Carlo Magno: in risposta alla Lettera al Popolo Santo di Dio del 20 agosto 2018

La penna d’oca di Carlo Magno

CARLO MAGNO: IN RISPOSTA ALLA LETTERA AL POPOLO SANTO DI DIO DEL 20 AGOSTO 2018

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[…] per timore e fellonia, ma ancor più per diretta e abominevole complicità, non si è voluto dire che ― per la stragrande maggioranza dei casi del passato remoto, di quello prossimo e, ahinoi, del tragico presente, gli «untori» hanno un nome e un cognome: sono ― in grandissima parte dei casi ― persone di radicate tendenze omosessuali che esercitano senza ritegno la loro omosessualità, con l’aggravante di usare il prestigio della loro condizione sociale ed ecclesiastica.

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Autore
Carlo Magno *

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Io accuso

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Io Karl der Große, noto come Carolus Magnus, meglio conosciuto universalmente  come Carlo Magno, battezzato nella fede in Cristo Gesù nella Santa Madre Chiesa Cattolica nella Città di Aquisgrana, in un giorno di non pochi anni fa, correndo all’epoca l’Anno del Signore 742; io che dunque a buon e legittimo titolo scrivo quest’atto di accusa; che sono parte di quel Corpo Mistico e Storico che solo è di Cristo, e del quale mi reputo con convinzione «la meno onorevole delle sue membra» ma che proprio per questo umilmente credo che, come scrive l’Apostolo «Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre» [I Corinzi 12, 24-25].

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Io accuso

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perché è giunto il tempo che anche il più infimo dei credenti in Cristo ma figlio di tal nobile Madre che è la Santa Chiesa di Dio, alzi la sua voce rispettosa ma decisa, senza false remore di riverenza o di compiacenza: perché se noi e anch’io tacessi «grideranno le pietre» [Luca 19, 40].

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Io accuso

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perché nella lettera al Santo Popolo di Dio del 20 agosto scorso [vedere testo, QUI], ancora una volta si getta la pietra nascondendo la mano; e si è gridato ― come tutti i demagoghi fanno davanti alle tragedie ― «Tutti colpevoli, nessun colpevole!».

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Io accuso

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perché ancora una volta non si è voluto, non si è osato, ma si sono deliberatamente e sconciamente nascosti la colpa e i colpevoli. Di più, si è additato al Santo Popolo di Dio un misterioso untore: il «clericalismo». Peccato, che quando un qualsivoglia essere razionale ricerchi un qualche significativo nome di cotanto untore si debba arrendere a questo ben diverso identikit: clericalismo indica un agire in senso politico che mira alla salvaguardia e al raggiungimento degli interessi del Clero e, conseguentemente, si concretizza nel tentativo di indebolire la laicità di uno Stato attraverso il diretto intervento nella sfera politica e amministrativa [cfr. inter alia: The Cambridge Dictionary of Philosophy].

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Io accuso

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per timore e fellonia, ma ancor più per diretta e abominevole complicità, non si è voluto dire che ― per la stragrande maggioranza dei casi del passato remoto, di quello prossimo e, ahinoi, del tragico presente, gli untori hanno un nome e un cognome: sono ― in grandissima parte dei casi ― persone di radicate tendenze omosessuali che esercitano senza ritegno la loro omosessualità, con l’aggravante di usare il prestigio della loro condizione sociale ed ecclesiale. Con l’aggravante, ancor più abominevole, di agire verso vittime indifese e, soprattutto, nella loro disponibilità pastorale.

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 Io accuso

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ancora una volta miseramente si è voluto nascondere la realtà al mondo, ma soprattutto al Santo Popolo di Dio. Forse a se stessi e alla propria corte di adulanti untori. No! Non siamo, ancora una volta per la grandissima parte dei casi di fronte a fatti di pedofilia, perché «pedofilia indica un disturbo psichiatrico di una persona adulta o di un adolescente che prova una primaria e/o esclusiva attrazione per bambini e bambine pre-pubescenti» [Helen Gavin, Criminological and Forensic Psychology, 2013, p. 155].

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 Io accuso

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si sa e, testardamente, non si vuol dire, che la grandissima maggioranza delle vittime erano degli adolescenti maschi post-pubescenti, vale a dire già in grado di vivere quella sessualità che «esercita un’influenza su tutti gli aspetti della persona umana, nell’unità del suo corpo e della sua anima. Essa concerne particolarmente l’affettività, la capacità di amare e di procreare, e, in un modo più generale, l’attitudine ad intrecciare rapporti di comunione con altri» [Catechismo della Chiesa Cattolica, 2332].

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Io accuso

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gli orchi non sono sconosciuti: hanno un nome, un cognome e una ben definita attività sessuale! Le vittime, pure, non sono ignote! Non sono bambini ― per Dio! ―  in grandissima se non quasi assoluta parte sono adolescenti! E questa non è un’attenuante, bensì una nefasta aggravante! I bambini vanno difesi per la loro gracilità fisica ad opporsi all’altrui forza e perché non in grado ancora pienamente di distinguere il bene e il male. Gli adolescenti, ancor più vanno difesi e protetti, perché in loro già c’è la facoltà, seppur non pienamente sperimentata, di distinguere il nero e il bianco, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, il bene e il male, in ultima analisi quella distintiva e unica facoltà dell’essere vivente razionale di essere logico, sulla base di quel principio di non-contraddizione che ben prima di appartenere alla grande Logica Aristotelica è inscritto nella natura stessa di quell’ «uomo vivente che è la gloria di Dio» [S. Ireneo, Adversus Haereses 4, 20, 7].

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Io accuso

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Sì, gli adolescenti non sono pupazzi dispettosi ma meravigliose creature aperte e disponibili al progetto magnifico e originale di Dio Creatore, che se con la sua sola voce ha creato ogni cosa visibile e invisibile, per l’uomo si è dato a opera assai più complessa e articolata persino per la Sua Onnipotenza: «E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”» [Genesi 1, 26-28].

Ebbene, sì! I bambini non potranno mai pienamente capire il senso ultimo di questa rivelazione fatta all’Umanità intera. Gli adolescenti, invece, ne possono pienamente comprendere la portata esistenziale, intellettuale e spirituale. Solo un adolescente di fronte a questo magnifico e meraviglioso scenario di vita, di senso e verità potrà esclamare con Davide: «Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi; tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna; gli uccelli del cielo e i pesci del mare che percorrono le vie del mare. O Signore nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra» [Salmo 8].

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Io accuso

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non basta, infatti, cominciare a chiamare le cose col loro nome esatto per poter agire, bisogna avere il coraggio di cominciare a cacciare dalla Santa Vigna del Signore i tanti cinghiali che la devastano e i tanti altri che sono stati fatti entrare con compiacenze e favoritismo superiori. Questo chiede il Popolo Santo di Dio!

Il Buon Pastore conosce le sue pecore e le sue pecore conoscono Lui [cfr. Giovanni 10, 14]; ma, «il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore» [Giovanni 10, 12-13].

La Misericordia e la Carità, sono solo banali sentimenti e non virtù pienamente cristiane se dissociate dalla verità: «fare la verità nella carità e vivere la carità nella verità» [cfr. Efesini 4,15]. «La verità va cercata, trovata ed espressa nella economia della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità» [Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 2]. Con i lupi, per il bene del Popolo Santo di Dio, insieme ai lupi bisogna ora cacciare i tanti mercenari e il Mercenario che li ha fatti entrare, nutriti di prebende ecclesiastiche, autori di malfatti nefandi e abominevoli e di alto tradimento di Cristo e del Suo Popolo Santo!

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 Io accuso

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perché nessuno che ne ha autorità ha scacciato i cinghiali dalla Santa Vigna del Signore, anzi di nuovi e ancor più pericolosi ne ha fatti introdurre non per negligenza ma per furbesca volontà di crearsi una corte di impudichi e timorosi obbedienti. No, non basta dire: «Chi sono io per giudicare?»! Anche in questo caso non basterà furbescamente ignorare chi è chi nel polipo infetto e letale che si è annidato nella Santa Chiesa di Dio. No, non basterà furbescamente ignorare che proprio la loro debolezza morale li spinge a una cerchia di amicizie, consorterie, cordate, lobby per auto-proteggersi, auto-preservarsi e, soprattutto, auto-promuoversi.

Nomi e cognomi, cariche e dignità sono arcinote! E, ora, si vuole forse far finta di niente o furbescamente inventarsi nuove definizioni per non chiamare le cose col loro nome?

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Io accuso

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per certi demoni non bastano digiuno e preghiera, come fece Gesù bisogna chiedere come si chiamano: «Gli diceva, infatti, Gesù: «Esci, spirito immondo, da quest’uomo!”. E gli domandò: “Come ti chiami?”. “Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti”» [Marco 5, 8-9]. E indicarli a tutti, per nome e cognome, perché mai più insidino la Santa Chiesa di Dio.

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Io accuso

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per certi demoni e venditori del Tempio non bastano digiuno e preghiera, bisogna scacciarli fuori, rovesciare i loro tavoli di menzogne, buttare a terra le comode sedie del potere ecclesiastico che indegnamente occupano, e rivendicare con forza senza paure e reticenze la santità della Casa di Dio. «Entrato nel tempio, Gesù si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: “Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!”» [Marco 11, 15-19].

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Io accuso

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per certi demoni e peccati serve la lucida forza della Verità che è Cristo stesso! Questo chiede il Santo Popolo di Dio: un Popolo che non appartiene ad alcun Popolo, che nasce dall’alto «dall’acqua e dallo Spirito», che ha per solo Capo Gesù il Cristo, per missione di essere il sale della terra e la luce del mondo, per fine il Regno che Dio stesso ha già inaugurato fra noi [cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 782].

Questo Popolo Santo è ben diverso e distinto dalle categorie mitiche del populismo dispotico sudamericano, per questo alcuni né lo possono veramente conoscere né tanto meno lo amano!

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Io accuso

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per certi demoniaci operatori del male non bastano digiuno e preghiera, serve Giustizia, non solo per gli atti nefandi e abominevoli che hanno compiuto e compiono; ma anche per sanare le piaghe sanguinanti che hanno aperto nella Santa Chiesa di Dio. Non bastano vergogna e pentimento! La Santa Chiesa di Dio non è nè povera né dei poveri. Di Dio solo è! E infinitamente ricca e sovrabbondante della sua Grazia è!

Chi predica il contrario non esita poi a sborsare somme miliardarie per pagare accordi extra-giudiziali ed evitare la giustizia umana a prelati e religiosi potenti o ben protetti.

Anche quel denaro così usato non era e non è dei chierici, ma del Popolo Santo di Dio che generosamente lo offre per garantire che si compia il mandato stesso di Cristo: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo,  insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» [Matteo 28, 18-20].

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Io accuso

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l’attuale oscura e tragica pagina di cronica, si inscrive a giusto e pieno titolo negli ultimi cinque anni di una scellerata predicazione tesa solamente alla ricerca di un mondano consenso, come se la Verità dipendesse dai sondaggi di gradimento. Cinque anni del clericalismo più bieco che la Storia della Chiesa abbia mai conosciuto. Dove, vescovi e preti si sono arrogati di decidere quale politico è buono o cattivo, quale governo va bene o male, quale despota è saggio e quale solo un despota è, quale scelta politica è legittima e quale no; e, persino, quale risorsa energetica è utilizzabile oppure no …

E tutto ciò, ben inteso, non alla luce di Scrittura e Tradizione, ma sulla base di convenienze mondane!

Cinque anni dove le indicazioni operative già pensate e saggiamente elaborate negli anni precedenti e alla luce degli scandali della stessa natura già patiti dalla Chiesa sono state scandalosamente accantonate e insabbiate.

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Io accuso

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l’attuale miseranda condizione della Santa Chiesa di Dio è diretta conseguenza anche di questi ultimi cinque anni di odioso clericalismo, dove scelte e posizioni di responsabilità sono state affidate solo a chi meglio scimmiotta il Principe e fa a gara per confondere, sviare, snaturare anch’egli alla ricerca di una riga in pagina di cronaca locale.

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Io accuso

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la perniciosa erezione nel cuore stesso della Santa Chiesa di Dio di un nuovo e idolatrico Moloc del religiosamente corretto, secondo l’ancora dominante cultura radical-chic di fabbrica onusiana, e del pastoralmente alla moda.

A questo Moloc i nuovi sacerdoti della pretesa nuova chiesa non esitano sacrificare millenni di riflessione filosofica e teologica, secoli di tradizioni e quell’abbondante tesoro di Grazia che abita il Popolo Santo di Dio.

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Io accuso

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a questo nuovo Moloc si è già impunemente e sacrilegamente immolato lo stesso Dio Cristiano che è Unico e Solo, il Dio di Gesù Cristo: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto Chi ha visto me ha visto il Padre» [Giovanni 14, 6-10].

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Io, ancora e infine, accuso

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e questa è l’accusa più pesante e criminale, che chi ha oggi le più alte responsabilità nella Santa Chiesa di Dio di pensare come Pietro prima della sua piena e completa conversione: «Lungi da me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» [Marco 8, 33].

Cinque anni, questi ultimi, disperatamente impiegati a costruire un’altra chiesa a immagine e somiglianza dei potenti di turno. Fatica sprecata, i frutti di tanto diabolica opera si raccolgono e raccoglieranno ancora tanto copiosi.

Resta e solo ancora il buon Popolo Santo di Dio, tuttavia, «dove il padrone di casa estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» [Matteo 13, 52]. E resta con l’assoluta certezza di avere un solo Capo «Cristo risuscitato dai morti che non muore più; la morte non ha più potere su di lui» [Romani 6, 9], né sulla Sua Santa Chiesa Sposa che Cristo «ha amato e per la quale ha dato se stesso, al fine di renderla santa» [Efesini 5, 25-26], che si è associata con patto indissolubile e che incessantemente «nutre e cura» [Efesini 5, 29].

 

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 da Aquisgrana all’Isola di Patmos, 21 Agosto 2018

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* Sotto lo pseudonimo di Carlo Magno si cela un battezzato cattolico, giurista, politologo, filosofo, esperto di relazioni internazionali e diplomatiche che per lunghi anni ha ricoperto numerosi alti uffici in importanti organizzazioni internazionali inter-governative.  

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Questo testo è stato consegnato a L’Isola di Patmos giorni prima della pubblicazione della testimonianza di S.E.R. Mons. Carlo Maria Viganò, pubblicata oggi domenica 26 agosto 2018 [cf. QUI].

 

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Se l’omosessualismo ha invaso anche il Collegio Episcopale, anziché scrivere lettere al Popolo Santo di Dio, andrebbe attaccato sulla Chiesa madre di Roma il Cartello: “svendita totale per fallimento!”

— attualità ecclesiale —

SE L’OMOSESSUALISMO HA INVASO ANCHE IL COLLEGIO EPISCOPALE, ANZICHÉ SCRIVERE LETTERE AL POPOLO SANTO DI DIO ANDREBBE ATTACCATO SULLA CHIESA MADRE DI ROMA: «SVENDITA TOTALE PER FALLIMENTO!».

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Nella sua Lettera al Popolo Santo di Dio il Sommo Pontefice Francesco I se ne guarda bene dal chiarire che i casi di pedofilia diffusi tra il clero, ciascuno dei quali è destinato a creare effetti mediatici devastanti, oltre che danni atroci alle vittime, sono casi reali e riscontrati, ma rarissimi, perché la maggior parte di quelli indicati come casi di pedofilia, in verità sono solo casi di efebofilia, ossia di ordinaria pratica dell’omosessualità da parte di preti che esercitano quel puro, semplice, bello nonché tutelato esercizio alla sessualità omosessuale riconosciuto come un vero e proprio diritto dalla Legge stessa.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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rivendicare rispetto e diritti insultando in modo dissacrante la cristianità ed i suoi simboli più sacri è ormai costume della lobby LGBT. Nella foto: Gay Pride di Roma, partito dalla piazza antistante la Cattedrale di San Giovanni in Laterano sede episcopale del Vescovo di Roma, ed infine giunto in Piazza della Repubblica, già Piazza Esedra, dove si trova l’antica basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, eretta sulle antiche terme di Diocleziano in ricordo dei Martiri uccisi in odio alla fede durante le persecuzioni del III secolo [vedere filmati QUI e QUI]

Qualcuno si è forse accorto che nel clero abbiamo un problema di omosessualità sfuggito ormai a ogni controllo? Chiedo perdono se mi ripeto tornando ad affermare, a distanza di pochi giorni, che questa situazione l’avevo pronosticata nei dettagli dieci anni fa in numerosi testi pubblicati e sempre pagati ad elevato prezzo [cf. QUI]. Soprattutto preciso di non provare alcuna soddisfazione nel ribadire questo, posto che quando indicavo certi problemi e facevo certe analisi, desideravo che il tempo mi desse torto, non certo ragione.

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Un decennio fa, dinanzi al problema oggi molto grave, seppur non ancora esploso con l’odierna portata, due soli presbiteri trattarono in Europa il problema: uno in Polonia e uno in Italia. Il presbitero polacco è Darius Oko, quello italiano Ariel S. Levi di Gualdo. Parecchio importante è stato poi il lavoro scientifico del presbitero polacco Andrzej Kobyliński che ha dato un contributo molto prezioso all’analisi del problema [cf. vedere uno dei suoi lavori scientifici QUI].

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Il Padre Darius Oko ed io abbiamo scambiato in passato molte opinioni sul tema, concordi tra di noi su un preciso punto: il problema di questa «lobby gay che condiziona la Chiesa» [cf. sua intervista del 2013 QUI] e che al suo interno ha compiuto un «golpe omosessualista» [cf. mia intervista del 2013 QUI], sarebbe divenuto un problema irreversibile quando questo nubifrocio universale avesse toccato il proprio apice investendo il Collegio Episcopale.

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Inutilmente anni fa ribadivo: i vescovi che in modo scellerato favoriscono e proteggono i preti gay, sono una pericolosa piaga, ma quando i preti gay diventeranno vescovi, saremo di fronte ad un disastro irreversibile dinanzi al quale due sole forze potranno aiutarci a risollevarci da siffatta desolazione, seppure con impiego di molto tempo e di molta fatica: lo Spirito Santo ed il Santo Popolo di Dio [cf. QUI].

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I miei numerosi scritti pubbicati su L’Isola di Patmos testimoniano che più volte, parlando del ministero petrino e del Pontefice Regnante ho ripetutamente spiegato e affermato:

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«quel povero uomo imprudente di Jorge Mario Bergoglio, che di tutti i decenni di pregressi danni compiuti è soltanto la prima vittima, o come ebbi a scrivere in un recente passato usando un’immagine allegorica [cf. QUI]: egli è solo l’ultimo dei clienti giunto nel ristorante e che appena varcata la soglia è stato aggredito dai camerieri che hanno preteso da lui il pagamento dei conti di tutti coloro che prima di lui avevano pranzato e cenato senza però pagare, ma lasciando fior di conti sospesi [cf. QUI]».

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Questo mio concetto, pare che sia stato ripreso dal mio caro amico Andrea Tornielli nei suoi ultimi articoli sull’agenzia di stampa Vatican Insider, il quale giustamente richiama tra le proprie righe il fatto che certi problemi non nascono sotto questo pontificato [cf. QUI, QUI, QUI]. E fin qui, tutti noi dotati di menti razionali tendenti più al logico che all’umorale, siamo perfettamente d’accordo. Ciò che però noto negli articoli del mio caro amico, che più volte ho felicemente difeso quando è finito sotto il tiro dei cecchini per avere semplicemente esercitato il diritto proprio di cronaca [cf. QUI], oppure quando qualcuno gli ha prima rilasciato delle dichiarazioni e poi se le è rimangiate [cf. QUI], è che egli pare non porsi il quesito se l’uomo Jorge Mario Bergoglio, nel proprio governo, ha compiuto degli errori, oppure se sia gravato di difetti e limitatezze che caratterizzano tutte le nostre umanità imperfette segnate dalla corruzione del peccato originale. Di umane imperfezioni, di difetti e di limitatezze era gravato persino il Sommo Pontefice Gregorio I, universalmente noto come San Gregorio Magno, che forse di qualità dottrinali, pastorali e di governo ne aveva una o due in più del Sommo Pontefice Francesco I, ma sia chiaro: solo una o due, nulla di che!

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È quindi vero ― ed io per primo come  l’ho affermato e più volte ripetuto — che il Sommo Pontefice Francesco I non può pagare il conto elevatissimo di una crisi dottrinale che ha infine generato una grande crisi morale nel clero [cf. mio articolo su TheologicaQUI], anche perché questa crisi comincia a prendere forma negli anni Sessanta e si diffonde vistosamente a partire dagli inizi degli anni Settanta del Novecento. In quegli anni l’Augusto Pontefice Regnante non era stato ancora consacrato sacerdote, perché la sua sacra ordinazione è avvenuta in Argentina alla fine del 1969, per l’esattezza il 13 dicembre.

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L’uomo Jorge Mario Bergoglio ha le sue gravi responsabilità, se poi queste oggettive responsabilità non le vogliamo vedere, allora si corre il serio rischio di cadere in uno dei peggiori vezzi dei nostri politici, che dopo avere svolto delle campagne elettorali fatte di promesse rasenti le sceneggiature dei film di fantascienza, una volta eletti e catapultati in problemi reali e soprattutto di difficile soluzione del Paese, cominciano a difendersi dicendo che è tutta colpa dei governi precedenti. Se dunque da una parte credo che all’uomo Jorge Mario Bergoglio non siano imputabili le responsabilità di diverse scelte infelici compiute dai suoi Sommi Predecessori, Beati e Santi Pontefici inclusi, egli, dal canto suo, che peraltro non è stato ancora né beatificato né canonizzato, trovandosi dinanzi a certi gravi problemi non facilmente risolvibili ci ha messo dentro parecchio del suo, ad esempio in spirito imprudente, lanciandosi con discorsi a braccio su temi scivolosi, facendo scelte infelici e ricorrendo ad espressioni ambigue nelle quali è difficile cogliere lo spirito della involontaria buona fede, specie quando queste ambiguità hanno poi generato nella Chiesa visibile liti e divisioni come mai prima s’erano viste. E seppure ripetutamente supplicato da cardinali, vescovi, sacerdoti e fedeli laici di offrire delle parole di chiarimento [cf. QUI], si è sempre rifiutato di rispondere con uno spirito che denota permalosità ed altezzosità. Però, poco dopo, sfoggiava umiltà mediatica lavando e baciando i piedi alla Missa in Coena Domini a musulmani e prostitute, per la gioia dei giornalisti ultra laicisti e con lo smarrimento di noi sacerdoti esterrefatti che in quel giorno santo celebriamo la istituzione della Santissima Eucaristia e del Sacerdozio ministeriale, non celebriamo la giornata mondiale del profugo o della redenzione delle prostitute [cf. QUI].

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È vero che il capitano di una nave deve fare affidamento sui marinai che ha a propria disposizione, ma è anche vero che l’uomo Jorge Mario Bergoglio pare che degli uomini più sbagliati, spesso sia andato quasi a caccia. E la cosa che addolora è che il Pontefice Regnante, senza prestare ascolto a numerosi prelati di grande esperienza in servizio presso la Santa Sede anche da decenni, si è ostinato ripetutamente ad approvare le nomine episcopali di soggetti che erano stati ripetutamente esclusi dalle cosiddette terne perché gravati di grossi problemi di carattere dottrinale e morale, indotto in ciò da persone che godono della sua fiducia e che in modo a dir poco pericoloso egli seguita a tenersi attorno. In altre parole, o per meglio intendersi, si tratta di quel problema che io ho chiamato corte dei miracoli [cf. QUI, QUI] e che il Cardinale Gerhard Ludwig Müller ha invece chiamato cerchio magico:

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«Ho l’impressione che nel cerchio magico del Papa ci sia chi si preoccupa di fare la spia su presunti avversari, così impedendo una discussione aperta ed equilibrata. Classificare tutti i cattolici secondo le categorie di “amico” o “nemico” del Papa, è il danno più grave che causano alla Chiesa» [cf. QUI].

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Ecco perché nel 2015 io esordî con due articoli tristemente ironici nei quali affermavo sin dal titolo qual fosse il cuore del drammatico problema: «Vescovi, mode e consigli per i nuovi carrieristi: siate poveri, periferico esistenziali e sciatti» [cf. QUI], «Stanno buggerando il Santo Padre: proteggiamo Pietro! I peggiori gattopardi stanno giungendo in pauperistica gloria all’episcopato» [cf. QUI].

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Piaccia o non piaccia, ma se i dati di fatto purtroppo incontrovertibili non sono solo delle fatue opinioni vaghe ed opinabili, in quei miei articoli di tre anni fa c’è il quadro di quello che potremmo definire come l’episcopato bergogliano. Fornirò allora qualche esempio per chiarire senza scendere nei particolari, ma premettendo che se l’Autorità Ecclesiastica mi convocasse fornirò a loro nomi e cognomi dei soggetti in questione, sebbene inutilmente, visto che conoscono molto bene sia i soggetti sia soprattutto le loro gesta. E gli esempi sono questi: in Italia sono divenuti vescovi due sacerdoti cinquantenni che costituivano una felice coppietta di fatto, tale nota e riconosciuta sin dai tempi del seminario, ed oggi, sulle loro bocche, usate purtroppo per tutto fuorché per pregare, è tutto e solo un incessante fiorire di poveri, povertà,  profughi, periferie esistenziali e via dicendo. È divenuto vescovo un soggetto al quale i giovanotti che all’epoca se la facevano con lui quando era giovane sacerdote, oggi si dilettano a narrare in giro dei suoi gusti da gay passivo sottomesso al maschio dominante. È divenuto vescovo, poi appresso insignito della dignità cardinalizia, un soggetto che ha coperto e protetto per anni le più immonde schifezze di preti che frequentavano marchettari a pagamento e che si imboscavano nelle saune gay. È diventato vescovo un prete di cui un intero presbiterio ricorda esattamente con quali e quanti altri seminaristi, poi con quali e quanti giovani sacerdoti appresso se la faceva, tanto che il suo ordinario diocesano, per evitare che questa volpe seguitasse a seminare danni nel pollaio, sbagliando gravemente lo tolse dalla diocesi e dal contatto con i giovani preti mandandolo a Roma a studiare. Non parliamo poi dei giovani sacerdoti, allontanati allo stesso modo dalle diocesi con la scusa degli studi specialistici, che una volta finiti i loro corsi nelle università ecclesiastiche romane, grazie ai buoni uffici di alti prelati gay o gay friendly sono poi entrati come officiali nei vari dicasteri della Santa Sede. E tanto per chiarire: durante il mese di settembre io salirò per la seconda volta le scale della Segreteria di Stato per andare a conferire con chi di dovere ma soprattutto per consegnare un dossier di prove e di documenti da me redatto e firmato dinanzi al quale i racconti sulle città di Sodoma e Gomorra sono un fanciullesco racconto da educande, il tutto affinché sia scongiurata la folgorante carriera di un altro soggetto ad altissimo rischio.

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Tutto questo nubifrocio che è molto peggio di quegli tsunami che hanno devastato intere nazioni, è forse colpa dei membri dei precedenti governi? Il Sommo Pontefice Francesco I, in certe nomine pericolose non è stato ingannato, tutt’altro: quand’è stato messo sull’avviso circa la natura e le gesta di certi soggetti già in precedenza bocciati come candidati all’episcopato, se n’è bellamente fregato e li ha promossi vescovi, qualcuno anche cardinale.

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Il Sommo Pontefice Francesco I non è uomo che ami essere contraddetto, né ama sentirsi dire da seri e onesti collaboratori che certe scelte pastorali e di governo potrebbero essere molto sbagliate, o che certe nomine dovrebbero essere evitate, pertanto, agendo secondo gli schemi tipici dei mediocri, si è circondato di pericolosi nani, che poi sono il meglio del peggio dei trasformisti in carriera, quelli che oggi sono tutti poveri, povertà e profughi. Se però domani cambiasse il vento e giungesse un nuovo Papa Re, dalla sera alla mattina vedremmo costoro entrare nelle loro chiese cattedrali con sette metri di cappa magna, le chiroteche alle mani e le mitrie damascate decorate con gemme preziose sulla testa.

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E qui mi si potrebbe richiamare all’ordine, perché nelle precedenti righe ho osato dare del mediocre all’Augusto Pontefice Regnante. Detto questo chiarisco a chiunque considera l’Augusto Pontefice Regnante la terza persona della storia dell’umanità esente da qualsiasi macchia di peccato dopo il Verbo di Dio fatto uomo e dopo la Gran Madre di Dio Maria Santissima, che definire l’uomo Jorge Mario Bergoglio equilibrato, dotato di solida dottrina e di capacità di governo, sarebbe come magnificare gli abiti stupendi di quel certo re narrato dalla celebra fiaba, che però in verità è nudo. Si rasserenino pertanto tutti i papolatri, perché agli inizi del Novecento abbiamo avuto un Sommo Pontefice che era un uomo mediocre e sotto certi aspetti anche limitato, costui si chiamava Pio X, oggi amato e venerato Santo Pontefice della Chiesa. E non è stato l’unico, il Santo Pontefice Pio X, ad essere un uomo mediocre e limitato, lo sono stati molti altri Santi e Sante oggi molto venerati dal Popolo di Dio, a partire dal Santo Patrono dei Sacerdoti, San Giovanni Maria Vianney. In che cosa consisteva dunque la eroicità di quelle virtù che rese un uomo mediocre e anche limitato come il Sommo Pontefice Pio X un grande Successore di Pietro e poi un Santo? San Pio X aveva una virtù che alla personalità dell’uomo Jorge Mario Bergoglio pare al momento sconosciuta: il Sommo Pontefice Pio X aveva lo straordinario dono di grazia di quella umiltà che lo rese grande, ma soprattutto capace a circondarsi degli uomini di più alto talento ed intelletto, a partire dal Servo di Dio Cardinale Rafael Merry del Val, che fu la grande mano della memorabile Enciclica Pascendi Domici Gregis. E un Santo, come nel caso del Santo Pontefice Pio X, si circonda di santi uomini di Dio, al contrario di soggetti come l’uomo Jorge Mario Bergoglio che tendono invece a circondarsi — se mi si passa il termina romanesco davvero poco ecclesiastico — de pore mezze seghe.

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Da un punto di vista pastorale ed ecclesiologico, dinanzi all’attuale irreversibile nubifrocio che ormai ha inondato anche il Collegio Episcopale, non posso affatto esultare dinanzi alla Lettera al Popolo Santo di Dio del Sommo Pontefice Francesco I [cf. QUI], dinanzi alla quale c’è poco da esultare, perché si tratta del cosiddetto ennesimo testo bergogliano nel quale si cerca di dire tutto allo scopo di non dire niente di ciò che si dovrebbe invece dire, in modo soprattutto chiaro e preciso. Un testo davvero povero, se messo a confronto di un testo memorabile, ma purtroppo dimenticato dalle menti di corta memoria, come quello scritto appena otto anni fa dal Venerabile Pontefice Benedetto XVI e titolato: «Lettera pastorale ai cattolici dell’Irlanda» [cf. QUI].

