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Il mistero del Natale è racchiuso in un silenzio che parla alla storia dell’umanità

25 Dicembre 2024/in Omiletica/da Monaco Eremita

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL MISTERO DEL NATALE È RACCHIUSO IN UN SILENZIO CHE PARLA ALLA STORIA DELL’UMANITÀ

Entrando anche noi nel silenzio di Betlemme e penetrando il Vangelo con amore e contemplazione scorgiamo dunque qualcosa di bello e di nuovo su Dio e su di noi, per cui conosciamo meglio Lui, ma anche noi stessi, chi siamo, quale mistero alberga in noi, quale senso e valore ha la nostra vita e quella dell’intero universo.

 

AutoreMonaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

 

 

 

 

 

 

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La moda nata negli Stati Uniti di festeggiare in anticipo il sesso del nascituro si è presto propagata anche da noi. Ma nessun baby shower o gender reveal party per il Santo Bambino Gesù.

Più seriamente e anche più profondamente nel Natale del Signore, soprattutto nelle tre liturgie che contraddistinguono questa Solennità, viene svelato qualcosa del mistero di Dio e dell’uomo a partire da quello fontale, sorgente di tutti i misteri storici, che è il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio. Leggiamo perciò il brano proclamato nella Messa della Notte di Natale, secondo il Vangelo di Luca:

«In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”» (Lc 2,1-14).

Questo conosciutissimo ed emozionante testo proclamato come Vangelo nella Messa della Notte di Natale lascia a una prima lettura alquanto delusi. Ci aspetteremmo, almeno dai personaggi principali, qualche parola, una spiegazione o esternazione dei loro sentimenti. Essi invece rimangono muti e tutta la scena è avvolta da un grande silenzio. Tace Giuseppe che dalla sconosciuta Nazareth sale alla più nota e significativa città di Davide denominata Betlemme, a motivo del censimento. Ma nulla dice di sé, di quel che prova o percepisce. Muta rimane Maria, la sua sposa, che l’accompagna nel viaggio e silenziosamente da alla luce il suo figlio primogenito. Non ci vengono riferiti i suoi sentimenti, cosa si muoveva nel suo cuore. Solo che partorisce fuori dell’albergo, costretta a poggiare il Bambino in una povera greppia di animali. E, naturalmente, non si ode alcun vagito del Bambino appena nato. L’insieme della scena narrata presenta tutta una serie di umili gesti scanditi dal silenzio. Mentre sullo sfondo si proiettano le azioni del potere di Cesare Augusto che vuole che il censimento raggiunga le provincie più lontane. Anche Luca, l’evangelista scrittore, non proferisce alcun commento, come a sottolineare un’estrema misura perfino nella povertà dei mezzi espressivi. Fuori della scena emergono i pastori, intimoriti dall’apparizione di un angelo, sono ammutoliti anch’essi. Solo il messaggero celeste rompe il silenzio annunciando la grande gioia: «E’ nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore». E poi la moltitudine dell’esercito celeste loda Dio proclamandone la gloria nei cieli e la pace sulla terra degli uomini.

Il silenzio è la chiave, in quanto ogni mistero di Dio da esso scaturisce e ad esso ci riporta. Poiché non è semplice, né facile dire Dio, chi Egli sia o descriverlo, il silenzio allora sta lì a segnalare che certe realtà vanno prima di tutto contemplate e lungamente adorate. Questo ci aiuta a comprendere l’apparente e stridente contrasto fra la povertà silenziosa della scena centrale della pagina evangelica e la magnificenza di ciò che le sta intorno. In essa è contenuto il mistero di Dio che va contemplato ed adorato.

Ed è in questo contesto che si rivela, ovvero si solleva il velo sulla singolare manifestazione di Dio, la cui prima caratteristica è indubbiamente la capacità di sorprendere. Chi si sarebbe atteso da Dio un Bambino in fasce? Quale sovrabbondante messaggio Egli porta, quale luce propaga? Ad andare oltre sembra invitarci il brano evangelico, al di là delle dimesse apparenze, per scoprire la ricchezza divina che riposa non nel frastuono, sia esso il bando del censimento di allora, o tutto ciò che oggi fa audience o moltiplica i followers, bensì nella «sottile voce silenziosa» di cui Elia fece esperienza (1Re 19, 12), nella quale Dio si rivela all’anima capace di meditazione e contemplazione delle scritture e del mistero in esse contenuto.

Di seguito un secondo aspetto rivela di Dio la scena evangelica. E cioè che Egli venga qualificato da alcuni paradossi, da verità apparentemente al di là del buon senso comune e che il mondo accuratamente evita. Potrebbero essere espressi così: di fronte a Dio il piccolo appare spesso più importante del grande, il povero più del ricco, il disprezzato più di colui che è importante, il singolo più della moltitudine. Inoltre, la povertà non è il male peggiore, dal momento che Dio l’ha permessa per il suo Figlio; e ancora, ciò che sulla terra è solitudine e umiliazione, può essere grande e glorioso in cielo.

Ci accorgiamo, in tal modo, di entrare a poco a poco in una «teologia e antropologia cristiana», in un nuovo modo di capire Dio e l’uomo. In quell’abitudine, prima ricordata, di saper andare oltre scorgiamo che nel mistero di Betlemme dove tutto solo apparentemente è segreto e silenzio, parla in modo nuovo Dio all’uomo e si manifesta come Colui che ordinariamente è dalla parte del più piccolo e del più povero; come qualcuno la cui onnipotenza si mostra anzitutto nella bontà della tenerezza, nell’affidabilità e nella vicinanza ai più semplici e ai più umili. Comprendiamo così che gli siamo cari, noi fragili, deboli e poveri figli di Adamo. Tutto nella scena evangelica fa emergere dal silenzio un unico grande annuncio denso di significato: Dio ci ama gratuitamente, prima che noi lo amiamo e per il nostro bene ci viene incontro.

Entrando anche noi nel silenzio di Betlemme e penetrando il Vangelo con amore e contemplazione scorgiamo dunque qualcosa di bello e di nuovo su Dio e su di noi, per cui conosciamo meglio Lui, ma anche noi stessi, chi siamo, quale mistero alberga in noi, quale senso e valore ha la nostra vita e quella dell’intero universo.

Nel mistero adorabile del Natale prendiamo coscienza che non siamo soli, che il Signore è venuto per noi e con noi rimane. Nonostante sentiamo i rombi di guerra d’intorno, il messaggio che Egli porta è quello della gioia e della pace. Una pace divina e non effimera che viene da Lui e attraversa i vissuti delle persone, delle nazioni e dei popoli.

Recentemente è stata avanzata una nuova idea nella riflessione teologica che tratta del mistero dell’incarnazione. Viene denominata «incarnazione profonda», o «radicale». Si tratta di una recente sensibilità teologica interessata a riscoprire la portata inclusiva e salvifica dell’incarnazione per l’intera creazione. Senza nulla togliere alle nuove acquisizioni, ricordiamo che su questo tema si sono confrontati in tanti, soprattutto i santi padri fin dall’antichità. E fra questi Sant’Ambrogio che commentava lo scritto dell’evangelista Luca con queste parole:

«È affinché tu potessi diventare un uomo perfetto che Gesù volle essere un bambinello. Egli fu stretto in fasce affinché tu fossi sciolto dai lacci della morte. Fu nella stalla per porre te sugli altari. Venne in terra affinché tu raggiungessi le stelle, e non trovò posto in quell’albergo affinché tu avessi nei cieli molte dimore. Egli da ricco che era si è fatto povero per noi, perché diventassimo ricchi della sua povertà. Questa indigenza di Dio è dunque la mia ricchezza e la debolezza del Signore la mia forza. Ha preferito per sé le privazioni per donare in abbondanza a tutti. Il pianto della sua infanzia in vagiti è un lavacro per me, quelle lacrime hanno lavato i miei peccati».

Buon Natale a tutti.

Dall’Eremo, 25 dicembre 2024

Dies Natalis Domini

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La diagnosi ginecologica del Dottor Luca: «Ed ecco, concepirai nel grembo»

8 Dicembre 2024/in Omiletica/da Monaco Eremita

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LA DIAGNOSI GINECOLOGICA DEL DOTTOR LUCA: «ED ECCO, CONCEPIRAI NEL GREMBO»

Un’antica tradizione, che risale all’Apostolo Paolo, riporta che Luca fosse un medico. Una persona, dunque, più adatta di altri a raccontare lo speciale concepimento; infatti San Luca fa valere qui tutta la sua sapienza, forse anche quella professionale, ma soprattutto quella teologica.

 

AutoreMonaco Eremita

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Monaco Eremita 

 

 

 

 

 

 

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Il brano dell’Annunciazione, che è anche quello della Vocazione di Maria, è uno dei più belli e profondi del Vangelo di Luca. Ma anche uno dei più complessi e difficili.

Un’antica tradizione, che risale all’Apostolo Paolo (Col 4, 14), riporta che Luca fosse un medico. Una persona, dunque, più adatta di altri a raccontare lo speciale concepimento; infatti San Luca fa valere qui tutta la sua sapienza, forse anche quella professionale, ma soprattutto quella teologica. Leggiamo il brano.

«In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te”. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Allora Maria disse all’angelo: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?”. Le rispose l’Angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio”. Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. E l’Angelo si allontanò da lei» (Lc 1,26-38).

L’Arcangelo Gabriele viene inviato da Dio per comunicare alla Vergine Maria l’annuncio dell’Incarnazione ormai prossima. A Maria, promessa sposa di Giuseppe, viene annunciato che diventerà verginalmente la madre del Figlio di Dio. Il testo ci dice che Dio aveva già preparato Maria da molto tempo per questa sua missione, in quanto Ella aveva sperimentato di essere stata «resa gradita» (κεχαριτωμένη, Kexaritoméne) a Dio, mediante l’influsso della grazia. Questo è il vero senso di quel «gratia plena», che ancora oggi recitiamo nella preghiera dell’Ave Maria, ma spesso senza comprenderne appieno il significato. Il participio perfetto passivo del verbo karitoo indica che si tratta di un’azione passata della grazia su Maria, un’azione dunque anteriore all’Annunciazione, per mezzo della quale Maria aveva sentito di essere interiormente orientata verso un evento futuro ancora sconosciuto. San Tommaso d’Aquino lo spiega dicendo che aveva sperimentato in sé un profondo «desiderio di verginità»; così pure per San Bernardo di Chiaravalle la grazia di Maria era «la grazia della verginità». Orientata da quella grazia Maria era stata preparata a questo giorno: diventare la madre del Figlio di Dio incarnato, ma in un modo verginale.

