Warum haben wir Väter der Zeitschrift „Die Insel Patmos“ nicht über die Synode gesprochen?? Weil wir Priester und Theologen sind, keine Klatschredner, die die irrationalen Stimmungen der Bevölkerung erregen

WARUM HABEN WIR VÄTER DES MAGAZINS DIE INSEL PATMOS NICHT ÜBER DIE SYNOD GESPRECHEN?? WEIL WIR PRIESTER UND THEOLOGEN SIND, NON GOSSIPPARI CHE ECCITANO GLI UMORI IRRAZIONALI DEL POPOLINO

Già prima di prendere avvio questo ultimo Sinodo è stato preceduto da proclami di non meglio precisati esperti internetici che hanno seminato un terrore non poi così dissimile da quello dei terroristi di Hamas, per portare un esempio iperbolico del tutto assurdo-paradossale. Se infatti i terroristi di Hamas uccidono civili innocenti, quest’altro genere di terroristi uccide, nei sempre più smarriti fedeli, il poco che in loro resta della fede e del sentire ecclesiale, dell’essere membra del corpo vivo che è la Chiesa.

- Kurznachrichten -

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In uno dei miei ultimi articoli al quale vi rimando (sehen WHO) ho parlato della decadenza del principio di autorità in rapporto ai soziale Medien, dove anche l’ultimo degli imbecilli può lanciarsi a trattare in modo grottesco e surreale temi che sono oggetto di complessi dibattiti storici sul piano scientifico, historisch, Sozial, Politik, teologico …

Noi Padri di questa rivista ci siamo convinti che dinanzi a certe desolazioni vale l’antico detto di Publio Terenzio Afro (190-159 A. C.), universalmente noto come Terenzio: «Tacent, satis laudant» (Tacciono e così facendo lodano). Con questa massima il celebre commediografo romano di probabile origine berbera intendeva dire che talvolta il silenzio evita che le parole espresse, anche in modo chiaro, finiscano per essere distorte o anche volutamente mal comprese da chi è propenso a fraintendere o a cercare ogni pretesto per una lite. Da questa massima terenziana nasce il celebre detto popolare «un bel tacer non fu mai scritto».

Una nota di carattere personale: per ragioni che non è necessario spiegare, nel corso di quest’ultimo Sinodo ho avuto modo di andare e venire dalla Martha Haus Sancthae viele Male, di incontrare e parlare con diversi vescovi provenienti da più parti del mondo, appurando quell’ovvio che non ho certo necessità di appurare, perché il tutto, per me come per tanti altri studiosi e teologi, rientra nell’àmbito delle cose scontate sulle quali non ci sarebbe proprio niente da discutere. Aber, come scrivevo nel mio precedente articolo (sehen WHO) a volte è necessario spiegare soprattutto le cose che a noi appaiono scontate, in questo pazzo mondo decadente nel quale un esercito sconfinato di persone pensa di dare sentenze massime e inappellabili con un Tweet o un post su Facebook, dopo essersi nutriti ai blog di personaggi che parlano e dissertano su questioni complesse che di prassi e rigore proprio non conoscono.

Già prima di prendere avvio questo ultimo Sinodo è stato preceduto da proclami di non meglio precisati esperti internetici che hanno seminato un terrore non poi così dissimile da quello dei terroristi di Hamas, per portare un esempio iperbolico del tutto assurdo-paradossale. Se infatti i terroristi di Hamas uccidono civili innocenti, quest’altro genere di terroristi uccide, nei sempre più smarriti fedeli, il poco che in loro resta della fede e del sentire ecclesiale, dell’essere membra del corpo vivo che è la Chiesa (vgl.. Kol 1, 18).

Per settimane abbiamo letto e udito proclami nei quali certi terroristi del web davano il meglio di sé stessi per disorientare i cattolici semplici e sempre più smarriti prevedendo l’imminente sdoganamento del celibato sacerdotale e dei preti sposati, le donne prete, o perlomeno le donne diacono, la benedizione all’altare delle coppie omosessuali e via dicendo a seguire. E tutti questi elementi che definire fantastici è solo eufemismo, erano annunciati come certi, anzi presentati come scontati.

Sul finire del Sinodo il Sommo Pontefice Francesco ha preso pubblicamente parola chiarendo che il celibato sacerdotale non sarebbe stato in alcun modo toccato, ribadendo quel che sappiamo da secoli: il celibato sacerdotale, che affonda le proprie radici sin dalla prima epoca apostolica e che ha un grande valore sul piano spirituale, ecclesiale e pastorale, non è un dogma di fede ma una disciplina ecclesiastica. N’è prova che anche nella Chiesa Cattolica esistono da sempre preti di rito orientale che sono sposati e hanno famiglia. Ciò premesso il Santo Padre ha ribadito che non intende in alcun modo modificare la disciplina ecclesiastica sul celibato dei sacerdoti appartenenti alla comunità di rito latino, precisando che nulla di simile «avverrà sotto il mio pontificato».

Per quanto riguarda il discorso delle donne-prete, il Sommo Pontefice Francesco si era già espresso più volte in passato, quindi non ha fatto altro che ribadire il pronunciamento dato in forma definitiva dal suo Santo Predecessore Giovanni Paolo II che chiarì per il presente e il futuro avvenire: «La Chiesa non ha la facoltà di poter concedere la sacra ordinazione sacerdotale alle donne» (vgl.. WHO).

Se nelle fasi preparatorie del Sinodo si era parlato di mondo LGBT, dalla bozza del documento conclusivo questo acronimo è completamente scomparso, con sicuro dispiacere di quel gaio personaggio di Padre James Martin spalleggiato poco tempo fa con un articolo del noto settimanale pseudo cattolico Matsch Christian, nato in origine come christliche Familie, il quale annunciava: «Papa Francesco ha ridato dignità alle persone LGBTQ e questa è una benedizione per tutti» (vgl.. Qich). Dunque niente benedizione alle gaie coppie arcobalenate sotto i gradini degli altari per l’ovvia ragione che la Chiesa, con la scusa di benedire le persone che vanno sempre benedette, non è così ingenua e sprovveduta a finire col benedire quello che per la dottrina e la morale cattolica rimane il peccato contro natura (Katechismus, n. 2357), che come tale non può essere benedetto, neppure con la scusa di benedire solo le persone. Tema questo sul quale si era già espresso il Dicastero per la Dottrina della Fede (vgl.. WHO). Più volte nel corso di questi ultimi anni ho scritto e spiegato che la Chiesa ha il dovere di accogliere il peccatore, specie i peggiori peccatori, perché se non lo facesse tradirebbe la missione che Cristo Dio le ha affidato (vgl.. MT 9,13), sempre facendo però bene attenzione a non accogliere mai il peccato, che non può essere accolto e tanto meno benedetto.

Per questo noi abbiamo taciuto, perché siamo presbiteri, teologi e soprattutto uomini di fede consapevoli che per quanto oggi la Chiesa stia vivendo momenti molto delicati, o se vogliamo anche confusi e tristi, mai potrà in ogni caso tradire la missione che Cristo Dio le ha affidato per andare incontro ai capricci del mondo, perché Dio ci ha scelti dal mondo ma noi non siamo del mondo (vgl.. GV 15, 18-19).

Passiamo e concludiamo con due elementi. Die erste: l’essenza dei concili ecumenici e dei sinodi della Chiesa; der zweite: l’atteggiamento insolito, forse anche discutibile e ambiguo del Sommo Pontefice Francesco.

I terroristi della Hamas-cattolica che hanno portato avanti per mesi e settimane campagne mirate ora a eccitare gli animi ora a terrorizzarli, hanno dimostrato anzitutto di non avere idea di che cosa siano concili e sinodi nella storia bimillenaria della Chiesa. Anzitutto vediamo la differenza tra i due: per concilio ecumenico si intende, come dice la parola stessa, un evento straordinario che coinvolge tutti i vescovi della Chiesa universale. Der Begriff “ökumenisch” deriva infatti dal greco οἰκουμένη (oikoumene) e significa universale. Ansonsten statt, il Sinodo, che può essere locale o anche mondiale, coinvolge una fetta di episcopato, o dei partecipanti invitati e selezionati, che possono rappresentare anche la universalità cattolica, ma che non costituiscono un concilio ecumenico, ossia quell’atto più importante e solenne della Chiesa che richiede e implica la partecipazione dell’intero episcopato cattolico.

In beiden Fällen, che si tratti di un concilio ecumenico o di un sinodo, i partecipanti non hanno semplicemente il diritto, ma proprio il dovere di discutere di tutto e del suo esatto contrario. Nell’ambito delle discussioni possono, anzi devono essere sollevate anche le ipotesi volendo più improbabili o anche assurde. Non facevano forse così i grandi Padri e Maestri della scolastica classica, partendo spesso nelle loro disputazioni anche da elementi persino surreali e paradossali, al fine di stimolare il senso speculativo e giungere a delle sapienti sentenze? Cosa dura questa da far capire al blogghettaro d’assalto o a coloro che con una sentenza su Zwitschern hanno risolto problematiche che non hanno avuto ancora una risposta definitiva da secoli. Deswegen, che certe frange di episcopato, ossia gli immancabili tedeschi e nord-europei, abbiano sollevato certe questioni, non avrebbe dovuto stupire nessuna persona, inclusi blogghettari d’assalto e twittatori, se solo avessero conosciuto i rudimenti della storia della Chiesa.

Der Oberste Papst Franziskus rimane dal canto suo un enigma, come ebbi a definirlo in un mio vecchio articolo del 2013 commentando i suoi primi 100 Tage des Pontifikats (sehen WHO) dove lo paragonai al pifferaio magico di Amelin, al quale va riconosciuto un enorme merito: aver fatto venire allo scoperto tutti i topi per quelli che realmente sono, dopo che per un trentennio si erano celati nella più falsa e calcolata accondiscendenza sotto i pontificato di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Perlomeno oggi, grazie a questo Augusto Pifferaio, conosciamo i topi a uno a uno per ciò che sono e per quello che realmente pensano. Questo renderà loro particolarmente difficile, o meglio davvero impossibile potersi riciclare al prossimo cambio del timoniere della barca di Pietro, posto che a 87 anni e con problemi di salute di non poco conto il Sommo Pontefice Francesco non sarà certo eterno. Se quindi domani, come nulla fosse stato, un goliardico cardinale giunto a calarsi persino in un tombino per riallacciare la luce agli abitanti di un palazzo abusivamente occupato illegalmente (sehen WHO), si presentasse con tre metri di cappa magna e un galero sulla testa ― cosa che certi camaleonti sarebbero capaci a fare perché privi per loro natura del senso stesso del pudore ― tutti noi gli chiederemmo: “Ma tu, non eri forse quello che sotto il pontificato di Francesco andavi in pantaloni e maniche di camicia arrotolate a portare il caffè la sera ai barboni che avevano trasformato il colonnato del Bernini in un pubblico pisciatoio, dopo avere fatto sfoggio di gemelli d’oro e vesti paonazze plissettata ad arte sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI?”.

Per l’ennesima volta il Sommo Pontefice Francesco li ha fatti incontrare, parlare e sfogare in un Sinodo, inducendoli a venire di nuovo tutti quanti allo scoperto. Finite le discussioni ha annunciato «poi vedremo», concludendo con un «arrivederci al prossimo anno», ammesso ovviamente che la Santità di Nostro Signore sia sempre in vita.

Von den beiden eins: o siamo di fronte a un uomo che da solo è più pazzo e squilibrato di Giovanna di Castiglia, Enrico IV e Ludovico II di Baviera tutti e tre messi assieme, oppure siamo di fronte a un uomo che in un momento storico molto difficile e complesso ha fatto ciò che di meglio e più opportuno andava fatto, usando in modo sapiente e prudente la sua grazia di stato, sebbene sul momento il suo agire non possa essere compreso. Di fatto noi non possiamo affermare né l’una né l’altra cosa, perché siamo privi degli elementi per poterlo fare. Forse occorreranno molti anni, ma un giorno la storia ci chiarirà il grande “enigma” Francesco, come ebbi a definirlo nel 2013 nach den ersten 100 giorni del suo pontificato, rivelandolo come l’uomo giusto che cavalcò nel miglior modo una stagione straordinariamente delicata.

von der Insel Patmos, 29 Oktober 2023

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Die Väter der Insel Patmos

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Gabriele GiordanoM. Scardocci
Vom Orden der Prediger
Presbyter und Theologe

( Klicken Sie auf den Namen, um alle Artikel zu lesen )
Pater Gabriele

Die Liebe, die aus der Nächstenliebe entsteht, ist die Grundlage des Christentums

Homiletik der Väter der Insel Patmos

Die aus der Nächstenliebe geborene Liebe ist die Grundlage des Christentums

Jesus lehrt uns, dass es keine allzu große Liebe zu Gott gibt, hingebungsvoll und authentisch, und dass es nicht zur Nächstenliebe wird. Eine Liebe zur Nächstenliebe, die daher bedeutet, nach konkreten und realen Werken zu handeln, um auch anderen zu helfen, in der Heiligkeit zu wachsen. Deshalb, wie die Provenzalischen sagten, In der Liebe wächst oder schrumpft man.

