Estonia, una terra promessa, un mondo diverso … e una cattiveria quotidiana di chi tacer non può
ESTONIA, UNA TERRA PROMESSA, UN MONDO DIVERSO … E UNA CATTIVERIA QUOTIDIANA DI CHI TACER NON PUÒ
In fondo, ogni narrazione ha bisogno del suo altrove: un luogo dove tutto funziona meglio, dove la stampa è libera e le contraddizioni, per una misteriosa legge del clima, evaporano. Peccato solo che, tornando a latitudini più domestiche, quelle stesse contraddizioni ricompaiano puntuali, come una coscienza che non ha mai preso il volo.
Autore
Redazione de L’Isola di Patmos
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Nel 1984 il giovane Eros Ramazzotti, ventunenne, con una dizione ancora incerta che lasciava affiorare una meravigliosa cadenza romanesca, debuttò e vinse il Festival di Sanremo cantando Terra promessa. Fu l’inizio del lancio di una futura star internazionale.
Con altri generi di lanci — per esempio nel ridicolo — c’è chi, improvvisamente, scopre le virtù salvifiche delle latitudini baltiche, elevandole a paradigma di libertà, trasparenza e indipendenza, arrivando a sostenere, con tono sprezzante, che la nostra Italia «non vuole giornalisti liberi», collocandola, per questo, agli ultimi posti, persino dopo il Gambia. Non si tratta solo di geografia, ma di una vera e propria teologia applicata: una nuova “terra promessa” editoriale dove tutto è più libero, più giusto, più puro — soprattutto quando lo si osserva a debita distanza, mentre si continua a vivere in Italia.
L’Estonia diventa così non tanto un luogo, ma una comoda metafora: quella di una libertà evocata a parole e disattesa nei fatti, soprattutto quando, tra le mura domestiche, si ricorre con disinvoltura proprio a quegli strumenti che altrove si denunciano come intimidatori, per esempio «le querele temerarie, note nel gergo internazionale come Slapp (Strategic Lawsuits Against Public Participation), cause civili e penali utilizzate da soggetti pubblici e privati non per ottenere giustizia, ma per intimidire chi indaga e prosciugargli le risorse» (cfr. articolo, qui).
Ma vi è anche un altro aspetto, meno discusso e forse più rivelatore di questa pretesa libertà: quella del tono. La libertà di trasformare il confronto in delegittimazione personale, di sostituire l’argomento con l’etichetta, la critica con l’insulto. Così accade di leggere, rivolte a un noto teologo accademico italiano, espressioni come «boomer disoccupato», giudizi liquidatori quali «competenza poca, cattiverie tante», fino a qualificazioni apertamente denigratorie — «violento, vendicativo, arrogante» — che nulla hanno a che vedere con il confronto teologico e molto invece con una certa forma di aggressione personale travestita da dibattito (cfr. articolo, qui).
Una libertà, dunque, che rivendica per sé ciò che nega agli altri: il diritto di attaccare senza misura e, al tempo stesso, di denunciare come intimidatorio ogni tentativo di reazione. Una libertà che si presenta come difesa della stampa e che finisce per coincidere, nei fatti, con la libertà all’insulto, salvo poi dichiararsi insultato quando, come in questo caso, si riceve una replica misurata.
In fondo, ogni narrazione ha bisogno del suo altrove: un luogo dove tutto funziona meglio, dove la stampa è libera e le contraddizioni, per una misteriosa legge del clima, evaporano. Peccato solo che, tornando a latitudini più domestiche, quelle stesse contraddizioni ricompaiano puntuali, come una coscienza che non ha mai preso il volo.
Siamo i ragazzi di oggi
Pensiamo sempre all’America
Guardiamo lontano, troppo lontano.
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Dall’Isola di Patmos, 5 maggio 2026
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