«Magnificat», il grande “hard rock” della Beata Vergine Maria nella solennità dell’Assunta

Omiletica dei Padri deL'Isola di Patmos

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

«MAGNIFICAT», IL GRANDE HARD ROCK DELLA BEATA VERGINE MARIA NELLA SOLENNITÀ DELL’ASSUNTA

Persino l’eresiarca Martin Lutero, che alla Beata Vergine fu sempre molto devoto — cosa che gran parte dei fedeli cattolici, ma pure molti studiosi ignorano —, nel 1521 compose un intenso libretto intitolato Il Magnificat tradotto in tedesco e commentato.

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Nel giorno di Natale del 1886 il giovane scrittore e poeta, all’epoca agnostico, Paul Claudel, attraversa il portale di Notre Dame de Paris e gli arriva all’orecchio il canto del Magnificat, testo evangelico della liturgia dei Vespri.

A seguire confesserà di essere uscito da quell’esperienza trasformato, destinato a diventare ormai il cantore della fede cristiana a tutti noto; molti conoscono il suo dramma: Annonce fait à Marie. Anni dopo, nel 1913, narrerà:

«In quel giorno credetti con una tale forza di adesione, con una tale elevazione di tutto il mio essere, con una convinzione così forte, con una tale certezza, con una tale assenza di dubbi che in seguito né i libri, né i ragionamenti, né le sorti di una vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede».

Il 15 agosto di ogni anno, il calendario ricorda la solennità dell’assunzione al cielo della Beata Vergina Maria, la madre del Signore, nonostante la diffusa denominazione secolarizzata di «Ferragosto». Ebbene, che si acceda in una cattedrale solenne come Notre Dame o in una piccola cappella sperduta fra i monti, ognuno, in questo giorno, sentirà proclamare quel canto del Magnificat che contraddistingue la Santa Messa di questa Solennità. Ecco il brano riportato dall’evangelista Luca.

«In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. Allora Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre”. Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua» (Lc 1,39-56).

Maria, incinta di Gesù, mentre è in visita alla parente Elisabetta, incinta a sua volta di Giovanni Battista, intona questo inno straordinariamente lungo che Luca riferisce. È l’unica volta che le parole della Madre di Cristo si dilatano fino a comprendere ben 102 parole nel greco, compresi articoli, pronomi e particelle. Le altre volte, in tutto solo cinque, le frasi di Maria che i Vangeli riportano sono brevi e quasi stentate, come a Cana durante le nozze a cui partecipa anche suo Figlio: «Non hanno più vino» e «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2, 3.5). Seguiamo, allora, il flusso poetico di questa salmodia mariana intessuta su un palinsesto di allusioni bibliche.

Idealmente il canto è per solista e coro. Il primo movimento è intonato dall’«io» di Maria: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato all’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,46-49). Si chiede Origene (III° sec.):

«Che cosa aveva, la madre del Signore, di umile e di basso, ella che portava nel seno il Figlio di Dio? Dicendo: “Ha guardato l’umiltà della sua ancella”, è come se dicesse: ha guardato la giustizia della sua ancella, ha guardato la sua temperanza, ha guardato la sua fortezza e la sua sapienza» (Origene, Omelie su Luca).

Nel secondo movimento dell’inno entra la voce di un coro nella quale si innesta quella di Maria, proprio come una soprano che fa emergere il suo canto. È il coro dei cristiani, eredi di quei «poveri» dell’Antico Testamento, gli ענבים (‘anawîm), coloro che sono curvi, non solo sotto l’oppressione del potente, ma anche nell’umiltà dell’adorazione nei confronti di Dio, vincendo così la superbia dell’orgoglioso. Costoro, poveri socialmente, ma soprattutto fedeli e giusti, celebrano, unendosi idealmente alla voce di Maria, le particolari scelte divine che si differenziano dalle logiche mondane, privilegiando non il forte o il potente, ma l’ultimo e l’emarginato; ribaltando cosi le gerarchie storiche. L’Evangelista Luca, utilizzando il tempo greco aoristo chiamato «gnomico», perché fa riferimento a esperienze acquisite al di là del loro carattere temporale, descrive attraverso dei verbi in numero di sette, un numero che sta ad indicare la pienezza, le singolari scelte divine:

«Ha spiegato la potenza del suo braccio, / ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, / ha rovesciato i potenti dai troni, / ha innalzato gli umili, / ha ricolmato di beni gli affamati, / ha rimandato i ricchi a mani vuote, / ha soccorso Israele suo servo» (Lc 1,51-54).

È una logica costante di Dio che ritroviamo anche sulle labbra di Gesù: «Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 20,16) e «Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14, 11).

Il fascino delle parole di Maria, nel Magnificat, si è impresso da allora nella spiritualità cristiana, informando la vita di molti santi e ha fatto scaturire una miriade di commenti di ogni genere e tantissime opere d’arte sia pittorica, che musicale. Persino l’eresiarca Martin Lutero, che alla Beata Vergine fu sempre molto devoto — cosa che gran parte dei fedeli cattolici, ma pure molti studiosi ignorano —, nel 1521 compose un intenso libretto intitolato Il Magnificat tradotto in tedesco e commentato.

Questo bellissimo canto del Magnificat è dalla Liturgia collocato come castone della Solennità della Assunzione di Maria che ovunque si celebra, in Oriente, come nell’Occidente cristiano. Poiché la Dormizione-Assunzione di Maria è un segno delle realtà ultime, di ciò che deve accadere in un futuro non tanto cronologico quanto di senso, un segno della pienezza cui i nostri limiti anelano: in lei intuiamo la glorificazione che attende il cosmo intero alla fine dei tempi, quando «Dio sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28) e in tutto. Lei, la Vergine Maria, è la porzione di umanità già redenta, figura di quella terra promessa cui siamo chiamati, lembo di terra trapiantato in cielo. Un inno della Chiesa ortodossa serba canta Maria come «terra del cielo», terra ormai in Dio per sempre, anticipazione del nostro comune destino.

Vorrei concludere con le parole di una famosa preghiera con le quali San Francesco saluta Maria oggi ricordata Assunta in cielo:

«Ave Signora, santa regina, santa genitrice di Dio, Maria, che sei vergine fatta Chiesa / ed eletta dal santissimo Padre celeste, che ti ha consacrata insieme con il santissimo suo Figlio diletto e con lo Spirito Santo Paraclito; / tu in cui fu ed è ogni pienezza di grazia e ogni bene. / Ave, suo palazzo, ave, suo tabernacolo, ave, sua casa. / Ave, suo vestimento, ave, sua ancella, ave, sua Madre. / E saluto voi tutte, sante virtù, che per grazia e illuminazione dello Spirito Santo venite infuse nei cuori dei fedeli, perché da infedeli / fedeli a Dio li rendiate» (FF 259-260).

 

Dall’Isola di Patmos, 15 agosto 2025

Solennità dell’Assunta

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Essere simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

ESSERE SIMILI A QUELLI CHE ASPETTANO IL LORO PADRONE QUANDO TORNA DALLE NOZZE 

I discepoli di Gesù vivono sulla terra, ma come pellegrini, mentre la loro residenza è nei cieli. Siamo, perciò, chiamati a un’attesa che tante volte ci supera.

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«La notte [della liberazione] fu preannunciata ai nostri padri, perché avessero coraggio».

Sono le parole iniziali della prima lettura di questa Domenica, tratte dal Libro della Sapienza, e ben preparano l’ascolto del brano evangelico qui sotto riportato:

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo”. Allora Pietro disse: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”. Il Signore rispose: “Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più”» (Lc 12,32-48).

I primi tre versetti dell’odierno Vangelo (12,32-34) fanno testo a sé, perché chiudono un’intera pericope consacrata all’insegnamento di Gesù sul possesso dei beni materiali. Essi sono il Suo invito finale, che si può cogliere solo se si ha in mente quanto è stato scritto appena prima nel Vangelo, ma non riportato nell’odierna liturgia, ovvero i versetti dal 22 al 31 del capitolo 12 di Luca. Quelli che invece seguono, facenti parte del brano odierno (vv. 35-48), sono da considerarsi come un’esortazione alla vigilanza. Sono un insieme di sentenze, di immagini e piccole parabole — l’esegeta Maggioni le chiama: «parabole accennate» — che hanno un comune denominatore: il ritorno del «Figlio dell’uomo», che, come si diceva, richiede vigilante attesa.

Per specificare questa attesa Gesù si paragona di volta in volta ad un Signore (ὁ κύριος, v. 36.37.43) che torna da un banchetto, arriva alla porta e bussa, quindi premia i servi rimasti svegli servendoli a tavola. Oppure a un ladro (ὁ κλέπτης, v. 39) che arriva ad un’ora che il padrone di casa (ὁ οἰκοδεσπότης) disconosce. O ancora a quel Signore che promuove di responsabilità un amministratore degno di fiducia e prudente (ὁ πιστὸς οἰκονόμος, ὁ φρόνιμος, v. 42). Tutte queste immagini infine, ci rivela Gesù, calzano alla figura di quel «Figlio dell’uomo [che] verrà nell’ora che non pensate» (v. 40).

Essere attenti e vigilanti a costo di perdere il sonno è decisivo, ma chi sono coloro che attendono? Nel brano Gesù parla di servi ed amministratori, ma ovunque nel testo le persone chiamate a vigilare sono indicate con la seconda persona plurale, come ad includere sia i discepoli che udirono allora il Signore, sia gli ascoltatori o lettori contemporanei del Vangelo, quindi anche noi: «voi siate pronti» (v. 35); «voi dovete essere simili a…» (v. 36); «voi tenetevi pronti» (v. 40). Infine emerge la risposta data a Pietro che aveva chiesto: «Questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore, rivelando una graduatoria di responsabilità nell’attesa, gli dice: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più». In questo modo si precisa che se i destinatari dell’insegnamento, nel complesso, sono tutti i credenti, risalta tuttavia la responsabilità dei capi della comunità cristiana a cui Gesù dedica una specifica parabola.

Che il discorso sia rivolto alla Chiesa ed ai suoi responsabili risulta chiaro dai termini usati, i quali fanno riferimento a un contesto spazio temporale preciso, si tratti esso della casa, della notte o del tempo dilatato dell’attesa. Gesù parla di «fianchi cinti» (v.34), mentre la parola «casa» è citata esplicitamente e poi c’è la notte per via delle «lucerne accese» (v.35) e della «seconda e terza veglia» (v.38 in greco). Abbiamo qui un rimando al tema dell’Esodo — i «lombi cinti» sono un’esplicita citazione di Es 12,11 — dove la celebrazione pasquale avvenne di sera, in casa e in famiglia (Es 12,3). Viene evocata la frettolosa partenza dall’Egitto dei figli di Israele avvenuta di notte e sollevare i lembi del lungo abito orientale e legarlo ai fianchi con una cintura rendeva più agevole il cammino. Sembra che Gesù voglia esortare la Chiesa a mettersi in cammino, a fare un esodo, ma in realtà si tratta di un procedere in profondità più che in estensione, un viaggio che rende pronti a ricevere Colui che sta per giungere: il vero cammino lo fa il Signore che viene! Il centro dell’annuncio delle tre parabole è dunque la venuta del Signore e il nome del cammino a cui sono chiamati i discepoli è vigilanza. Infatti Gesù ha già dato indicazioni affinché essa non sia ostacolata da inutili ingombri quali la cupidigia (Lc 12,15), le preoccupazioni (Lc 12,22.26) e le paure (Lc 12,32) che occupano il cuore e tolgono libertà.

