En el monte Tabor los discípulos reciben la revelación del hijo del hombre en forma transfigurada por la luz divina

Homilética de los Padres de la Isla de Patmos

SUL MONTE TABOR I DISCEPOLI RICEVONO LA RIVELAZIONE DEL FIGLIO DELL’UOMO IN UNA FORMA TRASFIGURATA DALLA LUCE DIVINA

Nella narrazione evangelica e nel cammino quaresimale viene così aggiunto un altro quadro che aiuta a rispondere alla domanda che ponevamo all’inizio: Quién es él? Ora è il Padre stesso che rivela l’identità profonda di Gesù non solo a chi assiste sul monte della Trasfigurazione, ma anche ai lettori e ai credenti in Cristo: Egli è il Figlio. Una teologia molto presente nei Vangeli che ci fa tornare alla mente quanto è scritto nel Primo Vangelo, quando Gesù dice: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre»

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Intraprendere il percorso quaresimale significa porsi di nuovo la domanda fondamentale su Gesù: Quién es él? Allo stesso modo dei discepoli seduti sulla barca sballottata dalle onde, figura della Chiesa nel periodo post pasquale, che svegliato il Signore dormiente a poppa e a tempesta sedata si chiedevano: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?» (MC 4, 41). Il racconto marciano della Trasfigurazione che si legge in questa seconda Domenica di Quaresima desidera rispondere a questa domanda.

La trasfigurazione di Cristo, opera di Giovanni Bellini, 1478. Musei Capodimonte, Nápoles.

"En ese momento, Jesús se llevó a Pedro con él, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, al margen, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. tomando la palabra, Pietro disse a Gesù: “Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, uno para usted, una per Mosè e una per Elia”. Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: “Questi è il Figlio mio, el amado: Escúchalo a él!". E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con ellos. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti». (MC 9,2-10)

Tutti e tre i Vangeli sinottici inseriscono la Trasfigurazione nello stesso contesto, ossia dopo l’annuncio di Gesù della sua passione. Per il lettore si crea così un ponte fra il ministero pubblico di Gesù e la morte che avverrà in Gerusalemme. Ma anche un collegamento fra la odierna proclamazione di Gesù «Figlio di Dio», che si ode dalla nube, e altre due analoghe. Quella del Battesimo, Cuándo: «Si sentì una voce dal cielo» che diceva «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (MC 1,11); y el otro, che si trova solo in Marco, all’inizio del Vangelo, nel primo versetto del primo capitolo: "El comienzo del Evangelio de Jesucristo, Hijo de Dios ".

È molto probabile che l’episodio narrato, originalmente, fosse un racconto di apparizione del Risorto, che Marco, il quale ha escluso dalla sua narrazione siffatti racconti, avrebbe inserito al centro del Vangelo, subito dopo la confessione messianica di Pietro, per bilanciare l’annuncio del destino di morte del Figlio dell’uomo (MC 8, 31) con la visione prolettica della sua glorificazione (MC 9, 2-13). Una scelta che ne avrebbe determinato la collocazione anche in Matteo e Luca. A supporto di questa ipotesi sta il fatto che nel prosieguo dei tre racconti l’incomprensione dei discepoli nei riguardi di Gesù resta intatta, malgrado alcuni fossero stati testimoni di un evento tanto eclatante. Tiempo, collocato dopo la sua morte, il racconto assume un significato cruciale. È il punto di svolta. I tre discepoli ricevono la rivelazione del Figlio dell’uomo in una forma trasfigurata dalla luce divina. Dopo la sua morte, hanno la visione di Gesù collocato allo stesso livello di Mosè ed Elia, cioè di due figure bibliche già innalzate alla gloria celeste, e ascoltano la proclamazione della sua elezione divina, la stessa che risuona al momento del battesimo. Finalmente i discepoli «sanno» chi è Gesù, ed è alla luce di tale comprensione che l’episodio storico e iniziale del battesimo assume il suo «vero» significato di investitura divina.

Nel versetto che precede la scena della Trasfigurazione che oggi leggiamo nella Liturgia Gesù dice ai suoi discepoli: "En verdad os digo: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza» (MC 9,1). Sei giorni dopo questo annuncio Gesù porta Pietro, Giacomo e Giovanni con sé sopra un monte alto, in un luogo appartato, e si trasfigura davanti a loro. L’episodio non solo è descritto da tutti e tre i Vangeli sinottici, ma anche dalla Seconda Lettera di Pietro. Lì l’Apostolo ricorda e scrive di essere stato testimone oculare della grandezza di Gesù:

«Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”. Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte» (2punto 1,16-18).

A differenza del Battesimo, dove la voce che proclama Gesù «Figlio» sembra sia stata udita solo da Lui, nella Trasfigurazione le parole sono indirizzate ai discepoli, che non possono ignorarle: «Ascoltatelo». È infatti importante che nel momento in cui Gesù annuncia la sua passione venga ribadita l’idea che Dio non abbandonerà il suo Figlio, anche se verrà consegnato per la crocifissione. Questa non offuscherà la fedeltà del Padre, cosicché anche il duro annuncio della passione e morte sono dentro il Vangelo, sono la buona notizia di cui il lettore deve essere consapevole, allo stesso modo dei discepoli che fecero quella esperienza.

Pedro, insieme ai compagni, è colui che più di tutti ha bisogno di ascoltare Gesù. Dopo la confessione di Cesarea di Filippo, ha preteso di mettersi davanti a lui per evitargli il pellegrinaggio a Gerusalemme. Gesù per questo chiama Pietro «Satana» (MC 8,33), ma poi lo invita a salire sul monte con lui. In altre parole qui siamo di fronte alla reazione de Dios all’incredulità di Pietro. No solo. Se i discepoli devono prepararsi alla passione del loro maestro, anche Gesù ha bisogno di istruzioni per intraprendere il «suo esodo», come specificherà Luca in 9,31: Mosè aveva condotto gli ebrei fuori dall’Egitto, Elia aveva ripercorso i suoi passi, e ora il Messia, aiutato da coloro che hanno vissuto un’esperienza analoga di sofferenza e liberazione, potrà andare deciso verso Gerusalemme.

L’interpretazione tradizionale della presenza di Mosè ed Elia sul monte dice, de hecho, che essi rappresenterebbero la Torà e i Profeti, ovvero tutta la Scrittura prima di Gesù. Ma oggi si pensa piuttosto che il significato della loro presenza sia importante se riferita a quanto Gesù sta vivendo nel momento in cui sale su quella montagna. Mosè ed Elia hanno vissuto eventi paragonabili alla reazione di Pietro all’annuncio della passione di Gesù di cui sopra. L’analogia tra gli eventi è data dal modo in cui Gesù interpreta il rifiuto di Pietro: come una nuova tentazione, analoga a quelle dell’inizio del suo ministero; così Mosè provò l’esperienza del vitello d’oro ed Elia quella della fuga verso l’Oreb. Questi due fatti ebbero luogo proprio su un monte, dopo un fallimento del popolo di Israele che aveva, en el primer caso, costruito un idolo e, en el segundo, sostenuto i sacerdoti di Baal contro cui Elia doveva lottare. A fronte di queste due delusioni, sia Mosè che Elia chiedono a Dio di morire (cf.. Es 32,32; 1Re 19,4), sino, in risposta, a tutti e due è concessa invece la visione di Dio. Moisés, spaventato, sin embargo, si nasconde nella rupe (Es 33,21-22), ed Elia si copre il volto (1Re 19,13). Mentre allora non videro Dio, ora finalmente stanno davanti a Gesù, nella sua gloria e non si velano più il volto; non hanno più paura di lui, perché «Gesù, il «Figlio amato» del Padre (MC 9,7), «l’eletto» (Lc 9,35), è egli stesso la visibilità del Padre: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Juan 14,9). In lui Mosè ed Elia si incontrano, vedono Gesù nella gloria, e gli portano il loro conforto. Al termine, il Padre conferma ai tre discepoli, Pietro incluso, la strada che Gesù dovrà intraprendere» (M. Gilbert).

Nella narrazione evangelica e nel cammino quaresimale viene così aggiunto un altro quadro che aiuta a rispondere alla domanda che ponevamo all’inizio: Quién es él? Ora è il Padre stesso che rivela l’identità profonda di Gesù non solo a chi assiste sul monte della Trasfigurazione, ma anche ai lettori e ai credenti in Cristo: Egli è il Figlio. Una teologia molto presente nei Vangeli che ci fa tornare alla mente quanto è scritto nel Primo Vangelo, quando Gesù dice: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre» (Mt 11,27).

Desde la ermita, 24 Febrero 2024

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Los Padres de la Isla de Patmos

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Sólo Jesús pudo ser tan bueno y misericordioso como para curar y sanar a una suegra

Homilética de los Padres de la Isla de Patmos

SOLO GESÙ POTEVA ESSERE COSI BUONO E MISERICORDIOSO DA CURARE E GUARIRE UNA SUOCERA

«La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Se acercó y la hizo levantarse de la mano.; la fiebre la dejo y ella les atendió. Llegó la noche, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta».

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La pericope del Vangelo di questa V Domenica del Tempo Ordinario ci racconta ancora della giornata-tipo di Gesù a Cafarnao.

"En ese momento, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Se acercó y la hizo levantarse de la mano.; la fiebre la dejo y ella les atendió. Llegó la noche, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni». (MC 1,29-39)

Se l’utilizzo frequente in Marco dell’avverbio «subito» è servito ad accelerare il tempo narrativo, evidenziando la fretta di Gesù riguardo l’annuncio del regno; nel brano odierno, anche i luoghi qui sono presi in considerazione, come uno spazio che tende ad allargarsi sempre di più. Il movimento del racconto passa infatti dalla sinagoga della cittadina sul lago (MC 1,29) alla casa di Pietro, poi ancora dalla casa alla strada aperta davanti alla porta del cortile della casa di Pietro (v. 33), da una città ai villaggi vicini (v. 38); por fin, dai villaggi fino a «tutta la Galilea» (v. 39). Come se tutto lo spazio, velocemente, debba essere occupato da Gesù, dal suo annuncio e dalle sue opere.

