Il granello di senape: «Il grano ammucchiato marcisce, se invece viene sparso fruttifica»

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL GRANELLO DI SENAPE: «IL GRANO AMMUCCHIATO MARCISCE, SE INVECE VIENE SPARSO FRUTTIFICA»

 

Il Vangelo è dunque quel granello che va seminato il più possibile: in questi tempi incerti e di poca solidità, proprio questo seme di eternità e di certezza va donato al mondo per una pandemia che è innanzitutto isolamento e distanziamento dall’ amore per Dio e per il prossimo.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

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il Signore oggi racconta due parabole alla folla per far comprendere il regno di Dio. Quella folla siamo anche noi, oggi che in questa domenica ascoltiamo la Sua Parola. Anche quando eravamo bambini, facilmente per farci comprendere qualche concetto più complicato, i nostri genitori, parenti e anche le maestre usavano delle favole, o delle narrazioni più semplici. In tal modo ci ritrovavamo immersi in un esempio, in una storiella o anche in un racconto ed eravamo così più vicini, più familiari a quello che dovevamo imparare. Così Gesù racconta le parabole del seminatore e del granello di senape per rendere più vicino e familiare il grande mistero del regno di Dio. Questo ciò che oggi ci offre la Liturgia della Parola in questa XI Domenica del Tempo Ordinario.

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Nella prima parabola troviamo il Seminatore che getta il seme. Questo seme al di là dell’azione del seminatore germoglia e cresce. Successivamente c’è l’azione del terreno:

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«Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura»

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Il regno di Dio allora è simile a questo seme che fermenta. Con un grande fermento sacro, arriva ad una maturazione e finalmente poi viene dato in frutto per chi ne ha bisogno.

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Dunque il regno di Dio è quel luogo in cui si è preparati, curati, lasciati fermentare per divenire doni fruttificanti per il mondo. Il regno di Dio, diremo, è la Chiesa, il Nuovo Popolo di Dio che, nell’unione di tutti i credenti che nel vivere la loro vocazione si fanno semi del Seminatore, cioè Gesù Cristo. Questo regno cresce, si espande nell’amore e nella carità di Dio: accoglie dentro di sé tanti altri uomini e donne desiderose di amore e carità.

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Questa prima parabola allora è un richiamo a tutti noi e alla nostra vita di fede e vocazione: è una similitudine in cui possiamo domandarci se stiamo crescendo e fermentando, se stiamo dando il massimo nello stato di vita in cui siamo chiamati, e se i frutti che offriamo al mondo sono davvero fecondi perché nati dal seme trinitario del Seminatore.

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La seconda parabola o similitudine che descrive il regno di Dio è costruita sul granello di senape:

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«È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».

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L’immagine del granello di senape era familiare per i pastori dell’antica Giudea, e per tutti coloro che abitavano quelle terre. Ancora una volta, c’è l’idea di questo granello che si accresce, in un fermento che poi lo fa diventare talmente grande che gli uccelli vi possono nidificare. Qui Gesù inserisce quasi un contrasto visivo: la piccolezza del seme all’inizio, e alla fine della crescita, la sua grandezza. Questa immagine mostra una delle qualità del regno di Dio: il suo accrescersi nel corso del tempo e della storia, in attesa di un compimento finale.

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Per questo che in questa seconda similitudine, il regno di Dio in senso stretto è il Vangelo che rende santi chiunque lo ascolta. Un Vangelo che se decidiamo di farlo nostro, di viverlo coerentemente e autenticamente, ci permette di accogliere una grandissima santità e dunque di essere creature a immagine e somiglianza di Dio. Davvero il Vangelo è un fermento sacro che ci dona soddisfazione, completezza e tanta gioia sin da adesso e poi definitivamente in Paradiso. Il Vangelo è dunque quel granello che va seminato il più possibile: in questi tempi incerti e di poca solidità, proprio questo seme di eternità e di certezza va donato al mondo per una pandemia che è innanzitutto isolamento e distanziamento dall’amore per Dio e per il prossimo. Questa, è infatti quella pandemia spirituale sotto certi aspetti molto peggiore del coronavirus. Il virus della pandemia da coronavirus danneggia infatti in corpo, mentre la pandemia del virus spirituale che ci ha colpiti, danneggia profondamente e gravemente l’anima.

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Scriveva San Domenico di Guzmàn: «Il grano ammucchiato marcisce, se invece viene sparso fruttifica». Per questo chiediamo al Signore la forza e la grazia di accogliere il regno di Dio in noi: di essere semi di carità vivi nella Chiesa, per effondere su tutto il mondo sofferente fiumi e parole di vita eterna, perché il vangelo della vita divenga l’alba della civiltà dell’amore.

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Roma, 13 giugno 2021

 

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Roma, 6 giugno 2021

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Sei tu Signore il pane, tu cibo sei per noi, risorto a vita nuova sei vivo in mezzo a noi

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

SEI TU SIGNORE IL PANE, TU CIBO SEI PER NOI, RISORTO A VITA NUOVA SEI VIVO IN MEZZO A NOI

 

Adóro Te devóte, látens Déitas, Quæ sub his figúris, vere látitas: Tibi se cor meum totum súbjicit, Quia, te contémplans, totum déficit.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari Lettori de L’Isola di Patmos,

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in questi tempi di contagio globale, i decreti hanno chiesto ai ristoranti di rimanere chiusi o di aprire solo in determinati orari. Forse ci è mancato di vivere quel momento di serenità, di pausa e anche di allegria che si è soliti trascorrere con i propri amici e parenti. Sono momenti in cui il distanziamento fisico e interpersonale ci ha anche tolto la gioia della comunione e della presenza reale di chi amiamo.

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Oggi però noi siamo qui per festeggiare il banchetto di Gesù Cristo. Il banchetto dell’Eucarestia che noi riceviamo sotto le specie del pane e del vino, in cui Gesù è sostanzialmente, realmente e veramente presente. È un mistero davvero tanto grande, perché è il mistero del Dio veramente e autenticamente presente e vivente accanto a noi nella nostra vita, da Lui redenta per sempre nella Passione.

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La lettera agli Ebrei ci spiega in un passaggio proprio questa speciale salvezza:

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«Egli [Gesù] entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna» [cfr. Eb 9,11-15].

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Riguardo la passione e morte che abbiamo celebrato nel Triduo Pasquale, la lettera agli Ebrei narra che Gesù ha donato il suo Sangue per noi e ci ha ottenuto una redenzione eterna. Qui il testo non dice esplicitamente anche il corpo, ma è implicito che si stia parlando anche di questo. Il sacrificio di Gesù, cruento nella Passione, ci ha liberato dal peso della schiavitù col peccato contratta da dopo il peccato di Adamo ed Eva. Dunque, a differenza del rituale di sacrificio ebraico che purificava dai peccati che si ripeteva ogni anno, il sacrificio cruento del sangue di Gesù è avvenuto una volta sola.

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Queste considerazioni servono a noi per provare a rileggere gli eventi trascorsi durante il Triduo culminato nel giorno di Pasqua. Magari in quei giorni ci abbiamo riflettuto poco, presi da mille cose da organizzare per esempio il lavoro, la famiglia, la Santa Messa, il pranzo di Pasqua … Eppure, in quei giorni così frenetici, il Signore ci ha liberato dal peso grandissimo del peccato. Offrendosi innocente per tutti i colpevoli. È vero siamo in estate, ma non per questo dobbiamo dimenticare i primi giorni di aprile di questa primavera. Proviamo a ripensare a quel grande sacrificio pasquale d’amore di Gesù per noi.