La parabola dei servi vigilanti (vv. 36-38) sembra essere la versione narrativa di una beatitudine ― «beati quei servi» (v. 37); «beati loro» (v.38) ― che potrebbe suonare così: «beati i servi vigilanti, perché il Signore stesso si farà loro servo». Il capovolgimento di valori presente nelle beatitudini è qui espresso nella paradossale figura del padrone che rientra a casa, anche a notte fonda, e, trovando svegli i suoi servi per aprirgli la porta e accoglierlo per salutarlo, lui stesso si mette a servirli. Ma questa è la logica di Gesù che capovolge le logiche mondane e che dovrebbe vigere nella comunità cristiana: «Chi è più grande? Chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).

Domina su tutta la narrazione un senso di imminenza per qualcosa che deve ancora accadere eppure implica tutt’altro che la staticità o lo stare fermi. Da tutto quanto abbiamo visto sopra sembra emergere una indeterminatezza, che però rende bene il senso dell’esperienza cristiana. I discepoli di Gesù vivono sulla terra, ma come pellegrini, mentre la loro residenza è nei cieli (Lettera a Diogneto). Siamo, perciò, chiamati ad un’attesa che tante volte ci supera. Il problema della vigilanza in queste brevi parabole, detto in altro modo, è quello del tempo, soprattutto del tempo quotidiano, feriale. Ogni giorno, qualsiasi giorno feriale, se colmo di attesa, è «giorno del Signore». Come nella parabola di Luca ogni giorno è buono per rimanere svegli, tenere le lampade accese e accogliere il Figlio dell’uomo che tornerà. Così ci invitava ad attendere la preghiera di Colletta di questa Domenica: «Non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell’attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna».

Dall’Eremo, 10 agosto 2025

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Marta, Maria e la lezione di Gesù sulla dimensione dell’eterno

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

MARTA, MARIA E LA LEZIONE DI GESÙ SULLA DIMENSIONE DELL’ETERNO 

«Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta»

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Il brano evangelico di questa Domenica appartiene a una tradizione che solo Luca conosce, poiché non è riportato dagli altri sinottici.

Il Quarto Vangelo però conosce Marta e Maria, le due donne protagoniste, e riferisce che sono residenti in Betania, con il fratello Lazzaro. La pericope nel tempo ha accresciuto il suo forte influsso sulla spiritualità cristiana, tanto da divenire il paradigma della contrapposizione fra la vita attiva a quella contemplativa. Ad esempio, San Francesco d’Assisi scrisse una «Regola» per i romitori immaginando che i frati dovessero ispirarsi a queste due sorelle:

«Coloro che vogliono condurre vita religiosa negli eremi, siano tre frati o al più quattro. Due di essi facciano da madri […] e seguano la vita di Marta, e i due che fanno da figli quella di Maria».

Leggiamo il testo evangelico.

«In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10,38-42).

Questo racconto è collocato da Luca dopo l’inizio del viaggio di Gesù verso Gerusalemme. Più precisamente dopo che si è fermato per rispondere alla domanda di un dottore della Legge su chi è il «prossimo» e aver raccontato la parabola del buon Samaritano. A seguire, continuando il suo viaggio verso la città santa, prima di risalire per il monte degli Ulivi e poi arrivare in città, Gesù entra in un villaggio dove avviene l’incontro con le due sorelle Marta e Maria. Poco sappiamo delle due donne e del fratello Lazzaro che da Luca non è menzionato. Alcuni hanno ipotizzato che fossero celibi, perché nei vangeli non si parla né di mariti per Marta e Maria, né di una moglie per Lazzaro, e, secondo qualche commentatore, potrebbero appartenere al gruppo dei pii israeliti chiamati esseni. Forse Gesù conquistò dei seguaci anche tra pii esseni che desideravano ardentemente la salvezza escatologica e che nel primo secolo d.C. intensificarono, a quanto pare, l’attesa del Messia davidico? Lazzaro e le sue sorelle Maria e Marta, persone chiaramente non sposate che vivevano a Betania nei pressi del Monte degli Ulivi, potrebbero essere esempi di simpatizzanti di questo genere.

Molto più interessante per noi è il fatto che Luca ha collocato questo incontro subito dopo la parabola del buon Samaritano, facendo percepire ai lettori del Vangelo che le due scene siano collegate. La parabola serviva a spiegare cosa significhi farsi prossimo; questa pagina invece parla dell’amore per il Signore. In tal modo Luca, controbilanciando un ideale filantropico forse troppo elevato, porta l’esempio di Marta e di Maria. Alcuni esegeti sottolineano la scelta accurata dell’evangelista nel presentare di seguito le due scene: l’insegnamento contenuto nel brano di Marta e Maria si può leggere in relazione con la parabola precedente del Samaritano che si fa prossimo, completandolo, poiché offre il fondamento del comportamento misericordioso. È importante, cioè, ascoltare la parola di Gesù, perché autentica espressione del volere divino espresso nel comandamento dell’amore del prossimo. L’ascolto della parola di Cristo è dunque il fondamento del comportamento cristiano e diventa la condizione essenziale per ereditare la vita eterna, che era la richiesta del dottore della Legge. Le parole di Gesù a Marta, così, ristabiliscono una priorità e invitano a non perdere di vista l’essenziale, ciò di cui si ha veramente bisogno, ovvero, stare ai piedi di Gesù.

Dal Vangelo di Giovanni sappiamo che gli ospiti di Gesù sono amici del Signore, in particolare viene detto di Lazzaro, ma qui, in Luca, come sopra riportato, egli non viene ricordato, né vi è un cedimento alla curiosità a riguardo delle emozioni o dei sentimenti di Gesù verso le ospiti. Abbiamo due sorelle, due donne, una delle quali è seduta addirittura ai piedi di Gesù, assumendo, perciò, la postura della discepola. Ora, mai un maestro ebreo dell’epoca avrebbe accettato che una donna assumesse nei suoi confronti l’atteggiamento di un discepolo. Il comportamento di Maria è straniante e contravviene le regole imposte dalla cultura del tempo. Salvo rarissime eccezioni sono ben noti i detti rabbinici secondo i quali le donne non avrebbero dovuto essere discepole di nessun maestro e neppure studiare la Torah. Ecco perché questo testo ha avuto ampia risonanza fra coloro che cercano nel Vangelo una voce favorevole sull’identità e sulla condizione della donna nella comunità cristiana. Se guardiamo, infatti, Marta e Maria, scopriamo che il modo in cui queste vengono rappresentate tocca un tema molto attuale. Maria è raffigurata come una discepola ai piedi di un rabbi, mentre per Marta, Luca, parlando dei suoi «molti servizi», utilizza il verbo diakonéo. L’ascolto della parola (v.39) non ricorda forse il ministero della Parola e il verbo «servire» (v.40) non rimanda al ministero della tavola, ai compiti diaconali? Il Vangelo sembra riportare un banale gesto di accoglienza di una persona nella propria casa, ma come spesso accade quando c’è di mezzo Gesù, un semplice avvenimento ha dalle conseguenze imprevedibili. Vediamolo da vicino. Scrive Luca che ad accogliere Gesù è Marta e non Maria:

«Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò» (v.38).

Non sappiamo perché solo Marta venga menzionata: forse perché è poi lei ad occuparsi concretamente dell’ospitalità? E come mai non c’è nessun uomo ad accogliere, come era di prassi, un altro uomo che entra in casa, come, ad esempio, fece Abramo che accolse gli ospiti a Mamre sotto la sua tenda? Del resto, non è l’unico caso di cui ci parla Luca: pensiamo a Lidia, che nel libro degli Atti degli Apostoli l’autore presenta come una piccola imprenditrice che addirittura obbliga Paolo a fermarsi nella sua casa (At 16,15).

Marta accoglie, dunque, Gesù, ma in modo diremmo oggi «iperattivo». Luca scrive che era: «distolta per i molti servizi» (v. 40, secondo la CEI), tanto da esserne totalmente assorbita. È eccessivamente preoccupata e si lascia prendere dall’ansia. Ma su questo punto dobbiamo essere precisi. Dove sta l’errore di Marta? Ella, evidentemente, svolge troppo il suo «servizio» (diakonía) che, mentre dovrebbe essere positivo, ne risulta in verità pregiudicato. Non sono né l’accoglienza di Marta, né la sua intenzione di servire a cadere sotto i colpi della critica, ma l’eccesso delle sue azioni e le preoccupazioni che ne sono all’origine. Il testo non contrappone la diaconía della tavola o quel che era all’amorevole ascolto della Parola.

Marta avanza la sua protesta al Maestro Gesù, senza entrare in dialogo con la sorella Maria, la quale, nel testo, non prende mai la parola; taciturna diviene il personaggio centrale, alla fine lodato dal Signore. Marta invece parla e si muove, il che rimanda all’episodio conservato in Giovanni, dove sempre lei va da Gesù, parla e gli contesta che se fosse stato lì suo fratello Lazzaro non sarebbe morto. Maria anche nel Vangelo di Giovanni rimane seduta, è Gesù a chiamarla e solo allora si muove verso di lui. In una situazione analoga a chissà quante, successe in ogni famiglia, ciò che emerge qui è la parola di Gesù. Questo racconto è stato conservato proprio per ricordare ciò che Gesù dice e non per la banalità dell’incontro. E Gesù, rivolgendosi a Marta, con quel doppio vocativo – «Marta, Marta» – tipicamente biblico, rimproverandola velatamente, ma mostrando, però, anche simpatia ed affetto per lei, desidera condurre la donna all’essenziale, a quella parte unica e prioritaria che Maria ha scelto spontaneamente.

Gesù dice a Marta quello di cui ha veramente bisogno, che è necessario, e ora, attraverso il racconto che ne fa Luca, anche i lettori ne sono consapevoli. Si tratta della parte buona, come dice il testo greco. La versione CEI, come abbiamo letto, sente di tradurre con: «parte migliore». I commentatori qui si dividono, alcuni preferiscono l’aggettivo qualificativo «migliore», altri insistono sul fatto che il testo, invece, eviterebbe la comparazione: migliore, infatti, presuppone qualcosa di meno buono. Anche San Girolamo traduce, nella Vulgata, adoperando un superlativo:  Maria optimam partem elegit.

