«DACCI OGGI IL NOSTRO TEATRINO QUOTIDIANO». ALESSANDRO MINUTELLA RICORDA DI ESSERE «DUE VOLTE TEOLOGO E DUE VOLTE LAUREATO», POI ANNUNCIA DI ESSERSI CONFESSATO. DOMANDA: CHI LO HA VALIDAMENTE ASSOLTO?
Minutella non può essere assolto né ricevere alcuna valida assoluzione se non dopo aver ritrattato le sue eresie. E, considerato che i delitti nei quali è incorso sono riservati alla Sede Apostolica, chiunque lo assolva senza sua previa ritrattazione pubblica, o perlomeno dinanzi a due testimoni in caso di pericolo di vita, incorrerebbe a sua volta in scomunica.
Nei giorni passati è finito sotto i fuochi di Alessandro Minutella ― prete palermitano scomunicato e poi dimesso dallo stato clericale ― il discepolo del Servo di Dio Padre Divo Barsotti, il Padre Serafino Tognetti, “colpevole” di avere adempiuto al proprio dovere sacerdotale dissuadendo alcune persone che lo hanno interpellato dal seguire questo soggetto sulla via del grave errore. Come sempre accade in questi casi è tornato alla carica con un suo vecchio mantra:
«Ricordo al confratello Padre Tognetti che Don Minutella è due volte teologo, ho due lauree in teologia …».
È il caso di chiarire — ovviamente senza entrare nel merito del foro interno sacramentale ed extra-sacramentale — alcuni punti fondamentali a quelle persone semplici non addentro a certe dinamiche ecclesiastiche:
a) il Nostro, sebbene si proclami teologo dogmatico, tale non è, non avendo mai conseguito “lauree” in teologia alla facoltà di teologia ma in spiritualità presso l’Istituto di Spiritualità della Pontificia Università Gregoriana;
b) tra una “laurea” in teologia (Facoltà di Teologia) e una in spiritualità (Istituto di Spiritualità) c’è la differenza che corre tra una laurea in medicina e una in scienze infermieristiche.
Ma soprattutto, sempre ai non addetti ai lavori è opportuno e giusto chiarire che la “laurea in teologia” non esiste proprio come titolo nelle università ecclesiastiche e che i nostri titoli accademici sono i seguenti:
2) licenza specialistica, rilasciata dopo 2 o 3 anni, titolo che sommato al baccellierato teologico equivale per lo Stato a un diploma di laurea magistrale;
3) dottorato di ricerca, rilasciato dopo un minimo di almeno due anni, con il quale si conferisce titolo di dottore, equivalente per lo Stato a un dottorato di ricerca, ma non sempre però, a volte è riconosciuto equipollente a un master post-laurea; al dottorato sono riconosciuti equipollenti il dottorato in teologia, in diritto canonico, in scienze bibliche, in filosofia, in storia … non però tutti quegli altri nuovi rami considerati “propedeutici” o “marginali”, tra questi la spiritualità.
Chiarito il tutto è bene ricordare che alla prova dei fatti le due decantate lauree — peraltro inesistenti secondo i gradi e i titoli rilasciati dalle università e dagli atenei ecclesiastici — sono servite al Nostro per ottenere questi straordinari risultati:
c) incorrere ferendae sententiae nella dimissione dallo stato clericale con decreto emesso personalmente dal Romano Pontefice, perché lui solo può infliggere questa pena estrema comminata solo in casi molto rari e molto gravi.
Nella rubrica “Santi e Caffè” del 4 luglio,MisterSono-Due-Volte-Teologo (nome) Ho-Due-Lauree-In-Teologia(cognome) ha annunciato urbi et orbidi essersi confessato (!?).
Domanda del tutto legittima: chi lo avrebbe assolto, forse qualche suo compagno di sventura colpito anch’esso da provvedimenti canonici che vietano tassativamente al gruppetto di preti al suo seguito di celebrare la Santa Messa, predicare e amministrare confessioni? Ormai conosciamo bene la sua tecnica comunicativa: gettare una affermazione ad effetto in mezzo alle altre, facendo passare la cosa come assolutamente naturale agli occhi di quelli che lo seguono.
Senza — come scritto poc’anzi — entrare nel campo del foro interno sacramentale ed extra-sacramentale, così come nell’ambito del lavoro del sacerdote che abbia raccolto la sua confessione sacramentale, è necessario intervenire su alcune questioni delle quali lo stesso Minutella ne ha reso e ne rende ampia pubblicità.
Da alcuni anniMister Sono-Due-Volte-Teologo (nome) Ho-Due-Lauree-In-Teologia (cognome), cita in modo ossessivo compulsivo dei canoni del Codice di Diritto Canonico ai quali fa dire quello che in essi non è scritto, estrapolandoli e de-contestualizzandoli da tutto quanto l’impianto giuridico ecclesiastico, come nel caso del can 332 § 2, al quale dedicherò prossimamente un articolo sul tema del munuse del ministeriumdel Romano Pontefice.
Leggi canoniche ben chiare e precise, in particolare il can. 1331 § 1 del C.I.C. del 1983 che proibisce allo scomunicato:
1º di celebrare il Sacrificio dell’Eucaristia e gli altri sacramenti;
2º di ricevere i sacramenti;
3º di amministrare i sacramentali e di celebrare le altre cerimonie di culto liturgico;
4º di avere alcuna parte attiva nelle celebrazioni sopra enumerate;
5º di esercitare uffici o incarichi o ministeri o funzioni ecclesiastici;
6º di porre atti di governo.
§ 2. Se la scomunica ferendae sententiae fu inflitta o quella latae sententiae fu dichiarata, il reo:
1º se vuole agire contro il disposto del § 1, nn. 1-4, deve essere allontanato o si deve interrompere l’azione liturgica, se non si opponga una causa grave;
2º pone invalidamente gli atti di governo, che a norma del § 1, n. 6, sono illeciti;
3º incorre nella proibizione di far uso dei privilegi a lui concessi in precedenza;
4º non acquisisce le retribuzioni possedute a titolo puramente ecclesiastico;
5º è inabile a conseguire uffici, incarichi, ministeri, funzioni, diritti, privilegi e titoli onorifici.
A uno scomunicato che non abbia fatto ammenda dei suoi delitti contro la Chiesa e il deposito della fede è proibito ricevere i Sacramenti e se vescovo o presbitero è proibito amministrarli. Come infatti l’eretico scismatico ha dato pubblico scandalo, allo stesso modo, nel caso auspicabile volesse ravvedersi e ricevere la remissione di un peccato la cui assoluzione è di per sé riservata alla Sede Apostolica (cfr. can. 1354 §2; art. 52 della Costituzione Apostolica Pastor Bonus), dovrà altrettanto pubblicamente abiurare i propri errori. Solo se, per reali motivi di vita e di morte non fosse possibile fare pubbliche dichiarazioni, in quel caso il confessore è autorizzato ad assolvere anche dai delitti riservati alla Sede Apostolica; dovrà però chiamare due testimoni e far ritrattare dinanzi a loro l’eretico, apostata e scismatico prima di concedergli l’assoluzione in articulo mortis.
Ai sensi delle leggi canoniche,Mister Sono-Due-Volte-Teologo (nome) Ho-Due-Lauree-In-Teologia (cognome) non può quindi essere assolto né ricevere alcuna valida assoluzione se non dopo aver ritrattato le sue eresie. E, considerato che i delitti nei quali è incorso sono riservati alla Sede Apostolica, chiunque lo assolva senza sua previa ritrattazione pubblica, o perlomeno dinanzi a due testimoni in caso di reale pericolo di vita, incorrerebbe a sua volta in scomunica latae sententiae (cfr. can 969; can. 1378 §2 n. 2).
Questo è ciò che stabiliscono le leggi canoniche, al contrario di quelle personali di Mister Sono-Due-Volte-Teologo (nome) Ho-Due-Lauree-In-Teologia (cognome) e dei suoi compagni di sventura, inclusi gli inventori di codici anfibologici.
Velletri di Roma, 4 luglio 2024
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2023/09/padre-Teodoro-foto-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Teodorohttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Teodoro2024-07-04 23:33:292024-07-15 18:38:24«Dacci oggi il nostro teatrino quotidiano». Alessandro Minutella ricorda di essere «due volte teologo» e «due volte laureato», poi annuncia di essersi confessato. Domanda: chi lo ha validamente assolto?
L’OPERATO DEL DEMONIO NELLA STORIA DELL’UOMO: LA TENTAZIONE COME BATTAGLIA QUOTIDIANA
Ora la possessione diabolica, di cui fu accusato perfino il Signore Gesù è un’azione straordinaria, rarissima, di cui la Chiesa per la sua certificazione segue un procedimento e delle norme severe. Ma l’azione ordinaria, quotidiana, del Demonio è la tentazione che arriva a colpire l’uomo sia nel corpo che nella psiche.
Tempo fa ho dedicato un articolo alla figura del Demonio, dopo che in Sicilia, nel febbraio di quest’anno, è stato compiuto un efferato delitto dove l’uccisore, per spiegare il suo gesto insano, si nascondeva dietro il motivo che in casa sua, nei suoi familiari, ci fosse questa oscura presenza (QUI).
Ho continuato a riflettervi sopra e trovo sia prudente oltre che ragionevole aggiungere alcune parole sulla tentazione, che appare come la via ordinaria attraverso la quale Satana agisce fra gli uomini, ponendo inciampi, in virtù del suo essere lui per primo disobbediente e mentitore. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 395, questi viene definito come uno spirito dotato di una potenza limitata:
«La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l’edificazione del regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni – di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica – per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza, la quale guida la storia dell’uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell’attività diabolica è un grande mistero, ma «noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Rm8,28)».
Ritengo sia giusto tornare a riflettere sul significato della tentazione, perché tale argomento sembra sparito dall’orizzonte della vita cristiana, anzi, talvolta, si cerca di sminuire la responsabilità personale in ordine al peccato. Quante volte abbiamo sentito pronunciare, a mo di burla, la celebre frase di Oscar Wilde: «Il modo migliore per liberarsi di una tentazione, è cedervi». Oppure di una nota frase di Gesù nel Vangelo si mantiene solo la prima parte: «Neanch’io ti condanno»; dimenticando che il testo prosegue con: «va’ e d’ora in poi non peccare più». O quando nel frasario quotidiano, a scusa di particolari peccati si suol dire: «La carne è debole».
Solo per accenno, avendo citato il celebre scrittore Oscar Wilde, vorrei ricordare che, nonostante i suoi trascorsi, le molte avventure omosessuali, egli mori da cattolico, dopo aver ricevuto da un sacerdote il Battesimo, l’assoluzione dai peccati in articulo mortise l’estrema unzione. Nella celebre lettera De profundis indirizzata a un suo amante, Oscar Wilde non smette un attimo di rimproverarsi le debolezze dimostrate in ogni occasione e pronuncia la frase: «Il Cattolicesimo è la sola religione in cui valga la pena di morire».
Sempre per allentare la responsabilità personale nel peccare, a volte si arriva, in ambito religioso, a dare l’intera colpa al Diavolo. Oppure si ricorre, fuori dall’orizzonte di fede, ai processi psicologici per cui l’essere umano, siccome è tale, soggetto a pulsioni e desideri che spesso risalgono all’infanzia, è esente dal peccato; egli può autoassolversi senza intermediari, arrivando perfino alla rimozione della colpa stessa, in barba ad ogni etica della responsabilità. Cosa questa nella quale è pioniera la Psicoanalisi freudiana.
Comprendere cosa sia la tentazione vuol dire capire proprio questa umana fragilità. In un contesto religioso e specificatamente cristiano, vediamo che questa umanità soggetta a caducità non è stata condannata da Dio, ma anzi, assunta da Verbo, la seconda persona della Santa Trinità, tanto che nel Credo si professa che Egli è: «Vero Dio e vero Uomo». Sappiamo infatti che Gesù stesso subì l’attacco della tentazione e portò la parola del perdono e della misericordia a tutti, lasciando la libertà all’uomo di poter anche disattendere questa proposta a proprio discapito.
