Auf dem Berg Tabor empfangen die Jünger die Offenbarung des Menschensohnes in einer durch göttliches Licht verklärten Form

Homiletik der Väter der Insel Patmos

SUL MONTE TABOR I DISCEPOLI RICEVONO LA RIVELAZIONE DEL FIGLIO DELL’UOMO IN UNA FORMA TRASFIGURATA DALLA LUCE DIVINA

Nella narrazione evangelica e nel cammino quaresimale viene così aggiunto un altro quadro che aiuta a rispondere alla domanda che ponevamo all’inizio: Chi è costui? Ora è il Padre stesso che rivela l’identità profonda di Gesù non solo a chi assiste sul monte della Trasfigurazione, ma anche ai lettori e ai credenti in Cristo: Egli è il Figlio. Una teologia molto presente nei Vangeli che ci fa tornare alla mente quanto è scritto nel Primo Vangelo, quando Gesù dice: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre»

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Intraprendere il percorso quaresimale significa porsi di nuovo la domanda fondamentale su Gesù: Chi è costui? Allo stesso modo dei discepoli seduti sulla barca sballottata dalle onde, figura della Chiesa nel periodo post pasquale, che svegliato il Signore dormiente a poppa e a tempesta sedata si chiedevano: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?» (MC 4, 41). Il racconto marciano della Trasfigurazione che si legge in questa seconda Domenica di Quaresima desidera rispondere a questa domanda.

La trasfigurazione di Cristo, opera di Giovanni Bellini, 1478. Musei Capodimonte, Naples.

„Zu dieser Zeit, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, an den Seitenlinien, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: “Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, eine für dich, una per Mosè e una per Elia”. Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: “Questi è il Figlio mio, die Geliebte: Hör ihm zu!”. E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, mit ihnen. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti». (MC 9,2-10)

Tutti e tre i Vangeli sinottici inseriscono la Trasfigurazione nello stesso contesto, ossia dopo l’annuncio di Gesù della sua passione. Per il lettore si crea così un ponte fra il ministero pubblico di Gesù e la morte che avverrà in Gerusalemme. Ma anche un collegamento fra la odierna proclamazione di Gesù «Figlio di Dio», che si ode dalla nube, e altre due analoghe. Quella del Battesimo, Wann: «Si sentì una voce dal cielo» che diceva «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (MC 1,11); und der andere, che si trova solo in Marco, all’inizio del Vangelo, nel primo versetto del primo capitolo: „Der Anfang des Evangeliums von Jesus Christus, Sohn Gottes ".

È molto probabile che l’episodio narrato, in origine, fosse un racconto di apparizione del Risorto, che Marco, il quale ha escluso dalla sua narrazione siffatti racconti, avrebbe inserito al centro del Vangelo, subito dopo la confessione messianica di Pietro, per bilanciare l’annuncio del destino di morte del Figlio dell’uomo (MC 8, 31) con la visione prolettica della sua glorificazione (MC 9, 2-13). Una scelta che ne avrebbe determinato la collocazione anche in Matteo e Luca. A supporto di questa ipotesi sta il fatto che nel prosieguo dei tre racconti l’incomprensione dei discepoli nei riguardi di Gesù resta intatta, malgrado alcuni fossero stati testimoni di un evento tanto eclatante. Während, collocato dopo la sua morte, il racconto assume un significato cruciale. È il punto di svolta. I tre discepoli ricevono la rivelazione del Figlio dell’uomo in una forma trasfigurata dalla luce divina. Dopo la sua morte, hanno la visione di Gesù collocato allo stesso livello di Mosè ed Elia, cioè di due figure bibliche già innalzate alla gloria celeste, e ascoltano la proclamazione della sua elezione divina, la stessa che risuona al momento del battesimo. Finalmente i discepoli «sanno» chi è Gesù, ed è alla luce di tale comprensione che l’episodio storico e iniziale del battesimo assume il suo «vero» significato di investitura divina.

Nel versetto che precede la scena della Trasfigurazione che oggi leggiamo nella Liturgia Gesù dice ai suoi discepoli: "Wahrlich, ich sage: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza» (MC 9,1). Sei giorni dopo questo annuncio Gesù porta Pietro, Giacomo e Giovanni con sé sopra un monte alto, in un luogo appartato, e si trasfigura davanti a loro. L’episodio non solo è descritto da tutti e tre i Vangeli sinottici, ma anche dalla Seconda Lettera di Pietro. Lì l’Apostolo ricorda e scrive di essere stato testimone oculare della grandezza di Gesù:

«Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”. Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte» (2Pkt 1,16-18).

A differenza del Battesimo, dove la voce che proclama Gesù «Figlio» sembra sia stata udita solo da Lui, nella Trasfigurazione le parole sono indirizzate ai discepoli, che non possono ignorarle: «Ascoltatelo». È infatti importante che nel momento in cui Gesù annuncia la sua passione venga ribadita l’idea che Dio non abbandonerà il suo Figlio, anche se verrà consegnato per la crocifissione. Questa non offuscherà la fedeltà del Padre, cosicché anche il duro annuncio della passione e morte sono dentro il Vangelo, sono la buona notizia di cui il lettore deve essere consapevole, allo stesso modo dei discepoli che fecero quella esperienza.

Pietro, insieme ai compagni, è colui che più di tutti ha bisogno di ascoltare Gesù. Dopo la confessione di Cesarea di Filippo, ha preteso di mettersi davanti a lui per evitargli il pellegrinaggio a Gerusalemme. Gesù per questo chiama Pietro «Satana» (MC 8,33), ma poi lo invita a salire sul monte con lui. In altre parole qui siamo di fronte alla reazione von Gott all’incredulità di Pietro. Nicht nur. Se i discepoli devono prepararsi alla passione del loro maestro, anche Gesù ha bisogno di istruzioni per intraprendere il «suo esodo», come specificherà Luca in 9,31: Mosè aveva condotto gli ebrei fuori dall’Egitto, Elia aveva ripercorso i suoi passi, e ora il Messia, aiutato da coloro che hanno vissuto un’esperienza analoga di sofferenza e liberazione, potrà andare deciso verso Gerusalemme.

L’interpretazione tradizionale della presenza di Mosè ed Elia sul monte dice, in der Tat, che essi rappresenterebbero la Torà e i Profeti, ovvero tutta la Scrittura prima di Gesù. Ma oggi si pensa piuttosto che il significato della loro presenza sia importante se riferita a quanto Gesù sta vivendo nel momento in cui sale su quella montagna. Mosè ed Elia hanno vissuto eventi paragonabili alla reazione di Pietro all’annuncio della passione di Gesù di cui sopra. L’analogia tra gli eventi è data dal modo in cui Gesù interpreta il rifiuto di Pietro: come una nuova tentazione, analoga a quelle dell’inizio del suo ministero; così Mosè provò l’esperienza del vitello d’oro ed Elia quella della fuga verso l’Oreb. Questi due fatti ebbero luogo proprio su un monte, dopo un fallimento del popolo di Israele che aveva, im ersten Fall, costruito un idolo e, in der zweiten, sostenuto i sacerdoti di Baal contro cui Elia doveva lottare. A fronte di queste due delusioni, sia Mosè che Elia chiedono a Dio di morire (vgl.. Ist 32,32; 1Betreff 19,4), ma, in risposta, a tutti e due è concessa invece la visione di Dio. Moses, spaventato, Aber, si nasconde nella rupe (Ist 33,21-22), ed Elia si copre il volto (1Betreff 19,13). Mentre allora non videro Dio, ora finalmente stanno davanti a Gesù, nella sua gloria e non si velano più il volto; non hanno più paura di lui, perché «Gesù, il «Figlio amato» del Padre (MC 9,7), «l’eletto» (LC 9,35), è egli stesso la visibilità del Padre: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (GV 14,9). In lui Mosè ed Elia si incontrano, vedono Gesù nella gloria, e gli portano il loro conforto. Am Ende, il Padre conferma ai tre discepoli, Pietro incluso, la strada che Gesù dovrà intraprendere» (m. Gilbert).

Nella narrazione evangelica e nel cammino quaresimale viene così aggiunto un altro quadro che aiuta a rispondere alla domanda che ponevamo all’inizio: Chi è costui? Ora è il Padre stesso che rivela l’identità profonda di Gesù non solo a chi assiste sul monte della Trasfigurazione, ma anche ai lettori e ai credenti in Cristo: Egli è il Figlio. Una teologia molto presente nei Vangeli che ci fa tornare alla mente quanto è scritto nel Primo Vangelo, quando Gesù dice: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre» (MT 11,27).

Aus der Eremitage, 24 Februar 2024

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Die Väter der Insel Patmos

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Nur Jesus konnte so gut und barmherzig sein, eine Schwiegermutter zu heilen und zu heilen

Homiletik der Väter der Insel Patmos

SOLO GESÙ POTEVA ESSERE COSI BUONO E MISERICORDIOSO DA CURARE E GUARIRE UNA SUOCERA

«La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Er näherte sich ihr und zwang sie, an der Hand aufzustehen; Das Fieber verließ sie und sie diente ihnen. Kam am Abend, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta».

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La pericope del Vangelo di questa V Domenica del Tempo Ordinario ci racconta ancora della giornata-tipo di Gesù a Cafarnao.

„Zu dieser Zeit, Jesus, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Er näherte sich ihr und zwang sie, an der Hand aufzustehen; Das Fieber verließ sie und sie diente ihnen. Kam am Abend, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni». (MC 1,29-39)

Se l’utilizzo frequente in Marco dell’avverbio «subito» è servito ad accelerare il tempo narrativo, evidenziando la fretta di Gesù riguardo l’annuncio del regno; nel brano odierno, anche i luoghi qui sono presi in considerazione, come uno spazio che tende ad allargarsi sempre di più. Il movimento del racconto passa infatti dalla sinagoga della cittadina sul lago (MC 1,29) alla casa di Pietro, poi ancora dalla casa alla strada aperta davanti alla porta del cortile della casa di Pietro (v. 33), da una città ai villaggi vicini (v. 38); letzten Endes, dai villaggi fino a «tutta la Galilea» (v. 39). Come se tutto lo spazio, velocemente, debba essere occupato da Gesù, dal suo annuncio e dalle sue opere.