I personaggi del racconto sono i discepoli più vicini a Gesù, la suocera di Simone e soprattutto i malati. Sono questi ad impadronirsi della scena. Essi si possono trovare già dove arriva Gesù, come la suocera di Pietro, oppure vengono portati a lui; altri ancora lo cercano spontaneamente sin dall’alba, quando egli sta pregando. La malattia incornicia il nostro brano: che si tratti di una febbre o di una sofferenza più profonda, spirituale o fisica (come quella causata dagli spiriti impuri del v. 39), il vocabolario del campo semantico dell’infermità costella il racconto ed è presente in modo consistente, includendo tutta la narrazione.

«E subito gli parlarono di lei». La sollecitudine verso questa donna anziana colpisce, perché manifesta un’attenzione verso i fragili e la fede nella presenza di Gesù. La donna anziana e febbricitante non viene nascosta al Maestro come fosse un problema o qualcuno di cui vergognarsi, per cui non varrebbe la pena disturbare. Il fatto che i discepoli parlino subito della suocera di Pietro a Gesù mostra che quella donna era per loro una priorità. Non ne chiedono la guarigione, non sfruttano la presenza del Maestro ai loro fini, semplicemente indicano la donna malata: questa persona per loro è importante. Da questo si può capire il senso e il valore dell’intercessione come del parlare a favore di qualcuno. Gesù lo apprezza, tanto che fa subito qualcosa: le tende la mano, la solleva e poi la guarisce dalla sua malattia. Gesù vuol essere disturbato dai malati. Gesù apprezza e ammira l’intercessione a favore dei malati, come nel caso del centurione che intercede per il suo servo malato (Lc 7,1-10).

Il tema della malattia, dicevamo, percorre tutto il testo marciano. La sofferenza tocca ogni uomo, ma «sperimentando nella malattia la propria impotenza, l’uomo di fede riconosce di essere radicalmente bisognoso di salvezza. Si accetta come creatura povera e limitata. Si affida totalmente a Dio. Imita Gesù Cristo e lo sente personalmente vicino» (Catechismo degli Adulti, La verdad os hará libres, 1021). È la «conversione» alla quale sono chiamati i malati sanati da Gesù, de lo contrario, alla quale siamo chiamati tutti noi.

Scopriamo così un altro senso delle prime parole di Gesù nel Vangelo di Marco: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (MC 1,15). Il tempo e lo spazio, ma anche gli uomini e le donne sono toccati dalla pienezza della presenza di Dio e il regno è quella realtà in cui è possibile l’incontro con Gesù. Gesù non compie solo attività terapeutiche, perché i suoi gesti sono accompagnati da parole, da insegnamenti. In effetti si tratta di segni per dire che il regno è vicino: i miracoli annunciano e inaugurano il regno di Dio e corrispondono alle attese di Israele, dove si credeva che il Messia sarebbe venuto con capacità taumaturgiche. Per questo motivo l’annuncio che «il regno è vicino» è complementare alla parola «convertitevi e credete al vangelo», perché le folle che accorrono da Gesù, davanti a questi gesti divini, sono chiamate a credere e a convertirsi. Se questo non accade, i miracoli non servono, come spiega Matteo in un altro passo: «Allora si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, porque no se arrepintieron: Guai a te, Corozaín! Guai a te, Betsaida. Porqué , si en Tiro y en Sidón se hubieran hecho los milagros que se hicieron en medio de ti, algún tiempo habría arrepentido, ravvolte nel cilicio e nella cenere» (Mt 11,20-21). La guarigione più grande che Dio può operare è quella dalla nostra incredulità.

Finalmente, forse collegato a ciò che abbiamo appena detto, notiamo la piccola discrepanza fra i «tutti» che accorrono a Gesù per essere sanati (v.v.. 32.33.37) e i «molti» che invece, Realmente, sono guariti: «Guarì molti che erano afflitti da varie malattie» (v. 34). Que, sin embargo, viene superata dal vocabolario della risurrezione usato da Marco. Infatti il verbo che Marco adopera per narrare la guarigione della suocera di Pietro — «la sollevò» del v. 31) — è molto importante nel Nuovo Testamento, perché non ricorre soltanto nei contesti delle guarigioni (MC 2,9.11; 5,41; 9,27), ma soprattutto nel racconto della risurrezione di Lazzaro (Juan 12,1.9) e di Cristo (ad es.: Hc 3,15; Rm 10,9). Come Gesù è stato capace di sollevare la suocera di Simone, così sarà capace di dare la vita ai morti, a todos. Si chiarisce allora la strada che vuol farci percorrere Marco per arrivare a conoscere chi è Gesù. Colui che nell’apertura del Vangelo viene definito come «Figlio di Dio» (MC 1,1), come il Battezzatore nello Spirito Santo (v. 8), come il «Figlio prediletto» (v. 11) è finalmente svelato nel suo essere nei confronti degli uomini: è colui che è «venuto» («uscito», literalmente significa, dal verbo exérchomai; cf.. v. 38) agli uomini perché lo ascoltino e siano guariti dalle loro infermità.

Il racconto della giornata di Gesù prosegue col riposo, ma poi «al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!» (MC 1,35-37). Non sappiamo a quale luogo deserto possa riferirsi l’evangelista, ma certo non doveva essere distante dal lago. Marco ha già accennato alla preghiera di Gesù, nella forma celebrata in sinagoga. Questa preghiera mattutina e personale, come apprendiamo anche da altre tradizioni evangeliche, sembra essere il modo in cui il Signore riconduce tutto al Padre: quello che ha vissuto dalla sera precedente, quello che lo aspetterà nel giorno che continua. Così Gesù insegna ai discepoli che la preghiera è indispensabile per fare unità nella propria vita.

Desde la ermita, 4 Febrero 2024

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Los Padres de la Isla de Patmos

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Ese día cuando un endemoniado reconoció inmediatamente a Jesucristo como poder divino

Homilética de los Padres de la Isla de Patmos

ESE DÍA CUANDO UN POSEÍDO RECONOCIÓ INMEDIATAMENTE A JESUCRISTO COMO PODER DIVINO

«En su sinagoga había un hombre poseído por un espíritu impuro y empezó a gritar, diciendo: “Qué quieren de nosotros, Jesús de Nazaret? Has venido a destruirnos? Se quien eres: el santo de dios!”. Y Jesús le ordenó severamente: “Ella dijo! sal de el!”. Y el espíritu impuro, destrozándolo y llorando en voz alta, salió de él".

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El canto evangélico de este domingo forma parte de lo que comúnmente se define como "el día de Jesús en Cafarnaúm".

"En ese momento, Gesù, entró en la sinagoga el sábado, [en Capernao] él enseñó. Y estaban asombrados de su enseñanza.: porque les enseñaba como quien tiene autoridad, y no como los escribas. Y aquí, En su sinagoga había un hombre poseído por un espíritu impuro y comenzó a gritar., diciendo: “Qué quieren de nosotros, Jesús de Nazaret? Has venido a destruirnos? Se quien eres: el santo de dios!”. Y Jesús le ordenó severamente: “Ella dijo! sal de el!”. Y el espíritu impuro, destrozándolo y llorando en voz alta, salió de el. Todos se llenaron de miedo, tanto es así que se preguntaron entre ellos: “que nunca es esto? una nueva enseñanza, dado con autoridad. Incluso manda a los espíritus inmundos y le obedecen.!”. Su fama se extendió inmediatamente por todas partes., en toda la región de Galilea". (MC 1,21-28).

Esta es una colección de episodios cortos. que van desde MC 1,21 hasta 1,34 que el evangelista contiene en veinticuatro horas. Comienza con la oración de la mañana en la sinagoga., descrito por v. 21– oración que los judíos todavía celebran hoy, que implica la proclamación de la Torá, del Profeta y el posterior sermón pronunciado por el rabino - llegar a la puesta del sol, cuando ahora, finito lo Shabat, Está permitido traer a los enfermos ante Jesús.. La actividad de Jesús es frenética: No tiene tiempo excepto para enseñar y sanar.. hay un adverbio, "de inmediato" (derecho, eutis), muy importante para marco, que se repite en vv. 21.23.28 - lamentablemente no capturado por la traducción italiana, pero presente en griego - e incluso doce veces sólo en el primer capítulo, cuarenta y cinco en todo el evangelio de Marcos; indica la prisa de Jesús para quien "el tiempo se ha cumplido" (MC 1,15): si se cumple el tiempo, No hay tiempo que perder en mostrar cómo llegó el Reino entre los hombres..

La primera actividad de la que nos habla Marco acerca de Jesús es el hecho de que enseñó con autoridad. El primer milagro, llamémoslo así, lo que hace no es una curacion ni un exorcismo, pero enseñando. Y, en proporción, Marcos presenta a Jesús como maestro, más que los otros evangelios: usa la palabra cinco veces sobre sí mismo didache ― «enseñanza» ― y diez veces lo llama «maestro», refiriéndose este título sólo a él. La enseñanza es uno de los ministerios de los que habla Pablo en la Carta a los Romanos (12,7), y es quizás la caridad que más necesitamos en tiempos en los que cuesta transmitir la fe.

