La dignità della marginalità non vinta nel passaggio di un anno – The dignity of unconquered marginality in the passage from one year to another – La dignidad de la marginalidad no vencida en el paso de un año a otro – Die würde der nicht überwundenen marginalität im übergang von einem jahr zum anderen

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LA DIGNITÀ DELLA MARGINALITÀ NON VINTA NEL PASSAGGIO DI UN ANNO

La speranza cristiana non nasce dal fatto che le cose “andranno meglio”, né dal consenso raccolto o dai risultati ottenuti. Nasce dal sapere che la verità non è misurata dall’immediato, ma sarà giudicata nel tempo ultimo. È in questa fedeltà esposta al tempo e al giudizio — e non nel successo di una stagione — che si decide se una vita è stata semplicemente vissuta o realmente custodita come dono di Dio; se i talenti ricevuti sono stati fatti fruttare, oppure sepolti sottoterra.

— Attualità ecclesiale —

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Alla fine dell’anno il mondo ama fare bilanci misurando risultati, successi e fallimenti. È un esercizio rassicurante, perché consente di giudicare la vita secondo criteri visibili e immediatamente verificabili, almeno in apparenza.

In un’ottica cristiana, però, non tutto ciò che è misurabile è vero, e ciò che decide davvero della qualità di un’esistenza spesso non coincide con ciò che appare riuscito agli occhi del mondo. Nel cammino della fede, non di rado, la vera realizzazione assume la forma di ciò che il mondo giudica insuccesso e fallimento. È la logica della croce, che l’Apostolo Paolo non attenua né rende accettabile:

«Noi invece predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1Cor 1,23).

Questa dimensione è vissuta da quanti si ritrovano progressivamente spinti ai margini per non avere tradito la propria coscienza né rinunciato alla verità. Non per una scelta ideologica, né per incapacità personale, ma per una crescente incompatibilità con prassi, linguaggi e criteri di funzionamento dei contesti ecclesiastici nei quali vivono e operano: sistemi che premiano l’adattamento, esigono silenzi opportuni e rendono marginale chi non si rende funzionale. Sotto certi aspetti, potremmo definirli così: gli scandalosi stolti della croce.

Gli stolti della croce generano scandalo rifiutando di piegare il linguaggio per rendere accettabile una decisione oggettivamente ingiusta. Si rifiutano di definire “pastorale” ciò che in realtà è semplice gestione opportunistica dei problemi; rigettano le logiche clericali antievangeliche di chi confonde la fedeltà al Vangelo con l’obbedienza a dinamiche di apparato. Non si prestano a coprire omissioni protratte nel tempo con formule ambigue, né accettano che la mollezza dei chierici venga giustificata con la carenza di clero, con l’urgenza organizzativa o con il richiamo a presunti equilibri da non turbare. Non si adattano a situazioni irregolari presentate come inevitabili, non accettano di essere messi a tacere per “non creare problemi”, né si rendono complici di cordate, protezioni reciproche e narrazioni rassicuranti costruite per occultare la verità.

In questi casi, la riduzione alla marginalità non è il risultato di un errore personale, ma l’effetto collaterale di una coerenza non negoziabile, letta quasi sempre come una sconfitta, come una prova di inadeguatezza o di incapacità relazionale. Non sempre però è così: talvolta è semplicemente il prezzo da pagare per non essersi adattati a un sistema che non tollera ciò che non può controllare o utilizzare. Questo meccanismo non è nuovo né esclusivo dell’ambito ecclesiale. È tipico di ogni struttura di potere chiusa, comprese le organizzazioni mafiose, che non colpiscono per prime chi trasgredisce la legge, ma chi non si rende funzionale: chi non si piega, chi non entra nel circuito delle dipendenze reciproche, chi non accetta il linguaggio, i silenzi e le complicità richieste. In questi sistemi, l’isolamento e la marginalizzazione non sono incidenti, ma strumenti deliberati di controllo.

Accettare una marginalità non vinta rientra nella sapienza della stoltezza della croce e non equivale a rifugiarsi in una nicchia risentita né a coltivare una spiritualità del fallimento. Molto concretamente significa riconoscere che non tutto ciò che è vero trova spazio nei canali ufficiali e che non ogni forma di invisibilità coincide con una perdita. È ciò che accade, ad esempio, a chi rinuncia a ruoli, incarichi o visibilità pur di non firmare documenti ufficiali nei quali una decisione ingiusta viene presentata come “scelta pastorale condivisa”. Accade a chi rifiuta di mascherare responsabilità reali dietro false formule diplomatiche, presentate come “santa prudenza” ma in realtà funzionali a una gestione opportunistica dei problemi. È la condizione di chi continua a lavorare seriamente senza essere promosso perché non appartiene a cordate influenti; di chi pensa e scrive senza essere invitato perché non è allineato alle narrazioni dominanti; di chi esercita responsabilità reali — formative, culturali, educative — senza incarichi ufficiali o appartenenze protettive, perché non accetta di barattare la libertà di giudizio con protezioni o riconoscimenti.

In questi casi, l’invisibilità non è il segno di un fallimento personale, ma una forma di protezione: preserva dalla logica dell’apparenza, sottrae al ricatto del consenso, impedisce di essere utilizzati come strumenti. Talvolta, col tempo, si rivela persino una grazia, non perché renda la vita più facile, ma perché consente di restare liberi, integri e non ricattabili. È la condizione di figure che appaiono relegate ai margini ma non distrutte, credute silenziate e invece rese, proprio per questo, più prolifiche. La Scrittura conosce bene questa dinamica. Mosè viene sottratto alla scena pubblica e condotto nel deserto di Madian prima di essere chiamato a liberare il popolo (cfr. Es 2,15; 3,1); Elia fugge nel deserto, desidera la morte, e proprio lì impara un ascolto che lo sottrae alla violenza del potere e al frastuono dell’azione (cfr. 1Re 19,1-18); Giovanni Battista non nasce né opera al centro, ma nel deserto, lontano dai circuiti religiosi ufficiali, e da lì prepara la via del Signore (cfr. Mt 3,1-3; Mc 1,2-4; Lc 3,1-4). Gesù stesso, prima di ogni parola pubblica e di ogni segno, viene sospinto dallo Spirito nel deserto, dove rifiuta esplicitamente il successo, l’efficacia immediata e il consenso delle folle (cfr. Mt 4,1-11; Mc 1,12-13; Lc 4,1-13).

Il deserto, nella tradizione biblica ed evangelica, non è il luogo dell’inutilità, ma della purificazione: non produce visibilità, ma libertà; non garantisce successo, ma verità. È in questo spazio che maturano figure irrilevanti in apparenza ma, di fatto, non ricattabili, generate da una fecondità che non dipende dal riconoscimento immediato, ma dalla fedeltà alla verità, dalla libertà interiore e dalla capacità di reggere il tempo senza esserne corrotti.

Se si guarda al Vangelo senza pietismi ansiosi né filtri devozionali, colpisce un dato elementare: Gesù non mostra alcuna ansia di stare al centro. Anzi, quando il centro si affolla, egli se ne sottrae con naturalezza. Predica alle folle (cfr. Mt 5–7; Mc 6,34), ma poi si ritira (cfr. Mc 1,35; Gv 6,15); compie segni (cfr. Mc 1,40-45; Mc 7,31-37), ma raccomanda il silenzio (cfr. Mc 1,44; Mc 8,26); attira discepoli, ma non trattiene chi se ne va (cfr. Gv 6,66-67). In termini attuali, potremmo dire che non cura il proprio “posizionamento”. Eppure nessuno, più di lui, ha inciso nella storia.

Se si assume questo sguardo evangelico, anche le Beatitudini cessano di essere un repertorio edificante da proclamare in occasioni solenni e tornano a essere ciò che sono nella loro realtà cristologica: un criterio di discernimento radicale. Esse non promettono successo, né visibilità, né approvazione; al contrario, descrivono una forma di felicità paradossale, incompatibile con la logica del consenso. I beati, nel Vangelo, non sono coloro che “ce l’hanno fatta”, ma coloro che non hanno barattato la verità con l’applauso (cfr. Mt 5,1-12).

Accanto alle Beatitudini, tuttavia, il Vangelo conserva con altrettanta chiarezza anche l’altra faccia della medaglia: i “guai”. Parole ruvide, poco citate e raramente commentate, forse perché disturbano una spiritualità accomodante. «Guai a voi quando tutti diranno bene di voi» (Lc 6,26): un monito che non sembra rivolto a peccatori scandalosi, ma a persone rispettabili, apprezzate, perfettamente integrate. È come se Gesù mettesse in guardia da una forma sottile di fallimento: quella di chi ottiene consenso al prezzo della propria libertà interiore.

Nel Vangelo il consenso non è mai un valore in sé. Anzi, quando diventa unanime, assume spesso i tratti di un equivoco collettivo. Le folle acclamano, salvo poi scomparire (cfr. Gv 6,14-15.66); i discepoli applaudono, salvo poi discutere su chi sia il più grande (cfr. Mc 9,33-34; Lc 22,24); i notabili riconoscono, salvo poi prendere le distanze per timore o convenienza (cfr. Gv 12,42-43). Gesù attraversa tutto questo senza mai farsene imprigionare. Non cerca l’opposizione, ma neppure la teme; non disprezza il riconoscimento, ma non lo insegue. Potremmo dire, con un sorriso appena accennato, che non scambia mai l’indice di gradimento con la misura della verità, perché l’indice di gradimento è nell’uomo, la verità è in Dio.

È in questo senso che il Vangelo esercita un’ironia tanto discreta quanto implacabile. Proprio coloro che presidiano il centro — i garanti dell’ordine, gli specialisti della correttezza, i professionisti del “si è sempre fatto così” — risultano spesso i meno attrezzati a riconoscere ciò che accade realmente. Mentre si discutono procedure, si redigono documenti e si invocano equilibri da non turbare, la fede prende forma altrove; mentre si sorveglia che nulla esca dal perimetro stabilito, la comprensione matura fuori scena; mentre si misura tutto in termini di consenso e opportunità, la verità passa per strade secondarie, senza chiedere permesso. Non perché ami i margini in quanto tali, ma perché — come il Vangelo mostra con una certa ostinazione — la verità non si lascia amministrare. E meno ancora si lascia certificare dal numero di consensi ottenuti o dalla tranquillità delle coscienze che riesce a preservare.

Accettare una marginalità non vinta, allora, non significa coltivare un gusto per l’opposizione né rifugiarsi in un atteggiamento polemico per principio. Significa, più semplicemente, smettere di misurare il valore di una vita — o di un ministero — in base all’approvazione ricevuta, agli incarichi ottenuti o al consenso raccolto, secondo quella logica che il secolo chiama, senza pudore, narcisismo ipertrofico. In termini concreti, significa non assumere come criterio decisivo il numero di inviti, di riconoscimenti o di attestazioni di stima, ma la rettitudine delle scelte compiute. Il Vangelo, del resto, non chiede di essere applauditi, ma di essere fedeli. E questa fedeltà, non di rado, si esercita lontano dal centro, dove si è meno esposti alle pressioni, più liberi di guardare la realtà per ciò che è e meno costretti a dire ciò che conviene.

La fine dell’anno è spesso caricata di attese sproporzionate. Si pretendono bilanci definitivi, giudizi conclusivi, parole capaci di sistemare tutto una volta per tutte. In realtà, per chi vive con un minimo di onestà interiore, questo tempo non serve a chiudere i conti, ma a smettere di barare: a non raccontarsi storie consolanti, a non confondere ciò che ha avuto successo con ciò che è stato giusto. Non è il momento di proclamare traguardi, ma di distinguere ciò che è essenziale da ciò che è superfluo, ciò che merita di essere custodito da ciò che può essere lasciato andare senza rimpianti.

C’è una libertà particolare che nasce proprio qui: quando si accetta che non tutto debba essere risolto, chiarito o riconosciuto. Alcune vicende restano aperte, alcune domande senza risposta, alcuni gravi torti senza riparazione. Ma non tutto ciò che rimane incompiuto è sterile. Talvolta è semplicemente affidato a un tempo che non coincide con il nostro. Questa consapevolezza, lungi dall’essere una resa, è una forma alta di realismo spirituale.

La “verità sobria” non è una disposizione interiore né un principio astratto: si riconosce dal prezzo che una persona è disposta a pagare per non smentire ciò che ha compreso come vero. Si manifesta quando si accetta di perdere occasioni, incarichi o protezioni pur di non ricorrere a giustificazioni linguistiche, a formule accomodanti o ad alibi morali che rendano presentabile ciò che non può esserlo in nessun caso: fingere che il male sia bene e usare questa menzogna come scudo contro chi tenta di chiamare il male con il suo nome.

In un contesto ecclesiale in oggettivo stato avanzato di decadenza, che misura le persone in base alla visibilità, all’adattabilità e all’utilità immediata, questa scelta ha conseguenze precise, talvolta persino devastanti. Significa continuare a svolgere il proprio ministero o servizio ecclesiale senza essere destinatari di nomine, di cariche onorifiche o di quei contentini con cui il potere lusinga e, insieme, assoggetta; senza essere coinvolti negli organismi decisionali della diocesi o delle istituzioni ecclesiali; senza rendersi disponibili a logiche di governo che esigono silenzi, adattamenti o compromessi ritenuti inammissibili, perché pagati a un prezzo che nessuna coscienza cristiana può accettare: il sacrificio della libertà dei figli di Dio, iscritta fin dall’origine nel mistero stesso della creazione dell’uomo. Significa, infine, accettare che il proprio contributo resti privo di gratificazioni e relegato ai margini, non perché inutile, ma perché non spendibile nei circuiti che contano; e tuttavia destinato, nel silenzio del deserto, a essere seme che porta frutto.

Perseverare, in questo senso, non è una forma di ostinazione né un atteggiamento identitario costruito per distinguersi. È la decisione di restare fedeli a ciò che si è riconosciuto come vero anche quando questa fedeltà comporta silenzio, perdita di ruolo e assenza di riconoscimento.

Nel passaggio da un anno all’altro non viene chiesto di fare bilanci consolatori, ma di guardare ciò che resta quando il tempo ha consumato illusioni, ruoli e giustificazioni. Restano le scelte compiute, le parole dette o taciute, le responsabilità assunte o evitate. È questo, e non altro, il materiale che attraversa il tempo.

La speranza cristiana non nasce dal fatto che le cose “andranno meglio”, né dal consenso raccolto o dai risultati ottenuti. Nasce dal sapere che la verità non è misurata dall’immediato, ma sarà giudicata nel tempo ultimo. È in questa fedeltà esposta al tempo e al giudizio — e non nel successo di una stagione — che si decide se una vita è stata semplicemente vissuta o realmente custodita come dono di Dio; se i talenti ricevuti sono stati fatti fruttare, oppure sepolti sottoterra.

Dall’Isola di Patmos, 31 dicembre 2025

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THE DIGNITY OF UNCONQUERED MARGINALITY IN THE PASSAGE FROM ONE YEAR TO ANOTHER

Christian hope does not arise from the fact that things “will get better”, nor from the consensus gathered or the results obtained. It arises from knowing that truth is not measured by the immediate, but will be judged in the ultimate time. It is in this fidelity exposed to time and to judgement — and not in the success of a season — that it is decided whether a life has been merely lived or truly safeguarded as a gift of God; whether the talents received have been made fruitful, or buried in the ground.

— Ecclesial actuality—

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At the end of the year the world likes to take stock by measuring results, successes and failures. It is a reassuring exercise, because it allows life to be judged according to visible and immediately verifiable criteria — at least in appearance.

From a Christian perspective, however, not everything that can be measured is true, and what truly decides the quality of an existence often does not coincide with what appears successful in the eyes of the world. In the journey of faith, more often than not, genuine fulfilment takes the form of what the world judges to be failure and defeat. This is the logic of the cross, which the Apostle Paul neither softens nor renders acceptable:

“We proclaim Christ crucified, a stumbling block to Jews and foolishness to Gentiles” (1 Cor 1:23).

This dimension is lived by those who find themselves progressively pushed to the margins because they have not betrayed their conscience nor renounced the truth. Not out of ideological choice, nor because of personal inadequacy, but because of a growing incompatibility with the practices, language and operational criteria of the ecclesial contexts in which they live and work: systems that reward adaptation, demand convenient silences, and marginalise anyone who does not make himself functional. In some respects, we might define them thus: the scandalous fools of the cross.

The fools of the cross generate scandal by refusing to bend language so as to render acceptable a decision that is objectively unjust. They refuse to define as “pastoral” what is in reality nothing more than opportunistic management of problems; they reject anti-evangelical clerical logics that confuse fidelity to the Gospel with obedience to apparatus dynamics. They do not lend themselves to covering up omissions prolonged over time with ambiguous formulas, nor do they accept that clerical flaccidity be justified by a shortage of clergy, by organisational urgency, or by appeals to alleged balances that must not be disturbed. They do not adapt to irregular situations presented as inevitable; they do not accept being silenced “so as not to create problems”; nor do they make themselves accomplices of factions, mutual protections and reassuring narratives constructed to conceal the truth.

In such cases, reduction to marginality is not the result of personal error, but the collateral effect of a non-negotiable coherence, almost always read as defeat, as a sign of inadequacy or relational incapacity. Yet this is not always so: at times it is simply the price to be paid for not having adapted to a system that does not tolerate what it cannot control or exploit. This mechanism is neither new nor exclusive to the ecclesial sphere. It is typical of every closed power structure, including criminal organisations, which do not strike first those who break the law, but those who do not make themselves functional: those who do not bend, who do not enter the circuit of mutual dependencies, who do not accept the required language, silences and complicities. In such systems, isolation and marginalisation are not accidents, but deliberate instruments of control.

Accepting an unconquered marginality belongs to the wisdom of the foolishness of the cross and does not amount to retreating into a resentful niche or cultivating a spirituality of failure. Very concretely, it means recognising that not everything that is true finds space within official channels, and that not every form of invisibility coincides with loss. This is what happens, for example, to those who renounce roles, appointments or visibility rather than sign official documents in which an unjust decision is presented as a “shared pastoral choice”. It happens to those who refuse to mask real responsibilities behind false diplomatic formulas, presented as “holy prudence” but in fact functional to opportunistic management of problems. It is the condition of those who continue to work seriously without being promoted because they do not belong to influential factions; of those who think and write without being invited because they are not aligned with dominant narratives; of those who exercise real responsibilities — formative, cultural, educational — without official appointments or protective affiliations, because they refuse to barter freedom of judgement for protection or recognition.

In these cases, invisibility is not the sign of personal failure, but a form of protection: it preserves one from the logic of appearances, removes one from the blackmail of consensus, prevents one from being used as a tool. At times, over the long term, it even proves to be a grace—not because it makes life easier, but because it allows one to remain free, intact and not subject to blackmail. It is the condition of figures who appear relegated to the margins yet not destroyed, believed to be silenced and instead rendered, precisely for this reason, more prolific. Scripture knows this dynamic well. Moses is removed from the public stage and led into the desert of Midian before being called to liberate the people (cf. Exod 2:15; 3:1); Elijah flees into the desert, desires death, and precisely there learns a listening that removes him from the violence of power and the din of action (cf. 1 Kgs 19:1–18); John the Baptist is neither born nor operates at the centre, but in the desert, far from official religious circuits, and from there prepares the way of the Lord (cf. Matt 3:1–3; Mark 1:2–4; Luke 3:1–4). Jesus himself, before any public word or sign, is driven by the Spirit into the desert, where he explicitly rejects success, immediate effectiveness and the consensus of the crowds (cf. Matt 4:1–11; Mark 1:12–13; Luke 4:1–13).

The desert, in biblical and evangelical tradition, is not the place of uselessness, but of purification: it does not produce visibility, but freedom; it does not guarantee success, but truth. It is in this space that figures mature who are apparently irrelevant yet in fact not subject to blackmail, generated by a fruitfulness that does not depend on immediate recognition, but on fidelity to the truth, interior freedom and the capacity to endure time without being corrupted by it.

If one looks at the Gospel without anxious pieties or devotional filters, one elementary fact stands out: Jesus shows no anxiety about being at the centre. On the contrary, when the centre becomes crowded, he withdraws from it with ease. He preaches to the crowds (cf. Matt 5–7; Mark 6:34), but then he withdraws (cf. Mark 1:35; John 6:15); he performs signs (cf. Mark 1:40–45; Mark 7:31–37), but recommends silence (cf. Mark 1:44; Mark 8:26); he attracts disciples, but does not hold back those who leave (cf. John 6:66–67). In contemporary terms, one might say that he does not tend to his own “positioning”. And yet no one more than he has left a mark on history.

If one adopts this evangelical gaze, even the Beatitudes cease to be an edifying repertory to be proclaimed on solemn occasions and return to being what they are in their Christological reality: a radical criterion of discernment. They promise neither success, nor visibility, nor approval; on the contrary, they describe a paradoxical form of happiness, incompatible with the logic of consensus. In the Gospel, the blessed are not those who “have made it”, but those who have not bartered the truth for applause (cf. Matt 5:1–12).

Alongside the Beatitudes, however, the Gospel preserves with equal clarity the other side of the coin: the “woes”. Harsh words, little cited and rarely commented upon, perhaps because they disturb an accommodating spirituality. “Woe to you when all speak well of you” (Luke 6:26): a warning that does not seem addressed to scandalous sinners, but to respectable, appreciated, perfectly integrated people. It is as if Jesus were warning against a subtle form of failure: that of those who obtain consensus at the price of their own interior freedom.

In the Gospel, consensus is never a value in itself. Indeed, when it becomes unanimous, it often takes on the traits of a collective misunderstanding. The crowds acclaim, only to disappear (cf. John 6:14–15, 66); the disciples applaud, only to argue about who is the greatest (cf. Mark 9:33–34; Luke 22:24); the notables acknowledge, only to distance themselves out of fear or convenience (cf. John 12:42–43). Jesus passes through all of this without ever allowing himself to be imprisoned by it. He does not seek opposition, but neither does he fear it; he does not despise recognition, but he does not pursue it. One might say, with a faintly sketched smile, that he never confuses approval ratings with the measure of truth, because approval ratings are in human beings, whereas truth is in God.

It is in this sense that the Gospel exercises an irony that is as discreet as it is relentless. Precisely those who guard the centre — the guarantors of order, the specialists in correctness, the professionals of “this is how it has always been done” — often prove the least equipped to recognise what is actually taking place. While procedures are discussed, documents drafted and balances invoked that must not be disturbed, faith takes shape elsewhere; while vigilance ensures that nothing escapes the established perimeter, understanding matures offstage; while everything is measured in terms of consensus and opportunity, truth passes along secondary paths, without asking permission. Not because it loves the margins as such, but because — as the Gospel shows with a certain obstinacy — truth does not allow itself to be administered. Still less does it allow itself to be certified by the number of consents obtained or by the tranquillity of consciences it manages to preserve.

To accept an unconquered marginality, then, does not mean cultivating a taste for opposition or retreating into a polemical stance by principle. It means, more simply, ceasing to measure the value of a life — or of a ministry — by the approval received, the appointments obtained or the consensus gathered, according to that logic which the age, without embarrassment, calls hypertrophic narcissism. In concrete terms, it means not adopting as a decisive criterion the number of invitations, recognitions or attestations of esteem, but the rectitude of the choices made. The Gospel, after all, does not ask to be applauded, but to be faithful. And this fidelity is often exercised far from the centre, where one is less exposed to pressure, freer to look at reality for what it is, and less compelled to say what is convenient.

The end of the year is often burdened with disproportionate expectations. Definitive balances are demanded, conclusive judgements, words capable of putting everything in order once and for all. In reality, for anyone who lives with a minimum of interior honesty, this time serves not to close accounts, but to stop cheating: to cease telling oneself consoling stories, to stop confusing what has been successful with what has been just. It is not the moment to proclaim milestones, but to distinguish what is essential from what is superfluous, what deserves to be safeguarded from what can be let go without regret.

There is a particular freedom that is born precisely here: when one accepts that not everything must be resolved, clarified or recognised. Some events remain open, some questions unanswered, some grave wrongs unrepaired. Yet not everything that remains unfinished is sterile. At times it is simply entrusted to a time that does not coincide with our own. This awareness, far from being a surrender, is a high form of spiritual realism.

“Sober truth” is not an interior disposition nor an abstract principle: it is recognised by the price a person is willing to pay in order not to contradict what he has understood to be true. It manifests itself when one accepts the loss of opportunities, appointments or protections rather than resort to linguistic justifications, accommodating formulas or moral alibis that make presentable what can never be so in any case: pretending that evil is good and using this lie as a shield against those who attempt to call evil by its name.

In an ecclesial context in an objectively advanced state of decay, which measures people according to visibility, adaptability and immediate utility, this choice has precise, at times even devastating, consequences. It means continuing to exercise one’s ministry or ecclesial service without being the recipient of appointments, honorary offices or those petty concessions with which power both flatters and subjugates; without being involved in the decision-making bodies of the diocese or ecclesial institutions; without making oneself available to forms of governance that demand silences, adaptations or compromises deemed inadmissible because they are paid for at a price that no Christian conscience can accept: the sacrifice of the freedom of the children of God, inscribed from the beginning in the very mystery of the creation of the human being. It means, finally, accepting that one’s contribution remains without gratification and relegated to the margins, not because it is useless, but because it is not expendable in the circuits that count; and yet destined, in the silence of the desert, to be seed that bears fruit.

Persevering, in this sense, is not a form of obstinacy nor an identity posture constructed to distinguish oneself. It is the decision to remain faithful to what has been recognised as true even when this fidelity entails silence, loss of role and absence of recognition.

In the passage from one year to another, one is not asked to draw consoling balances, but to look at what remains when time has consumed illusions, roles and justifications. What remain are the choices made, the words spoken or left unsaid, the responsibilities assumed or avoided. This, and nothing else, is the material that passes through time.

Christian hope does not arise from the fact that things “will get better”, nor from the consensus gathered or the results obtained. It arises from knowing that truth is not measured by the immediate, but will be judged in the ultimate time. It is in this fidelity exposed to time and to judgement — and not in the success of a season — that it is decided whether a life has been merely lived or truly safeguarded as a gift of God; whether the talents received have been made fruitful, or buried in the ground.

From the Island of Patmos, 31 December 2025

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LA DIGNIDAD DE LA MARGINALIDAD NO VENCIDA EN EL PASO DE UN AÑO A OTRO

La esperanza cristiana no nace del hecho de que las cosas “irán mejor”, ni del consenso alcanzado o de los resultados obtenidos. Nace del saber que la verdad no se mide por lo inmediato, sino que será juzgada en el tiempo final. Es en esta fidelidad expuesta al tiempo y al juicio — y no al éxito de una temporada — donde se decide si una vida ha sido simplemente vivida o realmente apreciada como don de Dios; si los talentos recibidos se han hecho fructificar, o enterrados bajo tierra.

