Dai cieli risuoni sulla terra l’eco mirabile de “il nome della rosa”, la nostra: quella vera …

DAI CIELI RISUONI SULLA TERRA L’ECO MIRABILE DE IL NOME DELLA ROSA, LA NOSTRA: QUELLA VERA …

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Ognuno di noi porta un nome che i nostri genitori hanno scelto. Forse per una tradizione familiare, per un desiderio personale, o per perpetuare il nome di qualche nonno o bisnonno. O forse per dare il nome di qualche scrittore, autore, artista e attore che ai nostri genitori è piaciuto molto. Questo per chiarire che già solo il nome, dice qualcosa della nostra origine.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Il nome della rosa: poster del film del 1986 con Sean Connery

Ci sono devozioni che è necessario riscoprire e meditare, come quella del Santissimo Nome di Maria, che è molto importante perché credo racchiuda un insieme di insegnamenti bellissimi sulla nostra fede.

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Soffermiamoci sulla natura del nome. Ognuno di noi porta un nome che i nostri genitori hanno scelto. Forse per una tradizione familiare, per un desiderio personale, o per perpetuare il nome di qualche nonno o bisnonno. O forse per dare il nome di qualche scrittore, autore, artista e attore che ai nostri genitori è piaciuto molto. Questo per chiarire che già solo il nome, dice qualcosa della nostra origine.

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Ne Il Signore degli Anelli, l’elfo biondo che accompagna la Compagnia dell’Anello ha un nome molto particolare: Legolas. Tolkien ha ideato il linguaggio elfico appositamente per la sua saga epica. E infatti, Legolas, in elfico significa Verde Foglia e indica, di nuovo, le origini dell’arciere, originario non a caso del Reame Boscoso.

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Prendiamo adesso un esempio dal mondo reale: se sentite qualche amico molto credente chiamarsi Efisio, molto probabilmente ha origini sarde, perché Sant’Efisio è un santo cagliaritano. Ciò per ribadire che il nome può dire la nostra origine identitaria, ed a questo nome il Signore lega una missione particolare affidata a ciascuno di noi: la nostra missione.

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Nell’ambito della vita religiosa, per secoli, vestendo l’abito della famiglia monastica o religiosa, si è assunto un nome diverso rispetto al proprio nome di Battesimo. In alcuni casi anche gli stessi sacerdoti secolari, che non hanno mai avuto questa tradizione, hanno chiesto in certi casi ai propri vescovi di assumere un altro nome. Questa richiesta è stata fatta varie volte soprattutto da uomini divenuti sacerdoti in età adulta, quasi come a voler segnare, anche nel nome stesso, il marchio della propria scelta radicale di vita. Ecco allora che il nome, scelto e dato dai superiori religiosi, oppure scelto e proposto dal religioso, oppure assunto dal sacerdote secolare su sua richiesta fatta al vescovo, è qualche cosa di strettamente legato alla scelta vocazionale, al carattere e alla spiritualità della persona.

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Il fatto che un nome caratterizzi una persona è un elemento che coinvolge in modo primario la nostra Madre, Maria. Infatti, mentre facevo ricerche sulla dicitura Santissimo Nome di Maria, provvidenzialmente ho trovato una bellissima poesia che il letterato italiano Alessandro Manzoni compose fra 1812 e il 1815. Il letterato e poeta, scrivendo del Nome di Maria, afferma:

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Nelle paure della veglia bruna, / Te noma il fanciulletto; a Te, tremante,/ Quando ingrossa ruggendo la fortuna,/ Ricorre il navigante.

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I versi sembrano proprio rivolgersi a tutti noi. Il nome di Maria accompagna i bambini e gli adolescenti che partecipano all’oratorio e alle altre attività e al tempo stesso il navigante. Interpretando liberamente potremmo dire che il navigante è ognuno di noi, cybernauti non più bambini e adolescenti; il navigante è ogni credente che naviga col vascello di Gesù: la Chiesa. E si affida a Maria quando nella sua vita di fede, e anche nelle vicissitudini quotidiane, arrivano dei momenti di tempesta, che richiamano appunto il manzoniano ruggire della fortuna.

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Ripenso a tre letture tipicamente mariane che ci mostrano quanti grandi insegnamenti sono racchiusi nel nome di Maria, nostra madre. Il Libro della Genesi, detto anche protoevangelo, che funge da introduzione al Vangelo di Cristo:

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«Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua discendenza e la discendenza di lei; questa discendenza ti schiaccerà il capo e tu le insidierai il calcagno» [Gn  3,15].

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La donna che qui darà la discendenza che schiaccerà il serpente, sarà proprio Maria, che è presente in forma tipica. Passando dal Libro della Genesi all’Epistolario Paolino, possiamo invece leggere nella Lettera ai Galati: «Dio mandò il Suo figlio nato da donna». Qui si mostra come Gesù è davvero quella discendenza profetizzata da Dio, vero Dio e vero Uomo.

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Introduciamoci adesso nel testo evangelico mariano per eccellenza, il brano lucano che narra l’annunciazione. Immaginiamo di essere noi stessi dentro la casa di Maria, e di ascoltare le parole dell’Arcangelo:

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«Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato ad una sposa. La vergine si chiamava Maria» [cf. Lc 1, 26 – 38].

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Il primo insegnamento legato al nome di Maria è legato al suo essere sposa e al tempo stesso vergine. Maria insegna in questo a tutti quanti, attraverso una verginità che va intesa anche come purezza e prontezza a rispondere alla chiamata di Dio. Come un campo puro e vergine, Maria è per noi esempio di persona che si prepara a dire di sì a Dio. Immediatamente dopo l’Arcangelo la saluta:

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«”Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te” […] “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio”».

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Maria è la piena di Grazia, immacolata concezione, e l’Arcangelo le affida il motivo per cui è venuta da lei: le annuncia che seppure vergine e promessa sposa, ella concepirà per opera di Dio un figlio: Gesù. Ecco come Maria ci mostra il dono di una maternità che genera ― insegna il dogma mariano ― Gesù nel suo corpo umano. È grazie a Maria e allo Spirito Santo, che Gesù diviene uomo come noi, attraverso il mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio. E, come tutte le persone, di fronte ad un grandissimo annuncio, anche la piccola Maria riflette e medita su quanto l’Arcangelo le dice:

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«A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo». 

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Non ha dubbi Maria che il Signore le voglia donare qualcosa di grande: ma si domanda come potrà accadere. E quel «si domandava», letteralmente bisognerebbe tradurlo con “rifletteva, meditava”. In questo la piccola ancella di Nazareth ci è di esempio: anche noi possiamo riflettere sul messaggio che Dio ci lascia ogni giorno. Meditare quel messaggio per rendere la nostra vita piena di senso profondo. Infine, dopo le rassicurazioni dell’Arcangelo, ecco prorompere il sì d’amore mariano:

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«Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».

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Il sì mariano è che Gesù venga al mondo. Il Figlio di Dio è generato tramite l’Eterno Padre e Maria. E nasce per noi. La missione di Maria ora si può compiere: generare Gesù per noi.

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In ciascuno dei nostri stati di vita anche noi abbiamo questa missione particolare: generare Gesù nelle persone, ovvero far sì che diventiamo testimoni che Gesù è entrato nelle nostre vite, cambiandole radicalmente. Così, chi ci osserverà da lontano, potrà ascoltare la nostra testimonianza: e lo Spirito Santo agirà in lui e spargerà i semi della parola di vita eterna.

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Esaltare il nome mariano, implica l’esaltazione del nome di Maria Madre di Dio qual modello di tutti noi credenti. Quindi ringraziamo Dio, perché oggi tutti i nostri nomi sono scritti nel libro della vita eterna donataci da Gesù. I nostri nomi sono scritti nel cuore ardente della nostra madre celeste che, pulsante di amore e tenerezza, li dona a Dio.

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Il Signore ci doni sempre più la forza e il coraggio di vivere con fedeltà la vita cristiana, sull’esempio della nostra Santa Mamma.

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Gesù dolce, Gesù Amore [Santa Caterina da Siena]

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Roma, 28 settembre 2019

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Articolo tratto da una meditazione tenuta nella festa del Santissimo Nome di Maria ai Padri Marianisti.

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Perché la Vergine Maria non chiese l’eutanasia di Gesù Cristo sulla croce, come invece permetterà il governo di Giuseppe Conte, bimbo prodigio di Villa Nazareth? Però per la Segreteria di Stato Vaticana e per i Vescovi Italiani il vero problema era Matteo Salvini che esibiva il rosario in piazza

— attualità ecclesiale —

PERCHÉ LA VERGINE MARIA NON CHIESE L’EUTANASIA DI GESÙ CRISTO SULLA CROCE, COME INVECE PERMETTERÀ IL GOVERNO DI GIUSEPPE CONTE, BIMBO PRODIGIO DI VILLA NAZARETH? PERÒ PER LA SEGRETERIA DI STATO VATICANA ED I VESCOVI ITALIANI IL VERO PROBLEMA ERA IL POPULISTA MATTEO SALVINI CHE ESIBIVA IL ROSARIO IN PIAZZA

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Mentre in Italia vince la cultura satanica della morte, seguitino pure a correre dietro al moderno dogma supremo del migrante, i Cardinali Pietro Parolin e Gualtiero Bassetti, amoreggiando ora col mondo, ora coi bimbi prodigio di Villa Nazareth del defunto capo-modernista Cardinale Achille Silvestrini. Noi invece siamo lì, inginocchiati nel posto migliore, sotto la croce di Cristo, dalla quale non cola la morte, ma il sangue che ci ha redenti. E di tutta questa gente, rossi di colore politico o rossi di porpora cardinalizia, non abbiamo proprio paura, all’ombra della croce di Cristo Dio.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Il Sommo Pontefice e il Capo del Governo Italiano Giuseppe Conte, incontro privato dopo i funerali del Cardinale Achille Silvestrini

Oggi la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo 580 del Codice penale [cf. QUI] che punisce l’istigazione o l’aiuto al suicidio e per il quale erano previste delle pene tra i 5 e i 12 anni di reclusione. La Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi sulla questione dalla Corte d’Assise di Milano nell’ambito del processo che vede imputato un celebre Cavallo di Troia: l’esponente del Partito Radicale Marco Cappato, coinvolto nel suicidio assistito di Fabiano Antoniani, noto al pubblico come Dj Fabo [cf. QUI] In questo modo la Suprema Corte ha aperto una porta alla possibilità di aiutare una persona a morire, dichiarando lecito l’ingresso del Cavallo di Troia e decretando che una norma che punisce il suicidio assistito ma che non tiene conto della situazione di chi soffre in modo insostenibile, è da considerarsi incostituzionale. Dunque, a partire da oggi, la Suprema Corte ha stabilito con sentenza il “diritto a morire” dichiarando allo stesso tempo:

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«non punibile chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

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A questo punto dovrà intervenire il legislatore con un’apposita legge, vale a dire proprio quel governo presieduto dal Professor Giuseppe Conte tanto appoggiato dalla Santa Sede e dalla Conferenza Episcopale Italiana. In questo, come in altri casi, si mettano l’animo in pace i buoni fedeli cattolici, perché sia dalla Santa Sede sia dalla Conferenza Episcopale Italiana non udrete il dignitoso e umile lamento: “Perdono, abbiamo sbagliato”. Perché le logiche della peggiore superbia, che è la superbia clericale, funzionano sulla base di questo principio che in sé ha ovviamente del blasfemo: il Divino Padre e il Divino Figlio, possono anche sbagliare a far procedere il Divino Spirito Santo, ma la Santa Sede e la Conferenza Episcopale Italiana no, non possono sbagliare valutazioni e giudizi, mai!

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Mentre un Governo formato anche da membri della più furiosa sinistra radicale si accinge a brindare il varo della legge sull’eutanasia mascherata da “caso estremo”, la Suprema Corte Costituzionale ha aperto tutte le piste assoggettando la non punibilità:

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«[…] al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) ed alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Servizio Sanitario Nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente […] l’individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell’ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già aveva sottolineato nella sua precedente ordinanza 207 del 2018. Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate».

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All’udienza erano presenti Marco Cappato e la compagna di Dj Fabo, assieme a loro anche Mina, la vedova di Piergiorgio Welby, morto nel 2006 dopo che su sua richiesta gli era stato staccato il respiratore che lo teneva in vita. Tutti hanno pubblicamente esultato, come se la morte fosse una vittoria. Dal proprio canto Marco Cappato ha ribadito appellandosi niente meno che al dovere morale: «Ho aiutato Fabiano perché l’ho ritenuto un mio dovere morale» [cf. QUI]. Per poi seguire a gioire con un twitter: «Vittoria della disobbedienza civile; da oggi tutti più liberi, anche chi non è d’accordo».

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Queste parole suonano come bestemmie alle orecchie di qualsiasi spirito cristiano che durante la memoria pasquale rivive il mistero di Cristo che vince la morte con la sua risurrezione, alla quale tutti siamo resi partecipi. Oggi invece, da un degno prodotto di quel partitino mefistofelico noto come Partito Radicale, ci tocca udire che la conquista è invece la morte, con tanto di richiamo a “doveri morali”. A questi commenti di giubilo hanno fatto seguito quelli del senatore del Partito Democratico Monica Cirinnà, sui quali sorvoliamo, perché con le parole di Marco Cappato abbiamo detto più o meno tutto. Solo una cosa possiamo aggiungere: sotto i nostri occhi apatici e impotenti di cittadini cattolici, tutti quanti muniti di certificato elettorale, ma soprattutto beneficiari dei diritti costituzionali di libertà di pensiero, parola ed espressione, che nessuno può certo revocarci in quanto cattolici, abbiamo assistito alla penosa resa di una Chiesa italiana ormai fossilizzata in modo sclerotico-ossessivo solo sui migranti, mentre nel nostro Paese è ormai entrato il Cavallo di Troia della cultura della morte: il suicidio assistito.

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Altrettanto importante sarebbe notare la perfetta ripetizione di quanto già avvenuto a suo tempo nel 1978 col referendum sulla legalizzazione dell’aborto: i sostenitori di certe leggi, che mirano in vario modo a toccare al cuore la vita ― come se essa fosse un bene disponibile nelle mani di elettori, legislatori e medici ― le loro lotte le scatenano sempre basandosi su casi limite, anzi su casi rarissimi. Giocando su di essi vanno prima a colpire l’emotività collettiva, poi compiono un sovvertimento delle leggi fondamentali invertendo la stessa logica giuridica: trasformare l’eccezione ― spesso non rara bensì rarissima ― in regola generale. Sia chiaro: il diritto tiene conto da sempre della esistenza e della possibile sussistenza dell’eccezione rara, ma al momento in cui essa, previa manipolazione, finisce trasformata in regola generale, a quel punto siamo dinanzi alla vera e propria aberrazione giuridica e legislativa.

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Casomai molti non se ne rendessero conto, è bene chiarire che siamo solo all’inizio del processo di radicale e diabolica disumanizzazione. Il Cavallo di Troia è stato infatti appena introdotto, ancóra i soldati non sono usciti dal suo ventre, ma tra poco sortiranno fuori. Poi, in un futuro affatto lontano, grazie agli esponenti di quegli attuali partiti che urlano per ogni nonnulla al fascista e al nazista, ci ritroveremo in una società a tal punto libera e democratica da far impallidire il Terzo Reich nazista, ma soprattutto il Dottor Josef Mengele. E domani, ai più squisiti sensi di legge e senza consenso alcuno da parte degli interessati o dei loro familiari, forse saranno soppresse persone gravemente ammalate che permanendo in vita senza possibilità alcuna di cura e di guarigione, indistintamente giovani o anziani, non dovranno gravare sui bilanci dello Stato e sul Servizio Sanitario Nazionale. Anche perché la nostra popolazione, sempre più vecchia e con tasso di natalità al di sotto dello zero da quattro decenni, non tarderà a scoprire che i tanto accolti e desiderati migranti, non verranno affatto nel nostro Paese per cambiarci i pannoloni, né per porgerci le padelle e svuotarci i pappagalli, né per reggere e pagare col loro lavoro, con le loro tasse e con i loro contributi il nostro sistema pensionistico destinato al futuro collasso assieme al servizio sanitario nazionale.

