non si giustifichino, i genitori, dicendo che loro figlio ha vent’anni ed è maggiorenne, perché i soldi necessari alle sue condotte di vita disordinata non provengono di certo dal suo lavoro, ma dal portafogli del padre e della madre. A meno che non si dimostri che questo maggiorenne è un manager che ad appena vent’anni guadagna lautamente, potendosi così permettere i vizi e i vezzi che meglio preferisce.

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Nessuno osa dire il vero, dinanzi alle bare di due sedicenni nei giorni di Natale, ma dietro alla tragedia di queste giovani morte c’è il totale fallimento dei rispettivi genitori che adesso, per sentirsi a posto e per trovare altrove qualche colpevole responsabile, daranno avvio ad una causa legale affidata ai migliori avvocati italiani. Tutto questo pur di non dire: abbiamo fallito come genitori, perché non avendo saputo vigilare sui nostri figli né avendo dato loro delle regole di vita, li abbiamo lasciati crescere nella ferma convinzione che tutto fosse lecito e concesso al di là del bene e del male. Detto questo aggiungo: spero non venga mai assodata come vera l’ipotesi riportata poco dopo l’incidente mortale, circa il fatto che tra i giovanissimi pare in voga il pericoloso gioco del semaforo rosso. Stando infatti a diverse testimonianze pare che tra i giovani che frequentano i locali di Ponte Milvio sia in voga il pericoloso vezzo di correre sulla strada con il semaforo rosso mentre le automobili sfrecciano ad elevata velocità [cf. QUI, QUI]. 

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Non molto tempo fa, sempre a Roma, una giovane di sedici anni è morta all’interno di uno stabile in disuso occupato nel quartiere di San Lorenzo, dove gli inquirenti hanno in seguito accertato che si fosse recata ― anch’essa a tarda notte ― per cercare sostanze stupefacenti da dei pusher africani. Questa sedicenne trovata poi cadavere con addosso segni di rapporti sessuali avuti con più persone ampiamente adulte, si chiamava Desirèe. Gli africani, inizialmente indagati per omicidio e stupro di gruppo, sono stati poi scagionati da queste accuse. La giovane è infatti morta a causa di una mescolanza di sostanze stupefacenti, non si è trattato di uno stupro, ma di un abuso sessuale su una minore di età che in piena notte, dentro quello stabile, era entrata di sua volontà per cercare droghe da consumare, non vi era stata trascinata con forza e violenza [vedere cronaca, QUI, QUI]. Anche in quel caso abbiamo assistito alla deposizione di mazzi di fiori, di cartelloni e di pupazzetti dinanzi al cancello dello stabile all’interno del quale la poverina fu trovata cadavere. Anche in questo caso la domanda è però a dir poco scomoda, ed in pochi se la sono posta in quel mondo dell’emotivo e del sentimentale che dimentica presto le tragedie per poi vivere altre nuove tragedie: che cosa ci faceva una sedicenne di Cisterna Latina, località distante 70 chilometri da Roma, in giro a tarda notte per i quartieri della Capitale, dopo avere detto con una telefonata alla nonna, come se ciò fosse stata la cosa più ovvia di questo mondo: «Torno a casa domani, stasera rimango da un’amica»?

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La povera Desirèe morta in uno squallido stabile fatiscente a San Lorenzo, veniva da una famiglia disastrata ed era figlia di due genitori problematici. Le due giovani morte in questi giorni a Roma, non provenivano affatto da contesti disastrati, ma da due famiglie dei cosiddetti “piani alti” della buona società. N’è prova che dietro queste famiglie è uscito immediatamente fuori il nome di Giulia Bongiorno [cf. QUI], una donna annoverata nella rosa dei più grandi avvocati penalisti d’Italia, dotata a tal punto di un talento davvero grande e raro da essere stata, giovanissima che era all’epoca, difensore di Giulio Andreotti in uno dei processi penali tra i più complessi dell’intera storia della Repubblica Italiana.

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Nutro profonda stima per Giulia Bongiorno, dubito però che persino una penalista di grande talento come lei possa rassicurare i genitori delle due giovani che i responsabili sono altri, tanto difficile è per certuni, dinanzi alla vita e alla morte, assumersi le proprie responsabilità e dire a sé stessi: abbiamo fallito. Un terribile fallimento pagato infine con la sepoltura delle nostre figlie.

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Conosco la zona di Ponte Milvio, perché ventenne abitai per un periodo di tempo sui Colli della Farnesina. All’epoca quel quartiere residenziale era tutt’altra cosa. Oggi è divenuto un luogo de la movida per giovani fricchettoni che sembrano usciti dal salotto della miseranda quanto pericolosa Maria De Filippi, che sui disastri psicologici e comportamentali che affliggono oggi giovani e giovanissimi, ha le sue non lievi responsabilità, grazie ai suoi programmi televisivi improntati sulla diseducazione e l’edonismo. Detto questo concludo narrando che pochi mesi fa, in quel mio vecchio quartiere di un tempo, salvai un anziano dall’aggressione fisica di un ventenne affetto da delirio di onnipotenza, uno tra i tanti, tra i numerosi …