— Actualidad eclesial —

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Al final del año el mundo ama hacer balances midiendo resultados, éxitos y fracasos. Es un ejercicio tranquilizador, porque permite juzgar la vida según criterios visibles e inmediatamente verificables, al menos en apariencia.

Desde una perspectiva cristiana, sin embargo, no todo lo que es medible es verdadero,  y lo que realmente decide la calidad de una existencia muchas veces no coincide con lo que parece exitoso a los ojos del mundo. En el camino de la fe, no pocas veces la verdadera realización adopta la forma de lo que el mundo juzga como fracaso o insuceso. Es la lógica de la cruz, que el apóstol Pablo no atenúa ni hace aceptable:

«Nosotros, en cambio, predicamos a Cristo crucificado, escándalo para los judíos y necedad para los gentiles» (1 Cor 1,23).

Esta dimensión la experimentan quienes se ven progresivamente empujados a los márgenes por no haber traicionado la propia conciencia, ni haber renunciado a la verdad. No por elección ideológica, ni por incapacidad personal, sino por una creciente incompatibilidad con las prácticas, los lenguajes y los criterios de funcionamiento de los contextos eclesiales en los que viven y operan: sistemas que premian la adaptación, exigen silencios oportunos y vuelven marginal a quien no se hace funcional. Bajo ciertos aspectos, podríamos definirlos así: los necios escandalosos de la cruz.

Los necios de la cruz generan escándalo al negarse a torcer el lenguaje para hacer aceptable una decisión objetivamente injusta. Se niegan a definir como “pastoral” lo que en realidad es una simple gestión oportunista de los problemas; rechazan las lógicas clericales antievangélicas de quienes confunden la fidelidad al Evangelio con la obediencia a dinámicas del aparato. No se prestan a cubrir omisiones prolongadas en el tiempo con fórmulas ambiguas, ni aceptan que la blandura de los clérigos sea justificada con la escasez de clero, con la urgencia organizativa o con la apelación a supuestos equilibrios que no deben ser perturbados. No se adaptan a situaciones irregulares presentadas como inevitables. No aceptan ser silenciados “para no crear problemas”, ni se hacen cómplices de consorcios, protecciones recíprocas y narraciones tranquilizadoras construidas para ocultar la verdad.

En estos casos, la reducción a la marginalidad no es el resultado de un error personal, sino el efecto colateral de una coherencia no negociable, leída casi siempre como derrota, como prueba de inadecuación o de una incapacidad relacional. Sin embargo, no siempre es así: a veces es simplemente el precio que se paga por no haberse adaptado a un sistema que no tolera lo que no puede controlar o utilizar. Este mecanismo no es nuevo ni exclusivo del ámbito eclesial. Es propio de toda estructura de poder cerrada, incluidas las organizaciones mafiosas, que no golpean en primer lugar a quienes transgreden la ley, sino a quien no se hace funcional: a quien no se doblega, a quien no entra en el circuito de las dependencias recíprocas, a quien no acepta el lenguaje, los silencios y las complicidades exigidas. En estos sistemas, el aislamiento y la marginación no son accidentes, sino instrumentos deliberados de control.

Aceptar una marginalidad no vencida forma parte de la sabiduría de la necedad de la cruz y no equivale a refugiarse en una nicho resentido ni a cultivar una espiritualidad del fracaso. Muy concretamente, significa reconocer que no todo lo que es verdadero encuentra espacio en los canales oficiales y que no toda forma de invisibilidad coincide con una pérdida. Es lo que sucede, por ejemplo, a quienes renuncian a cargos, encargos o visibilidad con tal de no firmar documentos oficiales en los que una decisión injusta es presentada como “opción pastoral compartida”. Sucede a quienes se niegan a enmascarar responsabilidades reales tras falsas fórmulas diplomáticas, presentadas como “santa prudencia” pero en realidad funcionales a una gestión oportunista de los problemas. Es la condición de quienes siguen trabajando seriamente sin ser promovidos porque no pertenecen a camarillas influyentes; de quien piensa y escribe sin ser invitado porque no está alineado con las narrativas dominantes; de quien ejercen responsabilidades reales —formativas, culturales, educativas— sin cargos oficiales o membresías protectoras, porque no acepta cambiar la libertad de juicio por protecciones o reconocimientos.

En estos casos, la invisibilidad no es el signo de un fracaso personal, sino una forma de protección: preserva de la lógica de la apariencia, sustrae al chantaje del consenso, impide ser utilizados como instrumentos. A veces, con el paso del tiempo, se revela incluso como una gracia, no porque haga la vida más fácil, sino porque permite permanecer libres, íntegros y no chantajeables. Es la condición de figuras que parecen relegadas a los márgenes pero no destruidas, consideradas silenciadas y sin embargo, precisamente por ello, hechas más fecundas. La Escritura conoce bien esta dinámica. Moisés es apartado de la escena pública y conducido al desierto de Madián antes de ser llamado a liberar al pueblo (cf. Ex 2,15; 3,1); Elías huye al desierto, desea la muerte, y precisamente allí aprende la escucha que lo aleja de la violencia del poder y del estruendo de la acción (cf. 1 Re 19,1-18); Juan el Bautista no nace ni actúa en el centro, sino en el desierto, lejos de los circuitos religiosos oficiales, y desde allí prepara el camino del Señor (cf. Mt 3,1-3; Mc 1,2-4; Lc 3,1-4). El mismo Jesús, antes de toda palabra pública y de todo signo, es impulsado por el Espíritu al desierto, donde rechaza explícitamente el éxito, la eficacia inmediata y el consenso de las multitudes (cf. Mt 4,1-11; Mc 1,12-13; Lc 4,1-13).

El desierto, en la tradición bíblica y evangélica, no es el lugar de la inutilidad, sino de la purificación: no produce visibilidad, sino libertad; no garantiza éxito, sino verdad. Es en este espacio donde maduran figuras aparentemente irrelevantes pero, que en realidad no son chantajeables, engendradas por una fecundidad que no depende del reconocimiento inmediato, sino de la fidelidad a la verdad, de la libertad interior y de la capacidad de sostener el tiempo sin dejarse corromper por él.

Si se mira al Evangelio sin pietismos ansiosos ni filtros devocionales, llama la atención un dato elemental: Jesús no muestra ninguna ansiedad por estar en el centro. Al contrario, cuando el centro se llenan de gente, se sustrae de él con naturalidad. Predica a las multitudes (cf. Mt 5–7; Mc 6,34), pero luego se retira (cf. Mc 1,35; Jn 6,15); realiza signos (cf. Mc 1,40-45; Mc 7,31-37), pero recomienda el silencio (cf. Mc 1,44; Mc 8,26); atrae discípulos, pero no retiene a quienes se marchan (cf. Jn 6,66-67). En términos actuales, podríamos decir que no le importa su propio “posicionamiento”. Sin embargo, nadie más que él ha tenido impactado en la historia.

Si se asume esta mirada evangélica, también las Bienaventuranzas dejan de ser un repertorio edificante que se proclama en ocasiones solemnes y vuelven a ser lo que son en su realidad cristológica: un criterio de discernimiento radical. No prometen éxito, ni visibilidad, ni aprobación; por el contrario, describen una forma de felicidad paradójica, incompatible con la lógica del consenso. Los bienaventurados, en el Evangelio, no son los que “lo han conseguido”, sino los que no han cambiado la verdad con el aplauso (cf. Mt 5,1-12).

Pero junto a las Bienaventuranzas, el Evangelio conserva con la igual claridad la otra cara de la moneda: los “ayes”. Palabras ásperas, poco citadas y raramente comentadas, quizá porque perturban una espiritualidad acomodaticia. «¡Ay de vosotros cuando todos hablen bien de vosotros!» (Lc 6,26): una advertencia que no parece dirigida a pecadores escandalosos, sino a personas respetables, apreciadas, perfectamente integradas. Es como si Jesús advirtiera contra una forma sutil de fracaso: la de quienes obtienen consenso al precio de su propia libertad interior.

En el Evangelio el consenso nunca es un valor en sí mismo. Más aún, cuando se vuelve unánime, suele asumir los rasgos de un equívoco colectivo. Las multitudes aclaman, para luego desaparecer (cf. Jn 6,14-15.66); los discípulos aplauden, para luego discutir sobre quién es el más grande (cf. Mc 9,33-34; Lc 22,24); los notables reconocen, para luego tomar distancia por miedo o conveniencia (cf. Jn 12,42-43). Jesús atraviesa todo esto sin dejarse jamás aprisionar por ello. No busca la oposición, pero tampoco la teme; no desprecia el reconocimiento, pero no lo persigue. Podríamos decir, con una sonrisa apenas esbozada, que nunca confunde el índice de aprobación con la medida de la verdad, porque el índice de aprobación está en el hombre, la verdad está en Dios.

Es en este sentido como el Evangelio ejerce una ironía tan discreta como implacable. Precisamente quienes custodian el centro — los garantes del orden, los especialistas de la corrección, los profesionales del “siempre se ha hecho así”— resultan a menudo los menos capacitados para reconocer lo que realmente sucede. Mientras se discuten procedimientos, se redactan documentos y se invocan equilibrios que no deben ser perturbados, la fe toma cuerpo en otra parte; mientras se vigila que nada salga del perímetro establecido, la comprensión madura fuera del escenario; mientras todo se mide en términos de consenso y oportunidad, la verdad pasa por caminos secundarios, sin pedir permiso. No porque ame los márgenes en cuanto tales, sino porque — como muestra el Evangelio con cierta obstinación — la verdad no se deja administrar. Y menos aún se deja certificar por el número de consensos obtenidos o por la tranquilidad de las conciencias que logra preservar.

Aceptar una marginalidad no vencida, entonces no significa cultivar un gusto por la oposición, ni refugiarse en una actitud polémica por principio. Significa, más sencillamente, dejar de medir el valor de una vida — o de un ministerio — según la aprobación recibida, los cargos obtenidos o el consenso reunido, según aquella lógica que el siglo llama, sin pudor, narcisismo hipertrofiado. En términos concretos, significa no asumir como criterio decisivo el número de invitaciones, de reconocimientos o de muestras de estima, sino la rectitud de las decisiones tomadas. El Evangelio, por lo demás, no pide ser aplaudido, sino ser fiel. Y esta fidelidad, no pocas veces, se ejerce lejos del centro, donde se está menos expuesto a las presiones, más libre para mirar la realidad tal como es y menos obligado a decir lo que conviene.

El final del año suele cargarse de expectativas desproporcionadas. Se exigen balances definitivos, juicios concluyentes, palabras capaces de arreglarlo todo de una vez por todas. En realidad, para quien vive con un mínimo de honestidad interior, este tiempo no sirve para cerrar cuentas, sino para dejar de engañarse: para no contarse historias consoladoras, para no confundir lo que ha tenido éxito con lo que ha sido justo. No es el momento de proclamar metas alcanzadas, sino de distinguir lo esencial de lo superfluo, lo que merece ser custodiado de lo que puede ser dejado ir sin arrepentimientos.

Hay una libertad particular que nace precisamente aquí: cuando se acepta que no todo deba ser resuelto, aclarado o reconocido. Algunas vicisitudes permanecen abiertas, algunas preguntas sin respuesta, algunas graves injusticias sin reparación. Pero no todo lo que queda inconcluso es estéril. A veces es simplemente confiado a un tiempo que no coincide con el nuestro. Esta conciencia, lejos de ser una rendición, es una forma elevada de realismo espiritual.

La “verdad sobria” no es una disposición interior ni un principio abstracto: se reconoce por el precio que una persona está dispuesta a pagar para no desmentir aquello que ha comprendido como verdadero. Se manifiesta cuando se acepta perder oportunidades, cargos o protecciones con tal de no recurrir a justificaciones lingüísticas, a fórmulas acomodaticias o a coartadas morales que hagan presentable lo que en ningún caso puede serlo: fingir que el mal es bien y usar esta mentira como escudo contra quienes intentan llamar al mal por su nombre.

En un contexto eclesial en un estado objetivamente avanzado de decadencia, que mide a las personas según la visibilidad, la adaptabilidad y la utilidad inmediata, esta elección tiene consecuencias precisas, a veces incluso devastadoras. Significa seguir ejerciendo el propio ministerio o servicio eclesial sin ser destinatarios de nombramientos, cargos honoríficos o de esas pequeñas concesiones con las que el poder halaga y, al mismo tiempo, somete; sin ser involucrados en los organismos decisorios de la diócesis o de las instituciones eclesiales; sin ponerse a disposición de lógicas de gobierno que exigen silencios, adaptaciones o compromisos considerados inadmisibles, porque se pagan a un precio que ninguna conciencia cristiana puede aceptar: el sacrificio de la libertad de los hijos de Dios, inscrita desde el origen en el mismo misterio de la creación del hombre. Significa, finalmente, aceptar que la propia contribución permanezca sin gratificaciones y relegada a los márgenes, no porque sea inútil, sino porque no es utilizable en los circuitos que cuentan; y, sin embargo, destinada, en el silencio del desierto, a ser semilla que da fruto.

Perseverar, en este sentido, no es una forma de obstinación ni una postura identitaria construida para distinguirse. Es la decisión de permanecer fieles a lo que se ha reconocido como verdadero incluso cuando esta fidelidad comporta silencio, pérdida de rol y ausencia de reconocimiento.

En el paso de un año a otro no se pide hacer balances consoladores, sino mirar lo que queda cuando el tiempo ha consumido ilusiones, roles y justificaciones. Quedan las decisiones tomadas, las palabras dichas o calladas, las responsabilidades asumidas o eludidas. Esto, y nada más, es el material que atraviesa el tiempo.

La esperanza cristiana no nace del hecho de que las cosas “irán mejor”, ni del consenso alcanzado o de los resultados obtenidos. Nace del saber que la verdad no se mide por lo inmediato, sino que será juzgada en el tiempo final. Es en esta fidelidad expuesta al tiempo y al juicio — y no en el éxito de una temporada — donde se decide si una vida ha sido simplemente vivida o realmente apreciada como don de Dios; si los talentos recibidos se han hecho fructificar, o enterrados bajo tierra.

Desde la Isla de Patmos, 31 de diciembre de 2025

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DIE WÜRDE DER NICHT ÜBERWUNDENEN MARGINALITÄT IM ÜBERGANG VON EINEM JAHR ZUM ANDEREN

Die christliche Hoffnung entspringt nicht der Erwartung, dass die Dinge „besser werden“, noch dem gesammelten Konsens oder den erzielten Ergebnissen. Sie entspringt dem Wissen, dass Wahrheit nicht am Unmittelbaren gemessen wird, sondern im letzten Gericht beurteilt werden wird. In dieser dem Zeitverlauf und dem Gericht ausgesetzten Treue — und nicht im Erfolg einer Saison — entscheidet sich, ob ein Leben bloß gelebt oder wirklich als Gabe Gottes bewahrt wurde; ob die empfangenen Talente fruchtbar gemacht oder in der Erde vergraben worden sind.

— Kirchliche Aktualität —

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Am Ende des Jahres neigt die Welt dazu, Bilanz zu ziehen, indem sie Ergebnisse, Erfolge und Misserfolge misst. Es ist eine beruhigende Übung, weil sie erlaubt, das Leben nach sichtbaren und scheinbar unmittelbar überprüfbaren Kriterien zu beurteilen.

Aus christlicher Perspektive jedoch ist nicht alles, was messbar ist, wahr, und das, was tatsächlich über die Qualität einer Existenz entscheidet, fällt oft nicht mit dem zusammen, was in den Augen der Welt als gelungen erscheint. Auf dem Weg des Glaubens nimmt wahre Erfüllung nicht selten die Gestalt dessen an, was die Welt als Scheitern und Misserfolg beurteilt. Das ist die Logik des Kreuzes, die der Apostel Paulus weder abschwächt noch akzeptabel macht:

„Wir dagegen verkünden Christus als den Gekreuzigten, für Juden ein Ärgernis, für Heiden eine Torheit“ (1 Kor 1,23).

Diese Dimension wird von jenen gelebt, die sich allmählich an den Rand gedrängt sehen, weil sie ihr Gewissen nicht verraten und auf die Wahrheit nicht verzichtet haben. Nicht aus ideologischer Entscheidung, nicht aus persönlicher Unfähigkeit, sondern aufgrund einer zunehmenden Unvereinbarkeit mit Praktiken, Sprachformen und Funktionskriterien der kirchlichen Kontexte, in denen sie leben und wirken: Systeme, die Anpassung belohnen, opportunes Schweigen verlangen und jene marginalisieren, die sich nicht funktionalisieren lassen. Unter einem bestimmten Gesichtspunkt könnte man sie so bezeichnen: die skandalösen Toren des Kreuzes.

Die Toren des Kreuzes erregen Anstoß, indem sie sich weigern, die Sprache zu beugen, um eine objektiv ungerechte Entscheidung akzeptabel erscheinen zu lassen. Sie verweigern es, als „pastoral“ zu bezeichnen, was in Wirklichkeit nichts anderes ist als opportunistisches Problemmangement; sie weisen antievangelikale klerikale Logiken zurück, die die Treue zum Evangelium mit dem Gehorsam gegenüber Apparatedynamiken verwechseln. Sie lassen sich nicht darauf ein, über lange Zeit hinweg bestehende Versäumnisse mit mehrdeutigen Formeln zu verdecken, noch akzeptieren sie, dass die Laxheit von Klerikern mit Priestermangel, organisatorischer Dringlichkeit oder mit dem Verweis auf angebliche Gleichgewichte gerechtfertigt wird, die nicht gestört werden dürften. Sie passen sich nicht an als unvermeidlich dargestellte irreguläre Situationen an, sie lassen sich nicht zum Schweigen bringen „um keine Probleme zu verursachen“, noch machen sie sich zu Komplizen von Seilschaften, gegenseitigen Schutzmechanismen und beruhigenden Erzählungen, die dazu dienen, die Wahrheit zu verdecken.

In solchen Fällen ist die Reduktion auf Marginalität nicht das Ergebnis eines persönlichen Fehlers, sondern die Nebenwirkung einer nicht verhandelbaren Kohärenz, die fast immer als Niederlage, als Zeichen von Unzulänglichkeit oder relationaler Unfähigkeit gelesen wird. Doch ist das nicht immer so: Manchmal ist es schlicht der Preis dafür, sich nicht an ein System angepasst zu haben, das nicht toleriert, was es weder kontrollieren noch verwerten kann. Dieser Mechanismus ist weder neu noch auf den kirchlichen Bereich beschränkt. Er ist typisch für jede geschlossene Machtstruktur, einschließlich krimineller Organisationen, die nicht zuerst jene treffen, die das Gesetz brechen, sondern jene, die sich nicht funktional machen lassen: jene, die sich nicht beugen, die nicht in den Kreislauf wechselseitiger Abhängigkeiten eintreten, die Sprache, Schweigen und geforderte Komplizenschaften nicht akzeptieren. In solchen Systemen sind Isolation und Marginalisierung keine Unfälle, sondern bewusste Instrumente der Kontrolle.

Eine nicht überwundene Marginalität anzunehmen gehört zur Weisheit der Torheit des Kreuzes und bedeutet weder, sich in eine ressentimentgeladene Nische zurückzuziehen, noch eine Spiritualität des Scheiterns zu kultivieren. Ganz konkret heißt das anzuerkennen, dass nicht alles Wahre in den offiziellen Kanälen Platz findet und dass nicht jede Form von Unsichtbarkeit mit Verlust gleichzusetzen ist. Das zeigt sich etwa bei jenen, die auf Rollen, Ämter oder Sichtbarkeit verzichten, um keine offiziellen Dokumente zu unterzeichnen, in denen eine ungerechte Entscheidung als „gemeinsam getragene pastorale Option“ dargestellt wird. Es zeigt sich bei denen, die sich weigern, reale Verantwortlichkeiten hinter falschen diplomatischen Formeln zu verbergen, die als „heilige Klugheit“ ausgegeben werden, in Wirklichkeit aber einer opportunistischen Problemverwaltung dienen. Es ist die Situation jener, die ernsthaft weiterarbeiten, ohne befördert zu werden, weil sie keiner einflussreichen Seilschaft angehören; jener, die denken und schreiben, ohne eingeladen zu werden, weil sie nicht mit den dominanten Narrativen übereinstimmen; jener, die reale Verantwortung tragen — in Bildung, Kultur und Erziehung — ohne offizielle Ämter oder schützende Zugehörigkeiten, weil sie nicht bereit sind, die Freiheit des Urteils gegen Schutz oder Anerkennung einzutauschen.

In diesen Fällen ist Unsichtbarkeit kein Zeichen persönlichen Scheiterns, sondern eine Form des Schutzes: Sie bewahrt vor der Logik des Scheins, entzieht dem Erpressungsdruck des Konsenses und verhindert, instrumentalisiert zu werden. Mitunter erweist sie sich im Lauf der Zeit sogar als Gnade — nicht weil sie das Leben leichter macht, sondern weil sie erlaubt, frei, integer und nicht erpressbar zu bleiben. Es ist die Situation von Gestalten, die an den Rand gedrängt erscheinen, ohne zerstört zu sein, für zum Schweigen gebracht gehalten werden und gerade dadurch fruchtbarer werden. Die Schrift kennt diese Dynamik gut. Mose wird der öffentlichen Bühne entzogen und in die Wüste Midians geführt, bevor er berufen wird, das Volk zu befreien (vgl. Ex 2,15; 3,1); Elija flieht in die Wüste, wünscht den Tod, und gerade dort lernt er ein Hören, das ihn der Gewalt der Macht und dem Lärm des Handelns entzieht (vgl. 1 Kön 19,1–18); Johannes der Täufer wird weder im Zentrum geboren noch wirkt er dort, sondern in der Wüste, fern der offiziellen religiösen Kreisläufe, und von dort bereitet er den Weg des Herrn (vgl. Mt 3,1–3; Mk 1,2–4; Lk 3,1–4). Jesus selbst wird, noch vor jedem öffentlichen Wort und jedem Zeichen, vom Geist in die Wüste getrieben, wo er ausdrücklich Erfolg, unmittelbare Wirksamkeit und den Beifall der Menge zurückweist (vgl. Mt 4,1–11; Mk 1,12–13; Lk 4,1–13).

Die Wüste ist in der biblischen und evangelischen Tradition nicht der Ort der Nutzlosigkeit, sondern der Reinigung: Sie erzeugt keine Sichtbarkeit, sondern Freiheit; sie garantiert keinen Erfolg, sondern Wahrheit. In diesem Raum reifen Gestalten heran, die äußerlich irrelevant erscheinen, tatsächlich aber nicht erpressbar sind, hervorgebracht von einer Fruchtbarkeit, die nicht von unmittelbarer Anerkennung abhängt, sondern von der Treue zur Wahrheit, von innerer Freiheit und von der Fähigkeit, der Zeit standzuhalten, ohne von ihr korrumpiert zu werden.

Betrachtet man das Evangelium ohne ängstliche Pietismen und ohne devotionalen Filter, fällt ein elementarer Befund auf: Jesus zeigt keinerlei Angst, im Zentrum zu stehen. Im Gegenteil: Wenn sich das Zentrum füllt, entzieht er sich ihm mit Selbstverständlichkeit. Er predigt zu den Volksmengen (vgl. Mt 5–7; Mk 6,34), zieht sich dann aber zurück (vgl. Mk 1,35; Joh 6,15); er wirkt Zeichen (vgl. Mk 1,40–45; Mk 7,31–37), empfiehlt jedoch das Schweigen (vgl. Mk 1,44; Mk 8,26); er zieht Jünger an, hält aber jene nicht fest, die weggehen (vgl. Joh 6,66–67). In heutiger Sprache könnte man sagen, er kümmert sich nicht um sein eigenes „Positioning“. Und doch hat niemand mehr als er die Geschichte geprägt.

Nimmt man diesen evangelischen Blick ein, hören auch die Seligpreisungen auf, ein erbauliches Repertoire für feierliche Anlässe zu sein, und werden wieder das, was sie in ihrer christologischen Realität sind: ein radikales Kriterium der Unterscheidung. Sie versprechen weder Erfolg noch Sichtbarkeit noch Zustimmung; vielmehr beschreiben sie eine paradoxe Form von Glück, die mit der Logik des Konsenses unvereinbar ist. Die Seligen im Evangelium sind nicht jene, die „es geschafft haben“, sondern jene, die die Wahrheit nicht gegen Beifall eingetauscht haben (vgl. Mt 5,1–12).

Neben den Seligpreisungen bewahrt das Evangelium jedoch mit derselben Klarheit auch die andere Seite der Medaille: die „Weherufe“. Harte Worte, wenig zitiert und selten kommentiert, vielleicht weil sie eine bequeme Spiritualität stören. „Weh euch, wenn euch alle Menschen loben“ (Lk 6,26): eine Mahnung, die sich nicht an skandalöse Sünder zu richten scheint, sondern an respektable, geschätzte, vollkommen integrierte Personen. Es ist, als würde Jesus vor einer subtilen Form des Scheiterns warnen: jener, bei der Konsens um den Preis der eigenen inneren Freiheit erkauft wird.

Im Evangelium ist Konsens niemals ein Wert an sich. Mehr noch: Wenn er einmütig wird, nimmt er häufig die Züge eines kollektiven Missverständnisses an. Die Volksmengen jubeln, um dann zu verschwinden (vgl. Joh 6,14–15.66); die Jünger applaudieren, um dann darüber zu streiten, wer der Größte sei (vgl. Mk 9,33–34; Lk 22,24); die Notablen erkennen an, um dann aus Angst oder Zweckmäßigkeit auf Distanz zu gehen (vgl. Joh 12,42–43). Jesus durchschreitet all dies, ohne sich je davon gefangen nehmen zu lassen. Er sucht die Opposition nicht, fürchtet sie aber auch nicht; er verachtet Anerkennung nicht, jagt ihr jedoch nicht nach. Man könnte mit einem kaum angedeuteten Lächeln sagen, dass er nie Zustimmungswerte mit dem Maß der Wahrheit verwechselt, denn Zustimmungswerte liegen im Menschen, die Wahrheit liegt in Gott.

In diesem Sinn übt das Evangelium eine ebenso diskrete wie unerbittliche Ironie aus. Gerade jene, die das Zentrum besetzen — die Garanten der Ordnung, die Spezialisten der Korrektheit, die Profis des „Das haben wir immer so gemacht“ — erweisen sich oft als die am wenigsten Befähigten, das tatsächlich Geschehende zu erkennen. Während man Verfahren diskutiert, Dokumente verfasst und Gleichgewichte beschwört, die nicht gestört werden dürfen, nimmt der Glaube anderswo Gestalt an; während man darauf achtet, dass nichts den festgelegten Rahmen verlässt, reift das Verständnis außerhalb der Bühne; während alles in Kategorien von Konsens und Opportunität gemessen wird, geht die Wahrheit Nebenwege, ohne um Erlaubnis zu bitten. Nicht weil sie die Ränder als solche liebt, sondern weil — wie das Evangelium mit einer gewissen Hartnäckigkeit zeigt — die Wahrheit sich nicht verwalten lässt. Und noch weniger lässt sie sich durch die Zahl der erzielten Zustimmungen oder durch die Ruhe der Gewissen zertifizieren, die man zu bewahren vermag.

