Il Sommo Pontefice ha mentito? Si, ha mentito ed è bugiardo. Però non scandalizzatevi: Simone detto Pietro, scelto da Cristo stesso e non da un conclave di cardinali, era più bugiardo di lui

— attualità ecclesiale —

IL SOMMO PONTEFICE HA MENTITO? SI, HA MENTITO ED È BUGIARDO. PERÒ NON SCANDALIZZATEVI: SIMONE DETTO PIETRO, SCELTO DA CRISTO STESSO E NON DA UN CONCLAVE DI CARDINALI, ERA PIÙ BUGIARDO DI LUI.

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tutti coloro che oggi si stanno godendo i loro dieci minuti di potere e di gloria, sappiano che questo pontificato non sarà eterno. Pertanto comincino a pensare sopra a quale delle isole della spazzatura galleggianti vorranno ritirarsi, perché domani, per loro — i grandi distruttori e deturpatori della Chiesa —, non ci sarà posto, costasse pure dover celebrare un conclave fatto a colpi di coltellate tra i Padri Cardinali, i quali si guarderanno bene dal far affacciare alla loggia centrale dell’Arcibasilica di San Pietro qualche elemento come il nano malefico, che vive di cattiverie, vendette e crudeltà, pur non trovando di meglio da fare che andare in giro per il mondo a proclamare i nuovi beati, perché questi sono i soggetti ai quali, l’uomo Jorge Mario Bergoglio, ha aperto le porte del prossimo conclave, con le sue fantastiche «svolte epocali».

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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il papinocchio [le vignette di Dorothy Lancel, 2019]

Diversi Lettori affezionati mi hanno domandato dove fosse finita la mia «vena tagliente e ironica». Ho risposto varie volte dicendo che c’è poco da ironizzare di fronte a un morente ricoverato nel reparto dei malati terminali. A questo quesito oggi posso rispondere con più gravità ancóra: cosa c’è da ironizzare dentro un obitorio, dove la povera Chiesa visibile è distesa cadavere sul tavolo di marmo, in attesa di essere composta dentro la bara da quelli dell’impresa delle pompe funebri?

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Sin dai nostri primi esordi nell’ottobre del 2014, certi fatti riguardanti il Sommo Pontefice li ho sempre commentati in ritardo, rispetto ad altri, inclusi giornalisti di lunga esperienza. La prudenza da parte nostra è di rigore. Quello che esprime e scrive un sacerdote ha tutt’altro genere di valenza e peso, rispetto a ciò che in modo ottimo e preciso possono scrivere dei professionisti dell’informazione. Su di noi pesa infatti una grave responsabilità: le mani con le quali scriviamo e le bocche con le quali ci esprimiamo sono le stesse con le quali celebriamo i sacri misteri, a partire dal Sacrificio Eucaristico.          

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Nell’uomo Jorge Mario Bergoglio ho riscontrata una caratteristica che nel corso del tempo è emersa in miei rapporti con diversi e illustri membri della Compagnia di Gesù, di quelli piazzati ai livelli più alti: la propensione a mentire. Affermando ciò non intendo dire che i Gesuiti mentano in quanto tali, intendo bensì affermare di avere avuto lunghe relazioni con Gesuiti, posti in vari ruoli di dirigenza della Compagnia di Gesù, che all’occorrenza mentivano senza pudore, sentendosi non solo con la coscienza a posto, ma pure irritandosi se qualcuno non prendeva sul serio e per vere le loro menzogne. A suo tempo, un insigne Gesuita, mi creò persino problemi dando su di me un giudizio negativo all’Autorità Ecclesiastica, solo perché mi ero rifiutato di prendere per buone delle sue palesi menzogne e di lasciarmi con esse manipolare. L’Autorità Ecclesiastica comprese a tal punto bene da dirmi: «Il problema coi Gesuiti era stato finalmente evitato, fin che quel sant’uomo del Sommo Pontefice Pio VII — sbagliando gravemente — rifondò nel 1814 la Compagnia di Gesù [cf. Cum bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum, 1814]. 

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L’uomo Jorge Mario Bergoglio è un soggetto che in modo analogo a certi suoi confratelli mente sapendo di mentire. Poi, tramite i suoi fedeli killers, non esita a farti impallinare nel peggiore dei modi se tu non prendi per buone le sue menzogne e se non ti prodighi a tutelarle e diffonderle come verità. Ecco il motivo per il quale, una delle caratteristiche di questo pontificato è data dal fatto che quest’uomo si è circondato di persone mediocri, cattive, immorali e soprattutto ricattabili. Perché dalla prima all’ultima egli conosce tutte le loro nefandezze, per questo li può gestire con l’arma peggiore: il ricatto. Invece, come avrebbe potuto gestire uomini di fede dalla vita pubblica e privata immacolata come il Cardinale Carlo Caffarra, o come il Cardinale Gerhard Müller? Non a caso: il primo, è morto di crepacuore dopo essersi vista negare per oltre un anno una domanda di udienza privata, il tutto mentre l’uomo Jorge Mario Bergoglio riceveva i peggiori indiavolati di questo mondo. Dal canto suo, il Cardinale Gerhard Müller, com’egli stesso ha narrato, allo scoccare dei cinque anni di mandato è stato liquidato nel corso di un minuto e mezzo e sostituito presso la Congregazione per la dottrina delle fede da un gay friendly. Cosa quest’ultima che scrissi con cognizione di causa e di prove nel 2017, senza mai essere stato né smentito né ad alcun titolo richiamato all’ordine [cf. QUI]. O più semplicemente: il diretto interessato avrebbe potuto chiamarmi o farmi chiamare presso il suo dicastero per chiedermi conto e ragione di quel mio scritto. Però non lo ha fatto, anche perché la mia risposta sarebbe stata: «Perché mi chiami per chiedermi conto di ciò che tu sai e di ciò che tu hai realmente fatto, favorendo in ogni modo soggetti ad altissimo rischio, in modo particolare uno che ha finito poi col dare uno scandalo mondiale di proporzioni immani?» [cf. QUI e QUI]. E tutti coloro che devono sfuggire al confronto, di questi tempi e sotto questo pontificato così meraviglioso, anzi «epocale», o meglio «rivoluzionario», dinanzi alla verità detta anziché taciuta, sono solo capaci a reagire affondandoti un coltello nella schiena. E qualcuno la chiama persino «Chiesa della misericordia» (!?). Insomma … ‘ridatece Alessandro VI detto il Borgia. Perlomeno, sotto il suo pontificato, prima di procedere a una condanna si faceva un regolare processo garantendo soprattutto ogni miglior diritto alla difesa dell’imputato, mica come l’attuale e ridicolo Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, dove se tu hai ricevuta una delle peggiori ingiustizie da parte di un cardinale o di un curiale attraverso un abuso di autorità che vìola tutte le fondamentali leggi canoniche, se per disgrazia ti rivolgi a loro, questi dinanzi al potente prepotente si spaventano al punto tale da costringerti a correre in farmacia a comprargli — per buon cuore e carità cristiana — una scorta di assorbenti per le mestruazioni, tanto repentino giungerebbe il ciclo fuori tempo a quella combriccola di … 

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Il buon Marco Tosatti, il 29 maggio riporta nel suo blog un’intervista inquietante [cf. QUI]. In breve: intervistato dalla giornalista Valentina Alazraki, il Sommo Pontefice risponde ad una sua domanda affermando che della vicenda riguardante il molestatore sessuale seriale e per lungo tempo impunito, Cardinale Theodor McKarrick:

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 «[…] non sapevo nulla, naturalmente, nulla. L’ho detto diverse volte, non sapevo nulla, non ne avevo idea».

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Il giornalista italiano, nel riportare la sconcertante notizia commenta tra le righe postillando a giusta ragione:

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«Questa affermazione rasenta l’inverecondia. “Diverse volte”? A chi? Quando? Dove? Non ha mai detto nulla di pubblico, o anche di privato riportato poi in pubblico. Un’affermazione del genere o è pura menzogna, o è frutto di un disequlibrio».

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Replico a Marco Tosatti che questa risposta con la grave affermazione in essa contenuta, è frutto dell’una e dell’altra cosa: della propensione dell’uomo Jorge Mario Bergoglio a mentire e del suo evidente squilibrio psicologico.

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A chi proprio non fosse chiaro ricordo che la Chiesa non è stata fatta neppure precipitare nelle peggiori forme di dittature latinoamericane, bensì proprio nelle forme di dittatura tipiche del giovane dittatore coreano Kim Jong [si veda QUI e si riconoscano i metodi diffusi oggi nella Chiesa della misericordia]. Basti solo ricordare come hanno reagito e agito i giornalisti della moderna Pravda sovietica del Vaticano: riportando l’intervista hanno cancellata questa frase, come fa notare sempre Marco Tosatti, salvo poi reintegrarla successivamente, dopo che lui aveva riportato nel suo blog Stilum Curiae sia il testo originale sia il testo ufficiale della Santa Sede nel quale, questa grave affermazione, non era invece presente [cf. QUI]. Dopodiché, i capocomici della Pravda vaticana hanno tentato di dare a credere che la frase in questione era sfuggita dalla traduzione dallo spagnolo all’italiano. 

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A queste povere persone, convinte che il Popolo di Dio sia davvero formato da un ammasso di beoti, merita ricordare che loro, agendo a questo modo, sono come quel tal negoziante che ogni tanto, quando i clienti si accorgevano che il resto a loro dato era sbagliato, si giustificava dicendo: «Oh, mi scusi, mi sono sbagliato!». Ebbene vi dico e vi dimostro perché questi dirigenti della Pravda vaticana sono in totale malafede come questo negoziante: perché il negoziante, a dare il resto, guarda caso si sbagliava sempre a proprio vantaggio, dando sempre di meno, mai di più. Proprio come i dirigenti della Pravda vaticana: tra le tante frasi dell’intervista che per errore potevano saltare, guarda caso hanno saltato proprio quella nella quale il Sommo Pontefice mente spudoratamente. A questa insolita dimenticanza si aggiunga poi che non stiamo a parlare di una traduzione dal cinese all’italiano, ma di una traduzione dallo spagnolo all’italiano. Da ciò possiamo dedurre che i bugiardi sono tra di loro come le mani che si lavano, l’una lava l’altra e tutte e due si lavano assieme. Il tutto sempre con buona pace degli affetti dal complesso di furbizia, certi e sicuri di farci a tutti quanti fessi.

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Questa censura preventiva, ed il reinserimento della frase censurata, rende anzitutto il fatto in sé molto peggiore. Chi ha tolta quella frase, sbagliandosi come il negoziante disonesto che commette sempre l’errore di dare soldi in meno e mai in più, non ha tenuto in benché minima considerazione il monito dato da Cristo Signore in un passo di quel Santo Vangelo sempre più in disuso nella Chiesa della «rivoluzione epocale», ma soprattutto della «misericordia»:

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«Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per attaccarlo a un vestito vecchio; altrimenti egli strappa il nuovo, e la toppa presa dal nuovo non si adatta al vecchio» [Lc 5, 36].

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In verità confesso che non so se arrabbiarmi o se ridere sull’esercito di pavidi opportunisti che si sono messi — come loro stessi dicono — «in prudente attesa». E quando abusano a questo modo del concetto di prudenza, che secondo la sapiente definizione di San Tommaso d’Aquino è l’auriga virtù, provo sconcerto e ribrezzo. Perché costoro, i pazienti dell’attesa, sono certi che, come dicono i napoletani: «Ha da passà ‘a nuttata».

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Indubbiamente la nottata passerà, però, quando sarà passata, quali danni e quali macerie rimarranno? E chi, riparerà i danni, o chi, ricostruirà sulle macerie? Forse i pavidi vigliacchi sempre in speranzosa carriera che attendono, o che forse credono veramente che il prossimo Pontefice darà loro l’agognato episcopato, o la tanto attesa berretta cardinalizia che non gli ha concesso l’attuale Pontefice regnante? Che l’uomo Jorge Mario Bergoglio si sia manifestato carente di prudenza ed equilibrio mentale lo scrissi nel marzo del 2018 [cf. QUI], senza comunque escludere che egli possa essere ugualmente uno strumento della grazia di Dio, anzi uno strumento persino privilegiato. Non a caso, il Pontefice regnante, ha un merito molto grande: ha fatto venire tutti i topi nascosti allo scoperto. E questi topi infetti e infettivi, si sono a tal punto scoperti, ammantati come sono da delirio di onnipotenza, da rendere loro del tutto impossibile qualsiasi tentativo di poter cambiare d’improvviso bandiera e riciclarsi domani, pur essendo dei camaleonti straordinari, ma soprattutto senza pudore, ritegno e dignità.

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Attualmente, il problema vero e serio, non è più l’uomo Jorge Mario Bergoglio, ma coloro che tagliano i pezzi dalle sue improvvide risposte, che mistificano, falsificano e che si ostinano a bollare come «odiatori» e «nemici del nuovo corso della Chiesa di Papa Francesco» tutti coloro che manifestano perplessità tutt’altro che odiose e irriverenti; ma soprattutto dimenticando che la Chiesa non è affatto «di Papa Francesco» da modellare come tale a immagine dell’uomo Jorge Mario Bergoglio, ma è di Cristo, da modellare e conformare come tale al mistero della croce di Cristo Signore. Insomma: io sono diventato prete per conformare la mia vita a quella di Cristo, non sarei mai diventato prete per sprecare la mia vita nel tentativo di conformarla a quella dell’uomo Jorge Mario Bergoglio. Durante il rito della mia consacrazione sacerdotale, il Vescovo mi ha detto in tono solenne: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore». Hanno forse cambiato il rito a mia insaputa sostituendolo con questa nuova formula: «[…] imita le fisime del Sommo Pontefice sui migranti, conforma la tua vita al nuovo corso della Chiesa dell’uomo Jorge Mario Bergoglio»?

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Perché, il Segretario di Stato, si è ripetutamente giocata la faccia difendendo in più occasioni l’indifendibile? Forse perché è un devoto servitore? No, forse perché è solo uno che spera nel prossimo conclave; e lo spera per se stesso, s’intende. I veri e fedeli servitori, erano i Segretari di Stato Rafael Merry del Val, o Pietro Gasparri, o Eugenio Pacelli, che senza esitare, in diverse e delicate occasioni, hanno puntato i piedi e detto ai Sommi Pontefici, con tutta la debita riverenza, che quella decisione che volevano prendere o che quel discorso che intendevano pronunciare, sarebbe stato un grave errore. O non disse forse, il Cardinale Eugenio Pacelli, al sanguigno Pio XI, che se in un dato momento molto delicato e critico, avesse veramente voluto pronunciare il discorso preparato contro il regime fascista italiano, in tal caso lo pregava di accettare, prima, le sue dimissioni da Segretario di Stato?

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Nulla di questo ha detto e fatto il Cardinale Pietro Parolin, né di fronte alla svendita dei martiri cinesi che hanno pagata con una vita di persecuzioni la loro devota fedeltà a Roma, né dinanzi al Cardinale elettricista che con una sua improvvida ragazzata ha regalato un milione di voti cattolici a Matteo Salvini [cf. QUI]. E nulla ha fatto, altresì, il Segretario di Stato, di fronte all’entrata del clero dell’irreale e del politicamente corretto nel merito dell’ultima campagna elettorale per le elezioni europee, compiendo in tal modo un’ingerenza dinanzi alla quale nessuno ha sospirato, dai membri della sinistra ai radicali indemoniati di marca Pannella&Bonino che per decenni ci hanno assordati con urla contro «l’ingerenza clericale», ogni qualvolta Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si sono espressi su temi strettamente legati alla vita, alla morale ed alla bioetica. E se né i radicali indemoniati né i membri della sinistra radical chic hanno urlato contro «l’ingerenza clericale», è perché dei perniciosi soggetti come Padre Antonio Spadaro hanno trasformato direttamente l’uomo Jorge Mario Bergoglio in un leader della sinistra internazionale.

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Non solo la diplomazia vaticana ha fallito, perché quella che una volta era una scuola di diplomazia guardata con sommo rispetto persino dal Soviet di Mosca dell’epoca di Stalin, oggi è caduta nel ridicolo, non ultimo a causa di tutte le graziose signorine vanesie in carriere dalle quali è stata riempita; un vero esercito di pretini che, di finocchieria in finocchieria, nelle nunziature apostoliche del mondo fanno ridere sulla Santa Sede persino i diplomatici della Repubblica delle Banane.

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Il fallimento della diplomazia vaticana lo ha suggellato proprio il presidente di quella Repubblica Popolare Cinese con la quale, la lasciva Segreteria di Stato, si è letteralmente prostituita stilando un accordo col governo comunista che rimane tutt’oggi segreto (!?). Ricordo infatti che il 21 marzo il Presidente Xi Jinping è venuto in visita ufficiale in Italia, guardandosi però bene dal fare anche e solo una visita privata al Sommo Pontefice.

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E dopo avere mietuto questo successo, dopo che la Santa Sede è stata umiliata a questo modo dal governo cinese, col quale aveva poco prima stilato un accordo segretissimo, per caso, il Cardinale Pietro Parolin, attende davvero paziente il proprio meritato premio al prossimo conclave, dopo che …‘a nuttata sarà passata?

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Abbiamo cominciato dicendo che l’uomo Jorge Mario Bergoglio è bugiardo, proseguo concludendo: questo non deve spaventare più di tanto, al di là del comprensibile dispiacere dei devoti fedeli. Vi comunico infatti che anche l’uomo Simone figlio di Giona ribattezzato da Cristo Pietro, era un bugiardo, ed oltre a essere tale era pure vigliacco e traditore. Infatti, se assieme a quella del Padre Nostro non è uscita anche una versione corretta e aggiornata dei Santi Vangeli, sulle loro righe seguitiamo a leggere:

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«Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse: “Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». Ma egli negò: «Non so e non capisco quello che vuoi dire”. Uscì quindi fuori del cortile e il gallo cantò. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: “Costui è di quelli”. Ma egli negò di nuovo. Dopo un poco i presenti dissero di nuovo a Pietro: “Tu sei certo di quelli, perché sei Galileo”. Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: “Non conosco quell’uomo che voi dite”.  Per la seconda volta un gallo cantò […]» [cf. Mc 14, 66-72].

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In ogni caso, l’uomo Jorge Mario Bergoglio le ha combinate meno grosse dell’uomo Simone detto Pietro, il quale non fu scelto da un conclave di cardinali, ma da Cristo in persona. E Pietro — lo ricordo a chi parla solo di migranti e non legge più i Santi Vangeli —, oltre a essere stato scelto da Cristo, fu formato per tre anni da Cristo e poté vedere per più volte, in tutta la sua gloria, il Corpo di Cristo risuscitato dalla morte apparso agli Apostoli. E se Pietro fu scelto, forse è stato perché Cristo sapeva bene che duemila anni dopo sarebbe giunto dall’Argentina un Suo vicario in terra più buono e misericordioso del Divino Maestro, circondato da un corifeo di ruffiani pronti a urlare, ad ogni sua sortita infelice, quanto è meraviglioso, ma soprattutto «epocale» e «rivoluzionario» questo pontificato.

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Un consiglio non richiesto: tutti coloro che oggi si stanno godendo i loro dieci minuti di potere e di gloria, sappiano che questo pontificato non è eterno. Pertanto comincino a pensare sopra a quale delle isole della spazzatura galleggianti vorranno ritirarsi [cf. QUI], perché domani, per loro — i grandi distruttori e deturpatori della Chiesa —, non ci sarà posto, costasse pure dover celebrare un conclave fatto a colpi di coltellate tra i Padri Cardinali, i quali si guarderanno bene dal far affacciare alla loggia centrale dell’Arcibasilica di San Pietro qualche elemento come il nano malefico, che vive di cattiverie, vendette e crudeltà, pur non trovando di meglio da fare che andare in giro per il mondo a proclamare i nuovi beati, perché questi sono i soggetti ai quali l’uomo Jorge Mario Bergoglio ha aperto le porte del prossimo conclave, con le sue fantastiche «svolte epocali».

Ditemi voi se non c’è da piangere …

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Dall’Isola di Patmos, 31 maggio 2019

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«Se tu non guarisci tuo fratello che è malato, sei responsabile del suo sangue». La ospitalità come identità di una comunità sanante

visita il blog personale di Padre Ivano

— pastorale sanitaria —

«SE TU NON GUARISCI TUO FRATELLO CHE È MALATO, SEI RESPONSABILE DEL SUO SANGUE». LA OSPITALITÀ COME IDENTITÀ DI UNA COMUNITÀ SANANTE. 

[…] molto tempo prima della frase di Papa Francesco sulla immagine della Chiesa come ospedale da campo, le prime comunità cristiane sono state sollecitate dallo Spirito Santo verso questa forma di cura e di assistenza nella forma dell’ospitalità. La Chiesa nasce come comunità ospitale – cioè ospedaliera – luogo accogliente in cui riconoscersi bisognosi di cure, di guarigione e di riconciliazione con Dio e i fratelli: «Per questo, è importante tendere la mano ai malati, far loro percepire la tenerezza di Dio, integrarli in una comunità di fede e di vita in cui possano sentirsi accolti, capiti, sostenuti, degni, in una parola, di amare e di essere amati. 

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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foto: Ivano Liguori, Ofm. Capp. Veglia di Pasqua, processione con il Lumen Christi nelle corsi dell’Ospedale Brotzu di Cagliari

L’Apostolo Paolo, ci invita a essere premurosi nella ospitalità con queste parole: «Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità» [R 12, 1]

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Nel primo secolo d.C all’ingresso di alcune chiese vi era questo avviso:

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«Se tu non guarisci tuo fratello che è malato, sei responsabile del suo sangue» [cf. Beppino Cò Le 7 tappe spirituali della guarigione fisica, pg. 6 ed. Villadiseriane].

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Apro questo nuovo articolo partendo da questa suggestione che ho trovato in un libricino che tratta della guarigione fisica inserita all’interno di un percorso di risanamento spirituale. Pur non potendo verificarne la fonte storica in modo più preciso, quello che mi ha colpito di questa frase non è tanto l’invito alla guarigione del fratello o il riferimento al carisma stesso di guarigione, bensì l’affissione di tali parole reingresso di una chiesa.

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Riflettendo su questo, sono stato folgorato da questa certezza: la Chiesa è nata per essere comunità sanante, via santa dove liberarsi delle proprie infermità e gustare la salute e la salvezza che Dio dona premurosamente ai suoi figli. In questo è possibile vedere la realizzazione di quelle parole di profezia di Isaia:

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«Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore

e verranno in Sion con giubilo;

felicità perenne splenderà sul loro capo;

gioia e felicità li seguiranno

e fuggiranno tristezza e pianto» (cf. Is 35,10)

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È quanto mai necessario realizzare un cammino missionario che metta in crisi certe scelte odierne che spesso – come comunità dei credenti – preferiamo. Il magistero pontificio ci aiuta a fare chiarezza in tal senso:

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«Di fatto, la Chiesa nel corso dei secoli ha fortemente avvertito il servizio ai malati e sofferenti come parte integrante della sua missione e non solo ha favorito fra i cristiani il fiorire delle varie opere di misericordia, ma ha pure espresso dal suo seno molte istituzioni religiose con la specifica finalità di promuovere, organizzare, migliorare ed estendere l’assistenza agli infermi. I missionari, per parte loro, nel condurre l’opera dell’evangelizzazione, hanno costantemente associato la predicazione della Buona Novella con l’assistenza e la cura dei malati.» (cf. Dolentium Hominum, 1)

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Dobbiamo perciò prendere atto di come molto tempo prima della frase di Papa Francesco sull’immagine della Chiesa come ospedale da campo, le prime comunità cristiane sono state sollecitate dallo Spirito Santo verso questa forma di cura e di assistenza nella forma dell’ospitalità.

