Medjugorje e Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova»

MEDJUGORJE E AGATHA CHRISTIE: «UN INDIZIO È UN INDIZIO, DUE INDIZI SONO UNA COINCIDENZA, MA TRE INDIZI FANNO UNA PROVA»

«I fedeli, per quanto riguarda il culto a Maria “Regina della pace”, sono “autorizzati a osservarlo con prudenza”, sebbene ciò non implichi l’approvazione del carattere soprannaturale del fenomeno in questione, con la nota che i credenti non sono obbligati a credervi. Che i sacerdoti di questa Diocesi, accettando e rispettando la decisione della Chiesa, sono liberi di essere d’accordo o in disaccordo con questa proposta spirituale» (Decreto del Vescovo di Mostar-Duvno, 19 settembre 2024).

 

 

 

 

 

 

 

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Che con l’avvento di Francesco, sia avvenuto nella Chiesa un cambiamento di paradigma, non è più un caso che necessita di prove. Non è ancora possibile, né prudente fare un bilancio del suo pontificato svolto fin qui, ma alcune cose si possono già dire. Che per esempio con l’attuale pontefice sia cambiato il modo di comunicare lo scrive perfino Padre Antonio Spadaro S.J., da subito suo fidato interprete, in un articolo apparso recentemente su La Repubblica:

«Francesco ha compreso che la comprensibilità non è la stessa cosa della chiarezza… L’uomo di oggi, più che di discorsi semplicemente “chiari”… ha bisogno di discorsi che siano credibili, portatori della complessità, delle situazioni, delle esperienze, della vita che a volte non è e non può essere così “chiara”. Il linguaggio chiaro è quello della norma. Se il pastore lo assume come modalità comunicativa finisce per confondersi e vestire i panni del legislatore e del giudice» (La Repubblica, 19.09.24, pg. 39).

Cosa c’è di peggio rispetto al mentire e ingannare il Popolo di Dio? La consapevolezza che si sta mentendo e ingannando il Popolo di Dio

Diceva la celebre scrittrice di libri gialli Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». Quindi non più le idee chiare e distinte, così care al suo ultimo predecessore, ma uno stile nuovo che sia attento alle complessità, alle situazioni e alle esperienze, dei singoli come delle comunità. Probabilmente è per questo che il Papa si è scelto come stretto collaboratore a capo del Dicastero per la Dottrina della Fede il Cardinale Victor Manuel Fernandez. Il quale in occasione dell’incarico ricevette dal Pontefice queste raccomandazioni, in una lettera che qui riportiamo nella versione spagnola perché non esiste una traduzione ufficiale della Santa Sede:

«El Dicasterio que presidirás, en otras épocas llegó a utilizar métodos inmorales. Fueron tiempos donde más que promover el saber teológico se perseguían posibles errores doctrinales. Lo que espero de vos es sin duda algo muy diferente… Es más, sabés que la Iglesia «necesita crecer en su interpretación de la Palabra revelada y en su comprensión de la verdad» sin que esto implique imponer un único modo de expresarla. Porque «las distintas líneas de pensamiento filosófico, teológico y pastoral, si se dejan armonizar por el Espíritu en el respeto y el amor, también pueden hacer crecer a la Iglesia». Este crecimiento armonioso preservará la doctrina cristiana más eficazmente que cualquier mecanismo de control. Es bueno que tu tarea exprese que la Iglesia «alienta el carisma de los teólogos y su esfuerzo por la investigación teológica” con tal que «no se contenten con una teología de escritorio», con «una lógica fría y dura que busca dominarlo todo». Siempre será cierto que la realidad es superior a la idea. En ese sentido, necesitamos que la Teología esté atenta a un criterio fundamental: considerar «inadecuada cualquier concepción teológica que en último término ponga en duda la omnipotencia de Dios y, en especial, su misericordia». Nos hace falta un pensamiento que sepa presentar de modo convincente un Dios que ama, que perdona, que salva, que libera, que promueve a las personas y las convoca al servicio fraterno» (cfr. testo QUI, corsivi e sottolineature mie).

Vaticano, 1 Julio 2023

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Da quel giorno il Cardinale non è venuto meno a questo affidamento e ciò si può facilmente riscontrare nelle note o nelle risposte date dal Dicastero presieduto. Fra queste ha fatto tanto scalpore la Nota sulla benedizione da potersi dare, a determinate condizioni, alle coppie irregolari o omosessuali e quella recentissima circa l’esperienza spirituale legata a Medjugorje, che ha creato un ampio dibattito nella comunità ecclesiale. Non si può tacciare il Cardinale Prefetto di esser venuto meno al suo mandato, del resto il suo orientamento è chiaro ed esplicitato in più occasioni, come quando ha affermato, in un incontro presso l’Università Lateranense nel febbraio di quest’anno:

«Una teologia per il Popolo di Dio è una teologia attenta alle dinamiche che questo popolo sta vivendo in questo momento storico, per aiutarlo ad interpretarle alla luce della fede, sia per purificarle sia per favorire tutto ciò che è positivo. Questo è tipico di ogni processo di inculturazione che includa entrambi gli aspetti. Si auspica, pertanto, che i teologi possano essere all’altezza di questa missione. Non si tratta certo di inventare una nuova Rivelazione, ma di far scaturire dalla sorgente inesauribile del Vangelo quello che meglio possa illuminare la vita del Popolo di Dio, quello che possa aiutare questo Popolo a vivere felice in mezzo ai limiti e alle difficoltà della vita. Infatti, nella lettera che il Papa mi ha scritto quando mi ha nominato Prefetto, ha detto che in fondo oggi si ha “bisogno di una teologia che sappia presentare in modo convincente un Dio che ama, che perdona, che salva, che libera, che promuove le persone e le chiama al servizio fraterno”» (QUI).

Sessant’anni fa e più si celebrava il Concilio Vaticano II. Come ebbe a dire il decano dei teologi italiani, Severino Dianich, esso rimise al centro della vita della Chiesa il tema dell’ermeneutica della fede. Da allora molte cose sono cambiate e le società e le culture profondamente trasformate. Le grandi spinte sociali, culturali e ideologiche che animavano il periodo del Concilio sono tramontate, alcune tragicamente, altre mutate e frazionate in mille rivoli. Soprattutto la perdita di grandi ideali e punti di riferimento comuni alle masse ha portato a una rivalutazione del sentimento religioso, del resto mai sopito o cancellato, come alcuni auspicavano. Ma anche all’interno di esso le medesime dinamiche che attraversano la società si sono riprodotte; tanto la perdita dell’identità comune, quanto il soggetto lasciato solo di fronte ai grandi problemi che affliggono l’esistenza e il mondo post moderno, hanno fatto risaltare le stesse nevrosi che si riscontrano altrove: angosce, spaesamento, depressioni, perdita del senso della propria vita. Così la ricerca di luoghi di apparizioni che diano conferme, di messaggi provenienti dall’alto che offrano rassicurazioni si sono moltiplicati, tanto da diventare un serio problema per la Chiesa. Il segnale più eclatante è il fenomeno religioso di Medjugorje sul quale la Chiesa non ha potuto più non intervenire con una parola autorevole, favorendo il cammino spirituale che lì si porta avanti, ma mettendo seri paletti sia ai messaggi che ai «presunti» veggenti, entrambi non riconosciuti in maniera palese e chiara. Ma se guardiamo gli ultimi documenti del Dicastero per la Dottrina della Fede prima della recente Nota sul fenomeno di Medjugorje, sono ben nove i testi che la precedono, per lo più risposte ai vescovi circa asserite apparizioni e messaggi provenienti dalla Vergine Maria, in diverse parti del mondo. Queste risposte sono state possibili dopo l’emanazione da parte dello stesso Dicastero delle «Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali» (QUI).

Ci vollero dodici anni per una prima dichiarazione per i fatti riferiti da Bernardette che permetteva l’afflusso di fedeli e la venerazione a Lourdes. Fatima ebbe una rilevanza quasi immediata; a soli due anni dagli eventi dichiarati dai pastorelli il vescovo locale, col beneplacito della Santa Sede, dichiarava:

«Degne di credenza, le visioni dei bambini pastori della Cova da Iria, avvenute nella parrocchia di Fátima, in questa diocesi, dal 13 maggio al 13 ottobre 1917».

Ma erano anche altri tempi e altri contesti. In Francia, al tempo dei fatti di Lourdes, l’imperatore Luigi Napoleone bloccava ogni accordo con la Chiesa oltre il concordato del 1801. In Portogallo i pastorelli furono incarcerati per due giorni per ordine dell’allora sindaco di Vila Nova. Al di là del contesto storico, potremo dire che le dichiarazioni della Santa Sede sui fatti di Lourdes e Fatima furono tempestive e riguardavano «fatti ritenuti straordinari».

Per i fatti di Medjugorje ci sono voluti oltre quarant’anni per la pubblicazione di una Nota che ha valorizzato più l’esperienza religiosa che i dati dei messaggi, definiti con estrema chiarezza “presunti”, come “presunte” sono state definite le apparizioni ma, soprattutto, “presunti” i sedicenti veggenti. Ora è proprio questo, l’esperienza religiosa, il dato che più risalta agli occhi di chi legge la Nota del Dicastero. Certo, i partigiani, talvolta dei veri e propri talebani, della vicenda religiosa e spirituale scaturite dalla località della Bosnia-Erzegovina, non se ne avvedranno e hanno già salutato la Nota come una vittoria, come un grande riconoscimento. Ma bisogna pur dirlo. Quello che la Nota introduce, come pure nei nove documenti che la precedono, sono due aspetti: quello della percezione personale di un fenomeno da una parte, e dall’altra del riconoscimento di un’esperienza religiosa anche se non pienamente fondata e chiara in tutti i suoi aspetti. È questo il nuovo paradigma che risalta. L’importanza data alla percezione del singolo, molto in sintonia con quello che la società moderna auspica, anche in più ambiti; e il valore dato all’esperienza che può addirittura condurre a buoni frutti al di là di una dottrina ambigua presente in taluni gruppi. La Nota chiede ai vari vescovi di vigilare sulle esperienze religiose dei singoli e dei gruppi; al tempo stesso, richiamando le norme, chiede di «apprezzare il valore pastorale e di promuovere pure la diffusione di questa proposta spirituale».

A mio avviso si tratta di una novità nella Chiesa, che ho definito appunto nuovo paradigma, del resto anticipato dai modi di fare e comunicare dell’attuale Sommo Pontefice e messo in pratica dai suoi più stretti e importanti collaboratori. Dove porterà tutto questo non è dato saperlo. È evidente che la Chiesa, allo stato attuale, è più propensa a governare questi processi affinché non deviino o si deteriorino, piuttosto che fermarli. È questa la raccomandazione data ai vescovi, cioè ai sorveglianti del Popolo di Dio. Il Vescovo di Monstar-Duvno, il diretto interessato ai fatti di Medjugorje, ha infatti emanato una sua nota successiva a quella della Santa Sede nella quale dopo una ripresa della stessa, dice chiaramente testuali parole:

«I fedeli, per quanto riguarda il culto a Maria “Regina della pace”, sono “autorizzati ad osservarlo con prudenza” (Norme, art. 22, §: cfr Benedetto XVI, Verbum Domini, n. 14), sebbene ciò non implichi l’approvazione del carattere soprannaturale del fenomeno in questione (cfr. Norme, art. 22, §2), con la nota che i credenti non sono obbligati a credervi. Che i sacerdoti di questa Diocesi, accettando e rispettando la decisione della Chiesa, sono liberi di essere d’accordo o in disaccordo con questa proposta spirituale» (QUI).