Eine nicht überwundene Marginalität anzunehmen bedeutet also nicht, eine Vorliebe für Opposition zu kultivieren oder sich aus Prinzip in eine polemische Haltung zu flüchten. Es bedeutet vielmehr, aufzuhören, den Wert eines Lebens — oder eines Dienstes — nach der erhaltenen Zustimmung, den erlangten Ämtern oder dem gesammelten Konsens zu bemessen, gemäß jener Logik, die das Zeitalter ohne Scham hypertrophen Narzissmus nennt. Konkret heißt das, nicht die Zahl der Einladungen, der Anerkennungen oder der Wertschätzungen zum entscheidenden Kriterium zu machen, sondern die Redlichkeit der getroffenen Entscheidungen. Das Evangelium verlangt schließlich nicht, bejubelt zu werden, sondern treu zu sein. Und diese Treue wird nicht selten fern vom Zentrum gelebt, wo man weniger dem Druck ausgesetzt ist, freier die Wirklichkeit als das sehen kann, was sie ist, und weniger gezwungen ist, das zu sagen, was opportun erscheint.

Der Jahreswechsel ist oft mit unverhältnismäßigen Erwartungen aufgeladen. Man verlangt definitive Bilanzen, abschließende Urteile, Worte, die alles ein für alle Mal ordnen sollen. In Wirklichkeit dient diese Zeit für den, der mit einem Minimum an innerer Ehrlichkeit lebt, nicht dazu, Rechnungen zu schließen, sondern damit aufzuhören zu schummeln: sich keine tröstenden Geschichten mehr zu erzählen, nicht zu verwechseln, was Erfolg hatte, mit dem, was gerecht war. Es ist nicht der Moment, Etappensiege auszurufen, sondern das Wesentliche vom Überflüssigen zu unterscheiden, das zu Bewahrende von dem, was ohne Reue losgelassen werden kann.

Hier entsteht eine besondere Freiheit: wenn man akzeptiert, dass nicht alles gelöst, geklärt oder anerkannt werden muss. Manche Vorgänge bleiben offen, manche Fragen unbeantwortet, manche schweren Unrechtstaten ohne Wiedergutmachung. Doch nicht alles Unvollendete ist steril. Mitunter ist es schlicht einer Zeit anvertraut, die nicht mit der unseren zusammenfällt. Dieses Bewusstsein ist weit davon entfernt, eine Kapitulation zu sein; es ist eine hohe Form geistlichen Realismus.

Die „nüchterne Wahrheit“ ist weder eine innere Disposition noch ein abstraktes Prinzip: Man erkennt sie an dem Preis, den ein Mensch bereit ist zu zahlen, um dem nicht zu widersprechen, was er als wahr erkannt hat. Sie zeigt sich, wenn man bereit ist, Gelegenheiten, Ämter oder Schutz zu verlieren, statt auf sprachliche Rechtfertigungen, beschwichtigende Formeln oder moralische Alibis zurückzugreifen, die etwas präsentabel machen, was es unter keinen Umständen sein kann: so zu tun, als sei das Böse gut, und diese Lüge als Schild gegen jene zu benutzen, die versuchen, das Böse beim Namen zu nennen.

In einem kirchlichen Kontext, der sich objektiv in einem fortgeschrittenen Zustand des Verfalls befindet und Menschen nach Sichtbarkeit, Anpassungsfähigkeit und unmittelbarer Nützlichkeit bemisst, hat diese Entscheidung konkrete, mitunter sogar verheerende Konsequenzen. Sie bedeutet, den eigenen kirchlichen Dienst oder Auftrag weiter auszuüben, ohne Empfänger von Ernennungen, Ehrenämtern oder jener kleinen Zugeständnisse zu sein, mit denen Macht zugleich schmeichelt und unterwirft; ohne in die Entscheidungsgremien der Diözese oder kirchlicher Institutionen eingebunden zu werden; ohne sich Regierungslogiken zur Verfügung zu stellen, die Schweigen, Anpassung oder Kompromisse verlangen, die als unzulässig erachtet werden, weil sie zu einem Preis erkauft werden, den kein christliches Gewissen akzeptieren kann: dem Opfer der Freiheit der Kinder Gottes, die von Anfang an in das Geheimnis der Erschaffung des Menschen eingeschrieben ist. Sie bedeutet schließlich, zu akzeptieren, dass der eigene Beitrag ohne Gratifikationen bleibt und an den Rand gedrängt wird, nicht weil er nutzlos wäre, sondern weil er in den maßgeblichen Kreisläufen nicht verwertbar ist; und dennoch dazu bestimmt, in der Stille der Wüste ein Same zu sein, der Frucht bringt.

In diesem Sinn zu verharren ist weder eine Form von Starrsinn noch eine identitäre Pose, die zur Abgrenzung konstruiert wurde. Es ist die Entscheidung, dem treu zu bleiben, was man als wahr erkannt hat, auch wenn diese Treue Schweigen, Rollenverlust und mangelnde Anerkennung mit sich bringt.

Im Übergang von einem Jahr zum anderen wird nicht verlangt, tröstliche Bilanzen zu ziehen, sondern darauf zu schauen, was bleibt, wenn die Zeit Illusionen, Rollen und Rechtfertigungen aufgezehrt hat. Es bleiben die getroffenen Entscheidungen, die gesprochenen oder verschwiegenen Worte, die übernommenen oder vermiedenen Verantwortungen. Das ist — und nichts anderes — das Material, das die Zeit durchquert.

Die christliche Hoffnung entspringt nicht der Erwartung, dass die Dinge „besser werden“, noch dem gesammelten Konsens oder den erzielten Ergebnissen. Sie entspringt dem Wissen, dass Wahrheit nicht am Unmittelbaren gemessen wird, sondern im letzten Gericht beurteilt werden wird. In dieser dem Zeitverlauf und dem Gericht ausgesetzten Treue — und nicht im Erfolg einer Saison — entscheidet sich, ob ein Leben bloß gelebt oder wirklich als Gabe Gottes bewahrt wurde; ob die empfangenen Talente fruchtbar gemacht oder in der Erde vergraben worden sind.

Von der Insel Patmos, 31. Dezember 2025

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Tra diritto e mistero, il Natale di Giuseppe, uomo giusto. E perché non “corredentore”? – Between law and mystery: the Christmas of Joseph, a righteous man. And why not “co-redeemer”? – La navidad de José, hombre justo. ¿Y por qué no “corredentor”?

Italian, english, español 

 

TRA DIRITTO E MISTERO, IL NATALE DI GIUSEPPE, UOMO GIUSTO. E PERCHÉ NON “CORREDENTORE”?

Senza Giuseppe, l’Incarnazione resterebbe un evento sospeso, privo di radicamento giuridico. Invece, per la sua fede e per la sua giustizia, il Verbo entra non solo nella carne, ma nella Legge, nella genealogia, nella storia concreta di un popolo. È questo che rende il Natale un evento realmente incarnato, non un semplice susseguirsi di immagini edificanti, tra angeli che cantano, un bue e un asinello ridotti a caloriferi di contorno scenografico e pastori che accorrono festosi.

— Attualità ecclesiale —

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Sul palcoscenico del Natale la scena è affollata. C’è Maria, che la pietà cristiana pone al centro assieme al Bambino, gli angeli che cantano, i pastori che accorrono.

Qualche sceneggiatore ha deciso di inserire nel set persino due rudimentali impianti di riscaldamento ecologico, un bue e un asinello, dipinti dall’iconografia come creature più fedeli degli uomini, cosa che forse lo erano davvero. Ovviamente si tratta di una sceneggiatura — per usare un’espressione mutuata dal linguaggio teatrale classico — molto liberamente ispirata ai Vangeli canonici, nei quali tuttavia non v’è traccia alcuna di queste presenze animali; semmai possono essere reperite in qualche vangelo apocrifo, a partire da quello dello pseudo-Matteo.

I vari sceneggiatori e costumisti hanno così messo in primo piano di tutto sul set del Dies Natalis, tranne colui senza il quale, storicamente e concretamente, il Natale non sarebbe mai accaduto: Giuseppe.

Nella devozione popolare Giuseppe è spesso ridotto a una presenza marginale, quasi decorativa. Trasformato nelle pie immagini in un vecchio stanco, rassicurante, innocuo, come se la sua funzione fosse quella di non disturbare il mistero, di non avere peso, di non contare davvero. Ma questa immagine, costruita per difendere una verità di fede — la verginità di Maria — ha finito per oscurarne un’altra, altrettanto fondamentale: la sua responsabilità reale, concreta e drammatica nell’evento dell’Incarnazione.

Il Vangelo di Matteo lo introduce con una qualifica sobria e giuridicamente densa:

«Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto» (Mt 1,19).

Non si insiste su qualità morali generiche, né su atteggiamenti interiori. La categoria decisiva è la giustizia. E la giustizia, nel racconto evangelico, non è uno sfogo emotivo, ma un criterio operativo che si traduce in una scelta concreta.

Venuto a conoscenza della gravidanza di Maria, egli si trova di fronte a una situazione che non comprende, ma che proprio per questo non può eludere e che, anzi, deve affrontare con sapiente lucidità. La Legge gli offrirebbe una soluzione chiara, pubblicamente riconosciuta e socialmente onorevole: il ripudio. È una possibilità prevista dall’ordinamento giuridico del tempo e non comporterebbe alcuna colpa formale (cfr. Dt 24,1-4). Tuttavia Giuseppe non la assume, perché la sua giustizia non si esaurisce nell’osservanza letterale della norma, ma si misura nella tutela della persona.

La decisione di licenziare Maria in segreto non è un gesto sentimentale né una soluzione di comodo. È un atto deliberato, che comporta un costo personale preciso: l’esposizione al sospetto e alla perdita di reputazione. Giuseppe accetta questo rischio perché la sua giustizia non è rivolta a quella che solitamente viene indicata come difesa dell’onore personale, bensì alla salvaguardia della vita e della dignità della donna. In questo senso, egli non dubita di Maria. Il testo evangelico non lascia trapelare alcun sospetto morale nei confronti della giovane sposa (cfr. Mt 1,18-19). Il problema non è la fiducia, ma la comprensione di un evento che eccede le categorie disponibili. Questo colloca Giuseppe in una condizione di turbamento reale, pienamente umano, che tuttavia non si traduce in dubbio circa Maria.

È di fondamentale importanza osservare che questa scelta precede il sogno, nel quale l’Angelo del Signore rivela a Giuseppe l’origine divina della maternità di Maria e lo invita ad accoglierla con sé come sposa, affidandogli il compito di imporre il nome al Bambino (cfr. Mt 1,20-21). L’intervento dell’angelo non orienta la decisione di Giuseppe, ma la assume e la conferma. La rivelazione non sostituisce il giudizio umano, né lo annulla: vi si innesta. Dio parla a Giuseppe non per sottrarlo al rischio, ma perché il rischio è già stato accettato in nome della giustizia: quando la sua libertà è chiamata a scegliere, egli non si avvale della Legge mosaica alla quale avrebbe potuto legittimamente appellarsi, ma decide di agire con amore e fiducia verso Maria, pur senza comprendere pienamente l’evento che lo coinvolge. Solo dopo questa decisione il mistero viene chiarito e nominato:

«Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa» (Mt 1,20).

Accogliendo Maria come sua sposa, Giuseppe non compie un atto privato: assume una responsabilità pubblica e giuridica, riconoscere come proprio il figlio che Maria porta in grembo. È questo gesto — e non un sentimento interiore — che introduce Gesù nella storia concreta di Israele. Attraverso Giuseppe, il Figlio entra legalmente nella discendenza di Davide, come attesta la genealogia matteana che precede immediatamente il racconto dell’infanzia.

Quella di Giuseppe non è paternità biologica, proprio per questo non è simbolica né secondaria, ma reale nel senso più rigoroso del termine. È paternità giuridica, storica, sociale. È Giuseppe che dà il nome al Bambino, ed è proprio nell’imporre il nome che egli esercita la sua autorità di padre. Il comando dell’angelo è esplicito: «Tu lo chiamerai Gesù» (Mt 1,21). Nel mondo biblico, imporre il nome non è un atto formale, ma l’assunzione di una responsabilità permanente. Con quel gesto egli si fa garante dell’identità e della collocazione storica del Figlio.

Senza di lui, l’Incarnazione resterebbe un evento sospeso, privo di radicamento giuridico. Invece, per la sua fede e per la sua giustizia, il Verbo entra non solo nella carne, ma nella Legge, nella genealogia, nella storia concreta di un popolo. È questo che rende il Natale un evento realmente incarnato, non un semplice susseguirsi di immagini edificanti, tra angeli che cantano, un bue e un asinello ridotti a caloriferi di contorno scenografico e pastori che accorrono festosi.

Il tutto rende teologicamente fondato affermare che Giuseppe, l’uomo a lungo posto in prudente — e forse anche ingiusta — ombra, è la figura attraverso la quale il mistero del Natale assume consistenza storica e giuridica. È attraverso di lui che il Verbo di Dio incarnato entra nella Legge, non per subirla, ma per compierla. Non è infatti casuale che oltre trent’anni dopo, durante la sua predicazione, Gesù affermi con parole di assoluta chiarezza:

«Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento» (Mt 5,17).

Quando poi annuncerà che questo compimento è Lui stesso e che — come dirà l’Apostolo Paolo — in Lui si realizza il disegno «di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1,10), comincerà già a intravedersi l’ombra della croce, mentre tenteranno di lapidarlo: «Perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33). L’ombra della croce apparirà ancor più definita nel gesto del Sommo Sacerdote che si straccerà le vesti udendolo proclamarsi Figlio di Dio (cfr. Mt 26,65), raffigurazione plastica del fatto che il compimento della Legge passa ormai attraverso il rifiuto e il sacrificio.

Il Verbo di Dio si incarna per il sì di Maria, ma questo sì è storicamente custodito e protetto da Giuseppe, colui che protesse e custodì, assieme alla propria sposa, l’unigenito Figlio di Dio. Non in senso simbolico o devozionale, ma nel senso concreto e reale della storia: proteggendo Maria, egli ha protetto il Figlio; proteggendo il Figlio, ha custodito il mistero stesso del Natale:

«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).

E ciò, senza che a nessun teologo onirico, a nessun pietista e a nessun fideista — quelli, per intendersi, che battono i piedi per la «Maria corredentrice» — sia mai passato per la mente di rivendicare, anche per il Beatissimo Patriarca Giuseppe, il titolo di corredentore, altrettanto dovuto e meritato, se alla fanta-dogmatica si volesse davvero giocare fino in fondo, dopo aver smarrito del tutto la bussola quotidiana, quella antica e quella nuova.

Dall’Isola di Patmos, 24 dicembre 2025

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BETWEEN LAW AND MYSTERY: THE CHRISTMAS OF JOSEPH, A RIGHTEOUS MAN. AND WHY NOT “CO-REDEEMER”?

Without Joseph, the Incarnation would remain a suspended event, lacking juridical rootedness. Instead, through his faith and his justice, the Word enters not only into the flesh, but into the Law, into genealogy, into the concrete history of a people. This is what makes Christmas a truly incarnate event, not a mere succession of edifying images, with angels singing, an ox and a donkey reduced to scenic heating devices, and shepherds hastening joyfully to the scene.

— Ecclesial actuality—

Author
Ariel S. Levi di Gualdo.

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On the stage of Christmas the scene is crowded. There is Mary, whom Christian piety places at the centre together with the Child; there are the angels who sing and the shepherds who hasten to the scene. Some scriptwriter has even decided to include on the set two rudimentary forms of ecological heating — an ox and a donkey — portrayed by iconography as creatures more faithful than men, which perhaps they truly were. Clearly, this is a script — to use a term borrowed from classical theatrical language — very freely inspired by the canonical Gospels, in which, however, there is no trace whatsoever of these animal presences; they can rather be found in certain apocryphal texts, beginning with the Gospel of Pseudo-Matthew.

Thus, the various scriptwriters and costume designers have brought everything into the foreground on the set of the Dies Natalis, except the one without whom, historically and concretely, Christmas would never have taken place: Joseph.

In popular devotion, Joseph is often reduced to a marginal, almost decorative presence. He is transformed in pious imagery into a weary, reassuring, harmless old man, as though his role were merely not to disturb the mystery, to carry no real weight, to count for nothing. Yet this image, constructed to safeguard a truth of faith — the virginity of Mary — has ended up obscuring another truth, no less fundamental: his real, concrete and dramatic responsibility in the event of the Incarnation.

The Gospel of Matthew introduces him with a sober and juridically weighty qualification:


“Joseph, her husband, being a righteous man and unwilling to expose her to shame, decided to dismiss her quietly” (Mt 1:19).

There is no insistence on generic moral qualities, nor on interior attitudes. The decisive category is justice. And justice, in the Gospel narrative, is not an emotional impulse but an operative criterion that takes shape in a concrete decision.

Upon learning of Mary’s pregnancy, he finds himself faced with a situation he does not understand, and precisely for this reason cannot evade, but must instead confront with lucid wisdom. The Law would have offered him a clear, publicly recognised and socially honourable solution: repudiation. This was a possibility provided for by the juridical order of the time and would not have entailed any formal guilt (cf. Dt 24:1–4). Yet Joseph does not avail himself of it, because his justice is not exhausted in the literal observance of the norm, but is measured by the safeguarding of the person.

The decision to dismiss Mary quietly is neither a sentimental gesture nor a convenient compromise. It is a deliberate act that entails a precise personal cost: exposure to suspicion and the loss of reputation. Joseph accepts this risk because his justice is not directed toward what is usually described as the defence of personal honour, but toward the protection of the woman’s life and dignity. In this sense, he does not doubt Mary. The Gospel text allows no hint of moral suspicion toward the young bride (cf. Mt 1:18–19). The problem is not trust, but the understanding of an event that exceeds the available categories. This places Joseph in a condition of real, fully human turmoil, which nevertheless does not translate into doubt regarding Mary.

It is of fundamental importance to observe that this decision precedes the dream, in which the angel of the Lord reveals to Joseph the divine origin of Mary’s motherhood and invites him to take her as his wife, entrusting him with the task of imposing the name upon the Child (cf. Mt 1:20–21). The angelic intervention does not direct Joseph’s decision, but rather assumes it and confirms it. Revelation does not replace human judgment, nor does it annul it: it is grafted onto it. God speaks to Joseph not in order to spare him the risk, but because the risk has already been accepted in the name of justice: when his freedom is called to choose, he does not avail himself of the Mosaic Law to which he could legitimately have appealed, but decides to act with love and trust toward Mary, even though he does not yet fully understand the event that involves him. Only after this decision is the mystery clarified and named:


“Joseph, son of David, do not be afraid to take Mary as your wife” (Mt 1:20).

By taking Mary as his wife, Joseph does not perform a private act: he assumes a public and juridical responsibility, recognising as his own the child whom Mary bears in her womb. It is this act — and not an interior sentiment — that introduces Jesus into the concrete history of Israel. Through Joseph, the Son enters legally into the line of David, as attested by the Matthean genealogy that immediately precedes the infancy narrative.

Joseph’s fatherhood is not biological; for this very reason it is neither symbolic nor secondary, but real in the strictest sense of the term. It is juridical, historical and social fatherhood. It is Joseph who gives the Child His name, and precisely in imposing the name he exercises his authority as father. The angel’s command is explicit: “You shall name Him Jesus” (Mt 1:21). In the biblical world, imposing a name is not a merely formal act, but the assumption of a permanent responsibility. Through this gesture, Joseph becomes the guarantor of the Son’s identity and historical placement.

Without him, the Incarnation would remain a suspended event, lacking juridical rootedness. Instead, through his faith and his justice, the Word enters not only into the flesh, but into the Law, into genealogy, into the concrete history of a people. This is what makes Christmas a truly incarnate event, not a mere succession of edifying images, with angels singing, an ox and a donkey reduced to scenic heating devices, and shepherds hastening joyfully to the scene.

All this renders it theologically well-founded to affirm that Joseph — long placed in prudent, and perhaps even unjust, obscurity — is the figure through whom the mystery of Christmas assumes historical and juridical consistency. It is through him that the incarnate Word of God enters the Law, not to be subjected to it, but to bring it to fulfilment. It is no coincidence that more than thirty years later, during His public ministry, Jesus declares with absolute clarity:

“Do not think that I have come to abolish the Law or the Prophets; I have not come to abolish them but to fulfil them” (Mt 5:17).

When He will then proclaim that this fulfilment is Himself, and that — as the Apostle Paul will say — in Him the plan “to sum up all things in Christ, things in heaven and things on earth” (Eph 1:10) is realised, the shadow of the Cross will already begin to appear, as they attempt to stone Him: “Because you, being a man, make yourself God” (Jn 10:33). The shadow of the Cross will become even more defined in the gesture of the High Priest who tears his garments upon hearing Him proclaim Himself the Son of God (cf. Mt 26:65), a vivid depiction of the fact that the fulfilment of the Law now passes through rejection and sacrifice.

The Word of God becomes incarnate through Mary’s yes, but this yes is historically guarded and protected by Joseph, the one who protected and guarded, together with his spouse, the only-begotten Son of God. Not in a symbolic or devotional sense, but in the concrete and real sense of history: by protecting Mary, he protected the Son; by protecting the Son, he safeguarded the very mystery of Christmas:

“And the Word became flesh and dwelt among us” (Jn 1:14).

And all this without it ever having crossed the mind of any dream-driven theologian, pietist or fideist — those, to be clear, who stamp their feet for a “Mary co-redeemer” — to claim for the Most Blessed Patriarch Joseph as well the title of co-redeemer, equally due and deserved, if one truly wished to play the game of fantasy-dogmatics to the end, after having completely lost the daily compass, both the ancient and the new.

From the Island of Patmos, 24 December 2025

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LA NAVIDAD DE JOSÉ, HOMBRE JUSTO. ¿Y POR QUÉ NO “CORREDENTOR”?

De aquí hay que recomenzar: del misterio del Verbo que se hizo carne, animados por aquella chispa que llevó primero a san Agustín y luego a san Anselmo de Aosta a decir, con palabras distintas pero con la misma sustancia: «Creo para entender, entiendo para creer». Solo entonces comprenderemos verdaderamente el sentido de la frase decisiva: «Y el Verbo se hizo carne», y, por tanto, por qué Jesús, en verdad, no nació nunca.

— Actualidad eclesial —

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo.

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En el escenario de la Navidad la escena está abarrotada. Está María, a quien la piedad cristiana coloca en el centro junto al Niño; están los ángeles que cantan y los pastores que acuden presurosos. Algún guionista ha decidido incluso introducir en el decorado dos rudimentarios sistemas de calefacción ecológica — un buey y un asno —, representados por la iconografía como criaturas más fieles que los hombres, cosa que quizá realmente eran. Evidentemente, se trata de un guion — por utilizar una expresión tomada del lenguaje teatral clásico — muy libremente inspirado en los Evangelios canónicos, en los cuales, sin embargo, no hay rastro alguno de estas presencias animales; a lo sumo pueden encontrarse en algunos evangelios apócrifos, comenzando por el del Pseudo-Mateo.

De este modo, los distintos guionistas y figurinistas han puesto en primer plano en el escenario del Dies Natalis absolutamente todo, excepto a aquel sin el cual, histórica y concretamente, la Navidad nunca habría sucedido: José.

En la devoción popular, José es reducido con frecuencia a una presencia marginal, casi decorativa. Transformado en las imágenes piadosas en un anciano cansado, tranquilizador e inofensivo, como si su función fuese la de no perturbar el misterio, de no tener peso, de no contar realmente. Pero esta imagen, construida para salvaguardar una verdad de fe — la virginidad de María —, ha terminado por oscurecer otra, igualmente fundamental: su responsabilidad real, concreta y dramática en el acontecimiento de la Encarnación.

El Evangelio de Mateo lo presenta con una calificación sobria y jurídicamente densa:

«José, su esposo, que era justo y no quería denunciarla, resolvió repudiarla en secreto» (Mt 1,19).

No se insiste en cualidades morales genéricas ni en actitudes interiores. La categoría decisiva es la justicia. Y la justicia, en el relato evangélico, no es un impulso emotivo, sino un criterio operativo que se traduce en una decisión concreta.

Al tener conocimiento del embarazo de María, se encuentra ante una situación que no comprende, pero que precisamente por ello no puede eludir y que, por el contrario, debe afrontar con lúcida sabiduría. La Ley le habría ofrecido una solución clara, públicamente reconocida y socialmente honorable: el repudio. Era una posibilidad prevista por el ordenamiento jurídico de la época y no habría comportado ninguna culpa formal (cf. Dt 24,1-4). Sin embargo, José no se acoge a ella, porque su justicia no se agota en la observancia literal de la norma, sino que se mide en la tutela de la persona.

La decisión de despedir a María en secreto no es un gesto sentimental ni una solución de conveniencia. Es un acto deliberado que implica un coste personal preciso: la exposición a la sospecha y la pérdida de reputación. José acepta este riesgo porque su justicia no está orientada a lo que habitualmente se denomina la defensa del honor personal, sino a la salvaguarda de la vida y de la dignidad de la mujer. En este sentido, no duda de María. El texto evangélico no deja traslucir ninguna sospecha moral respecto a la joven esposa (cf. Mt 1,18-19). El problema no es la confianza, sino la comprensión de un acontecimiento que desborda las categorías disponibles. Esto sitúa a José en una condición de turbación real, plenamente humana, que sin embargo no se traduce en duda alguna respecto a María.

Es de fundamental importancia observar que esta decisión precede al sueño, en el cual el ángel del Señor revela a José el origen divino de la maternidad de María y lo invita a acogerla consigo como esposa, confiándole la tarea de imponer el nombre al Niño (cf. Mt 1,20-21). La intervención del ángel no orienta la decisión de José, sino que la asume y la confirma. La revelación no sustituye el juicio humano ni lo anula: se injerta en él. Dios habla a José no para sustraerlo del riesgo, sino porque el riesgo ya ha sido aceptado en nombre de la justicia: cuando su libertad es llamada a elegir, no se acoge a la Ley mosaica a la que podría haberse apelado legítimamente, sino que decide actuar con amor y confianza hacia María, aun sin comprender plenamente el acontecimiento que lo implica. Solo después de esta decisión el misterio es aclarado y nombrado:

«José, hijo de David, no temas recibir a María, tu esposa» (Mt 1,20).