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La Chiesa nasce come comunità ospitale – cioè ospedaliera – luogo accogliente in cui riconoscersi bisognosi di cure, di guarigione e di riconciliazione con Dio e i fratelli:

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«Per questo, è importante tendere la mano ai malati, far loro percepire la tenerezza di Dio, integrarli in una comunità di fede e di vita in cui possano sentirsi accolti, capiti, sostenuti, degni, in una parola, di amare e di essere amati. Per loro – come per ciascun altro – contemplare Cristo e lasciarsi “guardare” da Lui è esperienza che li apre alla speranza e li spinge a scegliere la vita (cf. Dt 30,19)» (cf. Tarcisio Mezzetti, Accogliere lo stanco e l’oppresso, ed. Elledici, pag. 11]. 

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Inoltre:

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«Nella comunione con il Cristo morto e risorto, con colui che ha vissuto significativamente il dolore e la morte, la Chiesa diventa locanda ospitale, grembo accogliente dove la vita, nella sua interezza, è rispettata, difesa, amata e servita, luogo di speranza, dove qualsiasi pellegrino stanco e malato, ricercatore del senso di ciò che sta sperimentando, può vivere in modo salutare e salvifico il suo soffrire e il suo morire, e scrivere un capitolo significativo della sua storia di alleanza con gli altri e con Dio» [cf. Luciano Sandrin, Chiesa, comunità sanante, pg 77, Ed. San Paolo].

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La Chiesa non può rinunciare a questo tratto essenziale della sua identità, che rappresenta un modello si servizio essenzialmente terapeutico attraverso la diaconia della comunione ecclesiale.

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La comunione ecclesiale – per la Chiesa di ogni tempo – è la sfida più grande e difficile per generare un discepolato che sia conforme all’immagine di Cristo [cf. Rm 8,29]. La comunione ecclesiale costituisce di fatto certezza della presenza di Cristo, non solo segno della sua premurosa assistenza [cf Mt 18,20].

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Per essere in comunione tra noi – e quindi attivare le risorse per poter procurare la guarigione agli altri – è essenziale essere in comunione con Cristo, pacificarmi con lui.

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Madre Teresa di Calcutta, rivolgendosi al cardinale Angelo Comastri, era molto chiara a tal proposito: «Figlio mio, senza Dio siamo troppo poveri per aiutare i poveri!», volendo parafrasare queste parole secondo l’orientamento della nostra riflessione arriviamo ad affermare come: senza Dio siamo troppo malati per aiutare i malati!

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Gesù ci dona un suggerimento per guarire e capire se siamo arrivati ad essere in piena comunione con lui: l’amore vicendevole [cf. Gv 13,35]. Possiamo anche stupirci, ma non costituisce segno rivelatore della presenza di Cristo nel discepolo il numero di comunioni ricevute o di pellegrinaggi compiuti o di elemosine elargite, non perché queste cose non abbiano valore, anzi! Infatti nella scelleratezza umana, posso accostarmi alla comunione in stato di disordine spirituale, fare un pellegrinaggio con animo dissipato, oppure elargire elemosine per un tornaconto personale.

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Ma mai e poi mai riuscirò ad amare l’altro e a provare stima per lui se non sono in comunione con Cristo. Sarò facilmente smascherabile e preda delle mie debolezze se non vivo questa comunione nell’autenticità.

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Gesù ci sfida su un terreno dove è impossibile barare. Per questo motivo, la comunione ecclesiale costituiva il vanto e il tormento dei primi cristiani, il beato apostolo Pietro la raccomanda nel cammino dell’ospitalità: «Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare» [cf. 1Pt 4,9], e Paolo nel cammino della stima vicendevole:

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«amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda» [cf. Rm 12,10].

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La Chiesa ospedale, diventa luogo di accoglienza quando Cristo vi è accolto con tutte le premure; luogo di stima e di rispetto, quando ci riconosciamo figli beneamati dal Padre [cf. Mc 1,11].

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La terapeuticità della Chiesa è data dall’obbedienza alla Parola, come ho avuto modo di dire in un altro mio contributo, [cf. articolo, QUI], che mentre viene proclamata suscita la fede, aumenta la speranza, invita alla carità e produce benefici terapeutici. Dice l’evangelista Marco:

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«Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano» [cf. Mc 16,20].

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Quest’affermazione che conclude il secondo Vangelo è un unicum in tutto il Nuovo Testamento, Cristo agisce insieme alla comunità dei credenti affinché nella comunione ecclesiale la predicazione scaturisca fruttificando con il dono della fede e delle guarigioni.

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Nella comunità cristiana post pasquale una delle manifestazioni più eloquenti della presenza del Risorto era costituita proprio dalle guarigioni – come ristabilimento fisico – e dalle liberazioni – come ristabilimento spirituale –.

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Stare nella Chiesa significa percepire chiaramente la presenza viva di Gesù che ci ricostituisce in salute affidandoci a una comunità che è resa dallo Spirito Santo capace di  custodirci dopo essere stati raccolti dal Signore.

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È l’immagine evocativa del buon Samaritano che Sant’Agostino riassume così:

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«Questa locanda sarà la casa dalla quale non migreremo finché, pienamente rifatti nella salute, non saremo giunti nel regno dei cieli» [cf. Sant’Agostino, Sermo, 131, 6, PL 38, 732].

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Sull’esempio del buon Pastore che lascia le novantanove pecore per cercare quella smarrita [cf. Lc 15,6], è necessario che tutta la Chiesa, nella sua componente laica e ministeriale, trovi e torni a cercare i malati con la freschezza e l’entusiasmo dei tempi apostolici.

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Una Chiesa veramente ospitale, dilata il suo grembo affinché i deboli, gli infermi e i denutriti possano ristabilirsi alla luce del Risorto. La Chiesa deve rispondere ad un imperativo divino: prendere per mano e accudire gli infermi in attesa di Cristo [cf. Lc 10,35].

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La Chiesa comunità ospitale e sanante, riunita attorno al Salvatore nella comunione ecclesiale, acquisisce uno stile pastorale che intende operare e interagire secondo la dignità del sacerdozio battesimale e ministeriale poiché

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«Nell’uno e nell’altro caso, il ministero si realizza come un carisma in stato di servizio, recepito dalla comunità: la ricchezza dei doni dello Spirito nel Corpo ecclesiale è tale che non soltanto la Chiesa intera viene a caratterizzarsi come una comunità ministeriale, ma le varie forme personali o anche comunitarie di ministerialità non esauriscono mai da sole le possibilità carismatiche di cui i credenti sono investiti da  colui che soffia dove vuole» [cf. Bruno Forte, La Chiesa della Trinità. Saggio sul mistero della Chiesa, comunione e missione, pag. 304, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 1995].

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Il Cardinale Elio Sgreccia amplifica e definisce meglio queste parole, riferendole allo specifico della pastorale sanitaria:

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«È certamente più ecclesiale portare l’aiuto dell’evangelizzazione, della grazia sacramentale, della carità cristiana, del fatto redentivo ai pazienti attraverso sacerdoti, diaconi, religiosi/e, laici che non attraverso il solo cappellano. Al punto che, se anche i sacerdoti non mancassero, noi dovremmo preferire questa formula a quella che vede soltanto i cappellani operare nell’ospedale» [cf. Elio Sgreccia, La cappellania ospedaliera, un progetto di comunità pastorale, in Insieme per servire, 3 (1990), pag. 43]».

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Come all’interno della comunità cristiana nessuno – ma proprio nessuno – deve sentirsi in diritto di escludersi accudimento dei sofferenti: poiché questa esclusione apporterebbe una ferita mortale alla comunione, all’azione dello Spirito Santo, alla presenza reale di Cristo tra i suoi, all’anelito impellente di ogni uomo che – fin dai tempi di Abele – interpella la fede circa le ragioni della sofferenza, del sangue innocente, del dolore che ha il diritto di trovare un cuore accogliente e braccia spalancate.

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Cagliari, 25 maggio 2019

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Mignotte & Paraculi, la corretta etimologia delle parole. Quand’è che invece le parole corrette diventano insulti? Esempio: il proselitismo non è una parolaccia, ma un presupposto dell’evangelizzazione

— attualità ecclesiale —

MIGNOTTE  & PARACULI, LA CORRETTA ETIMOLOGIA DELLE PAROLE. QUAND’È CHE INVECE LE PAROLE CORRETTE DIVENTANO INSULTI? ESEMPIO: PROSELITISMO NON È UNA PAROLACCIA, MA UN PRESUPPOSTO DELL’EVANGELIZZAZIONE

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[…] il lemma mignotta, nasce da una deturpazione popolare del termine latino filius mater ignota, ossia figlio di madre ignota. Così erano infatti chiamati i bimbi partoriti negli ospedali e lì lasciati dalle madri, o più frequentemente lasciati dentro le chiese o all’interno delle ruote dei conventi e dei monasteri delle monache di clausura. Nel linguaggio popolare, questo termine latino fu poi storpiato in matrignotta, che appresso, ulteriormente storpiato, divenne infine mignotta.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

 

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I maestri del cinema e del teatro italiano: Alberto Sordi [Roma 1920 – Roma 2003]  video QUI.

Proviamo a immaginare un gruppo di tre preti che si ritrovano assieme per un momento di fraternità e che sono rispettivamente: un teologo dogmatico sacramentario, un teologo morale e un canonista. Terminata la cena, non essendo ancora tarda ora e volendo i tre concludere con un altro momento di lieta fraternità, hanno quest’idea: «Perché non andiamo a donne?», dice il prete specializzato in teologia dogmatica, domandando il parere agli altri due.

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Lo specialista in teologia morale, grande devoto al Santo vescovo e dottore della Chiesa San’Alfonso Maria de’ Liguori, ci pensa un attimo e risponde: «Sì, sarebbe un’idea, però sto pensando a come potremmo fare una cosa simile senza violare le nostre sacre promesse».

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A quel punto corre in soccorso il prete specializzato in diritto canonico, offrendo la soluzione: «Cari confratelli, a pensarci bene, credo che non andremmo a violare alcuna sacra promessa. Quando infatti abbiamo ricevuto la sacra ordinazione, cosa ci ha chiesto il vescovo? Ci ha domandato se promettevamo di mantenerci celibi, mica ci ha chiesto di promettere di mantenerci casti. Ebbene, non siamo forse tutti e tre celibi, quindi rispettosi della promessa fatta?».

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Esultano i due preti specialisti in teologia dogmatica sacramentaria e in teologia morale: «Hai ragione. Non siamo mica religiosi che hanno professato i voti di povertà, castità e obbedienza! Noi abbiamo solo promesso solennemente di mantenerci celibi, nessuno ci ha chiesto la solenne promessa di mantenerci casti». E così poco dopo i tre incontrano tre splendide escort e si dirigono verso un luogo dove concludere la serata in bellezza.

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I maestri del cinema e del teatro italiano:  Elena Fabrizi, in arte Sora Lella [Roma 1915 – Roma 1993]: video QUI

Non occorre certo spiegare — ma con le teste che circolano a piede libero di questi tempi è bene farlo —, che il prete, pur non professando come il religioso i voti di povertà, castità e obbedienza, esprime in ogni caso due solenni promesse: mantenersi celibe, cosa questa che implicitamente comporta la castità; obbedire al Vescovo ed a tutti i suoi successori.

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In ambito dottrinale e pastorale, il problema del linguaggio è fondamentale, perché se alle parole, in particolare alle parole-concetto, noi attribuiamo dei significati diversi, svuotandole del loro autentico significato e riempiendole di altro, come ovvia e inevitabile conseguenza daremo vita a situazioni di autentico caos.

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Per spiegare questo genere di problema, più volte ho usato due termini tipici del romanesco, che sono rispettivamente: mignotta e paraculoRicordo sempre in modo indelebile quando oramai quasi cinquant’anni fa, da bambino di sei sette anni, ero portato ogni tanto a passeggio da mio nonno e da sua sorella nel parco romano di Villa Borghese. L’apice di quella passeggiata era costituito dalla visita alle scimmie dello zoo, alle quali mi divertivo a dare le arachidi preventivamente acquistate alla bancarella di un rivenditore. Un giorno accadde un fatto divertente: una signora alquanto popolana e per questo particolarmente simpatica, prese a chiamare il figlioletto, che come suol dirsi se ne fregava dei richiami della madre che lo invitava a tornare a casa. Chiama che ti chiama, a un certo punto la madre si scoccia e urla verso il figlio: «’a gran fijo de ‘na mignotta, ma te vόi da sbrigà, che dovemo tornà a casa?».

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In un italiano impeccabile questa frase suonerà così: «Grandissimo figlio di una puttana, ti vuoi sbrigare, che dobbiamo ritornare a casa?». Delle due cose, l’una esclude l’altra: o questa splendida popolana ha dichiarato dinanzi a tutti nel parco di Villa Borghese che lei, madre di quel figlio, era una puttana, o più semplicemente, l’espressione fijo de mignotta ha perduto il proprio etimo ed è usata sia come espressione per intercalare nel discorso, sia alle volte per indicare ‘na persona gajiarda e simpatica.

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I maestri del cinema e del teatro italiano: Gigi Proietti [Roma 1940], video QUI

Passiamo a un altro esempio prima delle spiegazioni che seguiranno. Tempo fa, il genitore di un giovane appena diciottenne mi narrò che suo figlio aveva acquistato delle scarpe da ginnastica di marca, dopodiché, dicendo che il colore non gli andava bene coi vestiti, chiese al padre se le voleva acquistare lui, perché egli ne avrebbe acquistate altre del colore più adatto. Il padre gli dette 120 euro con i quali il figlio, presso un negozio di articoli sportivi di marca, andò a comprarsi un altro paio di scarpe. Il tutto con un piccolo particolare non propriamente indifferente: le scarpe vendute al padre erano false, le aveva acquistate per 15 euro al mercato di Porta Portese, mentre lui, con i soldi della vendita fatta al padre, era andato ad acquistarsi quelle originali. Il padre lo scoprì tempo dopo e in seguito, ridendo con me mi narrò il tutto concludendo: «… hai capito, mi’ fijo, che grannissimo paraculo che è?».

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In un italiano impeccabile questa frase suonerà esattamente così: «… hai capito, mio figlio, che grandissimo omosessuale che è?»

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Senza bisogno di particolari spiegazioni, avrete già capito alla perfezione che oggi, il termine mignotta e il termine paraculo, pur avendo entrambi una accezione negativa come significato etimologico, essendo termini nati per indicare in modo dispregiativo certe persone, fatti o situazioni, nell’attuale romanesco sono lemmi usati in toni di simpatia, a volte persino per indicare una persona che, con la sua fantasiosa scaltrezza, ti ha data una clamorosa sóla, ossia fregatura, facendoti per essa ridere e divertire.

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I maestri del cinema e del teatro italiano: Anna Magnani [Roma 1908 – Roma 1973], video QUI

In breve: mignotta, nasce da una deturpazione popolare del termine latino filius mater ignota, ossia figlio di madre ignota. Così erano chiamati i bimbi partoriti e lasciati negli ospedali dalle madri, o più frequentemente dentro le chiese o all’interno delle ruote dei conventi e dei monasteri delle monache di clausura. Nel linguaggio popolare, il termine latino filius mater ignota è storpiato in matrignotta, poi lo fu ulteriormente divenendo mignotta, usato come sinonimo popolare di puttana, perdendo però di seguito questo significato attribuito, come abbiamo dimostrato con la madre che chiama il figlio nel parco di Villa Borghese.

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Nella Roma pontificia ottocentesca — dove a nessuno sarebbe mai passato per la mente che in futuro, l’orgia grottesca del Gay Pride, potesse sfilare tra le sue vie partendo dalla piazza della Cattedrale del Vescovo di Roma, San Giovanni in Laterano, per giungere in Piazza Esedra, oggi Piazza della Repubblica, davanti alla Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, luogo dove furono martirizzati dall’Imperatore Diocleziano molti cristiani —, dare del paraculo a un uomo, era un’offesa così grave e infamante, che si poteva rischiare la vita in due modi diversi. Se davi del paraculo a un popolano di Trastevere, quello probabilmente ti accoltellava, poi semmai, chiedendo aiuto a un paio di amici della vicina osteria, gettava il tuo cadavere nel Tevere; se invece davi del paraculo a un aristocratico, quello ti gettava un guanto in faccia e t’aspettava il mattino alle cinque fuori Porta San Giovanni per sfidarti a duello, nel corso del quale, o l’offeso o l’offensore sarebbe inevitabilmente morto.

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Paraculo, come significato etimologico ha in sé poco di simpatico, perché il suo etimo indica in modo dispregiativo un uomo che para, ossia che offre il proprio posteriore a un altro uomo per essere sodomizzato. Pertanto, i vocabolari della lingua italiana che oggi indicano questo termine come sinonimo di furbo o di soggetto che riesce a rivolgere le situazioni a suo proprio vantaggio, datando la sua nascita al periodo degli anni Sessanta del Novecento e collegandolo alla letteratura di Pier Paolo Pasolini e di Aldo Palazzeschi, sbagliano. A provarcelo è uno studio del Dott. Luca Lorenzetti, ricercatore dell’Università della Tuscia, che nella Biblioteca Casanatense di Roma individuò a fine anni Novanta il termine in un poemetto di 150 sonetti risalente al 1830, ed usato in quella prosa per indicare col paraculo il sodomita passivo [cf. QUI]. 

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Durante la celebrazione del Concilio Ecumenico Vaticano II, abbiamo avuto molti problemi che si sono sviluppati nel para … concilio mediatico e che poi si sono protratti con risultati spesso disastrosi nella stagione del post-concilio. Tutti questi problemi sono perlopiù nati da elementi di carattere puramente lessicale. Infatti, proprio là dove si parla in modo a tratti martellante e ossessivo di “unità della Chiesa”, se andiamo a vedere, coloro che hanno compromessa e che compromettono questa unità, sono stati e sono proprio coloro che seminano confusione e disunione attraverso l’uso errato e arbitrario delle parole.

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I maestri del cinema e del teatro italiano: Alberto Sordi:video QUI

Il problema dell’ultimo concilio sta quindi nel linguaggio. Come infatti ho più volte spiegato nel corso degli anni su queste colonne de L’Isola di Patmos, i Padri della Chiesa, per la prima volta hanno abbandonato il solido e preciso linguaggio metafisico nato dalle speculazioni della vera e grande scolastica — da non confondere con la neoscolastica decadente —, il tutto espresso attraverso precisi termini e frasi idiomatiche della lingua latina. Poco dopo il Concilio il latino, pur rimanendo la lingua ufficiale della Chiesa, fu abbandonato, anche perché già all’epoca, la maggior parte dei vescovi extra europei, non lo conosceva più. Essendo però stato il Concilio Vaticano II letteralmente egemonizzato dal filone tedesco e nord-europeo, lo stile del linguaggio espressivo usato risulta quello del romanticismo tedesco decadente, che cerca anzitutto di unire gli opposti ed i contrari, la tesi e l’antitesi, l’olio bollente con l’acqua fredda. E, si presti attenzione: in questa trappola ci sono caduti, involontari e in totale buona fede, anche tutti i teologi ortodossi, inclusi i Sommi Pontefici Giovanni Paolo II e, forse soprattutto e più di tutti, Benedetto XVI. È stato infatti con surreale spirito romantico che la Chiesa, anziché condannare l’errore, ha cominciato a dialogare con l’errore, il tutto con questa conseguenza: l’errore non è stato affatto corretto, anzi trovandosi a essere oggetto di dialogo si è rafforzato e radicato di più, ed a questo modo — convinti di poterlo correggere con amorevole dialogo — è stato fatto invece penetrare all’interno della Chiesa.

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Il primo documento approvato, la Sacrosanctum Concilium, quello sulla riforma liturgica, consente e forse approva gli abusi liturgici che oggi abbiamo sotto gli occhi nelle chiese? Con i neocatecumenali agguerriti che più scempiano la Santissima Eucaristia, più urlano come un mantra la filastrocca: «Siamo approvati, siamo approvati … i Pontefici ci hanno approvati … ci hanno approvati!»? [vedere mio recente studio, QUI].

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Come possiamo, a mezzo secolo da una riforma, ritrovarci oggi in uno stato di totale caos liturgico che rasenta non di rado il sacrilegio della Santissima Eucaristia? Semplice la risposta: la Sacrosanctum Concilium ha dettato delle “romantiche” linee generali e molto generiche, per improntare una necessaria riforma liturgica; necessaria soprattutto sul piano pastorale e su quello della nuova evangelizzazione dei popoli. Quando però, in certe materie molto delicate, a partire dalla liturgia e dalla relativa disciplina dei Sacramenti che la regge, non si danno delle indicazioni rigorose, tassative, precise e non passibile di alcuna diversa interpretazione, avverrà inevitabilmente ciò che oggi abbiamo sotto gli occhi: ciascuno si è creato la propria liturgia, la propria disciplina dei Sacramenti, la propria dottrina e, infine, le proprie leggi. Con i neocatecumenali che, sbandierando un riconoscimento di carattere puramente amministrativo a loro concesso dal Pontificio consiglio per i laici [cf. QUI, QUI], non certo dalla Congregazione per la dottrina della fede né dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, non esitano a mentire sapendo di mentire dichiarando ai propri adepti ed a chicchessia che le “loro” liturgie sono pienamente approvate dalla Santa Sede. Se poi andiamo a dire a queste persone che ciò non è affatto vero e che loro non hanno diritto di disporre e di abusare della sacra liturgia, che i Sacramenti non sono beni disponibili di loro proprietà e che della dottrina non sono liberi interpreti o peggio creatori, costoro replicheranno ribadendo che «nella Chiesa c’è stato un Concilio» e che tu, ragionando a questo modo, sei «un povero tridentino nostalgico». E con ciò, è presto detto che oggi, nella Chiesa della romantica e ambigua vaghezza, che con l’errore ha dialogato anziché condannarlo, dare ad una persona del «tridentino», suona più o meno come … daije de er fijo de mignotta in modo affatto simpatico, ma proprio per ciò che l’espressione significa etimologicamente, non nel modo amabile e scherzoso come la simpatica popolana di cui narravo prima.

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I maestri del cinema e del teatro italiano: Alvaro Vitali [Roma 1950], video QUI

Mentre il grande Concilio di Trento, che riformò radicalmente la Chiesa e che la spinse verso una straordinaria opera missionaria, è usato oggi come un vero e proprio insulto, per altro verso, non il Concilio Vaticano II, ma il para-concilio che raggiunge il proprio pervertimento massimo nel post-concilio, è però considerato e presentato come una sorta di dogma dei dogmi da coloro che, per paradosso, de-costruiscono da mezzo secolo l’intero impianto dogmatico della Chiesa (!?). E quando al moderno insulto di fijo de ‘na mignotta, ossia di «tridentino», vogliono aggiungere anche l’insulto di paraculo, in questo secondo caso ti dicono: «Sei un vecchio dogmatico legato a dogmatismi ottusi e obsoleti». Quindi, se tridentino equivale oggi a fijo de ‘na mignotta, il termine dogma e dogmatico, equivale più o meno a quello di paraculo.