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Se infatti non vivessimo obnubilati dal politicamente corretto, dovremmo sapere che la gran parte dei giovani africani che emigrano verso il nostro Paese, perlopiù provengono da Paesi nei quali i maschi non hanno mai brillato né per voglia né per capacità di lavoro. Ciò per un discorso puramente antropologico e culturale: nelle società di certi Paesi africani a lavorare sono le donne, non gli uomini. Dal canto loro, le nostre Forze dell’Ordine e i fascicoli giudiziari che tracimano per certi specifici reati nei nostri tribunali, dimostrano che quando questi maschi antropologicamente e culturalmente sfaccendati si mettono a lavorare, creano spesso imprese di questo genere: prendono mogli e figlie e le portano a prostituirsi per le nostre strade. Quanti, ma soprattutto quanto numerosi sono i mariti ed i padri originari della Nigeria arrestati ripetutamente per sfruttamento della prostituzione, in particolare di quella minorile? Eppure a suo tempo, quella “grande scienziata” del Senatore Laura Boldrini, ebbe l’ardire di affermare che se non avessimo accolto i migranti, domani non avremmo avuto nessuno che da vecchi ci avrebbe cambiati i pannoloni (!?). Presto detto: o questa Senatore ha scambiato i giovani nigeriani musulmani nullafacenti, con una comprovata propensione alla violenza e al delinquere, per degli operosi cattolici filippini, notoriamente laboriosi nonché particolarmente rispettosi per anziani e ammalati, oppure stava proprio recitando sul set di un film di fantascienza, come da anni tendono a fare gli esponenti del Partito Democratico. C’è però anche una terza possibilità: forse la Senatore non conosce proprio usi, costumi e abitudini di alcune popolazioni del Continente Africano, quelle che peraltro producono i più alti flussi migratori e allo stesso tempo il più alto numero di reati commessi, una volta giunti in Europa. Detto questo si noti bene: ad affermare simili cose, non sono io dopo avere vestito i panni del cosiddetto razzista, fascista e nazista, ma sono i fatti e gli atti giudiziari. Basterebbe solo fare un giro nei vari Paesi europei per scoprire all’istante che neppure la solerte, disciplinata e rigorosa polizia della Repubblica Federale Tedesca, riesce a tenere a bada certe bande di delinquenti violenti, perlopiù provenienti dalla Nigeria.

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Come dicevamo poc’anzi non è un mistero che l’attuale governo sia stato appoggiato in modo sfacciato dalla Santa Sede e dalla Conferenza Episcopale Italiana entrata a gamba tesa nella campagna elettorale per le elezioni europee del 26 maggio 2019. E di questo governo è Primo Ministro il Professor Giuseppe Conte, un bimbo prodigio cresciuto presso Villa Nazareth a Roma, tra le sottane affatto compiante del Cardinale Achille Silvestrini, modernista a tutto tondo e membro di spicco della cosiddetta cardinalizia Mafia di San Gallo. Per pudore ecclesiale e amore di patria molti di noi hanno scelto di tacere, ma chi conosce certi personaggi e il loro modo di agire, ha compreso all’istante, nei giorni della crisi di governo apertasi in pieno agosto, che il famoso discorso rivolto principalmente all’attacco del Ministro dell’Interno, Senatore Matteo Salvini, dal Professor Giuseppe Conte [cf. QUI], è stato scritto in buona parte tra la Segreteria di Stato e Villa Nazareth, ubicata a Roma in via della Pineta Sacchetti, luogo ameno dove peraltro è molto più facile incontrare e intrattenersi a colloquio in modo del tutto riservato col Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità.

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Grande paura è stata mostrata per il populista Matteo Salvini, mentre i giornali cattolici “di regime” dissertavano sulla inopportuna esibizione della corona del rosario e sui suoi richiami al Cuore Immacolato della Vergine Maria, quasi come fossero autentiche bestemmie. Soprassediamo poi sui tweet e le battute inopportune nelle quali si è cimentato Padre Antonio Spadaro, che spazia ormai tra la voce del padrone e la voce dell’incoscienza. Adesso, queste stesse persone, si ritroveranno a raccogliere i frutti che hanno seminato e in breve, il loro bimbo prodigio di Villa Nazareth dovrà aprire con le sue stesse mani la pancia del Cavallo di Troia introdotto dentro la nostra Città. Questi sono i fatti ed i risultati di una Santa Sede e di una Conferenza Episcopale Italiana che irritata dalle corone del rosario e dai richiami populisti al Cuore Immacolato della Vergine Maria, si è messa ad amoreggiare con le frange della Sinistra radicale, della quale conosciamo da sempre le varie istanze: l’eutanasia, l’abolizione dell’obbiezione di coscienza per i medici che non intendono praticare aborti, il matrimonio tra coppie omosessuali, la concessione alle stesse dell’adozione di bambini, la liceità dell’utero in affitto, l’imposizione della educazione al gender nelle scuole primarie e via dicendo a seguire … Però, lo ripetiamo di nuovo: il problema erano le corone del rosario e le invocazioni rivolte al Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria di quel populista del Senatore Matteo Salvini.

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Temo invece purtroppo che il grosso problema è costituito da camaleonti professionisti come l’attuale Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Gualtieri Bassetti, che alcuni decenni fa, prete fiorentino che era, saliva sui pulpiti nei periodi pre-elettorali e invitava a votare alla Democrazia Cristiana, fosse persino costato turarsi il naso per non sentire la puzza. Oggi, in cammino verso gli ottant’anni, lo vediamo ridotto a sorridere a una sostenitrice della cultura della morte come il Senatore Emma Bonino, già annoverata in precedenza tra le figure dei grandi italiani per l’augusta bocca del Pontefice felicemente regnante [cf. QUI, QUI]. Cos’altro dire: … Ah, quando avrei preferito, al posto di Gualtiero Bassetti, la salvezza della mia anima e il Paradiso, ad una porpora cardinalizia conquistata dopo aver saltato per una vita intera da un carretto a un altro!

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Sono consapevole che noi sacerdoti e teologi non ancora venduti al Principe di questo mondo ci rivolgiamo a un mondo secolarizzato e scristianizzato che non capisce più né il nostro linguaggio né i sentimenti e i fondamenti evangelici che lo animano. A questo si aggiunga altro e peggio: ci ritroviamo a essere persino ostracizzati e perseguitati all’interno della stessa Chiesa nella quale oggi, tra un colpo di misericordia e una botta di sinodalità collegiale, siamo ormai ridotti ― come spesso ho detto ― al regime cambogiano di Pol Pot.

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Per comprendere il terribile mistero della morte, della malattia, del decadimento fisico, del dolore e della sofferenza, è necessario partire da molto lontano: dalla creazione del mondo e dell’uomo. La morte, indicata da molti come “elemento naturale” e “inevitabile” del ciclo della vita, oltre a non essere affatto naturale, è in verità quanto di più innaturale possa esistere. Dio non ha affatto creato l’uomo mortale, lo ha creato immortale. Dio, datore della vita perfetta ed eterna, nel mistero della creazione non ha affatto concepito né il dolore né la sofferenza, né il decadimento fisico né la malattia. La morte, con tutte le sue relative conseguenze, entra nella scena del mondo quando l’uomo, beneficiando della libertà e del libero arbitrio a lui donati da Dio, decide di ribellarsi al proprio Creatore. È allora che entra nella scena del mondo quell’elemento del tutto innaturale che è la morte, conseguenza di un peccato che ha alterata la creazione stessa. Tutto questo è indicato come peccato originale; un peccato che nessuno di noi ha commesso, ma che tutti abbiamo ereditato assieme a una natura corrotta in origine da questo stesso peccato.

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Questa è la nostra fede, che parte proprio dal mistero della creazione. Una fede che conferisce a noi credenti tutt’altra percezione della morte e del dolore, un elemento talora più sgradito, nonché fonte di sofferenze persino maggiori, quando non affligge noi, ma colpisce attraverso la malattia le nostre persone più care e amate.

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In una società che assieme ai princípi cristiani rifiuta il decadimento fisico, la malattia e la morte stessa, più che difficile può risultare talora quasi impossibile parlare agli uomini di questo nostro mondo di quel grande elemento sia educativo sia salvifico che è il dolore. Argomento trattato dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II in una sua memorabile lettera apostolica dedicata al senso cristiano della sofferenza umana [Cf. Salvifici doloris, testo integrale, QUI].

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In una società che assieme ai princípi cristiani rifiuta il decadimento fisico, la malattia e la morte stessa, più che difficile può risultare talora quasi impossibile parlare agli uomini di questo nostro mondo del mistero della croce, che è anzitutto indicibile sofferenza. Infatti, se uno specialista in medicina legale e uno specialista in anatomia patologia si mettessero a spiegare al grande pubblico quelli che sono sia i dolori, sia le conseguenze fisiche per una morte causata dal supplizio della crocifissione ― chiamato non a caso dal Diritto Penale Romano poena extra ordinem, ossia il summum supplicium ―, forse in molti non reggerebbero al dettaglio delle descrizioni.

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Eppure, sotto la croce … Stabat Mater dolorósa iuxta crucem lacrimósadum pendébat Fílius [stava la madre addolorata in lacrime, sotto la croce, sulla quale pendeva suo Figlio]. E la Madre Addolorata, dinanzi al figlio sofferente agonizzante, non supplicò alcun centurione di porre fine a quello strazio con un “misericordioso” colpo di lancia. Perché la Beata Vergine Maria, come recita la preghiera di San Bernardo alla Vergine riportata da Dante nel XXXIII Canto del Paradiso, era «Figlia del tuo Figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio». Proprio così: era Figlia del Figlio di Dio, non era una figlia di Satana come quell’anima del povero Marco Cappato — salvo suo sincero e profondo pentimento —, degno figlio politico di Marco Pannella ed Emma Bonino, la grande italiana, il quale esulta oggi sulla conquista della morte, introdotta nel mondo dal Demonio, non certo da Dio.

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Mentre in Italia rischia di vincere la cultura satanica della morte, seguitino pure a correre dietro al supremo dogma Cardinale Achille Silvestrini. Noi invece siamo lì, inginocchiati nel posto migliore, sotto la croce di Cristo, dalla quale non cola la morte, ma il sangue che ci ha redenti. E di tutta questa gente, rossi di colore politico o rossi di porpora cardinalizia, non abbiamo proprio paura, all’ombra della croce di Cristo Dio, sono loro che devono temere, ancor più del domani, l’eterno che li attende.

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dall’Isola di Patmos, 26 settembre 2019

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«Vi dico che se questi taceranno, grideranno le pietre». Ridatece Pasquino: presto!

– attualità ecclesiale –

«VI DICO CHE SE QUESTI TACERANNO GRIDERANNO LE PIETRE»  RIDATECE PASQUINO: PRESTO! 

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La verità, che è madre di ogni democrazia, è di per sé stessa liberante, non è impositiva, illumina l’intelligenza e informa la libertà di ogni individuo. Davanti alla verità, l’uomo non può non schierarsi, esso deve decidere se abbracciarla o rifiutarla. Nel momento che la si abbraccia se ne diventa il cercatore, non per tornaconto personale, ma perché la verità è suadente e seduce l’uomo verso quel bene ― personale o comunitario ― che non conosce doppiezza o compromesso, pena il disconoscimento della verità stessa che deteriora così in menzogna. 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Roma, statua di Pasquino

Chi si trova a passare per il rione Parione a Roma, non avrà difficoltà a raggiungere Piazza Pasquino, dove il visitatore noterà, all’angolo di Palazzo Braschi, la celebre statua parlante del satirico epigrammatico chiacchierone più famoso della storia della Capitale.

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Pasquino, statua del periodo ellenista del III secolo a.C., è stato colui che ha dato voce al popolo, utilizzando la satira e lo sberleffo per mettere in luce situazioni politiche, sociali o anche religiose che non era più possibile tollerare. Dalle pungenti pasquinate non furono risparmiati neanche i Papi. Sotto i pontificati di Adriano VI, di Sisto V e di Clemente VIII, la statua rischiò di essere frantumata e distrutta. Solo la saggezza di qualche lungimirante prelato all’interno dello Stato Pontificio dissuase il Romano Pontefice Sisto V da un tal proposito, dopo che era apparsa l’epigrafe: «Quer boia der Papa Sisto che nun perdona manco Cristo». Pena per la distruzione della statua, sarebbero state le ripercussioni e le incontrollabili reazioni del popolo romano.

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Allora bisogna convenire, obtorto collo, che er pupazzo de Pasquino svolgeva con la sua attività un servizio utile a molti: ai potenti che si vedevano redarguiti e ricondotti alla riflessione; al popolo che si sentiva tutelato, unendosi sotto un simbolo comune; alla libertà di pensiero che poteva finalmente esprimersi al di là dell’immancabile censura che rischiava di offuscare la verità delle cose. Forse è questo il motivo per cui una certa sana satira e un’equa auto-critica, nei dovuti modi, nei giusti tempi e contesti, può essere molto più utile rispetto a certi provvedimenti ufficiali.

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Roma, statua di Pasquino

Il personaggio di Pasquino, tralasciando l’uso strumentale, politico o ideologico che questo simbolo ha incarnato nel tempo, costituiva di fatto la voce del popolo. Di un popolo papalino, fedele al trono e all’altare ma che al bisogno non rinunciava di praticare la ben nota schiettezza romanesca tanto invocata dall’odierno mainstream ecclesiastico con il termine di parresia. Già … Parresia, ma di che cosa stiamo parlando? La parresia è una realtà antica, secondo gli studiosi già il drammaturgo Euripide [ca. 480-406 a.C.] esprimeva con questo termine la virtù di affermare con forza la verità. Altri filosofi del mondo classico del calibro di Socrate [ca. 469-399 a.C], Platone [ca. 428-348] e Aristotele [ca. 384-322 a.C.] si dichiaravano cercatori della verità e nella pratica e nell’insegnamento della parresia contribuivano a costruire le basi per quello che sarebbe stato il sistema democratico ateniese. Una società può rimanere in piedi solamente se rimane saldamente ancorata alla verità, la menzogna e la doppiezza costituiscono per tanto l’unico vero ostacolo ad ogni buon sistema democratico di governo.

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Il filosofo e saggista francese Paul-Michel Foucault espresse per questo motivo il proprio pensiero con il famoso aforisma: «perché ci sia democrazia ci deve essere parresia». Ma è proprio a questo punto del ragionamento che si rende necessario un chiarimento. Platone distingueva due tipologie di parresia: una veritiera denotata come virtù sapiente e costruttiva e una falsa denotata come ingannevole e illusoria. Desidero soffermarmi sulla prima tipologia, tralasciando per il momento la seconda ad altri approfondimenti successivi. Capiamo bene come la parresia spinga l’uomo verso la faticosa ricerca della ben rotonda verità, rispetto al pericolo di assolutizzare le opinioni personali promuovendole a verità d’éliteA questo proposito, basti pensare ai più famosi regimi dittatoriali della storia che si sono caratterizzati proprio in seguito alle verità personali dei loro leaders.

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La verità, che è madre di ogni democrazia, è di per sé stessa liberante, non è impositiva, illumina l’intelligenza e informa la libertà di ogni individuo. Davanti alla verità, l’uomo non può non schierarsi, esso deve decidere se abbracciarla o rifiutarla. Nel momento che la si abbraccia se ne diventa il cercatore, non per tornaconto personale, ma perché la verità è suadente e seduce l’uomo verso quel bene ― personale o comunitario ― che non conosce doppiezza o compromesso, pena il disconoscimento della verità stessa che deteriora così in menzogna. E dinanzi alla verità non si può tacere, perché «Se questi taceranno, grideranno anche le pietre» [cf. Lc 19, 40].

