Gabriele Giordano M. Scardocci
Da Ordem dos Pregadores
Presbítero e Teólogo

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Quando Jesus foi batizado por seu primo nas margens do rio Jordão

Homilética dos Padres da ilha de Patmos

QUANDO GESÙ FU BATTEZZATO DA SUO CUGINO SULLE RIVE DEL FIUME GIORDANO

Quel battesimo non è quello sacramentale che noi abbiamo ricevuto. O do Batista era um banho ritual de purificação ainda hoje usado na tradição judaica.

 

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, o.p.

 

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Queridos irmãos e irmãs,

nella nostra vita tutti quanti siamo in cerca di giustizia. Una giustizia per un torto subìto, per una persona che amiamo rimasta colpita da un’ingiustizia, per varie situazioni sociali e via dicendo. Cercare giustizia implica cercare che ognuno abbia ciò che gli è dovuto, secondo la classica definizione di giustizia offerta dal giurista Ulpiano nel Digesto. La festa del battesimo del Signore è la festa della giustizia dell’uomo che riceve l’amore di Dio. Una volta ricevuto questo amore, lo porta agli altri.

Nel brano a Vangelo di oggi Gesù si avvicina al Battista per essere battezzato. Giovanni rifiuta. Gesù allora risponde con quello che è il centro di questa solennità:

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«”Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Allora egli lo lasciò fare».

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Adempiere ogni giustizia vuol dire per Gesù farsi battezzare. Vamos esclarecer: quel battesimo non è quello sacramentale che noi abbiamo ricevuto. Quello del Battista, fratello del Signore (ossia suo cugino, ma in ebraico i cugini sono indicato come fratelli), era un bagno rituale di purificazione, il cosiddetto מקווה (mikveh) in uso tutt’oggi nella tradizione ebraica. Gesù non ha il peccato originale da lavare attraverso quel Sacramento del Battesimo da lui stesso istituito [cf.. MT 28,19-20]. Este mikveh lo chiede proprio per rendere giustizia alla volontà di Dio Padre. Perché la missione di salvezza dell’uomo per cui il Padre lo ha mandato sia il centro di tutto.

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Gesù battezzandosi compie un atto di giustizia: dà al Padre ciò che gli è dovuto. Così subito dopo si spalancano i cieli. Ed ecco la voce del Padre e lo Spirito Santo si rendono visibili. Tutta la Trinità è presente. Il Padre dice che Gesù è suo Figlio e in quel Figlio ha posto il suo compiacimento. Da quel momento prendono inizio i tre anni di predicazione di Gesù e i suoi miracoli di guarigione.

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Dalla giustizia del Padre Gesù attinge grazia e forza per esprimere la verità di Dio in parole e segni. Tutto questo lo porterà ad accogliere anche i terribili giorni della Passione e la gloriosa resurrezione. Dio Padre e tutta la Trinità offrono questa possibilità anche a noi.

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Il Battesimo del Signore è una buona occasione per fare memoria anche del nostro Battesimo sacramentale, quando il Signore lavò il peccato originale e il nostro legame col male. Da quel momento noi siamo stati adottati anche dalla Trinità. Siamo diventati figli dell’Eterno Padre in Gesù Cristo. Siamo diventati Figli nel Figlio. Portanto, se responsabilmente e con libertà rispondiamo alla chiamata di essere figli e accettiamo la sua grazia, Dio pone anche su di noi il suo compiacimento.

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Che vuol dire questo in concreto? Anzitutto che da quando siamo stati concepiti Dio ha iniziato ad amarci di un amore viscerale e profondo. Questo amore ci ha accompagnato per tutta la nostra vita fino a oggi. Un amore che è, ao mesmo tempo, materno e paterno. Perchè Dio è Padre, e in quanto padre ci dona il Figlio e sin dall’inizio ci dona il desiderio di conoscere e cercare la verità, perchè Gesù è la verità. E al contempo ci dona lo Spirito Santo Amore. Che è la parte materna di Dio. Da qui l’espressione del Beato Pontefice Giovanni Paolo I che, lasciando un po’ perplessi alcuni, durante una sua catechesi disse «Dio è padre e madre» [cf.. Ângelus, 10.09.1978] sottintendendo a questo modo che nel tutto sono racchiuse sia la paternità sia la maternità.

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Cerchiamo di portare questa conoscenza della verità a tutto il mondo tramite la tenerezza e gentilezza. Così trasformeremo il nostro battesimo da atto sacramentale ad atto di amore concreto per il prossimo. Scriveva lo storico Cesare Cantù: «La carità è il solo tesoro che si aumenta col dividerlo». Pedimos ao Senhor, hoje, di fare memoria del nostro battesimo, per riscoprire di essere amati incondizionatamente da sempre e per

O tempo todo.

Que assim seja.

 

Santa Maria Novella in Firenze, 6 Janeiro 2023

Epifania do Senhor

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Um sonho do qual ganha vida a realidade divina da redenção do homem

Homilética dos Padres da ilha de Patmos

UN SOGNO DAL QUALE PRENDE VITA LA DIVINA REALTÀ DELLA REDENZIONE DELL’UOMO

Nel sogno di Giuseppe l’Angelo può parlare con serenità e tranquillità in nome di Dio. Por que José, cujo coração já está preparado para acolher a Deus, adesso può comprendere i dettagli del piano divino alla luce della fede.

 

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, o.p.