Un parto simile appare paradossale e difficile da credere, forse anche solo immaginare. Eppure San Luca, nel testo evangelico, ci offre importanti indizi perché noi possiamo accogliere questa verità, come tutta la Tradizione ci insegna. Vediamo da vicino il verso di Lc 1,31 che recita in greco: «Ed ecco, concepirai nel grembo». Questa aggiunta, «nel grembo», è singolare, poco notata e spesso non tradotta, come abbiamo visto nel testo della CEI che si proclama in chiesa oggi. Non c’è in quanto sembra un’integrazione pleonastica, poiché è evidente che una donna concepisca sempre nel grembo. Eppure l’inizio del verso ben si integra nell’insieme della descrizione dei tre momenti:

  1.  Concepirai nel grembo;
  2.  partoriraiun figlio;
  3.  gli porrai nome Gesù.

Solo Maria, in tutta la Scrittura, riceve l’annuncio che il suo concepimento si farà integralmente «nel grembo», sarà quindi completamente interiore e perciò sarà un concepimento verginale. Vediamo perché.

Il versetto rimanda chiaramente alla profezia di Isaia 7, 14 (Versione dei LXX), ripresa anche da Matteo (1,23) durante l’annuncio a Giuseppe in sogno:

«Ecco la vergine avrà nel grembo e darà alla luce un figlio e chiameranno il suo nome Emmanuele».

In San Luca, trattandosi di un dialogo fra l’Angelo e Maria, si usa la seconda persona (concepirai) e il soggetto è chiaramente Maria, non più la vergine di Isaia o di San Matteo. Anche perché all’inizio del brano, fra l’altro, era già stato detto chiaramente due volte che Lei era «una vergine, promessa sposa»; e che «la vergine si chiamava Maria». Ma la cosa più sorprendente è l’uso da parte di Luca del verbo. Non più «avrai nel grembo» come in Isaia e Matteo, ma «concepirai nel grembo». Un’espressione nuova che va nella direzione di escludere ogni partecipazione maschile, perciò umana, da questo concepimento. Nell’Antico Testamento una donna «riceve nel grembo» (Is 8, 3) il seme maschile, oppure «ha nel grembo» (Gn 38, 25) dopo un rapporto con un uomo. Ma qui in Luca è chiaramente escluso dalle parole di Maria: «Non conosco uomo» (Lc 1, 34) e cioè «sono vergine». Per questo San Luca preferisce usare il verbo «concepire» (sullambánein), anch’esso molto frequente nell’Antico Testamento, però sempre senza l’aggiunta «nel grembo». L’Evangelista infatti adopera due volte il verbo «concepire», con l’aggiunta apparentemente superflua di «nel grembo» e lo fa unicamente riferendosi a Maria. Non lo fa, per esempio, con Elisabetta (Lc 1, 24.36); per Maria invece si, in questo brano e in Luca 2,21:

«…come era stato chiamato [Gesù] dall’Angelo, prima di essere stato concepito nel grembo».

Sembrano solo parole, eppure qui Luca sta dicendo che il concepimento di Maria sarà vero, corporale, come lascia intendere la ripresa dell’antico verbo: concepire; eppure sarà nuovo, unico e diverso per Maria, ovvero senza concorso umano, maschile, totalmente verginale. Richiedeva cioè una «potenza» diversa, un’azione fecondante di tipo spirituale. È quanto l’Angelo spiegherà a Maria a fronte della sua vera obiezione:

«Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio» (v. 35).

Mi scuso se, data l’odierna Solennità, non mi sono soffermato sul Dogma dell’Immacolata Concezione, sul suo significato storico e teologico, sul peccato originale per esempio, come spesso si fa. Mi è sembrato più opportuno e avvincente soffermarmi sulle basi scritturistiche da cui tutto scaturisce come una sorgente. Si nota, infatti, nel brano odierno del Vangelo della Solennità, una bella continuità. Dal verso di Lc 1, 28, dove alla Vergine viene dato il titolo di «gratia plena», sappiamo che Maria, da molto tempo, è stata preparata dalla grazia alla sua missione futura. Al momento dell’Incarnazione, l’Angelo le porta il grande e nuovo messaggio: il suo prossimo concepimento si realizzerà «nel grembo», cioè senza concorso umano. Sarà quindi un concepimento verginale, effettuato in Lei dallo Spirito Santo. La Sua Immacolata Concezione è perciò mirabilmente descritta dalla lunga preparazione della grazia in Maria in vista dell’Incarnazione, «nel suo grembo», del Figlio di Dio. C’è quindi una perfetta continuità ben presentata dall’Evangelista Luca. Maria, piena di Grazia, dopo aver «concepito» e partorito «santamente» (v. 35) suo figlio sotto l’azione dello Spirito Santo, può presentarlo agli uomini come Figlio di Dio, il cui nome è Gesù. Questo è il mistero grande che finalmente è rivelato agli uomini. Ma al centro di tutto il racconto sta la Vergine Maria.

In questo senso risultano appropriate le parole del Vescovo Andrea di Creta (+740) riferite a Maria:

«Il corpo della Vergine è una terra che Dio seminò, le primizie della materia adamitica divinizzata da Cristo, l’immagine che rassomiglia alla bellezza primitiva, l’argilla modellata dalle mani dell’artigiano» (Omelia 1 sulla Dormizione della Beata Vergine Maria (PG 97,1068).

Dall’Eremo, 8 dicembre 2024

Solennità della Beata Vergine Maria Immacolata

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Et adventum salvatoris nostri Iesu Christi

1 Dicembre 2024/in Omiletica/da Monaco Eremita

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

ET ADVENTUM SALVATORIS NOSTRI IESU CHRISTI

La prima domenica di Avvento è la porta d’ingresso di un nuovo anno liturgico, stavolta designato con la lettera «C», nel quale i brani evangelici della domenica saranno tratti dal Vangelo di Luca …

 

AutoreMonaco Eremita

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Monaco Eremita 

 

 

 

 

 

 

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La prima domenica di Avvento è la porta d’ingresso di un nuovo anno liturgico, stavolta designato con la lettera «C», nel quale i brani evangelici della domenica saranno tratti dal Vangelo di Luca.

Questo scritto costituisce la prima parte di un’unica opera, la seconda della quale sono gli Atti degli Apostoli. Costruendo questo complesso letterario Luca ha voluto mostrare che la vita della Chiesa è radicata in Cristo e trova in lui il suo centro di gravità. Non a caso gli Atti iniziano riassumendo così il terzo Vangelo:

«Nel primo racconto, o Teofilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito santo» (At 1,1-2).

E tra «ciò che Gesù fece e insegnò» vi è il discorso escatologico, quello sulle cose ultime, da cui è tratta la pericope di questa prima domenica di Avvento. Leggiamola:

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo» (Lc 21,25-28.34-36).

Il capitolo 21 del Vangelo lucano, costruito attorno al discorso escatologico del capitolo 13 di Marco, è un esempio di quel genere letterario presente anche in altri scritti del Nuovo Testamento e in particolare nell’ultimo libro del canone cristiano: l’Apocalisse. È una modalità di presentare la realtà che non ci deve spaventare, ma nemmeno distoglierci dal messaggio che porta e a volte cela. Per trovare un paragone musicale, è come il Dies irae della Messa da Requiem di Verdi. Dapprima intervengono tutti gli archi ed emergono le percussioni, tamburi e grancasse. Poi cessano improvvisamente il suono ed ecco, finalmente, il senso di quanto è stato eseguito:

«Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo» (Lc 21,36).

Tutto questo movimento, nel brano odierno, prende avvio da un apparentemente innocuo apprezzamento fatto da alcuni discepoli, al v. 5: «Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, [Gesù] disse:

«Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta».

Così Gesù anziché sintonizzarsi sulla questione estetica della bellezza del tempio inizia un discorso escatologico sulla rovina di esso e di Gerusalemme, sulle catastrofi cosmiche e sul ritorno del Figlio dell’Uomo che copre l’intero capitolo fino al versetto sulla vigilanza cui abbiamo accennato, che lo chiude.

In tutto questo discorso Gesù spiega che la distruzione del tempio non è segno della fine del mondo (Lc 21,5-9), ma inizio dei «tempi delle genti» (cfr. καιροὶ ἐθνῶν di Lc 21,24), che sono poi i tempi della storia, i quali avranno termine con la venuta del Figlio dell’uomo. San Luca accenna rapidamente alla parusia – «Allora vedranno il Figlio dell’Uomo venire su una nube con grande potenza e gloria» (Lc 21,27) – poiché preferisce piuttosto soffermarsi sulle reazioni degli uomini dinanzi agli eventi escatologici. Se l’accento è posto sulla storia, perché è il luogo in cui il credente è chiamato a sperare, vigilando e pregando, in mezzo alle tribolazioni, la venuta gloriosa del Signore è vista da Luca framezzo le reazioni che produce sugli uomini. Gli eventi catastrofici nella natura o nella storia, in cielo o sulla terra, che saranno motivo di angoscia e smarrimento, di attesa ansiosa, di paura e morte per tanti uomini; per i credenti, invece, potranno essere il segno dell’avvicinarsi della salvezza: «Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21,28). Sollevare la testa significa anche alzare gli occhi e vedere ciò che a molti resta invisibile, quella salvezza che avanza tra le tribolazioni che si dipanano nel tempo. Quel «Regno» che emerge da dietro le macerie della storia, fondato sulla promessa del Signore che resta salda anche nell’accumularsi delle rovine «sulla terra» (Lc 21,25). Nessun pessimismo dunque, nessun far coincidere le catastrofi naturali e storiche per quanto devastanti, come le guerre, le pandemie, le crisi ecologiche, con la fine del mondo, ma anche nessun cinismo, nessuna fuga dai dolori e dalle assurdità del reale per rifugiarsi in una visione spiritualistica o ingenuamente ottimista.