I personaggi del racconto sono i discepoli più vicini a Gesù, la suocera di Simone e soprattutto i malati. Sono questi ad impadronirsi della scena. Essi si possono trovare già dove arriva Gesù, come la suocera di Pietro, oppure vengono portati a lui; altri ancora lo cercano spontaneamente sin dall’alba, quando egli sta pregando. La malattia incornicia il nostro brano: che si tratti di una febbre o di una sofferenza più profonda, spirituale o fisica (come quella causata dagli spiriti impuri del v. 39), il vocabolario del campo semantico dell’infermità costella il racconto ed è presente in modo consistente, includendo tutta la narrazione.

«E subito gli parlarono di lei». La sollecitudine verso questa donna anziana colpisce, perché manifesta un’attenzione verso i fragili e la fede nella presenza di Gesù. La donna anziana e febbricitante non viene nascosta al Maestro come fosse un problema o qualcuno di cui vergognarsi, per cui non varrebbe la pena disturbare. Il fatto che i discepoli parlino subito della suocera di Pietro a Gesù mostra che quella donna era per loro una priorità. Non ne chiedono la guarigione, non sfruttano la presenza del Maestro ai loro fini, semplicemente indicano la donna malata: questa persona per loro è importante. Da questo si può capire il senso e il valore dell’intercessione come del parlare a favore di qualcuno. Gesù lo apprezza, tanto che fa subito qualcosa: le tende la mano, la solleva e poi la guarisce dalla sua malattia. Gesù vuol essere disturbato dai malati. Gesù apprezza e ammira l’intercessione a favore dei malati, come nel caso del centurione che intercede per il suo servo malato (LC 7,1-10).

Il tema della malattia, dicevamo, percorre tutto il testo marciano. La sofferenza tocca ogni uomo, ma «sperimentando nella malattia la propria impotenza, l’uomo di fede riconosce di essere radicalmente bisognoso di salvezza. Si accetta come creatura povera e limitata. Si affida totalmente a Dio. Imita Gesù Cristo e lo sente personalmente vicino» (Catechismo degli Adulti, Die Wahrheit wird dich frei machen, 1021). È la «conversione» alla quale sono chiamati i malati sanati da Gesù, eher, alla quale siamo chiamati tutti noi.

Scopriamo così un altro senso delle prime parole di Gesù nel Vangelo di Marco: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (MC 1,15). Il tempo e lo spazio, ma anche gli uomini e le donne sono toccati dalla pienezza della presenza di Dio e il regno è quella realtà in cui è possibile l’incontro con Gesù. Gesù non compie solo attività terapeutiche, perché i suoi gesti sono accompagnati da parole, da insegnamenti. In effetti si tratta di segni per dire che il regno è vicino: i miracoli annunciano e inaugurano il regno di Dio e corrispondono alle attese di Israele, dove si credeva che il Messia sarebbe venuto con capacità taumaturgiche. Per questo motivo l’annuncio che «il regno è vicino» è complementare alla parola «convertitevi e credete al vangelo», perché le folle che accorrono da Gesù, davanti a questi gesti divini, sono chiamate a credere e a convertirsi. Se questo non accade, i miracoli non servono, come spiega Matteo in un altro passo: «Allora si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, weil sie nicht umkehrten: Wehe euch, Chorazin! Wehe euch, Bethsaida. Weil, wenn in Tyrus und Sidon sie hatten die Wunder geschehen, die unter euch geschehen sind, einige Zeit hätte bereute, ravvolte nel cilicio e nella cenere» (MT 11,20-21). La guarigione più grande che Dio può operare è quella dalla nostra incredulità.

Endlich, forse collegato a ciò che abbiamo appena detto, notiamo la piccola discrepanza fra i «tutti» che accorrono a Gesù per essere sanati (vv. 32.33.37) e i «molti» che invece, eigentlich, sono guariti: «Guarì molti che erano afflitti da varie malattie» (v. 34). Dass, Aber, viene superata dal vocabolario della risurrezione usato da Marco. Infatti il verbo che Marco adopera per narrare la guarigione della suocera di Pietro — «la sollevò» del v. 31) — è molto importante nel Nuovo Testamento, perché non ricorre soltanto nei contesti delle guarigioni (MC 2,9.11; 5,41; 9,27), ma soprattutto nel racconto della risurrezione di Lazzaro (GV 12,1.9) e di Cristo (ad es.: Bei 3,15; RM 10,9). Come Gesù è stato capace di sollevare la suocera di Simone, così sarà capace di dare la vita ai morti, allen. Si chiarisce allora la strada che vuol farci percorrere Marco per arrivare a conoscere chi è Gesù. Colui che nell’apertura del Vangelo viene definito come «Figlio di Dio» (MC 1,1), come il Battezzatore nello Spirito Santo (v. 8), come il «Figlio prediletto» (v. 11) è finalmente svelato nel suo essere nei confronti degli uomini: è colui che è «venuto» («uscito», Verbatim, dal verbo exérchomai; vgl.. v. 38) agli uomini perché lo ascoltino e siano guariti dalle loro infermità.

Il racconto della giornata di Gesù prosegue col riposo, ma poi «al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!» (MC 1,35-37). Non sappiamo a quale luogo deserto possa riferirsi l’evangelista, ma certo non doveva essere distante dal lago. Marco ha già accennato alla preghiera di Gesù, nella forma celebrata in sinagoga. Questa preghiera mattutina e personale, come apprendiamo anche da altre tradizioni evangeliche, sembra essere il modo in cui il Signore riconduce tutto al Padre: quello che ha vissuto dalla sera precedente, quello che lo aspetterà nel giorno che continua. Così Gesù insegna ai discepoli che la preghiera è indispensabile per fare unità nella propria vita.

Aus der Eremitage, 4 Februar 2024

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Die Väter der Insel Patmos

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An diesem Tag erkannte ein Besessener Jesus Christus sofort als göttliche Macht

Homiletik der Väter der Insel Patmos

QUEL GIORNO IN CUI UN INDEMONIATO RICONOBBE IMMEDIATAMENTE GESU CRISTO COME POTENZA DIVINA

«Nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, Sprichwort: “Was wünschen Sie sich von uns?, Jesus Nazarener? Sie sind gekommen, um uns zu zerstören? ich weiß wer du bist: der Heilige Gottes!”. E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui».

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Das evangelische Lied dieses Sonntags forma parte di quella che viene comunemente definita la «giornata di Gesù a Cafarnao».

„Zu dieser Zeit, Jesus, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao] er lehrte. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Und hier, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, Sprichwort: “Was wünschen Sie sich von uns?, Jesus Nazarener? Sie sind gekommen, um uns zu zerstören? ich weiß wer du bist: der Heilige Gottes!”. E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea». (MC 1,21-28).

Si tratta di una raccolta di brevi episodi che vanno da MC 1,21 so weit wie 1,34 che l’Evangelista racchiude nell’arco di ventiquattro ore. Si inizia con la preghiera del mattino in sinagoga, descritta dal v. 21― preghiera celebrata ancora oggi dagli Ebrei, che prevede la proclamazione della Torah, del Profeta e il successivo sermone tenuto dal rabbino ― per arrivare al tramonto del sole, quando ormai, finito lo Shabbat, è permesso portare i malati davanti a Gesù. L’attività di Gesù è frenetica: non ha tempo se non per insegnare e per guarire. C’è un avverbio, «subito» (εὐθύς, euthys), importantissimo per Marco, che si ripete nei vv. 21.23.28 ― purtroppo non colto dalla traduzione italiana, ma presente in greco ― e addirittura dodici volte solo nel primo capitolo, quarantacinque nell’intero vangelo di Marco; sta a indicare la fretta di Gesù per il quale «il tempo è compiuto» (MC 1,15): se il tempo è compiuto, non c’è tempo da perdere per mostrare come il Regno è arrivato tra gli uomini.

La prima attività che ci riferisce Marco su Gesù è il fatto che insegnava con autorità. Il primo miracolo, nennen wir es so, che compie non è una guarigione o un esorcismo, ma l’insegnamento. E, in proporzione, Marco presenta Gesù come un maestro, più degli altri Vangeli: per cinque volte usa a suo riguardo la parola didachē ― «insegnamento» ― e per dieci volte lo chiama «maestro», riferendo questo titolo solo a lui. L’insegnamento è uno dei ministeri di cui parla Paolo nella Lettera ai Romani (12,7), ed è forse la carità di cui più abbiamo bisogno in tempi in cui è difficile trasmettere la fede.

Die Anderen, a cui viene paragonato Gesù, sono gli scribi. Ma non hanno la sua stessa «autorità». Anche se non vengono disprezzati o diminuiti dall’Evangelista, Marco sottolinea due volte (vv. 22 e 27) che egli insegna in modo molto diverso rispetto a loro. La differenza tra lui e gli altri «rabbini» potrebbe stare a due livelli. Il primo è quello dell’autorevolezza con cui Gesù dice le cose. Leggendo i testi della tradizione rabbinica, che sono stati raccolti a partire dalla caduta del secondo Tempio, nella seconda metà del I secolo d.C., si rimane colpiti dall’attaccamento alle «tradizioni degli antichi» ― di cui parla anche Marco in 7,1-13 ― tramandate con una lunga catena di detti e di sentenze, ma soprattutto dal modo in cui queste sono elencate una dopo l’altra, come una raccolta di opinioni diverse ma dello stesso valore. La parola di Gesù invece ha un carattere più creativo ed un peso più grande: si rifà direttamente alla Legge e a Dio e, acquisendone forza, la sua parola non è mai solo un parere. Ma c’è di più e qui siamo al secondo livello dell’autorità di Gesù. Le sue non sono semplicemente parole, ma compiono ciò che dicono. Egli è il «santo di Dio» (MC 1,24) e perciò la sua autorità esprime il potere di Dio stesso: per questo insegna, esorcizza e guarisce, ma sempre attraverso una parola che libera e salva.

Il Regno di Dio è una nuova creazione in welchem, come già nella prima, le parole proferite autorevolmente realizzano ciò che proferiscono. Questo diventa evidente nella seconda attività che contraddistingue l’avvento del Regno in Gesù: la guarigione dei malati e gli esorcismi. Dove c’è Dio con il suo regno, lì non c’è spazio per il male e le sue potenze: se ne devono andare.

Gesù infatti non lascia parlare lo spirito immondo: «Taci», gli ordina. Non vuole che Satana apra bocca e non solo perché il diavolo è «menzognero e padre della menzogna» (GV 8,44). Infatti già era accaduto una volta che il serpente avesse parlato, ed ebbe inizio la triste storia del peccato dell’uomo: il serpente antico per tentare al male Adamo aveva infatti inculcato il veleno del dubbio in Eva: «È vero che?» (Gen 3,1). Se allora fosse stato fatto tacere, Adamo avrebbe vinto la tentazione.