Luca usa l’aggettivo greco hagathèn (da hagathós, «buono»), che nel Nuovo Testamento designa innanzitutto l’incomparabile bontà che contraddistingue Dio nella sua essenza. Ma allora qual è il senso della parola di Gesù che sottolinea la scelta di Maria rispetto a quella di Marta, sua sorella? La parola di Cristo è chiarissima: nessun disprezzo per la vita attiva, né tanto meno per la generosa ospitalità; ma un richiamo netto al fatto che l’unica cosa veramente necessaria è un’altra: ascoltare la Parola del Signore; e il Signore in quel momento è lì, presente nella Persona di Gesù! Tutto il resto passerà e ci sarà tolto, ma la Parola di Dio è eterna e dà senso al nostro agire quotidiano.

Dall’Eremo, 20 luglio 2025

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Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IO VI MANDO COME PECORE IN MEZZO AI LUPI 

«Questa è la prima immagine di Gesù evangelizzatore che viene presentata: sconfitto, cacciato, non ascoltato, non gradito, ed è davvero una scena misteriosa se pensiamo che Gesù è l’evangelizzatore. Questa non è una scena solitaria, e se Luca l’ha messa qui, è perché sa di toccare qualche cosa che appartiene a una costante del Regno di Dio»

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Dopo l’inizio del pellegrinaggio di Gesù verso Gerusalemme San Luca narra l’invio dei dodici (Lc 9,1-6). Ora vengono mandati da Gesù «altri discepoli» avanti a lui.

Si tratta di un numero che la tradizione dei manoscritti antichi trasmette in modo difforme. Per alcuni di essi sono settantadue e allora rappresenterebbero tutti i popoli della terra, secondo l’elenco di Genesi 10, almeno seguendo la traduzione greca (LXX); perché nel testo ebraico (masoretico) i popoli risultano essere settanta. In altri manoscritti greci è riportato proprio il numero settanta, ovvero quanti gli anziani scelti da Mosè secondo il racconto di Numeri (cap. 11). Nell’uno o nell’altro caso, Luca dice che Gesù manda non solo i Dodici, ma anche altri discepoli, e li invia a tutti. Leggiamo il testo evangelico di questa XIV Domenica del tempo ordinario.

«In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città”. I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Egli disse loro: “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”» (Lc 10,1-12.17-20).

Rimanendo in argomento-numero è chiaro che dodici evochi la missione ad Israele, tale, infatti, era il numero delle sue tribù; quello di settanta o settantadue non può che richiamare, invece, la missione universale della Chiesa. Questa però non è iniziata, storicamente, al tempo di Gesù, ma solo dopo la sua morte e risurrezione; la presente narrazione appare dunque come un’interpretazione, un modo di dire che la missione verso i gentili fosse già presente nella volontà del Signore Gesù. Perché un invio ai pagani abbia luogo, infatti, devono verificarsi quelle condizioni narrate negli Atti degli Apostoli, che non si erano ancora realizzate al tempo in cui Gesù compie il suo viaggio a Gerusalemme. In particolare, la persecuzione della Chiesa dopo la morte di Stefano e la dispersione dei discepoli di Gesù; l’incontro di Paolo con Cristo; Pietro che entra nella casa del centurione Cornelio e rimane a tavola con i pagani. Infine, la prima assemblea di Gerusalemme, che dirime questioni che mai si erano prefigurate antecedentemente, riguardanti la circoncisione o meno dei convertiti.

L’odierna pagina evangelica è facilmente divisibile in due parti: nella prima vengono date le istruzioni sulla missione, nella seconda si descrive il ritorno degli inviati. I discepoli devono andare a due a due, un probabile rimando al valore della testimonianza che richiede sia confermata da diversi: «Nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera» (Gv 8, 17; cfr. Dt 19,15). Gesù li avverte che saranno «come agnelli in mezzo a lupi»: dovranno, cioè, essere pacifici nonostante tutto e recare in ogni situazione un messaggio di pace; non porteranno con sé né vestiti né denaro o altre cose inutili, per vivere di ciò che la Provvidenza offrirà loro; si prenderanno cura dei malati, come segno della misericordia di Dio; dove saranno rifiutati, se ne andranno, limitandosi a mettere in guardia circa la responsabilità di respingere il Regno di Dio. L’annuncio della venuta di Gesù e del Regno, poi, prevede un’urgenza che fa sì che i discepoli non dovranno nemmeno fermarsi per salutare le persone. A seguire San Luca mette in risalto l’entusiasmo dei discepoli per i buoni frutti della missione e registra questa bella espressione di Gesù: «Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10, 20). Tutto questo brano del Vangelo è un invito a risvegliare nei battezzati la consapevolezza di essere missionari di Cristo, chiamati a preparargli la strada con le parole e con la testimonianza della vita.

Mi soffermo sulla frase di Gesù qui sopra riportata in risposta ai discepoli che si rallegrano per l’esito della missione, perché potrebbe apparire spiazzante, giocata sul paradosso, come spesso fa Gesù, che usa un linguaggio apocalittico per via della menzione dei demoni che si sottomettono, di Satana che precipita da quel cielo dove i nomi dei discepoli missionari invece vengono ascritti. Il detto evangelico vuole sottolineare che ogni missione cristiana pur richiedendo la disponibilità umana non dipende totalmente dagli inviati, ma dalla forza della Parola e da Dio. Per questo essa prevede anche il rifiuto; nel brano evangelico, infatti, emerge per tre volte l’idea che l’evangelizzazione possa fallire. Nell’espressione del v. 6: «altrimenti (la pace, n.d.r) ritornerà su di voi»; in quella del v. 10: «quando entrerete in una città e non vi accoglieranno»; ed anche nell’allusione del v. 3: essere «agnelli in mezzo ai lupi». Si potrebbe menzionare anche l’ammonizione del v. 16 non riportata oggi dal Lezionario, nei riguardi di Corazin, Betsàida e Cafarnao, dove si parla di Gesù disprezzato e dei discepoli che subiscono la stessa sorte: «Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato». Si comprende che il destino del discepolo è come quello del Maestro, possono esserci dei successi, ma anche incontrare muri che sbarrano la strada all’evangelizzazione. Gesù, fin dall’inizio del suo viaggio verso Gerusalemme, è presentato subito come un non accolto, poiché appressandosi a un villaggio di samaritani: «essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme» (Lc 9,53). Così quell’antica diatriba fra giudei e samaritani, nella quale si mischiano ragioni sociali, culturali e religiose, sembra una premonizione di ciò che oggi vediamo accadere ancora nella terra che fu anche di Gesù. Come avviene in tante simili situazioni, quando le ferite della memoria non guarite rendono più forte il rancore della riconciliazione. Così anche Gesù ricade nello stesso identico, quanto noioso, schema del nemico. Non importa chi sia, cosa dica o porti: Egli è un galileo da rifiutare. Anzi possiamo dire che Gesù fin da subito, nel Vangelo di Luca, appare come un rifiutato, quando gli stessi concittadini di Nazareth non vogliono credere al suo primo annuncio, anzi tentarono di metterlo a morte (Lc 4).

«Questa è la prima immagine di Gesù evangelizzatore che viene presentata: sconfitto, cacciato, non ascoltato, non gradito, ed è davvero una scena misteriosa se pensiamo che Gesù è l’evangelizzatore. Questa non è una scena solitaria, e se Luca l’ha messa qui, è perché sa di toccare qualche cosa che appartiene a una costante del Regno di Dio» (C. M. Martini, L’evangelizzatore in San Luca, Milano, 2000).

La storia si ripete, anche per i discepoli, ed è previsto il rifiuto colpevole all’annuncio. Ma questi devono in ogni caso dire a chi li rifiuta che: se la polvere «la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino» (Lc 10,11).

Dopo la Risurrezione di Gesù la Chiesa primitiva acquisterà piena consapevolezza di questa dinamica e saranno proprio le persecuzioni scatenate a Gerusalemme contro i cristiani di cultura greca a far si che il Vangelo arrivi, insieme al Battesimo e al dono dello Spirito, anche a quei samaritani che una volta non vollero accogliere Gesù, come racconta Luca negli Atti degli Apostoli (cap. 8). Gli ostacoli della divisione vengono così rimossi, perché il segno della Pentecoste, della nuova comunità che ormai parla in tutte le lingue e unisce i popoli in un unico popolo, in una famiglia di Dio, è divenuto realtà. Grazie ad Essa gli stranieri sono diventati amici e, al di là dei confini, si riconoscono fratelli.

Dall’Eremo, 06 luglio 2025

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Nell’illuminazione dello Spirito, noi vedremo la vera luce che illumina ogni uomo che viene nel mondo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

NELL’ILLUMINAZIONE DELLO SPIRITO, NOI VEDREMO LA VERA LUCE CHE ILLUMINA OGNI UOMO CHE VIENE NEL MONDO

Esistono due modi egualmente mortali di separare il Cristo dal suo Spirito: quello di sognare un Regno dello Spirito che porterebbe al di là del Cristo, e quello d’immaginare un Cristo che riporterebbe costantemente al di qua dello Spirito.

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Il profeta Isaia implorava: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi» (Is 63,19). Nella Pentecoste quell’antico desiderio è stato esaudito.

El Greco, “Pentecoste”, 1597-1600 (particolare) – Madrid, Museo del Prado

 

«Nella tua luce vedremo la luce», pregava il salmista (Sal 36,10) e San Basilio chiosava: «Nell’illuminazione dello Spirito, noi vedremo la vera luce che illumina ogni uomo che viene nel mondo». La Pentecoste è il compimento del mistero pasquale e rivelazione della vocazione cristiana. Lo Spirito, infatti, come un maestro al discepolo, insegna e fa ricordare, affinché Cristo dimori nel discepolo, ne divenga presenza interiore e intima. Non quindi esteriore, estrinseca o funzionale: il compimento della vocazione cristiana si avvera quando la vita di Cristo vive in noi. E la vocazione, o, se si vuole, l’essenziale della vita cristiana sotto la guida dello Spirito è la vita interiore, come capacità di far abitare in noi la parola del Signore, per meditarla, comprenderla, interpretarla e poi viverla. Leggiamo il Vangelo di questa Solennità:

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”» (Gv 14,15-16.23-26).

Il compimento della Pasqua del Signore implica l’inclusione del credente in questo fondamentale mistero e ciò avviene per mezzo del dono dello Spirito Santo. Egli favorisce il passaggio da Cristo al cristiano, dalla missione di Gesù a quella dei discepoli, come pure dalla predicazione e dall’azione di Gesù alla predicazione e all’azione dei credenti nella storia. Completa, cioè, il passaggio da Cristo alla Chiesa. Come afferma Gesù nel Vangelo, grazie allo Spirito, il credente comprende e ricorda la parola di Gesù e con la Sua forza la annuncia, vi risponde con la preghiera e vi obbedisce con la testimonianza. In questo modo l’evento pentecostale ci rivela chi è il credente, poiché accende la luce sulla vita secondo lo Spirito. Prendiamo ad esempio la preghiera. Grazie allo Spirito essa sorge in risposta alla Parola del Signore ascoltata e permette di invocare Dio col nome di Padre, Abbà, poiché i rinati dallo Spirito sono figli suoi, come ricorda l’Apostolo Paolo nell’odierna seconda lettura con parole rimaste famose:

«Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”. Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo» (Rm 8, 14-15).