Affrontare la tentazione per noi esseri umani vuol dire intraprendere una guerra che combattiamo di frequente. E ci viene incontro proprio l’esempio del Cristo che ingaggiò col Demonio una battaglia finale. Secondo il racconto dei Sinottici, alla manifestazione pubblica della messianicità di Gesù nel battesimo fa immediatamente seguito il conflitto con il Demonio, il cui apice è raggiunto dalla versione lucana della seconda tentazione:
«E, conducendolo in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni dell’ecumene; e gli disse il Diavolo: “Ti darò tutta questa potenza e la loro gloria, perché a me è stata rimessa ed io la do a chi voglio; se tu dunque ti prostri davanti a me, sarà tutta tua”» (Lc 4, 5-6).
È una sfida mortale. Gesù non può contestare l’affermazione di potere del Demonio, ma vi oppone la fede in un’altra potenza. A chi più tardi, facendo eco alle parole del demonio, lo accuserà di essere lui stesso un indemoniato, risponderà:
«Ma se è con il dito di Dio che io scaccio i demoni, allora è giunto a voi il regno di Dio» (Lc 11, 20).
Ora la possessione diabolica, di cui fu accusato perfino il Signore Gesù è un’azione straordinaria, rarissima, di cui la Chiesa per la sua certificazione segue un procedimento e delle norme severe. Ma l’azione ordinaria, quotidiana, del Demonio è la tentazione che arriva a colpire l’uomo sia nel corpo che nella psiche.
Come affermava il Catechismo su menzionato, per i disegni misteriosi di Dio, questa attività tentatrice seppur limitata, pure è permessa, evidentemente per un fine superiore. Potremmo dire, per il bene delle anime. La dinamica psicologica e spirituale della tentazione ha come fine il rovesciamento del reale rapporto fra noi e Dio. Il demonio facendoci apparire come buone cose che invece non lo sono, inducendoci al peccato, tenta di allontanarci dal Dio vivo e vero mettendo davanti ai nostri occhi realtà appetibili che sono in verità poveri idoli.
Queste dinamiche demoniache della tentazione le possiamo rintracciare nel primo libro biblico della Genesi. È lì che troviamo narrata la madre di ogni tentazione, nel capitolo terzo dell’opera. Il testo ci mostra come si muove una tentazione che va a scapito dell’uomo e del suo originario rapporto col Creatore.
Innanzitutto la tentazione, nel suo primo movimento, si frappone fra l’uomo e il progetto di Dio su di lui, fino a corromperlo.
«Il serpente […] disse alla donna: “È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”» (Gen 3, 1).
Il tentatore si insinua così nel rapporto fra la creatura ed il Creatore, iniziando a porre dei dubbi sotto forma di domanda in un contesto di dialogo. Avviene qui il primo cedimento, il tranello nel quale cade Eva, perché risponde. Tutti gli autori spirituali, sulla scorta del testo biblico, avvisano che non bisogna dialogare col demonio, bensì tacitarlo, impedendo che inneschi un eventuale sospetto. L’unica voce che dobbiamo ascoltare è quella di Dio.
La prossima mossa, o secondo movimento di ogni tentazione, consiste nello stravolgimento morale di un bene, facendolo percepire come l’opposto:
«Il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”» (Gen 3, 4-5).
Una volta aperta una porta per il dialogo il Demonio non solo subdolamente si insinua e pone dubbi su Dio come pochi, ma stravolge il Suo insegnamento pervertendolo. È la fine della moralità e della ricerca del vero bene: far sembrare una scelta errata, un peccato, come la cosa più buona e ragionevole. Giunti a questo punto, come si può non cadere? Anzi tutto avviene con facilità. Perché il peccato ci è presentato come la via più vera e utile, salvo poi scoprire che invece è insidiosa e soprattutto ci allontana da Dio:
«Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò»(Gen 3,6).
Come si nota, uscire poi dal tunnel della tentazione, una volta imboccato, è difficile se non impossibile. Eppure all’inizio dicevamo che non siamo soggetti senza libertà e responsabilità. Anche se beni indispensabili vengono minati da una minaccia come quella demoniaca, abbiamo la capacità, se non il dovere, di opporci. I Santi ed i maestri dello spirito ci hanno indicato alcuni mezzi i quali, se non ci fanno evitare di essere tentati, ci fortificano, ci donano quegli anticorpi che ci rendono quasi inattaccabili. Accennavo prima a non dare spazio al dialogo col demonio, che può essere, per esempio, interiore, nei nostri pensieri; e per fare questo occorre essere vigilanti.
La preghiera, sull’esempio di Gesù, aiuta molto nel non cadere nella tentazione. Essa ci allena alla vigilanza e ci prepara alle future difficoltà e lotte col demonio. Ma a volte è necessario anche fuggire dalla tentazione, come davanti ad un pericolo che ci sovrasta o che non possiamo controllare, un fuoco che divampa. I detti dei padri del deserto sono pieni di esempi di questo genere, quando erano tentati sulla loro fede genuina o sulla castità che avevano scelto. C’è un bellissimo quadro di Matthias Grünewald, conservato a Colmar in Francia, dove si vede il padre del deserto, Sant’Antonio abate, stiracchiato e assalito da ogni lato da bestie che rappresentano i demoni con le loro tentazioni. Ma non cede o demorde. Il resoconto delle battaglie di Sant’Antonio abate contro il demonio ci viene narrato in questi termini dal vescovo Atanasio di Alessandria che scrisse, avendolo conosciuto in vita, una biografia del santo anacoreta:
«Il posto sembrò esser sconquassato da un terremoto, ed i demoni, quasi abbattessero le quattro mura del ricovero sembravano penetrare attraverso esse, ed apparire in forma di bestie e di cose striscianti. Il posto si riempì improvvisamente di forme di leoni, orsi, leopardi, tori, serpenti, aspidi, scorpioni, ed ognuna di esse si muoveva in accordo alla sua natura».
Si è giustamente osservato che le prediche sui demoni costituiscono
«… un grandioso esempio di psicologia cristiana, in cui le intemperanze umane vengono descritte sotto forma di demoni richiamati dagli abissi dell’inconscio, una sorta di Freud ante litteram con la potenza di Dostoevskij.» (Louis Goosen, Dizionario dei santi, Mondadori, 2000).
Da quanto detto finora risulta evidente che, essendo l’umanità fragile, è facile per noi cedere al peccato in conseguenza di una tentazione. Eppure sappiamo da tutta la rivelazione che non possiamo essere tentati oltre le nostre capacità, che Dio è la nostra forza in qualsiasi circostanza. E se pure cadiamo, Dio ama l’uomo pentito e lo accoglie sempre nella sua grande bontà, come ci insegnano le parabole della misericordia che leggiamo nel Vangelo. Tanto che Gesù stesso ci chiede di imitarlo nel perdono del prossimo e di convertirci.
Cedere alla tentazione ed accettare passivamente il peccato non appare solo come un atto grave di irresponsabilità e immoralità; direi anche che è un atto contro la bellezza e il valore della dignità e libertà che Dio stesso ci ha donato. La sua grazia ed il suo amore, che ci ha rivelato nel corso della storia della salvezza e sommamente nel Cristo Signore nostro ci spingono a liberarci dai lacci della tentazione per vivere abitualmente nella virtù.
In una prossima puntata potremo analizzare meglio l’equipaggiamento dell’uomo virtuoso e quali armi abbiamo da Dio per combattere gli assalti demoniaci. Intanto, per smorzare un po’ i toni seriosi, vi lascio con un consiglio di lettura, il bel libro di C.S. Lewis, Le lettere di berlicche. Questo libro è un racconto satirico in forma epistolare in cui un diavolo anziano, «sua potente Abissale Sublimità il Sottosegretario Berlicche», istruisce suo nipote Malacoda, un giovane diavolo apprendista tentatore. Berlicche consiglia Malacoda su come assicurare la dannazione dell’anima di un giovane essere umano a lui assegnato, indicato come il «paziente», mentre Dio è il «Nemico». Così afferma saggiamente, nella premessa, il Lewis:
«Ci sono due errori uguali ed opposti nei quali la nostra razza può cadere a riguardo dei diavoli. Uno è non credere alla loro esistenza. L’altro è crederci, e nutrire un eccessivo e insano interesse in essi. Loro stessi sono ugualmente compiaciuti da ambedue gli errori e salutano un materialista o un mago con lo stesso piacere».
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ALDO MORO AL MARE IN GIACCA E CRAVATTA, VESCOVI E PRETI IN MUTANDE, NOI “PRETI RIGIDI” CHIAMATI “FARISEI” E “FORMALISTI” SE OSIAMO FARE RICHIAMI ALLA DIGNITÀ SACERDOTALE
«Quando andavamo in spiaggia, papà indossava sempre la giacca e quando gli chiedevo una spiegazione lui mi rispondeva che essendo un rappresentante del popolo italiano doveva essere sempre dignitoso e presentabile».
In questi giorni di calura estiva mi è capitata tra le mani la foto di un nostro statista italiano del Novecento, Aldo Moro, ritratto assieme alla figlia mentre passeggiava sulla spiaggia in giacca e cravatta. La figlia Agnese ricorda:
«Quando andavamo in spiaggia, papà indossava sempre la giacca e quando gli chiedevo una spiegazione lui mi rispondeva che essendo un rappresentante del popolo italiano doveva essere sempre dignitoso e presentabile» (cfr. QUI, QUI).
Foto 1963: Aldo Moro (1916-1978) con la figlia Agnese (1952) a passeggio sulla spiaggia in piena estate
A quei confratelli che non trovando di meglio si rivolgono a me come direttore spirituale o come confessore, sovente ripeto:
«Ciascuno di noi, forse senza neppure rendersene conto, ha come propri modelli quei sacerdoti conosciuti nei delicati anni della fanciullezza».
Ci sono fatti e situazioni in cui si ha la chiara percezione che non tanto siamo invecchiati, ma che siamo considerati vecchi da coloro che hanno trasformato la Chiesa visibile in un teatrino del burlesque.
Quando ero fanciullo andavo per due settimane a una colonia estiva organizzata dalla parrocchia e gestita dalle suore. Non avrei avuto bisogno di andare alla colonia per recarmi al mare, dove i miei familiari avevano delle residenze estive. Più volte mi recai anche con mia nonna materna sulle coste francesi in soggiorno estivo presso sua sorella. I miei genitori mi mandavano a quelle colonie marine, poi in seguito a quelle montane sopra l’Aquila, affinché trascorressi dei periodi di tempo con i miei coetanei.
Nel mese di agosto, all’inizio della colonia marina, tra le 10 e le 11 del mattino giungeva in visita inaugurale il vescovo della diocesi accompagnato dal parroco e dal suo segretario. Bambino di dieci anni che ero ― parliamo quindi di cinquant’anni fa ― tutt’oggi ricordo il vescovo con la sua talare filettata di rosso violaceo e gli altri due presbiteri con quella nera. All’epoca in Italia, l’uso delle talari bianche, era consentito solamente da Napoli in giù. Dopo il saluto rivolto a noi bambini ― come usava all’epoca e come per molti di noi seguita a usare tutt’oggi ―, a uno a uno andammo a baciare la mano destra al vescovo. Quando fu il turno mio, dopo avere baciata la mano al vescovo guardai lui e gli altri due preti e gli domandai se non avessero caldo. Il vescovo sorrise assieme agli altri due e mi rispose:
«Sì abbiamo caldo, molto! Se però un giorno ti capiterà di vedere un pastore in mezzo al gregge delle sue pecore, noterai che è sempre vestito da pastore, in estate e in inverno. Le pecore il proprio pastore lo riconoscono anche per com’è vestito. Pure il lupo che cerca di aggredire le pecore, se riconosce il pastore sta lontano e non si avvicina».
Da allora è trascorso mezzo secolo esatto, eppure ricordo sempre, non solo le parole, ma persino il tono di voce di quel vescovo, morto ormai da trentacinque anni all’età di novant’anni. Oggi invece, taluni vescovi e preti new generation, dinanzi a racconti di questo genere sorridono, ti lanciano uno sguardo misto a tenerezza e pena, poi, come si dice ai poveri nostalgici, rispondono: «Ma cosa vai a pensare e rinvangare, erano altri tempi!». Siamo sicuri che la dignità e il decoro sacerdotale siano roba di altri tempi?