Per San Luca tutti, credenti e non, sono sottomessi al rischio di essere soverchiati e schiacciati dagli eventi che devono succedere, soprattutto i credenti se non veglieranno e non pregheranno (cfr. Lc 21,34). Le paure collettive, le angosce planetarie che schiavizzano uomini e donne, rendendoli preda di ciò che potrà accadere – «gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra» (Lc 21,26) – costituiscono un dramma escatologico che investe l’intero ecumene (oikouméne: Lc 21,26 cfr. «la faccia di tutta la terra» di Lc 21,35), anche i discepoli.

L’esortazione alla vigilanza allora (Lc 21,34.36) è anzitutto appello alla lucidità, alla sobrietà, a non cercare vie di stordimento e immunizzazione dal peso e dal dolore della realtà e a non lasciarsi ottundere dal «rumore» degli eventi e anche dalla seduzione di certa narrazione, che approfitta delle paure e delle angosce per stravolgere la realtà presentandone una alternativa, come abbiamo sperimentato durante il periodo della pandemia o adesso con le guerre in corso. Vale la pena ripetere; questi eventi catastrofici che saranno colti come segno di «fine» da tanti e quindi motivo di smarrimento, angoscia, paura e morte per molte persone, per i credenti potranno essere segno dell’avvicinarsi della salvezza e nuovo inizio di vita, «perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21,28). Il credente si erge in piedi nell’atteggiamento di chi possiede la speranza nata dalla Risurrezione di Cristo; e forte delle rassicurazioni del Signore intravede il senso di tutto ciò che accade. Ai discepoli che possono lasciarsi sopraffare dalle paure e dalle angosce Gesù ricorda: «Attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita». Sono parole che richiamano quanto il Signore aveva già annunciato in una parabola, riportata nel capitolo 8 di Luca, a riguardo del seme che viene soffocato dalle preoccupazioni.

Termino qui riportando le parole di Papa Benedetto XVI che, commentando questo passo del Vangelo, chiamava in causa la testimonianza cristiana, simile ad una città bene in vista:

«A questo ci richiama oggi la Parola di Dio, tracciando la linea di condotta da seguire per essere pronti alla venuta del Signore. Nel Vangelo di Luca, Gesù dice ai discepoli: “I vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita … vegliate in ogni momento pregando” (Lc 21,34.36). Dunque, sobrietà e preghiera. E l’apostolo Paolo aggiunge l’invito a “crescere e sovrabbondare nell’amore” tra noi e verso tutti, per rendere saldi i nostri cuori e irreprensibili nella santità (cfr. 1Ts 3,12-13). In mezzo agli sconvolgimenti del mondo, o ai deserti dell’indifferenza e del materialismo, i cristiani accolgono da Dio la salvezza e la testimoniano con un diverso modo di vivere, come una città posta sopra un monte. “In quei giorni – annuncia il profeta Geremia – Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia” (33,16). La comunità dei credenti è segno dell’amore di Dio, della sua giustizia che è già presente e operante nella storia ma che non è ancora pienamente realizzata, e pertanto va sempre attesa, invocata, ricercata con pazienza e coraggio» (Angelus 2.12.2012).

Dall’Eremo, 1° dicembre 2024

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La croce di Cristo Re che porta sulle sue spalle il segno del trionfo

24 Novembre 2024/in Omiletica/da Monaco Eremita

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LA CROCE DI CRISTO RE CHE PORTA SULLE SUE SPALLE IL SEGNO DEL TRIONFO 

Cristo portò per sé la croce, e per gli empi era un grande ludibrio ma per i fedeli un grande mistero. Cristo porta la croce come un re porta il suo scettro, come segno della sua gloria, della sua sovranità universale su tutti. La porta come un guerriero vittorioso porta il trofeo della sua vittoria

 

AutoreMonaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

 

 

 

 

 

 

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Se Domenica scorsa è stato proclamato l’annuncio della seconda venuta di Cristo «sulle nubi con grande potenza e gloria» (Mc 13, 26), oggi, nell’ultima Domenica di questo Anno Liturgico, riapriamo il Vangelo secondo Giovanni nel punto dove viene svelata una qualità peculiare del Signore veniente, la sua regalità. Il singolare contesto, la passione del Signore, e l’interlocutore, un funzionario imperiale, rendono particolarmente intrigante la comprensione della regalità che Gesù incarna.

Ciò che il mondo rappresentato da Pilato non può capire, lo comprende invece chi con fede si apre ad una rivelazione inusitata e sorprendente. Leggiamo il brano.

«In quel tempo, Pilato disse a Gesù: “Sei tu il re dei Giudei?”. Gesù rispose: “Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?”. Pilato disse: “Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?”. Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”. Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”» (Gv 18,33-37).

Viene descritto qui il primo dei due confronti che Pilato ebbe con Gesù all’interno del Pretorio. Essi culmineranno in quella scena centrale di tutta la narrazione della passione secondo San Giovanni, avvenuta sul Litòstroto, dove Pilato pronunciò le parole: «Ecco il vostro Re» (Gv 19,14). Per dare risalto all’importanza della scena ed alla profondità di significato delle parole pronunciate, Giovanni annoterà che in quello stesso momento venivano preparati gli agnelli della Pasqua, nel giorno di Parasceve.

Nel brano evangelico di questa domenica Pilato, senza perder tempo, arriva subito al punto e alla questione cruciale che più gli interessa: «Sei tu il re dei Giudei?». Per il Prefetto romano, rappresentante del potere imperiale, questa domanda evidenzia una preoccupazione circa il governo dei suoi territori. In occasione della Pasqua ebraica, infatti, il Prefetto si spostava, truppe al seguito, da Cesarea a Gerusalemme, proprio per scongiurare che una sommossa potesse destabilizzare l’ordine e la pax romana. Ma, come diversi commentatori fanno risaltare, l’espressione «Re dei giudei» che Pilato utilizza può essere compresa, nel nostro brano, almeno in due altri modi, diversi da quello che egli probabilmente intende. I giudei, con quell’espressione, intendevano il re messia atteso fin dall’epoca di Davide per il tempo della salvezza, investito di una missione sia religiosa che politico-nazionale. Il termine Re ha qui, pertanto, in tale contesto, un significato terreno e storico, con anche un’allusione ad un contenuto teologico. Nella storia biblica, ambedue sono strettamente legati e impiegati l’uno per l’altro; tanto che i due significati giocheranno un ruolo decisivo nell’accusa rivolta a Gesù.

Ma bisogna tener conto del senso che le parole devono aver avuto per Gesù, particolarmente indicativo per la comprensione della festa di oggi. Sulla bocca di Gesù questo titolo rivela un nuovo significato, che solo San Giovanni mette in luce e fa risaltare. Gesù accettando il titolo e rispondendo: «Tu lo dici: Io sono re», nello stesso tempo nega il significato che Pilato vuole attribuirgli, per insistere invece sulla sua speciale regalità. Gesù si rifiuta di incarnare un messianismo terreno, come quello evocato già nelle tentazioni nel deserto, in particolare nella versione lucana della prova: «Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo» (Lc 4,5-7). «Tutto il mondo appartiene a Satana, che è disposto a dare a Gesù il potere su tutti i regni della terra. Ma Gesù, fin dall’inizio della sua vita pubblica, rifiuta radicalmente di fondare un regno terreno» (cfr. Ignace de La Potterie, La passione di Gesù secondo il Vangelo di Giovanni, 1993). Se la regalità di Cristo deve essere compresa in un altro modo, questo non deve portarci all’idea contrapposta, ovvero ad immaginare un Messia estraniato dal mondo. Il testo del vangelo di questa domenica va letto con attenzione. In greco, le parole di Gesù al v. 36 sono, alla lettera: «Il mio regno non è «da» questo mondo». Quanta differenza rispetto agli apocrifi. «In certi scritti gnostici ispirati dal quarto vangelo, per esempio gli Atti di Pilato, viene introdotta in questo testo la piccola modifica seguente: «Il mio regno non è «in» questo mondo»; il che ha evidentemente un significato del tutto differente e porta a una separazione tra il mondo e il regno di Dio». Le parole di Gesù invece significano che «la regalità di Cristo non si fonda sui poteri di questo mondo e non è minimamente ispirata a questi. È una sovranità nel mondo, ma che si realizza in maniera diversa dal potere terreno e attinge la sua ispirazione da un’altra fonte» (cfr. Ignace de La Potterie).

Pilato era un funzionario esperto, concreto e, alla bisogna, violento e spietato. Secondo San Giovanni alle parole di Gesù, quasi sorpreso, non poté che chiedere: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù:

«Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

E qui che il Signore specifica il senso profondo della sua regalità e da dove scaturisce. La sua fonte è nel Padre che lo ha inviato, per divenire la via della verità e della vita. Afferma Giovanni nel Prologo:

«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno della grazia della verità» (Gv 1, 14).

Continua poi incalzante San Giovanni:

«Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia della verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1, 16-18).

La verità dunque che Gesù porta all’umanità come una grazia, un dono e una missione dal Padre, è la sua rivelazione. Non una semplice verità astratta ed asettica, ma la vita, la parola, l’esistenza tutta del Signore Gesù, nella pienezza inesauribile del suo significato di amore, di salvezza e di vita nel Padre, per ogni persona che si apre ad essa e vi aderisce con la fede. In ogni uomo o donna che accoglie la verità di Cristo Egli regna nella pace. E questo nonostante la regalità del Signore sia dovuta passare attraverso il crogiuolo della passione, di cui la scena evangelica di questa domenica è il prodromo. Ma per San Giovanni, e solo per lui, proprio la passione sarà la manifestazione della regalità di Gesù: Il Cristo regna dalla Croce.