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Cari Lettori e amici de A Ilha de Patmos,

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tutti abbiamo dei sogni. Siamo uomini e tendiamo sempre ad accogliere i nostri desideri e le nostre aspirazioni più profonde. Dunque abbiamo un fine, uno scopo più grande e ben preciso che orienta tutte le altre scelte più piccole e quotidiane. Tutti i nostri sogni tendono a umanizzarci e renderci migliori perché attraverso di essi riflettiamo, ci mettiamo alla prova e siamo disponibili a metterci in gioco.

José também aveva il suo sogno. Sposare la sua fidanzata, Maria. Gli mancava poco al passo della celebrazione rituale delle nozze. Ma Giuseppe si rende conto che Maria è incinta. Assim, improvvisamente, si trova dentro un dramma. Il suo sogno si spezza. Quello che tanto aveva desiderato e atteso non potrà più avverarsi. Maria non potrà essere sua sposa. Superato però lo scoramento iniziale, Giuseppe non si perde d’animo. Con giustizia verso Dio e verso la stessa Maria, si pone in obbedienza alla legge del Deuteronomio: per evitare la lapidazione decide di scrivere una lettera per rompere il fidanzamento in modo discreto e riservato. Dio va in aiuto a Giuseppe e in sogno gli manda un Angelo. Ecco allora che Giuseppe può abbandonare il suo sogno per entrare nel sogno di Dio. Nel sogno di Giuseppe l’Angelo può parlare con serenità e tranquillità in nome di Dio. Por que José, cujo coração já está preparado para acolher a Deus, adesso può comprendere i dettagli del piano divino alla luce della fede.

Giuseppe viene a sapere dall’Angelo che deve dare il nome al figlio di Dio. A quel figlio così speciale, voluto dall’Eterno Padre, prima persona della Trinità, Giuseppe è chiamato a dare il nome. Il dare nome implica avere la patria potestà e offrire la paternità legale. E Gesù è figlio di Giuseppe per via legale. (D)are il nome vuol dire che Dio affida a Giuseppe un compito importantissimo: annunciare al mondo che Gesù, quel bambino giunto così misteriosamente nella sua vita, è Dio che salva il mondo intero. Giuseppe diviene così il primo annunciatore del nome di Dio che offre l’annuncio di salvezza. Finalmente si adempie e realizza il sogno di Dio preannunciato in Isaia [cf.. 7,14]. Quando Giuseppe si sveglia ha nel cuore la chiave di volta di quel sogno spezzato. Ha guadagnato tutto centuplicato, nel sogno di Dio che si realizza in lui. Così prende Maria con sé, come marito fedele, sposo affettuoso e uomo attento e preciso nel suo lavoro e custodisce la sua sposa. Insieme a Maria si prende cura e custodisce quel bambino così misterioso. Con Maria gli insegna le pratiche della fede ebraica. Giuseppe nella sua leale castità è padre fecondo e autentico per questo figlio così misterioso.

Il sogno di Dio supera quello umano di Giuseppe. Ed è ancora più bello e inatteso. Scrive la biblista Rosalba Manes:

«Con Giuseppe l’uomo torna ad essere come la Genesi ce lo presenta prima del peccato: cultore e custode dei doni di Dio»

Questo può avvenire nelle nostre vite. Quante volte dobbiamo abbandonare progetti e sogni. Con fatica ci riusciamo. Ma se lasciamo tutti i progetti entrando nel sogno di Dio, non perderemo niente ma avremo tutto centuplicato.

Pedimos ao Senhor di far entrare le nostre vite nel Suo Sogno, per diventare tutti dei piccoli Giuseppe e Maria, e con la grazia che abbiamo ricevuto, donare al mondo la salvezza di Dio.

Que assim seja.

Santa Maria Novella in Firenze, 18 dezembro 2022

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Essa preciosa dúvida humana que nos transforma em luzes do Deus vivo

Homilética dos Padres da ilha de Patmos

QUEL PREZIOSO DUBBIO UMANO CHE CI TRASFORMA IN LUCI DEL DIO VIVENTE

Il dubbio assale Giovanni il Battista durante la sua carcerazione, quando deve sperimentare la solitudine della notte dell’anima e della fede comincia a nutrire dubbi e a pensare che l’annuncio dato su Gesù non sia del tutto vero

 

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, o.p.

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Cari Lettori e amici de A Ilha de Patmos,

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nella nostra vita può capitare di vedere cose così tal belle da non credere che siano reali. Forse abbiamo dimenticato come ci si stupisce. Su questo i bambini sono dei veri maestri. Portanto, quando accade qualcosa di gioioso e bello, facilmente ci chiediamo: «… è successo davvero? O forse è solo tutto un sogno?». In quel momento siamo tutti un pocome il filosofo Cartesio che in un celebre passo delle Meditazioni Metafisiche scrive:

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«Riflettendoci con più attenzione, tanto chiaramente mi rendo conto che non è mai dato di distinguere la veglia dal sogno con criteri certi, da rimanere attonito; e proprio questo stupore mi riporta quasi a credere di star sognando anche ora».

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Ma ecco allora Gesù che viene a darci una bella sveglia invitandoci in questo cammino di Avvento a fugare i dubbi perché quanto sta accadendo non è un sogno. Dio prende la natura umana, si fa uomo, per essere vicino a tutti noi. È tutto vero. Così quello che è impensabile e che sembra appunto un sogno irrealizzabile invece è realtà.

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Questo dubbio in fondo ad un certo punto l’aveva avuto anche Giovanni il Battista. Dentro Vangelo di questa III Domenica d’Avvento vamos ler:

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"Naquela época, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?».