In questa parte del Vangelo secondo Marco la cristologia è centrata sull’idea che Gesù sia capace di recuperare la sorte del primo uomo. WHO, quando fa tacere il demonio e anche nella scena del deserto, ovvero nel racconto della sua Versuchung. Gesù viene «cacciato» in quel luogo (MC 1,12) così come Adamo era stato «cacciato» dal paradiso (Gen 3,24), condividendone così la sventura, ma uscendo vittorioso dalla prova. Al termine di essa, registra Marco, Gesù «stava con le fiere», cioè di nuovo in pace con la creazione, come Adamo, «e gli angeli lo servivano», cioè ricevendo lo stesso onore che, secondo una tradizione rabbinica, Dio aveva dato alla sua più bella creatura, l’onore di essere nutrito dagli spiriti buoni. Jesus, letzten Endes, appare nel Vangelo di Marco non come un bambino, come invece nei vangeli dell’infanzia di Matteo e di Luca, ma arriva sulla scena già adulto, uomo fatto, come anche Adamo era stato creato adulto.

La giornata di Cafarnao si svolge in un sabato, il giorno in cui Dio si è riposato dopo aver creato l’uomo. In questo giorno Gesù può riportare alla sua originale bellezza il mondo, per mezzo della stessa parola creatrice che ha fatto l’universo e che gli permette di esercitare la sua autorità forte; ma anche esercitando su quel giorno, Samstag, una speciale signoria. Il «Figlio dell’uomo», come ascolteremo in un’altra domenica, è «Signore anche del sabato» (MC 2,28). Il tempo è di Dio e Gesù afferma questa sovranità sul tempo compiendo guarigioni di sabato. E sono guarigioni che toccano uomini e donne che a causa della loro malattia avevano perso la ragione stessa del tempo. Per una persona sana, lo svolgersi delle attività lungo l’arco della settimana mirava ad un compimento nel riposo sabbatico: l’incontro con Dio e con la sua parola permeava di significato e di speranza l’esistenza.

Per una persona invalida, che era esclusa dal riposo sabbatico e dallo spazio del tempio, ecco che ogni giorno della settimana si caricava del medesimo dolore e sofferenza. Le guarigioni di Gesù nel giorno di sabato interrompono questo fluire indistinto del tempo nel corpo dei malati e ridonano a uomini e donne che hanno perso il senso del tempo il suo pieno valore attraverso il sabato. La guarigione di quell’uomo «posseduto da uno spirito impuro», che quel giorno di sabato si trovava proprio lì dove era presente anche Gesù, è l’inizio di un nuovo sabato, ossia di una nuova creazione, in cui al centro c’è la vita di ogni persona da salvare. Come ha scritto il rabbino e filosofo Heshel:

«Dobbiamo sentirci sopraffatti dalla meraviglia del tempo se vogliamo essere pronti a ricevere la presenza dell’eternità in un singolo momento. Dobbiamo vivere ed agire come se il destino di tutto il tempo dipendesse da un singolo momento» (Heshel A. (J), Am Samstag, Garzanti, Mailand 2015, P. 96).

 

Aus der Eremitage, 27 Januar 2024

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„Komm hinter mich, Ich werde euch zu Menschenfischern machen“. Und sofort verließen sie ihre Netze und folgten ihm

Homiletik der Väter der Insel Patmos

„Komm hinter mich, Ich werde euch zu Menschenfischern machen“. E SUBITO LASCIARONO LE RETI E LO SEGUIRONO

Come potremmo descrivere il regno di Dio proclamato da Gesù? Die Hauptschwierigkeit besteht darin, dass Jesus nie eine Definition verwendet hat, um darüber zu sprechen. Vielmehr verwendete er Gleichnisse und Bilder, paragonandolo, per rimanere sempre al Vangelo di Marco che leggeremo quest’anno, a un seminatore che getta del seme in terra o a un granello di senapa e così via.

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Lasciato alle spalle il passaggio nel Vangelo secondo Giovanni di domenica scorsa, il lezionario ci riporta a Marco, WHO, terminata l’esposizione della trilogia comune ai sinottici (Johannes der Täufer, Battesimo di Gesù e la prova nel deserto), riprende la narrazione dandoci un’indicazione temporale importante che apprendiamo dall’attacco del Vangelo di oggi.

«Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, er sah Simone und Andrea, Bruder von Simone, als sie ihre Netze ins Meer warfen; Sie waren tatsächlich Fischer. Jesus sagte zu ihnen:: «Venite dietro a me, Ich werde euch zu Menschenfischern machen“. Und sofort verließen sie ihre Netze und folgten ihm. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui. (MC 1,14-20).

Scrive Marco che Gesù inizia a proclamare il regno di Dio «dopo che Giovanni fu arrestato» (MC 1,14 vgl.. Auch MT 4,12). Molti immaginano che la cronologia dell’inizio del ministero pubblico di Gesù si sia svolta così: dalla Galilea, regione da cui viene, Gesù scende al Giordano per essere battezzato. Subito dopo, versucht, rimane quaranta giorni nel deserto per poi ritornare in Galilea. Ma deve invece essere passato più tempo e il punto di svolta, ciò che fa tornare Gesù in Galilea è rappresentato dall’arresto del Battista. Forse è in quel preciso momento che per Gesù giunge la consapevolezza che è ora di assumersi le sue responsabilità.

La voce che gridava nel deserto, poiché è stata messa a tacere, passa ora alla Parola che annuncia il regno. Questa interpretazione aiuta noi credenti nei momenti di difficoltà e sofferenza, come deve essere stato per Gesù l’arresto di Giovanni e ci fa proferire: bisogna fare qualcosa. È in tali situazioni che, se non vai tu, nessuno può andare al posto tuo. La chiamata che ora Gesù farà dei discepoli, l’ha vissuta in prima persona lui; il regno che annuncia l’ha visto arrivare per primo lui, anche nella dolorosa notizia che Giovanni non può più parlare.

Ma eccoci a una questione teologica importante. Come potremmo descrivere il regno di Dio proclamato da Gesù? Die Hauptschwierigkeit besteht darin, dass Jesus nie eine Definition verwendet hat, um darüber zu sprechen. Vielmehr verwendete er Gleichnisse und Bilder, paragonandolo, per rimanere sempre al Vangelo di Marco che leggeremo quest’anno, a un seminatore che getta del seme in terra (MC 4,26) o a un granello di senapa (MC 4,31) usw. Il regno, sagt Jesus, non solo è vicino, ma bisogna accoglierlo come fanno i bambini (MC 10,15) ed entrarci dentro, anche se non è così facile, soprattutto se si hanno molte ricchezze (MC 10,23). È presente, cioè qui o vicino, ma è anche futuro, come quello in cui Gesù berrà, mit uns, il vino nuovo, altro vino rispetto a quello dell’ultima sua cena (MC 14,25). La teologia cristiana ha elaborato a proposito una formula, quella del «già» ma «non ancora», quasi un ossimoro che dice però come il regno possiamo già ereditarlo e viverci, anche se non è ancora compiuto. Non è ancora esteso a tutti gli uomini, ma, come insegna il documento del Concilio Vaticano II Das Licht «è già presente in mistero» con la Chiesa (vgl.. n. 5).

In diesem Sinne Gesù si distingue dalle due principali concezioni sul regno che circolavano nel giudaismo del suo tempo. Egli infatti non ha inventato questa idea, già nota all’Antico Testamento (vgl. 1Kr 28,5) e non l’ha applicata né a quel modo di pensare che vedeva il regno come una realtà «nazionalistica», tutta presente, da attuare magari ad ogni costo, né tanto meno alla concezione opposta, di tipo apocalittico, che vedeva il regno possibile solo come una realizzazione futura che negava il presente. Se vogliamo rintracciare questi due estremi nella storia dell’umanità, potremmo dire che il materialismo si è spesso fondato sull’illusione che tutto potesse risolversi qui, jetzt; ma dall’altra parte è facile riconoscere in certi movimenti spiritualistici la svalutano del presente, considerato in modo negativo.

Gesù ha invece usato l’idea di regno per dire anzitutto che è arrivato e quindi ci si può entrare. Ma per farlo bisogna cambiare mentalità, modo di ragionare e pensare; per dirlo con le parole di Gesù: «convertirsi» (MC 1,15). "Dein Reich!», prega ancora la Chiesa, heute, nach zweitausend Jahren. Il regno c’è già, ma deve ancora essere accolto come un dono e trovato lì anche dove si fatica a vederlo.

In conformità dunque con l’attesa escatologica giudaica, ma con la differenza decisiva però che non più di attesa si tratta, il Regno di Dio è l’effetto dell’evento messianico annunciato da Gesù e in lui presente. Il pieno dispiegamento della sua sovranità redentrice non si è ancora realizzato, ma il tempo della fine è giunto e dunque per parlare in modo appropriato non c’è più sviluppo storico, sondern vielmehr eine Zusammenfassung der gesamten Geschichte, die vor Gericht steht.

«È questo il contenuto dell’«evangelo di Dio» quale ci è sinteticamente riferito dalla tradizione più antica raccolta da Marco: «Il tempo è compiuto ed è vicino il Regno di Dio: Konvertieren, e credete nell’evangelo» (1,14-15). Was hier angekündigt wird, ist die Zeit (der Kairos) der endgültigen Fertigstellung, die versprochene Ankunft des Königreichs, der große Wendepunkt der Welt, eingeleitet durch Jesus, dessen letzte Tat mit seiner Parusie bevorsteht. Evidentemente qui non può essere il Gesù storico a parlare, bensì il Risorto predicato dall’evangelista, che segna con precisione il tempo della fine tra resurrezione e parusia, come un evento unico in cui tutto il tempo, tutta la storia si condensa, ivi compresa la vita stessa di Gesù. Dafür jetzt, im Gegensatz zur jüdischen Eschatologie, occorre «fede nell’evangelo», das heißt, in Jesus Christus, im Messias, der gegenwärtig ist als der, der gekommen ist und der kommt. Tutto dunque in forza di questa fede precipita e si concentra nel presente, non vi è più oscillazione tra passato e futuro, tradizione e attesa; ma solo l’ora attuale in cui il passato è redento e il futuro è solo desiderio del compimento: „Komm Herr Jesus“ (Ap 22, 20).[1]

Il Vangelo prosegue descrivendo la fretta di Gesù di portare ad attuazione la sua parola sul regno, perché “il tempo è compiuto”. Il concetto emerge molto chiaramente nel Vangelo di Marco, dove abbonda l’avverbio euthus (εὐθὺς), «subito», ripetuto decine di volte. Tale sollecitudine trova una prima applicazione nella chiamata dei quattro discepoli (vv. 16-20) e nell’episodio dell’insegnamento nella sinagoga di Cafarnao, accompagnato dalla liberazione di un indemoniato (nächsten Sonntag). Jesus, con gesti e con parole, mostra davvero come il regno è arrivato, e lo dice: ai discepoli (appena chiamati a sé) e alla sua gente (nella sinagoga). Ecco che allora il regno può essere solo uno spazio in cui Dio è presente, wo ist das, note, solo lui regna. Le altre potenze non possono fare altro che riconoscerne l’autorità («Io so chi tu sei: il santo di Dio» di MC 1,24) e sottomettersi.