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La lettera del Sommo Pontefice Benedetto XVI ha una struttura pastorale, teologica e socio-ecclesiale che parte anzitutto da un grande senso di umanità. In essa si indica il problema, si analizza e si prospettano tutte le soluzioni. La lettera del Sommo Pontefice Francesco pare ostentare umanità artificiosa nel tentativo di mostrare umana sensibilità al mondo, ma soprattutto è priva di una struttura pastorale, teologica e socio-ecclesiale. 

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Detto questo: se i teologi per un verso, i giornalisti per altro verso, vogliono fare entrambi delle analisi nelle loro diverse e rispettive competente, dobbiamo purtroppo giungere a questo risultato: la Lettera di Benedetto XVI ai Cattolici dell’Irlanda dice tutto in modo drammatico, pastorale ed ecclesiale; la lettera di Francesco I al Popolo Santo di Dio non dice niente perché non analizza il problema, non indica con precisione soggetti responsabili e non offre soluzioni, sino al punto di prendersela con un non meglio precisato «clericalismo», quando invece la Santità di Nostro Signore il Pontefice Regnante dovrebbe sapere bene che il problema drammatico è l’alto tasso di omosessualismo diffuso nel clero.

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Questa è la differenza che corre tra un uomo mediocre e limitato come il Sommo Pontefice Pio X, ed un uomo mediocre e limitato come il Sommo Pontefice Francesco I. Il tutto premettendo che lo Spirito Santo offre e ricolma da sempre di grazie del tutto speciali il Successore di Pietro, ma se il Successore di Pietro non è aperto ad accogliere e mettere a frutto i doni di grazia abbondanti e speciali su di lui riversati, in tal caso lo Spirito Santo non opera. E non opera perché Dio non si può contraddire né può contraddire il mistero della creazione: l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, libero e dotato di libero arbitrio. Se chiunque, dinanzi ad un Sommo Pontefice che può essere parzialmente o saltuariamente od anche totalmente chiuso alle azioni di grazia dello Spirito Santo, se ne uscisse fuori dicendo che comunque, essendo egli il Successore di Pietro, in ogni caso non può errare mai in materia di dottrina e di fede, in tal caso si uscirebbe dai principi fondanti e fondamentali della fides catholica per cadere neppure nel fideismo, ma nella vera e propria magia. Come ad esempio fanno da tempo tutti coloro che ormai si sono specializzati a cercare nei documenti pontifici ciò che essi non contengono, od a fargli dire ciò che essi non dicono, convinti attraverso le loro interpretazioni pindariche di difendere e di proteggere quel papato il cui primo difensore deve essere il Successore di Pietro, perché se il papato non lo difende lui, ogni difesa nostra rischia di essere inutile e del tutto vana, nonché ridicola.

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Nella Lettera al Popolo di Dio, il Sommo Pontefice Francesco I se ne guarda molto bene di indicare la gran piaga dell’omosessualità e dell’omosessualismo diffuso ormai anche ai più alti vertici delle gerarchie ecclesiastiche; tutt’altro, egli si ostina a tenersi attorno come consulente un soggetto come il pericolosissimo gay friendly James Martin S.J. [cf. QUI].

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Il Sommo Pontefice Francesco I se ne guarda bene dal chiarire che i casi di pedofilia diffusi tra il clero, ciascuno dei quali è destinato a creare effetti mediatici devastanti, oltre che danni atroci alle vittime, sono casi reali e riscontrati, ma rarissimi, perché la maggior parte di quelli indicati come casi di pedofilia, in verità sono solo casi di efebofilia, ossia di ordinaria pratica dell’omosessualità da parte di preti che esercitano quel puro, semplice, bello nonché tutelato esercizio alla sessualità omosessuale riconosciuto come un vero e proprio diritto dalla Legge stessa.

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Per capire quanto i casi di pedofilia nel clero siano rarissimi, basta fare una semplice analisi di proporzione numerica: nel mondo il clero cattolico secolare e regolare è composto da circa 450.000 sacerdoti [cf. QUI], se raffrontiamo questo numero con quello dei sacerdoti condannati per pedofilia con sentenza passata in giudicato, scopriremo in che proporzione numerica stiamo parlando veramente di pochissimi presbiteri, all’incirca nell’ordine dello 0,02% scarso. Siccome però l’efebofilo rientra in quelli che sono i vizi legati alla pratica della omosessualità, se si tratta di preti si urla invece “al pedofilo!”, anche quando un prete comunemente gay e non certo pedofilo, ha profanato il Sacro Ordine Sacerdotale consumando un sacrilegio carnale con un ragazzo di diciassette anni e undici mesi, il quale era semmai dedito ad attività sessuali da quando ne aveva tredici e che si prostituiva a pagamento da quando ne aveva quattordici.

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La gran parte dei preti indicati come pedofili ― che ripeto non sono però pedofili ma efebofili o semplicemente e giosamente gay —, che hanno avuto con adolescenti rapporti sessuali in assenza di coercizioni psicologiche e di violenze fisiche, hanno consumato solo e null’altro che rapporti omosessuali. E ciò detto ripeto: se in assenza di provate violenze psicologiche e fisiche un sedicenne assieme ai suoi familiari si presentassero assistiti da un esercito di avvocati dinanzi ai magistrati chiedendo la condanna del prete per pedofilia, costoro sarebbero sbattuti letteralmente fuori da qualsiasi tribunale del mondo, semmai pure col serio rischio di essere loro querelati dal prete gay che ha avuto solo un rapporto sessuale con un minore in fascia di età post puberale, senza sottoporlo ad alcuna coercizione fisica e psicologica e per ciò palesemente consenziente. E tutto questo — ripeto ancora senza pena di essere prolisso — si chiama omosessualità e non pedofilia.

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Questa mancanza di chiarezza e di distinzione tra casi molto rari di pedofilia, casi di efebofilia, casi di rapporti sessuali di preti gay con giovani consenzienti e spesso lautamente ricompensati per i loro servigi prestati non di rado a pagamento, rischiano quindi di creare un grosso e pericoloso equivoco: se un adulto gay ha un rapporto sessuale con un adolescente ultra sedicenne consenziente o con un quattordicenne già navigato e come tale psicologicamente riconosciuto, in tal caso ha avuto solo e null’altro che un lecito rapporto sessuale; se però ad avere avuto un rapporto sessuale con questo stesso soggetto è un prete, in quel caso si urla “al pedofilo”. I primi grandissimi ipocriti che grideranno immediatamente “al pedofilo” saranno proprio i figli della potentissima lobby LBGT, coloro che l’insegnamento sulla sessualità intesa come genere a scelta o sulle bellezze dell’amore gay, lo hanno già imposto in molti Paesi del mondo a partire dalle scuole elementari.

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L’Augusto Pontefice Regnante, è stato per caso informato dal suo gaio consulente gesuita James Martin che in giro per il mondo, molte scuole cattoliche hanno dovuto chiudere e poi liquidare i loro stabili ormai inutilizzati, perché i governi locali avevano loro imposto insegnamenti incompatibili con la fede e la morale cattolica, quali ad esempio l’esaltazione dell’omosessualismo e la teoria del genere, l’obbligo della educazione alla contraccezione ed il diritto all’aborto? Che poi questi casi non siano documentati da quella succursale di Radio Radicale al quale ormai da tempo è ridotto il quotidiano dei Vescovi d’Italia L’Avvenire, non vuol dire che non siano casi reali e soprattutto in costante aumento, quelli delle scuole cattoliche costrette a chiudere i battenti e vendere gli stabili.

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E di questo grande e pericoloso equivoco che nasce anzitutto dalla mancata informazione e distinzione tra pedofilia, efebofilia ed omosessualità, con tutte le relative statistiche numeriche, il responsabile è l’uomo Jorge Mario Bergoglio, che non è il Santo Pontefice Gregorio I Magno né il Santo Pontefice Pio X, che pure avevano, come uomini, delle limitatezze che non hanno affatto pregiudicato il raggiungimento della loro santità, semplicemente perché erano andati al di là di se stessi per aprirsi alle azioni della grazia di Dio su di loro.

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Devo infine dare ragione al Professor Roberto de Mattei, che sovente ho amabilmente criticato, senza mai avere messo in discussione la sua preparazione e soprattutto la sua vita esemplare ed il suo essere un autentico modello di intellettuale, di marito e di padre cattolico. La mia onestà cristiana e intellettuale mi impone di affermare che il Professor Roberto de Mattei ha purtroppo ragione quando parla dei papolatri, perché a questo taluni sono ormai giunti: il Padre e il Figlio possono anche sbagliare a far procedere lo Spirito Santo, ma l’uomo Jorge Mario Bergoglio no, lui non può sbagliare e non sbaglia mai, qualunque cosa dica o faccia. 

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Poste queste premesse, sulla Basilica Maggiore di San Giovanni in Laterano, Cattedrale di Roma e Madre di tutte le Chiese del mondo, possiamo anche affiggere il cartello: svendita totale per fallimento, consapevoli che nel futuro, da questa immane devastazione operata dai suoi vescovi e dai suoi preti, con molto tempo e dolorosa fatica la Chiesa visibile pellegrina sulla terra potrà riprendersi ed essere risollevata solo dallo Spirito Santo e dal Santo Popolo di Dio.

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Il 18 febbraio 2013, a pochi giorni di distanza dall’annuncio dell’atto di rinuncia dato dal Venerabile Pontefice Benedetto XVI, l’agenzia di stampa Vatican Insider riportava meritoriamente un testo dimenticato del giovane teologo Joseph Ratzinger, risalente al 1969 e contenuto in un suo ciclo di lezioni radiofoniche:

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«Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità. Poiché il numero dei suoi fedeli diminuirà, perderà anche gra parte dei privilegi sociali […] Ma nonostante tutti questi cambiamenti che si possono presumere, la Chiesa troverà di nuovo e con tutta l’energia ciò che le è essenziale, ciò che è sempre stato il suo centro: la fede nel Dio Uno e Trino, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, nell’assistenza dello Spirito, che durerà fino alla fine. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica. Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la sinistra e ora con la destra. Essa farà questo con fatica. Il processo infatti della cristallizzazione e della chiarificazione la renderà povera, la farà diventare una Chiesa dei piccoli, il processo sarà lungo e faticoso. Ma dopo la prova di queste divisioni uscirà da una Chiesa interiorizzata e semplificata una grande forza. Gli uomini che vivranno in un mondo totalmente programmato vivranno una solitudine indicibile. Se avranno perduto completamente il senso di Dio, sentiranno tutto l’orrore della loro povertà. Ed essi scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto […] A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti. Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico […] ma la Chiesa della fede. Certo essa non sarà più la forza sociale dominante nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa. Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte» [cf. QUI].

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In queste parole è dipinta la devastazione operata nel nostro recente passato, la situazione sfigurante della Chiesa visibile del presente, ed infine il futuro che ci attende, basta non essere ciechi e non pensare che questo momento per alcuni di gloria, per altri di aberrante confusione, assieme a questo pontificato non passerà mai, tra gridi di «rivoluzioni epocali» e «processi irreversibili». Urla giacobine tipiche di coloro che, non avendo una prospettiva futura ed escatologica, sono capaci di vivere solamente il tutto e subito del presente, cercando come dei pirati all’arrembaggio di arraffare in questo presente tutto quello che si può arraffare, quasi come se … «di doman non c’è certezza», quindi «chi vuol esser lieto sia», come diceva il padre rinascimentale dello gnosticismo neo-pagano Lorenzo il Magnifico, che era per l’appunto un padre dello gnosticismo neo-pagano, non era un padre della fede cattolica.

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dall’Isola di Patmos, 24 agosto 2018

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Esclusiva mondiale: «La terra non è piatta ma sferica!». Coloro che quando ieri io lo denunciai mi lasciarono linciare dalla clerical lobby gay, oggi si sono accorti che nel clero siamo pieni di omosessuali piazzati con immane danno ai più alti vertici delle gerarchie ecclesiastiche

— attualità ecclesiale —

ESCLUSIVA MONDIALE: «LA TERRA NON È PIATTA MA SFERICA!». COLORO CHE QUANDO IERI IO LO DENUNCIAI MI LASCIARONO LINCIARE DALLA CLERICAL LOBBY GAY, OGGI SI SONO ACCORTI CHE NEL CLERO SIAMO PIENI DI OMOSESSUALI PIAZZATI CON IMMANE DANNO AI PIÙ ALTI VERTICI DELLE GERARCHIE ECCLESIASTICHE.

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Alcuni confratelli mi indicano come “specialista in omosessualologia clericale. Soprannome sul quale io per primo ho sempre riso, forse anche per cercare di dimenticare le angherie che ho dovuto subìre dalla potente cordata degli ecclesiastici gay, quando ho osato toccare questa lobby gay veramente molto potente e radicata all’interno della Chiesa ai più alti livelli della gerarchia ecclesiastica, come oggi i fatti e gli scandali dimostrano.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Autore: Gerhard Haderer , vignettista austriaco

Quando in età adulta cominciai la formazione al sacerdozio, non tardai a comprendere che più figure autorevoli del mondo ecclesiastico nutrivano su di me grandi aspettative. Conoscendo però me stesso, cominciai a dire a ciascuno di loro: «Non sentitevi delusi, quando in un vicino futuro dovrete prendere atto che io sarò un prete tenuto sempre ai margini estremi della Chiesa. Io so infatti chi sono, ma soprattutto so a che cosa sto andando incontro». Loro non mi prestarono ascolto e forse pensarono che questi miei erano i colpi di umiltà romantica tipici dell’adulto che se avesse voluto fare carriera sarebbe rimasto dov’era, avendo le necessarie risorse umane, intellettuali ed economiche per farsi largo nel mondo. Forse i miei formatori non capirono che quando un adulto, dopo avere avute dalla vita tutte le migliori possibilità, accoglie la vocazione e accetta di divenire prete, lo diviene perché mosso da motivazioni molto forti che lo portano ad un mutamento di vita veramente radicale. Di conseguenza, il rapporto con quella verità che ci farà liberi [cf. Gv 8,32] o con le virtù teologali di fede, speranza e carità [cf. I Cor 13], è molto diverso da quello che può essere l’atteggiamento dei molti entrati in un seminario adolescenti ed usciti da esso preti a venticinque anni dopo essere stati allevati a pane e malizie clericali, pronti la Settimana Santa a dire due parole con la lacrima all’occhio sulla Passione di Cristo, ma altrettanto pronti a rispondere «e a me chi me lo fa fare?» se posti dinanzi a situazioni nelle quali è necessario indicare, per esempio all’Autorità Ecclesiastica, dov’è che si sta sviluppando il male e che quindi è bene intervenire immediatamente a recidere il germoglio prima ch’esso diventi edera che avvolge lo stabile della casa intera.

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Alcuni confratelli mi indicano come specialista in omosessualologia clericale. Soprannome sul quale io per primo ho sempre riso, forse anche per cercare di dimenticare le angherie che ho dovuto subìre dalla potente cordata degli ecclesiastici gay, quando ho osato toccare questa lobby gay veramente molto potente e radicata all’interno della Chiesa ai più alti livelli della gerarchia ecclesiastica romana, come oggi i fatti e gli scandali dimostrano. Mi rifiuto di narrare nei dettagli ciò che ho dovuto subìre, non ultimo per evitare che alcuni improvvidi, cadendo in errore, mi dichiarino beato martire in vita. In effetti, certe persecuzioni da me patite, richiamano le vicende esistenziali di diversi Santi, ma questo non deve però indurre in un errore che sarebbe grossolano e grottesco, perché malgrado certe similitudini, la differenza tra loro e me è sostanziale: io devo combattere molto col peccato nel quale seguito a cadere in modo spesso persino disinvolto. Dei Santi non ho la maturità umana, spirituale e sacerdotale. E casomai dovessi morire dopo avere vergate queste righe, la mia speranza è che Dio Padre di Misericordia, malgrado i miei demeriti ed i miei peccati, possa concedermi la grazia del Purgatorio, tenendo conto nel proprio giudizio che io, pur non avendo fatto tutto quel che dovevo e potevo fare, in ogni caso mi sono impegnato a fare perlomeno qualche cosa. E questo basta a capire quale differenza corra tra me ed un Santo. Certo, in questo clima di confusione nel quale ci stiamo accingendo a beatificare come martire un Vescovo argentino morto in un incidente stradale, imputando semmai ai dossi ed alle buche di una strada male asfaltata l’odio per la fede cattolica, si potrebbe correre il facile rischio che anch’io, a mio modo martirizzato all’interno della Chiesa per anni ad opera della implacabile cordata dei preti gay e dei vescovi che proteggono la potente lobby, finisca col ricevere — ripeto, direttamente in vita — la palma del martirio.

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Tra il 2008 ed il 2009 scrissi un libro intitolato E Satana si fece trino. Relativismo, individualismo e disubbidienza. Analisi sulla Chiesa del terzo millennio. Il libro fu poi pubblicato alla fine del 2010, ed ebbe anche una ottima diffusione. Attualmente questo libro è fuori stampa in seguito alle mie successive divergenze con l’Editore, che dopo avere venduto svariate migliaia di copie dei miei titoli, contravvenendo alla parte fondamentale del contratto di edizione non mi versò mai un centesimo di diritti d’autore e non mi presentò mai il resoconto delle copie vendute. A questo si aggiunga poi che l’Editore era entrato frattanto in una Loggia Massonica e che si era messo a pubblicare decine di titoli dedicati all’esoterismo massonico. Motivo per il quale reputai non opportuno che il mio nome e soprattutto la mia figura di presbìtero e di teologo cattolico restasse in quella Casa Editrice divenuta una succursale di patetici massoncelli di provincia. Per ciò gli intimai legalmente, in virtù della sua inadempienza contrattuale, di ritirare dalla distribuzione tutti miei libri, i diritti d’autore dei quali tornavano così a me. Quel mio libro, sebbene diffuso per tre anni, dal 2014 è fuori stampa. Sarà però ristampato a breve agli inizi del  2019, quando cominceremo a stampare i libri delle Edizioni L’Isola di Patmos, non ultimo confidando anche sulle libere offerte dei nostri Lettori, che sono il solo e unico sostegno della nostra opera apostolica.

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Nelle trecento pagine di questo mio libro è contenuta una analisi decisa e precisa sulla situazione nella quale un decennio dopo è precipitata la Chiesa. Infatti, la data di stampa e la relativa distribuzione del libro documenta come con molti anni di anticipo ho descritto ciò a cui saremmo andati incontro. Ovviamente, quando scrivevo quelle pagine, io desideravo avere torto e non certo ragione, anzi speravo di poter dire in futuro di essermi sbagliato. Purtroppo, ciò che ho scritto dieci anni fa parlando della omosessualizzazione della Chiesa visibile, è invece storia dei giorni nostri. E detto questo ribadisco: il prezzo che come prete ho dovuto pagare all’interno della Santa Chiesa di Cristo, sotto molti aspetti è stato veramente smisurato, perché la lobby clerical gay è una autentica potenza, ed io l’ho sperimentato a caro prezzo sulla mia pelle.

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Non posso omettere di ricordare che all’epoca quel libro — consegnato da un giovane sacerdote a mia insaputa e di sua totale libera iniziativa anche ad uno dei segretari del Sommo Pontefice Francesco I il 31 luglio del 2013 con preghiera di farlo avere al Santo Padre — lo inviai in omaggio in decine di copie a tutti i giornalisti e le riviste di area cattolica, invitandoli a recensirlo, non perché io volessi pubblicità, ma perché trattavo degli argomenti di straordinaria gravita che se presi per tempo in considerazione dalle Autorità Ecclesiastiche, molti guai futuri sarebbero stati evitabili, o perlomeno ridotti nelle loro devastante portata. Di quel libro furono inoltre inviate copie omaggio a ben cento prelati della Curia Romana, diversi dei quali, lungi dal dire a se stessi “qui ci viene presentato un problema dinanzi al quale non possiamo mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi” — aggiungo io: lasciando nel mentre il culo piumato all’aria a disposizione del tutto gratuita di chiunque passi —, non trovarono di meglio da fare che contattare l’allora mio Ordinario Diocesano per chiedere chi fosse questa … «mina vagante». Infatti, i buoni prelati di curia, tutti gossip curiali&omertà, erano impegnati a domandarsi chi fosse questo prete che osava tanto, mentre accanto a sé, senza scandalo e soprattutto senza problema alcuno, avevano i vari Mons. Krzysztof Charamsa, od il segretario particolare del Cardinale Francesco Coccopalmerio, il giocoso Mons. Luigi Capozzi, un ragazzo esuberante che organizzava festini gay a base di droga direttamente dentro il Palazzo del Sant’Uffizio, ovviamente mentre il suo protettore in porpora ignorava per anni di avere accanto a se una checca impazzita e drogata. E mentre ciò accadeva i vari Cardinali Theodore McCarrick producevano danni immani sparsi in giro per il mondo. Pur malgrado, per certi prelati tutti gossip curiali&omertà, il problema ero io che nel 2010 osavo affermare e spiegare: «Nella Chiesa abbiamo un problema gay che nel giro di pochi anni ci travolgerà ai più alti vertici delle gerarchie»E Dio solo sa con quanta spocchia alto prelatizia, quelli che oggi si stracciano le vesti al grido di «non sapevamo», «non immaginavamo», alzavano il telefono e poi appresso la voce con l’allora mio Ordinario Diocesano per intimargli: «Insegni quanto prima a questo suo prete a tacere!». E tra questi prelati dal telefono veloce e dalla intimazione altrettanto veloce, possiamo ricordare anche una telefonata  fatta nel 2013 dall’Arcivescovo Angelo Becciu, all’epoca Sostituto alla Segreteria di Stato, affatto preoccupato per la massiccia presenza di preti gay nella Diocesi di Roma, ma piuttosto preoccupato che questo fatto noto a tutte le Autorità ecclesiastiche romane io lo avessi riferito a degli intervistatori televisivi che mi posero a tal proposito delle domande. Se l’Arcivescovo Angelo Becciu, anziché preoccuparsi di me che dicevo solo e null’altro che la verità, si fosse invece preoccupato dei monsignorini gay che organizzavano festini a base di marchettari e droga direttamente dentro i palazzi dei dicasteri della Santa Sede, forse oggi non saremmo in queste condizioni, esposti al massimo ridicolo e con una credibilità pressoché distrutta dinanzi agli occhi del mondo.

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Nessuno dei giornalisti cattolici mi rispose e quelli che mi conoscevano bene direttamente non sapevano come fare a ignorarmi, senza darmi alcuna spiegazione. Meno che mai nessuno scrisse due righe in mia difesa, nei giorni in cui io, ironico persino dinanzi alla sofferenza, rimpiangevo il grande persecutore Diocleziano, il quale perlomeno ti faceva ammazzare nello spazio di pochi minuti, non ti condannava alla morte in vita accompagnata da un incessante supplizio. Un solo giornalista fece eccezione: Marco Tosatti, dedicandomi una sua presentazione [cf. QUI]. E detto questo basti solo ricordare che a Roma, per due anni interi io ho celebrato la Santa Messa da solo dentro le Catacombe di Priscilla sulla Via Salaria, con la sola presenza amabile e preziosa del mio diletto figliolo e collaboratore Jorge Facio Lince, mentre giorno dietro giorno, un fitto esercito di preti gay, entravano in trionfo nei dicasteri della Santa Sede e della Segreteria di Stato, erano promossi Nunzi Apostolici e nominati Vescovi. Ma all’epoca tutti i giornalisti cattolici, non solo non vedevano, ma quando io indicai loro il problema, loro fuggirono più veloci del mitico Willy coyote.

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Oggi, armato della mia stessa ironia, devo sorbirmi gli articoli di quegli stessi giornalisti cattolici che dinanzi a quel mio libro si dettero alla fuga, ma che oggi si sono scoperti d’improvviso coraggiosi difensori dell’onore della Chiesa. E non solo trattano argomenti dinanzi ai quali, un decennio fa fuggirono a gambe levate, ma peggio: li trattano facendo uso delle stesse analisi da me impresse in quel libro e successivamente in numerosi miei articoli pubblicati a partire dal 2015 su L’Isola di Patmos.

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Ribadisco quanto più volte ho scritto in diversi miei testi: nessuno è obbligato a essere eroe, meno che mai martire. Attenzione però, perché al tempo stesso non conosco un solo passo della Sacra Scrittura nel quale si riconosca al devoto fedele cattolico il sacro diritto all’esercizio della santa vigliaccheria.

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Dalle trecento pagine di questo mio libro che agli inizi del 2019 sarà ridato alle stampe — libro che ripeto è stato scritto tra il 2008 e il 2009 e pubblicato alla fine del 2010 —,  estrapolo solo alcune righe che adesso vi riporto di seguito, unitamente ad una domanda: non è forse ciò che sta accadendo oggi, dopo che i problemi generati nel clero per opera della lobby gay, hanno infine travolto anche vescovi e cardinali, come con anni e anni di anticipo ho descritto? Il tutto ripeto — sia beninteso — ad un prezzo spropositato da me pagato nelle totale indifferenza delle Autorità Ecclesiastiche e dei giornalisti cattolici che oggi, divenuti d’improvviso attenti e persino eroici, hanno infine scoperto il problema. E l’hanno scoperto quando si è dovuti giungere a togliere la dignità cardinalizia a dei cardinali ed a destituire diversi vescovi, mentre intere Conferenze Episcopali, in giro per il mondo, sono travolte in questi giorni da scandali immani. Insomma, quando non c’è nessun rischio da correre e nulla da pagare, anzi semmai tutto da guadagnare, ecco che i giornalisti cattolici scoprono infine che la terra non è piatta ma sferica.

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il libro nel quale Ariel S. Levi di Gualdo analizza il problema del golpe della lobby gay all’interno della Chiesa, scritto tra il 2008 e il 2009 e pubblicato alla fine del 2010

«[…] Non ci si può mettere in pace la coscienza limitandosi a pubblici e severi proclami, se poi nei fatti i preti gay aumentano in proporzione alla presenza di vescovi che ragionano con una psicologia omosessuale latente. O per dirla cruda: alcuni seminaristi che tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del Novecento capeggiavano all’interno dei seminari la pia confraternita gay, oggi sono vescovi, ed appena divenuti tali, per prima cosa si sono circondati di soggetti affini, piazzati sempre e di rigore in tutti i posti chiave delle diocesi, seminari inclusi. E questi soggetti, che si proteggono e si riproducono tra di loro, hanno finito col creare una lobby di potere tremendamente potente all’interno della Chiesa […] Se davvero vogliamo affrontare questo problema drammatico, dobbiamo partire da un triste dato di fatto: oggi, all’interno del clero secolare e religioso maschile, il numero degli omosessuali è spaventosamente alto e si divide tra gay praticanti e gay repressi; i secondi più attivi dei primi nell’esercizio della loro logorante omosessualità psicologica. Gli omosessuali per carattere psichico repressi nel corpo, sono notevolmente peggiori di coloro che praticano l’omosessualità fisica, causando da sempre all’interno della Chiesa dei danni talora enormi talora irreparabili, puntando sempre e di rigore a piazzarsi nei posti più alti e nei ruoli-chiave di governo, per meglio rafforzare una lobby molto potente e solidale al suo interno, retta su criteri pornocratici. Quello della pornocrazia è un dramma che ferisce la Chiesa colpendola con affondi mortali. Termine recente di origine francese, pornocrazia indica una forma di governo caratterizzata dal nefasto influsso di cicisbei e prostitute sugli uomini preposti all’esercizio del potere. Alla lettera significa “governo delle prostitute”, o governo fondato in buona parte sui meccanismi tipici della prostituzione. A caratterizzare la pornocrazia, non è tanto il baratto di favori sessuali con posizioni di privilegio, come nelle consuete relazioni tra potente e prostituta, perché questi rapporti di potere non sempre hanno avuto connotazioni di tipo sessuale, specie all’interno di certe sacche decadenti, che hanno costituito nei tempi passati e presenti orribili zavorre per la Chiesa, dove spesso il meccanismo, lungi dell’essere quello del tutto naturale della sessualità eterosessuale, si fonda sulla asessualità, o su puri meccanismi omosessuali, spesso più psicologici che fisici. Nella pornocrazia clericale, l’omosessualità praticata a livello fisico è solo la punta estrema di un’omosessualità mentale radicalizzata e andata non di rado al potere. Con l’esercizio del proprio influsso sull’uomo di potere la prostituta, o il gay-prostituto, non tanto riescono a esercitare in modo indiretto il loro personale potere, perché simili meccanismi di ruolo sono stati più volte esercitati in modo quasi istituzionale dalle legittime consorti dei sovrani, o dai loro vari amichetti-gay. Quel che risulta particolarmente logorante nella Chiesa, più che nelle società civili di potere, è la capacità del prostituto di creare un proprio potere personale a volte quasi assoluto, che si sostituisce spesso all’autorità del potente e che non di rado sopravvive al potente stesso. Si pensi per esempio al giovane ed efebico segretario dalle cui labbra il potente pendeva e che dopo avere influito sull’esercizio del potere del prelato – che era preposto a servire, non a pilotare colpendolo con le frecce di Cupido –, quando questi sta per ritirarsi dalla carica per sopraggiunti limiti di età, viene promosso vescovo prendendo il posto – in rango e dignità sacramentale – del suo padrone platonicamente innamorato» [tratto da: E Satana si fece Trino, Roma 2010. Pagg. 207-208]

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Non pretendo affatto le dovute scuse da parte di chi ha molto meno onore delle puttane smemorate, anche perché bisogna considerare che io sono solo un prete servitore devoto della Chiesa di Cristo, mica sono un finto profugo musulmano sbarcato a Lampedusa, od un pastore pentecostale da correre ad abbracciare, forse come segno di ringraziamento agli Evangelici che ci stanno svuotando le chiese cattoliche in tutti i Paesi dell’America Latina? A maggior ragione prego e spero che Dio Padre di Misericordia infinita mi conceda la grazia del Purgatorio per avere tentato di fare qualche cosa, per il poco o nulla che può essere servito il mio agire, assieme al mio soffrire che offro, per il poco che anch’esso possa servire, per la purificazione di una Chiesa visibile sempre più omosessualizzata e sempre più pubblicamente smerdata.

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Dall’Isola di Patmos, 21 agosto 2018

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Gli scandali della potente lobby gay ecclesiastica e il dramma della formazione del clero

attualità ecclesiale 

GLI SCANDALI DELLA POTENTE LOBBY GAY ECCLESIASTICA E IL DRAMMA DELLA FORMAZIONE DEL CLERO

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Sulla base delle analisi ed osservazioni che i Padri de L’Isola di Patmos stanno facendo ormai da alcuni anni sia della condotta che delle idee del clero e dei vescovi almeno italiani, davanti a tutti questi fatti sorge inevitabilmente un atroce sospetto, non privo di fondamento, anche se non sempre corredato da precise prove: in molti casi le ordinazioni di questi preti e di questi vescovi, fondate sulla falsa concezione del sacerdozio, potrebbero essere invalide.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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… caro Mario Bonfanti [cf. QUI] e sodali affini vari, nessuno vi impedisce di essere gay e di praticare la sodomia con tutte le relative tutele che la Legge civile stessa vi riconosce, però non potete fare i preti, perché diventare prete non è invece un diritto.