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Il fatto che ci sia stato un unico storico sacrificio cruento non lascia fuori da questo atto d’amore, tutti noi che siamo nati secoli dopo i giorni della Passione. Questo è possibile perché Gesù, per perpetuare il suo sacrificio nel corso dei secoli e coinvolgerci nel suo grande Amore, ha istituito l’Eucarestia, il Sacrificio Incruento. Ce ne parla il vangelo:

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«Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”. Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio”» [cfr. Mc 14,12-16.22-26]

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Qui si vede che Gesù offre il pane e il vino, che ha “trasformato” nel Suo Santissimo Corpo e Sangue, agli apostoli. Successivamente, gli apostoli e i loro successori ripeteranno le parole di Gesù proferendole sul pane e sul vino, che per transustanziazione di nuovo presenteranno a chi partecipa il Santissimo Corpo e Sangue di Cristo. Questo è ciò che la Chiesa intera fa oggi, quando celebra l’Eucarestia.

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Questo grande mistero è un sacrificio d’amore che per noi ancora oggi vuol dire essere in comunione con la presenza reale di Gesù nelle specie eucaristiche. Quando infatti fra poco riceveremo l’ostia consacrata, Gesù prenderà dimora in noi, unirà il suo Cuore al nostro cuore, il nostro corpo diverrà Tempio del Suo Corpo e del Suo Sangue, e anche dello Spirito Santo. Secondo alcuni calcoli, la specie eucaristica e dunque Gesù dopo che è stato assunto rimane unito a noi per quindici minuti. Nel tempo del distanziamento e dell’isolamento, il Signore si fa pane per esserci intimità. E la sua intimità con Lui, chiama ciascuno di noi ad amare ancora di più Dio e il prossimo. L’Eucarestia è il sacramento dell’amicizia e intimità con Dio.

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Scriveva lo storico romano Sallustio: «Volere e non volere le stesse cose, questa è la vera amicizia». Chiediamo quindi al Signore, specialmente oggi, di aprire la nostra anima e il nostro spirito a Lui e al suo grande amore eucaristico, per unire la nostra volontà a Lui adesso, per prepararci all’incontro definitivo nella beatitudine eterna.

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Roma, 6 giugno 2021

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Inno latino del 1264
Autore
San Tommaso d’Aquino

Adóro Te devóte, látens Déitas,
Quæ sub his figúris, vere látitas:
Tibi se cor meum totum súbjicit,
Quia, te contémplans, totum déficit.

Visus, tactus, gustus, in te fállitur,
Sed audítu solo tuto créditur:
Credo quidquid díxit Dei Fílius;
Nil hoc verbo veritátis vérius.[2]

In cruce latébat sola Déitas,
At hic látet simul et humánitas:
Ambo támen crédens átque cónfitens,
Peto quod petívit latro pœnitens.

Plagas, sicut Thomas, non intúeor,
Deum támen meum te confíteor.
Fac me tibi sémper mágis crédere,
In te spem habére, te dilígere.

O memoriále mortis Dómini,
Panis vivus, vitam præstans hómini,
Præsta meæ menti de te vívere,
Et te illi semper dulce sápere.

Pie pellicáne, Jesu Dómine,
Me immúndum munda tuo sánguine,
Cujus una stilla salvum fácere,
Totum mundum quit ab ómni scélere.

Jesu, quem velátum nunc aspício,
Oro fíat illud, quod tam sítio:
Ut, te reveláta cernens fácie,
Visu sim beátus tuæ glóriæ. Amen.

Traduzione del Missale Romanum
Autore
San Tommaso d’Aquino

O Gesù ti adoro nell’ostia nascosto,
che, sotto queste specie, stai celato:
Solo in Te il mio cuore si abbandona
Perché contemplando Te, tutto è vano.

La vista, il tatto, il gusto non arriva a Te,
ma la tua parola resta salda in me:
credo a tutto ciò / che il Figlio di Dio ha detto:
nulla è più vero della tua parola di verità.

Hai nascosto in croce la Divinità,
ma sull’altare si cela anche la tua umanità:
uomo-Dio la fede ti rivela a me,
Cerco ciò che desiderò il ladro pentito.

Non vedo le piaghe come Tommaso,
tuttavia confesso che tu sei il mio Dio.
Fà che io possa credere sempre più a Te,
che abbia speranza in Te e che ti ami.

O memoriale della morte del Signore,
pane vivo che offri la vita all’uomo,
fa che la mia mente viva di Te,
e che ti gusti sempre dolcemente.

O pio pellicano Signore Gesù,
purifica me, peccatore, col tuo sangue,
che, con una sola goccia, può rendere salvo
tutto il mondo da ogni peccato.

O Gesù, che ora vedo,
prego che avvenga ciò che tanto desidero:
che, vedendoti col volto svelato,
sia beato della visione della tua gloria. Amen.

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La solennità dell’ascensione di Cristo Dio, la corsa a staffetta e Nelson Mandela

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

 LA SOLENNITÀ DELL’ASCENSIONE DI CRISTO DIO, LA CORSA A STAFFETTA E NELSON MANDELA 

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«Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è dentro di noi […] Se ci libereremo dalla nostra paura, la nostra testimonianza automaticamente libererà gli altri»

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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L’audio-lettura dell’articolo sarà disponibile oggi pomeriggio 

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Cari fratelli e sorelle,

Nelson Mandela (1918 – 2013 )

La solennità dell’Ascensione è il ritorno di Gesù al Padre che ascendendo al cielo, porta con sé tutta l’umanità, e dunque tutti noi. In questa solennità il Signore spalanca le porte del Paradiso a ogni uomo e noi lo raggiungeremo alla fine della nostra vita, se accoglieremo la grazia del Padre e saremo suoi testimoni. Proviamo allora a comprendere il tutto.

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In una gara di atletica leggera, in particolare una corsa a staffetta quattro per cento metri troviamo quattro atleti devono arrivare al traguardo. Mentre corrono si passano un oggetto a forma di bastone chiamato testimone. Il primo atleta inizia così la corsa, dopo un po’ di metri lo cede al secondo, che lo attende fermo e che comincia a correre quando riceve il testimone, dopo altri metri lo cede al terzo, anche lui corre per un po’ e infine lo cede al quarto corridore che con il testimone taglia il traguardo.

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Questo esempio spiega che l’Ascensione è il giorno in cui oggi c’è il passaggio di consegne definitivo fra la missione di Gesù e quella degli Apostoli. E dunque anche il passaggio di testimone fra gli Apostoli, i loro Successori, i Successori dei Successori e infine anche noi, che entriamo in questa trasmissione.

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Negli Atti degli Apostoli, all’inizio della sua seconda opera l’Evangelista Luca ricorda le parole di Gesù poco prima di ascendere al cielo:

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«Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra» [At 1, 1-18]

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Nella testimonianza di Luca, sappiamo che nell’Ascensione gli Apostoli hanno ricevuto lo Spirito Santo e il mandato di essere testimoni fino ai confini della terra, che nel mondo a loro conosciuto indicava i territori d’Israele e l’intero Impero Romano. Perciò, lo Spirito Santo sarà davvero quel vento impetuoso che condurrà le vele degli Apostoli fino territori lontanissimi rispetto ai piccoli villaggi giudaici che essi conoscevano e che abitavano.