Giovanni, mentre racconta la passione di Cristo, non nega la realtà o la materialità degli avvenimenti che furono dolorosi. Mette però in rilievo, a differenza dei Sinottici, l’aspetto di regalità e di trionfo, di vittoria sul male e il valore salvifico, che è insito nella passione e nella morte subita da Gesù Cristo: mentre la narra ci dona anche il senso degli eventi. Questi aspetti emergono già durante il processo e poi alla crocifissione di Gesù. Alla fine del processo romano Pilato conduce Gesù di fronte alla folla e dice: «Ecce homo, Ecco l’uomo» (Gv 19,5). Gesù in quel momento indossa i simboli della regalità e oltre alla corona di spine ha ancora il mantello. Mentre i vangeli sinottici dicono che la porpora gli fu tolta causandogli dolore, nel Quarto Vangelo si ha addirittura l’impressione che Gesù vada verso la croce indossando ancora sia la porpora che la corona. E c’è un impressionante parallelismo, anche letterario, tra la scena avvenuta nel pretorio, nel luogo chiamato Gabbatà (Gv 19, 13-16), e quanto accade ai piedi della croce, sul Golgota (Gv 19, 17-22). In entrambi i casi Giovanni pone l’accento sul tema della regalità e in entrambi i casi è Pilato, cioè il detentore del più alto potere civile, che rende gli onori a Gesù. «Ecco il vostro re» dice alla folla radunata davanti al pretorio (Gv 19,14); poi sopra la croce egli fa scrivere: «Il re dei Giudei» (Gv 19,19). Questa è, di fronte al mondo, una proclamazione della regalità di Cristo fatta in tre lingue: in ebraico, la lingua di Israele, in greco, la lingua della cultura; e in latino, la lingua del potere civile. L’episodio, ancora una volta, viene raccontato solo da San Giovanni. E non è un caso se nella tradizione cristiana la Via crucis, ispirata principalmente al racconto di Giovani, diventerà una via trionfale. Così pure non poche croci dipinte, come il celebre Crocifisso di San Damiano in Assisi che parlò a San Francesco, raffigurano Gesù secondo la tipologia del Christus triumphans. Giovanni scrive che Gesù esce dalla città: «Et baiulans sibi crucem». Abitualmente viene tradotto: «Portando la croce da sé». In realtà la traduzione corretta è: «Portando la croce per sé», cioè portandola come strumento della sua vittoria. San Tommaso d’Aquino conferma questa traduzione e dice: «Cristo portò per sé la croce, e per gli empi era un grande ludibrio ma per i fedeli un grande mistero. Cristo porta la croce come un re porta il suo scettro, come segno della sua gloria, della sua sovranità universale su tutti. La porta come un guerriero vittorioso porta il trofeo della sua vittoria». E nei primi secoli san Giovanni Crisostomo aveva già usato un’espressione analoga: «Egli portò sulle proprie spalle il segno del trionfo».

Dall’Eremo, 24 novembre 2024

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Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno

17 Novembre 2024/in Omiletica/da Monaco Eremita

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL CIELO E LA TERRA PASSERANNO, MA LE MIE PAROLE NON PASSERANNO

In questa condizione il credente può dunque assumere spiritualmente la dimensione della venuta del Signore nello spazio dell’attesa. Essa non sarà angosciosa o foriera di ansie, piuttosto colma di fiducia, poiché poggia sull’assicurazione del Signore: «Io vengo presto»

 

AutoreMonaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

 

 

 

 

 

 

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Un evento certo, ma di cui non si sa quando accadrà, esige che lo si attenda. È ciò che emerge dalla pagina evangelica di questa domenica. Tratta dal discorso escatologico di Marco (Cap. 13), essa annuncia come sicura la venuta del Signore, ma afferma che la sua data e il suo momento sono incerti. Leggiamola:

«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre”» (Mc 13,24-32).

Il Cap. 13 del Vangelo di Marco prende avvio da due domande dei discepoli rivolte a Gesù all’uscita dal Tempio e sul Monte degli Ulivi:

«Mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: “Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!”. Gesù gli rispose: “Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta” (vv.1.2). «Mentre stava sul monte degli Ulivi, seduto di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte: “Di’ a noi: quando accadranno queste cose e quale sarà il segno quando tutte queste cose staranno per compiersi?”» (vv. 3.4).

Gesù non risponde subito alla domanda dei quattro discepoli, ma nel frattempo ha l’occasione per parlare delle ultime cose. Le parole di Gesù che descrivono l’arrivare di codeste «cose ultime», in «quei giorni», sono una ripresa di testi profetici di Isaia, Gioele e Daniele. Chi le udiva sulla bocca di Gesù, probabilmente ne comprendeva il senso meglio di noi, che dopo tanti anni di distanza facciamo fatica ad orientarci. In realtà il linguaggio apocalittico non è lontano dalla nostra cultura, anzi essa ne è fortemente permeata. Bisogna tener presente, però, che detto linguaggio è un «genere letterario», quindi non un racconto storico o un trattato di scienza. Purtroppo molti credenti lo interpretano proprio così, leggendo eventi presenti come realizzazione delle parole di Gesù. Il linguaggio escatologico ha una sua propria chiave e come tale va interpretato. È un genere che nasce dalla confluenza della corrente sapienziale e profetica. Soprattutto quando quest’ultima finisce si attenderà in Israele un profeta che avrebbe sistemato le cose: «Riposero le pietre sul monte del tempio in luogo conveniente, finché fosse comparso un profeta a decidere di esse» (1Mac 4, 46). Del resto non possiamo pensare che Gesù volesse dire che la fine del mondo accadrà proprio come l’ha descritta. E poi, siamo sicuri che Egli stesse parlando della «fine del mondo», e non, invece, di un nuovo inizio? Perché dice che «questa generazione» vedrà quanto da lui annunciato.

La figura centrale del Vangelo odierno è quella del Figlio dell’Uomo. Mentre precedentemente il Signore aveva parlato del suo destino sofferente, stavolta dà ragione a ciò che si pensava di questo personaggio all’epoca e quindi fra i discepoli. Il Figlio dell’Uomo è una figura potente, quasi un’ipostasi divina come la descrive il profeta Daniele (7, 13-14), il cui compito principale sembra essere quello del giudice (Libro dei Giubilei). Gesù si descrive in tale modo, quando risponde al Sommo Sacerdote che gli domanda se è lui il Messia: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo» (Mc 14,62); e queste parole diventeranno una delle ragioni della sua condanna. Ma oggi Egli parla del Figlio dell’Uomo legandolo ad un tema caro al giudaismo, ovvero il raduno dei dispersi. Sorprendentemente, infatti, per le tradizioni evangeliche esso non avverrà soltanto alla «fine del mondo», ma si è già realizzato in un momento particolare e cioè alla morte del Messia Gesù. Ciò è particolarmente chiaro nel Quarto Vangelo quando San Giovanni riporta le parole di Gesù: «E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Il raduno delle genti operato dal Figlio dell’Uomo è preceduto da sconvolgimenti celesti. Così se andiamo a vedere il modo in cui l’Evangelista Marco descrive la morte del Messia, troviamo che alcuni segni che erano stati annunciati nel brano evangelico di oggi si compiono. Gesù aveva detto che il sole si sarebbe oscurato (Mc 13,24), ed ecco che dopo la crocifissione di Gesù, «venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio» (Mc 15,33). Matteo, amplificando il racconto marciano, aggiunge poi che anche «la terra tremò e le rocce si spaccarono» (Mt 27,51), un richiamo alla frase di Gesù per cui «gli astri si metteranno a cadere dal cielo» (Mc 13,25). Siamo quindi di fronte non solo ad un annuncio di fine del mondo e del tempo. che per altro si era già intravisto nelle parole iniziali del Vangelo: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15). Ma con la venuta del Messia e con la morte del Signore Gesù inizia il tempo escatologico, il tempo della fine, per cui passa la scena di questo mondo: «Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve… passa infatti la figura di questo mondo!» (1Cor 7, 29-31).

In questa condizione il credente può dunque assumere spiritualmente la dimensione della venuta del Signore nello spazio dell’attesa. Essa non sarà angosciosa o foriera di ansie, piuttosto colma di fiducia, poiché poggia sull’assicurazione del Signore: «Io vengo presto» (Ap 22,7). È un atto di fede l’attesa cristiana della seconda venuta del Signore. Essa si diramerà nelle diverse direzioni della pazienza, della resistenza, della perseveranza e soprattutto della speranza. Dice l’Apostolo Paolo: «Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (per patientiam exspectamus, cfr. Rm 8,25). L’attesa paziente diviene persino motivo di beatitudine secondo il libro di Daniele: «Beato chi attenderà con pazienza» (Dn 12,12).

Va sottolineato che il brano evangelico di questa domenica è inquadrato fra due avvertimenti quasi identici: blépete, «guardate», «state attenti»; e agrupneite, «tenete gli occhi ben aperti e abbiate cura» (Mc 13,23.33). Il testo è incastonato all’interno di un’esortazione alla vigilanza e al discernimento. Il tempo della storia è abitato da tribolazioni di cui Marco ha parlato nei versetti precedenti (Mc 13,19-20), tribolazioni che precedono l’evento centrale dell’annuncio escatologico, che porrà fine alla storia accordandole un fine: la venuta del Figlio dell’Uomo. Lo sconvolgimento delle realtà celesti (Mc 13,24-25) dice che è in atto un evento divino, un evento di cui è protagonista il Dio creatore. Ma il sole e la luna, gli astri e le potenze celesti erano anche parte del pantheon degli antichi romani, entità divinizzate ed idoli; e sappiamo che Marco scrive a cristiani di Roma. Perciò qui non è annunciata solo la fine del mondo, ma anche la fine di un mondo, il crollo del mondo degli dèi pagani detronizzati dal Figlio dell’Uomo. E se si afferma che la fine dell’idolatria si compirà con il Regno di Dio instaurato dalla venuta del Signore, si insinua anche che la prassi dei cristiani nel mondo può rappresentare un segno del regnare di Dio; grazie alla vigilanza, per non far regnare su di sé gli idoli. Annunciando la sua venuta gloriosa, Gesù chiede dunque ai cristiani, come gesto profetico, la conversione dagli idoli e dalle potenze mondane. Vivere l’attesa del Signore significa vivere in stato di conversione. Ma la conversione ha come premessa necessaria la vigilanza.