Come si può salutare un testo di questo genere definendolo una approvazione storica da parte della Santa Sede, come ha esultato, per citarne uno tra i tanti, Padre Livio Fanzaga, che dai microfoni di Radio Maria parla addirittura di «riconoscimento pieno» (cfr. QUI). Come si può? È una domanda.

Per inciso bisogna ricordare che tutti i vescovi che si sono succeduti in quella Diocesi a partire dall’inizio delle presunte apparizioni, non si sono limitati a essere scettici, hanno dichiarato false le apparizioni nel corso della storia e inattendibili i cosiddetti veggenti. Le presunte apparizioni furono dichiarate non autentiche da S.E. Mons. Pavao Zanic, Vescovo di Mostar-Duvno dal 1980 al 1993, cui succedette S.E. Mons. Ratko Peric dal 1983 al 2000, che nel suo libro Il trono della saggezza (Crkva na Kamenu, Mostar 1995), nel capitolo intitolato I criteri per la valutazione delle apparizioni dedica un paragrafo alle apparizioni di Medjugorje dove cerca di dimostrare che le apparizioni della Madonna non sono vere e che i presunti veggenti hanno mentito ripetutamente e da sùbito (cfr. pagg. 266-286).

Oggi siamo certamente in una fase di transizione, ormai lontani, come dicevamo, dai tempi conciliari, ma è anche cambiato rapidamente l’approccio rispetto ai precedenti magisteri dei Papi recenti. Per questo, forse, si deve guardare con qualche benevolenza i tentativi, a volte anche curiosi, eccentrici e goffi usati dal Papa e dai suoi collaboratori per divulgare questo nuovo corso? Solo un esempio. Il Cardinale Victor Manuel Fernandez nella conferenza stampa di presentazione della Nota ha dovuto per forza accennare alle difficoltà che alcuni «messaggi mariani» dati a Medjugorje ponevano. Ma per interpretarli positivamente, nonostante contenessero palesi inesattezze, anche dottrinarie, ha fatto riferimento ai testi di autori mistici come San Giovanni della Croce o Santa Teresa di Lisieux, i quali anch’essi riporterebbero a suo dire imprecisioni. Ora l’esperienza mistica è di per sé indicibile e con fatica si traduce in parole umane anche scritte. Ma si tratta pur sempre di autori umani che adoperano gli strumenti umani disponibili. Si può paragonare ciò ai presunti messaggi che verrebbero dall’alto, dalla Vergine Maria, dei quali i cosiddetti veggenti sono solo tramite? Che messaggi sarebbero se tali non sono e vanno decriptati? Questa è una fra le molte difficoltà sulle quali bisognerebbe interrogarsi seriamente.

La Chiesa ha scelto di operare in questo modo e probabilmente, più che governare i processi in atto, cerca di rincorrerli e arginarli come può, accettando che l’esperienza personale e una proposta religiosa possano diventare occasione di salvezza, per quanto da sorvegliare attentamente. Ma la Chiesa è chiamata anche a confrontarsi con altri aspetti che accompagnano la nostra società contemporanea, fra questi il progressivo allontanamento di essa dalla comunità ecclesiale, la scienza e le conseguenti tecnologie che regolano ormai le vite degli esseri umani, l’incalzare degli algoritmi e della cosiddetta intelligenza artificiale che scandiscono ormai le scelte dei singoli e dei gruppi sociali. Come risponderà la Chiesa a queste istanze, mentre appare ancora troppo ripiegata su sé stessa e i sui propri problemi interni? Forse con un doppio binario, uno per i semplici che ancora cercano visioni e domandano messaggi dall’alto e un altro con il quale cerca di dialogare e interagire con la società e i mondi contemporanei?

Sempre il succitato teologo italiano Severino Dianich recentemente ha strigliato i suoi confratelli e colleghi teologi tacciandoli di tradimento (cfr. QUI), perché incapaci di proferire una parola ficcante sui fatti che accadono nel mondo e sui processi culturali in atto. Le risposte di alcuni teologi che si sono sentiti colti sul vivo sono state o fuori contesto o troppo verbose. È certo che la Chiesa sta vivendo un travaglio, chissà se esso porterà a una trasformazione o a una nuova nascita, certamente diversa dalle precedenti a cui siamo da secoli abituati. Negli anni che seguirono il Concilio, mentre si diffondeva il movimento nato nel Maggio del 1968, il gesuita Michel de Certeaux, molto ascoltato nella laicissima Francia e che arrivò a dirigere gli studi della École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi parlava di «cristianesimo in frantumi» (QUI). Una espressione scomoda che allora non fu accettata, ma di cui oggi sentiamo gli effetti. Come sarà il Cristianesimo di domani? Non è dato sapere, perché è come chiedersi come sarà il mondo nel prossimo futuro, nel quale la Chiesa coi suoi membri sarà inserita. Certo, si spera che il Cristianesimo di domani non sia composto, stando a quanto purtroppo si palesa quello d’oggi, una aggregazione di fedeli fideisti alla morbosa ricerca di Madonne che appaiono in giro per il mondo preannunciando catastrofi e consegnando terrificanti segreti a sedicenti veggenti che spuntano ormai come fiori di campo dopo la pioggia. L’auspicio, almeno mio personale, è che smetta di guardare il proprio ombelico per ricominciare ad annunciare fiduciosa il Vangelo di Gesù Cristo, capace di formare cristiani solidi e tenaci «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15).

Dall’Eremo, 5 ottobre 2024

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«Vieni Spirito Santo anima dell’anima mia». Il ricorso allo Spirito Santo nella Chiesa deve essere quotidiano, filiale e fiducioso

«VIENI SPIRITO SANTO ANIMA DELL’ANIMA MIA». IL RICORSO ALLO SPIRITO SANTO NELLA CHIESA DEVE ESSERE QUOTIDIANO, FILIALE E FIDUCIOSO

Ogni giorno abbiamo bisogno della dolce presenza dello Spirito Santo, in ogni circostanza della vita, non solo in particolari momenti scelti. Con tristezza bisogna riconoscere che anche nella Chiesa spesso lo si invoca in modo folcloristico, facendo di lui un “fluido” che livella e sistema le storture dell’uomo, anche e soprattutto di quell’uomo che non desidera sottomettersi alla sua azione. Insomma, un vero e proprio “Spirito Santo magico … esoterico” al limite della concezione gnostica.

— Attualità pastorale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Tra tutte le preghiere allo Spirito Santo che la Chiesa conosce, alcune delle quali famosissime e recitate puntualmente e solennemente nei momenti particolari della vita ecclesiale come ad esempio come il Veni Creator, c’è la preghiera del cardinale Désiré Joseph Mercier (1851-1926).

Questa preghiera dice così:

«O Spirito Santo, anima della mia anima, Io ti adoro! Illuminami, guidami, fortificami, consolami, dimmi quello che devo fare, dammi i tuoi ordini. Ti prometto di sottomettermi in tutto al tuo desiderio ed accettare quanto vuoi inviarmi! Insegnami solamente la tua volontà. Amen».

Il saggio cardinale belga esortava continuamente i fedeli alla recita fiduciosa di questa preghiera, spronando i cattolici alla familiarità e alla devozione verso lo Spirito Santo, spesso considerato da noi occidentali come “il grande sconosciuto”, egli diceva:

«Voglio rivelarvi il segreto della santità e della gioia, se tutti i giorni, per cinque minuti, sapete imporre il silenzio alla vostra immaginazione e chiudete gli occhi a tutte le cose esterne e gli orecchi a tutti i rumori della terra per entrare dentro voi stessi, e lì, nel santuario della vostra anima battezzata, che è il tempio dello Spirito Santo, parlate a questo divino ospite e gli dite […] Se fate questo, ripeto, la vostra vita scorrerà via felice, serena e consolata, pur se nelle tribolazioni, perché la grazia sarà proporzionata alla prova e vi darà la forza per sopportarla e arriverete al cielo carichi di meriti. Questa sottomissione allo Spirito Santo è il segreto della santità».

La particolarità di questa preghiera sta nel fatto di esprimere una grande verità, quella di considerare lo Spirito Santo come «l’anima dell’anima mia», cioè come la parte più intima e sacra dell’anima dell’uomo. Lo Spirito Santo, quindi, non parla solo all’anima ma parla dell’anima, ci dice chi ne è l’autore e l’interlocutore privilegiato, per poi donarle quella forma divina in cui Dio si rende presente, quel sigillo che segna indelebilmente l’appartenenza al Signore (σφραγίς) e lo configura più perfettamente a Cristo dandogli la grazia di spandere tra gli uomini il suo buon profumo (cfr 2 Cor2,15).

La fatica dell’uomo credente consiste proprio nel conoscere e custodire la propria anima in amicizia e comunione con Dio attraverso quella docilità allo Spirito Santo che non può che essere diuturna. Ogni giorno abbiamo bisogno della dolce presenza dello Spirito Santo, in ogni circostanza della vita, non solo in particolari momenti scelti. Con tristezza bisogna riconoscere che anche nella Chiesa spesso lo si invoca in modo folcloristico, facendo di lui un “fluido” che livella e sistema le storture dell’uomo, anche e soprattutto di quell’uomo che non desidera sottomettersi alla sua azione. Insomma, un vero e proprio “Spirito Santo magico … esoterico” al limite della concezione gnostica.

Invocare lo Spirito Santo all’inizio di un incontro, di un Capitolo, di un sinodo, di un concilio o di un conclave significa alzare le mani davanti all’opera di Dio e alla sua volontà, che quasi sempre contrasta con quella dell’uomo e i suoi progetti. Significa dire a Dio con il suo Spirito: «agisci tu!» ma spesso dobbiamo riconoscere che usiamo chiamare in causa lo Spirito Santo per ratificare decisioni già prese, quando l’uomo ha già agito con orientamenti programmati in precedenza e cammini già pensati.

Così facendo lo Spirito Santo – ospite dolce e discreto dell’anima – non parla più all’anima dell’uomo e non è più capace di animarla come ci insegna il buon cardinale Désiré Joseph Mercier. Dire questo oggi, anche dentro la Chiesa, potrebbe sembrare al limite della scorrettezza, potrebbe voler dire apparire come un negazionista di alcune “realtà ispirate”. Ci potrebbe anche essere il rischio di venire etichettati come personalità problematica e facili al brontolio e alla scontentezza. Ma tutto sommato potrebbe anche valerne la pena, se tutto questo è fatto per ritornare a lasciarsi guidare dallo Spirito del Signore e a correre il serio rischio di essere messi in crisi laddove abbiamo la presunzione di avere già capito tutto.

Nei miei venticinque anni di vita religiosa e quindici di vita sacerdotale ho sempre tenuto a mente questi due passi della Sacra Scrittura come bussola personale nel mio rapporto con Dio e quindi come metodologia di discernimento davanti all’opera dello Spirito Santo:

«Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri». (cfr. Is 55, 8 – 9).

«Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode». (cfr. Sal 127, 1)

Porto questa mia esperienza personale per condividere con i lettori e i confratelli il desiderio di sapere che, sebbene sacerdoti e consacrati, la nostra guida quotidiana non è rappresentata dai titoli accademici conseguiti nella scienza teologica, nemmeno dagli addentellati e dalle entrature in strutture di potere e prestigio. Men che meno i nostri desideri di bene o il voler operare cose grandi, spesso umane, troppo umane. Tutto in noi si deve muovere nell’armonia dello Spirito Santo, è lui il direttore d’orchestra, la partitura e la musica.

Riguardo lo Spirito Santo potrei citare molti passi biblici, fra i tanti mi sovviene questo del Vangelo secondo Giovanni: «E io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi» (Gv 14, 16-17) .

Gesù promette il dono dello Spirito/Paraclito che rimane non solo con noi ma, dice espressamente il Signore: «Sarà in voi». È il tema dell’inabitazione dello Spirito Santo, come Ospite divino, nell’anima del giusto, di cui parlava già il cardinale più sopra citato. Lo ricorda anche l’apostolo Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: «Non sapete che . . . lo Spirito di Dio abita in voi?» (1 Cor 3, 16). Lo Spirito Santo che è presente e opera in tutta la Chiesa, mostra l’attuazione concreta della sua presenza e azione nel rapporto con la persona umana, con l’anima del battezzato in cui Egli stabilisce la sua dimora ed effonde il dono ottenuto da Cristo con la Redenzione. L’azione dello Spirito Santo penetra nell’intimo dell’uomo, nel cuore dei fedeli, e vi riversa la luce e la grazia che dà vita. È ciò che chiediamo nella Sequenza della Messa di Pentecoste: «O luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli».

Dio è presente in mezzo agli uomini nel Figlio, mediante l’umanità da Lui assunta in unità di persona con la sua natura divina. Con questa visibile presenza in Cristo, Dio prepara per mezzo di Lui una nuova presenza, invisibile, che si attua con la venuta dello Spirito Santo. La presenza di Cristo «in mezzo» agli uomini apre la strada alla presenza dello Spirito Santo, che è una presenza interiore, una presenza nei cuori umani. Così si compie la profezia di Ezechiele: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo . . . Porrò il mio spirito dentro di voi» (Ez 36, 26-27).

Grazie a questa inabitazione gli uomini diventano «tempio di Dio», del Dio Trinità, perché «lo spirito di Dio abita in voi», come abbiamo ricordato nelle parole di San Paolo. Lo stesso Apostolo specifica poco dopo: «O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio?» (1 Cor 6, 19). Dunque, l’inabitazione dello Spirito Santo comporta una particolare consacrazione dell’intera persona umana, anche la dimensione corporea è coinvolta, a somiglianza del tempio. Questa consacrazione è santificatrice. Essa costituisce l’essenza stessa della grazia salvifica, mediante la quale l’uomo accede alla partecipazione della vita trinitaria di Dio. Si apre così nell’uomo una fonte interiore di santità, dalla quale deriva la vita «secondo lo Spirito». Gesù Signore è questa fonte da cui scaturisce il dono dell’acqua viva dello Spirito. A tal proposito sempre San Giovanni ricorda il grido di Gesù: «Il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva». E l’evangelista commenta: «Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato» (Gv 7, 37-39). Giovanni ci prepara così all’ultima aspirazione del Signore che dalla croce disse: «Ho sete». Sete di donare alla Chiesa quell’acqua dello Spirito che poco dopo la sua morte defluisce dal costato e che l’anima credente contempla: «E, chinato il capo, consegnò lo Spirito» (Gv 19,30).

Invocare lo Spirito Santo significa, dunque ritornare dentro quell’eremo che è l’anima nostra, in quel territorio delicato e segreto in cui non possiamo entrarci se non con il vivo desiderio mistico di fare esperienza di Dio, di essere da Lui tratti e poterlo godere in pienezza. E per questo dobbiamo chiamare lo Spirito di Dio che tutto conosce anche le profondità stesse di Dio (cfr. 1 Cor 2,10 – 16).

Settembre è il mese in cui si ricominciano le attività nelle parrocchie e nelle comunità cristiane più diverse. Sarebbe bello ripartire dallo Spirito Santo per farci insegnare il cammino da prendere e renderci consapevoli dei tanti errori fatti passare per suoi ma che sono nostri. Un cammino condiviso, oggi si direbbe sinodale, in cui volere fortemente la presenza di Dio…e solo quella.

Tra le tante “cose” spirituali che ci possiamo inventare e fare dentro la Chiesa di Dio, sarebbe anche ora di capire che l’aggiunta dell’aggettivo “spirituale” è indicativo di un orientamento ben preciso che ci dice che siamo in attesa del soffio dello Spirito Santo, dell’irrompere di Dio nella storia dell’uomo, nella storia di ciascuno di noi, nella mia storia personale. 

Quanto sarebbe bello indire un sinodo perenne sullo Spirito Santo, sulla Pentecoste! Partire da quel vivo pneuma che tutto trasforma e tutto riempie in un movimento di grazia che salva: dal tempo dell’uomo confuso e caotico [χρόνος (chronos)] si passa al tempo di Dio, ordinato e soave [καιρός (kairos)] per sperimentare quel tempo di grazia dello Spirito[χάρις (cháris)] che si traduce in quell’amore di cui la Chiesa ha disperatamente bisogno e che come diceva il sommo poeta «move il sole e l’altre stelle (cfr. Paradiso, XXXIII, v. 145)».

Sanluri, 2 ottobre 2024

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Gli Apostoli compresero così bene che si misero a discutere su chi fosse tra di loro il più grande

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

GLI APOSTOLI COMPRESERO COSÌ BENE CHE SI MISERO A DISCUTERE SU CHI FOSSE TRA DI LORO IL PIÙ GRANDE

«E il Signore ebbe pietà di questa moltitudine… Prese una bambina, Teresa, e la pose in mezzo agli apostoli; e questa bambina rivelò loro verità così semplici, così attraenti, che i dottori furono costretti a confessare la loro ignoranza, e si fecero discepoli della fanciulletta per insegnare al popolo la sua dottrina».

 

 

 

 

 

 

 

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Il Vangelo di Marco riporta tre annunci della passione (Mc 8,31; 9,31; 10,33 e ssg.). Questo che si legge nel Vangelo della XXV Domenica del tempo ordinario è il secondo e tutti e tre costituiscono un filo redazionale attraverso il quale Marco ha tessuto il racconto che va dalla confessione di Pietro all’ingresso di Gesù in Gerusalemme. Ecco il brano evangelico.

«In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9,30-37).

Gesù, traversando la sua terra di origine, la Galilea, non cerca stavolta il consesso della folla, ma richiedendo l’anonimato piuttosto dedica il suo insegnamento ai discepoli che lo accompagnavano più da presso. Egli cerca di spiegare loro cosa gli accadrà. Ma ogni volta che Gesù parla della propria morte, con uno schema che si ripete, interviene la reazione opposta dei discepoli. Prima Pietro (Mc 8,32-33) e poi tutti gli altri (Mc 9,32) rifiutano o non comprendono le parole del Maestro. Subito dopo gli ultimi due annunci gli apostoli addirittura rivendicano per loro primazia e privilegi (Mc 9,33-37; 35-40). Per questo motivo il brano evangelico di oggi costituisce una piccola unità, formata dalla profezia di Gesù circa il suo destino e poi dall’incomprensione dei discepoli. Quest’ultima è espressa nel nostro brano dal commento di Marco: «Essi però non comprendevano» del v. 32; ed è rafforzata infine con le parole fuori posto degli stessi discepoli, riportate dall’evangelista: «Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande», al v. 34.

Gesù per annunciare la sua passione definisce se stesso come il «Figlio dell’uomo», un’espressione che ricorre tante volte nei Vangeli (ben 82, di cui 14 in Marco) e viene adoperata da Gesù soprattutto per descriversi come protagonista o destinatario di una condizione umiliata e dolorosa, a cui seguirà la sua esaltazione o risurrezione. I discepoli che per un verso si fanno problema di tale destino, dall’altro conoscono evidentemente questa figura che si credeva esistesse in cielo come gli angeli e che era prima del mondo, cioè esisteva quando c’era soltanto Dio (Libro delle parabole di Enoc). Al Figlio dell’uomo Dio concede sue prerogative e poteri, tanto da sembrare un’ipostasi divina. Non è un angelo, non esegue ordini, ha compiti generali ma non comandi precisi: la sua volontà sembra essere la stessa di Dio e i suoi compiti riguardano essenzialmente la giustizia ed il diritto (Dan 7, 13-14). Dato questo sfondo soteriologico e messianico, Gesù, ora, almeno ai discepoli, può rivelarsi per quello che è. Può parlare loro con parresia e affermare che Egli è quel Figlio dell’uomo, figura a noi nota dal libro di Daniele e dall’apocrifo veterotestamentario de Il Libro delle Parabole. E’ l’inizio di un tempo nuovo della missione di Gesù: «E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere» (cfr. Mc 8, 31). Ma per i discepoli è una sorta di doccia fredda, perché Pietro prima ed i discepoli poi sanno che la figura del Figlio dell’uomo è potente e gloriosa, impossibile quindi che vada incontro a sventure, sofferenze, sconfitte. Pietro respinge questa presentazione e Gesù lo bolla come Satana (Mc 8,33), mentre i discepoli parlano d’altro.

Con molta probabilità è per questo che Gesù, dopo qualche giorno, decide di prendere tre dei suoi discepoli a lui più vicini, Pietro, Giacomo e Giovanni e di portarli con se su un alto monte dove «si trasfigurò davanti a loro» (Mc  9, 2). Lì questi discepoli sanno che il Figlio dell’uomo, di cui avevano qualche cognizione, è Figlio di Dio: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!» (Mc 9, 7). Scendendo dal Tabor Gesù ripete l’invito ai discepoli di non parlare a nessuno della visione se non dopo la morte e risurrezione. Per i lettori del Vangelo di Marco è sempre più chiaro che Gesù è quel «nascosto» nel mistero di Dio, destinato a rivelarsi.

Annunciando la sua passione Gesù afferma che verrà consegnato. Il verbo «consegnare» (paradídomi) è molto importante per il racconto delle ultime ore di Gesù. Si ritrova, in Marco, non soltanto negli annunci della passione e risurrezione di Gesù, ma talvolta ha anche Giuda come soggetto (Mc 3,19; 14,10-11) ed è riferito perfino alla sorte dei discepoli (Mc 13,9.11.12). Tutto questo per sottolineare che il destino di chi segue Gesù è solidale e simile a quello del Maestro.

Ma più sopra abbiamo accennato alla reazione dei discepoli al secondo annuncio di Gesù, al loro non comprendere (v. 32) e ai discorsi sul «più grande» (vv. 33-34). Anche in questo caso, come è stato per Pietro, Gesù deve correggere i discepoli, rispondendo loro in due modi, con parole e con un gesto simbolico rimasti imperituri.

Innanzitutto notiamo che Gesù non raccoglie il frasario dei discepoli, non lo accetta. Mentre questi discorrono su «chi fosse il più grande», Egli invece parla di primo e di ultimo. Cosa vuol dire questo? Che Gesù non esclude che nella comunità ci siano precedenze, che qualcuno sia il primo e non semplicemente il più grande.  Ma dice anche che costui dev’essere uno che si mette al servizio in modo incondizionato, sia, cioè, il diacono (diakonos) di tutti gli altri. Lungo la strada che conduce a Gerusalemme, la ricerca di potenza, di benessere e di prestigio dei discepoli si scontra con la logica di Gesù, secondo cui il Regno è servizio e in esso il primo è colui che serve. Gesù, si ferma, si siede, nell’atteggiamento di chi sta per dare un’istruzione importante. La discussione culminerà più avanti con questa affermazione che ricapitola tutto, dove Gesù di nuovo si pone come esempio: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45).