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Senza ripetermi inutilmente, rimando i lettori ad un mio vecchio articolo del 2014: «Babele e la neolingua: una Chiesa senza vocabolario da mezzo secolo» [vedere QUI], al quale fece seguito nel 2016 Una mia lectio magistralis disponibile in video [vedere QUI].

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La lingua non è un elemento sostanziale, ma accidentale. Esempio: celebrare la Santa Messa nelle lingue nazionali, non intacca affatto in alcun modo la sostanza mistagogica del Sacrificio Eucaristico. Però, se facendo uso dell’elemento accidentale esterno, ossia la lingua, sono alterate attraverso traduzioni non corrette le parole che da due millenni racchiudono e blindano la sostanza, in quel caso possiamo dire che, attraverso l’elemento accidentale esterno della lingua, si rischia di colpire e di alterare gravemente la sostanza. Esattamente come avviene oggi: non si tocca la sostanza della dottrina, che rimane tale e quale, però si cerca di disattendere dei precetti sostanziali della dottrina attraverso una nuova prassi pastorale.

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In questi giorni qualcuno — non ricordo bene chi, né ricordo il nome, ma ciò poco importa — è tornato a parlare del proselitismo in modo severo e dispregiativo, dando a questo termine una connotazione negativa, proprio come alcuni danno oggi una connotazione negativa a “tridentino” e “dogmatico”.

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Vediamo cosa significa e com’è indicato dai vocabolari il termine proselitismo, partendo dall’etimo greco composto da πρός pros ed ερχομαι erchomai, che significa “venire” o “andare verso”. Il termine proselitismo significa alla lettera: svolgere una attività, nel caso del Cristianesimo di evangelizzazione, per convertire e per acquisire nuovi fedeli.

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I maestri del cinema e del teatro italiano: Tomas Milian [Avana 1933- Roma 2017] e Franco Lechner in arte Bombolo [Roma 1931-Roma 1987], video QUI

L’invito a far proseliti non nasce dai “cattivi” domenicani del XVI secolo, che secondo clamorosi falsi storici giunsero con spade e croci per sterminare gli aztechi di quel delicato uomo di Montezuma e convertirli a forza al Cristianesimo. I “cattivi” domenicani del XVI secolo, giunti nel Messico rimasero scioccati dal fatto che il gran popolo autoctono degli aztechi, peraltro in stato di totale decadenza, compiva sempre sacrifici umani, assieme a varie forme di cannibalismo rituale, che furono impediti dai “crudeli” colonizzatori. Ciò con buona pace di chi oggi accusa, gli uni e gli altri, di avere distrutto delle antiche e gloriose civiltà che nel XVI secolo, all’arrivo degli spagnoli, versavano invece nel loro stato di più profondo declino e degrado umano e morale.

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A fare proseliti, ci invita Nostro Signore Gesù Cristo, rivolgendo agli Apostoli un preciso comando, per di più nello spazio temporale che va’ dalla sua risurrezione alla sua ascensione al cielo. È l’ultimo comando che Cristo Dio rivolge agli Apostoli prima di tornare alla destra di Dio Padre:

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«Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno. Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano» [cf. Mc 16, 1-20].

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È Cristo Dio che ci invita a fare proseliti, perché questo è lo scopo dell’annuncio e della predicazione: la redenzione. Inutile dire che il mistero della redenzione è ben diverso dal concetto del «una religione vale l’altra», oppure «poco importa che sia Gesù Cristo, Budda o Maometto». Se infatti così fosse il Redentore, che è uno, non molteplici, non si sarebbe posto come elemento di unicità e assolutezza affermando: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto» [cf. Gv 14, 6-7].

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I maestri del cinema e del teatro italiano: Nino Manfredi [Castro dei Volsci 1922 – Roma 2004], video, QUI

Il proselitismo non è nulla di negativo e spaventoso. Certo, anche le cose più buone e sante, possono essere trasformate in cattive e dannose. Certe droghe o certi veleni mortali, se usati in giuste dosi possono essere ingredienti indispensabili per la preparazione di particolari medicinali — per esempio certi forti antidolorifici —, in assenza dei quali, gli affetti da certi mali in fase acuta, potrebbero essere straziati dal dolore fisico. Allo stesso modo possiamo dire per le armi da fuoco, che se date in uso a soldati che combattono una giusta guerra difensiva, sono indispensabili per difendere dall’aggressione di un gruppo di feroci integralisti islamisti un villaggio nel quale sono raccolti donne, bambini e anziani di religione cristiana e potenziale oggetto delle loro stragi. A chi poi dovesse replicare a quest’esempio affermando che non esistono guerre giuste e che non è mai lecito uccidere per alcuna ragione e motivo, provate semmai a chiedere: in quante zone di guerra ti sei ritrovato a vivere? Oppure: quanti cadaveri di bimbi uccisi, mutilati, fatti in pezzi o bruciati, hai avuto occasione di vedere, o pia anima bella della sinistra radical chic dell’Europa pacifondista, dove l’ultima disastrosa guerra si è conclusa settantaquattro anni fa, mentre gli abitanti di altre regioni e paesi del mondo sono nati, vissuti e giunti all’età di settantaquattro anni senza mai avere conosciuto nel corso della loro esistenza un solo giorno di pace, ma passando di conflitto in conflitto, di dittatore in dittatore, di guerra civile in guerra civile? [cf. QUI].

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La Santissima Eucaristia, se ricevuta in stato di grazia, è sostegno e conforto per la vita eterna. La stessa Santissima Eucaristia, se ricevuta però da una persona che non vive in stato di grazia, che non ci vuole vivere e che anzi rivendica pure il pieno riconoscimento del suo diritto a vivere al di fuori della grazia, non è nutrimento per la vita eterna, ma diviene invece veleno per l’anima, ce lo spiega il Beato Apostolo Paolo:

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«Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» [cf. I Cor 23, 28-29].

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Anche il proselitismo, può essere mutato in qualche cosa di negativo, se a farlo sono certe aggressive e coercitive sétte evangeliche e pentecostali che sono abituate a giocare sulle paure e sulle fragilità umane, a riguardo delle quali, da quella persona di cui non ricordo il nome, non ho però mai udite parole di rimprovero e di condanna, meno che mai per le conversioni forzate fatte dall’Islam, sotto minaccia di morte o di privazione dei diritti civili, quantunque oggi addirittura presentato come religione di pace e di amore, che equivale a presentare Messalina come se fosse la martire della purezza Santa Maria Goretti.

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Dare alla parola proselitismo una connotazione negativa, è come dare una connotazione negativa alla parola Eucaristia. Semmai sostenendo che, il concetto di transustanziazione e di reale presenza di Cristo nelle sacre specie in anima, corpo e divinità, potrebbe recare grave offesa alla sensibilità di tutti gli appartenenti alle correnti ereticali distaccatesi del nucleo cristiano cattolico, le quali considerano l’Eucaristia solo un memoriale puramente simbolico in ricordo dell’ultima cena di Cristo Signore.

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Tanti sono dunque i concetti e le parole che potrebbero recare offesa ad altri, per esempio: incarnazione del Verbo di Dio, Gesù Cristo vero Dio e vero uomo, la Immacolata concezione della Beata Vergine Maria, la Risurrezione di Cristo, la sua assunzione al cielo e via dicendo. Per adesso, pur di piacere al mondo e di non offendere il mondo, abbiamo cominciato dal proselitismo e da varie altre cose per così dire minori, il tutto nell’attesa che il meglio del peggio giunga tutto quanto dopo …

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Una preghiera per i nostri grandi maestri italiani di cinema e di teatro, per i defunti e per i viventi: possa Dio rendergli merito per averci edificati e sostenuti con la loro profonda serietà.

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dall’Isola di Patmos, 22 maggio 2019

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UN SAPIENTE COMMENTO ALL’ARTICOLO IN EVIDENZA

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Caro Confratello,

non sono solito commentare sui siti elettronici, ma stavolta il tuo breve saggio, linguisticamente scritto con “l’odore delle pecore” per giunta borgatare, mi ha alquanto intrigato e divertito.

Approvo il tuo approccio: è efficace nel catturare l’interesse del lettore navigante nel mare magnum della rete elettronica; ci aiuta a non cedere allo scoraggiamento e alla tetraggine nel considerare lo sbandamento generale della navicella di san Pietro e a reagirvi con spirito toscano, alla san Filippo Neri; è un preclaro esempio di applicazione dell’aurea massima: «Non prendeteli sul serio, prendeteli per il culo» [N.d.R. vedere QUI] che anch’io ormai pratico nel mio piccolo (cercando nel contempo di respingere la tentazione dell’autocompiacimento).

A proposito di “odore delle pecore”: mi pare nient’altro che una delle tante parole d’ordine, inconsistenti e “fantasiose” (nel senso sessantottino del termine), mediante le quali siamo afflitti e sviati in questa sciagurata epoca ecclesiale. Non conosco alcuna base biblica e patristica per una pseudoteologia “cacosmetica” (κακὴ ὀσμή = puzza); anche Gesù Cristo, nel capitolo 10 del Vangelo secondo Giovanni, non si sogna neppure lontanamente di avventurarsi in tale linguaggio, considerato che le pecore – quando sono racchiuse negli ovili – non emanano propriamente un gradevole odore; ma evidentemente certi “pastori” odierni hanno visto solo le pecorelle inodori di qualche presepe natalizio. Al contrario, il beato apostolo Paolo scrive: “Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo fra quelli che si salvano e fra quelli che si perdono; per gli uni odore di morte per la morte e per gli altri odore di vita per la vita” (2Cor 2, 15 – 16). Di questo passo, certi “fantasiosi” episcopi faranno gli “aggiornati” confezionando il sacro Crisma non con un gradevole balsamo (secondo la tradizione), ma con “Eau de mouton – brebis galeuse = profumo di montone – pecora nera”, per avere nuovi vescovi, nuovi preti e cresimati sempre più “caproni”.

Piuttosto che concionar di “odore delle pecore”, dovrebbero preoccuparsi per molti olezzanti pretini, i quali sprecano fior di quattrini in profumi per il proprio azzimato personalino sempre costosamente vestito alla moda secolare e lasciano al loro passaggio un forte odor di paraculo (nel senso originario del termine), con quale edificazione spirituale del gregge cattolico si può immaginare.

Riguardo al proselitismo, a modo di grido di allarme, abbozzo un’osservazione che meriterebbe di essere maggiormente circostanziata. Mi pare che proprio il beato apostolo Paolo sia una delle principali vittime del modernismo imperante. La mera lettura degli Atti degli Apostoli illustra il fatto che egli si dedicava nient’altro che a “ammaestrare”, “insegnare”, “predicare” che Gesù è il Cristo e l’unico Salvatore di tutti, secondo la missione affidata dal Risorto alla sua Chiesa (cf Mt 28, 19 – 20; 16, 15. 20; Lc 24 46 – 48). Entrato in una Città, non impiantava nessuna mensa o ospedale, non attendeva silenzioso che una sua filantropica attività suscitasse domande negli altri per poi presentarsi come cristiano, ma sùbito predicava nelle Sinagoghe e nelle piazze, chiamando esplicitamente alla fede e pagando di persona per le persecuzioni che i Giudei gli scatenavano contro. Oggi i vertici ecclesiastici lo censurerebbero, accusandolo di deprecabile proselitismo e di azione divisiva! Ma questo come si concilia con il dogma della apostolicità della Santa Chiesa?

Del resto, tra le innumerabili scempiaggini eretiche fin qui udite, ultimamente abbiamo dovuto pure annoverarne la seguente (sbandierata senza vergogna sulle rive torinesi del Po, con la complicità dell’arcivescovo metropolita competente): se avesse conosciuto coppie omo-affettive (?!), san Paolo non avrebbe scritto Rm 1, 24 – 32; il che equivale a negare che l’Apostolo sia un Dottore ispirato dallo Spirito Santo, ma bensì un povero sprovveduto non aggiornato! Stiano attenti da quelle parti, perché l’Apostolo delle Genti ha come attributo iconografico una spada in mano; visto il caratterino che lo contraddistingueva, se si decidesse ad usarla, qualche testa bacata episcopal-presbiterale cadrà …

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24 maggio 2019

Giovanni Zanchi – Sansepolcro (Arezzo)

 

 

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In difesa della sovranità dello Stato: abbiamo un Cardinale-elettricista che non conosce il Codice Penale della Repubblica Italiana, assieme a chi lo ha mandato …

IN DIFESA DELLA SOVRANITÀ DELLO STATO: ABBIAMO UN CARDINALE-ELETTRICISTA CHE NON CONOSCE IL CODICE PENALE, ASSIEME A CHI L’HA MANDATO …

Di una cosa, il Cardinale-elettricista e chi per lui può essere ben certo: con questa operazione hanno regalato a qualcuno almeno un milione di voti, senza che debba impiegare tempo ed energie per fare estenuanti e dispendiose campagne elettorali. E questa potete anche chiamarla: lungimiranza della Chiesa del nuovo corsoInfatti, le famiglie italiane disagiate che spesso pagano con dignitoso sacrificio le forniture, semmai chiedendo in certi momenti la rateizzazione degli importi dovuti alle aziende fornitrici, agli amici del Tarzan Okkupatore ed a chi lo appoggia, il voto non glielo daranno neppure a morire. O per dirla proprio chiara a chi fosse duro nel capire: Matteo Salvini, il terribile ragazzaccio del cosiddetto populismo, ringrazia la Santa Sede dal profondo del cuore!

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Chiesero i farisei: «Dicci dunque il tuo parere: è lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»

[Vangelo di San Matteo: 22, 17-21]

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fotomontaggio a cura di Tea63

Solitamente scriviamo su cose serie, ma ogni tanto può accadere di occuparci di cose in bilico tra il tragico e il comico.

Il fatto: Konrad Krajewski polacco di nascita, di anni 55, cittadino dello Stato della Città del Vaticano e ivi residente, di professione cardinale e elemosiniere pontificio, l’11 maggio ha commesso un reato sul territorio della Repubblica Italiana: manomissione di sigilli apposti dalla azienda fornitrice ai contatori della luce di un intero stabile romano, il tutto dopo che gli utenti avevano accumulato circa 300.000 euro di debito per forniture non pagate.

Lo stabile non è di proprietà del patrimonio ecclesiastico [vedere QUI, QUI] ma dell’I.N.P.D.A.P (Istituto Nazionale Previdenza e Assistenza Dipendenti dell’Amministrazione Pubblica), ed è stato occupato nel corso del 2013 su progetto e istigazione di soggetti che risultano essere dei professionisti dell’occupazione. A capo di questo comitato non c’è San Filippo Neri ma l’anarcoide anti-sistema Andrea Alzetta, detto Tarzan, denunciato numerose volte per reato di violazione di domicilio, per seguire con i reati di devastazione di edificio e di resistenza a pubblico ufficiale [vedere, QUI].

Il fatto è narrato nei dettagli dall’ormai organo ufficioso della Santa Sede, La Repubblica. Vi invitiamo pertanto a leggere il resoconto dettagliato di questo quotidiano, la cui attendibilità è tal quale, se non addirittura superiore, a quella de L’Osservatore Romano [vedere QUI].

Sul territorio della Repubblica Italiana governata da uno Stato sovrano, compresa Roma sua capitale, che non è più la capitale dello Stato Pontificio governata da er Cardenal Nepote — avente come solo merito quello d’esser nipote del Sommo Pontefice —, bensì da un’amministrazione comunale eletta dai cittadini, si applica la seguente legge contemplata dal dettato dell’articolo n. 624 del Codice Penale:

«Chiunque s’impossessa della cosa mobile [c.p. 631] altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 154 a euro 516 [c.p. 29] (3). Agli effetti della legge penale, si considera cosa mobile anche l’energia elettrica e ogni altra energia che abbia un valore economico [c.c. 814c.p. 625626646647649; c.n. 510, 593, 1146] (4). Il delitto è punibile a querela della persona offesa, salvo che ricorra una o più delle circostanze di cui agli articoli 61, numero 7), e 625 (5) (6)»

Attendiamo quindi di sapere se la Procura della Repubblica di Roma, dopo avere appresa da tutti i giornali la notizia di reato, aprirà un fascicolo a carico di Konrad Krajewski, cittadino dello Stato della Città del Vaticano, chiedendo all’occorrenza per rogatoria internazionale la sua estradizione in Italia per rispondere del reato commesso.

In caso contrario, in questo nostro ameno Paese dove quasi sempre a sproposito e per questioni a dir poco futili si urla alla laicità, vuol dire che siamo tornati alla Roma governata da er Cardenal Nepote, ma soprattutto, a partire da oggi, tutti i morosi in analoghe situazioni potranno rompere i sigilli ed infrangere in tal modo la Legge, senza che la Procura della Repubblica possa procedere a loro carico, il tutto sulla base del distruttivo princípio che Cesare da parte sua deve tutto, mentre a Cesare, da parte dei consociati che formano il corpo dei cittadini, non è dovuto invece niente.

Di una cosa, il Cardinale-elettricista e chi per lui può essere ben certo: con questa operazione hanno regalato a qualcuno almeno un milione di voti, senza che debba impiegare tempo ed energie per fare estenuanti e dispendiose campagne elettorali. E questa potete anche chiamarla: lungimiranza della Chiesa del nuovo corso.

Infatti, le famiglie italiane disagiate che spesso pagano con dignitoso sacrificio le forniture, semmai chiedendo in certi momenti la rateizzazione degli importi dovuti alle aziende fornitrici, agli amici del Tarzan Okkupatore ed a chi lo appoggia, il voto non glielo daranno neppure a morire. O per dirla chiara a chi fosse proprio duro nel capire: Matteo Salvini, il terribile ragazzaccio del cosiddetto populismo, ringrazia la Santa Sede dal profondo del cuore!

Per uscire da questa ennesima brutta figura, la Santa Sede ha una sola soluzione: mettersi le mani in tasca e pagare a Cesare circa 300.000 euro di bollette arretrate da parte di chi a Cesare ritiene di non dovere niente, oppure, in caso contrario, regalare gratis un milione di voti a Matteo Salvini.

Insomma: a Cesare, se non dai ciò che gli è dovuto, lui se lo riprende, sempre e di rigore con gli interessi.

dall’Isola di Patmos, 12 maggio 2019

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La decadente Chiesa sofferente è entrata nel suo Venerdì Santo, sommersa dal coro dei servi opportunisti che urlano ieri come oggi «Barabba, Barabba! E poco dopo, Pietro rinnega Cristo per tre volte …

 — Venerdì Santo della  Santa Pasqua 2019 —

LA DECADENTE CHIESA SOFFERENTE È ENTRATA NEL SUO VENERDÌ SANTO, SOMMERSA DAL CORO DEI SERVI OPPORTUNISTI CHE URLANO IERI COME OGGI «BARABBA, BARABBA!». E POCO DOPO, PIETRO RINNEGA CRISTO PER TRE VOLTE …

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Siamo alla caduta dell’impero e tra non molti anni la Chiesa Cattolica come sino ad oggi l’abbiamo conosciuta e intesa non esisterà più; esisterà “altro”. Il nostro sistema ecclesiale ed ecclesiastico si è già sfasciato dall’interno, ed attualmente è in corso una inquietante trasformazione. Purtroppo, sia nel Collegio Episcopale sia nel Collegio Sacerdotale non abbiamo un numero neppure minimo di elementi in grado di fronteggiare questo progressivo decadimento. Per la Chiesa sofferente è così cominciato il doloroso Venerdì Santo.

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Questo articolo è stato pubblicato il 16 febbraio, lo riproponiamo oggi, con tutta l’attualità del caso, come meditazione per il Venerdì Santo di questa Santa Pasqua 2019. .

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Autore:
Ariel S. Levi di Gualdo

Quando la critica, di per sé legittima, non può produrre niente, perché talune particolari situazioni storiche, sociali ed ecclesiali le impediscono di generare qualsiasi efficacia, è sempre da evitare, perché in quel caso la critica annega in un circolo vizioso nel quale finisce col nutrirsi solo di sé stessa, aumentando le grandi confusioni ed i grandi disorientamenti, anziché dissiparli. E chi esercita questo genere di critica infruttuosa e dannosa, specie se sacerdote e teologo, rischia seriamente di macchiarsi d’una grave colpa.

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In certe occasioni, anziché ricorrere alla critica inefficace, si può ricorrere all’ironia, oppure al salutare sberleffo, io stesso non ho esitato a farlo, lo riconosco e lo ammetto, anche perché certi miei scritti che d’ironia e sberleffi sono intrisi, rimangono pubblici e consultabili tutt’oggi da chiunque. Quando infatti cominciai a percepire quanto la critica scientifica fosse inefficace e improduttiva, nel tentativo di smuovere certe coscienze ecclesiastiche sono ricorso ripetute volte all’arma dell’ironia, sino a lanciare la cosiddetta campagna: «Non pigliateli sul serio, pigliateli per il culo». E dopo questo invito ad effetto dai contorni in bilico tra Boccaccio e Pasquino, precisai che in certi contesti e situazioni la presa di giro, lo sberleffo, lungi dall’esser fini a sé stessi finiscono con l’essere un atto di perfetta carità cristiana [vedere articolo, QUI]. Temo infatti che a molti sfugga in che modo Cristo Signore ricorse Egli stesso all’ironia facendo uso dello stile espressivo dell’epoca. E non solo ricorse all’ironia, perché i termini di certe invettive da Lui usate sono di una durezza straordinaria. Se infatti certe espressioni rivolte in dialetto aramaico da Cristo Dio a zelanti dottori della legge e scribi, dovessero essere tradotte col lessico del romanesco odierno, scopriremmo che i termini vagamente equivalenti di «grannissimi fiji de mignotta» o di «saccocce piene de merda», non riuscirebbero a rendere in durezza quanto espresso dal Redentore verso certi soggetti dei suoi tempi. Provino gli eminenti esegeti a spiegare che cosa comportava a livello lessicale ed espressivo rivolgersi a degli alti notabili giudei dicendo loro in forma ironica e dura: «In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» [Mt 21, 31]. Espressione questa nella quale sussistono sia l’ironia sia la severità legata ad un profondo richiamo morale. Infatti, questa espressione, equivale in tutto e per tutto a dire oggi, a degli odierni membri del Collegio Cardinalizio, che le mignotte che lavorano lungo la Via Casilina sono più rispettabili di loro, ma soprattutto più meritevoli di loro di entrare nel Paradiso. Se quindi non lo spiega nessuno, allora mi prendo cura di spiegarlo io: accusare alti e zelanti notabili religiosi di essere come i sepolcri imbiancati «belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume» [Mt 23, 27], nel lessico espressivo dell’epoca, era cosa di gran lunga molto peggiore del dire a costoro “siete dei grandissimi pezzi di merda”. Infatti, con i cadaveri, per non parlare poi dei cadaveri putrefatti, il devoto israelita non doveva e non poteva contaminarsi, in modo particolare i membri della casta sacerdotale, ai quali era proibito dalla הלכה [halakha, l’equipollente diritto canonico dell’epoca], di avvicinarsi ai luoghi di sepoltura persino a distanza, il tutto per questioni legate al mantenimento della purità.