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… mi stavo recando per una visita presso la Clinica Villa del Rosario, che si trova in Via Flaminia Vecchia, a poche centinaia di metri da Ponte Milvio, in una zona che oggi brulica di localini molto trendy frequentati da giovani e giovanissimi. Avanti a me, l’anziano che procedeva alla guida di una utilitaria, rimane bloccato all’altezza di uno storico stabile noto ai romani come Il Castellaccio, perché sulla destra e sulla sinistra erano parcheggiate delle “giovanili” Smart che impedivano il transito. Io che procedevo dietro, rimango bloccato a mia volta. A un certo punto l’anziano si mette a suonare il clacson, finché da uno di questi locali esce un ventenne, che seguita per un po’ a parlare con gli amici. Poi, con tutta calma, in modo davvero sfottente e provocatorio, va davanti alla propria Smart. Si potrebbe pensare che sia salito e corso via, giammai! Tira fuori il telefono e si mette a mandare un messaggio. A quel punto l’anziano tira fuori la testa e gli urla dandogli del maleducato. Per tutta risposta il giovane, inferocito come una belva, si precipita verso di lui e strillandogli «testa di cazzo!» agita i pugni e gli intima «vieni fuori … vieni fuori vecchio di merda!». A quel punto salto fuori io dalla mia macchina e mi prendo una caterva d’insulti per essere accorso a difesa dell’anziano, che rischiava seriamente di finire preso a cazzotti. Certo, se avessi seguito il mio più basso istinto avrei cavato fuori il crick dal bagagliaio e gli avrei frantumate le ginocchia, spedendolo per un paio di mesi presso il reparto di traumatologia ortopedica a riflettere sul non-senso della sua vita, a convertirsi ed a pentirsi dei suoi peccati. Ma come risaputo io sono per la pace e per l’amore, in questa società che non può punire perché deve recuperare ciò che è strutturalmente irrecuperabile, non può rimproverare perché deve dialogare. Una società abituata ormai a dire povero assassino anziché povero assassinato, povero aggressore anziché povero aggredito, povero ladro anziché povero derubato …

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… o vi siete forse dimenticati il prode Marco Pannella che assieme alla «grande italiana» Emma Bonino, negli anni Ottanta intasavano di querele i tribunali contro i responsabili delle comunità di recupero per tossicodipendenti, accusandoli di maltrattamenti e di sequestro di persona? E al tempo stesso volevano la droga libera, come poco prima avevano ottenuto la legalizzazione dell’aborto definendolo «grande conquista sociale», per seguire con il “matrimonio” tra coppie dello stesso sesso. Oggi Marco Pannella è morto, resta però sempre in vita la «grande italiana» che, prima di tirare anch’essa le cuoia, vuol vedere un’altra «grande conquista sociale»: l’eutanasia legalizzata. Quantunque lei, sebbene ultra settantenne e malata di cancro, si è guardata bene dall’andare in Svizzera a farsi sopprimere, avendo forse in programma tanti altri danni ancóra da recare a questo nostro povero Paese, prima della sua felice dipartita verso … beh, che Dio Padre di misericordia abbia davvero pietà della sua povera anima e che come il buon ladrone, questa mammana, possa rubarci a tutti il Paradiso con un suo atto di puro e sincero pentimento espresso nei suoi ultimi due minuti di vita!

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Questo giovane fricchettone da happy-hour pontemilviano lanciatosi con ferocia verso un anziano e poi insultando in modo indicibile un prete corso in suo soccorso per sventare l’aggressione del poveretto, è il paradigma reale del prodotto di genitori che non sanno dire mai di “no”, che denunciano l’insegnante per avere osato rivolgere un rimprovero a loro figlio, se non si recano direttamente a scuola per picchiarlo! O che dinanzi a una bocciatura scolastica del tutto meritata, subissano il Tribunale Amministrativo Regionale di ricorsi. E quando i loro figli sono fermati dalle Forze dell’Ordine perché trovati alla guida ubriachi e drogati, se la prendono con le stesse intimando: «Prendetevela con i delinquenti, non con i nostri figli!». E giù querele a non finire contro poliziotti e carabinieri, accusati di rigore dai genitori di avere maltrattato i loro figli durante il fermo di polizia, pure se usciti dalle caserme e dalle questure senza neppure un graffio addosso, tanto terrore hanno gli addetti delle Forze dell’Ordine ad alzare loro soltanto un po’ la voce. E ogni tanto, qualcuno di questi giovani immortali, se tutto va bene muore, perché spesso ammazzano invece gli altri senza che loro si facciano un graffio. E quando qualcuno di questi impuniti, invincibili e immortali muore, si piange un paio di giorni, si lanciano palloncini colorati sulle bare, come se la morte fosse un circo, si depongono fiori, cartelli e pupazzetti nel luogo dell’incidente. Poi semmai si assume anche come difensore la celebre e talentata penalista Giulia Bongiorno, perché il genitore disastroso che non educa, non cura, non custodisce e non dà solide regole di vita ai figli, indispensabili a tutelare anzitutto i figli stessi, deve avere sempre ragione, lui non fallisce e non può fallire. Il mondo intero è in errore, lui e suo figlio no, mai!

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dall’Isola di Patmos, 28 dicembre 2019

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Cari Lettori,

nel mese di dicembre è entrato in distribuzione il mio nuovo libro Nada te turbe, un’opera di spiritualità sul martirio scritta in forma di romanzo storico e ambientata in un’epoca di feroce persecuzione della Chiesa. Ritengo che potrebbe edificare e aiutare molte persone, soprattutto in questo momento. Per questo vi invito ad acquistarlo presso il nostro negozio [vedere QUI] ma soprattutto a leggerlo.

 

 

 

 

 

 

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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1 150 150 Padre Ariel https://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.png Padre Ariel2019-12-29 01:52:382019-12-29 15:02:31Roma. Sulle due sedicenni morte sul colpo nei pressi di Ponte Milvio l’ennesimo pianto del coccodrillo di una società civile incapace a domandarsi: dove, noi genitori, abbiamo sbagliato e poi tragicamente fallito?
Pagina 34 di 71«‹3233343536›»

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(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma

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