Al acoger a María como esposa, José no realiza un acto privado: asume una responsabilidad pública y jurídica, reconociendo como propio al hijo que María lleva en su seno. Es este gesto — y no un sentimiento interior — el que introduce a Jesús en la historia concreta de Israel. A través de José, el Hijo entra legalmente en la descendencia de David, como atestigua la genealogía mateana que precede inmediatamente al relato de la infancia.

La paternidad de José no es biológica; precisamente por ello no es simbólica ni secundaria, sino real en el sentido más riguroso del término. Es una paternidad jurídica, histórica y social. Es José quien da el nombre al Niño, y es precisamente al imponer el nombre cuando ejerce su autoridad de padre. El mandato del ángel es explícito: «Tú le pondrás por nombre Jesús» (Mt 1,21). En el mundo bíblico, imponer el nombre no es un acto meramente formal, sino la asunción de una responsabilidad permanente. Con este gesto, José se convierte en garante de la identidad y de la ubicación histórica del Hijo.

Sin él, la Encarnación quedaría como un acontecimiento suspendido, carente de arraigo jurídico. En cambio, por su fe y por su justicia, el Verbo entra no solo en la carne, sino también en la Ley, en la genealogía, en la historia concreta de un pueblo. Esto es lo que hace de la Navidad un acontecimiento verdaderamente encarnado, y no una simple sucesión de imágenes edificantes, con ángeles que cantan, un buey y un asno reducidos a calefactores escénicos y pastores que acuden jubilosos.

Todo ello permite afirmar con fundamento teológico que José, el hombre durante largo tiempo colocado en una prudente — y quizá también injusta — penumbra, es la figura a través de la cual el misterio de la Navidad adquiere consistencia histórica y jurídica. Es a través de él como el Verbo de Dios encarnado entra en la Ley, no para someterse a ella, sino para darle cumplimiento. No es casualidad que, más de treinta años después, durante su predicación, Jesús afirme con palabras de absoluta claridad:

«No penséis que he venido a abolir la Ley o los Profetas; no he venido a abolir, sino a dar cumplimiento» (Mt 5,17).

Cuando luego anunciará que este cumplimiento es Él mismo y que — como dirá el Apóstol Pablo — en Él se realiza el designio «de recapitular en Cristo todas las cosas, las del cielo y las de la tierra» (Ef 1,10), comenzará ya a vislumbrarse la sombra de la cruz, mientras intentarán lapidarlo: «Porque tú, siendo hombre, te haces Dios» (Jn 10,33). La sombra de la cruz aparecerá aún más definida en el gesto del Sumo Sacerdote que rasga sus vestiduras al oírle proclamarse Hijo de Dios (cf. Mt 26,65), representación plástica del hecho de que el cumplimiento de la Ley pasa ya por el rechazo y el sacrificio.

El Verbo de Dios se encarna por el de María, pero este es custodiado y protegido históricamente por José, aquel que protegió y custodió, junto a su esposa, al Hijo unigénito de Dios. No en sentido simbólico o devocional, sino en el sentido concreto y real de la historia: protegiendo a María, protegió al Hijo; protegiendo al Hijo, custodió el misterio mismo de la Navidad:

«Y el Verbo se hizo carne y habitó entre nosotros» (Jn 1,14).

Y todo ello sin que a ningún teólogo onírico, a ningún pietista ni a ningún fideísta — los mismos, para entendernos, que zapatean reclamando una «María corredentora» — se le haya pasado jamás por la mente reivindicar también para el Beatísimo Patriarca José el título de corredentor, igualmente debido y merecido, si se quisiera de verdad jugar hasta el final a la fanta-dogmática, después de haber perdido por completo la brújula cotidiana, la antigua y la nueva.

Desde la Isla de Patmos, 24 de diciembre de 2025

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L’incarnazione di Gesù come monito all’estetica divina e all’armonia tra corpo e anima – The incarnation of Jesus as a warning against a distorted divine aesthetic and as the harmony between body and soul – La encarnación de Jesús como advertencia contra una estética divina distorsionada y como armonía entre cuerpo y alma

(Italian, English, Español)

 

L’INCARNAZIONE DI GESÚ COME MONITO ALL’ESTETICA DIVINA E ALL’ARMONIA TRA CORPO E ANIMA

È proprio il Santo Pontefice Leone Magno che in occasione di una omelia del giorno di Natale richiama i cristiani a riconoscere la propria dignità che senza tema di smentita passa anche per quella corporeità e fisicità che è manifestazione visibile della bellezza del Figlio incarnato e che dobbiamo difendere e custodire in noi.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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PDF  articolo formato stampa – PDF article print format – PDF articulo en formato impreso

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Quando studiavo all’università di Cagliari, nei primi anni del corso di laurea in Farmacia, l’esame di anatomia era uno di quelli più difficili da sostenere insieme a quelli di chimica generale e inorganica e poi di chimica organica.

In un pomeriggio plumbeo nell’aula F del complesso universitario della cittadella di Monserrato, ricordo l’insegnante di Anatomia si accingeva a presentare il sistema nervoso centrale. Benché non fossimo studenti di Medicina, anatomia era una disciplina particolarmente ben fatta e approfondita, anche perché spesso la stessa insegnante faceva precisi riferimenti anche all’Istologia e alla Citologia (in breve tutto quello che riguarda lo studio dei tessuti e delle cellule animali e vegetali) che dovevamo conoscere come l’Ave Maria e che ogni imprecisione avrebbe suscitato l’ira del docente, ben più temibile dell’ira di Achille nell’Iliade.  

Nello spiegare il sistema nervoso centrale appresi dal docente dell’esistenza dell’Omuncolo Motorio e Sensoriale, che altro non è che una mappa visiva di come le diverse parti del corpo vengono rappresentate a livello corticale. Le aree sono tanto più grandi, di dimensione maggiore, quanto maggiore è la loro importanza ai fini della percezione sensoriale o motoria. La rappresentazione grafica è quella quindi di un uomo, ma di un uomo sformato e non armonico. Questo tipo di disarmonia è necessaria e funzionale finché ci riferiamo al nostro sistema nervoso, anzi possiamo dire che è proprio grazie ad essa che siamo in grado di fare la maggior parte delle cose che compiamo nella vita quotidiana.

Ma cosa accadrebbe se l’uomo fosse davvero così nella realtà, anatomicamente parlando? La cosa sarebbe piuttosto problematica, tuttavia è proprio in prossimità della solennità del Natale che ci rendiamo conto di come l’uomo è stato creato da Dio non come un omuncolo ma come un tutto armonico ed è proprio l’incarnazione del Verbo che costituisce la prova di quell’armonia di corpo e di spirito che il cristiano, come uomo credente, non può permettersi di tralasciare, pena diventare un omuncolo, ovvero una caricatura.

Il nostro direttore Padre Ariel ha da poco pubblicato un interessantissimo articolo dal titolo provocatorio: Alle porte del Natale è giusto dirlo: Gesù non è mai nato in cui afferma che: 

«il Figlio non comincia a essere a Betlemme. Egli è “prima di tutti i secoli”, perché “io da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero”. Il Natale non è la nascita di Dio, ma l’Incarnazione del Figlio eterno “generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”» (cfr. Qui).

Questo cosa significa? Avremo modo di capirlo meglio durante la Santa Messa del giorno di Natale, in cui il Beato apostolo ed evangelista Giovanni ci ammaestrerà con il suo mirabile Prologo, ma per farla breve possiamo sintetizzare dicendo che il Natale è l’atto salvifico del Padre in cui il Figlio, per opera dello Spirito Santo, prende realmente forma mortale nel grembo di una Vergine Madre e si riveste della nostra umanità, venendo alla luce come vero uomo. Il Verbo di Dio, colui che per mezzo del quale il Padre ha fatto ogni cosa, assume un corpo e un’anima. Tale verità riecheggia nei Salmi in cui la lettura di fede cristologica ci fa dire che «Egli è il più bello tra i figli dell’uomo» (cf. Sal 44), e tale bellezza non è solo di natura spirituale ma anche fisica, tocca quel corpo che Egli ha assunto e che realmente trasmette l’ordine e l’armonia di Dio. Gesù Cristo come vero uomo è il modello di quella estetica divina che è al contempo armonia creatrice e ordinatrice, a lui dobbiamo ispirarci per crescere come uomini e come credenti. Solo nel mistero tragico della Passione ci rendiamo conto di come la bellezza del corpo del Redentore sarà sfigurata a causa del suo assumere su di se il peccato degli uomini, peccato che non costituisce solo un disordine sul piano spirituale di relazione con Dio ma che è anche un attentato a quella bellezza fisica che rende il Signore sfigurato e reietto, uomo dei dolori davanti al quale ci si copre il volto per rendere più sopportabile la visione di una pena così straziante che culminerà nella crocifissione sul Golgota.

Perché questa riflessione? Perché reputo quanto mai necessario far conoscere come il mistero del Natale non sia solo un evento per cuori emotivi che tocca lo spirito ma anche ed essenzialmente la corporeità umana. Non di rado assistiamo, anche nel popolo di Dio, a un modo disarmonico di intendere il corpo, in una maniera molto più simile alle filosofie antiche dove il corpo era visto come una prigione dell’anima immortale. Ma è proprio vero che più si trascura il corpo rispetto all’anima e più si è graditi a Dio? L’eresia è evidente e conduce a un modo di intendere la fede in maniera alterata, unita a una certa spiritualità malsana che predispone a forgiare non uomini, né tanto meno cristiani, ma omuncoli.

È proprio il Santo Pontefice Leone Magno che in occasione di una omelia del giorno di Natale richiama i cristiani a riconoscere la propria dignità che senza tema di smentita passa anche per quella corporeità e fisicità che è manifestazione visibile della bellezza del Figlio incarnato e che dobbiamo difendere e custodire in noi.

Un cristiano equilibrato nella fede, dunque, non può pensare di curare la sola anima se poi trascura o lascia deperire quel corpo che Dio gli ha dato e che il Salvatore ha assunto e glorificato con la resurrezione. Per le anime belle che si scandalizzeranno di un tale discorso ricordo come anche il Serafico Padre San Francesco, a nessuno secondo per la mortificazione e l’austerità di vita, «studiava di tenere il corpo con rispetto e santità, mediante l’integerrima purezza di tutto sé stesso, carne e spirito» (Fonti Francescane, 1349)» e che nel termine della sua vita aveva riconosciuto come fosse stato un po’ troppo severo con «fratello corpo» gravato dalle troppe penitenze e infermità. Questa riflessione potrebbe essere l’inizio per un cammino di maggiore riconciliazione e accettazione di sé che passa attraverso il necessario rispetto e cura del proprio corpo che è tempio dello Spirito Santo ma anche strumento reale per rendere gloria a Dio nell’immanenza. Ricordiamo – tra il simpatico e il provocatorio – che dopo l’elezione a Sommo Pontefice del Cardinal Prevost, si venne a sapere la notizia che il nuovo Papa da cardinale frequentava la palestra Omega Fitness Club di Roma, dove si allenava in incognito con cardio e macchine, dimostrando una forma fisica eccellente e curando l’equilibrio tra mente e corpo, cosa che ha sorpreso il suo personal trainer, che lo ha riconosciuto solo dopo l’elezione al pontificato.

Alcune considerazioni pratiche, prima di concludere: prepararsi bene al Natale ci permette di seguire il consiglio di Giovanni il Battista ed essere ben disposti all’incontro con Gesù, a mettere in atto gesti reali e concreti di giustizia per abbassare i colli dell’orgoglio personale in cui ricercare le radici di quei peccati che quotidianamente commettiamo. Una buona e meticolosa confessione è la base di partenza per celebrare bene la nascita del Redentore, unita poi all’incontro reale con Cristo nella santa Messa e nell’Eucaristia. Purtroppo, ancora molti cristiani non partecipano all’Eucaristia il giorno di Natale perché indaffarati in mille altri impicci e dimentichi di Colui che è il festeggiato per dare maggiore risalto a tutto ciò che è secondario, per poi venire il giorno di Santo Stefano e partecipare alla Messa con questa scusa: «Non sono potuto venire ieri ma vengo oggi tanto è lo stesso».

Tutto il periodo di Natale è festa di luce in cui ho l’occasione di immergermi in Gesù, luce nelle tenebre, e tale rischiaramento della vita non può che avvenire se non con la preghiera. Trovare momenti, attimi, istanti per restare davanti al Signore Gesù in preghiera intima e lasciare che la sua luce rischiari le mie tenebre e mi guidi all’incontro con Lui così come lo è stato per i Santi Magi.

Ma questa preparazione solo spirituale non basta se tralasciamo il corpo, se il giorno di festa non mi permette di curare il mio corpo e il corpo di chi amo, sapendo che è anche quello un luogo teologico in cui trovare Cristo. Curare il proprio aspetto fisico nei giorni di festa religiosa non è per nulla narcisismo o vanità. Così come si addobbano le chiese, gli altari e le case per le solennità del Signore anche il mio aspetto e corpo merita di essere preparato degnamente per incontrare il Signore, riflesso di quella bellezza che anche la liturgia canta nel vivo popolo dei battezzati.  

Ed arriviamo così alla mensa, ai pranzi e alle cene, momenti opportuni per far sì di non essere usati dal cibo ma al contrario di usare del cibo come strumento di lode, di unione fraterna e non di alienazione. Cibo che può servire anche per soccorrere il corpo e ristorare l’anima di coloro che si trovano nell’indigenza e nella marginalità e che spesso attendono, come il povero Lazzaro, poche briciole cadute dalle tavole dei molti ricchi Epuloni dei nostri tempi, di cui il primo sono io.

Ma non è solo questione di cibo, anche il tempo di Natale può essere l’occasione per vivere insieme alla famiglia o in solitudine attività salutari e salubri che rinvigoriscano il corpo e ci permettano di mantenerci efficienti per il Regno di Dio. Il pensiero corre a noi sacerdoti che la sedentarietà e il disordine dei giorni di festa spesso rischiano di farci prendere diversi chili di troppo, quando invece proprio la nostra scelta di vita vocazionale dovrebbe manifestare una corporeità sana e dinamica perché unita a una sana e dinamica spiritualità. Da sempre nella storia della Chiesa lo stile di vita dei consacrati – penso ai tanti ordini monastici e mendicanti ma non solo – si dipanava tra refettorio e attività fisica con estremo equilibrio e saggezza fuggendo il rischio dell’opulenza smodata e dell’ozio. Alcune Congregazioni moderne hanno inserito nel loro stile di vita quotidiano l’attività motoria o sportiva che è una bella metafora dell’ascesi cristiana e irrobustisce lo spirito nella lotta al peccato perché insegna che i risultati si ottengono con il sudore del sacrificio constante.

Che sia allora un buon Natale per tutti: un buon Natale per la nostra anima rinnovata dal torpore mortale del peccato e che sia un buon Natale anche per il nostro corpo reso forte dall’esercizio fisico e dalle opere di carità come veri e autentici operai nella vigna del Signore. Giovenale scriveva «Orandum est ut sit mens sana in corpore sano» (Sat. X, 356), «bisogna domandare agli dèi che la mente sia sana nel corpo sano», voglia il Signore concederci questo dono per risplendere anche noi, come Lui, della bellezza del più bello tra i figli degli uomini.

Sanluri, 24 dicembre 2025

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THE INCARNATION OF JESUS AS A WARNING AGAINST A DISTORTED DIVINE AESTHETIC AND AS THE HARMONY BETWEEN BODY AND SOUL

It is precisely Saint Leo the Great who, in a homily for Christmas Day, exhorts Christians to recognise their own dignity — a dignity that unquestionably passes also through corporeality and physicality, which are the visible manifestation of the beauty of the incarnate Son and which we must defend and safeguard within ourselves.

— Ecclesial actuality —

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Author
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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When I was studying at the University of Cagliari, during the first years of the degree course in Pharmacy, the exam in Anatomy was among the most difficult to face, together with General and Inorganic Chemistry and later Organic Chemistry.

On a gloomy afternoon in Lecture Hall F of the university complex in the Monserrato campus, I recall the Anatomy professor preparing to introduce the central nervous system. Although we were not medical students, anatomy was taught in a particularly thorough and rigorous way, also because the same lecturer frequently made precise references to Histology and Cytology (in short, everything concerning the study of animal and plant tissues and cells), subjects we were expected to know as well as the Hail Mary. Any inaccuracy would have provoked the professor’s wrath, far more fearsome than Achilles’ anger in the Iliad.

While explaining the central nervous system, I learned from the lecturer about the existence of the Motor and Sensory Homunculus, which is nothing other than a visual map of how different parts of the body are represented at the cortical level. The areas are larger in proportion to their importance for sensory perception or motor function. The graphic representation is therefore that of a human being — but a distorted and disharmonious one. This type of disharmony is necessary and functional as long as we are referring to the nervous system; indeed, it is precisely thanks to this arrangement that we are able to perform most of the actions of daily life.

But what would happen if man were truly like this in reality, anatomically speaking? The situation would be highly problematic. And yet it is precisely as the solemnity of Christmas approaches that we realise how man has been created by God not as a homunculus, but as a harmonious whole. It is precisely the Incarnation of the Word that constitutes the proof of that harmony between body and spirit which the Christian, as a believing man, cannot afford to neglect — on pain of becoming a homunculus, that is, a caricature.

Our Director, Father Ariel, has recently published a most interesting article with the provocative title At the Threshold of Christmas It Must Be Said: Jesus Was Never Born (cf. Here), in which he affirms:

“The Son does not begin to exist in Bethlehem. He is ‘before all ages’, because He is ‘God from God, Light from Light, true God from true God’. Christmas is not the birth of God, but the Incarnation of the eternal Son, ‘begotten, not made, consubstantial with the Father’.”

What does this mean? We shall understand it more fully during the Holy Mass on Christmas Day, when the Blessed Apostle and Evangelist John will instruct us through his marvellous Prologue. But briefly, we may say that Christmas is the salvific act of the Father in which the Son, by the work of the Holy Spirit, truly takes mortal form in the womb of a Virgin Mother and clothes Himself in our humanity, coming into the world as true man.

The Word of God, through whom the Father made all things, assumes a body and a soul. This truth resounds in the Psalms, where a Christological reading of faith leads us to proclaim: You are the most handsome of the sons of men (cf. Ps 44). This beauty is not merely spiritual but also physical; it touches the body He has assumed, which truly transmits the order and harmony of God. Jesus Christ, as true man, is the model of that divine aesthetic which is at once creative and ordering harmony. He is the one to whom we must look in order to grow as human beings and as believers.

Only in the tragic mystery of the Passion do we grasp how the beauty of the Redeemer’s body will be disfigured by His taking upon Himself the sin of mankind — a sin that is not merely a disorder on the spiritual plane of relationship with God, but also an assault upon that physical beauty which renders the Lord disfigured and rejected, a man of sorrows before whom one covers one’s face to make the sight of such suffering bearable, suffering that will culminate in the crucifixion on Golgotha.

Why this reflection? Because I consider it more necessary than ever to show that the mystery of Christmas is not merely an event for emotional hearts that touches the spirit alone, but one that also — and essentially — concerns human corporeality. Not infrequently, even among the people of God, we encounter a disharmonious way of understanding the body, one that closely resembles ancient philosophies in which the body was seen as a prison for the immortal soul.

But is it really true that the more one neglects the body in favour of the soul, the more pleasing one is to God? The heresy is evident and leads to a distorted way of understanding the faith, united to an unhealthy spirituality that predisposes one to form neither men nor Christians, but homunculi.

It is precisely Saint Leo the Great who, in a homily for Christmas Day, exhorts Christians to recognise their own dignity — a dignity that unquestionably passes also through corporeality and physicality, which are the visible manifestation of the beauty of the incarnate Son and which we must defend and safeguard within ourselves.

A Christian who is balanced in faith, therefore, cannot think of caring for the soul alone while neglecting or allowing to deteriorate the body that God has given him and that the Saviour has assumed and glorified through the Resurrection.

For those “beautiful souls” who may be scandalised by such discourse, I recall how even the Seraphic Father Saint Francis, second to none in mortification and austerity of life, strove to treat the body with respect and holiness, through the most perfect purity of his whole self, flesh and spirit (Franciscan Sources, 1349), and how at the end of his life he acknowledged that he had perhaps been too severe with “Brother Body”, burdened by excessive penances and infirmities.

This reflection could mark the beginning of a path of greater reconciliation with and acceptance of oneself, passing through the necessary respect for and care of one’s own body, which is the temple of the Holy Spirit but also a real instrument for giving glory to God in immanence.

Let us recall — somewhere between the amusing and the provocative — that after the election of Cardinal Prevost as Supreme Pontiff, it became known that the new Pope, while still a cardinal, frequented the Omega Fitness Club in Rome, where he trained incognito using cardio equipment and machines, demonstrating excellent physical condition and caring for the balance between mind and body. This surprised even his personal trainer, who recognised him only after his election to the papacy.

Some practical considerations, before concluding. Preparing well for Christmas allows us to follow the counsel of John the Baptist and to be well disposed to the encounter with Jesus, putting into practice real and concrete acts of justice in order to lower the hills of personal pride and to seek out the roots of those sins we commit daily. A good and meticulous confession is the starting point for celebrating the birth of the Redeemer well, together with the real encounter with Christ in the Holy Mass and in the Eucharist.

Unfortunately, many Christians still do not participate in the Eucharist on Christmas Day because they are caught up in a thousand other commitments, forgetting the One who is being celebrated, in order to give greater prominence to what is secondary — only to attend Mass on the following day with the excuse: I couldn’t come yesterday, but I’ll come today, it’s the same thing anyway.

The entire Christmas season is a feast of light, in which I have the opportunity to immerse myself in Jesus, light in the darkness. Such illumination of life can only take place through prayer: finding moments, instants, occasions to remain before the Lord Jesus in intimate prayer and allowing His light to illuminate my darkness and guide me toward the encounter with Him, as it was for the Holy Magi.

Yet this purely spiritual preparation is not sufficient if we neglect the body — if the feast day does not allow me to care for my body and for the bodies of those I love, knowing that this too is a theological place in which Christ may be encountered. Caring for one’s physical appearance on religious feast days is by no means narcissism or vanity. Just as churches, altars and homes are adorned for the solemnities of the Lord, so too my body and appearance deserve to be prepared worthily to meet the Lord, as a reflection of that beauty which the liturgy itself sings in the living people of the baptised.

Sanluri, 24 December 2025

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LA ENCARNACIÓN DE JESÚS COMO ADVERTENCIA CONTRA UNA ESTÉTICA DIVINA DISTORSIONADA Y COMO ARMONÍA ENTRE CUERPO Y ALMA

Es precisamente el santo pontífice León Magno quien, en una homilía del día de Navidad, exhorta a los cristianos a reconocer su propia dignidad, que sin temor a equivocación pasa también por esa corporeidad y fisicidad que son manifestación visible de la belleza del Hijo encarnado y que debemos defender y custodiar en nosotros mismos.

— Actualidad eclesial —

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Autor
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Cuando estudiaba en la Universidad de Cagliari, durante los primeros años de la licenciatura en Farmacia, el examen de Anatomía era uno de los más difíciles de afrontar, junto con los de Química General e Inorgánica y, posteriormente, Química Orgánica.

En una tarde plomiza, en el aula F del complejo universitario de la ciudadela de Monserrato, recuerdo que la profesora de Anatomía se disponía a presentar el sistema nervioso central. Aunque no éramos estudiantes de Medicina, la anatomía era una asignatura particularmente bien estructurada y profunda, también porque la misma docente hacía frecuentes y precisas referencias a la Histología y a la Citología (en resumen, todo lo que concierne al estudio de los tejidos y de las células animales y vegetales), materias que debíamos conocer como el Ave María y en las que cualquier imprecisión habría suscitado la ira de la profesora, mucho más temible que la ira de Aquiles en la Ilíada.

Al explicar el sistema nervioso central, aprendí de la docente la existencia del Homúnculo Motor y Sensorial, que no es otra cosa que un mapa visual de cómo las distintas partes del cuerpo están representadas a nivel cortical. Las áreas son tanto más grandes cuanto mayor es su importancia para la percepción sensorial o la función motora. La representación gráfica es, por tanto, la de un hombre, pero de un hombre deformado y no armónico. Este tipo de desarmonía es necesaria y funcional cuando nos referimos al sistema nervioso; es más, podemos decir que precisamente gracias a ella somos capaces de realizar la mayor parte de las acciones que llevamos a cabo en la vida cotidiana.

Pero ¿qué sucedería si el hombre fuese realmente así en la realidad, desde un punto de vista anatómico? La situación sería bastante problemática. Sin embargo, es precisamente al acercarnos a la solemnidad de la Navidad cuando nos damos cuenta de que el hombre ha sido creado por Dios no como un homúnculo, sino como un todo armónico, y es precisamente la Encarnación del Verbo la que constituye la prueba de esa armonía entre cuerpo y espíritu que el cristiano, como hombre creyente, no puede permitirse descuidar, so pena de convertirse en un homúnculo, es decir, en una caricatura.

Nuestro Director, el Padre Ariel, ha publicado recientemente un interesantísimo artículo con el título provocador A las puertas de la Navidad es justo decirlo: Jesús nunca nació, en el que afirma:

«El Hijo no comienza a existir en Belén. Él es “antes de todos los siglos”, porque es “Dios de Dios, Luz de Luz, Dios verdadero de Dios verdadero”. La Navidad no es el nacimiento de Dios, sino la Encarnación del Hijo eterno, “engendrado, no creado, de la misma naturaleza del Padre”» (cf. Aqui).

¿Qué significa esto? Tendremos ocasión de comprenderlo mejor durante la Santa Misa del día de Navidad, cuando el Beato apóstol y evangelista Juan nos instruirá con su admirable Prólogo. Pero, en síntesis, podemos decir que la Navidad es el acto salvífico del Padre en el que el Hijo, por obra del Espíritu Santo, toma verdaderamente forma mortal en el seno de una Virgen Madre y se reviste de nuestra humanidad, viniendo a la luz como verdadero hombre.

El Verbo de Dios, por medio del cual el Padre hizo todas las cosas, asume un cuerpo y un alma. Esta verdad resuena en los Salmos, donde una lectura de fe cristológica nos lleva a proclamar: «Eres el más bello de los hijos de los hombres» (cf. Sal 44). Y esta belleza no es solo de naturaleza espiritual, sino también física; toca el cuerpo que Él ha asumido y que transmite realmente el orden y la armonía de Dios. Jesucristo, como verdadero hombre, es el modelo de esa estética divina que es al mismo tiempo armonía creadora y ordenadora; a Él debemos inspirarnos para crecer como hombres y como creyentes.