Los demás, con quien se compara a Jesús, ellos son los escribas. Pero no tienen la misma "autoridad" que él.. Aunque no sean despreciados ni menospreciados por el evangelista, Marco subraya dos veces (v.v.. 22 y 27) que él enseña de manera muy diferente a ellos. La diferencia entre él y los otros "rabinos" podría ser de dos niveles.. El primero es el de la autoridad con la que Jesús dice las cosas.. Lectura de los textos de la tradición rabínica., que se han recopilado desde la caída del segundo Templo, en la segunda mitad del siglo I d.C., llama la atención el apego a las "tradiciones de los antiguos" - de las que también habla Marcos en 7,1-13 - transmitido con una larga cadena de dichos y frases, pero sobre todo por la forma en que se enumeran uno tras otro, como una colección de opiniones diferentes pero del mismo valor. La palabra de Jesús, sin embargo, tiene un carácter más creativo y un peso mayor: se refiere directamente a la Ley y a Dios y, ganando fuerza, su palabra nunca es solo una opinión. Pero hay más y aquí estamos en el segundo nivel de la autoridad de Jesús.. Las suyas no son simples palabras., pero hacen lo que dicen. Él es el "santo de Dios" (MC 1,24) y por lo tanto su autoridad expresa el poder de Dios mismo: por eso enseña, exorciza y cura, pero siempre a través de una palabra que libera y salva.

El Reino de Dios es una nueva creación. en el cual, como en el primero, las palabras pronunciadas con autoridad se dan cuenta de lo que pronuncian. Esto se hace evidente en la segunda actividad que caracteriza el advenimiento del Reino en Jesús.: la curación de los enfermos y los exorcismos. Donde esta Dios con su reino, allí no hay lugar para el mal y sus poderes: ellos tienen que ir.

De hecho, Jesús no deja hablar al espíritu inmundo.: "Silencio", él le ordena. No quiere que Satanás abra la boca y no sólo porque el diablo es "mentiroso y padre de la mentira". (Juan 8,44). De hecho ya había ocurrido una vez que la serpiente había hablado, Y comenzó la triste historia del pecado del hombre.: la serpiente antigua, para tentar a Adán a hacerle daño, había infundido en realidad el veneno de la duda en Eva: "Es cierto que?» (Gen 3,1). Si tan solo lo hubieran silenciado entonces, Adán habría vencido la tentación.

En esta parte del Evangelio según Marcos La cristología se centra en la idea de que Jesús es capaz de recuperar el destino del primer hombre.. Quién, cuando silencia al diablo y también en la escena del desierto, o en la historia de su tentación. Jesús es "expulsado" a ese lugar (MC 1,12) Así como Adán había sido "expulsado" del paraíso. (Gen 3,24), compartiendo así su desgracia, pero saliendo victorioso de la prueba. Al final de esto, registra Marco, Jesús "estaba con las fieras", es decir, una vez más en paz con la creación, como adán, «y los ángeles le sirvieron», es decir, recibir el mismo honor que, según una tradición rabínica, Dios le había dado a su criatura más hermosa., el honor de ser nutrido de buenos espíritus. Gesù, por fin, aparece en el Evangelio de Marcos no como un niño, como en cambio en los evangelios de la infancia de Mateo y Lucas, pero llega a escena ya adulto, hecho por el hombre, Así como Adán fue creado siendo adulto..

El día de Cafarnaúm se lleva a cabo un sábado, el día que Dios descansó después de crear al hombre. En este día Jesús puede restaurar el mundo a su belleza original., a través de la misma palabra creativa quien hizo el universo y quien le permite ejercer su fuerte autoridad; pero también hacer ejercicio ese día, Sábado, un señorío especial. El "Hijo del Hombre", como lo escucharemos un domingo más, él es «Señor también del sábado» (MC 2,28). El tiempo pertenece a Dios y Jesús afirma esta soberanía sobre el tiempo realizando curaciones en sábado.. Y son curaciones que tocan a hombres y mujeres que por su enfermedad habían perdido la razón misma del tiempo.. Por una persona sana, el desarrollo de actividades a lo largo de la semana encaminadas a su realización durante el descanso sabático: el encuentro con Dios y con su palabra impregnó la existencia de sentido y esperanza.

Para una persona discapacitada, quien fue excluido del descanso sabático y del espacio del templo, aquí todos los días de la semana estaba cargado con el mismo dolor y sufrimiento. Las curaciones de Jesús en sábado interrumpen este indistinto fluir del tiempo en los cuerpos de los enfermos y devuelven a los hombres y mujeres que han perdido el sentido del tiempo todo su valor a través del sábado.. La curación de aquel hombre "poseído por un espíritu impuro", que en aquel día de reposo él estaba allí mismo donde Jesús también estaba presente, es el comienzo de un nuevo sábado, es decir, de una nueva creación, en el que en el centro está la vida de cada persona a salvar. Como escribió el rabino y filósofo Heshel:

“Debemos sentirnos abrumados por la maravilla del tiempo si queremos estar preparados para recibir la presencia de la eternidad en un solo momento.. Debemos vivir y actuar como si el destino de todos los tiempos dependiera de un solo momento." (Heshel A. J, Sabado, Garzanti, Milano 2015, pag. 96).

 

Desde la ermita, 27 Enero 2024

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«Ven detrás de mí, Los haré pescadores de hombres”. E inmediatamente dejaron sus redes y lo siguieron.

Homilética de los Padres de la Isla de Patmos

«VEN DETRÁS DE MÍ, YO LOS HARÉ PESCADORES DE HOMBRES". E SUBITO LASCIARONO LE RETI E LO SEGUIRONO

Come potremmo descrivere il regno di Dio proclamato da Gesù? La principal dificultad es que Jesús nunca usó ninguna definición para hablar de ello.. Más bien, usó parábolas e imágenes., paragonandolo, per rimanere sempre al Vangelo di Marco che leggeremo quest’anno, a un seminatore che getta del seme in terra o a un granello di senapa e così via.

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Lasciato alle spalle il passaggio nel Vangelo secondo Giovanni di domenica scorsa, il lezionario ci riporta a Marco, el cual, terminata l’esposizione della trilogia comune ai sinottici (Juan Bautista, Battesimo di Gesù e la prova nel deserto), riprende la narrazione dandoci un’indicazione temporale importante che apprendiamo dall’attacco del Vangelo di oggi.

«Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vio a Simone y Andrea, hermano de Simone, mientras arrojan sus redes al mar; de hecho eran pescadores. Jesús les dijo:: «Venite dietro a me, Los haré pescadores de hombres”. E inmediatamente dejaron sus redes y lo siguieron.. Yendo un poco más lejos, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui. (MC 1,14-20).

Scrive Marco che Gesù inizia a proclamare il regno di Dio «dopo che Giovanni fu arrestato» (MC 1,14 cf.. también Mt 4,12). Molti immaginano che la cronologia dell’inizio del ministero pubblico di Gesù si sia svolta così: de Galilea, regione da cui viene, Gesù scende al Giordano per essere battezzato. Subito dopo, intento, rimane quaranta giorni nel deserto per poi ritornare in Galilea. Ma deve invece essere passato più tempo e il punto di svolta, ciò che fa tornare Gesù in Galilea è rappresentato dall’arresto del Battista. Forse è in quel preciso momento che per Gesù giunge la consapevolezza che è ora di assumersi le sue responsabilità.

La voce che gridava nel deserto, poiché è stata messa a tacere, passa ora alla Parola che annuncia il regno. Questa interpretazione aiuta noi credenti nei momenti di difficoltà e sofferenza, come deve essere stato per Gesù l’arresto di Giovanni e ci fa proferire: bisogna fare qualcosa. È in tali situazioni che, se non vai tu, nessuno può andare al posto tuo. La chiamata che ora Gesù farà dei discepoli, l’ha vissuta in prima persona lui; il regno che annuncia l’ha visto arrivare per primo lui, anche nella dolorosa notizia che Giovanni non può più parlare.

Ma eccoci a una questione teologica importante. Come potremmo descrivere il regno di Dio proclamato da Gesù? La principal dificultad es que Jesús nunca usó ninguna definición para hablar de ello.. Más bien, usó parábolas e imágenes., paragonandolo, per rimanere sempre al Vangelo di Marco che leggeremo quest’anno, a un seminatore che getta del seme in terra (MC 4,26) o a un granello di senapa (MC 4,31) y así. Il regno, dice jesus, non solo è vicino, ma bisogna accoglierlo come fanno i bambini (MC 10,15) ed entrarci dentro, anche se non è così facile, soprattutto se si hanno molte ricchezze (MC 10,23). È presente, cioè qui o vicino, ma è anche futuro, come quello in cui Gesù berrà, junto con nosotros, il vino nuovo, altro vino rispetto a quello dell’ultima sua cena (MC 14,25). La teologia cristiana ha elaborato a proposito una formula, quella del «già» ma «non ancora», quasi un ossimoro che dice però come il regno possiamo già ereditarlo e viverci, anche se non è ancora compiuto. Non è ancora esteso a tutti gli uomini, sino, come insegna il documento del Concilio Vaticano II Lumen Gentium «è già presente in mistero» con la Chiesa (cf.. n. 5).

En este sentido Gesù si distingue dalle due principali concezioni sul regno che circolavano nel giudaismo del suo tempo. Egli infatti non ha inventato questa idea, già nota all’Antico Testamento (cf. 1cr 28,5) e non l’ha applicata né a quel modo di pensare che vedeva il regno come una realtà «nazionalistica», tutta presente, da attuare magari ad ogni costo, né tanto meno alla concezione opposta, di tipo apocalittico, che vedeva il regno possibile solo come una realizzazione futura che negava il presente. Se vogliamo rintracciare questi due estremi nella storia dell’umanità, potremmo dire che il materialismo si è spesso fondato sull’illusione che tutto potesse risolversi qui, ahora; ma dall’altra parte è facile riconoscere in certi movimenti spiritualistici la svalutano del presente, considerato in modo negativo.

Gesù ha invece usato l’idea di regno per dire anzitutto che è arrivato e quindi ci si può entrare. Ma per farlo bisogna cambiare mentalità, modo di ragionare e pensare; per dirlo con le parole di Gesù: «convertirsi» (MC 1,15). "Ven a tu reino!», prega ancora la Chiesa, hoy en día, después de dos mil años. Il regno c’è già, ma deve ancora essere accolto come un dono e trovato lì anche dove si fatica a vederlo.