Ecco allora che il gesto di prendere un bambino e abbracciarlo rafforza il contenuto delle affermazioni di Gesù. Il Maestro vuole essere accolto non solo perché lui è il «più grande», come potrebbe apparire agli occhi dei discepoli. Ma il bambino (paidion) che ha le dimensioni dell’ultimo, essendo il più piccolo, ritenuto senza importanza e soggetto senza particolari diritti, agli occhi di Gesù incarna la misura ideale del Regno di Dio. Questo è paragonato ad un seme di modeste dimensioni che pure cresce e diventa un albero. Allo stesso modo Gesù, come il seme, dovrà morire per portare frutto (Mc 4,8). Per questo chi accoglie il piccolo bambino, non solo accoglie Gesù stesso, ma perfino il Padre da cui tutto ha origine e che ha mandato Gesù.

Secoli più tardi il Signore susciterà nella Chiesa la santità di Teresa del Bambin Gesù, nel Carmelo di Lisieux. Il suo cammino spirituale, l’infanzia evangelica, così fu descritta nel 1913 da Joseph Lotte, un letterato francese convertito, amico e confidente di Péguy:

«E il Signore ebbe pietà di questa moltitudine… Prese una bambina, Teresa, e la pose in mezzo agli apostoli; e questa bambina rivelò loro verità così semplici, così attraenti, che i dottori furono costretti a confessare la loro ignoranza, e si fecero discepoli della fanciulletta per insegnare al popolo la sua dottrina».

Dall’Eremo, 21 settembre 2024

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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In morte della madre: la mamma del sacerdote è sempre la mamma di tutti i sacerdoti

IN MORTE DELLA MADRE: LA MAMMA DEL SACERDOTE È SEMPRE LA MAMMA DI TUTTI I SACERDOTI 

Un’antica tradizione cristiana narra che quando la madre di un prete si presenta dinanzi al cospetto dell’Altissimo, Egli le domanderà: «Io ti ho dato la vita, tu che cosa mi hai dato?». La madre risponderà: «Io ti ho donato mio figlio come tuo sacerdote». E l’Altissimo le spalancherà le porte del Paradiso.

 

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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Ieri è morta Enrica, madre del nostro confratello Simone Pifizzi, redattore liturgista de L’Isola di Patmos.

La famiglia Pifizzi: a sinistra Claudio, a destra Simone, al centro i due genitori

I funerali si svolgeranno domani nella Chiesa Parrocchiale del Sacro Cuore in Firenze, in via Capo di Mondo 60, alle ore 15:30. Tutti i Padri de L’Isola di Patmos si stringono con fede e affetto al confratello Simone. I Padri Ariel S. Levi di Gualdo, che si trova a Roma, e Gabriele Giordano M. Scardocci, che risiede al Convento di Santa Maria Novella in Firenze, saranno presenti alle esequie anche per i Confratelli redattori Ivano Liguori, Teodoro Beccia, il Monaco Eremita e per il presidente delle Edizioni L’Isola di Patmos Jorge Facio Lince, ai quali è impossibile raggiungere domani il Capoluogo toscano.

dall’Isola di Patmos, 16 settembre 2024

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È vero che tutti chiedono, ma noi Padri de L’Isola di Patmos siamo fuori dubbio speciali. Sapete che tra poco è il nostro compleanno?

È VERO CHE TUTTI CHIEDONO, MA NOI PADRI DE L’ISOLA DI PATMOS SIAMO FUORI DUBBIO SPECIALI. SAPETE CHE TRA POCO È IL NOSTRO COMPLEANNO?

Il 19 ottobre 2014 la nostra webmaster caricava sulla piattaforma il sito della rivista L’Isola di Patmos che il 20 ottobre era aperto in rete, da allora a seguire non abbiamo mai conosciuto flessione ma solo continua crescita di visite.

Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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Cari Lettori,

quando il 20 ottobre 2014 esordì in rete L’Isola di Patmos, fondata dal compianto accademico della Scuola Romana Antonio Livi, dall’accademico pontificio Giovanni Cavalcoli e dal teologo Ariel S. Levi di Gualdo, alcuni dissero che non avremmo avuto più di un anno di vita. E infatti così sarebbe stato, se a causa dell’alto numero di visite non avessimo provveduto con la nostra webmaster e il nostro social manager a spostare nemmeno due anni dopo il sito di questa rivista su un server dedicato, che sommato a tutte le altre spese comporta per la nostra Redazione una spesa di 5.200 euro all’anno.

L’Isola di Patmos è portata avanti da una Redazione composta da sei presbiteri specializzati nelle varie scienze teologiche, liturgiche e giuridiche, più quattro collaboratori. Ha pubblicato sino a oggi 948 articoli e totalizzato oltre 500.000.000 di visite. Nel 2018 sono nate le Edizioni L’Isola di Patmos che sino a oggi hanno pubblicato e distribuito 25 libri.

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il popolo che noi stessi abbiamo rinunciato da tempo a educare con la nostra autorità e autorevolezza dette una lezione dicendo «Basta!» all’Arcivescovo di Brindisi

E IL POPOLO CHE NOI STESSI ABBIAMO RINUNCIATO DA TEMPO A EDUCARE CON LA NOSTRA AUTORITÀ E AUTOREVOLEZZA DETTE UNA LEZIONE DICENDO «BASTA!» ALL’ARCIVESCOVO DI BRINDISI

Sulla durata eccessiva delle omelie si è detto molto e, come sopra ricordato, è intervenuto anche il Papa. A proposito, a sproposito? È una cosa che deve dire il Papa? Personalmente penso di no e otto minuti mi sembrano un letto di Procuste, ma lo sappiamo, Lui è fatto così.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Non tenendo conto o forse non ricordando il suggerimento dato dal Sommo Pontefice circa le omelie che non devono durare più di otto minuti[1] (QUI), l’Arcivescovo di Brindisi-Ostuni, S.E. Mons. Giovanni Intini, nei giorni scorsi ha pensato bene di aggiungere agli otto ben altri dieci minuti, in occasione dei festeggiamenti dei Santi patroni di Brindisi, San Lorenzo e San Teodoro d’Amasea. Erano previsti gli interventi del sindaco, durato guarda caso proprio otto minuti, e dell’arcivescovo. Ma le lamentele per la lunghezza del discorso, circa diciotto minuti, interrompono più volte le parole del presule brindisino. I borbotti della folla, provenienti dalla scalinata Virgilio e dal lungomare di Brindisi, sono diventati dei «Basta!» (QUI). E questi sono stati accompagnati da applausi ironici e qualche altro suono. L’Arcivescovo ha terminato l’intervento senza dare alcun segno di disturbo e, come da programma, è iniziato l’attesissimo spettacolo pirotecnico seguito dalla processione.

Il giorno dopo, in Chiesa durante il solenne Pontificale, il Vescovo, che evidentemente male aveva digerito la cosa ha pensato bene di non tenere l’Omelia, anzi di tenerne una brevissima di questo tenore:

«Per non stancare anche voi stasera come ho stancato gli ascoltatori di ieri sera e non vorrei che qualcun altro gridasse basta, ho pensato stasera di tacere. Accogliamo nel silenzio la parola di Dio che è stata seminata nei nostri cuori» (QUI).

Per la sua silenziosa protesta ha incassato, manco a dirlo, la solidarietà di una frazione politica, però, insomma, Eccellenza, possibile che una notte intera non sia bastata a superare una cosa così modesta? Non era forse l’occasione per riderci sopra e casomai lanciare un breve, incisivo e costruttivo messaggio ai contestatori, visto che la cosa era ormai finita sui giornali e quindi risaputa? È andata così. In fondo all’Arcivescovo di Otranto Stefano Pendinelli andò molto peggio: fu sgozzato dai turchi che attese seduto sulla sua cattedra episcopale assieme ai devoti fedeli radunati attorno a lui nella chiesa cattedrale nel lontano 11 agosto del 1480, trasformata dagli infedeli in un orribile mattatoio (cfr. I Martiri di Otranto).

L’Arcivescovo Giovanni Intini non è stato il primo contestato della storia e neanche il più famoso. Tutti ricordiamo che addirittura l’Apostolo Paolo pensando bene di approfittare delle circostanze e trovandosi in un luogo autorevole come l’Areopago di Atene si lanciò in un discorso con un altisonante incipit: «Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi». Ma tutti conosciamo come andò a finire appena Paolo introdusse il tema centrale del Cristianesimo, cioè la Risurrezione di Cristo: «Su questo ti sentiremo un’altra volta» (At 17). Un flop diremmo oggi, povero Apostolo. Ma non è che il giorno dopo San Paolo si perse d’animo. Anzi partì e si recò a Corinto senza mai smettere di porgere la parola del suo Vangelo.

Tutti coloro che hanno a che fare con l’annuncio cristiano sanno di dover mettere in conto la contestazione o il fastidio di una parte. In questi tempi nei quali corre l’obbligo di dire la propria sui social, anche e forse soprattutto se non si conosce la materia, è quasi un refrain che appena vengono riportate le parole di qualche ecclesiastico ci sia chi commenta: «ah ma la pedofilia?»; «Le ricchezze del Vaticano?» … O il più classico: «Accoglieteli voi che avete le strutture»; se casomai si parla di migranti. Se vi capita la notizia sui social che ha riguardato l’Arcivescovo di Brindisi vedete che da questa regola non si scantona, alcuni lo difendono, altri lo criticano, molti ridono, fanno battute e non manca qualche bestemmia.

Ma non vuol dire che bisogna prendersela, forse un tantino sul momento, e men che meno tacere. A volte l’arma dell’ironia, a saperla usare, diventa più efficace del silenzio e apre possibilità di dialogo.

Sulla durata eccessiva delle omelie si è detto molto e, come sopra ricordato, è intervenuto anche il Papa. A proposito, a sproposito? È una cosa che deve dire il Papa? Personalmente penso di no e otto minuti mi sembrano un letto di Procuste, ma lo sappiamo, Lui è fatto così.

Ricordo un fatto simpatico a cui ho assistito più di una volta. In una parrocchia di campagna dove sono stato la stima per il «Signor Curato» era radicata: guai a chi toccava il prete. Ma succedeva che anche lui potesse a volte dilungarsi nelle omelie. C’era in parrocchia un coltivatore diretto, non di elevata cultura, ma di solida saggezza, che non perdeva una Messa nonostante gli impegni. Si metteva di lato, lungo la navata e qualche volta, per fortuna rare, se la predica diventava eccessivamente lunga o ripetitiva, lo faceva notare alzandosi in piedi. Nessuna offesa o sgarbo, solo un segnale di amicizia, poiché voleva molto bene al Parroco, e lui, capendo, arrivava velocemente alla conclusione.