I fatti scandalosi in crescita di numero in vari Paesi del mondo, dei quali sempre più si ha notizia, concernenti i peccati di sodomia commessi da preti con ragazzi o giovani, o peggio l’abominio della pedofilia, ci spingono a interrogarci su quali possono essere le cause di un fenomeno tanto aberrante e contro natura. L’esistenza, infatti, del concubinato nel clero è un fenomeno che percorre tutta la storia della Chiesa. Essa ha conosciuto persino il caso di un Papa concubinario, Alessandro VI. Ma in fin dei conti, qui c’è in gioco quello che è il rapporto sessuale fisiologicamente normale, seppur peccaminoso. Quello di cui si stenta a capire come possa accadere è un peccato così grave contro quel celibato ecclesiastico o voto di castità, che si suppone esser stato desiderato, voluto, deciso e promesso solennemente e pubblicamente di osservare usque ad mortem, liberamente e consapevolmente, da persone psicologicamente normali, dopo aver ricevuto una normale e regolare formazione sacerdotale e religiosa, ed esser stati prudentemente vagliati e provati dai superiori responsabili della formazione. Ma quello che c’è da aggiungere a questo quadro sconfortante è la domanda che sorge spontanea, ancora più drammatica, sulla qualità dei formatori, docenti ed educatori di queste persone e in primis dei vescovi, supremi moderatori e vigilanti circa la buona formazione dei loro sacerdoti, nonché la competenza e virtù dei docenti e degli educatori preposti alla loro formazione.

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Le domande non sono ancora finite. Si deve infatti constatare, come Padre Ariel ha già più volte rilevato in sue precedenti pubblicazioni editoriali e su L’Isola di Patmos, che le radici profonde di questi peccati sessuali non possono non essere che l’aver ricevuto una cattiva per non dire pessima formazione, non basata sulle direttive del Magistero della Chiesa e sui veri maestri, ma su idee eretiche o condannate dalla Chiesa, le quali propongono tra l’altro un falso concetto di Dio, dell’uomo, della fede, della grazia, della legge, del peccato, della Redenzione, della Chiesa, dei sacramenti, del sacerdozio e dell’episcopato, come avviene per esempio nella teologia di Karl Rahner.

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Un altro fatto preoccupante in questa vicenda è l’atteggiamento inadeguato o imprudente dei vescovi, i quali: o sono reticenti o minimizzano o coprono i misfatti o prendono provvedimenti inefficaci. Al riguardo, paiono plateali e dettate da grave leggerezza le dimissioni collettive avvenute nel maggio del 2018 dei membri dell’intero episcopato cileno a seguito dell’ennesimo scandalo in Cile. Buona è stata la lettera con la quale i vescovi hanno espressero pentimento, volontà di rimediare e ringraziamento al Santo Padre per la paterna attenzione che egli ha riservato alla vicenda [cf. QUI]. Occorre osservare tuttavia che un vescovo può certo dimettersi perché conscio di colpe gravissime o perché avverte con certezza la propria indegnità o incapacità a continuare a svolgere convenientemente il suo ufficio, lo stesso Sommo Pontefice Benedetto XVI in quest’ottica ha fatto il proprio solenne atto di rinuncia. Ma che un intero episcopato di 34 vescovi, per quanto abbia avvertito il proprio coinvolgimento nello scandalo diffuso e protrattosi per molti anni, giunga all’inaudita gravissima decisione di dare le dimissioni in blocco, con una compattezza che sa di cosa forzata, come potrebbe avvenire nelle proteste sindacali o in un comitato di fabbrica, sembra testimoniare non di un atto di pentimento, ma di un atto lesivo della dignità episcopale, per attirare su di sé l’attenzione del mondo. Ben altro da simili gesti spettacolari ci vuole per risolvere il problema. I veri e più gravi responsabili avrebbero dovuto farsi avanti e non nascondersi nel mucchio.

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La vera soluzione educativa è che il vescovo si decida una buona volta a impartire sul serio una formazione seminaristica ed a svolgere una diligente vigilanza sul clero, affinché sia protetto e difeso dalle idee malsane e coltivi la sana dottrina, chiarisca bene il valore altissimo della vocazione sacerdotale ed episcopale e se ne innamori con tutto il cuore, con ardente desiderio di perfezione e di santità e di essere totalmente al servizio delle anime e della Chiesa. Il sacerdote veramente convinto e innamorato della propria vocazione e missione è tutto e soltanto preso dalle cose di lassù e non da quelle di questa terra. È mosso dallo Spirito e non ha tempo per soddisfare i desideri della carne. La vera soluzione pastorale comporta l’educazione della volontà e delle emozioni, nonché il rafforzamento dell’attaccamento al bene, la stimolazione dell’odio per il peccato, la volontà di emendarsi e di correggersi. Se San Paolo dice che la carità «tutto copre», egli intende riferirsi a quella delicatezza del padre che non vuol gettare il figlio in pasto al ludibrio, non lo vuole umiliare. Eppure lo vuol correggere. È un padre, quindi, che sa all’occorrenza richiamare, rimproverare, minacciare, castigare. Anche questa è carità. Ma essa è altresì pronta a coprire là dove è possibile, utile, lecito e doveroso, laddove c’è da scusare o pazientare; non certo nel senso di coprire o nascondere il peccato affinché non venga punito. Qui non deve coprire, ma svelare a chi di dovere e al peccatore stesso. Dio non copre i peccati lasciandoli tali, come credeva Lutero, ma li copre per misericordia in attesa di toglierli.

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La misericordia non suppone la riduzione della colpa a pena. Non c’è solo l’anima ferita, ma c’è anche quella feritrice. Si deve aver pietà per chi non ce la fa, non per chi non vuole impegnarsi. Questo va incitato. Altrimenti la misericordia diventa connivenza e complicità. E detto questo bisogna aggiungere nelle nostre considerazioni su questo tema scabroso che, sulla base delle analisi ed osservazioni che io e Padre Ariel stiamo facendo ormai da alcuni anni sia della condotta che delle idee del clero e dei vescovi almeno italiani, davanti a tutti questi fatti, è sorto inevitabilmente in noi un atroce sospetto, non privo di fondamento, anche se non sempre corredato da precise prove, per cui siamo giunti alla conclusione che in molti casi le ordinazioni di questi preti e di questi vescovi, fondate sulla falsa concezione del sacerdozio [1], siano invalide [vedere nostri articoli su Theologica, QUI e QUI].

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Occorre dire inoltre con franchezza che lo smarrimento morale, che è all’origine del fenomeno della omosessualità diffusa tra i sacerdoti, è a sua volta causato dal concetto rahneriano dell’agire umano, che non si basa sull’accettazione dei fini essenziali della natura umana, perché egli non accetta neppure l’idea di una natura umana fissa e oggettiva, la cui felicità dipende dall’obbedienza a una legge naturale immutabile ed inviolabile, stabilita dal Creatore; ma secondo lui l’uomo e ciascuno di noi è libero di determinare come gli pare e piace i contorni concreti e quindi l’agire della propria natura.  Da qui la conseguenza che in campo sessuale il soggetto singolo è libero di scegliere il proprio orientamento sessuale non in base a una finalità dell’attività sessuale insita nella natura, indipendentemente dal soggetto, ma in base alla ricerca del piacere sessuale, ottenuto con mezzi creati dal soggetto stesso, diversi da soggetto a soggetto e tutti leciti, purché piacciano al soggetto. In tal modo non esiste più una regola universale per distinguere la buona azione  dal peccato. Quindi non posso più dire che il tale commette un peccato di sodomia o di pedofilia, ma che il suo atto è semplicemente diverso dal mio, un atto che non devo condannare, ma rispettare. È chiaro che quando si dà spazio ad una morale del genere, le geremiadi  per la pedofilia dei preti  sono lacrime di coccodrillo e gli scandali sono ipocrisie.

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Quanto dunque ancora dovremo andare avanti nel raccogliere i frutti amari del rahnerismo? Che cosa deve accadere ancora perchè il Papa si decida ad una riforma della formazione sacerdotale secondo le direttive del Concilio? Esse non prevedono affatto il rahnerismo, ma bensì un saggio ritorno a San Tommaso, come dice lo stesso Decreto conciliare sulla formazione sacerdotale Optatam totius:

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«Per illustrare integralmente quanto più possibile i misteri della salvezza, gli alunni imparino ad approfondirli per mezzo della speculazione, avendo San Tommaso per maestro» [n.16]. 

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E la Dichiarazione sull’educazione cristiana Gravissimum educationis:

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«Indagando molto accuratamente le nuove questioni e ricerche poste dall’età che si evolve, si colga più chiaramente come fede e ragione s’incontrino nell’unica verità seguendo le orme dei dottori della Chiesa, specialmente San Tommaso d’Aquino» [n.10].

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Occorre che l’educatore metta abbondantemente a disposizione dell’educando i mezzi della grazia, proponga l’esempio dei Santi, dia egli stesso esempio di virtù,  lo educhi allo studio della Scrittura, alla preghiera, all’intima unione con Cristo sommo Sacerdote, alla comunione con la Chiesa e col Papa, alle opere della carità fraterna e della misericordia.

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Dobbiamo riconoscere onestamente che in questi cinquant’anni nei quali si sarebbero dovute mettere in atto queste sagge direttive, il Concilio è stato semplicemente beffato proprio da coloro — i rahneriani —, che se ne considerano i continuatori. Così è successo che invece della riforma conciliare, è risorto un Modernismo che è peggiore di quello dei tempi di San Pio X. Bisogna rifare tutto daccapo e tornare a queste direttive del Concilio, altrimenti le cose andranno di male in peggio, in una situazione nella quale si è partiti con gli scandali dei preti gay, ma in breve tempo si è giunti al coinvolgimento in questi scandali dei loro vescovi e cardinali protettori, ad alcuni dei quali si è giunti persino a togliere la dignità cardinalizia. Faccio dunque mia la domanda posta da Padre Ariel nel suo articolo: «Tutto questo, non poteva forse essere evitato?» [cf. QUI].

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Varazze, 21 agosto 2018

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[1] Cf. Il concetto di sacerdozio in Rahner, in Il sacerdozio ministeriale. «L’amore del Cuore di Gesù», a cura di S.M.Manelli e S.Lanzetta, Atti del Convegno Teologico organizzato dai Francescani dell’Immacolata nel dicembre 2009, Cantagalli, Siena 2010, pp. 183-230.

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La pena di morte e quel sant’uomo di Mastro Titta, er misercordioso boia der Papa

— un tocco de leggerezza estiva: er graffietto romano de Gatta Ipazia —

LA PENA DI MORTE E QUEL SANT’UOMO DI MASTRO TITTA, ER MISERICORDIOSO BOIA DER PAPA

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Giovanni Battista Bugatti, detto Mastro Titta, er misericordioso boia der Papa in carica fino al 1869, era un autentico uomo di Dio, oltre che un gran professionista. Con un colpo deciso e preciso te mozzava la capoccia senza fatte pe’ gnente soffrì. Invece, gli odierni e misericordiosi boia di Sua Santità, da una parte ti inneggiano peace and love con le bandierine arcobaleno, dall’altra ti fanno pentire di non essere morto. Li mortacci loro: quanto so’ misericordiosi !

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Autore
Ipazia Gatta Romana

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L’uccisione del nemico: riflessioni sulla pena di morte e questioni annesse

— attualità ecclesiale —

L’UCCISIONE DEL NEMICO: RIFLESSIONI SULLA PENA DI MORTE E QUESTIONI ANNESSE

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Ci si potrebbe inoltre chiedere se era il caso che la questione della pena di morte fosse entrata nel Catechismo, il cui compito non è quello di dare soluzione a problemi pratici contingenti, ma di insegnare le verità immutabili della fede. Ad ogni modo, accogliamo serenamente la decisione del Santo Padre, il quale, con questo gesto, se non esercita il suo ministero di maestro della fede, è però nel pieno esercizio delle sue facoltà pastorali, e precisamente della potestas clavium

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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 PDF  articolo formato stampa 

 

 

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il fantasioso e discutibile film pseudo-storico In Nome del Papa Re, interpretato dal grande Nino Manfredi, dove viene romanzata la vicenda dei terroristi Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti

Mi unisco con un mio contributo all’intervento del Padre Ariel [cf. QUI], sul quale sono sostanzialmente d’accordo, aggiungendo altri argomenti e presentando alcuni annessi.

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Esiste un libro che sulla questione dell’omicidio sembra paradossale. Nessun libro come questo esalta la dignità, l’inviolabilità e la sacralità della vita umana. Eppure, nel contempo, nessuno come questo ammette la liceità dell’omicidio in nome di Dio: guerre, invasioni, stragi, castighi, pene di morte, legge del taglione, tirannicidi, uccisione dell’ingiusto aggressore. E questo libro è la Bibbia. La legge biblica del חרם cherem era la distruzione totale del nemico sconfitto di cui possiamo trovare notizia nel Libro del Deuteronomio [cf. Dt 20, 10-20] ed è presentato nella Bibbia come precetto divino, tanto che Saul viene castigato da Dio per non aver fatto il cherem [I Sam 15, 9] dopo che Dio gli aveva ordinato di «uccidere il popolo di Amalek» e di:

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«non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini» [I Sam 15, 3].

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Si può dire che l’etica della Bibbia è un’etica della vita. Il bene è ciò che promuove la vita; male e peccato sono ciò che la offende o la toglie. Da qui il  precetto di non uccidere:

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«Avete inteso che cosa fu detto agli antichi: non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio» [Es 20, 13].

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Nel contempo esistono però gradi della vita: da quella infima, vegetale, per salire, attraverso la vita animale, a quella umana, alla vita angelica, alla vita divina. Ma il comando «non uccidere» non vale allo stesso modo per tutti i gradi della vita. La vita intra-umana può essere sacrificata a quella umana. Già nell’Eden Dio autorizza la coppia primitiva ad usare piante ed animali per ottenerne cibo.

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Per quanto riguarda la vita della persona, secondo la Bibbia, la sua vita fisica, per quanto preziosa, dev’essere ordinata a quella spirituale, per cui Cristo ci comanda di rinunciare a quella vita fisica che può creare ostacolo alla vita spirituale ed al rapporto con Lui:

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«Se la tua mano ti scandalizza, toglila» [cf. Mc 9,43].

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Raccolta foto de Alvariis – Roma, 1868: esecuzione  dei due terroristi Gaetano Monti e Giuseppe Tognetti

La vita fisica della singola persona dev’essere al servizio del bene comune, ossia della vita della comunità, per cui se capita che il singolo, con la sua condotta criminale, metta in pericolo il bene della società, questa, secondo la Scrittura, può liberarsi con la pena di morte da questo elemento pericoloso.

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In passato, la pena di morte serviva a preservare la società dai danni che arrecati dai delinquenti. Infatti, il comandamento divino «non uccidere» significa «non uccidere l’innocente», ma non proibisce necessariamente di uccidere il malvagio, anzi la sua uccisione da parte della legittima autorità è vista come atto di giustizia, come è comprovato dagli esempi della Scrittura e da tutta la storia della Chiesa.

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Per questo in passato la Chiesa ha giustificato la pena di morte e ne ha fatto ella stessa uso nei territori dello Stato Pontificio. A tal proposito basti ricordare che la pena di morte è stata abolita dalla Legge Fondamentale dello Stato della Città del Vaticano il 12 febbraio 2001, dopo che Paolo VI l’aveva resa nel 1967 inefficace, pur senza cancellarla. Solo nel 2001 è stata totalmente cancellata con motu proprio di Giovanni Paolo II.

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Raccolta foto de Alvariis – Roma, 1868: esecuzione  dei due terroristi Gaetano Monti e Giuseppe Tognetti

Nel vecchio Stato Pontificio, dal 1796 al 1870 furono eseguite circa 516 condanne a morte. A presiedere il Tribunale della Sacra Consulta erano giudici ecclesiastici, poi naturalmente le condanne erano eseguite dai laici, il cosiddetto braccio secolare, non erano certo preti, frati e suore ad eseguire le condanne a morte. Nello Stato della Chiesa la pena di morte fu praticata sino al 1870. Le condanne a morte non potevano essere eseguite senza il nulla osta del Romano Pontefice, che volendo poteva commutarle in carcere a vita, in altra pena o persino in grazia. La prima condanna a morte approvata sotto il pontificato di Pio IX fu nel 1852 quella di Girolamo Simoncelli che s’era macchiato di vari reati: omicidio, tentativo di insurrezione, falso e aggressione ingiuriosa ai danni di Giusto Recanati Vescovo di Senigallia. Altra condanna clamorosa fu quella di Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti eseguita a Roma in Via dei Cerchi il 24 novembre 1868. Questi due condannati oggi sono celebrati come martiri dopo essere stati costruiti tali da certe leggende del Risorgimento. In verità i due giovani uomini si erano macchiati del reato di strage uccidendo con un attentato dinamitardo alla Caserma degli Zuavi ubicata a Palazzo Serristori, nell’attuale Via della Conciliazione, ventitré militari e due civili, ferendo gravemente altri civili inermi, due dei quali persero in seguito la vita, per un totale di ventisette vittime [elenco delle vittime QUI]. Tra i civili persero la vita Francesco Ferri e la piccola figlia Rosa. La strage poteva andare molto peggio, perché delle tre cariche di esplosivo piazzate nelle fognature della caserma solo una esplose; se fossero esplose tutte, la tragedia sarebbe stata maggiore. Lo sarebbe stata anche con l’esplosione di una sola carica, se la gran parte degli zuavi non fossero usciti per ragioni di servizio verso Porta San Paolo, infatti gli zuavi morti nell’attentato erano per la quasi totalità i componenti della banda musicale.

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Raccolta foto de Alvariis – Roma, 1868: esecuzione  dei due terroristi Gaetano Monti e Giuseppe Tognetti

A Pio IX fu avanzata supplica di grazia, ma lui fu costretto a rifiutarla per non irritare i familiari delle numerose vittime, ma anche per non irritare la popolazione romana, che era rimasta molto toccata dalla morte delle bambina Rosa Ferri. I due terroristi, nel corso di un processo durato un anno, non chiesero la grazia; e non la chiesero per i motivi narrati dalla leggenda, in quanto avrebbero decisero di negare indomiti di venire a patti con il «tiranno», ma perché rimasero così colpiti dagli effetti del loro gesto e dai morti che ne erano conseguiti, tanto da vedere nel patibolo una forma di riscatto per il gesto da essi compiuto [si rimanda a tal proposito al resoconto edito nel 1868 sulla rivista dei Gesuiti La Civiltà Cattolica dopo la loro esecuzione capitale, QUI]. Dopo il 1870, con l’unità d’Italia si tentò di trasformare questi due terroristi in figure eroiche di combattenti contro la tirannide, dedicando loro strade e monumenti, nella totale noncuranza delle vittime morte in seguito alla strage da loro perpetrata. La leggenda dei due giovani proclamati in seguito “martiri del diritto italiano” si è trasferita dalla letteratura tardo ottocentesca anche alla filmografia contemporanea, soprattutto nel film In nome del Papa Re, interpretato dal grande Nino Manfredi, nel quale i due terroristi assurgono a rango di “martiri della libertà” [cf. QUI].

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L’ultimo giustiziato sotto il pontificato di Pio IX prima della caduta dello Stato Pontificio fu Agatino Bellomo, condannato per efferato omicidio e ghigliottinato a Palestrina nel luglio del 1870, due mesi prima della presa di Roma.

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In secoli ormai lontani la stessa pena di morte per gli eretici  era irrogata dal cosiddetto braccio secolare dello Stato dopo la condanna dei Tribunali ecclesiastici. Lo Stato, in queste epoche remote che non possono essere analizzate con i criteri socio-politici contemporanei, considerava l’eretico come un perturbatore dell’ordine pubblico civile. In ogni caso i canonisti ed i Padri della Chiesa — vedi per esempio San Tommaso d’Aquino [Summa Theologiae, II-II, q.11, a.3] — ritenevano che l’eretico meritasse la pena di morte, in quanto perturbatore della fede della Chiesa, bene comune della Chiesa e del Popolo di Dio.

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La Chiesa ha la facoltà di farsi promotrice dell’abolizione della pena di morte, come sta avvenendo oggi con il Sommo Pontefice Francesco. Ciò implica evidentemente un giudizio negativo sulla prassi del passato. Questa decisione della Chiesa non deve meravigliare, perché essa è basata su di una percezione più profonda della dignità della persona e della sua stessa vita fisica.

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Oggi la Chiesa ritiene che la società possa difendersi dal delinquente anche senza ricorrere alla pena di morte. Se da una parte la carcerazione può dar speranza al carcerato di evadere, è però anche vero che essa può dargli occasione di ravvedersi. La pena di morte può avere un valore deterrente, ma l’esperienza insegna che certi criminali non recedono dalla loro condotta neppure sapendo che rischiano di essere giustiziati.

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Raccolta foto de Alvariis – Roma, 1867: la Caserma degli Zuavi in Palazzo Serristori dopo l’atentato dinamitardo dei due terroristi Gaetano Monti e Giuseppe Tognetti

Questo mutamento di giudizio della Chiesa circa la pena di morte fa meglio comprendere l’assolutezza del comandamento «non uccidere», anche se esso era rispettato, benché meno perfettamente, anche dalla concezione precedente. Tale mutamento di giudizio fa anche meglio applicare il comandamento evangelico dell’amore per il nemico, mentre in passato la Chiesa era meno disposta a tollerare i suoi nemici e a considerarne gli aspetti positivi ed inoltre era più facile a considerarli in colpa e più restia ad ammettere attenuanti o scusanti nel reo. Era meno temuto l’errore giudiziario, perché meno ci si rendeva conto della complessità del problema di dover giudicare un uomo in sede di diritto penale.

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Il nobilissimo esempio del martire che, sulle orme di Cristo, pur potendosi difendere, si lascia uccidere dal persecutore, non può essere eretto a regola di una condotta comune, ma costituisce la testimonianza eroica di uno speciale dono dello Spirito Santo, non a tutti concesso. Sarebbe dar segno di un intollerabile rigorismo pretende di abbassare a regola comune quello che è soltanto  un privilegio dello Spirito Santo. Così pure l’eroismo della madre, la quale preferisce morire per dare alla luce il figlio, che ella in quella tragica circostanza avrebbe potuto abortire, non è da prendere come regola generale senza rischiare di tentare Dio.

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Bisogna tuttavia distinguere il legittimo castigo del criminale dall’azione coercitiva finalizzata alla neutralizzazione di un’ingiusta aggressione personale o collettiva. Proprio perché la vita umana è sacra, va difesa, all’occorrenza anche con l’uso della forza, con la soppressione dell’avversario. Così è lecito al gioielliere minacciato da un malvivente armato, ucciderlo prima che egli faccia fuoco. È lecito a un tutore dell’ordine uccidere un terrorista colto in flagrante delitto di terrorismo mentre sta per realizzare una strage. È lecito al soldato uccidere il nemico della patria.

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Lapide tombale di Gaetano Tognetti presso il Cimitero del Verano

Qui trova soluzione l’apparente paradosso della Scrittura, la quale congiunge il comando di non uccidere con la legittimazione dell’omicidio per giusta causa, si tratti della difesa personale o della guerra giusta. Quanto all’ingiusto aggressore, benché si tratti di una persona, tuttavia con la sua aggressione essa perde il diritto all’esistenza, non come persona, ma come agente nocivo. L’essenziale è renderla innocua. Se per ottenere tal fine la si può lasciare in vita, bene; altrimenti la si deve uccidere. Infatti ha ragion d’essere la vita buona, non quella malvagia. Per questo nella Bibbia Dio distrugge gli empi, cosa da intendersi non nel senso che Dio li annulli, ma nel senso che li castiga eternamente. La Bibbia dunque distingue l’assassinare dal giustiziare, la guerra giusta dalla guerra ingiusta. Assassinare è un delitto: sopprimere chi ha diritto di esistere, per esempio l’abortire; giustiziare è atto di giustizia, benché comporti la soppressione di un uomo. Guerra giusta è quella che difende la patria e tutti i suoi consociati dall’aggressore. Guerra ingiusta è l’aggressione ad un altro popolo. Considerare ingiusta in se stessa ogni guerra è la frode ipocrita dei pacifisti, che poi sono i primi ad odiare chi li contraddice.

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La Chiesa in passato riteneva che l’esistenza fisica della persona non sia un diritto assoluto, ma sia condizionato dalla sua condotta. Il criminale perde questo diritto, essendo la sua vita dannosa alla società. La Chiesa, d’altra parte, aveva a cuore soprattutto la salvezza eterna del reo. Per questo ai condannati a morte era assicurata un’assistenza religiosa. Gli si potevano aprire le porte del paradiso. Oggi la Chiesa ragiona diversamente. Essa dà più importanza alla vita fisica del reo e meno importanza al danno che egli fa alla società. Difficile stabilire se era meglio prima o è meglio adesso. In ogni caso, da buoni cattolici, adeguiamoci.

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La Chiesa non intende imporre agli Stati la rinuncia alla pena di morte, quasi si trattasse di un obbligo assoluto o un diritto naturale, ma come misura prudenziale che può ammettere delle eccezioni in casi gravissimi. In fin dei conti, si tratta di un terreno di diritto positivo, nel quale lo Stato mantiene una legittima autonomia, perché non tocca gli inviolabili universali diritti e doveri dell’uomo, ma la legislazione positiva di competenza dello Stato. In questo frangente la Chiesa può invitare, può esortare; ma non può prescrivere.

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Giuditta Tavani e il marito Giuseppe Arquati morirono in uno scontro con gli Zuavi Pontifici il 23 ottobre 1867 durante l’irruzione nello stabile dove erano in atto piani di congiura con forze armate di eserciti stranieri e dove era conservato un arsenale di fucili e munizioni. In occasione dei festeggiamenti dell’Unità d’Italia fu deposta questa lapide. Nessuna lapide è mai stata posta sui muri della Caserma di Palazzo Serristori dove trovarono la morte ventisette persone in seguito all’attentato dinamitardo di Gaetano Tognetti e Giuseppe Monti. Anche in occasione del 150° dell’Unità d’Italia, è confermata l’ideologia serpeggiante da sempre nel nostro Paese: esistono morti giusti e morti ingiusti, morti trasformati in eroi, anche se erano dei terroristi dinamitardi e morti condannati all’eterna indifferenza. Quello italiano seguita a rivelarsi un popolo non ancora capace a far calare la pace storica sui vincitori e sui vinti, su chi combatté una buona battagli e su chi indotto, obbligato o convinto di essere nel giusto, combatté invece una ingiusta battaglia. L’Italia è quindi un Paese nel quale, alla prova dei fatti, i morti non riescono ancora a trovare pace, mentre gli ideologi gettano benzina sul fuoco.

La pena di morte non è un intrinsece malum come l’aborto o l’omicidio dell’innocente, ma un malum ut in pluribus, perché in certi rarissimi casi rappresenta il giusto castigo per delitti troppo gravi, come fu la condanna a morte dei capi nazisti al processo di Norimberga, riguardo l’esecuzione dei quali non risulta che né politici, né ecclesiastici, né i pacifisti più radicali, abbiano mai sollevato obiezioni. La Chiesa, quindi, non impone la suddetta rinuncia con la stessa forza teoretica con la quale essa impone la legge morale naturale o i diritti inalienabili e doveri imprescrittibili della persona, o valori morali assoluti, come la libertà religiosa,  la dignità del matrimonio e del bene comune o la proibizione dell’aborto e cose del genere. E neppure, come ha detto anche il Padre Ariel, la decisione della Chiesa va vista come fosse un pronunciamento dottrinale avente carattere di infallibilità, irrevocabilità ed immutabilità. Non siamo infatti sul terreno del dogma, ma della pastorale e del diritto, un piano sul quale la Chiesa, per quanto meriti il nostro ossequio, non è infallibile.

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Occorre pertanto tener presente che la proibizione della pena di morte non appartiene al diritto naturale, fondato sul diritto divino, immutabile ed inderogabile, ma è di diritto positivo, mutevole ed abrogabile, dipendente dall’autorità umana, civile ed ecclesiastica. Per questo, giustamente Padre Ariel fa notare che, atteso l’attuale dilagare della corruzione nella società e nella Chiesa, nonché considerando  — aggiungo io — le profezie dell’Apocalisse e di San Paolo sull’apostasia finale, non possiamo essere così sicuri che non si ripresenti una situazione che richieda il ripristino della pena di morte, seppure limitatamente a case eccezionali, se non addirittura unici.

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La questione della pena di morte si inquadra nell’ampia questione della repressione del crimine nello Stato e nella Chiesa. Per quanto riguarda quest’ultima, ricordiamo — tanto per fare un esempio — che il Diritto Canonico riconosce tuttora l’esistenza del crimine di eresia e lo colpisce con appropriate sanzioni [can. 1364§1], anche se purtroppo spesso avviene, per negligenze ed ingiustizie dell’autorità, che gli eretici restino impuniti, mentre invece vengono colpiti i fedeli al deposito della fede, alla dottrina cattolica ed al magistero della Chiesa. Ciò tuttavia non infirma assolutamente il buon diritto della giustizia umana, i cui inevitabili torti vengono successivamente riparati dalla giustizia divina. Il rischio che oggi corriamo, come è noto a tutti, non è quello della troppa severità, ma è quello di un misericordismo e di un buonismo di marca roussoiana, che ignora le conseguenze del peccato originale, apre la porta ad un aumento del crimine e della corruzione e scoraggia  coloro che operano per la giustizia.

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Ci si potrebbe inoltre chiedere se era il caso che la questione della pena di morte fosse entrata, prima e dopo, nel Catechismo, il cui compito non è quello di dare soluzione a problemi pratici contingenti, ma di insegnare le verità immutabili della fede. Ad ogni modo, accogliamo serenamente la decisione del Santo Padre, il quale, con questo gesto, se non esercita il suo ministero di maestro della fede, è però nel pieno esercizio delle sue facoltà pastorali, e precisamente della potestas clavium, per incarnare nella storia le perenni esigenze del Vangelo.

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Varazze, 4 agosto 2018

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Meglio il difettoso uomo Jorge Mario Bergoglio di quei cattolici ideologici ciechi e soprattutto disonesti

— attualità ecclesiale —

MEGLIO IL DIFETTOSO UOMO JORGE MARIO BERGOGLIO DI QUEI CATTOLICI IDEOLOGICI CIECHI E SOPRATTUTTO DISONESTI

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Toccando il delicato e doloroso tema dell’aborto, il Sommo Pontefice Francesco I ha usato termini di una pesantezza e di una severità mai usati dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II, che ben sappiamo quanto tenesse a certi temi. Neppure il Venerabile Pontefice Benedetto XVI, pur essendo anch’esso molto preciso e deciso, ha mai fatto ricorso ad analogie così dure. Forse che siano stati frenati dal fatto che uno di nascita era polacco, l’altro di nascita è tedesco? Perché il Pontefice regnante, senza andare per il sottile ha proprio paragonato «l’aborto selettivo» alle peggiori pratiche dei nazisti.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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il Padre Ariel S. Levi di Gualdo a inizi estate, durante uno dei suoi soggiorni in Sicilia, assieme al suo “angelo caduto in volo”.