Nei giorni addietro a Roma si moriva di caldo, tra Borgo Santo Spirito, Borgo Pio e Via della Conciliazione era perlopiù un andirivieni di preti con le camicie a mezze maniche scollacciate, per non parlare delle suorine con le t-shirtbianche che lasciano intravedere i lacci del reggiseno in trasparenza, ed alle quali verrebbe da domandare perché portino il velo in testa, in quelle tenute sarebbe meglio andare senza. Volendo, con il caldo, potrebbero fare a meno anche del reggiseno, se le tette non gli arrivassero all’ombelico. Poi ci sono gli immancabili vescovi con la camicia scollacciata a mezze maniche e la croce pettorale dentro il taschino, affinché il pezzo di catenella lasciata in vista dia l’immagine del “potere” tramite quella che una volta si chiamava “croce pettorale”, oggi si chiama invece “croce panzorale”, perché non sta più sul petto ma pendente sulla panza, oppure “croce tascorale”, perché riposta dentro il taschino della camicia.
Percorrendo Borgo Pio, in direzione di una traversa che si trova poco prima della fine, ben tre gruppi di persone hanno fermato me, il “prete rigido” con la talare addosso, malgrado il caldo; e mi hanno chiesto la benedizione alcuni latinoamericani, altri due gruppetti di persone se potevo benedirgli degli oggetti religiosi appena acquistati. Come di prassi ho benedetto le persone e gli oggetti. Tra questi un giovane mi ha chiesto se non avessi caldo. Gli ho risposto che da sempre soffro molto il caldo e che stavo andando proprio alla lavanderia a ritirare le mie due talari bianche di lino leggero che avevo portato a lavare e che avrei indossato se quel caldo fosse continuato o peggio aumentato. Detto questo ho chiarito:
«Il decoro e la dignità sacerdotale si può manifestare sia vestiti sia mezzi nudi con due stracci sporchi addosso. I nostri vescovi e sacerdoti martiri, morti nei campi di concentramento nazisti o nei gulagcomunisti, non erano forse rivestiti anch’essi di grande dignità? Ma siccome noi non siamo né dentro i campi di concentramento né dentro i gulag, è bene stare vestiti dal collo alle caviglie, anche quando fa caldo».
Ho usato altre parole, rispetto a quelle che usò quel vescovo con me mezzo secolo fa, ma la sostanza era quella e l’effetto prodotto penso sia stato lo stesso. Da buon prete “rigido” nessuno mi ha mai visto girare in pantaloncini corti, figurarsi entrare dentro le chiese per celebrare la Santa Messa in quelle condizioni. Nessuno mi ha mai visto al mare in costume da bagno in mezzo alla gente, le pochissime volte che durante l’estate ci vado, all’incirca tre o quattro volte, mi reco in posti isolati e spopolati dove non conosco nessuno e dove nessuno conosce me. Questioni di … rigidità.
O come dicono alcuni cari detrattori ai quali sto particolarmente simpatico e che vagano tranquillamente in braghe di tela dopo avere fatto sei o sette anni di fantastica formazione nel santissimo seminario:
«Non prestategli attenzione, lui non fa testo, non ha fatto nemmeno il seminario, è un rigido!».
Alla prova dei fatti è il caso di dire: «Grazie a Dio!», semmai ricordando a questi lacunosi in storia della Chiesa, oltre che in dottrina cattolica, che il seminario non lo fecero neppure Giovanni Paolo II, Paolo VI e prima di loro neanche Pio XII, quest’ultimo spacciato per allievo dell’Almo Collegio Capranica, dove però stette solo due o tre mesi, giusto per poter dire che era passato per il corridoio di un seminario romano prima di essere ordinato presbitero e catapultato il giorno dopo alla Pontificia Accademia Ecclesiastica. Il privilegio di non avere fatto il seminario non mi concederà certo di diventare Sommo Pontefice, spero però possa concedermi di santificarmi.
Sicuramente, il santissimo seminario, lo ha fatto il Vescovo di Vallo della Lucania, fotografato sorridente in mutande e messo sulla pagina socialdella sua Diocesi con tanto di goliardica maglietta indosso dell’8X1000 (cfr. QUI), a riguardo del quale qualcuno si domanda pure: come mai da anni, questo gettito a noi destinato dai contribuenti italiani, non è più neppure in calo, ma in caduta libera? Può essere che dipenda da mancanza di rigidità e dalle formazioni eccelse date nei nostri santissimi seminari ai nostri vescovi e preti new generation?
Siccome secondo il meglio del peggio del clericalese ― proprio quello che si impara nei santissimi seminari ―, la tecnica consolidata è quella di rovesciare i fatti e dare poi addosso a chi ha rivolto critiche del tutto legittime, conoscendo certe psicologie pretesche faccio presente che la pronta replica circa il fatto che la foto sarebbe stata rubata da qualcuno e poi pubblicata, non regge; soprattutto perché è stata pubblicata in un primo tempo sulla pagina socialdella Diocesi con tanto di messaggio ufficiale e poco dopo rimossa. La domanda è infatti a monte e va ben oltre la foto in sé: un vescovo di sessant’anni in condizioni fisiche tutt’altro che toniche e sportive, con abbondanza di pancia e grasso superfluo addosso, è opportuno che faccia il giovincello scendendo nel campo di calcio? A questa domanda pertinente ne segue poi una seconda: i giovani e meno giovani di oggi, sempre più poveri di Cristo e analfabeti in materia di dottrina e di fede, il Vescovo, lo preferiscono in cattedra a insegnare e trasmettere quelle verità di fede ormai perdute, oppure a fare le partite di calcio in una sorta di patetica riedizione delle vecchie e divertenti partite tra scapoli e ammogliati?
Dall’Isola di Patmos, 28 giugno 2024
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2024-06-27 16:04:422024-06-27 16:04:42Aldo Moro al mare in giacca e cravatta, vescovi e preti in mutande, noi “preti rigidi” chiamati “farisei” e “formalisti” se osiamo fare richiamo alla dignità sacerdotale
VERGOGNE DEL SACERDOZIO CRESCONO E SI MOLTIPLICANO
Le spiegazioni a questa vignetta che con due pennellate irride Gesù Cristo e gli Apostoli, non dovrebbe fornirle il presbitero veronese Giovanni Berti, ma chi ha l’obbligo di vigilare sulla corretta ortodossia dei preti.
Dinanzi a questa irridente vignetta,vorremo che quanti sono preposti a vigilare sulla retta dottrina dei preti — e pare che questi preposti si chiamino vescovi, termine derivante dal greco ἐπίσκοπος, che significa vigilante / colui che sorveglia — ci illuminassero su come dobbiamo interpretare certi passi del Beato Apostolo Paolo. Nell’eventualità, è opportuno cancellarli dalle Sacre Scritture? O potrebbe essere sufficiente evitare di dire «Parola di Dio» al termine della proclamazione di certi passi, spiegando ai Christi Fideles che l’Apostolo era in grave errore? Scrive infatti Paolo:
«Perciò Dio li ha abbandonati a passioni infami: infatti le loro donne hanno cambiato l’uso naturale in quello che è contro natura; similmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono infiammati nella loro libidine gli uni per gli altri commettendo uomini con uomini atti infami, ricevendo in loro stessi la meritata ricompensa del proprio traviamento» (Rm 1, 24-27).
E ancora:
«O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio» (I Cor 6, 9-10).
Sarà inoltre opportuno, sempre alla luce della illuminante vignetta di Giovanni Berti in arte Gioba, cancellare anche questo passo dal Catechismo della Chiesa Cattolica:
«L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni (cfr. Gn 19,1-29; Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm 1,10), la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati” (Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich.Persona humana, 8: AAS 68 (1976) 85). Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati […] Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione» (nn. 2357-2358)
Siamo sicuri che Gesù Cristo, a quelli che praticavano «l’altra sponda» abbia detto «… ma va bene così, eh, eh …» e che un presbitero possa diffondere questo messaggio irridente nella totale indifferente di chi dovrebbe vigilare sull’ortodossia dottrinale e morale dei preti?
dall’Isola di Patmos, 24 giugno 2024
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/faviconbianco150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2024-06-24 15:22:562024-06-24 15:49:55Vergogne del sacerdozio crescono e si moltiplicano
«FISCHIA IL VENTO INFURIA LA BUFERA … » E INTANTO GESÙ DORMIVA
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Per chi crede, non c’è da temere nulla, perché tutto concorre al bene, se si ama Dio; anche le tempeste della vita. Soltanto, la paura spesso ha il sopravvento e quando questo accade ci scopriamo tutti persone sfiduciate.
Conoscevo un bravo sacerdote che quando qualcuno, in occasione di una morte, gli chiedeva una frase da scolpire su una lapide o apporre su un biglietto del ricordo suggeriva sempre questa del Vangelo odierno: «Venuta la sera, Gesù disse: Passiamo all’altra riva». Molti rammentano la meditazione del Papa su questa pagina evangelica in occasione della pandemia, il 27 Marzo 2020, in una Roma e Piazza San Pietro deserte. O le parole del predecessore, Papa Benedetto XVI, ad Auschwitz:
«Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Come poté tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male?».
Ci sono infatti momenti nella vita delle persone, o della storia, in cui Dio sembra assente e non curante degli uomini. È quanto accade nel Vangelo di oggi, quando i discepoli, spaventati dalla tempesta, dissero a Gesù: «Maestro, non t’importa che moriamo?» (Mc 4,38). Ecco il brano del Vangelo di questa domenica:
«In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: “Passiamo all’altra riva”. E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”. Si destò, minacciò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”» (Mc 4,35-41).
L’episodio evangelico si colloca al termine di una giornata che Gesù ha dedicato alla predicazione, stando seduto su una barca appena discosta dalla riva (cfr. Mc 4,1-34). Ma giunta sera decide di passare all’altra riva del mare di Galilea, uscendo dalla terra di Israele, per andare verso una regione abitata dai pagani, i gerasèni. Egli probabilmente desidera annunciare la misericordia di Dio anche alle genti, vuole combattere Satana e togliergli terreno anche in quella terra straniera e non santa. Questa è la ragione che muove Gesù. Molti commentatori hanno visto le somiglianze fra questo episodio e la vicenda di Giona: chiamato da Dio ad andare a Ninive, città simbolo delle genti pagane, fugge e fa un cammino in direzione opposta (Gion 1,1-3). Gesù, invece, inviato da Dio, va tra i pagani. Egli appare dunque come un Giona al contrario: non riluttante, ma missionario verso i pagani e obbediente a Dio. In ogni caso, Giona e Gesù sono due missionari della misericordia divina, ed entrambi la predicano a caro prezzo: scendendo nel vortice delle acque e affrontando la tempesta (Gion 2,1-11), poiché solo attraversandola si vince il male. E Gesù dirà che alla sua generazione sarà dato solo il segno di Giona (cfr. Mt 12,39-41; 16,4; Lc 11,29-32), poiché i pagani ascoltandolo si sono convertiti. Ma in Lui c’è anche «più di Giona» (Mt 12,41), anticipando così che dopo la discesa nelle acque oscure e profonde della morte sarebbe risorto per vivere per sempre.
I discepoli, dunque, iniziano la traversata del lago, «prendendo con sé Gesù». Questa è un’espressione strana, perché di solito è Gesù che prende con sé i discepoli (cfr. Mc 9,2; 10,32; 14,33). Ma per quello che abbiamo detto prima è possibile che sullo sfondo ci sia anche la situazione di una comunità cristiana alla quale Marco si rivolge, forse proprio la chiesa di Roma, la piccola comunità cristiana nella capitale dell’impero, che teme la tempesta e resta frenata dalla paura, tanto da impedire a quei cristiani la missione presso i pagani. Così Marco li invita a non temere l’uscita missionaria, li sprona a conoscere le prove che li attendono come necessarie; prove e persecuzioni nelle quali Gesù, il Vivente, non dorme: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà» (Mc 10, 29-30).