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Roma, statua di Pasquino

Di fronte al pericolo, sempre più incombente, di un relativismo contemporaneo che distorce e falsifica la verità, c’è bisogno di ribadire con forza che la verità è unica e possiede un nome: Gesù Cristo. Non esistono altre verità ― o verità parallele ― a cui l’uomo può approcciarsi per giungere al bene desiderato. A spiegarcelo è il magistero della Chiesa: «Chiamati alla salvezza mediante la fede in Gesù Cristo, «luce vera che illumina ogni uomo» [Gv 1,9], gli uomini diventano «luce nel Signore» e «figli della luce» [Ef 5,8] e si santificano con «l’obbedienza alla verità» [1 Pt 1,22 – cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Veritatis Splendor n° 1], che realizza ogni parresia e permette di sperimentare quella grazia divina che previene e soccorre l’uomo davanti allo spirito menzognero per eccellenza ― Satana ― e alla sua opera. Se infatti l’operare e l’agire di Dio si declinano attraverso la mediazione della verità del Verbo incarnato nel mondo, l’opera del Maligno e dei suoi seguaci si declina attraverso il disconoscimento di Dio e del Cristo fino alla disobbedienza volontaria e consapevole i cui frutti della modernità e della contemporaneità vanno dal relativismo e dallo scetticismo [cf. Gv 18, 38], fino alla ricerca di una illusoria libertà al di fuori della stessa verità. [cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Veritatis Splendor n° 1].

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Con l’avvento del Cristianesimo la Parresia assume un ruolo sempre più netto a partire dalla verità evangelica e dalla sua morale che ha nella persona di Cristo ― Verbo fatto uomo ― la sua fonte e il suo culmine. L’allenamento faticoso che il cristiano deve praticare per poter attraversare la porta stretta che gli consente di permeare nella verità di Cristo [Lc 13,24] è simile allo sforzo che il filosofo Socrate praticava per far scaturire dai suoi uditori la verità, con la differenza che in Socrate non agiva la grazia divina donata a ciascun uomo con il battesimo. La verità si è manifestata all’uomo e la grazia che gli è stata accordata per rende possibile tutto questo: «Perché la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» [Gv 1,17].

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Roma, statua di Pasquino

Sono sempre più convinto che per il cristiano l’agire o il parlare con parresia non implica solo una discussione accademica o un confronto di vedute e opinioni al fine di operare una sintesi, ma è anzitutto la scoperta e il riconoscimento di quella realtà eterna che insiste nella persona del Dio Verità. Il cristiano perciò agisce con parresia quando, riconoscendo la verità del Dio Trinità, attribuisce a ogni cosa creata il suo giusto posto e valore, giungendo all’ordine che è il contrario del caos menzognero.

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Viviamo in un periodo storico in cui la Verità della Rivelazione viene adattata e, nei casi più gravi, negata per fare spazio a opinioni e giudizi personali che gonfi di personalismo e individualismo assurgono a verità. Oggi tutti possono esprimersi con il fatidico: «secondo me…», la formula magica che spalanca l’alternativo e contrasta ogni verità scomoda al fine di sdoganare ogni illecito. Davanti agli eventi storici o filosofici, davanti all’evidenza naturale o biologica, di fronte a ogni insegnamento divino rivelato si erge impietoso il setaccio del «secondo me…», nuovo mantra del pensiero unico contemporaneo e di una certa ecclesiologia in uscita.

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Sfido i nostri Lettori a non aver mai sentito dire in casa o a lavoro, dai vicini o dai lontani, la frase oppositiva «secondo me…», sfoderata contro la radicalità del Vangelo o dell’insegnamento della Chiesa. Così, mettendo in discussione tutto e cercando faziosamente un dialogo sterile, figlio di una parresia ingannevole, i seguaci del «secondo me…» ― che poi si trasforma in secondo noi quando si celano le lobby di potere ― impongono la censura di fatto e, creando ipotetici nemici, dettano l’agenda dei governanti del mondo, destituendo così la libertà democratica che non è più in grado di riconoscere e approcciarsi alla verità.

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In certi ambiti si è già realizzata la profezia di Gilbert Keith Chesterton che dice:

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«Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade verranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate…» [cf. G.K. Chesterton, Eretici, Lindau, Torino, 2010, pp. 242-243].

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Roma, statua di Pasquino

Posando lo sguardo sulla Chiesa, la situazione non è del tutto dissimile da quella presente nel mondo laico. Smarrendo la Verità di Dio, si riciclano smaniosamente verità mondane nella speranza di apparire più convincenti, più accattivanti e spesso più aggiornati di Cristo stesso. Atteggiamento questo che conduce all’incapacità di proferire parola e che richiama da vicino il caso del sacerdote Zaccaria, padre del Battista, che non accettando l’opera di risanamento di Dio, divenne muto fino a quando non avesse proclamato nella verità il nome di quel suo unico figlio generato dalla misericordiosa verità divina.

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Il silenzio dirompente che si leva oggi dalle sacrestie, dai conventi e monasteri, dalle curie e dai vicariati è il conseguente risultato di una perdita di identità profonda che nega l’opera redentrice di Cristo Via, Verità e Vita per glorificare l’opera dell’uomo e del Principe di questo mondo [Gv 12,31]. Così, tutte le realtà più terribili di oggi: dall’attacco alla vita in tutte le sue forme, al disfacimento dell’istituto matrimoniale e della famiglia, alla dignità dell’uomo come immagine di Dio, vengono fatte passare come conquiste umanitarie e di civiltà dai nuovi corifei della verità. Una falsa parresia, insincera e subdola conduce l’uomo nel suo affrancamento prometeico a disconosce sé stesso e a scambiare la redenzione per lotta sociale e la buona notizia del Vangelo per movimento rivoluzionario che include l’odio al nemico e l’eliminazione degli avversari.

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La Chiesa e gli uomini di chiesa non sono più costituiti e formati come luoghi di incontro e di riferimento per trovare la Verità, ma diventano novelli anfiteatri in cui scorrazzano fameliche le fiere delle ideologie pronte a dilaniare i novelli martiri della Verità di Cristo, spinti nell’arena da coloro che un tempo ne erano i custodi. Forse, ci sono troppi preti che se le danno di santa ragione sui social network twittando tutto contro tutti … aridatece Pasquino! Forse, ci sono troppe Eminenze ed Eccellenze che in veste di tuttologi frequentano con più assiduità i talk show anziché le canoniche dei loro sacerdoti per portare conforto e vicinanza paterna … aridatece Pasquino! Forse, troppi religiosi si concentrano di più nel ballare e nel cantare tra i palchi, in preda a un non ben definito irenismo collettivo, invece di riproporre con coraggio e fermezza il carisma della vita consacrata così come è stata vissuta dai propri santi fondatori … aridatece Pasquino!

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anche il Pontefice regnante, come molti suoi predecessori, è stato reso oggetto di una pasquinata

Quanto sarebbe salutare ascoltare delle pasquinate che ci facciano vergognare in modo autentico, che mettano in ridicolo le nostre manie da redentori dell’ultim’ora, che lascino in mutande le nostre pretese da baby dittatori, che ci mettano nuovamente in cuore il desiderio della Verità che salva e che si attua solo facendo quello per cui Cristo ci ha chiamato.

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Fra tanti chiacchieroni moderni e sproloquiatori autorizzati, ridateci l’antica voce del popolo romano che spesso incarna la verità del detto Vox populi, vox Dei. Quindi ridateci lui: ridateci Pasquino!

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Laconi, 23 settembre 2019

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NOVITÀ! «La setta neocatecumenale. L’eresia si fece Kiko e venne ad abitare in mezzo a noi»

— negozio librario delle Edizioni L’Isola di Patmos —

«LA SETTA NEOCATECUMENALE. L’ERESIA SI FECE KIKO E VENNE AD ABITARE IN MEZZO A NOI»

I Neocatecumenali sono una setta di matrice ebraico-protestante che di cattolico ha solo l’involucro esterno svuotato all’interno dei fondamenti del Cattolicesimo. Il riconoscimento amministrativo a loro concesso dal Pontificio Consiglio per i Laici non obbliga affatto vescovi, sacerdoti e fedeli cattolici a una adesione di fede nei riguardi del Cammino Neocatecumenale, che non è certo un dogma, bensì un tumore con metastasi, diffuse all’interno della Chiesa anche e soprattutto a causa della debolezza mostrata dagli ultimi Sommi Pontefici.

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Autore:
Jorge Facio Lince
Presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos

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l’autore: Ariel S. Levi di Gualdo, presbitero e teologo

Le principali eresie del Cammino Neocatecumenale sono la percezione calvinista dell’Eucaristia e la confusione tra il sacerdozio comune, al quale partecipano tutti i battezzati, ed il sacerdozio ministeriale di Cristo, al quale partecipano solo i ministri in sacris.

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Colpendo Sacerdozio ed Eucaristia, strettamente connessi l’uno all’altra, si colpisce la Chiesa al cuore attraverso alcune delle più antiche eresie di ritorno.

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I Neocatecumenali sono una setta di matrice ebraico-protestante che di cattolico ha solo l’involucro esterno svuotato all’interno dei fondamenti del Cattolicesimo.

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Il riconoscimento amministrativo a loro concesso dal Pontificio Consiglio per i Laici non obbliga affatto vescovi, sacerdoti e fedeli cattolici a una adesione di fede nei riguardi del Cammino Neocatecumenale, che non è certo un dogma, bensì un tumore con metastasi, diffuse all’interno della Chiesa anche e soprattutto a causa della debolezza mostrata dagli ultimi Sommi Pontefici.

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Questo libro è costruito su dati oggettivi, l’Autore non si discosta neppure per un istante da quelli che sono gli scritti e le catechesi tenute dai fondatori di questo movimento ereticale, i documenti e gli atti della Santa Sede e quelli dei rispettivi e competenti dicasteri che si sono occupati nel corso degli anni del Cammino Neocatecumenale, non ultimo per quegli abusi liturgici che rasentano non di rado il vero e proprio sacrilegio della Santissima Eucaristia e per i quali, ogni richiamo a loro rivolto nel corso di quattro decenni, si è rivelato di fatto pressoché vano.

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Indubbiamente l’Autore osa ― davvero “oltre misura“ e con coraggio leonino ― illustrando quelle che sono state le oggettive e gravi imprudenze del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, oggi canonizzato ed elevato agli onori degli altari, ma non certo per questo perfetto, come perfetti ed esenti da errori non lo sono mai stati tutti i Santi dell’intera storia della Chiesa. E, alla prova provata dei fatti non passibili di facile smentita, il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, concedendo in modo diretto e indiretto accondiscendenza al Cammino Neocatecumenale, ha sbagliato, creando di conseguenza gravi problemi che si sono poi ripercossi sulla Chiesa intera, ponendo vescovi e sacerdoti dinanzi a un fenomeno settario-ereticale difficile da gestire. L’errore maggiore compiuto dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II fu soprattutto quello di concedere a questa setta intra-ecclesiale di aprire seminari per la formazione dei futuri sacerdoti, dando in tal modo a un movimento laicale la possibilità, unica e senza precedenti nella storia della Chiesa, di formare un proprio clero, preposto non ultimo a neocatecumenalizzare intere diocesi e parrocchie [cf. QUI].

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cliccando QUI è possibile accedere al negozio de L’Isola di Patmos

L’Autore spiega che dinanzi alla verità spiacevole e dolorosa, due sole sono le soluzioni: o tacere, se non si è in grado di esporla, sostenerla e pagarne soprattutto le conseguenze, oppure dire e presentare la verità per quella che è nella realtà. Infatti, dinanzi a certi gravi problemi, addolcire o annacquare la verità, comporta enunciare clamorose menzogne, ed anche nel modo peggiore.

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L’opera di Ariel S. Levi di Gualdo è dedicata al Servo di Dio Pier Carlo Landucci e al Passionista Enrico Zoffoli, presbiteri romani, che denunciarono per primi alle Autorità Ecclesiastiche le eresie del Cammino Neocatecumenale, nel 1983 e nel 1992. Non furono però ascoltati, perché prima col Sommo Pontefice Paolo VI poi col Sommo Pontefice Giovanni Paolo II era esplosa la grande ubriacatura dei movimenti laicali, nei quali l’uno e l’altro vedevano il futuro della Chiesa, mentre i seminari diocesani e le case di formazione alla vita religiosa erano sempre più vuoti, ed in seguito chiusi in gran numero.

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Davanti alla odierna realtà dinanzi alla quale si pone la testa sotto la sabbia come gli struzzi, l’Autore domanda: cosa ha prodotto questa grande ubriacatura movimentista? Ce lo spiega con queste parole: «La secolarizzazione del clero e la clericalizzazione del laicato, mentre oggi, sbagliando per l’ennesima volta, ci si accinge a compiere l’ulteriore errore col prossimo Sinodo Panamazzonico, dove si discuterà sulla opportunità di ordinare sacerdoti i viri probati, per sopperire alla mancanza di clero in certe regioni del mondo. Un Sinodo che in sé ha del grottesco, a ben considerare che sarà celebrato a Roma, per l’Amazzonia, sotto la grande regia dei tedeschi, la cui Chiesa nazionale versa ormai da decenni in stato avanzato di protestantizzazione».

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La grande ubriacatura segnata dalla stagione dei movimenti nati dal para-concilio nella stagione del post-concilio, ha fallito in modo desolante e con danni di non poco conto, ma nessuno ha l’umiltà di ammetterlo, anzi ci stiamo lanciando verso errori ancora peggiori: il Sinodo Panamazzonico, o come scrisse tempo addietro il nostro Autore … il Sinodo Pantedesco [cf. QUI].

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dall’Isola di Patmos 15 dicembre 2015

Beata Vergine Maria Addolorata

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andando alla pagina del nostro negozio [vedere QUI] potrete ordinare con estrema facilità questo libro [vedere QUI] e riceverlo a casa vostra entro due giorni lavorativi senza spese di spedizione postale. Sempre alla pagina del nostro negozio potrete inoltre visionare i titoli e le descrizioni degli altri nostri libri in uscita [vedere QUI].

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Siamo certi che ci aiuterete a diffondere le opere delle Edizioni L’Isola di Patmos, specie per il servizio che esse possono rendere in questo momento così difficile alla Chiesa di Cristo e al Popolo di Dio.

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Anticipiamo ai Lettori che tra la fine di settembre e la fine di ottobre andranno in pubblicazione le seguenti opere:

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LA METAFISICA DI GESÙ CRISTO, di Giovanni Cavalcoli, O.P.

SUL SENTIERO DEGLI ANGELI, di Marcello Stanzione

ARIANESIMO, UNA ERESIA ANTICA SEMPRE PRESENTE, di Leonardo Grazzi  

 

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Mentre nella Chiesa tutto tace, al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, il diavolo diventa realtà simbolica: il Preposito Generale dei Gesuiti continua a riscrivere la dottrina cattolica

– attualità ecclesiale –

MENTRE NELLA CHIESA TUTTO TACE, AL MEETING DI COMUNIONE E LIBERAZIONE DI RIMINI, IL DIAVOLO DIVENTA REALTÀ SIMBOLICA: IL PREPOSITO GENERALE DEI GESUITI CONTINUA A RISCRIVERE LA DOTTRINA CATTOLICA  

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La Felix Culpa che la madre Chiesa canta nel Preconio nella notte di Pasqua, sancisce irrevocabilmente il trionfo di Cristo sul peccato e sulla morte, armi inique di colui che è origine e causa di ogni male: il Demonio. O forse Gesù Cristo sarebbe morto in croce per salvarci da un mito, da un simbolo, da una forma di psichismo patologico? Siamo seri per una volta, è l’amore alla Chiesa che ce la impone, questa serietà.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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… ma sì, inculturiamo tutto ciò che non è cattolico! Nella foto: Padre Arturo Sosa, Preposito Generale della Compagnia delle Indie in versione Sandokan 

Al Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini è stata tributata al Preposito Generale della Compagnia di Gesù, Padre Arturo Sosa, l’accoglienza delle grandi occasioni: applausi, molto entusiasmo, cuori palpitanti e febbricitante attesa per le dichiarazioni di Sua Paternità il papa nero che argomentava sul tema: Imparare a guardare il mondo con gli occhi del Pontificato di FrancescoTra le tante domande a cui il Padre Arturo Sosa è stato sottoposto c’è stata quella relativa all’esistenza del diavolo:

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«Padre, il diavolo esiste?»