Vi sono vari modi per cogliere lo spirito animoso dei ciechi ideologi, il principale è sicuramente la mancanza di lucidità critica, dalla quale ne consegue il tentativo di negare a tutti i costi l’evidenza dei fatti anteponendo un «Si, ma però …», con tutto ciò che appresso consegue.

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Il Sommo Pontefice Francesco I, ricevendo e parlando ai delegati del Forum delle Famiglie [testo ufficiale QUI] toccando il tema del matrimonio e negando che una coppia possa essere composta da due uomini o da due donne, quindi ribadendo che questa sacra unione, che è Sacramento di grazia, va letta nella luce del mistero della creazione nel rapporto mistagogico «fatti a immagine e somiglianza di Dio», toccando il delicato e doloroso tema dell’aborto ha usato termini di una pesantezza e di una severità mai usati dal Santo Pontefice Giovanni Paolo II, che ben sappiamo quanto tenesse a certi temi. Neppure il Venerabile Pontefice Benedetto XVI, pur essendo anch’esso molto preciso e deciso, ha mai fatto ricorso ad analogie così dure. Forse che siano stati frenati dal fatto che uno di nascita era polacco, l’altro di nascita è tedesco? Perché il Pontefice regnante ha proprio paragonato «l’aborto selettivo» alle peggiori pratiche dei nazisti [vedere rassegna stampa: QUI, QUI, QUI, QUI, etc ..].

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il mio “angelo caduto in volo”, quanti di questi angeli, oggi non nascono più?

Il Sommo Pontefice ha fatto notare: «Qualcuno vede mai più in giro nani»? E riferendosi alla amniocentesi, con la quale nelle prime settimane di gravidanza è possibile verificare se il feto non è affetto da alcun genere di malformazione, si è ulteriormente richiamato all’epoca classica, quando nell’antica Grecia i bimbi imperfetti erano gettati giù da una rupe e uccisi. E per più volte ha definito l’aborto un «omicidio». A questo aggiungo a titolo personale, poiché da sempre vicino agli affetti da sindrome di Down, che in molti dei Paesi europei più “evoluti” i bimbi down non nascono più, per un motivo semplice: sono ammazzati prima della loro nascita, dopo essere stati dichiarati null’altro che «un grumo di cellule difettose». Invece in altri Paesi, a partire dall’Italia, per i bimbi down ci sono centri di assistenza e di socialità straordinari portati avanti da eccellenti professionisti e da molti volontari che si dedicano a queste creature dotate anzitutto di una iper-affettività a volte davvero incredibile, per non parlare poi della loro innata simpatia.

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Il Sommo Pontefice, nel dipingere la degenerazione sociale ed etica in corso, caratterizzata dal fatto che oggi non si fanno più bambini, non esita a narrare:

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«Una volta ho incontrato due sposi da dieci anni, senza figli. È molto delicato parlare di questo, perché tante volte i figli si vogliono ma non vengono, non è vero? Io non sapevo come gestire l’argomento. Poi ho saputo che loro non volevano figli. Ma queste persone a casa avevano tre cani, due gatti…» [testo ufficiale QUI].

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Sinceramente ci saremmo aspettati di sentire affermare da quelle certe frange cattoliche che esercitano il diritto di critica sulla pastorale di questo pontificato, spesso anche in toni di catastrofico stupore, che il Sommo Pontefice, trattando temi legati alla famiglia, al matrimonio e alla vita, nel condannare certe derive è stato parecchio più duro dei suoi Predecessori; soprattutto nel condannare senza mezzi termini l’aborto legalizzato, indicandolo più volte come un omicidio. Invece, tutti costoro hanno taciuto. Non hanno aperto bocca i grandi organizzatori delle marce ideologiche per la vita e non hanno emesso sospiro i cacciatori di “eresie papali”. Non un rigo di commento è stato pubblicato su Corrispondenza Romana facente capo alla Fondazione Lepanto, neppure due righe vergate dall’ultima coda con movenza nunziante [cf. QUI], forse perché saranno tutti impegnati nella organizzazione dell’ennesimo convegno sul Vecchio e nuovo modernismo, dove saranno relatori diversi autori della Correctio Filialis al Sommo Pontefice? [cf. QUI]. Poi, se dinanzi a queste dichiarazioni del Sommo Pontefice, vogliamo prendere atto di che cosa sia il più cieco e virulento «Si, ma però …», basti leggere l’ultimo articolo sul Blog Rossoporpora [cf. QUI].

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il mio “angelo caduto in volo”, quanti di questi angeli, oggi non nascono più?

Tra queste colonne de L’Isola di Patmos, i difetti e le limitatezze dell’uomo Jorge Mario Bergoglio le abbiamo messe ripetutamente in luce, a volte anche in modo molto severo, specie dinanzi a più fatti ed espressioni pericolosamente ambigue del Sommo Pontefice. Sempre però dicendo e precisando che noi saremo sempre con Pietro e sotto Pietro. Meglio infatti l’uomo difettoso Jorge Mario Bergoglio di certi ciechi cattolici ideologici, ma soprattutto disonesti, che pur di fronte a espressioni di una giusta e straordinaria severità non esitano ad esordire con un «Si, ma però …», se non peggio tacendo completamente.

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Se Stalin, a cui carico sono ascritti milioni di morti ed ancor più numerosi milioni di perseguitati, avesse affermata una cosa giusta, a maggior ragione i suoi critici, proprio per apparire seri, onesti e affidabili, avrebbero dovuto loro per primi mettere in luce quella giusta affermazione, rendendo in tal modo più credibili le loro critiche al dittatore sovietico. Se però a questo non ci arrivano insigni storici, teologi preoccupati per gli attacchi al depositum fidei, giornalisti cattolici, promotori di marce per la vita e organizzatori di convegni dedicato al Pontefice regnante allo scopo di metterne in luce le eterodossie, allora vuol dire che siamo messi parecchio male. E, proprio dinanzi a questo male, memori più che mai dei difetti e delle limitatezze dell’uomo Jorge Mario Bergoglio, noi affermiamo con fede certa che saremo sempre con Pietro e sotto Pietro, perché gli altri «Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!» [Mt 15, 14].

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Era difettoso l’uomo Simone figlio di Giona [cf. Mt 16, 17-18] ed è difettoso l’uomo Jorge Mario Bergoglio, erano gravati di limiti persino i Santi Pontefici Leone e Gregorio Magno, ma nessuno di costoro era cieco, dai piccoli ai grandi. Invece, chi per cieca ideologia non vede e non vuol vedere, può solo guidare verso un fosso. Ovviamente, manco a dirsi: con tutte le migliori intenzioni; esattamente quelle buone intenzioni di cui sono pavimentati tutti i saloni di ricevimento dell’Inferno.

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Roma, 17 giugno 2018

 

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Che cosa è la teologia scolastica e chi sono gli stolti che la disprezzano?

— Thelogica —

CHE COSA È LA TEOLOGIA SCOLASTICA E CHI SONO GLI STOLTI CHE LA DISPREZZANO?

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Ebbene, i nemici della teologia scolastica sono quei discoli divenuti adulti, che oggi insegnano in molte Facoltà teologiche cattoliche e protestanti, e sono tutti quei presuntuosi, che, dalle loro ristrette vedute o nei loro sogni rivoluzionari, mostrano altezzosamente disprezzo, ora con linguaggio grossolano, ora con termini bizantini, per la teologia scolastica, considerandola una sequela aggrovigliata, acritica e piena di pregiudizi e di leggende, di teorie astratte e vuote, incomprensibili, vane, inutilmente sottili, superate, sterilmente polemiche, senza sviluppo, senza senso storico, estranee agli interessi e al modo di esprimersi degli uomini del proprio tempo.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P..

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PDF  articolo formato stampa

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È un pregiudizio frequente che la teologia scolastica sia un periodo della storia della teologia cattolica ormai chiuso, eventualmente col Concilio Vaticano II, che avrebbe dato il via a una nuova teologia chiamata con vari nomi: «trascendentale», «narrativa», «kerygmatica», «esistenziale» ed altri. Altri parlano genericamente di teologia “moderna”, che utilizza la cosiddetta “filosofia moderna” fondata da Cartesio. Sono i modernisti. Essi già ai tempi di San Pio X sostenevano questa tesi, giudicando la teologia scolastica come «ridicolo sistema tramontato già da gran tempo» [cf. QUI]. Pio XII, nell’enciclica Humani Generis, disapprova il «disprezzo della teologia scolastica», che porta a «trascurare e respingere o privare del loro valore i concetti e le espressioni, che da persone di non comune ingegno e santità, sotto la vigilanza del sacro Magistero e non senza illuminazione e guida dello Spirito Santo, sono state più volte con lavoro secolare trovate e perfezionate per esprimere sempre più accuratamente le verità della fede» [cf. QUI].

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L’espressione “teologia scolastica”, dunque, non è una semplice categoria storica, ma una categoria perenne dello spirito, una categoria teoretica o epistemologica, che significa semplicemente quello che dice la parola: quella teologia che si insegna e si apprende nella scuola, dove con questo termine scuola s’intende esattamente quello che comunemente s’intende: istituzione pubblica o privata educativo-formativa, finalizzata sistematicamente e metodicamente alla comunicazione e all’apprendimento del sapere o della scienza. L’istruttore è il maestro o docente e l’apprendista è il discepolo, scolaro o studente. Precisiamo che come è stolto il disprezzo per la teologia scolastica, altrettanto stolto è il disprezzo per la teologia neoscolastica, espressione escogitata da teologi cattolici del secolo scorso, legati all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, i quali fondarono la Rivista di filosofia neoscolastica [cf. QUI]in risposta alla sollecitazione del grande Papa Leone XIII, che, con l’enciclica Aeterni Patris [cf. QUIdel 1879, si fece promotore della rinascita del tomismo [1]. Si potrà discutere sulla scelta degli Autori da loro preferiti, ma non c’è dubbio che l’espressione in se stessa è più che legittima, a significare la capacità di sviluppo, di progresso e di rinnovamento proprio della filosofia e della teologia scolastiche.

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La teologia scolastica è dunque quella che si può e deve a buon diritto chiamare anche teologia “scientifica”, contro una cosiddetta “teologia scientifica”, che pretenderebbe di utilizzare il concetto positivistico di scienza al posto della scienza metafisica. Certo, può far problema pensare che la teologia possa essere una scienza, perché ciò implica evidenza di princìpi, univocità di concetti, deduzione e dimostrazione razionale [2]Occorre pertanto precisare che la teologia è scienza non in quanto prende inizio dalla ragione o da evidenze razionali, perché i suoi princìpi e assiomi di partenza sono le verità di fede; e tuttavia è scienza in quanto procede sillogisticamente o deduttivamente usando argomenti di convenienza, per cui la certezza della conclusione è di tipo razionale, ma esplicita un dato di fede, per cui, se la conclusione viene negata, ne segue la negazione di un dogma. Per esempio, che nell’inferno sia presente la divina misericordia non risulta dalle parole di Cristo, ma è una conclusione che si può trarre con certezza, che però non è certezza di fede, benché quanto dice Cristo sui dannati sia verità di fede.

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La coltivazione teologica dell’intelletto, però, sia in Aristotele che nella Bibbia, comporta due gradi, il primo subordinato al secondo: il primo è la scienza [gr. ἐπιστήμη ebraico daàt מדע]. In questo grado l’intelletto [gr. νοῦς, eb. binà רבו], partendo dai princìpi primi immediatamente intuìti del senso comune, mette in moto la ragione [gr. λόγος, eb. dabàr סיבה], la quale, mediante il sillogismo, giunge a conclusione certa; da questo grado razionale l’intelletto poi sale al secondo, quello della sapienza [gr. σοφία, eb. hokmàh אינטלקט], nel quale l’intelletto non solo sa, ma gusta quello che sa e ne gode. La scienza coglie il vero. La sapienza coglie il vero come buono e bello [cf. Platone QUI, QUI e QUI]. La teologia scolastica si ferma al primo grado, ma pone le condizioni per salire al secondo, che è quello proprio della teologia mistica.

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Purtroppo, però, come sappiamo bene, l’idea di scuola, disciplina e studio dà sempre fastidio a qualcuno, soprattutto ai pigri, ai ciarlatani, ai presuntuosi, agli invidiosi e ai falsi novatori. Chi, quando faceva le scuole elementari, non ha visto, sulla parete dell’edificio scolastico, la scritta «Abbasso la scuola!»? Ebbene, i nemici della teologia scolastica sono quei discoli divenuti adulti, che oggi insegnano in molte Facoltà teologiche cattoliche e protestanti, e sono tutti quei presuntuosi, che, dalle loro ristrette vedute o nei loro sogni rivoluzionari, mostrano altezzosamente disprezzo, ora con linguaggio grossolano, ora con termini bizantini, per la teologia scolastica, considerandola una sequela aggrovigliata, acritica e piena di pregiudizi e di leggende, di teorie astratte e vuote, incomprensibili, vane, inutilmente sottili, superate, sterilmente polemiche, senza sviluppo, senza senso storico, estranee agli interessi e al modo di esprimersi degli uomini del proprio tempo.

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Ora,  “teologia scolastica” non è semplicemente, come vorrebbero farci credere costoro, una stagione storica della teologia, sorta nel XII secolo, sclerotizzatasi, a loro dire, nei secoli XVI-XVII, mummificatasi nel XIX secolo e definitivamente dissoltasi, come sostiene Rahner, col Concilio Vaticano II, per essere sostituita dalla teologia di Rahner, come pensano oggi molti. Per questo non ha senso contrapporre la teologia scolastica, che alcuni chiamano «classica», a una supposta teologia «moderna», che l’avrebbe soppiantata e che sarebbe adatta alla modernità. Esiste piuttosto una teologia scolastica antica e una teologia scolastica moderna. È evidente che oggi il teologo postconciliare è tenuto a praticare la scolastica moderna ed anzi a farla avanzare, anche se in quella antica è sempre possibile rivisitare, sviluppare o riprendere temi o spunti, che erano rimasti in uno stato di insufficiente elaborazione o svolgimento o soltanto di abbozzo.

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Il termine classis, da cui «teologia classica», comporta l’idea della distinzione chiara, precisa e ordinata: la classificazione, virtù importante della mentalità romana. La Grecia ha kategoria, che, a livello della predicazione, implica la stessa cosa, soprattutto la concettualizzazione. Il corrispondente nella Sacra Scrittura è dabàr סיבה, la parola, il λόγος, come atto chiarificatore della mente. Così il testo classico è assimilabile al testo sacro e quindi al dogma. Il primo ha carattere profano, razionale, filosofico; il secondo, religioso e teologico. L’uno e l’altro è inviolabile, inderogabile ed intangibile; dev’essere accuratamente ed esattamente compreso ed insegnato, gelosamente custodito e conservato nella sua integrità. È verità certa, fondante, definitiva, regolatrice ed assoluta, è sorgente perenne di sapienza per tutte le generazioni. Può essere commentato ed approfondito, ma non cambiato o migliorato. Interpretato, ma non reinterpretato, perché non muta di significato nel tempo, ma il suo senso è sempre quello.

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Quindi, tirare fuori il pretesto della storia e del “progresso”, come fanno i modernisti, per cambiare il significato alle verità perenni della ragione e della fede, è una truffa degna del massimo disprezzo. I modernisti, profanatori del sacro, confondono infatti il dovere sacro di conservare la sacra tradizione e il testo sacro con il conservatorismo gretto e miope di chi si rifiuta di imparare e di avanzare sul cammino della verità, aperti al soffio dello Spirito Santo, confondendo l’immutabilità con l’immobilismo e la saldezza con la rigidità della morte. E non ci vengano, costoro, a farsi difensori di SanTommaso e della teologia scolastica!.

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CARATTERI DELLA TEOLOGIA SCOLASTICA

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Riprendiamo il discorso. Così dunque come esiste una cultura classica, esiste certamente una teologia classica, i cui valori, avendo un carattere perenne ed assoluto, devono essere conservati e sviluppati. È necessario pertanto che il teologo, saggio estimatore della sana modernità, non accecato o sviato dai paraocchi della miopia modernista, non tratti con sussiego e presunzione il ricchissimo patrimonio, inestimabile ed immarcescibile, della classicità, se non vuol tornare alla barbarie e al nichilismo dell’antichità.

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La teologia scolastica, come dice la parola, non è altro che quella teologia che si apprende e viene insegnata nella scuola, intesa appunto come istituzione educativa, ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa, finalizzata all’istruzione ed alla comunicazione o trasmissione metodica, sistematica e socialmente o pubblicamente organizzata del sapere. Nel caso della teologia scolastica, il sapere che viene appreso e insegnato è la teologia. Si capisce allora come, alla luce di questa definizione semplice e logica, il parlare di un’estinzione della teologia scolastica ad opera del Concilio, che al contrario ne raccomanda caldamente la prosecuzione e il progresso sotto la guida di San Tommaso d’Aquino, è una grave stoltezza.

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Certamente, la teologia scolastica o della scuola non è l’unica forma di teologia. Si può diventare teologi e grandi teologi, addirittura Dottori della Chiesa, senza aver frequentato una scuola ufficiale o accademica di teologia, senza aver ottenuto un titolo accademico e tanto meno senza aver insegnato teologia in una scuola o facoltà della Chiesa. L’importante, certo, è lo studio, che può essere sotto la guida di un maestro, ma l’apprendimento può avvenire anche in modo autodidatta, per mezzo o della ricerca o della lettura personale o della meditazione. Abbiamo allora la lectio divina della tradizione monastica. Oppure la conoscenza di Dio può avvenire per esperienza interiore nella carità, come dono dello Spirito Santo, e allora abbiamo la teologia mistica. Questa teologia può essere praticata da chiunque, uomo o donna, giovane o adulto, dotto o indotto, laico o religioso. In ogni caso il cattolico ha il dovere di far teologia sottomettendosi all’interpretazione che la Chiesa dà della divina Rivelazione.

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La teologia scolastica, invece, nella conoscenza del dato rivelato, utilizza le risorse della ragione umana, come la logica, l’esegesi biblica, le scienze bibliche, la patrologia, la dottrina della Chiesa, l’agiografia, l’antropologia, l’etica naturale, la storia, le scienze naturali, la metafisica e la teologia naturale, utilizzando un metodo induttivo-deduttivo, quindi scientifico. La teologia scolastica è scienza di conclusioni razionali tratte dal dato rivelato [3]. La teologia scolastica assicura la formazione teologica seminariale del sacerdote, di per sé non obbligato a conseguire titoli superiori, salvo che intraprenda la carriera del teologo docente nelle facoltà ecclesiastiche.

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La teologia scolastica si divide in teologia naturale e teologia rivelata o soprannaturale. La prima è fondata sulla sola ragione e fa parte della filosofia; la seconda si basa sul dogma. Quest’ultima comprende due discipline fondamentali: la dogmatica e la morale. La prima considera le verità di fede speculative; la seconda, quelle pratiche. La propedeutica alla teologia rivelata costituisce la teologia fondamentale o apologetica, la quale fa da introduzione alla teologia rivelata, dimostrando i motivi di credibilità della Rivelazione, le ragioni del credere e risponde alle obiezioni. La teologia scolastica, inoltre, è di aiuto al Magistero nella preparazione dei suoi documenti, nel proporgli temi da trattare o problemi da risolvere, nell’interpretarne e difenderne gli insegnamenti, nella rispettosa critica di direttive pastorali imprudenti o inopportune, e nel segnalargli le eresie pericolose in circolazione, suggerendo come confutarle.

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LA DEFORMAZIONE DELLA TEOLOGIA SCOLASTICA AD OPERA DI LUTERO

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Lutero, invece, benché fosse dottore in teologia, con la sua ribellione alla Chiesa Romana, rinnegò la sua formazione scolastica, e pretese di basare la teologia esclusivamente sulla Sacra Scrittura e sulle scienze bibliche, non nell’interpretazione della Chiesa, ma sul suo giudizio personale. Egli pensò che la teologia scolastica, soggetta alla dottrina della Chiesa, che aveva appreso, non gli fosse servita per approfondire la verità del dato rivelato, ma che al contrario lo ingannasse circa la verità del Vangelo, in quanto mediata sia dalla ragione, che egli credeva totalmente corrotta dal peccato, sia dal Magistero della Chiesa, che egli considerava fallibile. Ovviamente Lutero, nonostante la sua polemica contro la ragione, onde evitare di cadere nell’irrazionalità, si trova ben obbligato ad usare comunque la ragione; tuttavia, mancando di una razionalità purificata e disciplinata nella logica, finisce per fraintendere quella Parola di Dio, che egli crede, liberatosi dalla filosofia scolastica, di contattare direttamente, senza farsi aiutare da essa.

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Abbiamo così il paradosso dell’immensa produzione della teologa protestante, organizzata a livello universitario ed accademico che, da Lutero ad oggi, da una parte affetta disprezzo per la teologia cattolica scolastica approvata dalla Chiesa, per esempio San Tommaso con la sua scuola, mentre dall’altra non ha fatto altro che costruire un’altra scolastica, peraltro senza la purezza dottrinale e la piena fedeltà al Vangelo proprie della scolastica cattolica, nonostante l’incalcolabile quantità di energie intellettuali profuse e di studi indefessi nel corso dei secoli. È un grave fraintendimento dell’insegnamento del Concilio il credere che esso promuova un progresso e un rinnovamento della teologia con l’ordinare l’abbandono della teologia scolastica. Sarebbe una disposizione insensata, non un progresso, ma un tornare indietro nella storia della teologia ai tempi della teologia monastica del sec. XI, o addirittura alla teologia omiletica e biblica dei Padri, prima che Abelardo e San Anselmo fondassero e dessero il via alla teologia dialettica e scientifica, che è appunto la teologia scolastica.

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LE ORIGINI DELLA TEOLOGIA SCOLASTICA

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La teologia scolastica è sorta a seguito della rinascita intellettuale del sec. XII e XIII, soprattutto per impulso dei Domenicani, presto seguìti dai Francescani, con l’approvazione e l’appoggio del Papato. Da qui la fondazione delle Facoltà teologiche di Parigi, di Oxford e, nel XIV secolo, di Bologna, dopo la fondazione dell’Università di Bologna nel XI secolo. Nel corso dei secoli successivi fino ad oggi il Papato ha sempre avuto cura della qualità, del buon andamento e dello sviluppo della teologia scolastica, ossia delle scuole e delle Facoltà della Chiesa, in modo particolare che fossero conformi al dogma e potessero quindi usare correttamente della ragione, della filosofia e delle scienze per l’introduzione e la giustificazione del dato rivelato e per l’interpretazione, l’esplicitazione, la spiegazione, la difesa, l’approfondimento e la diffusione della Parola di Dio.

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Così, ciò che, seguendo questa linea educativa ininterrotta, il Concilio Vaticano II e il Magistero papale promuovono fino ai nostri giorni [4] riguardo alla teologia, non è affatto, contrariamente a quanto vorrebbero i modernisti di ieri e di oggi, l’abbandono dei metodi collaudati, degli enunciati fondamentali e dei princìpi perenni della filosofia scolastica [5], quanto invece l’allargamento e l’affinamento della sua sensibilità, dei suoi interessi e dei suoi orizzonti, la prosecuzione delle ricerche, il consolidamento e l’approfondimento dei dati acquisiti, il recupero dei valori dimenticati, la correzione di vedute superate, la vigilanza contro gli errori insorgenti, la deduzione di nuove conclusioni scientifiche, l’apertura di nuove piste di indagine, la formulazione di nuove ipotesi esplicative, una maggiore attenzione ai valori ed ai difetti della modernità, una maggiore collaborazione reciproca fra teologi, una maggiore libertà di pensiero, sempre nell’obbedienza al Magistero, nella fuga da ogni esibizionismo ed individualismo, il miglioramento dell’apertura ecumenica, evangelizzatrice e missionaria, nell’opera di inculturazione, nel dialogo interreligioso, interdisciplinare ed interculturale, l’uso di un linguaggio maggiormente comprensibile all’uomo d’oggi.

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La teologia scolastica, pur nella comune accettazione della dottrina cattolica, abbraccia una pluralità di correnti e di scuole, che rispecchiano diversi livelli di perfezione teoretica e una varietà di impostazioni, di orientamenti, di accentuazioni e di preferenze. Secondo il criterio della fondatezza, del rigore argomentativo e logico, nonché di perfezione speculativa, la Chiesa dà la palma a San Tommaso, senza escludere gli altri Dottori. Badando al fatto della diversità, gli orientamenti principali sono l’affettivismo bonaventuriano, che si distingue dall’intellettualismo tomista e questi dal volontarismo univocista scotista, distinto a sua volta dal volontarismo essenzialista suareziano. Ma all’interno della stessa scuola tomista non mancano le sfumature come tra il Capreolo e il Gaetano, dei quali il primo pone la sussistenza della persona nella linea dell’essere, mentre il secondo la pone nella linea dell’essenza [6].

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LA DECANDENZA SCOLASTICA MEDIOVALE

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Nelle scuole di teologia patrocinate dalla Chiesa non sono mancate, nei secoli, pericolose deviazioni, le quali, se per un certo tempo hanno potuto essere tenute a bada dalla vigilanza della Chiesa, in seguito, per il sorgere di Università e istituti accademici laici indipendenti o addirittura ostili alla Chiesa cattolica, per esempio protestanti, per la loro incompatibilità col dogma cattolico, hanno dato origine a lungo andare a filosofie e teologie anticristiane. Sono, questi, per esempio, i casi famosi di Abelardo nel XII secolo e di Guglielmo di Ockham nel XIV secolo.

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Meister Eckhart era dottore in teologia, ma non esercitò la docenza, bensì si limitò alla predicazione ed agli scritti. Fu uomo pio e addirittura un mistico. Tuttavia ebbe alcune espressioni che sapevano di cristologia panteistica [«io sono Cristo»], che gli procurarono una condanna dopo morte nel 1329 da parte di Giovanni XXII, condanna, però, alla quale egli umilmente promise di sottomettersi, nel caso essa fosse avvenuta, e per questo atto di umiltà egli ricevette le lodi del Papa, che pur aveva disapprovato alcune sue tesi, e non fece, come alcuni vanitosi dei nostri giorni, che si fanno vanto di contestare il Magistero della Chiesa e riescono ad evitare la condanna o per le vergognose protezioni di cui godono o per la loro astuzia o per la scarsa vigilanza dei pastori.

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Quanto ad Abelardo, il quale risolveva la morale nell’aspetto soggettivo-inenzione respingendo quello oggettivo-contenutistico, fu condannato, su segnalazione di San Bernardo, dal Concilio di Sens del 1141. Invece Ockham, più astuto, riuscì a riscuotere credito clandestinamente all’interno della Chiesa, benché in costante contrasto con lei, per cui fu condannato nel 1348. Ma ciò non impedì ai suoi discepoli, per alcuni secoli, come per esempio Gabriel Biel, nel XV secolo, di ottenere uno spazio all’interno della teologia ecclesiale, tanto che Lutero, come è noto, si vantò di essere discepolo di Ockham, mentre i Domenicani, che non si lasciavano abbindolare facilmente [7], soprattutto col Card. Gaetano nel XVI secolo, combatterono duramente suoi errori. Ma l’occamismo, che dette origine all’empirismo inglese, forte della raccomandazione luterana, è sopravvissuto fino ai nostri giorni, oltre che naturalmente nella teologia luterana, essendo sfociato nell’attuale modernismo, soprattutto nelle correnti esistenzialistica, storicista, fenomenologia ed empirista.

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Il concretismo occamista conduce anche al materialismo. Lo stesso idealismo trascendentale, per quanto lontano dall’occamismo per il suo spiritualismo razionalista, ha in fondo un’anima nominalistica, evidente in Kant, nel momento in cui per lui l’astrazione non serve a cogliere l’essenza delle cose e la realtà universale dell’ente, partendo dall’esperienza, ma solo a dedurre a priori un’idea da un’altra. La dottrina kantiana del fenomeno ricorda molto l’intuizione occamista del concreto. Facciamo un elenco degli errori di Guglielmo di Ockham, germi patogeni del pensiero dei secoli seguenti fino ad oggi.

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  1. Oggetto della metafisica non è l’ente universale, ma quello singolare concreto, immediatamente esperito.
  2. L’operazione astrattiva allontana dal concreto e quindi dalla realtà.
  3. Con l’astrazione non si coglie un’essenza reale universale, ma solo una vaga immagine generale, che si designa con un nome [“nominalismo”], che raccoglie e designa una collezione di individui simili fra di loro.
  4. Dato che l’universale non ha realtà oggettiva, ma è solo un nome, non esistono necessità logiche fondate su di un’essenza oggettiva universale, ma solo fatti empirici mutevoli e contingenti, collegati tra di loro per associazione di idee. Per questo non si può dare una dimostrazione razionale certa, inconfutabile o inoppugnabile, ma solo conclusioni probabili e sempre rivedibili.
  5. Il vero non è tale perché l’intelletto si adegua al reale, ma perché la volontà vuole che sia vero.
  6. Quindi il bene non è ricavato dal vero, ma è deciso dalla volontà.
  7. Dio non vuole qualcosa perchè è bene, ma qualcosa è bene perchè Dio lo vuole.
  8. Dunque la legge morale non si fonda su di una natura umana oggettiva, universale e astratta, ma solo sulla natura concreta: la natura umana è quella data e singola natura umana e la somma degli individui. La legge morale, quindi, non dipende dalla verità dell’uomo, ma solo dalla volontà di Dio, che, se volesse, potrebbe decretare come bene l’omicidio o l’adulterio.
  9. Così per me, se voglio imitare la libertà divina, non esistono valori non negoziabili, ma li accetto solo se mi conviene.

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LA FILOSOFIA LAICA CONTRO LA TEOLOGIA SCOLASTICA

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La teologia scolastica, come abbiamo visto, sorse per iniziativa della Chiesa, in particolare del Concilio Lateranense IV del 1215, che ordinò ai vescovi di farsi aiutare da buoni teologi per l’istruzione e la formazione del clero. Era ovvio che i docenti dovessero essere sacerdoti, religiosi o secolari. Fu questa la grande chance per la nascita dell’Ordine Domenicano. Infatti San Domenico si appoggiò su questo canone del Concilio per dare il via al suo Ordine di Predicatori, mandando i suoi frati ad addottorarsi nei principali centri teologici di allora, Parigi, Bologna ed Oxford, e perché formassero buoni sacerdoti e vescovi da mettere a disposizione del Papa perché li inviasse a predicare il Vangelo in tutta Europa.

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Nel Medioevo, come è noto, la cultura filosofica e teologica si svolgeva sotto la presidenza e la protezione della Chiesa, ed era praticata da sacerdoti e religiosi, perché era ordinata alla formazione culturale dei sacerdoti e dei vescovi. La filosofia era esclusivamente al servizio della teologia e quindi della fede. Ma già nel Medioevo, soprattutto dietro lo stimolo dei Domenicani, valorizzatori, con SanTommaso d’Aquino, San Alberto Magno e Santa Caterina da Siena, della funzione dei laici, dei valori umani e civili, della scienza, delle arti e della razionalità, cominciarono a farsi strada, nel campo della filosofia e della teologia, anche i laici. Esempio fra tutti, benché allora molto raro, fu Dante Alighieri.