I padri della Chiesa erano colpiti dal modo in cui Gesù chiamò i primi a seguirlo: rilevano che erano persone semplici e illetterate (Ursprung), che probabilmente avranno obiettato con la loro inadeguatezza (Eusebio); noi ci stupiamo anche del fatto che questi «subito» lascino le reti lo seguano (vgl.. MC 1,18), ma soprattutto per il fatto che ancora oggi, nach so vielen Jahren, Gesù ancora «passi accanto» (MC 1,16) alle nostre situazioni, al nostro quotidiano, alle nostre reti, e ci inviti a seguirlo per stare con lui.

Ciascuno di noi viene chiamato lì dove si trova e ogni inizio ha sempre un prima che lo ha preparato su cui poi si innesta una novità, un cambiamento: come il seme che è stato seminato ha una forma diversa dalla pianta che poi germoglierà, così anche noi siamo presi dal Signore a partire dalle nostre storie e dal nostro oggi per far sviluppare quelle potenzialità di bene e di vita che sono racchiuse nel «piccolo seme» della nostra vita e che solo il Signore può dischiudere e trasformare con la forza e la fantasia del suo Spirito. A noi è chiesta l’attenzione alla sua voce che chiama, l’abbandono filiale e fiducioso alle sue parole, e la prontezza nel rispondere senza dilazioni nel tempo o attaccamenti al «già», a quel noto e conosciuto che ci rassicura ma anche rischia di bloccarci: «E subito lasciarono le reti e lo seguirono».

 

Aus der Eremitage, 21 Januar 2024

 

HINWEIS

[1] Gaeta G., Die Zeit des Endes, Beliebig, 2020

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Die Väter der Insel Patmos

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Gabriele GiordanoM. Scardocci
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Pater Gabriele

Eine wohltätige Meisterschaft: "Rabbi, wo Sie leben? Kommen Sie und sehen Sie“

Homiletik der Väter der Insel Patmos

Eine wohltätige Meisterschaft: "RABBI, WO SIE LEBEN? VENITE E VEDETE»

Scriveva Isaac Newton «Più imparo, Je mehr ich merke, wie viele Dinge ich nicht weiß“. Heutzutage scheint es, dass viele nicht lernen wollen, obwohl sie sicher sind, dass sie es wissen.

 

Autor:
Gabriele GiordanoM. Scardocci, o.p.

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Liebe Leserinnen und Leser der Insel Patmos,

uno degli atteggiamenti più naturali che tutti abbiamo è quello della ricerca. Quando siamo bambini ci domandiamo spesso il perché delle cose. Crescendo troviamo poi delle risposte, e continuamente rinnoviamo questa nostra ricerca del senso della verità nelle cose. Scriveva Isaac Newton «Più imparo, Je mehr ich merke, wie viele Dinge ich nicht weiß“.

Nel Vangelo di oggi Gesù ci mostra due uomini in ricerca e la via da seguire per trovare la risposta definitiva. La risposta è molto bella: andare con Lui e vedere dove dimora il Signore.

«Gesù allora si voltò e, osservando che [Giovanni e due discepoli] lo seguivano, er hat ihnen gesagt: “Che cosa cercate?”. Sie antworteten ihm: “Rabbì — che, tradotto, significa maestro — , wo Sie leben?”. er sprach zu ihnen:: “Venite e vedrete”».

Troviamo dunque una scena molto bella. Johann, Andrea e un altro discepolo di cui non sappiamo il nome si muovono seguendo Gesù. Lui se ne accorge e li interroga. Rispondono e così lo riconoscono come maestro e vogliono sapere dove abita. Ed è allora che Gesù li invita a venire e vedere.

È un dialogo vivido e forte fra i tre e Gesù. Il Signore con il suo sguardo umano divino coglie un cuore e una mente pronti a cercare la casa di Dio. Pronti a cercare quel luogo dove possono trovare la verità che schiude il loro mistero e quello di Dio.

Gesù è davvero maestro per loro perché in quanto figlio di Dio può condurre Andrea, Giovanni e l’altro discepolo ad una maestria, ad una conoscenza che diventa amore. Una conoscenza di Dio che gli permette di amare in modo concreto e pratico sé stessi e gli altri.

In questo incontro ci siamo anche noi. Potremmo dire che siamo simboleggiati da quel discepolo innominato. Quello senza nome è colui che ascolta e chiede a Gesù qual è la sua dimora oggi nel 2024.

Il Signore chiede a tutti noi di cercarlo innanzitutto nella Chiesa, la sua dimora principale, perché in essa si vive e si celebra l’Eucarestia, cioè la presenza reale di Gesù in corpo, Blut, Seele und Göttlichkeit. Se seguiamo e vediamo Gesù nella Chiesa che celebra l’Eucarestia, e dunque ci rende partecipi attivamente nell’Incontro con Lui, tutti possiamo crescere anche nell’imparare la comunione con il prossimo. Weil, effektiv, la seconda dimora dove possiamo incontrare Gesù oggi, è proprio il nostro prossimo. Tutti noi infatti siamo tempio dello Spirito Santo e tempio dell’Eucarestia. Perciò impariamo a guardare nel prossimo sofferente e bisognoso, quello stesso Gesù che ci chiede aiuto.

Così dobbiamo innanzitutto imparare ad ascoltare la voce di Gesù che oggi domanda ai nostri cuori “Cosa cercate?”. Domandiamoci se i nostri desideri sono santi, giusti e buoni, e davvero sentiremo il Signore invitarci a camminare sui sentieri dell’Eternità.

Chiediamo al Signore il dono di una ricerca che ci porti alla vita autentica, la vita in Lui e nella sua Chiesa, per diventare ricercatori della Luce Eterna.

 

Novelle Santa Maria in Florenz, 14 Januar 2024

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Die Väter der Insel Patmos

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Der göttliche Provokateur Jesus zu den Aposteln: "Wonach suchst du??»

Homiletik der Väter der Insel Patmos

DER GÖTTLICHE PROVOKER JESUS ​​ZU DEN APOSTELN: "WONACH SUCHST DU?»

Questo primo incontro di Gesù coi suoi primi discepoli è un intreccio di sguardi e di testimonianze che convergono verso il Signore. Das tiefe Geheimnis seiner Person beginnt sich zu offenbaren, sowie die Namen der ersten Follower. Tanto significativo dovette essere questo momento che ne conservarono anche l’orario: le quattro del pomeriggio, l’ora decima.

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.HTTPS://youtu.be/4fP7neCJapw.

 

Nel Vangelo di questa II domenica del tempo ordinario leggiamo: «In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, er sagte: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, er hat ihnen gesagt: "Wonach suchst du??». Sie antworteten ihm: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, wo Sie leben?». er sprach zu ihnen:: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro». (GV 1,35-42).

La Chiesa ha compreso l’unità dei tre misteri che hanno attinenza con la rivelazione di Gesù, e li ha legati già nell’antica antifona dei Secondi Vespri del giorno dell’Epifania:

«Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo: oggi la stella ha guidato i magi al presepio, oggi l’acqua è cambiata in vino alle nozze, oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano per la nostra salvezza, alleluia».

Quest’anno il terzo mistero che attiene alla manifestazione di Gesù è annunciato sempre tramite il Vangelo secondo San Giovanni, ma invece che l’episodio di Cana, la liturgia propone quello della prima manifestazione di Gesù ai discepoli, a seguito della indicazione di Giovanni Battista che lo definisce come «Agnello di Dio».

L’episodio evangelico si colloca al terzo giorno della settimana inaugurale del ministero di Gesù, settimana che culminerà nella manifestazione della sua gloria a Cana davanti ai suoi discepoli che «credettero in lui» (GV 2,11). Il testo offre la versione giovannea della chiamata dei primi discepoli narrata dalla tradizione sinottica, ma con differenze rimarchevoli. Giovanni presenta uno schema in cui è fondamentale la mediazione di un testimone che confessa la fede in Gesù e conduce altri all’incontro con lui: è così per Giovanni Battista nei riguardi di due suoi discepoli (1,35-39), per Andrea nei confronti di Simon Pietro (1,40-41), per Filippo che si rivolge a Natanaele. In particolare Giovanni Battista che, dopo una testimonianza negativa su di sé («Io non sono il Cristo») e una positiva su Gesù («Ecco l’Agnello di Dio»), rivela davanti a due suoi discepoli l’identità di colui di cui egli è stato il precursore e li conduce a farsi discepoli di Gesù. Colui che era stato inviato da Dio come testimone del Verbo «perché tutti credessero per mezzo di lui» (1,7) adempie così il suo mandato lasciando che i suoi discepoli diventino di Gesù, chiedendo che aderiscano a lui.

Che siamo di fronte alla manifestazione di un mistero è segnalato anche dallo “schema di rivelazione”, spesso usato dall’evangelista nella sua opera e che si può riassumere nelle tre fasi del vedere, dire e proferire l’avverbio: «Ecco». Il brano evangelico si apre, also, con Giovanni che «fissa lo sguardo» (1,36) su Gesù e dice: «Ecco l’Agnello di Dio» e si chiude con Gesù che «fissando lo sguardo» (1,42) su Simon Pietro gli dice: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni, sarai chiamato Cefa – che significa Pietro». Es beschäftigt sich mit, in beiden Fällen, di uno sguardo intenso, un vedere in profondità, un discernere l’identità di una persona. La vocazione non è solo una chiamata come nei sinottici, ma anche uno sguardo come qui in Giovanni. Lo sguardo, come e forse più della voce è comunicazione e rivelazione. In Giovanni Il verbo più neutro è scorgere, βλέπειν (Blepein). Lo troviamo per la scena iniziale del battesimo al Giordano. Giovanni Battista scorge Gesù che viene a lui e dice: «Ecco l’agnello di Dio». Ma si nota già in questo episodio un passaggio dallo scorgere al contemplare (GV 1,32) e poi all’«ho visto» di GV 1,34, come in GV 14,9.

