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Marta, Maria e la lezione di Gesù sulla dimensione dell’eterno

20 Luglio 2025/in Omiletica/da Monaco Eremita

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

MARTA, MARIA E LA LEZIONE DI GESÙ SULLA DIMENSIONE DELL’ETERNO 

«Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta»

Autore Monaco Eremita

Autore
Monaco Eremita 

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Il brano evangelico di questa Domenica appartiene a una tradizione che solo Luca conosce, poiché non è riportato dagli altri sinottici.

Il Quarto Vangelo però conosce Marta e Maria, le due donne protagoniste, e riferisce che sono residenti in Betania, con il fratello Lazzaro. La pericope nel tempo ha accresciuto il suo forte influsso sulla spiritualità cristiana, tanto da divenire il paradigma della contrapposizione fra la vita attiva a quella contemplativa. Ad esempio, San Francesco d’Assisi scrisse una «Regola» per i romitori immaginando che i frati dovessero ispirarsi a queste due sorelle:

«Coloro che vogliono condurre vita religiosa negli eremi, siano tre frati o al più quattro. Due di essi facciano da madri […] e seguano la vita di Marta, e i due che fanno da figli quella di Maria».

Leggiamo il testo evangelico.

«In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10,38-42).

Questo racconto è collocato da Luca dopo l’inizio del viaggio di Gesù verso Gerusalemme. Più precisamente dopo che si è fermato per rispondere alla domanda di un dottore della Legge su chi è il «prossimo» e aver raccontato la parabola del buon Samaritano. A seguire, continuando il suo viaggio verso la città santa, prima di risalire per il monte degli Ulivi e poi arrivare in città, Gesù entra in un villaggio dove avviene l’incontro con le due sorelle Marta e Maria. Poco sappiamo delle due donne e del fratello Lazzaro che da Luca non è menzionato. Alcuni hanno ipotizzato che fossero celibi, perché nei vangeli non si parla né di mariti per Marta e Maria, né di una moglie per Lazzaro, e, secondo qualche commentatore, potrebbero appartenere al gruppo dei pii israeliti chiamati esseni. Forse Gesù conquistò dei seguaci anche tra pii esseni che desideravano ardentemente la salvezza escatologica e che nel primo secolo d.C. intensificarono, a quanto pare, l’attesa del Messia davidico? Lazzaro e le sue sorelle Maria e Marta, persone chiaramente non sposate che vivevano a Betania nei pressi del Monte degli Ulivi, potrebbero essere esempi di simpatizzanti di questo genere.

Molto più interessante per noi è il fatto che Luca ha collocato questo incontro subito dopo la parabola del buon Samaritano, facendo percepire ai lettori del Vangelo che le due scene siano collegate. La parabola serviva a spiegare cosa significhi farsi prossimo; questa pagina invece parla dell’amore per il Signore. In tal modo Luca, controbilanciando un ideale filantropico forse troppo elevato, porta l’esempio di Marta e di Maria. Alcuni esegeti sottolineano la scelta accurata dell’evangelista nel presentare di seguito le due scene: l’insegnamento contenuto nel brano di Marta e Maria si può leggere in relazione con la parabola precedente del Samaritano che si fa prossimo, completandolo, poiché offre il fondamento del comportamento misericordioso. È importante, cioè, ascoltare la parola di Gesù, perché autentica espressione del volere divino espresso nel comandamento dell’amore del prossimo. L’ascolto della parola di Cristo è dunque il fondamento del comportamento cristiano e diventa la condizione essenziale per ereditare la vita eterna, che era la richiesta del dottore della Legge. Le parole di Gesù a Marta, così, ristabiliscono una priorità e invitano a non perdere di vista l’essenziale, ciò di cui si ha veramente bisogno, ovvero, stare ai piedi di Gesù.

Dal Vangelo di Giovanni sappiamo che gli ospiti di Gesù sono amici del Signore, in particolare viene detto di Lazzaro, ma qui, in Luca, come sopra riportato, egli non viene ricordato, né vi è un cedimento alla curiosità a riguardo delle emozioni o dei sentimenti di Gesù verso le ospiti. Abbiamo due sorelle, due donne, una delle quali è seduta addirittura ai piedi di Gesù, assumendo, perciò, la postura della discepola. Ora, mai un maestro ebreo dell’epoca avrebbe accettato che una donna assumesse nei suoi confronti l’atteggiamento di un discepolo. Il comportamento di Maria è straniante e contravviene le regole imposte dalla cultura del tempo. Salvo rarissime eccezioni sono ben noti i detti rabbinici secondo i quali le donne non avrebbero dovuto essere discepole di nessun maestro e neppure studiare la Torah. Ecco perché questo testo ha avuto ampia risonanza fra coloro che cercano nel Vangelo una voce favorevole sull’identità e sulla condizione della donna nella comunità cristiana. Se guardiamo, infatti, Marta e Maria, scopriamo che il modo in cui queste vengono rappresentate tocca un tema molto attuale. Maria è raffigurata come una discepola ai piedi di un rabbi, mentre per Marta, Luca, parlando dei suoi «molti servizi», utilizza il verbo diakonéo. L’ascolto della parola (v.39) non ricorda forse il ministero della Parola e il verbo «servire» (v.40) non rimanda al ministero della tavola, ai compiti diaconali? Il Vangelo sembra riportare un banale gesto di accoglienza di una persona nella propria casa, ma come spesso accade quando c’è di mezzo Gesù, un semplice avvenimento ha dalle conseguenze imprevedibili. Vediamolo da vicino. Scrive Luca che ad accogliere Gesù è Marta e non Maria:

«Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò» (v.38).

Non sappiamo perché solo Marta venga menzionata: forse perché è poi lei ad occuparsi concretamente dell’ospitalità? E come mai non c’è nessun uomo ad accogliere, come era di prassi, un altro uomo che entra in casa, come, ad esempio, fece Abramo che accolse gli ospiti a Mamre sotto la sua tenda? Del resto, non è l’unico caso di cui ci parla Luca: pensiamo a Lidia, che nel libro degli Atti degli Apostoli l’autore presenta come una piccola imprenditrice che addirittura obbliga Paolo a fermarsi nella sua casa (At 16,15).

Marta accoglie, dunque, Gesù, ma in modo diremmo oggi «iperattivo». Luca scrive che era: «distolta per i molti servizi» (v. 40, secondo la CEI), tanto da esserne totalmente assorbita. È eccessivamente preoccupata e si lascia prendere dall’ansia. Ma su questo punto dobbiamo essere precisi. Dove sta l’errore di Marta? Ella, evidentemente, svolge troppo il suo «servizio» (diakonía) che, mentre dovrebbe essere positivo, ne risulta in verità pregiudicato. Non sono né l’accoglienza di Marta, né la sua intenzione di servire a cadere sotto i colpi della critica, ma l’eccesso delle sue azioni e le preoccupazioni che ne sono all’origine. Il testo non contrappone la diaconía della tavola o quel che era all’amorevole ascolto della Parola.

Marta avanza la sua protesta al Maestro Gesù, senza entrare in dialogo con la sorella Maria, la quale, nel testo, non prende mai la parola; taciturna diviene il personaggio centrale, alla fine lodato dal Signore. Marta invece parla e si muove, il che rimanda all’episodio conservato in Giovanni, dove sempre lei va da Gesù, parla e gli contesta che se fosse stato lì suo fratello Lazzaro non sarebbe morto. Maria anche nel Vangelo di Giovanni rimane seduta, è Gesù a chiamarla e solo allora si muove verso di lui. In una situazione analoga a chissà quante, successe in ogni famiglia, ciò che emerge qui è la parola di Gesù. Questo racconto è stato conservato proprio per ricordare ciò che Gesù dice e non per la banalità dell’incontro. E Gesù, rivolgendosi a Marta, con quel doppio vocativo – «Marta, Marta» – tipicamente biblico, rimproverandola velatamente, ma mostrando, però, anche simpatia ed affetto per lei, desidera condurre la donna all’essenziale, a quella parte unica e prioritaria che Maria ha scelto spontaneamente.

Gesù dice a Marta quello di cui ha veramente bisogno, che è necessario, e ora, attraverso il racconto che ne fa Luca, anche i lettori ne sono consapevoli. Si tratta della parte buona, come dice il testo greco. La versione CEI, come abbiamo letto, sente di tradurre con: «parte migliore». I commentatori qui si dividono, alcuni preferiscono l’aggettivo qualificativo «migliore», altri insistono sul fatto che il testo, invece, eviterebbe la comparazione: migliore, infatti, presuppone qualcosa di meno buono. Anche San Girolamo traduce, nella Vulgata, adoperando un superlativo:  Maria optimam partem elegit.

Luca usa l’aggettivo greco hagathèn (da hagathós, «buono»), che nel Nuovo Testamento designa innanzitutto l’incomparabile bontà che contraddistingue Dio nella sua essenza. Ma allora qual è il senso della parola di Gesù che sottolinea la scelta di Maria rispetto a quella di Marta, sua sorella? La parola di Cristo è chiarissima: nessun disprezzo per la vita attiva, né tanto meno per la generosa ospitalità; ma un richiamo netto al fatto che l’unica cosa veramente necessaria è un’altra: ascoltare la Parola del Signore; e il Signore in quel momento è lì, presente nella Persona di Gesù! Tutto il resto passerà e ci sarà tolto, ma la Parola di Dio è eterna e dà senso al nostro agire quotidiano.

Dall’Eremo, 20 luglio 2025

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