 

Autor:
Gabriele GiordanoM. Scardocci, o.p.

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Liebe Leserinnen und Leser der Insel Patmos,

«Es ist offensichtlich: l„Liebe nimmt zu oder ab und bleibt nie gleich“. Wir finden diesen schönen Satz in einem alten Satz Provenzalischer Liebeskodex. Diese Maxime enthält eines der Grundgesetze der Liebe, nämlich das kontinuierliche Wachstum in der Hingabe an andere und an Gott. Liebe ist eine gemeinsame Erfahrung, die wir alle mindestens einmal in unserem Leben erlebt haben. Die Grundlage, deshalb, unserer menschlichen Liebe, Welche Liebe der Nächstenliebe und Zärtlichkeit ist immer die Liebe Gottes, die ewig ist, Er fordert uns auf, auch mit ewiger Liebe zu lieben.

Dieser Grundstein liegt bei In dem Evangelium dieses XXX. Sonntags im Jahreskreis, wo das Grundgesetz des Christentums dargelegt wird. Eine wahre kopernikanische Revolution im Judentum und in der griechischen Welt- Roman. Eine absolute Neuheit, bei der die Liebesbeziehung zwischen Gott und Mensch im Mittelpunkt steht.

Wieder einmal finden wir die Pharisäer alle vereint, um einen Rat gegen Jesus Christus abzuhalten. Die letzte Woche verlief für ihn schlecht, als sie die Herodianer geschickt hatten, um zu versuchen, ihn gegen die Römer aufzuhetzen. Diesmal schicken sie einen Juristen, ein Experte, der ihm eine Fallenfrage stellt. Welcher 613 Jüdische Gebote (nehmen Sie es einfach) Du denkst, es ist wichtiger, nach der jüdischen Hierarchie? Auch das ist eine Fangfrage, nach dem Trugschluss der falschen Dichotomie. Von mir 613 Tatsächlich gab es eine Hierarchie und Wichtigkeit der Gebote. Unabhängig davon, ob wir uns an diese hierarchische Skala erinnern oder nicht – die für Jesus einfach war – bestand die Falle darin, auf die Antwort Jesu zu hören, wie auch immer die Antwort gewesen wäre, Antwort, dass die zitierte Regel vielmehr die unwichtigste sei. In tal-modo, Sie wollten Jesu mangelnde Verbindung zur jüdischen Tradition und zu Gott diskreditieren und zeigen. Jesus befreit sich erneut aus dieser Argumentationsfalle. Und er nutzt die Situation, um das Zentrum und den Kern der Lehre des Christentums anzubieten. Jesus antwortet:

«”Du wirst den Herrn, deinen Gott, von ganzem Herzen lieben, und mit deiner ganzen Seele und mit all deinen Gedanken”. Das ist das große und erste Gebot. Der zweite ist diesem ähnlich: “Du sollst deinen Nächsten lieben wie dich selbst”. An diesen beiden Geboten hängt das ganze Gesetz und die Propheten ".

Die Nachrichten es besteht zunächst in der Formulierung dieser beiden Gebote. Der erste ist dem Deuteronomium entnommen 6,5 und es ist mit dem Gesetz der Heiligkeit verbunden, das wir in Levitikus finden 19,18. Hier liegt also die untrennbare Verbindung zwischen der Liebe zu Gott und dem Nächsten, die bereits im Alten Testament vorhanden und vorgezeichnet ist und dann von Jesus explizit gemacht und verkündet wird. Diese Antwort bricht jede Gegenantwort. Und es ist eine Antwort, die auch heute noch für uns gültig ist.

Jesus lehrt uns, dass es so etwas wie Liebe nicht gibt gegenüber Gott, der sehr groß ist, hingebungsvoll und authentisch, und dass es nicht zur Nächstenliebe wird. Eine Liebe zur Nächstenliebe, die daher bedeutet, nach konkreten und realen Werken zu handeln, um auch anderen zu helfen, in der Heiligkeit zu wachsen. Deshalb, wie die Provenzalischen sagten, In der Liebe wächst oder schrumpft man. Wir wachsen in der Liebe zu Gott, weil die Werke der Barmherzigkeit unsere Wahl des Glaubens, der eine Beziehung zum ewigen Du Gottes darstellt, ständig antreiben, ewig verliebt in seine Schöpfung und damit in die Menschheit. Gleichzeitig, Mit Nächstenliebe zu lieben bedeutet, sich für ein verantwortungsvolles Engagement in der Kirche zu entscheiden, damit alle anderen Gläubigen durch uns Christus begegnen können. Wenn du aufhörst zu lieben, auch unser Leben und unsere Freude, nach und nach verblassen sie. Dadurch wird auch unser Mensch immer mehr in sich selbst verschlossen. Jesus bittet uns, unsere authentische und zärtliche Liebe in Umlauf zu bringen.

Wir bitten den Herrn die Stärke und der Mut großzügigen und barmherzigen Handelns, damit alle vereint auf dem Weg der Heiligkeit wachsen, der zum ewigen Leben führt.

So sei es.

Novelle Santa Maria in Florenz, 29 Oktober 2023

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Die Väter der Insel Patmos

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„Du sollst deinen Nächsten lieben wie dich selbst“. An diesen beiden Geboten hängt das ganze Gesetz und die Propheten "

Homiletik der Väter der Insel Patmos

„Du sollst deinen Nächsten lieben wie dich selbst.“ Das ganze Gesetz und die Propheten hängen von diesen beiden Geboten ab

Jesus ging mit der überraschenden Neuheit, die in der antiken jüdischen Literatur keine Parallele hat, sofort einen Schritt weiter: „Du sollst deinen Nächsten lieben wie dich selbst“. Sie, Zurück zum Willen des Gesetzgebers, erkennt, dass Gottesliebe und Nächstenliebe untrennbar miteinander verbunden sind: das eine existiert nicht ohne das andere.

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.HTTPS://youtu.be/4fP7neCJapw

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Im Lektionar, die Diskussion mit den Sadduzäern über die Auferstehung wurde weggelassen, wir kommen an, mit dem Evangelium davon XXX Sonntag im Jahreskreis, zu einer neuen Schmährede, die damit beginnt, dass Jesus von seinen Gegnern befragt wird, ma, erneut, um es zu testen.

„Zu dieser Zeit, Ich Farisei, nachdem er gehört hatte, dass Jesus die Sadduzäer zum Schweigen gebracht hatte, Sie versammelten sich und einer von ihnen, ein Doktor der Rechtswissenschaften, er befragte ihn, um ihn auf die Probe zu stellen: "Maestro, im Gesetz, Was ist das große Gebot??». Sie antwortete ihm: „Du wirst den Herrn, deinen Gott, von ganzem Herzen lieben, mit ganzer Seele und mit ganzem Verstand“. Das ist das große und erste Gebot. Der zweite ist diesem ähnlich: „Du sollst deinen Nächsten lieben wie dich selbst“. An diesen beiden Geboten hängt das ganze Gesetz und die Propheten ". (MT 22,34-40)

Dies sind die letzten Tage Jesu in der heiligen Stadt Jerusalem, vor der Verhaftung und Leidenschaft, und er weiß, dass der Kreis um ihn herum immer enger wird. Auf unserer Evangelienseite betreten die Pharisäer erneut die Bühne, und unter ihnen ein Doktor der Rechtswissenschaften, ein Theologe würden wir sagen, ein Experte in der Heiligen Schrift, der ihn noch einmal anspricht, indem er ihn ruft: Rabbi (Maestro, Lehrer). Tatsächlich hatte man so etwas noch nie zuvor gesehen, dass ein Zimmermann es sich in den Kopf gesetzt hatte, die Thora zu lehren und Ratschläge zu geben, darüber, wie man Gott ehrt, darüber, was erlaubt und was verboten ist. Dies wurde nicht gut aufgenommen, wie Ben Sira zu Beginn des dritten Jahrhunderts v. Chr. bezeugte: „Wer frei von Mühe ist, wird weise werden“1; und in den Evangelien wird nie von einer exegetischen Schule Jesu gesprochen. Die überraschenden Interpretationen der Thora, die es ihm ermöglichen, den dialektischen Fallstricken seiner Gegner zu begegnen, sie werden von seinen Jüngern nicht wiederholt werden. Wenn Jesus gerufen wird Rabbi (Maestro) Es liegt an seiner Autorität und Fähigkeit, sich kreativ mit der Heiligen Schrift auseinanderzusetzen. Allerdings ist er nicht der Typ Lehrer, der Schüler ausbildet, ihnen ihre exegetischen Methoden zu vermitteln. Während im rabbinischen Judentum, die sich nach der Zerstörung des zweiten Tempels durchsetzen wird 70, Der Student ist dazu bestimmt, e, wenn möglich, den Meister an Weisheit übertreffen, Die Jünger Jesu werden es für immer bleiben, ohne die Möglichkeit, ihm im intellektuellen Bereich nachzueifern.

Es waren genau die Rabbiner, die es im Gesetz identifiziert hatten, die Thora, mehr als zehn Wörter (Ist 20,2-17), Ben 613 Gebote, Daher scheint die an Jesus gestellte Frage relevant zu sein und drehte sich um eine Vereinfachung: "Maestro, im Gesetz, Was ist das große Gebot??». Es war ein umstrittenes Thema, wie diese rabbinische Antwort zeigt: „Rabbi Simlaj diese:

„Auf dem Berg Sinai wurden sie Moses angekündigt 613 Gebote: 365 Negativ, entsprechend der Anzahl der Tage des Sonnenjahres, e 248 positiv, entsprechend der Anzahl der Organe im menschlichen Körper ... Dann kam David, wer reduzierte diese Gebote auf 11, wie es geschrieben steht [in Ps 15]… Dann kam Jesaja, der sie reduzierte 6, wie es geschrieben steht [in Is 33,15-16]… Dann kam Micha, der sie reduzierte 3, wie es geschrieben steht: „Was verlangt der Herr von dir?“, wenn nicht, um Gerechtigkeit zu praktizieren, Liebe Mitleid, Wandele demütig mit deinem Gott? » (Mir 6,8) … Dann kam Jesaja erneut und reduzierte sie auf 2, wie es geschrieben steht: „So spricht der Herr: Gesetze beachten und Gerechtigkeit üben“ (Ist 56,1) … Schließlich kam Habakuk und reduzierte die Gebote auf nur eins, wie es geschrieben steht: „Der Gerechte wird von seinem Glauben leben“ (Ab 2,4)» (Babylonischer Talmud, Makkot, 24ein).

Jesus antwortete hervorheben, erneut, seine Fähigkeit, sich auf das Wesentliche zu beziehen und dann eine überraschende Neuheit vorzuschlagen, ein zweites Gebot mit dem Hauptgebot verknüpfen, sie als ähnlich zu erklären und beide zu einem Seil zu machen, auf dem die gesamte Struktur der übrigen Befehle balanciert ist, tatsächlich der gesamte Komplex des Wortes Gottes. Wenn sie sich davon lösen, fallen sie zu Boden. Dies ist die Bedeutung des Verbs für Sahne ― κρέμαμαι ― des Verses V.40, das heißt, gehängt werden, ausgesetzt, baumeln; was mit depend gemacht wurde: „Auf diesen beiden Geboten beruhen das ganze Gesetz und die Propheten.“.

Wo Jesus das Fundament fand um die Größe des ersten Gebots zu rechtfertigen? Im Gebet, in diesem Fall das von Shema (Hören) die den Tag des religiösen Juden und insbesondere den von eröffnete und beendete Schabbat, Samstag:

«Hören, Israel: Der Herr ist unser Gott, Der Herr ist nur einer. Du wirst den Herrn, deinen Gott, von ganzem Herzen lieben, mit deinem ganzen Leben und mit deinem ganzen Verstand“ (Dt 6,4-5). Und er sagte: „Dies ist das große und erste Gebot“.