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Il dubbio assale Giovanni il Battista durante la sua carcerazione, quando deve sperimentare la solitudine della notte dell’anima e della fede comincia a nutrire dubbi e a pensare che l’annuncio dato su Gesù non sia del tutto vero. Nell’ora dell’abbandono è facile pensare che sia tutto troppo bello per essere vero, esattamente come accade anche a noi. Non perché siamo stati tutti davvero carcerati, ma perché possiamo aver trascorso dei periodi di isolamento, di solitudine, di abbandono. Ci sentivamo soli e pensavamo che Gesù non fosse venuto davvero anche per noi, che in quel momento non fosse davvero presente, nella nostra sofferenza. In questo Avvento proviamo a far memoria di questi momenti per rileggerli alla luce del Natale: Gesù c’era in quella notte esistenziale.

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Gesù nel Vangelo infatti rassicura il Battista che è veramente lui il Figlio di Dio, colui che nascendo è venuto illuminare la tenebra del mondo e dell’uomo e a farlo splendere. Per farci brillare come lui nella notte di Natale è la luce del mondo. E far splendere la luce della nostra vita.

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L’Avvento sia così anche il cammino di comprensione e di rilettura con lo sguardo di quella fede che alla luce della grotta di Betlemme ci trasforma tutti in piccole luci del Signore. Tutti possiamo diventare i testimoni del messaggio che quel piccolo bambino è il figlio di Dio, que é verdadeiro Deus e verdadeiro homem.

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Dio ci guidi e ci accompagni in questo tempo di Avvento, perché con la sua grazia e i suoi doni, diventiamo nel Signore il suo Dono di Natale per il mondo sofferente.

Que assim seja.

Santa Maria Novella in Firenze, 11 dezembro 2022

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Com a figura de João Batista redescobrimos a humildade no precioso deserto do Advento

Homilética dos Padres da ilha de Patmos

CON LA FIGURA DI GIOVANNI BATTISTA RISCOPRIAMO L’UMILTÀ NEL PREZIOSO DESERTO DELL’AVVENTO

Il precursore, o batista, ele é quem fala no deserto. Use roupas muito esparsas, alimentava-se de plantas e gafanhotos. Questa è la tipica condizione di colui che è in una fase di purificazione della propria vita.

 

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, o.p.

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Cari amici e Lettori de A Ilha de Patmos,

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chiunque abbia praticato uno sport, per esempio il calcio, il nuoto, l’equitazione … si ricorda di un istruttore, un educatore, o qualcuno che l’ha istruito e accompagnato fino a diventare un bravo calciatore, nuotatore o fantino

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Nel Vangelo di oggi entra in scena la figura di Giovanni il Battista. Colui che fa da ponte fra Antico e Nuovo Testamento e che similmente all’allenatore che abbiamo conosciuto sul campo da calcio, in piscina o al maneggio, ci prepara alla via. In questo caso alla via di Dio. Ci viene presentato subito ad inizio della pericope:

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«In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, provérbio: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando disse: Voz do que clama no deserto:/ Prepare o caminho do Senhor, / suas veredas!».

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Il Battista ci dice molte cose, incluso che l’antico patto ebraico sarà modificato per un cambiamento epocale e definitivo. Who, lo stesso Matteo, riporta le parole del Battista che annuncia una conversione per la venuta del regno dei cieli, che è vicino. Cosa intende per regno dei cieli? Non c’è dubbio che per noi e il tempo che viviamo il Battista annuncia la presenza di Dio e la venuta di Cristo nella storia. Ma prima di questo c’è un dettaglio importante: lo stesso Isaia citato nel testo evangelico annuncia l’arrivo di un annunciatore, di un precursore nel deserto che accompagnerà la consapevolezza della venuta di Dio nella nostra vita. Ecco allora che Gesù è preannunciato nel deserto da qualcuno che prepara la sua via affinché tutti i membri del popolo possano accoglierlo.

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Anche per noi c’è il grande annuncio della comunità dei credenti. Qui Battista è in persona ecclesiae, diremo noi teologi rappresenta tutta la Chiesa che, nonostante le sue defezioni e quelle nostre, che la componiamo e che siamo tutti peccatori nati col peccato originale, è colei che ci aiuta ad arrivare a Gesù. Dio per mezzo di tutta la Chiesa ci aiuta a raddrizzare i nostri sentieri storti per riprendere la corretta via verso Dio.

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Ora il precursore, o batista, ele é quem fala no deserto. Porta un vestiario molto trasandato, alimentava-se de plantas e gafanhotos. Questa è la tipica condizione di colui che è in una fase di purificazione della propria vita. Probabilmente il Battista viveva una forma di vita simile a quella degli Esseni che avevano la loro comunità a Qumran una setta giudaica, diríamos hoje, di stretta osservanza. Egli prepara la via in quel deserto che può essere un luogo fisico ma anche un atteggiamento interiore. Nel deserto si possono percorrere tragitti nella sabbia che non conoscevamo. Basta avere una guida saggia ed attenta che conosca lei per prima il deserto. Esperto come lo era appunto Giovanni per coloro che voleva aiutare a convertirsi e lo faceva tramite il battesimo di conversione che amministrava. Non era certo il battesimo sacramentale che conosciamo noi oggi, ma un rito di purificazione che avveniva attraverso l’immersione nelle acque del Giordano di coloro che avevano deciso di confessare e riconoscere i propri peccati. Una pratica penitenziale che lavava dai peccati, dalle colpe e dalle imperfezioni.

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Dopo essere passati nella sabbia del deserto, serve proprio l’acqua rinfrescante. Anche nella vita di fede che viviamo ora in questo Avvento. Riscopriamo quello che è per noi il sacramento del lavaggio e pulizia della nostra anima, cioè la confessione. In cui dopo aver vagliato le desertificazioni di tutti i peccati mortali, possiamo ricevere l’effusione e il lavacro della riconciliazione.