Solo en el misterio trágico de la Pasión nos damos cuenta de cómo la belleza del cuerpo del Redentor será desfigurada a causa de haber asumido sobre sí el pecado de los hombres, pecado que no constituye únicamente un desorden en el plano espiritual de la relación con Dios, sino que es también un atentado contra esa belleza física que hace del Señor un ser desfigurado y rechazado, varón de dolores ante el cual se cubre el rostro para hacer más soportable la visión de un sufrimiento tan desgarrador, que culminará en la crucifixión en el Gólgota.

¿Por qué esta reflexión? Porque considero más que necesario dar a conocer que el misterio de la Navidad no es solo un acontecimiento para corazones emotivos que toca el espíritu, sino que concierne también — y esencialmente — a la corporeidad humana. No pocas veces asistimos, incluso en el pueblo de Dios, a una manera desarmónica de entender el cuerpo, muy semejante a las filosofías antiguas en las que el cuerpo era visto como una prisión del alma inmortal.

Pero ¿es realmente cierto que cuanto más se descuida el cuerpo en favor del alma, tanto más se agrada a Dios? La herejía es evidente y conduce a una manera alterada de entender la fe, unida a una espiritualidad malsana que predispone a forjar no hombres, ni mucho menos cristianos, sino homúnculos.

Es precisamente el santo pontífice León Magno quien, en una homilía del día de Navidad, exhorta a los cristianos a reconocer su propia dignidad, que sin temor a equivocación pasa también por esa corporeidad y fisicidad que son manifestación visible de la belleza del Hijo encarnado y que debemos defender y custodiar en nosotros mismos.

Un cristiano equilibrado en la fe, por tanto, no puede pensar en cuidar solo el alma si luego descuida o deja deteriorarse el cuerpo que Dios le ha dado y que el Salvador ha asumido y glorificado con la Resurrección.

Para las “almas bellas” que se escandalicen ante un discurso de este tipo, recuerdo cómo incluso el Seráfico Padre san Francisco, insuperable en mortificación y austeridad de vida, «procuraba tratar el cuerpo con respeto y santidad, mediante la integridad purísima de todo su ser, carne y espíritu» (Fuentes Franciscanas, 1349), y cómo al final de su vida reconoció haber sido quizá demasiado severo con el “hermano cuerpo”, cargado de excesivas penitencias y enfermedades.

Esta reflexión podría ser el inicio de un camino de mayor reconciliación y aceptación de uno mismo, que pasa por el necesario respeto y cuidado del propio cuerpo, que es templo del Espíritu Santo, pero también instrumento real para dar gloria a Dios en la inmanencia.

Recordemos — entre lo simpático y lo provocador — que tras la elección del cardenal Prevost como Sumo Pontífice, se conoció la noticia de que el nuevo Papa, cuando aún era cardenal, frecuentaba el gimnasio Omega Fitness Club de Roma, donde se entrenaba de incógnito con ejercicios cardiovasculares y máquinas, demostrando una excelente forma física y cuidando el equilibrio entre mente y cuerpo, algo que sorprendió incluso a su entrenador personal, quien lo reconoció solo después de la elección al pontificado.

Algunas consideraciones prácticas, antes de concluir. Prepararse bien para la Navidad nos permite seguir el consejo de Juan el Bautista y disponernos adecuadamente para el encuentro con Jesús, poniendo en práctica gestos reales y concretos de justicia para abatir los montes del orgullo personal y buscar las raíces de aquellos pecados que cometemos cotidianamente. Una buena y meticulosa confesión es el punto de partida para celebrar dignamente el nacimiento del Redentor, unida luego al encuentro real con Cristo en la Santa Misa y en la Eucaristía.

Por desgracia, todavía muchos cristianos no participan en la Eucaristía el día de Navidad porque están ocupados en mil otros quehaceres y olvidan a Aquel que es el verdadero festejado, dando mayor relieve a todo lo que es secundario, para luego acudir a Misa el día de san Esteban con esta excusa: «No pude venir ayer, pero vengo hoy, total es lo mismo».

Todo el tiempo de Navidad es fiesta de luz, en la que tengo la ocasión de sumergirme en Jesús, luz en las tinieblas. Y este esclarecimiento de la vida no puede darse sino a través de la oración: encontrar momentos, instantes, espacios para permanecer ante el Señor Jesús en oración íntima y dejar que su luz ilumine mis tinieblas y me guíe al encuentro con Él, como sucedió con los Santos Magos.

Pero esta preparación solo espiritual no basta si descuidamos el cuerpo, si el día de fiesta no me permite cuidar mi cuerpo y el cuerpo de quienes amo, sabiendo que también este es un lugar teológico en el que encontrar a Cristo. Cuidar el propio aspecto físico en los días de fiesta religiosa no es en absoluto narcisismo ni vanidad. Así como se adornan las iglesias, los altares y las casas para las solemnidades del Señor, también mi aspecto y mi cuerpo merecen ser preparados dignamente para el encuentro con el Señor, reflejo de aquella belleza que la liturgia misma canta en el pueblo vivo de los bautizados.

Sanluri, 24 de diciembre de 2025

 

 

 

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Alle porte del Natale è giusto dirlo: Gesù non è mai nato – On the threshold of Christmas, it must be said: Jesus was never born – A las puertas de la Navidad hay que decirlo: Jesús no nació nunca

Italian, english, español 

 

ALLE PORTE DEL NATALE È GIUSTO DIRLO: GESÙ NON È MAI NATO

Bisogna ripartire dal mistero del Verbo che si è fatto carne, animati da quella scintilla che fece dire prima a Sant’Agostino, poi a Sant’Anselmo d’Aosta, con parole diverse ma con identica sostanza: «Credo per capire, comprendo per credere». Solo allora comprenderemo davvero il senso della frase decisiva: «E il Verbo si fece carne», quindi perché Gesù, in verità, non sia mai nato.

— Theologica —

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Detta così, la frase suona come una provocazione gratuita, un’affermazione scandalosa, se non addirittura eretica. Tuttavia, se presa sul serio e collocata nel suo corretto orizzonte teologico, non solo è legittima, ma profondamente conforme alla fede della Chiesa. Infatti, se con la parola nascere intendiamo l’inizio dell’esistenza, allora è necessario dirlo senza esitazioni: Gesù non è mai nato. Il Figlio non comincia a essere a Betlemme. Egli è «prima di tutti i secoli», perché «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero». Il Natale non è la nascita di Dio, ma l’Incarnazione del Figlio eterno «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre». È qui che il linguaggio della fede esige precisione, perché da una parola mal collocata può nascere una fede deformata. E oggi non viviamo più neppure nel pietismo, né in quelle forme di fideismo che nulla hanno a che fare con la fede popolare dei semplici: viviamo piuttosto immersi in un neopaganesimo di ritorno.

Questa precisazione non è un esercizio di finezza terminologica, né una disputa riservata agli specialisti di teologia dogmatica. È una necessità teologica e pastorale. Perché il modo in cui parliamo del mistero di Cristo determina inevitabilmente il modo in cui lo pensiamo; di conseguenza, il modo in cui lo pensiamo finisce per modellare il modo in cui lo crediamo. Quando il linguaggio si fa approssimativo, anche la fede si indebolisce; quando le parole vengono usate senza discernimento, il mistero viene ridotto a racconto edificante o, peggio, a folklore religioso. È proprio per evitare questa deriva che la Chiesa, lungo i secoli, ha vegliato con rigore sulle parole della fede.

È in questo orizzonte che va proclamato, ma prima ancora ascoltato, il Prologo del Vangelo di Giovanni. Opera di una tale densità teologica che più lo si rilegge nel corso degli anni, più si ha l’impressione che l’uomo, in quelle parole, vi abbia messo la mano, ma non l’origine: perché il vero Autore è Dio. L’Evangelista non introduce il Natale con un racconto di nascita, ma con una dichiarazione sull’essere: «In principio era il Verbo». Non dice divenne, non dice cominciò, ma era. Il Logos non entra in scena a Betlemme, non emerge dal grembo del tempo, non appare come una novità tra le altre. Egli è già, prima di ogni principio, prima di ogni storia, prima di ogni creazione, come insegna anche l’Apostolo Paolo quando afferma:

«Per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e verso il quale noi siamo, e un solo Signore, Gesù Cristo, per mezzo del quale sono tutte le cose e noi per mezzo di Lui» (1 Cor 8,6).

Tutto ciò che esiste viene all’essere per mezzo di Lui, nulla di ciò che esiste viene all’essere senza di Lui. È la medesima fede che San Paolo esprime con forza nella Lettera ai Colossesi, quando proclama il Figlio come

«immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in Lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra […] tutte sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in Lui» (Col 1,15-17).

Solo dopo aver stabilito con chiarezza questa priorità assoluta dell’essere sul tempo, Giovanni osa pronunciare la frase decisiva, che irrompe nel testo come un tuono: «E il Verbo si fece carne».

Non nacque nel senso in cui nasce una creatura che prima non era; si fece carne, cioè assunse pienamente la condizione umana, entrando nel tempo senza cessare di essere eterno. È la stessa verità che Paolo canta nell’inno cristologico ai Filippesi, quando afferma

«Cristo pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo, divenendo simile agli uomini» (Fil 2,6-7).

Qui sta il cuore del Natale: non l’inizio di Dio, ma l’ingresso di Dio nella storia; non la nascita del Figlio, ma l’Incarnazione del Figlio eterno consustanziale al Padre. Ed è per questo che risulta teologicamente legittimo — e persino ragionevole, se si accetta il linguaggio paradossale tipico della Scrittura — affermare, in forma volutamente provocatoria, ricorrendo a quelle iperboli che Gesù stesso usa nelle parabole e che San Paolo, grande retore prima ancora che teologo, adopera con sapienza, che Gesù, in verità, non è mai nato.

Mentre nella nostra Italia — da secoli cattolica più per abitudine sociale che per fede pensata e maturata — cresce il numero dei bambini che i genitori scelgono di non far battezzare; mentre molti giovani ignorano non solo ciò che accadde a Betlemme, ma soprattutto il significato del mistero pasquale, senza il quale lo stesso Natale resta privo di senso; il dibattito religioso sembra talvolta spostarsi su un piano paradossale, con punte non indifferenti di ridicolo. E così, in questo drammatico contesto di analfabetismo dottrinale sempre più diffuso, non mancano voci che invocano con veemenza la proclamazione di nuovi titoli dogmatici, come quello di «Maria corredentrice», spesso agitato più come slogan identitario da gruppi marginali e ideologizzati che come questione realmente fondata nella Tradizione viva della Chiesa.

L’insistenza ciclica sul titolo di «Maria corredentrice» sembra crescere in proporzione inversa alla conoscenza della teologia dogmatica e del Magistero autentico. La Chiesa, che su Maria ha sempre parlato con venerazione e misura, ha costantemente evitato questa espressione, non per timidezza dottrinale ma per elementare igiene teologica. Difendere Maria oscurando l’unicità della Redenzione operata da Cristo non è segno di ardore mariano, bensì di confusione concettuale. Questo è lo spirito che ha animato i recenti interventi del Dicastero per la Dottrina della Fede circa la inopportunità dell’attribuzione di certi titoli alla Beata Vergine (cfr. Mater populi fidelis). Quando però la dogmatica viene trattata come una bevanda devozionale frizzante — da agitare e consumare emotivamente —, quando alcune voci militanti si premurano persino di “correggere” il Magistero della Chiesa (cfr. QUI), il rischio non è più l’eresia formale, che richiede peraltro menti speculative intelligenti, ma qualcosa di più subdolo: la caduta nel ridicolo pseudo-teologico.

È qui che si manifesta una delle grandi contraddizioni del nostro tempo ecclesiale: mentre si smarrisce il contenuto essenziale della fede — l’Incarnazione, la Croce, la Risurrezione — ci si accanisce su formule che pretenderebbero di “difendere” Maria, ma che in realtà rischiano di sottrarre centralità al mistero di Cristo.

Merita ricordare che credere non significa moltiplicare parole, bensì comprenderle e poi usarle in modo adeguato, per ciò che realmente significano. È questa la convinzione che ha guidato anche un mio recente lavoro teologico dedicato al Simbolo di fede niceno-costantinopolitano, il Credo che recitiamo ogni domenica. Il titolo dell’opera — Credo per capire — non è uno slogan, ma un metodo. Solo una fede che accetta di essere pensata può evitare di ridursi a superstizione devota; solo un pensiero che nasce dalla fede può custodire il mistero senza deformarlo e renderlo grottesco.

Da qui bisogna ripartire: dal mistero del Verbo che si è fatto carne, animati da quella scintilla che fece dire prima a Sant’Agostino, poi a Sant’Anselmo d’Aosta, con parole diverse ma con identica sostanza: «Credo per capire, comprendo per credere». Solo allora comprenderemo davvero il senso della frase decisiva: «E il Verbo si fece carne», quindi perché Gesù, in verità, non sia mai nato.

dall’Isola di Patmos, 21 dicembre 2025

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ON THE THRESHOLD OF CHRISTMAS, IT MUST BE SAID: JESUS WAS NEVER BORN

We must begin again from the mystery of the Word who became flesh, animated by that spark which led first Saint Augustine, and then Saint Anselm of Aosta, to say — using different words but with identical substance: «I believe in order to understand; I understand in order to believe». Only then shall we truly grasp the meaning of the decisive sentence: «And the Word became flesh», and thus why Jesus, in truth, was never born.

—Theologica—

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

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Stated in this way, the sentence sounds like a gratuitous provocation, a scandalous claim, if not downright heretical. And yet, if taken seriously and situated within its proper theological horizon, it proves to be not only legitimate, but profoundly consonant with the faith of the Church. Indeed, if by the word to be born we mean the beginning of existence, then it must be said without hesitation: Jesus was never born. The Son does not begin to be at Bethlehem. He is «before all ages», because He is «God from God, Light from Light, true God from true God». Christmas is not the birth of God, but the Incarnation of the eternal Son, «begotten, not made, consubstantial with the Father». Here the language of faith demands precision, for from a poorly placed word a distorted faith may arise. And today we no longer even live within pietism, nor within those forms of fideism that have nothing to do with the popular faith of the simple; we live immersed in a resurgent neopaganism.

This clarification is not an exercise in terminological subtlety, nor a dispute reserved to specialists in dogmatic theology. It is a theological and pastoral necessity. For the way in which we speak about the mystery of Christ inevitably determines the way in which we think about it, and the way in which we think about it ends up shaping the way in which we believe it. When language becomes approximate, faith too is weakened; when words are used without discernment, the mystery is reduced to an edifying tale or, worse, to religious folklore. It is precisely to avoid this drift that the Church, throughout the centuries, has kept vigilant watch over the words of faith.

It is within this horizon that the Prologue of the Gospel according to John must be proclaimed — and, before that, listened to. A work of such theological density that, the more one rereads it over the years, the more one has the impression that a human hand has contributed to those words, but not their origin: for the true Author is God. The Evangelist does not introduce Christmas with a birth narrative, but with a statement about being: «In the beginning was the Word». He does not say became, he does not say began, but was. The Logos does not enter the scene at Bethlehem, does not emerge from the womb of time, does not appear as one novelty among others. He already is — before every beginning, before every history, before every creation — as the Apostle Paul also teaches when he affirms:

«For us there is one God, the Father, from whom are all things and for whom we exist, and one Lord, Jesus Christ, through whom are all things and through whom we exist» (1 Cor 8:6).

All that exists comes into being through Him, and nothing that exists comes into being without Him. This is the same faith that Saint Paul expresses with force in the Letter to the Colossians, when he proclaims that the Son is

«the image of the invisible God, the firstborn of all creation; for in Him all things were created, in heaven and on earth […] all things were created through Him and for Him. He is before all things, and in Him all things hold together» (Col 1:15–17).

Only after having clearly established this absolute priority of being over time does John dare to pronounce the decisive sentence, which bursts into the text like a thunderclap: «And the Word became flesh».

He was not born in the sense in which a creature is born that previously did not exist; He became flesh — that is, He fully assumed the human condition, entering time without ceasing to be eternal. This is the same truth that Paul sings in the Christological hymn to the Philippians, when he affirms that Christ Jesus

«though He was in the form of God, did not regard equality with God as something to be grasped, but emptied Himself, taking the form of a servant, being made in human likeness» (Phil 2:6–7).

Here lies the heart of Christmas: not the beginning of God, but the entry of God into history; not the birth of the Son, but the Incarnation of the eternal Son. And it is for this reason that it is theologically legitimate — and even reasonable, if one accepts the paradoxical language characteristic of Scripture — to affirm, in a deliberately provocative form, making use of those hyperboles that Jesus Himself employs in the parables and that Saint Paul, a great rhetorician before being a theologian, uses with wisdom, that Jesus, in truth, was never born.

While in our Italy — Catholic for centuries more by social habit than by a faith that is thought through and mature — the number of children whom parents choose not to have baptised continues to grow; while many young people are ignorant not only of what happened at Bethlehem, but above all of the meaning of the Paschal Mystery, without which Christmas itself remains devoid of meaning; religious debate at times seems to shift onto a paradoxical plane, with by no means negligible touches of the ridiculous.

In this dramatic context of increasingly widespread doctrinal illiteracy, there is no shortage of voices that vehemently call for the proclamation of new dogmatic titles, such as that of «Mary Co-Redemptrix», often brandished more as an identity slogan by marginal and ideologised groups than as a question genuinely grounded in the living Tradition of the Church. The recurring insistence on the title «Mary Co-Redemptrix» seems to grow in inverse proportion to the knowledge of dogmatic theology and of the authentic Magisterium. The Church, which has always spoken of Mary with veneration and measure, has consistently avoided this expression — not out of doctrinal timidity, but out of elementary theological hygiene. To defend Mary by obscuring the uniqueness of the Redemption accomplished by Christ is not a sign of Marian ardour, but of conceptual confusion. This is the spirit that has inspired the recent interventions of the Dicastery for the Doctrine of the Faith regarding the inappropriateness of attributing certain titles to the Blessed Virgin (cf. Mater populi fidelis). When, however, dogmatics is treated like a fizzy devotional beverage — to be shaken and consumed emotionally — when certain militant voices even presume to “correct” the Magisterium of the Church, the risk is no longer formal heresy, which in any case requires intelligent speculative minds, but something more insidious: pseudo-theological ridicule.

Here one of the great contradictions of our ecclesial time becomes manifest: while the essential content of the faith — the Incarnation, the Cross, the Resurrection — is being lost, there is a frantic insistence on formulas that claim to “defend” Mary, but in reality risk subtracting centrality from the mystery of Christ. It is worth recalling that to believe does not mean to multiply words, but to understand them and then to use them appropriately, according to what they truly signify. This conviction has also guided a recent theological work of mine devoted to the Niceno-Constantinopolitan Symbol of Faith, the Creed that we recite every Sunday. The title of the work — Credo to Understand — is not a slogan, but a method. Only a faith that accepts being thought through can avoid being reduced to devout superstition; only a thought that is born from faith can safeguard the mystery without deforming it and rendering it grotesque.

From here we must begin again: from the mystery of the Word who became flesh, animated by that spark which led first Saint Augustine, and then Saint Anselm of Aosta, to say — using different words but with identical substance: «I believe in order to understand; I understand in order to believe». Only then shall we truly grasp the meaning of the decisive sentence: «And the Word became flesh», and thus why Jesus, in truth, was never born.

From L’Isola di Patmos, 21 December 2025

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A LAS PUERTAS DE LA NAVIDAD HAY QUE DECIRLO: JESÚS NO NACIÓ NUNCA

De aquí hay que recomenzar: del misterio del Verbo que se hizo carne, animados por aquella chispa que llevó primero a san Agustín y luego a san Anselmo de Aosta a decir, con palabras distintas pero con la misma sustancia: «Creo para entender, entiendo para creer». Solo entonces comprenderemos verdaderamente el sentido de la frase decisiva: «Y el Verbo se hizo carne», y, por tanto, por qué Jesús, en verdad, no nació nunca.

— Theologica—

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

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Dicha así, la frase suena como una provocación gratuita, una afirmación escandalosa, si no abiertamente herética. Sin embargo, si se toma en serio y se sitúa en su correcto horizonte teológico, resulta no solo legítima, sino profundamente conforme con la fe de la Iglesia. En efecto, si por la palabra nacer entendemos el inicio de la existencia, entonces es necesario decirlo sin vacilaciones: Jesús no nació nunca. El Hijo no comienza a existir en Belén. Él es «antes de todos los siglos», porque es «Dios de Dios, Luz de Luz, Dios verdadero de Dios verdadero». La Navidad no es el nacimiento de Dios, sino la Encarnación del Hijo eterno, «engendrado, no creado, de la misma naturaleza del Padre». Aquí el lenguaje de la fe exige precisión, porque de una palabra mal colocada puede nacer una fe deformada. Y hoy ya no vivimos ni siquiera en el pietismo, ni en aquellas formas de fideísmo que nada tienen que ver con la fe popular de los sencillos: vivimos inmersos en un neopaganismo de retorno.

Esta precisión no es un ejercicio de sutileza terminológica, ni una disputa reservada a especialistas en teología dogmática. Es una necesidad teológica y pastoral. Porque el modo en que hablamos del misterio de Cristo determina inevitablemente el modo en que lo pensamos y, en consecuencia, el modo en que lo pensamos termina por modelar el modo en que lo creemos. Cuando el lenguaje se vuelve aproximado, también la fe se debilita; cuando las palabras se usan sin discernimiento, el misterio se reduce a un relato edificante o, peor aún, a folklore religioso. Precisamente para evitar esta deriva la Iglesia, a lo largo de los siglos, ha vigilado con rigor las palabras de la fe.

Es en este horizonte donde debe proclamarse — y antes aún, escucharse — el Prólogo del Evangelio según san Juan. Una obra de tal densidad teológica que, cuanto más se la relee a lo largo de los años, más se tiene la impresión de que el hombre, en esas palabras, ha puesto la mano, pero no el origen: porque el verdadero Autor es Dios. El evangelista no introduce la Navidad con un relato de nacimiento, sino con una afirmación sobre el ser: «En el principio existía el Verbo». No dice llegó a ser, no dice comenzó, sino existía. El Logos no entra en escena en Belén, no emerge del seno del tiempo, no aparece como una novedad entre otras. Él es ya, antes de todo principio, antes de toda historia, antes de toda creación, como enseña también el apóstol Pablo cuando afirma:

«Para nosotros hay un solo Dios, el Padre, de quien procede todo y hacia quien vamos, y un solo Señor, Jesucristo, por medio del cual existe todo y nosotros por medio de Él» (1 Co 8,6).

Todo lo que existe llega al ser por medio de Él, y nada de lo que existe llega al ser sin Él. Es la misma fe que Pablo expresa con fuerza en la Carta a los Colosenses, cuando proclama que el Hijo es «imagen del Dios invisible, primogénito de toda la creación, porque en Él fueron creadas todas las cosas, las del cielo y las de la tierra […] todo fue creado por medio de Él y para Él. Él es antes de todas las cosas y todas subsisten en Él» (Col 1,15-17). Solo después de haber establecido con claridad esta prioridad absoluta del ser sobre el tiempo, Juan se atreve a pronunciar la frase decisiva, que irrumpe en el texto como un trueno: «Y el Verbo se hizo carne».

No nació en el sentido en que nace una criatura que antes no existía; se hizo carne, es decir, asumió plenamente la condición humana, entrando en el tiempo sin dejar de ser eterno. Es la misma verdad que Pablo canta en el himno cristológico a los Filipenses, cuando afirma que Cristo Jesús, «siendo de condición divina, no consideró como presa el ser igual a Dios, sino que se despojó de sí mismo, tomando condición de siervo, haciéndose semejante a los hombres» (Flp 2,6-7).

Aquí está el corazón de la Navidad: no el inicio de Dios, sino la entrada de Dios en la historia; no el nacimiento del Hijo, sino la Encarnación del Hijo eterno. Y por eso resulta teológicamente legítimo —e incluso razonable, si se acepta el lenguaje paradójico propio de la Escritura— afirmar, de forma deliberadamente provocadora, recurriendo a aquellas hipérboles que el mismo Jesús utiliza en las parábolas y que san Pablo, gran retórico antes aún que teólogo, emplea con sabiduría, que Jesús, en verdad, no nació nunca.

Mientras en nuestra Italia — católica desde hace siglos más por hábito social que por una fe pensada y madurada — crece el número de niños a los que los padres deciden no bautizar; mientras muchos jóvenes ignoran no solo lo que sucedió en Belén, sino sobre todo el significado del misterio pascual, sin el cual la misma Navidad queda privada de sentido; el debate religioso parece desplazarse en ocasiones a un plano paradójico, con no pocos rasgos de ridículo.

En este dramático contexto de analfabetismo doctrinal cada vez más extendido, no faltan voces que invocan con vehemencia la proclamación de nuevos títulos dogmáticos, como el de «María corredentora», agitado a menudo más como eslogan identitario por grupos marginales e ideologizados que como una cuestión verdaderamente fundada en la Tradición viva de la Iglesia. La insistencia cíclica en el título de «María corredentora» parece crecer en proporción inversa al conocimiento de la teología dogmática y del Magisterio auténtico. La Iglesia, que siempre ha hablado de María con veneración y medida, ha evitado constantemente esta expresión, no por timidez doctrinal, sino por una elemental higiene teológica. Defender a María oscureciendo la unicidad de la Redención realizada por Cristo no es signo de ardor mariano, sino de confusión conceptual. Este es el espíritu que ha animado las recientes intervenciones del Dicasterio para la Doctrina de la Fe acerca de la inoportunidad de atribuir ciertos títulos a la Bienaventurada Virgen (cf. Mater populi fidelis). Cuando la dogmática se trata como una bebida devocional gaseosa — para agitar y consumir emotivamente —, cuando algunas voces militantes llegan incluso a “corregir” el Magisterio de la Iglesia, el riesgo ya no es la herejía formal, que por lo demás requiere mentes especulativas inteligentes, sino algo más sutil: el ridículo pseudo-teológico.

Aquí se manifiesta una de las grandes contradicciones de nuestro tiempo eclesial: mientras se pierde el contenido esencial de la fe — la Encarnación, la Cruz, la Resurrección —, se insiste frenéticamente en fórmulas que pretenderían “defender” a María, pero que en realidad corren el riesgo de sustraer centralidad al misterio de Cristo. Conviene recordar que creer no significa multiplicar palabras, sino comprenderlas y luego usarlas de modo adecuado, según lo que realmente significan. Esta es la convicción que ha guiado también un reciente trabajo teológico mío dedicado al Símbolo de la fe niceno-constantinopolitano, el Credo que recitamos cada domingo. El título de la obra — Creo para entender — no es un eslogan, sino un método. Solo una fe que acepta ser pensada puede evitar reducirse a superstición devota; solo un pensamiento que nace de la fe puede custodiar el misterio sin deformarlo y volverlo grotesco.