Ecco allora l’immagine dolcissima del fico che germoglia, in tutti i sensi, poiché fa quasi pregustare l’esito finale quando spunterà il frutto maturo. Questa è una parabola del Signore che ci insegna come lo sguardo verso i segni celesti e l’osservazione di quelli terrestri non sono in alternativa. Il futuro si prepara nell’oggi che si vive, sulla terra dove siamo piantati e dove possiamo scorgere molti segnali della venuta gloriosa del Signore. Solo chi sa ben osservare sa anche scorgerli: «Dal fico imparate la parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina» (Mc 13,28).

Dall’Eremo, 17 novembre 2024

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3 Novembre 2024/in Omiletica/da Monaco Eremita

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

 GESÙ AL BUON SCRIBA: «NON SEI LONTANO DAL REGNO DI DIO»

«Uno degli scribi e gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».

 

AutoreMonaco Eremita

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Monaco Eremita 

 

 

 

 

 

 

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Prima del brano evangelico di questa domenica Gesù ha dovuto fronteggiare diversi gruppi di avversari: sacerdoti, scribi e anziani del popolo (Mc 11,27ss.); farisei ed erodiani (Mc 12,13ss.) infine i sadducei (Mc 12,18ss.).

Reggio di Calabria: Gesù e lo scriba, Cattedrale metropolitana di Maria Santissima Assunta

Ora, però, Gli si accosta, da solo, un singolo membro di uno di questi gruppi. Non ha prevenzioni, né una disposizione pregiudizialmente negativa nei confronti di Gesù. Ha appena ascoltato l’ultima discussione coi sadducei sulla Risurrezione e deve averne apprezzato la sapienza. Infatti fra i due si instaura una consonanza sincera. Leggiamo il brano:

«In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi”. Lo scriba gli disse: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”. E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo». (Mc 12,28-34).

La domanda posta dallo scriba: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?», nasce da un’esigenza diffusa fra gli esperti della Torah: esiste un comandamento, una sintesi dei precetti di Dio, da cui dipendono tutti gli altri? I rabbini conteranno 613 comandi nel Talmud babilonese e questa ricerca dell’essenziale, del comandamento a cui «fosse appeso» tutto il resto non è nuova. Nell’Antico Testamento erano già presenti diverse formulazioni di precetti in forma sintetica. Nel Sal 15 ne sono elencati 11, in Is 33,15-16 ce ne sono 6 e così via.  Elaborati in seguito dai saggi d’Israele, venivano suddivisi, in particolare dalla scuola di Rabbi Hillel, in «pesanti» o «leggeri». Anche Gesù sembra accettare questa impostazione e riconosce che vi sono precetti «minimi» (Mt 5,19), che però non possono essere tralasciati.

Gesù risponde citando come primo comandamento l’inizio dello Shema, la professione di fede nel Signore Dio ripetuta tre volte al giorno da ogni credente ebreo, centrale in tutta la tradizione rabbinica:

«Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5).

Secondo questa preghiera l’ascolto ha un primato assoluto ed è la modalità di relazione decisiva dell’uomo nei confronti di Dio. Un ascolto obbediente sta poi alla base dell’amore verso Dio e non solo, come vedremo. A ben guardare le parole del Deuteronomio, riprese da Gesù, delineano un percorso teologico, spirituale ed affettivo che partendo dall’ascolto, «Ascolta, Israele», conduce alla fede, «Il Signore è il nostro Dio»; dalla fede alla sua conoscenza intima, «Il Signore è uno», e dalla conoscenza all’amore: «Amerai il Signore». Questa conoscenza sempre più penetrante che contraddistingue il monoteismo ebraico e che ha influito sul Cristianesimo e poi sull’Islam è qualcosa di originale e unico nel panorama culturale e religioso del tempo. Essa non nasce da un’idea, da una riflessione filosofica, come poté succedere in Grecia, ma dall’esperienza che Dio ha agito nella storia in favore del suo popolo, salvandolo e facendo alleanza con esso. Da questa rivelazione che richiede un riconoscimento si approda al rapporto di amore per Dio, per cui noi siamo suoi e Lui è per noi. Unico e solo Dio che si ama con tutte le potenze dell’anima umana.

Ma c’è di più. Mentre lo scriba domanda a Gesù un solo comandamento, ecco che Lui ne avanza un secondo, citando quello dell’amore per il prossimo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Lv 19,18). La versione completa del versetto del Levitico recita:

«Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore».

L’amore per il prossimo anche dalla tradizione precedente a Gesù veniva considerato un precetto fondamentale, che, insieme al precetto dell’amore per Dio, condensava tutta la Torah. Ma Gesù collega i due comandi, coniugando in modo indissolubile l’amore di Dio con quello per il prossimo. Per Gesù i due precetti uniscono il cielo alla terra; l’uomo a Dio e l’uomo all’uomo: l’amore «verticale» che implica amare Dio e quello «orizzontale» che chiede di amare il prossimo non possono essere più separati. Da questa risposta, pertanto, sembra che non possa esistere l’amore per Dio senza quello per il prossimo. Il primo comandamento implica il secondo e il secondo presuppone il primo.

È importante riflettere sulla novità, a livello dei contenuti della fede, che questo accostamento di passi biblici porta con sé. È indubbio che Gesù stabilisca una precisa gerarchia tra i due precetti, ponendo l’amore per Dio al di sopra di tutto. Nello stesso tempo, però, risalendo la volontà del Legislatore, egli discerne che amore di Dio e del prossimo sono in stretta connessione tra loro: la Legge e i Profeti sono riassunti e dipendono dall’amore di Dio e del prossimo, mai l’uno senza l’altro. Non a caso nella versione di Matteo il secondo comandamento è definito simile al primo (Mt 22,39), mentre l’evangelista Luca li unisce addirittura in un solo grande comandamento: «Amerai il Signore Dio tuo […] e il prossimo tuo» (Lc 10,27). In altre parole, se è vero che ogni essere umano è creato da Dio a sua immagine (Gen 1,26-27), non è possibile pretendere di amare Dio e, contemporaneamente, disprezzare la sua immagine sulla terra.

La tradizione cristiana ha declinato in modi diversi l’amore per Dio, esprimendolo come un movimento di ricerca, anelito o desiderio. Oppure l’amore per Lui è stato colto come un obbedire, nel senso proprio di ascoltare la sua parola e corrispondervi. È l’amore che cerca di realizzare la volontà di Dio e di vivere come Lui vuole. In ogni caso, a dispetto di quel che il mondo pensa, mondo che curiosamente si lega a molti dèi e idoli, fino a esserne schiavo, l’amore cristiano è liberante perché inscritto in questa relazione con Dio che lo esalta e lo fortifica e come un polo attrae verso di sé ogni tipo di amore che l’uomo può costruire sulla terra.

Infine, nel Vangelo di Giovanni, Gesù compirà un ulteriore passo quando affermerà: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 13,34; 15,12), ossia senza misura, «fino alla fine» (Gv 13,1). In questa ardita sintesi, Gesù non esplicita neppure la richiesta di amare Dio, perché sa bene che quando le persone si amano le une e le altre, nel fare questo vivono già l’amore di Dio. Questo reciproco amore diviene anche il segno riconoscibile dei discepoli di Gesù:

«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).

A questo punto tutti si fermano, come soddisfatti, e non vanno oltre. Del resto quale argomento è più coinvolgente e totalizzante dell’amore, soprattutto se è rivolto a Dio. Mi piace, invece, concludere ricordando ancora questo scriba che ha provocato le risposte di Gesù. Il fatto, per esempio, che egli abbia atteso il momento opportuno per avvicinarlo. In fondo, dopo tutte quelle discussioni con chi voleva metterlo alla prova, Gesù poteva anche declinare e dire basta. Invece il Signore deve aver trovato la sua domanda pertinente e ne ha preso spunto per un insegnamento nuovo che ancora oggi troviamo inesauribile. Questo scriba ribatte a Gesù che ha ben parlato, ricalca le sue parole, unificandole in un unico comandamento che le ricapitola. Infine riconosce che questo comandamento supera perfino il sistema dei sacrifici e degli olocausti che, in quel momento, rappresentava un articolo importante del credo e del culto ebraico. Si merita perciò ampiamente quell’elogio di Gesù che rimarrà per sempre: «Non sei lontano dal regno di Dio».

Dall’Eremo, 3 novembre 2024

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Quella luce della fede che restituisce la vista ai ciechi

27 Ottobre 2024/in Omiletica/da Monaco Eremita

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

QUELLA LUCE DELLA FEDE CHE RESTITUISCE LA VISTA AI CIECHI

I discepoli devono finalmente aprire gli occhi, soprattutto quelli del cuore e della fede, per vedere bene ciò che sta per accadere, e cioè lo scandalo del Messia sconfitto, cogliendone tutto il suo significato e valore salvifico.

 

AutoreMonaco Eremita

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Monaco Eremita 

 

 

 

 

 

 

 

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Vi sono molti racconti nei Vangeli, in cui si mette in evidenza la sollecitudine e la premura con cui Gesù si prende cura dei malati: egli li cura nel corpo e nello spirito e raccomanda ai suoi discepoli di fare altrettanto.

il chirurgo Grazia Pertile (a destra) durante un intervento alla retina nell’Ospedale di Negrar (Verona)

Quando Giovanni Battista manda due suoi discepoli a chiedere un contrassegno del Messia, Gesù afferma la propria identità con le parole: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito; i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti resuscitano» (Lc 7, 22). In questa Domenica, trentesima del tempo ordinario, ascoltiamo proprio della guarigione di un cieco.

«In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada» (Mc 10,46-52).

Il Vangelo odierno ci racconta l’ultimo miracolo compiuto da Gesù durante la sua vita terrena, se non prendiamo in considerazione la menzione di Matteo: «Gli si avvicinarono nel tempio ciechi e storpi, ed egli li guarì» (Mt 21,14); e l’episodio, narrato da Luca nel racconto della passione, quando Gesù risana l’orecchio del servo del sommo sacerdote colpito da uno dei suoi (Lc 22, 51).