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Pedimos ao Senhor di riscoprire l’umiltà quale base per la conversione quotidiana, per percorrere i nostri deserti esistenziali e abbeverarci dell’acqua sempre dissetante dell’amore di Dio.

Que assim seja!

Santa Maria Novella in Firenze, 3 dezembro 2022

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A grande monarquia cristológica do Rei do Universo

Homilética dos Padres da ilha de Patmos

LA CRISTOLOGICA GRANDE MONARCHIA DEL RE DELL’UNIVERSO

I sudditi di questo Re sono tutti i credenti della sua fede, que espera em sua esperança. E sobretudo são aqueles que experimentam o Reino como comunidade de crentes que amam e operam este amor a partir desta fé e desta esperança..

 

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, o.p.

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Queridas Cartas de A Ilha de Patmos,

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quella della regalità e signoria di Cristo sul mondo è una solennità liturgica che forse sfugge a noi uomini del 2022. Siamo uomini del nostro tempo, nati e cresciuti all’ombra del secolo breve, o ancor meglio dell’età dei totalitarismi, secolo che si è concluso ventitré anni fa. Per noi la democrazia e la sua espressione mediata in sistemi socio-politici in cui siamo rappresentati è un sistema che culturalmente accettiamo. Ora mi trovo nella splendida Firenze e, come noto a tutti, i Signori di Firenze per tanti anni sono stati i Medici. Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico, ha lasciato i segni dell’opera della sua magnificenza ancora visibili nella Città di Firenze.

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Palazzo Vecchio in piazza della Signoria evoca in me proprio i fasti e le regalie dei Medici. Ma c’è un’altra Signoria che oggi è necessario ricordare. Gesù ricorda alla Chiesa e al mondo intero la sua Signoria e Monarchia sul mondo. Gesù ci ricorda che al di là di tutte le istituzioni politiche che sono dono per il cittadino e per tutti, il Signore e re della Nostra vita è lui.

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È bene per noi festeggiare e meditare sul Re: perché ci sia il Ritorno del Re, Jesus Cristo, nelle nostre vite troppo spesso distratte e perse nei meandri delle mode e dei pensieri mondani. Questo non è però un tentativo di distruggere il nostro stare nel mondo. La riflessione di oggi è proprio fondare la nostra presenza nelle nostre smart city, sapendo che siamo inviati dal Re Eterno, il cui trono è la croce. È lì che esprime il suo splendore e la sua regalità.

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La croce esprime il senso profondo e la diversità assoluta di Gesù rispetto a tutti gli altri re terreni. Perché è innalzato come tutti gli altri re, ma in un modo diverso. Esprime infatti il regno in modo completamente contrario rispetto al resto del mondo. Il Suo Regno è la carità. Gesù è il re che esercita il suo dominio nel servizio e nella donazione totale a noi: l’unico potere, l’unico scettro del Signore è l’amore di chi si dona fino alla fine. Perciò da quella croce si irradia il Regno annunciato da Cristo stesso sin dagli inizi della sua predicazione [cf.. LC 6,28 – 30].

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I sudditi di questo Re ― e sudditi è la parola giusta da usare ― sono tutti i credenti della fede in lui che attendono nella sua speranza. E sobretudo são aqueles que experimentam o Reino como comunidade de crentes que amam e operam este amor a partir desta fé e desta esperança.. Noi fedeli siamo continuamente connessi e legati al Nostro Re, che accompagna e guida la nostra libertà e responsabilità verso la Santità personale. In tal modo ci fa diventare re tutti quanti.

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Gesù riconosce con grande gioia il pentimento del ladrone pentito che domanda se potrà essere ammesso nel suo regno e al quale risponde: "Em verdade te digo:: oggi con me sarai nel paradiso». Il grande riconoscimento della propria colpa da parte del ladrone di cui non sappiamo il nome, è il suo ingresso nella fede, speranza e carità di Gesù. Che sono le condizioni di chi si fa servitore del Re. Gesù accoglie tutto questo e lo rende re a sua volta, prima in quel momento, poi definitivamente in Paradiso.

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Ecco perché questa solennità coinvolge tutti noi. Perché dal battesimo siamo tutti re, profeti e sacerdoti. Siamo re perché cerchiamo di imitare Gesù nell’attuazione del Regno D’Amore del Padre e dello Spirito Santo.

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Pedimos ao Senhor di entrare nel Suo Regno di Servizio esercitando l’umiltà di chi si riconosce peccatore e viene così esaltato nella gloria del perdono.

Buon cammino di regalità a tutti.

Santa Maria Novella in Firenze, 19 novembro 2022

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E se a partir da filmografia catastrófica americana tentamos refletir sobre o verdadeiro Apocalipse das Sagradas Escrituras?

Homilética dos Padres da ilha de Patmos

E SE A PARTIR DA FILMOGRAFIA CATASTROFÍSTICA AMERICANA TENTARMOS REFLETIR SOBRE O VERDADEIRO APOCALIPSE DAS SAGRADAS ESCRITURAS?

"O verdadeiro mártir é aquele que se tornou instrumento de Deus, que perdeu sua vontade na vontade de Deus, e que ele não deseja mais nada para si mesmo, nem mesmo a glória de ser um mártir".

 

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, o.p.