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Sicché, paragonare certi alti notabili religiosi a dei cadaveri putrefatti, è grandemente molto più offensivo che dir loro semplicemente “pezzi di merda”. Questo era Gesù Cristo, non certo il bambolotto androgino presentato nel suo film Gesù di Nazareth dal regista italiano Franco Zeffirelli, che non potendo fare a meno di omosessualizzare esteticamente tutto ciò che tocca, appresso seguiterà a mutare in una signorinella languida anche quel virile maschio umbro di Francesco d’Assisi nel film Fratello Sole Sorella Luna. E riguardo la reale figura del Serafico Padre, molto meglio di me si è espresso di recente uno dei Padri de L’Isola di Patmos, il nostro autore cappuccino Ivano Liguori, che dell’Ordine Francescano è membro e che di San Francesco d’Assisi è figlio [vedere articolo, QUI].

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A tal proposito molti Lettori della nostra rivista rammentano e ridono sempre, quando dalle colonne de L’Isola di Patmos fu annunciata la mia nomina ad Arcivescovo Metropolita di Napoli. Dietro a quell’opera burlesque emergeva infatti il dramma dell’episcopato odierno, in particolare quello dei nuovi carrieristi, o se vogliamo dei moderni sepolcri imbiancati, che per giungere all’agognata nomina episcopale si stavano ammantando di poveri e di povertà. Uno sberleffo divertente ma molto triste quell’articolo rivolto a quei vescovi di recente nomina giunti all’episcopato dopo essersi prostrati alla Nouvelle théologie del povero e del migrante, posta ormai al di sopra della teologia del Verbo di Dio incarnato [vedere articolo QUI].

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Tra la fine del mese di dicembre del 2018 e gli inizi del nuovo anno 2019, diversi Lettori affezionati della nostra rivista mi hanno inviato vari messaggi nei quali domandano: «Lei non è più quello di una volta», «dov’è finita la sua vena graffiante e ironica?». Poi ci sono anche i provocatori irriverenti, alcuni dei quali mi hanno domandato: «Alla fine dei giochi, l’hanno impaurita e messa a tacere, vero?».

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Si può soprassedere su molte cose, su altre no, perché quando qualcuno, come il sottoscritto, ha sempre rischiato il tutto e per tutto in difesa della verità, pagandone quasi sempre prezzi molto elevati, non ultimo per avere sempre indicato e chiamato i «sepolcri imbiancati» col loro nome, è opportuno fornire tutte le debite spiegazioni, evitando che prendano vita e che si diffondano voci non vere, oltre che ingiuste nei miei riguardi, del tipo: “… alla fine anche a lui hanno fatta prendere paura e l’hanno messo a tacere!”. No, non è vero. E adesso ve lo spiego io stesso perché non è vero: perché le posizioni e la linea che da tempo ho assunta sono frutto di libertà, poi di quella che spero rientri nella grazia della sapientia cordis.

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Con tutto il devoto rispetto del caso, ma con toni più volte anche parecchio severi, in passato io ho rivolto delle critiche non solo dure all’attuale corso della Chiesa, perché volendo potrei “vantare” di aver formulato anche critiche dure e circostanziate che nessuna Autorità Ecclesiastica ha sino ad oggi mai smentito. In seguito a certe mie pubbliche denunce, di sfregi e di dispetti da donnette isteriche più o meno vestite di rosso, ne ho ricevuti ad iosa, ma di private, o peggio di pubbliche smentite, sino a oggi non ne ho ricevuta mai neppure una. E quei miei articoli, scritti tra il 2014 ed il 2018, sono tutti conservati nell’archivio della rivista L’Isola di Patmos, quindi consultabili da chiunque desideri leggerli.  

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A livello di pura speculazione teologica ho dissertato persino su una questione del tutto ipotetica: «Può un Romano Pontefice legittimamente eletto e Successore legittimo del Beato Apostolo Pietro essere privo della grazia di stato?» [vedere articolo, QUI]. E su questa ipotesi, che si sappia mai verificatasi nell’intera storia della Chiesa, ci ho molto riflettuto, perché Cristo Signore, a Pietro — come spiegherò avanti in modo molto più dettagliato —, prima di dire «conferma i tuoi fratelli nella fede», disse: «che non venga meno la tua fede», ed aggiunse «una volta ravveduto», solo dopo queste due premesse lo esortò dicendo «conferma i tuoi fratelli nella fede» [Lc 22, 31-33], ma di questo tratteremo appunto più avanti …

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I

LA VERITÀ E LA SINDROME DI PONZIO PILATO: QUANDO UNA VERITÀ PUÒ SALVARE UN’ANIMA E QUANDO INVECE POTREBBE DANNARLA IN ETERNO 

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Altra cosa sulla quale interrogarsi seriamente è il concetto di verità. È ovvio che bisogna dire la verità, noi pastori in cura d’anime in modo del tutto particolare, che della verità siamo servi devoti e annunciatori fedeli, purché la verità produca frutto e generi salvezza. Di conseguenza quando si parla e, parlando, ci si espone senza esitazione anche alle peggiori ire, è fondamentale interrogarsi sul modo stesso di dire e di annunciare la verità, perché una verità espressa male o presentata in modo inadeguato perde efficacia, ed in quel caso sia la missione dell’annuncio sia il rendere giustizia alla verità, si traduce in un grande fallimento, se non peggio in un danno. Drammatiche e più che mai attuali suonano quindi le parole di Cristo Signore riportate dal Beato Apostolo Giovanni che riferisce del suo colloquio con Ponzio Pilato al cui quesito Egli risponde: «[…] per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Udite quelle parole, Ponzio Pilato replica: «Che cos’è la verità?» [Gv 18, 37-38].

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Se dunque da una parte Ponzio Pilato voleva conoscere ed appurare la verità, per altro verso egli, più che essere incapace a recepirla, non riusciva proprio a comprendere il concetto stesso di verità. Detto questo aggiungo: qualcuno pensa che oggi, quella che potremmo definire come la sindrome di Ponzio Pilato, sia forse estinta, grazie semmai alla neo-scolastica decadente e ad un neo-tomismo cristallizzato, polemico e aggressivo, posto che San Tommaso d’Aquino — quello autentico, s’intende —, cosa fosse la verità lo ha spiegato in lungo e in largo, sino a meritarsi i titoli di Doctor Angelicus e di Doctor Communis? Purtroppo, il neo-tomista cristallizzato, polemico e aggressivo, alla prova dei fatti ignora quanto oggi la verità sia molto più sconosciuta di quanto lo fosse ieri a Ponzio Pilato. Infatti, nella nostra decadente società post-moderna, vero e veritiero è solo ciò che i soggetti sentono e percepiscono a livello di pura soggettività emotiva; e curare siffatte metastasi col neo-tomismo, sarebbe come curare il cancro con le pillole omeopatiche del pensiero positivo che, oggi, costituisce una vera e propria pandemia socio-psicologica. Sicché, la triste realtà con la quale dobbiamo confrontarci — salvo rinchiudersi in caso contrario nel mondo dell’irreale —, è data dal fatto che la emotività ha sostituita quella verità che quel limitato soldato romano di Ponzio Pilano perlomeno non conosceva, o che non era in grado di conoscere, al punto da chiedere: «Che cos’è la verità?» [Gv 18, 38]. 

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Più che il concetto metafisico di verità in sé e di per sé, proverò allora a chiarire quelli che talvolta possono essere gli effetti od i risultati prodotti da una verità detta male od espressa peggio. Il tutto cercherò di raffigurarlo con tre diversi esempi: il primo, legato alla figura del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, i due successivi, legati ai casi di due diversi ammalati colpiti entrambi dal medesimo tumore al cervello. 

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Correva l’ormai lontano anno 1981 quando al Santo Pontefice Giovanni Paolo II in viaggio apostolico in Germania, nel corso di un colloquio privato avvenuto alla presenza di diversi sacerdoti e laici nella Città di Fulda, fu chiesto come mai non era stato rivelato il testo del Terzo Segreto di Fatima, che avrebbe dovuto essere reso pubblico nel 1960. Il futuro Santo Pontefice, ponendo sapientemente il dito sulla piaga della pruderie mediatica e mondana, della curiosità e della ricerca del sensazionalismo, dette questa risposta: 

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«[…] Molti vogliono sapere solamente per curiosità e gusto del sensazionalismo, ma dimenticano che sapere comporta anche una responsabilità. Si cerca soltanto l’appagamento della propria curiosità e ciò è pericoloso se si è convinti che nulla si può fare contro il male e se al tempo stesso non si è disposti a far qualcosa contro di esso» [Stimme des Glaubens, n. 10 del 1981, mia traduzione dal tedesco]. 

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Presupposto fondante della verità è la conoscenza, al quale segue la piena accettazione di questa conoscenza, ossia della verità. Si può reclamare la conoscenza della verità per pura curiosità morbosa, senza però assumersi tutte le responsabilità che la conoscenza della verità comporta? Se poi la verità è la più bella e preziosa delle gemme, come dimenticare il monito: 

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«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi» [Mt 7, 6]. 

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E quanti sono oggi i porci che rivendicato il “diritto” ad avere le perle della verità, per poi calpestarle e voltarsi per sbranare chi improvvidamente gliel’ha date?

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Gli altri due esempi sono legati ad una patologia tumorale: il tumore al cervello. A breve tempo di distanza l’uno dall’altro ho conosciuto in passato i casi di due uomini affetti entrambi dallo stesso tumore al cervello, posizionato in modo tale da non renderlo operabile. Ma soprattutto, il tumore, fu ad entrambi diagnosticato quando le metastasi erano già diffuse, rendendo inutili le varie terapie, a partire dalla chemioterapia. Il primo di questi ammalati era un commerciante, marito e padre di tre figli. L’oncologo che diagnosticò il male gli spiegò in modo dettagliato quelle che erano le conseguenze di quel male incurabile nel vicino futuro, compreso lo stato di totale perdita della coscienza e la inevitabile riduzione allo stato vegetativo. Quest’uomo, presa coscienza che stava andando incontro alla morte e che prima del sopraggiungere di essa avrebbe perduto le proprie facoltà mentali, cercò di sistemare le sue cose pratiche e di stare il più possibile vicino alla moglie ed ai figli. Tornò anche a frequentare la Chiesa, dalla quale era latitante da molti anni, incontrò più volte un anziano confessore e tornò a ricevere i Sacramenti. Appena il male cominciò a degenerare domandò di ricevere la sacra unzione degli infermi, quando era sempre presente e lucido. Poi la malattia ebbe il corso che gli era stato spiegato, ed in grazia di Dio morì, lasciando un tenero ricordo alla moglie ed ai figli. 

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A poco tempo di distanza lo stesso oncologo diagnosticò il medesimo tumore ad un proprio collega, insigne chirurgo e docente universitario, illustrandogli allo stesso modo la impossibilità di intervenire chirurgicamente e la inefficacia della chemioterapia, a causa delle metastasi diffuse. L’insigne clinico, marito e padre di due figli, sapendo del male di cui doveva morire ed il modo in cui sarebbe morto, invece di tornare a casa si diresse con la propria automobile sul tratto autostradale dove si trova un ponte alto alcune centinaia di metri che collega un colle all’altro, parcheggiò la macchina di lato con le quattro frecce di posizione accese e si lanciò di sotto. Contrariamente al caso testé narrato, alla moglie ed ai figli non lasciò affatto un tenero ricordo, al punto che uno dei due figli, divenuto poi anch’esso chirurgo, ad un decennio di distanza dal suicidio del genitore mi disse: «Mio padre non è morto di tumore, è morto di vigliaccheria». 

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La stessa identica verità può produrre effetti e risultati del tutto diversi sulla base della diversità dei soggetti umani: che si tratti del solo prurito di voler sapere a tutti i costi per mondana e mediatica pruderie, o che si tratti di verità molto amare da accettare.

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II

«IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI» DINANZI AI QUALI I SERVI OPPORTUNISTI URLANO IERI COME OGGI «BARABBA, BARABBA!»

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Non ho mancato poi di manifestare tutta la mia umana sofferenza, per esempio quando mi sono ritrovato ad assistere all’opportunismo inimmaginabile di alcuni giornalisti cattolici, che semmai conoscevo e frequentavo da quasi vent’anni e che consideravo amici veri e sinceri. Quella è stata forse la mia sofferenza più grande. Non però, come qualcuno potrebbe pensare, per essere divenuti costoro più clericali di quanto di fatto non lo siano gli stessi chierici; queste sono cose e debolezze che si possono tranquillamente perdonare. Nei riguardi degli opportunisti bisogna infatti esercitare una certa indulgenza, perché spesso dietro all’opportunismo si celano solo profonda debolezza e senso di grande insicurezza. Il mio rimprovero — di conseguenza la mia profonda sofferenza —, non è stata mossa da questi peccatucci, ma da un peccato di inaudita gravità che compromette in questo genere di persone la carità cristiana stessa, perché costoro conoscono bene ed a fondo le storie quasi sempre tragiche dei pochi e buoni ecclesiastici che continuano a sopravvivere nella Chiesa, che non sono stati semplicemente maltrattati, ma esposti a delle autentiche torture psicologiche, che come sappiamo sono le peggiori, perché sempre e di rigore esercitate con la più crudele cattiveria.

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Mostrandosi totalmente indifferenti al dolore umano per ragioni dettate da cinico opportunismo, questi soggetti hanno negato ogni genere di difesa alla verità agendo nella totale indifferenza verso il sangue dei poveri innocenti. Questo li rende i moderni Giuda che baciano il Cristo per indicarlo ai soldati che devono arrestarlo [cf. Mc 14, 43-46], li rende la moderna turba che dinanzi alla domanda di Ponzio Pilato «Chi volete che rilasci, costui o Barabba?», sovrastando ogni altra voce urlano a squarciagola: «Barabba, Barabba!» [cf. Mt 27, 17-20]. E per queste cose, Dio non perde neppure tempo a condannarci all’Inferno, perché l’autostrada a sei corsie in rettilineo verso di esso se la sono spianata questi soggetti da loro stessi, se non si convertono, se non si pentono e se non fanno adeguata penitenza [vedere articolo di Ipazia gatta romana, QUI].

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Molte sono le cose alle quali abbiamo assistito nel corso degli ultimi cinque anni di storia della Chiesa, caratterizzati e segnati da un radicale e profondo sfacelo progressivo. Abbiamo scoperto d’improvviso amici di vecchia data come mai ce li saremmo immaginati, molti di noi hanno confidato loro dubbi e perplessità ad amici da lungo stimati ed amati, dai quali sono stati traditi e dagli stessi poi consegnati al moderno sinedrio col bacio di Giuda.

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III

LA NOSTRA GRANDE PROVA DI FEDE DINANZI A QUEL PASSAGGIO SCOMODO CHE A MOLTI SFUGGE: PRIMA DI DIRE A PIETRO «CONFERMA I FRATELLI NELLA FEDE» CRISTO DIO GLI DICE «UNA VOLTA RAVVEDUTO». E POCO DOPO, PIETRO, RINNEGA CRISTO DIO PER TRE VOLTE, TANTO SI ERA RAVVEDUTO …

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Spiegando il concetto del punto di non ritorno, in un recente articolo ho suggerito: «Dinanzi ad una Chiesa visibile affetta da una decadenza dottrinale e morale irreversibile, è necessario aprire quanto prima la banca del seme» [vedere articolo, QUI]. Mentre in un articolo pubblicato agli inizi di quest’anno 2019 scrivevo: «In questa terribile notte buia, per il nuovo anno 2019 il programma di lavoro è stato dettato a L’Isola di Patmos dal Beato Apostolo Pietro: “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi” [I Pt 5, 8-9]» [vedere articolo, QUI]. In queste pagine che toccano temi diversi, dallo smarrimento dottrinale alla crisi morale, sino alla vera e propria apostasia che si palesa sempre più inquietante all’interno della Chiesa, usando le parole dei Libri Sapienziali spiegavo ai lettori:

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«[…] non ho né gettato la spugna sul ring di pugilato, né ho alzato bandiera bianca dinanzi al nemico, meno che mai da leone ruggente sono divenuto un castrato del Settecento barocco che canta con la voce di una soprano afona. Molto semplicemente, nel tracciare un piano di lavoro per l’anno nuovo, ho riflettuto sul fatto che:  “c’è un tempo per stracciare e un tempo per cucire, c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare …” [cf. Ec 3, 1-8]. E oggi bisogna misurare bene, su che cosa parlare, per evitare che il parlare, ma soprattutto il denunciare ed il criticare, sia solo fine a se stesso, con il solo risultato di non scalfire minimamente gli accoliti di Satana, ma al tempo stesso disorientare però ancòra di più il Popolo di Dio molto sofferente e smarrito, che ha bisogno di essere sostenuto nella grande prova» [vedere articolo, QUI]. 

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Dopo questa lunga serie di spiegazioni, col richiamo alle parole di quest’ultimo articolo d’inizio gennaio 2019 eccoci giunti al cuore dolente della spiegazione; ed il cuore è quel cuore cattolico e sacerdotale sopravvissuto a più infarti, poi ad un ictus, ed oggi mantenuto in vita dalla grazia di Dio dopo un intervento di grande cardiochirurgia che lo ha salvato con l’applicazione di alcuni by-pass.

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Oggi, la Santa Chiesa, sta vivendo una crisi che non ha precedenti storici. In più storici e teologi abbiamo provato a individuare qualche precedente analogo, ma non siamo riusciti a individuare nella storia bi-millenaria della Chiesa nulla di simile. Possiamo tentare di fare raffronti col periodo dell’eresia ariana del IV e V secolo, o con il grande decadimento dei secoli IX e X, con la crisi morale e dottrinale del clero precedente la celebrazione del IV Concilio Lateranense sotto il pontificato del Sommo Pontefice Innocenzo III, oppure con la crisi più o meno analoga, caratterizzata anche da una spaventosa ignoranza diffusa nel clero, che precedette il grande Concilio di Trento celebrato sotto tre diversi pontificati nell’arco di diciotto lunghi anni. Ma sono tentativi di raffronto che non portano a nulla che possa essere simile a quanto oggi stiamo vivendo. Modestamente, da parte mia, per tentare un raffronto ho paragonato la nostra epoca a quella della grande decadenza e poi alla caduta dell’Impero Romano [vedere articolo, QUI]. Ammetto che anche dinanzi a questo paragone — come scrivo in questo articolo —, il raffronto storico e socio-ecclesiale regge in modo molto debole, al punto da trovarmi costretto ad affermare:

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«Siamo alla caduta dell’impero e tra non molti anni la Chiesa Cattolica come sino ad oggi l’abbiamo conosciuta e intesa non esisterà più; esisterà “altro”. Il nostro sistema ecclesiale ed ecclesiastico si è già sfasciato dall’interno, ed attualmente è in corso una inquietante trasformazione. Purtroppo, sia nel Collegio Episcopale sia nel Collegio Sacerdotale non abbiamo un numero neppure minimo di elementi in grado di fronteggiare questo progressivo decadimento» [vedere articolo, QUI].

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Per poi proseguire dicendo:

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«[…] in questa situazione senza precedenti, per analogia viene a mente la discesa dei barbari dal Nord dell’Europa. La profonda differenza, dinanzi a questa vaga somiglianza, è data dal fatto che i barbari si convertirono al Cristianesimo, ed anche grazie a loro la Cristianità fu salva e si diffuse tra le stesse popolazioni barbariche. E da che cosa furono colpiti i barbari? Cosa li spinse alla conversione? Presto detto: la loro conversione è legata a figure straordinarie di vescovi, presbìteri e monaci ai quali i barbari riconobbero tempra virile, coraggio, autorevolezza, quindi grande autorità. Loro, i barbari, che basavano e che reggevano tutto sulla forza, riconobbero la forza derivante dalla grazia di stato del carattere sacramentale del sacro ordine e quindi della grazia di Dio […] Dinanzi alla caduta del grande impero sotto i colpi della apostasia dalla fede, non si può né riparare i danni né tanto meno correre più ai ripari, si può solo salvare il salvabile, per poi ripartire domani da un piccolo nucleo sparuto sparso per il mondo a ricostruire sopra le macerie della grande devastazione. A quel punto, tra un paio di secoli, rinascerà una piccola Chiesa formata da pochi fedeli, che ripartendo da zero cercherà di spiegare agli uomini del mondo delle parole sconosciute di cui nessuno conoscerà più il vero significato: Natale, Gesù di Nazareth, Pasqua di Risurrezione, Ascensione, Pentecoste, Rivelazione, Redenzione, Grazia di Dio, Trinità, Immacolata Concezione … […] Il nostro processo di rinascita sarà però molto lungo, ed alla fine dell’opera produrrà solo un piccolo gregge di fedeli sparsi per il mondo, dando in tal modo pieno compimento alla parola del Verbo di Dio: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” [cf. Mt 18, 20]» [vedere articolo, QUI].

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Facendo un’analisi lucida e imparziale dell’attuale pontificato, bisogna anzitutto chiarire, come più volte ho fatto e scritto nel corso di questi ultimi quattro anni, che l’attuale Pontefice regnante, pur lungi dall’essere esente da difetti, a volte anche gravi, non è però il responsabile di certe derive che partono e che si sviluppano da lontano. Egli è solo l’erede, o meglio: l’erede ultimo. Il tutto l’ho chiarito con un esempio più volte ribadito in passato a sua giusta e legittima difesa:

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«[…] egli è solo l’ultimo dei clienti giunto nel ristorante e che appena varcata la soglia è stato aggredito dai camerieri che hanno preteso da lui il pagamento dei conti di tutti coloro che prima di lui avevano pranzato e cenato senza però pagare, ma lasciando fior di conti sospesi» [vedere articoli QUI, QUI].

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Certi ecclesiastici superficiali, talvolta mi hanno amabilmente richiamato dicendomi che verso il Sommo Pontefice avevo espresso critiche troppo severe. In modo del tutto contrario, i pochi ecclesiastici animati dalla sapienza di Dio che seguitano a sopravvivere, per quanto pochi, anzi purtroppo sempre di meno, hanno invece cólto dalle mie critiche tutt’altro elemento, capendo e quindi affermando: «Pochi, come te, difendono veramente il Sommo Pontefice».

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Interloquendo in passato con un amico di vecchia data, famoso vaticanista, che tentò di dirmi una volta, in modo pacato e amichevole, che in certe mie critiche rivolte a talune scelte pastorali del Sommo Pontefice scorgeva una certa arroganza, replicai e spiegai più volte:

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«Se dinanzi al Popolo di Dio confuso e smarrito voglio essere credibile, quindi difendere all’occorrenza in modo efficace il Sommo Pontefice, devo mettere anzitutto in luce i suoi difetti oggettivi. In caso contrario, se come fanno invece altri lo presentassi come il Pontefice più splendido e perfetto dell’intera storia della Chiesa, sino a negare l’evidenza stessa dei fatti, a quel punto, quando poi corressi in difesa della sua sacra persona e del suo alto ufficio apostolico, non sarei credibile e soprattutto non sarei minimamente ascoltato dai Christi fideles».