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Anche per noi, sull’esempio degli Apostoli, la testimonianza che siamo chiamati a portare, dall’Ascensione in poi, è un invito ad aderire a un progetto più grande e inaspettato. È dunque affermare la bellezza della nostra fede in circostanze e luoghi che forse non avremo amai pensato. Quando lo Spirito ci accompagna, ci fa scoprire nuovi sentieri e strade di verità e bellezza.

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La testimonianza della fede, porta allora a generare, con l’aiuto di Dio, degli altri credenti come noi. Questa fede nascente, ci insegna Gesù secondo la testimonianza di Marco, ha dei segni ben precisi:

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«Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno» [Mc 16,15-20].

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Invocare il nome del Signore è il modo in cui si compie l’opera missionaria degli apostoli: tutto è fatto nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Da questa fonte, sgorgano come una cascata dei segni miracolosi e dei segni della guarigione di Dio per l’uomo. Questo è un incoraggiamento per noi: Gesù ci rassicura che la fede testimoniata dà sempre dei buoni frutti di carità. Non sempre opereremo dei miracoli strictu sensu, anzi plausibilmente quasi mai. Forse l’unico miracolo che davvero possiamo fare cooperando con Dio, è sconfiggere i demoni, i serpenti e veleni dell’odio e dell’indifferenza generati dal materialismo della società attuale post moderna; questo sarà possibile se uniti al Signore porteremo la sua guarigione verso tutti coloro che non hanno né i beni materiali né i beni spirituali, abbandonati dal mondo che li priva sia il nutrimento per la vita quotidiana, sia il nutrimento per la vita eterna, cioè Dio.

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Diceva Nelson Mandela nel suo discorso inaugurale tenuto a Pretoria nel maggio del 1994 per il suo insediamento alla presidenza del Sudafrica:  

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«Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è dentro di noi […] Se ci libereremo dalla nostra paura, la nostra testimonianza automaticamente libererà gli altri» [vedere QUI]

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Chiediamo al Signore di essere buoni testimoni e portatori di un messaggio di vita eterna, con l’intercessione di Maria nostra madre, e in tal modo di unire tuti gli uomini all’orizzonte di vita eterna inaugurato nell’Ascensione.

Così sia.

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Roma, 16 maggio 2021

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Nell’Antico e nel Nuovo Patto, sappiamo che solo l’amore di Gesù Cristo è credibile

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

NELL’ANTICO E NEL NUOVO PATTO, SAPPIAMO CHE SOLO L’AMORE DI GESÙ CRISTO È CREDIBILE

 

Scriveva il teologo Hans Urs von Balthasar: Solo l’amore è credibile, consapevole della lezione di Dante nella Commedia: l’Amor che move il sole e le altre stelle.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari amici e lettori de L’Isola di Patmos,

il futuro presbitero e teologo Hans Urs von Balthasar (Lucerna, 12 agosto 1905 – Basilea, 26 giugno 1988), foto giovanile del 1929, all’epoca in cui era studente universitario

il tempo di Pasqua lo trascorriamo assieme attraverso la narrazione in cui facciamo memoria delle parole di Gesù Risorto. Queste parole ci rendono consapevoli che la vita eterna non è una semplice teoria, o un sistema di idee, ma è una promessa di qualcosa di enorme: la promessa della resurrezione in anima e corpo. Perciò la nostra vita è vocazione ad un progetto di eternità.

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Uno dei temi che torna oggi nelle letture è il tema dell’Amore. Infatti l’Amore di Dio è eterno e non cessa mai di amare e di rendersi vivo e forte nella nostra vita: proprio per la sua eternità non cesserà di donarsi a noi neanche dopo la nostra morte. Gesù stesso è testimone di questo grande amore, che riceve dall’Eterno Padre per poi trasmetterlo a noi, come ci narra in questa Liturgia della Parola l’Apostolo Giovanni:

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«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» [cfr. 15, 9-17]

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L’osservanza dei comandamenti permette di rimanere nell’amore del Padre e del Figlio. Questa osservanza di Gesù non è un comando di tipo militare, né tanto meno un ricatto di natura morale. Il Signore semplicemente chiarisce ai suoi Apostoli e a tutti coloro a cui verrà trasmesso il messaggio gesuano, che tale messaggio non abolisce i Dieci Comandamenti, che costituiscono parte integrante e fondamentale della nostra fede. In secondo luogo, Gesù ci sta dicendo che l’Amore non è puro sentimentalismo, fatto di quei sentimentalismi aridi, sterili e melensi, oggi tanto ben rappresentato dalle varie serie televisive o dalla cinematografia contemporanea. Amare il prossimo osservando i comandamenti vuol dire amarlo concretamente, con una scelta determinata di accompagnare il nostro prossimo al Bene più grande: l’amicizia con Dio.

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L’amicizia con Dio è dunque la relazione che sorge nella prospettiva della fede e dell’amore annunciato da Cristo. Una prospettiva che promette una gioia vera, autentica, profonda: la gioia dell’Incontro con Colui che ci ha donato la vita sulla croce. Proprio per questo il dono di sé diviene il comandamento dell’amore, il comandamento per eccellenza. Prosegue infatti il Santo Evangelista Giovanni in un’altra pericope di questo Vangelo:

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«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» [cfr. 15, 9-17].

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Ecco il comandamento della Legge Nuova. Il Nuovo Patto di Gesù il quale integra, completa e massimizza l’Antico Patto della Torah. Il Nuovo Patto dell’Amore è il dono di sé fino alle estreme conseguenze per chi si ama, e in particolare per i propri amici. Questo ricevimento dell’Amore Trinitario per poi donarlo agli altri, si esplicita nelle nostre vite e nelle nostre vocazioni concrete. Nel matrimonio, gli sposi si donano l’un l’altro l’amore fecondo, indissolubile e fedele di Gesù, lo Sposo, e la Chiesa, la Sposa; nell’ordine Sacro, i tre diversi gradi che lo compongono diaconato, presbiterato ed episcopato, rendono realmente presente l’Amore di Gesù nei Sacramenti, nella Sua Parola e nel governo della parrocchia o della diocesi; la vita consacrata infine, è espressione del perfetto Amore di Gesù, specialmente nell’esercizio dei tre voti e nella missione specifica a cui ogni consacrato è inviato.

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Entrare nell’amore di Dio dunque è essere coinvolti in una progettualità di Carità e Verità. Nulla in Dio è lasciato all’improvvisazione, tutto anzi è orientato a generare una profonda e intima relazione con Dio. Dal dono ricevuto da Dio per sé stessi, al dono di sé stessi per gli altri, tutto il movimento dell’Amore Trinitario nell’uomo è ciò che rende attuale e credibile la presenza di Gesù nelle nostre vite.

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Scriveva il teologo Hans Urs von Balthasar: Solo l’amore è credibile, consapevole della lezione di Dante nella Commedia: l’Amor che move il sole e le altre stelle.

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Sull’esempio di Maria ancella dell’amore trinitario, chiediamo al Signore che ci doni la grazia essere sempre più messaggeri e portatori di un amore più grande, una Carità che supera i confini delle nazioni e del distanziamento sociale, e doni un orizzonte di senso di eternità.