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Caros leitores de A Ilha de Patmos,

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neste XXXIII domingo do Tempo Comum nos coloca diante de um tema que diz respeito a sinais e tempos apocalípticos. No léxico atual, o termo Apocalipse nos assusta porque evoca algo terrível, soa como uma palavra que diz que todos morreremos no fim do mundo. Mas se evitarmos um pouco’ as garotas americanas cinematográficas que jogaram muito neste semestre, especialmente no período do final do primeiro milênio (1997–2000) – para o qual contribuíram vários filmes como Impacto profundo, Armagedom etc… – podemos finalmente entender realmente o que essa palavra significa, sem minimizar sua importância, mas sem sequer ter medo de cenários que profetizam grandes desastres e grandes tragédias.

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Apocalipse é uma palavra grega (revelação) compost da de (apo) eu cubro (calupto) que poderíamos traduzir como "revelado". assim, o Apocalipse é a revelação definitiva. A tradução em si deve nos tranquilizar, pois não significa nada que evoque a morte, dor e destruição. A partir disso, entendemos uma coisa importante: Jesus em música de hoje veio oferecer um revelação final e decisivo para todos aqueles que serão suas testemunhas. Jesus descreve, portanto, o caminho que todo discípulo e apóstolo é chamado a percorrer até a conclusão. Até nossa aterrissagem no Paraíso. Para tal, inspira-se numa circunstância quotidiana:

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“Enquanto alguns falavam do templo e das belas pedras e oferendas votivas que o adornavam,, disse: “Virão dias em que, de tudo que você admira, não haverá pedra sobre pedra que não seja destruída".

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O anúncio do fim do Templo e belas pedras é realmente fortissimo para o ouvinte. De fato, Jesus tem diante de si o esplêndido templo iniciado pelo rei Herodes há dez anos, que empregava cem mil operários e mil padres especialmente treinados como pedreiros. A fábrica Temple foi iniciada em 20 a.C. e continuou por muito tempo devido às inúmeras decorações. Terá acabamento com pedras brancas de calcário branco apenas no 64 depois de Cristo, e foi destruído em 70 pelo imperador Tito Vespasiano durante a primeira guerra judaica e só funcionou por seis anos. Então Jesus, Agora mesmo, ele está descrevendo um templo cheio de presentes votivos para Deus. Que "pedra sobre pedra não ficará" tem um valor que vai além da destruição da obra monumental que se apresenta aos interlocutores.

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Esta destruição anuncia um grande evento: o primeiro Templo a ser destruído será o corpo de Cristo, nos dias de sua paixão. Esse evento apocalíptico revelará verdadeiramente o amor de Deus pelo próximo. As pedras do Templo, que foram também um lugar de encontro com Deus, eles serão reduzidos em relação ao local de reunião pós-Páscoa, que será o próprio Cristo. Para esta destruição do Templo, cada um de nós que somos discípulos e seguidores de Jesus é chamado a esta oferta de si nas nossas cruzes quotidianas. Assim é o Apocalipse de suas testemunhas, ou seja, a revelação mais importante que Jesus nos oferece hoje:

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“Vocês serão odiados por todos por causa do meu nome. Mas nem um só cabelo da vossa cabeça. Por sua perseverança, você salvará suas almas".

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Jesus nos prediz que seus seguidores nos trarão antipatia e ódio. Mas, ao mesmo tempo, nos assegura que não precisamos temer nada. De fato, nosso testemunho como verdadeiros crentes gera confusão e oposição de todos aqueles que não reconhecem a verdade. Abala a consciência junto com quem não quer sair da zona de conforto a ponto de fazer de tudo para nos calar. Seremos, portanto, aqueles que são os apocalípticos, os reveladores de uma verdade maior. O Senhor nos pede para perseverar apesar das dificuldades e contrastes do mundo, porque este testemunho da verdade até o martírio branco, vai nos salvar primeiro. Aqui, então, está o núcleo central do ensino de hoje, evitando releituras catastróficas.

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Sobre o martírio branco e testemunho de seguir a Cristo, escrivão Thomas Sterne Elliott:

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"O verdadeiro mártir é aquele que se tornou instrumento de Deus, que perdeu sua vontade na vontade de Deus, e que ele não deseja mais nada para si mesmo, nem mesmo a glória de ser um mártir".

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Pedimos ao Senhor para se tornarem autênticas testemunhas do seu amor, tornar-se instrumentos da Trindade, para testemunhar ao mundo inteiro que o fim é o verdadeiro começo de todo homem, mas que esse fim deve ser alcançado após uma vida de amor e dedicação a Deus e ao próximo.

Que assim seja.

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Santa Maria Novella em Florença, 12 novembro 2022

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Gabriele Giordano M. Scardocci
Da Ordem dos Pregadores
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Se uma mulher se casar com sete homens e ficar viúva de todos, no dia da ressurreição, qual deles será seu marido?

Homilética dos Padres da ilha de Patmos

SE UMA MULHER SE CASAR COM SETE HOMENS RESTANTES VIÚVA DE TODOS, NO DIA DA RESSURREIÇÃO, QUAL DELES SERÁ SEU MARIDO?

 

“Aqueles que são julgados dignos da vida futura e da ressurreição dos mortos, eles não tomam nem uma esposa nem um marido: na verdade eles não podem mais morrer, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio».

 

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, o.p.

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artigo em formato de impressão PDF

 

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Caros Leitores da Ilha de Patmos,

«La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie»

questa domenica ci spinge a riflettere sul tema della resurrezione della carne, quindi del nostro rapporto quotidiano con Dio. Un rapporto di amore e di slancio vitale verso di noi, come quello di un Padre tenero e affettuoso che non si svincola mai dai suoi figli, che però al tempo stesso responsabilizza nella libertà individuale.

