Tra diritto e mistero, il Natale di Giuseppe, uomo giusto. E perché non “corredentore”? – Between law and mystery: the Christmas of Joseph, a righteous man. And why not “co-redeemer”? – La navidad de José, hombre justo. ¿Y por qué no “corredentor”?

Italian, english, español 

 

TRA DIRITTO E MISTERO, IL NATALE DI GIUSEPPE, UOMO GIUSTO. E PERCHÉ NON “CORREDENTORE”?

Senza Giuseppe, l’Incarnazione resterebbe un evento sospeso, privo di radicamento giuridico. Invece, per la sua fede e per la sua giustizia, il Verbo entra non solo nella carne, ma nella Legge, nella genealogia, nella storia concreta di un popolo. È questo che rende il Natale un evento realmente incarnato, non un semplice susseguirsi di immagini edificanti, tra angeli che cantano, un bue e un asinello ridotti a caloriferi di contorno scenografico e pastori che accorrono festosi.

— Attualità ecclesiale —

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Sul palcoscenico del Natale la scena è affollata. C’è Maria, che la pietà cristiana pone al centro assieme al Bambino, gli angeli che cantano, i pastori che accorrono.

Qualche sceneggiatore ha deciso di inserire nel set persino due rudimentali impianti di riscaldamento ecologico, un bue e un asinello, dipinti dall’iconografia come creature più fedeli degli uomini, cosa che forse lo erano davvero. Ovviamente si tratta di una sceneggiatura — per usare un’espressione mutuata dal linguaggio teatrale classico — molto liberamente ispirata ai Vangeli canonici, nei quali tuttavia non v’è traccia alcuna di queste presenze animali; semmai possono essere reperite in qualche vangelo apocrifo, a partire da quello dello pseudo-Matteo.

I vari sceneggiatori e costumisti hanno così messo in primo piano di tutto sul set del Dies Natalis, tranne colui senza il quale, storicamente e concretamente, il Natale non sarebbe mai accaduto: Giuseppe.

Nella devozione popolare Giuseppe è spesso ridotto a una presenza marginale, quasi decorativa. Trasformato nelle pie immagini in un vecchio stanco, rassicurante, innocuo, come se la sua funzione fosse quella di non disturbare il mistero, di non avere peso, di non contare davvero. Ma questa immagine, costruita per difendere una verità di fede — la verginità di Maria — ha finito per oscurarne un’altra, altrettanto fondamentale: la sua responsabilità reale, concreta e drammatica nell’evento dell’Incarnazione.

Il Vangelo di Matteo lo introduce con una qualifica sobria e giuridicamente densa:

«Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto» (Mt 1,19).

Non si insiste su qualità morali generiche, né su atteggiamenti interiori. La categoria decisiva è la giustizia. E la giustizia, nel racconto evangelico, non è uno sfogo emotivo, ma un criterio operativo che si traduce in una scelta concreta.

Venuto a conoscenza della gravidanza di Maria, egli si trova di fronte a una situazione che non comprende, ma che proprio per questo non può eludere e che, anzi, deve affrontare con sapiente lucidità. La Legge gli offrirebbe una soluzione chiara, pubblicamente riconosciuta e socialmente onorevole: il ripudio. È una possibilità prevista dall’ordinamento giuridico del tempo e non comporterebbe alcuna colpa formale (cfr. Dt 24,1-4). Tuttavia Giuseppe non la assume, perché la sua giustizia non si esaurisce nell’osservanza letterale della norma, ma si misura nella tutela della persona.

La decisione di licenziare Maria in segreto non è un gesto sentimentale né una soluzione di comodo. È un atto deliberato, che comporta un costo personale preciso: l’esposizione al sospetto e alla perdita di reputazione. Giuseppe accetta questo rischio perché la sua giustizia non è rivolta a quella che solitamente viene indicata come difesa dell’onore personale, bensì alla salvaguardia della vita e della dignità della donna. In questo senso, egli non dubita di Maria. Il testo evangelico non lascia trapelare alcun sospetto morale nei confronti della giovane sposa (cfr. Mt 1,18-19). Il problema non è la fiducia, ma la comprensione di un evento che eccede le categorie disponibili. Questo colloca Giuseppe in una condizione di turbamento reale, pienamente umano, che tuttavia non si traduce in dubbio circa Maria.

È di fondamentale importanza osservare che questa scelta precede il sogno, nel quale l’Angelo del Signore rivela a Giuseppe l’origine divina della maternità di Maria e lo invita ad accoglierla con sé come sposa, affidandogli il compito di imporre il nome al Bambino (cfr. Mt 1,20-21). L’intervento dell’angelo non orienta la decisione di Giuseppe, ma la assume e la conferma. La rivelazione non sostituisce il giudizio umano, né lo annulla: vi si innesta. Dio parla a Giuseppe non per sottrarlo al rischio, ma perché il rischio è già stato accettato in nome della giustizia: quando la sua libertà è chiamata a scegliere, egli non si avvale della Legge mosaica alla quale avrebbe potuto legittimamente appellarsi, ma decide di agire con amore e fiducia verso Maria, pur senza comprendere pienamente l’evento che lo coinvolge. Solo dopo questa decisione il mistero viene chiarito e nominato:

«Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa» (Mt 1,20).