Dann ging Jesus sofort weiter mit der überraschenden Neuheit, dass es keine Parallelen in der antiken jüdischen Literatur gibt: „Du sollst deinen Nächsten lieben wie dich selbst“ (lv 19,18). Sie, Zurück zum Willen des Gesetzgebers, erkennt, dass Gottesliebe und Nächstenliebe untrennbar miteinander verbunden sind: das eine existiert nicht ohne das andere. Das Gebot, deinen Nächsten zu lieben, lautet, im Matthäusevangelium, der am häufigsten zitierte alttestamentliche Text: es kommt auch vor in MT 5,43 e 19,19. Das bedeutet, dass Jesus auf diesem Gebot bestand, aber auch, dass es für Matthäus besonders wichtig war, die Gläubigen an Christus zu erinnern, wenn sie von ihrem eigenen Volk nicht mehr verstanden und willkommen geheißen werden; Unglücklicherweise, sogar von ihren eigenen jüdischen Brüdern.

Kein Wunder in unserem Text Das zweite Gebot wird als gleichwertig – ὁμοία – zum ersten definiert, mit gleicher Bedeutung und gleichem Gewicht, während der Evangelist Lukas sie sogar in einem großen Gebot vereint: „Du sollst den Herrn, deinen Gott, lieben ... und deinen Nächsten.“ (LC 10,27). Damit vollbringt Jesus eine mutige und entscheidende Neuerung, und er tut es mit der Autorität von jemandem, der weiß, dass man Gott nicht lieben kann, ohne die Menschen zu lieben.

Liebe ist ein menschliches Gefühl Es kann nicht gesagt werden, dass es a darstellt richtig des Christen, Stattdessen ist der Glaube an Jesus, der Christus, Sohn des Vaters, der sich offenbarte. Und im Mittelpunkt dieses Prozesses steht die Manifestation Gottes als Liebe. Wie jeder weiß, sind Paulus und Johannes die Autoren des Neuen Testaments, die die Tiefe dieses Geheimnisses erforscht haben. Genau Letzteres, In einem seiner Briefe erklärte er: „Gott ist Liebe“ (1GV 4,8.16) und wer „uns zuerst geliebt hat“ (1GV 4,19). Der heilige Paulus wird uns die Hymne der Nächstenliebe schenken (1Kor 13). Alle diese Worte richteten sich in erster Linie an die Jünger Jesu aller Zeiten, Sie sind heute das Erkennungszeichen derer, die an ihn glauben, so sehr, dass Giovanni es selbst bestätigte: «Wenn man sagt: Ich liebe Gott und hasse seinen Bruder, Er ist ein Lügner. Für jeden, der seinen Bruder, den er sieht, nicht liebt, er kann Gott nicht lieben, den er nicht sieht. Und das ist das Gebot, das wir von ihm haben: der Gott liebt, Du liebst deinen Bruder auch“ (1GV 4,20-21). Und das liegt daran, dass der Bezug immer auf Jesus gerichtet sein wird, der sich selbst als Vergleichspunkt darstellte: „Daran wird jeder erkennen, dass ihr meine Jünger seid: wenn ihr Liebe füreinander habt“ (GV 13,35); das heißt, jene Liebe, die „das neue Gebot“ in die Tat umsetzt, das heißt, zuletzt und endgültig, von ihm hinterlassen: „Liebt einander, wie ich euch geliebt habe“ (GV 13,34; 15,12).

Um auf das Beispiel des aufgehängten Seils zurückzukommen Der Christ wird immer diesen subtilen Weg gehen und vermeiden, sich zu sehr auf die eine Seite zu stützen und das Gleichgewicht auf der anderen Seite zu verlieren. Die Liebe zu Gott und zu anderen bleibt in ständigem Gleichgewicht und beides ist nicht das Wahrzeichen einer Jahreszeit. Selbst jetzt, in der Kirche, Es wird mehr Wert auf Solidarität und die Aufnahme der Armen und Elenden gelegt, Der Christ wird immer ein „Mann für alle Jahreszeiten“ sein2. Und nach der Lehre Jesu wird es immer jemanden geben, der beim unbeaufsichtigten Abstieg von Jerusalem nach Jericho Gefahr laufen könnte, halb tot zu sein: Mitfühlende Liebe wird die Antwort sein (LC 10,25-37).

Auch der heilige Augustinus scheint dieser Meinung zu sein:

„Die beiden Gebote der Liebe aussprechen.“, Der Herr empfiehlt nicht, zuerst den Nächsten und dann Gott zu lieben, aber er stellt Gott an die erste Stelle und dann seinen Nächsten. Aber da du Gott immer noch nicht siehst, Du wirst es verdienen, es zu sehen, indem du deinen Nächsten liebst. Deshalb liebe deinen Nächsten, und schauen Sie in sich selbst nach der Quelle, aus der die Nächstenliebe entspringt: Du wirst uns sehen, so viel wie möglich, Es gab. Beginnen Sie also damit, Ihren Nächsten zu lieben. Brechen Sie Ihr Brot mit den Hungrigen, und holen Sie die Obdachlosen in Ihr Zuhause; wenn Sie eine nackte Person sehen, Nachricht, und verachte nicht diejenigen, die von deinem Fleisch sind. Dadurch, was wird passieren? Dann wird dein Licht wie eine Morgendämmerung hervorbrechen (Ist 58,7-8). Dein Licht ist dein Gott. Er ist das Morgenlicht für dich, weil es nach der Nacht dieser Welt zu dir kommt. Er geht weder auf noch unter, strahlt immer ... Indem du deinen Nächsten liebst und dich für ihn interessierst, du wirst gehen. Welchen Weg wirst du einschlagen, außer dem, was zum Herrn Gott führt, zu dem, den wir von ganzem Herzen lieben müssen, mit meiner ganzen Seele, mit deinem ganzen Verstand? Wir sind noch nicht beim Herrn angekommen, aber wir haben unseren Nachbarn immer bei uns. Bringen Sie daher denjenigen mit, mit dem Sie gehen, um den Einen zu erreichen, bei dem du für immer bleiben möchtest“3.

aus der Eremitage, 29 Oktober 2023

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HINWEIS

1 [Bauern, Schmiede, Töpfer, und alle Arbeiter, die Tag und Nacht für Lohn schuften] „Ohne sie kann keine Stadt gebaut werden, Niemand konnte dort bleiben oder sich bewegen. Aber sie werden nicht für den Rat des Volkes gesucht, in der Versammlung nehmen sie keinen besonderen Platz ein, Sie sitzen nicht auf dem Richterstuhl und kennen die Bestimmungen des Gesetzes nicht. Sie bringen weder Bildung noch Recht zum Leuchten,
Sie tauchen nicht unter den Autoren von Sprichwörtern auf, aber sie festigen den Aufbau der Welt,und die Arbeit, die sie tun, ist ihr Gebet. (Herr 38,24. 33-34)

2 Sylvester R. S., Das “Mann für alle Jahreszeiten” Wieder: Robert Whittingtons Verse an Sir Thomas More, Vierteljährlich der Huntington Library, Vol. 26, Nein 2,1963, PP. 147-154.

3 Augustinus von Hippo, Kommentar zum Johannesevangelium, Predigt 17, 7-9 (sehen WHO)

 

 

 

Sant'Angelo-Höhle in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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„Wir werden zu denen gehören, die sahen und doch glaubten“. Dieses einzigartige Konzept des „Skandals“ des Papstes …

„Wir werden zu denen gehören, die es gesehen und doch geglaubt haben“. DIESES EINZIGARTIGE KONZEPT DES „SKANDALS“ DES HÖCHSTEN Pontifex …

Von Paul VI. bis Benedikt XVI, per sessant’anni abbiamo avuto Sommi Pontefici che con esortazioni e documenti hanno raccomandato ripetutamente al clero secolare l’uso della talare, oggi abbiamo un Sommo Pontefice che la veste talare la irride assieme ai preti che la portano.

- Kurznachrichten -

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Adesso vediamo chi è che non scandalizza il Santo Padre

 

il presbitero Marco Pozza, intervista ufficiale al Sommo Pontefice.

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Il presbitero Marco Pozza, intervista ufficiale al Sommo Pontefice

 

Il presbitero Marco Pozza, intervista ufficiale al Sommo Pontefice

 

Ecco l’immagine grottesca di una Chiesa totalmente de-sacralizzata da quei preti che inneggiano a una non meglio precisata «Chiesa aperta a tutti»

 

E pensare che in diversi sono morti, per non togliersi la talare di dosso

 

Il giovane Rolando Rivi morì martire rifiutandosi di togliere la talare di dosso, oggi sarebbe stato un «rigido» destinato a dare «scandalo»

 

„Der große Marsch der geistigen Zerstörung weiter. Alles wird verweigert. Alles wird ein Credo. Es ist eine vernünftige Position, die Steine ​​von der Straße zu leugnen; wird ein religiöses Dogma zu bekräftigen. Es ist ein rationales Argument, dass sie alle in einem Traum versunken Takes; wird eine sinnvolle Form der Mystik sein sagen, dass wir alle wach sind. Brände werden geschürt zu bezeugen, dass zwei plus zwei gleich vier ist. Schwerter werden gezogen, um zu zeigen, dass die Blätter im Sommer grün sind. Wir werden nicht nur die unglaublichen Tugenden und den unglaublichen Sinn des menschlichen Lebens verteidigen, aber etwas noch unglaublich, diese immense, unmöglich Universum zu uns ins Gesicht starrt. Wir werden für sichtbare Wunder kämpfen, als ob sie unsichtbar. Wir werden auf dem Rasen aussehen und der Himmel unmöglich, mit einem fremden Mut. Wir werden unter denen, die gesehen haben, und doch glauben " (Gilbert Keith Chesterton, Ketzer, 1905)

von der Insel Patmos, 25 Oktober 2023

 

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Das neue Buch von Pater Ariel ist erschienen und wird verteilt, Sie können es kaufen, indem Sie direkt auf das Titelbild klicken oder unseren Buchshop betreten WHO

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Die Väter der Insel Patmos

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Der emeritierte Erzabt von Montecassino Pietro Vittorelli ist gestorben: Mitleid kann die traurige Wahrheit auslöschen?

Der emeritierte Archabot von Montecassino PIETRO VITTORELLI ist tot: CHRISTLICHE Frömmigkeit kann die traurige Wahrheit auslöschen?

Die christliche Frömmigkeit kann die Wahrheit nicht außer Acht lassen. Deswegen, der Bauleiter Ich kann nicht schweigen was ist, ist bestätigt: ein, dass „Er hat schlecht über alle geredet, außer Christus, Ich entschuldige mich beim Dirigenten: “ich kenne ihn nicht”!» (Epigraph von Paolo Giovio über Pietro l'Aretino).

- Kurznachrichten -

Autor
Redaktion der Insel Patmos

 

 

 

 

 

 

 

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Unter den verschiedenen Websites, die gesagt werden “Katholiken” da heißt einer Ich kann nicht schweigen. Verantwortlich dafür ist ein junger Mann, der, wie wir erfahren, in der Vergangenheit freundlicherweise bis zu den Ausgängen von Seminaren und religiösen Institutionen begleitet wurde. Vielleicht fühlt er sich deshalb berechtigt, Weisheiten über die Probleme der katholischen Kirche zu schreiben, sondern vor allem auf die Ausbildung von Priestern – die das komplexeste und heikelste Ding ist, das es geben kann –, präsentiert sich diesbezüglich als Experte?

Seine Artikel sind zahlreich in dem er immer wieder Menschen und kirchliche Institutionen mit scharfem Stil angreift. Niemand wurde vor seinen Stichen gerettet: vom Papst - der respektvoll kritisiert werden kann, jedoch nicht bestritten und verspottet -, gefolgt von hohen Prälaten der Römischen Kurie und Präfekten der verschiedenen Dikasterien des Heiligen Stuhls, was man auch kritisieren kann, aber ich habe nicht spöttisch und arrogant gelacht. Gegenüber dem Direktor der Vatikanischen Medien und dem Leiter des Pressebüros des Heiligen Stuhls zeigte er wahre Grausamkeit, bis er ihnen bestenfalls „Inkompetenz“ und „Analphabetismus“ vorwarf.. Er ließ es sogar an der vatikanischen Gendarmerie aus, bestehend aus Elementen, die für unbestrittene Exzellenz ausgewählt wurden und mit seltener Bildung und Höflichkeit ausgestattet sind, dem er sich widmete, Trotz, ironische Kommentare über ihre Professionalität.