Non è che uno vuol insegnare il Credo agli Apostoli, come si suol dire, e ancora meno dare consigli a un Arcivescovo. Ma se proprio dovesse ricapitare e, ahimè, ricapiterà, sarebbe meglio non prendersela più di tanto per una contestazione. Sappiamo bene che ci sono in giro dei cavalieri difensori della fede che in occasioni ghiotte come questa ci si buttano a capofitto. Ma con quale risultato? Di inasprire gli animi e con la scusa di difendere una parte finire per allargare il fossato che divide? È un po’ difficile dire come bisogna comportarsi in tali circostanze, l’episodio dell’Arcivescovo di Brindisi ci insegna che le emozioni son difficili da arginare o tenere a freno. Ricordiamo sempre, però, che ogni occasione, buona o cattiva che sia, avversa o propizia, è buona per offrire la parola del Vangelo, per non tacere il fatto cristiano. Ce lo ricordano ancora dopo tanti secoli proprio i primi Apostoli, San Paolo che abbiamo su ricordato, che non si perse d’animo e Pietro che nella sua lettera scrisse:

«Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non sgomentatevi per paura di loro e non turbatevi, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,14-15). 

Dall’Eremo, 4 settembre 2024

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[1]  «L’omelia non deve andare oltre gli otto minuti, perché dopo con il tempo si perde l’attenzione e la gente si addormenta, e ha ragione. Un’omelia deve essere così»

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Ai Confratelli Presbiteri: come difendersi da certi Vescovi new generation, specie dall’invasione dei puglièni?

AI CONFRATELLI PRESBITERI: COME DIFENDERSI DA CERTI VESCOVI NEW GENERATION, SPECIE DALL’INVASIONE DEI PUGLIÈNI?

Esiste il senso delle proporzioni che va sempre applicato mediante l’esercizio di quella sapienza che i giuristi romani chiamavano aequitas, poi trasferita di sana pianta nel Diritto Canonico Romano. Cosa vuol dire aequitas e come si applica? Presto detto: se ai membri del Senato Romano è concesso di insultare e di stuprare la moglie di Cesare, senza che Cesare e suoi preposti reagiscano in alcun modo, non si può applicare poi il massimo rigore stroncando le gambe a chi si è permesso di rispondere male a una servetta preposta alle pulizie del calidarium delle Terme di Diocleziano.

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Ormai l’Italia è piena di vescovi ― o per meglio dire di episcopetti ― tutti molto sociali, con un occhio strizzato al PD e l’altro agli attivisti LGBT. E tutti, come dischi rotti, pronunciano precise parole d’ordine: «Chiesa in uscita … rompere gli schemi … sporcarsi le mani …», ma soprattutto «poveri e migranti … migranti e poveri …».

Poi ci sono anche quelli che ti si rivoltano dicendo: «Come osi chiamarmi Eccellenza? Non siamo mica più in epoca rinascimentale, non vedi che porto al collo la crocetta di legno e che sono un oriundo della terra del santissimo Tonino Bello? Chiamami Don Checco, perché forse non lo sai, ma io sono un episcopetto uscito dalla scuola di Checco Zalone. In fondo appartengo alla specie dei puglièni, mezzi apùlei e mezzi alièni, oggi in gran voga. Perché se non sei puglièno, divendare episcopo new generation in Italia non è facile, ma neppure nunzio apostolico, accademico o officiale della Curia Romana». Anche perché i vescovi, sebbene non siano santi, pare che li facciano direttamente presso il Dicastero delle Cause dei Santi, dove oggi alberga un celebre prefetto puglièno, mezzo apùleo e mezzo alièno.

Ebbene, cari Confratelli, tutte queste immagini grottesche che circolano sui social media, raffiguranti preti grotteschi la cui esistenza è dovuta a vescovi più grotteschi di loro, mettetele da parte, in un archivio, tutte quante. Poi, la prima volta che l’episcopetto di turno che in pubblico parla continuamente di «più dialogo, più democrazia nella Chiesa… occorre sinodalità e conversazione nello Spirito …», vi chiamerà a rapporto dentro una chiusa stanza più autoritario e dispotico di Pol Pot e del coreano Kim Jong, semmai per rimproverarvi di essere troppo cattolici, che oggi vuol dire essere “rigidi” e “cupi”, fategliele vedere tutte quante queste immagini e questi filmati: dal prete col baffo, l’orecchino e gli occhiali da sole durante le sacre liturgie, a tutti gli altri che sembrano concorrere tra di loro a chi fa la cazzata più grossa, ma soprattutto la più dissacrante …

Se l’episcopetto oserà fare un sospiro, ricordategli che esiste il senso delle proporzioni che va sempre applicato mediante l’esercizio di quella sapienza che i giuristi romani chiamavano aequitas, poi trasferita di sana pianta nel Diritto Canonico Romano. Cosa vuol dire aequitas e come si applica? Presto detto: se ai membri del Senato Romano è concesso di insultare e di stuprare la moglie di Cesare, senza che Cesare e suoi preposti reagiscano in alcun modo, non si può applicare poi il massimo rigore stroncando le gambe a chi si è permesso di rispondere male a una servetta preposta alle pulizie del calidarium delle Terme di Diocleziano. E se gli episcopetti dovessero insistere, pur contro l’evidenza dei fatti, come sono capaci a fare, avendo ormai perduto assieme al pudore anche il senso della vergogna, sapete bene dove mandarli, perché in discussione non è la loro autorità, che resta indiscussa, ma la loro intelligenza, sulla quale si può e si deve discutere. Anche un vescovo, fatta salva la sua auctoritas apostolica, può essere un perfetto cretino. E oggi, di vescovi cretini, ne abbiamo a un tasso di inflazione da fare invidia alla moneta argentina al massimo storico della sua svalutazione.

dall’Isola di Patmos, 4 settembre 2024

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«Non vengo al concerto, non sono un principe rinascimentale», disse il Santo Padre, ciò non vuol dire però sdoganare il peggio della sciatteria

«NON VENGO AL CONCERTO, NON SONO UN PRINCIPE RINASCIMENTALE» DISSE IL SANTO PADRE, CIÒ NON VUOL DIRE PERÒ SDOGANARE IL PEGGIO DELLA SCIATTERIA

I nostri saggi maestri ci hanno messi in guardia sin da giovani su diversi insidiosi pericoli, facendoci presente che esiste l’anticonformismo dei conformisti, che è il conformismo peggiore; lo sprezzo del clericalismo da parte dei clericali, che si traduce poi nel clericalismo peggiore; il fascismo degli antifascisti, che finisce col manifestarsi come una forma violenta di neofascismo persino peggiore di quello del Ventennio Fascista.

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Autore
Simone Pifizzi

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Da allora sono passati ormai undici anni, era il giugno del 2013 quando il Santo Padre Francesco lasciò vuota la poltrona al centro dell’aula Paolo VI, mentre invitati e autorità ascoltavano un po’ interdetti il «Grande concerto di musica classica per l’Anno della Fede», il tutto all’assenza, anziché alla presenza, del Papa. Pochi giorni prima, parlando ai nunzi di tutto il mondo, il Santo Padre aveva denunciato la «mondanità spirituale» che è la «lebbra» della Chiesa, il «cedere allo spirito del mondo» che «espone noi pastori al ridicolo», quella «sorta di borghesia dello spirito e della vita che spinge ad adagiarsi, a ricercare una vita comoda e tranquilla». Fatto sta che a nessuno era mai capitato di annunciare ciò che è toccato all’Arcivescovo Rino Fisichella quando tutti, alle 17,30, si attendevano l’ingresso in sala del pontefice: «Il Santo Padre non potrà essere presente per un’incombenza urgente e improrogabile» (cfr. Gian Guido Vecchi, Corriere della Sera, QUI).

Cercherò di essere breve, ma non perché mancano argomenti, tutt’altro: di argomenti ce ne sarebbero fin troppi e, se in alcuni casi proprio non si può tacere, è bene essere molto misurati.

Chi di noi ha avuto la grazia di avere degli autentici maestri ― e ciascuno di noi Padri de L’Isola di Patmos, per divina grazia, li ha avuti ― ha potuto imparare ciò che forse qualcuno non ha avuto modo di imparare a Buenos Aires prima come religioso, poi come presbitero gesuita, infine come vescovo. Giunto infine al sacro soglio a 77 anni, non è facile cambiare visuale e prospettiva da anziani, affinché ciò avvenga sarebbe necessario che lo Spirito Santo si posasse sul capo del prescelto non come una colomba ma come un condor delle Ande.

I nostri saggi maestri ci hanno messi in guardia sin da giovani su diversi insidiosi pericoli, facendoci presente che esiste l’anticonformismo dei conformisti, che è il conformismo peggiore; lo sprezzo del clericalismo da parte dei clericali, che si traduce poi nel clericalismo peggiore; il fascismo degli antifascisti, che finisce col manifestarsi come una forma violenta di neofascismo persino peggiore di quello del Ventennio Fascista.

Qualcuno pensa che a esporre «noi pastori al ridicolo» siano soltanto le parate di quei personaggi, cosiddetti pizzi & merletti, che estetizzano la sacra liturgia in modo esasperato e talvolta esasperante? Nessuno nega la sussistenza dell’elemento del ridicolo in questi soggetti, se vogliamo pure del grottesco, ma il ridicolo ha però tante facce, quindi non dovrebbe essere considerato meno ridicolo che il Cardinale Sebastian Francis, Vescovo della Diocesi Penang in Malesia celebri la Santa Messa seduto a un tavolo con altri concelebranti e che elevi il Corpo di Cristo a capo coperto dallo zucchetto rosso; il tutto quando persino noi, all’epoca che facevamo i chierichetti, sapevamo che dinanzi al Santissimo Sacramento esposto il vescovo sta a capo scoperto e che durante le liturgie, finché l’Eucaristia non è stata riposta dentro il tabernacolo, non torna a coprirsi il capo (cfr. Cerimoniale dei Vescovi, nn. 153-166). E qui, sia chiaro, non si tratta di essere iper-critici, perché le foto che documentano il tutto sono veramente inquietanti.

Il Cardinale Sebastian Francis, che sarà sicuramente un sant’uomo, ha 72 anni. Se il Pontefice felicemente regnante non giungerà centenario, entrerà in conclave come elettore, dove si ritroverà di fronte a fratelli cardinali di precise tendenze, ma soprattutto di paesi ricchi in grado di sostenere intere Chiese locali dei paesi poveri, che con un dito gli indicheranno la sacca di soldi, con un altro dito gli indicheranno il candidato da scrivere sulla scheda.

Questo accade quando si cade nell’anticonformismo dei conformisti, nello sprezzo del clericalismo dei clericali, nel fascismo degli antifascisti. Ma il bello, se bello lo vogliamo chiamare, è ancora tutto da venire. E che Dio ci assista!

Firenze, 1° settembre 2024

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Noi credenti dobbiamo evitare di entrare dentro le chiese storiche per tutelare la nostra fede e il nostro senso del sacro?

NOI CREDENTI DOBBIAMO EVITARE DI ENTRARE DENTRO LE CHIESE STORICHE PER TUTELARE LA NOSTRA FEDE E IL NOSTRO SENSO INNATO DEL SACRO?

Se un credente, per di più un prete ― anche se oggi essere prete non implica essere credente, ne abbiamo a bizzeffe di preti che sono dei perfetti atei devoti al nuovo potere clericale, tutti impegnati nel sociale ― si rifiuta di entrare dentro le chiese storiche, qualche domanda i vescovi se la dovrebbero porre, se non fossero a loro volta impegnati a fare i capo-operatori sociali.