Accogliendo Maria come sua sposa, Giuseppe non compie un atto privato: assume una responsabilità pubblica e giuridica, riconoscere come proprio il figlio che Maria porta in grembo. È questo gesto — e non un sentimento interiore — che introduce Gesù nella storia concreta di Israele. Attraverso Giuseppe, il Figlio entra legalmente nella discendenza di Davide, come attesta la genealogia matteana che precede immediatamente il racconto dell’infanzia.

Quella di Giuseppe non è paternità biologica, proprio per questo non è simbolica né secondaria, ma reale nel senso più rigoroso del termine. È paternità giuridica, storica, sociale. È Giuseppe che dà il nome al Bambino, ed è proprio nell’imporre il nome che egli esercita la sua autorità di padre. Il comando dell’angelo è esplicito: «Tu lo chiamerai Gesù» (Mt 1,21). Nel mondo biblico, imporre il nome non è un atto formale, ma l’assunzione di una responsabilità permanente. Con quel gesto egli si fa garante dell’identità e della collocazione storica del Figlio.

Senza di lui, l’Incarnazione resterebbe un evento sospeso, privo di radicamento giuridico. Invece, per la sua fede e per la sua giustizia, il Verbo entra non solo nella carne, ma nella Legge, nella genealogia, nella storia concreta di un popolo. È questo che rende il Natale un evento realmente incarnato, non un semplice susseguirsi di immagini edificanti, tra angeli che cantano, un bue e un asinello ridotti a caloriferi di contorno scenografico e pastori che accorrono festosi.

Il tutto rende teologicamente fondato affermare che Giuseppe, l’uomo a lungo posto in prudente — e forse anche ingiusta — ombra, è la figura attraverso la quale il mistero del Natale assume consistenza storica e giuridica. È attraverso di lui che il Verbo di Dio incarnato entra nella Legge, non per subirla, ma per compierla. Non è infatti casuale che oltre trent’anni dopo, durante la sua predicazione, Gesù affermi con parole di assoluta chiarezza:

«Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento» (Mt 5,17).

Quando poi annuncerà che questo compimento è Lui stesso e che — come dirà l’Apostolo Paolo — in Lui si realizza il disegno «di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1,10), comincerà già a intravedersi l’ombra della croce, mentre tenteranno di lapidarlo: «Perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33). L’ombra della croce apparirà ancor più definita nel gesto del Sommo Sacerdote che si straccerà le vesti udendolo proclamarsi Figlio di Dio (cfr. Mt 26,65), raffigurazione plastica del fatto che il compimento della Legge passa ormai attraverso il rifiuto e il sacrificio.

Il Verbo di Dio si incarna per il sì di Maria, ma questo sì è storicamente custodito e protetto da Giuseppe, colui che protesse e custodì, assieme alla propria sposa, l’unigenito Figlio di Dio. Non in senso simbolico o devozionale, ma nel senso concreto e reale della storia: proteggendo Maria, egli ha protetto il Figlio; proteggendo il Figlio, ha custodito il mistero stesso del Natale:

«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).

E ciò, senza che a nessun teologo onirico, a nessun pietista e a nessun fideista — quelli, per intendersi, che battono i piedi per la «Maria corredentrice» — sia mai passato per la mente di rivendicare, anche per il Beatissimo Patriarca Giuseppe, il titolo di corredentore, altrettanto dovuto e meritato, se alla fanta-dogmatica si volesse davvero giocare fino in fondo, dopo aver smarrito del tutto la bussola quotidiana, quella antica e quella nuova.

Dall’Isola di Patmos, 24 dicembre 2025

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BETWEEN LAW AND MYSTERY: THE CHRISTMAS OF JOSEPH, A RIGHTEOUS MAN. AND WHY NOT “CO-REDEEMER”?

Without Joseph, the Incarnation would remain a suspended event, lacking juridical rootedness. Instead, through his faith and his justice, the Word enters not only into the flesh, but into the Law, into genealogy, into the concrete history of a people. This is what makes Christmas a truly incarnate event, not a mere succession of edifying images, with angels singing, an ox and a donkey reduced to scenic heating devices, and shepherds hastening joyfully to the scene.

— Ecclesial actuality—

Author
Ariel S. Levi di Gualdo.