Questa guarigione del cieco Bartimeo è emblematica, poiché nel piano narrativo del secondo Vangelo, subito dopo aver detto: «la tua fede ti ha salvato», Gesù riprende velocemente il cammino. Il verso iniziale completo che recita: «E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla» (v. 46) esprime infatti tutta la fretta di Gesù di portare a termine il suo viaggio che lo porterà a Gerusalemme dove si compirà il suo destino umano e la sua missione. Manca ancora un breve tratto in salita (cfr Lc 10,30) e il cieco ormai guarito: «prese a seguirlo per strada» (v. 52).

Tenendo così presenti questi accenni e, in particolare, che la guarigione avviene a questo punto del ministero di Gesù, in prossimità della sua passione, comprendiamo che per Marco essa possa avere un valore simbolico rilevante. Come a voler dire che i discepoli devono finalmente aprire gli occhi, soprattutto quelli del cuore e della fede, per vedere bene ciò che sta per accadere, e cioè lo scandalo del Messia sconfitto, cogliendone tutto il suo significato e valore salvifico. Il racconto marciano del viaggio di Gesù ha avuto come intento principale quello di mostrare chi è Colui di cui si sta parlando. Non a caso lo scritto del secondo Vangelo è intimamente orientato verso il momento in cui il centurione romano, di fronte alla morte in croce di Gesù Cristo, dice: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39). È presso la Croce che si svela il mistero di Gesù Cristo. Secondo le intenzioni narrative di Marco l’identità di quel «Nascosto» che era Gesù (cfr il «segreto messianico) e che solo in momenti particolari, come la Trasfigurazione, si era rivelata agli occhi di pochi discepoli, adesso, al momento della crocifissione, è palesata attraverso le parole di un pagano.

Chi ha letto il Vangelo di Marco fin qui si ricorda che all’inizio del suo viaggio verso Gerusalemme Gesù aveva guarito un altro cieco. Un episodio che è stato più volte riprodotto dai pittori nel corso dei secoli, insieme a quello del cieco nato di Gv 9. Quella volta la guarigione fu alquanto macchinosa e per ben due volte il Signore dovette imporre le mani sugli occhi del cieco che iniziava a vedere pian piano. Infatti invece di vedere persone vedeva «alberi che camminano» (Mc 8,24). Ora, quasi alle porte della città santa, per guarire Bartimeo non serve più il gesto dell’imposizione delle mani, ma soltanto la fede è necessaria.

Si capisce così che Marco non ha solo voglia di narrare un consueto atto di potenza da parte di Gesù, ma, soprattutto in questo momento, fare di esso una catechesi sulla vera fede, nascosta fra le pieghe del testo e valida per i credenti d’ogni generazione. Bartimeo che grida verso Gesù, che lo invoca forte: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!», mentre gli altri gli intimavano di star zitto, è l’esempio del discepolo che cerca insistentemente da Gesù la salvezza, mostrando in Lui fiducia. Questa fede di Bartimeo costringe Gesù a fermarsi, «Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!», ed è tanto forte, come la sua voce, che Gesù non ha bisogno di toccarlo, ma questa sola basta perché il miracolo avvenga: «E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». Lungo il viaggio descritto in Mc 8,22-10,52 Gesù ha insegnato ai suoi discepoli chi Egli sia, ciò che lo aspetta a Gerusalemme e cosa significhi seguire lui. Ma i più vicini a Gesù non lo hanno capito, hanno cercato piuttosto onori e primazie. Questo cieco che chiama Gesù col titolo messianico di Figlio di Davide e che interpellato si rivolge a Lui con quella variante aramaica, Rabbuni maestro mio, conservata solo qui da Marco e poi da Giovanni quando Maddalena riconosce Gesù Risorto (Gv 20, 16), esprime in questo modo il desiderio di ogni credente di alzare lo sguardo da terra, di vedere di nuovo, di sollevare la vista; la vista a questo punto della fede. Così possiamo interpretare quel verbo (ἀναβλέψω, anablepso) utilizzato da Marco per esprimere la volontà del cieco: «Rabbunì, che io veda di nuovo!».

Bartimeo ricevuto il dono della vista e della fede si incammina sulla strada di Gesù, quella che porta a Gerusalemme. Diviene l’emblema del discepolo che ha riconosciuto chi è Gesù e non si scandalizza se la sua strada lo porterà alla sofferenza e alla morte per mano delle autorità giudaiche e romane, perché grazie alla fede intravede il mistero salvifico nascosto in esse.

E da ultimo un’annotazione ormai riconosciuta da diversi esegeti. Questo cieco porta un nome curioso che non ritroviamo in alcun elenco di nomi del tempo di Gesù. Un nome per metà aramaico (bar) e per metà greco: il figlio di Timèo. Se il Vangelo di Marco, come riporta un’antica tradizione, fu scritto a Roma, diversi lettori istruiti e colti di allora non potevano non pensare al Timeo, uno dei più importanti dialoghi di Platone. È possibile che anche questo, nell’intento di Marco, sia un velato accenno. Non a caso Bartimeo si chiama così, come un greco, travestito da mendicante cieco attraverso il quale la cultura greca cerca un contatto con Gesù.

Scopriamo così che nascosta fra le pieghe di quello che inizialmente poteva apparire come l’ennesimo racconto di un miracolo, è celata la testimonianza di un’autentica fede e la ricerca sincera di un contatto fra culture. Del resto Marco ci aveva già abituato all’incontro del cristianesimo con mondi diversi. Pensiamo all’indemoniato Legione nella terra dei geraseni (Mc 5, 1) e alla donna di lingua greca che domanda a Gesù la guarigione per la figlia (Mc 7, 24-30). 

L’opera di Marco, come si evince dai dati interni al testo, quali la conoscenza di diverse parole latine, è tradizionalmente ritenuta il Vangelo portato nel cuore del paganesimo, Roma, ed emanazione della predicazione di Pietro in quella città. Nella figura di quel povero cieco al bordo della strada tra Gerico e Gerusalemme vi è forse racchiusa la speranza di uomini e donne di ogni parte che desiderano vedere e credere in Gesù per seguirlo.

Dall’Eremo, 27 ottobre 2024

 

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La richiesta davvero piccola di Giacomo e Giovanni: «Signore, concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra»

20 Ottobre 2024/in Omiletica/da Monaco Eremita

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

LA RICHIESTA DAVVERO PICCOLA DI GIACOMO E GIOVANNI: «SIGNORE, CONCEDICI DI SEDERE, NELLA TUA GLORIA, UNO ALLA TUA DESTRA E UNO ALLA TUA SINISTRA»

Della pagina evangelica di questa domenica si potrebbero sottolineare molte cose, anche importanti, che vanno dalla menzione della morte salvifica come bere un calice o ricevere un Battesimo, alla risposta di Gesù: «Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti».

 

AutoreMonaco Eremita

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Monaco Eremita 

 

 

 

 

 

 

 

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Dal Vangelo secondo Marco: «In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. Egli disse loro: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Gli risposero: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Gesù disse loro: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?”. Gli risposero: “Lo possiamo”. E Gesù disse loro: “Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato”». Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «”Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”» (Mc 10,35-45).

Andrea Mantegna, Crocifissione (1457-1459), Musée du Louvre, Parigi

Per comprendere la conosciuta scena che il Vangelo odierno ci presenta dovremo fare un passo indietro e rileggere i tre versetti che la precedono: «Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà”» (Mc 10, 32-34).

Si tratta della terza predizione della sua Passione da parte di Gesù mentre procede camminando verso Gerusalemme e queste parole, premesse al testo odierno, evidenziano uno schema narrativo: a) annuncio della Passione; b) incomprensione da parte dei discepoli; c) ulteriore insegnamento di Gesù sull’essere suoi discepoli. Ci permettono anche di capire il valore teologico delle parole di Gesù ricordate nel passo evangelico. In esso risalta quanto i discepoli siano totalmente allineati con ciò che il mondo, perfino oggi, predilige e cioè l’onore, il rispetto ed una posizione sociale elevata. Le due risposte di Gesù (Mc 9, 33-37 e 10, 41-45) mettono in evidenza da un lato quanto questi discepoli fossero lontani dal modo di intendere la missione per cui Egli era stato inviato e come grossolanamente l’avessero fraintesa. D’altro canto, in un senso positivo, la cantonata dei discepoli ha favorito il ricordo e la trasmissione di un detto di Gesù molto significativo sul modo di intendere il potere nella Chiesa, valido per tutti i tempi.

In particolare viene messo in evidenza dal Signore il suo esempio che diventa paradigmatico per la comunità dei credenti, uno speciale modo di servire che va a beneficio di tanti (anti pollôn, ἀντὶ πολλῶν) descritto come un «dare la propria vita in riscatto per molti» (v. 45). Questo termine usato da Gesù, «riscatto» (in greco: lytron), è singolare e va un po’ spiegato per evitare fraintendimenti col modo attuale di interpretarlo e cioè come un pagamento in denaro allo scopo di liberare una persona rapita per farla uscire dalla prigione nella quale è detenuta. Sulla bocca di Gesù ha un significato teologico. Esso si trova pure nel passo parallelo di Matteo: «E chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20,27-28).

«Riscatto», sfondo scritturale e teologico di questa parola, è la figura del «Servo sofferente» di cui parla il profeta Isaia. Nella Prima Lettura di questa domenica si legge: «Il giusto mio servo giustificherà molti (rabbim in ebraico), egli si addosserà le loro iniquità» (Is 53,11). Un concetto che sarà ripreso anche dalla Prima lettera di Pietro: «Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia» (2,24). Così pure scriveva Isaia: «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,4-5). Quando i cristiani, dopo la morte di Gesù, hanno tentato in vari modi di interpretare in senso salvifico quel fatto tragico, hanno utilizzato diversi linguaggi. Tra gli svariati tipi, quello del sacrificio, dell’espiazione, della soddisfazione o del merito, vi è anche quello del «riscatto». Ciò «Significa che l’opera della liberazione è stata onerosa per Cristo; non che egli abbia pagato il prezzo a Dio come a un creditore esoso. Anzi l’iniziativa parte proprio dall’amore di Dio ed è assolutamente gratuita, come la liberazione dall’Egitto» (Catechismo degli adulti, CEI, nr. 254). Quel linguaggio, che Gesù ha usato paragonandosi al Servo sofferente, esprime infatti un grande amore, quello per il quale il Padre ha mandato il Figlio, fino al punto da permettere che morisse per noi: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).