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Roma, 9 maggio 2021

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Il Buon Pastore è colui che guida con serenità donandosi con carità nel mondo liquido

—  omiletica —

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL BUON PASTORE È COLUI CHE GUIDA CON SERENITÀ DONANDOSI CON CARITÀ NEL MONDO LIQUIDO

 

Gesù descrive la figura del mercenario come opposta alla sua. Il mercenario esprime la mentalità del mondo liquido. Infatti non dà la vita, fugge dinanzi ai pericoli di chi gli è stato affidato. Il mercenario usa le pecore come oggetti, finché gli è comodo e per tornaconto personale. Egli non sa custodire, ma usa solo un’ottica di dominio

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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acquedotto romano sull’Appia Antica

Cari Lettori de L’Isola di Patmos,

quando ero liceale andavo ogni tanto a fare una corsa nel parco vicino casa, una enorme campagna dentro il Parco dell’Appia Antica. Un giorno ricordo che in questo grande verde comparì un folto gregge di pecore. Dietro un giovane pastore che le indirizzava fischiando in loro direzione. E le pecore silenziose, accompagnate anche dal cane pastore, obbedivano.

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Questo racconto del Vangelo di San Giovanni offerto dalla liturgia di questa IV domenica di Pasqua [cfr. 10, 11-18], ci ricorda provvidenzialmente che in questi tempi di grande incertezza, oggi il Signore ci viene incontro e ci ricorda che Lui è il Buon Pastore della nostra vita. È proprio in questo grande mistero che ci introducono le letture di oggi. In particolar modo nel Vangelo di Giovanni, Gesù si presenta come tale affermando:

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«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario […] vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore».

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Notiamo immediatamente che Gesù descrive la figura del mercenario come opposta alla sua. Il mercenario esprime chiaramente la mentalità del mondo liquido. Infatti non dà la vita, fugge dinanzi ai pericoli di chi gli è stato affidato. Il mercenario usa le pecore come oggetti, finché gli è comodo e per un tornaconto personale. Egli non sa custodire, ma usa solo un’ottica di dominio. Ha dunque una mentalità solo utilitaristica.

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Tutto il contrario è invece il buon Pastore. Egli conosce ed ama le sue pecore. Interessante come ci sia questo legame fra conoscere ed amare, che trova fondamento nel rapporto di conoscenza ed amore che c’è fra l’Eterno Padre e il Cristo Logos. Infatti, nella lingua ebraica e aramaica parlata da Gesù, la parola conoscere è detta con il vocabolo yadah che indica sia una conoscenza intellettuale, sia allo stesso tempo una intimità affettiva. Quando Gesù dice conoscere allora vuole indicare che c’è un rapporto di verità e intimissimo fra lui e noi, le sue pecore. Proprio perché ci ama, offre la sua vita e rimane, donandosi fino alla fine, nel Getsemani. Offre tutto sé stesso per liberarci dalla schiavitù del peccato.

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Nell’offrire la vita c’è la ragione più profonda di tutto il moto trinitario.  Ce lo spiega con parole chiare il Signore proseguendo così:

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«Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

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L’Eterno Padre infatti ha affidato la missione visibile a Gesù di incarnarsi, diventare uomo come noi, vivere i giorni della passione e morte per poi risorgere. Ecco allora che l’Incarnazione e la Pasqua hanno in comune l’elemento dell’amore: tutti quanti in Gesù risorto otteniamo la grazia per amare e conoscere Dio. La mentalità trinitaria di offerta ed amore di sé supera la mentalità utilitaristica. Perché rinnova l’uomo in Dio integralmente: anima, corpo e spirito. Questo interroga profondamente le nostre vite di fede.

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Vogliamo essere mercenari o pastori? Vogliamo entrare nell’ottica del dominio o dell’offerta di sé? Se davvero scegliamo di sforzarci ad essere coerenti con la nostra vocazione, entriamo anche noi nell’ottica dell’Eterno Padre che invia Gesù: rispondiamo allora al Suo comando, che però non è un’imposizione dittatoriale. È aderire ad un progetto d’amore personale comunitario che è espressione di una libertà più grande. Entrare nella prospettiva della Trinità, vuol dire accogliere la nostra missione che offrirà una gioia e soddisfazione impagabili.

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Chiediamo al Signore di entrare sempre più nella sua ottica di offerta e oblazione di noi stessi, per coinvolgere tutto il mondo nell’orizzonte della carità teologale e generare la vera civiltà dell’amore, uniti nell’amore dell’unico Pastore.

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Roma, 25 aprile 2021

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La memoria della vittoria finale. Il “pesce arrostito” per l’uomo nella risurrezione di Cristo

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

LA MEMORIA DELLA VITTORIA FINALE. IL “PESCE ARROSTITO” PER L’UOMO NELLA RESURREZIONE DI CRISTO

«L’amore è l’anello di una catena che inizia da uno sguardo e sfocia nell’eterno»

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Ci scusiamo con la ipersensibilità degli appartenenti alla “religione vegana”, ma Gesù Cristo mangiava i pesci arrosto (cfr. Lc 24, 35-48)

In questa domenica del tempo di Pasqua continuiamo a meditare sulle apparizioni del Risorto. Questo è un esercizio continuo di ripetizione e memorizzazione dei grandi eventi di Pasqua. In effetti una delle cose che più manca alla nostra società è l’aspetto della memoria. Facilmente dimentichiamo gli eventi belli, o quelli di sofferenza che ci sono accaduti. La memoria è invece una delle nostre facoltà più importanti, anche per la comprensione e l’elaborazione del mondo intorno a noi.

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Troppo facilmente dimentichiamo il centro della nostra fede: la crocifissione e resurrezione. Prontamente la Scrittura però ce lo ricorda. Nel Vangelo lucano di oggi infatti leggiamo:

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«In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane» (Lc 24, 35-48].

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Gli stessi discepoli di Emmaus raccontano agli undici cosa è avvenuto: Gesù ha spezzato con loro il pane. C’è un elemento di narrazione, di racconto, e soprattutto di ricordare che proprio in quel pane spezzato avevano riconosciuto Gesù. Questo avviene anche per noi oggi: infatti quando nella Santa Messa vediamo il sacerdote spezzare il pane, vediamo Gesù Eucarestia presente fra noi. In quello spezzarsi, ricordiamo e riviviamo il sacrificio di Gesù in un memoriale che è per noi vitale: Gesù si offre nella Santa Messa, quale sacrificio incruento, per donarci la grazia e la vita eterna.

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Ecco allora la memoria del sacrificio di Cristo per noi. Vitale e fondante della nostra vita terrena in cammino verso la santità. Ora Gesù dopo il suo sacrificio della Passione è veramente risorto. E così appare immediatamente fra gli apostoli e i due di Emmaus per confermare che è tutto vero. Gesù non è un fantasma dei film horror. È davvero lui nel corpo risorto glorificato:

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«Ma egli disse: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?  Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho”. Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. […] “Avete qui qualche cosa da mangiare?”. Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro» [Lc 24, 38-43].

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Questo soffermarsi di Luca su un pesce arrostito può sembrare un particolare insignificante. Invece il pesce è un acronimo greco che richiama il Mistero di Cristo, salvatore e redentore, dal greco ichtus (Iesùs Christòs theòs uiòs sotèr, Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore).  È dunque un secondo richiamo, un po’ nascosto forse stavolta, alla sua passione redentrice.