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On the stage of Christmas the scene is crowded. There is Mary, whom Christian piety places at the centre together with the Child; there are the angels who sing and the shepherds who hasten to the scene. Some scriptwriter has even decided to include on the set two rudimentary forms of ecological heating — an ox and a donkey — portrayed by iconography as creatures more faithful than men, which perhaps they truly were. Clearly, this is a script — to use a term borrowed from classical theatrical language — very freely inspired by the canonical Gospels, in which, however, there is no trace whatsoever of these animal presences; they can rather be found in certain apocryphal texts, beginning with the Gospel of Pseudo-Matthew.

Thus, the various scriptwriters and costume designers have brought everything into the foreground on the set of the Dies Natalis, except the one without whom, historically and concretely, Christmas would never have taken place: Joseph.

In popular devotion, Joseph is often reduced to a marginal, almost decorative presence. He is transformed in pious imagery into a weary, reassuring, harmless old man, as though his role were merely not to disturb the mystery, to carry no real weight, to count for nothing. Yet this image, constructed to safeguard a truth of faith — the virginity of Mary — has ended up obscuring another truth, no less fundamental: his real, concrete and dramatic responsibility in the event of the Incarnation.

The Gospel of Matthew introduces him with a sober and juridically weighty qualification:


“Joseph, her husband, being a righteous man and unwilling to expose her to shame, decided to dismiss her quietly” (Mt 1:19).

There is no insistence on generic moral qualities, nor on interior attitudes. The decisive category is justice. And justice, in the Gospel narrative, is not an emotional impulse but an operative criterion that takes shape in a concrete decision.

Upon learning of Mary’s pregnancy, he finds himself faced with a situation he does not understand, and precisely for this reason cannot evade, but must instead confront with lucid wisdom. The Law would have offered him a clear, publicly recognised and socially honourable solution: repudiation. This was a possibility provided for by the juridical order of the time and would not have entailed any formal guilt (cf. Dt 24:1–4). Yet Joseph does not avail himself of it, because his justice is not exhausted in the literal observance of the norm, but is measured by the safeguarding of the person.

The decision to dismiss Mary quietly is neither a sentimental gesture nor a convenient compromise. It is a deliberate act that entails a precise personal cost: exposure to suspicion and the loss of reputation. Joseph accepts this risk because his justice is not directed toward what is usually described as the defence of personal honour, but toward the protection of the woman’s life and dignity. In this sense, he does not doubt Mary. The Gospel text allows no hint of moral suspicion toward the young bride (cf. Mt 1:18–19). The problem is not trust, but the understanding of an event that exceeds the available categories. This places Joseph in a condition of real, fully human turmoil, which nevertheless does not translate into doubt regarding Mary.

It is of fundamental importance to observe that this decision precedes the dream, in which the angel of the Lord reveals to Joseph the divine origin of Mary’s motherhood and invites him to take her as his wife, entrusting him with the task of imposing the name upon the Child (cf. Mt 1:20–21). The angelic intervention does not direct Joseph’s decision, but rather assumes it and confirms it. Revelation does not replace human judgment, nor does it annul it: it is grafted onto it. God speaks to Joseph not in order to spare him the risk, but because the risk has already been accepted in the name of justice: when his freedom is called to choose, he does not avail himself of the Mosaic Law to which he could legitimately have appealed, but decides to act with love and trust toward Mary, even though he does not yet fully understand the event that involves him. Only after this decision is the mystery clarified and named:


“Joseph, son of David, do not be afraid to take Mary as your wife” (Mt 1:20).

By taking Mary as his wife, Joseph does not perform a private act: he assumes a public and juridical responsibility, recognising as his own the child whom Mary bears in her womb. It is this act — and not an interior sentiment — that introduces Jesus into the concrete history of Israel. Through Joseph, the Son enters legally into the line of David, as attested by the Matthean genealogy that immediately precedes the infancy narrative.

Joseph’s fatherhood is not biological; for this very reason it is neither symbolic nor secondary, but real in the strictest sense of the term. It is juridical, historical and social fatherhood. It is Joseph who gives the Child His name, and precisely in imposing the name he exercises his authority as father. The angel’s command is explicit: “You shall name Him Jesus” (Mt 1:21). In the biblical world, imposing a name is not a merely formal act, but the assumption of a permanent responsibility. Through this gesture, Joseph becomes the guarantor of the Son’s identity and historical placement.

Without him, the Incarnation would remain a suspended event, lacking juridical rootedness. Instead, through his faith and his justice, the Word enters not only into the flesh, but into the Law, into genealogy, into the concrete history of a people. This is what makes Christmas a truly incarnate event, not a mere succession of edifying images, with angels singing, an ox and a donkey reduced to scenic heating devices, and shepherds hastening joyfully to the scene.

All this renders it theologically well-founded to affirm that Joseph — long placed in prudent, and perhaps even unjust, obscurity — is the figure through whom the mystery of Christmas assumes historical and juridical consistency. It is through him that the incarnate Word of God enters the Law, not to be subjected to it, but to bring it to fulfilment. It is no coincidence that more than thirty years later, during His public ministry, Jesus declares with absolute clarity:

“Do not think that I have come to abolish the Law or the Prophets; I have not come to abolish them but to fulfil them” (Mt 5:17).