Er präsentiert sich gerne als Experte “Dinge aus dem Vatikan”, als ob er aus den heiligen Palästen kommen und gehen würde, ohne zu erwähnen, dass es keine besitzt passieren zur Durchreise durch das Territorium des Staates Vatikanstadt, wo wir nicht wissen, dass er ein gern gesehener Gast ist.

es geht uns überhaupt nichts an wie diese Person – die offenbar nicht von der Unterstützung einer wohlhabenden Familie oder dem Einkommen aus einer beruflichen Tätigkeit profitiert – in Rom campen kann, wo die Lebenshaltungskosten schon immer hoch waren, heute mehr denn je zu den Sternen, denn das Thema der Frage ist ein völlig anderes.

Im heutigen Artikel (vgl.. WHO) Dieser hervorragende Kenner der Römischen Kurie veröffentlicht einen Kommentar zum Tod des emeritierten Erzabts von Montecassino, Dom Pietro Vittorelli, bereits in der Vergangenheit als unschuldiges Opfer dargestellt, vom Vorwurf freigesprochen, Geld aus den Kassen der Abtei gestohlen zu haben:

«Es kommt zu dem Schluss, heute, ein langer und ungerechter gerichtlicher Kreuzweg, der 2017 begann“ (vgl.. WHO).

Wenn man bedenkt, dass sie in Mode sind, i dubien, Wir beabsichtigen, einige davon der für diese Website verantwortlichen Person vorzulegen, mit der ausdrücklichen Aufforderung, die folgenden sieben Fragen ausschließlich auf der Grundlage ihrer Begründetheit zu beantworten:

 

  1. Es stimmt, dass Pietro Vittorelli harte Drogen nicht einfach konsumierte, sondern sogar missbrauchte und dass er ein Kokainsüchtiger war, der so stark abhängig war, dass er sich schließlich zur Entgiftung in eine diskrete Schweizer Klinik einweisen ließ, wo sich die Kosten für eine dreimonatige Behandlung auf drei Monate beliefen etwa 160.000 Euro?

 

  1. Es ist wahr, dass die schwerwiegenden neurokardiologischen Probleme, die Pietro Vittorelli schwer geschwächt haben, die Folge seines Missbrauchs eines Betäubungsmittels namens … waren Riss, was schließlich zu einer starken Thrombose führte?

 

  1. Es ist wahr, dass die ihn behandelnden Spezialisten, als er als Notfall ins Krankenhaus eingeliefert wurde, in Verlegenheit kamen, als sie aus den klinischen Analysen erfuhren, dass Pietro Vittorelli offenbar regelmäßig in großem Umfang Kokain konsumierte Riss und dass dies genau die Ursache für den schweren Anfall war, der ihn getroffen und schwer geschwächt hatte?

 

  1. Es stimmt, dass Pietro Vittorelli ein unbezähmbarer, praktizierender Homosexueller war, der ein Leben führte, das völlig im Widerspruch zur katholischen Moral stand, die Grundsätze des Priestertums und des klösterlichen Lebens und nahm die bezahlten Dienste junger Menschen in Anspruch begleiten Homosexuelle in ganz Europa, Spuren davon in seinem hinterlassen Plaudern Privat, später von den Ermittlern als Beweismittel erworben, in dem er sich mit einem Stil und einer Sprache von unaussprechlicher Unmoral ausdrückte?

 

  1. Es stimmt, dass Pietro Vittorelli leidend durch Europa reiste Zwanghaftes Einkaufen Erreichen des Ausgabepunkts bis zu ca 50.000 Euro in einem Monat, mit Transaktionen, die durch seine Kreditkartenunterlagen dokumentiert sind, Hotel bezahlen 5 Sterne der Luxuskategorie, Gourmet-Restaurants, High-Fashion-Boutiquen und Parfümerien?

 

  1. Es stimmt, was in den Punkten enthalten ist 1-5 Dabei handelt es sich allesamt um Elemente, die sorgfältig in Ermittlungsdokumenten dokumentiert und dann von den Ermittlern zur Information an den Heiligen Stuhl weitergeleitet werden, unter Berücksichtigung der Tatsache, dass Pietro Vittorelli Diözesanordinarius war?

 

  1. Der Standortleiter Ich kann nicht schweigen, bekannter Straftäter der Römischen Kurie, der Prälaten des Heiligen Stuhls, der Vatikanischen Medien, des Vatikanischen Presseamtes, der Päpstlichen Gendarmerie und so weiter (siehe Archiv seiner Artikel) glaubt das vielleicht, wenn es um die schweren und unmoralischen Heldentaten eines praktizierenden und reuelosen Homosexuellen geht, alles sollte in die Sphären seines Privatlebens verbannt werden, ohne dass dies Auswirkungen auf die kirchliche und kanonisch-juristische Ebene hätte?

 

der Tenor des Austauschs, mit dem Pietro Vittorelli einst führte begleiten Homosexuell gegen Bezahlung: «Ich werde nach Schwänzen suchen»

 

Die christliche Frömmigkeit kann die Wahrheit nicht außer Acht lassen. Deswegen, die für diese Website verantwortliche Person, es bestätigt sich als das, was es ist: einer der "Er sprach schlecht über alle, außer Christus, Ich entschuldige mich beim Dirigenten: “ich kenne ihn nicht!» (Epigraph von Paolo Giovio über Pietro l'Aretino).

Der große Experte für Kirchenangelegenheiten beantworte diese dubien, aber streng nach der Sache, oder halt die Klappe, Wir empfehlen mit uns die Seele dieses unglücklichen Verstorbenen der unendlichen Barmherzigkeit Gottes.

 

von der Insel Patmos 14 Oktober 2023

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.HTTPS://www.YouTube.com/watch?v=ltEAQNopUYM&t=2s

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Die Väter der Insel Patmos

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Krieg der Hamas-Terroristen gegen Israel: „Die Aussagen des israelischen Botschafters beim Heiligen Stuhl sind falsch und diffamierend“

KRIEG DER HAMAS-TERRORISTEN GEGEN ISRAEL: „DIE AUSSAGEN DES ISRAELISCHEN BOTSCHAFTERS BEIM HEILIGEN STUHL SIND HISTORISCH FALSCH UND DIFFAMIEREND.“

Für bestimmte politische Zionisten, die wenig oder gar nichts mit der jüdischen Welt und dem Judentum zu tun haben, Es gibt keine schlimmere Demütigung, als denen dankbar sein zu müssen, die ihm Gutes getan und sein Leben gerettet haben.

— Politik und aktuelle Angelegenheiten —

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Unter bestimmten Umständen Worte müssen gemessen und begrenzt sein, Besonders bei den Exponenten eines jungen Landes, in dem es schwierig ist, Ein rauer Ex-Kolonist aus einem Kibbuz kann in das diplomatische Korps aufgenommen und um die Welt geschickt werden, ohne dass ihm das Niveau und die Klasse fehlen, die das ihm anvertraute Amt erfordert, aber vor allem von Klugheit und Wissen.

Ich war Padres Schüler Peter Gumpel der zusammen mit Pater Paolo Molinari ein halbes Jahrhundert lang die Generalpostulation der Gesellschaft Jesu leitete (vgl.. Federico Lombardi S. J. WHO), Sie selbst initiierten und schulten mich in den Anliegen der Heiligen. Ihnen wurde das Verfahren zur Seligsprechung des Papstes Pius XII. anvertraut, regelmäßig von Kreisen angegriffen, die nichts mit der jüdischen Welt zu tun haben, weil sie alle mit den Randgebieten des radikalen politischen Zionismus verbunden sind, was völlig anders ist als das Judentum. Alles bei allem Respekt vor denen, die jeden, der sich als Antisemit bekennen oder antizionistisch sein will, brandmarken möchten. Seien Sie gegen jede nationalistische Ideologie, Das ist der politische Zionismus, es ist legal, Sofern es missfällt, führt es niemals zu Formen von Gewalt oder Verletzung der Würde anderer.

In demokratischen Ländern Es steht Ihnen frei, antikommunistisch zu sein, Antifaschisten, Antiklerikale ... sie alle sind durch das Gesetz selbst geschützte Gedanken- und Redefreiheit. Es scheint jedoch, dass dies in der sogenannten „einzigen Demokratie im Nahen Osten“ nicht so funktioniert..

In meinem Buch Kräuter Amare – Das Jahrhundert des Zionismus schon vor langer Zeit veröffentlicht 2006 Auch diese Legende von der „einzigen Demokratie“ zerlege ich Stück für Stück, Erklären und dokumentieren, dass bestimmte politische Kräfte, die darauf abzielen, Antizionismus mit Antisemitismus gleichzusetzen, an und für sich abwegig sind. Es würde genügen, sich daran zu erinnern, dass die schärfsten Antizionisten schon immer die berühmtesten Juden der Welt waren, weil sie führende Vertreter der Wissenschaft waren, von Kultur und Kunst. Ich möchte nur einen von vielen erwähnen: Sigmund Freud, der sich stets entschieden gegen die Gründung des Staates Israel ausgesprochen hat. Und als die Zionistische Bewegung um seine Unterschrift bat, erhielt eine klare Absage, von ihm wie auch von verschiedenen anderen jüdischen Persönlichkeiten.

Politischer Zionismus wurde aus Charakteren voller Marxismus geboren und vom echten Sozialismus inspiriert, dessen Gegner Pius XII. war, ebenso wie seine anderen Vorgänger und Nachfolger. Ab Ende der 1950er Jahre entstanden in zionistischen Kreisen schwarze Legenden über die Figur dieses Papstes, der sich aktiv und fleißig für die Rettung der von den Nazis verfolgten und gesuchten Juden einsetzte, aber an dem bestimmte Ideologen in der Nachkriegszeit beschlossen, eine schreckliche kalte Rache zu üben.

Die politischen Zionisten haben endlich das Groteske erreicht: die Enkel und Urenkel der direkten Protagonisten, die durch den massiven Eingriff der katholischen Kirche gerettet wurden – so sehr, dass sie nach dem Zweiten Weltkrieg Gedenktafeln an Klöstern anbringen wollten, Klöster und religiöse Institute, in denen ihr Leben gerettet wurde, haben begonnen, ihre Großeltern und Urgroßeltern mit „historischen“ Aussagen zu verleugnen, die, wenn sie nicht tragisch wären, ans Komische grenzen würden: „In der unmittelbaren Nachkriegszeit war unseren Großeltern und Urgroßeltern noch nicht klar, was wirklich passiert war.“. Vale dire: Etwa sechs Millionen Juden wurden in ganz Europa ausgerottet, Doch das Ausmaß einer riesigen Tragödie, die auf ihre Weise in der Geschichte der Menschheit einzigartig ist, war den direkten Protagonisten, die ihnen das Leben retteten, noch nicht klar.?

In diesen Büchern von mir, Ich verweise Sie auf die Lektüre, Ich definiere alles mit diesem Witz:

"Nicht nein, weil man glaubt, was man als Protagonist gesehen und erlebt hat, anstatt zu glauben, was Ihnen Ihr zionistischer Enkel, der Anfang der 1970er Jahre geboren wurde, erzählt?».

Einer dieser Enkel Er ist der Botschafter des Staates Israel beim Heiligen Stuhl, der, irritiert über die Friedensrufe der Bischöfe von Jerusalem, erneut den Papst Pius XII. zur Sprache gebracht hat:

„Es ist nicht aus dem Zusammenhang gerissen, sich daran zu erinnern, dass heute eine Konferenz an der Gregorianischen Universität beginnen wird 3 Tage über die Dokumente des Pontifikats von Papst Pius XII. und ihre Bedeutung für die jüdisch-christlichen Beziehungen. Offenbar – schließt die Notiz – einige Jahrzehnte später, Es gibt diejenigen, die die Lehren aus der jüngsten dunklen Vergangenheit noch nicht gelernt haben. (sehen WHO).

All dies bestätigt dies für bestimmte Charaktere „Denen dankbar zu sein, die einem das Leben gerettet haben, ist eine Demütigung, die manche nicht ertragen können“.

Das Buch Herbs Amare - Das Jahrhundert des Zionismus er fragte mich 5 Jahre intensiver Arbeit und historischer Forschung. Nach, von seinem zentralen Körper, Ich habe ein weiteres eigenständiges Buch mit dem Titel erstellt Pius XII und die Shoah.