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la risposta del superiore generale della Compagnia di Gesù è stata questa:

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«In diversi modi. Bisogna capire gli elementi culturali per riferirsi a questo personaggio. Nel linguaggio di sant’Ignazio è lo spirito cattivo che ti porta a fare le cose che vanno contro lo spirito di Dio. Esiste come il male personificato in diverse strutture ma non nelle persone, perché non è una persona, è una maniera di attuare il male. Non è una persona come lo è una persona umana. È una maniera del male di essere presente nella vita umana. Il bene e il male sono in lotta permanente nella coscienza umana, e abbiamo dei modi per indicarli. Riconosciamo Dio come buono, interamente buono. I simboli sono parte della realtà, e il diavolo esiste come realtà simbolica, non come realtà personale» [cf QUI].

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Non occorre essere dei teologi del calibro di Mons. Renzo Lavatori per controbattere e smontare pezzo per pezzo questa risposta che manca totalmente dei fondamenti basilari di quella parte della teologia dogmatica chiamata angelologia e demonologia, basta seguire l’insegnamento bimillenario della Chiesa.

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Padre Arturo Sosa, Preposito Generale della Compagnia delle Indie

Lascio ai lettori de L’Isola di Patmos questo compito, aiutandosi con gli ottimi libri di Mons. Renzo Lavatori e dei Padri Padre François Dermine, Francesco Bamonte e Cesare Truqui. 

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Non è mia intenzione polemizzare, bensì riportare all’attenzione di tutti il sano e autentico Catechismo della Chiesa Cattolica così come ogni buon parroco e ogni superiore generale dovrebbe fare con assiduità nei confronti dei suoi fedeli. Peraltro, in tempi passati, L’Isola di Patmos si occupò di un tema diverso ma analogo, sempre legato al Preposito Generale della Compagnia di Gesù, in un articolo firmato dai Padri Giovanni Cavalcoli e Ariel S. Levi di Gualdo [vedere QUI]. 

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La risposta che è stata data al Meeting, che si colloca al di fuori di ogni grazia di Dio, consta alla quale si unisce come aggravante l’autorevolezza di colui che l’ha di fatto pronunciata. Non si sta parlando di un sacerdote qualunque ma del Superiore generale di uno storico Ordine religioso che dall’alto del suo ufficio dovrebbe costituire la quintessenza dell’ortodossia e del carisma originario del fondatore, nel caso specifico Sant’Ignazio di Loyola.

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Voglio rifiutare categoricamente di pensare che Sant’Ignazio di Loyola, di cui è nota universalmente la eroicità delle virtù, considerasse il diavolo come realtà non esistente o una personificazione concettuale o mitica o simbolica del male. Infatti, chi lo definì come «una traduzione mitico-simbolica delle antiche paure ancestrali dell’uomo», percorrendo di fatto il sentiero di Rudolf Bultmann, questi fu sì un gesuita, ma non il Santo fondatore della Compagnia di Gesù, bensì Karl Rahner [cf Giovanni Cavalcoli, Kar Rahner, il Concilio tradito, 2009].

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Padre Arturo Sosa, Preposito Generale della Compagnia delle Indie

Sia ben chiaro, non mi straccio le vesti, ne griderò allo scandalo! Anche perché di questi tempi, giunti al decadente declino in cui versiamo, non serve più a nulla. Occorre invece correre ai ripari per salvaguardare quella poca credibilità che ancora noi sacerdoti possediamo verso il popolo di Dio e che ci consente di essere maestri affidabili della Tradizione della Chiesa in vista della salvezza delle anime. 

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Consapevole della mia condizione di peccatore incallito, non intendo affatto giudicare il Padre Arturo Sosa per la sua affermazione o per la sua fede. Prendo solo consapevolezza di come egli abbia indubbiamente una fede, che è però la sua fede particolarissima. Allo stesso tempo, probabilmente, ha qualche problema relativo al sentire cum Ecclesia.

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Giova inoltre ricordare che ogni buon teologo, quando esercita il suo ruolo di maestro, deve obbedire a una regola fondamentale: non è nella creatività della fede che si colloca il suo ministero ma nel compito autentico di approfondire e aiutare i fedeli a capire e ad annunciare il depositum fidei senza crearne uno nuovo [cfr. J. Ratzinger, Rapporto sulla fede, p 71]. Sicuramente, una tale affermazione, all’interno di una riflessione teologica sull’azione pastorale di Papa Francesco, stona non poco. Personalmente, nei panni del Romano Pontefice, mi sentirei a disagio nel sapere che un mio confratello, proprio nel momento in cui loda la mia condotta pastorale, allo stesso tempo compie uno scivolone teologico di questo genere, negando apertamente a chiare lettere che il Demonio sia persona, come invece insegna la dottrina cattolica, che non è un’opinione opinabile, perché si basa su certezze di fede. Ecco allora riecheggiare le parole di quel sant’uomo di Papa Leone VII:

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«ognuno ritiene ormai che debba essere tenuto per vero non ciò che è stato tramandato ma ciò che a ciascuno sembra meglio» [cfr. Leone VII, Enciclica Si instituta ecclesiastica].

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Tuttavia, come cristiano e sacerdote devo necessariamente riconoscermi bisognoso di una Chiesa che è portatrice di salvezza e di un depositum fidei che non può essere ignorato, contraffatto o mercanteggiato. Oggi, avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, è spesso etichettato come fondamentalismo e, con l’attenuante del buonismo e del misericordismo spinto, si rischia di trascurare la coscienza dei fedeli cristiani, anche a rischio della loro salvezza eterna. Volete un esempio in tal senso? Chi di voi oggi sente dai pulpiti omelie o conferenze sul tema dei Novissimi: morte, giudizio, inferno e paradiso? Nessuno, vero? Forse c’è qualche sacerdote che ha superato i settant’anni che ha ancora il coraggio di farlo. Purtroppo, alla verità, si antepone la ricerca del consenso, i likes, i selfies, il desiderio di evitare discussioni, la ricerca smaniosa della propria buona fama e della tranquillità, della visibilità mediatica e della bonarietà televisiva spinta ai massimi livelli.

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Il Preposito Generale dei Gesuiti, Padre Arturo Sosa, pare che legga e cerchi di comprendere il Catechismo della Chiesa Cattolica … questo gran testo sconosciuto!

Il politicamente corretto si muta così nel religiosamente corretto, anzi nel dogmaticamente corretto che tutto include, accoglie e livella distillando un Credo universalmente innocuo ma privo di quella tensione soteriologica che ci fa affermare con forza che il Figlio di Dio è apparso nel mondo per distruggere le opere del Diavolo [cfr. 1Gv 3,8]. Per queste ragioni, i nostri fratelli cristiani hanno il sacrosanto diritto di vedere in noi sacerdoti coloro che indicano la vera, autentica e sana dottrina tradizionale della Chiesa, così come è stata trasmessa e custodita fin dalle origini in comunione con l’Apostolo Pietro e il Collegio Apostolico. Per questo motivo, dobbiamo insistere ancora una volta sulla fede autentica e tradizionale della Chiesa così come ci è stata consegnata da Cristo e dagli apostoli. La fede non è nostra ma è dono di Dio, e la sacra Rivelazione è un messaggio che ci è stato consegnato e che non abbiamo ricevuto, perciò non abbiamo nessun diritto di modificarlo o snaturarlo a nostro piacimento.

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Diceva già Tertulliano: «Per noi non è lecito introdurre nulla a nostro arbitrio» e riferendosi agli eretici «ciascuno modella a suo piacimento il patrimonio dottrinale ricevuto» [cfr. Tertulliano, De Praescriptione Haereticorum, VI, 3 e XLII,7]. Detto questo: sgomberiamo la nostra mente e il nostro cuore di credenti dai falsi venti di dottrina e apriamoci allo Spirito Santo, l’unico vento salubre e maestro spirituale che opera un vero e autentico discernimento nella Chiesa a partire da ciò che ci è stato tramandato. La Tradizione è un tesoro che ci è stato consegnato affinché ci renda ricchi della presenza del Padre e ciò sia garanzia di salvezza: questo siamo chiamati a restituire integro ai nostri figli e nipoti. E poiché in questa Tradizione che salva, Cristo rappresenta il centro e il fulcro, è necessario conoscere bene l’opera e la potestà del Salvatore.

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Padre Arturo Sosa ricorderà senz’altro che il primo oppositore dell’opera di Dio e del Figlio suo non è l’uomo ma il Diavolo che nel Paradiso terrestre sedusse i progenitori e nel ministero pubblico del Salvatore si espresse chiaramente:

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«Che vuoi da noi, Gesù di Nàzaret? Sei forse venuto a rovinarci? Io so chi sei: tu sei il Santo mandato da Dio» [cfr. Lc 4,34].

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La Felix Culpa che la madre Chiesa canta nel Preconio nella notte di Pasqua, sancisce irrevocabilmente il trionfo di Cristo sul peccato e sulla morte, armi inique di colui che è origine e causa di ogni male: il Demonio. O forse Gesù Cristo sarebbe morto in croce per salvarci da un mito, da un simbolo, da una forma di psichismo patologico? Siamo seri per una volta, è l’amore alla Chiesa che ce la impone, questa serietà.

 

Cagliari, 23 agosto 2019

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Il Cardinale George Pell è stato condannato in Vaticano, il Tribunale penale australiano è solo il braccio armato. Intanto la Santa Sede offre solidarietà alle vittime che non esistono, mentre prosegue a voltare le spalle alle reali vittime dell’attuale regime vatican-cambogiano

— attualità ecclesiale —

IL CARDINALE GEORGE PELL È STATO CONDANNATO IN VATICANO, IL TRIBUNALE AUSTRALIANO È SOLO IL BRACCIO ARMATO. INTANTO LA SANTA SEDE OFFRE SOLIDARIETÀ ALLE VITTIME CHE NON ESISTONO, MENTRE PROSEGUE A VOLTARE LE SPALLE ALLE REALI VITTIME DELL’ATTUALE REGIME VATICAN-CAMBOGIANO 

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Ciò che narra la singola presunta vittima sopravvissuta ― per sua fortuna non finita a miglior vita con una siringa d’eroina piantata in vena come l’altro testimone accusatore ―, è semplicemente impossibile. O meglio: il tutto sarebbe possibile e credibile come lo sarebbe affermare che il Pontefice regnante, dopo avere tenuta l’udienza del mercoledì dentro l’Aula Paolo VI, prima di tornare nei suoi alloggi ha presa una ragazza, l’ha spinta in un angolo dentro una stanzetta, poi l’ha stuprata. È un’immagine grottesca e impossibile da credersi, esattamente come lo è quella del Cardinale George Pell che dopo una celebrazione, con tutti i sacerdoti ed i fedeli presenti, i coristi e gli strumentisti, con il personale di servizio ed i vari addetti alla chiesa cattedrale, trova modo di appartarsi, senza che alcuno lo veda, per poi procedere a seviziare due ragazzini.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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cliccare sull’immagine per ascoltare il comunicato stampa della Santa Sede

L’intelligenza e la capacità di giudizio critico analitico, è merce oggi rara. Il sociologo Zygmunt Bauman [1925-2017] parlava di società liquida. Nella nostra situazione di decadenza inarrestabile, non possiamo più parlare di “liquido”, bensì di vapore. Ormai lo stato del liquido si è mutato in vapore, sicché dobbiamo parlare di società vaporosa.

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Nell’imbarazzante silenzio dei media della Santa Sede, oggi in mano ai cinici nipotini del vecchio Giulio Andreotti ― sensibili verso la sofferenza umana nella misura in cui può esserlo un chirurgo di fronte al sangue ― la notizia sul Cardinale George Pell, al quale la Corte di giustizia australiana non ha concesso di poter presentare appello contro la sentenza di condanna per reato di pedofilia, è stata liquidata con poche, brevi e fredde parole [comunicato stampa, QUI].

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Il portavoce della Sala Stampa Vaticana, con tono mite e paludato, più o meno equiparabile a quello di una suorina che nel refettorio monastico legge durante il pranzo alle proprie consorelle i pensieri di una mistica strampalata del Settecento, annunciato il tutto ribadisce poi la vicinanza della Santa Sede alle vittime. Soprattutto, il solerte portavoce — beninteso: ambasciator non porta pena! —, con una incensazione degna dell’enorme turibolo della cattedrale di Santiago de Compostela — per azionare il quale occorrono sei uomini robusti che tirano le funi [vedere QUI] — ribadisce il rispetto per le autorità giudiziarie australiane.

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Il rispetto per la giustizia avanti a tutto, ovvio! Sì, ma quale giustizia? Perché di questi tempi esiste rispetto e rispetto. Se infatti le autorità giudiziarie osassero fermare un barcone pieno di clandestini musulmani nel Mare Mediterraneo, a quel punto i ben noti corifei non esitano ad accusare la giustizia di essere ingiusta e non si fanno scrupolo alcuno a fare richiamo persino alla disobbedienza civile. Però, se alla gogna mettono un uomo come il Cardinale George Pell, a quel punto il rispetto per l’autorità giudiziaria è assolutamente di rigore. E tutti quanti tacciono: dai nipotini di Giulio Andreotti addetti ai media vaticani sino al cinguettante Padre Antonio Spadaro, vero? Ma d’altronde è risaputo: quel che importa è mandare er cardenal barista a portare il caffè ai barboni che orinano e defecano amenamente sui marmi del colonnato del Bernini in Piazza San Pietro [cf QUI], oppure come elettricista a riattaccare la luce in un centro sociale di Roma [cf QUI]. Invece, per quanto riguarda un vescovo e un cardinale di settantotto anni esposto a simile gogna, in quel caso veniamo prontamente informati che:

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«Come per altre vicende, la Congregazione per la Dottrina della Fede attende gli esiti del processo in corso e la conclusione definitiva di tutti i gradi di giudizio prima di occuparsi del caso». 

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Se poi non bastasse, ecco che la suorina precisa dalla Sala Stampa:

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«Come dichiarato dalla Sala Stampa il 26 febbraio scorso, il Santo Padre aveva già confermato le misure cautelari disposte nei confronti di George Pell al rientro del cardinale in Australia, ossia, come di norma, la proibizione dell’esercizio pubblico del ministero e il divieto di contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età» [vedere in fine articolo: QUI].