When He will then proclaim that this fulfilment is Himself, and that — as the Apostle Paul will say — in Him the plan “to sum up all things in Christ, things in heaven and things on earth” (Eph 1:10) is realised, the shadow of the Cross will already begin to appear, as they attempt to stone Him: “Because you, being a man, make yourself God” (Jn 10:33). The shadow of the Cross will become even more defined in the gesture of the High Priest who tears his garments upon hearing Him proclaim Himself the Son of God (cf. Mt 26:65), a vivid depiction of the fact that the fulfilment of the Law now passes through rejection and sacrifice.

The Word of God becomes incarnate through Mary’s yes, but this yes is historically guarded and protected by Joseph, the one who protected and guarded, together with his spouse, the only-begotten Son of God. Not in a symbolic or devotional sense, but in the concrete and real sense of history: by protecting Mary, he protected the Son; by protecting the Son, he safeguarded the very mystery of Christmas:

“And the Word became flesh and dwelt among us” (Jn 1:14).

And all this without it ever having crossed the mind of any dream-driven theologian, pietist or fideist — those, to be clear, who stamp their feet for a “Mary co-redeemer” — to claim for the Most Blessed Patriarch Joseph as well the title of co-redeemer, equally due and deserved, if one truly wished to play the game of fantasy-dogmatics to the end, after having completely lost the daily compass, both the ancient and the new.

From the Island of Patmos, 24 December 2025

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LA NAVIDAD DE JOSÉ, HOMBRE JUSTO. ¿Y POR QUÉ NO “CORREDENTOR”?

De aquí hay que recomenzar: del misterio del Verbo que se hizo carne, animados por aquella chispa que llevó primero a san Agustín y luego a san Anselmo de Aosta a decir, con palabras distintas pero con la misma sustancia: «Creo para entender, entiendo para creer». Solo entonces comprenderemos verdaderamente el sentido de la frase decisiva: «Y el Verbo se hizo carne», y, por tanto, por qué Jesús, en verdad, no nació nunca.

— Actualidad eclesial —

Autor
Ariel S. Levi di Gualdo.

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En el escenario de la Navidad la escena está abarrotada. Está María, a quien la piedad cristiana coloca en el centro junto al Niño; están los ángeles que cantan y los pastores que acuden presurosos. Algún guionista ha decidido incluso introducir en el decorado dos rudimentarios sistemas de calefacción ecológica — un buey y un asno —, representados por la iconografía como criaturas más fieles que los hombres, cosa que quizá realmente eran. Evidentemente, se trata de un guion — por utilizar una expresión tomada del lenguaje teatral clásico — muy libremente inspirado en los Evangelios canónicos, en los cuales, sin embargo, no hay rastro alguno de estas presencias animales; a lo sumo pueden encontrarse en algunos evangelios apócrifos, comenzando por el del Pseudo-Mateo.

De este modo, los distintos guionistas y figurinistas han puesto en primer plano en el escenario del Dies Natalis absolutamente todo, excepto a aquel sin el cual, histórica y concretamente, la Navidad nunca habría sucedido: José.

En la devoción popular, José es reducido con frecuencia a una presencia marginal, casi decorativa. Transformado en las imágenes piadosas en un anciano cansado, tranquilizador e inofensivo, como si su función fuese la de no perturbar el misterio, de no tener peso, de no contar realmente. Pero esta imagen, construida para salvaguardar una verdad de fe — la virginidad de María —, ha terminado por oscurecer otra, igualmente fundamental: su responsabilidad real, concreta y dramática en el acontecimiento de la Encarnación.

El Evangelio de Mateo lo presenta con una calificación sobria y jurídicamente densa:

«José, su esposo, que era justo y no quería denunciarla, resolvió repudiarla en secreto» (Mt 1,19).

No se insiste en cualidades morales genéricas ni en actitudes interiores. La categoría decisiva es la justicia. Y la justicia, en el relato evangélico, no es un impulso emotivo, sino un criterio operativo que se traduce en una decisión concreta.

Al tener conocimiento del embarazo de María, se encuentra ante una situación que no comprende, pero que precisamente por ello no puede eludir y que, por el contrario, debe afrontar con lúcida sabiduría. La Ley le habría ofrecido una solución clara, públicamente reconocida y socialmente honorable: el repudio. Era una posibilidad prevista por el ordenamiento jurídico de la época y no habría comportado ninguna culpa formal (cf. Dt 24,1-4). Sin embargo, José no se acoge a ella, porque su justicia no se agota en la observancia literal de la norma, sino que se mide en la tutela de la persona.