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Posso infatti non solo testimoniare, ma provare in qualsiasi momento che tutte le volte che nell’adempimento del mio ministero apostolico ho spiegato ai fedeli la indiscutibile legittimità del Pontefice regnante e il senso di filiale e devota obbedienza che in ogni caso è a lui dovuta, i fedeli mi hanno sempre prestato ascolto, mossi anzitutto da questa certezza:

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«Se ce lo dice costui, che all’occorrenza non ha esitato a criticare con durezza certe scelte pastorali del Santo Padre e certe sue espressioni infelici, allora vuol dire che ciò è vero e che questo prete ci dice il giusto, perché è imparziale e quindi intellettualmente onesto».

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Tutte le volte che in seguito a questa mia opera ho ricevuto varie attestazione di fedeli che mi hanno detto «se non avessi seguito il tuo consiglio e se non avessi collocato nella giusta luce il Sommo Pontefice, oggi sarei fuori dalla Chiesa Cattolica», dentro di me ho sempre detto: stasera, alla recita della Compieta, posso dire con particolare serenità le parole tratte dal cantico del santo e saggio Simeone «Nunc dimittis servum tuum, Domine, secundum verbum tuum in pace, quia viderunt oculi mei salutare tuum. Quod parasti ante faciem omnium populorum: lumen ad revelationem gentium, et gloriam plebis tuae Israel» [Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo, Israele].

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Non so se questo amico di vecchia data, per il quale poi ho molto sofferto in seguito, abbia capito il tutto, a partire dalla mia onestà umana e sacerdotale in tal senso, pagata sempre e di rigore ad elevato prezzo con il gruppo degli innocenti condannati al macello. Infatti, la sua apparente difesa a tutti i costi del Sommo Pontefice, soprattutto contro l’evidenza stessa dei fatti, sino al vero e proprio ricorso alla falsificazione, si è infine rivelata finalizzata al raggiungimento di un posto e di un ruolo di alto rilievo istituzionale all’interno della Santa Sede, per giungere al quale non ha esitato ad affermare senza pena alcuna di ridicolo che Caligola aveva il cuore più tenero di San Filippo Neri, che Agrippina ed Aspasia erano più vergini delle Sante martiri della purezza Agnese e Cecilia, che Stalin era il grande fondatore dello stato liberal-democratico …

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Sotto i pontificato del Santo Pontefice Giovanni Paolo II e del Venerabile Pontefice Benedetto XVI, che pure non sono stati esenti né da errori di governo né da scelte rivelatesi poi persino letali negli anni successivi, abbiamo vissuto la nascita di tante belle amicizie cristiane e sacerdotali; ci siamo uniti in tanti valori, scopi e missioni comuni, pur nelle nostre diversità umane e intellettuali. All’interno della Chiesa si parlava e si dibatteva, a volte in modo anche acceso, ma restando nella sostanza uniti dall’essere comunque il cristiano e cattolico Popolo Santo di Dio, il Collegio Sacerdotale ed il Collegio Episcopale, liberi di parlare e di servire la Chiesa. Ciò perché, sulla Cattedra del Beato Apostolo Pietro, c’erano uomini tutt’altro che perfetti, incluso Giovanni Paolo II, oggi venerato santo per la eroicità delle sue virtù; eroicità che non hanno però mai implicata la perfezione. E questi Sommi Pontefici hanno custodito con sapiente gelosia l’unità della Chiesa. Sotto gli ultimi due pontificati, la Santa Chiesa ha conosciuto la massima pluralità, anzitutto nelle nomine episcopali, posto che i vescovi sono il cuore motore del Corpo della Chiesa, assieme ai loro presbìteri. Nelle varie conferenze episcopali, in quei tempi si radunavano vescovi che erano — per usare dei termini del tutto impropri tratti dal lessico dei giornalisti e non da quello degli ecclesiologi —, delle personalità conservatrici, altri personalità progressiste, altri personalità ultra progressiste. E tutti, uniti dal fine comune, erano parte viva e attiva del Collegio Episcopale. Ebbene, dopo avere esaminata la realtà che brilla oggi sotto i nostri occhi, domandiamoci a che cosa è ridotto in linea di massima l’episcopato, a partire da quello italiano. È ridotto a degli emulatori che scimmiottano quella esotica pastorale scissa dalla dottrina e posta al di sopra della dottrina stessa. Le omelie dei vescovi sono un fiorire penoso di luoghi comuni su una idea surreale di poveri e di povertà, seguite da altrettanta idea surreale del fenomeno migratorio. I vescovi hanno ormai abdicato l’annuncio del Santo Vangelo, per dedicarsi a fare i politicanti ed i socio-politologi. E tutto questo, io lo dico e lo scrivo da anni, sempre a mio rischio e pericolo. Ecco perché ho accolto come preziosa rugiada quanto di recente ha espresso e chiarito con profonda amarezza il Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede, Cardinale Gerhard Ludwig Müller, riguardo i vescovi che anziché annunciare il Santo Vangelo fanno i politicanti [vedere articolo, QUI].

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Perché, durante i passati incontri, i vescovi non esitavano a discutere su certe scelte pastorali del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II e del Sommo Pontefice Benedetto XVI, mentre oggi, in questo clima di cosiddetta grande apertura pastorale, di apertura verso il dialogo, la collegialità, l’accoglienza delle diversità, l’includenza e via dicendo a seguire, nessuno osa fare mezzo sospiro contrario? Lo sappiamo perché nessuno osa proferire un sospiro contrario, ma in ogni caso lo ricordo: perché oggi nella Chiesa regna un terrore paragonabile a quello del regime venezuelano di Nicolas Maduro ed a quello boliviano di Evo Morales e perché si è instaurato un vero e proprio regime dopo un colossale golpe. E che nella Chiesa fosse in atto un colossale golpe, io lo scrivevo e lo spiegavo nel 2010, sempre a mio rischio e pericolo, s’intende.

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Un esempio per così dire eclatante: in un mio libro scritto tra il 2008 e il 2010 e pubblicato a inizi 2011, oggi in procinto di essere ristampato dalle nostre edizioni, facevo anche lunghe e approfondite analisi sulla «omosessualizzazione della Chiesa» e spiegavo che coloro che tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del Novecento capeggiavano all’interno dei seminari la pia confraternita dei gay, non solo erano diventati preti, ma che uno dietro all’altro stavano diventando vescovi. Ebbene, sappiate che diversi di quei prelati che oggi sono stati chiamati a risolvere il problema della epidemia gay esplosa infine pubblicamente all’interno del clero, nove anni fa mi accusavano d’aver usata una «inaccettabile definizione ed espressione altamente blasfema» per avere scritto che «nella Chiesa è scoppiato un autentico nubifrocio universale, ma che nessuno se ne voleva accorgere» [cf. E Satana si Fece Trino, 2011, opera in ristampa]. Infatti, gli stessi che ieri negavano l’esistenza del problema e che se la prendevano con me che invece cercavo di sbatterglielo sotto gli occhi questo problema mefistofelico, oggi sono coloro che per ridicolo paradosso, il problema, sono stati chiamati a risolverlo (!?), dopo avere protetto eserciti di preti omosessuali ed avere favorita la promozione alla dignità episcopale di alcuni tra i peggiori di essi e dopo averne inseriti numerosi altri negli uffici della Curia Romana. Oggi hanno infine scoperto l’acqua calda, mentre io, anni e anni fa, già mettevo in guardia sul fatto che nella Chiesa era in atto un golpe omosessualista [vedere questo articolo del 2013, QUI].

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È un fatto, non un giudizio ingeneroso e irriverente: oggi, l’elemento di divisione, per indicibile paradosso, prende proprio vita da quel vertice della Santa Chiesa che dell’unità è custode. Oggi, a originare confusione in materia di dottrina e di fede, pare essere proprio colui al quale è stato dato da Cristo Dio il mandato di «confermare i fratelli nella fede» [cf. Lc 22, 32]. E anche a tal proposito, dibattendo tempo fa con un teologo specializzato a tagliare le frasi dal contesto per supportare le proprie interpretazioni ed elevarle così a rango di dogma di fede, ricordai che Cristo Dio, a Pietro, prima di esortarlo a «confermare i fratelli nella fede», lo ammonisce dicendo:

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«Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli nella fede» [Lc 22, 31-32].

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La Parola di Dio è chiara nel mettere anzitutto in guardia dalle insidie di Satana, alle quali Pietro non è esente, semmai è persino più esposto di tutti gli altri. Poi si prega affinché non venga meno in Pietro la fede e, soprattutto, si chiarisce: «una volta ravveduto». Solo dopo questo chiaro invito al ravvedimento, Cristo Dio dice a Pietro «Conferma i tuoi fratelli nella fede», sempre con buona pace di chi salta a piè pari tutti questi passaggi fondamentali, per enunciare in modo de-contestualizzato e nei concreti fatti del tutto falsante e quindi falso, che Pietro ha ricevuto mandato di «confermare i fratelli nella fede», punto e basta! Certo che lo ha ricevuto questo mandato, ma a tutti i precedenti moniti che precedono questo invito a confermare, che fine gli facciamo fare, o meglio: come intendiamo leggerli? E dopo che Pietro ricevette questo mandato, non trovò forse di meglio da fare che rinnegare Cristo per tre volte? E ricordiamo anche il modo, in cui Pietro rinnegò il Cristo: lo fece «giurando» e poi, arrabbiandosi, anche «imprecando» [cf. Mc 14, 66-71]. E detto questo è bene rammentare che Pietro, il proprio mandato, non lo ricevette in seguito all’elezione avvenuta all’interno di un conclave di cardinali, perché il suo mandato Pietro lo ricevette da Cristo Dio in persona.

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Chiunque parta dalle grandi speculazioni metafisiche e teologiche per annegare infine, dinanzi a problemi imprevisti, mai verificatisi nella storia della Chiesa e quasi impossibili da risolvere, nel lago del cieco fideismo acritico, ha scelto purtroppo in tal modo di sprecare la propria vita, offrendo una visione falsa e falsante della fede, il tutto per difendersi dai propri fantasmi ma soprattutto per avere e per dare una risposta a tutti i costi e costi quel che costi, sino a falsare il Santo Vangelo tagliando da esso frasi che, prese e isolate dall’intero contesto, divengono una grande menzogna per opera di certi falsari, proprio come la frase tagliata e de-contestualizzata: «Conferma i tuoi fratelli nella fede» [Lc 22, 31-32]. In tal caso dobbiamo provare santa invidia per gli analfabeti, per coloro che ignorano l’esistenza di Aristotele, che non sanno che cosa sia la scolastica, che non hanno mai sentito nominare Sant’Anselmo d’Aosta e San Tommaso d’Aquino, ma che con mezza Ave Maria recitata male con atto di semplice e grande fede, finiranno nel Paradiso, mentre noi, ai quali è stato dato il bene dell’intelletto e della scienza, se intelletto e scienza li abbiamo usati per falsare e falsificare la Parola di Dio e per tentare in tal modo di manipolare il Popolo di Dio, proprio perché Dio è misericordioso finiremo nel Purgatorio sino al giorno del giudizio universale.

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Con questo è presto detto quanto oggi il Popolo di Dio, assieme ai suoi Vescovi e Sacerdoti, debba più che mai proteggere Pietro, allontanare da lui le insidie di Satana e pregare per il suo ravvedimento, affinch’egli possa poi procedere all’adempimento del mandato a lui conferito da Cristo Dio, che è quello di confermare i fratelli nella fede. E chiunque, Vescovo o Sacerdote, che dinanzi a questa realtà così evidente sceglie di rinchiudersi nel pavido silenzio dettato da ragioni di personale opportunismo, dovrebbe tenere conto che «il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli» [Lc 12, 46]. E noi, Vescovi e Sacerdoti, non ce la potremo cavare dinanzi al giudizio di Dio attraverso il beneficio della non conoscenza o dell’ignoranza inevitabile, come il povero servo che, pur non conoscendo la volontà del padrone «avrà fatto cose meritevoli» e «di percosse ne riceverà poche» [Lc 12, 48]. A noi, Vescovi e Sacerdoti, che tanto abbiamo ricevuto da Dio in doni di grazia, Cristo Signore ci ammonisce: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48].

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Per collocare poi il tutto alla luce della vera misericordia, resti chiaro che nessuno è obbligato a essere eroe, come nessuno è obbligato ad accettare il martirio, che non a caso rientra nei doni particolari. Dio può offrire all’uomo la possibilità e il dono di morire martire per la fede, ma egli può non accettare il tutto, senza compromettere la salute eterna della propria anima. Il Beato Apostolo Paolo ci viene poi incontro spiegando:

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«Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni. Uno crede di poter mangiare di tutto, l’altro invece, che è debole, mangia solo legumi. Colui che mangia non disprezzi chi non mangia; chi non mangia, non giudichi male chi mangia, perché Dio lo ha accolto» [Rm 14, 1-3].

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Anche questo monito paolino necessita d’essere letto e poi compreso per ciò che veramente trasmette: il debole nella fede, o colui che non mangia o che può cibarsi solo di legumi, non può — né mai deve essergli permesso —, di aggredire con spirito distruttivo chi è forte nella fede, né può sottrarre cibo a chi può nutrirsi, a chi si nutre ed a chi ha bisogno vitale di nutrimento.

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Se pertanto Pietro, per paradosso o per prova di fede a noi data dalla misericordia divina, anziché essere punto di unità finisse con l’essere elemento usato come punto di divisione, in quel caso più che mai bisogna essere uniti a Pietro, al quale oggi è necessario dare prova della nostra fedeltà alla Chiesa attraverso la nostra fede. Il Pontefice regnante, nella situazione che si è creata e della quale lui per primo è prigioniero con tutte le vaghezze e le ambiguità lessicali e dottrinali del caso, non può essere in alcun modo aiutato dalle nostre critiche, comprese quelle basate sulla pura verità dei fatti, perché in questa situazione di decadenza degenerativa non servono più a niente, ma soprattutto non possono produrre niente. Però, prima o poi, egli potrebbe essere invece toccato e indotto al ravvedimento dalla nostra fede, dopo che noi, con le nostre opere — non con le nostre critiche ormai inutili —, gli avremo mostrata la nostra fede [II Gc 1, 18].

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L’attuale pontificato può essere interpretato solo alla luce della più profonda mistagogia. Questo momento è a suo modo un grande dono di grazia, perché forse Dio, dopo gli immani disastri da noi operati per generazioni, sta mettendo alla prova la nostra fede proprio attraverso una Cattedra di Pietro che a volte sembrerebbe traballare dopo essere stata corrosa dai tarli. Per generazioni, abbiamo voluto giocare a rendere tutto quanto opinabile, instabile, insicuro e relativo; forse Dio sta cercando di farci ravvedere mostrandoci i frutti di questo processo degenerativo antico ormai di un secolo, palesando l’opinabile, l’instabile, l’insicuro ed il relativo nella stessa Cattedra di Pietro. Pertanto, la nostra domanda, non dovrebbe essere quanto o se l’attuale Pontefice sia o non sia un buon Pontefice, perché altro dovrebbe essere il nostro quesito: noi, nel corso di tutti gli ultimi decenni di storia, che cosa abbiamo fatto per meritarci un Pontefice Magno? E se Dio ci stesse misericordiosamente ripagando con le stesse monete che da tempo noi stiamo spendendo, per indurci al pentimento, alla remissione dei nostri peccati ed alla nostra vera conversione?

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Oggi molti figli soffrono, sentendosi non accuditi da un padre premuroso. Imputano al padre la responsabilità di non proteggere la madre e di non accudire a dovere la famiglia, di seminare tra i propri figli rancóri e liti, anziché tenerli uniti in amorevole armonia. Poniamo che questo sia purtroppo il padre, cosa fare: attaccarlo, o forse rinnegarlo? Nessun figlio può negare il dato di fatto che il padre che lo ha generato sia suo padre, a prescindere da tutti quelli che potrebbero essere i suoi peggiori demeriti. Volendo, in casi di necessità, il figlio può mantenersi distante dal padre e vivere come se il padre non esistesse, ma senza mai distruggere la figura del padre e la legittimità del padre stesso.

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In questo consiste la prova di fede: mantenere integra la figura del padre e proteggerla, affinché questo legittimo ruolo possa essere ricoperto domani da un padre sapiente e premuroso. Coloro che invece sbraitano contro la presunta «vigliaccheria» ed il «vergognoso silenzio dei pochi buoni vescovi e cardinali che ci restano e che tacciono», possibile non si rendano conto che il loro grido insensato alla guerra contro il padre comporterebbe solo la inevitabile distruzione di tutto l’intero nucleo familiare?

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IV

IL PARADIGMA DEL TITANIC CHE AFFONDA, SUL QUALE IN POCHI PENSANO ALLA SALVEZZA DELLE PROPRIE ANIME

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Nel corso di questi ultimi anni, parlando e scrivendo ripetutamente sulla crisi della Chiesa, che come ogni grande crisi diviene irreversibile al momento in cui si è superato il punto di non ritorno, a partire dal 2014 ho fatto riferimento per più volte al paradigma del Titanic, affondato nell’anno 1912 [vedere QUI]. Usando l’immagine del Titanic colpito dall’iceberg ho scritto vari articoli nei quali sono state spiegate e indicate le priorità alle quali dedicarsi in simili momenti di emergenza dinanzi alla catastrofe immane. Oggi, noi Vescovi e Sacerdoti, siamo sul Titanic che imbarca acqua nelle stive dopo essere stato colpito dall’iceberg. Dinanzi a questa tragedia immane, diverse sono le reazioni, ve ne offro una realistica panoramica. Per esempio: ci sono coloro che essendo assurti in alti ruoli dirigenziali nella compagnia navale White Star Line, si muovono per i vari saloni del transatlantico dicendo che non è vero ch’esso sta imbarcando acqua e che rischia di affondare, ma che è tutta quanta una colossale menzogna messa in giro dai nemici della società navale e da coloro che odiano il capitano, il quale ha un solo ed unico difetto: quello di essere semplicemente e totalmente perfetto.

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Ci sono poi le persone indifferenti dentro il salone delle feste — tipo gli inquilini sempre più surreali dei palazzi della Curia Romana, per intendersi —, che seguitano a festeggiare come se nulla fosse, convinte che questo transatlantico così perfetto non potrà mai affondare; e che se proprio affondasse, la faccenda riguarderebbe quelli che si trovano ammassati nelle stive della terza classe.

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Seguono poi coloro che, consapevoli che il transatlantico sta affondando e che la gran parte dei passeggeri moriranno da lì a breve, incominciano a criticare i cantieri di Liverpool dove il Titanic è stato costruito, mentre altri replicano con critiche rivolte al capitano, a loro dire vero responsabile, non avendo dato ordine di virare per il verso giusto dopo l’avvistamento dell’iceberg. Alla discussione seguono le divisioni in fazioni e gruppi ed i conseguenti litigi, sino a coloro che cominciano a sostenere che il capitano in verità non è il vero capitano e che in realtà non è mai stato nominato, perché il vero capitano era quello che, per una congiura di massoni britannici in combutta con la Mafia del Galles ostile alla compagnia navale, è stato costretto ad andare in pensione anticipata. Nel mentre il livello dell’acqua sale, ma a costoro poco interessa, anzi non interessa proprio niente, giacché ciò che a loro preme è stabilire di chi è la colpa, come mai e perché. E sorvoliamo sui “maestri della logica” che tentano di spiegare che se l’iceberg ha colpito la nave questa non può affondare, il tutto per il semplice fatto che il capitano non può sbagliare mai ed in alcun caso, qualsiasi genere di manovra faccia.

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Infine ci siamo noi, memori che il capitato è stato indotto a spingere i motori al massimo per battere ogni primato di traversata e poter giungere prima di tutti gli altri precedenti transatlantici nel porto di New York, quindi consapevoli dell’affondamento in corso, al quale si aggiunge il fatto che le scialuppe di salvataggio non sono sufficienti per tutti e che coloro che finiranno in mare, pur sapendo nuotare, non sopravvivranno all’arrivo dei soccorsi, una volta immersi ad una temperatura di zero gradi nelle acque gelide. E in questo, noi uomini di fede, scorgiamo la concretizzazione del monito:

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«Larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!» [Mt 7, 13-14].

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Così, anziché perdere tempo a discutere sulle scelte di navigazione volute o imposte al capitano, od anziché discutere sui materiali di costruzione del transatlantico, od anziché rassicurare che il capitano non può mai e ad alcun titolo sbagliare manovra, ci muoviamo tra le stive con l’acqua che sta salendo sempre più, invitando uomini e donne al pentimento ed alla purificazione dai peccati, recitando di testa in testa l’assoluzione plenaria in articulo mortis:

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«Ego, facultate mihi ab Apostolica Sede tributa, et remissionem omnium peccatorum tibi concedo. In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti» [Per le facoltà a me concesse dalla Sede Apostolica, io ti concedo la remissione da tutti i tuoi peccati. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo].

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E intanto che gli aristocratici ed i membri dell’alta borghesia di ieri e di oggi, seguitano a compiacersi della compagnia navale White Star Line nel salone delle feste ed a considerare il piroscafo assolutamente inaffondabile, noi  seguitiamo a recitare di fedele in fedele:  «Ego te absolvo …». Fino a che l’acqua non ci avrà sommersi per consegnarci purificati, attraverso questo segno sacramentale del Battesimo — l’acqua —, al premio della vita eterna.

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Ecco, i miei amati e stimati confratelli de L’Isola di Patmos ed io, abbiamo scelto, come devoti sacerdoti di Cristo, di operare per la salvezza dei Christi fideles sino al nostro annegamento; e se dobbiamo annegare, intendiamo annegare pronunciando la formula sacramentale: «Ego te absolvo …» fino a che l’acqua non ci avrà sommersi ed il nostro corpo mortale trasformato a immagine del corpo glorioso di Cristo [cf. III Preghiera Eucaristica, memoria dei defunti].

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V

NON ESISTE ALTRA STRADA SE NON L’OBBEDIENZA A PIETRO, SPECIE QUANDO OBBEDIRE PUÒ ESSERE DOLOROSO. LA GRANDE LEZIONE DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI SULL’OBBEDIENZA E LA FEDELTÀ

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La storia del Sommo Pontefice Benedetto XVI è tutta quanto ancóra da scrivere, ma soprattutto da conoscere, perché noi non conosciamo le vere ragioni del suo atto di rinuncia. Sappiamo solamente che è stato un atto libero, valido e del tutto legittimo. È lui stesso che lo ha spiegato ripetutamente. Le ragioni oggi ignote, che forse un giorno emergeranno, forse tra del tempo o forse tra molto tempo, non renderanno invalido il suo atto e meno che mai la valida elezione del suo legittimo Successore.

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Purtroppo, mentre tutti si interrogano su questioni più o meno fantasiose, avanzando ipotesi perlopiù surreali, nessuno coglie la solenne lezione data a noi tutti dal Sommo Pontefice Benedetto XVI, che è questa: egli si è allontanato dalla Città del Vaticano prima dell’apertura del Conclave, affermando già prima della sua elezione la propria «incondizionata obbedienza» al proprio successore. Poco dopo, al suo Successore eletto che lo ha chiamato per annunciargli lui di persona la propria elezione, ha detto: «Santità, fin d’ora io vi prometto la mia totale obbedienza e la mia preghiera». E se il Venerabile Pontefice Benedetto XVI, il cui ministero, eccezionalmente, anziché cessare con la sua morte è cessato con un suo libero atto di rinuncia, ha professato con simile fede e totalità la propria obbedienza al suo Successore, noi, non dovremmo forse seguire il suo esempio e fare altrettanto, anziché polemizzare, sollevare questioni assurde e ridurre questo gesto di straordinaria portata storica ad uno squallido chiacchiericcio internetico condìto con l’olio ed il sale della fantascienza e del complottismo?