Subito prima l’Apostolo aveva richiamato un altro aspetto intrinseco alla vita secondo lo spirito, quello della lotta interiore, che si contraddistingue per la rottura con la «carne» e l’egoismo:

«Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete».

Mentre invece il valore dell’annuncio e della testimonianza sono gli Atti degli Apostoli, la prima lettura di oggi, a sottolinearli, quando i discepoli iniziano a parlare la lingua dello Spirito, rendendo eloquente per tutti il messaggio delle grandi opere di Dio:

«Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?» (At 2,8). 

Tornando al Vangelo, possiamo brevemente riassumere come Gesù prepara i suoi a ricevere l’«altro» Paraclito. Nell’ultima Cena il cuore dei discepoli è turbato dall’annuncio imprevisto della partenza di Gesù (Gv 14,1). Finora egli era restato con loro (Gv 16,4; 14,25); ma adesso annuncia che rimarrà soltanto per poco tempo (Gv 13, 33): ben presto essi non lo vedranno più (Gv 16,11) perché va al Padre (Gv16,10). Tuttavia Gesù tornerà subito presso i suoi (Gv 14,18) non solo al momento delle apparizioni pasquali, ma per mezzo di una presenza tutta spirituale ed interiore: allora soltanto i discepoli saranno capaci di vederlo, in una contemplazione di fede (Gv14,19). E questa sarà opera dello Spirito Santo, il quale viene chiamato «un altro Paraclito» (Gv 14,16), perché continuerà presso i discepoli l’opera che il primo Paraclito, Gesù, ha iniziato. Nel grande conflitto che oppone Gesù e il mondo, lo Spirito avrà il compito di difendere la causa di Gesù presso i discepoli e di confermarli nella loro fede. In questo modo diventa interesse dei discepoli che il Cristo Gesù se ne vada, poiché senza questa dipartita il Paraclito non verrà presso di loro (Gv 16,7). Solo così il Padre donerà loro il Paraclito dietro richiesta di Gesù e nel nome di Gesù (Gv 14,16.26); anzi, il Cristo stesso da presso il Padre invierà loro il Paraclito (Gv 15,26). Questo Spirito che proviene dal Padre resterà coi discepoli per sempre (Gv 14,16), cioè fino alla fine dei tempi: durante tutta la sua permanenza qui in terra, la vita della Chiesa sarà caratterizzata dall’assistenza dello Spirito di verità.

San Giovanni ricorda che il Padre invierà lo Spirito Santo «nel nome di Gesù», come prima aveva detto che Gesù stesso stava sulla terra «nel nome di suo Padre» (Gv 5,43), in stretta comunione col Padre; egli infatti stava tra gli uomini per far conoscere il nome del Padre, per rivelare il Padre (cfr. Gv 17,6). Di qui si comprende meglio quel che intende dire Gesù quando annuncia che il Paraclito sarà inviato «nel suo nome». Non significa semplicemente che il Padre invierà lo Spirito dietro richiesta del Figlio, oppure in luogo o come rappresentante del Figlio, o ancora per continuare l’opera del Figlio. Il «nome» esprime qui quel che di più profondo esiste nella persona del Cristo Gesù, la sua qualità di Figlio, ed in quanto tale avrà una parte attiva nell’invio dello Spirito. Per questo motivo nei discorsi d’addio si trovano le due formule complementari: il Padre invierà lo Spirito nel nome di Gesù (Gv 14,26); il Figlio stesso invierà lo Spirito da presso il Padre. La formula «nel mio nome» indica dunque chiaramente la comunione perfetta tra il Padre e il Figlio quando Essi inviano lo Spirito. Senza dubbio l’origine di questa «missione» è il Padre ed è per questo che il Figlio invierà lo Spirito «da presso il Padre». Tuttavia anche il Figlio è principio di questo invio: e perciò il Padre invierà lo Spirito «nel nome del Figlio». Così il Padre e il Figlio sono entrambi principio di questa missione del Paraclito. Pertanto, se lo Spirito è inviato nel nome del Cristo Gesù, la sua missione sarà di rivelare il Cristo Gesù, di far conoscere il suo vero nome, quel nome di Figlio di Dio che esprime il mistero della sua persona: Il Paraclito dovrà suscitare la fede in Gesù Figlio di Dio.

Ma il Vangelo va oltre. La seconda metà del versetto (Gv 14,26) descrive il Paraclito «nell’ufficio di maestro di dottrina» (Reginald Garrigue Lagrange). Tale azione viene designata da due differenti verbi: «Egli vi insegnerà ogni cosa e vi farà ricordare tutto quel che io vi ho detto». Questa è una proposizione importante, perché ha dato adito a una tentazione ricorrente nella Chiesa, quella di introdurre nuove rivelazioni dovute allo Spirito. Una tentazione per nulla illusoria se ci ricordiamo il montanismo agli inizi della Chiesa e la corrente spiritualista di Gioacchino da Fiore nel Medioevo. Padre Henry de Lubac benissimo ha scritto:

«Esistono due modi egualmente mortali di separare il Cristo dal suo Spirito: quello di sognare un Regno dello Spirito che porterebbe al di là del Cristo, e quello d’immaginare un Cristo che riporterebbe costantemente al di qua dello Spirito».

Ma il Paraclito ai discepoli non porterà un Vangelo nuovo, nella vita e nell’insegnamento di Gesù, infatti, è contenuto tutto quel che dobbiamo conoscere in vista della costituzione del Regno di Dio e per attuare la nostra Salvezza. La funzione dello Spirito resta essenzialmente subordinata alla Rivelazione già portata da Gesù. «Insegnare» secondo Giovanni è quasi un verbo di rivelazione. Il Padre ha insegnato al Figlio quel che questi ha rivelato al mondo (Gv 8,28). Ma più spesso Gesù medesimo viene presentato come colui che insegna (Gv 6,59; 8,20). Tuttavia, questa dottrina del Cristo Gesù non deve rimanere estrinseca al credente, per questo Giovanni ha insistito fortemente sulla necessità di renderla interiore con l’accoglierla mediante una fede sempre più viva. Tale è il significato delle espressioni tipicamente giovannee «rimanere nella dottrina del Cristo» (2Gv 9), «rimanere nella sua parola» (Gv 8,31). Precisamente qui si pone l’azione dello Spirito: anch’egli «insegna». Egli insegna esattamente quello che è già stato insegnato da Gesù, ma per farlo penetrare nei cuori. Dunque, la Rivelazione ha una perfetta continuità: proveniente dal Padre, essa ci viene comunicata dal Figlio e tuttavia non raggiunge il suo termine che quando è penetrata nel più intimo di noi stessi e questo avviene per opera dello Spirito.

La natura esatta di questo insegnamento del Paraclito viene precisata da un altro verbo: egli «farà ricordare» tutto quel che Gesù ha detto. Questo tema del «richiamo» o del «ricordo» viene fortemente sottolineato dal quarto Vangelo. Giovanni osserva più d’una volta che dopo la partenza di Gesù i discepoli «si ricordarono» di questa o quell’altra parola o azione di Gesù, cioè essi ne colsero il vero significato e tutta la portata soltanto dopo la Resurrezione (Gv 2,17.22; 12,16). Proprio qui si colloca la funzione dello Spirito Santo: nel «ricordare» tutto quel che Gesù aveva detto, ma Egli non si limiterà soltanto a riportare alla loro memoria un insegnamento che altrimenti avrebbero rischiato di dimenticare. Il suo vero compito sarà di far comprendere nella loro interiorità le parole di Gesù, di farle afferrare alla luce della fede, di farne percepire tutte le virtualità, e le ricchezze per la vita della Chiesa. Dunque attraverso l’opera segreta del Paraclito il messaggio di Gesù non rimane più per noi esteriore ed alieno o semplicemente consegnato al passato; lo Spirito Santo l’interiorizza in noi e ci aiuta a penetrarlo spiritualmente perché noi vi scopriamo una parola di vita. Questa parola di Gesù, assimilata nella fede sotto l’azione dello Spirito, è quel che nella sua prima Lettera Giovanni chiama «l’olio d’unzione» che rimane in noi (1Gv 2,27). Lo Spirito agisce nell’intimo del credente affinché l’insegnamento di Gesù acquisti  un senso sempre più pieno (vv. 20 e ssg.) e lo istruisce su tutte le realtà; il cristiano è ormai «nato dallo Spirito» (Gv 3,8). Giunto a questo grado di maturità spirituale egli non ha più necessità d’essere istruito (1Gv 2,27): ormai importa unicamente ch’egli resti in Gesù e che si lasci istruire da Dio (cfr. Gv 6,45).

Dall’Eremo, 07 giugno 2025

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I Padri dell’Isola di Patmos

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L’ascensione segna un modo nuovo per i discepoli di essere per Cristo, con Cristo e in Cristo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

L’ASCENSIONE SEGNA PER I DISCEPOLI UN MODO NUOVO DI ESSERE PER CRISTO, CON CRISTO E IN CRISTO

L’Ascensione del Signore inaugura una relazione totalmente nuova fra lui e i discepoli, che se anche è segnata da una separazione fisica, tuttavia non genera tristezza, né rimpianti, perché i discepoli: «tornarono a Gerusalemme con grande gioia». Inizia dunque un legame che avrà una forte incidenza sulla vita spirituale del cristiano, anche perché d’ora in poi viene costituito come testimone.

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L’Ascensione del Signore forma parte costitutiva dell’unico ed indivisibile evento pasquale. Il testo evangelico della festa la colloca al termine del racconto delle apparizioni del Risorto, in quel primo giorno dopo il sabato che per Gesù diventa l’occasione per rincuorare gli ancóra scossi discepoli.

Salvador Dalì, Ascensione di Cristo

In questo modo Egli rafforza la loro fede nella risurrezione: «Così sta scritto: «Il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno» (v. 46); preannuncia loro la futura missione: «nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e la remissione dei peccati» (v. 47); e il dono dello Spirito Santo: «io mando su di voi ciò che il Padre mio ha promesso» (v. 49). Leggiamo il brano evangelico:

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto». Poi li condusse  fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio (Lc 24,46-53).

L’Ascensione è raccontata, in alcuni passi del Nuovo Testamento, con termini che parlano di allontanamento, di partenza, di assunzione (analempsis At 1,11), di cammino (poreoumai At 1,10-11), di salita (anabasis: Gv 20,17), di separazione: «si staccò da loro» (Lc 24,51). Come già abbiamo visto nel vangelo giovanneo di domenica scorsa questo sottrarsi del Signore alla vista fisica non viene letto, però, come un distacco, una mancanza o un’assenza. Poiché esso apre ad un nuovo legame fra Gesù e i suoi, stavolta interiore e spirituale, guidato dallo Spirito e teso a rendere i discepoli testimoni del Risorto. Mentre Giovanni sottolinea l’aspetto dell’inabitazione trinitaria, Luca coglie invece quello della missione e testimonianza: «Di questo voi siete testimoni» (Lc 24,48) ; «Voi sarete miei testimoni a Gerusalemme … e fino ai confini della terra» (At 1,8). Per ambedue gli autori testamentari se l’Ascensione nasconde definitivamente il corpo fisico di Gesù alla vista dei suoi discepoli, ciononostante essi possono di nuovo incontrarlo sia interiormente, grazie alla presenza dello Spirito, sia nell’amore scambievole fra i discepoli e verso il prossimo: lasciandosi guidare dallo Spirito, essi possono fare ciò che Gesù stesso faceva.