In conformità dunque con l’attesa escatologica giudaica, ma con la differenza decisiva però che non più di attesa si tratta, il Regno di Dio è l’effetto dell’evento messianico annunciato da Gesù e in lui presente. Il pieno dispiegamento della sua sovranità redentrice non si è ancora realizzato, ma il tempo della fine è giunto e dunque per parlare in modo appropriato non c’è più sviluppo storico, bensì ricapitolazione di tutta la storia chiamata a giudizio.

«È questo il contenuto dell’«evangelo di Dio» quale ci è sinteticamente riferito dalla tradizione più antica raccolta da Marco: «Il tempo è compiuto ed è vicino il Regno di Dio: convertitevi, e credete nell’evangelo» (1,14-15). Ciò che qui viene annunciata è l’ora (el kairós) del compimento definitivo, l’avvento promesso del Regno, la grande svolta del mondo inaugurata da Gesù di cui sta per compiersi l’ultimo atto con la sua parusia. Evidentemente qui non può essere il Gesù storico a parlare, bensì il Risorto predicato dall’evangelista, che segna con precisione il tempo della fine tra resurrezione e parusia, come un evento unico in cui tutto il tempo, tutta la storia si condensa, ivi compresa la vita stessa di Gesù. Per questo ora, a differenza dell’escatologia giudaica, occorre «fede nell’evangelo», cioè in Gesù Cristo, nel Messia, che è presente come colui che è venuto e che viene. Tutto dunque in forza di questa fede precipita e si concentra nel presente, non vi è più oscillazione tra passato e futuro, tradizione e attesa; ma solo l’ora attuale in cui il passato è redento e il futuro è solo desiderio del compimento: «Vieni Signore Gesù» (Ap 22, 20).[1]

Il Vangelo prosegue descrivendo la fretta di Gesù di portare ad attuazione la sua parola sul regno, perché “il tempo è compiuto”. Il concetto emerge molto chiaramente nel Vangelo di Marco, dove abbonda l’avverbio euthus (εὐθὺς), "de inmediato", ripetuto decine di volte. Tale sollecitudine trova una prima applicazione nella chiamata dei quattro discepoli (v.v.. 16-20) e nell’episodio dell’insegnamento nella sinagoga di Cafarnao, accompagnato dalla liberazione di un indemoniato (el domingo próximo). Gesù, con gesti e con parole, mostra davvero come il regno è arrivato, e lo dice: ai discepoli (appena chiamati a sé) e alla sua gente (nella sinagoga). Ecco che allora il regno può essere solo uno spazio in cui Dio è presente, donde es eso, cabe notar, solo lui regna. Le altre potenze non possono fare altro che riconoscerne l’autorità («Io so chi tu sei: il santo di Dio» di MC 1,24) e sottomettersi.

I padri della Chiesa erano colpiti dal modo in cui Gesù chiamò i primi a seguirlo: rilevano che erano persone semplici e illetterate (Orígenes), che probabilmente avranno obiettato con la loro inadeguatezza (Eusebio); noi ci stupiamo anche del fatto che questi «subito» lascino le reti lo seguano (cf.. MC 1,18), ma soprattutto per il fatto che ancora oggi, después de muchos años, Gesù ancora «passi accanto» (MC 1,16) alle nostre situazioni, al nostro quotidiano, alle nostre reti, e ci inviti a seguirlo per stare con lui.

Ciascuno di noi viene chiamato lì dove si trova e ogni inizio ha sempre un prima che lo ha preparato su cui poi si innesta una novità, un cambiamento: come il seme che è stato seminato ha una forma diversa dalla pianta che poi germoglierà, così anche noi siamo presi dal Signore a partire dalle nostre storie e dal nostro oggi per far sviluppare quelle potenzialità di bene e di vita che sono racchiuse nel «piccolo seme» della nostra vita e che solo il Signore può dischiudere e trasformare con la forza e la fantasia del suo Spirito. A noi è chiesta l’attenzione alla sua voce che chiama, l’abbandono filiale e fiducioso alle sue parole, e la prontezza nel rispondere senza dilazioni nel tempo o attaccamenti al «già», a quel noto e conosciuto che ci rassicura ma anche rischia di bloccarci: «E subito lasciarono le reti e lo seguirono».

 

Desde la ermita, 21 Enero 2024

 

NOTAS

[1] Gaeta G., Il tempo della fine, Quodlibet, 2020

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Cueva de Sant'Angelo en Maduro (Civitella del Tronto)

 

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De la Orden de Predicadores
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Padre Gabriele

Una maestría caritativa: "Rabino, Donde vives? Ven y mira"

Homilética de los Padres de La Isla de Patmos

UNA MAESTRÍA CARITATIVA: "RABINO, DONDE VIVES? VEN A VER "

Isaac Newton escribió «Cuanto más aprendo, Cuanto más me doy cuenta de cuántas cosas no sé". Hoy parece que muchos no quieren aprender a pesar de tener la certeza y la seguridad de que saben..

 

Autor:
Gabriele Giordano M.. Scardocci, o.p.

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Estimados lectores de La isla de Patmos,

Una de las actitudes más naturales que todos tenemos es la de investigar.. Cuando somos niños muchas veces nos preguntamos el por qué de las cosas.. A medida que crecemos encontramos respuestas., y renovamos continuamente nuestra búsqueda del significado de la verdad en las cosas. Isaac Newton escribió «Cuanto más aprendo, Cuanto más me doy cuenta de cuántas cosas no sé".

En el evangelio de hoy Jesús nos muestra a dos hombres en la búsqueda y el camino a seguir para encontrar la respuesta definitiva. La respuesta es muy hermosa.: ve con El y mira donde habita el Señor.

«Entonces Jesús se volvió y, observando que [Juan y dos discípulos] ellos lo siguieron, El les dijo: “Qué estás buscando?”. ellos le respondieron: “rabino—que, traducido, significa maestro — , Donde vives?”. El les dijo: “Ven y mira”».

Nos encontramos pues con una escena muy bella.. Juan, Andrés y otro discípulo cuyo nombre desconocemos siguen a Jesús. Él se da cuenta y les pregunta.. Responden y así lo reconocen como maestro y quieren saber donde vive.. Y ahí es cuando Jesús los invita a venir y ver..

Es un diálogo vivo y fuerte entre los tres y Jesús.. El Señor con su divina mirada humana capta un corazón y una mente dispuestos a buscar la casa de Dios. Listos para buscar ese lugar donde puedan encontrar la verdad que desvele su misterio y el de Dios..

Jesús es verdaderamente un maestro para ellos. porque como hijo de Dios puede guiar a Andrés, Juan y el otro discípulo hacia una maestría, a un conocimiento que se convierte en amor. Un conocimiento de Dios que le permite amarse a sí mismo y a los demás de manera concreta y práctica..

Nosotros también estamos en esta reunión.. Podríamos decir que estamos simbolizados por ese discípulo anónimo.. El sin nombre es el que escucha y pregunta a Jesús cuál es hoy su hogar en 2024.

El Señor nos pide a todos que lo busquemos ante todo en la Iglesia, la su residencia principal, porque en ella se vive y celebra la Eucaristía, es decir, la presencia real de Jesús en el cuerpo, sangre, alma y divinidad. Si seguimos y vemos a Jesús en la Iglesia que celebra la Eucaristía, y por tanto nos hace participar activamente en el encuentro con Él, Todos también podemos crecer en el aprendizaje de la comunión con los demás.. Porqué , efectivamente, el segundo hogar donde podemos encontrarnos con Jesús hoy, el es nuestro vecino. De hecho, todos somos templo del Espíritu Santo y templo de la Eucaristía.. Por eso, aprendamos a mirar a nuestro prójimo sufriente y necesitado., el mismo Jesús que nos pide ayuda.

Por eso primero debemos aprender a escuchar la voz de Jesús. quien hoy pregunta a nuestro corazón “¿Qué buscas?”?". Preguntémonos si nuestros deseos son santos, justo y bueno, y realmente sentiremos al Señor invitándonos a caminar por los caminos de la Eternidad..

Pedimos al Señor el don de la investigación que nos lleva a la vida auténtica, vida en Él y en su Iglesia, para convertirnos en buscadores de la Luz Eterna.

 

Santa María Novella en Florencia, 14 Enero 2024

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El divino provocador Jesús a los Apóstoles: "¿Qué estás buscando??»

Homilética de los Padres de la Isla de Patmos

EL DIVINO JESUS ​​PROVOADOR A LOS APÓSTOLES: "QUÉ ESTÁS BUSCANDO?»

Este primer encuentro de Jesús con sus primeros discípulos es una mezcla de miradas y testimonios que convergen hacia el Señor. El profundo misterio de su persona comienza a revelarse, así como los nombres de los primeros seguidores. Este momento debió ser tan significativo que incluso mantuvieron el horario.: cuatro de la tarde, la décima hora.

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.https://youtu.be/4fP7neCJapw.

 

En el Evangelio de este Segundo Domingo del Tiempo Ordinario leamos: «En aquel tiempo estaba Juan con dos de sus discípulos y, fijando su mirada en Jesús al pasar, dijo: «He aquí el cordero de Dios!». Y sus dos discípulos, oirlo hablar asi, ellos siguieron a jesus. Entonces Jesús se volvió y, observando que lo seguían, El les dijo: "¿Qué estás buscando??». ellos le respondieron: «Rabino – ¿qué?, traducido, significa maestro –, Donde vives?». El les dijo: «Ven y mira». Entonces fueron y vieron dónde se alojaba, y se quedaron con él aquel día.; eran alrededor de las cuatro de la tarde. Uno de los dos que habían oído las palabras de Juan y lo seguían., era andrea, hermano de Simón Pietro. Se encontró primero con su hermano Simón y le dijo: “Hemos encontrado al Mesías” –que se traduce como Cristo– y lo hemos llevado a Jesús. Fijando la vista en él, Jesus dijo: «tú eres simón, el hijo de juan; Te llamarás Cefas" – que significa Pedro». (Juan 1,35-42).