Ich kann Themen nicht in einem kurzen Artikel behandeln was jahrelanges Studium und Forschung erforderte, aber wer interessiert sich für Geschichte?, nicht zu den Legenden bestimmter politischer Zionisten, Er kann sie lesen und feststellen, wie sehr sich die Realität von der Bosheit unterscheidet, die von den Anhängern einer nationalistischen Bewegung, die aus der Häresie des degeneriertesten Marxismus hervorgegangen ist, mit seltener politischer Böswilligkeit am Tisch aufgebaut wird. Diese Bewegung nennt sich Politischer Zionismus und jeder kann das Recht beanspruchen, Antizionist zu sein, ohne dass ihm jemand vorwerfen kann, ein gefährlicher Antisemit zu sein, vor allem jene Enkel und Urenkel, denen es an dem grundlegenden Sinn für Anstand mangelt und die behaupten, sie würden ihre Großeltern und Urgroßeltern verleugnen, die Pius, einschließlich des Staates Vatikanstadt und aller Gebäude des Heiligen Stuhls, die in Rom gemäß den Gesetzen und Verträgen des Völkerrechts dem Regime der Extraterritorialität unterliegen.

von der Insel Patmos, 10 Oktober 2023

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Die Väter der Insel Patmos

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Internet und die Zerstörung des Autoritätsprinzips, ein letzter Schlag, der von Legionen von Idioten an der Macht versetzt wurde

Das Internet und die Zerstörung des Autoritätsprinzips, UN COLPO DI GRAZIA INFERTO DA LEGIONI DI IMBECILLI AL POTERE

La distruzione del principio di autorità è quell’elemento che sorregge alla base il trionfo della dittatura integralista del non sapere, dieser krassen Ignoranz, cafona e violenta che è cosa del tutto diversa dal “non sapere” dell’uomo colto. E questa ignoranza crassa, cafona e violenta ha compiuto da tempo il proprio grande e devastante golpe attraverso internet e i soziale Medien.

— Chiesa e attualità —

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Artikel im PDF-Druckformat

 

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Spesso mi capita di ricordare che quando si dialoga, o quando si spiega una precisa cosa, quando si tiene una lezione o una conferenza, quando si predica o si fa una catechesi, è sempre di importanza fondamentale partire sottolineando il vero significato delle parole, indicando e all’occorrenza spiegando con cura il vero senso etimologico dei termini usati.

Un accento sbagliato può scatenare una guerra, dissi una volta a delle persone che sul momento non capivano come mai, mentre parlavo di temi legati alla teologia dogmatica, per inciso spiegavo di tanto in tanto il significato di parole e terminologie. Ci sono infatti termini che in filosofia o in teologia hanno un significato totalmente diverso da quello a essi attribuito dal linguaggio corrente nel quale spesso, certe parole, sono state svuotate del loro etimo originario per essere riempite di altro e assumere un significato opposto. Spiegai che non solo una parola, ma persino un semplice accento può cambiare il significato di un discorso. Zum Beispiel: la parola “pesca” può indicare sia un frutto sia un pescatore con la canna in mano che attende paziente che i pesci abbocchino all’amo, dipende dalla pronuncia orale, o da dove cade l’accento in una versione scritta. A sua volta, l’amo, può essere il piccolo uncino nel quale il pescatore attacca l’esca per i pesci, ma può essere anche l’affermazione con la quale un innamorato dichiara di amare un’altra persona. La parola “ancora” può significare sia il peso gettato nel fondale marino per bloccare la barca e impedirle di seguitare a galleggiare sulle correnti marine, ma può anche significare ripetere una data cosa. Pure in questo caso dipende dalla pronuncia orale, o da dove cade l’accento in una versione scritta.

Una platea di ascoltatori non particolarmente colti, nella quale però, proprio i più incolti, si ritenevano dei veri maestri del sapere, a poco a poco compresero quelle mie spiegazioni lessicali quando illustrai che la parola “castigo”, nel linguaggio teologico e dottrinale, ha un significato diverso da quello dato a essa nel lessico corrente. Anzitutto l’etimo castigo deriva dal latino castus (rein) e agĕre (rendere/dare/restituire). Il vero significato etimologico di questa parola è quindi “purificare”, o “rendere puro” o “restituire la purezza perduta”. Un significato completamente diverso da quello del linguaggio parlato corrente. Bald sagte: se un teologo parlerà a una platea dei castighi di Dio, gli ascoltatori potrebbero capire l’esatto contrario di ciò che cercherà di trasmettere, dando semmai vita a dei fraintendimenti che non dipendono dal modo in cui si è espresso lo studioso e neppure dagli ascoltatori, ma conseguenti il fatto che l’uno e gli altri danno a questo termine un significato dissimile, finendo così per parlare due lingue diverse con l’uso delle stesse parole. Nel linguaggio teologico il castigo è una azione purificatrice della grazia e della misericordia di Dio che «castiga e usa misericordia» (Tb 13,2) perché «Il Signore è pietoso e clemente, lento all’ira e ricco di bontà» (Soll 103). Deswegen, il castigo divino, nella economia della salvezza è un vero e proprio atto di amore del Creatore verso le proprie creature. E qui preciso per inciso che il termine “economia” appena usato ha, analogamente a quello di “castigo”, un significato anch’esso del tutto diverso da quello del corrente lessico parlato. Questo lemma di derivazione greca ― oἰκονομικά ― appare in un’opera attribuita ad Aristotele che la usa per indicare la gestione del oἰκος, ossia della famiglia e di ciò che a essa appartiene. Per i greci l’economia non costituiva, come invece la intendiamo oggi, una realtà autonoma che in modo altrettanto autonomo opera. E proprio a causa di questa parola da me usata con riferimento alla «economia della salvezza», un presente ― ovviamente il più colto e forbito tra tutti gli ascoltatori ― si mise a ridere dando poi saggio di crassa ignoranza chiedendomi pubblicamente:

«Ma lei, parlando di economia della salvezza, è rimasto sempre fermo alla vendita delle indulgenze?».

Una caratteristica molto diffusa nella società odierna non è il sapiente e saggio «ξέρω ότι δεν ξέρω» (xéro óti den xéro, Ich weiß, ich weiß nicht,), secondo la sapiente massima di Socrate riportata poi da Platone nella Apologia di Socrate. Heute, il principio sovrano nelle nostre masse sempre più incolte e arroganti è l’esatto contrario: sapere ciò che non si sa, quindi discutere, contestare e sovente anche aggredire attraverso i canali dei vari soziale Medien coloro che sanno e che proprio per questo cercano inutilmente di dare chiarimenti, secondo lo stile psicopatologico di chi, pur non conoscendo, presume però di conoscere più che mai.

Nelle persone di vera cultura la conoscenza si fonda e si muove sulla base della sapienza socratica «io so di non sapere». Perché per quanto uno possa avere dedicato la propria intera esistenza allo studio e alla ricerca, wir alle, anche i più colti, rimaniamo di fondo degli ignoranti nel senso etimologico del termine ignorans antis daher der Begriff Ignoranz, a sua volta derivante dal verbo greco γνωρίζειν (gnorízein), che alla lettera significa “mancanza di conoscenza”. O qualcuno di noi, inclusi studiosi di lungo corso, sarebbe forse in grado di affermare: “Io conosco tutto”? Quando al Senatore a vita Rita Levi Montalcini, insigne scienziato neuro-biologo, poco dopo l’assegnazione del Premio Nobel avvenuta nel 1986, per avere scoperto il Nerve Growth Factor (l’elemento di accrescimento della fibra nervosa), durante un evento pubblico le fu detto che lei era tra le poche persone al mondo che conoscevano il cervello umano. Per tutta risposta ella replicò:

«Del cervello umano, in meinem Leben, ho imparato qualche cosa, ma solo qualche cosa, perché molte delle sue risorse rimangono sconosciute e oggi, noi scienziati, possiamo dire di conoscere circa il 5% delle sue potenzialità».

Proviamo adesso a passare dalle neuroscienze alla teologia e nello specifico alla patristica o patrologia. Esiste al mondo un patrologo capace ad affermare di conoscere in modo approfondito le opere di tutti i grandi Padri e dottori della Chiesa, da quelli maggiori a quelli minori, o di averle anche e solo lette semplicemente tutte quante? Conosco patrologi ultra ottantenni che hanno dedicato la loro intera vita a studiare i Padri Cappadoci, noti anche come Sapienti di Cappadocia, che sono tre: i Santi Basilio Magno, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo detto anche Nazianzeno. Di tutti gli altri hanno una conoscenza sommaria, molti altri ancóra non li hanno proprio mai esaminati e studiati, neppure letti. Il vero uomo di cultura è consapevole, proprio perché tale, della propria ignoranza, proprio perché la vera conoscenza passa di necessità dalla consapevolezza del non sapere: «… del cervello umano, in meinem Leben, ho imparato qualche cosa, ma solo qualche cosa».

La distruzione del principio di autorità è quell’elemento che sorregge alla base il trionfo della dittatura integralista del non sapere, dieser krassen Ignoranz, cafona e violenta che è cosa del tutto diversa dal “non sapere” dell’uomo colto. E questa ignoranza crassa, cafona e violenta ha compiuto da tempo il proprio grande e devastante golpe attraverso internet e i soziale Medien. L’annullamento dei ruoli culturali, Sozial, politici e religiosi si sviluppa al peggio attraverso questi canali che costituiscono l’elemento distruttivo di ogni principio di autorità. Problema questo che per essere compreso obbliga a fare un salto storico-sociale all’indietro, per l’esattezza agli ingloriosi anni Settanta del Novecento, con tutti i suoi devastanti ed emozionali «vietato vietare», «l’immaginazione al potere» e via a seguire. In quella stagione avvenne un vero e proprio processo di sovvertimento, inversione e infine di vero e proprio abbattimento dei ruoli. Oggi l’insegnante non è più colui che seduto sopra una cattedra in una posizione più alta, che non a caso aveva una pedagogica e simbolica pedana che la sopraelevava in altezza al di sopra dei banchi dove sedevano gli alunni, dalla quale dispensava il proprio insegnamento a soggetti che dovevano tacere, höre zu und lerne, rispondendo solo quando erano interrogati, oder, quando concesso, rivolgere domande nel merito di ciò che l’insegnante aveva spiegato ma che non era stato ben compreso. Molti insegnati delle scuole inferiori o superiori, o i docenti universitari, al termine delle loro lezioni erano soliti domandare: «Sono stato chiaro … mi sono spiegato bene? Avete delle domande di chiarimento da fare?». Sinceramente non ho memoria di avere mai udito alcuno dei miei compagni di scuola o colleghi universitari prendere parola per dire: «Non sono d’accordo con quello che ha detto perché secondo me … io penso che …». Ciò avrebbe potuto comportare ritrovarsi poi in sede d’esame dinanzi a un esaminatore che in modo impeccabile e nel pieno rispetto della legge e delle regole accademiche ti avrebbe potuto far pentire dei tuoi peccati passati, presenti e persino futuri. Und ich werde es dir sagen: avrebbe fatto anche bene, perché l’arroganza va punita, proprio per il bene dell’arrogante, che va corretto, non assecondato, meno che mai tollerato. L’arroganza è infatti di per sé intollerabile.

L’insegnante post-sessantotto è divenuto colui con il quale si dialogo e ci si confronta, non più in una posizione di ruoli verticale, ossia dall’alto (insegnante) verso il basso (alunni), ma in un rapporto orizzontale. Wenn, dann, in questo genere di rapporto di relazione malato ― che non potrebbe né mai dovrebbe essere, anzitutto per il bene di chi deve apprendere ― uno si mette a contestare l’insegnante a colpi di «io non sono d’accordo, perché io penso che … perché secondo me …», ecco che quel soggetto, heute, sarà persino giudicato come uno studente particolarmente brillante. Dann, se insulterà l’insegnante, a quel punto diverrà il beniamino di tutti i suoi compagni e le sue compagnucce gli manderanno cuoricini per Whatsapp, oppure direttamente loro immagini seminude su instagram. Nessuno pensi che il genitore di oggi, venendo a conoscenza della prodezza del figlio, provi un senso di umana vergogna per avere un figlio maleducato sino a quei livelli, perché la risposta sarà più o meno questa: «Se lo ha insultato, si vede che se lo meritava». Oder vielleicht kann es, il genitore di oggi, vergognarsi e poi ammettere di essere stato un totale fallimento a livello educativo? Natürlich nicht, quindi è l’insegnante insultato ad avere torto e il figlio ad avere ragione.