Prima di lasciare i suoi, Gesù fa un breve «riassunto» della sua vita e della sua missione. In precedenza, a Emmaus, aveva spiegato come in tutte le Scritture – «cominciando da Mosè e da tutti i profeti» – vi era un riferimento a lui e, soprattutto, che il Messia d’Israele avrebbe «sopportato tutte queste sofferenze per entrare nella sua gloria» (Lc 24,26). Ora questi discorsi sono rivolti agli apostoli, come dice l’introduzione al vangelo di oggi:

«Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi» (v.44).

Gesù sta spiegando, come aveva già fatto nei suoi tre annunci della passione, che il Messia, il Cristo, sarebbe morto e risorto dopo tre giorni. Cogliamo qui l’inizio dell’ermeneutica cristiana delle scritture ed è Gesù stesso ad inaugurarla, poiché, ad esempio, difficilmente troveremmo nell’Antico Testamento un’esplicitazione così chiara, in senso messianico, delle profezie sul servo sofferente di Isaia. Gesù risorto lo segnala ai discepoli. Come avrebbero, infatti,  potuto costoro dare un senso così «pieno» a parole che mai nessuno prima aveva interpretato in quel modo? Da allora in poi i cristiani leggeranno la Bibbia a partire dalla morte e risurrezione di Gesù:

«La morte del Messia, re dei Giudei, e la sua risurrezione diedero ai testi dell’Antico Testamento una pienezza di significato prima inconcepibile. Alla luce degli eventi della Pasqua gli autori del Nuovo Testamento rilessero l’Antico. Lo Spirito Santo inviato dal Cristo glorificato ne fece scoprire loro il senso spirituale» (Pontificia Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana).

L’Ascensione del Signore inaugura, come si è detto, una relazione totalmente nuova fra lui e i discepoli, che se anche è segnata da una separazione fisica, tuttavia non genera tristezza, né rimpianti, perché i discepoli: «tornarono a Gerusalemme con grande gioia». Inizia dunque un legame che avrà una forte incidenza sulla vita spirituale del cristiano, anche perché d’ora in poi viene costituito come testimone: «Di questo voi siete testimoni» (Lc 24,48). E questa relazione sarà posta sotto il sigillo dello Spirito Santo, ovvero, l’amore di Dio e la libera volontà di Lui di comunicare ed entrare in comunione con gli uomini. In questo modo, quello che ha vissuto e fatto Gesù con tutti, toccando le membra povere o peccatrici della nostra umanità, ora lo possono compiere anche i discepoli. Lasciandosi guidare dallo Spirito, essi possono fare ciò che Gesù stesso faceva. Nel racconto dell’Ascensione che si legge negli Atti degli Apostoli, ugualmente lucano come il vangelo, notiamo una continuità tra la venuta del Signore nella gloria ed il suo cammino storico,  il verbo usato per descrivere l’andata di Gesù verso il cielo in At 1,10-11 è lo stesso usato per indicare il cammino che egli ha compiuto fisicamente. L’Asceso al cielo è anche il Veniente ed è colui che passò tra gli uomini facendo il bene e guarendo:

«Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, verrà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (At 1,11).

Venuta escatologica e cammino quotidiano di Gesù sono in stretta continuità; così anche per i discepoli: per conoscere, confessare e testimoniare il Veniente non occorre guardare in cielo, ma ricordare i passi compiuti da Gesù sulla terra. L’umanità di Gesù attestata dai vangeli diventa, così, il magistero che indica ai cristiani la via da percorrere per testimoniare colui che, asceso al cielo, non è più fisicamente presente tra i suoi e verrà nella gloria.

E ancora. Secondo il Vangelo di Luca l’Ascensione di Gesù è accompagnata da una benedizione: «Mentre Gesù benediceva i discepoli, si staccò da loro e fu portato verso il cielo» (v. 51); e secondo gli Atti degli Apostoli da una promessa: «Gesù verrà un giorno…» (At 1,11). Promessa e benedizione sono l’assicurazione che il Signore non abbandona i suoi, ma verrà di nuovo ad incontrarli. Ma sono altresì aspetti che impegnano la Chiesa nella predicazione e nella testimonianza, mentre questa attende gioiosa da Sua venuta gloriosa. Il Vangelo pone in evidenza due caratteristiche decisive della testimonianza cristiana, e cioè la conversione e la remissione dei peccati (Lc 24,47) che furono già al centro della predicazione e del messaggio di Gesù, come gli stessi discepoli hanno sperimentato. Essi hanno condiviso la strada con quel Gesù che è venuto «non a chiamare i giusti, ma i peccatori a conversione» (Lc 5,32), e hanno sperimentato il perdono dei peccati, hanno conosciuto la salvezza nella remissione dei peccati (Lc 1,77). In fondo si è testimoni di ciò che si è conosciuto e sperimentato.

Infine, occorre ricordare che ci sono molti punti, all’interno dei Vangeli, in cui Gesù prefigura quanto avverrà nell’Ascensione, ad esempio durante l’Ultima Cena, in cui annuncia: «vado dal Padre». E il posto alla destra del Padre è, appunto, il posto d’onore, quello del Figlio prediletto che per amore si è fatto carne, è morto e risorto e così ha salvato l’umanità. Quel posto è suo da sempre, perché Gesù prima di essere uomo è Figlio del Padre e presso di Lui ha stabile dimora e gloria. Gesù, tuttavia, ascende al cielo per dare inizio al «regno che non ha fine», ma anche per preparare il nostro posto in cielo. Se Gesù non tornasse al Padre nei cieli, per l’uomo non sarebbe completa sia la redenzione che la salvezza: solo così, infatti, Egli le porta a compimento, inviando nel mondo il Consolatore.

Dall’Eremo, 01 giugno 2025

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I Padri dell’Isola di Patmos

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La pace vera è di Cristo, non quella dei pacifisti e dei pacifondisti

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LA PACE VERA È DI CRISTO, NON QUELLA DEI PACIFISTI O DEI PACIFONDISTI

Lo Spirito è «l’attualità di Cristo» stesso, non però come un semplice ricordo della vita terrestre del Signore. La sua attualizzazione è quella che ci fa «contemporanei di Cristo» (Søren Kierkegaaard), assicurandone la sua permanente presenza nella Chiesa, come anche San Paolo afferma di Gesù, che rimane presente nella nostra esistenza come «spirito vivificante».

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San Girolamo, nel commento alla Lettera ai Galati, narra una vicenda forse leggendaria, di sicuro antica:

«Il beato Giovanni evangelista, mentre, fino alla vecchiaia avanzata, dimorava a Efeso e con difficoltà veniva trasportato in chiesa sulle mani dei discepoli ne era più in grado di dire molte parole, nient’altro soleva proferire in ciascuna riunione se non questo: “Figlioli, amatevi gli uni gli altri” (cfr. 1Gv 3,11)».

Negli scritti giovannei è l’amore la cifra attorno alla quale l’evangelista condensa il mistero cristiano, come nelle parole che si leggono nel Vangelo di questa domenica. In esse ci viene rivelato qualcosa di grande e nello stesso tempo profondo, poiché dicono che grazie all’amore la Trinità abita in noi. Il Signore Risorto che non ci ha lasciati, in forma nuova, spirituale, continua a vivere in noi portandovi l’amore del Dio trinitario. Leggiamo.

«In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate”» (Gv 14,23-29).

Nel contesto dell’ultimo incontro tra Gesù e i suoi, diversi discepoli gli rivolgono delle domande: Pietro in primis (Gv 13,36-37), poi Tommaso (Gv 14,5), quindi Giuda Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?» (Gv 14,22). È una domanda che evidenzia, forse, la sofferenza nei discepoli, poiché, dopo l’avventura vissuta insieme a Gesù per anni, egli se ne va e sembra che nulla sia veramente cambiato nella vita del mondo. Una piccola e sparuta comunità ha compreso qualcosa perché Gesù si è manifestato a essa, ma gli altri non hanno visto e non vedono nulla. A cosa si riduce dunque la venuta del Figlio unigenito nella carne? Gesù allora risponde: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». Il Signore Gesù non si manifesta al mondo che non crede in lui, che permane ostile senza riuscire ad amarlo: per avere, invece, la manifestazione di Gesù occorre l’amore. Quelle parole di Gesù sono sorprendenti perché spalancano l’orizzonte sull’inaspettata nuova abitazione del Signore in noi. Come sarà questa nuova presenza di Gesù nella comunità dei credenti? Essa sarà caratterizzata da due tratti fondamentali.

Innanzitutto, sarà una presenza interiore, spirituale: per mezzo di essa il Signore si manifesterà ai suoi discepoli. Fino ad allora Gesù è stato semplicemente «presso» di loro (v. 25). Partirà, però, senza lasciarli orfani, poiché Egli tornerà dai suoi (v. 18), e «in quel giorno», dice Gesù, faranno un’esperienza nuova: «voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (v. 20). Riconosceranno contemporaneamente che Gesù è nel Padre suo e che perciò non sarà da solo a venire verso il discepolo che ama: verranno Gesù e il Padre suo e dimoreranno (v. 23). Gesù si manifesterà nel mistero della sua inabitazione nel Padre suo. Tuttavia, afferma Gesù, quasi come un ritornello, questa condizione si verifica se il discepolo ama il Signore, secondo l’insegnamento che ha ricevuto da Lui (vv. 15.21.23.24). In questa osservanza esistenziale del precetto dell’amore, il discepolo finalmente riconoscerà che Gesù e il Padre dimorano in lui.

L’altro tratto fondamentale rivelato dalle parole di Gesù è che tutto questo non sarà possibile senza l’azione dello Spirito Santo. Come sopra rammentato Gesù era «presso» i discepoli (v.25), così pure lo Spirito era «presso» di loro (v.17), perché era in Gesù. Più avanti sarà «in» loro — ancora il v. 17: «Lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi» — perché il suo compito sarà quello di ricordare ai discepoli tutto quello che aveva detto loro Gesù e di insegnarlo dal di dentro: «vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (v. 26).

L’insegnamento del Paraclito coinciderà dunque con l’insegnamento interiore di Gesù: le sue parole diventeranno, nell’intimo dei discepoli, fiumi di acqua viva che susciteranno per loro e per la comunità cristiana una vita nuova: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva». Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato» (Gv 7, 37-39). Attraverso l’interiorizzazione della parola di Gesù e per mezzo della presenza dello Spirito nei discepoli, Gesù stesso e con Lui il Padre, sarà nuovamente presente in loro. Però soltanto nello Spirito Paraclito sarà possibile «vedere» Gesù (Gv 16,22-23); così, attraverso uno sguardo nuovo, si scoprirà il suo mistero, come afferma anche Sant’Ambrogio: «Non con gli occhi del corpo, ma con quelli dello spirito si vede Gesù» (Expos. ev.sec. Lucam I,5).