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Ma l’exploit della cultura laica, che tendeva a sottrarsi alla supervisione della Chiesa, dopo le prime avvisaglie con la Scuola Palatina di Carlo Magno nel IX secolo e Scoto Eriugena, e la Corte di Federico II di Sicilia nel XIII secolo, fu l’Umanesimo italiano del XV secolo e ancor più il Rinascimento, che giunse ad essere un vero e proprio ritorno di paganesimo, con la sua albagia, la sua carnalità, la sua dissolutezza e le sue superstizioni.

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L’Umanesimo italiano del ’400 ebbe, per impulso di Lorenzo de’Medici, quindi al di fuori delle istituzioni accademiche ecclesiastiche, la sua anima teologica nell’Accademia Platonica fondata da Marsilio Ficino, fattosi prete a 50 anni, ma già affermato nel campo della teologia e della mistica di tendenza ermetica e platonica. Nell’ambiente fiorentino ecco dunque fiorire il pensiero politico volpino di Machiavelli e l’umanesimo paganeggiante di Giovanni Pico della Mirandola, inutilmente contrastato dal Savonarola, vero teologo scolastico, benché estraneo all’istituzione accademica della Chiesa, ed anzi perseguitato da Papa Alessandro VI, smanioso di dominare sull’appetibile Firenze attraverso i Medici.

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Col sorgere del Rinascimento, il Papato perde progressivamente sia il prestigio teologico sia quello morale sulla cristianità europea, per cui ecco il moltiplicarsi di filosofi e teologi laici, che sempre più si mettono in urto con la teologia della Chiesa, ossia la teologia scolastica, come ad esempio nel secolo XVI, il sensista materialista Bernardino Telesio e Pietro Pomponazzi dell’Università di Padova, il quale negava l’immortalità dell’anima con la pretesa di rifarsi ad Aristotele. In questo clima, a completare la desolazione dei tempi, in opposizione al paganesimo rinascimentale, ma anche purtroppo alla teologia scolastica, facendo di tutte le erbe un fascio, come è noto, ci mancava che sorgesse la riforma luterana, ulteriore colpo alla teologia scolastica, benché questa volta si trattasse, con Lutero, di un teologo formato nella teologia scolastica. Ma ecco che Lutero, dopo un inizio che parve essere sincero e promettente, fece chiaramente comprendere alla Chiesa che sotto la copertura di un’apparente fede fervorosa e fiduciosa in Cristo misericordioso, continuava ad ardere la stessa fiamma impura dell’orgoglioso ed egocentrico io rinascimentale.

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Il Concilio di Trento ripristina la teologia scolastica gravemente danneggiata e deplorevolmente calunniata da Lutero, ed avvia, con una rinnovata raccomandazione della dottrina dell’Aquinate, una nuova vigorosa e feconda stagione della teologia scolastica, che ha un suo importante esponente in Francesco Suarez, il cui sistema, come è noto, cerca di accostare Tommaso, Scoto ed Ockham. Questo sincretismo prepara l’avvento di Cartesio, il quale, come è noto, fu allievo di Gesuiti.

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CARTESIO NEMICO DELLA TEOLOGIA SCOLASTICA

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Ma con Cartesio, nel sec. XVII, la filosofia dei laici diventa ancora più arrogante e, avanzando la stolta anche se fascinosa pretesa di aver trovato il primo incontrovertibile principio della certezza e della verità non nell’adesione o adaequatio dell’intelletto all’ente sensibile conosciuto per mezzo dei sensi — la tomistica ed aristotelica quidditas rei materialis —, ma in una immediata ed originaria — in realtà inesistente — coscienza di pensare. Tale coscienza non era quindi ricavata da una precedente esperienza delle cose sensibili, ma da quella autocoscienza [«cogito»], che Cartesio vorrebbe identificare con la coscienza di esistere («sum»), con la conseguenza che il cogito viene ad identificarsi col sum [Hegel] o il sum viene «posto» (setzt) dal cogito [Fichte].

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È chiaro che questa concezione del principio del sapere, che implica una concezione idealistica del principio dell’essere, è il totale sovvertimento della filosofia e della teologia scolastiche; non solo, ma è anche il sovvertimento delle basi della ragione e della fede cristiana. Il che è ancora più grave, nonostante le assicurazioni di Cartesio in contrario. Benché dunque si parli di una scuola cartesiana e si siano fatti tentativi — per esempio Malebranche e Leibnitz, fino ad Hegel, e Gioberti, gli ontologisti dell’800, Bontadini e i modernisti — di costruire una teologia sulla base del cogito, questi tentativi sono falliti o illusori, e per questo la Chiesa, mentre da una parte ha messo all’Indice le opere di Cartesio nel 1663, da allora non ha fatto che raccomandare, fino al Concilio Vaticano II ed oltre, una teologia scolastica basata sulla visione aristotelico-tomista.

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Per questo, è estremamente deplorevole che oggi come oggi l’influsso cartesiano-idealista, per opera dei modernisti, senza significativi interventi dell’autorità ecclesiastica, sia penetrato nelle stesse istituzioni accademiche della Chiesa, con la conseguenza di formare sacerdoti, vescovi e teologi sedicenti «progressisti», senza carattere e senza personalità, come canne sbattute dal vento, pavidi ed opportunisti, oppure ambiziosi e vanagloriosi, proni a servire e a cercare consensi dal mondo. Il cartesianismo è così alle origini dell’idealismo trascendentale tedesco del XIX secolo, tuttora vivo in quanto questo idealismo è congiuntamente uno sviluppo del luteranesimo. Ma non si può considerare vera teologia scolastica, ossia scientifica, perché non ha fondamento né nella ragione né nella fede, ma è quella che Antonio Livi chiama giustamente una «equivoca filosofia religiosa»[8].

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Ma Cartesio è anche alle origini dell’illuminismo e della dottrina massonica, oggi pure potente nel mondo. È anche all’origine della fenomenologia husserliana. Heidegger deriva da Husserl. Severino è un idealista eternalista. Quanto all’occamismo, esso è ancora vivo nell’empirismo inglese e nell’esistenzialismo. Il marxismo è sorto da un’opposizione ad Hegel. L’idealismo a sua volta è stato ed è l’ispiratore del modernismo, del quale il Concilio ha saputo cogliere le istanze positive, eliminando il veleno, sicché la teologia scolastica oggi può valersi di queste istanze purificate dal Concilio.

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SE VOGLIAMO CUSTODIRE IL DOGMA, DOBBIAMO CONTINUARE E MIGLIORARE LA TEOLOGIA SCOLASTICA

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Oggi, nelle stesse istituzioni educative, scolastiche ed accademiche della Chiesa, non esiste quasi più da nessuna parte l’intento di fare filosofia scolastica in continuità, sia pur progredita, con quella dei secoli passati, e spesso si è perduto o si disprezza il concetto stesso di teologia scolastica, così come lo abbiamo definito in conformità con il Magistero della Chiesa. Si crede, con Rahner, che la teologia scolastica o «neoscolastica», come la chiamano, sia finita col Concilio Vaticano II: cosa che in realtà è assolutamente falsa, giacché, come è noto al di fuori di chi non vuol sapere, proprio questo grande Concilio è quello che, diversamente da tutti gli altri, ha raccomandato San Tommaso, Principe degli Scolastici [9].

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E c’è da notare peraltro che il discepolato tomista non richiede sempre un’assoluta uniformità di pensiero, ma dà spazio ad una certa diversità di opinioni. Per esempio, il concetto di sussistenza della persona può essere avvicinato o all’essenza o all’esistenza. Nel primo caso appare più chiaro l’elemento dell’immutabilità dell’essenza e quindi dell’immutabilità della legge morale; nel secondo caso, invece, appare più chiara la concretezza e la mutabilità esistenziali di ogni singola persona, per cui è facilitata la giusta applicazione della legge morale nei casi concreti.

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A partire dall’immediato post-concilio hanno così cominciato ad affermarsi, nelle scuole della Chiesa, delle forme e dei metodi di teologia, i quali, benché comunque obbligati ad organizzare giuridicamente e tecnicamente le scuole, si sono di fatto deliberatamente rifiutate di porsi in continuità, sia pur progressiva e innovatrice, con la precedente teologia scolastica, col triste risultato di avviare cattive scuole, di carattere modernista, semenzai di eresie, per l’assenza o la falsificazione dei valori, dei princìpi e dei metodi antichi di secoli, sicuri e comprovati, della precedente teologia scolastica. In questi cinquant’anni dal Concilio vi sono stati vari tentativi di rinnovare, correggere, ammodernare e migliorare l’insegnamento, la didattica e i contenuti della teologia negli istituti della Chiesa, ma purtroppo si è in gran parte avviato e prodotto un falso rinnovamento, che in realtà è decadenza e imbarbarimento di tipo modernistico, per lo più influenzato dal protestantesimo e dall’idealismo tedesco.

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Un segno evidente di questo grave degrado culturale, è lo spregio quasi universale nel quale è tenuta la metafisica, soprattutto nella sua impostazione realistica, qual è quella di San Tommaso, che è proprio quella raccomandata dalla Chiesa. Sulle nozioni fondamentali della metafisica, che poi sono quelle più originarie, spontanee, evidenti ed incontrovertibili della ragione, impera la più crassa ignoranza, al posto della quale ci si accontenta delle creazioni fantastiche, della favolistica e della mitologia. Ovviamente enorme è il danno per la comprensione del dogma, che viene falsificato o svuotato di senso, dato che esso è per lo più formulato in concetti metafisici.

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Al di là dell’orpello delle strutture, dell’erudizione storica e dei servizi tecnici, il livello scientifico, intellettuale e sapienziale è spesso disceso al di sotto di quello medioevale. Eresie prenicene o protestanti, che si credevano superate da secoli, si sono ripresentate, ed anzi sono oggi in auge, come se la Chiesa in tutto questo tempo nulla avesse insegnato o chiarito. Il modernismo, che sembrava esser stato sconfitto da San Pio X, ha invece covato sotto la cenere, ed è tornato allo scoperto peggio di prima, dopo il Concilio, falsamente presentandosi come il suo interprete. Le tendenze teologiche, ormai dominanti negli istituti ecclesiastici, che oggi si contendono la successione alla teologia scolastica, sono la teologia della liberazione di Schillebeeckx e la teologia trascendentale di Rahner. Entrambi, a parte le loro caratteristiche proprie, ripudiano la teologia speculativa e sono soggette ad influssi protestanti e massonici.

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La teologia modernista, col pretesto della predicazione e dell’evangelizzazione, sulla spinta di Lutero, seguìto da Barth e Bultmann, si risolve nella teologia «kerygmatica», ridotta così o a pastorale [Rahner] o a prassi di liberazione [Schillebeeckx]. Invece, la teologia, come scienza o conoscenza speculativa e dimostrativa, sistematico-deduttiva di un insieme ordinato completo, logicamente connesso, di proposizioni fisse, certe, precise ed immutabili, è ripudiata o come impossibile o come residuo medioevale o come insieme di schemi antiquati, astratti, astorici e rigidi, incapaci di incidere sul concreto dell’esistenza.

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Altra caratteristica della teologia modernista è il suo storicismo, [Kasper, Küng, Grillo, Forte e Bordoni], dipendente dalla sua negazione di una verità immutabile e sovrastorica. Non si tratta tanto di ridurre la teologia alla storia della teologia, il che sarebbe già un errore, ma si tratta di un errore più grave, che concerne la stessa produzione formale del sapere: lo stesso far teologia non è un ragionare o dedurre o un dimostrare, ma un narrare, un raccontare. L’«evento» [Ereignis] si sostituisce al concetto e quindi al dogma. Con ciò non intendo dire che un dogma non possa avere come contenuto un fatto storico, per esempio la crocifissione di Cristo, ma nello storicismo è l’atto stesso del sapere che è un «evento»; dal che il divenire o mutare dello stesso oggetto formale dell’atto e quindi l’impossibilità di una verità immutabile.

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Una corrente teologica sorta di recente nell’ambito della teologia morale in particolare in rapporto alla vasta problematica concernente l’etica sessuale e familiare, è la cosiddetta queer theology (queer =strano, bizzarro), ma meglio denominata dai teologi seri «pornoteologia», secondo una espressione coniata a inizi anni Settanta dal Padre Cornelio Fabro. Si tratta infatti di una sconcia tendenza pseudoteologica ed ereticale, la quale sostituisce la legge naturale, giudicata “astratta”, ”superata” e ”rigida”, con l’obbedienza cieca alla pulsione istintiva e soggettiva del piacere sessuale, la «libido» freudiana, in base alla quale ognuno è libero di scegliere il «proprio orientamento sessuale». Si tratta, in fondo, di una spudorata ripresa del vecchio epicureismo pagano, sempre allettante per gli uomini carnali, con un’ipocrita verniciatura teologica [povera teologia!], dove di divino non c’è niente, ma solo la pura esaltazione del piacere.

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Davanti a un tale imbarbarimento e abbrutimento della teologia, sotto i più vani e speciosi pretesti e le false apparenze della “odernità postconciliare”, occorre allora dire a chiare lettere che il Concilio Vaticano II, il cui indirizzo negli studi teologici trova un luminoso orientamento ed una poderosa sollecitazione ed applicazione nell’enciclica Fides et Ratio di San Giovanni Paolo II [cf. QUI], alla quale hanno fatto seguito l’enciclica Lumen Fidei [cf. QUI] e la recente Costituzione Apostolica di Papa Francesco Veritatis Gaudium [cf. QUI], col suo richiamo a San Tommaso d’Aquino, conferma autorevolmente l’attualità e l’importanza della teologia scolastica per la formazione del clero e per confrontarsi costruttivamente con i valori e gli errori della modernità.

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Varazze, 17 giugno 2018 

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NOTE

[1] Vedi la commemorazione di questo avvenimento negli Atti del convegno promosso dalla diocesi di Perugia nel 2003, pubblicati a Perugia nel 2004, “La filosofia cristiana tra Ottocento e Novecento e il Magistero di Leone XIII”.

[2] Cf il numero monografico di Divus Thomas, Il destino ecclesiale della teologia come scienza, n.40, gen.-apr., 1/2005; A.Livi, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012.

[3] Cf A.Gardeil, Le donné révélé et la théologie, Les Editions du Cerf, Paris 1932.

[4] Vedi la recente Costituzione Apostolica di Papa Francesco “Veritatis gaudium” sulla riforma degli studi ecclesiastici.

[5] Cf. G. Mattiussi, SJ, Le XXIV tesi della filosofia di SanTommaso d’Aquino approvate dalla S. Congregazione degli Studi, Tipografia della Pontificia Università Gregoriana, Roma 1947.

[6] U. Degl’Innocenti, Disaccordo del Capreolo col Gaetano a proposito della personalità, in Il problema della persona nel pensiero di SanTommaso, Libreria Editrice della pontificia Università Lateranense, Roma 1967, pp.122-154.

[7] Occorre arrivare al sec. XX, con la corrente di Schillebeeckx, per avere Domenicani carenti di senso critico e vittime dei pregiudizi moderni.

[8] Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012.

[9] Cf. Optatam Totius,  16 QUI e Gravissimum Educationis, 10 QUI.

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il no del Sommo Pontefice Francesco I all’ammissione degli omosessuali nei seminari? il dramma della decadenza morale del clero nasce dalla mancanza di adeguata formazione, è così che finiamo poi col ritrovarci con un esercito di checche e checchine, dive e divine all’interno del corpo ecclesiastico

— Attualità ecclesiale —

IL NO DEL SOMMO PONTEFICE FRANCESCO I ALL’AMMISSIONE DEGLI OMOSESSUALI NEI SEMINARI? IL DRAMMA DELLA DECADENZA MORALE DEL CLERO NASCE DALLA MANCANZA DI ADEGUATA FORMAZIONE, È COSÌ CHE FINIAMO POI COL RITROVARCI CON UN ESERCITO DI CHECCHE  E CHECCHINE, DIVE  E DIVINE  ALL’INTERNO DEL CORPO ECCLESIASTICO

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il raccomandare di non ammettere un gay in seminario, come di recente ha fatto il Sommo Pontefice Francesco I, è solo la parte finale di un lavoro allo stato attuale impossibile da farsi, se prima non si va a colpire con ferro e fuoco certi vescovi e potenti cardinali. Contrariamente, dire ai Vescovi d’Italia riuniti in assemblea plenaria che non bisogna ammettere in seminario persone che siano anche e solo sospettate di tendenze omosessuali, sarebbe come andare a grattare con un cucchiaino da caffè la punta di un iceberg.

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Autori
Giovanni Cavalcoli, O.P – Ariel S. Levi di Gualdo

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… i toscani ed i romani, nel mistero della Redenzione sono soggetti ad un trattamento del tutto particolare, infatti, a prescindere dalle loro opere buone, semplicemente perché toscani e perché romani, vale a dire in quanto segnati da una macchia che si aggiunge al peccato originale, devono farsi rigorosamente duemila anni di Purgatorio [nella foto: locandina del celebre giornale satirico toscano Il Vernacoliere di Livorno]

Nel lontano anno 1935, il Sommo Pontefice Pio XI emanava una lungimirante enciclica sul Sacerdozio Cattolico [Ad Catholici Sacerdotii, vedere testo QUI], dove mette in guardia da quelle forme di devastante superficialità e di mancata assunzione di responsabilità da parte dei vescovi e dei formatori. A tal proposito indica quanto si debba rifuggire «quella falsa misericordia che diverrebbe vera crudeltà verso la Chiesa» e «verso il giovane stesso». A questo scopo, nella parte dedicata a «La scelta dei candidati», così scrive il Sommo Pontefice:

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«Ma tutto questo magnifico sforzo per l’educazione degli alunni del santuario poco gioverebbe se non fosse accurata la scelta dei candidati stessi, per i quali sono eretti e amministrati i Seminari. A tale scelta tutti devono concorrere, quanti sono preposti alla formazione del clero: i Superiori, i Direttori spirituali, i Confessori, ciascuno nel modo e nei limiti propri del suo ufficio, come devono con ogni impegno coltivare la vocazione divina e corroborarla, così con non minore zelo devono distogliere ed allontanare per tempo da una via, che non è la loro, quei giovani che si scorgono sprovvisti della necessaria idoneità e si prevedono quindi non atti a sostenere degnamente e decorosamente il ministero sacerdotale. E quantunque sia molto meglio che questa eliminazione si faccia fin dal principio, perché in queste cose l’attendere ed aspettare è insieme un grave errore e un grave danno, tuttavia qualunque sia stata la causa del ritardo, si deve correggere l’errore quando lo si avverte, senza umani riguardi, senza quella falsa misericordia che diventerebbe una vera crudeltà, non solo verso la Chiesa, a cui si darebbe un ministro o inetto o indegno, ma anche verso il giovane stesso che, sospinto così sopra una falsa via, si troverebbe esposto ad essere pietra d’inciampo a sé e agli altri, con pericolo di eterna rovina. Né sarà difficile all’occhio vigile ed esperto di chi presiede al Seminario, di chi segue e studia amorosamente ad uno ad uno i giovani a sé affidati e le loro inclinazioni, non sarà difficile, diciamo, accertarsi se uno abbia o no una vera vocazione sacerdotale» [supra, testo dell’Enciclica, QUI]. 

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I fatti scandalosi in crescita in vari Paesi del mondo dei quali sempre più si ha notizia, riguardo peccati commessi da chierici dediti alla pratica dell’omosessualità, od alle molestie sessuali che variano dalla efebofilia sino all’orrendo crimine della pedofilia, ci spingono a interrogarci su quali possono essere le cause di un fenomeno tanto aberrante e contra naturam.

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L’esistenza del concubinato nel clero è un fenomeno che percorre tutta la storia della Chiesa, sino ai giorni nostri, ma in questo caso parliamo però di un agire praeter naturam. Un problema, quello della doppia vita e delle relazioni più o meno occasionali od a volte anche stabili con donne, che ha investito le gerarchie ecclesiastiche sino ai più alti livelli. Particolarmente noto a livello storico è il caso di un Sommo Pontefice concubinario, Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia. Come però dicevamo poc’anzi, in questo caso è però in gioco quello che è il rapporto sessuale fisiologicamente naturale, indubbiamente peccaminoso, ma praeter naturam. Riguardo Alessandro VI è bene chiarire che oltre alle leggende nere create prima dai luterani nel XVI secolo, in seguito quelle studiate a tavolino e poi diffuse dagli anticlericali affiliati alla nascente massoneria nel XVIII secolo, rimangono anche molti documenti straordinari, perché al di là delle sue innegabili condotte morali personali, questo Sommo Pontefice fu all’occorrenza un autentico difensore del depositum fidei, non a caso, la bolla Cum in principio del 1499 e la bolla Pastoris Aeterni del 1500 con le quali indisse l’Anno Santo, dando in esse precise indicazioni ai penitenzieri per l’acquisto della indulgenza giubilare, andrebbero lette in ginocchio e con le lacrime agli occhi.

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Ciò che invece si stenta a capire è come possa verificarsi la commissione di un peccato così grave come quello di sodomia, contro quel celibato ecclesiastico o voto di castità che si suppone esser stato desiderato, voluto, deciso e infine promesso solennemente e pubblicamente assieme all’impegno di osservanza usque ad mortem, il tutto liberamente e consapevolmente da parte di persone psicologicamente sane che hanno ricevuta una sana e regolare formazione sacerdotale e religiosa, dopo essere stati prudentemente vagliati e provati dai superiori responsabili della formazione.

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A questo quadro sconfortante c’è da aggiungere la domanda che sorge spontanea e ancor più drammatica sulla qualità dei formatori, dei docenti e degli educatori di queste persone, in primis dei vescovi, supremi moderatori e vigilanti circa la buona formazione dei loro sacerdoti, nonché la competenza e virtù dei docenti e degli educatori preposti alla loro formazione.

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Si deve infatti constatare, come abbiamo già più volte rilevato sulla nostra Isola di Patmos, che le radici profonde di questi peccati sessuali non possono non derivare dall’aver ricevuto una pessima e cattiva formazione, non basata sulle direttive del Magistero della Chiesa e sui veri maestri, ma su idee eretiche, o comunque su idee condannate dalla Chiesa, le quali propongono tra l’altro un falso concetto di Dio, dell’uomo, della fede, della grazia, della legge, del peccato, della Redenzione, della Chiesa, dei Sacramenti, del sacerdozio e dell’episcopato, come avviene per esempio nella teologia di Karl Rahner.

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Un altro fatto preoccupante, in questa vicenda, è l’atteggiamento inadeguato o imprudente dei vescovi che, o sono reticenti o minimizzano o coprono i misfatti o prendono provvedimenti inefficaci. Ma c’è di peggio: quando un corpo è invaso da metastasi e gli “oncologi” ― ovverosia i vescovi ed i formatori alla vita sacerdotale e religiosa ―, anziché bombardare le cellule cancerogene con la chemioterapia proteggono le cellule malate a danno di quelle sane, finisce con l’emergere negli spiriti retti quell’imperativo di coscienza in base al quale si è costretti a consigliare agli aspiranti al sacerdozio e alla vita religiosa di non entrare assolutamente in molti seminari e noviziati. E di questo noi siamo testimoni, a nostro modo anche protagonisti nella nostra veste di confessori e di direttori spirituali. Infatti, proprio nell’esercizio di questi delicati ministeri, ci siamo trovati più volte costretti a consigliare giovani profondamente sani e animati da autentiche vocazioni di non entrare in certe istituzioni, molte delle quali ridotte a degli autentici rifugi per omosessuali; oppure dagli omosessuali stessi direttamente gestite o indirettamente influenzate, quindi protette all’esterno dalla numerosa, devastante e potente lobby degli ecclesiastici condizionati da tendenze omosessuali o da una psicologia omosessuale — i cosiddetti gay friendly —, per causa dei quali stiamo assistendo ad una sempre più estesa omosessualizzazione del clero cattolico.

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Al riguardo, paiono plateali e dettate da grave leggerezza le dimissioni collettive dell’intero episcopato cileno a seguito dell’ennesimo scandalo in Cile. Lodevole è stata la lettera con la quale i vescovi hanno espresso pentimento, volontà di rimediare e ringraziamento al Sommo Pontefice Francesco I per la paterna attenzione che egli ha riservato alla vicenda. Tuttavia occorre però osservare che un vescovo può rinunciare alla cattedra episcopale perché conscio di colpe gravissime o perché avverte con certezza la propria sopraggiunta incapacità a continuare a svolgere convenientemente il suo ufficio. Lo stesso Sommo Pontefice Benedetto XVI, in quest’ottica, ha fatto atto di rinuncia alla Cattedra di Pietro. Pero, che un intero episcopato formato da 34 vescovi — per quanto abbia avvertito il proprio coinvolgimento nello scandalo diffuso e protrattosi per molti anni —, giunga all’inaudita gravissima decisione di dimettersi in blocco, con una compattezza che sa di cosa forzata, come potrebbe avvenire nelle proteste sindacali o in un comitato di fabbrica, più che testimoniare un atto di pentimento, dà prova di un gesto lesivo della dignità episcopale, per attirare su di sé l’attenzione del mondo. Per risolvere il problema occorre infatti ben altro da simili gesti spettacolari. I veri e più gravi responsabili avrebbero dovuto farsi avanti, non nascondersi nel mucchio dei dimissionari, ed assumersi le proprie responsabilità.

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La vera soluzione educativa è che il vescovo, prima di ammettere un candidato alla formazione al sacerdozio, verifichi veramente e seriamente che in esso sia presente una abbondante dose di testosterone maschile con la relativa psicologia maschile che ne consegue, perché l’uomo ― o se preferiamo il maschio sano ―, è il primo basilare e imprescindibile presupposto per iniziare a formare un candidato in vista del sacerdozio ministeriale. Vagliato il tutto, il vescovo deve impartire una seria formazione e svolgere una diligente vigilanza sul seminario e sul clero, affinché il candidato agli ordini sacri sia protetto e difeso dalle idee malsane e coltivi la sana dottrina, chiarisca bene il valore altissimo della vocazione sacerdotale ed episcopale e se ne innamori con tutto il cuore, con ardente desiderio di perfezione e di santità e di essere totalmente al servizio delle anime e della Chiesa. Il sacerdote veramente convinto e innamorato della propria vocazione e missione è tutto e soltanto preso dalle cose di lassù, non da quelle di questa terra. È mosso dallo Spirito, non ha tempo per soddisfare i desideri della carne.

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La vera soluzione pastorale comporta l’educazione della volontà e delle emozioni, nonché il rafforzamento dell’attaccamento al bene, la stimolazione dell’odio per il peccato, la volontà di emendarsi e di correggersi. Se il Beato Apostolo Paolo dice che la carità «tutto copre» [I Cor 13,7], egli intende riferirsi a quella delicatezza del padre che non vuol gettare il figlio in pasto al ludibrio, non lo vuole umiliare, ma al tempo stesso lo vuole correggere. Perché un padre che all’occorrenza sa richiamare, rimproverare, minacciare e castigare, esercita in questo modo la vera carità. In caso contrario, si cade in quella pericolosa falsa misericordia stigmatizzata dal Sommo Pontefice Pio XI nella sua enciclica dedicata al sacerdozio ed alla formazione al sacerdozio.

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La carità e la misericordia, sono sicuramente pronte a coprire là dov’è possibile, utile, lecito e doveroso; dove c’è da scusare o pazientare, ma non certo nel senso di coprire o di nascondere il peccato affinché non venga corretto e punito. La vera carità e la vera misericordia non devono coprire il male, ma svelare a chi di dovere ed al peccatore stesso. Dio non copre i peccati lasciandoli tali, come credeva Martin Lutero, ma li copre per misericordia in attesa di toglierli.

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La misericordia non suppone la riduzione della colpa a pena. Non c’è solo l’anima ferita, ma c’è anche quella feritrice; non c’è solo il peccatore da trattare con la dovuta misericordia, perché anche la persona gravemente offesa dal peccato merita perlomeno la stessa dose di misericordia riservata al peccatore offensore. Si deve aver pietà per chi non ce la fa, non però per chi non vuole impegnarsi perché non intende assolutamente farcela. Questo va incitato a correggersi e impegnarsi, altrimenti la misericordia, dopo essere stata svuotata del suo vero significato mistagogico, diventa connivenza e complicità, se non peggio: con la falsa misericordia si copre il peccatore e si punisce chi ha indicato la pericolosità offensiva e infettiva del suo peccato, giungendo sino a colpire la cellula sana per proteggere la cellula tumorale ed immetterla in circolo nell’organismo ecclesiale ed ecclesiastico.

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Nelle nostre considerazioni su questo tema scabroso, bisogna aggiungere che sulla base delle analisi e delle osservazioni che noi stiamo facendo e pubblicando periodicamente ormai da alcuni anni, sia riguardo la condotta sia riguardo certe idee sbagliate e pericolose del clero e dei vescovi, davanti a tutti questi fatti è sorto inevitabilmente in noi un atroce sospetto, non certo privo di fondamento teologico e giuridico, anche se non sempre corredato da precise prove, per cui siamo giunti alla conclusione che in molti casi le sacre ordinazioni di questi preti e di questi vescovi, fondate su una idea del sacerdozio falsa e falsante, siano non solo illecite ma anche invalide. A tal proposito pubblicammo in passato due studi per la nostra pagina di Theologica che potete trovare nell’archivio de L’Isola di Patmos [vedere QUI e QUI]. Due studi che per inciso mettemmo a disposizione della Congregazione per la dottrina della fede, della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti e della Congregazione per il Clero, affinché chi è preposto a vagliare certi quesiti, potesse vagliarli.

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Lo smarrimento morale, che è all’origine del fenomeno dei disordini sessuali diffusi tra i sacerdoti sino a giungere persino al crimine della pedofilia, è a sua volta causato dal concetto rahneriano dell’agire umano, che non si basa sull’accettazione dei fini essenziali della natura umana, perché egli non accetta neppure l’idea di una natura umana fissa e oggettiva, la cui felicità dipende dall’obbedienza a una legge naturale immutabile ed inviolabile stabilita dal Creatore; ma secondo lui, l’uomo e ciascuno di noi, è libero di determinare come gli pare e piace i contorni concreti e quindi l’agire della propria natura ed esistenza. Da questo ne consegue che in campo sessuale il soggetto singolo è libero di scegliere il proprio orientamento non in base a una finalità dell’attività sessuale insita nella natura, indipendentemente dal soggetto, ma in base alla ricerca del piacere sessuale, ottenuto con mezzi creati dal soggetto stesso, variabili come tali da soggetto a soggetto e tutti quanti leciti, purché piacciano al soggetto. In tal modo non esiste più una regola universale per distinguere la buona azione  dal peccato. Quindi non posso più dire che il tale commette un peccato di sodomia, di efebofilia o peggio di pedofilia, ma che il suo atto è semplicemente diverso dal mio, un atto che non devo condannare, ma comprendere e rispettare. Tutto questo ha portato ad un concetto aberrante e diabolico di cosiddetta Chiesa “accogliente” e “includente” che al proprio interno ospita tutte le cosiddette “diversità”, dopo avere sminuito il peccato e cambiato lo stesso nome al peccato, chiamandolo appunto “diversità” da accogliere e da valorizzare, che si tratti dell’eresia come dei disordini sessuali.