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In questo mese di agosto ho trascorso dieci giorni al fresco, sui monti d’Abruzzo. Tra non molto “al fresco” ci finirò nel senso letterale del termine: in galera. O per dirla col Cardinale Francis George (1937 – †2015), sul quale ci rende testimonianza anche il Cardinale Angelo Comastri:

«Penso di morire nel mio letto ma il mio successore ho paura che morirà in prigione. E il successore ancora ho paura che morirà fucilato, perché difendiamo la famiglia, perché diciamo che la famiglia è formata da un uomo e da una donna e che la vita deve nascere da un padre e da una madre. Saremo perseguitati per questo» (dall’omelia del 4 agosto 2024, QUI).

Anche se molti non ne sono consapevoli, il nostro destino è segnato. Altri, che invece ne sono consapevoli, amoreggiano con questo nostro mondo immondo cercando di piacergli, nella speranza di ottenere le sue grazie ed essere graziati al momento opportuno.

Da anni evito di entrare nelle chiese storiche, a partire da quelle di Roma, memore delle dissacrazioni alle quali i credenti sono costretti ad assistere per opera dell’assalto dei moderni lanzichenecchi (cfr. Sacco di Roma del 1527). E così, quando ritrovandomi con persone in giro per la nostra Capitale mi è stato più volte proposto di entrare con loro in alcune di queste chiese, senza esitare ho risposto: «Andate voi, io vi aspetto fuori».

Prima di ripartire dai freschi monti mi sono recato nelle vicine Marche, ad Ascoli Piceno, per visitare quell’autentico gioiello urbano, questa volta entrando dentro la Chiesa Cattedrale, coi risultati visibili dal video che ho girato col mio telefono cellulare. Posso narrarne una sola, perché penso basti e avanzi: entrando nella cappella del Santissimo Sacramento mi sono inginocchiato alla balaustra davanti al tabernacolo, alle mie spalle una voce femminile esordisce così a basso tono: «…e quello lì che cazzo fa in ginocchio davanti a quel mobile?». Mi volto e vedo a pochi metri di distanza da me tre ragazzine di tredici, quattordici anni circa, in pantaloncini-mutanda-inguinali, intente a osservarmi da dietro come fossi stato David Bowie nel film di fantascienza L’uomo che cadde sulla terra.

Se un credente, per di più un prete ― anche se oggi essere prete non implica essere credente, ne abbiamo a bizzeffe di preti che sono dei perfetti atei devoti al nuovo potere clericale, tutti impegnati nel sociale ― si rifiuta di entrare dentro le chiese storiche, qualche domanda i vescovi se la dovrebbero porre, se non fossero a loro volta impegnati a fare i capo-operatori sociali.

Non entro dentro le chiese storiche ridotte a musei visitati da persone sempre più irriverenti e volutamente sprezzanti tutto ciò che è sacro, perché non sono disposto a vedere ragazze che non indossano neppure più pantaloncini corti detti shorts, ormai entrano nei luoghi di culto vestendo delle vere e proprie mutande, quelle che una volta si chiamavano culottes e che costituivano la biancheria intima femminile indossata sotto i vestiti. Oggi le culottes hanno invece assunto rango di vestiti e con esse si entra nelle chiese, con tanto di reggiseni detti top che lasciano la pancia scoperta in bella vista.

Non entro dentro le chiese storiche perché molte donne e ragazzine che con certi loro atteggiamenti provocano volutamente e intenzionalmente, non desiderano di meglio che qualche prete irritato dai loro atteggiamenti oltraggiosi verso la sacralità del luogo apra bocca per redarguirle; questo vogliono e cercano, per poi scatenare pubbliche polemiche sui social media o dare vita a un vero e proprio caso mediatico.

Se osassi redarguire qualcuna di queste porno-visitatrici, per assurdo che sembri finirei redarguito io dalla competente autorità ecclesiastica, non essendo né il vescovo di quella diocesi né il parroco né il rettore di quella chiesa. Anche perché, se dentro una chiesa cattedrale si entra in mutande, chi di fatto lo permette è anzitutto il vescovo.

In occasione del tradizionale Palio ho commentato giorni fa sulla mia pagina socialin modo volutamente colorito — l’immagine di diverse ragazze entrate urlanti e sguaiate dentro la cattedrale metropolitana di Siena vestite non tanto in modo indecente, ma proprio mezze nude. Il filmato qui riportato mostra in primo piano le donzelle che attraversano la navata centrale in mutande a pancia scoperta.

Ovviamente mi sono dovuto sorbire le ire e gli insulti del più gretto provincialismo senesota formato da contradaioli che se fermati e interrogati non saprebbero recitare il Padre Nostro dall’inizio alla fine; soggetti che rimarrebbero ammutoliti dinanzi alla domanda: riesci a dirmi le prime cinque parole del Credo? Questo esercito social di persone che non sanno neppure da quale punto preciso del loro corpo partire per farsi il segno della croce, ha difeso a spada tratta queste spudorate dando del «volgare» e della «vergogna di prete a me» per avere osato — a loro dire — emettere un sospiro sul “sacro dogma” del Palio, di cui a me non interessa niente, come avevo spiegato in modo chiaro. Ciò che solo a me interessa è che delle giovani donne prive di comune senso del pudore non siano fatte entrare urlanti dentro una storica chiesa cattedrale in mutande a pancia scoperta, neppure se ha vinto la loro cosiddetta Contrada, di cui a me, come a qualsiasi altro figlio della orbe catholica, ripeto, non può interessar di meno, perché il rispetto del luogo sacro è di gran lunga superiore ai tradizionali ludi pagani del Palio di Siena.

15 agosto 2024, ingresso trionfale delle donne in mutande dentro la Cattedrale metropolitana di Siena per festeggiare la contrada vincitrice del Palio

Ecco perché non entro dentro le chiese storiche, con buona pace dei nostri vescovi che dinanzi a queste scene dissacranti si sfogano più che mai parlando di poveri e migranti, di migranti e poveri, oltre che di «Chiesa in uscita».

Il problema è che dalle chiese stiamo uscendo noi credenti, noi preti stessi animati da fede e solido spirito sacerdotale, per lasciare spazio alle mutande delle sfacciate che con i perizoma in mezzo al culo rimirano nella storica cattedrale quella grande sedia posta in bella mostra sul presbiterio, a noi nota come cattedra episcopale, sulla quale sale una tantum uno dei numerosi tizi che cerca di piacere e compiacere le Sinistre internazionali parlando di poveri e migranti di migranti e poveri, mentre dentro la sua chiesa cattedrale si passeggia con le culottes o il filo del perizoma messo in mostra nel bel mezzo del culo sotto pantaloncini trasparenti. Per questo è molto coerente che il Santo Padre abbia lanciato a suo tempo l’eccitante slogan della «Chiesa in uscita», dalla quale i primi a uscire sono proprio i credenti, a tutela e salvaguardia della loro fede, semmai dietro consiglio di noi preti stessi rimasti ancóra cattolici.

Io sarò tra quelli che non moriranno nel proprio letto, sicuramente morirò in carcere, mentre quelli dopo di me, i pochi che avranno conservata la fede, moriranno fucilati in piazza per aver affermato che un bambino può nascere solo da un padre e da una madre, mentre i clericali piacioni della «Chiesa in uscita» domanderanno perdono a tutte le Sinistre internazionali per il rigore di certi cattolici indegni privi di spirito inclusivo incapaci di stare al passo coi tempi, proprio come quei vili ecclesiastici che per aver salva la pelle e mantenere i propri privilegi giurarono fedeltà sul testo ateo e anti-cristiano della Carta Costituzionale di Francia durante la Rivoluzione.

Il filo del perizoma certe donne lo portano in mezzo al culo quando vanno a visitare le chiese storiche; certi ecclesiastici, il perizoma, lo portano invece stampato sulle loro facce mentre governano e gestiscono la Chiesa in modo tale da dimostrare di giorno in giorno quanto si vergognino profondamente di Cristo, scusandosi col mondo per lui e per il suo eccessivo rigore impresso sulle pagine del Santo Vangelo che racchiude al proprio interno tutto ciò che non piace al mondo, per questo è fonte di imbarazzo sempre più crescente per il clericalismo accondiscendente che desidera piacere, compiacere e vivere sereno.

 

dall’Isola di Patmos, 21 agosto 2024

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Gli affreschi omoerotici realizzati dal Sodoma nell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore sono peggiori della parodia dell’ultima cena fatta da gay e trans all’apertura delle Olimpiadi in Francia

GLI AFFRESCHI OMOEROTICI REALIZZATI DAL SODOMA NELL’ABBAZIA DI MONTE OLIVETO MAGGIORE SONO PEGGIORI DELLA PARODIA DELL’ULTIMA CENA FATTA DAI GAY E TRANS  ALL’APERTURA DELLE OLIMPIADI IN FRANCIA

L’onestà intellettuale impone di ammettere che immagini ben peggiori sono state fissate su affreschi e tele all’interno dei nostri luoghi sacri, con scene tali da far impallidire il teatrino dei gay e dei trans che hanno parodiata l’Ultima Cena all’apertura delle Olimpiadi.

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Nel 2019 scrissi e pubblicati un articolo che ripropongo oggi in seguito alle polemiche del tutto legittime sulla dissacrazione anti-cristiana fatta alla inaugurazione delle Olimpiadi in Francia, la cui cerimonia è stata mutata in un grottesco Gay Pride.

L’onestà intellettuale impone di ammettere che immagini ben peggiori sono state fissate su affreschi e tele all’interno dei nostri luoghi sacri, con scene tali da far impallidire il teatrino dei gay e dei trans che hanno parodiata l’Ultima Cena all’apertura delle Olimpiadi. Si pensi per esempio agli osceni affreschi omoerotici nel chiostro centrale dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore sui quali nessun pio abate, nel corso di oltre cinque secoli, si è mai sognato di far passar sopra della calce bianca, pur trattandosi di splendide pitture realizzate da Ugo Bassi, noto col suo nome d’arte che non a caso era Il Sodoma.

Dinanzi certi trionfi di frocismo nei nostri luoghi sacri, abbiamo veramente motivo di scandalizzarci come delle vergini vilipese, ferma restando l’offesa e la volgarità di quanto accaduto alle Olimpiadi?

dall’Isola di Patmos, 5 agosto 2024

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— attualità ecclesiale —

DAL SODOMA ALLO SPINELLO SINO AGLI ESERCIZI SPIRITUALI ALLA CURIA ROMANA, MENTRE NEL MONDO DELL’IRREALE NESSUNO SI RENDE CONTO CHE LA VITA MONASTICA È MORTA E CIÒ CHE NE RESTA È UNA PARODIA: «TU CHIAMALE SE VUOI, EMOZIONI»

L’Abate predicatore parlerà alla Curia Romana del sognatore Giorgio La Pira e del poeta Mario Luzi, come se la spiritualità fosse un sogno e la teologia poesia, come se il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, proclamato a gran voce santo non avesse mai scritta l’Enciclica Fides et Ratio, alla base della quale c’è il pensiero di un grande Abate Benedettino, poi Arcivescovo di Canterbury, Sant’Anselmo d’Aosta, che non viveva il rapporto con la fede tra sogni e poesia, ma spiegando che fides quaerens intellectum [la fede richiede la ragione] e precisando: «credo ut intelligam, intelligo ut credam» [credo per comprendere, comprendo per credere]. Purtroppo il famoso cantante italiano Lucio Battisti è morto da anni, altrimenti, per i prossimi esercizi spirituali, forse il Cardinale Gianfranco Ravasi avrebbe proposto i testi meditati della sua celebre canzone Emozioni …

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Avanti il Concilio di Trento che tentò di porre freno alle derive del clero, molte abbazie versavano in condizioni morali disastrose. Di recente se n’è parlato in un saggio dedicato alla vita religiosa [cf. QUI]. Lo stato delle abbazie maschili, sul finir del XV secolo non era dissimile da quello desolante di molti monasteri femminili, specie in quelle dotate di ricchi patrimoni.