Alla forma verbale più completa arriviamo in GV 14,9, dove il verbo «vede­re» verrà usato al perfetto: έώρακα (Eoraka). Applicato a Gesù, descrive ciò che lo sguardo attento e stupito ha scoperto in lui e di cui si conserva nella memoria la scoperta. Possiamo osservare che ogni volta che Giovanni usa questo verbo «ho visto» (e ne conservo la memoria) Gesù viene riconosciuto come il luogo santo dove Dio si manifesta, il tempio della presenza divina, la casa, ovvero la dimora in cui Dio stesso abita. In un tale contesto diventa chiaro il senso del versetto di Gv14,9: "Wer mich gesehen hat hat den Vater gesehen". Aver visto Gesù e conservarne la visione interiore nella memoria vuol dire riconoscere Gesù come il luogo di inabitazione del Padre, presente nel suo Figlio come in una dimora. Aus diesem Grund, ritornando al brano evangelico di questa domenica, bisogna dire che in modo adeguato la versione rinnovata della Bibbia CEI del 2008 ha tradotto il v.38 con: «Rabbì dove dimori?» e non «dove abiti?» come era nella precedente versione, data la presenza del verbo μένεις (Menein) che riveste nel quarto Vangelo una importanza particolare. Il tema del dimorare corre, in der Tat, come un filo rosso attraverso tutto il quarto Vangelo, arricchendosi progressivamente. Allargando lo sguardo all’insieme del Vangelo e provando a tirare le fila del nostro discorso possiamo affermare che lo stesso evan­gelista in 1,14 ci invita a comprendere che nell’uomo Gesù — il Verbo fatto carne «pieno della grazia della verità» in cui i testimoni hanno «contemplato la gloria dell’unigenito» — c’era un mistero, «insondabilmente nascosto» ma che ci viene manifestato «simbolicamente» (San Massimo il Confessore). È il mistero dell’«unigenito venuto da presso il Padre», che «è venuto a mettere la sua tenda in mezzo a noi». Così egli diventa la dimora del Padre (GV 14,10), il nuovo tempio della presenza di Dio (GV 2,21; vgl.. GV 4,20-24). Un bellissimo brano di san Massimo il Confessore, sep­pur difficile, dice l’essenziale:

„Der Herr […] er ist sein eigener Vorläufer geworden; es ist zum Typus und Symbol seiner selbst geworden. Simbolicamente fa conoscere se stesso attraverso se stes­so. Das heißt, er leitet die gesamte Schöpfung, ausgehend von sich selbst, wie er sich manifestiert, sondern um es zu sich selbst zu führen, da es unergründlich verborgen ist..

Forse più intellegibile e nello stesso tempo mirabile è questa frase di Guglielmo di Saint-Thierry, l’amico di San Bernardo, che interpretò in senso spirituale e trinitario la domanda dei primi discepoli:

"Maestro, wo Sie leben? Vieni e vedi, disse Egli. Non credi che io sono nel Padre, e che il Padre è in me? Grazie a te, Mann! […] Noi abbiamo trovato il tuo luogo. Il tuo luogo è il Padre; es ist immer noch, il luogo del Padre sei tu. Tu sei dunque localizzato a partire da questo luogo. Ma questa localizzazione, che è la tua, […] è l’unità del Padre e del Figlio»[1].

Questo primo incontro di Gesù coi suoi primi discepoli è un intreccio di sguardi e di testimonianze che convergono verso il Signore. Das tiefe Geheimnis seiner Person beginnt sich zu offenbaren, sowie die Namen der ersten Follower. Tanto significativo dovette essere questo momento che ne conservarono anche l’orario: le quattro del pomeriggio, l’ora decima. Così iniziamo a conoscere Andrea fratello di Simon Pietro, (1,42) che da Gesù riceve la vocazione a diventare «roccia» (questo significa «Cefa»), in mezzo ai suoi fratelli. Chi è l’altro discepolo che era insieme a Andrea? Possiamo ipotizzare che sia «il discepolo amato». Egli è colui che, presente alla croce di Gesù, vedendo Gesù morire come Agnello a cui non viene spezzato alcun osso (GV 19,33.36) «testimonia perché voi crediate» (GV 19,35), proprio come Giovanni Battista testimonia di Gesù, dopo averlo visto e indicato come Agnello di Dio perché tutti credano (GV 1,34.36.37). Il parallelismo tra GV 1,38 («Voltatosi Gesù e vedendo essi che lo seguivano dice loro») e GV 21,20-21 («Voltatosi, Pietro vede il discepolo che Gesù amava che seguiva … e dice a Gesù») mostra che accanto a Pietro, agli inizi della sequela e dopo la Pasqua, Es gibt, con ogni probabilità, il discepolo amato che ha seguito l’Agnello con fedeltà fin dagli inizi. E Pietro, mentre viene costituito pastore delle pecore del Signore e invitato nuovamente a seguire Gesù come pecora egli stesso (vgl.. GV 10,4), riceve la rivelazione che la sequela dell’Agnello e il ministero pastorale trovano il loro esito nel dare la vita per le pecore, nel glorificare Dio con il martirio. Questa sarà la testimonianza di Pietro: nella morte di croce l’apostolo si troverà là dove è stato il suo Signore: «Se uno mi vuol servire mi segua e dove sono io, là sarà anche il mio servo» (GV 12,26).

Aus der Eremitage, 13 Januar 2024

 

HINWEIS

[1] GUGLIELMO DI SAINT-THIERRY, La contemplation de Dieu. L’oraison de Dom Guillaume, Paris, Ed. Du Cerf, 1959 (Koll. Sources Chrétiennes, n.61), 124-125.

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In der Herrschaft Christi, des Königs des Universums, kleine Könige zu sein

Homiletik der Väter der Insel Patmos

IN DER HERRSCHAFT CHRISTI, KÖNIG DES UNIVERSUMS, KLEINE KÖNIGE ZU SEIN

Oscar Wilde schrieb: „Egoismus besteht nicht darin, so zu leben, wie es uns gefällt, sondern darin, von anderen zu verlangen, so zu leben, wie es uns gefällt.“

 

Autor:
Gabriele GiordanoM. Scardocci, o.p.

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Liebe Leser der Insel Patmos,

Das liturgische Jahr endet, Es ist unser letztes im katholischen Jahr. Das liturgische Jahr endet mit einem großen Fest, das von Jesus Christus, dem König des Universums.

Heute die Monarchie Es handelt sich nicht mehr um eine Regierungsform, die üblicherweise auf der ganzen Welt angewendet wird, wo stattdessen die Republik bevorzugt wird. Aus diesem Grund entgeht uns die Figur des „Königs“., wenn nicht vielleicht wegen der kürzlichen Krönung von König Karl von England. Jesus ist König des gesamten Universums und unseres Lebens. Aber nicht wie der König von England, von Schweden oder Belgien. Seine Monarchie wird nicht in einer politischen Regierung ausgeübt. Es ist eine Monarchie der Liebe, die ihren Thron der Herrlichkeit zum Ausdruck bringt, seine Exposition von maximaler Sichtbarkeit im Kreuz; Heute ist dieser Thron der Herrlichkeit für uns verwirklicht, im Mitgefühl Jesu. Wir haben es am Anfang gelesen Passage aus dem heutigen Evangelium:

"Wenn der Menschensohn kommt in seiner Herrlichkeit [...] er wird auf dem Thron seiner Herrlichkeit sitzen. Alle Völker werden sich vor ihm versammeln. Er wird einen vom anderen trennen, wie der Hirte die Schafe von den Ziegen trennt, und er wird die Schafe zu seiner Rechten und die Ziegen zu seiner Linken platzieren..

Hier verbindet sich das Bild des Königs mit dem des Hirten. Effektiv, der Hirte, Es hat auch eine leitende Rolle in der Welt der Farm. Es war eine Welt und eine Kultur, die der Vorstellung, in der Jesus spricht, nahe kam. Hier sind also diejenigen auf der rechten Seite, die vom Vater gesegnet sind. Die Linken tun das nicht. Effektiv, der Gesegnete des Vaters, Sie sind diejenigen, die die Armen und Bedürftigen in den verschiedenen Notsituationen, die Jesus zum Ausdruck bringt, aufgenommen haben. Während diejenigen, die im ewigen Feuer sein werden, Sie waren dieser materiellen und spirituellen Armut gegenüber nicht aufmerksam und mitfühlend. So zeigt uns Jesus und bittet uns, ihn als König in konkreter Liebe nachzuahmen, in aktiver Wohltätigkeit, was er allen Menschen, denen er begegnete, tun wollte: Nikodemus, der Blinde von Jericho, der Dämon von Gerasa und andere Begegnungen. Der Herr hat all diese großen Werke immer mit einem Akt des Mitgefühls und der Zärtlichkeit vollbracht, mit einem wahrhaft menschlichen und wahrhaft göttlichen Herzen. Ein kleines christologisches Herz für eine große Liebe.

Daraus ergibt sich für uns die Grundlage der Werke der Barmherzigkeit Materiell und Körperlich. Der Herr, damit, Er bittet uns, ihm zu folgen, unser König, im katholischen Leben gerade deshalb, weil wir mit einer konkreten und aufmerksamen Liebe für die anderen handeln und versuchen, sie mit Zärtlichkeit zu betrachten. Wir versuchen, unseren Nächsten so anzusehen, als wäre es Jesus selbst, der uns als ganz Kleiner um diesen Dienst bittet. Wir werden zu kleinen Königen in Jesus, dem kleinen König des Universums.

Andererseits Stattdessen finden wir diejenigen, die ins ewige Feuer gehen werden. Weil sie der Logik der Liebe und des Mitgefühls völlig entkommen sind. Damit, Die Ziegen auf der linken Seite sind die Menschen, die dem Egoismus verfallen sind, in der Dimension der einzigartigen Aufmerksamkeit für die eigenen Bedürfnisse und Anforderungen. Das Risiko, das wir eingehen, wenn wir die Ausübung der Werke der Barmherzigkeit vergessen, besteht darin, dass wir nicht mehr nur andere anerkennen, sondern die Notwendigkeit Gottes im Leben nicht zu erkennen. Die Bösen im ewigen Feuer sind also diejenigen, die die zentrale Bedeutung der Herrschaft Gottes im Leben nicht erkennen, des Königs der Könige, ohne die wir nichts tun. Die Spannung zum Egoismus ist also ein Ersatz, eine Selbstkrönung zum König und die Forderung, dass sich das Universum und Gott vor uns verneigen.