Di tale maniera, in un modo assolutamente imprevedibile, si compirà la promessa della inabitazione escatologica di Dio tra gli uomini (cfr. Zac 2,14: «Rallègrati, esulta, figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te»). Così si esprime Sant’Agostino riguardo a questa nuova presenza divina che è trinitaria: «Ecco, dunque, che anche lo Spirito Santo, insieme al Padre e al Figlio, fissa la sua dimora nei fedeli, dentro di loro, come Dio nel suo tempio. Dio Trinità, Padre e Figlio e Spirito Santo vengono a noi quando noi andiamo da loro» (Tract. in Jo., PL 35, 1832).

Sappiamo che i tre principali autori del Nuovo Testamento che hanno scritto sullo Spirito Santo sono Luca, Paolo e Giovanni. Ma solo quest’ultimo dice che il Gesù storico dava lo Spirito. Secondo il quarto Vangelo l’attività dello Spirito consiste nel suscitare, approfondire o difendere, nel cuore dei discepoli, la fede in Gesù e di dare loro la conoscenza del Signore. Come giustamente è stato affermato: è in un quadro di rivelazione che si inserisce in San Giovanni la dottrina sullo Spirito Santo; e il quarto vangelo di continuo ci fa assistere alla rivelazione progressiva del rapporto sempre più intimo tra Gesù e lo Spirito. Se all’inizio Gesù si presenta come colui sul quale lo Spirito  «rimane» — di lui, infatti, il Battista dice: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui» (Gv 1, 32) —  in seguito Egli lo dona, anzi, al momento della «sua ora» ne diviene la fonte. Dopo la risurrezione Gesù chiederà al Padre di mandare lo spirito di verità (Gv 14, 16-17) che sarà un altro Paraclito. Dallo Spirito è ormai assicurata alla Chiesa la permanenza e l’efficacia della rivelazione di Gesù. Anzi, per Giovanni, lo Spirito è «l’attualità di Cristo» stesso, non però come un semplice ricordo della vita terrestre del Signore. La sua attualizzazione è quella che ci fa «contemporanei di Cristo» (Søren Kierkegaaard), assicurandone la sua permanente presenza nella Chiesa, come anche San Paolo afferma di Gesù, che rimane presente nella nostra esistenza come «spirito vivificante» (1Cor 15,45).

Dall’Eremo, 24 maggio 2025

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I Padri dell’Isola di Patmos

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La Francia s’è desta e anziché verso l’idolo della laicité corre verso il fonte battesimale

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LA FRANCIA S’È DESTA E ANZICHÈ VERSO L’IDOLO DELLA LAICITÉ CORRE AL FONTE BATTESIMALE

Nelle lettere inviate ai vescovi dai giovani francesi battezzati questa Pasqua in età adulta, essi parlano prima di tutto di un cammino personale, spesso iniziato nell’infanzia. «Cristiani non si nasce, si diventa» scriveva Tertulliano, al quale fa eco Sant’Agostino: «non è la generazione che fa cristiani, ma la rigenerazione».

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Ha suscitato stupore e gioia la notizia che durante le recenti Veglie Pasquali nelle chiese di Francia oltre 17000 persone hanno ricevuto il Battesimo.

Al di là del dato o di altre considerazioni che però esulano questo scritto, riporto soltanto un’informazione che emerge dai giovani di quel gruppo di battezzati: nelle lettere da loro inviate ai vescovi, essi parlano prima di tutto di un cammino personale, spesso iniziato nell’infanzia. «Cristiani non si nasce, si diventa» scriveva Tertulliano, al quale fa eco Sant’Agostino: «non è la generazione che fa cristiani, ma la rigenerazione»; infatti già nei tempi antichi il processo di catecumenato era lungo e in alcuni casi poteva durare diversi anni. Così, sempre fin dall’antichità, il periodo pasquale, scandito dalle sue domeniche, era divenuto il tempo della mistagogia, utile cioè a introdurre i neo battezzati nei misteri più profondi della vita cristiana. Per questo a loro, come agli altri cristiani, veniva offerto un cibo più solido, come quello contenuto nel testo evangelico di oggi, porzione del famoso capitolo 10 di San Giovanni, che presenta Gesù Buon Pastore. Come è stato scritto: «Nessuna immagine di Cristo nel corso dei secoli è mai stata più cara al cuore dei cristiani di quella di Gesù buon Pastore» (A.J. Simonis). Leggiamo il brano di questa Domenica:

«In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10, 27-30).

Per comprendere un po’ questi appena quattro versetti dobbiamo inquadrarli nell’insieme più ampio della sezione che va dal capitolo 7 al capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, nella quale si trovano. Gesù gravita attorno al Tempio per l’occasione della festa dei Tabernacoli (Gv 7,14). Abbiamo quindi un’unità di spazio, il Tempio di Gerusalemme, e di tempo, la festa che durava otto giorni, in particolare la metà della festa e soprattutto l’ultimo giorno della stessa che comprende la sezione più lunga dei capitoli giovannei (Gv 7,37-10,21) con all’interno la promessa dell’acqua viva dello Spirito, la rivelazione di Gesù luce del mondo, la guarigione del cieco nato e il discorso, appunto, sul Buon Pastore. Infine l’ultima parte del capitolo 10, che interessa i nostri versetti, si colloca sempre nel Tempio della città santa, ma per un’altra festa, quella della Dedicazione, tre mesi dopo gli eventi sopra elencati. Gesù si sta rivelando al mondo, ma in perenne contrasto con esso, in particolare coi giudei. E poiché a partire dall’esilio quelle feste avevano assunto una connotazione messianica ed escatologica il discorso sul Buon Pastore serve a Gesù per far capire il senso della sua opera messianica.

Dapprima Gesù definisce se stesso come «la porta delle pecore», una metonimia utilizzata per comunicare che Egli è effettivamente il nuovo recinto per le pecore ed il nuovo tempio. A differenza di quelli che lo hanno preceduto, in particolare di coloro che incarnano un falso messianismo, sia religioso che politico, quello di Gesù va nella direzione dell’amore verso le pecore. Con Gesù non sono asservite a nessuno, per questo le pecore «non li hanno ascoltati» quelli venuti prima (v. 8); possono uscire e soprattutto entrare attraverso di Lui, per avere vita, una vita che Egli come Figlio condivide in una perfetta e profonda comunione con il Padre. A questo punto Gesù dice di se stesso, marcando ancora di più il discorso: «Io sono il Buon Pastore» (v. 11).

Il tema del pastore, riservato al nuovo Davide, arriva dall’Antico Testamento dove diviene un elemento della speranza escatologica.  Ezechiele infatti fa dire al Signore: «Susciterò per loro un pastore che le pascerà, il mio servo Davide. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore» (Ez 34,23). E l’aggettivo «Buono, Kalos», non ha qui una connotazione morale, quasi una qualità soggettiva di Gesù, perché ovunque nel quarto Vangelo si riferisce alle opere di Gesù (v. 32.33 e Gv 2,10: il vino buono delle nozze di Cana) e cioè lo caratterizza per ciò che porta agli uomini. Gesù è il Buon pastore perché «depone» (v.17-18) la sua vita per le pecore e instaura con esse rapporti nuovi di conoscenza reciproca: l’aggettivo mira dunque a mettere in luce l’opera salvifica compiuta dal Pastore messianico.

Senza esagerazione si può affermare che tutto il capitolo sul Buon Pastore e quindi anche i versetti del Vangelo di questa Domenica costituiscono una vera e propria sintesi della teologia giovannea. Quel che colpisce è che questa teologia non è esposta solo in un discorso astratto o teoretico, ma prende avvio da una situazione storica e concreta della vita di Gesù. La situazione storica è quella della rivelazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme durante la celebrazione di una festa solenne che si conclude con la guarigione del cieco nato che porterà ad una discriminazione degli uomini di fronte a Gesù. Da una parte i credenti, rappresentati dal cieco, guarito da Gesù; dall’altra i giudei che hanno respinto la luce del mondo. Il discorso sul Buon Pastore è un parlare simbolico attraverso il quale Gesù lascia intendere che sta conducendo fuori dal recinto del giudaismo le sue pecore, alcune appartenenti a quell’ovile ed altre verranno in seguito, i cosiddetti gentili, al fine di costituire un nuovo gregge, la comunità messianica.

Lui, Gesù, sarà la porta delle pecore, quella che da accesso alla salvezza e sarà il Buon Pastore che comunica la vita in abbondanza.  La docilità delle pecore nei confronti del Pastore è espressa dalle parole «ascoltano la mia voce». Questa formula riceve qui un senso più profondo rispetto a quello di una semplice attenzione come poteva essere al v. 3 dell’inizio, poiché esprime la futura docilità delle pecore, ormai uscite dal recinto, verso il pastore Gesù che le condurrà. Nel corso della Passione Gesù dirà che per ascoltare la voce si deve «essere dalla verità» (Gv 18,37) e la ragione di ciò è ovvia: la docilità delle pecore verso il Pastore è infatti un frutto della fede, è essenzialmente ormai una realtà della Chiesa dei tempi messianici.

Queste pecore sono «sue», hanno dunque una relazione speciale con Lui, intessuta di libertà, ed Egli le conosce e questa reciproca conoscenza è a immagine di quella esistente fra Gesù ed il Padre (vv.14-15). Non si tratta di una conoscenza in senso greco, ti tipo intellettuale, ma biblico, ovvero relazionale ed esistenziale. Conoscere nella Bibbia vuol dire avere dell’oggetto un’esperienza concreta e conoscere qualcuno significa entrare il rapporti personali con lui. Qui si parla della relazione e dell’intimo possesso di Gesù delle sue pecore: «Il Signore conosce i suoi» (2Tim 2,19). Solo qui, per due volte nel capitolo 10 di San Giovanni, si dice che Gesù conosce i suoi per significare che questa particolare «intelligenza» è una conoscenza di amore in virtù della quale Gesù invita i suoi a seguirlo ed essa si esprime nel dono della vita eterna, che non inizierà dopo la morte, ma già da ora. I discepoli conoscono Gesù e la loro conoscenza scaturisce dalla loro fede in Lui (cfr. Gv 14,7.9). Poiché essa implica la comunione con Cristo e, grazie a Lui, con il Padre, costituisce l’essenza stessa della «vita eterna», della partecipazione alla vita stessa di Dio (Gv 17,3). Già all’inizio del Vangelo Giovanni Battista aveva detto di Gesù: «Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa» (Gv 3,35); ora qui è Gesù stesso che afferma delle pecore sue: «nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Così la nuova comunità non è più un recinto del tipo di quello che le pecore hanno abbandonato, ormai è una comunione, consiste nella conoscenza reciproca tra le pecore ed il Pastore, nei loro rapporti personali con Lui, e, tramite Lui, con il Padre. E poiché l’opera compiuta dal Figlio non è che l’esecuzione della volontà del Padre, dobbiamo affermare che il Padre stesso è contemporaneamente origine e termine di tutta l’opera della salvezza.