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Signori miei, fatemi capire: esiste sempre il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, di cui al momento, presidente, è quella notoria aquila reale del Cardinale Dominique Mamberti? Esiste sempre per le sue strette pertinenze, inclusa quella sui casi di pedofilia, la Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta anch’essa da un’altra aquila reale, il Cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer? Perché se ho ben capito, Santa Madre Chiesa, prima di procedere con un processo canonico a carico di un ecclesiastico d’alto rango, attende la sentenza di un tribunale secolare (!?), provvedendo, nel mentre, a limitarlo nell’esercizio del ministero, sospendendolo di fatto a divinis, partendo in tal modo dalla presunzione di colpevolezza. Dalle dichiarazioni dei portavoce ufficiali della Santa Sede, ho capito bene o no? Però, al tempo stesso, non si esita a far espatriare di corsa in Vaticano ed a trovare al suo interno un adeguato ufficio per gli amici dell’amico, al fine di sottrarli a processi civili dopo che veramente avevano combinato qualche cosa per davvero ed erano stati più o meno presi sul fatto con tutte le prove del caso. Sbaglio, o dico il vero? Ebbene, visto che gli unici due temi di cui oggi la Chiesa è capace a parlare, sono gli immigranti ed i poveri, considerata la grande capienza degli stabili che ospitano sia il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, sia quello della Congregazione per la Dottrina della Fede, perché non chiudiamo queste istituzioni del tutto inutili convertendole in alloggi per Rom e senzatetto? Il nostro diritto ecclesiastico interno, che tanto ormai non esiste più, diamolo direttamente in appalto alla Procura della Repubblica di Roma. In fondo, proprio nella Diocesi di Roma, hanno pure soppresso il tribunale diocesano d’appello, poiché retto da quell’uomo di Dio di Mons. Vittorio Gepponi, un autentico e competente giurista d’alto lignaggio, nonché “colpevole” di respingere le sentenze di nullità matrimoniale del tribunale di primo grado, che di fatto dava ormai per istituito il divorzio cattolico, scrivendo delle sentenze di due paginette scarse basate su tre righe della esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia. Dov’è dunque il problema? Chiudiamo baracca e burattini, come suol dirsi.

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Domanda: ma questi poveri e miseri giornalisti vaticanologi, che come tali si occupano di cosiddette faccende di Chiesa o di faccende vaticane, si rendono solo vagamente conto di quello che scrivono e degli spaventosi controsensi contenuti nelle loro parole? E … per la carità divina: non si giustifichino dicendo “ma noi riportiamo solo i fatti”! Perché la deontologia professionale, non consente di prestarsi a riportare fatti falsi o falsati, specie poi quanto si è consapevoli che sono appunto falsi e falsati, perché ciò ha un nome preciso, si chiama: manipolazione dell’opinione pubblica.

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Facciamo allora un passo indietro: il Cardinale George Pell fu nominato nel 2014 prefetto agli affari economici della Santa Sede, una carica che equivale alla equipollente figura di un ministro dell’economia. A quanto ci è dato sapere, svolse anche un ottimo lavoro, cercando di ripulire e soprattutto di neutralizzare un esercito di oscuri personaggi, tutti e di rigore amici degli amici, che da lunghi anni ritenevano di poter disporre sia delle finanze sia del patrimonio immobiliare come se il tutto fosse cosa loro. Nel mentre, il Cardinale, partecipando al primo e al secondo Sinodo sulla famiglia, prendendo atto del drammatico declino della dottrina e della fede all’interno della Chiesa e in ampie frange dell’episcopato e del clero, non mancò di mostrare tutta quanta la propria ortodossia.

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Due sono le cose di cui il Cardinale George Pell è “colpevole”: avere cercato di mettere in ordine anzitutto le persone, per poter poi mettere davvero in ordine le finanze; essersi mostrato pienamente aderente al deposito della fede cattolica, alla corretta ortodossia e ortoprassi della dottrina cattolica.

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La domanda che tutti dovrebbero porsi, ma che invece chi di dovere non si pone, è molto semplice: perché, coloro che si sono ritrovati ad avere a che fare con le finanze della Santa Sede, tutti e di rigore hanno fatta una brutta fine? Io non sono un economista, quindi non essendo tale e non essendo soprattutto un superficiale tuttologo, da sempre evito di entrare in campi che non sono i miei, perché in tal caso si unirebbe al danno pure il danno maggiore derivante dalla totale incompetenza di chi presume capire e sapere, sino a produrre come unico risultato finale delle notizie errate e quindi falsate. Una cosa però è certa, le competenze di cui sono privo, abbondano invece in altre persone, per esempio in Ettore Gotti Tedeschi, che è un economista e che è stato presidente dell’Istituto Opere di Religione dal 2009 al 2012. Forse lui avrebbe da dire qualche cosa, anzi: potrebbe persino spiegare come mai tutti, lui incluso, hanno finito per essere fulminati dai fili dell’alta tensione, mettendo mano su certe vicende economiche.

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Detto questo, passo adesso a ciò che invece potrebbe competermi: nel 2014 il Cardinale George Pell fu convocato per la prima volta come testimone dalla Royal Australian Commission che investigava su reati legati agli abusi sessuali. L’accusa a suo carico, formulata tra il 2015 e il 2016, sarebbe stata di avere coperto sacerdoti che negli anni Settanta avevano abusato di minori. In un primo momento il Cardinale rispose da Roma, attraverso videoconferenza, negando alla Commissione australiana di essere a conoscenza di questi fatti accaduti nella diocesi di Ballarat. Nel mese di ottobre del 2016 fu interrogato a Roma da magistrati australiani, ma questa volta con tutt’altro genere di accusa: essersi egli stesso macchiato del crimine di pedofilia nella sua ex diocesi di Melbourne. Dopo questo interrogatorio svoltosi a Roma, nel giugno 2017 giunse la formale accusa di violenza sessuale su due minori, reato per il quale fu chiamato a comparire il 26 luglio davanti al competente tribunale penale australiano.

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Il Cardinale, che rivestiva la carica di ministro dell’economia di uno Stato sovrano, non si avvalse di tutte le immunità concesse a lui, come a qualsiasi ministro del mondo, dal diritto internazionale, chiese invece alla Santa Sede di potersi recare in Australia per sottoporsi a processo e difendersi dalle false accuse a lui rivolte. E non solo si è dichiarato sempre innocente, ma decidendo in tal senso e rinunciando a qualsiasi genere di immunità prevista dal diritto internazionale per il suo ufficio, dette prova di essere animato da questa sicura convinzione: essendo le accuse facilmente dimostrabili false, risponderò alla giustizia, dando prova di sicurezza e innocenza e al tempo stesso di trasparenza. Da quel momento a seguire, dinanzi al mondo cattolico e alla Santa Sede silente, mentre i giornalisti cattolici nipotini nostrani di Giulio Andreotti erano affaccendati in tutt’altre faccende ― incluso il turpe peccato di idolatria o se preferiamo di papolatria ―, per il Cardinale George Pell si aprì una nuova riedizione dell’angoscioso e grottesco Processo di Franz Kafka.

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Cerchiamo adesso di riassumere l’accusa dagli atti processuali, partendo da un elemento che farebbe inorridire persino un tribunale penale della Repubblica Popolare Cinese istituito all’epoca della Rivoluzione Culturale di Mao Tze Tung: il Cardinale è processato e poi condannato sulla testimonianza resa a porte chiuse da una sola delle due presunte vittime, perché l’altra è morta diversi anni fa, per overdose da eroina. La presunta vittima, sulla parola della quale il Cardinale è stato condannato e in seguito l’appello respinto in questi giorni, ha narrato che sul finire del mese di dicembre del 1996 aveva partecipato come corista alla Santa Messa della domenica, al termine della quale si era poi allontanato con un altro bambino membro anch’esso del coro. In modo non meglio precisato sono poi finiti nella sagrestia, ubicata sul retro della cattedrale. Poco dopo sarebbe apparso il Cardinale, che aveva appena terminata la celebrazione. Dopo averli amabilmente rimproverati per essersi introdotti nella sacrestia riservata all’arcivescovo, l’alto prelato avrebbe preso da parte uno dei ragazzi piegando e spingendo la sua testa fino al suo pene. Detto questo, prima di proseguire apro un inciso, perché è proprio difficile capire come gli esperti della polizia scientifica australiana facciano certe perizie: il Cardinale George Pell è alto due metri e tre centimetri. Stiamo inoltre parlando di anni nei quali il porporato era nel pieno della sua prestanza fisica, dotato di una stazza da fare invidia a molti giocatori di football. Quale era la statura e la corporatura dei ragazzini? Perché un uomo di tal stazza, se solo strattona leggermente un ragazzino, rischia per davvero di causargli un danno permanente. Prosegue il testimone narrando che dopo averlo obbligato a praticargli un coito orale, prese l’altro ragazzino, costringendo anch’esso alla pratica del sesso orale. A dire del singolo testimone, tutto questo sarebbe durato soltanto pochissimi minuti. Cosa dalla quale si può anche dedurre che l’allora energico, massiccio e giovanile Arcivescovo Metropolita di Melbourne, fosse affetto anche da eiaculazione precoce. Il tribunale australiano, ha per caso convocato degli urologi e degli andrologi come periti giudiziari?

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Apriamo allora un inciso: l’apparato urogenitale di un violentatore, può dare ampia conferma o volendo totale smentita a ciò che la presunta vittima asserisce. Esempio: se una donna afferma di avere riportate gravi lesioni all’utero in seguito a un rapporto sessuale violento, la cosa non è però destinata a stare clinicamente e fisiologicamente in piedi se dagli accertamenti clinici emerge poi che il presunto violentatore è un uomo scarsamente dotato, o addirittura affetto dalla patologia del micropene congenito. Per recare gravi lesioni all’utero di una donna che non vuole un rapporto sessuale ma che però finisce violentata, non basta la potenza della violenza psicologica, occorre anche un membro virile che in stato di erezione, per lunghezza e soprattutto per circonferenza, possa recare un reale e grave danno a una donna che non è fisicamente predisposta a ricevere una penetrazione. O per caso risulta a qualche esperto che attraverso la penetrazione di un equivalente dito medio si possa devastare e danneggiare gravemente l’utero a una donna?

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Chiuso anche questo inciso, la presunta vittima e unico testimone prosegue a narrare che trascorsi poi altri mesi, il corista fu abusato di nuovo, questa volta con modalità violente, perché da quanto egli narra fu spinto contro un muro del corridoio e fu toccato nelle parti intime: «C’è stato un momento nel quale ero immobilizzato, poi lui ha slacciato i suoi pantaloni e la cintura».

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Se facciamo leggere gli atti di quel processo a una commissione composta da un collegio internazionale indipendente di avvocati penalisti, la risposta di tutti gli specialisti sarà una e una sola: … ma questo singolo testimone, non è stato forse sbattuto fuori dal tribunale e, vista la figura e la notorietà dell’accusato, pure con tante scuse ad esso rivolte da parte dei giudici per la falsa accusa a lui rivolta? Sì, perché chiunque legga quelle carte, avanti a tutti avvocati penalisti non cattolici, per seguire con altrettanti avvocati penalisti di radicato e provato spirito anticlericale, non potrebbero dare altro che una simile risposta. Sono conclusioni alle quali però non sembrano giungere le suorine timorose della Sala Stampa della Santa Sede, assieme al capo-cinico che si occupa dei media del Vaticano, insensibile al sangue umano come può esserlo un chirurgo dentro la sala operatoria. Ebbene diteci: si tratta di un remake de Il silenzio degli innocenti rappresentato nel famoso film, oppure del silenzio dei colpevoli complici di questa condanna scritta dentro le mura del Vaticano e poi eseguita dal braccio secolare del tribunale australiano?

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I giudici australiani, sanno che cosa più o meno sia una celebrazione presieduta in una chiesa cattedrale dall’Arcivescovo Metropolita di Melbourne? Perché ciò che narra la singola presunta vittima sopravvissuta ― per sua fortuna non finita a miglior vita con una siringa d’eroina piantata in vena come l’altro testimone accusatore ―, è semplicemente impossibile. O meglio: il tutto sarebbe possibile e credibile come lo sarebbe affermare che il Pontefice regnante, dopo avere tenuta l’udienza del mercoledì dentro l’Aula Paolo VI, prima di tornare nei suoi alloggi ha presa una ragazza, l’ha spinta in un angolo dentro una stanzetta, poi l’ha stuprata. È un’immagine grottesca e impossibile da credersi, esattamente come lo è quella del Cardinale George Pell che dopo una celebrazione, con tutti i sacerdoti ed i fedeli presenti, i coristi e gli strumentisti, con il personale di servizio ed i vari addetti alla chiesa cattedrale, trova modo di appartarsi, senza che alcuno lo veda, per poi procedere a seviziare due ragazzini.

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In questa nostra Chiesa invertita in tutti i sensi, credo di sapere piuttosto bene come funzioni il meccanismo diabolico attraverso il quale si proteggono i peggiori colpevoli e si castigano gli innocenti, semmai proprio per avere osato indicare alle Autorità Ecclesiastiche le peggiori gesta di questi colpevoli, sempre e di rigore protetti sino ai vertici dei più alti livelli ecclesiastici. Quindi si promuovono i ruffiani distruttori, o comunque felici partecipi al processo di deturpazione della Santa Sposa di Cristo, ed al tempo stesso si consegna il Cardinale George Pell a un braccio secolare che ha data esecuzione, forse senza neppure rendersene conto, a una sentenza scritta all’interno delle mura vaticane. Perché questa, è la storia del Cardinale George Pell, condannato a porte chiuse sulla parola di una presunta vittima, in tutto e per tutto credibile come lo sarebbe una donna che narrasse le modalità attraverso le quali, il Sommo Pontefice, al termine dell’udienza generale del mercoledì, l’ha stuprata dopo averla spinta in una stanza di servizio dell’Aula Paolo VI. Se questa seconda cosa farebbe ridere, o darebbe vita a giusta e comprensibile indignazione, resta però il fatto triste e drammatico che il singolo accusatore di questo Cardinale, è stato invece creduto, mentre l’esercito di tremolanti suorine dell’odierno regime vatican-cambogiano di Pol Pot, addette all’informazione della Santa Sede, tacciono. E tacciono perché, per quanto sciocche e vanesie nel loro incontenibile opportunismo, una cosa l’hanno però capita: se tocchi certi generi di poteri occulti, finisci fulminato sui fili dell’alta tensione; e se resti in vita, poi te la fanno pagare per tutta la tua esistenza terrena.

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Indubbiamente sono un pessimo promoter, di più ancora un pessimo mercante. Eppure, al processo di totale inversione della Chiesa e alla sua decadenza morale, che poi è frutto di una profonda decadenza dottrinale, ho dedicato un libro che contiene non delle passioni emotive o delle mere opinioni, ma delle analisi rigorosamente scientifiche. Ciascuno è libero di saltare da un blog all’altro, più o meno scandalistico o sensazionalistico, a leggere perlopiù ciarpame scritto da gente che presume di poter parlare di Chiesa e dei problemi gravi e per certi versi irreversibili che la affliggono. Leggere le mie pagine, che sono scritte invece da un sacerdote e da un teologo che certe vicende le ha vissute e pagate in prima persona, a certi generi di superficiali lettori che si abbeverano alle scemenze gossippare di Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, farebbero capire molto più e molto meglio. Questo è il vero servizio che rendono ai Christi fideles i Padri de L’Isola di Patmos, che per loro fede, coscienza, scienza e competenza, sono ben altra cosa rispetto all’anonimo ‘zi Peppino che con un nome di fantasia gestisce un blog nel quale si parla di faccende chiesastiche-ecclesiastiche, senza però ch’egli neppure sappia dove alberga l’alfabeto della storia della Chiesa, della dottrina cattolica e della ecclesiologia. Come però ripeto: sono un pessimo mercante, pur avendo sempre offerto a tutti, ed in modo rigorosamente gratuito, le migliori e più cattoliche indicazioni verso la redenzione e la salvezza eterna, ma soprattutto verso quella verità che ci renderà liberi [cf Gv 8, 32].

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Credo che il Cardinale George Pell sia una vittima dei nostri tempi, un autentico agnello sacrificale. Lo dice e lo dimostra la più inconfutabile delle prove: il totale principio di assurdità nel quale si è mosso il processo ed è stata poi scritta una condanna che non sta in piedi. Però nessuno lo dice, a partire dalle suorine dei media della Santa Sede, convinte che questo momento magico, nel cerchio del quale loro sono entrati, non passerà mai, ma proprio mai. Quando poi passerà, allora sarà per loro pianto e stridore di denti [cf Mt 13, 42].