De aquí hay que recomenzar: del misterio del Verbo que se hizo carne, animados por aquella chispa que llevó primero a san Agustín y luego a san Anselmo de Aosta a decir, con palabras distintas pero con la misma sustancia: «Creo para entender, entiendo para creer». Solo entonces comprenderemos verdaderamente el sentido de la frase decisiva: «Y el Verbo se hizo carne», y, por tanto, por qué Jesús, en verdad, no nació nunca.

Desde L’Isola di Patmos, 21 de diciembre de 2025

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il sabato andando alla Messa – El sábado yendo a Misa – Going to Mass on Saturday

 

Italian, español, english.

 

IL SABATO ANDANDO ALLA MESSA

La concessione viene da lontano e trova la sua giustificazione sia in una prassi liturgica antica, sia perché dettata dalla premura pastorale la quale desidera che tutti i battezzati possano adempiere al precetto della partecipazione alla Santa Messa e accostarsi alla mensa del Signore.

— Pastorale liturgica —

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Autore
Simone Pifizzi

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.PDF articolo formato stampa – PDF articulo en formato impreso – PDF article print format

 

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Bisogna tornare indietro nel tempo e per l’esattezza al 1970, quando Gigliola Cinquetti, cantante di successo in quel periodo, interpretò una canzone rimasta famosa, dal titolo: «La domenica andando alla Messa».

Perché a quell’epoca la partecipazione alla Messa era ancora una consuetudine ben radicata nella cultura e nella fede del popolo cristiano, almeno in Italia. Oggi invece constatiamo con sgomento il disamore che si è creato fra i battezzati riguardo la partecipazione all’Eucarestia domenicale. È una cosa che fa soffrire, in particolare i sacerdoti, e i motivi sono così molteplici che non è possibile farne oggetto di una breve trattazione come questa.   

La Liturgia cristiana, sia nei suoi aspetti fondamentali che in quelli più prettamente rituali, è sempre stata un tema sensibile, nondimeno talvolta di disputa. Da sempre, non solo oggi. Per citare un esempio eclatante, tutti ricordiamo le reprimende dell’apostolo Paolo ai turbolenti Corinti riguardo la loro disordinata partecipazione alla «cena del Signore» (1Cor 11,20-34).

Come allora, ancora oggi i fedeli si rivolgono ai sacerdoti, in particolare quelli in cura d’anime, per chiedere spiegazioni o approfondimenti su qualcuno degli aspetti che fanno riferimento alla Liturgia. Fra questi, una domanda che qualche volta ancora viene posta, riguarda la validità dell’Eucarestia vespertina del Sabato, comunemente chiamata: «Messa prefestiva». Un termine non proprio calzante come vedremo, ma ormai abituale, poiché si tratta in effetti di una celebrazione che avviene nel lasso di tempo festivo, secondo le indicazioni che la Chiesa ha dato ai fedeli per venire incontro alle loro necessità.

Non prendiamo qui in considerazione quelli che sono eccessi o abusi della celebrazione nel giorno di Sabato. Sappiamo che, ad esempio, le cosiddette Comunità Neocatecumenali, celebrano l’eucarestia solo il Sabato sera e quasi mai insieme a tutto il resto della comunità parrocchiale. Ricordiamo, a tal proposito, quel che dice la Nota pastorale della C.E.I. Il giorno del Signore, del 15 Luglio 1984. Ovvero che il dies dominicus è anche il dies ecclesiae, il giorno della Chiesa. Una comunità riunita nella fede e nella carità è il primo sacramento della presenza del Signore in mezzo ai suoi. La celebrazione della Messa festiva deve quindi vedere riunita tutta la comunità cristiana attorno al Vescovo o a coloro che legittimamente lo rappresentano nelle parrocchie:

«Il gruppo o il movimento, da soli, non sono l’assemblea: essi sono parte dell’assemblea domenicale, così come sono parte della Chiesa».

Criterio pastorale fondamentale è quindi l’esigenza di assicurare una celebrazione comunitaria, che manifesti e attui la partecipazione attiva dei fedeli e la varietà dei ministeri, nell’unità di quel corpo mistico che è la Chiesa (cfr. nr. 9 e 10).

Ma ci sono anche quelli, come coloro che annovereremmo fra i conservatori, che storcono il naso a riguardo della celebrazione eucaristica anticipata al giorno che precede la Domenica, una festa o solennità. Bisogna ricordare che questa possibilità di celebrazione vespertina venne istituita prima del Concilio Vaticano II da papa Pio XII con la costituzione apostolica Christus Dominus del 1953 e poi col Motu proprio Sacram Communionem del 1957, accompagnato da un commento del Cardinale Alfredo Ottaviani che così si espresse:

«È maturato così il frutto benefico della Costituzione apostolica Christus Dominus del 6 gennaio 1953, che già apriva le porte a una più ampia possibilità per i fedeli di nutrirsi del Pane della vita».

Il motivo per cui fu concessa questa possibilità fu di natura squisitamente pastorale. Il Sommo Pontefice volle venire incontro a coloro che per ragioni determinanti non potevano partecipare alla celebrazione domenicale del mattino. Così, riprendendo l’uso ebraico di iniziare il giorno dal tramonto della sera precedente — come si può notare in questo celebre passo biblico di Genesi 1,5b: «E fu sera e fu mattina, primo giorno» — la comunità cristiana dei primi secoli ha celebrato i giorni delle solennità e delle domeniche a partire dalla sera precedente, con i «primi vespri»; cioè con la preghiera liturgica collegata al tramonto del giorno precedente. In tal modo, per esemplificare, il giorno liturgico della domenica inizia con i primi vespri che vengono celebrati il sabato sera. Ecco perché dal 1953, grazie alla costituzione apostolica di papa Pio XII, nel pomeriggio del sabato è stato possibile celebrare oltre ai primi vespri, anche la liturgia eucaristica domenicale dando così maggiore disponibilità di tempo per adempiere al precetto festivo e poter celebrare il giorno del Signore.

Sulla validità, dunque, della Messa celebrata nel vespro del Sabato o di una solennità, non vi è nulla da eccepire. La regola che vale, come per tutte le altre cose, è quella di seguire cosa ci dice la Chiesa, poiché certe scelte o decisioni son sempre frutto di accurata riflessione e ponderatezza. In questo modo la possibilità di celebrare la Messa festiva nel vespro del Sabato è divenuta norma della Chiesa, come leggiamo nel Codice di Diritto Canonico al canone 1248, §1:

«Soddisfa il precetto di partecipare alla Messa chi vi assiste dovunque venga celebrata nel rito cattolico, o nello stesso giorno di festa, o nel vespro del giorno precedente».

Ne deriva che la possibilità di adempiere al precetto festivo, anche a partire dal vespro del giorno che precede la festa, non è più legata a una facoltà concessa dalla Santa Sede al vescovo e da questi ai parroci, per determinate Messe — le così dette «messe prefestive» —  ma è un diritto riconosciuto ad ogni fedele e si estende a qualsiasi Messa celebrata nel vespro del sabato o vigilia di festa. Le parole del Codice le ritroviamo identiche anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 2180 con la doverosa premessa: «La domenica e le altre feste di precetto i fedeli sono tenuti all’obbligo di partecipare alla Messa».

Ai fedeli italiani i vescovi nella succitata nota pastorale Il giorno del Signore del 1984, danno la seguente indicazione: «Liturgicamente il dies festus comincia con i primi vespri del giorno precedente la festa; così il sabato sera, dal punto di vista liturgico, è già domenica» (n. 34).

Come è ovvio la Domenica è il giorno per antonomasia per il cristiano, giorno che ricorda la Risurrezione di Cristo e di per sé insostituibile. Così infatti recita il Catechismo al numero 2185: «Durante la domenica e gli altri giorni festivi di precetto, i fedeli si asterranno dal dedicarsi a lavori o attività che impediscano il culto dovuto a Dio, la letizia propria del giorno del Signore, la pratica delle opere di misericordia e la necessaria distensione della mente e del corpo».

Con la possibilità di partecipare alla celebrazione vespertina del Sabato evidentemente si perde qualcosa di quel che il Catechismo appena qui sopra indicava, almeno tre delle quattro caratteristiche della Domenica cristiana. Ma, come si è visto, la concessione viene da lontano e trova la sua giustificazione sia in una prassi liturgica antica, sia perché dettata dalla premura pastorale la quale desidera che tutti i battezzati possano adempiere al precetto della partecipazione alla Santa Messa e accostarsi alla mensa del Signore.

Firenze, 20 dicembre 2025

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EL SÁBADO YENDO A MISA

Esta concesión hunde sus raíces en una antigua praxis litúrgica y encuentra su justificación tanto en la tradición como en la solicitud pastoral, que desea que todos los bautizados puedan cumplir con el precepto de la participación en la Santa Misa y acercarse a la mesa del Señor.

— Pastoral liturgica —

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Autor
Simone Pifizzi

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Una célebre cantante italiana, Gigliola Cinquetti, muy conocida también en varios países de América Latina por sus canciones traducidas al español (ejemplo de una canción famosa: AQUÍ) interpretó en 1971 una canción que se hizo famosa: El domingo al ir a Misa.

Ello se explica porque en aquella época la participación en la Santa Misa constituía todavía una costumbre profundamente arraigada en la cultura y en la fe del pueblo cristiano, al menos en Italia. Hoy, en cambio, constatamos con pesar el desapego que se ha ido generando entre muchos bautizados respecto a la participación en la Eucaristía dominical. Se trata de una realidad que provoca sufrimiento, en particular entre los sacerdotes, y cuyas causas son tan numerosas y complejas que no pueden ser abordadas adecuadamente en una reflexión breve como esta.

La Liturgia cristiana, tanto en sus aspectos fundamentales como en los más propiamente rituales, ha sido siempre un ámbito delicado y, en no pocas ocasiones, motivo de discusión. Así ha sido desde siempre, no solo en nuestros días. Baste recordar, a modo de ejemplo significativo, las severas amonestaciones del apóstol Pablo a la turbulenta comunidad de Corinto a propósito de su participación desordenada en la «Cena del Señor» (cf. 1 Cor 11,20-34).

Como entonces, también hoy los fieles se dirigen a los sacerdotes — en particular a aquellos dedicados al cuidado pastoral de las almas — para pedir aclaraciones o profundizaciones sobre algunos aspectos relacionados con la Liturgia. Entre estas consultas, una cuestión que todavía se plantea en ocasiones es la relativa a la validez de la Eucaristía celebrada en la tarde del sábado, comúnmente denominada «Misa prefestiva». Una expresión no del todo adecuada, como veremos, pero ya de uso habitual, puesto que se trata en realidad de una celebración que tiene lugar dentro del tiempo festivo, conforme a las indicaciones que la Iglesia ha dado a los fieles para responder a sus necesidades.

El criterio pastoral fundamental es, por tanto, la exigencia de asegurar una celebración comunitaria que manifieste y realice la participación activa de los fieles y la diversidad de los ministerios, en la unidad de ese Cuerpo místico que es la Iglesia (cf. nn. 9 y 10).

Pero existen también quienes — entre los que podríamos contar a los llamados conservadores — manifiestan su desagrado ante la celebración eucarística anticipada al día que precede al domingo, a una fiesta o a una solemnidad. Conviene recordar que esta posibilidad de celebración vespertina fue instituida antes del Concilio Vaticano II por el papa Pío XII, mediante la Constitución Apostólica Christus Dominus de 1953, y posteriormente con el Motu proprio Sacram Communionem de 1957, acompañado de un comentario del cardenal Alfredo Ottaviani, quien se expresó en estos términos:

«Ha madurado así el fruto beneficioso de la Constitución Apostólica Christus Dominus del 6 de enero de 1953, que ya abría las puertas a una posibilidad más amplia para que los fieles se nutrieran del Pan de la vida».

La razón por la cual se concedió esta posibilidad fue de naturaleza estrictamente pastoral. El Sumo Pontífice quiso salir al encuentro de aquellos fieles que, por motivos graves, no podían participar en la celebración dominical de la mañana. De este modo, retomando el uso judío de iniciar el día al ponerse el sol de la tarde precedente — como puede observarse en el conocido pasaje bíblico de Génesis 1,5b: «Y fue la tarde y fue la mañana: día primero» —, la comunidad cristiana de los primeros siglos celebró las solemnidades y los domingos a partir de la tarde anterior, con los llamados «primeros vísperas», es decir, con la oración litúrgica vinculada al ocaso del día precedente.

Así, a modo de ejemplo, el día litúrgico del domingo comienza con las primeras vísperas celebradas el sábado por la tarde. Por esta razón, desde 1953, gracias a la Constitución Apostólica de Pío XII, ha sido posible celebrar en la tarde del sábado — además de las primeras vísperas — también la liturgia eucarística dominical, ofreciendo así una mayor disponibilidad de tiempo para cumplir con el precepto festivo y celebrar el Día del Señor.

En lo que respecta, por tanto, a la validez de la Misa celebrada en el vespro del sábado o en la vigilia de una solemnidad, no existe objeción alguna. La norma que rige, como en todas las demás cuestiones, es la de seguir lo que indica la Iglesia, puesto que determinadas decisiones y disposiciones son siempre fruto de una reflexión atenta y ponderada. De este modo, la posibilidad de celebrar la Misa festiva en el vespro del sábado se ha convertido en norma de la Iglesia, como leemos en el Código de Derecho Canónico, en el canon 1248, §1:

«Cumple el precepto de participar en la Misa quien asiste a ella dondequiera que se celebre en rito católico, ya sea el mismo día de la fiesta, ya sea en la tarde del día precedente».

De ello se deriva que la posibilidad de cumplir con el precepto festivo, incluso a partir del vespro del día precedente a la fiesta, ya no está ligada a una facultad concedida por la Santa Sede al obispo y por este a los párrocos para determinadas celebraciones —las así llamadas «misas prefestivas»—, sino que constituye un derecho reconocido a todo fiel y se extiende a cualquier Misa celebrada en el vespro del sábado o en la vigilia de una fiesta. Las palabras del Código de Derecho Canónico se encuentran reproducidas de manera idéntica también en el Catecismo de la Iglesia Católica, en el número 2180, con la debida premisa:

«El domingo y las demás fiestas de precepto, los fieles tienen la obligación de participar en la Misa».

A los fieles italianos, los obispos, en la ya citada Nota pastoral Il giorno del Signore de 1984, ofrecen la siguiente indicación: «Litúrgicamente el dies festus comienza con las primeras vísperas del día precedente a la fiesta; por ello, el sábado por la tarde, desde el punto de vista litúrgico, ya es domingo» (n. 34).

Como es evidente, el domingo es el día por antonomasia para el cristiano, el día que conmemora la Resurrección de Cristo y que, en sí mismo, es insustituible. Así lo afirma el Catecismo en el número 2185:

«Los fieles cristianos recuerdan la resurrección del Señor y cumplen su compromiso pascual con la Iglesia en el día que se llama del Señor o Domingo, cuando se reúnen en asamblea para escuchar la Palabra de Dios y participar en la Eucaristía, conmemoran la Pasión, la Resurrección y la gloriosa venida del Señor Jesús, y dan gracias a Dios que los ha transfigurado en su Hijo amado»

Con la posibilidad de participar en la celebración vespertina del sábado se pierde, evidentemente, algo de lo que el Catecismo acaba de indicar, al menos tres de las cuatro características propias del domingo cristiano. Sin embargo, como se ha visto, esta concesión hunde sus raíces en una antigua praxis litúrgica y encuentra su justificación tanto en la tradición como en la solicitud pastoral, que desea que todos los bautizados puedan cumplir con el precepto de la participación en la Santa Misa y acercarse a la mesa del Señor.

Florencia, 20 de diciembre de 2025

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GOING TO MASS ON SATURDAY

This concession has deep historical roots and finds its justification both in an ancient liturgical practice and in a pastoral concern aimed at ensuring that all the baptised are able to fulfil the obligation of participating in Holy Mass and to approach the table of the Lord.

— Liturgical pastoral —

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Author
Simone Pifizzi

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In 1971, the well-known Italian singer Gigliola Cinquetti performed a song that would become widely popular: La domenica andando alla Messa (On Sunday, Going to Mass).

At that time, participation in Mass was still a deeply rooted custom in the culture and faith of the Christian people, at least in Italy. Today, instead, we observe with dismay the growing lack of love among the baptised for participation in the Sunday Eucharist. This is something that causes suffering, especially to priests, and the reasons are so numerous that it is impossible to address them adequately in a brief reflection such as this.

Christian liturgy, both in its fundamental aspects and in its more strictly ritual ones, has always been a sensitive topic and, at times, even a matter of dispute — not only today, but always. As a striking example, we all recall the rebukes addressed by the Apostle Paul to the turbulent Corinthians regarding their disorderly participation in the “Lord’s Supper” (cf. 1 Cor 11:20–34).

Just as in those times, even today the faithful turn to priests — especially those engaged in pastoral care — to ask for explanations or deeper insight into certain aspects related to the liturgy. Among these, a question that is still sometimes raised concerns the validity of the Eucharist celebrated on Saturday evening, commonly referred to as the “anticipated Mass” or “Saturday evening Mass”.

This terminology, as we shall see, is not entirely precise, though it has become customary, since in reality this celebration takes place within the festive time itself, according to the indications given by the Church in order to meet the needs of the faithful.

We shall not consider here the excesses or abuses that may occur in celebrations held on Saturday. It is well known, for example, that the so-called Neocatechumenal Communities celebrate the Eucharist exclusively on Saturday evening and only rarely together with the rest of the parish community. In this regard, it is worth recalling what the Italian Episcopal Conference stated in its pastoral note Il giorno del Signore (The Day of the Lord) of 15 July 1984. The document recalls that the dies dominicus is also the dies ecclesiae, the day of the Church. A community gathered in faith and charity is the first sacrament of the Lord’s presence in its midst. For this reason, the celebration of the Sunday Eucharist should see the entire Christian community gathered around the Bishop, or around those who legitimately represent him in the parishes:

“A group or a movement, taken by itself, is not the assembly; it is part of the Sunday assembly, just as it is part of the Church.”

A fundamental pastoral criterion, therefore, is the need to ensure a communitarian celebration, one that manifests and actualises the active participation of the faithful and the variety of ministries, within the unity of that Mystical Body which is the Church (cf. nos. 9-10).

There are also those — whom we might classify among the more conservative — who look askance at the Eucharistic celebration anticipated on the day preceding Sunday, a feast, or a solemnity. It must be recalled, however, that this possibility of an evening celebration was instituted before the Second Vatican Council by H.H. Pius XII, first with the Apostolic Constitution Christus Dominus in 1953, and later with the Motu proprio Sacram Communionem in 1957, accompanied by a commentary from Cardinal Alfredo Ottaviani, who expressed himself as follows:

“Thus the beneficial fruit of the Apostolic Constitution Christus Dominus of 6 January 1953 has matured, opening the door to a broader possibility for the faithful to nourish themselves with the Bread of Life.”

The reason for granting this possibility was purely pastoral in nature. The Supreme Pontiff wished to meet the needs of those who, for compelling reasons, were unable to participate in the Sunday morning celebration. Thus, by drawing upon the Jewish practice of beginning the day at sunset on the preceding evening — as can be observed in the well-known biblical passage from Genesis 1:5b, And there was evening and there was morning, the first day — the Christian community of the early centuries celebrated Sundays and solemnities beginning on the previous evening with the First Vespers, that is, with the liturgical prayer associated with the sunset of the preceding day.

In this way, to give an example, the liturgical day of Sunday begins with First Vespers celebrated on Saturday evening. This is why, beginning in 1953, thanks to the Apostolic Constitution of Pope Pius XII, it became possible to celebrate not only First Vespers on Saturday afternoon, but also the Sunday Eucharistic liturgy itself, thus providing greater availability of time to fulfil the festive precept and to celebrate the Lord’s Day.

As for the validity of the Mass celebrated on the evening of Saturday or on the vigil of a solemnity, there is nothing to object. The rule that applies — as in all other matters — is to follow what the Church teaches, since certain choices or decisions are always the fruit of careful reflection and prudent consideration. In this way, the possibility of celebrating the festive Mass on Saturday evening has become a norm of the Church, as we read in the Code of Canon Law, canon 1248 §1:

“The precept of participating in the Mass is satisfied by one who attends a Mass celebrated anywhere in a Catholic rite either on the feast day itself or on the evening of the preceding day.”

It follows that the possibility of fulfilling the festive precept starting from the evening of the day preceding the feast is no longer linked to a faculty granted by the Holy See to the bishop and by him to parish priests for specific celebrations — the so-called “anticipated Masses” — but is a right recognised for every member of the faithful, and it extends to any Mass celebrated on the evening of Saturday or on the vigil of a feast.

The wording of the Code is reproduced verbatim in the Catechism of the Catholic Church at no. 2180, with the necessary premise: On Sundays and other holy days of obligation, the faithful are obliged to participate in the Mass.”

To the Italian faithful, the bishops, in the aforementioned Pastoral Note The Day of the Lord of 1984, give the following indication:

“Liturgically, the dies festus begins with First Vespers on the day preceding the feast; thus Saturday evening, from a liturgical point of view, is already Sunday” (no. 34).

As is obvious, Sunday is the day par excellence for the Christian, the day that commemorates the Resurrection of Christ and is, in itself, irreplaceable. Thus the Catechism states at no. 2185:

«On Sundays and other holy days of obligation, the faithful are to refrain from engaging in work or activities that hinder the worship owed to God, the joy proper to the Lord’s Day, the performance of the works of mercy, and the appropriate relaxation of mind and body. Family needs or important social service can legitimately excuse from the obligation of Sunday rest. The faithful should see to it that legitimate excuses do not lead to habits prejudicial to religion, family life, and health».

As is evident, Sunday remains the Christian day par excellence, the day that commemorates the Resurrection of Christ and is, by its very nature, irreplaceable. Precisely for this reason, the Church teaches that on Sundays and other holy days of obligation the faithful are called to refrain from activities that hinder the worship due to God, the joy proper to the Lord’s Day, the practice of works of mercy, and the necessary rest of mind and body.

With the possibility of participating in the Saturday evening celebration, it is clear that something of what characterises the Christian Sunday may be diminished — at least three of its defining elements. Nevertheless, as we have seen, this concession has deep historical roots and finds its justification both in an ancient liturgical practice and in a pastoral concern aimed at ensuring that all the baptised are able to fulfil the obligation of participating in Holy Mass and to approach the table of the Lord.

Florence, 20 December 2025

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il Pietro di Roberto Benigni: il primato dell’amore fragile

IL PIETRO DI ROBERTO BENIGNI: IL PRIMATO DELL’AMORE FRAGILE

È il cammino di un uomo che sapeva dire solo “ti voglio bene” e che, attraverso la grazia e il dolore, impara a dire “Ti amo” — non più con le parole, ma con la sua croce.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Simone Pifizzi

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L’interpretazione Pietro un uomo nel vento presentata ieri sera ai Giardini Vaticani da Roberto Benigni, non ha tardato a richiamare alla mente la lezione della fenomenologia francese contemporanea. Jean-Luc Marion ci avverte che la Rivelazione non è un oggetto da dominare, ma un “fenomeno saturo”, un evento che eccede la nostra capacità di comprensione. Il rischio dell’esegeta moderno è trasformare il testo in un idolo: uno specchio che riflette più la propria creatività che il volto di Dio[1]. Eppure, con questo monologo accade qualcosa di sorprendente. Se nei Dieci Comandamenti Benigni rischiava talvolta di far prevalere il proprio estro sul testo, qui compie un passaggio decisivo: quello che Paul Ricoeur chiama la “seconda ingenuità”[2]. Benigni non usa più il testo, ma si lascia usare dal testo. Abbiamo quindi assistito al trionfo del testo sull’interprete, come se Benigni fosse diventato, per la prima volta in modo pieno, servo inutile della Parola: non propone immagini, ma le riceve. Non impone un colore, ma si lascia colorare. Il risultato è un Pietro “totalmente condivisibile” perché non è il Pietro del mito, bensì il Pietro della storia della salvezza: fragile, contraddittorio, amato.

Hans Urs von Balthasar ha mostrato come la bellezza teologica di Cristo risieda nella kenosis: lo svuotamento. Pietro è il primo a entrarvi, ma lo fa “alla maniera dell’uomo”: inciampando, sbagliando, ritornando sempre[3]. Ogni sua grandezza è seguita da una caduta: confessa la divinità di Cristo a Cesarea di Filippo («Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»: Mt 16,16); subito dopo viene chiamato “Satana” («Va’ dietro a me, Satana! Sei per me di scandalo»: Mt 16,23); promette fedeltà assoluta nell’Ultima Cena («Darò la mia vita per te»: Gv 13,37); poche ore dopo rinnega il Maestro («Non lo conosco»: Mt 26,72-74).

Roberto Benigni non attenua queste contraddizioni: le usa come chiave di lettura. Pietro è l’icona della Chiesa che non predica sé stessa, ma Cristo, proprio perché sa di non essere Cristo. La roccia di cui narra l’Evangelista Matteo (cfr. 16,18) non è la volontà di Simone, ma la fede di Pietro: una fede impastata di debolezza.

Il punto più alto dell’interpretazione — colto da Benigni con finezza teologica — è il dialogo di tratto dal Capitolo 21 del Vangelo di Giovanni nel quale Gesù domanda: «Simone di Giovanni, mi ami (agapas-me)?». Risponde Pietro: «Signore, ti voglio bene (philo-se)». Pietro non è capace dell’amore totale: offre quello che ha, non quello che non ha. A quel punto Cristo scende al suo livello, ma lo fa per elevarlo.

La storia si compie sulla Croce: lì Pietro passa finalmente da phileo a agape. È la “grazia a caro prezzo” di Bonhoeffer: si diventa ciò che si è chiamati a essere attraverso la ferita, non attraverso il trionfo.

Il vero primato di Pietro è questo: trasformare un amore fragile in un amore totale. Non è diventato il primo Papa perché era il migliore, ma perché era il più perdonato. L’episodio del Quo Vadis e la crocifissione a testa in giù non sono folclore: sono la firma della sua vocazione. L’Eucaristia ricevuta e la lavanda dei piedi subita germogliano anni dopo, nel dono totale della vita. Pietro insegna che l’amore cristiano non è un punto di partenza ma un punto di arrivo.

È il cammino di un uomo che sapeva dire solo “ti voglio bene” e che, attraverso la grazia e il dolore, impara a dire “Ti amo” — non più con le parole, ma con la sua croce.

 

Firenze, 11 dicembre 2025

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NOTE

[1] Cfr. J.L. Marion, Étant donné. Essai d’une phénoménologie de la donation, Paris 1997, passim: il concetto di «fenomeno saturo» descrive la Rivelazione come evento che eccede ogni presa dell’io, sottraendosi alla logica dell’idolo.