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Quando si dà spazio ad una simile morale, a poco valgono le geremiadi per l’omosessualità diffusa nel clero, per seguire con i casi di efebofilia e di pedofilia registrati tra i preti. Si tratta infatti, per la quasi totalità, di scandali che potevano essere evitati. E alla loro inevitabile esplosione sono state poi profuse lacrime di coccodrillo proprio da coloro che sino a prima hanno coperto e protetto i fautori di certe condotte, ma che adesso si stracciano le vesti in pubblico singhiozzando «non sapevamo» o «non avremmo mai potuto immaginare». Inutile precisare che agire in tal modo è solo grave ipocrisia, resa ulteriormente grave dal fatto che non di rado, questo esercito di prefiche episcopali e presbiterali, spesso non si è neppure limitato a coprire in modo determinato e ostinato certi immorali, perché spesso hanno fatto di peggio: più volte hanno colpito, ostracizzato ed emarginato i pochi sacerdoti che con determinazione e coraggio hanno denunciato certe situazioni prima che scoppiasse il pubblico scandalo. A tal proposito il Padre Ariel S. Levi di Gualdo avrebbe molto da dire alle autorità ecclesiastiche, alle quali più volte, sempre a proprio rischio e pericolo, ha segnalato situazioni che avrebbero dovuto essere prese per tempo e stroncate in modo deciso, anziché lasciarle fermentare e poi esplodere, con il conseguente pianto pubblico delle stesse autorità ecclesiastiche che pur essendo state informate bene e per tempo, lungi dal far qualcosa hanno poi risposto ai vari intervistatori: «non sapevamo», «non avremmo mai potuto immaginare», «l’autorità ecclesiastica, od un vescovo diocesano, non può avere tutto e tutti sotto controllo» …

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Quanto dunque dovremo ancora andare avanti nel raccogliere i frutti amari del rahnerismo? Che cosa deve accadere ancora perché il Romano Pontefice si decida ad una riforma della formazione sacerdotale secondo le direttive del Concilio Vaticano II? Il Concilio e le sue riforme non prevedono infatti il rahnerismo, ma un saggio ritorno a San Tommaso d’Aquino, come dice lo stesso Decreto conciliare sulla formazione sacerdotale Optatam totius:

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«Per illustrare integralmente quanto più possibile i misteri della salvezza, gli alunni imparino ad approfondirli per mezzo della speculazione, avendo San Tommaso per maestro» [n. 16, testo QUI].

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Mentre la Dichiarazione sull’educazione cristiana Gravissimum educationis, afferma:

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«Indagando molto accuratamente le nuove questioni e ricerche poste dall’età che si evolve, si colga più chiaramente come fede e ragione s’incontrino nell’unica verità seguendo le orme dei dottori della Chiesa, specialmente San Tommaso d’Aquino» [n. 10, testo QUI].

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Occorre allora che l’educatore metta a disposizione dell’educando i mezzi della grazia, proponga l’esempio dei Santi, dia egli stesso esempio di virtù, lo educhi allo studio della Scrittura, alla preghiera, all’intima unione con Cristo Sommo Sacerdote, alla comunione con la Chiesa e col Romano Pontefice, alle opere della carità fraterna e della misericordia.

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Dobbiamo riconoscere onestamente che in questi cinquant’anni nei quali si sarebbero dovute mettere in atto queste sagge direttive, il Concilio è stato beffato proprio dai rahneriani che se ne considerano i continuatori, ma che in realtà hanno prima data vita al para-concilio, poi, nella stagione del post-concilio, al loro personale concilio; ma si tratta, come ripetutamente abbiamo spiegato, di un concilio mai celebrato dai Padri della Chiesa. Così è successo che invece della riforma conciliare, è risorto un modernismo che è peggiore di quello dei tempi del Santo Pontefice Pio X.

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Bisogna pertanto rifare tutto da capo e tornare a queste direttive del Concilio Vaticano II, altrimenti le cose andranno progressivamente di male in peggio in questa stagione di decadenza irreversibile. Come scrisse infatti tempo fa il Padre Ariel S. Levi di Gualdo sulle nostre pagine di Theologica: «La crisi morale del clero nasce a monte da una profonda crisi dottrinale, che di questa crisi morale è stata la grande madre partoriente» [vedere articoli, QUI, QUI].

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Il Sommo Pontefice Francesco I, parlando a porte chiuse ai Vescovi d’Italia riuniti in assemblea plenaria dal 21 al 23 maggio, ha raccomandato loro di non accogliere candidati al sacerdozio che manifestano chiare tendenze omosessuali. Ebbene, con tutto il dovuto rispetto e la più profonda venerazione per il Successore di Pietro, non possiamo che sorridere con amorevole dolore su queste parole, che denotano ancora una volta una incapacità a cogliere la portata del problema e di andare quindi alla radice del grave problema stesso. Infatti, la soluzione, non è quella di evitare l’ammissione dell’esercito di omosessuali che seguitano a essere ammessi nei seminari e nei noviziati malgrado i ripetuti richiami ed i vari documenti pubblicati dai dicasteri della Santa Sede nel corso degli ultimi dieci anni [si rimanda a questa Istruzione del 2005, QUI, ed a questo articolo QUI]; il problema si risolve destituendo i vescovi appartenenti alla lobby gay ecclesiastica che sono di fatto indefessi protettori dei preti gay, nonché incubatrici di nuovi preti altrettanto gay.

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Il Sommo Pontefice, così parlando, non si rende forse conto che negare ammissione al seminario ad un omosessuale, è solo l’atto finale, o per così dire la punta dell’iceberg? Per risolvere il problema vanno prima neutralizzati tutti quei vescovi e quei membri della curia romana che appartengono alla lobby gay e che la proteggono in tutti i modi, soprattutto a danno dei buoni sacerdoti e delle buone vocazioni.

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Per chiudere questo discorso, in sé e di per sé lungo e complesso, lasciamo alla Santità di Nostro Signore l’Augusto Pontefice Francesco I un quesito sul quale meditare, vale a dire il seguente: Beatissimo Padre, ma non vi siete proprio mai accorto che nella Città del Vaticano e nei suoi Dicasteri, tolti quegli uomini sani, straordinari e fidati che sono i membri della Gendarmeria Pontificia, ed anche quelli della Pontificia Guardia svizzera, tra i numerosi dipendenti laici, gran parte dei quali degni padri e madri di famiglia, c’è anche un numero considerevole di giovanotti assunti direttamente in casa Vostra presso vari posti d’impiego solo perché sono i boys di svariati Vostri prelati? Com’è possibile non accorgersi di ciò? Perché la cosa è così evidente, nello spazio di questo piccolo Stato sovrano che occupa appena un chilometro quadrato di territorio.

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Pertanto, il raccomandare di non ammettere un gay in seminario, è solo la parte finale di un lavoro allo stato attuale impossibile da farsi, se prima Voi non andate a colpire con ferro e fuoco certi vescovi e potenti cardinali. Contrariamente, dire ai Vescovi d’Italia riuniti in assemblea che non bisogna ammettere in seminario persone che siano anche e solo sospettate di tendenze omosessuali, sarebbe come andare a grattare con un cucchiaino da caffè la punta di un iceberg.

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Dall’Isola di Patmos, 27 maggio 2018 – Santissima Trinità

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tempo fa, un nostro Confratello Sacerdote ci inviò il video messo pubblicamente in rete dal simpatico burlone ripreso nel video stesso. Queste immagini video erano accompagnate dal seguente messaggio: «Spero tanto che sia un laico, perché purtroppo somiglia parecchio a non pochi nostri preti, quindi non vorrei che fosse uno dei nostri, come dire … uno in più tra i tanti!».

Domanda di rigore: quanti sacerdoti e devoti fedeli, ma soprattutto, quante Autorità Ecclesiastiche possono in coscienza affermare di non avere mai incontrato nel nostro clero secolare e regolare dei soggetti  simili a questo simpatico burlone, i quali però, preti, lo sono purtroppo per davvero? D’altronde, se si continua imperterriti a grattare con un cucchiaino da caffè la punta di un iceberg

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La gnoseologia teologia di Walter Kasper, che di questi tempi si diletta anche a dare degli gnostici agli altri

— Theologica —

 LA GNOSEOLOGIA TEOLOGICA DI WALTER KASPER, CHE DI QUESTI TEMPI SI DILETTA ANCHE A DARE DEGLI GNOSTICI AGLI ALTRI

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Seguendo la dialettica hegeliana, Walter Kasper si è allontanato dal cristianesimo ancor più di Lutero, perché Lutero, almeno, aveva visto, seppur maldestramente, i rischi di una ragione superba e, seppur in modo arrogante, l’importanza fondamentale dell’obbedienza alla Parola di Dio, mentre la dialettica hegeliana trasforma Dio in un sillogismo e dissolve il Mistero nel divenire della storia.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

Il nostro modo di concepire l’agire morale e la nostra stessa condotta morale  dipendono dalla nostra concezione della realtà e da come concepiamo la conoscenza della realtà, cioè dalla nostra “gnoseologia”. Questo vale per tutti e quindi vale anche per il famoso teologo Walter Kasper. E in questo saggio vedremo come funziona in lui questo rapporto.

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Da molti decenni il Cardinale Walter Kasper, in qualità di guida delle attività ecumeniche della Chiesa, svolge un modo di fare ecumenismo, che non avvicina i fratelli separati alla piena comunione con la Chiesa, ma al contrario li lascia nei loro errori e nella loro condizione di separatezza, come se tale condizione non fosse un difetto da riparare, ma semplicemente il segno di un modo di essere cristiano diverso da quello cattolico e altrettanto legittimo, anzi complementare.

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Ma così è successo e succede che non solo i protestanti non si convertono al cattolicesimo, ma molti cattolici, attratti dagli errori di Lutero, e visto che non vengono più corretti come un tempo, e che è cessata l’opera dei cattolici di convertire i protestanti, si fanno l’idea che la Chiesa abbia corretto il suo giudizio su Lutero, ed abbia scoperto che aveva ragione lui, o che quanto meno il suo modo di concepire il cristianesimo può essere oggetto di scelta facoltativa anche per i cattolici. Così questi cattolici si sentono autorizzati a scegliere almeno qualcuna delle posizioni di Lutero, nella convinzione di poter continuare a dirsi cattolici, anzi forse pensano di potere essere considerati “progressisti” ed  “avanzati”. Ma l’insidia più sottile è il fatto che certi errori di Lutero vengono presentati come verità cattoliche, per cui molti cattolici ignari e ingenui ci cascano. E bevono il veleno senza accorgersene. Uno dei più abili operatori di questa colossale truffa è Karl Rahner.

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A questo punto occorre trovare una via di uscita a questa situazione, perché la fede cattolica si sta affievolendo, mentre è in aumento l’influsso di Lutero. Occorrerebbe pertanto che il Sommo Pontefice fermi questa interpretazione modernistica dell’ecumenismo e promuova l’attuazione dell’autentico ecumenismo, così come risulta dal vero insegnamento del Concilio.

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Il rapporto tra metafisica e dottrina della Chiesa

Nella teologia di Walter Kasper, come in ogni sistema teologico, il tutto risulta dalla coesione consequenziale delle parti tra loro connesse: se si mina il fondamento, crolla tutto il resto, come la statua della visione di Daniele [Dn 2, 21-31]. Tutto parte dalla conoscenza. Se questa è sana, tutto il resto regge; altrimenti tutto crolla. Dedichiamo allora questo saggio alla sua gnoseologia, senza mancar di far vedere la verità di questo assunto. Diciamo allora che è falso dire che «la Chiesa non sostiene una determinata metafisica» [1], giacché essa invece raccomanda da secoli quella di San Tommaso d’Aquino. Ma lo fa sulla base della convinzione che la metafisica è una scienza certa, perenne, incontrovertibile, oggettiva ed universale, sapere fondamentale, frutto immarcescibile della ragione umana come tale, adatta a tutti gli uomini e a tutte le culture, in ogni tempo e luogo.

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La Chiesa crede non in una data metafisica, ma nella metafisica come tale, così come essa non promuove la ragione di Tizio o di Caio, ma la ragione umana come tale, di qualunque persona umana, in ogni tempo e in ogni luogo. Per questo, nelle sue istituzioni educative, culturali ed accademiche, la Chiesa promuove la metafisica nella sua perfezione epistemologica e nel suo progresso, volendola esente da errori e difetti, nella libertà della discussione, della ricerca e dell’insegnamento. Essa sa bene che esistono diverse forme, sistemi od orizzonti di pensiero metafisico, alcuni validi, che essa ammette nella sue scuole, soprattutto il sistema di San Tommaso, ma poi anche quello, ad esempio, di Sant’Agostino o di Sant’Anselmo o di San Bonaventura, o di Alessandro di Hales o del Beato Duns Scoto o di Francesco Suarez; mentre altri, invece, pericolosi, essa li guarda con riserva o sospetto, come per esempio quello di Scoto Eriugena o di Guglielmo di Ockham o di Nicolò Cusano o di Marsilio Ficino, o di Campanella o di Cartesio o di Leibniz o di Wolff o del Beato Antonio Rosmini, benchè veneri la santità di quest’ultimo. Altri sistemi essa li respinge senz’altro, benché nella sua magnanimità, esorti i   teologi a recuperare in essi quanto può esserci di valido. Sono le dottrine che si trovano in contrasto col realismo della sana ragione, e che quindi contrastano con la fede, come per esempio le idee di Giordano Bruno o di Spinoza o di Kant o di Fichte, o di Schelling o di Hegel o di Gentile o di Heidegger o di Severino o di Rahner.

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Per quanto riguarda gli eretici, la Chiesa, nel momento in cui ne condanna gli errori, chiede ai teologi di evidenziare in essi quanto è rimasto del comune patrimonio di fede, nella speranza che essi si correggano e vogliano riunirsi alla Chiesa. Con tutti gli uomini, credenti e non credenti, la Chiesa dialoga sulla base della ragione naturale, al fine di introdurli, se possibile, al mistero di Cristo. Tuttavia, non esistono diverse o differenti metafisiche, così come esistono diverse o differenti opinioni. Infatti, lo ripetiamo, la metafisica è una scienza e non un’opinione, così come, per esempio, non sono opinioni la geometria, la fisica, la botanica, la geografia o l’anatomia.

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La Chiesa raccomanda l’uso della metafisica di San Tommaso d’Aquino

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La Chiesa, pertanto, tra le diverse metafisiche prodotte nel passato, a seguito dell’apparire della sistemazione teologica di San Tommaso d’Aquino nel XIII secolo, ha scelto ed ha preferito certamente una data metafisica, appunto quella di San Tommaso [2], ma non come avesse scelto un’opinione tra altre dottrine discutibili o caduche. Ciò naturalmente non vuol dire che la metafisica di Tommaso sia priva di difetti o non sia perfezionabile, o che non possa sorgerne in futuro una migliore [3]. Questa preferenza della Chiesa è motivata dal modo eccellente col quale San Tommaso sa motivare l’armonia tra ragione e fede [4], in ordine alla elaborazione di una apologetica, di una teologia razionale e di un’etica naturale, nonché all’interpretazione della Scrittura ed alla formulazione e spiegazione del dogma.

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Prima della comparsa di San Tommaso, la Chiesa si dava premura certamente che la Sacra Scrittura fosse commentata ed interpretata utilizzando sani concetti razionali e filosofici, mentre i dogmi che erano stati definiti in precedenza, come per esempio i dogmi cristologici, erano stati formulati con l’utilizzo di categorie metafisiche, dovutamente adattate, ricavate dalla filosofia greca, come del resto avevano già fatto i Santi Padri della Chiesa e Sant’Agostino servendosi della filosofia platonica per la elaborazione della loro teologia.

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Ma prima di San Tommaso non era sorto nessun teologo che fosse stato capace di organizzare con tanta sapienza tutto il sapere teologico in un unico sistema razionale. Questa esigenza cominciò a farsi sentire a partire dal XIII secolo [5]. Ci si era accorti infatti che gli insegnamenti biblici e i dogmi che la Chiesa aveva ricavato da essi, benché si trovassero sparsi in documenti che si erano susseguiti nel corso di secoli e benché molti di questi documenti avessero ad oggetto la narrazione di fatti riflettenti l’azione divina nella storia ― per esempio il passaggio dall’Antica alla Nuova Alleanza, l’Incarnazione e la Redenzione, la fondazione e lo sviluppo della Chiesa ―, contenevano però anche delle verità speculative, razionalmente collegabili tra di loro; verità universali, immutabili ed eterne, razionali e rivelate «cielo e terra passeranno; ma le mie parole non passeranno» [Mt 24, 35], verità che si riferiscono soprattutto a Dio, Che, nella sua purissima spiritualità, immutabilità ed eternità, è in Se stesso al di là dello spazio e del tempo, trascende la storia e il divenire del mondo, benché, con l’Incarnazione del Figlio di Dio, Dio abbia unito a Sé in Cristo una singola umanità nell’unità di una sola Persona divina, e per conseguenza, per il tramite di quest’uomo Gesù, abbia unito a Sé, «senza confusione» e o senza mutazione», come si deduce dal dogma cristologico di Calcedonia, ogni uomo, la storia, il tempo e il mondo.

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Per questo, il Concilio Vaticano II ha potuto dire che «con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo» [GS 22], non certamente nel senso rahneriano che tutti gli uomini siano in grazia, ma in quanto Cristo offre a tutti la possibilità di unirsi a Lui e così di salvarsi, come sappiamo bene dagli insegnamenti evangelici e dogmatici concernenti le condizioni per salvarsi. E’ quello che dice Cristo: «Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» [Gv 12,32]. Ma non tutti si lasciano attrarre.

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La Chiesa si guarda bene dall’imporre a tutto il popolo di Dio, come fosse sua dottrina ufficiale, qualunque teoria, idea o scelta mutevole, contingente o limitata al campo della particolarità o dell’opinabilità, si tratti di una tendenza politica, di una corrente culturale o artistica o di culto o devozioni o spiritualità o modo di vivere la fede e la condotta morale. Ma essa lascia in ciò a tutti piena libertà di scelta. Essa, invece, in base all’autorità che le è stata conferita da Cristo, impone assolutamente a tutti i credenti, pena la dannazione eterna, solo ciò che, per comando di Cristo, è universalmente necessario ed obbligatorio per la salvezza di tutti. Ma nessuno le impedisce di proporre anche dottrine umane ben fondate ed universalmente valide, connesse con le verità di fede, al fine di facilitarne l’apprendimento [catechesi] o di introdurre ad esse [apologetica] o di trarne delle conclusioni o di favorire lo sviluppo dogmatico [teologia speculativa o morale] o di consentire buoni commenti alla Scrittura [esegesi biblica] o di favorire la pietà e la santità [teologia spirituale].

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In nome di questa sua facoltà, che è anche suo dovere, la Chiesa raccomanda soprattutto ai pastori e ai teologi San Tommaso [6], non ovviamente perchè la sua dottrina sia necessaria alla salvezza, ma per la validità, l’utilità e l’universalità del suo pensiero in ordine ai suddetti scopi. Per questo, della dottrina dell’Aquinate, Pio XI disse che la Chiesa l’ha fatta sua, edixit esse suam. E Tommaso è stato chiamato dalla Chiesa Doctor communis Ecclesiae.

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L’analogia dell’ente secondo Kasper

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Kasper pensa di poter fare un collegamento fra analogia, dialettica e pensiero storico. L’idea non è male; ma purtroppo il risultato, come vedremo, è deludente. Egli dice:

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«La struttura dell’ “in-al di sopra di” è caratterizzante sia per l’analogia, sia per la dialettica, sia per il pensiero storico. Se ora mettiamo a confronto dialettica e analogia, questo non vuol significare che l’analogia entis sia la ‘forma del pensiero cattolica’ [7]. Non può e non potrà darsi ‘la forma di pensiero cattolica’ per la ragione che la Chiesa non ha sostenuto una determinata metafisica. La Chiesa deve testimoniare il Vangelo e certamente assolve a questo compito usando il linguaggio umano. Ha dunque bisogno, a tal fine, della filosofia come riflessione critico-metodologica e come interpretazione dell’esperienza umana dell’essere. Tale pensiero è ancora profondamente storico» [8].

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Osserviamo che è vero che l’analogia unisce e collega l’ente immanente, mondano, all’ente trascendente, divino. Ma il rapporto immanenza-trascendenza è ben distinto nel caso della dialettica e della storia. La dialettica, infatti, non conosce una trascendenza, perché resta sul piano dell’univocità e si limita all’opposizione fra l’essere e il non-essere, tra l’affermazione e la negazione. Essa resta sul piano mondano e delle opinioni. Per salire a Dio, all’intelletto non servono concetti opposti tra di loro, oltre a tutto limitati all’ambito delle apparenze, come quelli dialettici, sia perché Dio, benché trascendente, non si oppone al mondo, non è nemico del mondo, ma, al contrario, è in armonia col mondo, è in comunione con esso, avendolo creato Lui; e sia perché, per spiegare le certezze mondane, abbiamo bisogno di un fondamento primo e certissimo e non oscillante come quello dialettico. Se il fondamento vacilla, che sarà del resto?

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Per salire dunque dal mondo a Dio, occorre un concetto che, pur applicandosi al mondo, abbia la duplice qualità di essere da una parte in continuità con la nozione di Dio e quindi predicabile anche di Dio; ma dall’altra bisogna che la nozione o il livello che tale concetto raggiunge non sia troppo basso e non resti al livello dell’essere mondano, al fine di poter esprimere la trascendenza o la superiorità di Dio rispetto al mondo. Altrimenti, invece di raggiungere Dio, avremmo solo un idolo o un dio pagano. Inoltre, occorre una nozione sufficientemente universale, che sia applicabile a tutte le cose, perché Dio deve spiegare l’esistenza di tutto il mondo. Occorre dunque utilizzare il concetto più vasto e più universale che possediamo. Ma questa nozione deve anche essere sufficientemente elevata, perché non deve spiegare solo l’esistenza delle cose materiali, ma anche il mondo dello spirito. Occorre dunque che essa astragga, trascendendole, dalle cose materiali e quindi anche dallo spazio, dal tempo, dal divenire e dalla storia, per poter considerare lo spirito, che è immateriale e che, pur potendo operare nella storia, tocca però realtà e valori sovrastorici, immutabili e incorruttibili. Il semplice pensiero storico non è sufficiente per ottenere o avere un concetto di Dio. Benché infatti indubbiamente Dio abbia creato la storia e la governi, e benché Si sia incarnato in Gesù Cristo, ed abbia vissuto tra noi, resta sempre in Se stesso immutabile e al di sopra della storia e la natura umana storica di Cristo è distinta dalla natura divina.

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Peraltro, la suddetta operazione astrattiva, come dimostra il Cardinale Gaetano [9], comporta tre gradi di superamento della materia: fisico, matematico e metafisico [10]. Al termine di tale operazione, siamo in possesso della nozione che è dotata di tutti i precedenti requisiti: la nozione analogica, metafisica e trascendentale dell’ente come ente [ens ut ens] e delle sue proprietà trascendentali [unum, verum, bonum, pulchrum, res, aliquid]. Il pensiero del Gaetano è importante nel mostrare come procede l’intelletto nel raggiungere il sapere metafisico. Si tratta di un’elevazione dell’intelletto, per la quale esso, formando il concetto metafisico dell’ente, è in grado di costruire la teologia speculativa, concependo Dio come Primo e Sommo Ente. Per questo, è rimasta famosa l’esortazione del Gaetano: «Disce elevare ingenium, aliumque rerum ordinem ingredi».

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Questa è la nozione migliore per distinguere Dio e mondo e, nel contempo, per passare dal mondo a Dio e da Dio al mondo. E c’è da notare che qui il movimento intellettuale non ha nulla a che vedere con la «oscillazione», della quale parla Kasper, perché qui non si tratta di oscillare tra il sì e il no, ma di passare da un sì più basso a un altro sì supremo. Negando la possibilità dell’utilizzo di un unico concetto analogico dell’ente per congiungere Dio e mondo, Dio e storia, Kasper dimostra di fraintendere o di non aver capito che cosa è l’analogia entis, perché, certo, mentre l’ente reale è molteplice, il concetto analogico dell’ente o è uno [11] o non è niente, benché anch’esso sia internamente diversificato, appunto per riflettere la realtà molteplice dell’ente. Questa mancata percezione dell’unità dell’ente trascendentale spiega alcuni errori di Kasper.

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Primo, il rifiuto della teologia sistematica. Egli ha presente i sistemi razionalisti ed immanentistici idealisti e fa bene a rifiutarli. Ma egli sbaglia nel rifiutare il sistema come tale, che è invece un bisogno imprescindibile della ragione e della scienza. Sapientis est ordinare, come dice San Tommaso. E la teologia è una scienza e una sapienza. E come tale, la teologia non è un semplice convergere, incontrarsi e discutere fra teologi; non è un semplice scambio di opinioni; non è una semplice ricerca personale o comune. Queste certamente sono cose buone. Ma la teologia, in quanto servizio al Magistero della Chiesa e alle anime e introduzione all’accoglienza dello stesso Magistero, deve avere una forma scolastica, metodica, educativa e formativa, soprattutto in ordine alla formazione del clero. Si tratta di trasmettere ai discepoli nozioni ormai acquisite, certe e definitive, utili al ministero e alla vita di pietà, fondate sul dogma, sulla Scrittura e sulla Tradizione.

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Il problema per l’edificazione di una teologia sistematica è su quale principio fondarsi o da dove partire. L’errore degli idealisti non è stato quello di voler costruire un sistema unitario, deduttivo ed universale. L’errore è stato quello di fondarsi sul cogito cartesiano, anziché sull’ente. E la teologia sistematica si fonda appunto su Dio come Ens primum et summum, come Ipsum Esse per se subsistens.

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Così si spiega la presente dichiarazione di Kasper:

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«La teologia deve rimanere ancorata alla follia della predicazione, aperta e non chiusa al dialogo, che qui diviene rimando all’apertura e alla temporaneità della nostra situazione escatologica, e rende impossibile un ampio sistema teologico» [12].

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Questa impostazione occamistica comporta incresciose conseguenze nella teologia dogmatica, che viene privata delle sue fonti, che sono appunto gli insegnamenti della Chiesa, della Scrittura e della Tradizione. Dice Kasper:

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«Non esiste un indice ufficiale dei dogmi della Chiesa […] Perciò la domanda che talvolta viene posta ingenuamente, quanti dogmi propriamente esistano, non può avere assolutamente risposta» [13].

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Rispondiamo dicendo che non è affatto un’ingenuità chiedersi quanti e quali siano i dogmi e non è affatto impossibile, ma è di interesse vitale per la salvezza, rispondere con certezza a tale domanda, così come è del tutto legittimo chiedersi quali e quanti siano gli organi vitali del corpo umano. E a tale domanda risponde la Chiesa stessa nei suoi documenti ufficiali, soprattutto negli insegnamenti dei Papi e dei Concili. All’uopo, occorre però anzitutto possedere un giusto concetto di “dogma” [14], conforme alla dottrina cattolica, distinguendolo dai gradi superiori e da quelli inferiori del dato rivelato. Il grado supremo sono gli stessi espliciti insegnamenti del Signore contenuti nella Sacra Scrittura e nella Tradizione, che sono le fonti stesse della Rivelazione, e sono quindi i fondamenti dei dogmi [15], che invece sono interpretazioni infallibili della Parola di Dio, proposte dalla Chiesa. I dogmi sono gli articoli della fede. Esso sono riassunti nel Simbolo della Fede. Il loro numero a qualità sono contenuti nel Catechismo e sono illustrati dalla teologia dogmatica.

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Secondo, nella linea della gnoseologia occamista, che fu propria anche di Lutero, Kasper non riesce a superare e ad unificare la struttura molteplice del pensiero, segno, anche questo, che non ha compreso l’analogia dell’ente, perché appunto la nozione dell’ente è la più universale e quella che, come abbiamo visto, consente all’intelletto di congiungere Dio e il mondo. Si spiegano così la mentalità dialettica e lo storicismo di Kasper. Infatti, sia la dialettica che il pensare storico, per la loro stessa essenza, hanno a fondamento una dualità concettuale: la dialettica, fa il confronto tra il sì e il no; lo sviluppo storico, ha la dualità atto-potenza.

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Terzo, l’assunzione della dialettica hegeliana comporta due conseguenze nefaste, già presenti in essa, e cioè da una parte, una deleteria opposizione tra il vero e il vero e, dall’altra, la ipocrita sintesi [«oscillazione»] tra il vero e il falso. Le conseguenze in teologia sono gravissime, addirittura blasfeme: da una parte l’ostilità tra Dio e l’uomo, mancando una nozione di ente che colleghi l’Uno all’altro; dall’altra, un’orrenda alleanza tra Cristo e Beliar, per cui si spiega perché Cristo, quando raccomanda di non oscillare tra il sì e il no, fa presente che «il di più viene dal maligno» [Mt 5,37]. Questo «di più» è l’aggiunta di un terzo termine, la «sintesi» hegeliana del sì e del no.

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Si badi bene che la suddetta oscillazione non ha nulla a che vedere con l’oscillazione propria dello stato di dubbio, nel quale il pensiero si muove disagiato tra il sì e il no senza sapersi decidere, perché non ha ragioni né per l’uno né per l’altro. Ma il desiderio del soggetto è di trovare la verità e di fermarsi in essa, non interessa se essa è nel sì o nel no. Invece l’oscillazione dell’ipocrita è studiata e voluta, col preciso scopo di ingannare e di apparire o far apparire quello che non è. Il linguaggio dell’ipocrita non avanza una possibilità di scelta tra il sì e il no, ma pretende di affermare e negare simultaneamente. Egli si ritiene dispensato dall’osservare il principio di non-contraddizione.

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L’oscillazione della quale parla Kasper comporta dunque una trasgressione del principio di non-contraddizione, già presente nella astuta dialettica hegeliana, maestra di doppiezza, e per nulla richiesta dalla onesta e leale dialettica aristotelico-tomista [16], la quale comporta non un abbinamento, ma un semplice confronto tra l’affermazione e la negazione, al fine di chiarire, se possibile, che scelta fare, in ciò simile al dubbio, con la differenza che qui il pensiero si sposta continuamente tra i due poli, mentre nella dialettica il pensiero si ferma  debolmente e provvisoriamente in uno dei due.

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L’idea, sposata da Kasper, col pretesto del “mistero”, che Dio sia al di sopra e indipendente dal principio di non-contraddizione, ha avuto le sue prime avvisaglie nel XIII secolo con la teoria della «doppia verità», per cui ciò che è vero in filosofia può esser falso in teologia e viceversa. Guglielmo di Ockham, dal canto suo, ammette che Dio, de potentia absoluta, non fa nulla di contradditorio, ma questo può farlo nella creazione, ossia de potentia ordinata, per cui, se Lui volesse, l’adulterio potrebbe essere ad un tempo lecito e illecito.