Così si capisce anche il sonno di Gesù. Siamo consapevoli del fatto che la sua giornata di predicazione è stata lunga e probabilmente stancante tanto che sentiva il bisogno di riposare e si assopisce. Questa intenzione è frustrata dal brusco risveglio da parte dei discepoli, poco aggraziati nella versione marciana, perché nel frattempo si era levata una tempesta che smuovendo le onde che si rovesciavano nell’imbarcazione rischiava di farli affogare. In più è sera, l’ora delle tenebre che incutono paura. E poi c’è il mare che nella Bibbia rappresenta il grande nemico, il regno dei grandi abissi (cfr. Sal 107,23-27); solo Dio lo aveva vinto quando fece uscire il suo popolo dall’Egitto (cfr. Es 14,15-31).
«Maestro, non t’importa nulla che siamo perduti?». Già questo modo di esprimersi è eloquente: lo chiamano maestro (didáskalos), con parole brusche contestano la sua inerzia e il suo dormire. Parole che nella versione di Matteo diventeranno una preghiera: «Signore (Kýrios) salvaci, siamo perduti!» (Mt 8,25); e in quella di Luca una chiamata: «Maestro, maestro (epistátes), siamo perduti!» (Lc 8,24).
Anche di Dio, può sembrare strano, nella Bibbia si dice che dorma: «Svegliati, perché dormi, Signore? Destati, non ci respingere per sempre» (Sal 44,24), sono le parole del salmista, quando si trova nella sofferenza e nella prova. Anche Isaia grida al Signore «Svegliati, svegliati, rivestiti di forza, o braccio del Signore. Svegliati come nei giorni antichi, come tra le generazioni passate» (Is 51,9). Com’è possibile che Dio dorma?
C’è un detto antico dei filosofi giunto fino a noi attraverso la formulazione di Erasmo da Rotterdam: Naufragium feci, bene navigavi, ho fatto naufragio, ma ho navigato bene. Esso ci ricorda che la crisi, sotto forma di tempesta, raggiunge chiunque, qualsiasi navigatore che attraversa la vita; e può cogliere in modo inaspettato e sorprendere, a volte non c’è modo di evitarla.
Tornando per un attimo alle somiglianze ma anche alle disparità fra l’episodio evangelico e la vicenda di Giona, notiamo che al profeta titubante non importa nulla degli abitanti di Ninive. Gesù, al contrario col miracolo risponde alle accorate parole dei discepoli: «Non t’importa che moriamo?». Egli grida al mare e li salva. C’è un bellissimo commento, molto profondo, a questo episodio evangelico da parte di Sant’Atanasio: «Svegliarono la Parola, che era sulla barca con loro, e immediatamente il mare si placò» (Lettera 19.6). Con la Parola è stato creato il mondo: «Dio disse: «le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto» (Gen 1,9), e ora Gesù con la sua parola ricompone quell’equilibrio tra il mare e la terra. Egli ripete il miracolo narrato nel salmo: «Tu con potenza hai diviso il mare, hai schiacciato la testa dei draghi sulle acque» (Sal 74,13). «Svegliarono la Parola», quella che avevano udita per tutto il giorno e che adesso, nell’ora buia, sembra assopita e tacere. Ma la parola di Gesù è una potenza in atto, lo abbiamo udito nel Vangelo di domenica scorsa: «Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce». A Dio importa di noi.
La scena si chiude con l’invito di Gesù alla fede: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Per chi crede, non c’è da temere nulla, perché tutto concorre al bene, se si ama Dio; anche le tempeste della vita (Rm 8,28). Soltanto, la paura spesso ha il sopravvento e quando questo accade ci scopriamo tutti persone sfiduciate. Ma sul pericolo scampato prevale lo stupore e i discepoli si domandano chi è Gesù. Le parole che finora egli ha detto nel vangelo di Marco, i miracoli che ha compiuto guarendo e liberando gli indemoniati, non sono nulla di fronte a un così grande miracolo che coinvolge la natura, la creazione stessa. Bisognerà attendere, però, la fine del Vangelo per sapere chi è Gesù. Ma sappiamo anche ormai che Egli è il Cristo risorto e glorioso che parla a noi attraverso il Vangelo. Perché allora temere? Scriveva Sant’Agostino:
«Se in noi c’è fede, in noi c’è Cristo […] La presenza di Cristo nel tuo cuore è legata alla fede che tu hai in lui. Questo è il significato del fatto che egli dormiva nella barca: essendo i discepoli in pericolo, ormai sul punto di naufragare, gli si avvicinarono e lo svegliarono. Cristo si levò, comandò ai venti e ai flutti, e si fece gran bonaccia. E’ quello che avviene dentro di te: mentre navighi, mentre attraversi il mare tempestoso e pericoloso di questa vita, i venti penetrano dentro di te; soffiano i venti, si levano i flutti e agitano la barca. Quali venti? Hai ricevuto un insulto e ti sei adirato; l’insulto è il vento, l’ira è il flutto; sei in pericolo perché stai per reagire, stai per rendere ingiuria per ingiuria e la barca sta per naufragare. Sveglia Cristo che dorme… Risvegliare Cristo che dorme nella barca è, dunque, scuotere la fede…» (Sant’Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, 49/19).
Si tratta allora di svegliare quella fede che consente di fare nostre le parole del salmista: «Il Signore è la mia luce e la mia salvezza, di chi avrò timore? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò paura?» (Sal 27,1); di non soccombere alla paura: «Nell’ora della paura io in te confido» (Sal 56,4).
«Nel pericolo ho gridato al Signore: mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo. Il Signore è per me, non ho timore: che cosa potrà farmi un uomo? Il Signore è per me, è il mio aiuto, e io guarderò dall’alto i miei nemici» (Sal 118, 5-7); di non temere alcun male: «Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me» (Sal 23,4).
Dall’Eremo, 23 giugno 2024
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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)
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LA LOGICA DI ALESSANDRO MINUTELLA: «GLI ALTRI FANNO PEGGIO». FORSE SÌ, PERÒ SONO SCALTRI E STANNO ZITTI
Se un avversario subisce una disfatta gioirne non è cristiano, affondare un colpo non è umano. Neppure elargire giudizi morali è opportuno, non spetta a noi farlo, mentre le sentenze date in via definitiva sono di pertinenza dei tribunali, non degli umori dei social media o di chicchessia. Minutella merita umano rispetto proprio perché ha subìto una solenne disfatta, ma altrettanto umano rispetto meriterebbero anche quelle persone semplici e ingenue che si sono messe al suo seguito e che da giorni sta rassicurando con racconti surreali, presentando loro un’altra realtà.
La struttura di Piccola Nazaret fondata da Alessandro Minutella, presbitero panormitano incorso in scomunica per eresia e scisma, poi dimesso dallo stato clericale, dopo due sentenze del Tribunale amministrativo Regionale della Sicilia per irregolarità edilizie, una del 2023 (vedere QUI) e una del 2024 (vedere QUI), è stata acquisita dal patrimonio del Comune di Carini come disposto dal decreto esecutivo (vedere QUI).
«Si stanno accanendo contro di noi per due archi che sono stati chiusi, roba di appena 20 metri quadrati» (Alessandro Minutella da “Santi e Caffè” del 21.06.2024, ore 9:15, Canale YouTube di Radio Domina Nostra). Nella foto: gli «appena 20 metri quadrati» ripresi con il satellite nel maggio 2024.
Se un avversario subisce una disfatta gioirne non è cristiano, affondare un colpo non è umano. Neppure elargire giudizi morali è opportuno, non spetta a noi farlo, mentre le sentenze date in via definitiva sono di pertinenza dei tribunali, non degli umori dei social media o di chicchessia. Minutella merita umano rispetto proprio perché ha subìto una solenne disfatta, ma altrettanto umano rispetto lo meriterebbero anche quelle persone semplici e ingenue che si sono messe al suo seguito e che da giorni sta rassicurando con racconti surreali, presentando loro un’altra realtà. Motivo per il quale, basandoci rigorosamente sui fatti oggettivi e atti, non su interpretazioni soggettive, riteniamo doveroso offrire una fedele sintesi dell’accaduto, nella totale aderenza a quanto narrato dalle sentenze motivate emesse dal Tribunale Amministrativo Regionale della Sicilia.
Su un terreno nel Comune di Carini (Palermo) è concessa licenza nel 2007 per realizzare un piccolo stabile rurale a uso agricolo. Appena iniziati i lavori il Minutella ordinò agli operai di modificare il progetto e quello che avrebbe dovuto essere un piccolo fabbricato a uso agricolo diventa una cappella di circa 180 metri quadrati. Quando in seguito a segnalazione i Vigili urbani vanno a verificare se stava costruendo in conformità alla licenza edilizia concessa, scoprono tutta una serie di irregolarità e un primo processo di cementificazione effettuata. A quel punto è emessa un’ordinanza che gli ingiunge di procedere all’immediato ripristino dello stato originario in conformità al progetto approvato e alla concessione edilizia concessa. In questo servizio fotografico del 2013 è documentato il processo di cementificazione dell’area rurale.
La prima sentenza del TAR del 2017 (vedere QUI), a seguire quella del 2018 (vedere QUI), fotografa e dettaglia in tutti i particolari questa situazione. Anziché proporre appello Minutella cambia però le carte in tavola e d’improvviso il terreno risulta essere non più suo ma di altra proprietà. Si torna così di nuovo al TAR, che sentenzia che non è certo il cambio di intestatari a sanare il tutto. Frattanto, alle vecchie difformità già contestate, si sono aggiunti il pozzo d’acqua “miracolosa”, la piscina della “aspirante Lourdes sicula”, un’ulteriore colata di cemento per realizzare all’esterno la cosiddetta cappella del Volto Santo di Manoppello, muri e cementificazioni sparse in ogni dove visibili e documentate dalle immagini riprese via satellite prima e dopo la realizzazione delle cementificazioni. Tutte queste opere sono state dichiarate abusive, sebbene l’interessato tenti di negare nei propri video l’evidenza dei fatti, presentandosi in veste di vittima perseguitata.
Minutella afferma da settimane nei suoi pubblici video che questo «accanimento persecutorio» scatenato nei suoi riguardi e verso «un’opera voluta dalla Madonna» si baserebbe su «piccolissime difformità», indicando ora una finestra, ora un paio di archi chiusi. Più volte ha precisato che le costruzioni realizzate in quest’area sono di legno e come tali smontabili (vedere suoi video QUI, QUI, QUI, etc..), omettendo però di precisare che sono state erette su di un terreno agricolo sopra basi cementificate con un massetto di 20 cm. successivamente piastrellato, con relativi impianti elettrici e idrici tutt’altro che regolari e conformi alle normative di sicurezza. A suo dire queste sarebbero piccole cose insignificanti realizzate in zone nelle quali ― ironizza ― l’abusivismo trionfa ovunque, vale a dire: gli altri fanno cose peggiori (vedere suoi video QUI, QUI, QUI, etc..).
La difformità urbanistica non dipende da «due archi chiusi» ma dal fatto che nel piano regolatore questo terreno a uso agricolo non era destinato a edificio di culto. Peraltro, per poter costruire una chiesa ― che si tratti di una cappella o di un edificio adibito in ogni caso al culto ―, a trattare con le autorità amministrative non può essere un prete dimesso dallo stato clericale dichiarato con sentenza della suprema autorità ecclesiastica non più membro del clero e della Chiesa Cattolica, ma solo l’ordinario diocesano del luogo peculiare, secondo le leggi che regolano i rapporti tra Stato e Chiesa a norma del Concordato del 1929 revisionato nel 1984. Pertanto, un qualsiasi soggetto che dalla sera alla mattina ritenesse opportuno dichiarare che l’attuale è una «falsa Chiesa Cattolica governata da un falso Papa» e che loro, denominati «piccolo resto», sono invece la vera Chiesa Cattolica, non ha titolo giuridico per chiedere e trattare con i competenti organi amministrativi l’erezione di luoghi di culto, non costituendo lui e i suoi associati né un ente religioso di diritto pubblico né una associazione di culto riconosciuta dallo Stato. Questo il motivo per il quale S.E. Mons. Michele Pennisi, Arcivescovo di Monreale, nella cui giurisdizione canonica rientrava la cittadina di Carini, con un pubblico decreto del 17 settembre 2015 definì «illecite» le attività del Minutella e «sospette di manipolare le coscienze dei semplici», oltre che «illegittima la costruzione della cosiddetta “cappella” in un terreno di proprietà privata, perché priva della necessaria licenza ecclesiastica» (vedere testo del decreto QUI).