L’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, XIV secolo, eretta nella zona delle crete senesi

Un esempio tra i tanti: nell’architettura di molte storiche abbazie possiamo osservare delle costruzioni indipendenti, distaccate dal complesso monastico perlomeno di un centinaio di metri. Se domandiamo ai monaci che seguitano a vivere in quelle abbazie e monasteri — perché molte di queste strutture oggi non sono più abbazie e monasteri, altre non sono più abitate da monaci —, le risposte che ne riceveremo saranno disparate, ed in modo altrettanto disparato non sarà risposto il vero, perché spesso la verità brucia, soprattutto può risultare davvero poco edificante.

l’antica garçonnière degli abati più o meno rinascimentali

Giacché parleremo degli affreschi del chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, eretta nel XIV secolo nelle campagne delle crete senesi, come esempio prenderemo uno di questi stabili distaccati dal monastero e oggi indicato come porta d’ingresso. Nulla da dire che gli stili architettonici mutino nel corso dei secoli, ma che funzione aveva una torre distaccata dall’abbazia e non visibile dal complesso abbaziale, che si sviluppa su quattro livelli ed incorpora una struttura che partendo dal piano terra è sovrastata da due livelli superiori, il tutto su una superficie di oltre mille metri quadrati? Dobbiamo proprio credere che questo architettonico ben di Dio sia stato veramente creato solo come porta d’ingresso all’abbazia, oppure forse come fortilizio? Ma un fortilizio sarebbe tale se vi fossero delle solide ed alte mura di cinta, che in quella struttura non sono però mai esistite, dunque?

Dunque quella struttura era la residenza di certi gaudenti abati, divenuti tali per i buoni uffici di potenti famiglie o per questioni legate a precisi assetti politici, che essendo avvezzi condurre stili di vita affatto monastici, in quei locali avevano le proprie piccole corti, erano dediti alle battute di caccia, alle feste e via dicendo. Poi ogni tanto scendevano nel monastero, per adempiere all’occorrenza i loro uffici.

l’antica garçonnière degli abati più o meno rinascimentali

L’epoca di fine Quattrocento segnò una crisi dottrinale, morale e dei costumi preceduta circa tre secoli prima da altrettanta infausta epoca, quando nel XIII secolo il Sommo Pontefice Eugenio III indisse il IV Concilio Lateranense che sancì severi canoni contro i malcostumi del clero e dei religiosi. E fu in questa gaudente epoca rinascimentale che giunge da Vercelli presso la ricca e potente Abbazia di Monte Oliveto Maggiore un gaio personaggio: Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma [1477-1549].

Riguardo Il Sodoma, le successive storiografie vergate da pii religiosi tenteranno di precisare quanto fosse malizioso collegare il soprannome col quale il celebre artista è passato alla storia dell’arte con quelli che sarebbero stati i suoi gusti omosessuali. Si tentò persino di ricorrere ad un sofisma patetico affermando che il soprannome de Il Sodoma non aveva a che fare con la pratica della sodomia bensì fosse legato ad un’espressione dell’artista che nel suo dialetto piemontese era solito dire «su, ‘nduma», che significava «su andiamo». Diversamente da ciò che in seguito tentarono di affermare i pii critici per salvare l’onore non del Bazzi, ma quello delle strutture monastiche che questo sodomita se lo contendevano tra di loro, il celebre pittore e architetto aretino Giorgio Vasari [1511-1574], che fu suo coevo e conoscitore delle sue gesta, afferma che l’origine di siffatto soprannome derivava proprio dalla sua omosessualità. Il Vasari precisa che quella del Sodoma era anche una omosessualità per nulla celata, tutt’altro: era esibita in modo ostentato e sfacciato.

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma: Cristo legato alla colonna per la flagellazione

Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma si sposò in gioventù, ma molto presto si separò dalla moglie. Chissà se pur a tal proposito qualche pio critico d’arte — convinto che nessuno conosca il diritto canonico e la disciplina dei Sacramenti —, possa affermare che questa separazione era dovuta a pura incompatibilità caratteriale. Come se sul finire del Quattrocento separarsi dalla moglie e darsela a gambe fosse quanto di più ovvio potesse accadere?

La gaia ricerca del bello che in questo artista trascende nell’omoerotico, è una caratteristica della pittura del Sodoma, basti analizzare la figura davvero eclatante del Cristo legato alla colonna ubicata in un angolo del chiostro centrale dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore prima della porta d’ingresso interna alla cattedrale abbaziale. Immagine questa sufficiente per valutare se Cristo legato alla colonna può avere quell’aria sensuale da maschietto ammiccante. Ma per la carità divina, si guardi con attenzione l’aria e la posizione sfacciata di quel Cristo alla colonna ritratto dal Sodoma: non vi ricorda forse certe immagini del celebre film Un uomo da marciapiede, con l’allora giovane Jon Voight nei panni del provinciale texano che giunto a New York pieno di sogni finisce poi appoggiato ad un palo della strada a fare marchette?

 la storica locandina del celebre film Un uomo da marciapiede, con il giovane Jon Voight appoggiato al palo nel ruolo del marchettaro

Il Sodoma, in quel luogo di apparente quiete, nonché di religiosità ancor più apparente, forse il segno lo ha lasciato non solo negli affreschi, ma anche nell’aria, ed attraverso i secoli! Infatti, la splendida natura che circonda quell’abbazia altrettanto splendida con tutte le opere d’arte architettoniche e pittoriche, incluse le pitture omoerotiche, suppliscono da secoli alla carente mancanza di religiosità; cosa questa che non affermo io, perché a provarlo è la storia. Basterebbe porsi solo questa domanda: dal 1313 ad oggi, quanti sono i monaci della Congregazione Benedettina Olivetana che nei successivi settecento anni di vita sono stati beatificati e canonizzati? Si tenga presente che questa Congregazione, seppur giunta tra la fine del XV e la fine del XVII secolo a contare sino a 1200 monaci distribuiti in diverse decine di monasteri italiani, in sette secoli di vita ha dato alla Chiesa un unico beato, il proprio fondatore Bernardo Maria Tolomei [Siena 1272 — †Siena 1348], beatificato a tre secoli di distanza dalla sua morte. Poi, decorsi 661 anni, il Beato Bernardo Maria Tolomei fu infine canonizzato il 20 agosto 2009.

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore: autoritratto di Giovanni Antonio Bazzi detto

Riguardo la canonizzazione di Bernardo Maria Tolomei sarebbe interessante verificare in che modo l’illustre agiografo benedettino belga Dom Réginald Grégoire [1935 — †2013], postulatore della causa, abbia infine reperito i documenti per portare avanti questa causa storica presso la Congregazione delle cause dei Santi, a ben considerare che per diversi secoli è stata lamentata proprio la oggettiva impossibilità di procedere con un processo di canonizzazione per la mancanza di necessaria documentazione storica, alla quale pare abbia infine supplito la agiografia (!?). Essendo però questa Congregazione dotata di un ricco patrimonio ed essendo annoverata tra le grandi aziende toscane che posseggono i più grandi appezzamenti terrieri, può essere che abbia avuto i mezzi per reperire infine le storiografie che per secoli non sono esistite?

 particolare dell’affresco grande

Di Bernardo Maria Tolomei ci sono stati forse tramandati memorabili sermoni e mirabili lezioni di spiritualità tenute ai propri monaci o altrettanti suoi testi di alta levatura teologica? A dire il vero, la raccolta delle sue lettere [cf. QUI] più che dello spirituale hanno il sapore degli scritti di un amministratore che organizza, dirige, impartisce direttive e che richiede a legati pontifici e vescovi concessioni e privilegi per i propri monasteri. Per quanto riguarda i testi sulla sua vita, a partire da uno dei più antichi [cf. QUI], essi sono una evidente accozzaglia di ordinarie leggende auree con le quali erano infiorettate alla metà del Seicento le vite dei Santi o dei candidati alla canonizzazione, il tutto attraverso stili precisi e ripetitivi, grazie agli agiografi che spesso riunivano assieme episodi, visioni e prove di virtù che emergevano tali e quali nelle vite di altre decine di santi o di candidati alla canonizzazione. E lavorando neppure di agiografia in agiografia ma di apografia in apografia, l’insigne agiografo benedettino belga ha infine mutato apografie stratificate nei secoli in una Positio super vitavirtutibus et fama sanctitatis. Dunque oggi, narrare le sante gesta di Bernardo Maria Tolomei, di cui non esistono scritti ed opere originali ma solo biografie postume, è come narrare la lotta di San Giorgio con il drago, canonizzando infine biografi e agiografi. Detto questo è bene chiarire, a coloro ai quali non fosse eventualmente chiaro, che i discorsi testé fatti non si basano su opinioni più o meno severe o addirittura ingenerose, ma su dati rigorosamente scientifici e non facili da smentire. 

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore: autoritratto di Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma

A puro titolo di indagine storica, vogliamo verificare quanti beati e santi sono stati invece donati, compresi anche alcuni Dottori della Chiesa, da altre Congregazioni religiose, in un lasso di vita molto inferiore alla Congregazione dei Monaci Benedettini Olivetani? Può una Congregazione monastica non donare alla Chiesa Beati e Santi in settecento anni? Sì, è possibile, quanto un gaio personaggio come Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma non si limita a lasciar la propria impronta solo negli affreschi del passato, ma anche nell’aria che impregna quelle mura, dal palazzotto d’ingresso che fu la garçonnière dei gaudenti abati rinascimentali sino allo stabile monastico popolato di svariati altri monaci non meno gaudenti. Se è vero il detto che «la bótte dà il vino che ha», la carenza di beati, santi, mistici e padri della spiritualità, è stata però compensata con altri talenti, a partire da quello di Dom Francesco Ringhieri [1721-1787], dedito in epoca barocca alle opere teatrali e definito dai critici come «Più eretico d’ogni altro frate tragediante in quel secolo» [si può consultare QUI, QUI, QUI].

Sempre parlando sul piano patrimoniale: nessun Abate di Monte Oliveto Maggiore ha mai avuto problema ad accogliere tra quelle mura ricche di uno spirituale estetico ma spesso vuote di Anima Christi, un nutrito esercito di figli del Sodoma simili all’incirca al povero Cristo sensuale e ammiccante legato alla colonna. Quando però l’Abate Dom Maurizio Maria Contorni [1986-1992], in precedenza già economo generale della Congregazione, fu coinvolto nell’avallo di operazioni finanziarie che comportarono la perdita di svariati miliardi delle vecchie lire, i figli del Sodoma non esitarono a destituirlo, perché sulla morale dei monaci sfarfallanti legati alla colonna si può soprassedere, ma sui soldi depositati presso la Banca del Monte dei Paschi di Siena non si può invece transige. Il tutto sebbene un Abate rimanga in carica fino a 75 anni d’età, quantunque rieletto dal capitolo generale ogni sei anni. A documentare il tutto è la cronotassi degli abati del Novecento, che fino al 1970 rimanevano in carica a vita, solo a partire dal successore di Dom Romualdo Maria Zilianti [1928-1946], con il suo successore Dom Angelo Maria Sabatini [1970-1986] subentra la prassi della rinuncia alla cattedra abbaziale al compimento del 75° anno di età.