La Iglesia ha comprendido la unidad de los tres misterios que se relacionan con la revelación de Jesús, y ya los enlazó en la antigua antífona de las Segundas Vísperas del día de la Epifanía:

«Tres maravillas que celebramos en este día santo: hoy la estrella guió a los reyes magos hasta el belén, hoy el agua se transformó en vino en la boda, hoy Cristo es bautizado por Juan en el Jordán para nuestra salvación, aleluya".

Este año el tercer misterio relativo a la manifestación de Jesús siempre se anuncia a través del Evangelio según San Juan, pero en lugar del episodio de Caná, la liturgia propone la de la primera manifestación de Jesús a los discípulos, siguiendo la indicación de Juan Bautista que lo define como "Cordero de Dios".

El episodio evangélico tiene lugar el tercer día de la semana inaugural del ministerio de Jesús, semana que culminará con la manifestación de su gloria en Caná ante sus discípulos que "creyeron en él" (Juan 2,11). El texto ofrece la versión joánica del llamado de los primeros discípulos narrada por la tradición sinóptica, pero con diferencias notables. Juan presenta un esquema en el que es fundamental la mediación de un testigo que confiesa la fe en Jesús y lleva a otros a su encuentro.: Así le pasa a Juan Bautista con dos de sus discípulos (1,35-39), por Andrea hacia Simon Pietro (1,40-41), por Felipe que recurre a Natanael. En particular Juan el Bautista quien, después de un testimonio negativo sobre sí mismo («Yo no soy el Cristo») y uno positivo sobre Jesús («He aquí el Cordero de Dios»), revela delante de dos de sus discípulos la identidad de aquel de quien fue precursor y los lleva a ser discípulos de Jesús. El que fue enviado por Dios como testigo de la Palabra "para que todos creyeran por él" (1,7) Cumple así su mandato dejando que sus discípulos se conviertan en los hijos de Jesús., pidiéndoles que se unan a él.

Que estamos ante la manifestación de un misterio. también está señalado por el “esquema de revelación”, frecuentemente utilizado por el evangelista en su obra y que se puede resumir en las tres fases de ver, decir y pronunciar el adverbio: «Eco». Se abre el pasaje evangélico, Así, con Juan que "fija la mirada" (1,36) sobre Jesús y dice: «He aquí el Cordero de Dios» y termina con Jesús que «mira su mirada» (1,42) sobre Simón Pedro le dice: «tú eres simón, el hijo de juan, Te llamarás Cefas, que significa Pedro.. Se trata de, en ambos casos, de una mirada intensa, una visión en profundidad, un discernimiento de la identidad de una persona. La vocación no es sólo una vocación como en los sinópticos, pero también una mirada como aquí en Giovanni. La mirada, gusta y quizás más que la voz es comunicación y revelación. En Juan el verbo más neutro es percibir., ellos ven (blepein). Lo encontramos para la escena inicial del bautismo en el Jordán.. Juan el Bautista ve a Jesús venir hacia él y le dice: «He aquí el cordero de Dios». Pero ya podemos ver en este episodio una transición del ver a la contemplación. (Juan 1,32) y luego al "vi" de Juan 1,34, Adelante Juan 14,9.

A la forma verbal más completa. llegamos a Juan 14,9, donde el verbo «ver» se utilizará en tiempo perfecto: Lo lamento (Euraka). Aplicado a Jesús, describe lo que la mirada atenta y asombrada ha descubierto en él y cuyo descubrimiento se conserva en la memoria. Podemos observar que cada vez que Juan usa este verbo "vi" (y aprecio el recuerdo de ello) Jesús es reconocido como el lugar santo donde Dios se manifiesta, el templo de la presencia divina, la casa, es decir, la morada en la que vive Dios mismo. En tal contexto, el significado del versículo queda claro. Gv14,9: «Quien me ha visto ha visto al padre». Haber visto a Jesús y conservar en la memoria su visión interior significa reconocer a Jesús como morada del Padre, presente en su Hijo como en una morada. Por esto, Volviendo al pasaje del Evangelio de este domingo., hay que decir que la versión renovada de la Biblia CEI de manera adecuada 2008 tradujo el v.38 como: «Rabino ¿dónde vives??» y no «dónde vives?» como estaba en la versión anterior, dada la presencia del verbo permanecer (Yo no) que tiene particular importancia en el cuarto evangelio. El tema de los jonrones, de hecho, como un hilo rojo a lo largo de todo el cuarto evangelio, enriqueciéndose progresivamente. Ampliando nuestra mirada a la totalidad del Evangelio y tratando de trazar los hilos de nuestra discusión podemos afirmar que el mismo evangelista en 1,14 nos invita a comprender que en el hombre Jesús -el Verbo hecho carne "lleno de la gracia de la verdad" en el que los testigos "contemplaban la gloria del unigénito"- había un misterio, "insondablemente oculta" pero que se nos revela "simbólicamente" (San Máximo el Confesor). Es el misterio del "unigénito del Padre", quien "vino a plantar su tienda entre nosotros". Así se convierte en la morada del Padre. (Juan 14,10), el nuevo templo de la presencia de Dios (Juan 2,21; cf.. Juan 4,20-24). Un hermoso pasaje de San Máximo el Confesor, seppur difficile, dice lo esencial:

"El señor […] se ha convertido en su propio precursor; se ha convertido en un tipo y símbolo de sí mismo. Simbólicamente se da a conocer a través de sí mismo.. Es decir, dirige toda la creación., a partir de sí mismo tal como se manifiesta, sino para llevarlo a sí mismo como está insondable oculto ".

Quizás más inteligible y a la vez admirable es esta frase de Guillermo de Saint-Thierry, el amigo de san bernardo, que interpretó la pregunta de los primeros discípulos en un sentido espiritual y trinitario:

"Maestro, Donde vives? Ven y mira, Él dijo. No creéis que estoy en el Padre, y que el Padre está en mí? Gracias, Señor! […] Hemos encontrado tu lugar. Tu lugar es el Padre; todavía, el lugar del padre eres tú. Por lo tanto estás ubicado desde este lugar.. Pero esta localización, Cual es tuyo, […] es la unidad del Padre y del Hijo"[1].

Este primer encuentro de Jesús con sus primeros discípulos es una maraña de miradas y testimonios que convergen hacia el Señor. El profundo misterio de su persona comienza a revelarse, así como los nombres de los primeros seguidores. Este momento debió ser tan significativo que incluso mantuvieron el horario.: cuatro de la tarde, la décima hora. Así empezamos a conocer a Andrea, el hermano de Simon Pietro, (1,42) quien de Jesús recibe la vocación de ser "roca" (esto significa «Cefas»), entre sus hermanos. ¿Quién es el otro discípulo que estaba con Andrés?? Podemos suponer que él es "el discípulo amado".. Él es quien, presente en la cruz de jesus, Ver a Jesús morir como un Cordero cuyos huesos no son quebrantados. (Juan 19,33.36) "Él testifica para que creáis" (Juan 19,35), así como Juan el Bautista testifica de Jesús, después de haberlo visto y haberlo señalado como Cordero de Dios para que todos crean (Juan 1,34.36.37). El paralelismo entre Juan 1,38 («Jesús se volvió y vio que lo seguían y les dijo») y Juan 21,20-21 ("Giro de vuelta, Pedro ve seguir al discípulo a quien Jesús amaba... y le dice a Jesús: ") muestra que al lado de Peter, al comienzo de la secuela y después de Pascua, hay, con toda probabilidad, el discípulo amado que siguió fielmente al Cordero desde el principio. y pedro, mientras él es hecho pastor de las ovejas del Señor y nuevamente invitado a seguir a Jesús como oveja misma (cf.. Juan 10,4), recibe la revelación de que seguir al Cordero y el ministerio pastoral encuentran su resultado en dar la vida por las ovejas, en glorificar a Dios con el martirio. Este será el testimonio de Pedro.: en la muerte en la cruz el apóstol se encontrará donde estaba su Señor: «Si alguien quiere servirme que me siga y donde estoy, Mi siervo también estará allí". (Juan 12,26).

Desde la ermita, 13 Enero 2024

 

NOTAS

[1] GULLIEM DE SAINT-THIERRY, Contemplación de Dios. La oración de Dom Guillaume, París, Ed. Ciervo, 1959 (Col. Fuentes cristianas, n.61), 124-125.

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En el señorío de Cristo Rey del Universo para ser pequeños reyes

Homilética de los Padres de La Isla de Patmos

EN EL SEÑORIO DE CRISTO REY DEL UNIVERSO PARA SER PEQUEÑOS REYES

Óscar Wilde escribió: "El egoísmo no consiste en vivir como nos plazca sino en exigir que los demás vivan como nos plazca"

 

Autor:
Gabriele Giordano M.. Scardocci, o.p.

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Estimados lectores de la Isla de Patmos,

Finaliza el Año Litúrgico, Es el último del año católico.. El año litúrgico finaliza con una gran celebración, la de Jesucristo que es Rey del Universo.

Hoy la monarquía ya no es una forma de gobierno típicamente adoptada en todo el mundo, donde en cambio se prefiere la república. Por eso se nos escapa la figura del "rey", si no fuera por la reciente coronación del rey Carlos de Inglaterra. Jesús es Rey del universo entero y de nuestras vidas.. Pero no como el rey de Inglaterra., de Suecia o Bélgica. Su monarquía no se ejerce en un gobierno político.. Es una monarquía de amor que expresa su trono de gloria., su exposición de máxima visibilidad en la cruz; hoy este trono de gloria se realiza para nosotros, en la compasión de Jesús. Lo leímos al principio de pasaje del evangelio de hoy:

"Cuando el Hijo del hombre venga en su gloria [...] se sentará en el trono de su gloria. Todos los pueblos se reunirán delante de él.. Él separará a unos de otros, Cómo el pastor separa las ovejas de las cabras., y pondrá las ovejas a su derecha y las cabras a su izquierda.".