Affermare e lamentare: «Danno spazio a tutti, agli Ebrei, ai Protestanti, ai Mormoni, ai Buddisti … ma non a noi!» è una posa vittimistica irrazionale. Queste associazioni religiose che di tanto in tanto cita sono tutti culti riconosciuti, a partire dall’UCEI(Unione delle Comunità Ebraiche d’Italia), altrettanto le varie aggregazioni cristiane non-cattoliche come la FCEI (Federazione Chiese Evangeliche Italiane) o la Sacra Diocesi Ortodossa d’Italia, per seguire con le aggregazioni non cristiane come l’UBI (Unione Buddisti Italiani) e altre varie che con lo Stato hanno stipulato precisi accordi ottenendo relativi riconoscimenti e tutela come culti ed enti religiosi di diritto pubblico.
I fatti dimostrano che più volte Minutella ha tentato di ottenere concessioni impossibili da concedere ai sensi di Legge ― come per esempio l’erezione di luoghi di culto ― ponendosi in modo aggressivo e irridente verso i pubblici amministratori e le autorità ecclesiastiche del luogo. Così accadde quando nel 2022, trovandosi di passaggio a Trebaseleghe (Padova), territorio canonico della Diocesi di Treviso, colto da ispirazione decise di fondare nel Triveneto il Piccolo Tabor, acquistando su due piedi per 200.000 euro lo stabile di una ex palestra che necessitava di essere interamente ristrutturata. E dopo avere effettuato l’acquisto si rese conto che questo stabile invenduto da otto anni sul mercato era interamente ricoperto da un tetto in eternit, lo smaltimento del quale è costato ― per sua pubblica e ripetuta ammissione ― 60.000 euro (vedere video QUI).
Pochi giorni dopo il suo arrivo a Trebaseleghe già pubblicava sul suo canale YouTube video giornalieri dove insolentiva tutti i Vescovi del Triveneto (vedere video QUI), a partire dal Patriarca di Venezia, per seguire con gli Amministratori del locale Comune, che non potevano concedere il cambio di destinazione d’uso di uno stabile da palestra a luogo di culto, per i motivi legali già spiegati poc’anzi (vedere video QUI). Per non parlare dell’opportunità e della prudenza, oltre alla conoscenza della storia e della società di zone che tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta hanno sempre costituito la grande roccaforte della vecchia Lega Nord, intrisa di tutte le sue prevenzioni — accettabili o non accettabili che fossero — verso il Meridione d’Italia; e dove forse non aspettavano trepidanti l’arrivo di un siciliano esuberante che irridesse i vescovi della regione e i pubblici amministratori locali.
Vedendo il bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno bisogna prendere in considerazione quando Minutella lamenta che sui terreni confinanti ci sono case che non hanno realizzato abusi, ma che sono proprio costruzioni interamente abusive (vedere video QUI). Poi di seguito ironizza: «Altrove abusi e irregolarità non ci sono … no, è tutto regolare, specie qua in Sicilia!». Più volte ha anche narrato che quando i Vigili urbani si recarono a fare vari sopralluoghi, se ne stavano con le spalle voltate verso le costruzioni limitrofe gravate da altrettanti, se non peggiori abusi edilizi (vedere video QUI).
Chiunque abbia conosciuto e visitato la Sicilia ha potuto vedere, soprattutto in certe zone costiere, delle irregolarità edilizie e degli abusi che in altre parti del nostro Paese, non sono solo impossibile da realizzare, ma sono proprio impossibili da pensare. La differenza che corre tra certi soggetti e il Minutella è che loro, sapendo di avere commesso irregolarità e abusi, stanno zitti, non vanno ad attaccare tutto e tutti in giro per il globo terracqueo. Così funzionano le cose ― in modo sicuramente sbagliato ― all’interno di un Paese come il nostro, che sa essere all’occorrenza corrotto e corruttore da Trieste sino a Porto Palo di Capo Passero, località nota anche come “ultimo sasso siciliano d’Italia”, molto più vicino a Malta che non a Roma.
dall’Isola di Patmos, 21 giugno 2024
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/faviconbianco150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2024-06-21 22:00:432024-06-25 20:32:51La logica di Alessandro Minutella: «Gli altri fanno peggio». Forse sì, però sono scaltri e stanno zitti
«MA NOI SIAMO REGOLARMENTE DIVORZIATI!». IL PROCESSO CANONICO DI NULLITÀ MATRIMONIALE: LA FASE PREVIA ALL’INTRODUZIONE DEL LIBELLO E LA CONSULENZA TECNICA
La Chiesa, madre e maestra, nonché dispensatrice di grazia e misericordia, non ha mai chiuso la porta in faccia, ieri come oggi. Semmai sono certi cattolici, mi si passi l’espressione: tanto ottusi quanto ostinati, che si chiudono le porte in faccia da sé stessi mentre in tutti i modi gli vengono aperte dinanzi.
Come già spiegato in precedenza ― ma vale la pena ripeterlo ― noi canonisti e pastori in cura d’anime ci ritroviamo a vivere anche situazioni così deludenti da apparire spesso disarmanti, oltre che difficili da correggere, specie per quanto riguarda i processi canonici di nullità matrimoniale. Cerchiamo di rendere l’idea: anche se il concetto è facile da comprendere, risulta difficile far capire a molte persone che i matrimoni “non si annullano”, possono solo essere “dichiarati nulli” quando ricorrono elementi e circostanze per dichiararli tali. Spiegazione dinanzi alla quale capita di sentirsi replicare: «…annullare … nulli … ma è la stessa cosa, sono solo giochi di parole dei preti!».
Affermare che matrimonio annullato e matrimonio dichiarato nullo sono la stessa cosa celata dietro giochi di parole, equivale ad affermare che andare in montagna a duemila metri di altezza sotto i ghiacciai o andare al mare sulla spiaggia a temperatura che sfiora i 40 gradi è uguale, perché sempre di una vacanza si tratta. Dinanzi a un’affermazione del genere chiunque coglierebbe immediatamente l’elemento assurdo e illogico, perché le spiagge marine sotto il sole cocente e le alture di montagna sotto i ghiacciai sono due cose sostanzialmente diverse. Nessuno ha la facoltà di “annullare” un matrimonio sacramentale, ciò che la Chiesa può fare, se ricorrono le previste circostanze, è dichiarare che il matrimonio, per quanto formalmente celebrato nel rispetto di tutte le forme esteriori richieste, era carente di uno o più elementi sostanziali che lo rendono invalido, quindi di fatto nullo. A quel punto, il competente Tribunale ecclesiastico, con sentenza motivata di nullità dichiara che quel matrimonio, pur se formalmente celebrato, sostanzialmente e di fatto non è proprio mai esistito.
«Ma noi siamo regolarmente divorziati!», ci siamo sentiti dire più volte da cattolici alquanto confusi ai quali non è facile far comprendere che un Tribunale può sciogliere i vincoli civili derivanti dal contratto matrimoniale secondo i dettami del Codice di Diritto Civile, ma con quell’atto di divorzio non si “scioglie” però il matrimonio sacramentale. Il Concordato tra l’allora Regno d’Italia e la Santa Sede (1929) e quello revisionato tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede (1984) consente che il matrimonio religioso produca i relativi effetti civili. Con un’unica cerimonia sono espletati i due distinti atti: quello religioso e quello civile, con la relativa trasmissione degli atti al Comune che provvede poi a trascrivere il matrimonio sui propri registri ai cosiddetti effetti civili.
Con la Legge del 1° dicembre 1970, n. 898 entra in vigore il divorzio in Italia. Quattro anni dopo, il 12 e 13 maggio 1974 si svolse un referendum abrogativo, promosso dalla Democrazia Cristiana, in particolare dall’area facente capo ad Amintore Fanfani, con il quale si tentò di cancellare quella Legge, ma inutilmente, perché la maggioranza degli elettori votò contro la sua abrogazione.
In uno dei nostri vari colloqui redazionali privati, Padre Ariel S. Levi di Gualdo mi pose un quesito stimolante e provocatorio che reputo opportuno rendere pubblico:
«Come mai, dopo l’entrata in vigore di quella Legge nel 1970 e dopo la sua conferma data dagli italiani con un referendum popolare nel 1974, Paolo VI non chiese coerentemente la riforma del Concordato nella parte inerente il matrimonio? Non avevamo forse appena celebrato un grande Concilio pastorale, paragonato più volte dallo stesso Paolo VI ― forse con enfasi anche un po’ eccessiva ― al Primo Concilio di Nicea? Possibile che nessuno si sia accorto ― peraltro in anni nei quali si parlava solo di pastorale e dove tutto pareva essere unicamente e solo pastorale ― che proprio sul piano pastorale e pedagogico era ormai molto problematico far convivere assieme due atti, quello religioso e quello civile, consapevoli che la legislazione civile era in contrasto con quella religiosa in virtù della legge civile sul divorzio? Perché non abbiamo chiesto noi stessi, proprio a scanso di pastorali confusioni, di ritornare a due atti completamente separati: il matrimonio religioso in chiesa di pertinenza solo della Chiesa, il matrimonio civile in Comune di pertinenza solo dello Stato? O forse, più semplicemente, non potevamo o non volevamo rinunciare a tenere a tutti i costi il piedino nel politico e nell’amministrativo?».
Un quesito apparentemente provocatorio giocato sulla iperbole, ma se inteso e letto bene, più che di provocatorio ha in sé molto di storico, giuridico e pastorale, quanto basterebbe per reclamare risposte. O non erano forse proprio i maestri della scolastica classica che pur di stimolare la speculazione e il ragionamento ricorrevano non solo a discorsi provocatori, ma persino a figure retoriche volutamente assurde? Oggi che invece si è pronti a sentirsi colpiti e offesi di tutto e per tutto, se non peggio spaventati di tutto e per tutto, questa antica sapienza rischia di finire completamente perduta, ed è la sapienza di Anselmo d’Aosta, Alberto Magno, Tommaso d’Aquino … Peccato, perché questa sapienza, basata essenzialmente e imprescindibilmente sul senso critico, ha generato nei secoli Santi Padri e dottori della Chiesa, scuole teologiche e solidi criteri formativi alla vita sacerdotale e religiosa.
In questo articolo ci soffermeremo sulla fase del procedimento canonico di nullità matrimoniale che precede l’introduzione del libello, ossia il documento introduttivo necessario all’avvio del processo stesso. Titolare di questa prima fase, ai sensi del can. 1674 § 11, possono essere entrambi i coniugi, uno solo di essi, oppure il promotore di giustizia, ma solo «quando la nullità sia già stata divulgata» («cum nullitas iam divulgata est») e non si possa convalidare il matrimonio o non sia opportuno («si matrimonium convalidari nequeat aut non expediat»). Per inciso ricordiamo che il promotore di giustizia è una figura processuale che nell’ordinamento canonico svolge quelle che sono le equivalenti funzioni di un pubblico ministero.
Poniamo quindi l’attenzione ai casi in cui l’iniziativa della fase previa sia assunta congiuntamente dai due coniugi o da uno due: d’intesa con l’altro coniuge o del tutto autonomamente, nell’impossibilità di contattare l’altro o nella sua indifferenza o ancora contro la sua volontà. La scelta di limitare l’attenzione a questa situazione si motiva non solo per il fatto che è certamente la fattispecie più comune ma perché il punto delicato della fase previa all’introduzione del libello è proprio quello che colui (o coloro) a cui compete, possa essere in grado di discernere quando sia opportuno introdurre una causa di nullità e giungere sino alla definizione di una simile volontà con un grado di precisione tale che possa poi essere tradotto nel libello. Mentre i requisiti per conseguire queste finalità sono facilmente accessibili al promotore di giustizia (per competenza propria, can. 1435, e per la possibilità di disporre del sostegno della struttura del tribunale), sono normalmente carenti (salvo il caso del tutto eccezionale in cui i coniugi o uno di essi siano competenti in ambito canonico) nel coniuge. Il non affrontare questa difficoltà potrebbe comportare una negazione di fatto della possibilità stessa di dare avvio a una causa di nullità, a detrimento del diritto dei fedeli di ricorrere al foro ecclesiastico di cui tratta il can. 221 § 1 che recita:
«Compete ai fedeli rivendicare e difendere legittimamente i diritti di cui godono nella Chiesa presso il foro ecclesiastico competente a norma del diritto».