Della pagina evangelica di questa domenica si potrebbero sottolineare molte cose, anche importanti, che vanno dalla menzione della morte salvifica come bere un calice o ricevere un Battesimo, alla risposta di Gesù: «Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti». Vorrei però concludere facendo risaltare un dettaglio significativo che diventa esemplare per noi, poiché ci dimostra come da una posizione sbagliata si possa invece passare ad una giusta. A differenza di Marco, Matteo fa porre la domanda incriminata a Gesù dalla madre dei figli di Zebedeo (Mt 20,20), una donna rimasta anonima. Diversi interpreti si sono dilungati su questa inclusione per parlare dello status sociale delle donne in quel tempo o per dire che il primo evangelista forse ha voluto evitare di mettere in cattiva luce i due importanti apostoli. Ma quando si tratterà di descrivere la scena della passione, il momento in cui quasi tutti hanno abbandonato Gesù, perfino i suoi discepoli, per Matteo ella invece è presente: «… C’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo» (Mt 27,56). Marco, invece, mostra di non conoscerla, perché nella sua posizione colloca una certa Salome: «Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome» (Mc 15,40). Nella sinfonia dei Vangeli questa donna svolge per noi una funzione fondamentale. Se Matteo infatti è a conoscenza della frase di Mc 15,40, la sostituzione di Salome con «la madre dei figli di Zebedeo» è voluta e serve proprio per completare la definizione del suo ruolo e il processo che aveva preso l’avvio al capitolo 20 del suo Vangelo, prima menzionato, quando aveva posto la domanda a Gesù. Diventa cioè un simbolo: ha seguito, con le altre donne, Gesù, fin dalla Galilea, e si appresta ora ad andare con lui a Gerusalemme. Alla sua domanda di primazia per i figli, Gesù si rivolge anche a lei, insieme ai figli, e la invita a bere il calice che lui sta per bere. Mentre però i figli non lo faranno, «lei, sorprendentemente, che aveva avanzato in modo inappropriato quella richiesta, alla fine berrà quel calice, stando al fianco di Gesù, alla sua esecuzione» (A.J. Saldarini).

Dall’Eremo, 20 ottobre 2024

 

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Gli Apostoli compresero così bene che si misero a discutere su chi fosse tra di loro il più grande

21 Settembre 2024/in Omiletica/da Monaco Eremita

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

GLI APOSTOLI COMPRESERO COSÌ BENE CHE SI MISERO A DISCUTERE SU CHI FOSSE TRA DI LORO IL PIÙ GRANDE

«E il Signore ebbe pietà di questa moltitudine… Prese una bambina, Teresa, e la pose in mezzo agli apostoli; e questa bambina rivelò loro verità così semplici, così attraenti, che i dottori furono costretti a confessare la loro ignoranza, e si fecero discepoli della fanciulletta per insegnare al popolo la sua dottrina».

 

AutoreMonaco Eremita

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Monaco Eremita 

 

 

 

 

 

 

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Il Vangelo di Marco riporta tre annunci della passione (Mc 8,31; 9,31; 10,33 e ssg.). Questo che si legge nel Vangelo della XXV Domenica del tempo ordinario è il secondo e tutti e tre costituiscono un filo redazionale attraverso il quale Marco ha tessuto il racconto che va dalla confessione di Pietro all’ingresso di Gesù in Gerusalemme. Ecco il brano evangelico.

«In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9,30-37).

Gesù, traversando la sua terra di origine, la Galilea, non cerca stavolta il consesso della folla, ma richiedendo l’anonimato piuttosto dedica il suo insegnamento ai discepoli che lo accompagnavano più da presso. Egli cerca di spiegare loro cosa gli accadrà. Ma ogni volta che Gesù parla della propria morte, con uno schema che si ripete, interviene la reazione opposta dei discepoli. Prima Pietro (Mc 8,32-33) e poi tutti gli altri (Mc 9,32) rifiutano o non comprendono le parole del Maestro. Subito dopo gli ultimi due annunci gli apostoli addirittura rivendicano per loro primazia e privilegi (Mc 9,33-37; 35-40). Per questo motivo il brano evangelico di oggi costituisce una piccola unità, formata dalla profezia di Gesù circa il suo destino e poi dall’incomprensione dei discepoli. Quest’ultima è espressa nel nostro brano dal commento di Marco: «Essi però non comprendevano» del v. 32; ed è rafforzata infine con le parole fuori posto degli stessi discepoli, riportate dall’evangelista: «Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande», al v. 34.

Gesù per annunciare la sua passione definisce se stesso come il «Figlio dell’uomo», un’espressione che ricorre tante volte nei Vangeli (ben 82, di cui 14 in Marco) e viene adoperata da Gesù soprattutto per descriversi come protagonista o destinatario di una condizione umiliata e dolorosa, a cui seguirà la sua esaltazione o risurrezione. I discepoli che per un verso si fanno problema di tale destino, dall’altro conoscono evidentemente questa figura che si credeva esistesse in cielo come gli angeli e che era prima del mondo, cioè esisteva quando c’era soltanto Dio (Libro delle parabole di Enoc). Al Figlio dell’uomo Dio concede sue prerogative e poteri, tanto da sembrare un’ipostasi divina. Non è un angelo, non esegue ordini, ha compiti generali ma non comandi precisi: la sua volontà sembra essere la stessa di Dio e i suoi compiti riguardano essenzialmente la giustizia ed il diritto (Dan 7, 13-14). Dato questo sfondo soteriologico e messianico, Gesù, ora, almeno ai discepoli, può rivelarsi per quello che è. Può parlare loro con parresia e affermare che Egli è quel Figlio dell’uomo, figura a noi nota dal libro di Daniele e dall’apocrifo veterotestamentario de Il Libro delle Parabole. E’ l’inizio di un tempo nuovo della missione di Gesù: «E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere» (cfr. Mc 8, 31). Ma per i discepoli è una sorta di doccia fredda, perché Pietro prima ed i discepoli poi sanno che la figura del Figlio dell’uomo è potente e gloriosa, impossibile quindi che vada incontro a sventure, sofferenze, sconfitte. Pietro respinge questa presentazione e Gesù lo bolla come Satana (Mc 8,33), mentre i discepoli parlano d’altro.

Con molta probabilità è per questo che Gesù, dopo qualche giorno, decide di prendere tre dei suoi discepoli a lui più vicini, Pietro, Giacomo e Giovanni e di portarli con se su un alto monte dove «si trasfigurò davanti a loro» (Mc  9, 2). Lì questi discepoli sanno che il Figlio dell’uomo, di cui avevano qualche cognizione, è Figlio di Dio: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!» (Mc 9, 7). Scendendo dal Tabor Gesù ripete l’invito ai discepoli di non parlare a nessuno della visione se non dopo la morte e risurrezione. Per i lettori del Vangelo di Marco è sempre più chiaro che Gesù è quel «nascosto» nel mistero di Dio, destinato a rivelarsi.

Annunciando la sua passione Gesù afferma che verrà consegnato. Il verbo «consegnare» (paradídomi) è molto importante per il racconto delle ultime ore di Gesù. Si ritrova, in Marco, non soltanto negli annunci della passione e risurrezione di Gesù, ma talvolta ha anche Giuda come soggetto (Mc 3,19; 14,10-11) ed è riferito perfino alla sorte dei discepoli (Mc 13,9.11.12). Tutto questo per sottolineare che il destino di chi segue Gesù è solidale e simile a quello del Maestro.

Ma più sopra abbiamo accennato alla reazione dei discepoli al secondo annuncio di Gesù, al loro non comprendere (v. 32) e ai discorsi sul «più grande» (vv. 33-34). Anche in questo caso, come è stato per Pietro, Gesù deve correggere i discepoli, rispondendo loro in due modi, con parole e con un gesto simbolico rimasti imperituri.

Innanzitutto notiamo che Gesù non raccoglie il frasario dei discepoli, non lo accetta. Mentre questi discorrono su «chi fosse il più grande», Egli invece parla di primo e di ultimo. Cosa vuol dire questo? Che Gesù non esclude che nella comunità ci siano precedenze, che qualcuno sia il primo e non semplicemente il più grande.  Ma dice anche che costui dev’essere uno che si mette al servizio in modo incondizionato, sia, cioè, il diacono (diakonos) di tutti gli altri. Lungo la strada che conduce a Gerusalemme, la ricerca di potenza, di benessere e di prestigio dei discepoli si scontra con la logica di Gesù, secondo cui il Regno è servizio e in esso il primo è colui che serve. Gesù, si ferma, si siede, nell’atteggiamento di chi sta per dare un’istruzione importante. La discussione culminerà più avanti con questa affermazione che ricapitola tutto, dove Gesù di nuovo si pone come esempio: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45).

Ecco allora che il gesto di prendere un bambino e abbracciarlo rafforza il contenuto delle affermazioni di Gesù. Il Maestro vuole essere accolto non solo perché lui è il «più grande», come potrebbe apparire agli occhi dei discepoli. Ma il bambino (paidion) che ha le dimensioni dell’ultimo, essendo il più piccolo, ritenuto senza importanza e soggetto senza particolari diritti, agli occhi di Gesù incarna la misura ideale del Regno di Dio. Questo è paragonato ad un seme di modeste dimensioni che pure cresce e diventa un albero. Allo stesso modo Gesù, come il seme, dovrà morire per portare frutto (Mc 4,8). Per questo chi accoglie il piccolo bambino, non solo accoglie Gesù stesso, ma perfino il Padre da cui tutto ha origine e che ha mandato Gesù.