Aquí se combina la imagen del rey con la del pastor.. Y en efecto, el pastor, también tiene un papel rector dentro del mundo de la granja. Era un mundo y una cultura cercana a la imaginación en la que Jesús habla.. He aquí, pues, los de la derecha, que son bendecidos por el Padre.. Los de izquierda no. Y en efecto, los benditos del padre, son aquellos que acogieron a los pobres y necesitados en las diversas situaciones de necesidad que Jesús expresa. Mientras los que estarán en el fuego eterno, no fueron atentos y compasivos hacia estas pobrezas materiales y espirituales. Así Jesús nos muestra y nos pide imitarlo como Rey en el Amor concreto., en caridad activa, que quería hacer con todas las personas que conocía: Nicodemo, El ciego de Jericó., El endemoniado de Gerasa y otros encuentros.. El Señor siempre ha realizado todas estas grandes obras con un acto de compasión y ternura., con un corazón verdaderamente humano y verdaderamente divino. Un pequeño corazón cristológico para un gran amor.

De aquí proviene el fundamento de las obras de misericordia para con nosotros. material y corpóreo. el señor, así pues, Él nos pide que lo sigamos, nuestro Rey, en la vida católica precisamente porque operamos con un amor concreto y atento a los demás, tratando de mirarlos con ternura. Tratar de mirar al prójimo como si fuera el mismo Jesús quien, siendo pequeño, nos pide este servicio.. Nos convertimos en pequeños reyes en Jesús pequeño rey del Universo.

Al contrario en cambio encontramos a aquellos que irán al fuego eterno. Porque han escapado por completo a la lógica del amor y la compasión.. Por lo tanto, las cabras de la izquierda son el pueblo encerrado en el egoísmo, en la dimensión de la atención única a las propias necesidades y requerimientos. El riesgo que corremos cuando olvidamos la práctica de las obras de misericordia es que ya no reconocemos no sólo a los demás, pero de no reconocer la necesidad de Dios en la vida. Entonces los malvados en el fuego eterno son aquellos que no reconocen la centralidad del Señorío de Dios en la vida., del Rey de reyes, sin la cual no podemos hacer nada. La tensión hacia el egoísmo es, por tanto, una sustitución., una coronación de uno mismo como rey, exigiendo que el Universo y Dios se inclinen ante nosotros.

Óscar Wilde escribió: "El egoísmo no consiste en vivir como nos plazca sino en exigir que los demás vivan como nos plazca".

Pidamos al Señor ser bienvenidos en su trono y su monarquía del amor, y sed testigos desde ahora de que el Amor auténtico existe, y vivimos en comunión con el Padre, del Hijo y del Espíritu Santo.

Que así sea!

Santa María Novella en Florencia, 25 Noviembre 2023

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Nuestro Señor Jesucristo Rey del Universo: una realeza basada en la caridad

Homilética de los Padres de la Isla de Patmos

NUESTRO SEÑOR JESUCRISTO REY DEL UNIVERSO: UNA REALIDAD CONSTRUIDA EN LA CARIDAD

Esta página del Evangelio proclamado hoy en nuestras iglesias es tan espléndida, que cada comentario parece estropearlo un poco. mejor dejarlo como esta, simplemente, indicar a la gente que la vida humana nunca es concebible sin la otra. Tragedia entonces el conflicto no será, alteridad, la diferencia sino los dos extremos que niegan esta relación: confusión y separación

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En un breve pero famoso apólogo. de título La Navidad de Martín el escritor ruso León Tolstoi1 habló del hombre, un zapatero llamado martin, que había encontrado misteriosamente al Señor en los necesitados que habían pasado durante el día por su tienda y citaba expresamente la página de El evangelio de este domingo.

San Martín regala parte de su manto a los pobres (cuadro, elemento general) por Bartolomeo Vivarini (segundo. XV)

La literatura no fue el único arte que inspiró esta maravillosa página de Matteo, basta pensar en los frescos de Buonarroti en la Capilla Sixtina. vamos a leerlo:

"En ese momento, Jesús dijo a sus discípulos: “Cuando el Hijo del Hombre venga en su gloria, y todos los angeles con el, se sentará en el trono de su gloria. Todos los pueblos se reunirán delante de él.. Él separará a unos de otros, Cómo el pastor separa las ovejas de las cabras., y pondrá las ovejas a su derecha y las cabras a su izquierda. Entonces el rey dirá a los de su derecha: "Vamos, benditos de mi Padre, Reciban como herencia el reino preparado para ustedes desde la creación del mundo., porque tuve hambre y me diste de comer, Tuve sed, y me disteis de beber:, Yo era un extraño y me acogiste, desnudo y me vestiste, enfermo y me visitaste, Estaba en prisión y tú viniste a visitarme". Entonces los justos le responderán.: "Hombre, cuando te vimos hambriento y te dimos de comer, tienes sed y te dimos de beber? ¿Cuándo te hemos visto alguna vez como un extraño y te hemos recibido?, o desnudo, y te vestimos? ¿Cuándo te hemos visto enfermo o en prisión y hemos venido a visitarte??". Y el rey les responderá: “En verdad os digo: todo lo que le has hecho a uno solo de estos hermanos míos más pequeños, me lo hiciste ". Entonces también dirá a los de izquierda: "A través de, lejos de mí, maldito, el fuego eterno, preparado para el diablo y sus ángeles, porque tuve hambre y no me diste nada de comer, Tuve sed, y me disteis de beber;, Fui forastero y no me acogiste, desnudo y no me vestiste, enfermo y en la cárcel, y me visitaron ". A continuación, se: "Hombre, cuando te vimos hambriento o sediento o forastero o desnudo o enfermo o en prisión, y no te atendimos?". Entonces él les responderá: “En verdad os digo: todo lo que no le has hecho ni siquiera a uno de estos más pequeños, no me lo hiciste. Y se irán: al castigo eterno, pero los justos a la vida eterna".

Con la canción de hoy termina no solo, sobre la liturgia, el año litúrgico actual, que da paso al Adviento, pero también la enseñanza de Jesús en el Evangelio según Mateo. De hecho, inmediatamente después de nuestra perícopa el evangelista comienza el relato de la pasión, muerte y resurrección de jesus, con estas palabras: «Una vez que toda esta charla termine, Jesús dijo a sus discípulos" (Mt 26,1). Jesús enseñará de otra manera de ahora en adelante, especialmente con gestos y obediencia al Padre en la prueba suprema de la cruz. Por esta razón la perícopa de hoy es de particular importancia., El último discurso pronunciado por Jesús en Mateo., sin contar, la invitación del Resucitado a hacer discípulos y bautizar en 28,18-19, y las pocas pero importantes palabras dichas durante la pasión, a partir de la última cena.

Solo pasando también hay que decir que a pesar de una práctica interpretativa consolidada que comienza con los Padres de la Iglesia y que lleva a definir la escena como el juicio "universal", A partir del siglo XVIII, se subrayan las muchas buenas pistas del texto., no solo léxico, creer que en lugar de un juicio para el conjunto humanidad, el texto implica, al contrario, un juicio solo para paganos, pero no es posible en este contexto hacer explícita esta interpretación ya que requeriría demasiado espacio..

La escena del juicio es exclusivamente mattheana., y está magistralmente construido, con el uso de diversos recursos como la repetición, útil para la memorización. Son muchas las comparaciones que podemos hacer con el lenguaje y el simbolismo apocalípticos vigentes en la época de Jesús y que aparecen de vez en cuando en la literatura canónica - Daniel y Apocalipsis - pero también en la literatura apócrifa.. Los datos originales, revolucionario, en cambio, la novedad que trae el discurso de Jesús es que el mismo juez, el rey, considerarse objeto de tales acciones: «Tenía hambre y te alimentaste", o, "yo no te alimentaste". Esto crea un efecto de sorpresa tanto en quienes le mostraron misericordia como en quienes la negaron.. Mientras que en el Antiguo Testamento el día del Señor es decretado por Dios mismo y por lo tanto Él es el único que juzga, en la lógica del Nuevo Testamento es Jesús, el Mesías, ¿Quién puede intervenir en este juicio?. En consecuencia, Dios ejecutará el juicio., pero esto en nuca ya sucede en la forma en que nos hemos relacionado con su Hijo en este mundo, a Jesús presente en los pobres que tenían hambre y sed y que fueron o no ayudados por nosotros. Por eso al final de los tiempos, será cristo, el cordero, para tomar el libro de nuestra vida, lo que ni siquiera nosotros somos capaces de leer y comprender plenamente, y abrir sus sellos (cf.. Ap 5).

Lo que entonces llama la atención es la grandiosa visión que abarca a toda la humanidad va acompañada de la mirada puesta en cada uno y, en particular, sobre aquellas personas que normalmente son las más invisibles: los pobres, gente enferma, prisioneros, hambriento, sediento, extranjeros, desnudo. No es casualidad que nuestro texto los califique de "mínimos". (v.v.. 40.45). Caridad hacia los necesitados, El gesto de compartir que es tan sencillo., humano, a diario, para todo el mundo, creyentes y no creyentes, se convierte en aquello sobre lo que se ejerce el juicio final. El ejemplo de Martín de Tours, según la narración hagiográfica de Sulpicio Severo2, es emblemático. Después de haber dividido su manto con la espada para cubrir la desnudez de un pobre mendigo a las puertas de Amiens, en un duro invierno, Martín tuvo una visión en un sueño en la que Cristo le decía: «Martino, me has cubierto con tu manto". Cristo se identifica con los pobres, como en nuestra pagina evangélica.