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Infine Gesù è esplicito. Il centro della comprensione delle scritture e della parola di Dio è il suo Mistero di Crocifissione.

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«Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni”» [Lc 24, 47-48].

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Da quella crocifissione e resurrezione, i discepoli e gli apostoli sono testimoni e predicatori. Per questo tale mistero si è trasmesso nel corso dei secoli ed è giunto fino a noi mediante i Successori degli apostoli. Ricordando quindi che il centro di tutto è Cristo risorto, nella gioia e nella pace, anche la nostra vita quotidiana, illuminata e galvanizzata dalla fede cambia. Perché è effusa dalla pace e dalla bontà di Gesù. Ogni istante della vita non va perciò dimenticato, ma posto sotto la lente pasquale. Sapendo che nella notte più oscura o nella luce più forte della nostra vita, Gesù ci rende testimoni della sua gioia.

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Ciò trasfigura completamente tutto e ci invita ad uno sguardo diverso sul mondo. Non uno sguardo sciocco o poco attento; ma uno sguardo da risorti in Cristo. Da vincitori con Lui, nel cammino della Chiesa, nella fede cattolica. Scriveva il poeta libanese Khalìl Gibràn:

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«L’amore è l’anello di una catena che inizia da uno sguardo e sfocia nell’eterno».

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Chiediamo al Signore la grazia dell’amore di carità e con l’aiuto della tenerezza della Beata Vergine Maria, scruteremo tutto il mondo con lo sguardo caritatevole della Trinità.

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Roma, 18 aprile 2021

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Perché Gesù una volta morto discese agli inferi prima di risorgere dai morti il terzo giorno?

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

PERCHÈ GESÙ UNA VOLTA MORTO DISCESE AGLI INFERI PRIMA DI RISORGERE DAI MORTI IL TERZO GIORNO?   

Prima della risurrezione avviene qualche cosa che molti non riescono a comprendere e che altri, purtroppo, non conoscono proprio: Cristo, una volta morto, discende agli inferi. Scrive San Paolo Apostolo: «Era disceso nelle regioni inferiori della terra. Colui che discese è lo stesso che anche ascese»

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa
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Cari fratelli e sorelle,

Beato Angelico, Cristo entra negli inferi abbattendo la porta e schiacciandovi sotto un dèmone

buona Pasqua! Dopo il cammino quaresimale il Signore ci permette di giungere all’attesa meta della sua resurrezione, sulla quale si fonda e si regge la nostra fede [Cfr. I Cor 15, 14]. Davvero oggi ci stringiamo tutti in Gesù e in Lui siamo tutti uniti e gioiosi. Pasqua è davvero il passaggio dalla schiavitù del peccato, della tenebra, quindi della tristezza e dell’incertezza alla liberazione della gioia, della felicità della certezza della resurrezione.

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Prima della risurrezione avviene qualche cosa che molti non riescono a comprendere, altri purtroppo non conoscono proprio: Cristo, una volta morto, discende agli inferi. Scrive San Paolo Apostolo: «Era disceso nelle regioni inferiori della terra. Colui che discese è lo stesso che anche ascese» [Ef 4,10]. Insegna a tal proposito il Catechismo della Chiesa Cattolica ai numeri 632-637:

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«La Scrittura chiama inferi [cfr. il 2,10; At 2,24; Ap 1,18; Ef 4,9] il soggiorno dei morti dove Cristo morto è disceso, perché quelli che vi si trovano sono privati della visione di Dio [cfr. Sal 6,6; 88,11-13]. Tale infatti è, nell’attesa del Redentore, la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti [cfr. Sal 6,6; 88,11-13]; il che non vuol dire che la loro sorte sia identica, come dimostra Gesù nella parabola del povero Lazzaro accolto nel “seno di Abramo” [Cfr. Lc 16,22-26]. ”Furono appunto le anime di questi giusti in attesa del Cristo a essere liberate da Gesù disceso all’inferno” [Catechismo Romano, 1, 6, 3: ed. P. Rodríguez (Città del Vaticano-Pamplona 1989) p. 71]”. Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati [cfr. Concilio di Roma (anno 745), De descensu Christi ad inferos: DS 587] né per distruggere l’inferno della dannazione [cfr. Benedetto XII, Libello Cum dudum (1341), 18: DS 1011; Clemente VI, Lettera Super quibusdam (anno 1351), c. 15, 13: DS 1077] ma per liberare i giusti che l’avevano preceduto [Cfr. Concilio di Toledo IV (anno 633), Capitulum, 1: DS 485; Mt 27,52-53].

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Adesso vediamo le letture di questa Liturgia della Parola [cfr. QUI]. La mattina di Pasqua i testimoni della Passione, col cuore ancòra travolto dagli eventi drammatici, fanno una sorprendente scoperta. Si reca al sepolcro innanzitutto Maria di Magdala. Immaginate la scena di quel cammino: l’affettuosa amica di Gesù è col cuore sgomento gonfio di tristezza per quello che era avvenuto appena due giorni prima. Appena giunta alla porta del sepolcro, ci si rende conto che il corpo di Gesù è sparito.

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«Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!» [Gv, 20,2].

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Anche Pietro e Giovanni vengono avvertiti. Ma, dice il Vangelo, non avevano ancora compreso che Gesù doveva risorgere dai morti; sebbene Giovanni, che entra dopo Pietro nel sepolcro, vide e credette. La fede dei due apostoli in questo evento prodigioso rimane: nonostante non si comprenda tutto e subito. Gesù glielo aveva ripetuto più volte, che sarebbe stato crocifisso e poi risorto. E però loro stessi faticano a credere e a capire.

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È anche un po’ la situazione di tutti noi oggi. Crediamo nel mistero della resurrezione, ma fatichiamo ad entrarci a fondo. Forse perché Gesù non lo abbiamo incontrato risorto, ma la sua Resurrezione ci è stata santamente tramandata. O forse perché c’è un motivo più semplice. Perché abbiamo perso l’allenamento a pregare, contemplare e meditare questi divini misteri. Travolti dalla velocità della vita odierna, dai messaggi social, dal lavoro pressante, dalle uscite dei libri abbiamo un po’ messo in soffitta le cose importanti. Anche noi imitiamo la corsa sfrenata di Pietro e Giovanni. Ma a differenza degli apostoli non corriamo verso Gesù risorto, ma verso mille distrazioni. Oltre quello che ci sono già.