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Dentro Santo Vangelo di oggi Gesù deve innanzitutto rispondere all’interrogativo dei Sadducei che usano la legge del Levirato per cercare di metterLo in trappola e farlo contraddire. La Legge del Levirato presente — in Genesi ed Esodo — chiedeva che la vedova di un levita sposasse suo fratello e le desse dei figli, che sarebbero stati poi riconosciuti come prole del primo marito. assim, i sadducei esasperano questa Legge che creava precisi vincoli ai membri della casta sacerdotale, perché loro non credevano né alla resurrezione della carne né alla immortalità dell’Anima. Ecco allora la domanda-trappola:

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«La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».

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Gesù sa bene che quella domanda è posta per mettere in discussione le sue parole e il suo operato. Serve ai sadducei per screditarlo davanti alle folle che avevano iniziato a seguirlo, ma per rispondere e superare l’obiezione fallace offre una risposta articolata. Il punto centrale della risposta sta in queste parole:

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“Aqueles que são julgados dignos da vida futura e da ressurreição dos mortos, eles não tomam nem uma esposa nem um marido: na verdade eles não podem mais morrer, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio».

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I figli di Dio sono figli della resurrezione e non si sposano più. Questa è in sintesi la risposta del Signore che spiega come il matrimonio — realtà consacrata definitivamente da Gesù quando aveva benedetto le nozze di Cana e trasformata l’acqua in vino — sia un cammino duale e di coppia, ma innanzitutto un sentiero per la santità personale e del coniuge. Dunque un percorso che accompagna la coppia fino alla resurrezione.

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Questo è il senso profondo: c’è la vita dopo la morte. Sin dall’inizio della nostra esistenza siamo sempre stati accompagnati dal Signore. Siamo nati e non moriremo mai più. Perciò Dio, sin da quando eravamo minuscoli embrioni nel ventre della nostra mamma, ci ha sempre effuso di amore. Con il Battesimo siamo entrati poi nell’ottica di Figli di Dio: cioè adottati da Dio come figli da alimentare e sostenere ogni momento. Fra noi e Dio c’è una relazione radicale e di dipendenza. Senza di Lui non possiamo far nulla.

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Capite bene che esiste un orizzonte che supera la materia e l’orizzontalità. C’è una dimensione di eternità a cui tutti siamo chiamati. Tocca poi a noi, alla nostra libertà e al nostro libero arbitrio di rispondere responsabilmente e liberamente dinanzi alla vocazione all’eternità che ci attende. Riscopriamola in modo tale da non finire nelle congetture del puro effimero, tipico dei sadducei.

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Scriveva Sören Kierkegaard: «Nulla di finito, nemmeno l’intero mondo, può soddisfare l’animo umano che sente il bisogno dell’eterno».

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Chiediamo al Signore di riscoprire la nostra sete di eternità, per fondare ogni nostro atto quotidiano di gentilezza e amore nell’Amore di Gesù, colui che ha deciso di amarci sino alla fine.

Que assim seja

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Santa Maria Novella em Florença, 5 novembro 2022

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Gabriele Giordano M. Scardocci
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O manso não é uma ovelha, mas um leão, uma águia que recebeu o dom da força do Espírito Santo

Homilética dos Padres da ilha de Patmos

O ÁCARO NÃO É UMA OVELHA MAS UM LEÃO, UN’AQUILA CHE HA RICEVUTO IL DONO DELLA FORTEZZA DELLO SPIRITO SANTO

 

Quando viviamo le beatitudini entriamo nella maestria di Gesù: somos homens e mulheres feitos à imagem do Filho. Pequenas imagens trinitárias. Questa è la sfumatura teologico–antropologica delle beatitudini. Allo stesso tempo fa scorgere il traguardo che tutti i figli di Dio, noi credenti prendiamo insieme in quanto comunità e in quanto Chiesa.

 

Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, o.p.

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artigo em formato de impressão PDF

 

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comunhão dos santos

Qualche anno fa uscì un bellissimo film con il compianto Sean Connery: Scoprendo Forrester. È la storia di Jamal Wallace, un giovane ragazzo nero del Bronx che fa amicizia con un anziano scrittore, William Forrester, che saprà donare tanti insegnamenti importanti a Jamal, perché saprà cogliere nel ragazzo dei doni e delle potenzialità. Jamal riconosce a Forrester una certa maestria. E anche il grande dono di saper valorizzare le sue capacità.

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Essa história ci aiuta a introdurre il Santo Vangelo di oggi nel quale Gesù, divino maestro, insegnando le beatitudini, ci permette di diventare santi in modo personale e al tempo stesso in modo comunitario. Nel brano evangelico Gesù decide di salire su un monte. Esattamente come aveva fatto Mosè pronunciando i suoi grandi cinque discorsi. Si siede e prende una posizione di maestro:

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«Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro».

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Essere seduto sul monte ha un significato importante nell’immaginario di chi vedeva e osservava questa scena. Salire e sedere sul monte è una sorta di plastica raffigurazione del salire e sedere in cattedra, in modo importante e solenne, nel corso del quale Gesù espone la Grande Carta del suo insegnamento: le Beatitudini.

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Il manifesto della vita di ogni discepolo, credente e apostolo di Gesù, si vive nella pratica della virtù che poi ha come traguardo proprio le beatitudini. De um lado, assim, l’introduzione del primo versetto è chiara e importante. Gesù si siede ― do trono, diremmo oggi ―, prende la parola e insegnando li ammaestra. Rende partecipi le folle di una conoscenza divina e spiega i criteri sui quali Dio stesso giudica e agisce. Le beatitudini sono infatti il dono di Dio all’uomo e alla Chiesa.