Siccome ho parlato, a proposito di questo capitolo di San Giovanni, di sintesi teologica, possiamo affermare senza dubbio che la figura del Buon Pastore riunisce qui nel Vangelo temi di cristologia, ecclesiologia e soteriologia che si richiamano a vicenda, ma tuttavia è la cristologia a operare l’unità di tutto l’insieme. Si vede ancora una volta come l’insieme del quarto Vangelo ha come fondamentale centro di interesse la persona del Cristo.

Dall’Eremo, 11 maggio 2025

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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Quando sarai vecchio un altro ti porterà dove tu non vuoi

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

QUANDO SARAI VECCHIO UN ALTRO TI PORTERÀ DOVE TU NON VUOI 

Nei Vangeli sinottici Pietro, dopo essere stato rimproverato e tacciato di essere come Satana, riceve una seconda chiamata, analoga a quella di Abramo in Gen 22, dopo quella di Gen 12: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

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Verso la fine del primo secolo qualcuno integra il Vangelo di Giovanni con l’attuale suo capitolo 21, anche se l’opera sembrava già conclusa nel precedente, quello delle apparizioni del Risorto.

Ciò viene spiegato dal fatto che i tempi stavano velocemente cambiando per la chiesa, con le avvisaglie di prime differenziazioni al suo interno e la formazione di una primitiva letteratura propriamente cristiana. In più, lascia intravedere lo scritto, era sopraggiunta la morte di due grandi apostoli: Pietro e il discepolo amato, la fonte ispiratrice di quel Vangelo. Oggi leggiamo solo una sezione del capitolo 21, ma per capirne la portata è consigliabile leggerlo tutto. Ecco il brano.

«In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No”. Allora egli disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “È il Signore!”. Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: “Portate un po’ del pesce che avete preso ora”. Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo, per la seconda volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pascola le mie pecore”. Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene” Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: “Seguimi”» (Gv 21,1-19).

La prima cosa che salta agli occhi approcciando il capitolo 21 del quarto Vangelo sono i tanti indizi che richiamano i primi tre Vangeli, come se la tradizione giovannea volesse interloquire con l’altra, maggioritaria, contenuta nei Vangeli sinottici. Mai, infatti, nel quarto Vangelo, viene detto che gli apostoli fossero pescatori o si insiste lì sulla professione della pesca, che invece è molto sottolineata dai vangeli sinottici. Un’attività che questi Vangeli concentrano in Galilea, mentre Giovanni preferisce la predicazione e l’attività di Gesù in Giudea. Ed ora questa scena è collocata presso il lago, dove secondo i sinottici pescavano i discepoli, ma chiamato di «Tiberiade» come in San Giovanni (Gv 6, 1): un chiaro rimando al luogo dove Gesù aveva sfamato la gente coi pani e i pesci. Si nota pure l’identificazione di Giacomo e Giovanni quali «figli di Zebedeo», di chiara derivazione sinottica. Di converso il brano non dimentica il «discepolo amato» dietro il quale la tradizione ha sempre visto l’apostolo Giovanni, colui che reclinò il capo sul petto di Gesù nell’ultima cena, che precedette Pietro al sepolcro e ora qui nel riconoscimento del Risorto. Ed infine Pietro che compare protagonista principale, fatto salvo il Risorto, ma non col soprannome di Cefa come viene appellato nel vangelo giovanneo e nelle lettere paoline (cfr. Gv 1,42; 1Cor 1,12;3,22), ma di Simone, secondo l’uso che troviamo molto di frequente nei sinottici (Mt 4,18; Mc 1,16; Lc 4,38).

Tutte queste particolarità ci permettono di affermare senz’ombra di dubbio che questa aggiunta al Vangelo sta cercando un dialogo che sfocia in una richiesta da parte della tradizione risalente al discepolo amato, alias Giovanni, di avere lo stesso rango, di essere posta allo stesso livello di quella sinottica, la quale tradizionalmente si fa risalire alla predicazione degli altri apostoli che qui Simon Pietro riassume con la sua sola presenza. Di passaggio ricordo che un’antica notizia risalente a Papia di Gerapoli (+130 d.C.) lega Pietro al vangelo marciano, come pure rimarca la Prima Lettera di quell’apostolo: «Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia [Roma, ndr.]; e anche Marco, mio figlio» (1 Pt 5,13). L’altra tradizione, invece, è qui rappresentata dalla presenza di Tommaso che riallaccia i lettori al capitolo precedente dove era protagonista con la sua bella professione di fede, dal discepolo Natanaele che compare all’inizio del Quarto Vangelo e qui si specifica che fosse di Cana dove Gesù compì il primo dei segni e dagli stessi Giacomo e Giovanni, chiamati però «figli di Zebedeo» come nei sinottici e lì ricordati in quanto pescatori e soci di Simone.

Siamo nei primi tempi della vita della Chiesa e già si delinea l’alterità, ovvero la diversità dei punti di vista sul mistero cristiano, i quali desiderano armonizzarsi e non escludersi. Vengono richiamati i sinottici con la loro insistenza sulla sequela, il «Tu seguimi» di Gv 21,22, senza tralasciare il rimanere, che contrassegna la vita profonda del Figlio di Dio e del discepolo nel Vangelo giovanneo: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?» (Gv 21,23). Una lezione che arriva alla Chiesa contemporanea da quella antica e che le fa particolarmente bene, soprattutto oggi che ha bisogno di riscoprire la comunione e la fraternità al suo interno e non la divisione. I Vangeli sono quattro, diversi fra loro e pur narrando lo stesso oggetto dipendono dall’originalità degli autori che fra loro dialogano e l’uno all’altro si richiamano, a volte dipendono, tanto da formare, secondo una fortunata espressione di Ireneo di Lione, «Il vangelo quadriforme».

Nel racconto evangelico ritornano alcuni argomenti cari a San Giovanni come il fatto che il gruppo dei discepoli quando non riconosce il Signore Risorto o la Sua presenza permane nella notte, tant’è che la pesca, in questo caso simbolo dell’attività apostolica e dell’attrazione delle persone nella Chiesa, è infruttuosa o addirittura nulla: «Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla» (Gv 21,3). Ma alla luce del giorno un Gesù non ancora identificato li invita a gettare la rete dalla parte destra della barca. Cogliamo qui il rimando alla profezia di Ezechiele che vedeva uscire dal lato destro del tempio un’acqua che man mano si ingrossava, tanto da divenire un torrente enorme: «Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare… Sulle sue rive vi saranno pescatori: da Engàddi a En-Eglàim vi sarà una distesa di reti. I pesci, secondo le loro specie, saranno abbondanti come i pesci del Mare Grande» (Ez 47, 1-10).

La medesima profezia che Giovanni vede realizzarsi sotto la croce: Gesù morto, colpito dalla lancia, diviene il tempio escatologico dal quale defluisce l’acqua dello Spirito sulla Chiesa nascente, rappresentata lì dalla Madre di Gesù e dal discepolo amato. Qui, invece, è la chiesa ormai pasquale che getta la rete per attrarre le persone al Cristo nella Chiesa. Molto brevemente e velocemente bisogna accennare alla differenza nel nostro brano fra il termine ictus, ἰχθύς, utilizzato da Giovanni per quel pescato, simbolo dei nuovi credenti che vengono tirati sulla barca e il termine opsarion, ὀψαρίων, che è invece il pesce del pasto, al quale Gesù invita i discepoli scesi a terra. Ricordo anche la sorgente di Eglàim a cui accennava la profezia di Ezechiele sopra ricordata. Essa è situata presso le acque salse del Mar Morto, che vengono risanate dalle quelle che il profeta vede uscire dal tempio ed ingrossare. Ora il valore numerico di Eglàim secondo il computo della Gematria — il sistema utilizzato nell’ebraismo per assegnare valori numerici alle lettere e, di conseguenza, alle parole e alle frasi — è proprio di 153, tanti quanti i grossi pesci che Pietro e gli altri pescano, cioè, a questo punto possiamo dirlo, salvano. E la rete non si spezzò dice San Giovanni utilizzando il verbo schizo, σχίζω, da cui il termine scisma, lo stesso verbo che aveva usato per la tunica inconsutile di Gesù sotto la croce, che per i padri greci fu da subito immagine dell’unità della Chiesa.

Ed infine l’apostolo Pietro. Egli impara che cosa significhi seguire davvero Gesù. Nei Vangeli sinottici Pietro, dopo essere stato rimproverato e tacciato di essere come Satana, riceve una seconda chiamata, analoga a quella di Abramo in Genesi 22, dopo quella di Gen 12: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà» (Mc 8,34-35). Così nel Vangelo di Giovanni Pietro riceve un invito alla sequela, dopo quello che era successo nella notte della passione. Grazie all’imprescindibile testimonianza — «È il Signore!» — del discepolo amato e quindi anche alla tradizione evangelica che a lui si rifà, Pietro, subito, si getta dalla barca per andargli incontro e il Vangelo ci narra l’ennesima conversione di questo straordinario Apostolo, attraverso un gioco di verbi molto significativo. In greco il verbo filéo esprime l’amore di amicizia, tenero ma non totalizzante, mentre il verbo agapáo designa l’amore senza riserve, totale ed incondizionato. Gesù domanda a Pietro la prima volta: «Simone, mi ami tu (agapâs me)», cioè secondo questo amore totale e incondizionato (Gv 21,15)? Prima dell’esperienza del tradimento l’impulsivo Apostolo avrebbe certamente detto: «Ti amo (agapô se) incondizionatamente». Ora che ha conosciuto l’amara tristezza dell’infedeltà e della propria debolezza, con umiltà dice: «Signore, ti voglio bene (filô se)», ovvero «ti amo del mio povero amore umano». Il Cristo insiste: «Simone, mi ami tu di questo amore totale?». E Pietro ripete la risposta del suo umile amore umano: «Kyrie, filô se», «Signore, ti voglio bene come so». Ma la terza volta Gesù dice a Simone soltanto: «Fileîs me?», «mi vuoi bene?». Simone comprende che a Gesù basta il suo povero amore, l’unico di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. Gli risponde perciò: «Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene (filô se)». Verrebbe da dire che Gesù si è adeguato a Pietro, invece che Pietro a Gesù.

È proprio questo adeguamento divino a dare speranza al discepolo Pietro, ma anche a noi quando abbiamo conosciuto la sofferenza dell’infedeltà. Da qui nasce la fiducia che renderà Pietro capace della sequela fino alla fine: «Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi» (Gv 21,19). Da quel giorno Pietro ha «seguito» come vero discepolo il Maestro con la precisa consapevolezza della propria fragilità; ma questa consapevolezza non l’ha scoraggiato. Egli sapeva infatti di poter contare sulla presenza accanto a sé del Risorto. Dagli ingenui entusiasmi dell’adesione iniziale, passando attraverso l’esperienza dolorosa del rinnegamento ed il pianto della conversione, Pietro è giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità d’amore. Ed è proprio l’amore ciò che definisce e contraddistinguerà da allora in poi il suo compito e servizio nella Chiesa.