Gli esami che a suo tempo ho sostenuto prima alle scuole medie superiori e poi all’università ― io come chiunque altro ― non erano basati su un dialogo tra pari, ma su un rapporto del tutto impari dove una persona rivestita di autorità, il professore, mi rivolgeva delle domande alle quali io, Schüler, in una posizione subordinata dovevo rispondere con precisione, soprattutto nello stretto merito di ciò che mi era stato richiesto, mostrando di avere acquisito e sviluppato il sapere che mi era stato trasmesso. Fatto questo l’autorità, ossia l’insegnante liceale o il professore ordinario universitario, esprimeva su di me un giudizio nella forma di voto, con una valutazione data in numeri compresi tra 0 e 10 o tra 18 e 30. Ho avuto modo di avere insegnanti che erano persone talentate e dotate di grande scienza, oltre che di qualità didattiche, come ne ho avuti altri che erano mediocri, dotati di scarsa scienza e privi semmai anche di capacità didattiche. Non era però compito nostro di studenti quello di valutare gli insegnanti, che potevano essere giudicati, per i loro meriti o demeriti, solo dai loro superiori, o perlomeno dai loro pari, non certo dagli allievi che il sapere lo stavano acquisendo e che ancóra non avevano acquisito e maturato. Ciò li rendeva privi delle necessarie capacità di giudizio ― volendo anche di contestazione ― per poter esprimere giudizi positivi o negativi sulle qualità e le capacità dei docenti.

Da anni si stanno moltiplicando casi nei quali i disastrosi genitori di certi studenti, degni figli o nipoti del ben poco glorioso Sessantotto e degli anni Settanta che ne seguirono, non si limitano neppure a ricorrere ai Tribunali Amministrativi Regionali per una bocciatura da loro ritenuta ingiusta, perché li intasano di ricorsi persino per un voto dato che a loro dire non era adeguato. Se il genitore, più o meno figlio o nipote del Sessantotto o degli anni Settanta, non è in grado di trasmettere al proprio figlio il sano e salutare principio di autorità e del rispetto che all’autorità è dovuto, la società è inevitabilmente destinata a un colossale fallimento dopo essere piombata nella forma di anarchia in assoluto peggiore e più distruttiva: l’anarchia delle emozioni, o se preferiamo del «vietato vietare» e della «immaginazione al potere».

Questi i risultati che oggi sono sotto i nostri occhi: il genitore cessa di essere tale e diventa un amico o un complice “a delinquere” del figlio; l’insegnante un soggetto con il quale ci si confronta, contestandolo e dando sfogo al proprio egocentrismo a botte di «non sono d’accordo … perché io penso che … perché secondo me …»; il medico non è più colui che ti cura ma una persona che può essere interrotta mentre ti sta facendo una diagnosi esprimendo la fatidica frase «Ah, ich stimme nicht zu, perché su internet ho letto che …»; le cariche dello Stato, dal carabiniere al poliziotto sino al Senatore a vita della Repubblica Italiana divenuto tale per meriti speciali, sono figure spesso irrise e svilite da parte di persone che non conoscono neppure il primo articolo fondamentale della Costituzione della Repubblica Italiana e che ignorano del tutto il sistema repubblicano nel quale vivono; i preti e i teologi sono persone ormai relegate tra i ruoli più inutili e marginali della società civile ai quali dei ragazzotti affetti da analfabetismo funzionale o digitale si rivolgono a faccia a faccia con il “tu” dicendo loro come e perché la Chiesa sbaglia, oppure puntando i piedi perché devono fare da padrini di battesimo, non essendo stati però cresimati, ecco che dopo aver fatto professione di non credere alle verità annunciate dalla Chiesa ti dicono, semmai anche a brutto muso «io ho il diritto di fare la Cresima perché mi serve», ignorando che i Sacramenti non sono un diritto ma una azione della grazia divina … Zusamenfassend, una società nella quale assieme al principio di autorità sono saltate tutte le regole, con una massa di arroganti ignoranti che ogni mezza frase pronunciano «io ho il diritto di … io ho il diritto di …» ma in modo egocentrico e anarcoide non accettano neppure la vaga idea stessa che accanto ai diritti ci sono i doveri e viceversa, non potendo esistere una società fatta solo di diritti come non ne potrebbe esistere una fatta solo di doveri.

Più volte ho citato Umberto Eco in vari miei scritti che toccavano il problema di internet e dei social media, perché con quattro pennellate raffigurò, più che un problema, un autentico disastro sociale:

"ICH soziale Medien Sie geben das Recht, mit Legionen von Idioten zu sprechen, die früher nur nach einem Glas Wein an der Bar gesprochen haben, ohne der Gemeinschaft zu schaden. Sie wurden sofort zum Schweigen gebracht, während sie jetzt das gleiche Rederecht haben wie ein Nobelpreisträger. Es ist die Invasion von Dummköpfen!» (vgl.. WHO).

Prima del semiologo Umberto Eco, quando ancora i soziale Medien non avevano preso campo, un celebre matematico italiano, Giorgio Israel, si espresse così riguardo internet:

«È vero ― come ha notato qualcuno ― che ho deciso di por fine a questo tipo di “Dialog”. Esso ha messo in luce due aspetti tra i peggiori di internet, un mezzo cui comunque non rinuncio, ma non per piegarmi alle cattive tentazioni cui induce. Alludo alla perdita di inibizioni per cui si ritiene di poter trattare in modo sbrigativo e persino villano persone con cui non si oserebbe farlo aber alles; e la tendenza a sentenziare su questioni cruciali e che magari sono oggetto di riflessione secolare, tacciando pure di cretino chi non si adegua» (vgl.. Articolo del maggio 2008 tratto dal sito di Giorgio Israel).

Perdonatemi se porto me stesso come esempio, ma credo che trasmettere la propria esperienza personale sia importante, specie da parte di un presbitero e di un teologo che ha appena toccato la soglia dei sessant’anni d’età. Questo vuol dire ― o perlomeno si presume ― avere acquisito e sviluppato una certa esperienza di vita e, attraverso studi metodici di ricerca continuati nel tempo una certa conoscenza, sempre e di rigore basata sulla consapevolezza del «io so di non sapere». Come sempre esemplifichiamo: Einmal, la classica isterica frigida che reattivamente era affetta da nevrosi ossessive di stampo pseudo-religioso, dopo avere creato problemi, attriti, litigi e sconcerto di vario genere in parrocchia, o forse prima ancóra che potesse generare cose simili, era presa in disparte da qualcuno dei parroci che furono, fatta nuova dalla testa ai piedi e poi cacciata via. Oggi la classica isterica frigida reattivamente affetta da nevrosi ossessive di stampo pseudo-religioso si tuffa nel mare dei soziale Medien, va a caccia delle pagine dei preti e con spirito litigioso e aggressivo incomincia a contestarli in tono insultante e provocatorio, specialmente se il prete ha scritto un post chiaro e preciso nel quale tratta in modo semplice cose serie sul piano della dottrina e della fede, rendendole comprensibili al grande pubblico, ma alle quali ella ribatte con assurde scemenze. Questa è una delle principali insidie dei soziale Medien, per noi presbiteri e teologi come per qualsiasi studioso o per qualsiasi persona che nella società riveste quello che dovrebbe essere, ma che soprattutto andrebbe sentito e rispettato come ruolo di autorità.

In internet, ma soprattutto nei soziale Medien, come faceva notare già molti anni fa Giorgio Israel c’è una perdita totale «di inibizioni per cui si ritiene di poter trattare in modo sbrigativo e persino villano persone con cui non si oserebbe farlo aber alles». Cosa alla quale si aggiunge un elemento peggiore: «la tendenza a sentenziare su questioni cruciali e che magari sono oggetto di riflessione secolare, tacciando pure di cretino chi non si adegua». Ne abbiamo fatta esperienza recente, peraltro legata a una vicenda che per due anni ha messo in ginocchio le società civili, i governi e l’economia: la pandemia da Covid-19. Chi di noi non ricorda eserciti di sciampiste e di intellettuali da bar con la licenza media inferiore presa alle scuole serali che tra un messaggio sgrammaticato e l’altro smentivano i più esperti virologi e infettivologi perché su dei blog gestiti da altrettanti ignoranti arroganti avevano letto che …? A molte di queste persone provai all’epoca a rispondere in questo modo:

«La scienza non è perfetta e da sempre può essere fallibile e defettibile. Vaccino si, vaccino no? Personalmente ho deciso di dare fiducia alla scienza, che può sbagliare e che spesso ha sbagliato. Verso la scienza intendo però fare un atto di fiducia, perché se proprio qualcuno deve sbagliare su di me, preferisco che l’errore lo compia uno specialista nel tentativo di salvarmi anziché un naturopata-esoterista a caccia di fessi che fa credere di poterli curare con pillole omeopatiche e pietre magnetiche colorate. Auch, weil, mentre la scienza chiede all’occorrenza fiducia, questi ciarlatani e coloro che decidono di andargli dietro chiedono e pretendono invece dei veri e propri atti di fede cieca riguardo ciò che di assurdo e anti-scientifico dicono e sostengono».

In quel delicato frangente come in altri diversi ma analoghi, le televisioni pubbliche e private si sono gravate di immani responsabilità che una vera società civile e una politica realmente illuminata non avrebbe dovuto esitare a far pagare a caro prezzo per senso di giustizia e per la tutela della popolazione. Ricordiamo infatti che mentre le persone erano chiuse in casa nel pieno del Abriegelung, per cinque giorni a settimana, tre o quattro ore ogni sera, in tutti i più seguiti Talkshow si favorivano e fomentavano litigi e risse tra specialisti clinici ed emeriti ignoranti presi dalla strada che li contestavano e smentivano. Il tutto fatto passare per diritto all’informazione e diritto di libertà di parola. Anfrage: wann, gli imbecilli, hanno il diritto a esprimersi in prima serata sulle televisioni pubbliche e private, tanto più per contestare e smentire studiosi con teorie assurde e irrazionali, più ancóra che anti-scientifiche? Alle reti televisive interessava davvero dare voce a tutti? Und seit wann, questo appassionato amore per la verità da parte di Massenmedien che la verità sono soliti nasconderla, manipolarla e falsarla, quando conviene ai padroni che li tengono stretti e vincolati ai loro libri-paga? Nein, la verità era tutt’altra: le redazioni dei programmi televisivi, con un cinismo che sarebbe stato bene fargli pagare a caro prezzo, avevano un unico scopo, molto superiore al Covid-19 e al pericolo pandemico stesso: gli indici di ascolto. Più negli studi televisivi erano scatenate risse, più gli indici di ascolto salivano. Ma torniamo di nuovo a Umberto Eco:

«La televisione aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità» (vgl.. WHO).

Chiamatevi pure prete “vecchio stile”, se preferite demodé, ma rimango consapevole che la Chiesa, attraverso i cosiddetti drei Funktionen, mi ha dato mandato a insegnare, a santificare e a guidare il Popolo di Dio, questo dopo avermi formato, istruito e fatto specializzare nelle scienze teologiche, quindi conferendomi mandato. Questo è il mio compito, sia per chi ci crede sia per chi, pur non credendoci, sarebbe tenuto comunque al rispetto, specie in questo mondo nel quale è di rigore il rispetto e il massimo della correttezza politica anche per l’ultimo dei clandestini sbarcati sulle nostre coste e per i transessuali in equilibrio sui tacchi a spillo, che non hanno certo una dignità umana superiore a quella di un essere umano chiamato prete. Infolge, il compito dei nostri Gläubige Christi rimane tutt’oggi di accogliere il nostro insegnamento, lasciarsi santificare mediante i Sacramenti di grazia da noi amministrati e farsi guidare nel cammino di vita cristiana, o se preferite governare dai pastori all’interno della Chiesa, dove si è liberi di entrare e dalla quale, klar zu sein, si è liberi di uscire, ma nessuno ha però il diritto e la libertà riconosciuta a insolentire i pastori.

Bald sagte: Kommen Sie der Diener des Heiligen non sono una persona con la quale un qualsiasi soggetto che si proclami cattolico o credente possa trattare a tu per tu, perché il rapporto è teologicamente e gerarchicamente dal basso (Gläubigen) verso l’alto (Priester). Non è il credente o peggio il presunto tale che può agitare il dito e darmi lezioni su come un prete deve fare il prete o su come deve trasmettere le verità della fede, o peggio quali verità possono andare bene e quali “devono” essere invece cambiate. Il tutto espresso da soggetti che non hanno mai neppure sfogliato il Catechismo della Chiesa Cattolica e che per questo ignorano che le verità di fede sono immutabili e non certo mutabili a piacimento, mit vielen mögen an Sozial, perché «io penso che … secondo me …».