Secoli più tardi il Signore susciterà nella Chiesa la santità di Teresa del Bambin Gesù, nel Carmelo di Lisieux. Il suo cammino spirituale, l’infanzia evangelica, così fu descritta nel 1913 da Joseph Lotte, un letterato francese convertito, amico e confidente di Péguy:

«E il Signore ebbe pietà di questa moltitudine… Prese una bambina, Teresa, e la pose in mezzo agli apostoli; e questa bambina rivelò loro verità così semplici, così attraenti, che i dottori furono costretti a confessare la loro ignoranza, e si fecero discepoli della fanciulletta per insegnare al popolo la sua dottrina».

Dall’Eremo, 21 settembre 2024

 

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Facendo uso di segni visibili Gesù ci porta dal materiale allo spirituale

4 Agosto 2024/in Omiletica/da Monaco Eremita

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

FACENDO USO DI SEGNI VISIBILI GESÙ CI PORTA DAL MATERIALE ALLO SPIRITUALE

Gesù proclamerà la beatitudine di chi crede senza avere visto: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto». La fede apre gli occhi e consente di risalire dal segno al suo significato profondo, dal dono al Donatore, dalla realtà materiale alla sua dimensione simbolica, dal pane materiale al «pane della vita»

 

AutoreMonaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

 

 

 

 

 

 

 

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La lettura del Vangelo giovanneo ci mette in contatto col modo particolare che ha questo autore di narrare le vicende di Gesù. L’intento del singolare evangelista è quello di elevarci dal semplice fatto storico narrato al significato o mistero in esso nascosto. A lui si potrebbe applicare quel che scrisse Gregorio Magno riferendosi alla Sacra Scrittura: «Uno eodemque sermone dum narrat textum, prodit mysterium (Perché con una stessa parola mentre espone il testo enuncia un mistero)» (Moralia in Iob, XX,1).

L’esposizione di una domanda e talvolta il fraintendere tornano utili all’autore del Quarto Vangelo per compiere questa operazione ermeneutica. La Samaritana chiede a Gesù come possa attingere al pozzo senza un mezzo, la Maddalena domanda dove fosse stato posto il corpo di Gesù che non trovava più. I primissimi discepoli chiedono a Gesù: «Dove rimani?». Nella pagina evangelica di questa XVIII Domenica le domande sono addirittura tre: «Rabbi, quando sei venuto qua?»; «Che cosa dobbiamo compiere?»; «Quale segno tu compi perché vediamo e crediamo?». Ecco la pagina del Vangelo di cui vogliamo parlare.

«In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: “Rabbì, quando sei venuto qua?”. Gesù rispose loro: “In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”. Gli dissero allora: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”. Gesù rispose loro: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato”. Allora gli dissero: “Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: ‘Diede loro da mangiare un pane dal cielo’. Rispose loro Gesù: “In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. Allora gli dissero: “Signore, dacci sempre questo pane”. Gesù rispose loro: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!”» (Gv 6,24-35).

Con il brano odierno il Lezionario ci introduce nel discorso sul pane di vita contenuto nel capitolo VI del Quarto Vangelo. Le annotazioni iniziali ci mettono in contatto con l’affanno delle folle che cercano Gesù. Se teniamo presente ciò che riferisce il v. 23: «il luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie»; si comprende ciò che era rimasto impresso nella memoria della folla. L’aver mangiato pane abbondante è uno stadio iniziale, ma basta a mettere in movimento le persone alla ricerca di Gesù. La descrizione di questa è un po’ confusa, come a far percepire, attraverso l’affanno e l’ansia della folla, una incoativa ricerca di fede: prima vedono una sola barca, poi notano che Gesù che non vi era salito, quindi vedono arrivare altre imbarcazioni (vv. 22. 23). E quando finalmente lo rintracciano in Cafarnao la domanda «Quando sei venuto qua?» (Gv 6,25), mostra più un interesse sugli spostamenti di Gesù, come sia potuto sfuggir loro, che l’aver compreso il significato recondito del segno compiuto da Gesù. Il lettore è così spontaneamente invitato a chiedersi: «Cosa cerchiamo quando desideriamo incontrare Gesù?».

Le parole di Gesù mettono inizialmente a nudo questa ricerca che non va in profondità e si arresta sul limitare del bisogno soddisfatto: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv 6,26). Le folle non hanno capito il segno e la straordinaria novità che esso indicava e cioè che in Gesù si rivela la sovrabbondante gratuità di Dio che non è circoscritta al bisogno imminente, presente ora, ma conduce ad un futuro eterno. Ciò che dice Gesù è decisivo in proposito: «Mettetevi all’opera per il cibo che non perisce, ma che dura per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà» (Gv 6,27).

Il verbo utilizzato, ἐργάζεσθε, che significa lavorare, fare concretamente, guadagnare, richiama l’altra curiosa espressione di Gesù ricordata nel Vangelo di Giovanni: «fare la Verità».  La prima cosa che si aspetta da un uomo che viene messo a confronto col Cristo e con la sua parola è che egli «faccia la verità». Questa formula biblica non significa come si potrebbe pensare: vivere in conformità con la verità. «Fare la verità» comporta, nel Quarto Vangelo, tutto il processo di assimilazione della rivelazione portata da Gesù, il cammino del progresso nella fede; significa «far propria la verità» di Gesù, ascoltando la sua parola e contemplando la sua persona e le sue azioni. Così l’uomo entra progressivamente nel mistero di Cristo e diventa cristiano. Ma credere non basta. Il credente deve anche approfondire la sua fede. È ciò che Giovanni definisce con l’espressione: «conoscere la verità». Questa conoscenza profonda non si acquista in un giorno; essa si ottiene a poco a poco, col ritmo stesso dello sviluppo della fede.

Ecco allora che Gesù, secondo il modo proprio di narrare giovanneo, ci fa entrare nella comprensione profonda del segno compiuto, passando dal materiale allo spirituale, dal bisogno al desiderio di Dio, alla fede nel Cristo che dona il pane di vita eterna. Rispondendo, dunque, alla domanda delle persone su quali siano le «opere di Dio» da compiere (v. 28), Gesù non rinvia alle «buone opere», per esempio del digiuno, dell’elemosina o della preghiera. Non ci sono molte opere, ma una sola: l’opera della fede. La famosa diatriba fra la fede e le opere in San Giovanni è superata affermando che la fede è l’opera essenziale e necessaria. Essa dà il senso e l’orientamento alla sacramentalità delle azioni del cristiano. L’opera di Dio, ovvero ciò che consente a Dio di operare nell’uomo, è la fede, così espressa da Gesù: «Credere in colui che egli ha mandato» (Gv 6,29). E richiamando il tema del fare e della Verità, precedentemente accennato, nello stesso Vangelo Gesù aveva affermato: «Chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv 3,21).

La risposta di Gesù non viene recepita e compresa in profondità dai suoi interlocutori che gli chiedono di nuovo un segno che legittimi la sua autorità e li abiliti a «vedere e credere» (Gv 6,30). Per dare fondamento alla richiesta le folle citano l’episodio avvenuto durante l’esodo dei figli d’Israele dall’Egitto, quando il dono della manna legittimò l’autorità di Mosè (Es 16,4.15; Sal 78,24). Siamo ancora nell’ottica dei prodigi e del dono di scambio, come avviene fra i poteri di questo mondo, un’ottica aborrita da Gesù per cui chi ha visto i suoi segni vuole farlo re (Gv 6,14-15). Ma alla logica del «vedere per credere» delle folle, Gesù oppone di fatto il «credere per vedere». Non dirà forse a Marta: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?» (Gv 11,40)? A Tommaso che afferma: «Se non vedo, … io non credo» (Gv 20,25) Gesù proclamerà la beatitudine di chi crede senza avere visto: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto» (Gv 20,29). La fede apre gli occhi e consente di risalire dal segno al suo significato profondo, dal dono al Donatore, dalla realtà materiale alla sua dimensione simbolica, dal pane materiale al «pane della vita» (Gv 6,35), il «pane vero» (Gv 6,32), il «pane di Dio» (Gv 6,33), il pane che non è frutto della terra, ma «che discende dal cielo» (Gv 6,33).

Gesù chiarisce allora per mezzo di una sua affermazione di fede, la quale opera un passaggio dal passato al presente, dai fatti dell’Esodo all’oggi, e rivela chi dona il Pane, quello vero, che è Gesù il Cristo: «Non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane del cielo, quello vero» (Gv 6,32). Dio che per Gesù è «il Padre mio» (Gv 6,33) non «diede», come in passato, ma finalmente «dà» oggi e sempre questo pane. Questo è il punto culminante dove Gesù svela l’opera di Dio Padre che si compie in Lui e che la manna del deserto sinaitico prefigurava. E la rivelazione è che questo pane è il Cristo stesso: «Io sono il pane della vita». La pericope evangelica di questa domenica si arresta qui, su questa autorivelazione: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai» (Gv 6,35).

Il padre latino Sant’Ambrogio (339-340 – 397), commentando il Salmo 118, così si esprime:

«Sta a te prendere questo pane. Accostati a questo pane e lo prenderai. Se ti allontanerai da Cristo, morirai, se ti avvicinerai a Cristo, vivrai. Questo è il pane della vita: dunque, chi mangia la Vita, non può morire. Come potrà morire chi ha per cibo la Vita? Come potrà venir meno chi avrà la Vita per sostentamento? Accostatevi a Lui e saziatevi: Egli è pane. Accostatevi a Lui e bevete: Egli è la sorgente. Accostatevi a Lui e lasciatevi illuminare: Egli è la luce. Accostatevi a Lui e lasciatevi liberare: infatti dove c’è lo Spirito del Signore, lì c’è la libertà. Accostatevi a Lui e lasciatevi sciogliere dai legami: Egli è la remissione dei peccati. Vi domandate chi Egli sia? Ascoltate quello che lui stesso dice: “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame, chi viene a me non avrà più sete”».

 

Dall’Eremo, 4 agosto 2024

 

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MANUELA LUZZARDI 

 

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