Le valutazioni e le scelte a cui il coniuge è chiamato, nella fase che precede il libello, sono del resto particolarmente rilevanti e complesse da attuare e possono essere così compendiate:
– ripercorrere la propria vicenda sentimentale e coniugale, con verità (non basta la coerenza del giudizio logico, si pensi ad esempio ai casi implicanti la fattispecie di cui al can. 1095, 2°-3°) e una certa terzietà, per farne emergere gli snodi problematici (che non sono solo quelli che hanno condotto al fallimento della vita coniugale, essendo i motivi di nullità talvolta afferenti a cause per sé estrinseche alla qualità della vita di coppia);
– acquisire una consapevolezza adeguatamente motivata dell’impossibilità di superare i motivi di contrasto insorti nella vita coniugale e, nel caso in cui sia già stata assunta la scelta della separazione (o persino del divorzio), confrontarne la coerenza con i principi stabiliti dall’insegnamento morale della Chiesa e dal diritto canonico (cfr. cann. 1151-1155);
– verificare, nel confronto con un esperto, la propria attitudine ad agire come parte attrice in una causa di nullità (cfr. can. 1476 e can. 1478);
– verificare, sempre nel confronto con un esperto, se uno o più dei nodi problematici individuati possano rientrare in uno dei capi di nullità previsti dall’ordinamento canonico o se non vi siano altri nodi problematici sfuggiti alla prima disamina ma che emergano dalla migliore conoscenza della legge della Chiesa (ad esempio l’assistenza alle nozze da parte di un ministro sprovvisto di valida delega, can. 1111 e can. 144) o ancora se non vi siano elementi che non comportino la nullità ma aprono alla possibilità di chiedere lo scioglimento del vincolo per inconsumazione o per favor fidei;
– nel caso in cui vi siano elementi di possibile nullità, definirli con accuratezza e attribuirne la responsabilità;
– definire una ricostruzione organica ed ordinata della vicenda in cui emergano gli elementi di possibile nullità e verificare la possibilità di provare adeguatamente quanto asserito, possibilmente acquisendo già gli elementi di prova accessibili e indicando quelli la cui acquisizione dovrà essere chiesta al tribunale;
– se non è ancora stato fatto, coinvolgere l’altro coniuge o quantomeno individuare gli elementi per la sua reperibilità;
– individuare il foro ecclesiastico competente cui rivolgersi;
– individuare la forma processuale da scegliere: processo breve, processo ordinario o processo documentale;
– in una qualsiasi delle fasi sinora considerate o, se non è stato fatto prima, a conclusione delle azioni precedenti, individuare un patrono che possa assistere il coniuge come attore (o i due coniugi, se agiscono congiuntamente) nel corso del procedimento canonico (salvo il caso in cui la parte voglia chiedere di essere autorizzata a stare in giudizio da sola, come prevede il can. 1481 §3).
Tutti questi articolati adempimenti devono essere ovviamente soddisfatti al momento della introduzione del libello. L’onerosità degli adempimenti cui un coniuge deve sottoporsi nel momento in cui intende chiedere alla Chiesa una verifica della nullità del proprio matrimonio è pertanto davvero notevole. Ci si può chiedere in questo senso se non ci sia una sproporzione esagerata tra il numero (purtroppo ancora molto elevato) di divorzi (almeno nel mondo occidentale) e il numero comunque molto esile delle cause canoniche di nullità introdotte (numero che resta decisamente ridotto anche se considerassimo pure gli scioglimenti). Ovviamente questo aspetto deve essere considerato con una certa cautela, senza cadere in conclusioni superficiali dedotte dalla semplice sproporzione numerica tra i due dati: si consideri a questo proposito che non tutti i matrimoni (già di per sé numericamente limitati, essendo ad esempio il tasso di nuzialità in Italia quello di 2,2-2,3 matrimoni annui per mille abitanti: la metà di quello europeo, a sua volta comunque modesto rispetto ad altre parti del mondo) sono canonici, non tutti i matrimoni canonici che finiscono nella separazione o nel divorzio sono per ciò stesso nulli e non tutti coloro che hanno contratto un matrimonio nullo hanno interesse a una causa di nullità, perché non hanno l’interesse o la forza per realizzare una nuova unione o perché per vari motivi non sono interessati a un giudizio oggettivo sull’esperienza passata.
Nonostante tali osservazioni, è un dato di fatto che i fedeli si trovano in grande difficoltà quando si trovano a valutare se sia il caso di chiedere un giudizio di nullità sul proprio matrimonio e di questo fanno fede le numerose risposte raccolte dalle conferenze episcopali ― ma anche da altri soggetti ecclesiali che sono stati coinvolti nella consultazione ― in occasione dei due Sinodi dei Vescovi sulla famiglia: quello straordinario del 2014 e quello ordinario del 2015. In particolare i dati raccolti nella consultazione hanno messo in luce, prima ancora della difficoltà ad espletare tutti gli adempimenti necessari, una marcata e diffusa diffidenza dei fedeli verso i Tribunali ecclesiastici, che porta alla scelta di rifiutarne previamente l’apporto. Diversi gli aspetti di questa diffidenza:
– il costo eccessivo attribuito a tali procedimenti: sebbene perlopiù si tratta di oneri ben minori ad altri procedimenti giudiziali e alcuni paesi prevedono da tempo forme significative di sostegno economico, questa continua ad essere la convinzione comune;
– il convincimento che si tratti di processi molto lunghi e faticosi (purtroppo in non pochi casi non si tratta solo di un’impressione, anche se questo non vale per tutti i processi e per tutte le sedi);
– l’impressione che si tratti di strutture molto fredde e lontane dall’esperienza dei fedeli, rafforzata talvolta dal fatto che la stessa sede del tribunale è geograficamente distante (e non tutti i paesi hanno la stessa agibilità negli spostamenti);
– la difficoltà psicologica nel pensare di affidare la rilettura della propria vita a persone terze e pensate come potenzialmente poco rispettose del singolo (in questo l’esperienza di alcuni tribunali civili appare talvolta pregiudizievole);
– il convincimento (a volte eccessivo e fuori luogo) che i tribunali ecclesiastici siano arbitrari nel loro agire e ultimamente compromessi con interessi di natura economica.
I giudizi malevoli appena esposti e le difficoltà operative precedentemente ricordate si assommano alfine nell’allontanare i fedeli dai tribunali ecclesiastici e nel fare apparire a molti come difficilmente percorribile la via della richiesta di verifica di nullità del proprio matrimonio. L’opera di molti avvocati e patroni ― tra i quali in modo speciale i patroni stabili ― è stata ed è indubbiamente di supporto nel superare tali difficoltà, affiancandosi al fedele e sciogliendo i suoi dubbi e le sue precomprensioni ma questo non è sufficiente, sia perché anche queste figure ricadono in alcuni dei pregiudizi sopra rammentati ― gli avvocati ecclesiastici spesso non sono conosciuti o sono temuti per l’onorario che possono richiedere e che molti ritengono pregiudizialmente esagerato, anche se in alcuni paesi, come in Italia, esistono criteri ben precisi di limitazione previa delle spese (cfr. Mitis Iudex Dominus Iesus, VI) ―, sia perché in ogni caso non rispondono all’obiettivo di rendere disponibile il fedele incerto e dubbioso a una lettura in sede giudiziaria della propria vicenda. Ne deriva pertanto il dovere di delineare qualche passo ulteriore in favore di un più libero e sereno approccio dei fedeli al giudizio ecclesiastico, come infatti già ricordava Benedetto XVI:
«[…] è un obbligo grave quello di rendere l’operato istituzionale della Chiesa nei tribunali sempre più vicino ai fedeli».
La consulenza previa si articola su tre possibili livelli:
Informazione generica sullo svolgimento del processo, costi, tempistiche, tribunali competenti, centri o persone deputate a una consulenza pregiudiziale, patroni stabili e avvocati cui rivolgersi per una consulenza specifica;
Ascolto più approfondito della vicenda, con un confronto su aspetti anche morali o spirituali, rinviando a centri o persone deputate la consulenza più specifica;
Indagine previa in cui l’indagine pastorale raccoglie gli elementi utili per l’eventuale introduzione della causa da parte dei coniugi o del loro patrono davanti al tribunale competente. Si indaghi se le parti sono d’accordo nel chiedere la nullità. Raccolti tutti gli elementi, l’indagine si chiude con il libello, da presentare, se del caso, al competente tribunale.
Caratteristiche dell’indagine previa:
1) avere lo stile essenziale di ascolto e di accompagnamento;
2) aiutare il fedele a comprendere la sua concreta situazione;
3) aiutare il fedele a ripercorrere il vissuto proprio e quello dell’altro coniuge, cercando di superare i convincimenti personali che non agevolano una lettura il più possibile obiettiva della vicenda, aiutandolo così anche a percorrere la via caritatis indicata dalla esortazione apostolica post sinodale (cfr. Amoris laetitia n. 306);
4) far comprendere meglio il procedimento canonico e le difficoltà che la persona può incontrare nell’intenderne correttamente lo sviluppo;
5) giungere eventualmente alla preparazione del libello, introducendo la causa di nullità.
6) È possibile/opportuno che un giudice del Tribunale faccia un servizio di consulenza? Quanto si riferisce al giudice può essere riferito, con i dovuti adattamenti, al difensore del vincolo, all’uditore, al patrono stabile. Per quanto riguarda l’avvocato, la possibile problematica potrebbe riguardare la sua identificazione tra figura professionale e colui che sembra essere designato “ufficialmente” per seguire le cause di nullità del matrimonio.
Indagine pastorale propriamente detta.
Come segnala in un certo senso già l’art. 1 RP l’indagine pregiudiziale rientra evidentemente in quella sollecitudine pastorale verso i fedeli in difficoltà che il Vescovo diocesano è chiamato a esercitare in forza del can. 383 § 1 (espressamente richiamato dall’art. 1 RP, che però riferisce la norma al Vescovo in generale). Tale sollecitudine rientra anche tra i compiti che il diritto canonico specificatamente riferisce ai parroci nel richiamato can. 529 §1, laddove si ricordano le modalità di esercizio della cura d’anime[1]. In questa fase emergono maggiori aspetti problematici, che rendono difficile ipotizzare una indagine pastorale affidata a un giudice del tribunale (anche se questo pone la questione di riuscire a formare più persone per un servizio qualificato). A tale scopo, fin dall’entrata in vigore del Motu proprioMitis Judex Dominus Jesus con il quale il Santo Padre Francesco introduceva, per le cause di nullità matrimoniale, la formula del “processo breve”, furono a suo tempo individuati, sulla base delle note attuative, le figure dei parroci come interlocutori principali dell’indagine previa all’introduzione del processo di nullità del matrimonio canonico. A tal proposito si è stabilito che il percorso per la procedura della dichiarazione di nullità del matrimonio alla luce del Motu proprio Mitis Iudex Dominus Jesus del 15 agosto 2015, riguardante la riforma dei processi di nullità matrimoniali preveda due fasi preliminari:
Dopo che il/la richiedente ha contattato e ha avuto un primo colloquio con il parroco di residenza, quest’ultimo chieda appuntamento al consulente legale del Tribunale diocesano che, accertata la fondatezza della domanda ma soprattutto la volontà di iniziare un processo di nullità, preparerà il libello da presentare al Vicario Giudiziale. Allo stesso consulente, la/le parti potranno consegnare la griglia informativa precedentemente compilata dal Parroco.
Il Vicario Giudiziale dopo aver esaminato la situazione potrà ammettere il libello attraverso la forma del Processus brevior (can. 1683-1687) oppure, attraverso la forma del Processo ordinario[2], indirizzare il procedimento giudiziale presso un tribunale collegiale di prima istanza.