Dinanzi a questo genere di persone agisco e interagisco in due modi: o li rimprovero con atteggiamento severo e all’occorrenza autoritario chiarendogli che non sono un loro compagnuccio e men che meno una persona con la quale possono pensare di confrontarsi a tu per tu, oder, come nel caso dei soziale Medien in cui i rapporti sono perversamente all’orizzontale, reagisco con lo sberleffo, con la parola colorita, a volte persino usando qualche frase triviale affatto casuale, meno che mai istintiva o emotiva, ma proprio scientificamente studiata e voluta al fine di scuotere certi soggetti, la reazione dei quali è tanto evidente quanto scontata: «Vergogna di prete … prete volgare … ma tu sei davvero un prete?». Jawohl, sono un prete, con l’aggravante di essere pure un teologo al quale tu, ragazzotta o donnetta nullafacente, dopo avere passato la giornata a girare per internet in cerca di gossip e di notizie pruriginose, hai pensato di poter spiegare cosa veramente sia la fede cattolica. Perché le più irrispettose e le più violente in assoluto sono di rigore loro: le donne, come provano i soziale Medien. Oppure può capitare che non risponda e che a qualcuna di queste carampane incattivite replichi postando sulla mia pagina Sozial la fotografia del Tantum Rosa in versione spray usato dalle donne per i pruriti vaginali, semmai accompagnando la foto con la frase: «dicono che funzioni …».

Gli imbecilli fanno sempre e di rigore sul serio e hanno disperato bisogno di essere presi sul serio, perché si sentono le autorità sociali, scientifiche, Richtlinien, morali e religiose che assolutamente non sono, was das was, per una sorta di strana e complessa invidia inconscia, li porta a rovesciare insolenze su chi questi ruoli di autorità li riveste veramente e legittimamente. Ciò che non è serio, giammai sia preso e trattato come se lo fosse. Ein Punkt quel, la sapiente presa di giro è l’unico antidoto. Si tratta di astuta e sottile pedagogia: irridendone uno capita che lui, zusammen mit anderen 100, ti postino centinaia di commenti insultanti, ma quasi sempre capita che almeno due o tre, dinanzi alle tue risposte, capiscano, conferendoti e riconoscendoti il ruolo sociale e di autorità che ti spetta e che ti è dovuto, perché certi rapporti non sono, né mai possono essere alla pari, né basati sul principio del «… secondo me … io penso che …».

Come presbitero posso chiedere al mio Vescovo parere e consiglio, esporre un problema e domandare suggerimenti per la sua soluzione, posso anche sollevare perplessità di fronte a certe scelte o direttive pastorali, con tutta la più profonda cortesia del caso posso offrire anche un consiglio, perché ogni sacerdote è uno stretto collaboratore del Vescovo. Non posso però contestarlo e rigettare quanto da lui è stato stabilito, ponendomi in tal modo al di sopra di lui, perché sono io che dipendo dalla sua autorità, alla quale ho promesso filiale rispetto e devota obbedienza con un atto sacramentale solenne. È il Vescovo che mi ha concesso il mandato e la relativa facoltà a celebrare la Santa Messa, a predicare il Santo Vangelo, ad assolvere dai peccati e a curare e custodire il Popolo di Dio, il tutto in un rapporto di subalternità, perché sono sottoposto in modo subalterno all’apostolica autorità del Vescovo, il quale ha la facoltà, volendo o reputandolo opportuno, di revocarmi anche questo mandato, in modo parziale o totale, se mi ritenesse inadeguato o indegno. Damit, anche se avessi in sé e di per sé pure cento ragioni, se osassi pormi al di sopra della sua apostolica autorità, quelle ragioni si muterebbero in mille gravi torti che farebbero di me un pessimo prete e che darebbero scandalo e disorientamento ai Gläubige Christi. Dies, è il principio di autorità nella Chiesa, interamente retto sulle teologali virtù della fede, von Hoffnung und Nächstenliebe (vgl.. Kor 1.13). E farlo capire ai cattolici del «secondo meio non sono d’accordo ..», non è cosa facile.

Zeitweise, per recuperare delle persone e indurne altre alla ragione, può essere più utile la foto di un prodotto farmacologico contro il prurito vaginale anziché una inutile dissertazione su certi principi cardine enunciati dal Santo padre e dottore della Chiesa Agostino vescovo d’Ippona, che pure di vagine ebbe buona conoscenza, quando era sempre Aurelio di Tagaste. und jemand, dopo aver riso sul Tantum Rosa che allevia il prurito vaginale, può essere che comprenda e che poi si apra. Solo a quel punto sarà possibile parlare del Vangelo e dei preziosi pensieri di Sant’Agostino, producendo buoni frutti, il tutto grazie a una battuta sfottente partita da un prodotto che allevia il prurito vaginale.

Chi è rivesto di autorità, dinanzi a questa totale crisi di ogni principio di autorità ha oggi due soluzioni: o si mette a battagliare inutilmente contro i mulini a vento parlando una lingua che le masse ignoranti, arroganti e litigiose che brulicano i soziale Medien non sono neppure in grado di comprendere e recepire, oppure prende in giro gli imbecilli mantenendo saldo il rispetto che gli spetta e che gli è dovuto. Recuperandone di tanto in tanto qualcuno, che di questi tempi non è poca cosa:

«Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta”. So was, Ich sage es dir, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (LC 15, 4-7).

ich soziale Medien sono un oceano dove le sardine pensano di essere squali e dove i merluzzi hanno il complesso delle orche assassine, aber jetzt, gelegentlich, è possibile recuperare qualche spigola, consapevole anzitutto di essere una spigola.

 

von der Insel Patmos, 9 Oktober 2023

 

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Die Väter der Insel Patmos

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Gabriele GiordanoM. Scardocci
Vom Orden der Prediger
Presbyter und Theologe

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Pater Gabriele

Das Reich Gottes wird euch genommen und einem Volk gegeben, das seine Früchte hervorbringen wird

Homiletik der Väter der Insel Patmos

A VOI SARÀ TOLTO IL REGNO DI DIO E SARÀ DATO A UN POPOLO CHE NE PRODUCA I FRUTTI

Oggi il Nuovo Popolo di Dio siamo tutti noi, das heißt, wir haben uns in seiner Taufe vereint, von dem Gott verlangt, dass es Frucht bringt, also fruchtbar werden. Auf diese Weise wird jeder von uns zum Hüter und Beschützer dieses Weinbergs, che è la nostra Chiesa Cattolica e la Chiesa locale in cui siamo attivi.

 

Autor:
Gabriele GiordanoM. Scardocci, o.p.

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Liebe Leserinnen und Leser der Insel Patmos,

siamo tutti nati e cresciuti all’interno di una nazione e una città. Questo essere insieme ad altri ha costruito un pola nostra identità. Siamo diventati “Io” grazie anche a molti “Tu”, nostri concittadini. Siamo poi stati battezzati e così inseriti all’interno di una comunità ecclesiale particolare e in generale, figli della Chiesa Cattolica. Siamo stati così affidati a una comunità particolare, una Chiesa locale costituita innanzitutto dalla nostra famiglia. Oggi siamo adulti, ci viene chiesto di essere coloro che costruiscono e custodiscono la Chiesa. Questa è la sintesi del Das heutige Evangelium.

I vignaioli omicidi, catechismo francese illustrato del XX sec.

Ancora una volta Gesù decide di proporre questo insegnamento in parabole. Così racconta una parabola un poviolenta, Wenn wir wollen. Il padrone di un terreno consegna la propria vigna a dei contadini perché la coltivino e portino frutto. Giunto il momento di ritirare il raccolto, invia diversi servi: prima pochi, poi molti. Questi vengono uccisi. Infine viene ucciso l’ultimo inviato, cioè il figlio del padrone.

A questo punto Gesù dialoga con gli anziani e i capi del popolo circa la sorte di questi contadini. Essi gli offrono una risposta che sembra chiara: al ritorno dello stesso padrone, i contadini omicidi verranno puniti e uccisi. Citando il salmo 118, celeberrimo, Gesù offre loro la risposta definitiva:

"Ich sage Ihnen: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti»

La risposta di Gesù è fortissima: non saranno più solo i capi del popolo ebraico e i sacerdoti a mantenere l’alleanza con Dio. Ci sarà un nuovo regno di Dio, una nuova vigna, dunque un nuovo popolo di Dio che sarà fecondo e porterà frutti.

Gesù viene dunque a gettare le basi della Sua Chiesa, che riceverà e manterrà l’ultima ed Eterna Alleanza, il Nuovo ed Eterno Patto fra Dio e l’uomo. Dunque un Nuovo Popolo di Dio, che non coinciderà esclusivamente con i circoncisi.

In der Tat, oggi il Nuovo Popolo di Dio siamo tutti noi, das heißt, wir haben uns in seiner Taufe vereint, von dem Gott verlangt, dass es Frucht bringt, also fruchtbar werden. Auf diese Weise wird jeder von uns zum Hüter und Beschützer dieses Weinbergs, che è la nostra Chiesa Cattolica e la Chiesa locale in cui siamo attivi. Questa fecondità si realizza in diversi modi: innanzitutto con la pratica della carità e delle opere di misericordia spirituali e materiali. Anche l’esercizio delle virtù teologali e cardinali, con gli altri e in comunione con Dio, è un altro modo di essere fecondi. Perché la fecondità e fruttuosità è donare la grazia dell’amicizia e dell’amore di Dio agli altri. La bellezza della nostra fede ci chiede poi di donare questa grazia secondo una fecondità che è originale e tutta propria: dunque tutti noi diventiamo fruttuosi perché chiamati con la nostra bellezza ed unicità. Questa è una via bellissima con cui Dio ci chiede di essere parte della Chiesa: né dominanti né passivi ma fruttuosi. Aperti al progetto di Dio ma senza per questo diventare robot.

Come scriveva John Stuart Mill: «Tutte le cose buone che esistono sono frutto dell’originalità».

Chiediamo al Signore di diventare quel nuovo popolo di Dio in grado di entrare nella preghiera silenziosa, ascoltare la voce del Tu Eterno di Dio, e portare questa voce in un mondo che cerca l’amore senza fine.

So sei es

Novelle Santa Maria in Florenz, 8 Oktober 2023

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Die Väter der Insel Patmos

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Vom Homo Sapiens bis zum mörderischen Bauern im Weinberg des Herrn

Homiletik der Väter der Insel Patmos

DALLHOMO SAPIENS AI CONTADINI ASSASSINI NELLA VIGNA DEL SIGNORE

I nostri antenati sapiens quando iniziarono a domesticare quelle specie animali e quei pochi semi che ancora ritroviamo sulla nostra tavola non potevano immaginare il particolare legame che si sarebbe creato fra l’uomo e la coltivazione della vite. Un rapporto che sa di alleanza e perciò di passione, di cura e perfino di amore. Ricordo i contadini che ho conosciuto, quando volevano esprimere la fatica del loro specifico lavoro dicevano: «La terra è bassa!». Perché non solo ti devi chinare verso di essa, ma anche assecondarla e lavorarla con grande fatica.

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.HTTPS://youtu.be/4fP7neCJapw

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Gli storici dell’evoluzione dicono che il passaggio all’agricoltura per la nostra specie ebbe inizio in un periodo che va dal 9500 all’8500 a.C. in una regione collinosa situata tra la Turchia sudorientale, l’Iran occidentale e il Vicino Oriente. Prese il via lentamente e in un’area geografica piuttosto ristretta. Il frumento e le capre furono domesticati approssimativamente intorno al 9000 Wechselstrom; piselli e lenticchie intorno all’8000 a.C.; gli ulivi nel 5000 Wechselstrom; i cavalli nel 4000 Wechselstrom; e la vite nel 3500 A. C.. Proprio del terreno che dalla vite prenderà nome di vigna parlerà Gesù nel brano evangelico di questa ventisettesima domenica del tempo ordinario.

„Zu dieser Zeit, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: «Costui è l’erede. Seine, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Sie antworteten ihm: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». Und Jesus sagte es ihnen: «Non avete mai letto nelle Scritture: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi»? Deshalb sage ich es dir: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» (MT 21,33-43).