Oscar Wilde schrieb: „Egoismus besteht nicht darin, so zu leben, wie es uns gefällt, sondern darin, von anderen zu verlangen, so zu leben, wie es uns gefällt.“.

Wir bitten den Herrn, auf seinem Thron willkommen zu sein und seine Monarchie der Liebe, und seien Sie von nun an Zeugen, dass authentische Liebe existiert, und wir leben in Gemeinschaft mit dem Vater, des Sohnes und des Heiligen Geistes.

So sei es!

Novelle Santa Maria in Florenz, 25 November 2023

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NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO: UNA REGALITÀ ERETTA SULLA CARITÀ

Tanto splendida è questa pagina dell’Evangelo proclamata oggi nelle nostre chiese, dass jeder Kommentar es ein wenig zu verderben scheint. Es ist besser, es so zu lassen, wie es ist, einfach, ad indicare alle persone che la vita dell’uomo non è mai concepibile senza l’altro. Tragedia allora non sarà il conflitto, l’alterità, la differenza bensì i due estremi che negano questo rapporto: la confusione e la separazione

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In un breve ma celebre apologo nach Titel Il Natale di Martin lo scrittore russo Lev Tolstòj1 raccontò di uomo, un ciabattino di nome Martin, che aveva misteriosamente incontrato il Signore nelle persone bisognose che durante la giornata erano passate davanti la sua bottega e citò espressamente la pagina del Vangelo di questa domenica.

San Martino dona parte del mantello al povero (dipinto, elemento d’insieme) di Bartolomeo Vivarini (Sekunde. XV)

La letteratura non è stata l’unica arte che questa mirabile pagina di Matteo ha ispirato, basti pensare agli affreschi del Buonarroti nella Cappella Sistina. Leggiamola:

„Zu dieser Zeit, Jesus sagte seinen Jüngern: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, er wird auf dem Thron seiner Herrlichkeit sitzen. Alle Völker werden sich vor ihm versammeln. Er wird einen vom anderen trennen, wie der Hirte die Schafe von den Ziegen trennt, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: "Komm schon, Gesegneten meines Vaters, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, Ich war durstig, und ihr habt mir zu trinken:, ero straniero e mi avete accolto, nackt und du hast mich angezogen, krank und ihr habt mich besucht, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: "Mann, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, oder nackt und kleiden Sie? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, du hast es mir angetan". Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, weg von mir, verwünscht, das ewige Feuer, das für den Teufel und seine Engel, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, Ich war durstig, und ihr habt mir nichts zu trinken, ero straniero e non mi avete accolto, nackt und du hast mich nicht angezogen, krank und im Gefängnis, und ihr habt mich besucht ". Dann wird es: "Mann, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me. Und sie werden gehen: und die ewige Strafe, i giusti invece alla vita eterna”».

Con il brano di oggi finisce non solo, per quanto riguarda la liturgia, l’anno liturgico in corso, che lascia il passo all’Avvento, ma anche l’insegnamento di Gesù nel Vangelo secondo Matteo. Subito dopo la nostra pericope infatti l’evangelista da inizio al racconto della passione, morte e risurrezione di Gesù, mit diesen Worten: «Terminati tutti questi discorsi, Gesù disse ai suoi discepoli» (MT 26,1). Gesù insegnerà d’ora in poi in un altro modo, soprattutto con i gesti e l’obbedienza al Padre nella prova suprema della croce. Per questa ragione è rivestita di particolare importanza la pericope di oggi, l’ultimo discorso fatto da Gesù in Matteo, senza contare, l’invito del Risorto a fare discepoli e a battezzare in 28,18-19, e le poche ma importanti parole dette durante la passione, a partire dall’ultima cena.

Solo übrigens occorre anche dire che nonostante una prassi interpretativa consolidata che prende l’avvio dai Padri della Chiesa e che porta a definire la scena come il giudizio “universale”, a partire dal XVIII secolo vengono sottolineati i tanti e buoni indizi nel testo, non solo di tipo lessicale, per ritenere che anziché di un giudizio per tutta Menschheit, il testo implichi, andererseits, un giudizio solo per i pagani, ma non è possibile in questo contesto esplicitare questa interpretazione che richiederebbe troppo spazio.

La scena del giudizio è esclusivamente matteana, ed è costruita in modo magistrale, con l’uso di vari espedienti quali ad esempio la ripetizione, utili per la memorizzazione. Molti sono i confronti che possiamo fare con il linguaggio e la simbologia di stampo apocalittico correnti al tempo di Gesù che appaiono di volta in volta nella letteratura canonica ― Daniele e Apocalisse ― ma anche in quella apocrifa. Il dato originale, Revolutionär, stattdessen, la novità che apporta il discorso di Gesù è che lo stesso giudice, il Re, si consideri oggetto di tali azioni: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare», oder, «non mi avete dato da mangiare». Questo crea un effetto di sorpresa sia in quelli che gli hanno usato misericordia sia in quelli che gliel’hanno negata. Mentre nell’Antico Testamento il giorno del Signore è decretato da Dio stesso ed è quindi Lui l’unico che giudica, nella logica del Nuovo Testamento è Gesù, il Messia, che può intervenire in questo giudizio. Di conseguenza Dio compirà il giudizio, aber dieses in Nuce avviene già nel modo in cui ci siamo rapportati al suo Figlio in questo mondo, al Gesù presente nei poveri che hanno avuto fame e sete e che sono stati assistiti o meno da noi. Ecco perché alla fine dei tempi, sarà Cristo, l’Agnello, a prendere in mano il libro della nostra vita, quello che nemmeno noi siamo capaci di leggere e comprendere fino in fondo, e ad aprirne i sigilli (vgl.. Ap 5).

Colpisce poi che la grandiosa visione che abbraccia l’intera umanità si accompagni allo sguardo posato su ciascuno e, bestimmtes, su quelle persone che normalmente sono le più invisibili: Arm, malati, Gefangene, affamati, assetati, Ausländer, ignudi. Non a caso il nostro testo li chiama «minimi» (vv. 40.45). La carità verso il bisognoso, il gesto di condivisione che è così semplice, Menschlichen, Täglich, für jeden Geschmack, Gläubige und Ungläubige, diviene ciò su cui si esercita il giudizio finale. L’esempio di Martino di Tours, secondo la narrazione agiografica di Sulpicio Severo2, è emblematico. Dopo aver diviso con la spada il suo mantello per coprire la nudità di un povero mendicante alle porte di Amiens, in un rigido inverno, Martino ebbe la visione in sogno di Cristo che gli diceva: «Martino, tu mi hai rivestito con il tuo mantello». Cristo è identificato con il povero, come nella nostra pagina evangelica.

Tanto splendida è questa pagina dell’Evangelo proclamata oggi nelle nostre chiese, dass jeder Kommentar es ein wenig zu verderben scheint. Es ist besser, es so zu lassen, wie es ist, einfach, ad indicare alle persone che la vita dell’uomo non è mai concepibile senza l’altro. Tragedia allora non sarà il conflitto, l’alterità, la differenza bensì i due estremi che negano questo rapporto: la confusione e la separazione3. Die Anderen, soprattutto se bisognosi, non costituiranno per me l’inferno quanto una benedizione: «Venite benedetti perché…». Due celebri pieces theatralisch, una di Sartre4 con all’interno la famosa espressione: "Die Hölle ist die anderen"; l’altra di Pirandello, Vestire gli ignudi5, che nel titolo fa diretto riferimento al nostro brano evangelico, ci hanno raccontano drammaticamente che non escludendo l’Altro dal proprio mondo il problema sarebbe facilmente risolvibile e l’inferno cesserebbe di esistere. Quegli autori hanno inteso, andererseits, constatare l’impossibilità di un’esistenza che escluda l’Altro. In altri termini, l’enfer, c’est les autres, perché dall’alterità non si può uscire, ci si rende conto che l’Altro detiene il segreto del proprio essere e, während, che senza l’Altro questo essere non sarebbe possibile.

Così il Signore Gesù, anche nell’ultimo suo discorso, ci ha sorpreso ancora una volta dando un nuovo significato alle ‘opere di misericordia’, già note nel giudaismo coevo, wo sie waren, Aber, intese come una sorta di imitatio Dei, nel senso di un fare agli altri ciò che Dio stesso ha fatto per l’uomo. Non prevedevano invece che il giudice eterno si celasse dietro esistenze umilissime, disagiate e sconfitte. Nell’altro, nel fratello, c’è Gesù il quale aveva detto ai suoi discepoli: «Wer dich begrüßt, heißt mich willkommen, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato… Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, wahrlich, ich sage: er wird seine Belohnung nicht verlieren". Mentre ora estende questa visione all’intera umanitàpanta ta ethne, πάντα τὰ ἔθνη del v.22: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, du hast es mir angetan". Perché come recita un antico inno adoperato nella liturgia del Giovedì Santo: «Ubi caritas et amor, Gott ist da».

Buona Domenica a tutti!

Aus der Eremitage, 25 November 2023

 

HINWEIS

[1] La rielaborazione di Tolstòj apparve per la prima volta anonima sulla rivistaRusskij rabocij” (L’operaio russo), Nein. 1 der 1884, mit dem Titel “Djadja Martyn” (Zio Martyn). Im 1886 il racconto, mit dem Titel “Dove c’è amore c’è Dio”, fu inserito in un volume edito a Mosca da Posrednik assieme ad altri otto, tutti con la firma di Lev Tolstòj

[2] Severo Sulpicio,Vita di Martino, EDB, 2003

[3] Michel de Certeaux, Mai senza l’altro. Viaggio nella differenza, 1983

[4] J.P. Sartre, Porta chiusa, Bompiani, Mailand 2013

[5] Pirandello L., Maschere nude. Vol. 5: Enrico IVLa signora Morli, una e dueVestire gli ignudi, Mondadori, 2010

 

 

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Wir sollten mehr über die Sünde der Zeitverschwendung nachdenken

Homiletik der Väter der Insel Patmos

Wir sollten mehr über die Sünde der Zeitverschwendung nachdenken

Sie möchten sie jedoch verstehen, denn jede parabolische Geschichte ist offen für eine Vielzahl von Interpretationen, Talente bleiben ein Geschenk, das man nicht für sich behalten kann, es versteckt sich auch nicht, aber es muss multipliziert werden. Sie offenbaren diesen Gott, Mehr als ein Meister erweist er sich uns Kindern gegenüber als Vater und bietet im Laufe der Zeit jedem von uns und unseren Gemeinschaften viele dieser Gnaden an.