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dall’Isola di Patmos, 21 agosto 2019

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Come si è potuti giungere a un caso come quello del Cardinale George Pell? Lo trovate scritto e spiegato nel mio lavoro, costruito non attraverso chiacchiere, ma analisi pertinenti e soprattutto ampia documentazione e prove: vedere QUI 

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Prosegue la saga degli “utili idioti”. Nella Chiesa Sovietica è esplosa la centrale nucleare di Cernobyl, con una aggravante: a gestire la crisi ci hanno messo personaggi come Antonio Spadaro e Vincenzo Paglia

— attualità ecclesiale —

PROSEGUE LA SAGA DEGLI “UTILI IDIOTI”. NELLA CHIESA SOVIETICA È ESPLOSA LA CENTRALE NUCLEARE DI CERNOBYL, CON UNA AGGRAVANTE: A GESTIRE LA CRISI CI HANNO MESSO PERSONAGGI COME ANTONIO SPADARO E VINCENZO PAGLIA

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Pensano forse, gli utili idioti agli ordini di Pol Pot, di risolvere il non lieve problema battezzando l’esercito di musulmani che sta dando l’assalto alla povera, vecchia e morente Europa? Che dire: auguri! Intanto però, a morire nella galleria sotto il nocciolo del reattore termo-nucleare di Cernobyl, ci siamo noi, a lode e gloria di Dio, allo scopo di salvare il tanto o il poco che è possibile salvare. Perché il Paradiso, ma anche un leggero Purgatorio, ha un prezzo da pagare, che merita assolutamente di essere pagato, perlomeno da parte nostra che siamo dei credenti, al contrario degli atei che sono invece convinti che questo momento di abominevole desolazione che sta deturpando la Chiesa di Cristo non passerà mai, che la vita è una sola e che non esistono giudizio di Dio e vita eterna. Per questo, cercano di arraffare tutto quello che possono arraffare: perché non credono al giudizio di Dio, non credono alla risurrezione dei morti e della vita del mondo che verrà.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa
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dalla pagina social di Antonio Spadaro, l’utile idiota della Compagnia delle Indie

In questa grave crisi ecclesiale chi ha paura fa bene a tacere, se ritiene di non poter reggere le conseguenze che può comportare il dire la verità. Da nessuna parte è infatti scritto né comandato l’obbligo di essere eroi, meno che mai martiri:

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«Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni. Uno crede di poter mangiare di tutto, l’altro invece, che è debole, mangia solo legumi. Colui che mangia non disprezzi chi non mangia; chi non mangia, non giudichi male chi mangia, perché Dio lo ha accolto» [Rm 14, 1-3]. 

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I pochi che da Dio hanno avuta la grazia della forza, assieme a essa la capacità di reggere alle conseguenze che comporta il parlare sotto il regime cambogiano di Pol Pot e dei suoi “utili idioti”, che parli, perché darà ristoro ai deboli e agli oppressi. Facendolo, sia però sempre animato da una consapevolezza: la forza e il coraggio, unite alla lucidità di analisi, non sono merito suo, ma doni di grazia. A maggior ragione deve comprendere i deboli ai quali siffatti doni, per mistero imperscrutabile, non sono stati invece elargiti dalla grazia di Dio.

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La Chiesa visibile non è più neppure una barca alla deriva, è un rifiuto abbandonato nelle acque che durante il mare mosso sbatte sugli scogli, nell’attesa di essere poi respinto di nuovo al largo. E così seguiterà, fin quando il severo monito «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» [cf Mt 23, 41], per molti diverrà realtà quando, dopo la loro morte, dinanzi al giudizio immediato di Dio comprenderanno che «Egli castiga e usa misericordia» [Tb 13, 2]. Ma soprattutto, come spesso è stato ripetuto tra queste nostre righe, il giudizio di Dio sarà molto severo con noi pastori in cura d’anime, che tanto abbiamo avuto in doni di grazia attraverso il Sacramento dell’Ordine: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48].

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Partiamo dal primo degli utili idioti: Padre Antonio Spadaro, membro di spicco della Compagnia delle Indie fondata nel XVI secolo da Sant’Ignazio di Loyola col nome di Compagnia di Gesù, salvo poi cadere secoli dopo in una assurda mutazione genetica. Questo prode indiano ha pubblicata di recente sul suo profilo social una Madonna presa dal giornale delle Dame della Carità dell’Opera San Vincenzo de’ Paoli, ossia il quotidiano comunista Il Manifesto. A parte questa Madonna sul gommone, il povero Antonio Spadaro ― se avesse memoria, ma soprattutto l’intelligenza che proprio non ha ―, dovrebbe ricordare quando Il Manifesto, negli anni Novanta, esordì con una vignetta giocata sull’ambiguo, perché riferita alla cantante Madonna, al secolo Barbara Eleonora Ciccone, sulla quale erano raffigurati due ecclesiastici che esordivano dicendo: «Madonna puttana!». E dovrebbe pure ricordare, il prode indiano Antonio Spadaro, che lo storico vignettista de Il Manifesto, nel dicembre del 1997 è condannato per vilipendio alla religione cattolica grazie a un irridente crocifisso che affermava: «I cattolici non si fanno le pippe!». Beninteso: nessuno è tenuto né obbligato a credere alla divinità di Cristo, alla sua risurrezione e ascensione al cielo. Però c’è una cosa di cui si è tenuti a tenere laicamente conto, com’ebbe ad affermare a suo tempo proprio un ateo comunista, il filosofo Massimo Cacciari: «Su di un uomo innocente affisso con quattro chiodi sopra un palo, condannato a una morte così umiliante e dolorosa, c’è poco da fare satira».

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Basterebbe pensare a che cosa accadrebbe oggi — da qui ribadisco: l’intelligenza di cui è privo Antonio Spadaro —, se qualcuno facesse una satira sul corpo di un profugo morto annegato nel Mare Mediterraneo, o se qualcuno osasse fare una satira su Greta Thumberg. Perché su una satira sopra Santa Maria Goretti, presso la Domus Sacthae Marthae ci passerebbero tutti sopra, dal maggiordomo sino a Pol Pot, ma sulla scandinava dea Greta: giammai! Basti dire che all’interno del Vaticano, in nome della salute e dell’ecologia, è stata bandìta la vendita delle sigarette, salvo però trovare periodicamente prelati attaccati a qualche turgido sigaro cubano, ma quella è tutt’altra faccenda. Ormai abbiamo capito da tempo che le questioni morali del clero non turbano Pol Pot, per turbarlo e ottenere la sua dura condanna bisogna mollare ‘n carcio ar culo a uno zingaro molesto che te s’appiccica addosso come ‘na piattola e che osa strattonarti per la strada pur di costringerti a mollargli qualche soldo. Questi sì, che sono i peccati mortali della nuova Chiesa!

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Nel corso degli anni Il Manifesto, oltre alle bestemmie velate dietro al nome di una cantate pop auto-nominatasi Madonna, si è accanito con vignette satiriche sui Sommi Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, molte delle quali di rara volgarità e cattiveria; mostrando ripetutamente mancanza di rispetto non tanto verso Giovanni Paolo II nella sua qualità di Romano Pontefice, ma verso un uomo anziano e sofferente per la malattia fisica. Chiunque può fare una agevole ricerca e reperire in internet queste raccolte di vignette oscene e blasfeme, a partire da quella su Benedetto XVI che con l’elmetto da soldato nazista in testa rincorre una procace fanciulla, dicendo di essere ormai stanco della continenza sessuale.  

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La domanda è quindi di rigore: quell’utile idiota del direttore de La Civiltà Cattolica, non aveva di meglio, sul quale andare a pescare? Se infatti questo indiano avesse tratta un’immagine da un film porno di Ilona Staller o Pamela Anderson, sarebbe stata cosa meno grave, perché queste due Signore hanno trascorse le loro vite a girare film a luci rosse; non l’hanno trascorsa a irridere Cristo, la Vergine Maria, i Santi, i Sommi Pontefici e la Chiesa Cattolica intera esposta alla pubblica berlina di vignetta in vignetta, di articolo in articolo.

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L’altra palma d’oro al merito dell’utile idiota può essere assegnata a S.E. Mons. Vincenzo Paglia, una autentica nullità teologica, ma anche un acclarato disastro pastorale, che di amabile ha solo un sorriso falso come uno zircone spacciato per diamante, dietro il quale cela rara cattiveria vendicativa, sperimentata da tutti coloro che in qualche modo hanno cercato di opporglisi, pagando in cambio l’elevato prezzo imposto di prassi da persone che sono al di sotto della umana mediocrità, sebbene finite in delicati ruoli di governo, o se preferiamo di potere.

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L’utile idiota Vincenzo Paglia, chiamato a ricoprire un ruolo di delicato rilievo presso la Santa Sede dopo che aveva portata la piccola Diocesi di Narni Amelia sull’orlo della bancarotta, di recente toccò l’apice col suo intervento presso la sede del Partito Radicale, dove magnificò la «eredità spirituale di Marco Pannella», un autentico figlio di Lucifero assieme alla sua sodale Emma Bonino. Inutile ricordare che entrambi hanno portate avanti, per decenni, politiche e ideologie che costituiscono l’apice dello sprezzo per il diritto naturale ed i fondamenti basilari della cristianità: aborto, eutanasia, sperimentazioni genetiche da far impallidire lo stesso Josef Mengele, matrimonio tra coppie dello stesso sesso, adozione dei bambini alle coppie gay e via dicendo … fin quando non si trovò di meglio da fare che porre sulla bocca di Pol Pot una frase che celebrava la impenitente abortista Emma Bonino come «una grande italiana», frase che si dice sia stata ispirata al leader cambogiano proprio dall’utile idiota, nonché indiano, Antonio Spadaro. Infatti Pol Pot, venendo dall’altra parte del mondo, ossia dalla Cambogia, che cosa ne poteva sapere, di Emma Bonino? E quando mai l’aveva conosciuta? Da qui la splendida imbeccata degli utili idioti di corte.

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Poteva forse, il Demonio, tramite i suoi accoliti, scegliere un soggetto migliore di Vincenzo Paglia, per distruggere il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II sulle scienze del matrimonio e della famiglia? Detto questo, senza cadere in quello che è il grave peccato dei giudizi temerari, ma basandosi solo sui moniti di Nostro Signore Gesù Cristo, circa il fatto che ogni albero si riconosce dai frutti che dà [cf Mt 7, 16-20; Lc 6, 43-45]; posto quindi che il principale dei frutti è la fede, che come tale può essere riconosciuta solo dalle opere [II Gc 1, 18], possiamo tristemente dedurne che sia l’indiano, sia quella autentica nullità pastorale e teologica di Vincenzo Paglia, sono due uomini senza fede. A dirlo non sono miei giudizi severi e temerari, bensì le loro opere, ed il tutto ― ripeto ― alla prova provata dei fatti. Poi, se frattanto sono stati cambiati i metri di giudizio indicati dal Santo Vangelo, che ciò venga chiarito quanto prima con un bel motu proprio emanato dalla Presidenza della Repubblica della Cambogia, se il Presidente non è troppo impegnato a infierire altri colpi alla Chiesa di Cristo con la preparazione del Sinodo Pantedesco fatto passare per Sinodo Panamazzonico [cf QUI].

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Per la mancanza di fede e le relative opere prodotte dalla carenza di fede, grazie a gente di questo genere è esplosa nella Chiesa la centrale nucleare di Cernobyl. I motivi principali della esplosione, vanno anzitutto ricercati nella incompetenza di chi la gestiva. In breve ricordiamo che il personale posto a gestire questa centrale era composto perlopiù da tecnici non qualificati per quel genere di reattore. Il direttore della centrale era privo di esperienza su impianti nucleari, avendo lavorato in precedenza solo presso centrali a carbone. Anche il capo ingegnere, sino a prima, aveva lavorato presso impianti convenzionali. Il capo ingegnere dei reattori numero 3 e 4 aveva invece una scarsa esperienza con i reattori nucleari; e non parliamo di tutto il resto, dinanzi a un disastro causato anzitutto dalla incompetenza tecnica di quanti erano preposti alla sua gestione.

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Dopo l’esplosione del reattore avvenuta la notte del 26 aprile 1986, nei tempi a seguire i danni furono enormi nell’intero corso degli anni Novanta, quando in Europa si registrò una vera e propria epidemia di tumori. Soltanto a distanza di anni, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, abbiamo saputo che i danni, già di per sé enormi, avrebbero potuto essere molto maggiori, se il regime sovietico dell’epoca non avesse sacrificate le vite di numerosi operai destinati ad una morte sicura, di cui erano consapevoli non solo coloro che li ingaggiarono, ma soprattutto coloro che accettarono. Da questo si può misurare, alla prova provata dei fatti, quella che è la fiera e storica grandezza del Popolo Russo: gli operai che accettarono di adempiere a quei lavori erano infatti tutti volontari, molti di loro giunti dalle province più sperdute dell’allora Unione Sovietica.

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A Cernobyl il pericolo era costituito dal nocciolo ancora incandescente del reattore nucleare sempre in piena attività, che se fosse ulteriormente sprofondato nel sottosuolo sarebbe giunto a contatto con l’acqua, causando nuove esplosioni di vapore, ma soprattutto inquinando in modo irreversibile le falde acquifere per i secoli avvenire. Da ciò ne sarebbe conseguito che per una estensione di migliaia di chilometri non si avrebbero più avute acque potabili né acque per l’irrigazione agricola. Fu allora che vennero chiamati i minatori, per lavorare manualmente sotto il reattore dove scavarono un tunnel per inserire sistemi di raffreddamento nei livelli inferiori della centrale. Le mascherine protettive di cui erano dotati, oltre a essere inutili rendevano loro difficoltoso respirare, sicché finirono per lavorare nudi, respirando sostanze altamente radioattive. Tutti questi minatori morirono entro breve tempo, affetti da patologie tumorali talmente gravi e dolorose dinanzi alle quali la morfina pura somministrata come anti-dolorifico, più o meno equivaleva a una iniezione di acqua distillata.

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È con questo presto detto: noi siamo i minatori mandati da Cristo a morire, consapevoli di morire per salvare quel salvabile che può essere salvato sacrificando vite umane innocenti. Nel mentre, gli Antonio Spadaro ed i Vincenzo Paglia, oltre a essere i diretti responsabili dell’esplosione della centrale nucleare a causa della loro incompetenza, si dilettano a smerciare vignette, oppure a magnificare l’eredità spirituale di Marco Pannella, dopo avere completamente distrutta l’opera e il magistero del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, mentre gli eroici minatori scavano un tunnel sotto il reattore nucleare, consapevoli che questo è l’unico sistema per evitare danni irreparabili a milioni e milioni di esseri umani, in favore dei quali qualcuno deve necessariamente pagare con la vita propria, esattamente come Cristo Signore pagò per l’umanità intera.

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Può essere che noi minatori mandati e andati liberamente a morire per scavare il tunnel sotto il reattore nucleare, si finisca nel Paradiso, come può essere che Antonio Spadaro e Vincenzo Paglia finiscano nell’Inferno al divino grido: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno» [Mt 25, 41].