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Ma chi crede che la contraddizione sia risolvibile in Dio, sempre col pretesto della mistica, è Nicolò di Cusa nel XV secolo, con la sua famosa coincidentia oppositorum. Osserviamo che se in Dio il sì e il no coincidono, allora vuol dire che non vale più il comando di Cristo di tenerli separati e di non congiungerli, il che ovviamente è blasfemo

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Lutero e Hegel partono da qui e purtroppo Kasper li segue nel momento in cui fa propria la dialettica hegeliana. In tal modo Dio entra in contraddizione con Se stesso e si verificano le assurdità che abbiamo visto circa la teoria kasperiana degli attributi divini. Le conseguenze morali di questa “teologia mistica” si possono immaginare e sono oggi sotto i nostri occhi. Le vedremo al termine di questo saggio.

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Sulla sua già accennata linea di pensiero, Kasper afferma altresì:

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«Il cristianesimo, per la sua universalità, non può vincolarsi a una determinata filosofia, anzi spezzerà e metterà in crisi ogni categoria filosofica. Proprio la teologia biblica, come osserva Fuhrmans, ha giustamente posto in luce che il pensiero cristiano è pensiero storico-dinamico» [17].

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Rispondiamo ricordando che il cristianesimo è una vita soprannaturale, che nasce da una verità divina rivelata da Cristo alla ragione umana, che viene coltivata, educata, purificata ed elevata dalla filosofia. Certamente, la verità cristiana non è dedotta dalla verità di ragione, né questa può avere la pretesa di fondarla o dimostrarla. Tuttavia, l’esercizio della ragione, meglio se educata dalla filosofia, è condizione indispensabile per la conoscenza e l’approfondimento della verità cristiana, la quale si aggiunge a quelle già note dalla ragione, e quindi per l’esistenza stessa del cristianesimo, il quale è stato fondato da Cristo per il bene dell’uomo, animale razionale.

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Dunque, in realtà, il cristianesimo, benché per sua essenza trascenda ogni filosofia e non sia il parto di alcuna filosofia o di alcuna mente umana, è tuttavia sostanzialmente vincolato non a una determinata filosofia, ma alla filosofia, in ordine alla sua stessa esistenza o per lo meno al suo melius esse. E il minimo che si possa dire è che il cristianesimo è vincolato all’uso della retta ragione, come condizione di possibilità dello stesso cristianesimo, perché esso è attuazione dell’uomo in quanto essere ragionevole. Nulla peraltro, in questa ottica, impedisce alla Chiesa, di scegliere, tra le varie filosofie, quella che maggiormente favorisce l’accesso della ragione alla fede. Per questo la Chiesa, come ho detto sopra, raccomanda in modo speciale la filosofia di San Tommaso.

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Il pensiero cristiano non può essere assolutamente ridotto a un «pensiero storico-dinamico» ma è anche un pensiero speculativo-sistematico, necessario alla formulazione dei dogmi ed alle scienze teologiche. Questo esclusivismo di Kasper dipende dal fatto che il suo non è un semplice onesto pensare storico, ma è un pensiero storicistico, negatore dell’immutabilità della verità, secondo il modulo modernista, già a suo tempo condannato dal Santo Pontefice Pio X.

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Il relativismo filosofico provoca il relativismo dogmatico

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Questa mancata percezione dell’universalità del sapere filosofico ridotto a una contingente molteplicità di «forme di pensiero», ossia di opinioni mutevoli, relativizza al mutare dei contesti storici non solo la teologia, ma anche il dogma, dato che la Chiesa, nel definire un dogma, utilizza nozioni della ragione naturale giustificate dalla filosofia.

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Kasper intende l’universalità del cristianesimo non come fondata su verità universali ― i dogmi della fede ―, ma su quella che egli chiama «cattolicità originaria» o «ecumenica», che abbraccia in sé, come momenti «particolari», che egli chiama «confessionali» [18], le due dogmatiche del cattolicesimo e del protestantesimo. Solo che ci si domanda quali sarebbero i contenuti di questo cattolicesimo sopradogmatico. Evidentemente anche qui c’è il retroterra del denken hegeliano, che costituisce la totalità dialettica onnicomprensiva del pensiero, che nega, sintetizza e supera in sé i momenti delle Vorstellungen, che sono i dogmi o le «confessioni» delle varie religioni positive.

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Kasper rifiuta l’idea della Chiesa come comunità diffusa nel mondo, effetto della predicazione di una verità unica ed universale — il Vangelo —, che, partendo da Roma, come centro della missione, sede del Successore di Pietro, si diffonde a cerchi concentrici nel mondo, ma come un «poliedro a molte facce» [19], ossia come una collezione o federazione di diverse interpretazioni particolari ed opinabili del Vangelo, magari in contrasto le une con le altre.

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È chiaro qui l’influsso della gnoseologia occamista [20], nella quale l’universale non irraggia da un’unità d’essenza a tutti comune ― unum in multis ―, ma è una semplice collezione di individui allo stesso livello, indipendenti l’uno dall’altro e connessi tra di loro solo in un’immagine confusa. Si tratta di un’universalità non formale o speculativa, ma meramente materiale e collettiva, come quando diciamo: un “consenso universale” per dire: “di tutti”.

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Kasper vorrebbe evidenziare il fatto del progresso dogmatico, ma lo intende alla maniera modernista, non come esplicitazione o spiegazione di una verità immutabile, ma come superamento dialettico di una tesi opposta del passato. Infatti, come vedremo, secondo lui, per interpretare la Parola di Dio, non si deve usare la filosofia di San Tommaso, ma la dialettica hegeliana.

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Per Kasper il dogma non riflette una realtà oggettiva, esterna al soggetto, ma, alla maniera idealista, «il dogma ha valore solo in quanto esprime l’interno» [21]. Esso non è una mediazione o interpretazione infallibile della Parola di Dio fatta dal Magistero della Chiesa, una volta per tutte, ma una tesi del Magistero, che dev’essere vagliata e controllata, confrontandola con la Scrittura. È il metodo di Lutero: «Il dogma ― dice Kasper ― dev’essere compreso alla luce della Testimonianza della Scrittura» [22]. Egli approva Rahner, il quale afferma che «un dogma può benissimo essere vero e tuttavia umanamente prematuro, colpevole, pericoloso, ambiguo, tentatore, temerario» [23]. Non faccio commenti. Secondo il suo linguaggio dialettico che dice e non dice, il dogma può essere ad un tempo «definitivo» e «provvisorio»:

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«Un dogma è la forma provvisoria in cui la verità escatologico-definitiva di Cristo diviene evento. Provvisorio è il termine con cui si vuole esprimere il carattere di anticipazione proprio del dogma; quindi non è da intendere proprio in opposizione a ‘definitiva’, bensì nel senso originario della parola, quale anticipo precursore degli escata» [24].

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Osserviamo ancora che l’universalità del messaggio evangelico e del dogma cattolico non è data, come crede Kasper, dalla semplice convergenza pragmatica, dialogica o dialettica, in perenne evoluzione, di una pluralità di particolari «forme di pensiero» e di modi incoerenti e contrastanti di intendere o interpretare il dogma, il Vangelo e la Tradizione, ma dalla universalità di un certo numero di precisi contenuti di fede, immutabili e assolutamente veri, universalmente condivisibili ed effettivamente e comunemente condivisi e accettati da ogni fedele.

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Bisogna dunque sostenere l’esatto opposto di quanto sostiene Kasper, e cioè che il cristianesimo, proprio per la sua universalità e per favorire al meglio tale universalità, e la sua diffusione in tutti i tempi e un tutti i luoghi,  soprattutto nelle sue forme più colte ed elevate, è istituzionalmente ed essenzialmente vincolato e debitore alla filosofia e precisamente, tra le varie filosofie, a quella o a quelle che meglio aiutano la ragione ad accedere alla conoscenza di fede. Infatti, il sapere cristiano, in quanto sapere di apertura universale, destinato a tutti gli uomini, non può che radicarsi su quanto nel sapere umano è universale, e ciò non è altro che l’effetto di quella facoltà conoscitiva che caratterizza l’uomo come uomo, ossia quella facoltà che tutti possiedono, e che è appunto la ragione. Ora, come si sa, la filosofia è appunto il supremo sapere della ragione. Essa, per dirla con San Tommaso, è il perfectum opus rationis.

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In base a quanto detto, apparirà evidente che affermare poi che il cristianesimo «spezza e mette in crisi ogni categoria filosofica» è una grave calunnia ai danni del cristianesimo, che potrà essere uscita dalle labbra di Lutero in un accesso d’ira contro la Chiesa Cattolica, ma che sorprende e scandalizza leggere nel libro di  un teologo cattolico, oltre a tutto oggi Cardinale. A smentita di questo grave falso storico di Kasper, proprio lui che tanta importanza dà alla storia, si deve dire che a «spezzare e mettere crisi ogni categoria filosofica» sono stati semmai i barbari, che nei secoli bui del Medioevo assaltavano e distruggevano le abbazie, dove i monaci conservavano i tesori della cultura classica e cristiana.

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Il «pensiero storico» secondo Kasper

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Il piano del Signore sussiste per sempre, i pensieri del suo cuore per tutte le generazioni [Sal 33,1]

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Secondo Kasper, occorrerebbe in teologia sostituire il «pensiero storico» al pensiero metafisico. Ma cosa intende egli esattamente con questa espressione, che abbiamo già incontrata? Qui troviamo il nucleo della sua gnoseologia. Il «pensiero storico», per Kasper, non è soltanto il pensiero o il sapere di colui che narra i fatti storici, ma è soprattutto il vero pensare come tale, ossia pensiero aderente alla realtà, perché per Kasper la realtà è storia. Come abbiamo già visto, il pensare storico, quindi, per lui, non è un pensare annoverabile tra altre forme di pensiero, come, per esempio, il pensiero metafisico. No. Anzi, il pensiero metafisico non è neppure un vero pensare, perché suppone come oggetto delle realtà immutabili, che non esistono, perché per Kasper, come per Eraclito, tutto muta: panta rei. E quindi, anche in campo morale non si dà una scienza o una teologia morale, che abbia ad oggetto valori o doveri assoluti, universali ed immutabili, ma anche il moralista, per essere aderente alla realtà dell’agire umano e stabilirne le norme, deve far uso del pensare storico, deve pensare «storicamente», ossia deve concepire norme variabili, mutevoli, eccepibili, condizionate, contestualizzate, perché tali sono le norme reali della condotta umana, mentre il credere che l’agire umano possa essere regolato da princìpi universali ed astratti, magari su basi metafisiche, è un’illusione deleteria, che irrigidisce l’agire togliendogli il suo proprio dinamismo, la sua libertà e la sua apertura al progresso [25].

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Ma per Kasper non muta solo l’oggetto dei concetti ― e questo può essere giusto, se si riferiscono a cose mutevoli ―, ma mutano i concetti stessi, muta il loro significato, che non è mai assoluto, ma sempre storicamente  condizionato, e quindi cambiano di significato anche i dogmi della Chiesa, in quanto formulazioni concettuali. Tale mutamento, per Kasper, oltre a comportare un’evoluzione nella storia ed una diversificazione nelle varie culture e religioni, consiste essenzialmente in una «oscillazione» o duplicità simultanea di significato tra i due poli opposti della contraddizione, perché Kasper assume la concezione hegeliana del reale come «dialettico», ossia contradditorio. Ne viene che la realtà e quindi la verità viene espressa proprio attraverso il congiungimento del sì e del no.

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Vediamo come Hegel stesso spiega questo procedimento:

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«Il compito consiste nell’attuare l’universale e nell’infondergli spirito, togliendo i pensieri determinati e solidificati. È peraltro assai più difficile render fluidi i pensieri solidificati, che render fluida l’esistenza sensibile. … I pensieri divengono fluidi, quando il puro pensare, questa immediatezza interiore, si riconosca come momento, o la pura certezza di sè astragga da sé. … Deve abbandonare il fisso nel suo autoporsi: sia il fisso del puro concreto, che è lo stesso Io in opposizione di contro al contenuto distinto, sia il fisso dei differenti, i quali, posti nell’elemento del puro pensare, partecipano di quella incondizionatezza dell’Io» [26].

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Kasper applica questo metodo in teologia, sicché, parlando degli attributi divini, ne viene che Dio è al contempo conoscibile e inconoscibile, essere e divenire, semplice e differenziato, immutabile e mutevole, eterno e temporale, impassibile e passibile, potente e impotente, finito ed infinito, immortale e mortale, celeste e mondano [27]. Kasper parla qui della Persona di Cristo ed evidentemente confonde la natura umana di Cristo con quella divina, come del resto aveva già fatto Hegel [28].

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Diamo un esempio di questo metodo dialettico hegeliano nel modo col quale Kasper vorrebbe convincerci dell’unità, in Dio, di potenza ed impotenza:

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«Dio è talmente sovrano nella sua potenza e libertà, che può anche permettersi di rinunciare a tutto senza “perdere la propria faccia”. E così la potenza si afferma proprio nell’impotenza di Dio, la sua signoria nella schiavitù, la sua vita nella morte» [29]. È talmente assurdo quello che dice, che  non vale neppure la pena di confutarlo.

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Influssi luterani

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Kasper, sulla scia di Hegel, riecheggiando l’eresia di Marcione, oppone il Dio identità e «astratto» dell’Antico Testamento al Dio «concreto» e dialettizzato [cioè trinitario] del Nuovo, ossia Cristo, sviluppa dialetticamente l’impostazione luterana del passaggio storico dal Dio adirato e punitore veterotestamentario al Dio dolce e «misericordioso» del Vangelo. Per cui fa le lodi di Lutero che, contro la cristologia «metafisica» di San Tommaso, avrebbe finalmente scoperto, dopo sedici secoli, il vero volto del Cristo evangelico. Egli infatti attribuisce a Lutero il merito di rappresentare

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«una rottura con tutta una teologia impostata su basi metafisiche. Il Riformatore non parte da un concetto filosofico di Dio per capire la croce, ma cerca di capire Dio proprio a partire dal fenomeno della croce. Questa nuova impostazione la ritroviamo espressa nella stessa “disputa di Heidelberg” del 1518: “Non è denominato degnamente teologo, colui che considera con l’intelletto le cose invisibili di Dio per mezzo delle cose fatte, ma colui che intende con l’intelletto le cose visibili e posteriori di Dio per mezzo delle sofferenze e della croce”. […] Il mistero nascosto di Dio non va situato al di là: un simile Dio speculativo non c’interessa. Noi non dobbiamo penetrare i misteri della maestà divina, ma accontentarci del Dio della croce. Dio lo possiamo trovare soltanto in Cristo; se lo cerchiamo al di fuori di lui, troveremo solo il diavolo. Partendo da queste premesse, Lutero giunge a un capovolgimento dell’intera cristologia» [30].

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È falso che «Dio lo possiamo trovare soltanto in Cristo». Dio Lo troviamo con la ragione, prima di trovarLo, e meglio, in Cristo. Lutero e con lui Kasper dimentica infatti che non potremmo sapere che Cristo è Dio, se già non sapessimo che Dio esiste, quel Dio dimostrato dalla ragione [Rm 1,20], e Che già conosceva Mosè [Es 3,14]), prima che Cristo apparisse nel mondo.

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Non si tratta affatto di «cercare Dio fuori di Cristo». Nessun cristiano di buon senso sogna una follia del genere, ma si tratta di cercare Cristo partendo da Dio, perché, se la ragione non trova anzitutto Dio, come Creatore del mondo partendo dalle cose del mondo, non trova neanche Cristo; e chi crede, come Lutero e Kasper, di trovare Cristo indipendentemente o contro una previa conoscenza razionale di Dio, incontra solo un falso Cristo, e cioè il «dio di questo mondo» [II Cor 4,4], che è il diavolo.

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Non c’è niente di male a indagare filosoficamente sulla natura divina indipendentemente dal dogma cristologico. Questa non è altro che la teologia razionale. Tale indagine è utile al dialogo interreligioso ed è utilissima per chiarire il significato del dogma cristologico, e ci preserva dal cadere nella confusione che Kasper fa fra attributi umani e attributi divini.

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Il significato e lo scopo della dialettica

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Kasper pensa che lo strumento conoscitivo della teologia sia la dialettica. Gli manca il concetto di teologia come scienza [31], e quindi come scienza speculativa. Su questo punto egli è più vicino a Lutero che ad Hegel, il quale fa coincidere la dialettica con la scienza speculativa. Oltre a ciò, il grave errore di Kasper è quello di credere che per l’interpretazione della Scrittura e del dogma sia meglio rifarsi alla concezione hegeliana della dialettica, anziché a quella aristotelica. Infatti, l’enorme vantaggio che, nell’ordine delle suddette finalità, offre la dialettica aristotelica rispetto a quella hegeliana è che, mentre la prima è una scuola di umiltà per la ragione, educandola e regolandola sul piano dell’argomentazione probabile e quindi abituandola a correggere gli eventuali errori o ad evitare false apparenze, la dialettica hegeliana, che risolve il reale nelle opposizioni del pensiero e negli effetti della volontà, incentiva la superbia del soggetto illudendolo di essere un momento della dialettica dell’ Assoluto. E sappiamo come tutta l’etica biblica non sia altro che una sfida tra l’umiltà e la superbia, tra Cristo e Beliar per la signoria sul cuore dell’uomo.

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Seguendo la dialettica hegeliana, Kasper si è allontanato dal cristianesimo ancor più di Lutero, perché Lutero, almeno, aveva visto, seppur maldestramente, i rischi di una ragione superba e, seppur in modo arrogante, l’importanza fondamentale dell’obbedienza alla Parola di Dio, mentre la dialettica hegeliana trasforma Dio in un sillogismo e dissolve il Mistero nel divenire della storia.

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Kasper insiste ancora in questi termini:

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«La Chiesa deve raccogliere la saggezza di tutti i popoli e di tutti i tempi, anche di tutte le forme di pensiero, poiché il suo annuncio è sempre più grande e oltrepassa ogni pensiero. La teologia, dunque, ha proprio il compito di distruggere ogni singola forma di pensiero, di integrarla, e di superarla in un’altra. Per questo la teologia dovrà sempre pensare dialetticamente” [32].

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Osserviamo che la teologia non è la somma di più teologie tra di loro diversificate e tanto meno contrastanti fra loro. Le teologie dei vari autori o delle varie scuole sono manifestazioni diverse della teologia come tale, ossia come scienza nella sua universalità. La teologia non deve affatto distruggere o superare alcuna singola forma di pensiero, ma al contrario riconoscerla, integrarla e valorizzarla e, nella sua accogliente universalità, deve rispettarle e promuoverle tutte e far sì che dialoghino tra di loro in una reciproca complementarità.

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La teologia deve sì pensare dialetticamente nel formulare nuove opinioni e nello scambio o critica delle medesime, ma deve soprattutto essere in continua ricerca e far opera di scienza, raggiungendo conclusioni certe e dimostrate, universalmente condivisibili, che un domani la Chiesa potrebbe elevare al rango di dogma, come è accaduto per alcune tesi della teologia tomista.

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«La dialettica, per Kasper, è soltanto la debole immagine del dialogo e traduce propriamente in un monologo ciò che normalmente avviene nel dialogo: il passaggio attraverso i molteplici aspetti della verità, che viene fissata nella sua non oggettivabilità» [33].

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Diciamo che la dialettica non è solo monological’elaborazione personale delle proprie opinioni dialettiche ―, ma anche dialogica, nel senso che essa regola la discussione o il dialogo tra due pensanti, come per esempio avviene nei Dialoghi platonici o come avviene sistematicamente, dopo l’impulso dato da Abelardo nel XII secolo, nei trattati teologici medievali, chiamati Summae, nell’uso scolastico. In essi il maestro risolve un problema, la Quaestio, attraverso il confronto di ipotesi opposte, il metodo del sic et non, per il quale il maestro motiva il suo parere scientifico od opinabile che fosse, rispondendo alle obiezioni contrarie.

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Quando per esempio San Tommaso, nella Quaestio IX della Prima Pars della Summa Theologiae si domanda se Dio è immutabile, esamina bensì alcune opinioni che sostengono che Dio diviene, ma, concluso l’esame di questi pareri, formula la sua sentenza, poggiata sulla Bibbia, che afferma con chiarezza e certezza, senza ambiguità o riserve, che Dio (a.1) e solo Dio (a.2) è assolutamente immutabile, a differenza di un Kasper o un Rahner, per i quali, in base all’ «oscillazione» dialettica, Dio è ad un tempo immutabile e mutabile.

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La dialettica hegeliana

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Kasper ispira la sua concezione della dialettica a quella di Hegel. Vediamo dunque il suo pensiero. La dialettica, per lui, è azione della «sostanza-soggetto», cioè dello «spirito» o del «sé»:

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«La sostanza è il movimento del porre se stesso o in quanto essa è la mediazione del divenir-altro-da-sé con se stesso. Come soggetto, essa è la pura negatività semplice ed è, proprio per ciò, la scissione del semplice in due parti o la duplicazione opponente; questa, a sua volta, è la negazione di questa diversità indifferente e della sua opposizione; soltanto questa eguaglianza che si ricostituisce o la riflessione entro l’esser altro in se stesso – non un’unità originaria come tale, né un’unità immediata come tale – è il vero. Il vero è il divenire di se stesso, il circolo, che presuppone e ha all’inizio la propria fine e che solo mediante l’attuazione e la propria fine è effettuale» [34].

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Ma per Hegel Dio stesso è dialettico, ossia diviene storicamente:

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«La vita di Dio … degrada fino all’insipidezza, quando mancano la serietà, il dolore, la pazienza e il travaglio del negativo. In sé quella vita è l’intatta uguaglianza ed unità con sé, che non è mai seriamente impegnata nell’esser altro e nell’estraneazione, e neppure nel superamento di questa estraneazione. Ma siffatto in sé è l’universalità astratta, nella quale, cioè, si prescinde dalla natura di esso di essere per sé e quindi, in generale, dall’automovimento della forma. … Il vero è l’intero. Ma l’intero è soltanto l’essenza che si completa mediante il suo sviluppo. Dell’Assoluto si deve dire che esso è essenzialmente risultato, che solo alla fine è ciò che è in verità; e proprio in ciò consiste la sua natura, nell’essere effettualità, soggetto e divenire se stesso» [35].

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Ancora Hegel:

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«Il fine attuato o l’effettuale esistente è movimento;  è divenire giunto al suo dispiegamento; ma proprio questa inquietudine è il Sé; ed esso è uguale a quella immediatezza e a quella semplicità del cominciamento perché è il risultato, perché è ciò che è tornato in se stesso. Ma ciò che è tornato in se stesso è appunto il Sé; e il Sé è l’eguaglianza che si rapporta a Sé» [36].

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Il movimento dialettico, per Hegel, è il moto dello spirito per il quale, nella storia, l’accidentale diventa sostanziale, il relativo diventa assoluto, la morte diventa vita, il falso diventa vero e il nulla diventa essere, in forza dell’ «immane potere del negativo», per il quale il sé oppone sé a sè e, negando questa opposizione, torna a sé. Ma l’opposizione dialettica affermazione-negazione, per Hegel, non è limitata all’ambito del pensiero e del linguaggio, ma riguarda l’essere stesso, il reale, in forza del ben noto principio idealista dell’identità dell’essere col pensiero.

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La negazione è atto dello spirito e quindi è un atto dell’intelletto, della volontà e del linguaggio. Ma siccome per Hegel l’essere è spirito, la negazione è anzitutto un atto pratico nell’ambito del reale, cioè è un annullare o, come si esprime Hegel, è un «togliere» [Aufhebung]. Ma ecco che dal nulla “magicamente” risorge l’essere.

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Ecco dunque la «magìa» della dialettica:

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«Che l’accidentale ut sic, separato dal proprio ambito, che ciò che è legato nonché reale solo nella sua connessione con altro, guadagni una sua propria esistenza determinata e una sua distinta libertà, tutto ciò è l’immane potenza del negativo; esso è l’energia del pensare, del puro io. La morte, se così vogliamo chiamare quella irrealtà, è la più terribile cosa; e tener fermo  il mortuum, questo è ciò per cui si richiede la massima forza […] Quella vita che sopporta la morte e in essa si mantiene, è la vita dello spirito. Essa guadagna la sua verità solo a patto di ritrovare sé nell’assoluta devastazione [ …] Lo spirito è questa forza sol perché sa guardare in faccia il negativo e soffermarsi presso di lui. Questo soffermarsi è la magica forza che volge il negativo nell’essere. Essa è il medesimo che sopra fu detto Soggetto, mentre nel proprio elemento dà esistenza alla determinatezza, supera l’immediatezza astratta e cioè, in genere, solo essente, ed è quindi la verace sostanza, l’essere o l’immediatezza, che non ha la medesima fuori di sé, ma è questa stessa” [37].

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Così commenta Tomas Tyn, O.P. questa dialettica di un Assoluto, effetto del «negativo» che associa la vita alla morte, l’essere al nulla. Essa promette una vana ed impossibile conciliazione tra di essi, che non può essere altro che un’oscillazione tra l’uno e l’altro, uno stare fra il sì e il no, un servire a due padroni:

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«I fronti si oppongono l’uno all’altro irriconciliati, momenti fugaci di una dialettica lacerante, che eleva se stessa a principio assoluto, dopo aver posto l’identità tra l’essere e il nulla, due nichilismi – uno equivocante» [Hegel] «d’un tutto fondato sul nulla, l’altro univocante d’un tutto che, indifferente com’è ai suoi momenti particolari, nulla di fatto riesce a fondare, perché è già, per immediata identità» [Schelling] «indifferentemente tutto – che la dialettica pretenderebbe unire in un terzo ed assoluto nichilismo, per il quale il nulla del tutto coinciderebbe col tutto del nulla» [38].

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In base alla dialettica hegeliana, che Kasper fa sua, non è mai possibile fare delle affermazioni o delle negazioni nette ed assolute, valide sempre ed in ogni caso, sia in campo dogmatico che in campo morale. Bisogna esprimersi in modo che ciò che noi diciamo possa essere interpretato nel senso opposto a quello che appare. Il nostro sì deve lasciar trasparire un no. Sotto al sì deve esserci un no. Questo giudicare doppio, con un giudizio manifesto e un altro sottostante o soggiacente o nascosto, ma non tanto da non farsi riconoscere, un giudizio opposto al primo, è detto in greco ypò-krinein, da cui il termine italiano “ipocrisia”. Per questo, il linguaggio teologico di Kasper, diventa di prammatica un vero e proprio imperativo morale. Si tratta di patteggiare col falso, nascondendolo sotto il vero, in modo che il pesciolino che ci ascolta, abboccando all’amo, ingerisce il veleno. Infatti, in base a questi princìpi e a queste vie tortuose, qualunque proposizione, anche dogmatica, è manovrabile ed equivocabile, può andar soggetta a interpretazioni contrastanti e produrre effetti morali dannosi, opposti a quelli che appaiono in  superficie.

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Ma ciò, per il dialettico hegeliano non deve creare scrupoli o turbare, anzi è cosa normale, che consente la libertà di pensiero e il pluralismo teologico, come per esempio la coesistenza di cattolicesimo e luteranesimo. Al contrario, per l’hegeliano sono proprio la precisione e l’univocità che sono segno di una visione ingenua, unilaterale e incompleta del reale, che non tiene conto della sua storicità e della sua contradditorietà dialettica.

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La doppiezza eretta a sistema

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Labbra bugiarde, parlano con cuore doppio [Sal 12,3]

Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno ed amerà l’altro o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro [Mt 6,24]

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L’opporre il no al sì può essere disobbedienza o atto di virtù. Disobbedienza, se diciamo di no a Dio. Virtù, se diciamo di no al peccato. Ma ci può essere anche la negazione teoretica, quando diciamo di no a una tesi. E anche qui ci può essere l’onesto o il disonesto: l’onesto, se diciamo di no al falso; il disonesto, se diciamo di no al vero. Cristo ci comanda di dire sì a ciò che è sì e no a ciò che è no. Non dobbiamo contraddire alla verità e dobbiamo condannare il falso. Chi sta a metà, viene dal diavolo. Questa è la doppiezza, rappresentata nella Bibbia dalla lingua biforcuta del serpente.

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Questo è il senso delle parole di San Paolo:

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«Quello che decido, lo decido secondo la carne, in maniera da dire allo stesso tempo “sì, sì” e “o, no”? Dio è testimone che la nostra parola verso di voi non è “sì” e “no”. Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu “sì” e “no”, ma in lui c’è stato il “sì”. E in realtà tutte le promesse di Dio in lui sono diventate “sì”» [II Cor 1, 17-20].

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La dialettica, come abbiamo visto, gioca col sì e col no. Può essere un gioco pericoloso, quando vogliamo fare i furbi o se vogliamo ingannare gli altri. Esistono delle regole sia del ragionare dialettico che di quello scientifico. Sono ad un tempo regole logiche e regole morali. Aristotele, che curava l’onestà nel ragionare [39], ebbe premura di fare un elenco di fallacie nel pensare e nel parlare, gli «elenchi sofistici», per metterci in guardia contro la disonestà nel pensare e nel parlare, ossia contro la doppiezza e l’ipocrisia. Ora, purtroppo Kasper si dichiara ammiratore non della sana dialettica aristotelica, utilizzata da San Tommaso, ma di quella di Hegel, che è somma maestra di ambiguità, insinuazioni malevole, inganni fascinosi, sofismi, scorrettezze e disonestà nel ragionare e nel concludere.

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Kasper collega l’analogia non alla concezione tomista, ma alla dialettica di Hegel, per cui non c’è da meravigliarsi se egli, come abbiamo già visto, cade in un concetto falso dell’analogia. Riprendiamo adesso il discorso in relazione a questa doppiezza della dialettica hegeliana, la quale, ben lungi dal prestarsi ad interpretare la Scrittura, la falsifica alle radici.

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Kasper si dichiara a favore dell’analogia, ma non ne ha un concetto giusto. Egli dice:

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«L’analogia sostiene esistere fra assoluto e finito identità e differenza. Essa unisce identità e diversità, negazione e posizione in un centro oscillante. Questo centro, tuttavia, non è un concetto d’essere che comprende Dio e il mondo, cosa che potrebbe ricondurre, per la verità, a una qualche forma della filosofia dell’identità, ma significa, nel senso dell’analogia di proporzionalità, solo una corrispondenza [non identità] di proporzioni dei due analogati» [40].

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Alcune osservazioni. Dio e il mondo esistono. Eppure Dio esiste diversamente dal mondo. Si può dunque predicare l’essere nell’uno e nell’altro caso. Ma il significato dell’essere nei due casi è diverso. Dunque abbiamo un qualcosa – l’essere – che predichiamo di tutto in molti modi, sensi o significati diversi. To on pollacòs legòmenon, come diceva Aristotele. L’essere si dice in molti modi. È sempre l’essere per ciascun ente, mondo e Dio, quindi abbiamo un solo concetto, ma con una pluralità di diversi significati. Tra Dio e il mondo non c’è identità, ma somiglianza e diversità. Non sono la stessa cosa. Sono due realtà diverse, differentissime. Due cose non possono ad un tempo essere identiche e differenti. Non si può affermare e negare ad un tempo l’identità o la differenza. Dio e il mondo fanno due. Eppure sono compresi in un unico concetto analogico dell’essere. E questo perché la nozione dell’essere contiene in sé le sue differenze, senza tuttavia astrarre completamente da esse.