[2] Cfr. Paul Ricoeur, Finitudine e colpa. II. La simbolica del male, trad. it. Brescia 1970; oppure Il conflitto delle interpretazioni (1969), dove Ricoeur descrive la “seconda ingenuità” come il recupero del senso dopo la critica.

[3] Cfr. Hans Urs von Balthasar, Gloria. Una estetica teologica, vol. I: La percezione della forma, trad. it., Milano, Jaca Book 1975 (orig. Herrlichkeit, I: Schau der Gestalt, Einsiedeln 1961), in particolare sulla kenosi come rivelazione della forma divina nella debolezza.

 

 

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Marco Perfetti, alias “Silere non possum”: il Grillo colto e la Zanzara che si crede un’aquila reale

 

MARCO PERFETTI, ALIAS SILERE NON POSSUM: IL GRILLO COLTO E LA ZANZARA CHE SI CREDE UN’AQUILA REALE

Rendo pubblica una memoria difensiva necessaria contro un ronzio digitale che pretenderebbe di colpirne uno per spaventarne cento.

— attualità ecclesiale —

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PDF documento formato stampa

 

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Nel variegato zoo digitale abita una creatura singolare: Marco Perfetti, noto come Mr. Silere non possum. Un personaggio che si autoproclama esperto di cose vaticane e paladino della verità, mentre passa le giornate a insultare i membri del Dicastero per le Comunicazioni, accusati di ogni peggiore nefandezza; a pubblicare documenti riservati sottratti illecitamente da non si sa quali scrivanie del Vicariato di Roma, senza potersi avvalere né del diritto di cronaca né della tutela delle fonti; a insultare giornaliste professioniste di lungo corso, sino ad arrivare a irridere pubblicamente la loro forma fisica; a prendere di mira il Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, pubblicando sui social una fotografia manipolata facendola apparire  come una servetta domestica; a conferire titolo di «megere» a vescovi e cardinali e via dicendo…

Di recente se l’è presa di petto con il teologo Andrea Grillo (vedere video QUI), con il quale si potrebbe essere persino in disaccordo totale, rispetto a certe sue posizioni assunte, per esempio nella materia dei sacri ordini da conferire alle donne, ma che merita il rispetto dovuto a una persona preparata e di indubbia cultura, oltre a essere un docente veramente dotato per la didattica.

Perfetti ama vantarsi del fatto che “nessuno lo ha mai querelato”, ergo ciò che dico è giusto. Certo: difficilmente ci si mette a perdere tempo e danaro in spese legali con chi anzitutto non ha nulla da perdere a livello patrimoniale e che, per profondità intellettuale e maturità emotiva, ricorda un bambino che gioca con i fiammiferi nella sala giochi dell’asilo. È bene sorvegliarlo per sicurezza, indubbiamente, ma non certo mettersi a disputare sul serio con lui.

Alcuni mesi fa Mr. Silere ebbe la brillante idea di chiedere alla Questura di Roma la mia ammonizione per aver risposto alle sue solite aggressioni camuffate da moralismo digitale. Sono stato convocato e informato della richiesta avanzata, alla quale ho replicato depositando una memoria difensiva che ricostruisce con precisione fatti, circostanze e metodo del personaggio.

Ora, considerando che Mr. Silere non ha esitato a pubblicare atti riservati sottratti illegalmente dagli uffici di curia da qualche suo sodale, trovo legittimo pubblicare la mia memoria, che non contiene documenti rubati, ma solo fatti verificabili, assieme a un atto pubblico reperibile in rete: la sentenza della Corte di Cassazione che nel 2022 ha respinto per la terza volta un ricorso dello stesso Perfetti contro i suoi genitori, da lui citati in giudizio e trascinati nei tribunali, dove Mr. Silere ha perduto in tutti e tre i gradi di giudizio.

Questo è il profilo del moralizzatore digitale che rivendica libera licenza all’insulto pretendendo però di ammonire chiunque osi smentirlo.

Se dopo la lettura qualcuno si domandasse perché mai un sacerdote e un teologo debba perdere tempo a rispondere a un tale personaggio, la risposta è semplice: per lo stesso motivo per cui si mette la zanzariera d’estate. Non perché la zanzara sia importante, ma perché il suo ronzio diventa molesto.

dall’Isola di Patmos, 10 dicembre 2025

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RIFERIMENTO

 

ALLA QUESTURA DI ROMA  

PREMESSA

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Il giorno 17 settembre 2025 la Polizia Giudiziaria della Questura di Roma notificava al sottoscritto Stefano Ariel Levi di Gualdo, sacerdote cattolico, residente a Roma in via XXXXXXXXXXXXXXXXX, una richiesta di ammonizione su istanza del Sig. Marco Perfetti, alla quale si replica con la presente:

MEMORIA DIFENSIVA

Il Sig. Perfetti, attraverso il suo blog Silere non possum, ha ripetutamente insultato alti prelati, prefetti di dicasteri della Santa Sede, laici in servizio presso la Curia romana, vescovi diocesani e vari sacerdoti che, come il sottoscritto, lo hanno più volte pubblicamente smentito o redarguito. I miei interventi di risposta sono stati sempre formulati senza ricorrere all’insulto personale, ma esercitando il legittimo diritto di critica, a volte con repliche decise, altre volte ironiche, ma sempre entro i limiti del consentito e del rispetto della persona o dell’avversario.

Il Sig. Perfetti, anche alla luce della richiesta di ammonizione avanzata nei miei confronti, sembra invece convinto di possedere una sorta di licenza all’insulto — talora anche violento e reiterato — sentendosi forse immune da qualunque critica e giungendo a presentarsi come vittima ogni volta che qualcuno osa contraddirlo.

SULLE ACCUSE DI OFFESE VERBALI

Il Sig. Perfetti lamenta di essere stato da me definito «viscido velenoso», «soggetto molesto», «velenosa macchietta».

Chiariamo: non si possono estrapolare singole parole o frasi da contesti polemici articolati, nati a seguito di suoi attacchi rivolti a persone e istituzioni della Chiesa e non certo per mia provocazione. È infatti all’interno di questi contesti che sono maturate alcune mie repliche di tono comprensibilmente critico.

L’ESTRAPOLAZIONE DI PAROLE

Estrapolare parole dai loro contesti può comportare grandi problematicità e, volendo, in certi casi, anche grande disonestà intellettuale.

Esempio esaustivo: nell’Antico Testamento il Salmo n. 52 recita: «Lo stolto pensa: “Dio non esiste”». È una frase breve ma densa di significato che si articola all’interno di un preciso e complesso testo storico-narrativo. Se procediamo però con una estrapolazione “selvaggia” si potrebbe affermare che la Bibbia è un testo che promuove l’ateismo, dato che in essa si afferma: «Dio non esiste».

La totale alterazione del testo, falsato e snaturato, è quindi evidente. Esempio questo col quale si è inteso chiarire che quanto il Sig. Perfetti lamenta è frutto di palesi estrapolazioni.

I CONTINUI ATTACCHI AL CARDINALE MAURO GAMBETTI

il Cardinale Mauro Gambetti, Arciprete della Papale Basilica di San Pietro, è uno dei diversi personaggi eminenti messi alla pubblica berlina dagli articoli di Silere non possum. Gli articoli pubblicati contro di lui nel corso degli ultimi due anni ammontano a 67, tutti raccolti sotto il suo nome, come da riferimento che sotto segue:

In questi 67 articoli il Cardinale è indicato come «bugiardo», «incompetente e incapace», colpevole — a suo dire — di avere assunto nella Basilica Papale «amici senza arte né parte», di averla trasformata «in una macchina per fare soldi» a beneficio delle sue consorterie. L’intera raccolta degli articoli è reperibile a questo link:

👉 https://www.silerenonpossum.com/it/tag/mauro-gambetti/

Gli articoli visionabili che costituiscono chiara prova del modo di esprimersi del Sig. Perfetti sono decine, per questo mi limito a citarne uno come campione, dove il Cardinale è accusato pubblicamente di essere «un bugiardo» che «commette abusi spirituali e di coscienza»:

👉https://www.silerenonpossum.com/it/lebugiedimaurogambetti-odcastefalsenarrazioni/

Chiarimento necessario: quanti non hanno dimestichezza con i nostri ambienti ecclesiastici potrebbero ignorare che quella di abusare delle coscienze è una delle peggiori accuse che si possa rivolgere a un ecclesiastico, perché tra i delictis gravioribus (i delitti gravi racchiusi nel Codice di Diritto Canonico) peggiore dell’abuso di coscienza vi sono solo la pubblica apostasia dalla fede e il crimine immane della pedofilia.

I CONTINUI E VIOLENTI ATTACCHI AL DICASTERO PER LE COMUNICAZIONI

Un’altra istituzione della Santa Sede presa di mira dal Sig. Perfetti è il Dicastero per le Comunicazioni, diretto dal Dott. Paolo Ruffini (Prefetto), dal Dott. Andrea Tornielli (Direttore dei Media Vaticani), dal Dott. Matteo Bruni (Direttore della Sala Stampa Vaticana e portavoce ufficiale del Sommo Pontefice), tutti indicati, da due anni a questa parte, dal Sig. Perfetti, come «analfabeti», «incapaci», «ignoranti», «incompetenti», «lautamente pagati per fare danni». In una cartella a parte allego una raccolta di 25 articoli, particolarmente aggressivi, pubblicati su Silere non possum al fine di chiarire e fornire prova alla competente Autorità preposta degli oggettivi livelli di violenza verbale con la quale il Sig. Perfetti ha aggredito, insultato e pubblicamente irriso queste persone preposte a dirigere il Dicastero per le Comunicazioni, sino a giungere ad abbinare i loro nomi con richiami ad associazioni mafiose, corruzione e favoritismi illeciti.

LA MILLANTATA DOMICILIAZIONE IN VATICANO

Nei propri canali social il Sig. Perfetti indica come domiciliazione lo Stato della Città del Vaticano.

Considerate le ottime relazioni istituzionali tra le Forze dell’Ordine italiane e quelle dello Stato della Città del Vaticano, suppongo che a cotesta Questura basterebbe una semplice telefonata al Comando della Gendarmeria Vaticana per appurare che il Sig. Perfetti, lungi dall’essere domiciliato in Vaticano con il proprio blog e i propri social, non può entrare neppure all’interno del suo territorio, perché dichiarato persona non gradita in seguito agli insulti che da anni pubblica a getto continuo nei riguardi di persone e istituzioni della Santa Sede.

Dalle stilettate del Sig. Perfetti pochi si sono salvati, tra i vari presi di mira non sono mancati neppure i militi della Gendarmeria Vaticana, accusati anch’essi di essere professionalmente incapaci e incompetenti, come si evince da questo articolo:

👉https://silerenonpossum.com/it/shock-in-vaticano-chi-e-entrato-nello-stato-senza-autorizzazione/

A ciò si aggiunga che in numerosi suoi video diffusi in rete il Sig. Perfetti — che, come spiegato, non può neppure avvicinarsi al territorio vaticano — esordisce affermando: «perché qua in Vaticano… noi in Vaticano…», millantando così presso persone semplici e disinformate di avere frequentazioni interne e conoscenze istituzionali ai più alti livelli.

I video qui richiamati sono visionabili a questo link:

👉 https://www.youtube.com/channel/UCvZuSj27wROODKZajlMUSvA

LA FALSA ACCUSA DI AVERE RESO PUBBLICO IL SUO DOMICILIO DI RESIDENZA

All’accusa a me rivolta di avere pubblicato sulla piattaforma Facebook l’indirizzo di domicilio e di residenza del Sig. Perfetti, replico e smentisco con fermezza: non so dove egli risieda, né mai mi è interessato saperlo.

Sono invece a conoscenza che diversi avvocati si sono trovati in difficoltà a reperirlo, avendo ricevuto incarico per procedere con querele a suo carico, inclusi diversi giornalisti, tra i quali cito XXXXXXXXXXXXXX,   vaticanista de XXXXXXXXXXX, seguita da vari altri colleghi.

Sempre in via confidenziale mi è stato anche riferito da alcuni diretti interessati che di recente, lo studio dell’Avv. XXXXXXXXXXXXXXXXXX ha ricevuto mandato per procedere con querela a suo carico. Come però già accaduto ad altri studi legali in precedenza, anche questo ha avuto difficoltà a fargli notificare gli atti perché il Sig. Perfetti non risulta reperibile.

Questo ha indotto diversi avvocati a rivolgersi ai competenti uffici con richiesta motivata per reperire un suo indirizzo, presso il quale — sempre a quanto riferito dai diretti interessati — non è risultata neppure un’abitazione privata, ma una serie di magazzini-deposito e la sede di un Centro di Assistenza Fiscale (CAF).

Sono a conoscenza del tutto perché due avvocati, avendo letto alcuni miei articoli di smentita su notizie false e tendenziose diffuse dal Sig. Perfetti, mi contattarono per chiedermi se sapessi dove risiedeva. Risposi che non avevo idea in quale luogo d’Italia vivesse e tanto meno a quale indirizzo.

Quanto il Sig. Perfetti lamenta circa la diffusione del suo indirizzo da parte mia è dunque una falsità alla quale si accompagna poi l’accusa vittimistica secondo cui, per mia causa, egli avrebbe dovuto persino «modificare le proprie abitudini di vita» (!).

Alla sua comprovata irreperibilità per la notifica degli atti giudiziari si aggiunga che, nel blog Silere non possum, è indicata via Scalia 10/B (Roma) come “sede” della “redazione”. Anche in questo caso non si trova però alcun ufficio redazionale o sede del blog presso quell’indirizzo.

LA FALSA ACCUSA DI APPARTENENZA A UNA “LOBBY OMOSESSUALISTA”

Il Sig. Perfetti lamenta che lo avrei accusato di «appartenere a una lobby omosessualista».

Una premessa chiara e doverosa: le tendenze, le abitudini e le preferenze sessuali del Sig. Perfetti (o di chiunque altro) rientrano nel pieno e legittimo esercizio delle libertà personali, all’occorrenza anche tutelate dalla Legge.

Ciò non toglie, tuttavia, che — come sacerdote e teologo — possa esprimere, con piena legittimità, delle profonde riserve circa la totale inopportunità di ammettere al sacerdozio persone con radicate tendenze omosessuali. Non si tratta di opinioni personali, ma di un principio sancito dalla dottrina cattolica e ribadito nei documenti ufficiali della Chiesa.

La ragione è chiara: l’ambiente ecclesiastico è un contesto interamente maschile e per chi liberamente si vota al celibato e alla castità, l’ammissione di soggetti con inclinazioni omosessuali rappresenta una situazione non idonea né allo stato sacerdotale né a chi ne condivide la vita comunitaria. In altre parole: escludere l’omosessuale dal sacerdozio vuol dire tutelare anzitutto l’omosessuale stesso per primo.

Non ho mai attaccato singoli omosessuali né discriminato le cosiddette comunità LGBT. Semmai ho rivolto critiche politiche, legittime e motivate, a certe associazioni che intendono imporre la loro agenda culturale e legislativa.

A tale riguardo ricordo che sono autore di un libro scritto “a quattro mani” con il teologo cappuccino Padre Ivano Liguori, nel quale contestammo il disegno di legge proposto dall’On. Alessandro Zan in materia di omotransfobia. In quel testo, rilevammo il grave rischio di trasformare in reato il diritto di opinione e di critica; un rischio che fu denunciato con forza anche da autorevoli personalità dichiaratamente omosessuali, come il Senatore Tommaso Cerno, già presidente nazionale dell’Arcigay e oggi giornalista e direttore responsabile de Il Tempo.

Quanto alla questione della “vita privata”, ho più volte smentito il Sig. Perfetti, che nei suoi articoli e video ha affermato che eventuali tendenze omosessuali dei candidati al sacerdozio o di sacerdoti già ordinati riguarderebbero soltanto la loro sfera privata e non sarebbero sindacabili.

Per confutare questa tesi fuorviante, ricorro a un esempio chiaro: anche un magistrato ha una vita privata e ha diritto ad averla, ma non potrebbe certo condannare un pericoloso mafioso al carcere di massima sicurezza la mattina e la sera, nella sua “vita privata”, andare a cena con capi clan della Camorra. Lo stesso principio si applica al sacerdote: egli non cessa mai di essere tale, né nel pubblico né nel privato, né può vivere in contraddizione con il proprio stato clericale, sia nel pubblico sia nel privato.

Ogni volta che ho richiamato questo elementare principio ecclesiale e morale, il Sig. Perfetti ha cercato di ribaltare la questione, insinuando accuse di “discriminazione di genere” nei miei confronti.

IL PROBLEMA DELL’OMOSESSUALITÀ E IL CASO DI PADRE AMEDEO CENCINI

Il Sig. Perfetti non è nuovo a imbastire vicende artificiose, finalizzate a colpire persone a lui non gradite. Per farlo, spesso, ricorre a temi oggi particolarmente sensibili e delicati, come la questione dell’omosessualità o della diversità di genere.

Un caso emblematico è quello del Padre Amedeo Cencini, sacerdote della Congregazione Canossiana e stimato specialista in psicologia, formatore e autore di numerosi saggi di rilevanza teologica e pastorale. Il 23 marzo 2021 il Sig. Perfetti inoltrò una segnalazione formale all’Ordine degli Psicologi del Veneto, contestando alcuni articoli e conferenze del sacerdote giudicati da lui «offensivi per gli omosessuali».

La Commissione di vigilanza dell’Ordine regionale, attenendosi alle procedure previste, aprì il fascicolo, ascoltò le parti e convocò sia l’accusante (Perfetti) sia l’accusato (Cencini). Al termine dell’istruttoria, in data 18 luglio 2021, pronunciò questa sentenza: «Non si sono ravvisate ipotesi di violazione del Codice Deontologico». Il procedimento venne quindi archiviato definitivamente il 22 novembre 2021.

L’episodio ricevette eco sulla stampa e un noto settimanale cattolico diede conto della vicenda, sottolineando come l’accusa fosse stata giudicata inconsistente e infondata. Nello stesso articolo fu riportata anche la reazione del Sig. Perfetti, che, vedendosi dare torto, arrivò ad affermare:

«L’Italia è una Repubblica che non conosce cosa sia la giustizia […] un Paese che fa sostanzialmente ridere».

Link alla fonte:
👉 https://www.settimananews.it/vita-consacrata/fra-critica-insulto-silere-non-possum/

Questa dichiarazione, di per sé eloquente, conferma ancora una volta il suo atteggiamento costante: quando non ottiene ragione, ricorre a toni scomposti e delegittimanti verso le singole persone, le istituzioni, la magistratura, gli organi professionali, gli enti ecclesiastici e via dicendo.

Ecco, dunque, il modello ricorrente: accuse temerarie e pretestuose, spese in gran parte su temi sensibili (omosessualità, abusi di coscienza, ecc.), che poi si risolvono in archiviazioni, ma dopo avere causato stress, danni d’immagine e perdite di tempo alle persone prese di mira.

UNA PERSONALITÀ PROBLEMATICA CHE CITA IN GIUDIZIO I PROPRI GENITORI

Le evidenti problematicità comportamentali e caratteriali del Sig. Perfetti risultano confermate in modo plastico da una sentenza della Suprema Corte di cassazione, la n. 23132/2022 del 28 giugno 2022.

Dalla lettura integrale della motivazione emerge infatti un quadro chiaro e inequivocabile della sua indole fortemente litigiosa. Il Sig. Perfetti arrivò infatti a citare in giudizio i suoi stessi genitori, trascinandoli in un processo civile nel quale ottenne esito sfavorevole già in primo grado. Non pago, propose appello: anche in secondo grado i giudici confermarono l’infondatezza della sua pretesa. A quel punto, nonostante due pronunce contrarie, ricorse in Cassazione, dove fu ribadito e integralmente confermato nel giudizio di legittimità quanto già stabilito nei due giudizi di merito.

Il risultato finale è che il Sig. Perfetti perse in tutti e tre i gradi di giudizio, rivelando così la temerarietà della causa intentata contro i propri stessi genitori.

Questa sentenza non è un documento riservato, al contrario è un atto pubblico reperibile liberamente in rete. È sufficiente digitare «Marco Perfetti denunce» sul motore di ricerca Google, dove appare tra le varie voci questo link:

Cliccando sul collegamento si apre il documento PDF contenente la motivazione completa della sentenza, con nome e cognome del ricorrente chiaramente leggibili sul motore di ricerca, come nell’immagine fotografica della pagine di Google qui riprodotta.

👉https://giuridica.net/wp-content/uploads/2022/08/Cassazione-civile-23132-2022-mantenimento-figlio-maggiorenne-seminario.pdf

Qualora il Sig. Perfetti dovesse ritenere leso il proprio diritto alla riservatezza o altro, potrà sempre rivolgersi direttamente a Google e chiedere la rimozione o l’oscuramento del documento. Non può invece attribuire al sottoscritto la responsabilità di fare richiamo tra queste righe a ciò che è di pubblico dominio e reperibile da chiunque in rete.

Questa vicenda processuale, che vede un figlio portare i genitori fino all’ultimo grado di giudizio per poi uscire sempre sconfitto, è indicativa del livello di conflittualità personale che caratterizza il Sig. Perfetti e che trova riflesso anche nei suoi rapporti con altri individui e istituzioni.

IL BLOG «SILERE NON POSSUM»: IL TRIONFO DELL’ANONIMATO E IL CASO DELLA DIOCESI DI ASCOLI PICENO

Alla luce di quanto sin qui documentato, appare evidente come il blog Silere non possum, gestito dal Sig. Perfetti, rappresenti un luogo comunicativo avvelenato e avvelenante. Ciò che lo contraddistingue non è solo il tono violento, offensivo e diffamatorio, ma anche un’aggravante particolarmente significativa: la sistematica pubblicazione di articoli anonimi.

Su tale blog, infatti, scrivono soggetti che non hanno il coraggio di esporsi con il proprio nome e cognome, sottraendosi così alla responsabilità personale di ciò che dichiarano e diffondono. Questo modus operandi è tanto più grave in quanto le accuse e gli attacchi anonimi sono spesso diretti a persone e istituzioni ecclesiastiche, con il chiaro intento di delegittimarle senza che l’accusatore assuma alcuna responsabilità pubblica.

Non si tratta di una mia semplice opinione: anche la Curia Vescovile della Diocesi di Ascoli Piceno ha ritenuto necessario intervenire di recente a tutela del proprio Vescovo, S.E. Mons. Giampiero Palmieri, ripetutamente bersaglio di attacchi sul blog Silere non possum, riguardo al quale la Curia lamenta con parole inequivocabili in una nota ufficiale:

«[…] un blog di notizie nemmeno registrato come testata giornalistica che fa principalmente gossip, anche ecclesiastico, per alimentare la sua bolla di lettori. Ricordiamo che in questo blog molti articoli non riportano il nome di chi scrive i pezzi… e che quindi, oggettivamente, non viene allo scoperto».

L’intero testo della nota è consultabile al seguente indirizzo:

👉https://www.diocesiascoli.it/la-posizione-della-diocesi-sulla-questione-di-cronache-picene/

Questa presa di posizione ufficiale conferma che non solo singole persone, ma persino intere istituzioni ecclesiastiche sono state costrette a denunciare pubblicamente l’inattendibilità e l’irresponsabilità del blog diretto dal Sig. Perfetti, sottolineando come esso si nutra di gossip e accuse anonime, lontanissime dai criteri di una corretta e seria informazione.

IL GESTORE DI UN BLOG DI ANONIMI CHIEDE DI AMMONIRE UN DIRETTORE RESPONSABILE DI UNA RIVISTA REGOLARMENTE REGISTRATA

Contrariamente al Sig. Perfetti, gestore di un blog di gossip in salsa clericale fondato su articoli anonimi e privo di qualsiasi riconoscimento giuridico, il sottoscritto può qualificarsi come direttore responsabile di una rivista a tutti gli effetti di legge, essendo iscritto come tale all’Ordine dei Giornalisti del Lazio e versando allo stesso i tributi annuali previsti.

La rivista L’Isola di Patmos, da me fondata nel 2014 insieme ai teologi e sacerdoti Antonio Livi e Giovanni Cavalcoli, è oggi composta da una redazione di otto sacerdoti, tutti pienamente identificabili, i quali firmano i propri articoli con nome e cognome. Ciascun redattore è inoltre presentato pubblicamente nella pagina ufficiale della rivista, dove sono disponibili schede biografiche e curricoli.

La rivista è regolarmente iscritta sia al Registro Stampa del Tribunale di Roma sia al Registro delle Riviste specializzate dell’Ordine dei Giornalisti. Questo comporta che, oltre a esercitare l’attività pubblicistica a norma di legge, in qualità di direttore responsabile posso appellarmi al diritto di cronaca, alla protezione della fonte e a tutte quelle garanzie previste dall’ordinamento giuridico per una testata giornalistica ufficialmente riconosciuta.

Nulla di tutto ciò può essere invece attribuito a un blog come Silere non possum, che non è né una testata registrata né dispone di un direttore responsabile. Nonostante ciò, sotto la voce “chi siamo”, il Sig. Perfetti lo presenta in questi termini:

👉 https://silerenonpossum.com/it/chi-siamo/

Queste dichiarazioni autocelebrative contrastano con l’evidenza: un blog gestito da un singolo, popolato da autori anonimi e privo di riconoscimento giuridico non può in alcun modo vantare la credibilità e le tutele che appartengono alle testate giornalistiche registrate.

In tal senso, il paradosso è evidente: un direttore responsabile iscritto all’Ordine dei Giornalisti viene sottoposto a una richiesta di ammonizione da parte del Sig. Perfetti, responsabile di un blog che lancia insulti a raffica su chicchessia mediante la diffusione di scritti pubblicati da anonimi e che attraverso questi stessi continua a diffondere contenuti diffamatori senza che i responsabili se ne assumano la minima responsabilità pubblica né legale, pur affermando «in un contesto in cui il giornalismo rischia di perdere di credibilità».

CONCLUSIONI

Concludo questa memoria richiamando un dato storico-politico. Durante il ventennio fascista era adottata una tecnica socio-pedagogica riassunta dalla nota frase: «Colpirne uno per educarne cento», talvolta parafrasata in maniera ancor più dura: «Spaventarne uno per ridurne al silenzio cento».

Temo che questo sia il probabile vero movente dell’ennesima azione intrapresa dal Sig. Perfetti: tentare di colpire una persona pubblicamente esposta — un sacerdote e un direttore responsabile di una testata — per intimorire e scoraggiare altri dall’opporsi al suo stile polemico e aggressivo.

Ma oggi, grazie ai nostri grandi Padri Costituenti, noi siamo cittadini e consociati della Repubblica Italiana, uno Stato di diritto fondato su principi democratici, dove simili logiche non hanno e non possono avere cittadinanza.