La decisión de despedir a María en secreto no es un gesto sentimental ni una solución de conveniencia. Es un acto deliberado que implica un coste personal preciso: la exposición a la sospecha y la pérdida de reputación. José acepta este riesgo porque su justicia no está orientada a lo que habitualmente se denomina la defensa del honor personal, sino a la salvaguarda de la vida y de la dignidad de la mujer. En este sentido, no duda de María. El texto evangélico no deja traslucir ninguna sospecha moral respecto a la joven esposa (cf. Mt 1,18-19). El problema no es la confianza, sino la comprensión de un acontecimiento que desborda las categorías disponibles. Esto sitúa a José en una condición de turbación real, plenamente humana, que sin embargo no se traduce en duda alguna respecto a María.

Es de fundamental importancia observar que esta decisión precede al sueño, en el cual el ángel del Señor revela a José el origen divino de la maternidad de María y lo invita a acogerla consigo como esposa, confiándole la tarea de imponer el nombre al Niño (cf. Mt 1,20-21). La intervención del ángel no orienta la decisión de José, sino que la asume y la confirma. La revelación no sustituye el juicio humano ni lo anula: se injerta en él. Dios habla a José no para sustraerlo del riesgo, sino porque el riesgo ya ha sido aceptado en nombre de la justicia: cuando su libertad es llamada a elegir, no se acoge a la Ley mosaica a la que podría haberse apelado legítimamente, sino que decide actuar con amor y confianza hacia María, aun sin comprender plenamente el acontecimiento que lo implica. Solo después de esta decisión el misterio es aclarado y nombrado:

«José, hijo de David, no temas recibir a María, tu esposa» (Mt 1,20).

Al acoger a María como esposa, José no realiza un acto privado: asume una responsabilidad pública y jurídica, reconociendo como propio al hijo que María lleva en su seno. Es este gesto — y no un sentimiento interior — el que introduce a Jesús en la historia concreta de Israel. A través de José, el Hijo entra legalmente en la descendencia de David, como atestigua la genealogía mateana que precede inmediatamente al relato de la infancia.

La paternidad de José no es biológica; precisamente por ello no es simbólica ni secundaria, sino real en el sentido más riguroso del término. Es una paternidad jurídica, histórica y social. Es José quien da el nombre al Niño, y es precisamente al imponer el nombre cuando ejerce su autoridad de padre. El mandato del ángel es explícito: «Tú le pondrás por nombre Jesús» (Mt 1,21). En el mundo bíblico, imponer el nombre no es un acto meramente formal, sino la asunción de una responsabilidad permanente. Con este gesto, José se convierte en garante de la identidad y de la ubicación histórica del Hijo.

Sin él, la Encarnación quedaría como un acontecimiento suspendido, carente de arraigo jurídico. En cambio, por su fe y por su justicia, el Verbo entra no solo en la carne, sino también en la Ley, en la genealogía, en la historia concreta de un pueblo. Esto es lo que hace de la Navidad un acontecimiento verdaderamente encarnado, y no una simple sucesión de imágenes edificantes, con ángeles que cantan, un buey y un asno reducidos a calefactores escénicos y pastores que acuden jubilosos.

Todo ello permite afirmar con fundamento teológico que José, el hombre durante largo tiempo colocado en una prudente — y quizá también injusta — penumbra, es la figura a través de la cual el misterio de la Navidad adquiere consistencia histórica y jurídica. Es a través de él como el Verbo de Dios encarnado entra en la Ley, no para someterse a ella, sino para darle cumplimiento. No es casualidad que, más de treinta años después, durante su predicación, Jesús afirme con palabras de absoluta claridad:

«No penséis que he venido a abolir la Ley o los Profetas; no he venido a abolir, sino a dar cumplimiento» (Mt 5,17).

Cuando luego anunciará que este cumplimiento es Él mismo y que — como dirá el Apóstol Pablo — en Él se realiza el designio «de recapitular en Cristo todas las cosas, las del cielo y las de la tierra» (Ef 1,10), comenzará ya a vislumbrarse la sombra de la cruz, mientras intentarán lapidarlo: «Porque tú, siendo hombre, te haces Dios» (Jn 10,33). La sombra de la cruz aparecerá aún más definida en el gesto del Sumo Sacerdote que rasga sus vestiduras al oírle proclamarse Hijo de Dios (cf. Mt 26,65), representación plástica del hecho de que el cumplimiento de la Ley pasa ya por el rechazo y el sacrificio.

El Verbo de Dios se encarna por el de María, pero este es custodiado y protegido históricamente por José, aquel que protegió y custodió, junto a su esposa, al Hijo unigénito de Dios. No en sentido simbólico o devocional, sino en el sentido concreto y real de la historia: protegiendo a María, protegió al Hijo; protegiendo al Hijo, custodió el misterio mismo de la Navidad:

«Y el Verbo se hizo carne y habitó entre nosotros» (Jn 1,14).