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L’affermazione e la negazione non entrano nell’analogia, ma nella dialettica. Nell’analogia non si tratta affatto di trovare un «centro oscillante» tra due opposti, ma semmai di spostare l’attenzione dell’intelletto fra i vari analogati, per esempio, nel considerare il concetto analogico della vita, partire dalla vita vegetativa e salire fino alla vita divina.

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Nell’analogia il sì non sta assieme col no, non si «oscilla» tra il sì e il no, perché sarebbe doppiezza, ma ogni analogato è nell’ordine del sì, così come in Cristo, che è il sommo analogato «c’è stato solo il sì» [II Cor 1,17]. L’analogia si pone sul piano della diversità, della somiglianza, della concordanza, della relazione, del confronto, della proporzione.

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Kasper ha ragione a collegarla col dialogo. Ma ha torto a collegarla con la dialettica. Quest’ultima impone una scelta tra il sì e il no, anche se giunge alla verità confrontando due tesi opposte. Il dialogo invece dice scambio, comunicazione, integrazione, correzione, arricchimento, complementarità reciproci.

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Continua Kasper:

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«L’uomo può pensare unicamente in quel duplice movimento» ― oscillatorio ―  «che significa un continuo trascendere il finito verso l’infinito e un continuo concretizzarsi dell’infinito verso il finito. Un tale pensiero dev’essere caratterizzato come pensiero storico; esso si trova in una dialettica mai conclusa di passato e di futuro, di libertà e necessità, in una dialettica disposta sempre oltre se stessa e, come tale, dev’essere circoscritto rispetto ad ogni pensiero statico. In quanto radicalizzazione della problematica trascendentale, esso coglie anche l’assoluto innanzitutto come momento interno a questa storicità» [41].

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La salita del pensiero verso il trascendente e l’universale astratto, e il ritorno nel singolare concreto ed immanente, valgono per il pensiero morale, che deve stabilire l’azione concreta, non per quello della metafisica e della teologia speculativa, che, una volta salita al cielo, contempla, nel pensiero statico, ossia stabile ed immutabile,  le «cose di lassù» [Col 3,1]. È falso dunque che l’uomo può pensare unicamente nel pensiero «storico», considerando oltre a tutto che cosa Kasper intende con questa espressione, come abbiamo già visto.

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Il concepire poi l’Assoluto come «momento interno della storicità» della coscienza, sa molto di idealismo. Certamente Dio è presente ed intimo alla coscienza di ogni uomo. Ma il presentarLo nei suddetti termini dà un’immagine falsa dello stesso Assoluto, Che sembra essere un pensiero, sia pur sublime, ma pur sempre una semplice idea umana, immanente ai limiti storici della coscienza, mentre in realtà il Dio eterno e infinito li trascende all’infinito.

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Continua Kasper:

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«Le moderne interpretazioni del principio di analogia […] fanno propria l’impostazione trascendentale e intendono l’analogia come esplicazione dell’autocompimento dello spirito, che può esprimere il finito unicamente nell’orizzonte dell’infinito non più oggettivabile e quindi non più enunciabile univocamente» [42].

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Benché si tratti di «moderne interpretazioni dell’analogia», esse tuttavia non capiscono che cosa è l’analogia, la quale non suppone alcun trascendentalismo idealista e nessun «autocompimento dello spirito», ma semplicemente la nozione analogico-trascendentale dell’ente. Per questo, il vero sapere analogico in teologia non esprime affatto «il finito unicamente nell’orizzonte dell’infinito», ma lo esprime nell’orizzonte dell’essere analogico.

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La teologia non parte affatto dal concetto di Dio, per conoscere il mondo alla luce di quel concetto; ma, al contrario, parte dall’esperienza sensibile del mondo per risalire a Dio come causa e creatore del mondo [Rm 1,20; Sap 13,5]. Non è vero che Dio non è oggettivabile, ossia conoscibile in concetti. Lo è, certo, non univocamente, ma analogicamente.

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La concezione dialettica di Dio

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Dice Kasper:

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«L’assoluto dev’essere conosciuto solo nel e con quel centro oscillante di posizione e negazione. Ciò che nella teologia scolastica viene giustapposto in modo relativamente estrinseco come via positionis e via negationis, qui diviene, invece, peculiare movimento globale del pensiero, anzi diviene l’esercizio dello spirito stesso. L’assoluto è allora conosciuto unicamente in quanto movimento dialettico dello spirito e non in un cosiddetto concetto analogo» [43].

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Kasper a un certo punto, scopre le carte e manifesta con tutta chiarezza che la sua «analogia» non è altro che uno specchietto per le allodole, che nasconde in realtà la dialettica hegeliana della sintesi tra il sì e il no, il sapere e non sapere:

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«Non è forse vero che l’uomo, anche e proprio nella sua apertura all’infinito, rimane pur sempre spirito finito? E in questo spirito finito potrà egli pensare l’infinito? O non dovrà conoscerlo e misconoscerlo allo stesso tempo?» [44].

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Come esiste una visione doppia nella vista fisica ― per esempio il vederci degli ubriachi o la miopia ―, così ne esiste una nella vista dello spirito. E come è anormale e sgradevole la prima, così è ancor più anormale e spiacevole la seconda. Questa peraltro non è inevitabile e non c’è da provarne alcun gusto, come invece pare ne provi Kasper.

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Con una vista doppia, Dio dunque appare doppio: eterno e temporale, immutabile e mutevole, impassibile e sofferente, punitore e complice del peccato, misericordioso e crudele, ecc.. Kasper fraintende completamente il rapporto fra teologia positiva e teologia negativa: non comprende che non si tratta assolutamente di affermare e negare simultaneamente lo stesso attributo divino. Ciò sarebbe quel dire sì e no, che Cristo attribuisce al diavolo. Si tratta, invece, proprio come insegna la teologia medioevale ingiustamente da lui disprezzata, proprio di separare accuratamente, senza contrapporre, il momento della teologia positiva da quello della negativa, per il fatto che la seconda si costruisce sulla base della prima, in quanto, mentre quella afferma un attributo divino nella sua assolutezza ― per es. la bontà ―, la seconda lo nega evidentemente non in quanto tale, ma, ponendosi dal punto di vista del nostro modo umano di concettualizzare e di quanto noi possiamo comprendere della bontà divina. Il metodo scolastico conserva il contenuto trascendentale del concetto di bontà, ma ne nega il modo finito col quale la bontà si realizza nelle nostre conoscenze umane [45].

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Davanti al Mistero divino, il concetto non entra in contraddizione con se stesso, ma al contrario si afferma nella sua massima potenza e assurge alla sua massima dignità, certo non col suo modo d’essere finito [46], ma nel suo contenuto teologico. Qui Hegel aveva ragione contro Schelling. E il concetto, nel momento nel quale avverte questo suo limite, si rende conto di essere infinitamente superato dal modo d’essere divino. E proprio questa esperienza gli fa capire di aver raggiunto Dio, perché, se non avvertisse di essere superato, ciò che concepisce non sarebbe Dio, ma un idolo. Su questo punto Schelling non aveva tutti i torti.

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Il Dio di Schelling e di Hegel

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Kasper propone una teologia, la quale mette assieme l’idea di Dio in Schelling con quella di Hegel, nonostante il forte contrasto che le divide. Ma entrambe derivano dalla concezione luterana di Dio, e questo spiega, secondo me, questo fatto di congiungerle. Resta comunque che, mentre Schelling punta l’attenzione sul Deus absconditus, Mistero assoluto e indifferenziato di identità ideale-reale, soggetto-oggetto, inconoscibile e indicibile, «coincidentia oppositorum», il Dio del quale si può dire tutto e il contrario di tutto, «stoltezza della predicazione», un Assoluto che, come è noto, appare ad Hegel la «notte ― come egli dice ―, nella quale tutte le vacche sono nere», Hegel considera il Dio che si fa storia ed appare nella coscienza sub contraria specie, il Deus revelatus, l’evento Cristo, il Logos, la Ragione, la Parola, il Concetto, l’«Universale concreto».

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Kasper, Per quanto riguarda Schelling, nel far sua la sua concezione, la riporta in questi termini:

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«L’infinito non oggettivo, originario, non può essere saputo oggettivamente, ma soltanto in modo assoluto. Questo sapere trascendentale, tuttavia, non sta semplicemente accanto al sapere oggettivo, ma lo comprende e lo rende possibile, non è tematizzabile in se stesso, non deve essere oggettivato e quindi falsato. Lo si scopre solo nella dialettica, in quell’oscillare e in quel passare dall’uno all’altro» [47].

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Questa conoscenza «assoluta» è sempre la dialettica, come in Hegel: la sintesi del sì e del no, dell’affermazione e della negazione, con la differenza che mentre in Hegel l’Assoluto può e deve essere concepito razionalmente e determinatamente, per cui, come dice Hegel «il Mistero è svelato», il sapere assoluto di Schelling è indifferente alle distinzioni concettuali, lasciandole nelle loro opposizioni, e quindi dà l’impressione di apprezzare l’esperienza mistica e l’oscurità divina, ma nel momento in cui questo sapere viene espresso, ricade nell’«oscillazione» tra il sì e il no, che abbiamo già vista. É in fondo la coincidentia oppositorum del Cusano, che pure abbiamo già vista.

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Anche per San Tommaso, certamente, Dio è l’Assoluto, ma ciò non impedisce che si possa avere un concetto, benché imperfetto, dell’essenza di Dio, esprimibile nel linguaggio, già in base alla ragione e ancor più grazie alla fede. Questo concetto, prodotto dalla nostra ragione, sia pur illuminata dalla fede, non può indubbiamente comprendere o abbracciare esaustivamente l’essenza divina nella sua infinità. E tuttavia la può conoscere limitatamente nella sua verità. Nel contempo, San Tommaso non nega che la nostra parola venga a mancare, quando consideriamo, soprattutto nell’esperienza della carità, l’infinita bontà divina. E quindi non nega affatto l’esperienza mistica. Ma si guarda bene dal basarla sull’oscillazione tra il sì e il no. Essa invece nasce da un sì a Dio detto con tutte le proprie forze e sulla base delle verità di fede.

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Resta comunque, come abbiamo visto, che noi possiamo concepire Dio facendo ricorso al concetto analogico dell’essere, per il fatto che la Scrittura ci insegna che Dio è «Colui Che É» [Es 3,14], quindi, come osserva San Tommaso, Dio è un Ente, la cui essenza è quella di essere assolutamente e infinitamente. In tal senso Dio è l’Infinito e l’Assoluto. Parliamo di concetto analogico, per il fatto che, come insegna la Scrittura [Sap 13,5], noi possiamo sapere che Dio esiste e quindi possiamo farcene un concetto, partendo dalla considerazione degli enti, ossia delle cose, che sono effetti della sua potenza creatrice: «Di fatti, dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’Autore». Se infatti tutte le cose hanno in comune il fatto di esistere e di avere l’essere, un essere del quale partecipano, senza che nessuna di esse sia l’essere per essenza, la ragione ci obbliga ad ammettere che, avendo esse ricevuto l’essere, debba esistere un Essere, Che lo abbia dato loro, cioè che le abbia create, un Essere che, per spiegare l’esistenza degli enti, a sua volta non abbia ricevuto l’essere, ma che sia puro ed infinito Essere, quello che San Tommaso chiama ipsum Esse per Se subsistens, Dio.

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Una volta dunque che noi abbiamo formato la nozione universalissima  dell’essere,  siamo in grado di poter predicare l’essere sia delle cose, che di Dio, ma dobbiamo tener presente che lo predichiamo nei due casi non in senso univoco, come se di esse e di Dio l’essere si potesse predicare nello stesso senso, ma in due sensi molto diversi, ossia analogici, perché, mentre le cose hanno l’essere, ossia sono finite, Dio è l’Essere infinito. Per questo l’Aquinate dice che mentre la realtà creata è id quod habet esse, Deus est suum esse. E d’altra parte, esagerando la diversità tra la creatura e il Creatore e cadendo nell’equivocità dell’essere per un falso misticismo e senso del mistero, non si può dire che l’essere non si può predicare di Dio, in forza della “trascendenza” di Dio e della sua superiorità nei confronti di tutti i concetti umani. Questo è l’errore di Schelling, nel quale cade anche Kasper.

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Il Dio dell’idealismo proposto da Kasper oscilla tra l’equivocità e l’ univocità. Questa tendenza è in nuce già nel Dio di Lutero, che congiunge la concezione agostiniana del Dio interiore alla coscienza e luce della coscienza, fonte di verità eterne, col Dio di Ockham, che è un Dio che non tiene conto delle nostre certezze, un Dio quindi, sui cui attributi si può equivocare, perché la sua imperscrutabile e insindacabile volontà non comanda ciò che è bene, ma ciò che Egli vuole che sia bene. Per cui, se Dio permettesse l’adulterio, esso sarebbe lecito. Infatti, per Ockham, dato che non ammette l’esistenza di essenze universali, non esiste una natura umana, regolata da leggi morali universali, valide per ogni individuo, per cui il bene dell’uomo non è l’osservanza di queste leggi, ma semplicemente il fatto che ogni singolo uomo compia il volere di Dio nella sua situazione particolare e variabile da uomo a uomo. I doveri dell’uomo non sono motivati da una ragione, che non dà certezze, ma solo da opinioni, e dal solo fatto che Dio vuole così e potrebbe volere diversamente.

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Il Dio dell’idealismo approvato e raccomandato da Kasper e da lui considerato migliore e più biblico di quello di San Tommaso, è una congiunzione della concezione luterana di Dio con quella cartesiana, attraverso Kant e Fichte.

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L’agostiniano Dio nella coscienza ha un riflesso sia in Lutero che in Cartesio, ma mentre in Agostino la coscienza entra in se stessa per aprirsi alle cose esterne che conducono a Dio ed alla compagine visibile, istituzionale e sacramentale della Chiesa con a capo il Vicario di Cristo, con Lutero e Cartesio, il Dio nella coscienza diventa, per dirla con Kasper

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«il principio moderno della soggettività, il processo durante il quale l’uomo diventa cosciente della propria libertà come autonomia, e se la rende punto di partenza, misura e mezzo per un’intera concezione del reale» [48].

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Dio e la storia

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La proposta kasperiana è chiara: è quella di sostituire, nell’interpretazione della Rivelazione cristiana, la filosofia tomista con quella idealista, nonostante le secolari raccomandazioni a favore di San Tommaso fatte dai Sommi Pontefici, fino alle prescrizioni del Concilio Vaticano II e dei seguenti Pontefici, come San Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et Ratio e le ripetute condanne dell’idealismo da parte del Magistero della Chiesa sin dal XIX secolo. É evidente, altresì, in Kasper, l’intento di favorire Lutero dietro le lodi tributate a Schelling e ad Hegel.

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Prendiamo in esame alcune dichiarazioni significative di Kasper. Egli ritiene che

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«la filosofia di Hegel … offre al teologo degli strumenti concettuali che lo aiutano, più di quanto non sia stata capace la tradizione metafisica del passato, a capire l’avvenimento di Cristo e a riflettere su Dio non più in termini filosofico-astratti, bensì concretamente, a pensare cioè Dio come il Dio e Padre di Gesù Cristo» [49].

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Vediamo quali sarebbero secondo Kasper questi «strumenti concettuali», che fanno conoscere il mistero cristiano meglio di San Tommaso. Egli dice:

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«Un Dio che ora viene pensato entro l’orizzonte della soggettività, non può essere compreso come l’Esistente supremo, perfettissimo e immutabile. Si giunge così, dopo i diversi tentativi intrapresi dallo scotismo e dal nominalismo medievali, come pure da pensatori quali Meister Eckhart e Nicolò Cusano, a una de-sostanzializzazione del concetto di Dio» [50].

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Kasper loda Hegel perché è giunto a concepire l’Assoluto

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«non come sostanza ma come soggetto, in quanto si aliena nell’altro da sé» [51]. «L’Intero (Dio) non è altro che l’essenza che si compie attraverso la sua evoluzione» [52]. «Questa comprensione storica di Dio ― spiega Kasper [53] ― è mediata sul piano cristologico e raggiunge il suo apice nell’interpretazione del fenomeno della croce, nel tentativo di capire la morte di Dio»

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«L’avvenimento della croce ― continua Kasper parlando di Hegel ― è la descrizione esteriore della storia dello Spirito assoluto»[di Dio]; «per essa avviene in Dio una “scissione”»; la morte di Dio significa che egli nega se stesso: «in questa auto-alienazione la morte rappresenta il vertice massimo della finitudine, la negazione suprema e quindi anche la migliore manifestazione dell’amore di Dio» [54].

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Dice ancora Kasper:

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«Per sua stessa essenza lo Spirito assoluto pone in se stesso la sua differenza da sé. Secondo Hegel, questa è un’esegesi filosofica del detto biblico: ‘Dio è amore’» [55].

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É qui evidente un’interpretazione dialettica del Mistero della Croce, la quale nulla ha a che vedere con quanto la dottrina della Chiesa e la Scrittura insegnano sull’argomento [56].

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Conseguenze in antropologia e morale

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Se la casa è fondata sulle sabbie mobili del divenire e dell’incertezza, non c’è da stupirsi se essa non possa avere una salda struttura e garantire una sicura abitabilità. E di fatti l’antropologia kasperiana e la morale che ne discende ci lascia in balìa delle onde del mare agitato della storia, senza una meta fissa e senza un porto riparato nel quale rifugiarci, che non sia ciò che si svolge nella dialettica della nostra coscienza soggettiva. Poco ci aiuta il richiamo ad un “Assoluto” impelagato come noi nelle vicende, nelle sventure e nelle oscurità di questa vita mortale, tanto che non si capisce se è Lui che ci soccorre o noi dobbiamo soccorrere Lui.

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Dice Kasper:

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«L’uomo si trova davanti a un mistero insuperabile, anzi egli stesso è un mistero impenetrabile. Non è possibile ricavare le linee essenziali della nostra esistenza» [57].

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Non si risolve il delicatissimo problema dell’essenza dell’uomo, nonché dei fini e delle leggi della sua vita con un misticismo a buon mercato, che non è altro che una comoda ma vergognosa fuga dalle proprie responsabilità. In tal modo, si abbandona la gravissima questione morale nelle mani di qualunque ciarlatano. Per un teologo cattolico la cosa, poi, è ancora più grave, considerando il ricchissimo e millenario patrimonio dottrinale, del quale dispongono in merito l’antropologia e la morale cattolica.

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La riduzione dell’uomo, fatta da Kasper, a mera possibilità di recepire la grazia, a mero vaso della grazia, può dar l’impressione di un’alta spiritualità, ma in realtà è una schietta impostura, anzi è un’assurdità, perché la grazia è un perfezionamento della natura: se non esiste il perfezionabile, non può esistere neppure la perfezione che dovrebbe perfezionarlo.

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Dice infatti Kasper:

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«L’infinita distanza che separa l’uomo da Dio, la creatura dal suo Creatore, e la cui mediazione si preannunzia nella persona dell’uomo come interrogativo e come speranza, non può essere colmata da possibilità umane. Per sua stessa essenza questa mediazione non può provenire che da Dio. Nella sua personalità, l’uomo è soltanto grammatica, potentia oboedientialis, pura e passiva possibilità di questa mediazione» [58]. «L’antropologia è, per così dire, la grammatica di cui Dio si serve per autoesprimersi; ma la grammatica in quanto tale rimane aperta agli enunciati più diversi e trova la sua determinazione concreta soltanto nella vita umana di Gesù» [59].

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L’uomo davanti a Dio non è  solo una passiva «grammatica», ma è una creatura libera fatta a sua immagine, con ben precise finalità e regolata da ben precise leggi, della cui obbedienza deve render conto a Dio; non è un nastro registratore, ma un soggetto personale attivo, un interlocutore capace di rispondere di sì o di no, e che Dio chiama a dirgli di sì.

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Nell’etica che discende dall’antropologia kasperiana tutto è possibile e il contrario di tutto. Niente è stabile, niente è universale, niente è necessario, niente è assoluto. Ma tutto diviene, tutto è storicizzato, tutto è relativo, tutto è diversificato, tutto è contestualizzato, tutto è particolare e concreto.

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Le note conturbanti di questa etica relativista e storicista dovrebbero metterci in allarme e farci consapevoli dell’importanza delle buone basi metafisiche e teologiche della morale, se non vogliamo che la condotta umana, abbandonando le vie del Vangelo, scenda al livello dell’homo homini lupus.

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Varazze, 24 maggio 2018

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NOTE

[1] L’Assoluto nella storia nell’ultima filosofia di Schelling, Jaca Book, Milano 1986, p.492.

[2] Cf G.Cavalcoli, San Tommaso e la filosofia cristiana, in La filosofia cristiana tra Ottocento e Novecento e il Magistero di Leone XIII, in Atti del Convegno di Perugia del 29.V-1.VI 2003, a cura della Curia Arcivescovile di Perugia, Perugia 2004, pp.323-332; AA.VV., Tommaso d’Aquino e l’oggetto della metafisica, Armando Editore, Roma 2004.

[3] E’ la convinzione dei rahneriani che ormai Rahner abbia soppiantato S.Tommaso o sia il S.Tommaso del nostro tempo. Tale convinzione, con buona pace dei rahneriani, ovviamente si basa su di un fraintendimento  delle verità fondamentali della ragione e della fede.

[4] Vedi la grande enciclica di S.Giovanni Paolo II Fides et Ratio del 1998.

[5] Cf E.Gilson, Lo spirito della filosofia medioevale, Ed.Morcelliana, Brescia 1964.

[6] Alcuni testi sull’importanza e l’attualità del pensiero di S.Tommaso: G.Mattiussi, Le XXIV Tesi della filosofia di S.Tommaso d’Aquino approvate dalla Congregazione degli Studi, Tipografia della Pontificia Università Gregoriana, Roma 1947; J.Maritain, Le Docteur Angélique, Desclée De Brouwer&C.ie, Paris 1930; A.Fernandez –M.Cordovani – M.Maggiolo – R.Spiazzi, La missione del tomismo, Edizioni S.Sisto Vecchio, Roma-Napoli 1967; C.Giacon, Le grandi tesi del Tomismo, Edizioni Patron, Bologna 1967; P.Parente, Terapia Tomistica per la problematica moderna da Leone XIII a Paolo VI, Edizioni Logos, Milano 1979; J.A.Weisaheipl, Tommaso d’Aquino.Vita, pensiero, opere, Jaca Book, Milano 1988; N.Sarale, S.Tommaso d’Aquino oggi, Editrice Civiltà, Brescia 1990; A.Livi, Tommaso d’Aquino. Il futuro del pensiero cristiano, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1997; R.Spiazzi, Il pensiero di S.Tommaso d’Aquino, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1997; R.Garrigou-Lagrange, La sintesi tomista, a cura di M.Bracchi, Prefazione di A.Livi, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2015.

[7] Qui Kasper polemizza con lo Przywara.

[8] L’Assoluto nella storia, op.cit., p.492.

[9] Come è noto, il Gaetano fu incaricato da Papa Leone X di ingiungere a Lutero a ritrattarsi. Purtroppo la missione fallì perché Lutero avrebbe voluto difendersi, ma al dottissimo e pio Cardinale domenicano, obbediente al Papa, non fu concesso di discutere con Lutero. A questo punto Lutero non volle saperne di correggersi e restò attaccato alle sue idee, come poi avrebbe fatto per il resto della sua vita. Chissà che invece, se i due avessero potuto dialogare, al Gaetano non fosse stato possibile, con la sua eccezionale capacità di persuasione, ad aprirsi uno spiraglio nella coscienza di Lutero circa l’importanza della metafisica per interpretare la Parola di Dio. Cf su questo argomento interessante lo studio approfondito dello storico domenicano Charles Morerod, oggi Vescovo di Losanna, Cajetan et Luther en 1518, Fribourg en Suisse 1994.

[10] Cf J.Maritain, Sept leçons sur l’Etre et les premiers principes de la raison spéculative, Téqui, Paris 1934, pp.88-96.

[11] Non può essere in se stesso diviso o molteplice, benchè abbia molteplici significati, perché deve coprire tutta l’ampiezza e l’estensione dell’essere e fuori dall’essere non c’è che il nulla. Fu già questo l’errore di Enrico di Gand, nel sec.XIII, il quale pensava che esistessero due nozioni analogiche dell’ente simili fra di loro, una per Dio e una per il mondo. Cf E.Bettoni,  Duns Scoto filosofo, Editrice Vita e Pensiero, Milano 1966, pp.67-69.

[12] L’Assoluto nella storia, op.cit., p.504.

[13] Il dogma sotto la Parola di Dio, Herder-Morcelliana, p.48.

[14] Denz. 1507, 3020, 3074,. 3540; Catechismo della Chiesa Cattolica, n.88-90; Cf« il Codice del 1917: «Christus Dominus fidei depositum Ecclesiae concredidit, ut ipsa, Spiritu Sancto iugiter assistente, doctrinam revelatam sancte custodiret et fideliter exponeret» [Can.1322§1]; Melchior Canus, De locis theologicis, Venetiis 1786, pp.88-93; R.-M.Schultes, Historia dogmatum, c.I, Lethielleux, Paris 1922; A.Gardeil, Le donné révélé et la Théologie, Les Éditions du Cerf, Paris 1932; S.Cartechini, Dall’opinione al domma. Valore delle note teologiche, Edizioni “La Civiltà Cattolica”, Roma 1953; Y.Congar, La Foie et la Théologie, Desclée, Tournai, 1962, pp.54-71; F.Marín-Sola, La evolución homogenea del dogma católico, Madrid-Valencia 1963, cc.III e IV; G.Cavalcoli, La questione dell’eresia oggi, Edizioni Viverein, Roma 2008, pp.215-223.

[15] Cf Conc. Vat.II, Cost.Dogm. Dei Verbum,cc.II e III.

[16] Della quale parla il Maritain nelle già citate Sept Leçons, pp.45-50.

[17] L’Assoluto nella storia, op.cit., p.61.

[18] Cf Martin Lutero. Una prospettiva ecumenica, Queriniana, Brescia 2016, p.54.

[19] Egli fraintende questa immagine proposta da Papa Francesco, il quale non si riferiva all’essenza della Chiesa, il cui centro organizzativo è evidentemente il Papa, ma all’ecumenismo.

[20] Vedi l’interessante analisi della metafisica di Guglielmo di Ockham in T.Tyn Metafisica della sostanza. Partecipazione e analogia entis, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1991, pp.243-258.

[21] Il dogma sotto la parola di Dio, Ed. Queriniana, Brescia 1968, p.47.

[22] Op.cit.,p.137.

[23] Ibid., p.65.

[24] Ibid., p.148.

[25] Per questo, l’ammissione, sostenuta dal Card.Kasper, di casi nei quali la S.Comunione potrebbe essere concessa ai divorziati risposati, non è fondata, come io ho sostenuto in questo sito, sul fatto che qui è in gioco una semplice legge ecclesiastica, ma dipende dal fatto che egli, a causa della sua gnoseologia storicistica, non può accettare l’indissolubilità del matrimonio come valore assoluto ed universale.

[26] Fenomenologia dello Spirito, La Nuova Italia, Firenze 1988, vol.I, p.27.

[27] Vedi i passi di Kasper nel mio libro Il mistero della Redenzione, Edizioni ESD, Bologna 2004, pp.321 e 325.

[28] LA  DIALETTICA NELLA CRISTOLOGIA DI HEGEL, in Sacra Doctrina, 6,1997, pp.87-140. Non si tratta di communicatio idiomatum,  perché  Kasper attribuisce l’umano non alla natura divina in quanto è unita alla natura umana nella Persona di Cristo (“Dio è morto”, “Dio soffre”), ma alla natura divina come tale. Per lui, come per Hegel, Dio è essenzialmente umano. Indipendentemente dall’uomo, Dio non è Dio. Secondo il coscienzialismo idealista, Dio è Dio nella coscienza dell’uomo e in quanto pensato dall’uomo. Tutto nella coscienza, niente fuori della coscienza. È, in fondo, il cogito cartesiano sviluppato da Fichte.

[29] Gesù il Cristo, Queriniana , Brescia 1975, p.231.

[30] Gesù il Cristo, Ed.1981, pp.250-251.

[31] A.Livi, Vera e falda teologia. Come distinguere l’autentica ”scienza della fede” da un’equivoca “filosofia della religione”, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012.

[32] L’Assoluto nella Storia, op.cit., p.493.

[33] Ibid., p.503.

[34] Fenomenologia dello Spirito, op.cit., pp. 14,15.

[35]Ibid.

[36] Ibid., p.17.

[37] Ibid., p.26. Il difetto della gnoseologia hegeliana è dato dal fatto che il punto di partenza del sapere non è dato dall’affermazione dell’evidente, ossia della cosa sensibile che fronteggia l’esperienza e la ragione, cioè l’oggetto, ma, al contrario, dalla sua negazione: l’oggetto è un opposto al soggetto, per cui il vero è dato dal fatto che il soggetto, negando l’oggetto, lo identifica di nuovo con sé. Cf il mio articolo La negazione della verità del senso comune in Hegel, in La certezza della verità, Raccolta di contributi di vari Autori a cura di Antonio Livi, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2013, pp.143-148.

[38] Metafisica della sostanza. Partecipazione e analogia entis, op.cit. p.875.

[39] È strano che Lutero abbia accusato Aristotele di essere un sofista, mentre il grande sofista era proprio lui.

[40] L’Assoluto nella storia, op.cit., pp.493-494.

[41] L’Assoluto nella storia, op.cit., pp.491-492.

[42] Ibid., p.494.

[43] Ibid., pp. 494-495.

[44] Gesù il Cristo, Ed. Queriniana, Brescia 1975, p.65.

[45] Quindi, quando Gesù dice che «solo Dio è buono» [Mc 10,18], evidentemente non nega che anche le creature siano buone [Gen 1, 10,13, 18, 21, 25] nel loro modo finito; ma semplicemente vuol dire che solo Dio è assolutamente ed infinitamente buono. Cf J.-H.Nicolas, Dieu connu comme inconnu. Essai d’une critique de la connaissance théologique, Desclée De Brouwer, Paris 1966, pp.145-146.

[46] Bisognerebbe che fosse infinito anche il modo d’essere di tale concetto. Ma qui esiste un solo Concetto adeguato, che è il Logos.

[47] L’Assoluto nella storia, op.cit., p.491.

[48] Gesù il Cristo 1981, p.253.

[49] Gesù il Cristo 1981, p.256.

[50] Ibid. p.253

[51] Ibid., p.254

[52] Ibid.

[53] Ibid.

[54] Ibid..254-255.

[55] Ibid.

[56] Vedi il mio trattato Il Mistero della Redenzione, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2004.

[57] Ibid. p.65.

[58] Ibid., p.346.

[59] Ibid., p.66.

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