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È contemplato un unico caso nel quale un presbìtero deve, non solo disobbedire al vescovo, ma è proprio tenuto a farlo: solo nel caso in cui il vescovo imponesse o comandasse al presbìtero cose contrarie al Santo Vangelo, al depositum fidei ed al magistero perenne della Santa Chiesa. Più volte, nel corso di questi ultimi anni, ho spiegato e ribadito che nessuno di noi, nel corso di un atto solenne tal è la consacrazione di un sacerdote mediante il Sacramento dell’Ordine, ha mai promesso che il vescovo gli sarebbe rimasto sempre simpatico o che lo avrebbe sempre stimato. Tutti noi, dinanzi ai presbìteri presenti ed al Popolo di Dio abbiamo promesso pubblicamente al vescovo filiale rispetto e devota obbedienza. Questo è ciò che al vescovo dobbiamo: filiale rispetto e devota obbedienza. Nessun presbìtero ha mai promesso che sarebbe stato un perfetto ruffiano o che si sarebbe cimentato nell’arte del culum lingere, per usare un eufemismo poetico di Valerio Gaio Catullo [Carmen 97, alla lettera: “leccare il culo”].

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Mi disse una volta un vescovo in tono stizzoso: «Tu sembri non perdere occasione per mostrare la tua pressoché totale mancanza di stima nei miei riguardi». Detto questo, già prima di proseguire ci tengo a precisare che costui non era uno dei due vescovi dalla cui giurisdizione sono sino ad oggi canonicamente e felicemente dipeso. Rimanendo alquanto perplesso risposi: «Vostra Eccellenza vuole indicarmi quale legge ecclesiastica o quale solenne promessa preveda che un presbìtero debba stimare un vescovo? All’autorità del vescovo io obbedisco, perché l’obbedienza gli è dovuta ed io gliel’ho promessa solennemente. Invece, per quanto riguarda la stima, quella non gli è dovuta, pertanto, se il vescovo la vuole, per quanto mi riguarda se la deve meritare e guadagnare».

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Inutile a dirsi: se nella dimensione di vita sacerdotale, che è inserita in una precisa struttura gerarchica sacramentale, subentra il tarlo emotivo “non mi piace quindi non obbedisco”, oppure “non mi piace quindi non lo riconosco come autorità”, a quel punto la Chiesa, raffigurata nella simbologia come una barca guidata da Pietro, potrebbe in tal caso colare tranquillamente a picco senza neppure dover sbattere su un iceberg come il Titanic.

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Non esiste altra strada, se non l’obbedienza a Pietro, unitamente alla nostra preghiera affinché egli si ravveda, ed una volta ravveduto adempia a quello che è il suo principale ed alto ministero apostolico: «Conferma i fratelli nella fede». Nel mentre noi, in questo clima nel quale la divisione e la disunione pare prendere vita proprio dalla figura di Pietro stesso, dobbiamo più che mai unirci in una sorta di lega santa e tenere sempre ben chiare a mente le parole del Beato Apostolo Paolo:

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«Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!» [Gal 5, 15].

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Il Popolo di Dio smarrito e disorientato, non ha bisogno dei litigi scatenati dai blogger in cerca di follower; ha bisogno di santi pastori in cura d’anime e di laici impegnati nella diffusione delle verità evangeliche, che ripartano dagli insegnamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, come noi Padri de L’Isola di Patmos andiamo dicendo da anni e come di recente ha ribadito il Cardinale Gerhard Ldwig Muller nella piena consapevolezza che la Chiesa sta vivendo una profonda crisi morale e dottrinale [vedere articolo, QUI]. Questa è la nostra missione, basata sull’esortazione del Beato Apostolo Giovanni:

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«E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me» [Gv 17, 22-23].

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Cercate dunque, cari Fedeli e cari Lettori, delle isole sicure nelle quali si annunci e si trasmetta la rivelazione. Non saltate a nutrirvi di polemiche, di critiche sterili e di cosiddetti scoop surreali in giro per i vari blog inattendibili che brulicano sulla rete telematica, molti dei quali non riportano neppure i nomi dei responsabili o di chi scrive certe assurdità, per non parlare dei gravi insulti rivolti al Pontefice regnante ed a quei vescovi e cardinali dai quali, queste persone che non si presentano neppure con la propria faccia ed il proprio nome, pretenderebbero però atti di “eroica ribellione”, inconsapevoli che ribellarsi a Pietro comporterebbe la tragica distruzione della Chiesa stessa.

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Quanti di voi agiscono a questo modo danneggiano sé stessi, la loro fede e la Santa Chiesa. Anzi, per il servizio di tutela pastorale e dottrinale che da anni noi vi offriamo sulle colonne di questa nostra Isola di Patmos, cercate di offrire anche il vostro sostegno ed il vostro contributo economico, perché come sapete il nostro lavoro ha purtroppo dei gravosi costi vivi di gestione, oltre al fatto che:

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«Non sapete che quelli che celebrano il culto, dal culto traggono il vitto, e quelli che servono all’altare, dall’altare ricevono la loro parte? Così anche il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo» [I Cor 9, 13-14].

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I buoni pastori, se tali veramente sono, vanno soprattutto e anzitutto sostenuti, sia seguendoli, sia contribuendo alle necessità utili per adempiere la gravosa opera del loro ministero apostolico. E i buoni pastori, sono anzitutto coloro che lavorano nella Chiesa e per la Chiesa, con Pietro e sotto Pietro, a tutela della Chiesa e del Popolo Santo di Dio. Chi invita a ribellarsi al padre ed a distruggere la figura del padre, o peggio a rinnegare il padre, purtroppo non ha capito nulla del mistero della salvezza, perché questo mistero non si realizza attraverso i sentimentalismi emotivi, ma attraverso quell’obbedienza che porta infine alla croce:

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« […] apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre»

[Fil 2, 7-11].

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Se però qualcuno conosce altre vie diverse dalla croce indicata da Cristo Signore per conseguire la salvezza, che me le indichi, perché purtroppo, sino ad oggi, a me sono del tutto sfuggite. Anche perché quando il vescovo, consacrandomi sacerdote, mi ha consegnato il libro dei Santi Vangeli per annunciare il mistero della redenzione, ed il pane ed il vino offerti dal Popolo Santo di Dio per la celebrazione del Sacrificio Eucaristico, può essere che io non abbia proprio capito che cosa dovevo fare e come lo dovevo fare? O devo forse farmi istruire a svolgere correttamente il sacro ministero ed a predicare adeguatamente il Santo Vangelo, dai blogger anonimi che spargono litigi, odi e veleni nella rete telematica? Devo forse farmelo spiegare dagli internauti furibondi che aggrediscono il Pontefice regnante su siti e blog, in modo quasi sempre e di rigore anonimo, salvo però reclamare l’eroismo degli altri, a loro dire colpevoli di non ribellarsi pubblicamente a Pietro? 

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Allora, cari Fedeli e cari Lettori, posto che un pastore in cura d’anime, fosse pure un sacerdote molto difettoso e limitato, rimane comunque per grazia sacramentale sempre più attendibile e affidabile di un blogger più o meno anonimo con una visione del tutto distorta e fantasiosa di Chiesa e di dottrina cattolica, come vi espressi agli inizi di quest’anno [vedere articolo QUI], fate tesoro e seguite con cristiano scrupolo e all’occorrenza con sacrificio il monito del Beato Apostolo Pietro:

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«Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce.  Ugualmente, voi, giovani, siate sottomessi agli anziani. Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi. E il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, egli stesso vi ristabilirà, dopo una breve sofferenza vi confermerà e vi renderà forti e saldi. A lui la potenza nei secoli. Amen!» [I Pt 5, 1-11].

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A chi poi questo non fosse chiaro, malgrado tutte le più precise e lucide spiegazioni offerte, in tal caso può sempre ritirarsi in compagnia di Ponzio Pilato e passare la propria vita a domandarsi con lui: «Che cos’è la verità?»  [Gv 18, 37-38]. E intanto che i cani abbaiano alla luna, la carovana passa … [antico proverbio arabo], ed assieme alla carovana passa anche la possibilità di entrare nel mistero della  salvezza, come narra la parabola delle vergini stolte, che quando giunse infine lo sposo, furono lasciate fuori dalla porta [cf. Mt 25, 1-13]. E fuori da Cristo «porta delle pecore» [Gv 10, 7], c’è la «fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti» [Mt 13, 42].

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dall’Isola di Patmos, 16 febbraio 2019

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Nella Parigi laicista e scristianizzata è bruciato solo un involucro vuoto: la cattedrale di Notre-Dame

— attualità ecclesiale —

NELLA PARIGI LAICISTA E SCRISTIANIZZATA È BRUCIATO SOLO UN INVOLUCRO VUOTO: LA CATTEDRALE DI NOTRE-DAME

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[…] tenetevi la vostra Europa, le vostre utopie diaboliche: l’aborto dichiarato diritto e conquista sociale intangibile, l’eutanasia indicata come atto di misericordia, il matrimonio tra coppie dello stesso sesso che possono adottare bambini, o comprarseli da uteri in affitto … La Cristianità languente è Notre-Dame in fiamme, ed è pertanto la Cristianità a rivendicare in tutto e per tutto Notre-Dame, non i laicisti che la Cristianità l’hanno uccisa.

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Autore
Redazione de L’Isola di Patmos

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PDF  articolo formato stampa
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Notre Dame è giù bruciata alla fine del Settecento sul palco della ghigliottina che ha dato vita alla libertà, alla uguaglianza ed alla fraternità, attraverso migliaia di teste mozzate

La nostra rivista ha molti lettori sparsi per l’Europa ed il mondo, ed uno di questi ieri, da Parigi, mentre seguiva in diretta televisiva l’incendio della cattedrale di Notre Dame de Paris, ha vergato poche righe che poi ha inviato al Padre Ariel S. Levi di Gualdo, che le ha mostrate ai Padri de L’Isola di Patmos, che hanno deciso di pubblicarle con queste poche parole introduttive: l’uomo non è più capace a leggere i segni. Tutto pare essere frutto del caso, o di pure coincidenze fortuite. Quindi dobbiamo prendere come puro caso fortuito il fatto che nel Paese dal quale prese vita due secoli fa uno dei più feroci processi di scristianizzazione dell’Europa, agli inizi della Settimana Santa, a pochi giorni dal memoriale della passione e morte di Cristo Signore, il caso fortuito abbia data vita a questo terribile incendio … tutto e null’altro che caso fortuito … A proposito di “caso fortuito”, una cara amica, catechista di vecchia data, ha pubblicato ieri un commento molto interessante che vi invitiamo a leggere «Il Magnificat di Paul Claudel a Notre-Dame» [vedere QUI]

16 aprile 2019

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Museo delle cere di Parigi: Rivoluzione Francese, raffigurazione delle teste mozzate sulla ghigliottina

Cari Padri de L’Isola di Patmos,

Agli inizi della Settimana Santa, Notre-Dame brucia. È Crollata la volta, è crollato il pinnacolo, tra le fiamme. Vi sto scrivendo mentre dinanzi alle finestre di casa mia, che si trova a poche centinaia di metri in linea d’aria dalla cattedrale, assisto ad uno spettacolo desolante, mentre in televisione sono trasmesse le riprese da vicino.

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Tuttavia, Notre-Dame è già stata ferita alla fine del Settecento dalle violenze turpi dei rivoluzionari, che con una processione blasfema portano al suo interno e depongono sull’altare una donna seminuda che simboleggiava la déa Ragione. È ancora dissacrata dal sangue di un folle che si suicidò sotto l’altare maggiore nel 2013. E poi ancora ferita dai flash delle macchine fotografiche di turisti che nulla scorgono tra quei marmi se non la bellezza grottesca e superba di una civiltà morta.

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Gridano! Gridano e grideranno a lungo, quei piccoli uomini, grideranno allo scandalo, alla tragedia. Strilla Emmanuel Macron: «…Triste veder bruciare una parte di noi». Bercia appresso la mummia del Quirinale: «…Un eccezionale patrimonio artistico di immenso significato per la Francia, per l’Europa e per la cultura del mondo […] l’Italia intera si stringe con sincera amicizia e vivissima partecipazione…» . 

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il presbiterio con l’altare maggiore sul quale nel novembre del 1793 fu portata in processione e sopra innalzata una donna seminuda che rappresentava il culto alla dèa ragione

Dall’adolescente non cresciuto dell’Eliseo alla mummia del Quirinale, costoro e altri mentono, perché di Notre-Dame venerano l’involucro di marmo e bassorilievi; il monumento identitario francese, non quella che fu una visibile opera della fede. Venerano il segno tangibile della vittoria: il monumento alla Cristianità morente, di cui loro sono i carnefici.

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Forse qualcuno tra loro oggi in segreto gioisce. La Chiesa ridotta a monumento, ora cenere e macerie. Più coerenti di tutti gli islamisti più o meno radicali, che hanno sùbito festeggiato il “felice” evento.

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Costoro non hanno il diritto di piangere Notre-Dame, che non è di quella Francia laicista che da tempo ha sfrattato Dio e la Cristianità, ma del Popolo di Cristo, che langue e piange da ben prima che le fiamme lambissero la cattedrale.

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tre uccelli che volteggiano sopra le fiamme, perché tre e non due o quattro? Come i tre fulmini che colpirono la croce sopra la cupola di San Pietro nel 2013, perché tre e non due, o quattro, o cinque ?

Se il Signore permette che una delle sue chiese vada a fuoco, anche la più piccola e sguarnita delle chiese parrocchiali, è per ricordarci che la Cristianità è in fiamme. E quelle fiamme non le arresteranno i pompieri, non le arresteranno le lacrime ipocrite di politici e burocrati, non il tempo.

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Quelle fiamme arderanno in eterno, finché il Signore lo vorrà e la testa del serpente verrà schiacciata dalla donna [cf. Gen 3, 15] donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle [cf. Ap 12, 1].

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Ma la Cristianità non muore con Notre-Dame devastata dalle fiamme. Muore con le chiese vendute e abbattute ogni anno in terra di Francia, in Belgio e in Olanda. La cattedrale di Utrecht, rifugio di una fede minoritaria e minacciata tra le dune di sabbia del Mare del Nord, presto non apparterrà più alla sua Chiesa, perché è stata messa in vendita dalla diocesi, che non può più mantenerla.

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Ma loro no, non piangono Utrecht. Non piangono le spoglie case canoniche di Lorena che divengono night club e centri sociali, studi professionali e musei. Non piangono la fede che muore. Piangono il catafalco marmoreo che ricorda loro il trionfo, come il ghetto di Praga, intatto su disposizione del Führer, avrebbe ricordato al Volk in un’Europa hitlerizzata, la “razza” sconfitta e annientata.

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Notre-Dame non diverrà il museo di una fede sconfitta. In quelle fiamme, infatti, la Cristianità trionfa. In quelle fiamme trionfa Cristo. Nell’oltraggio supremo, come nel sangue dei martiri, trionfa la Croce.

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Non è vero che oggi «siamo tutti Parigi». Oh, tiepidi, vi serve il fuoco per piangere. Ma nemmeno diverrete caldi: «Non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» [Ap 3, 14-16].

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No, restate a casa, tenetevi la vostra Europa, le vostre utopie diaboliche: l’aborto dichiarato diritto e conquista sociale intangibile, l’eutanasia indicata come atto di misericordia, il matrimonio tra coppie dello stesso sesso che possono adottare bambini, o comprarseli da uteri in affitto …

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La Cristianità languente è Notre-Dame in fiamme, ed è pertanto la Cristianità a rivendicare in tutto e per tutto Notre-Dame, non i laicisti che la Cristianità l’hanno uccisa.

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Parigi, 15 aprile 2019

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Per suggellare le discussioni sul saggio dedicato ai Neocatecumenali offriamo una “perizia” illuminante di un luminare della psichiatria, che fu letta a suo tempo da San Giovanni Paolo II nel 1998

— attualità ecclesiale —

PER SUGGELLARE LE DISCUSSIONI SUL SAGGIO DEDICATO AI NEOCATECUMENALI OFFRIAMO UNA “PERIZIA” ILLUMINANTE DI UN LUMINARE DELLA PSICHIATRIA, CHE FU LETTA A SUO TEMPO DA SAN GIOVANNI PAOLO II NEL 1998

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«formulai sui Sig.ri Kiko Argüello e Carmen Hernández una diagnosi in cui focalizzai in entrambi la presenza di un disturbo narcisistico della personalità di tipo grave e particolarmente acuto nel Sig. Argüello, mentre la Sig.ra Hernández ne era affetta di riflesso per sottomissione alla personalità dell’Argüello. Quella relazione fu letta personalmente e apprezzata nel 1998 da San Giovanni Paolo II»

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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PDF  articolo formato stampa

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Dopo la pubblicazione sulle colonne della nostra rivista del saggio sul Cammino Neocatecumenale [cf. testo QUIho avuto un lungo colloquio con un amico psichiatra di riconosciuta fama. Sul finire di quel colloquio gli ho domandato se poteva scrivere un resoconto che avrei pubblicato assumendomene io tutta la responsabilità in prima persona. Non avremmo potuto fare diversamente, trattandosi di un studioso riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale e specie considerando il possibile rischio — per non dire il rischio garantito — che anziché focalizzarsi sui contenuti, non pochi soggetti finissero col polemizzare sulla sua persona e sulla psichiatria in generale con argomentazioni risibili, proprio com’è accaduto per il mio saggio e come chiunque può verificare scorrendo alla fine di quel mio testo i commenti giunti da diversi aderenti al Cammino Neocatecumenale, che interloquiscono negando i dati di fatto e tentando di manipolare la realtà in maniera a volte anche irritante [cf. vedere QUI].

Segue sotto il testo dell’insigne psichiatra …

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dall’Isola di Patmos, 10 aprile 2019

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LETTERA DI UN EMINENTE PSICHIATRA

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Non intervengo mai sui forum, di qualunque genere siano, faccio però eccezione per l’amicizia la stima che mi lega a Padre Ariel S. Levi di Gualdo, della cui collaborazione io e altri psichiatri ci siamo più volte avvalsi, per esempio quando alcuni gruppi laicali cattolici o anche alcuni preti non istruiti e non autorizzati dai vescovi, si sono cimentati in esorcismi, causando il peggioramento dello stato psicofisico di soggetti affetti da disturbi mentali, e al tempo stesso confermando nei familiari, incapaci di accettare la realtà della malattia mentale del loro congiunto, che la colpa era del Demonio.

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In diversi di questi casi, egli è stato più volte di grande aiuto a me ed a diversi miei colleghi. Infatti, dove sussiste un disturbo od una malattia mentale, una delle peggiori cose da farsi è trasferire altrove le cause, al fine di non accettare la malattia mentale stessa, quindi legittimando il paziente ed i suoi familiari nel rifiuto del disturbo psichiatrico. Così, Padre Ariel, che a suo tempo ebbe pure una formazione come esorcista e che reputa certi casi eccezionalmente rari, anzi rarissimi, più volte ha aiutato vari psichiatri richiamando severamente sia gruppi di laici cattolici che inscenavano preghiere liberatorie, sia taluni preti esorcista-fai-da-te, o cosiddetti freelance, ma soprattutto ha richiesto più volte l’intervento dei vescovi, dinanzi ai danni recati da dette persone a soggetti affetti da psicopatologie a volte anche di tipo grave, e non pochi miei colleghi gli sono per questo tutt’oggi molto grati per il prezioso aiuto.

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Il Padre Ariel, sacerdote e studioso di riconosciuta serietà, è garante della mia “reale esistenza”, giacché per questioni professionali e istituzionali sono obbligato a scegliere la formula della Lettera Firmata. Va da sé comunque che, Padre Ariel, ha la mia lettera autografa assieme alla copia protocollata della relazione da me consegnata alla Santa Sede nel 1998 e sulla quale di seguito dettaglierò.

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Sono medico specialista in psichiatria, specialista in neurologia, direttore di un centro di ricerca clinica sui disturbi mentali ed ordinario emerito; per le mie competenze ho avuto ed ho collaborazioni con varie istituzioni governative e non governative: con il Consiglio Nazionale delle Ricerche, con diverse associazioni nordamericane per il recupero delle persone psicologicamente danneggiate dalle cosiddette psico-sette, con vari istituti clinici psichiatrici internazionali che mi hanno inviato a tenere vari masters anche per illustrare a colleghi e specializzandi le dinamiche e le tecniche di recupero di questa tipologia di pazienti.

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A Padre Ariel ho esibito un documento a suo tempo protocollato presso la Santa Sede, e assieme a esso una lettera privata giuntami mesi dopo e datata 12 gennaio 1999, a me inviata da un prelato di curia che oggi è un anziano cardinale, il quale mi informava di sua libera iniziativa che quella mia relazione era stata «letta personalmente e apprezzata dal Sommo Pontefice al quale io stesso l’ho consegnata trattenendomi con Sua Santità per un colloquio privato di 25 minuti».

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Premessa:

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  1. previo mio incontro avvenuto nel 1998 con il Sig. Kiko Argüello e la defunta Carmen Hernández, favorito da alcuni prelati che mi presentarono non come psichiatra ma come amico e «studioso di filosofia moderna» e che mi intrattennero a cena con i due e per il resto della serata per un totale di 6 ore;
  1. previo esame di numerosi video-documenti in cui erano registrati pubblici discorsi dei due suddetti fondatori di questa aggregazione laicale cattolica;
  1. previo esame di numerose testimonianze scritte da persone residenti in varie parti del mondo, uscite da questa aggregazione e inviate dalle stesse alla Santa Sede ed a me fornite dai prelati che mi avevano contattato per chiedermi parere specialistico;

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formulai sui Sig.ri Kiko Argüello e Carmen Hernández una diagnosi dove focalizzai in entrambi la sussistenza del disturbo narcisistico della personalità di tipo grave e particolarmente acutizzato nell’Argüello, mentre la Hernández ne era affetta di riflesso per sottomissione alla personalità dominante dell’Argüello.

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Ai non addetti ai lavori preciso in breve che detto disturbo è caratterizzato da idee di grandiosità (la cosiddetta megalomania), con tutte le conseguenze e variabili, ipomania inclusa, presente in forma grave nell’Argüello e connotata da alte punte di autostima ipertrofica e logorrea verbale. In queste tipologie di personalità il narcisismo genera senso di superiorità a tratti smodato, con la ulteriore peculiarità dell’arroganza e del disprezzo, della propensione a mentire e soprattutto ad alterare e ad indurre gli altri all’alterazione della realtà.

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Se queste tipologie di soggetti clinici scelgono come terreno per la loro manifestazione e realizzazione l’ambito religioso possono generare gravi danni, esercitando sui sottoposti un’autorità che trascende l’umano in quanto loro derivante dal divino. I soggetti affetti da queste turbe psicopatologiche finiscono infatti per legittimarsi dinanzi agli altri anteponendo: «Non lo voglio io, lo vuole e lo comanda Dio», producendo in tal modo effetti nocivi persino incalcolabili sulle psicologie fragili, sugli psicolabili, sugli affetti dalle varie sindromi depressive, ma anche su altri soggetti affetti come loro da disturbo narcisistico della personalità.