Dall’Eremo, 4 maggio 2025

 

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Se non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

SE NON METTO IL MIO DITO NEL SEGNO DEI CHIODI E NON METTO LA MIA MANO NEL SUO FIANCO, IO NON CREDO 

L’Evangelista Giovanni è uno straordinario autore, oltre che un vero teologo. Già al calvario aveva anticipato temi di grande importanza come la regalità di Gesù, il compimento della sua ora, il raduno dei dispersi e perfino il dono dello Spirito. Realtà che per altri autori neotestamentari si realizzeranno più avanti o addirittura alla fine dei tempi.

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In questa seconda Domenica di Pasqua la pagina evangelica corrisponde all’ultimo dei quattro quadri che compongono il capitolo 20 di San Giovanni, con la sua finale (Gv 20,30-3) — il cap. 21 con una seconda finale verrà aggiunto in seguito — e sono così individuati: Maria Maddalena va al sepolcro; quindi anche Pietro e un altro discepolo corrono alla tomba; Maria di Magdala incontra il Signore mentre crede sia il giardiniere; infine, l’ultimo quadro, che vede protagonisti i discepoli e Tommaso.

San Tommaso, opera di Caravaggio

Siamo sempre nello stesso giorno di Pasqua, quello delle apparizioni del Risorto e l’evangelista ha appena terminato di raccontare l’incontro di Gesù con la Maddalena. Ecco che il Risorto appare per la prima volta ai suoi discepoli chiusi nel cenacolo.

«La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,19-31).

Non avendo qui lo spazio necessario per affrontare i molti temi che il testo evangelico ci presenta, provo ad evidenziarne alcuni — qualcosa si è già accennato Domenica scorsa (QUI) — ponendoli sotto un unico denominatore che può aiutarci a capire il senso dello scritto, che definirei come un  iniziare nuovamente a respirare. Stavolta non da soli, ma come comunità. Questo è molto importante soprattutto per noi che viviamo perennemente connessi, ma a scapito di una vera comunione, di un sincero e fidato incontro fra persone credenti. Per di più noi siamo abituati a pensare la risurrezione come evento escatologico, post-mortem, più che esperienza da vivere qui e ora e a pensarla come evento individuale, personale, non comunitario. Ma la fede nella resurrezione di Gesù domanda un inveramento nella comunità, oltre che chiedere di diventare esperienza qui ed ora, nell’oggi della nostra vita cristiana.

La pagina giovannea presenta la comunità dei discepoli la sera del giorno della Risurrezione. Lo stesso giorno in cui Maria di Magdala porta l’annuncio: «Ho visto il Signore»; riferendo poi ciò che le ha detto (Gv 20,18). Ma questo non basta a smuovere i discepoli, poiché la donna non viene creduta, come attestano con ancor più forza gli altri evangelisti. Il gruppo degli apostoli non solo è ferito dalla perdita del Signore, ma è bloccato altresì da emozioni come la paura e la sfiducia. Le porte di casa sono serrate per timore di rappresaglie provenienti dall’esterno, da quei giudei che avevano cospirato per la morte del Signore. Ma anche all’interno del luogo ove sono radunati la sfiducia è palpabile, nei riguardi della testimonianza di Maria come già detto, ed anche per il trauma sempre vivo del tradimento di Giuda e del rinnegamento di Pietro che sicuramente stanno alimentando un clima di sospetto, tant’è che qualcuno, Didimo, preferisce non rimanere col gruppo. La situazione è questa, interiore ed esteriore, e chi può accendere in tale circostanza di scoramento generale la fede nel Risorto?

L’evangelista Giovanni è uno straordinario autore, oltre che un vero teologo. Già al calvario aveva anticipato temi di grande importanza come la regalità di Gesù, il compimento della sua ora, il raduno dei dispersi e perfino il dono dello Spirito (Gv 19, 30). Realtà che per altri autori neotestamentari si realizzeranno più avanti o addirittura alla fine dei tempi. Ma ecco che Gesù, scrive Giovanni, venne in quel luogo serrato alle intrusioni esterne dai discepoli e «stette ritto in mezzo a loro», che è uno dei modi molto suggestivi, utilizzati nel Nuovo Testamento, per esprimere la presenza viva del Risorto. Il verbo greco Istemi — stare ritto in piedi — verrà usato per descrivere Gesù che si ferma e «sta» con i discepoli di Emmaus (Lc 24,36), è quello per cui Stefano dice di vedere Gesù che «stava alla destra di Dio» (At 7,55), ma soprattutto è il verbo che nell’Apocalisse indica lo «stare ritto» dell’Agnello, «come immolato», ma vivente (Ap 5,6). Gesù sta ritto in piedi alla porta e bussa, scrive, ancora, l’Apocalisse (3,20), così come ora, dopo i giorni della passione e della sofferenza, torna dai suoi, entra nel cenacolo e stando ritto in mezzo ai discepoli intimoriti si rivolge a loro.

Le prime parole del Risorto alla Chiesa sono sulla pace. Scriveva Raymond Brown nel suo commento al Quarto vangelo che il saluto di Gesù, «pace a voi» (qui, in Gv 20,19, e poi ripetuto altre due volte, in 20,21.26) non è un semplice augurio: è un dono. Il Risorto porta la pace, quella, scriverà Paolo, che il Messia ha stabilito tra il cielo e gli uomini (cfr. Col 1,20) e chi ancora oggi incontra il Signore nella Chiesa è sicuro di poterla ricevere. La seconda parola del Risorto a questa comunità di discepoli riguarda la missione, poiché Gesù è il primo apostolo del Padre. San Giovanni adopera qui il verbo greco apostello che traduciamo con mandare, da cui apostolo, ovvero «quello mandato» (cfr. anche Gv 3,17: «Dio […] ha mandato il suo figlio nel mondo»). Dopo la Risurrezione i discepoli sono inviati da Gesù per una missione che viene dall’alto, non è iniziativa umana, ma prende l’avvio da Dio stesso e si configura come continuazione della missione del Figlio.

Di seguito Gesù Risorto respira e dona lo Spirito. Il modo in cui il Quarto vangelo descrive il dono dello Spirito è unico in tutto il Nuovo Testamento. Solo Giovanni, infatti, e solo qui, nel versetto 20,22, dice che Gesù «alitò» sui discepoli. Viene usato il verbo emphysao, «insufflare, alitare», che la Bibbia utilizza per la prima volta nel libro della Genesi, durante il racconto della creazione dell’uomo (Gen 2,7). Tutta la realtà creata — si legge lì — è generata dalla parola di Dio, ma per fare l’uomo questo non basta: Dio deve alitare dentro le sue narici. Bisogna, cioè, che si chini su di lui e approssimandosi all’uomo gli dia vita attraverso il suo soffio.

Nella Bibbia troviamo altre occorrenze di questo verbo, sempre legate al tema del ridare vita, far rinascere, permettere di respirare nuovamente. È il caso di Elia che compie il miracolo della risurrezione del figlio della vedova di Zarepta: «Elia si distese (traduce la CEI, ma abbiamo lo stesso verbo emphysao all’aoristo: enephusen, ἐνεφύσησεν) tre volte sul bambino e invocò il Signore: Signore Dio mio, l’anima del fanciullo torni nel suo corpo». Nel libro di Ezechiele il verbo viene adoperato nella grande scena delle ossa inaridite, simbolo del popolo dell’alleanza oramai allo stremo. Questo popolo può risorgere solo se viene lo Spirito dai quattro venti a «soffiare» la vita su quei morti (cfr. Ez 37,9). Più tardi, nella letteratura sapienziale, si userà ancora una volta il verbo «alitare, insufflare», per descrivere di nuovo la creazione dell’uomo: «Et qui insufflavit ei spiritum vitalem» (Sap 15,11).

Lo Spirito di Dio è vita per l’uomo, ma nella circostanza del cenacolo diventa anche uno dei segni visibili che Gesù è vivo. Appena dopo aver mostrato le mani ed il costato trafitti Egli può alitare sui discepoli perché respira. È un’ulteriore  prova a dimostrazione che Egli non è un fantasma, ma un vivente: è tornato a respirare dopo che aveva «emesso lo spirito», come abbiamo sentito nelle letture della Settimana Santa.

Dalle occorrenze veterotestamentarie prima ricordate emergono alcune risultanze che possiamo applicare al racconto evangelico. San Giovanni lascia intravedere che come nella prima creazione Dio alitò nell’uomo uno spirito vitale, cosi adesso, nella nuova creazione che la Risurrezione inaugura, Gesù alita lo Spirito Santo promesso, donando ai discepoli una vita eterna che non inizia necessariamente dopo la morte, ma è già presente, a motivo di questo dono e per la fede nella Risurrezione del Signore: «Questa è la via eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). E come nel simbolismo battesimale di Gv 3,5, dove viene detto che gli uomini rinascono come figli di Dio da acqua e Spirito; allo stesso modo la presente scena serve da battesimo per gli immediati discepoli di Gesù e da pegno di rinascita divina per tutti i credenti del futuro. Non ci si meraviglia se in seguito l’usanza di alitare sopra coloro che riceveranno il Battesimo entrerà nel Rito dell’iniziazione cristiana. Ora essi sono veramente fratelli di Gesù e possono chiamare Dio col nome di Padre (Gv 20,17). In questo modo il dono dello Spirito diviene così l’acme finale delle relazioni personali fra Gesù e i suoi discepoli.

Ho iniziato col dire che grazie alla presenza del Risorto e per mezzo del dono dello Spirito anche i discepoli tornano a respirare. Ma questo non corrisponde ad un tirare un sospiro di sollievo, come dopo un grosso spavento, vi è qui un profondo significato teologico ed ecclesiale. Gesù Risorto non tiene per sé la vita che ha sconfitto la morte, ma la comunica anche ai discepoli riuniti insieme comunitariamente, come Chiesa. Questa vita è la sua e l’ha ricevuta dal Padre, Egli lo aveva già annunciato nella sua esistenza terrena: «Io sono la via della verità e della vita». Ora essa discende sulla Chiesa pasquale grazie al dono dello Spirito ed è vita eterna che già inizia nel momento del battesimo e si dipana nelle mille forme dell’esistenza cristiana. Per questo i discepoli gioiscono nel vedere il Signore e di lì a poco anche Tommaso entrerà nella circolarità vitale di questa fede nonostante la iniziale mancanza di fiducia nella testimonianza della titubante chiesa pasquale. Questa testimonianza, compresa quella di Tommaso — «Mio Signore e mio Dio» — termina San Giovanni, è ormai consegnata nel Vangelo. Esso è il segno che rimane e che ci permette di partecipare alla vita dei risorti, ma ciò è possibile se lo apriamo con fede e in comunione ed obbedienza con tutta la Chiesa e la sua tradizione che dal giorno di Pasqua non cessa di annunciare: «Il Signore è veramente risorto!».

Dall’Eremo, 27 aprile 2025

 

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