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Chi, se non un utile e indomito idiota, mentre un reattore nucleare esploso semina veleni radioattivi in tutta Europa, può cimentarsi in vignette contro il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, ottenendo come sicuro risultato di fargli avere alle prossime vicine elezioni tre milioni di voti in più? In tal senso, conoscete forse un ecclesiastico più improvvido e narciso di quanto nei concreti fatti mostra di esserlo l’utile idiota indiano Antonio Spadaro? Perché una cosa è certa ― e noi preti questa realtà ce l’abbiamo sotto gli occhi ―: mentre le piazze nelle quali parla questo “pericoloso populista” o come qual si voglia “fascista”, sono gremite, le Chiese sono sempre più vuote. E mentre adempiendo alle direttive emanate dalle psicosi nevrotico-ossessive di Pol Pot, L’Avvenire, L’Osservatore Romano, Famiglia Cristiana, la bassettiana Conferenza Episcopale Italiana e compagnia bella cantando, parlano solo di profughi e migranti, nella Diocesi del Romano Pontefice aumentano da cinque anni a questa parte i genitori che non fanno battezzare i figli, mentre quelli che prima del febbraio 2013 li avevano già battezzati, non li mandano al catechismo per ricevere la Prima Comunione e la Santa Cresima. 

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Pensano forse, gli utili idioti agli ordini di Pol Pot, di risolvere il non lieve problema battezzando l’esercito di musulmani che sta dando l’assalto alla povera, vecchia e morente Europa? Che dire: auguri! Intanto però, a morire nella galleria sotto il nocciolo del reattore termo-nucleare di Cernobyl, ci siamo noi, a lode e gloria di Dio, allo scopo di salvare il tanto o poco che è possibile salvare. Perché il Paradiso, ma anche un leggero Purgatorio, ha un prezzo da pagare che merita di essere pagato, perlomeno da parte nostra che siamo dei credenti, al contrario degli atei che sono invece convinti che questo momento di abominio e desolazione che sta deturpando la Chiesa di Cristo non passerà mai, che la vita è una sola e che non esistono giudizio di Dio e vita eterna. Per questo, cercano di arraffare tutto quello che possono arraffare: perché non credono al giudizio di Dio, non credono alla risurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà.

Amen!

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dall’Isola di Patmos, 11 agosto 2019

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UN ANNUNCIO AI LETTORI: IMMINENTE PUBBLICAZIONE

Vi avvisiamo che immediatamente dopo il 15 agosto entrerà in distribuzione entro la fine del mese il libro di Ariel S. Levi di Gualdo sulla setta neocatecumenale. Si tratta di un testo interamente costruito su documenti inoppugnabili e su testimonianze autentiche altrettanto documentate. In circa 280 pagine di testo è fatta anzitutto una rigorosa analisi storica, teologica e giuridica di questo fenomeno che, sebbene intriso da sempre di gravi eresie, ha potuto proliferare  come una pericolosa setta intra-ecclesiale, contando purtroppo anche sulla debolezza degli ultimi pontefici, condizionati loro malgrado da una situazione ecclesiale ed ecclesiastica non facilmente gestibile, che versa oggi in stato di profonda e purtroppo irreversibile decadenza. L’opera di Ariel S. Levi di Gualdo è stata dedicata alla venerabile memoria di due presbìteri e teologi romani: il Servo di Dio Pier Carlo Landucci [1900-1986] e Padre Enrico Zoffoli C.P [1915-1996], che per primi denunciarono con profetica lungimiranza, sebbene inutilmente, le gravi e pericolose eresie del Cammino Neocatecumenale.

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I Neocatecumenali, alla conquista dell’Asia grazie al braccio armato dei loro “utili idioti”, hanno vinto la battaglia, rimane però un quesito: i ragionevoli dubbi circa la validità delle sacre ordinazioni sacerdotali …

— attualità ecclesiale —

I NEOCATECUMENALI, ALLA CONQUISTA DELL’ASIA GRAZIE AL BRACCIO ARMATO DEI LORO “UTILI IDIOTI”, HANNO VINTO LA BATTAGLIA, RIMANE PERÒ UN QUESITO: I RAGIONEVOLI DUBBI CIRCA LA VALIDITÀ DELLE SACRE ORDINAZIONI SACERDOTALI …

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Cos’hanno architettato, Kiko Argüello ed i suoi, facendo affidamento sul braccio armato dei loro “utili idioti”? In ossequio alla verità, è necessario ammettere che Kiko Argüello ha vinta la battaglia. E non una sola, perché ne ha vinte cento. Possiamo rendergli anche il meritato onore delle armi, perché tutto sommato se lo merita pure. Però sia chiaro: ha vinto la battaglia, non ha vinta la grande guerra. Perché la vittoria della grande guerra, è già stata ascritta a Cristo Signore dal Beato Apostolo Giovanni che ce l’ha narrata con profetico anticipo nel Libro dell’Apocalisse. E se non si convertono per davvero, Kiko Argüello ed i suoi “utili idioti”; se non chiedono veramente perdono, per i danni immani che hanno recato e che seguitano a recare alla Chiesa, per loro, dopo la grande guerra vinta da Cristo Signore, sarà purtroppo pianto e stridore di denti. Cosa questa che gli autentici credenti temono animati da sacro timore di Dio, gli “utili idioti”, non so …

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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La mitica Mary Poppins che discende dal cielo con il suo ombrellino ed il suo cappellino …

I Sacramenti, fatta eccezione per il Battesimo, dove il neonato è presentato alla Madre Chiesa dispensatrice di grazia per essere lavato dalla macchia del peccato originale, producono la loro efficace azione salvifica incontrando anzitutto la libertà dell’uomo. Basti per esempio pensare al Sacramento del Matrimonio, di cui ministri sono gli stessi sposi, che si basa sul libero consenso [Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1621-1632].

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C’è un solo Sacramento che è richiesto da altri a beneficio di un neonato, ed è il Battesimo. Quindi, a meno che a chiedere il battesimo non sia un adulto, la domanda posta ai genitori che presentano la creatura è la seguente: «Che cosa chiedete alla Chiesa di Dio?». I genitori rispondono: «Il Battesimo».

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Il Battesimo è dunque quella azione di grazia che i genitori chiedono alla Santa Chiesa per loro figlio, affinché sia purificato dalla macchia del peccato originale. Il Battesimo, è forse una decisione presa da altri su un neonato non in grado d’intendere e volere? Si tratta, forse, di una imposizione fatta dai genitori sul figlio che, giunto in età adulta, potrebbe decidere, esercitando il proprio libero raziocinio, di non appartenere invece alla Chiesa Cattolica? Non sarebbe forse meglio ― come oggi sostengono diversi genitori ― che sia lui, da adulto, a decidere se essere battezzato o no, evitando in tal modo che i genitori prendano per lui delle decisioni che da adulto potrebbe anche non gradire, quindi non riconoscere?

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Questi quesiti, apparentemente ragionevoli, in realtà si basano proprio sulla totale mancanza di ragionevolezza. È presto detto il perché: le decisioni che i genitori prendono su un neonato o su un bambino, sono veramente molte. Tra l’altro, i genitori sono pure tenuti e obbligati a prenderle, queste numerose decisioni, molte delle quali destinate a incidere sulla vita futura del figlio stesso.

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Con un esempio concreto e tutt’altro che peregrino proviamo a rendere chiaro il tutto: per il sopraggiungere di una grave malattia, si pone il doloroso problema di dover amputare un arto a un bimbo di pochi mesi. L’arto non può essere salvato e se non si provvede ad amputarlo, vi sarà una inevitabile cancrena. Ragionevolmente: quale genitore risponderebbe che prima di amputare un arto, è bene che il bimbo cresca e che acquisisca le necessarie capacità cognitive, decidendo poi lui se privarsi di un arto o meno? Quale genitore risponderebbe affermando di non poter correre il rischio di ritrovarsi domani dinanzi a un figlio adulto che lo rimprovera di avere acconsentita l’amputazione di un arto contro la sua volontà?

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Il peccato originale, per noi Christi fideles è qualche cosa che va reciso per evitare la cancrena dell’anima. Per questo i genitori chiedono alla Chiesa di Dio il Battesimo.

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Gli altri Sacramenti implicano invece volontà e deliberato consenso, anche quando si tratta di bimbi. Se infatti un bambino si rifiutasse di ricevere la Prima Comunione, o se un adolescente non volesse ricevere la Cresima; se il primo manifestasse di non credere all’Eucaristia e il secondo allo Spirito Santo e alle sue azioni di grazia, né il sacerdote né il vescovo lo obbligherebbero mai a ricevere questi Sacramenti, anzi li dissuaderebbero proprio dal riceverli, se sono rispettivamente un sacerdote e un vescovo cattolici. Quante volte io — e come me diversi miei confratelli che considerano realmente e sostanzialmente i Sacramenti di grazia per ciò che essi sono — abbiamo dissuaso dei giovani che di cristiano non avevano niente, dal celebrare il matrimonio sacramentale, considerando che non credevano proprio al Sacramento, che ritenevano la chiesa solo un teatro di posa e il prete che avrebbe ricevuto il loro consenso e benedette le loro nozze null’altro che la comparsa di una sceneggiata teatrale? E quante volte è accaduto che questi sacerdoti rispettosi dei Sacramenti, i quali esigevano altrettanto rispetto per i Sacramenti anche dai non credenti, hanno dovuto subíre la rampogna del classico vescovo “arido funzionario”, che li ha più o meno aggrediti dicendogli: «Non essere così rigoroso!»?

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Il Sacramento della Penitenza, la confessione sacramentale, per poter rendere efficace l’azione di grazia in esso racchiusa, richiede un requisito fondamentale imprescindibile: il pentimento. Un sacerdote potrebbe anche recitare cento volte la formula sacramentale di assoluzione dai peccati, ma se il penitente non è pentito, quelle parole valgono esattamente quanto la filastrocca della mitica baby sitter Mary Poppins che cantava ai due bambini: «Supercalifragilistichespiralidoso» [vedere, QUI].

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Veniamo adesso al Sacramento dell’Ordine Sacro, giacché oggi sarebbe bene porsi dei terribili quesiti che, sino a sessanta o settant’anni fa, avrebbero costituito dissertazioni accademiche basate su elementi considerati di per sé assurdi, sia sul piano della dogmatica sacramentaria sia su quello della disciplina dei Sacramenti regolata dal Codice di Diritto Canonico.

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Anche per il Sacramento dell’Ordine, i requisiti richiesti sono minimi. Però, questi requisiti minimi devono sussistere. Anche in questo caso procediamo con un esempio: potrebbe un vescovo prendere lo studente di una yeshivah ebraica ― ossia una scuola rabbinica ―, oppure lo studente di una scuola teologica calvinista, disposti per varie ragioni e motivi a ricevere l’Ordine Sacro, ed a consacrarli sacerdoti?

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Anzitutto cerchiamo di non essere rigoristi, o come va di moda dire di questi tempi: “aridi legalisti”. È vero che il primo di questi due soggetti, l’ebreo, non crede alla divinità di Cristo, mentre il secondo, il calvinista, non crede al Sacerdozio apostolico e alla Santissima Eucaristia. Però, se per ragioni di vario genere ― che nulla hanno a che fare con la loro adesione alla fides catholica, decidono e accettano di essere consacrati sacerdoti, dov’è il problema? O non dobbiamo forse essere “accoglienti” e “includenti”?

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Certo, il “cupo fariseo” contemporaneo potrebbe chiedere: mancando il fondamento della fede e della piena adesione alle verità della fides catholica, questi due, hanno ricevuto validamente il Sacramento dell’Ordine? Quindi: sono due sacerdoti in tutto e per tutto, dopo che il vescovo, in ossequio ai libri liturgici e alla disciplina dei Sacramenti, gli ha imposto le mani e ha recitato su di loro la preghiera consacratoria?

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Se a questo quesito qualcuno intende rispondere di sì, affermando che quella sacra ordinazione è valida perché avvenuta secondo tutte le previste regole, quindi che i due, siano credenti o non credenti, sono stati consacrati sacerdoti, allora in tal caso potremmo dire: quel Signore che durante la celebrazione portava in testa un copricapo chiamato mitria, ed impugnava un bastone chiamato pastorale, in verità era Mary Poppins col suo cappellino in testa, che impugnava il suo ombrellino tra le mani e che cantava e danzava gioiosa: «Supercalifragilistichespiralidoso».

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Al neo consacrato presbìtero inginocchiato dinanzi a lui, il vescovo consegna le offerte dei fedeli, il pane e il vino per la celebrazione del sacro mistero. Porgendogli le offerte dice queste parole:

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«Ricevi le offerte del Popolo Santo per il sacrificio eucaristico Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conferma la tua vita al sacrificio della croce di Cristo» [Dal Rito della sacra ordinazione dei presbìteri].

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Domanda alla quale non ho risposte da dare, perché sono altri a essere legittimati a rispondere, a partire dal Prefetto della Congregazione de Propaganda Fide, al quale va il merito di avere compiuto l’ennesima opera di devastazione, come vedremo a breve … questa è la domanda: qual è la percezione della Santissima Eucaristia, infusa e trasmessa durante l’intero ciclo formativo ai seminaristi dei Seminari Redemptoris Mater, che provengono da famiglie neocatecumenali e che sono stati cresciuti ed educati in quel Cammino Neocatecumenale nel quale il Sacrificio Eucaristico è relegato, dai due fondatori della setta, a «un elemento collegato all’Eucaristia per condiscendenza alla mentalità pagana», la quale «irruppe dopo Costantino» e facendo sì che «la massa di gente pagana vide la liturgia cristiana con i suoi occhi religiosi, volti all’idea del sacrificio»? [Cf. Orientamenti di Kiko Argüello e Carmen Hernández ai catechisti del Cammino Neocatecumenale, in uso a partire dall’anno 1972 e riediti nel 1988, pagg. 321-323].

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I due fondatori del Cammino Neocatecumenale, non hanno forse trasmessa per decenni una concezione deformata e deformante della Santa Messa, negando apertamente l’elemento sacrificale alla maniera della dottrina ereticale calvinista, de-strutturando tutti gli stessi fondamenti della dogmatica sacramentaria?

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È tutto documentato. Ma non solo: si sono forse mai corretti pubblicamente dai propri errori? Tutt’altro: sono stati loro, incancreniti nelle loro eresie, che hanno ripetutamente dichiarato in errore vescovi, sacerdoti, teologi e fedeli laici ossequiosi al dogma e al depositum fidei, in quanto a loro dire «non ancora aperti e pronti al vero mistero della Pasqua».

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Mancando eventualmente i requisiti di una corretta percezione e quindi di una piena adesione de fide al dogma della Santissima Eucaristia; mancando eventualmente la corretta percezione di ciò che in realtà è veramente il sacerdozio cattolico, ivi incluso il fatto che è errore grave e autentica eresia affermare, come ha insegnato Kiko Argüello, che «tutti siamo sacerdoti» [Cf. Orientamenti, pagg. 56-57], in che modo, possiamo parlare della piena e perfetta validità del Sacramento dell’Ordine conferito a persone indubbiamente degnissime, sul piano umano, ma di fatto dei “non credenti”, su quello spirituale? A un elemento deformato prima dalla famiglia, poi dalle catechesi neocatecumenali, poi da un seminario neocatecumenale, nel cui animo sono state instillate e sono radicate queste eresie mai abiurate e mai corrette a partire dai due fondatori, con quale oggettiva efficacia il vescovo può consegnare le offerte del Popolo di Dio dicendo:

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«Ricevi le offerte del Popolo Santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conferma la tua vita al sacrificio della croce di Cristo».