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In questa Pasqua 2021, proviamo allora a fermarci su questi versetti del Vangelo. Entriamo nell’ottica della Resurrezione, che è azione di risorgere con Cristo. La resurrezione per noi comincia già oggi, se ci orientiamo a rileggere ogni evento con l’ottica dei risorti. Cioè con l’ottica di non vivere più da uomini destinati a morire, ma da credenti destinati a morire per poi vivere eternamente. Facciamo nostro allora l’invito di San Paolo quando dice:

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«Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra». [Col 3,1]

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Pensare alle cose di lassù ovviamente non implica vivere in un continuo stato di visionari metafisici o persi in una sorta di trance mistica indotta. Cercare le cose di lassù significa appunto cercare di vivere concretamente e nel quotidiano la nostra fede. Che è fede perché diventa vita di santità. Pietro e Giovanni, come vedremo nelle prossime domeniche, si spiegheranno il sepolcro vuoto perché vedranno Gesù risorto. A quel punto, si renderanno primi testimoni dell’evento gioioso della Pasqua; gli apostoli, che senza più la paura che li aveva fatti fuggire davanti alla Passione, hanno trasmesso questo evento straordinario fino a noi. Pietro ci offre la sua testimonianza, quando nella prima lettura degli atti dice:

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«[…] Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, […] Essi [i Giudei] lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti» [At 10, 38. 39 – 42]

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Questo richiamo al mangiare e bere con Lui, oltre ai momenti passati insieme con Gesù a tavola, è richiamo all’Eucaristia. Ecco allora dove attingere il nostro cibo e bevanda spirituali per poter camminare nella via della fede. La resurrezione si vive specialmente a Pasqua, ma ogni domenica, in cui Cristo si fa presente in corpo, sangue, anima e divinità è sempre Pasqua e resurrezione in Lui, per Lui, con Lui.

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Questo sentimento di vicinanza è descritto in una commovente poesia di Giuseppe Ungaretti:

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Cristo, pensoso palpito, / Astro incarnato nell’umane tenebre, / Fratello che t’immoli / Perennemente per riedificare/ Umanamente l’uomo, / Santo, Santo che soffri, /Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli, / Santo, Santo che soffri / Per liberare dalla morte i morti /

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Ringraziamo il Signore, per il dono della Resurrezione, chiediamogli la grazia di unirci pian piano sempre più a Lui nella fede, nella speranza e nella carità teologale, protetti dal dolce manto mariano.

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Roma, 4 aprile 2021

Pasqua di Risurrezione

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Stupiscimi Signore e io oltrepasserò il deserto di Ninive per cercare di stupire gli uomini con l’annuncio della tua Parola

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

STUPISCIMI SIGNORE E IO OLTREPASSERÒ IL DESERTO DI NINIVE PER CERCARE DI STUPIRE GLI UOMINI CON L’ANNUNCIO DELLA TUA PAROLA

Pescare gli uomini nella rete di Dio vuol dire proprio toglierli da un’ottica immanente, priva di riferimenti assoluti e priva di senso ultimo, per portarli invece in un orizzonte più ampio e profondo. Fra le centomila parole che sentiamo dalle televisioni, dai social media, dalle radio, da Youtube, da Tik Tok e che sono spesso inopportune e prive di realtà, è bene che nella nostra vita risuoni la Sacra Scrittura, la storia delle storie scritta da Dio per noi.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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PDF  articolo formato stampa

 

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Cari fratelli e sorelle,

In questa III settimana del tempo ordinario celebriamo con la Chiesa Universale la Domenica della Parola di Dio, istituita di recente dal Sommo Pontefice Francesco I [vedere Liturgia della Parola QUI].

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La Parola di Dio che è contenuta nella Sacra Scrittura è una delle sorgenti da dove attingere l’acqua della nostra fede, che scorre come un fiume nelle nostre anime. La Sacra Scrittura è dunque all’interno della Bibbia che racchiude i 74 libri sacri, la composizione dei quali è ispirata da Dio che ha aiutato l’autore umano.

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Per cercare di far capire il concetto di ispirazione provo a farvi un esempio. Qual è il vostro libro preferito? Vi dico il mio, per quanto riguarda la letteratura recente: Novecento di Alessandro Baricco. Una breve storia nata tutta quanta dalla semplice fantasia. L’Autore aveva intenti artistici e letterari, era guidato anche da buoni scopi, raccontarci una splendida storia; ma di certo non aveva ricevuto la grazia speciale dell’aiuto dello Spirito Santo affinché componesse un libro che rivelasse le opere di Dio per l’uomo. Inoltre, il fine dell’autore non era quello di trasmettere delle narrazioni che riguardavano la rivelazione di Dio.

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Ecco allora la differenza: i 74 libri biblici sono ispirati, scritti a quattro mani dall’autore umano e dallo Spirito Santo per raccontarci questa bellissima storia d’amore che è la salvezza che il Dio trinitario offre all’uomo. Al fine di comprendere il vero senso della Sacra Scrittura, Dio ha donato, specialmente ai vescovi e ai presbiteri, la grazia di coglierne il senso profondo e la missione di insegnarla presso il Popolo di Dio e anche presso chi non lo conosce.  E questo insegnamento della Parola di Dio è ciò che si evince in modo evidente dalle letture di oggi. Innanzitutto Giona, di cui leggiamo:  

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«Fu rivolta a Giona questa parola del Signore: “Àlzati, va’ a Nìnive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico”. Giona si alzò e andò a Nìnive secondo la Parola del Signore» [Gio 3,1-5.10].

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Giona è inviato a Ninive, la capitale dell’Assiria, o detta in altre parole: è inviato proprio nell’occhio del ciclone, nel centro politico religioso politeistico in cui c’era una concezione opposta a quella del Popolo ebraico. Il Signore cerca perciò con la Sua Parola di generare amicizia, contatti e legami anche fra popoli totalmente diversi, totalmente in contrasto culturale e ideologico. È così che Giona diviene annunciatore di questa Parola di vita eterna, la parola con la quale Dio cerca di cambiare la nostra vita quotidiana, quella che viviamo oggi nell’anno 2021.

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In che modo la parola cambia la nostra vita lo scopriamo nel Santo Vangelo di oggi nel quale Gesù è presentato come Parola vivente del Padre nonché compimento della parola veterotestamentaria. Attraverso quella Parola è quindi il Verbo di Dio incarnato che ci parla e ci dice in che modo la nostra vita cambia, se lo ascoltiamo:

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«Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito lasciarono le reti e lo seguirono» [Mc 1, 14-20].

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Simone e Andrea sono resi pescatori di uomini da Gesù. La Parola di Dio li rende capaci di pescare l’uomo nel loro quotidiano e portarli a conoscenza di verità più alte. Pescare gli uomini nella rete di Dio vuol dire proprio toglierli da un’ottica immanente, priva di riferimenti assoluti e priva di senso ultimo, per portarli invece in un orizzonte più ampio e profondo. Fra le centomila parole che sentiamo dalle televisioni, dai social media, dalle radio, da Youtube, da Tik Tok e che sono spesso inopportune e prive di realtà, è bene che nella nostra vita risuoni la Sacra Scrittura, la storia delle storie scritta da Dio per noi. Come infatti ha detto il premio Nobel per la letteratura Sir Kazuo Ishiguro, britannico di origine giapponese, rivolgendosi all’Accademia di Svezia:

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«Tutte le belle storie, indipendentemente dal metodo con cui sono narrate, devono contenere rapporti che risultino importanti ai nostri occhi; che ci commuovano, ci divertano, ci esasperino o ci sorprendano».

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Chiediamo al Signore la grazia di aprirci sempre più all’ascolto e alla interiorizzazione della Sua parola, affinché sia sempre il suo amore trinitario a commuoverci, a divertirci, a esasperarci e a sorprenderci nella nostra vita di fede e carità.