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Quando viviamo le beatitudini entriamo nella maestria di Gesù: somos homens e mulheres feitos à imagem do Filho. Pequenas imagens trinitárias. Questa è la sfumatura teologico–antropologica delle beatitudini. Allo stesso tempo fa scorgere il traguardo che tutti i figli di Dio, noi credenti prendiamo insieme in quanto comunità e in quanto Chiesa. Viviamo le virtù e le beatitudini come fratelli. Questa è al contempo la sfumatura teologico–ecclesiale. Dunque Gesù espone il progetto per l’uomo e per la Chiesa: a Grande Carta delle beatitudini tramite cui tutti possiamo diventare santi.

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Le beatitudini narrano qualcosa di un cammino verso una via di perfezionamento dove tutti brilleremo e saremo immagine di Dio per gli altri uomini. Ma proviamo a commentare una sola delle beatitudini, che penso sia maggiormente da riscoprire in questo tempo: «Beati i miti, perché erediteranno la terra». Obviamente, il “mito”, non è la Estrela do rock, il calciatore, l’attoreneanche una narrazione eroica e degna di epicità. Qui Gesù intende il mite come colui che non ha una condotta molesta, che non aggredisce, che sa amare senza invadere la libertà e prendere i doni del prossimo, ma soprattutto senza invidiare i doni del prossimo, dando corpo a quel peccato terribile che è l’invidia della grazia altrui. Il mite è colui che vive la virtù della fortezza e si mantiene calmo nelle situazioni angosciose. Ou para esclarecer: il mite non è una pecora ma un leone, un’aquila che ha ricevuto il dono della fortezza dello Spirito Santo che rafforza la fermezza d’animo. In tal modo i miti, nella loro fortezza, erediteranno la terra. Perché la terra è il segno vitale. È il luogo dove lo Spirito penetra per rendere fecondo il raccolto. Quindi ereditare la terra vuol dire avere un animo in grado di accogliere lo Spirito Santo e fare grandi opere di amore e di tenerezza verso il prossimo.

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In questo tempo di grandi tensioni e polarizzazioni di idee e di opinioni, dov’è molto facile arrivare allo scontro verbale, specialmente sui mídia social che brulicano di anonimi leoni da tastiera, ma anche nella vita reale, chiediamo al Signore proprio questo: di riscoprire la mitezza. O come scriveva Chilone, uno dei sette saggi spartani:

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«Se sei forte, sii mite e pacifico, in modo che chi ti sta vicino abbia rispetto di te più che paura».

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Pedimos ao Senhor la grazia di vivere le beatitudini in un tempo di grande incertezza, mostrandoci radicati al Suo Amore e diventare santi del nostro tempo, cioè delle piccole stelle nel cielo tenebroso del nostro tempo, proprio come scriveva uno dei nostri più grandi poeti italiani, Dante, Canto XXXIII in Paradise: «L’amor che move il sole e l’altre stelle».

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Santa Maria Novella em Florença, 1novembro 2022

nella Solennità di Tutti i Santi

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NOTA

Dal film Un americano a Roma al nuovo film Un romano a Firenze — Padre Gabriele è stato trasferito dal Convento romano di Santa Maria Sopra Minerva a quello fiorentino di Santa Maria Novella, dove i nostri Lettori che vivono in quelle zone della Toscana lo possono reperire.

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Padre Gabriel

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Gabriele Giordano M. Scardocci
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a oração, o juiz injusto e a viúva irritante

Homilética dos Padres da ilha de Patmos

LA PREGHIERA IL GIUDICE INGIUSTO E LA VEDOVA ASSILLANTE

 

«Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, incansavelmente "

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Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, o.p.

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Queridos irmãos e irmãs,

La chiesa del convento domenicano di Santa Maria Novella in Firenze, presso il quale Padre Gabriele è stato trasferito e dove ha celebrato la prima Santa Messa nella giornata di oggi

In questa XXIX domenica del tempo ordinario il Santo Vangelo ci offre un grande e prezioso insegnamento sulla preghiera [vedere liturgia della parola WHO]. In molti altri passi ha descritto l’importanza degli atti di misericordia e carità verso Dio e il prossimo. Oggi il tema centrale è invece la preghiera:

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«Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, incansavelmente "

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Una preghiera incessante. Molto spesso agli occhi del mondo contemporaneo la preghiera è una pratica noiosa, che va evitata, perché da vecchi o perché considerato qualcosa di superato. Ao contrário, la preghiera è innanzitutto intimità con Dio. Uno stare con lui dialogando con Padre, Filho e Espírito Santo: tre Persone che ci ascoltano e dialogano con noi. Non è un dialogo fra sordi, come purtroppo accade spesso oggi, nelle comunicazioni via WhatsApp, Telegram o anche in persona. Ricordo un libro di qualche anno fa, eu'Ulisse di James Joyce. Uno dei protagonisti, Molly, comincia un lungo monologo interiore. Parla di temi anche disordinati fra loro. Distesa su un letto. Poi si risponde da sola. Si rivolge a Gesù e Dio. Ma materialmente non li ascolta.

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Gesù invece è venuto a dirci di aprire il cuore incessantemente a Dio, perché è un dialogo che vi cambierà la vita in modo definitivo. Non solo la vita, ma ogni girono che ci affidiamo a Lui nella preghiera. Assim, per rendersi più chiaro, Gesù ai suoi racconta la parabola del giudice ingiusto e la vedova insistente. Quello che il Signore vuole sottolineare è l’insistenza della vedova, nonostante la situazione di ingiustizia che ella vive. Alla fine della sua insistenza viene esaudita. Per cui alla fine della parabola dice:

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«Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Mas o Filho do Homem, quando é que, achará fé na terra?».