Per tale motivo respingo fermamente le accuse infondate che mi sono state rivolte, dimostrando — con i documenti e le prove allegate — la sistematicità dell’azione diffamatoria condotta dal Sig. Perfetti. Ciò che viene qui chiesto non è un privilegio personale, ma la tutela del principio di verità e giustizia che deve guidare l’operato di chiunque eserciti la libertà di espressione, specialmente se tale libertà si intreccia con il dovere di corretta informazione.

Resto pertanto a disposizione dell’Autorità competente, confidando che le valutazioni vengano compiute non alla luce di accuse false, o estrapolate e distorte, ma dei fatti oggettivi e documentati qui esposti.

Roma, lì 6 ottobre 2025

Ariel S. Levi di Gualdo, presbitero
Direttore responsabile della rivista L’Isola di Patmos

 

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Comicità in tempo d’Avvento. Ma buona per tutti i tempi – Comedy in Advent. But suitable for all seasons – Comicidad en tiempo de Adviento. Pero buena para todos los tiempos

Italian, english, español 

 

COMICITÀ IN TEMPO D’AVVENTO. MA BUONA PER TUTTI I TEMPI

«La Santa Sede non rimarrà in silenzio di fronte alle gravi disparità, alle ingiustizie e alle violazioni dei diritti umani fondamentali nella nostra comunità umana e globale, sempre più frammentata e incline ai conflitti».

— Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos—

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«La Santa Sede non rimarrà in silenzio di fronte alle gravi disparità, alle ingiustizie e alle violazioni dei diritti umani fondamentali nella nostra comunità umana e globale, sempre più frammentata e incline ai conflitti» (S.S. Leone XIV, testo QUI)».

L’elenco delle gravi disparità, delle ingiustizie, le violazioni dei diritti fondamentali, in particolare proprio la violazione dei diritti umani che si consuma direttamente “in casa” del Sommo Pontefice, senza che nessuno vi ponga freno — anzi: si offendono pure e diventano persino più violenti verso chi osa chiedere che cessino —, sono più lunghe delle Litanie Lauretane. Perché in fondo noi siamo e restiamo quelli di sempre: pronti da una parte a difendere sulla pubblica piazza la dignità dell’ultimo dei clandestini musulmani sbarcati sulle coste italiche, o persino la dignità degli embrioni, per poi prendere a bastonate i fedeli servitori della Chiesa dentro le clericali stanze quando le telecamere del mondo sono spente.

Ma d’altronde è risaputo: il mondo ecclesiastico è il solo luogo della Terra dove la realtà ha deciso di travestirsi da allegoria permanente: un teatro di potere in cui i martiri recitano in controluce e i peccatori vanno in scena a luci sparate col costume liturgico anziché con quello da clown.

Ma non temiamo: nelle comparse in abito liturgico il Signore non cerca i miracoli; nei suoi martiri in controluce, invece, riconosce sempre la Chiesa che Lui ha fondato.

Dall’Isola di Patmos, 7 dicembre 2025

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COMEDY IN ADVENT. BUT SUITABLE FOR ALL SEASONS

«The Holy See will not remain silent in the face of the grave disparities, injustices, and violations of fundamental human rights within our increasingly fragmented and conflict-prone human and global community» 

– The Briefs of the Fathers of The Island of Patmos –

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«The Holy See will not remain silent in the face of the grave disparities, injustices, and violations of fundamental human rights within our increasingly fragmented and conflict-prone human and global community» (H.H. Leo XIV, text HERE).

The list of grave disparities, injustices, and violations of fundamental rights — in particular the violation of human rights committed directly “within the household” of the Supreme Pontiff, without anyone putting a stop to them (indeed: they even take offence and become still more aggressive toward those who dare ask that they cease) — is longer than the Litany of Loreto. Because, in the end, we are and remain what we have always been: ready, on the one hand, to defend in the public square the dignity of the last Muslim clandestine migrant landed on Italian shores, or even the dignity of embryos, only then to beat the faithful servants of the Church inside clerical chambers when the world’s cameras are turned off.

But then again, it is well known: the ecclesiastical world is the only place on earth where reality has chosen to disguise itself as a permanent allegory — a theatre of power in which the martyrs perform in backlight and the sinners step onto the stage under full lights wearing liturgical vestments instead of clown costumes.

But let us not be afraid: in those who merely appear in liturgical attire the Lord does not seek miracles; yet in His backlit martyrs He always recognises the Church He Himself founded.

From the Island of Patmos, 7 December 2025

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COMICIDAD EN TIEMPO DE ADVIENTO. PERO BUENA PARA TODOS LOS TIEMPOS

«La Santa Sede no permanecerá en silencio ante las graves disparidades, las injusticias y las violaciones de los derechos humanos fundamentales en nuestra comunidad humana y global, cada vez más fragmentada e inclinada al conflicto» (S.S. León XIV).

– Las breves de los Padres de La Isla de Patmos –

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«La Santa Sede no permanecerá en silencio ante las graves disparidades, las injusticias y las violaciones de los derechos humanos fundamentales en nuestra comunidad humana y global, cada vez más fragmentada e inclinada al conflicto» (S.S. León XIV, texto AQUÍ).

La lista de graves disparidades, injusticias y violaciones de los derechos fundamentales — en particular la violación de los derechos humanos consumada directamente “en casa” del Sumo Pontífice, sin que nadie ponga freno (es más: incluso se ofenden y se vuelven todavía más agresivos hacia quien osa pedir que cesen) — es más larga que las Letanías Lauretanas. Porque, en el fondo, somos y seguimos siendo los de siempre: capaces, por un lado, de defender en la plaza pública la dignidad del último clandestino musulmán llegado a las costas itálicas, e incluso la dignidad de los embriones, para luego golpear a los fieles servidores de la Iglesia en los salones clericales cuando las cámaras del mundo ya no miran.

Pero, por otra parte, es bien sabido: el mundo eclesiástico es el único lugar del mundo donde la realidad ha decidido disfrazarse de alegoría permanente — un teatro de poder en el que los mártires actúan a contraluz y los pecadores salen a escena con las luces a pleno brillo, vestidos con ornamentos litúrgicos en lugar de traje de payaso.

Pero no temamos: en las comparsas revestidas de hábitos litúrgicos el Señor no busca milagros; en sus mártires en contraluz, en cambio, reconoce siempre a su Iglesia.

Desde la Isla de Patmos, 7 de diciembre de 2025

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Ogni uomo dovrebbe ricercare il proprio deserto – Every man should seek his own desert – Todo hombre debería buscar su propio desierto

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

 

Italian, english, español 

 

OGNI UOMO DOVREBBE RICERCARE IL PROPRIO DESERTO

Giovanni Battista vive in modo essenziale, semplice e senza alcuna forma di narcisismo è tutto proteso verso chi lui non conosce ancora, ma che già riconosce come più forte di lui. Così dal Battista impariamo a non guardare tanto a noi stessi, ma ad aprirci agli altri e all’Altro e soprattutto impariamo a cercare, magari anche lì dove viviamo, un nostro piccolo «deserto» dove non risuoni solo la nostra voce, ma quella dell’unica Parola che salva.

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Di Giovanni Battista non ci parlano solo i Vangeli, ma anche gli storici, ad esempio l’ebreo Flavio Giuseppe che lo definì nella sua opera Antichità Giudaiche come un «uomo buono, che esortava i giudei a condurre una vita virtuosa e a praticare la giustizia vicendevole e la pietà verso Dio, invitandoli ad accostarsi insieme al battesimo».

Il Battista immagina la figura del Messia come un giudice spietato, che sarebbe venuto non a salvare, ma a regolare i conti proponendo la soluzione più semplice, atta a rimediare il dilagare del peccato: la morte del peccatore. Ma Gesù non eserciterà mai in tal modo il suo ruolo messianico e se riprenderà alcune parole del Battista, come quella sulla conversione (cfr. Mt 4,17: «Convertitevi»), dirà di essere venuto non per la rovina, ma per la salvezza dei peccatori. Questo è il brano evangelico della seconda Domenica di Avvento:

«In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!». E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: «Abbiamo Abramo per padre!». Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile» (Mt 3,1-12).

Nelle parole di Giovanni il Battista cogliamo il suo urgente appello alla conversione, che contraddistingue il tempo di Avvento. La parola usata è metánoia, che letteralmente potremmo scomporre in due concetti, «oltre» (meta) la «mente» (nous), per indicare un «cambiamento di parere». Soprattutto Gesù, più che il Battista, il quale invitava a una revisione dei costumi e alla correzione delle ingiustizie, chiederà una conversione del modo di pensare per accogliere il regno e la sua novità.

Giovanni al Giordano dovette suscitare al suo tempo parecchio stupore, trovandosi in una situazione e condizione alquanto particolari, se non anomale; poiché, sappiamo dall’Evangelista Luca (cfr. Lc 1,5) che era figlio di un sacerdote, ciononostante vive nel deserto di Giudea. Questo fatto deve aver impressionato la memoria dei suoi contemporanei, il fatto, cioè, che Giovanni si fosse distanziato dalla professione del padre. Scrive un commentatore: «Il figlio unico di un sacerdote di Gerusalemme aveva infatti l’obbligo solenne di subentrare al padre nella sua funzione e di garantire, mediante un matrimonio e dei figli, la continuità della propria stirpe sacerdotale. Se questa era la reale situazione storica, a un certo punto Giovanni deve aver voltato le spalle e deve aver scandalosamente — per occhi giudei — rifiutato il suo obbligo di essere sacerdote sulle orme del padre». Un gesto dunque clamoroso si colloca all’inizio della storia di Giovanni, che il brano evangelico di Matteo ci presenta oggi. Egli si reca vicino al luogo da cui era salito al cielo Elia, il profeta di fuoco dell’Antico Testamento che aveva tentato di riportare Israele a Dio e il cui ritorno avrebbe preceduto il Messia. Forse per questa ragione Giovanni veste come Elia (2Re 1,8), ma poiché la sua dieta era basata sulle regole di purità giudaiche, essendo le locuste insetti di cui ci si può nutrire (Lv 11,22), ed il miele delle api altrettanto kasher — rispettoso cioè delle leggi della kasherut, l’idoneità di un cibo a essere consumato dal popolo ebraico — è però possibile che il Precursore avesse anche altre preoccupazioni. Poiché l’impurità impediva di accostarsi a Dio, Giovanni non compie solo gesti ascetici, ma evita di vestirsi di tessuti toccati da donne o di mangiare cibi elaborati da altri, per paura di contaminarsi.

Come abbiamo scritto all’inizio Giovanni non ha visto con chiarezza il volto del Messia, eppure ha vissuto coerentemente fino in fondo la sua attesa, nel deserto e vicino al Giordano, dove battezzava. Guardando lui, i cristiani vivono il tempo di Avvento come un’occasione da non sprecare e per stare, anche oggi, nel nostro deserto, rientrando in noi stessi, cambiando mentalità e vita, per aprirci a Colui, Gesù il Cristo, che deve venire.

Per di più le parole pronunciate da Giovanni oggi sono ancora attuali, non solo perché annunciano la conversione per il perdono dai peccati, ma anche perché invitano ad essere credibili conducendo una vita autentica. Giovanni Battista vive in modo essenziale, semplice e senza alcuna forma di narcisismo è tutto proteso verso chi lui non conosce ancora, ma che già riconosce come più forte di lui. Così dal Battista impariamo a non guardare tanto a noi stessi, ma ad aprirci agli altri e all’Altro e soprattutto impariamo a cercare, magari anche lì dove viviamo, un nostro piccolo «deserto» dove non risuoni solo la nostra voce, ma quella dell’unica Parola che salva.

Infatti tutte le letture della seconda domenica di Avvento convergono nel consegnare un messaggio centrato sul Messia. Egli è colui su cui si posa lo Spirito di Dio con i suoi doni (Is 11,1-10); Gesù è quel Messia che, secondo la parola della Scrittura, ha adempiuto le promesse di Dio fatte ai padri (Rm 15,4-9); infine è colui che battezzerà in Spirito santo e fuoco: è il più forte annunciato dal Battista (Mt 3,1-12). E’ rivelato dallo Spirito (prima lettura), profetizzato dalle Scritture (seconda lettura), indicato da un uomo, Giovanni, il profeta e precursore (Vangelo). Perciò questa seconda domenica di Avvento ha al suo centro il messaggio biblico della preparazione alla venuta del Signore. Questa avviene con l’ausilio dello Spirito da invocare e al cui dinamismo sottomettersi, con l’aiuto della Scrittura da ascoltare e meditare, perché trasformi il nostro cuore affinché si inclini alla conversione. Che è ciò che Giovanni chiede vivendola in prima persona. Mentre esorta altri dicendo: «Preparate la via del Signore» (Mt 3,3), Giovanni la sta preparando già, fa di se stesso la via che il Signore seguirà. Egli è il precursore, colui che precede il Messia con la sua vita anticipando in sé molto di ciò che farà poi il Messia. 

dall’Eremo, 7 dicembre 2025

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EVERY MAN SHOULD SEEK HIS OWN DESERT 

John the Baptist lives in an essential, simple way and without any form of narcissism; he is wholly oriented toward the One whom he does not yet know, but whom he already recognises as stronger than himself. Thus from the Baptist we learn not to look so much at ourselves, but to open ourselves to others and to the Other; and above all we learn to seek — perhaps precisely where we live — our own small “desert”, where not only our own voice resounds, but the voice of the one Word that saves.

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Not only the Gospels speak to us about John the Baptist, but also historians — for example the Jewish historian Flavius Josephus, who in his work Jewish Antiquities described him as “a good man, who exhorted the Jews to lead a virtuous life, to practice justice toward one another and piety toward God, inviting them to approach baptism together.” The Baptist imagined the figure of the Messiah as a ruthless judge who would come not to save but to settle accounts, proposing the simplest solution to remedy the spread of sin: the death of the sinner. But Jesus would never exercise His messianic role in such a manner, and even if He would take up some of the Baptist’s words — such as the call to conversion (cf. Mt 4:17: “Repent”) — He would declare that He had come not for the ruin but for the salvation of sinners. This is the Gospel passage of the Second Sunday of Advent:

«In those days John the Baptist appeared, preaching in the desert of Judea and saying, “Repent, for the kingdom of heaven is at hand!” It was of him that the prophet Isaiah had spoken when he said: “A voice of one crying out in the desert, Prepare the way of the Lord, make straight his paths.” John wore clothing made of camel’s hair and a leather belt around his waist. His food was locusts and wild honey. At that time Jerusalem, all Judea, and the whole region around the Jordan were going out to him and were being baptized by him in the Jordan River as they acknowledged their sins. When he saw many of the Pharisees and Sadducees coming to his baptism, he said to them, “You brood of vipers! Who warned you to flee from the coming wrath? Produce good fruit as evidence of your repentance. And do not presume to say to yourselves, ‘We have Abraham as our father.’ For I tell you, God can raise up children to Abraham from these stones. Even now the ax lies at the root of the trees. Therefore every tree that does not bear good fruit will be cut down and thrown into the fire. I am baptizing you with water, for repentance, but the one who is coming after me is mightier than I. I am not worthy to carry his sandals. He will baptize you with the Holy Spirit and fire. His winnowing fan is in his hand. He will clear his threshing floor and gather his wheat into his barn, but the chaff he will burn with unquenchable fire.”» (Mt 3:1–12).

In the words of John the Baptist we perceive his urgent appeal to conversion, which characterises the season of Advent. The word used is metánoia, which we could literally break into two concepts: “beyond” (meta) the “mind” (nous), indicating a “change of mind” or “change of understanding”. Above all Jesus — more than the Baptist, who invited to a revision of customs and to the correction of injustices — will ask for a conversion of the way of thinking in order to welcome the kingdom and its newness.

John at the Jordan must have aroused considerable astonishment in his own time, finding himself in a situation and condition rather unusual, if not anomalous; for we know from the Evangelist Luke (cf. Lk 1:5) that he was the son of a priest, and yet he lives in the desert of Judea. This fact must have impressed the memory of his contemporaries — that John had distanced himself from his father’s profession. A commentator writes: “The only son of a priest of Jerusalem had, in fact, the solemn obligation to take his father’s place in his function and to guarantee, through marriage and children, the continuity of his own priestly lineage. If this was the real historical situation, at a certain point John must have turned his back and — scandalously, to Jewish eyes — refused his obligation to be a priest in his father’s footsteps.” 

Thus, a striking gesture stands at the beginning of John’s story, which today’s Gospel passage from Matthew presents to us. He goes near the place from which Elijah had been taken up into heaven, the fiery prophet of the Old Testament who had attempted to bring Israel back to God, and whose return was expected to precede the Messiah. Perhaps for this reason John dresses like Elijah (2 Kgs 1:8), but since his diet was based on Jewish purity rules — locusts being insects permitted for consumption (Lev 11:22), and wild honey likewise kasher, that is, in accordance with the laws of kashrut which determine whether a food is suitable for the Jewish people — it is possible that the Forerunner had other concerns as well. Since impurity prevented a person from approaching God, John not only performs ascetical acts, but avoids wearing fabrics touched by women or eating foods prepared by others, for fear of becoming ritually defiled.

As we wrote at the beginning, John did not clearly see the face of the Messiah, yet he lived his expectation coherently and to the full, in the desert and by the Jordan, where he was baptising. Looking at him, Christians live the season of Advent as an opportunity not to be wasted, and as a call to dwell, even today, in our own desert, returning within ourselves, changing our mindset and our lives, opening ourselves to Him — Jesus the Christ — who is to come.

Moreover, the words spoken by John today are still timely, not only because they proclaim conversion for the forgiveness of sins, but also because they invite us to be credible by leading an authentic life. John the Baptist lives in an essential, simple way and without any form of narcissism; he is wholly oriented toward the One whom he does not yet know, but whom he already recognises as stronger than himself. Thus from the Baptist we learn not to look so much at ourselves, but to open ourselves to others and to the Other; and above all we learn to seek — perhaps precisely where we live — our own small “desert”, where not only our own voice resounds, but the voice of the one Word that saves.

Indeed all the readings of the Second Sunday of Advent converge in delivering a message centred upon the Messiah. He is the one upon whom the Spirit of the Lord rests with His gifts (Is 11:1–10); Jesus is that Messiah who, according to Scripture, has fulfilled the promises of God made to the fathers (Rom 15:4–9); finally, He is the one who will baptise with the Holy Spirit and fire: He is the Mighty One announced by the Baptist (Mt 3:1–12). He is revealed by the Spirit (first reading), prophesied by the Scriptures (second reading), pointed out by a man — John — the prophet and forerunner (Gospel). Therefore this Second Sunday of Advent has at its centre the biblical message of preparation for the coming of the Lord. This takes place with the aid of the Spirit — to be invoked and to whose dynamism we must submit — and with the help of Scripture — to be heard and meditated — so that it may transform our heart and incline it toward conversion. This is what John asks, living it himself in the first person. While he exhorts others saying, “Prepare the way of the Lord” (Mt 3:3), John is already preparing it; he makes of himself the way that the Lord will follow. He is the forerunner, the one who precedes the Messiah with his life, anticipating in himself much of what the Messiah will later accomplish.

From the Hermitage, 7 December 2025

 

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TODO HOMBRE DEBERÍA BUSCAR SU PROPIO DESIERTO

Juan el Bautista vive de modo esencial, sencillo y sin ninguna forma de narcisismo; está totalmente orientado hacia Aquel a quien todavía no conoce, pero a quien ya reconoce como más fuerte que él. Así aprendemos del Bautista a no mirarnos tanto a nosotros mismos, sino a abrirnos a los demás y al Otro; y sobre todo aprendemos a buscar — quizá precisamente allí donde vivimos — un pequeño “desierto” propio, donde no resuene sólo nuestra voz, sino la voz de la única Palabra que salva.

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No sólo los Evangelios nos hablan de Juan el Bautista; también lo hacen los historiadores — por ejemplo el judío Flavio Josefo, quien en su obra Antigüedades judías lo describió como “un hombre bueno, que exhortaba a los judíos a llevar una vida virtuosa, a practicar la justicia mutua y la piedad hacia Dios, invitándolos a acercarse juntos al bautismo”. El Bautista imaginaba la figura del Mesías como un juez implacable que vendría no a salvar, sino a ajustar cuentas, proponiendo la solución más simple para remediar la propagación del pecado: la muerte del pecador. Pero Jesús nunca ejercería así su misión mesiánica; y aunque retomará algunas palabras del Bautista — como la de la conversión (cf. Mt 4,17: «Convertíos») — dirá que ha venido no para la perdición, sino para la salvación de los pecadores. Este es el pasaje evangélico del segundo Domingo de Adviento:

«Por aquellos días se presentó Juan el Bautista predicando en el desierto de Judea: “Convertíos, porque el Reino de los Cielos está cerca”. Él es aquel de quien habló el profeta Isaías cuando dijo: “Voz del que grita en el desierto: ¡Preparad el camino del Señor, enderezad sus senderos!”. Juan llevaba un vestido de pelo de camello y una correa de cuero a la cintura; y su alimento eran langostas y miel silvestre. Entonces salía a él Jerusalén, toda Judea y toda la comarca del Jordán; y eran bautizados por él en el río Jordán, confesando sus pecados. Al ver que muchos fariseos y saduceos acudían a su bautismo, les dijo: “¡Raza de víboras! ¿Quién os ha enseñado a huir de la ira inminente? Dad, pues, fruto digno de conversión; y no penséis que podéis deciros: ‘Tenemos por padre a Abraham’. Porque os digo que de estas piedras Dios puede suscitar hijos a Abraham. Ya está el hacha puesta a la raíz de los árboles: y todo árbol que no da buen fruto será cortado y arrojado al fuego. Yo os bautizo con agua para la conversión; pero el que viene después de mí es más fuerte que yo, y no soy digno de llevarle las sandalias. Él os bautizará con Espíritu Santo y fuego. Tiene en su mano la horquilla: limpiará su era y recogerá su trigo en el granero; pero la paja la quemará con fuego inextinguible». (Mt 3,1–12).

En las palabras de Juan el Bautista percibimos su apremiante llamado a la conversión, que caracteriza el tiempo de Adviento. La palabra utilizada es metánoia, que literalmente podríamos descomponer en dos conceptos: “más allá” (meta) de la “mente” (nous), para indicar un “cambio de parecer” o “cambio de mentalidad”. Sobre todo Jesús — más que el Bautista, quien invitaba a revisar las costumbres y corregir las injusticias — pedirá una conversión del modo de pensar para acoger el Reino y su novedad.

Juan, junto al Jordán, debió de suscitar en su tiempo un gran asombro, encontrándose en una situación y condición bastante particular, si no anómala; porque sabemos por el evangelista Lucas (cf. Lc 1,5) que era hijo de un sacerdote, y sin embargo vive en el desierto de Judea. Este hecho debió de impresionar la memoria de sus contemporáneos: que Juan se hubiera distanciado de la profesión de su padre. Un comentarista escribe: «El hijo único de un sacerdote de Jerusalén tenía, en efecto, la obligación solemne de suceder a su padre en su función y de garantizar, mediante el matrimonio y los hijos, la continuidad de su linaje sacerdotal. Si esta era la situación histórica real, en cierto momento Juan debió de dar la espalda y — escandalosamente, para ojos judíos — rechazar su obligación de ser sacerdote siguiendo los pasos de su padre». Un gesto, por tanto, clamoroso está en los inicios de la historia de Juan, que el pasaje evangélico de Mateo nos presenta hoy. Se dirige al lugar desde donde había sido arrebatado al cielo Elías, el profeta de fuego del Antiguo Testamento que había intentado reconducir Israel a Dios, y cuyo retorno precedería al Mesías. Tal vez por esta razón Juan se viste como Elías (2 Re 1,8), pero puesto que su dieta estaba basada en las normas de pureza judía — siendo las langostas insectos permitidos para el consumo (Lv 11,22), y la miel silvestre igualmente kasher, es decir, conforme a las leyes de la kashrut sobre la idoneidad alimentaria del pueblo judío — es posible que el Precursor tuviera también otras preocupaciones. Puesto que la impureza impedía acercarse a Dios, Juan no sólo realiza gestos ascéticos, sino que evita vestir tejidos tocados por mujeres o comer alimentos preparados por otros, por temor a contaminarse ritualmente.

Como hemos escrito al principio, Juan no vio con claridad el rostro del Mesías, y sin embargo vivió coherentemente y hasta el fondo su espera, en el desierto y junto al Jordán, donde bautizaba. Mirándolo, los cristianos viven el tiempo de Adviento como una ocasión que no debe desperdiciarse y como un llamado a permanecer, también hoy, en nuestro propio desierto, volviendo sobre nosotros mismos, cambiando la mentalidad y la vida, para abrirnos a Aquel — Jesús el Cristo — que ha de venir.

Además, las palabras pronunciadas hoy por Juan siguen siendo actuales, no sólo porque anuncian la conversión para el perdón de los pecados, sino también porque invitan a ser creíbles llevando una vida auténtica. Juan el Bautista vive de modo esencial, sencillo y sin ninguna forma de narcisismo; está totalmente orientado hacia Aquel a quien todavía no conoce, pero a quien ya reconoce como más fuerte que él. Así aprendemos del Bautista a no mirarnos tanto a nosotros mismos, sino a abrirnos a los demás y al Otro; sobre todo aprendemos a buscar — quizá precisamente allí donde vivimos — un pequeño “desierto” propio, donde no resuene sólo nuestra voz, sino la voz de la única Palabra que salva.

En efecto, todas las lecturas del segundo domingo de Adviento convergen en transmitir un mensaje centrado en el Mesías. Él es aquel sobre quien reposa el Espíritu del Señor con sus dones (Is 11,1-10); Jesús es ese Mesías que, según la Escritura, ha cumplido las promesas hechas por Dios a los padres (Rm 15,4-9); finalmente, es aquel que bautizará con el Espíritu Santo y fuego: es el más fuerte anunciado por el Bautista (Mt 3,1-12). Es revelado por el Espíritu (primera lectura), profetizado por las Escrituras (segunda lectura), señalado por un hombre — Juan — el profeta y precursor (Evangelio). Por eso este segundo domingo de Adviento tiene en su centro el mensaje bíblico de la preparación a la venida del Señor. Esta se realiza con la ayuda del Espíritu — que debemos invocar y cuyo dinamismo debemos acoger — y con la ayuda de la Escritura — que debemos escuchar y meditar — para que transforme nuestro corazón e incline nuestra vida hacia la conversión. Eso es lo que Juan pide, viviéndolo él mismo en primera persona. Mientras exhorta a otros diciendo: «Preparad el camino del Señor» (Mt 3,3), Juan ya lo está preparando; hace de sí mismo el camino que el Señor seguirá. Él es el precursor, el que precede al Mesías con su vida, anticipando en sí mucho de lo que luego realizará el Mesías.

Desde el Erial, 7 de diciembre de 2025

 

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Grotta Sant’Angelo in Ripe (Civitella del Tronto)

 

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