Esta página del Evangelio es tan espléndida. proclamado hoy en nuestras iglesias, que cada comentario parece estropearlo un poco. mejor dejarlo como esta, simplemente, indicar a la gente que la vida humana nunca es concebible sin la otra. Tragedia entonces el conflicto no será, alteridad, la diferencia sino los dos extremos que niegan esta relación: confusión y separación3. Los demás, especialmente si es necesario, No serán un infierno para mí sino una bendición.: «Eres bendecida porque…». dos famosos piezas teatral, uno de sartre4 con la famosa expresión dentro: "Infierno son los otros"; el otro de Pirandello, vestir al desnudo5, que en el título hace referencia directa a nuestro pasaje evangélico, nos dicen dramáticamente que al no excluir al Otro del propio mundo el problema sería fácilmente solucionable y el infierno dejaría de existir.. Esos autores entendieron, al contrario, Notar la imposibilidad de una existencia que excluya al Otro.. En otras palabras, infierno, son los otros, porque no puedes escapar de la alteridad, uno se da cuenta de que el Otro guarda el secreto de su ser y, tiempo, que sin el Otro este ser no sería posible.

Así también el Señor Jesús, incluso en su último discurso, nos sorprendió una vez más dando un nuevo significado a las 'obras de misericordia', ya conocido en el judaísmo contemporáneo, Donde estaban, sin embargo, entendido como una especie de imitación de dios, en el sentido de hacer por los demás lo que Dios mismo ha hecho por el hombre. Sin embargo, no previeron que el juez eterno se escondía detrás de existencias muy humildes., en desventaja y derrotado. En el otro, en su hermano, ahí está Jesús que había dicho a sus discípulos: «El que te da la bienvenida me da la bienvenida, y el que me acoge, recibe al que me envió... El que da de beber aunque sea un solo vaso de agua fría a uno de estos pequeños porque es discípulo., de verdad te digo: no perderá su recompensa ". Mientras que ahora extiende esta visión a toda la humanidad. – panta ta etne, todas las naciones del v.22: «Todo lo que le has hecho a uno solo de estos hermanos míos menores, me lo hiciste ". Porque como dice un antiguo himno utilizado en la liturgia del Jueves Santo: «donde la caridad y el amor, Dios está allí».

Feliz Domingo a todos!

Desde la ermita, 25 Noviembre 2023

 

NOTAS

[1] La reelaboración de Tolstoi apareció por primera vez de forma anónima en la revista. “Russkij rabocij” (El trabajador ruso), no. 1 del 1884, con el titulo “Djadja Martyn” (Tío Martín). En el 1886 la historia, con el titulo “Donde hay amor hay Dios”, fue incluido en un volumen publicado en Moscú por Posrednik junto con otros ocho, todo con la firma de León Tolstoi

[2] Severo Sulpicio,vida de martin, EDB, 2003

[3] Michel de Certeaux, Nunca sin el otro. Viaje a la diferencia, 1983

[4] J.P.. Sartre, Puerta cerrada, Bompiani, Milano 2013

[5] Pirandello L., Máscaras desnudas. vol. 5: Enrique IV – señora morli, uno y dos – vestir al desnudo, Mondadori, 2010

 

 

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Los Padres de la Isla de Patmos

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Deberíamos reflexionar más sobre el pecado de perder el tiempo

Homilética de los Padres de la Isla de Patmos

DEBEMOS REFLEXIONAR MÁS SOBRE EL PECADO DE PERDER EL TIEMPO

Como quieras entenderlos, ya que todo cuento parabólico está abierto a una pluralidad de interpretaciones, Los talentos seguirán siendo un regalo gratuito que no se puede conservar para uno mismo., ni se esconde, pero hay que multiplicarlo. Revelan que Dios, más que un maestro, se muestra Padre hacia nosotros los hijos y con el tiempo ofrece muchas de estas gracias a cada uno de nosotros y a nuestras comunidades..

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.https://youtu.be/4fP7neCJapw

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Un regalo se puede ofrecer por mil motivos, incluso los no nobles a veces. Pero tiene una característica inconfundible de su lado.: revela la identidad de quien ofrece y de quien lo recibe. El evangelio de este domingo presenta un donante muy especial, que no otorga un solo regalo, sino todo su bien. Leamos:

"En ese momento, Jesús contó a sus discípulos esta parábola.: «Sucederá como a un hombre que, ir de viaje, Llamó a sus siervos y les dio sus bienes.. A uno le dio cinco talentos, a otros dos, a otro, de acuerdo con las capacidades de cada; luego se fue. Inmediatamente el que había recibido cinco talentos fue a usarlos., y ganó cinco más. También lo hizo el que había recibido dos, ganó dos más. El que había recibido sólo un talento., fue e hizo un hoyo en la tierra y escondió allí el dinero de su amo.. Después de mucho tiempo el señor de aquellos sirvientes regresó y quiso ajustar cuentas con ellos.. Apareció el que había recibido cinco talentos y trajo cinco más., diciendo: "Hombre, me diste cinco talentos; allí, Gané cinco más”. "Bien, siervo bueno y fiel – le dijo su amo –, fuiste fiel en poco, Te daré poder sobre mucho; participa en la alegría de tu amo". Entonces se adelantó el que había recibido dos talentos y dijo: "Hombre, me diste dos talentos; allí, Gané dos más”. "Bien, siervo bueno y fiel – le dijo su amo –, fuiste fiel en poco, Te daré poder sobre mucho; participa en la alegría de tu amo". Finalmente el que había recibido solo un talento también apareció y dijo: "Hombre, Sé que eres un hombre duro, que cosechas donde no sembraste y recoges donde no esparciste. Me asusté y fui a esconder tu talento en el suelo.: aquí está lo que es tuyo". El maestro le respondió: «Siervo malvado y holgazán, sabías que cosecho donde no sembré y recojo donde no esparcí; deberías haber confiado mi dinero a los banqueros y así, regresando, yo hubiera retirado el mio con intereses. Así que quítale su talento., y dáselo al que tiene los diez talentos. porque cualquiera tiene, será dado y será en abundancia; pero a los que no tienen, incluso lo que tiene le será quitado. Y arrojar al sirviente inútil afuera a la oscuridad.; habrá llanto y crujir de dientes". (Mt 25,14-30).

El canto evangélico de este domingo añade una especificación al significado de vigilancia que ya había sido presentado en la parábola de las diez vírgenes (Mt 25,1-13). Allí estar alerta significaba ser previsor, estar listo, preparativos, equípate con lo que necesitas, teniendo en cuenta una larga espera. Ahora, en la parábola de los talentos, La vigilancia se especifica como atención y responsabilidad en la vida cotidiana y se expresa como lealtad en las pequeñas cosas. ("Fuiste fiel en un poco": Mt 25,21.23).

Antes que nada recordemos qué función tiene la parábola. Esta forma de comunicación a menudo implica el uso de un lenguaje hiperbólico., un escenario paradójico, con exageraciones deliberadas que pueden incluso escandalizar por la violencia involucrada. Nos afecta, aquí, el castigo del siervo malvado. Pero el final también es sorprendente., como suele suceder en los cuentos parabólicos de ficción, presenta un verdadero giro: Se quita el talento a quien solo tiene uno y se lo da a quien ya tiene muchos.. La pregunta surge en el lector.: ¡Qué amo es aquel que se permite humillar de esta manera a su siervo!, quien finalmente actuó con prudencia?

Se decía que la vigilancia no se refiere sólo a la expectativa escatológica sino que afecta plenamente a la relación con la vida cotidiana, con sus realidades cotidianas. La parábola de Mateo, que tiene un paralelo algo diferente y más complejo con Lucas 19,11-27, ciertamente se inserta en un contexto escatológico: el v.30 lo sitúa en el horizonte del juicio final: «Arroja al sirviente inútil a la oscuridad, habrá llanto y crujir de dientes" - pero esto sólo reitera que este juicio final se está preparando aquí y ahora, en la actualidad de la historia, algo que se mostrará con toda su evidencia en la parábola del Juicio Final (Mt 25,31-46) el domingo próximo. Allí aparecerá claramente la autoridad escatológica de los pequeños y de los pobres.. El juicio final se basará en las acciones de caridad y justicia realizadas a su favor u omitidas.. Lo cotidiano se revela así como el lugar escatológico por excelencia., porque es el tiempo que nos dan. Así la parábola después de la distribución de talentos.[1] de forma personalizada, acorde con las capacidades de los destinatarios, se desarrolla entre el "inmediato" (v.15) de quienes los rentabilizan y el después "de mucho tiempo" (v.19) del regreso del maestro. Además no parece importante, al menos en esta historia, la cantidad de regalos recibidos, ya que los dos sirvientes trabajadores, aunque recibieron talentos en diversos grados, sin embargo, recibirán la misma recompensa.. Más bien, lo importante es el tiempo cuya duración saca a relucir la verdad de las personas., de sus comportamientos, de su patrimonio y de su responsabilidad. El paso del tiempo es revelador.; de hecho los dos primeros sirvientes supieron comprender inmediatamente que era el primer gran regalo que podían aprovechar y no lo desperdiciaron tirándolo a la basura..

Deberíamos reflexionar más sobre el pecado de perder el tiempo. Si el tercer siervo hubiera pensado en esto se hubiera aprovechado, porque al final la recompensa sería la misma que la de los dos primeros sirvientes que habían recibido más. Pero como se dijo anteriormente, el regalo es, así como el tiempo invertido, Revelando los personajes de esta parábola.. El donante también, incluso si Jesús inicialmente lo esconde detrás de un hombre anónimo (v.14), es claramente Dios quien más tarde será llamado "Señor" (Kyrie, Señor Dios v.20.22.24). Sólo Él es capaz de dar todas sus cosas en regalo. [2], de manera preventiva e inesperada, especialmente hacia los destinatarios que, por emprendedores que sean, siguen siendo servidores. Algunos padres de la iglesia quisieron ver detrás del don de los talentos la Palabra de Dios, en memoria de la parábola de la buena semilla que da fruto según la tierra que encuentra. Ireneo de Lyon, d. 202 corriente continua., vio allí el don de la vida, concedido por Dios a los hombres. Como quieras entenderlos, ya que todo cuento parabólico está abierto a una pluralidad de interpretaciones, Los talentos seguirán siendo un regalo gratuito que no se puede conservar para uno mismo., ni se esconde, pero hay que multiplicarlo. Revelan que Dios, más que un maestro, se muestra Padre hacia nosotros los hijos y con el tiempo ofrece muchas de estas gracias a cada uno de nosotros y a nuestras comunidades.. La capacidad de reconocerlos y hacerlos fructificar es la cualidad de servidores intrépidos que también saben correr riesgos..