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La preghiera è allora la nostra azione tenace. Di affidarci a Dio nei nostri momenti di sofferenza, nelle ingiustizie che viviamo, nelle nostre aridità spirituali. Perché il Signore sa tutto di noi e nella preghiera ci alimenta continuamente della sua grazia e dei suoi doni dello Spirito Santo. La preghiera ci prepara dunque a ricevere altre grazie e altri doni più grandi. Ma come dice lo stesso Gesù alla fine con una domanda retorica, la preghiera è ciò che alimenta la fede. Quella fede, virtù teologale, che il Signore ha generato in noi e vuole ritrovare ogni giorno, perché la fede è l’innamoramento di Dio. È l’innamoramento più bello di tutti.

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a oração è dunque quell’azione che ci permette di essere sempre più innamorati e ferventi di carità verso Dio e il prossimo. Nella tradizione cattolica esistono diversi tipi di preghiera: quella vocale, il canto, la meditazione e la contemplazione. Per noi domenicani è preghiera importantissima quella contemplativa. Cum templum fare: la contemplazione è come un farsi tempio, rendersi un tutt’uno con Gesù. assim, un entrare nell’intimo di Gesù: una relazione di intimità nella carità e nella verità.

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Pedimos ao Senhor di diventare sempre più credenti che pregano Dio col cuore e con lo spirito, affinché possiamo bagnare i nostri deserti esistenziali con la pioggia dell’amore tenero e profondo di chi ci ha amato fino alla fine.

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Florença, 15 Outubro 2022

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NOTA

Padre Gabriele è stato trasferito dal convento romano di Santa Maria Sopra Minerva a quello fiorentino di Santa Maria Novella, dove questa domenica ha celebrato la prima Santa Messa e predicato per la prima volta.

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De lobos financeiros a acumuladores e ricos em graça: “A pobreza carece de muitas coisas, toda avareza

Homilética dos Padres da ilha de Patmos

DE LOBOS FINANCEIROS A ACUMULADORES E RICOS EM GRAÇA: «A POBREZA FALTA MUITAS COISAS, ALL’AVARIZIA TUTTE»

 

«Ma Dio disse all’agricoltore ricco: "Idiota, esta noite sua vida será exigida de você. E o que você preparou, de quem será?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

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Autor:
Gabriele Giordano M. Scardocci, o.p.

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artigo em formato de impressão PDF

 

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Cari lettori de L’Isola di Patmos,

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Dentro Vangelo di questa XVIII domenica Tempo comum, Gesù condanna la cupidigia o avarizia, dunque l’accumulazione smodata di beni. Un tema che può sembrare lontano da noi piccoli e medi lavoratori. L’accumulazione non riguarda solo beni e tesori legati al denaro o alle proprietà. Questa è stata l’esperienza di Jordan Belfort, corretor e imprenditore finanziario, la cui storia è stata raccontata anche nel film del 2013, Il lupo di Wall Street. All’inizio della sua carriera inizia con investimenti e guadagno truffaldini, con un legame sempre più disordinato e viziato verso il denaro. Questo lo porterà a distruggere completamente la propria vita riducendolo alla dipendenza dalla droga e alla distruzione dei i propri amici e affetti, fino al carcere.

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Oggi Gesù vuole offrirci questo insegnamento, lo dice chiaramente in questa pericope:

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«Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, mesmo se um estiver em abundância, sua vida não depende do que ele possui".

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La vita di ognuno di noi non dipende dal bene-denaro. Ma dipende dal bene primario ed essenziale che è Dio. È Lui che, se ci affidiamo, ci dona tutti gli altri beni e i mezzi per giungere al fine ultimo: la Santità e l’incontro eterno con Lui in Paradiso. Per chiarire questo il Signore racconta la parabola dell’uomo ricco e della sua campagna. Qui richiama di nuovo alla dipendenza reale che abbiamo da Dio, che decide sulla nostra vita e sulla nostra morte. Ma ancora di più: in questa parabola Gesù dice una frase molto più forte, riprendendo il finale della sua narrazione:

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«Ma Dio disse all’agricoltore ricco: "Idiota, esta noite sua vida será exigida de você. E o que você preparou, de quem será?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

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La vera ricchezza a cui tutti quanti siamo chiamati è allora la ricchezza in Dio. Una ricchezza che non si accumula facendo acquisti su Amazon, giocando in borsa, o acquistando immobili. È la ricchezza di chi veramente ha ed è ripieno della presenza e della grazia di Dio.

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Gesù non ci chiede di vivere come miserabili, come dei poveri che cercano una forma pauperistica in cui la miseria sia il nostro scopo. Ci chiede di ricollocare tutti i beni per ottenere la ricchezza della Presenza di Dio, che a oggi è possibile ottenere come dono gratuito, specialmente nei Sacramenti e nell’Eucarestia. Una ricchezza spirituale che si ottiene per dono gratuito, quando cresciamo nella preghiera e nella meditazione: questo è il tesoro della dottrina insegnata da Gesù che conduce ogni nostra vita. Ottenuto allora tutto questo, il Signore non ci farà mancare anche gli altri beni materiali.

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Scriveva l’autore romano Pubblio Sirio, nelle sue Sentenze: “A pobreza carece de muitas coisas, all’avarizia tutte».

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Pedimos ao Senhor di guarire dall’attaccamento morboso a tutte le realtà materiali ed effimere, per imparare ad attingere ai tesori trinitari della vita eterna.

Que assim seja.

Roma, 31 julho 2022

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Blog pessoal

Padre Gabriel

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