Y todo ello sin que a ningún teólogo onírico, a ningún pietista ni a ningún fideísta — los mismos, para entendernos, que zapatean reclamando una «María corredentora» — se le haya pasado jamás por la mente reivindicar también para el Beatísimo Patriarca José el título de corredentor, igualmente debido y merecido, si se quisiera de verdad jugar hasta el final a la fanta-dogmática, después de haber perdido por completo la brújula cotidiana, la antigua y la nueva.

Desde la Isla de Patmos, 24 de diciembre de 2025

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L’incarnazione di Gesù come monito all’estetica divina e all’armonia tra corpo e anima – The incarnation of Jesus as a warning against a distorted divine aesthetic and as the harmony between body and soul – La encarnación de Jesús como advertencia contra una estética divina distorsionada y como armonía entre cuerpo y alma

(Italian, English, Español)

 

L’INCARNAZIONE DI GESÚ COME MONITO ALL’ESTETICA DIVINA E ALL’ARMONIA TRA CORPO E ANIMA

È proprio il Santo Pontefice Leone Magno che in occasione di una omelia del giorno di Natale richiama i cristiani a riconoscere la propria dignità che senza tema di smentita passa anche per quella corporeità e fisicità che è manifestazione visibile della bellezza del Figlio incarnato e che dobbiamo difendere e custodire in noi.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Quando studiavo all’università di Cagliari, nei primi anni del corso di laurea in Farmacia, l’esame di anatomia era uno di quelli più difficili da sostenere insieme a quelli di chimica generale e inorganica e poi di chimica organica.

In un pomeriggio plumbeo nell’aula F del complesso universitario della cittadella di Monserrato, ricordo l’insegnante di Anatomia si accingeva a presentare il sistema nervoso centrale. Benché non fossimo studenti di Medicina, anatomia era una disciplina particolarmente ben fatta e approfondita, anche perché spesso la stessa insegnante faceva precisi riferimenti anche all’Istologia e alla Citologia (in breve tutto quello che riguarda lo studio dei tessuti e delle cellule animali e vegetali) che dovevamo conoscere come l’Ave Maria e che ogni imprecisione avrebbe suscitato l’ira del docente, ben più temibile dell’ira di Achille nell’Iliade.  

Nello spiegare il sistema nervoso centrale appresi dal docente dell’esistenza dell’Omuncolo Motorio e Sensoriale, che altro non è che una mappa visiva di come le diverse parti del corpo vengono rappresentate a livello corticale. Le aree sono tanto più grandi, di dimensione maggiore, quanto maggiore è la loro importanza ai fini della percezione sensoriale o motoria. La rappresentazione grafica è quella quindi di un uomo, ma di un uomo sformato e non armonico. Questo tipo di disarmonia è necessaria e funzionale finché ci riferiamo al nostro sistema nervoso, anzi possiamo dire che è proprio grazie ad essa che siamo in grado di fare la maggior parte delle cose che compiamo nella vita quotidiana.

Ma cosa accadrebbe se l’uomo fosse davvero così nella realtà, anatomicamente parlando? La cosa sarebbe piuttosto problematica, tuttavia è proprio in prossimità della solennità del Natale che ci rendiamo conto di come l’uomo è stato creato da Dio non come un omuncolo ma come un tutto armonico ed è proprio l’incarnazione del Verbo che costituisce la prova di quell’armonia di corpo e di spirito che il cristiano, come uomo credente, non può permettersi di tralasciare, pena diventare un omuncolo, ovvero una caricatura.

Il nostro direttore Padre Ariel ha da poco pubblicato un interessantissimo articolo dal titolo provocatorio: Alle porte del Natale è giusto dirlo: Gesù non è mai nato in cui afferma che: 

«il Figlio non comincia a essere a Betlemme. Egli è “prima di tutti i secoli”, perché “io da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero”. Il Natale non è la nascita di Dio, ma l’Incarnazione del Figlio eterno “generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”» (cfr. Qui).

Questo cosa significa? Avremo modo di capirlo meglio durante la Santa Messa del giorno di Natale, in cui il Beato apostolo ed evangelista Giovanni ci ammaestrerà con il suo mirabile Prologo, ma per farla breve possiamo sintetizzare dicendo che il Natale è l’atto salvifico del Padre in cui il Figlio, per opera dello Spirito Santo, prende realmente forma mortale nel grembo di una Vergine Madre e si riveste della nostra umanità, venendo alla luce come vero uomo. Il Verbo di Dio, colui che per mezzo del quale il Padre ha fatto ogni cosa, assume un corpo e un’anima. Tale verità riecheggia nei Salmi in cui la lettura di fede cristologica ci fa dire che «Egli è il più bello tra i figli dell’uomo» (cf. Sal 44), e tale bellezza non è solo di natura spirituale ma anche fisica, tocca quel corpo che Egli ha assunto e che realmente trasmette l’ordine e l’armonia di Dio. Gesù Cristo come vero uomo è il modello di quella estetica divina che è al contempo armonia creatrice e ordinatrice, a lui dobbiamo ispirarci per crescere come uomini e come credenti. Solo nel mistero tragico della Passione ci rendiamo conto di come la bellezza del corpo del Redentore sarà sfigurata a causa del suo assumere su di se il peccato degli uomini, peccato che non costituisce solo un disordine sul piano spirituale di relazione con Dio ma che è anche un attentato a quella bellezza fisica che rende il Signore sfigurato e reietto, uomo dei dolori davanti al quale ci si copre il volto per rendere più sopportabile la visione di una pena così straziante che culminerà nella crocifissione sul Golgota.