El punto de la parábola pero no es de carácter económico, es decir, en la capacidad de obtener beneficios de la inversión de capital, porque la recompensa, En este sentido, debería haber sido proporcional al mérito y tamaño de los activos acumulados. En cambio, se centra en actuar al instante y no permanecer inerte en el tiempo dado.. Teniendo en cuenta que el amo-Señor regresará y pedirá razón («él expone la razón» traduce la Vulgata) de cómo habrán actuado los sirvientes. Descubrirán que a sus ojos lo que importaba era la bondad y la fidelidad en la acción y lo que parecía mucho en realidad era muy poco comparado con la recompensa.: "Bien, siervo bueno y fiel – le dijo su amo –, fuiste fiel en poco, Te daré poder sobre mucho; participa en la alegría de tu amo".

La parábola se convierte así en una invitación a los discípulos y para que las comunidades no permanezcan inmóviles y encantadas ante las dificultades de los tiempos actuales, listo para actuar en cualquier momento, conscientes de los dones recibidos y de que este que se nos da es el tiempo propicio. Los desafíos que plantea y las nuevas condiciones culturales no deberían asustarnos ni hacernos felices sólo con lo que ya se está haciendo o embriagados por el activismo como un fin en sí mismo.. La parábola pide conciencia a los cristianos, responsabilidad, audacia y sobre todo creatividad, todas las realidades condensadas en palabras: se bueno y fiel.

Finalmente nos preguntamos primero porque el maestro, protagonista de la parábola, Trató tan mal al tercer sirviente.. Lo llamativo de esta historia es precisamente la idea que el criado tenía de él.. Mientras que los dos primeros sirvientes no necesitaban pensar en esto., casi como si fuera automático para ellos que si el propietario te hace un regalo, este debe ser inmediatamente rentable, el otro sirviente en cambio desarrolla su propia idea, podríamos decir su teología, que bloquea su acción, porque la idea del miedo lo domina. Atrapado en esta imagen que tiene de su amo., la de un hombre duro y pretencioso, A pesar de tener el gran don de un talento a su disposición, no puede confiar en él.. Y este será su verdadero drama..

Su inacción será juzgado de forma paralela a los buenos y fieles, pero como malvado y perezoso. Si al menos hubiera abierto una cuenta de ahorros, habría recibido los ingresos por intereses., pero prefirió enterrar su regalo y por ello, cuando ya no hay tiempo para actuar, en el momento del juicio, será entregado al llanto y al crujir de dientes, una expresión bíblica que indica el fracaso de la vida[3].

La fe que funciona es importante en el vocabulario del primer evangelio. Jesús habla de la fe de quienes creen en él para ser sanados, el del centurión (8,10), del paralítico (9,2), de la mujer sangrante (9,22), de los dos ciegos (9,29), della Cananea (15,28), y anima a su equipo, Nunca criticado por tener "poca fe", tener más (cf.. 6,30).

nuestra parábola por lo tanto, podría significar algo sobre creer o no creer en Dios en el tiempo intermedio que separa del juicio.. el tercer sirviente, demonio, ya no tiene fe, lo perdió con el tiempo: olvidó que lo que le había sido confiado debía ser invertido para que diera frutos para el maestro, pero también a su favor: por lo tanto se ha vuelto inútil (v.30). Que la parábola trata del don de la fe, También se puede deducir indirectamente de otro texto del Nuevo Testamento., donde San Pablo dice que este don está misteriosamente personalizado, tal como en la parábola que cuenta Jesús:

«Por la gracia que me fue dada, le digo a cada uno de ustedes: no te valores más de lo apropiado, pero evaluaos sabia y justamente, cada uno según la medida de fe que Dios le ha dado" (Rm 12,3).

Para concluir podríamos preguntarnos: ¿Qué visión tenemos de Dios?? El vengativo, exigente y dura que infunde miedo o la liberadora, positivo que nos hace actuar con confianza y sin miedo, cómo Jesús lo vivió y nos enseñó?

Desde la ermita, 19 Noviembre 2023

 

NOTAS

1 El talento, que también significaba «lo que se pesa, era una unidad de peso de aproximadamente 30-40 kg. correspondiente a seis mil denarios. porque un denario, según lo que el propio Mateo explica en 20,2 (Matteo es muy preciso en el uso de las monedas., y en su evangelio se enumeran varios tipos), es el salario por un dia de trabajo, Aquí nos referimos a una gran suma entregada a los sirvientes para la gestión.

2 En la parábola de los inquilinos asesinos no duda en enviar también a su Hijo (Mt 21,37)

3 "Aún, El reino de los cielos es como una red arrojada al mar., que recoge todo tipo de peces. cuando esté lleno, los pescadores lo arrastran a tierra, ellos se sientan, recogen los peces buenos en las cestas y tiran los malos. Así será en el fin del mundo.. Los ángeles vendrán y separarán los malos de los buenos y los arrojarán al horno de fuego., Allí será el llanto y el crujir de dientes " (Mt 13,47-50).

 

 

 

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Gabriele Giordano M.. Scardocci
De la Orden de Predicadores
Presbítero y teólogo

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Padre Gabriele

El amor que nace de la caridad es el fundamento del cristianismo

Homilética de los Padres de La Isla de Patmos

EL AMOR QUE NACIÓ DE LA CARIDAD ES EL FUNDAMENTO DEL CRISTIANISMO

Jesús nos enseña que no hay amor a Dios que sea muy grande, devoto y autentico, y que no se convierta en amor hacia el prójimo. Un amor de caridad que significa, por tanto, actuar según obras concretas y reales., para ayudar a otros a crecer también en santidad. Por lo tanto, como decían los provenzales, En el amor o creces o disminuyes..

 

Autor:
Gabriele Giordano M.. Scardocci, o.p.

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Queridos lectores de La Isla de Patmos,

«Es obvio: l'El amor crece o mengua y nunca permanece igual'. Esta bonita frase la encontramos en una antigua. Código de amor provenzal. Esta máxima contiene una de las leyes fundamentales del amor que es el crecimiento continuo en la donación de uno mismo a los demás y a Dios.. El amor es una experiencia común que todos hemos experimentado al menos una vez en la vida.. La Fundación, por lo tanto, de nuestro amor humano, qué amor de caridad y ternura es siempre el amor de Dios que siendo eterno, Él nos pide que amemos también con un amor eterno..

Esta piedra angular está encerrada en el Evangelio de este XXX Domingo del Tiempo Ordinario, donde se establece la ley fundamental del cristianismo. Una verdadera revolución copernicana dentro del judaísmo y el mundo griego- Romano. Una novedad absoluta donde el centro de todo es la relación de amor entre Dios y el hombre.

Una vez más nos encontramos con los fariseos. todos unidos para celebrar un concilio contra Jesucristo. La semana pasada le fue mal, cuando habían enviado a los herodianos para tratar de ponerlo en contra de los romanos.. Esta vez envían a un doctor de la ley., un experto que le hace una pregunta trampa. Cual 613 preceptos judíos (tómalo con calma) crees que es más importante, según la jerarquía judía? Esta también es una pregunta capciosa., según la falacia de la falsa dicotomía. de yo 613 De hecho, había una jerarquía e importancia para los preceptos.. Independientemente de que recordemos o no esta escala jerárquica -que para Jesús era sencilla- la trampa consistió en escuchar la respuesta de Jesús, cualquiera que hubiera sido la respuesta, Responder que el precepto citado era, en cambio, el menos importante.. De esta manera,, querían desacreditar y mostrar la falta de conexión de Jesús con la tradición judía y con Dios. Jesús se libera una vez más de esta trampa argumentativa. Y aprovecha la situación para ofrecer el centro y núcleo de la enseñanza del cristianismo.. Jesús responde:

«”Amarás al Señor tu Dios con todo tu corazón., y con toda tu alma y con toda tu mente”. Este es el gran y primer mandamiento.. El segundo es parecido a ese.: “Amarás a tu prójimo como a ti”. De estos dos mandamientos dependen toda la Ley y los Profetas ".

Las noticias consiste ante todo en la formulación de estos dos preceptos. El primero está tomado del Deuteronomio. 6,5 y está vinculado junto con la ley de Santidad que encontramos en Levítico 19,18. He aquí, pues, el vínculo inseparable entre el amor a Dios y al prójimo, ya presente y prefigurado en el Antiguo Testamento y luego explicitado y anunciado por Jesús.. Esta respuesta rompe cualquier contrarespuesta.. Y es una respuesta que todavía hoy es válida para nosotros..

Jesús nos enseña que no existe el amor hacia Dios que es muy grande, devoto y autentico, y que no se convierta en amor hacia el prójimo. Un amor de caridad que significa, por tanto, actuar según obras concretas y reales., para ayudar a otros a crecer también en santidad. Por lo tanto, como decían los provenzales, En el amor o creces o disminuyes.. Crecemos en el amor hacia Dios porque las obras de misericordia alimentan continuamente nuestra elección de fe, que es una relación con el eterno Tú de Dios., eternamente enamorado de su creación y por tanto de la humanidad. Al mismo tiempo, Amar con caridad es elegir comprometerse responsablemente en la Iglesia., para que todos los demás creyentes puedan encontrar a Cristo a través de nosotros. si dejas de amar, también nuestra vida y nuestra alegría, poco a poco se van desvaneciendo. Así también nuestra persona se encierra cada vez más en sí misma.. Jesús nos pide que pongamos en circulación nuestro amor auténtico y tierno.

Pedimos al Señor la fuerza y ​​el coraje de la acción generosa y misericordiosa, para que todos crezcamos unidos en el camino de la santidad que conduce a la vida eterna.

Que así sea.

Santa María Novella en Florencia, 29 de Octubre del 2023

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