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto maggiore: autoritratto di Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma, tra sacro, profano e scene da baccanali … alla destra sono raffigurati i familiari dell’Abate dell’epoca

Se oggi possiamo dirci cristiani lo dobbiamo ai figli di San Benedetto da Norcia che attraverso il monachesimo hanno prima salvato, poi diffuso la Cristianità nell’Occidente. Lo stesso lemma Europa, di cui San Benedetto è patrono, nasce come idea e concetto nel grande circuito delle abbazie benedettine, perché sono stati i figli di San Benedetto a creare l’Europa. E se oggi possiamo leggere e studiare la filosofia greca, la letteratura classica latina o conoscere le opere dei grandi Padri della Chiesa, se possediamo tante opere profane dai contenuti tutt’altro che cristiani, ivi incluso Valerio Gaio Catullo, lo dobbiamo proprio ai Monaci Benedettini, nati figli di San Benedetto, per poi essere ridotti secoli dopo ai figli del Sodoma.

A chi ha sempre nutrita grande venerazione storica e teologica verso l’Ordine Benedettino, strazia il cuore vedere oggi il monachesimo ridotto in simile decadenza. Purtroppo in questo mondo nel quale anche le notizie più scandalose nascono oggi per morire domani e lasciare spazio ad altri scandali, temo che in pochi si siano resi conto che a Montecassino, madre di tutte le abbazie dell’Occidente, un omosessuale incancrenito nei propri vizi sfrenati ha decretata la morte del monachesimo; ed oggi, ciò che ne resta, è un guscio vuoto, fatto di storiche abbazie — quelle che oggi sono sopravvissute — ricche di opere d’arte e di bellezze paesaggistiche, ma vuote della sostanza della fede e di quel glorioso monachesimo che a partire dal VI secolo la fede l’ha salvata e poi diffusa. Insomma: attenzione a lasciarsi sedurre dalle storiche cornici di quel bello e di quell’estetico che cela però il vuoto dello spirito e delle cristiane virtù, perché il Demonio, oltre ad avere straordinario senso estetico, canta meravigliosamente in gregoriano e “celebra i pontificali abbaziali” con grande eleganza esteriore, dopo essersi formato alla vita monastica saltando da una “amicizia particolare all’altra”. E oggi, tutti gli “amici particolari” di ieri, sono abati nelle varie abbazie, per non parlare dei monaci che le “amicizie particolari” le hanno suggellate col loro voto nei capitoli monastici e nel capitolo generale, vale a dire quanto basterebbe a pregare la misericordia di Dio per tutta la loro vita affinché possa preservarli dalle fiamme dell’Inferno.

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore: autoritratto di Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma.

La marcia funebre sul monachesimo, dopo tanti scandali avvenuti nelle abbazie e nei monasteri d’Europa l’ha infine suonata Dom Pietro Vittorelli, 191° successore di San Benedetto da Norcia, che si dilettava a condurre una vita di lusso in giro per l’Europa, a soggiornare in hotel costosi ed pagare ad elevato prezzo la compagnia di giovani gay con i soldi dell’Abbazia [cf. QUI, QUI, QUI, ecc …]. A questo va poi aggiunto pure l’uso delle droghe, per le quali ha avuto conseguenti problemi di salute costati all’Abbazia di Montecassino somme molto elevate quando per un periodo di tempo l’Abate si ricoverò in una clinica svizzera per disintossicarsi e per cercare di curare la propria dipendenza dalla cocaina. La cosa però più tragica è che costui non sia stato sottoposto a sanzioni canoniche e che non sia stato dimesso dallo stato clericale, tanto da risultare tutt’oggi nella cronotassi degli Arciabati di Montecassino e negli annuari della Conferenza Episcopale Italiana come «Abate Ordinario emerito» [cf. QUI] anziché come «destituito».

 le figure omoerotiche per nulla celate nella pittura “sacra” di Giovanni Bazzi detto il Sodoma

Con l’Abate di Montecassino la marcia funebre del monachesimo è giunta solo al finale, perché l’esecuzione è avvenuta in precedenza con scandali morali disseminati per le abbazie sparse per l’Europa. Certo, altri casi s’è riusciti a trattarli con riservatezza, dall’Abbazia di San Paolo fuori le mura, privata infine dello status di prelatura territoriale, per seguire con l’Abbazia di Grottaferrata, dove fu destituito l’Abate Dom Emiliano Fabbricatore, anche in quel caso ciò avvenne specie pel viavai notturno degli immancabili giovanotti a pagamento che andavano a sollazzare alcuni monaci viziosi, tanto che la Santa Sede — cosa invero rara — procedette a dichiarare invalide alcune ordinazioni sacerdotali di giovani monaci. Potremmo seguire col Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, struttura accademica della Confederazione Benedettina, alla quale più volte il Cardinale Zenon Grocholewski, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica [1999-2015], tra il 2007 ed il 2008 intimò che se non ripulivano il loro collegio interno dalle varie gaiezze e dalle numerose coppiette di fatto, la Santa Sede glielo avrebbero chiuso.

Per limitarci sempre e solo all’ambito romano: che cosa accadde all’Abbazia cistercense di Santa Croce in Gerusalemme, dove fu eletto abate un ex stilista milanese, anch’esso molto gaio, passato dal mondo della moda al monachesimo e divenuto in pochi anni monaco, sacerdote e infine abate estetico? Eppure, sul vicino Colle Aventino, si trova la Curia Generalizia dei Monaci Cistercensi, dove un decennio fa, all’epoca di certi fatti, risiedeva l’Abate Generale Dom Mauro Esteva i Alsina [1933 — †2014], la preoccupazione del quale era di impartire ossessive lezioni di galateo ai giovani monaci e di verificare che il refettorio fosse apparecchiato con le forchette ed i coltelli posizionati a giusta distanza alla destra ed alla sinistra del piatto, o che gli inchini fossero fatti secondo l’angolazione giusta, quasi che da essi fosse dipesa la sopravvivenza e lo storico onore dell’Ordine Cistercense. Possa oggi quest’uomo riposare in pace nella cripta dell’Abbazia catalana di Poblet e possa la misericordia di Dio perdonargli con un mite purgatorio tutti i gravi ed irreparabili danni da lui recati all’intero Ordine Cistercense durante il suo mandato di Generale svolto tra il 1995 ed il 2010.

particolare: efebo ammiccante

Per gli esercizi spirituali alla Curia Romana quest’anno è stato scelto dal Cardinale Gianfranco Ravasi e presentato al Pontefice un membro della Congregazione dei Monaci Benedettini Olivetani, Dom Bernardo Gianni, Abate dell’Abbazia di San Miniato al Monte in Firenze. Se nell’Archicenobio di Monte Oliveto Maggiore primeggia Il Sodoma, a San Miniato gli affreschi più pregevoli sono quelli di Spinello Aretino. La sostanza resta però la stessa, pur spaziando dall’arte del Sodoma a quella dello Spinello. E quest’ultimo — lo Spinello —, sarebbe stato particolarmente apprezzato dall’Arciabate di Montecassino Dom Pietro Vittorelli, che delle droghe era un gran cultore e consumatore.

L’Abate dell’Abbazia di San Miniato in Firenze è uno che sa parlare a questo mondo. Egli parla al mondo il linguaggio che piace al mondo. Infatti, gli esercizi spirituali, saranno improntati su sogno e poesia: il sogno del politico Giorgio La Pira e la poesia di Mario Luzi, la cui poesia, cristianamente parlando, non è certo quella dello scrittore e presbitero francese Michel Quoist [1921-1997]. 

le figure omoerotiche per nulla celate nella pittura “sacra” di Giovanni Bazzi detto il Sodoma

L’Abate predicatore, figlio del nobile Ordine di San Benedetto cui dobbiamo la sopravvivenza della Cristianità e la salvaguardia del patrimonio storico, filosofico e letterario, parlerà alla Curia Romana di un sognatore e di un poeta, come se la spiritualità fosse un sogno e la teologia poesia, come se il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, proclamato a gran voce santo, non avesse mai scritta l’Enciclica Fides et Ratio, alla base della quale c’è il pensiero di un grande Abate Benedettino, poi Arcivescovo di Canterbury, Sant’Anselmo d’Aosta, che non viveva il rapporto con la fede tra sogni e poesia, ma spiegando che fides quaerens intellectum [la fede richiede la ragione] e precisando: «credo ut intelligam, intelligo ut credam» [credo per comprendere, comprendo per credere]. Purtroppo il famoso cantante italiano Lucio Battisti è morto da anni, altrimenti, per i prossimi esercizi spirituali, forse il Cardinale Gianfranco Ravasi avrebbe proposto i testi meditati della sua celebre canzone Emozioni :

 particolare: efebo ammiccante che mostra il posteriore

«E chiudere gli occhi per fermare 
qualcosa che è dentro me 
ma nella mente tua non c’è 
Capire tu non puoi 
tu chiamale se vuoi 
emozioni » [Mogol-Battisti, 1970]

Sappiamo che dopo la tragedia giunge sempre la farsa grottesca che spazia appunto tra Il Sodoma e lo Spinello. Ragione in più per pregare e per purificarci durante questa Santa Quaresima, nel corso della quale, la più grande delle mortificazioni, resta la consapevolezza di non essere più credibili al mondo, ma di essere invece derisi dal mondo, specie quando per compiacere il mondo cerchiamo di parlare il linguaggio del mondo, dopo esserci svuotati di Cristo e del mistero della Croce, per riempirci di sogni e poesie … «tu chiamale se vuoi emozioni».

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore: la insistente ossessione del Sodoma a raffigurare il posteriore maschile che “si offre” e nel quale potremmo leggere la profezia sul postumo monachesimo decadente …

Una cosa è certa: l’arte non lascia il segno semplicemente sui muri, specie se certe immagini pittoriche sono la più realistica rappresentazione di chi certe mura le abita. Ovviamente, il quesito sul perché in settecento anni di vita i Monaci della Congregazione Benedettina Olivetana non hanno dato alla Chiesa beati, santi, mistici, teologi, dottori e padri della spiritualità, è una domanda puramente retorica, la risposta è infatti tutta contenuta nelle immagini omoerotiche che campeggiano negli affreschi realizzati dal Sodoma nel chiostro; ed al chiostro si giunge dopo essere entrati nel territorio abbaziale passando dal palazzotto usato un tempo come garçonnière dagli abati rinascimentali gaudenti. Nel Paradiso, invece, si giunge solo dopo essersi convertiti, pentiti e mondati dai peccati, non ci si giunge né coi sogni di Giorgio La Pira, né con le poesie di Mario Luzi. La Quaresima inizia con l’imposizione delle ceneri seguita dal monito «convertiti e credi al Vangelo», non comincia con l’invito a credere nei sogni e vivere le poesie 

 

dall’Isola di Patmos, 08 marzo 2019

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