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Ein Geschenk kann aus tausend Gründen angeboten werden, manchmal sogar nichtadlige. Aber es hat eine unverwechselbare Eigenschaft auf seiner Seite: es offenbart die Identität desjenigen, der es anbietet, und desjenigen, der es empfängt. Das Evangelium von diesen Sonntag präsentiert einen ganz besonderen Spender, der kein einziges Geschenk macht, sondern alles Gute. Lass uns lesen:

„Zu dieser Zeit, Jesus erzählte seinen Jüngern dieses Gleichnis: „Es wird einem Mann passieren, der, Eine Reise machen, Er rief seine Diener und gab ihnen seine Waren. Einem gab er fünf Talente, zu zwei weiteren, zu einem anderen, Je nach der Kapazität der einzelnen; dann ging er. Sofort machte sich derjenige, der fünf Talente erhalten hatte, daran, sie zu nutzen, und fünf weitere verdient. So auch derjenige, der zwei erhalten hatte, er hat zwei weitere verdient. Derjenige, der nur ein Talent erhalten hatte, Er machte ein Loch in die Erde und versteckte dort das Geld seines Herrn. Nach langer Zeit kam der Herr dieser Diener zurück und wollte mit ihnen abrechnen. Derjenige, der fünf Talente erhalten hatte, erschien und brachte fünf weitere, Sprichwort: «Lord, Du hast mir fünf Talente gegeben; dort, Ich habe fünf weitere verdient.“. "Nun, guter und treuer Diener - sagte ihm sein Herr -, Du warst im Kleinen treu, Ich werde dir Macht über vieles geben; nimm teil an der Freude deines Meisters“. Dann trat der vor, der zwei Talente erhalten hatte, und sagte:: «Lord, Du hast mir zwei Talente gegeben; dort, Ich habe zwei weitere verdient.“. "Nun, guter und treuer Diener - sagte ihm sein Herr -, Du warst im Kleinen treu, Ich werde dir Macht über vieles geben; nimm teil an der Freude deines Meisters“. Schließlich erschien auch derjenige, der nur ein Talent erhalten hatte, und sagte: «Lord, Ich weiß, dass du ein harter Mann bist, die ernten, wo du nicht gesät hast, und sammeln, wo du nicht zerstreut hast. Ich bekam Angst und versteckte dein Talent im Boden: Hier ist, was dir gehört“. Der Meister antwortete ihm: „Böser und fauler Diener, Du wusstest, dass ich ernte, wo ich nicht gesät habe, und sammle, wo ich nicht ausgestreut habe; Du hättest mein Geld den Bankiers anvertrauen sollen und so, zurückkehren, Ich hätte meins mit Zinsen zurückgezogen. Also nimm ihm sein Talent weg, und gib es dem, der die zehn Talente hat. Denn das hat jeder, es wird gegeben und im Überfluss vorhanden sein; aber für diejenigen, die es nicht haben, sogar was er hat, wird ihm genommen. Und wirf den nutzlosen Diener hinaus in die Dunkelheit; es wird Weinen und Zähneknirschen geben“. (MT 25,14-30).

Das evangelische Lied dieses Sonntags fügt eine Präzisierung der Bedeutung der Wachsamkeit hinzu, die bereits im Gleichnis von den zehn Jungfrauen dargelegt wurde (MT 25,1-13). Dort bedeutete Wachsamkeit, vorausschauend zu sein, bereit sein, sich fertig machen, Rüsten Sie sich mit dem aus, was Sie brauchen, und berücksichtigen Sie dabei eine lange Wartezeit. Jetzt, im Gleichnis von den Talenten, Wachsamkeit wird als Aufmerksamkeit und Verantwortung im Alltag definiert und als Loyalität in kleinen Dingen ausgedrückt („Du warst ein wenig treu“: MT 25,21.23).

Erinnern wir uns zunächst daran, welche Funktion die Parabel hat. Diese Form der Kommunikation beinhaltet häufig die Verwendung hyperbolischer Sprache, eine paradoxe Situation, mit bewussten Übertreibungen, die aufgrund der damit verbundenen Gewalt sogar skandalisieren können. Es betrifft uns, WHO, die Strafe des bösen Dieners. Aber auch das Ende ist überraschend, wie es oft in fiktiven parabolischen Geschichten passiert, präsentiert eine echte Wendung: Talent wird denen genommen, die nur eines haben, und denen gegeben, die bereits viele haben. Die Frage stellt sich beim Leser: Was für ein Herr ist derjenige, der sich erlaubt, seinen Diener auf diese Weise zu demütigen, der letztendlich umsichtig gehandelt hat?

Es wurde gesagt, dass Wachsamkeit es betrifft nicht nur die eschatologische Erwartung, sondern betrifft voll und ganz die Beziehung zum Alltagsleben, mit seinen alltäglichen Realitäten. Matthäus-Gleichnis, womit eine etwas andere und komplexere Parallele besteht Lukas 19,11-27, es ist sicherlich in einen eschatologischen Kontext eingefügt - der V.30 platziert es am Horizont des Jüngsten Gerichts: „Wirf den nutzlosen Diener in die Dunkelheit, es wird Heulen und Zähneknirschen geben“ – aber das bekräftigt nur, dass dieses Endgericht hier und jetzt vorbereitet wird, in der Gegenwart der Geschichte, etwas, das in all seinen Beweisen im Gleichnis vom Jüngsten Gericht gezeigt wird (MT 25,31-46) nächsten Sonntag. Dort wird die eschatologische Autorität der Kleinen und Armen deutlich zum Vorschein kommen. Das endgültige Urteil wird auf der Grundlage der zu ihren Gunsten durchgeführten oder unterlassenen Handlungen der Nächstenliebe und Gerechtigkeit erfolgen. Der Alltag erweist sich so als eschatologischer Ort schlechthin, denn es ist die Zeit, die uns gegeben ist. So das Gleichnis nach der Verteilung der Talente[1] auf personalisierte Weise, den Fähigkeiten der Empfänger angemessen sein, entfaltet sich zwischen dem „unmittelbar“ (v.15) von denen, die sie profitabel machen und die nach „einer langen Zeit“ (V.19) der Rückkehr des Meisters. Außerdem scheint es nicht wichtig zu sein, Zumindest in dieser Geschichte, die Menge der erhaltenen Geschenke, da die beiden fleißigen Diener, obwohl sie Talente in unterschiedlichem Maße erhielten, Sie erhalten jedoch die gleiche Belohnung. Wichtig ist vielmehr die Zeit, deren Dauer die Wahrheit der Menschen ans Licht bringt, ihres Verhaltens, ihres Nachlasses und ihrer Verantwortung. Der Lauf der Zeit ist aufschlussreich; Tatsächlich konnten die ersten beiden Diener sofort erkennen, dass es das erste große Geschenk war, das sie nutzen konnten, und verschwendeten es nicht, indem sie es wegwarfen.

Wir sollten mehr über die Sünde der Zeitverschwendung nachdenken. Wenn der dritte Diener darüber nachgedacht hätte, hätte er es ausgenutzt, denn am Ende würde die Belohnung die gleiche sein wie die der ersten beiden Diener, die mehr erhalten hatten. Aber wie oben gesagt, das Geschenk ist, sowie die aufgewendete Zeit, die Charaktere in diesem Gleichnis enthüllen. Das gilt auch für den Spender, auch wenn Jesus es zunächst hinter einem anonymen Mann verbirgt (V.14), Es ist eindeutig Gott, der später tatsächlich „Herr“ genannt wird. (Kyrie, Herr, Gott v.20.22.24). Nur Er ist in der Lage, alle seine Dinge zu verschenken [2], auf präventive und unerwartete Weise, insbesondere gegenüber Empfängern, die, so unternehmungslustig sie auch sein mögen, immer noch Diener sind. Einige Kirchenväter wollten hinter der Gabe der Talente die Gabe des Wortes Gottes sehen, in Erinnerung an das Gleichnis vom guten Samen, der je nach dem Boden, den er findet, Frucht bringt. Irenäus von Lyon, die gestorben sind in 202 Gleichstrom, er sah darin das Geschenk des Lebens, von Gott den Menschen geschenkt. Sie möchten sie jedoch verstehen, denn jede parabolische Geschichte ist offen für eine Vielzahl von Interpretationen, Talente bleiben ein Geschenk, das man nicht für sich behalten kann, es versteckt sich auch nicht, aber es muss multipliziert werden. Sie offenbaren diesen Gott, Mehr als ein Meister erweist er sich uns Kindern gegenüber als Vater und bietet im Laufe der Zeit jedem von uns und unseren Gemeinschaften viele dieser Gnaden an. Die Fähigkeit, sie zu erkennen und Früchte tragen zu lassen, ist die Eigenschaft furchtloser Diener, die auch wissen, wie man Risiken eingeht.

Der Sinn des Gleichnisses aber es ist nicht wirtschaftlicher Natur, das heißt, in der Fähigkeit, aus der Kapitalanlage Gewinne zu erzielen, weil die Belohnung, in diesem Sinne, es hätte dem Wert und der Größe des angesammelten Vermögens angemessen sein müssen. Stattdessen geht es darum, sofort zu handeln und nicht in der vorgegebenen Zeit untätig zu bleiben. Unter Berücksichtigung der Tatsache, dass der Herr zurückkommen und nach einem Grund fragen wird («er legt den Grund dar» übersetzt die Vulgata) wie sich die Diener verhalten haben. Sie werden entdecken, dass es in seinen Augen auf Güte und Treue im Handeln ankam und dass das, was viel schien, im Vergleich zur Belohnung tatsächlich sehr wenig war: "Nun, guter und treuer Diener - sagte ihm sein Herr -, Du warst im Kleinen treu, Ich werde dir Macht über vieles geben; nimm teil an der Freude deines Meisters“.

Das Gleichnis wird so zu einer Einladung an die Jünger und dass die Gemeinschaften angesichts der Schwierigkeiten der aktuellen Zeit nicht unbeweglich und verzaubert bleiben, jederzeit einsatzbereit, Wir sind uns der empfangenen Gaben bewusst und wissen, dass dies, was uns gegeben wird, die günstige Zeit ist. Die Herausforderungen, die es mit sich bringt, und die veränderten kulturellen Bedingungen sollten uns nicht erschrecken oder uns nur mit dem, was bereits getan wurde, glücklich machen oder uns durch Aktivismus als Selbstzweck berauschen lassen. Das Gleichnis bittet Christen um Bewusstsein, Verantwortung, Kühnheit und vor allem Kreativität, alle Realitäten in Worten zusammengefasst: Sei gut und treu.