A coloro che sostengono «…ma noi siamo regolarmente divorziati!», come sin qui spiegato la Chiesa, madre e maestra, nonché dispensatrice di grazia e misericordia, non ha mai chiuso la porta in faccia, ieri come oggi. Semmai sono certi cattolici, mi si passi l’espressione: tanto ottusi quanto ostinati, che si chiudono le porte in faccia da sé stessi mentre in tutti i modi gli vengono aperte dinanzi. Oggi poi, con i social media, ai quali numerosi attingono come a fonte di indiscussa verità, il nostro ministero si è ulteriormente complicato, molto! E come più volte è stato spiegato sulle colonne di questa nostra Isola di Patmos, quando il cattolico-tipo al quale tu cerchi in ogni modo di spiegare, per tutta risposta ti replica, o meglio ti smentisce proprio affermando: «… non è così perché su internet ho letto che …», a quel punto rischia di risuonare nelle nostre orecchie il tremendo monito che Dante e Virgilio lessero sulla porta dell’Inferno:
«Lasciate ogni speranza o voi che entrate».
Velletri di Roma, 18 giugno 2024
NOTE
[1] Cfr. Costantino-M. Fabris: Indagine pregiudiziale o indagine pastorale nel motu proprio Mitis Judex Dominus Jesus. Novità normative e profili problematici, in: Jus ecclesiae, XXVIII, 2016, pp. 479-504.
[2] Per approfondire la questione: Zambon, A, L’indagine previa e il processo di nullità del matrimonio, Torino, 24 febbraio 2024, Inaugurazione dell’anno giudiziario.
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QUELLA PAROLA DI DIO CHE SOTTRAE L’UOMO ALL’ANSIA MONDANA DELLE STERILI CHIACCHIERE E DELLA SPASMODICA RICERCA DEL SUCCESSO
Il disegno di Dio si compie sempre, ben al di là delle nostre previsioni e della nostra impazienza, come già aveva affermato per mezzo del profeta: «La Parola uscita dalla mia bocca non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata»
Nel Santo Vangelo di questa XI domenica del tempo ordinario (anno B) Gesù pronuncia un lungo discorso in parabole che rivolge sia ai discepoli che alle folle richiamate dalla sua predicazione sul Regno veniente:
«In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: “Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura”. Diceva: “A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra”. Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa» (Mc 4,26-34).
All’apparenza enigmatico, il linguaggio metaforico delle parabole adoperato da Gesù è il suo modo privilegiato di rivolgersi a tutti, di seminare quel seme della Parola (Mc 4, 14) che può diventare «mistero» per alcuni, coloro che lo seguono più da vicino, che usufruiscono delle sue spiegazioni. Ma altri, che pure «potevano intendere», sono destinati a rimanerne fuori (cfr. «exo», in Mc 3,31-32; 4,11), perfino i parenti più stretti di Gesù: «A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole».
Gesù parla in parabole perché gli ascoltatori modifichino il loro modo di pensare e diventino capaci di accogliere il nuovo che Egli sta annunciando, in termini di cambiamento del modo di vivere, di sentire, giudicare e operare. Lo fa cogliendo esempi alla portata di tutti o insospettabili paragoni, manifestando una non comune capacità di osservazione del reale e una conoscenza dell’uditorio che solo a tratti si meraviglia della incredulità o incapacità di cogliere l’aspetto nascosto del suo predicare. Nella pericope evangelica di questa domenica, dopo aver pronunciato la parabola del seminatore, spiegata in seguito ai soli discepoli come semina della Parola di Dio (Mc 4,1-20), e i due brevi detti, uno sulla lampada «che viene» per essere vista e l’altro sulla misura dell’ascolto (Mc 4,21-25), Gesù narra due ultime parabole che vogliono attestare l’efficacia della Parola seminata. La prima, presente solo in Marco, afferma che:
«Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa».
Gesù parla nuovamente del seme, un elemento che lo intrigava e sul quale aveva molto meditato. Il seme è sempre qualcosa che rimane dal raccolto precedente: è il frutto di una pianta che, raccolto, secca e sembra morto. Ma se viene piantato, allora nella terra marcisce, si disfa e scompare; in realtà, però, genera vita, che diventa un germoglio, poi una pianta, e alla fine apparirà nei suoi frutti abbondanti, addirittura come una moltiplicazione e una trasformazione dell’originario singolo seme. Per questo motivo la vicenda del seme, nelle parole di Gesù, è adatta ad esprimere il mistero del Regno.
La venuta del regno di Dio, il suo apparire, è infatti paragonata da Gesù al processo agricolo che ogni contadino conosce bene e che vive con attenzione e premura: semina, nascita del grano, crescita, formazione della spiga e maturazione. Di fronte a tale sviluppo, occorre meravigliarsi, rimirando la virtualità celata in quel piccolo seme seccato, che appare addirittura morto. Così è il regno di Dio: piccola realtà, con in sé una potenza misteriosa, silenziosa, irresistibile ed efficace, che si dilata senza che noi facciamo nulla. Seminato il seme il contadino non ne ha un controllo speciale, sia che dorma o vegli per andare a controllare ciò che accade, la crescita non dipende più da lui. Anzi, se il contadino volesse misurare la crescita e andasse a verificare cosa accade al seme sotto terra, minaccerebbe fortemente la nascita e la vita del germoglio.
Ecco allora l’insegnamento: occorre meravigliarsi del Regno che si dilata sempre di più, anche quando noi non ce ne accorgiamo e di conseguenza occorre avere fiducia in esso e nella sua forza. E il seme è la Parola che, seminata dall’annunciatore, darà frutto anche se lui non se ne accorge, né può verificare il processo: di questo deve essere certo. Nessuna ansia, ma solo sollecitudine e attesa; nessuna angoscia di essere sterili nel predicare: se il seme è buono, se la parola predicata è Parola di Dio essa darà frutto in modo insospettato.
Di seguito Gesù propone un’altra parabola, ancora su un seme, ma questa volta di senape:
«È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno».
Il Regno è una realtà piccolissima, così come piccolissima era la presenza di Dio tra gli uomini in quell’uomo che era Gesù, da quel minuscolo villaggio di Nazareth Egli percorre le strade di una porzione terra, con un limitato gruppo di discepoli. Eppure questo piccolo seme donato alla nostra umanità diventa un albero grandissimo. Tutto questo in un modo misterioso che chiede semplicemente di accogliere il seme, di custodirlo in un cuore che attende. Non a caso Gesù parla in questa sua parabola solo della semina, mentre tace su tutto il lavoro che viene dopo per far crescere il seme. Tralascia tutto questo non perché non sia importante, ma vuole offrirci la lezione precisa sul fatto che il Regno cresce comunque e non sono gli uomini a dare forza alla sua Parola, né possono fermare la vita che porta in sé. Di nuovo richiama i discepoli a lasciare ogni ansietà per abbandonarsi a questo dono:
«…Viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Così l’idea efficace di Gesù che paragona il Regno al seme, la quale aveva già le sue radici bibliche in quell’albero intravisto da Daniele, simbolo del regno universale di Dio (cfr. Dn 4,6-9.17-19), permane nell’immaginario dei futuri missionari della primissima generazione cristiana. Paolo ricorda che la Parola di Dio può sembrare piccola cosa, rivestita com’è di parola umana, fragile e debole, messa in bocca a uomini e donne semplici, non intellettuali, non saggi secondo il mondo (cfr. 1Cor 1,26). Eppure essa è: «Potenza di Dio» (Rm 1,16). Ma di un’efficacia non mondana, non misurabile in termini quantitativi, perché la Parola del Signore è: «Parola della croce» (1Cor 1,18).
L’Apostolo Pietro sottolinea nel suo scritto che quella stessa Parola diventa un seme di vita immortale e fonte di amore:
«Amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna» (1Pt 1,23).
La rivelazione dell’efficacia della Parola di Dio è decisiva per cristiani, perché li sottrae alle ansie mondane del risultato e del successo. Il disegno di Dio si compie sempre, ben al di là delle nostre previsioni e della nostra impazienza, come già aveva affermato per mezzo del profeta:
«La Parola uscita dalla mia bocca non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,11).
Dall’Eremo, 15 giugno 2024
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UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE»
Questo soggetto ha vergato pagine e pagine e distribuito decine di video sui social media nei quali cerca disperatamente di legittimare ciò che mai potrà essere legittimato nella Chiesa Cattolica: le tendenze omosessuali e la pratica dell’omosessualità all’interno del clero, sino ad affermare ripetutamente che le tendenze sessuali e la loro sottintesa pratica riguarderebbero solo la vita privata dei chierici (!?). Una affermazione del tutto illogica nonché aberrante sul piano jus-canonistico, se vogliamo parlare di quel Diritto Canonico a lui tanto caro.
Non è ironia, men che mai sfottò, ma comprensione autentica e vera carità cristiana. Anche se questo sito riesce a essere molesto quanto un riccio di mare dentro le mutande, noi Padri della rivista L’Isola di Patmos capiamo il suo capocomico ― o forse tragicomico ― provando cristiana tenerezza verso di lui, perché siamo pastori in cura d’anime e teologi che fanno teologia, storia della Chiesa, morale cattolica e diritto pregando.
Questo soggetto ha vergato pagine e pagine e distribuito decine di video sui social medianei quali cerca disperatamente di legittimare ciò che mai potrà essere legittimato nella Chiesa Cattolica: le tendenze omosessuali e la pratica dell’omosessualità all’interno del clero, sino ad affermare ripetutamente che le tendenze sessuali e la loro sottintesa pratica riguarderebbero solo la vita privata dei chierici (!?). Una affermazione del tutto illogica, nonché aberrante sul piano jus-canonistico, se vogliamo parlare di quel Diritto Canonico a lui tanto caro (vedere nostro articolo di ieri, QUI).
Capiamo quanto sia frustrante essere cacciati persino dall’ostello della Caritas e vedere al tempo stesso altri, che sono come te, diventare preti, fare carriera, infiocchettarsi e continuare a esercitare gusti e attività del tutto legittime nel mondo secolare, ma che non potranno mai essere legittime e compatibili col sacerdozio e l’esercizio del sacro ministero sacerdotale nel mondo ecclesiale.
Marco Felipe Perfetti è un cieco invidioso e crede che la sua invidia sia giustizia, mentre invece è uno tra i più gravi peccati capitali. Speriamo che un giorno se ne renda conto, possibilmente quando non sarà troppo tardi. Se poi vuole correggersi e intraprendere un serio cammino di crescita spirituale, i miei Confratelli e io siamo sin d’ora a sua completa disposizione.