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Roma, 24 gennaio 2021

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Padre Gabriele

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Il Cristianesimo da menù di ristorante che sfugge la croce e trasforma Cristo Dio in un delizioso pasticcino altamente digeribile

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

IL CRISTIANESIMO DA MENÙ DI RISTORANTE CHE SFUGGE LA CROCE E TRASFORMA CRISTO DIO IN UN DELIZIOSO PASTICCINO ALTAMENTE DIGERIBILE 

Oggi più che mai sfugge, persino a noi consacrati, l’elemento sacrificale della vera esperienza di fede. Da tempo abbiamo ormai creato quello che potremmo definire come un cristianesimo da menù di ristorante in cui si entra, si legge la carta e si sceglie quel che piace. E così a farla da padrona è il peggio della emotività animata dall’umano egoismo.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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I tre Vangeli sinottici dei Beati Evangelisti Marco, Matteo e Luca, hanno caratteristiche diverse, proprio come la simbologia con la quale gli Evangelisti sono raffigurati sin dal primo medioevo, che prende vita sul finire del V secolo con la caduta dell’Impero Romano.

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L’Evangelista Matteo è raffigurato con l’immagine dell’uomo alato, perché la sua redazione inizia con la genealogia di Cristo Signore e Messia; il Beato Evangelista Marco con il leone alato, perché la sua redazione inizia con la narrazione della predicazione del Precursore, il Beato Giovanni detto il Battista, che predicava nel deserto, luogo abitato da bestie selvatiche; il Beato Evangelista Luca con il bue, perché la sua redazione inizia con la visione avuta da Zaccaria nel Tempio di Gerusalemme, dove si sacrificavano animali, tra i quali anche i buoi.

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Gli Autori dei tre Vangeli sinottici seguono uno schema simile e narrano le stesse vicende della vita di Cristo Dio, pur con le loro differenze stilistiche. Infine il così detto Quarto Vangelo, quello del Beato Evangelista Giovanni, raffigurato con l’immagine di un animale considerato all’epoca il più nobile tra tutte le specie della terra: l’Aquila, colei che sola poteva fissare a occhi aperti la luce del sole.

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Il Vangelo del Beato Evangelista Giovanni, che si apre con un inno al mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio ― «E il Verbo si fece carne» ― è un mirabile inno alla luce del Cristo vero Dio e vero uomo, raffigurato appresso come sole vivo disceso dal cielo. Al Beato Evangelista Giovanni, definito dai grandi Padri e dottori della Chiesa come il teologo per antonomasia, è accompagnato il motto «Altius caeteris Dei patefecit arcana» [in modo più alto degli altri – Giovanni – rivelò gli arcani misteri di Dio].

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Una caratteristica del Vangelo del Beato Evangelista Matteo è la precisione narrativa dalla quale prende forma la figura del Gesù storico, da lui collegata a numerosi riferimenti vetero-testamentari. Il tutto, per dare testimonianza che il Cristo non era venuto sulla terra per abolire la Legge e i Profeti, ma per dare compimento [cfr. Mt 5, 17-20]. E il compimento era Lui, il Dio fatto uomo, la luce che brilla nelle tenebre, come lo definisce nel suo prologo l’Evangelista Giovanni, il «Dio da Dio luce da Luce», come lo definirono i Padri della Chiesa scrivendo nei Concilî di Nicea e di Costantinopoli il Credo che tra poco reciteremo. O il Christus totus, come lo definì Sant’Agostino, quella totalità nella quale Cristo Dio è il centro, l’inizio e il fine ultimo del nostro intero umanesimo.

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Dunque quattro personalità di uomini diversi, ciascuno illuminato dalla divina grazia, che annunciano il mistero con parole fisse e senza tempo, perché come rivela Cristo Dio mediante il racconto del Beato Evangelista Matteo: «I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno mai» [Mt 24, 32-35], perché sono fissate nell’eterno attraverso il mistero della passione, della morte e della risurrezione di Cristo Dio, nel corpo glorioso del quale sono tutt’oggi impressi i segni della passione; segno eterno del suo amore consumato per la redenzione dell’uomo sino al supplizio della croce, mutando il Verbo che si è fatto carne nell’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.

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E con questo siamo giunti al cuore di questo Santo Vangelo del Beato Evangelista Matteo nel quale Cristo Signore ci offre qualche cosa di terribile: «Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» [vedere Liturgia della Parola di questa XIII domenica del tempo ordinario, QUI].

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Oggi più che mai sfugge, persino a noi consacrati, l’elemento sacrificale della vera esperienza di fede. Da tempo abbiamo ormai creato quello che potremmo definire come un cristianesimo da menù di ristorante in cui si entra, si legge la carta e si sceglie quel che piace. E così a farla da padrona è il peggio della emotività animata dall’umano egoismo. È la tragedia della fede annacquata da cuoricino che batte, per esempio dinanzi alle tenere immagini popolari struggenti di Gesù Bambino durante il Santo Natale, ignari però che quello è solo l’inizio di un percorso che giunge poi nel dolore dell’Orto degli Ulivi, per proseguire con l’immane strazio della via dolorosa e della crocifissione.

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La fede è sacrificio, ma molti l’hanno mutata in un diritto mondano a ciò che a me piace. Ecco allora i cattolici che da una parte si dicono tali, dall’altra si dichiarano favorevoli all’aborto, o che affermano «… è giusto che due uomini vivano assieme se si amano, perché quel che importa è l’amore, anzi è giusto dargli anche un bambino in adozione». E qui bisognerebbe chiarire cosa è l’amore e cosa invece non è quello che alcuni chiamano amore. Come vi sono altri cattolici che affermano che è giusto, anzi è caritatevole praticare l’eutanasia a un malato terminale, per quale motivo lasciarlo soffrire? È disumano. E proprio a questi ultimi risposi: «Forse non sapete che cosa sia lo strazio di una crocifissione, ma se parlate con un clinico anatomo-patologo, vi spiegherà lui il dolore e anche le umilianti reazioni che siffatto supplizio generava nel corpo dei condannati esposti nudi alla vista di tutti. Ebbene, vi risulta forse che la Beata Vergine Maria abbia supplicato di porre fine ai patimenti del suo Divino Figlio?».

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Oggi abbiamo creata una società mostruosa che insegue una falsa felicità nella quale la vita è senza la malattia e senza il decadimento fisico; la giovinezza senza vecchiaia e la vita senza la morte. A questo modo si è creata una società dell’irreale che rifiuta Cristo, o una comunità cattolica che annacqua il messaggio di Cristo che ci invita ad assimilarci al suo dolore. A quel punto la stessa Santa Messa viene confusa con un incontro tra amici che si ritrovano assieme per fare festa, per rallegrarsi attorno alla mensa. Eppure basterebbe ascoltare le parole della sacra liturgia per comprendere che attraverso il mistero del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo si rinnova il divino memoriale della passione, morte e risurrezione, perché l’Eucaristia è il sacrificio vivo e santo … e quando io mi dirigo verso l’altare, non vado a fare un gioioso festino, ma salgo sul Monte Calvario, perché sull’altare si rinnova il sacrificio incruento della passione di Cristo Dio.