Schließlich haben wir uns gefragt Erstens, weil der Meister, Protagonist des Gleichnisses, Er hat den dritten Diener so schlecht behandelt. Was an dieser Geschichte auffällt, ist genau die Vorstellung, die der Diener von ihm hatte. Während die ersten beiden Diener nicht darüber nachdenken mussten, Fast so, als ob es für sie automatisch wäre, dass, wenn der Besitzer Ihnen ein Geschenk macht, es sofort profitabel gemacht werden sollte, Der andere Diener entwickelt stattdessen seine eigene Idee, wir könnten seine Theologie sagen, was seine Wirkung blockiert, weil die Vorstellung von Angst sie dominiert. Gefangen in diesem Bild, das er von seinem Meister hat, das eines harten und anmaßenden Mannes, Obwohl er über die große Gabe eines Talents verfügt, kann er ihm nicht vertrauen. Und das wird sein wahres Drama sein.

Seine Untätigkeit er wird auf die gleiche Weise gerichtet wie die Guten und Gläubigen, aber genauso böse und faul. Hätte er zumindest ein Sparkonto eröffnet, hätte er die Zinserträge erhalten, aber er zog es vor, seine Gabe zu begraben, und zwar aus diesem Grund, wenn keine Zeit mehr zum Handeln bleibt, zum Zeitpunkt des Urteils, es wird zu Weinen und Zähneknirschen kommen, ein biblischer Ausdruck, der auf das Scheitern des eigenen Lebens hinweist[3].

Ein funktionierender Glaube ist wichtig im Wortschatz des ersten Evangeliums. Jesus spricht vom Glauben derer, die an seine Heilung glauben, das des Zenturios (8,10), des Gelähmten (9,2), der blutenden Frau (9,22), der beiden Blinden (9,29), della Cananea (15,28), und ermutigt sein Team, wurde nie wegen „wenig Glaubens“ kritisiert, mehr zu haben (vgl.. 6,30).

Unser Gleichnis Es könnte daher etwas darüber bedeuten, ob man in der Zwischenzeit, die vom Gericht trennt, an Gott glaubt oder nicht. Der dritte Diener, teuflisch, er hat keinen Glauben mehr, er hat es mit der Zeit verloren: er vergaß, dass das, was ihm anvertraut worden war, investiert werden musste, damit es für den Meister Früchte tragen würde, sondern auch zu seinen Gunsten: es ist daher unbrauchbar geworden (V.30). Dass es in dem Gleichnis um die Gabe des Glaubens geht, es kann auch indirekt aus einem anderen Text des Neuen Testaments abgeleitet werden, wo der heilige Paulus sagt, dass dieses Geschenk auf mysteriöse Weise personalisiert ist, genau wie in dem Gleichnis, das Jesus erzählt:

„Für die Gnade, die mir geschenkt wurde, Ich sage es jedem von euch: Schätzen Sie sich selbst nicht mehr als angemessen, aber beurteilt euch selbst weise und gerecht, jeder nach dem Maß an Glauben, das Gott ihm gegeben hat“ (RM 12,3).

Abschließend könnten wir uns fragen: Welche Vision haben wir von Gott?? Der Rachsüchtige, fordernd und hart, das Angst einflößt oder das befreiende, positiv, das uns vertrauensvoll und ohne Angst handeln lässt, wie Jesus es gelebt und uns gelehrt hat?

Aus der Eremitage, 19 November 2023

 

HINWEIS

1 Das Talent, was auch „das, was gewogen wird“ bedeutete, es war eine Gewichtseinheit von ungefähr 30-40 kg. entsprechend sechstausend Denaren. Denn ein Denar, gemäß dem, was Matthäus selbst in erklärt 20,2 (Matteo geht sehr präzise mit Münzen um, und in seinem Evangelium werden mehrere Typen aufgeführt), Dabei handelt es sich um die Höhe des Lohns für einen Arbeitstag, hier meinen wir eine große Summe, die den Bediensteten zur Verwaltung gegeben wird

2 Im Gleichnis von den mörderischen Pächtern zögert er nicht, auch seinen Sohn zu senden (MT 21,37)

3 "Trotzdem, Das Himmelreich ist wie ein Netz, das ins Meer geworfen wird, der alle Arten von Fischen sammelt. Wenn es voll ist, Die Fischer ziehen es an Land, Sie setzen sich, Sie sammeln die guten Fische in Körben und werfen die schlechten weg. So wird es am Ende der Welt sein. Die Engel werden kommen und die Bösen von den Guten trennen und sie in den Feuerofen werfen, Da wird sein Heulen und Zähneknirschen " (MT 13,47-50).

 

 

 

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Die Väter der Insel Patmos

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Gabriele GiordanoM. Scardocci
Vom Orden der Prediger
Presbyter und Theologe

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Pater Gabriele

Die Liebe, die aus der Nächstenliebe entsteht, ist die Grundlage des Christentums

Homiletik der Väter der Insel Patmos

Die aus der Nächstenliebe geborene Liebe ist die Grundlage des Christentums

Jesus lehrt uns, dass es keine allzu große Liebe zu Gott gibt, hingebungsvoll und authentisch, und dass es nicht zur Nächstenliebe wird. Eine Liebe zur Nächstenliebe, die daher bedeutet, nach konkreten und realen Werken zu handeln, um auch anderen zu helfen, in der Heiligkeit zu wachsen. Deshalb, wie die Provenzalischen sagten, In der Liebe wächst oder schrumpft man.

 

Autor:
Gabriele GiordanoM. Scardocci, o.p.

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Liebe Leserinnen und Leser der Insel Patmos,

«Es ist offensichtlich: l„Liebe nimmt zu oder ab und bleibt nie gleich“. Wir finden diesen schönen Satz in einem alten Satz Provenzalischer Liebeskodex. Diese Maxime enthält eines der Grundgesetze der Liebe, nämlich das kontinuierliche Wachstum in der Hingabe an andere und an Gott. Liebe ist eine gemeinsame Erfahrung, die wir alle mindestens einmal in unserem Leben erlebt haben. Die Grundlage, deshalb, unserer menschlichen Liebe, Welche Liebe der Nächstenliebe und Zärtlichkeit ist immer die Liebe Gottes, die ewig ist, Er fordert uns auf, auch mit ewiger Liebe zu lieben.

Dieser Grundstein liegt bei In dem Evangelium dieses XXX. Sonntags im Jahreskreis, wo das Grundgesetz des Christentums dargelegt wird. Eine wahre kopernikanische Revolution im Judentum und in der griechischen Welt- Roman. Eine absolute Neuheit, bei der die Liebesbeziehung zwischen Gott und Mensch im Mittelpunkt steht.

Wieder einmal finden wir die Pharisäer alle vereint, um einen Rat gegen Jesus Christus abzuhalten. Die letzte Woche verlief für ihn schlecht, als sie die Herodianer geschickt hatten, um zu versuchen, ihn gegen die Römer aufzuhetzen. Diesmal schicken sie einen Juristen, ein Experte, der ihm eine Fallenfrage stellt. Welcher 613 Jüdische Gebote (nehmen Sie es einfach) Du denkst, es ist wichtiger, nach der jüdischen Hierarchie? Auch das ist eine Fangfrage, nach dem Trugschluss der falschen Dichotomie. Von mir 613 Tatsächlich gab es eine Hierarchie und Wichtigkeit der Gebote. Unabhängig davon, ob wir uns an diese hierarchische Skala erinnern oder nicht – die für Jesus einfach war – bestand die Falle darin, auf die Antwort Jesu zu hören, wie auch immer die Antwort gewesen wäre, Antwort, dass die zitierte Regel vielmehr die unwichtigste sei. In tal-modo, Sie wollten Jesu mangelnde Verbindung zur jüdischen Tradition und zu Gott diskreditieren und zeigen. Jesus befreit sich erneut aus dieser Argumentationsfalle. Und er nutzt die Situation, um das Zentrum und den Kern der Lehre des Christentums anzubieten. Jesus antwortet:

«”Du wirst den Herrn, deinen Gott, von ganzem Herzen lieben, und mit deiner ganzen Seele und mit all deinen Gedanken”. Das ist das große und erste Gebot. Der zweite ist diesem ähnlich: “Du sollst deinen Nächsten lieben wie dich selbst”. An diesen beiden Geboten hängt das ganze Gesetz und die Propheten ".

Die Nachrichten es besteht zunächst in der Formulierung dieser beiden Gebote. Der erste ist dem Deuteronomium entnommen 6,5 und es ist mit dem Gesetz der Heiligkeit verbunden, das wir in Levitikus finden 19,18. Hier liegt also die untrennbare Verbindung zwischen der Liebe zu Gott und dem Nächsten, die bereits im Alten Testament vorhanden und vorgezeichnet ist und dann von Jesus explizit gemacht und verkündet wird. Diese Antwort bricht jede Gegenantwort. Und es ist eine Antwort, die auch heute noch für uns gültig ist.

Jesus lehrt uns, dass es so etwas wie Liebe nicht gibt gegenüber Gott, der sehr groß ist, hingebungsvoll und authentisch, und dass es nicht zur Nächstenliebe wird. Eine Liebe zur Nächstenliebe, die daher bedeutet, nach konkreten und realen Werken zu handeln, um auch anderen zu helfen, in der Heiligkeit zu wachsen. Deshalb, wie die Provenzalischen sagten, In der Liebe wächst oder schrumpft man. Wir wachsen in der Liebe zu Gott, weil die Werke der Barmherzigkeit unsere Wahl des Glaubens, der eine Beziehung zum ewigen Du Gottes darstellt, ständig antreiben, ewig verliebt in seine Schöpfung und damit in die Menschheit. Gleichzeitig, Mit Nächstenliebe zu lieben bedeutet, sich für ein verantwortungsvolles Engagement in der Kirche zu entscheiden, damit alle anderen Gläubigen durch uns Christus begegnen können. Wenn du aufhörst zu lieben, auch unser Leben und unsere Freude, nach und nach verblassen sie. Dadurch wird auch unser Mensch immer mehr in sich selbst verschlossen. Jesus bittet uns, unsere authentische und zärtliche Liebe in Umlauf zu bringen.

Wir bitten den Herrn die Stärke und der Mut großzügigen und barmherzigen Handelns, damit alle vereint auf dem Weg der Heiligkeit wachsen, der zum ewigen Leben führt.

So sei es.

Novelle Santa Maria in Florenz, 29 Oktober 2023

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