Perché questa riflessione? Perché reputo quanto mai necessario far conoscere come il mistero del Natale non sia solo un evento per cuori emotivi che tocca lo spirito ma anche ed essenzialmente la corporeità umana. Non di rado assistiamo, anche nel popolo di Dio, a un modo disarmonico di intendere il corpo, in una maniera molto più simile alle filosofie antiche dove il corpo era visto come una prigione dell’anima immortale. Ma è proprio vero che più si trascura il corpo rispetto all’anima e più si è graditi a Dio? L’eresia è evidente e conduce a un modo di intendere la fede in maniera alterata, unita a una certa spiritualità malsana che predispone a forgiare non uomini, né tanto meno cristiani, ma omuncoli.

È proprio il Santo Pontefice Leone Magno che in occasione di una omelia del giorno di Natale richiama i cristiani a riconoscere la propria dignità che senza tema di smentita passa anche per quella corporeità e fisicità che è manifestazione visibile della bellezza del Figlio incarnato e che dobbiamo difendere e custodire in noi.

Un cristiano equilibrato nella fede, dunque, non può pensare di curare la sola anima se poi trascura o lascia deperire quel corpo che Dio gli ha dato e che il Salvatore ha assunto e glorificato con la resurrezione. Per le anime belle che si scandalizzeranno di un tale discorso ricordo come anche il Serafico Padre San Francesco, a nessuno secondo per la mortificazione e l’austerità di vita, «studiava di tenere il corpo con rispetto e santità, mediante l’integerrima purezza di tutto sé stesso, carne e spirito» (Fonti Francescane, 1349)» e che nel termine della sua vita aveva riconosciuto come fosse stato un po’ troppo severo con «fratello corpo» gravato dalle troppe penitenze e infermità. Questa riflessione potrebbe essere l’inizio per un cammino di maggiore riconciliazione e accettazione di sé che passa attraverso il necessario rispetto e cura del proprio corpo che è tempio dello Spirito Santo ma anche strumento reale per rendere gloria a Dio nell’immanenza. Ricordiamo – tra il simpatico e il provocatorio – che dopo l’elezione a Sommo Pontefice del Cardinal Prevost, si venne a sapere la notizia che il nuovo Papa da cardinale frequentava la palestra Omega Fitness Club di Roma, dove si allenava in incognito con cardio e macchine, dimostrando una forma fisica eccellente e curando l’equilibrio tra mente e corpo, cosa che ha sorpreso il suo personal trainer, che lo ha riconosciuto solo dopo l’elezione al pontificato.

Alcune considerazioni pratiche, prima di concludere: prepararsi bene al Natale ci permette di seguire il consiglio di Giovanni il Battista ed essere ben disposti all’incontro con Gesù, a mettere in atto gesti reali e concreti di giustizia per abbassare i colli dell’orgoglio personale in cui ricercare le radici di quei peccati che quotidianamente commettiamo. Una buona e meticolosa confessione è la base di partenza per celebrare bene la nascita del Redentore, unita poi all’incontro reale con Cristo nella santa Messa e nell’Eucaristia. Purtroppo, ancora molti cristiani non partecipano all’Eucaristia il giorno di Natale perché indaffarati in mille altri impicci e dimentichi di Colui che è il festeggiato per dare maggiore risalto a tutto ciò che è secondario, per poi venire il giorno di Santo Stefano e partecipare alla Messa con questa scusa: «Non sono potuto venire ieri ma vengo oggi tanto è lo stesso».

Tutto il periodo di Natale è festa di luce in cui ho l’occasione di immergermi in Gesù, luce nelle tenebre, e tale rischiaramento della vita non può che avvenire se non con la preghiera. Trovare momenti, attimi, istanti per restare davanti al Signore Gesù in preghiera intima e lasciare che la sua luce rischiari le mie tenebre e mi guidi all’incontro con Lui così come lo è stato per i Santi Magi.