I nostri antenati sapiens quando iniziarono a domesticare quelle specie animali e quei pochi semi che ancora ritroviamo sulla nostra tavola non potevano immaginare il particolare legame che si sarebbe creato fra l’uomo e la coltivazione della vite. Un rapporto che sa di alleanza e perciò di passione, di cura e perfino di amore. Ricordo i contadini che ho conosciuto, quando volevano esprimere la fatica del loro specifico lavoro dicevano: «La terra è bassa!». Perché non solo ti devi chinare verso di essa, ma anche assecondarla e lavorarla con grande fatica. Quando invece iniziavano a parlare della vigna e del vino che avevano spillato il discorso cambiava, il ricordo della fatica e della dedizione sparivano: apparivano ripagati, diventavano orgogliosi del frutto della vite ricavato e perciò gelosi della loro vigna. È possibile che questa esperienza primordiale abbia ispirato gli autori biblici, in particolare i profeti, quando cantarono in più occasioni lo speciale legame fra l’agricoltore e la vigna in quanto allegoria dell’alleanza fra Dio e il suo popolo Israele. Il brano indubbiamente più famoso è quello riportato nella prima lettura di questa domenica tratto dal profeta Isaia:

«Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, stattdessen, acini acerbi. Und nun, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?» (Ist 5,1-4).

Così quando Gesù iniziò a raccontare gli ascoltatori intesero istantaneamente di cosa stesse parlando a differenza nostra che quella immediatezza l’abbiamo persa e necessitiamo di molte spiegazioni. Infatti la comprensione della parabola detta “dei vignaioli omicidi” ha rappresentato un momento significativo nella storia dell’esegesi cristiana. C’è stato un tempo, non molto distante dal nostro, in cui si è pensato che il versetto «Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» costituisse una vera punizione per Israele e un attacco da parte di Gesù al giudaismo, cosicché la Chiesa non fosse da considerarsi come un nuovo Israele subentrato al vecchio, aber das echte1, come l’aveva pensato Dio fin dall’inizio. Ma in tutto il Vangelo di Matteo quest’attacco non si evince e così quella interpretazione è oggi ritenuta obsoleta. Come pure l’idea discendente dalla precedente che Israele in quanto popolo fosse stato rifiutato da Dio. Certo Gesù stava parlando nel tempio rivolgendosi agli anziani e ai capi dei sacerdoti e le sue parole riportavano la pesante punizione causata dal rifiuto degli emissari del padrone della vigna. Essi erano quegli inviati di cui parlerà in MT 23,34: «Perciò ecco, io mando a voi profeti, sapienti e scribi: Von diesen, alcuni li ucciderete e crocifiggerete, altri li flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città». Soprattutto Gesù annunciò l’uccisione del figlio. Ma si stava rivolgendo ai Führer religiös, quelli che chiamerà guide cieche (vgl.. MT 23,16) e poiché ora la parabola è presente nel Vangelo quelle parole varranno sempre per la Chiesa ed i suoi responsabili. In particolare la vigna che è l’Israele santo di Dio, il popolo eletto, non sarà incendiata o devastata come la città di cui si parlerà nella parabola seguente (MT 22,7) ma anzi è lì pronta per dare frutti buoni; Solo, non saranno gli attuali vignaioli a coglierli: la vigna, il popolo dell’alleanza, verrà affidata ad altri contadini. Perciò tutte le parabole di Gesù e questa in particolare vanno considerate come opere aperte. Rinchiuderle dentro un’unica interpretazione, Als ein letto di Procuste, farebbe loro torto perché il valore sta nell’inquietudine che continueranno a suscitare, unita alle domande che incalzeranno la fede dei discepoli e la loro sequela, affinché siano continuamente spronate.

Gesù iniziò il racconto dicendo che c’era un uomo, un proprietario ― il termine oikodespotes (οἰκοδεσπότης) può significare anche un padre di famiglia, infatti la Vulgata tradusse: Homo erat pater familias ― che piantò una vigna e la dotò di tutto il necessario, quindi l’affidò a dei vignaioli e partì. Il verbo apodemeo (ἀποδημέω aus denen ἀπεδήμησεν der v.33) indica qualcuno che va fuori della patria, all’estero, allontanandosi dalla propria abitazione. Quest’uomo partì portando con se il pensiero e il ricordo della vigna, così quando venne il tempo dei frutti mandò dei servi a richiederli, ma furono brutalmente trattati dagli affidatari. Evidentemente si erano convinti nell’animo che il padrone essendosene andato si fosse anche scordato della vigna e che questa ormai fosse loro, così se l’erano accaparrata sostituendosi al vero proprietario. Ma in fondo questi rivendicava solo i frutti, non stava pretendendo la proprietà. Con una pazienza che parrà incredibile se non fosse ascritta a Dio egli inviò di nuovo servi in numero maggiore e pure questi subirono la stessa sorte dei precedenti. I lettori del Vangelo che a questo punto già sentiranno montare la rabbia per il sopruso, speranzosi di vedere il ristabilimento della giustizia anche con l’uso della forza, si troveranno impreparati e spiazzati nel leggere che il padre starà per mettere a repentaglio la vita del suo proprio figlio. Ma il proprietario della vigna, ormai lo sappiamo, è un padre fuori dell’ordinario, come dirà la preghiera di colletta di questa domenica: Egli aggiunge «quello che la preghiera non osa sperare». Così non mandò altri emissari come rappresentanti, ma inviò direttamente suo figlio mosso da un’intima speranza: «Avranno rispetto per mio figlio!».

Sappiamo come le cose andarono a finire, è inutile ripeterlo. Il particolare dell’omicidio compiuto al di fuori della vigna rimase scolpito nella memoria degli autori del nuovo testamento e così lo menzionarono quando si trattò di raccontare la morte di Gesù (vgl.. MC 15,20; MT 27,31, EB 13,12) oppure quella di Stefano (vgl.. Bei 7,58). Il figlio espulso dalla vigna fu il segno tangibile del rifiuto della volontà divina e della sostituzione che quei contadini vollero perseguire: «Costui è l’erede. Seine, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!».

Le successive parole di Gesù introdotte dalla domanda circa la sorte di quei vignaioli omicidi si prenderanno tutta l’attenzione e, come abbiamo più su riportato, anche quella della futura esegesi, facendo passare sotto silenzio un particolare non di poco conto a cui Gesù aveva accennato e che potrebbe rappresentare invece il cuore della parabola, quello che illuminandola le dà senso, ancor più della stessa eliminazione e sostituzione dei vignaioli malvagi. Questo particolare fa riferimento al pensiero del padrone della vigna che si aspettava rispetto verso il figlio inviato. Il verbo entrepo, εντρέπω der v. 37 nella forma attiva significa mutare, Veränderung, tornare di senno e in quella passiva, come sta nel Vangelo: commuoversi, portare rispetto, esitare. La Vulgata scelse aver timore e riportò: “Verebuntur filium meum“. In qualsiasi modo si voglia tradurre quel desiderio esplicitato, è chiaro che il padrone della vigna non si attendeva la morte violenta del figlio. Quello era il suo sogno, il sogno di Dio. Nel Vangelo di Matteo già Giuseppe e poi i Magi (vgl.. MT 1,20; 2,12-13) prestando ascolto a un sogno poterono salvare Gesù. Avevano così compiuto la volontà di Dio. Cosa sarebbe accaduto se Pilato avesse ascoltato il sogno della moglie (vgl.. MT 27,19) narrato nel racconto della passione: egli avrebbe risparmiato Gesù dalla condanna? Quella frase della parabola, apparentemente innocente, mette in crisi alcune facili e inappropriate teologie della redenzione. In essa vi leggiamo non solo la speranza che Israele si converta, ma anche che il figlio venga risparmiato.

Naturalmente senza dimenticare che per tre volte Gesù mostrerà di salire volontariamente, liberamente e consapevolmente a Gerusalemme (vgl.. MT 16,21-23), dove vi avrebbe incontrato la morte che accetterà ancora più decisamente nel Getsemani: «avvenga la tua volontà» (MT 26,42). Addirittura Matteo rilesse la sua consegna alla luce delle Scritture: «Tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti» (MT 26,56). Non si potrebbe però pensare, sempre nella logica del racconto matteano, che il progetto iniziale non fosse questo, quanto piuttosto quello di cui parlerà lo stesso Gesù ― in verità dopo tutti e tre gli annunci della passione ― accennando a una palingenesi (vgl.. MT 19,282 e 25,31-46); che egli avrebbe voluto far avanzare restaurando l’Israele di Dio? Quando il piano però cominciò a deteriorarsi, allora Gesù, come il figlio della parabola, mostrerà di amare tanto la sua vigna al punto di morire per essa. Ci torna in mente il commento di Sant’Ambrogio: «Hallo, vigna meritevole di un custode così grande: ti ha consacrato non il sangue del solo Nabot ma quello di innumerevoli profeti, e anzi quello, tanto più prezioso, versato dal Signore»3. La parabola, damit, che insistette sulla misericordia del padrone, lasciò emergere anche sullo sfondo l’offerta gratuita del figlio.

Questa parabola risuona certamente come un giudizio di Dio, non però sul popolo d’Israele, ma su quei capi del popolo che hanno rigettato e condannato Gesù. Matteo, in der Tat, registrerà subito dopo la loro reazione; cercarono di catturarlo ma ebbero paura della folla e per questo rimandarono di qualche giorno il loro piano, attendendo una situazione più propizia (nella notte e nel Getsemani, dove non ci sarà la folla dei suoi seguaci; vgl.. MT 26,47-56). Avevano infatti compreso che quella parabola individuava proprio in loro i vignaioli omicidi. Ma la parabola dice che questo sarà pure il giudizio sulla Chiesa, soprattutto sui suoi capi. La vigna è stata tolta a quei capi di Israele e data una nuova collettività umana (éthnos, senza articolo del v.43): la comunità dei poveri nello spirito, dei miti che, secondo la promessa del Signore, erediteranno la terra (vgl. MT 5,5; Soll 37,11), a quel popolo umile e povero costituito erede per sempre dal Signore (vgl. Sof 3,12-13; Ist 60,21; Bietet 30,3).

È molto importante sul piano teologico capire che la funzione della forma matteana della parabola non è quella di esaltare il cristianesimo rispetto al giudaismo, ma piuttosto di lasciare aperta la risposta alla rinnovata offerta di riconciliazione fatta dal Cristo innalzato. In einer Weise,, la Chiesa si trova in una posizione analoga a quella d’Israele. In un altro senso, aber, essa ha già fatto esperienza del miracoloso intervento di Dio. Die pietra scartata costituisce ora la testata d’angolo. Sarà questa generazione di cristiani ad accogliere il regno di Dio e a produrre frutti di giustizia, oppure esso le sarà tolto per essere affidato ad un’altra? Il già citato Ambrogio di Milano vedeva che il pericolo di incorrere nel castigo è per tutti, anche per i cristiani: «Il vignaiolo è senza alcun dubbio il Padre onnipotente, la vite è Cristo, e noi siamo i tralci: ma se non portiamo frutto in Cristo veniamo recisi dalla falce del coltivatore eterno»4. Sagte das, è chiaro che la parabola è cristologica e teologica. Il figlio del padrone della vigna è caratterizzato con quegli attributi, come l’idea dell’eredità, che sono tipici del linguaggio di Gesù quando voleva parlare di sé e del suo rapporto col padre; la sua morte fuori delle mura della città ovviamente ricorderà la fine del Messia. Ma la parabola dice molto anche a proposito del Padre: il suo giudizio, stranamente, tarda ad arrivare; Dio è rappresentato addirittura come fin troppo paziente. Qualsiasi ascoltatore del racconto, ai tempi di Gesù, sarebbe rimasto colpito da quella che potrebbe sembrare una debolezza di carattere. Quel Dio invece sa aspettare e continua a sperare in un cambiamento dei suoi vignaioli che potrebbero addirittura «rispettare suo figlio» (vgl.. MT 21,37). Diversamente da quanto facciamo noi Dio non si lascia demoralizzare da un rifiuto, insiste nella sua proposta di salvezza, Egli non vuole mai la morte del peccatore, ma che questi si converta e viva.

Vorrei concludere ricordando che la pregnanza di questa parabola fu colta in modo particolare da Benedetto XVI, in un momento che immaginiamo fu carico di emozione e di grande timore per lui. Dalla loggia della Basilica di San Pietro la sera della sua elezione così parlò di se stesso:

«Hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare e agire anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere»5.

Fröhlichen Sonntag euch allen.

aus der Eremitage, 8 Oktober 2023

 

 

 

1 Trilling W., Il vero Israele. Studi sulla teologia del Vangelo di Matteo, Piemme, 1992

2 „Und Jesus sprach zu ihnen:: “«In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele”».

3 Sant’Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca, New City 1978.

4 Sant’Ambrogio, an. zit.

5 Sehen: https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2005/april/documents/hf_ben-xvi_spe_20050419_first-speech.html

 

 

Sant'Angelo-Höhle in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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