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Mediante auto-attribuzione d’investitura divina il narcisista patologico giustifica dinanzi ai suoi seguaci il sovvertimento della realtà e di ogni genere di negazione del dato reale concreto attraverso trasmissioni di forti cariche emotive che producono, come effetto negli assoggettati, la inibizione dell’esercizio del senso critico anche più elementare. Ne consegue la pericolosità prodotta dal cosiddetto “effetto plagio” e della relativa manipolazione di personalità deboli, o gravate a loro volta da disturbi lievi o gravi che finiscono col trovare, in questi leaders e nelle aggregazioni da loro create, auto-legittimazione e sicurezza. Se distaccati da queste aggregazioni e dal loro assoggettamento alla personalità del leader, questi soggetti perdono auto-legittimazione e ogni genere di sicurezza e, nell’ipotesi “migliore”, cadono in sindrome depressiva endoreattiva, che è tipica della perdita prodotta dal lutto, ma anche da altre situazioni di perdita vissute dal soggetto in modo traumatico come un lutto.

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Nella mia relazione di vent’anni or sono stilata su espressa richiesta di alcuni prelati della Santa Sede, dettagliai ciò che in queste righe ho solo riassunto molto velocemente a livello esplicativo discorsivo.

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Ritengo che le persone danneggiate, compresi più nuclei familiari, siano una realtà ampiamente documentabile, non false notizie diffuse da quegli “immancabili nemici” che costituiscono figure ad essi sempre necessarie; dei “nemici” delle cui azioni immaginarie di ostilità hanno bisogno certe tipologie di leaders e certe strutture per potersi dichiarare “vittime perseguitate”, imputando ad essi azioni persecutorie nei loro riguardi, il tutto in un contesto chiuso e caratterizzato dall’irrazionale collettivo. Non pochi sono i miei colleghi che hanno preso sotto cura per singole psicoterapie diversi cosiddetti “fuoriusciti”, o intere famiglie trattate con la psicoterapia di gruppo di tutto il nucleo familiare.

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Le autorità ecclesiastiche sono state informate più volte nel corso degli anni, ma pare abbiano scelto di non prestare ascolto, pur avendo dato ragione a me e altri miei colleghi. Infatti mi risulta che chiesero anche i pareri di altri specialistici, compreso un esperto psichiatra spagnolo, membro dell’Opus Dei, con il quale ebbi un lungo colloquio privato nel 1999 e successivi vari scambi.

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In quell’anno 1998 mi dettero anche ragione, quando illustrai il genere di alterazioni e fratture che possono ingenerarsi quando queste aggregazioni, che tendono a ramificarsi attraverso forme di occupazione implicanti la esclusione dei non allineati, prendono piede nelle varie strutture ecclesiastiche che possono variare dalle singole parrocchie alle curie diocesane sino agli uffici della Santa Sede, per seguire con gli ordini e le congregazioni religiose maschili e femminili in seno alle quali, a quanto risulta dalle documentazioni a me fornite, tendono a inserire propri giovani adepti, scopo dei quali è crescere in numero per omologare a sé intere comunità religiose trasformandole o snaturandole dal loro interno. Tra i vari documenti forniti dai prelati della Santa Sede ne cito uno solo risalente al 1992: il consiglio generale di una congregazione, percepito questo rischio, impose ai religiosi di scegliere tra il carisma del loro fondatore e l’appartenenza a questa aggregazione laicale che stava prendendo piede all’interno delle loro comunità. I religiosi entrati nella congregazione su impulso o indicazione dei fondatori di questa aggregazione laicale, appena gli fu fatto comprendere che mai gli sarebbe stato permesso di alterare e trasformare la struttura interna, messi nella condizione di scegliere tra questa aggregazione laicale e la congregazione religiosa, scelsero la prima e non esitarono ad uscire dalla congregazione religiosa.

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Sono lieto d’essere stato convinto a fornire queste spiegazioni, perché così mi è stata data possibilità di rivolgere questo garbato auspicio: spero che nessun ecclesiastico, violaceo o purpureo, tenti domani di sostenere che la Santa Sede non era stata avvisata bene e per tempo da più specialisti competenti nei vari settori del sapere scientifico. Anche per questo, considerata la mia età, ho già lasciata tutta la documentazione in copia originale al caro amico Padre Ariel, e assieme alla mia quella degli altri specialisti, che come me furono interpellati a suo tempo da alcuni alti prelati che richiesero le nostre consulenze informandoci che stavano agendo a nome e per conto di San Giovanni Paolo II.

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Lugano, 5 aprile 2019

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È morto il Cardinale Godfried Danneels, una perdita incolmabile. La beata gatta del Cardinale Carlo Maria Martini è apparsa alla gatta mistica della Barbagia Sarda facendole una rivelazione: «L’Eminente Defunto è già nella gloria degli Angeli e dei Santi»

— il cogitatorio di Ipazia  —

È MORTO IL CARDINALE GODFRIED DANNEELS, UNA PERDITA INCOLMABILE. LA  BEATA GATTA DEL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI È APPARSA ALLA GATTA MISTICA DELLA BARBAGIA SARDA FACENDOLE UNA RIVELAZIONE: «L’EMINENTE DEFUNTO È GIÀ NELLA GLORIA DEGLI ANGELI E DEI SANTI»

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… questo Porporato amava così tanto la Santa Chiesa di Cristo che cercò di dissuadere un giovane dal denunciare il responsabile degli abusi sessuali compiuti per anni in suo danno. Infatti, l’autore e abusatore era S.E. Mons. Roger Vangheluwe, vescovo di Bruges, di cui l’abusato era nipote. Animato da profondo spirito compassionevole, il Cardinale Gotfried Danneels chiese alla vittima di attendere a denunciare le violenze, visto che lo zio vescovo si sarebbe dimesso dall’incarico l’anno successivo per sopraggiunti limiti di età …

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Autore
Ipazia gatta romana

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I tumori più terribili e difficili da guarire sono le malattie che ci impediscono di essere testimoni di Cristo [IIIª riflessione: «La mancanza di perdono»]

visita il blog personale di Padre Ivano

— Pastorale sanitaria —

I TUMORI PIÙ TERRIBILI E DIFFICILI DA GUARIRE SONO LE MALATTIE CHE CI IMPEDISCONO DI ESSERE TESTIMONI DI CRISTO 

IIIª RIFLESSIONE: La mancanza di perdono ]

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Partiamo da una constatazione banale: perché proviamo il rancore e non riusciamo a perdonare? Semplicemente perché riviviamo interiormente il male che ci è stato fatto, rimuginandolo nel nostro cuore. La memoria dell’offesa arrecata — in questo caso — non lavora più affinché si giunga a una risoluzione ma lavora per reiterare l’offesa, che nel tempo cronicizza e resta calcificata come ossessione nel nostro animo.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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PDF  articolo formato stampa

 

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le vignette di Gioba [Giovanni Berti, presbìtero veronese] originale in gioba.it  QUI

La terza patologia spirituale che tratterò è legata alla tendenza a non concedere il perdono facilmente, ed è assai diffusa. Essa non risparmia i fedeli laici come i consacrati. Così, da sacerdote dedito al ministero di confessore,spesso mi trovo a sondare questo aspetto all’interno della vita dei penitenti che s’accostano al prezioso Sacramento della riconciliazione.

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Assisto così il più delle volte ad una sorta di schizofrenia spirituale, infatti, se da un lato si vuole ottenere il perdono di Dio a qualunque costo — dato il proliferare delle tendenze misericordiste — questo desiderio non corrisponde però ad una concessione di perdono altrettanto voluta verso gli altri. La ricerca del perdono e la rigidità nel concederlo costituisce certamente un paradosso nella vita di molti uomini e donne che vivono la fede.

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Da confessore, devo ammettere che la realtà più dolorosa consiste nel prendere atto di come la mancanza di perdono difficilmente viene percepita come peccato da confessare, e a volte non viene neanche recepita come conditio sine qua non che rende conformi all’immagine di Cristo [cf. 1Pt 2,23]. Ogni giorno recitando la preghiera del Padre Nostro, siamo messi davanti a una clausola di perfezione ascetica che chiede a Dio di rimettere le nostre mancanze, nella misura in cui noi ci facciamo portatori di perdono verso coloro che ci hanno offeso. Dunque cerchiamo di stare attenti a ciò che chiediamo in preghiera, difatti Dio prende sul serio queste parole che non sono dell’uomo ma di Cristo, cosa questa che c’insegna la versione del Padre Nostro nel Vangelo di San Matteo che dice così: «Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» [cf. Mt 6,12], quella del Vangelo di San Luca invece: «Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore» [cf Lc 11,4]. Le differenze sono minime, ma la sostanza non cambia: il cristiano si riconosce da come perdona, cioè dal modo in cui esercita la propria giustizia non secondo la logica del mondo ma secondo la logica del Vangelo [cf. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2838; Compendio n. 594].

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Il Padre Nostro è da sempre una preghiera problematica — è stato così per Sant’Agostino — ma tale problematicità non è sinonimo di impossibilità a realizzare ciò che chiede, semmai di resistenza alla grazia, ovvero indice di un cuore umano ammalato.

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Ci sono tante persone che dicono: «Io non perdono» oppure «Io perdono ma non dimentico». Sono frasi estrapolate dal loro contesto e dalla carica emozionale con cui vengono pronunciate, ma che racchiudono realmente una profonda verità. E con questa mia riflessione voglio cercare di rispondere proprio a queste due obiezioni.

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I. DIO PERDONA, IO NO: UN TRAGUARDO CHE SUPERA L’UOMO.

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Che l’uomo fosse un disastro nel perdonare lo aveva ben capito il Beato apostolo Pietro [cf. Mt 18,21-22], quando rivolgendosi a Gesù domanda fino a quante volte è lecito perdonare il proprio offensore. Pietro interroga Gesù sulla liceità di un atto morale previsto dalla legge, ma il maestro risponde capovolgendo in positivo la cifra della vendetta di Lamec [cf. Gn 4,23-24]: «Non ti dico fino a sette volte, ma a settanta volte sette». Con questa risposta spiazzante Gesù — tenendo presente tutta la valenza simbolica dei numeri sette e settanta — vuol far capire a Pietro che il perdono non è un atto morale che tocca l’obbligatorietà giuridica ma la grazia. La parabola successiva del servo spietato, illustra molto bene la vexata quaestio e la corretta ermeneutica del pensiero di Gesù espresso a Pietro [cf. Mt 18,23-35].

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Il perdono insegnato da Cristo ai discepoli raggiunge il suo vertice sul Calvario e vive della mistica dell’incontro col Padre autore della grazia e quindi del per-dono [cf. Lc 23,34]. Perdonare significa ritornare a Dio, permettere che lui ci renda nuovi. Il santo re Davide, consapevole di questa necessità di conversione e di rinnovamento nello spirito che indirizza verso il perdono, nel Miserere si fa portatore di una richiesta precisa «Crea in me, o Dio, un cuore puro rinnova in me uno spirito saldo» [cf. Sal 51,12].

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Il ricorso alla conversione, necessario per essere docili alla grazia e ammorbidire il cuore, ci permette di essere perdonati e di perdonare a nostra volta. Colui che perdona, infatti, è un graziato ed è consapevole di dover vivere in un perenne desiderio di conversione. Non basta una generosa volontà di sapore pelagiano per attuare pienamente il perdono. L’esperienza quotidiana insegna che, nella maggioranza dei casi, posso tentare di isolare l’offesa e l’offensore, forse anche tentare di dimenticare, ma questo non significa ancora perdonare.

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Sono solito dire ai penitenti che perdonare vuol dire avere, verso coloro che ci hanno offeso, il medesimo sguardo che Dio Padre ha verso di noi quando ci inginocchiamo davanti al sacerdote confessore. Significa fare l’esperienza autentica del Padre Misericordioso di Luca [cf. Lc 15,11-32], che concede il perdono, visto quasi come impossibile dal figlio minore, senza indugiare sulle motivazioni del ritorno e senza la costrizione di un ritorno stabile nella casa paterna. È proprio questo il modo corretto di esercitare il perdono cristiano, tanto da rafforzare la credibilità della nostra fede e della proposta che Gesù fa ad ogni discepolo [cf. C. Theobald, Il cristianesimo come stile. Un modo di fare teologia nella postmodernità, I-II, Bologna, EDB, 2009]. Non posso che condividere, a questo punto, l’ottimo pensiero di Alessio  Rocchi, quando afferma che:

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«Avere viscere di misericordia non significa essere smidollati, ma piuttosto disporre di un supplemento di forza (o di grazia, ndr). In questo senso il perdono è redenzione, non negazione o riduzione del male ma sua revisione. Non è miracolo non azione priva di fatica compiuta da un potente mago o da un onnipotente dio, ma dura prova di esistenza terrena, attraverso sguardi che (re)inseriscono in una relazione, mediante parole che (re)integrano in una storia» [cf. A. Rocchi, Il tempo del perdono, Aporie del perdonare tra filosofia e teologia, p. 97, IUSTO – Studi e ricerche, 2015].

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Proprio perché il perdono è un momento redentivo che riconduce a una relazione intima e nuova, esso si colloca come luogo teologico in cui è possibile vivere la novità promessa da Dio per bocca del profeta Isaia [cf. Is 43,19]; cioè vedere nascere una strada nel deserto in cui è possibile percorrere nuove situazioni, e in cui l’uomo può muoversi in piena comunione con il Padre senza la paura di sentirsi vulnerabile o nudo [cf. Gn 3,11].

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Perdonare significa costruire vie nuove, perciò il rapporto che si crea tra offeso e offensore non ha nulla a che fare con la relazione precedente il torto, ma è un rapporto trasfigurato in cui Dio si rivela. Studiando la dinamica del perdono a cui Dio invita l’uomo, siamo così ricondotti alla riflessione sulla dinamica escatologica della vita oltre la vita.

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Nel mio ministero di cappellano ospedaliero è prassi comune assistere i morenti e le loro famiglie. Il nodo più doloroso che il malato morente deve recidere prima del congedo definitivo è quello di concedere il perdono o di accettare il perdono. Una prova simile deve essere affrontata anche dalla famiglia del malato. Tralasciando in questa sede, le motivazioni e le cause scatenanti i debiti da condonare prima della morte, è necessario soffermarsi sul bisogno che il morente ha di morire riconciliato. Riconciliato con Dio e quindi riconciliato con i fratelli che ha offeso o che sono stati per lui motivo di sofferenza.

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L’episodio del Buon Ladrone detta il nostro approfondimento. I vangeli testimoniano come Gesù sia stato crocifisso tra due ladroni [cf. Mc 15,27]: sappiamo come il termine greco λήστοι [lèstoi] individui un criminale politico — oggi diremo un terrorista — piuttosto che un ladro o un delinquente generico. La situazione che si presenta sul Calvario agli occhi dei romani è chiara: l’esecuzione di due prigionieri politici insieme a Gesù visto come un sobillatore e un sovvertitore del popolo d’Israele. Ma ecco che nel pieno dell’agonia, uno di questi nemici di Roma, ormai prossimo alla fine, si rivolge a Gesù e — riconoscendo in lui il Signore e insieme bisognoso di conversione e rappacificazione per una vita di delitti, odi e rancori — esclama: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno» [cf. Lc 23,42].

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Queste parole che ci permettono di capire come

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«Il perdono venga – ancora una volta – insieme richiesto e offerto. A leggerle e rileggerle suonano come tre grazie. Grazie, ti chiedo grazie, ti chiedo perdono perché la mia vita non è stata un granché. Grazie, ti faccio grazie, ti perdono per la tua impotenza, per il tuo non scendere dalla croce, per il tuo non farmi scendere insieme a te. Ti grazio e ti accetto per quello che sei, mettendo da parte la mia delusione nei tuoi confronti. Ti faccio la grazia di non chiederti un miracolo, di non imprecare – e ne avrei molti motivi – sulla mia e sulla tua sorte. Questo malfattore crocifisso chiede di essere perdonato attraverso la domanda di un ricordo, sembra perdonarsi attraverso il riconoscimento della propria pena, decide di perdonare tacendo le proprie legittime maledizioni e zittendo le rivendicazioni miracolistiche del compagno condannato» [cf. A. Rocchi, Il tempo del perdono, Aporie del perdonare tra filosofia e teologia, p. 95, IUSTO – Studi e ricerche, 2015].

Il dialogo del ladrone pentito con Gesù si colloca nell’orizzonte della vita che non tramonta, di una speranza escatologica molto netta, di cui tutti abbiamo bisogno. È evidentissimo il desiderio che questo condannato ha di vivere, ed è altrettanto evidente in lui la consapevolezza che il morire senza chiedere e concedere il perdono, pregiudica la vita futura con l’aggravante della conclusione di una vita terrena dentro una tragicità non necessaria. L’unica speranza per non morire eternamente — nell’oblio, tra i fantasmi di una storia personale che dice violenza, distruzione e odio — è la benedizione che giunge con il perdono. Sebbene la morte si atteggi a signora — così come ricorda il cantautore Branduardi in una sua famosa ballata [cf. video QUI] — il perdono prima dell’addio vince sulla morte, e può essere già caparra di eternità, riscatto di un’esistenza rovinata, garanzia di guarigione verso se stessi e verso il prossimo. Del resto sarebbe paradossale che il cristiano iniziasse la nuova vita in Paradiso con diverse pendenze a suo seguito. Una vita piena [cf. Gv 10,10] è il sinonimo di una vita pienamente riconciliata, una vita a metà è al contrario l’espressione di un rallentamento che ci priva della comunione con Dio e con i fratelli, una frizione che dovrà essere ricomposta o espiata in altro modo.

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II.  BUONA MEMORIA PER PERDONARE

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Siamo sinceri, dopo aver ricevuto un’offesa è difficile metterci una pietra sopra. Molti desidererebbero mettere una pietra sopra l’offensore, ma questo non è civilmente e cristianamente accettabile. Esistono poi le persone che ci invitano a dimenticare e a far finta di niente. Costoro finiscono per essere consolatori inopportuni come i tre amici del saggio Giobbe [cf. Gb 3,ss], e non ci arrecano nessun buon servizio. Per questo motivo — come detto in precedenza — abbiamo bisogno della grazia di Dio insieme a una richiesta di preghiera costante ed esplicita, affinché il Signore guarisca la nostra ferita e ci doni il tempo necessario per giungere convertiti al perdono. Ma il raggiungimento del perdono include la capacità di una buona memoria, infatti dimenticare completamente l’offesa — opzione improbabile — ci priverebbe della possibilità di concedere il perdono e quindi di raggiungere la pace e quella benedizione che è garanzia per un nuovo inizio di vita.

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Partiamo da una constatazione banale: perché proviamo il rancore e non riusciamo a perdonare? Semplicemente perché riviviamo interiormente il male che ci è stato fatto, rimuginandolo nel nostro cuore. La memoria dell’offesa arrecata — in questo caso — non lavora più affinché si giunga a una risoluzione ma lavora per reiterare l’offesa, che nel tempo cronicizza e resta calcificata come ossessione nel nostro animo.

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Uno dei sintomi di coloro che non vivono il perdono è la sensazione di avere un peso nel cuore, e tale sensazione spesso viene trascinata per anni. Il filosofo Paul Ricoeur diceva:

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«l’autentico perdono non implica l’oblio degli eventi stessi, ma un modo diverso di significare un debito […] che paralizza la memoria e di conseguenza la capacità di ricreare noi stessi in un nuovo futuro» [cf. R. Kearney M. Dooley, Questioni di etica: dibattiti contemporanei in filosofi, Armando Editori, 2005, p. 40;  a completamento del pensiero cf. anche P. Ricœur, Ricordare, dimenticare, perdonare. L’enigma del passato, Il Mulino, Bologna 2004].

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Questa fissazione della memoria sull’offesa è deleteria, quando la memoria deve concentrasi sull’offesa è solo per avviare un processo di liberazione che condoni, pezzo per pezzo, il torto subito.

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Alcune volte, per vincere l’ossessione insieme all’ansia del perdono non concesso, si ha la tendenza a sostituire il rancore con l’indifferenza, ma ciò è un falso rimedio. La medicina de «l’occhio non vede, cuore non duole», non solo non è cristiana ma diventa una modalità sottile e tremenda per condurre a morte il fratello esiliandolo dalla propria esistenza.

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L’insieme dei processi appena descritti ci aiutano a capire nell’insieme la frase: «non riesco a perdonare!». Realmente la persona è impossibilitata a perdonare, perché tale offesa si è indurita, sclerotizzata, non bastano più le medicine tradizionali ma urge l’intervento chirurgico. L’intervento d’urgenza consiste nell’associare la memoria alla presenza di Dio. Una parola che ricorre molto nell’Antico Testamento è «ricorda», il verbo che si collega direttamente alla memoria delle persone, delle cose e degli eventi. Ma per l’agiografo biblico, il ricordare si traduce in memoriale. Detto semplicemente il memoriale è il ricordare insieme a Dio.

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Fare memoria di quelle situazioni e di quegli eventi in cui Dio si è rivelato — e ancora si rivela — nella sua potenza, tanto da operare meraviglie a beneficio dell’uomo. Il memoriale perciò è più che far memoria, è ricordare attraverso la fede, ripristinare una ben definita identità teologica, che vede in Dio il riscattatore e nell’uomo una creatura da riscattare e redimere.

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Per perdonare da cristiano devo fare memoriale, cioè ricordare insieme a Dio, vedere con nitidezza le offese e le ferite, affinché si formi uno sguardo provvidenziale all’interno del quale lo Spirito di Dio — memoria viva della Chiesa [cf. Gv 15,26] — lavori affinché ogni offesa e ferita si traduca in occasione di lode. Facendo memoriale vedo nella persona che mi ha ferito, i lati positivi, le buone intenzioni realizzate, i propositi di bene naufragati, le immancabili contraddizioni e incoerenze. Riesco a vedere nell’offensore non più un nemico da combattere ma una persona bisognosa di aiuto perché anch’essa ferita e assetata di redenzione. Nel memoriale percepisco bene anche le mie responsabilità, mi assumo la consapevolezza di aver forse agevolato determinati comportamenti nell’altro e ridimensiono la tendenza a vedermi come capro espiatorio.

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Il memoriale è l’esame di coscienza con cui, come per Abramo, Dio mi permette di diventare intercessore verso chi si è reso ostile [cf. Gn 18,20-32], senza chiudere gli occhi davanti al male inferto e ricevuto e con la tendenza a far trionfare la giustizia misericordiosa di Dio.