Dall’Isola di Patmos, 31 maggio 2024
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I nostri precedenti articoli sulla Banda della Sileriana:
– 16 agosto 2025 —SILERE NON POSSUM E QUELLA PAROLA TABÙ CHE NON RIESCE PROPRIO A PRONUNCIARE: “OMOSESSUALITÀ” (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 agosto 2025 — C’È DI MEZZO UN OMOSESSUALE? ALLORA SILERE NON POSSUM DIFENDE ANCHE L’INDIFENDIBILE(per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 29 marzo 2025 — SEMPRE A PROPOSITO DI SILERE NON POSSUM: DAL “HOMBRE VERTICAL” AI “PIGLIANCULO” E “QUAQUARAQUÀ” DI LEONARDO SCIASCIA (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 21 marzo 2025 — SILERE NON POSSUM E LA STORIA DI QUELLA SARTINA CONVINTA DI POTER DARE LEZIONI DI ALTA MODA A GIORGIO ARMANI (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 12 febbraio 2025 — L’OPOSSUM STA ALLA CONOSCENZA DEL VATICANO COME ÉVA HENGER STA ALLA CASTITÀ E COME IL SUO DEFUNTO MARITO RICCARDO SCHICCHI STA ALL’OPERA CONFESSIONES DI SANT’AGOSTINO (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 15 gennaio 2025 — AI CONFINI CLERICALI CON LA REALTÀ: LA DONNA SOFFRE DELL’INVIDIA FREUDIANA DEL PENE, L’OPOSSUM DELL’INVIDIA DI MATTEO BRUNI DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE(per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 20 gennaio 2025 — L’OPOSSUM IGNORA CHE UNA SUORA PUÒ DIVENTARE TRANQUILLAMENTE GOVERNATORE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO, COME GIÀ LO FU GIULIO SACCHETTI(per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 22 novembre 2024 — LA NOMINA EPISCOPALE DI RENATO TARANTELLI BACCARI. QUANDO GLI AFFETTI DA CARCINOMA AL FEGATO, CARICANO ALL’ATTACCO CHI TACER NON PUÒ(per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 31 maggio 2024 — UNA NOTA DI PADRE ARIEL SUL SITO SILERE NON POSSUM: «MOLESTO COME UN RICCIO DI MARE DENTRO LE MUTANDE» (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 8 dicembre 2023 — A CHI SI RIFERISCE MARCO FELIPE PERFETTI AFFERMANDO DAL SITO SILERE NON POSSUM «QUA IN VATICANO … NOI IN VATICANO …», SE IN VATICANO NON CI PUÒ METTERE NEMMENO PIEDE? (per aprire l’articolo cliccare QUI)
– 14 ottobre 2023 — È MORTO L’ARCIABATE EMERITO DI MONTECASSINO PIETRO VITTORELLI: LA PIETÀ CRISTIANA PUÒ CANCELLARE LA TRISTE VERITÀ?(per aprire l’articolo cliccare QUI)
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2019/01/padre-Aiel-piccola.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Padre Arielhttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngPadre Ariel2024-05-31 14:16:292025-08-17 23:15:20Una nota di Padre Ariel sul sito Silere non possum: «Molesto come un riccio di mare dentro le mutande»
LE «FINOCCHIE PERSE» DI PAOLO POLI, LA «FROCIAGGINE» DEL SANTO PADRE FRANCESCO E CERTI VESCOVI-FINOCCHI DI NUOVA GENERAZIONE
Il Santo Padre Francesco non ha sbagliato a dire che la frociaggine nei seminari non è accettabile, perché non lo è, né mai potrà esserlo. Ha però sbagliato a promuovere all’episcopato diversi gay friendly, se non peggio alcuni froci fatti e rifiniti che sotto il suo augusto pontificato sono finiti con una mitria in testa e un pastorale in mano. E oggi, uno o alcuni di questi lo hanno tradito, riportando all’esterno un discorso privato espresso liberamente come quando si parla in modo intimo e riservato tra fratelli.
Dopo l’espressione circa la «frociaggine», ha preso a circolare notizia sui social media che all’Assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Italiana erano presenti dei giornalisti e che il Sommo Pontefice Francesco ha impedito egli stesso che fosse dato l’extra omnes. Dopodiché, alla loro presenza, avrebbe parlato a ruota libera, al premeditato scopo di creare un caso mediatico (!?).
La notizia è falsa: nessun giornalista, neppure quelli di Avveniree di Sat2000, neppure quelli dei media vaticani erano presenti.
A notizia diffusa alcuni Vescovi, tra gli oltre duecento presuli italiani presenti in assemblea, senza violare alcuna riservatezza ci hanno precisato che al termine di quel colloquio strettamente riservato tra il Vescovo di Roma e i Vescovi d’Italia, il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, S.E. il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo metropolita di Bologna, ha preso parola precisando che quanto era stato detto doveva rimanere strettamente riservato e non uscire da quell’aula, dove nessun estraneo era presente, meno che mai giornalisti.
Ma veniamo di nuovo alla «frociaggine», tema al quale abbiamo già dedicato due articoli: uno del Padre Ariel S. Levi di Gualdo e uno del Padre Ivano Liguori, prima di intervenire nuovamente con questo nostro redazionale dei Padri de L’Isola di Patmos.
Sui social media impazza di tutto, anche chi grida Tacer non posso! Frase ispirata a Sant’Agostino che spiega il passo dei due ciechi narrati nel Santo Vangelo (cfr. Mt 20, 30-34) che vedendo passare Gesù si misero a urlare:
«Timeo enim Iesum transeuntem et manentem et ideo silere non possum» (Sant’Agostino, Sermone n. 88).
Considerati certi promoter dell’omosessualismo all’interno della Chiesa, forse sarebbe meglio passare dall’agostiniano al dantesco, mettendosi a battere sul motto: «Un bel tacer non fu mai scritto». Noto proverbio italiano che significa in qual preziosa misura la bellezza del saper tacere al momento opportuno non è mai stata lodata a sufficienza. Espressione attribuita a Dante e rielaborata poi nel XVII secolo dal poeta veneziano Iacopo Badoer.
Quando si dibatteva sul Disegno di legge Zan, che dietro il pretesto della cosiddetta omotransfobia mirava di fatto a perseguire il reato di opinione, i nostri autori Ariel S. Levi di Gualdo e Ivano Liguori dettero alle stampe un libro intitolato Dal Prozan al Prozac, dedicato alla memoria del grande attore di teatro italiano Paolo Poli, che di Padre Ariel fu caro e affezionato amico. Nella copertina di quel libro campeggia una foto di scena di Paolo Poli e nella quarta (si chiama quarta il retro della copertina), è riportata questa sua frase all’apparenza scurrile, ma incisiva e veritiera:
«Vedo molta omologazione, un appiattimento della propria individualità, anche nell’apparire: tutti vestiti uguali in uno stereotipo pseudo-maschile, logicamente etero. I gay potrebbero avere la possibilità di esprimere una propria unicità e diversità nel senso più vero del termine. Invece no, vogliono giocare a marito e moglie e avere il permesso del Papa per potersi inculare! Ma dai! Lasciamo stare» (Paolo Poli, 17 dicembre 2003).
Il grande Paolo Poli che di se stesso diceva «sono omosessuale nel mio DNA», non usava il termine “gay” ma quello di finocchi, se non peggio di «finocchie sfrante» o di «languide checche perse», aveva individuato già vent’anni fa il problema di certi odierni cattolici sessualmente confusi che «Vogliono giocare a marito e moglie e avere il permesso del Papa per potersi inculare». Aggiungiamo noi tra queste nostre righe: non solo, rivendicano pure il diritto a diventare preti e a scatenare la frociaggine dentro i nostri seminari. Mentre, quanti tacer non possono, manco si rendono conto di sprofondare nel più grottesco ridicolo, quando celandosi dietro parole come «formazione» ed «educazione alla affettività», giungono ad affermare che le tendenze sessuali non possono influire sulla valutazione dei sacerdoti o dei candidati al sacerdozio, perché sono cose che riguardano le loro vite private (!?).
Ma proprio questo è il dilemma: un prete può forse rivendicare di avere una vita privata in cui manifesta nel privato l’esatto contrario di ciò che a un ministro in sacrisè richiesto? Anche i magistrati hanno una loro vita privata, ma non possono condannare al mattino un trafficante di droga per poi la sera, nella loro intimità, sniffare cocaina, giustificando il tutto col fatto che tirano coca in casa loro, non sullo scranno del tribunale penale tra una pubblica udienza e l’altra. Anche i militi della Guardia di Finanza hanno una loro vita privata, ma non possono multare i commercianti che omettono di fare gli scontrini fiscali per poi dedicarsi nella loro vita privata all’evasione fiscale. Indubbiamente anche i preti hanno una loro vita privata, ma non possono predicare le cristiane virtù in pubblico e prenderlo poi nel culo nella loro vita privata. Sono delle tali ovvietà, queste, dinanzi alle quali è proprio il caso di dire che … Tacer non possiamo.
Un prete non può essere affetto da frociaggine, perché di per sé è cosa peggiore, sul piano morale e spirituale, della pratica attiva dell’omosessualità. Infatti il Sommo Pontefice Francesco se l’è presa con quella frociaggine psicologica e comportamentale che rappresenta un atteggiamento e uno stile di vita incompatibile col sacerdozio, la vita religiosa e le stesse strutture ecclesiastiche. Non se l’è presa coi froci il Santo Padre, tanto meno coi singoli froci, verso i quali ha sempre mostrato ― come del resto tutti noi ― premura e accoglienza. Ce lo impone la dottrina cattolica (cfr. Catechismo nn. 2357-2359) che ci invita ad accogliere, non certo a discriminare in alcun modo gli omosessuali; dottrina che precede di oltre trent’anni il Disegno di Legge Zan, col quale non si mirava a far sì che i froci venissero rispettati, ma che i più politicizzati e ideologizzati potessero avere uno strumento legale per perseguire le opinioni libere e del tutto legittime di chiunque osa non pensarla come loro. Per seguire coi froci-cattolici-confusi che dietro pretesti di educazione all’affettività e alla tutela della vita privata, nei concreti fatti «vorrebbero avere il permesso del Papa per potersi inculare», sempre per parafrasare Paolo Poli che, fosse stato oggi in vita, avrebbe pubblicamente plaudito al Santo Padre Francesco. Proprio perché, omosessuale a tutto campo tal era, la frociaggine non l’ha mai sopportata.
Qualche Vescovo ha tradito il Santo Padre allo scopo di metterlo in imbarazzo, creando un caso mediatico ed esponendolo a dure critiche e attacchi. Il singolo Vescovo, o il clubbinodei Vescovi che hanno fatto questo, è costituito da quei puffetti androgini caricaturali che nelle loro diocesi fanno i piacioni con le associazioni LGBT. Sono quelli ― come scriveva a suo tempo Padre Ariel nel suo libro E Satana si fece trino pubblicato nel 2011 ―, che «ieri capeggiavano all’interno dei seminari la pia confraternita dei gay, oggi ce li ritroviamo Vescovi».
Il Santo Padre Francesco non ha sbagliato a dire che la frociaggine nei seminari non è accettabile, perché non lo è, né mai potrà esserlo. Ha però sbagliato a promuovere all’episcopato diversi gay friendly, se non peggio alcuni froci fatti e rifiniti che sotto il suo augusto pontificato sono finiti con una mitria in testa e un pastorale in mano. E oggi, uno o alcuni di questi lo hanno tradito, riportando all’esterno un discorso privato espresso liberamente come quando si parla in modo intimo e riservato tra fratelli. Ecco perché nei seminari non è bene ammettere i froci, perché poi diffondono il peggio della frociaggine all’interno della Chiesa e delle sue strutture ecclesiastiche e religiose. E oggi, non pochi froci che fomentano la frociaggine, ce li ritroviamo vescovi. Il Sommo Pontefice Francesco si ponga quindi, di fronte a questo grave problema, qualche seria domanda.
dall’Isola di Patmos, 30 maggio 2024
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N.B.
In questo articolo abbiamo fatto uso, volutamente e scientemente, non solo dei termini usualmente usati da Paolo Poli, ma di tutti quei termini quali «froci», «froce», «finocchi», «finocchie» … ecc … che sono usati abitualmente negli ambienti e nei circoli gay, inclusi i circoli LGBT, compreso quel termine «frociaggine» che tanto ha scandalizzato certi attivisti, i quali ne fanno però da sempre uso in modo persino dispregiativo nei riguardi di altri gay o associazioni gay, cosa che non ha fatto invece il Sommo Pontefice Francesco, né in questa né in qualsiasi altra occasione nel corso dei suoi dieci anni di pontificato. Sia ben chiaro.
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https://i0.wp.com/isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/faviconbianco150.jpg?fit=150%2C150&ssl=1150150Redazionehttps://isoladipatmos.com/wp-content/uploads/2022/01/logo724c.pngRedazione2024-05-30 21:27:152024-05-30 23:15:56Le «finocchie perse» di Paolo Poli, la «frociaggine» del Santo Padre Francesco e i vescovi-finocchi di nuova generazione
Babamın ikinci evliliğini yapmasıyla birlikte üvey kız kardeşe sahip oldum porno indir Yeni kız kardeşim tembelin teki porno izle ne okula gidiyor ne ders çalışıyor seks hikaye Bulduğu her fırsatta okulu ekiyor bedava porno aile bireyleri bu yüzden ona çok kızıyor brazzers porno Bugün evde kimsecikler yokken bahçede biraz spor yapayım dedim sex hikayeleri Şans eseri kız kardeşimi gördüm okula gitmemiş odasında saklanıyor rokettube Ona bağırdım ve zorla okula gitmesini sağladım türk porno Evden çıktığı vakit bahçede sporuma başladım porno Kısa bir süre sonra telefonuma evdeki alarmın devre dışı kaldığına dair bildirim geldi ensest hikayeler Karşımda çıplak durması ve tahrik edici konuşmalarıyla beni sekse ikna etti.
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