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Il Santo Pontefice Giovanni Paolo II scrisse nel 1984 una splendida lettera apostolica in occasione del Giubileo della Redenzione intitolata Salvifici doloris, che significa: il valore salvifico della sofferenza. All’epoca, il futuro Santo Pontefice aveva appena 62 anni, era un uomo sportivo e pieno di energie. Come mai quella Lettera dedicata al valore salvifico della sofferenza scritta da un uomo che pareva il ritratto della bellezza e della salute? Ebbene, pensiamo al Giovanni Paolo II non del 1984, ma a quello del 2000, quando si ostinava a inginocchiarsi dinanzi al Santissimo Sacramento anche se era ormai sfiancato dalla malattia, tremante e privo di forze, con i cerimonieri pontifici che gli sudavano attorno quando in tutti i modi voleva genuflettersi, ossequioso fino in fondo al monito del Beato Apostolo Paolo «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra» [Fil 2, 10]. Giovanni Paolo II aveva compreso da subito, nello splendore della sua salute, molto prima della sua malattia, l’elemento salvifico del dolore che ci assimila alla croce di Cristo …

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… Quando io fui consacrato sacerdote, inginocchiato dinanzi al vescovo ricevetti il sacro calice e la patena con queste parole: «Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai. Conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore». Non mi fu detto … adesso vai a fare festa con gli amici gioiosi attorno alla mensa tra schitarrate, danze e tamburelli. Nella sostanza mi fu detto: adesso sali sul Monte Calvario e mediante il tuo sacrificio conformati al sacrificio di Cristo. Questa, è l’essenza della nostra fede e, se vogliamo veramente seguirlo, dobbiamo essere consapevoli ― come sta scritto nel Vangelo del Beato Evangelista Luca ― non c’è altra strada che quella indicata da Cristo stesso: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» [Lc 9, 22-25].

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… ma come sarebbe a dire dolore … croce … il Cristianesimo è amore, è gioia! Certo, è l’amore di Cristo morto in croce per la nostra salvezza ed è la gioia della risurrezione del Verbo di Dio fatto uomo e asceso al cielo che siede oggi alla destra del Padre; il Cristianesimo è la gioia di quella risurrezione alla quale noi siamo assimilati, perché come recitiamo nella IIIª Preghiera Eucaristica quando facciamo memoria dei defunti: «Egli trasformerà il nostro corpo mortale a immagine del suo corpo glorioso». Questo, è il Cristianesimo, tutto il resto, per parafrasare il Libro del Qoelet che diceva «vanità di vanità», è solo emotività di emotività. E, tra la fede e l’emotività, la differenza che corre è profondamente sostanziale, perché di mezzo c’è quella croce che l’emotivo superficiale non vuole e che fugge per vivere una falsa fede da menù di ristorante, mentre l’uomo di vera fede è chiamato invece a conformare la sua vita alla croce di Cristo: «chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me» [Mt 10, 38].

Laudetur Jesus Christus!

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Zoverallo di Verbania, 28 giugno 2020

Casa delle Figlie di Maria Ausiliatrice

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“Accoglienza” come spazio segreto da aprire a Dio perché diventi luogo di donazione

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

—  omiletica —

“ACCOGLIENZA” COME SPAZIO SEGRETO DA APRIRE A DIO PERCHÉ DIVENTI LUOGO DI DONAZIONE 

Gesù parla dell’accoglienza di un profeta e di un giusto. Chi li sa accogliere vuol dire che è lui il primo profeta e giusto. Lo dice perché Gesù è l’accogliente per eccellenza e vuole a sua volta essere accolto nelle nostre vite. Questo fa sì che noi riceviamo Gesù che è il dono per eccellenza. Dunque siamo in grado di donarci e di amare, come Lui ha fatto, portando le nostre croci, nei momenti più difficili e complessi della nostra vita.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Cari fratelli e sorelle,

Roma, 28 giugno 2019, Santa Maria Sopra Minerva, Gabriele Giordano Maria Scardocci, O.P. è consacrato sacerdote

qualche anno fa lessi la storia del Giardino Segreto della scrittrice Frances Hodgson Burnett. È la storia di Annie, una bambina che, in una tenuta inglese, scopre casualmente un giardino, di cui nessuno conosce l’esistenza, perché è stato reso segreto a causa di una vicenda tragica. Quel giardino, una volta aperto agli occhi di Annie diventa luogo di accoglienza, di crescita e di maturazione.

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Similmente, nelle letture di oggi [vedere Liturgia della Parola, QUI], il Signore ci parla innanzitutto dell’accoglienza di uno spazio segreto da aprire a Dio, perché diventi luogo fecondo di donazione. Nel Libro dei Re leggiamo:

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«Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. Facciamo una piccola stanza superiore, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e un candeliere» [2Re 4, 9-10].

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In questa prima lettura, moglie e marito innominati aprono la loro casa ad Eliseo, dunque come se loro aprissero uno spazio fra lui e Dio. Eliseo prega e dopo profetizza; così viene un figlio per loro, inaspettato, e in un certo senso quasi disperato. Marito e moglie si schiudono a Dio poi sperimentano l’intervento di Dio. Dunque loro per primi sono aperti e sono in qualche modo fecondi.

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Questa è la bellezza di quando anche noi apriamo uno spazio per Dio e per chi ci manda. Questo accade anche oggi, per tutti noi, se sappiamo aprire il cuore e la nostra intimità al progetto di Dio, davvero ci riempirà di doni inattesi, di un centuplo inaspettato, di amicizie e gioie che mai ci saremmo aspettati. Dunque, dall’accoglienza del progetto di Dio su di noi, viene un essere fecondi. Scrive San Paolo:

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«Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» [Rm 6, 4].

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La fecondatività è espressa da Paolo proprio nella vita nuova che viviamo, a cominciare dal Battesimo. Infatti dal Battesimo in poi, il Signore ha preso dimora, ha riempito lo spazio della nostra anima, permettendoci di camminare in un cammino di vita nuova, fino alla gloria, dunque fino a quando saremo insieme a Lui in Paradiso.  Il Battesimo è vita nuova feconda, perché permette a tutti noi di essere liberati dal peccato originale e riempiti dal carattere battesimale, dalla grazia e dai doni dello Spirito Santo. Così diviene feconda anche la nostra vita spirituale, perché in forza del battesimo viviamo la liturgia e una preghiera personale con cui chiediamo intercessione per gli altri battezzati. Quindi dall’accoglienza viene la fecondatività, e dalla fecondatività viene il dono di sé. Nel vangelo leggiamo:

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«Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto» [Mt 10, 40-41].

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Gesù parla dell’accoglienza di un profeta e di un giusto. Chi li sa accogliere vuol dire che è lui il primo profeta e giusto. Lo dice perché Gesù è l’accogliente per eccellenza e vuole a sua volta essere accolto nelle nostre vite. Questo fa sì che noi riceviamo Gesù che è il dono per eccellenza. Dunque siamo in grado di donarci e di amare, come Lui ha fatto, portando le nostre croci, nei momenti più difficili e complessi della nostra vita.

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La ricompensa del giusto è allora l’imitazione di Gesù in un amore più grande, fino alla morte, un’imitazione che dopo la morte lo porterà a risorgere con Cristo stesso.

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Scriveva Voltaire «L’originalità non è altro che imitazione giudiziosa».

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Signore donaci il coraggio di imitarti nelle scelte decisive, la forza di aprire uno spazio in fondo al cuore, la tenerezza di donarci come te nella Trinità per amare fino alla fine.

Così sia.

Roma, 28 giugno 2020

Solennità dei Santi Pietro e Paolo

Anno I del mio sacro ministero sacerdotale

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Il blog personale di

Padre Gabriele

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Novità dalla Provincia Domenicana Romana: visitate il sito ufficiale dei Padri Domenicani, QUI

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