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[fine della IIIª meditazione]

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Cagliari, 10 marzo 2019

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Dal Sodoma allo Spinello sino agli esercizi spirituali alla Curia Romana, mentre nel mondo dell’irreale nessuno si rende conto che la vita monastica è morta e ciò che ne resta è una parodia: «Tu chiamale se vuoi, emozioni»

— attualità ecclesiale —

DAL SODOMA ALLO SPINELLO SINO AGLI ESERCIZI SPIRITUALI ALLA CURIA ROMANA, MENTRE NEL MONDO DELL’IRREALE NESSUNO SI RENDE CONTO CHE LA VITA MONASTICA È MORTA E CIÒ CHE NE RESTA È UNA PARODIA: «TU CHIAMALE SE VUOI, EMOZIONI»

L’Abate predicatore parlerà alla Curia Romana del sognatore Giorgio La Pira e del poeta Mario Luzi, come se la spiritualità fosse un sogno e la teologia poesia, come se il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, proclamato a gran voce santo non avesse mai scritta l’Enciclica Fides et Ratio, alla base della quale c’è il pensiero di un grande Abate Benedettino, poi Arcivescovo di Canterbury, Sant’Anselmo d’Aosta, che non viveva il rapporto con la fede tra sogni e poesia, ma spiegando che fides quaerens intellectum [la fede richiede la ragione] e precisando: «credo ut intelligam, intelligo ut credam» [credo per comprendere, comprendo per credere]. Purtroppo il famoso cantante italiano Lucio Battisti è morto da anni, altrimenti, per i prossimi esercizi spirituali, forse il Cardinale Gianfranco Ravasi avrebbe proposto i testi meditati della sua celebre canzone Emozioni …

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Avanti il Concilio di Trento che tentò di porre freno alle derive del clero, molte abbazie versavano in condizioni morali disastrose. Di recente se n’è parlato in un saggio dedicato alla vita religiosa [cf. QUI]. Lo stato delle abbazie maschili, sul finir del XV secolo non era dissimile da quello desolante di molti monasteri femminili, specie in quelle dotate di ricchi patrimoni.

L’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, XIV secolo, eretta nella zona delle crete senesi

Un esempio tra i tanti: nell’architettura di molte storiche abbazie possiamo osservare delle costruzioni indipendenti, distaccate dal complesso monastico perlomeno di un centinaio di metri. Se domandiamo ai monaci che seguitano a vivere in quelle abbazie e monasteri — perché molte di queste strutture oggi non sono più abbazie e monasteri, altre non sono più abitate da monaci —, le risposte che ne riceveremo saranno disparate, ed in modo altrettanto disparato non sarà risposto il vero, perché spesso la verità brucia, soprattutto può risultare davvero poco edificante.

l’antica garçonnière degli abati più o meno rinascimentali

Giacché parleremo degli affreschi del chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, eretta nel XIV secolo nelle campagne delle crete senesi, come esempio prenderemo uno di questi stabili distaccati dal monastero e oggi indicato come porta d’ingresso. Nulla da dire che gli stili architettonici mutino nel corso dei secoli, ma che funzione aveva una torre distaccata dall’abbazia e non visibile dal complesso abbaziale, che si sviluppa su quattro livelli ed incorpora una struttura che partendo dal piano terra è sovrastata da due livelli superiori, il tutto su una superficie di oltre mille metri quadrati? Dobbiamo proprio credere che questo architettonico ben di Dio sia stato veramente creato solo come porta d’ingresso all’abbazia, oppure forse come fortilizio? Ma un fortilizio sarebbe tale se vi fossero delle solide ed alte mura di cinta, che in quella struttura non sono però mai esistite, dunque?

Dunque quella struttura era la residenza di certi gaudenti abati, divenuti tali per i buoni uffici di potenti famiglie o per questioni legate a precisi assetti politici, che essendo avvezzi condurre stili di vita affatto monastici, in quei locali avevano le proprie piccole corti, erano dediti alle battute di caccia, alle feste e via dicendo. Poi ogni tanto scendevano nel monastero, per adempiere all’occorrenza i loro uffici.

l’antica garçonnière degli abati più o meno rinascimentali

L’epoca di fine Quattrocento segnò una crisi dottrinale, morale e dei costumi preceduta circa tre secoli prima da altrettanta infausta epoca, quando nel XIII secolo il Sommo Pontefice Eugenio III indisse il IV Concilio Lateranense che sancì severi canoni contro i malcostumi del clero e dei religiosi. E fu in questa gaudente epoca rinascimentale che giunge da Vercelli presso la ricca e potente Abbazia di Monte Oliveto Maggiore un gaio personaggio: Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma [1477-1549].

Riguardo Il Sodoma, le successive storiografie vergate da pii religiosi tenteranno di precisare quanto fosse malizioso collegare il soprannome col quale il celebre artista è passato alla storia dell’arte con quelli che sarebbero stati i suoi gusti omosessuali. Si tentò persino di ricorrere ad un sofisma patetico affermando che il soprannome de Il Sodoma non aveva a che fare con la pratica della sodomia bensì fosse legato ad un’espressione dell’artista che nel suo dialetto piemontese era solito dire «su, ‘nduma», che significava «su andiamo». Diversamente da ciò che in seguito tentarono di affermare i pii critici per salvare l’onore non del Bazzi, ma quello delle strutture monastiche che questo sodomita se lo contendevano tra di loro, il celebre pittore e architetto aretino Giorgio Vasari [1511-1574], che fu suo coevo e conoscitore delle sue gesta, afferma che l’origine di siffatto soprannome derivava proprio dalla sua omosessualità. Il Vasari precisa che quella del Sodoma era anche una omosessualità per nulla celata, tutt’altro: era esibita in modo ostentato e sfacciato.

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma: Cristo legato alla colonna per la flagellazione

Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma si sposò in gioventù, ma molto presto si separò dalla moglie. Chissà se pur a tal proposito qualche pio critico d’arte — convinto che nessuno conosca il diritto canonico e la disciplina dei Sacramenti —, possa affermare che questa separazione era dovuta a pura incompatibilità caratteriale. Come se sul finire del Quattrocento separarsi dalla moglie e darsela a gambe fosse quanto di più ovvio potesse accadere?

La gaia ricerca del bello che in questo artista trascende nell’omoerotico, è una caratteristica della pittura del Sodoma, basti analizzare la figura davvero eclatante del Cristo legato alla colonna ubicata in un angolo del chiostro centrale dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore prima della porta d’ingresso interna alla cattedrale abbaziale. Immagine questa sufficiente per valutare se Cristo legato alla colonna può avere quell’aria sensuale da maschietto ammiccante. Ma per la carità divina, si guardi con attenzione l’aria e la posizione sfacciata di quel Cristo alla colonna ritratto dal Sodoma: non vi ricorda forse certe immagini del celebre film Un uomo da marciapiede, con l’allora giovane Jon Voight nei panni del provinciale texano che giunto a New York pieno di sogni finisce poi appoggiato ad un palo della strada a fare marchette?

 la storica locandina del celebre film Un uomo da marciapiede, con il giovane Jon Voight appoggiato al palo nel ruolo del marchettaro

Il Sodoma, in quel luogo di apparente quiete, nonché di religiosità ancor più apparente, forse il segno lo ha lasciato non solo negli affreschi, ma anche nell’aria, ed attraverso i secoli! Infatti, la splendida natura che circonda quell’abbazia altrettanto splendida con tutte le opere d’arte architettoniche e pittoriche, incluse le pitture omoerotiche, suppliscono da secoli alla carente mancanza di religiosità; cosa questa che non affermo io, perché a provarlo è la storia. Basterebbe porsi solo questa domanda: dal 1313 ad oggi, quanti sono i monaci della Congregazione Benedettina Olivetana che nei successivi settecento anni di vita sono stati beatificati e canonizzati? Si tenga presente che questa Congregazione, seppur giunta tra la fine del XV e la fine del XVII secolo a contare sino a 1200 monaci distribuiti in diverse decine di monasteri italiani, in sette secoli di vita ha dato alla Chiesa un unico beato, il proprio fondatore Bernardo Maria Tolomei [Siena 1272 — †Siena 1348], beatificato a tre secoli di distanza dalla sua morte. Poi, decorsi 661 anni, il Beato Bernardo Maria Tolomei fu infine canonizzato il 20 agosto 2009.

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore: autoritratto di Giovanni Antonio Bazzi detto

Riguardo la canonizzazione di Bernardo Maria Tolomei sarebbe interessante verificare in che modo l’illustre agiografo benedettino belga Dom Réginald Grégoire [1935 — †2013], postulatore della causa, abbia infine reperito i documenti per portare avanti questa causa storica presso la Congregazione delle cause dei Santi, a ben considerare che per diversi secoli è stata lamentata proprio la oggettiva impossibilità di procedere con un processo di canonizzazione per la mancanza di necessaria documentazione storica, alla quale pare abbia infine supplito la agiografia (!?). Essendo però questa Congregazione dotata di un ricco patrimonio ed essendo annoverata tra le grandi aziende toscane che posseggono i più grandi appezzamenti terrieri, può essere che abbia avuto i mezzi per reperire infine le storiografie che per secoli non sono esistite?

 particolare dell’affresco grande

Di Bernardo Maria Tolomei ci sono stati forse tramandati memorabili sermoni e mirabili lezioni di spiritualità tenute ai propri monaci o altrettanti suoi testi di alta levatura teologica? A dire il vero, la raccolta delle sue lettere [cf. QUI] più che dello spirituale hanno il sapore degli scritti di un amministratore che organizza, dirige, impartisce direttive e che richiede a legati pontifici e vescovi concessioni e privilegi per i propri monasteri. Per quanto riguarda i testi sulla sua vita, a partire da uno dei più antichi [cf. QUI], essi sono una evidente accozzaglia di ordinarie leggende auree con le quali erano infiorettate alla metà del Seicento le vite dei Santi o dei candidati alla canonizzazione, il tutto attraverso stili precisi e ripetitivi, grazie agli agiografi che spesso riunivano assieme episodi, visioni e prove di virtù che emergevano tali e quali nelle vite di altre decine di santi o di candidati alla canonizzazione. E lavorando neppure di agiografia in agiografia ma di apografia in apografia, l’insigne agiografo benedettino belga ha infine mutato apografie stratificate nei secoli in una Positio super vitavirtutibus et fama sanctitatis. Dunque oggi, narrare le sante gesta di Bernardo Maria Tolomei, di cui non esistono scritti ed opere originali ma solo biografie postume, è come narrare la lotta di San Giorgio con il drago, canonizzando infine biografi e agiografi. Detto questo è bene chiarire, a coloro ai quali non fosse eventualmente chiaro, che i discorsi testé fatti non si basano su opinioni più o meno severe o addirittura ingenerose, ma su dati rigorosamente scientifici e non facili da smentire. 

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore: autoritratto di Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma

A puro titolo di indagine storica, vogliamo verificare quanti beati e santi sono stati invece donati, compresi anche alcuni Dottori della Chiesa, da altre Congregazioni religiose, in un lasso di vita molto inferiore alla Congregazione dei Monaci Benedettini Olivetani? Può una Congregazione monastica non donare alla Chiesa Beati e Santi in settecento anni? Sì, è possibile, quanto un gaio personaggio come Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma non si limita a lasciar la propria impronta solo negli affreschi del passato, ma anche nell’aria che impregna quelle mura, dal palazzotto d’ingresso che fu la garçonnière dei gaudenti abati rinascimentali sino allo stabile monastico popolato di svariati altri monaci non meno gaudenti. Se è vero il detto che «la bótte dà il vino che ha», la carenza di beati, santi, mistici e padri della spiritualità, è stata però compensata con altri talenti, a partire da quello di Dom Francesco Ringhieri [1721-1787], dedito in epoca barocca alle opere teatrali e definito dai critici come «Più eretico d’ogni altro frate tragediante in quel secolo» [si può consultare QUI, QUI, QUI].

Sempre parlando sul piano patrimoniale: nessun Abate di Monte Oliveto Maggiore ha mai avuto problema ad accogliere tra quelle mura ricche di uno spirituale estetico ma spesso vuote di Anima Christi, un nutrito esercito di figli del Sodoma simili all’incirca al povero Cristo sensuale e ammiccante legato alla colonna. Quando però l’Abate Dom Maurizio Maria Contorni [1986-1992], in precedenza già economo generale della Congregazione, fu coinvolto nell’avallo di operazioni finanziarie che comportarono la perdita di svariati miliardi delle vecchie lire, i figli del Sodoma non esitarono a destituirlo, perché sulla morale dei monaci sfarfallanti legati alla colonna si può soprassedere, ma sui soldi depositati presso la Banca del Monte dei Paschi di Siena non si può invece transige. Il tutto sebbene un Abate rimanga in carica fino a 75 anni d’età, quantunque rieletto dal capitolo generale ogni sei anni. A documentare il tutto è la cronotassi degli abati del Novecento, che fino al 1970 rimanevano in carica a vita, solo a partire dal successore di Dom Romualdo Maria Zilianti [1928-1946], con il suo successore Dom Angelo Maria Sabatini [1970-1986] subentra la prassi della rinuncia alla cattedra abbaziale al compimento del 75° anno di età.

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto maggiore: autoritratto di Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma, tra sacro, profano e scene da baccanali … alla destra sono raffigurati i familiari dell’Abate dell’epoca

Se oggi possiamo dirci cristiani lo dobbiamo ai figli di San Benedetto da Norcia che attraverso il monachesimo hanno prima salvato, poi diffuso la Cristianità nell’Occidente. Lo stesso lemma Europa, di cui San Benedetto è patrono, nasce come idea e concetto nel grande circuito delle abbazie benedettine, perché sono stati i figli di San Benedetto a creare l’Europa. E se oggi possiamo leggere e studiare la filosofia greca, la letteratura classica latina o conoscere le opere dei grandi Padri della Chiesa, se possediamo tante opere profane dai contenuti tutt’altro che cristiani, ivi incluso Valerio Gaio Catullo, lo dobbiamo proprio ai Monaci Benedettini, nati figli di San Benedetto, per poi essere ridotti secoli dopo ai figli del Sodoma.

A chi ha sempre nutrita grande venerazione storica e teologica verso l’Ordine Benedettino, strazia il cuore vedere oggi il monachesimo ridotto in simile decadenza. Purtroppo in questo mondo nel quale anche le notizie più scandalose nascono oggi per morire domani e lasciare spazio ad altri scandali, temo che in pochi si siano resi conto che a Montecassino, madre di tutte le abbazie dell’Occidente, un omosessuale incancrenito nei propri vizi sfrenati ha decretata la morte del monachesimo; ed oggi, ciò che ne resta, è un guscio vuoto, fatto di storiche abbazie — quelle che oggi sono sopravvissute — ricche di opere d’arte e di bellezze paesaggistiche, ma vuote della sostanza della fede e di quel glorioso monachesimo che a partire dal VI secolo la fede l’ha salvata e poi diffusa. Insomma: attenzione a lasciarsi sedurre dalle storiche cornici di quel bello e di quell’estetico che cela però il vuoto dello spirito e delle cristiane virtù, perché il Demonio, oltre ad avere straordinario senso estetico, canta meravigliosamente in gregoriano e “celebra i pontificali abbaziali” con grande eleganza esteriore, dopo essersi formato alla vita monastica saltando da una “amicizia particolare all’altra”. E oggi, tutti gli “amici particolari” di ieri, sono abati nelle varie abbazie, per non parlare dei monaci che le “amicizie particolari” le hanno suggellate col loro voto nei capitoli monastici e nel capitolo generale, vale a dire quanto basterebbe a pregare la misericordia di Dio per tutta la loro vita affinché possa preservarli dalle fiamme dell’Inferno.

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore: autoritratto di Giovanni Antonio Bazzi detto Il Sodoma.

La marcia funebre sul monachesimo, dopo tanti scandali avvenuti nelle abbazie e nei monasteri d’Europa l’ha infine suonata Dom Pietro Vittorelli, 191° successore di San Benedetto da Norcia, che si dilettava a condurre una vita di lusso in giro per l’Europa, a soggiornare in hotel costosi ed pagare ad elevato prezzo la compagnia di giovani gay con i soldi dell’Abbazia [cf. QUI, QUI, QUI, ecc …]. A questo va poi aggiunto pure l’uso delle droghe, per le quali ha avuto conseguenti problemi di salute costati all’Abbazia di Montecassino somme molto elevate quando per un periodo di tempo l’Abate si ricoverò in una clinica svizzera per disintossicarsi e per cercare di curare la propria dipendenza dalla cocaina. La cosa però più tragica è che costui non sia stato sottoposto a sanzioni canoniche e che non sia stato dimesso dallo stato clericale, tanto da risultare tutt’oggi nella cronotassi degli Arciabati di Montecassino e negli annuari della Conferenza Episcopale Italiana come «Abate Ordinario emerito» [cf. QUI] anziché come «destituito».

 le figure omoerotiche per nulla celate nella pittura “sacra” di Giovanni Bazzi detto il Sodoma

Con l’Abate di Montecassino la marcia funebre del monachesimo è giunta solo al finale, perché l’esecuzione è avvenuta in precedenza con scandali morali disseminati per le abbazie sparse per l’Europa. Certo, altri casi s’è riusciti a trattarli con riservatezza, dall’Abbazia di San Paolo fuori le mura, privata infine dello status di prelatura territoriale, per seguire con l’Abbazia di Grottaferrata, dove fu destituito l’Abate Dom Emiliano Fabbricatore, anche in quel caso ciò avvenne specie pel viavai notturno degli immancabili giovanotti a pagamento che andavano a sollazzare alcuni monaci viziosi, tanto che la Santa Sede — cosa invero rara — procedette a dichiarare invalide alcune ordinazioni sacerdotali di giovani monaci. Potremmo seguire col Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, struttura accademica della Confederazione Benedettina, alla quale più volte il Cardinale Zenon Grocholewski, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica [1999-2015], tra il 2007 ed il 2008 intimò che se non ripulivano il loro collegio interno dalle varie gaiezze e dalle numerose coppiette di fatto, la Santa Sede glielo avrebbero chiuso. Per limitarci sempre e solo all’ambito romano: che cosa accadde all’Abbazia cistercense di Santa Croce in Gerusalemme, dove fu eletto abate un ex stilista milanese, anch’esso molto gaio, passato dal mondo della moda al monachesimo e divenuto in pochi anni monaco, sacerdote e infine abate estetico? Eppure, sul vicino Colle Aventino, si trova la Curia Generalizia dei Monaci Cistercensi, dove un decennio fa, all’epoca di certi fatti, risiedeva l’Abate Generale Dom Mauro Esteva i Alsina [1933 — †2014], la preoccupazione del quale era di impartire ossessive lezioni di galateo ai giovani monaci e di verificare che il refettorio fosse apparecchiato con le forchette ed i coltelli posizionati a giusta distanza alla destra ed alla sinistra del piatto, o che gli inchini fossero fatti secondo l’angolazione giusta, quasi che da essi fosse dipesa la sopravvivenza e lo storico onore dell’Ordine Cistercense. Possa oggi quest’uomo riposare in pace nella cripta dell’Abbazia catalana di Poblet e possa la misericordia di Dio perdonargli con un mite purgatorio tutti i gravi ed irreparabili danni da lui recati all’intero Ordine Cistercense durante il suo mandato di Generale svolto tra il 1995 ed il 2010.

particolare: efebo ammiccante

Per gli esercizi spirituali alla Curia Romana quest’anno è stato scelto dal Cardinale Gianfranco Ravasi e presentato al Pontefice un membro della Congregazione dei Monaci Benedettini Olivetani, Dom Bernardo Gianni, Abate dell’Abbazia di San Miniato al Monte in Firenze. Se nell’Archicenobio di Monte Oliveto Maggiore primeggia Il Sodoma, a San Miniato gli affreschi più pregevoli sono quelli di Spinello Aretino. La sostanza resta però la stessa, pur spaziando dall’arte del Sodoma a quella dello Spinello. E quest’ultimo — lo Spinello —, sarebbe stato particolarmente apprezzato dall’Arciabate di Montecassino Dom Pietro Vittorelli, che delle droghe era un gran cultore e consumatore.

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L’Abate dell’Abbazia di San Miniato in Firenze è uno che sa parlare a questo mondo. Egli parla al mondo il linguaggio che piace al mondo. Infatti, gli esercizi spirituali, saranno improntati su sogno e poesia: il sogno del politico Giorgio La Pira e la poesia di Mario Luzi, la cui poesia, cristianamente parlando, non è certo quella dello scrittore e

le figure omoerotiche per nulla celate nella pittura “sacra” di Giovanni Bazzi detto il Sodoma

L’Abate predicatore, figlio del nobile Ordine di San Benedetto cui dobbiamo la sopravvivenza della Cristianità e la salvaguardia del patrimonio storico, filosofico e letterario, parlerà alla Curia Romana di un sognatore e di un poeta, come se la spiritualità fosse un sogno e la teologia poesia, come se il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, proclamato a gran voce santo, non avesse mai scritta l’Enciclica Fides et Ratio, alla base della quale c’è il pensiero di un grande Abate Benedettino, poi Arcivescovo di Canterbury, Sant’Anselmo d’Aosta, che non viveva il rapporto con la fede tra sogni e poesia, ma spiegando che fides quaerens intellectum [la fede richiede la ragione] e precisando: «credo ut intelligam, intelligo ut credam» [credo per comprendere, comprendo per credere]. Purtroppo il famoso cantante italiano Lucio Battisti è morto da anni, altrimenti, per i prossimi esercizi spirituali, forse il Cardinale Gianfranco Ravasi avrebbe proposto i testi meditati della sua celebre canzone Emozioni :

 particolare: efebo ammiccante che mostra il posteriore

«E chiudere gli occhi per fermare 
qualcosa che è dentro me 
ma nella mente tua non c’è 
Capire tu non puoi 
tu chiamale se vuoi 
emozioni » [Mogol-Battisti, 1970]

Sappiamo che dopo la tragedia giunge sempre la farsa grottesca che spazia appunto tra Il Sodoma e lo Spinello. Ragione in più per pregare e per purificarci durante questa Santa Quaresima, nel corso della quale, la più grande delle mortificazioni, resta la consapevolezza di non essere più credibili al mondo, ma di essere invece derisi dal mondo, specie quando per compiacere il mondo cerchiamo di parlare il linguaggio del mondo, dopo esserci svuotati di Cristo e del mistero della Croce, per riempirci di sogni e poesie … «tu chiamale se vuoi emozioni».

Chiostro dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore: la insistente ossessione del Sodoma a raffigurare il posteriore maschile che “si offre” e nel quale potremmo leggere la profezia sul postumo monachesimo decadente …

Una cosa è certa: l’arte non lascia il segno semplicemente sui muri, specie se certe immagini pittoriche sono la più realistica rappresentazione di chi certe mura le abita. Ovviamente, il quesito sul perché in settecento anni di vita i Monaci della Congregazione Benedettina Olivetana non hanno dato alla Chiesa beati, santi, mistici, teologi, dottori e padri della spiritualità, è una domanda puramente retorica, la risposta è infatti tutta contenuta nelle immagini omoerotiche che campeggiano negli affreschi realizzati dal Sodoma nel chiostro; ed al chiostro si giunge dopo essere entrati nel territorio abbaziale passando dal palazzotto usato un tempo come garçonnière dagli abati rinascimentali gaudenti. Nel Paradiso, invece, si giunge solo dopo essersi convertiti, pentiti e mondati dai peccati, non ci si giunge né coi sogni di Giorgio La Pira, né con le poesie di Mario Luzi. La Quaresima inizia con l’imposizione delle ceneri seguita dal monito «convertiti e credi al Vangelo», non comincia con l’invito a credere nei sogni e vivere le poesie 

 

dall’Isola di Patmos, 08 marzo 2019

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Dom Bernardo Maria Gianni, OSB.Oliv. Abate di San Miniato al Monte in Firenze

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