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Ci rendiamo conto, che siamo dinanzi a un assurdo, a un autentico paradosso? Quel tal prete è stato formato prima dalla famiglia e dai mega-catechisti, poi all’interno di un seminario neocatecumenale per celebrare “la cena” secondo tutti i peggiori crismi ereticali infusi nel Movimento da Kiko Argüello e Carmen Hernández; infusi e, ripeto, mai abiurati e corretti. Come può il vescovo consegnargli le offerte per il «sacrificio eucaristico», considerando che questa parola è decisamente bandita, all’interno del Cammino Neocatecumenale, in quanto la Santa Messa non è sacrificio, ma la rinnovazione della cena pasquale durante la quale i fratelli fanno festa attorno alla gioiosa mensa? Vogliamo renderci conto, alla prova provata e documentata dei fatti,che Kiko e Carmen hanno fatto catechesi di formazione ai propri mega-catechisti irridendo per decenni il concetto di transustanziazione eucaristica [Cf. Orientamenti, pag. 325], sino a chiamare con ironico sprezzo «sacramentini» gli adoratori del Santissimo Sacramento? [Cf. Orientamenti, pag. 317]. Insomma: se un candidato al sacro ordine avesse una percezione cattolica sia della Santissima Eucaristia sia del Sacerdozio, non sarebbe proprio potuto diventare prete, in un seminario neocatecumenale, né mai potrebbe fare il prete, in Comunità Neocatecumenali. Esattamente come non potrebbe diventare prete in una delle varie chiese ortodosse, qualora considerasse il Romano Pontefice dotato della potestas piena e assoluta su tutta la Chiesa e qualora considerasse valido e giusto il concetto di Filioque inserito nella Professio Fidei della Chiesa Cattolica.

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E fu così che scoprimmo, durante le sacre ordinazioni, in un angolo del presbitério, poco distante dal vescovo ordinante, Kiko Argüello con la sua chitarra che cantava appassionato: «Supercalifragilistichespiralidoso».

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Detto ciò sia chiaro, stiamo facendo una legittima speculazione teologica di tipo accademico, sicché non si tratta né di dichiararsi offesi, né di dichiararsi lesi nella propria maestà cardinalizia, né di fare i sufficienti che non sono ad alcun titolo tenuti a scendere dal loro Olimpo per abbassarsi ai livelli di chi chiede delle risposte. Infatti si tratta di dare delle risposte a questo quesito, che  è semplice e facile da evadere: laddove mancasse piena adesione ai dogmi della Chiesa Cattolica, una corretta percezione della Santissima Eucaristia e del Sacrificio Eucaristico della Santa Messa e una corretta percezione del sacerdozio cattolico, possiamo parlare di indubitabile validità delle consacrazioni sacerdotali di soggetti carenti su questi fondamenti basilari della fede, poiché indotti a respingere come errati questi fondamenti stessi, a partire dall’Eucaristia intesa come sacrificio santificante di grazia? È proprio così difficile, rispondere a una domanda del genere?

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Il Cardinale Fernando Filoni, faccia conto che io non sia un prete e un teologo, ma un barbone che bivacca in Piazza San Pietro e che piscia e smerda sui marmi sotto il colonnato del Bernini [cf. QUI], perché forse, in quel caso, mi considererà del tutto degno di risposta, anzi: la sera correrà pure il Cardinale Konrad Krajewski a portarmi il caffè, se non è impegnato è riallacciare la luce in qualche centro sociale occupato [cf. QUI]. 

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Siccome si dice che al peggio non c’è proprio mai fine, proprio mentre mi stavo accingendo a chiudere la bozza di questo libro, ecco giungere una notizia a dir poco sconfortante:

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«La Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli ha ufficialmente istituito il Collegio Redemptoris Mater per l’evangelizzazione in Asia, con sede a Macao, affidandone la conduzione al Cammino neocatecumenale. il collegio è stato istituito con decreto firmato dal cardinale Fernando Filoni, prefetto di Propaganda Fide, il 29 giugno scorso, dopo l’udienza con Papa Francesco. Il “Collegio Redemptoris Mater per l’Asia” aprirà i battenti a settembre, con un primo nucleo di studenti provenienti da diverse nazioni del mondo. L’iniziativa intende rispondere all’appello di Giovanni Paolo II che, nella lettera enciclica Redemptoris missio, indicava il continente asiatico come ambito territoriale, “verso cui dovrebbe orientarsi principalmente la missio ad gentes” (n. 37)» [L’Osservatore Romano, edizione del 29 luglio 2019, testo QUI].

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Per meglio capire è necessario precisare che l’attuale Prefetto della Congregazione de Propaganda Fide, Cardinale Fernando Filoni, prima di essere consacrato vescovo partecipò come sacerdote ai corsi di catechesi del Cammino Neocatecumenale, altrettanto l’attuale Arcivescovo Giovanni Pietro Dal Toso, segretario aggiunto di Propaganda Fide e presidente delle Pontificie Opere Missionarie.

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Ecco quindi l’elemento inquietante: il nuovo seminario di Macao, non è uno dei semplici e tanti seminari Redemptoris Mater gestito dai neocatecumenali. Si tratta infatti di un seminario posto sotto la diretta giurisdizione della Congregazione de Propaganda Fide. O per meglio chiarire: non dipenderà dalla giurisdizione del vescovo diocesano né dalle direttive date dalla locale Conferenza Episcopale per la formazione dei sacerdoti; questo seminario dipenderà direttamente da un Dicastero della Santa Sede. A tal proposito, il Cardinale Fernando Filoni, nella sua intervista riportata da L’Osservatore Romano, illustra questa opera come un vero e proprio esperimento di «decentralizzazione» di Propaganda Fide, facendo presente:

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« […] non è impossibile che, un domani, nascano altri Collegi del genere, promossi dalla Congregazione, in altri continenti».

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Questo seminario a Macao è stato aperto sotto la diretta giurisdizione del competente Dicastero della Santa Sede, dopo che i neocatecumenali hanno ripetutamente fallito nel tentativo di dare l’arrembaggio alla piccola ma ricchissima Chiesa Cattolica del Giappone. 

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Poteva forse, il “messia” Kiko Argüello, accettare una simile sconfitta, lui che è Signore di tutte le cose visibili e invisibili? Ma per l’ennesima volta la corsa alla conquista della piccola ma ricchissima Chiesa Cattolica del Giappone, è nuovamente sfumata. Lo apprendiamo direttamente dall’Arcivescovo Metropolita di Tokyo, S.E. Mons. Isao Kikuchi, che nell’agosto del 2018 narra di avere ricevuta una lettera del Cardinale Fernando Filoni che lo informava della prossima erezione sul territorio della sua diocesi di un seminario Redemptoris Mater dipendente direttamente dalla Congregazione de Propaganda Fide. O detta in altre parole: lo metteva dinanzi al fatto compiuto. L’Arcivescovo si dichiarò decisamente confuso, dinanzi a quella lettera, né lui, né S.E. Mons. Peter Takeo Okada, suo predecessore, erano infatti stati consultati a tal proposito. Chiarito il tutto merita in breve ricordare quelle che furono tra il 2008 e il 2010 le dolorose vicende nelle quali l’episcopato giapponese si trovò coinvolto con il Cammino Neocatecumenale, che si conclusero con la chiusura disposta nel 2008 dai Vescovi del Giappone del loro seminario aperto nella Diocesi di Takamatsu nel 1990.

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Siccome però i neocatecumenali, che nell’ambito della delicata cultura del Giappone si muovevano come elefanti ubriachi dentro una vetrina di cristalli, seguitarono imperterriti a creare divisioni e danni tra i fedeli, nel 2010 ricevettero ordine dalla Conferenza Episcopale del Giappone di sospendere qualsiasi genere di loro attività in tutto il Paese. Insomma: di fatto furono dichiarati “soggetti non graditi” ed espulsi. 

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Questa improvvida lettera del Cardinale Fernando Filoni, dal fiero Episcopato Giapponese è stata recepita e sofferta come un maldestro tentativo del Signor laico Kiko Argüello e dei suoi agguerriti settaristi altrettanto laici, di averla vinta a tutti i costi sull’episcopato giapponese, usando questa volta il braccio armato amico di una figura che, in linguaggio politico, s’è soliti indicare col termine tecnico e per nulla offensivo di “utile idiota”.

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Quale sarà il prossimo passo, mirato a distruggere attraverso la neocatecumenalizzazione coatta le Chiese asiatiche, alcune delle quali, il loro profondo amore devoto a Roma, l’hanno pagato sovente anche a prezzo di persecuzioni e di sangue? Come si farà, per piegarle dall’alto alla setta del neocatecumenalesimo? Grazie all’amico “utile idiota” si imporranno forse seminari neocatecumenali aperti a raffica e dipendenti direttamente da Roma, visti gli esiti pregressi degli elefanti ubriachi a passeggio dentro le delicate cristallerie del Giappone, evitando ulteriori chiusure ed espulsioni decretate dai vescovi? In terre asiatiche di missione, si procederà forse ad erigere dei vicariati apostolici affidati ai laici neocatecumenali, i quali gestiranno vescovi neocatecumenali e preti neocatecumenali sfornati a loro servizio da questa multinazionale eretica, che può avvalersi della “fabbrica di preti” dei Seminari Redemptoris Mater, a loro concessa con discutibile prudenza dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II? Le scelte amministrative e pastorali del quale ― bene rammentarlo all’esercito sterminato di ignoranti ―, non rientrano né nell’esercizio del magistero infallibile né tanto meno costituiscono dogmi che richiedono, come tali, piena adesione di fede. Ci mancherebbe altro che il riconoscimento amministrativo della setta neocatecumenale fatto nel 2012 dal Pontificio Consiglio per i Laici, fosse posto, a livello dogmatico, quindi come obbligo per i credenti alla piena adesione di fede, tra il dogma della Immacolata Concezione e il dogma della Assunzione al Cielo della Beata Vergine Maria! Se poi Giovanni Paolo II è stato canonizzato, come certi neocatecumenali gridano, quindi elevato agli onori degli altari, è bene ricordare che la Santa Chiesa non ha canonizzato ogni suo pensiero, decisione, scelta e sospiro; a partire dalla infelice concessione da lui fatta alla setta neocatecumentale di aprire il prototipo del loro primo seminario Redemptoris Mater a Roma nel 1988.

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Cos’hanno architettato, Kiko Argüello ed i suoi, facendo affidamento sul braccio armato dei loro “utili idioti”? In ossequio alla verità, è necessario ammettere che Kiko Argüello ha vinta la battaglia. E non una sola, perché ne ha vinte cento. Possiamo rendergli anche il meritato onore delle armi, perché tutto sommato se lo merita pure. Però sia chiaro: ha vinto la battaglia, non ha vinta la grande guerra. Perché la vittoria della grande guerra, è già stata ascritta a Cristo Signore dal Beato Apostolo Giovanni che ce l’ha narrata con profetico anticipo nel Libro dell’Apocalisse. E se non si convertono per davvero, Kiko Argüello ed i suoi “utili idioti”; se non chiedono veramente perdono, per i danni immani che hanno recato e che seguitano a recare alla Chiesa, per loro, dopo la grande guerra vinta da Cristo Signore, sarà purtroppo pianto e stridore di denti. Cosa questa che gli autentici credenti temono animati da sacro timore di Dio, gli “utili idioti”, non so …

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dall’Isola di Patmos, 31 luglio 2019

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UN ANNUNCIO AI LETTORI: IMMINENTE PUBBLICAZIONE

Vi avvisiamo che immediatamente dopo il 15 agosto entrerà in distribuzione il libro di Ariel S. Levi di Gualdo sulla setta neocatecumenale. Si tratta di un testo interamente costruito su documenti inoppugnabili e su testimonianze autentiche altrettanto documentate. In circa 280 pagine di testo è fatta anzitutto una rigorosa analisi storica, teologica e giuridica di questo fenomeno che, sebbene intriso da sempre di gravi eresie, ha potuto proliferare  come una pericolosa setta intra-ecclesiale, contando purtroppo anche sulla debolezza degli ultimi pontefici, condizionati loro malgrado da una situazione ecclesiale ed ecclesiastica non facilmente gestibile, che versa oggi in stato di profonda e purtroppo irreversibile decadenza. L’opera di Ariel S. Levi di Gualdo è stata dedicata alla venerabile memoria di due presbìteri e teologi romani: il Servo di Dio Pier Carlo Landucci [1900-1986] e Padre Enrico Zoffoli C.P [1915-1996], che per primi denunciarono con profetica lungimiranza, sebbene inutilmente, le gravi e pericolose eresie del Cammino Neocatecumenale.

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Esclusiva mondiale! Emanuela Orlandi è stata sepolta in Vaticano nelle grotte di San Pietro dentro il sarcofago del Sommo Pontefice Bonifacio VIII

— il cogitatorio di Ipazia —

ESCLUSIVA MONDIALE!

EMANUELA ORLANDI È STATA SEPOLTA IN VATICANO NELLE GROTTE DI SAN PIETRO DENTRO IL SARCOFAGO DEL SOMMO PONTEFICE BONIFACIO VIII

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La Santa Sede, a qualsiasi richiesta avanzata da Pietro Orlandi, anche e solo in base a un messaggio anonimo ricevuto, non esiterebbe ad acconsentire l’apertura e l’ispezione della qualunque. Sicché, per porre fine al tutto, il Santo Gatto Pio mi ha rivelato che la giovane è stata sepolta nelle grotte sottostanti la Pontificia Arcibasilica di San Pietro, dentro il sarcofago contenente le auguste spoglie del Sommo Pontefice Bonifacio VIII.

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Autore
Ipazia gatta romana

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Purtroppo questo pontificato finirà molto male, mentre i vescovi che compiacciono il Re Nudo giocando ai “preti di strada” finiranno parecchio peggio, intanto i laici perdono La Nuova Bussola…

PURTROPPO QUESTO PONTIFICATO FINIRÀ MOLTO MALE, MENTRE I VESCOVI CHE COMPIACCIONO IL RE NUDO GIOCANDO AI “PRETI DI STRADA” FINIRANNO PARECCHIO PEGGIO, INTANTO I LAICI PERDONO LA NUOVA BUSSOLA

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Dinanzi alla dignità apostolica così profondamente ferita, il dolore ci toglie proprio le parole, avanti alle gesta di certi vescovi buffoni …

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Chi ha sempre venerato il Vescovo come sacra figura apostolica, oggi non può che versare lacrime di sangue, dinanzi all’attuale ascesa sulle cattedre episcopali di giullari e buffoni, ma soprattutto di emulatori senza dignità, giunti all’episcopato dopo essersi costruiti l’immagine di “preti di strada” e di “preti di periferia”.

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Oltre a pregare per questi poveretti, ai quali da tempo non è più chiara la dignità apostolica che ad essi è stata conferita, è necessario pregare soprattutto per i loro preti.

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Per i pochissimi buoni preti che ci restano, avere a che fare con vescovi che spaziano in bilico tra le soubrette vanitose e le figure del teatrino comico grottesco d’avanspettacolo, è una sofferenza difficilmente descrivibile: se fallisce il vescovo, fallisce anche il prete, perché il sacerdozio del prete è totalmente legato alla pienezza del sacerdozio apostolico del vescovo. Qualcuno lo ricordi, a chi nella Domus Sancthae Marthae si diletta a tirare fuori dal cilindro del prestigiatore nidiate di conigli pazzi. I conigli sono infatti particolarmente pericolosi, perché hanno una veloce e straordinaria capacità di riprodursi tra di loro.

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Una strana e, ovviamente, pura coincidenza: La Nuova Bussola Quotidiana, rivista vetero-democristiano-ciellina diretta da Riccardo Cascioli, sempre così veloce e severa nel fare le pulci e nel tirare le orecchie a vescovi e cardinali ogni volta che escono dalle righe, a distanza di tre giorni dal felice evento non ha proferito gemito dinanzi alla sceneggiata del vescovo rockettaro. D’altronde bisogna però comprendere: si tratta di un vescovo ciellino sin dal seminario e legato ai vertici di Comunione e Liberazione. Il bello è che lo chiamano pure giornalismo cattolico di autentica e imparziale informazione, insomma: un autentico servizio alla verità. Proprio sullo stile dei comunisti europei che di fronte ai carri-armati russi che invasero Praga nel 1968, voltarono la faccia dall’altra parte e non fecero neppure mezzo commento.

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dall’Isola di Patmos, 14 luglio 2019

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