Ma questa preparazione solo spirituale non basta se tralasciamo il corpo, se il giorno di festa non mi permette di curare il mio corpo e il corpo di chi amo, sapendo che è anche quello un luogo teologico in cui trovare Cristo. Curare il proprio aspetto fisico nei giorni di festa religiosa non è per nulla narcisismo o vanità. Così come si addobbano le chiese, gli altari e le case per le solennità del Signore anche il mio aspetto e corpo merita di essere preparato degnamente per incontrare il Signore, riflesso di quella bellezza che anche la liturgia canta nel vivo popolo dei battezzati.  

Ed arriviamo così alla mensa, ai pranzi e alle cene, momenti opportuni per far sì di non essere usati dal cibo ma al contrario di usare del cibo come strumento di lode, di unione fraterna e non di alienazione. Cibo che può servire anche per soccorrere il corpo e ristorare l’anima di coloro che si trovano nell’indigenza e nella marginalità e che spesso attendono, come il povero Lazzaro, poche briciole cadute dalle tavole dei molti ricchi Epuloni dei nostri tempi, di cui il primo sono io.

Ma non è solo questione di cibo, anche il tempo di Natale può essere l’occasione per vivere insieme alla famiglia o in solitudine attività salutari e salubri che rinvigoriscano il corpo e ci permettano di mantenerci efficienti per il Regno di Dio. Il pensiero corre a noi sacerdoti che la sedentarietà e il disordine dei giorni di festa spesso rischiano di farci prendere diversi chili di troppo, quando invece proprio la nostra scelta di vita vocazionale dovrebbe manifestare una corporeità sana e dinamica perché unita a una sana e dinamica spiritualità. Da sempre nella storia della Chiesa lo stile di vita dei consacrati – penso ai tanti ordini monastici e mendicanti ma non solo – si dipanava tra refettorio e attività fisica con estremo equilibrio e saggezza fuggendo il rischio dell’opulenza smodata e dell’ozio. Alcune Congregazioni moderne hanno inserito nel loro stile di vita quotidiano l’attività motoria o sportiva che è una bella metafora dell’ascesi cristiana e irrobustisce lo spirito nella lotta al peccato perché insegna che i risultati si ottengono con il sudore del sacrificio constante.

Che sia allora un buon Natale per tutti: un buon Natale per la nostra anima rinnovata dal torpore mortale del peccato e che sia un buon Natale anche per il nostro corpo reso forte dall’esercizio fisico e dalle opere di carità come veri e autentici operai nella vigna del Signore. Giovenale scriveva «Orandum est ut sit mens sana in corpore sano» (Sat. X, 356), «bisogna domandare agli dèi che la mente sia sana nel corpo sano», voglia il Signore concederci questo dono per risplendere anche noi, come Lui, della bellezza del più bello tra i figli degli uomini.

Sanluri, 24 dicembre 2025

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THE INCARNATION OF JESUS AS A WARNING AGAINST A DISTORTED DIVINE AESTHETIC AND AS THE HARMONY BETWEEN BODY AND SOUL

It is precisely Saint Leo the Great who, in a homily for Christmas Day, exhorts Christians to recognise their own dignity — a dignity that unquestionably passes also through corporeality and physicality, which are the visible manifestation of the beauty of the incarnate Son and which we must defend and safeguard within ourselves.

— Ecclesial actuality —

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Author
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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When I was studying at the University of Cagliari, during the first years of the degree course in Pharmacy, the exam in Anatomy was among the most difficult to face, together with General and Inorganic Chemistry and later Organic Chemistry.

On a gloomy afternoon in Lecture Hall F of the university complex in the Monserrato campus, I recall the Anatomy professor preparing to introduce the central nervous system. Although we were not medical students, anatomy was taught in a particularly thorough and rigorous way, also because the same lecturer frequently made precise references to Histology and Cytology (in short, everything concerning the study of animal and plant tissues and cells), subjects we were expected to know as well as the Hail Mary. Any inaccuracy would have provoked the professor’s wrath, far more fearsome than Achilles’ anger in the Iliad.

While explaining the central nervous system, I learned from the lecturer about the existence of the Motor and Sensory Homunculus, which is nothing other than a visual map of how different parts of the body are represented at the cortical level. The areas are larger in proportion to their importance for sensory perception or motor function. The graphic representation is therefore that of a human being — but a distorted and disharmonious one. This type of disharmony is necessary and functional as long as we are referring to the nervous system; indeed, it is precisely thanks to this arrangement that we are able to perform most of the actions of daily life.

But what would happen if man were truly like this in reality, anatomically speaking? The situation would be highly problematic. And yet it is precisely as the solemnity of Christmas approaches that we realise how man has been created by God not as a homunculus, but as a harmonious whole. It is precisely the Incarnation of the Word that constitutes the proof of that harmony between body and spirit which the Christian, as a believing man, cannot afford to neglect — on pain of becoming a homunculus, that is, a caricature.

Our Director, Father Ariel, has recently published a most interesting article with the provocative title At the Threshold of Christmas It Must Be Said: Jesus Was Never Born (cf. Here), in which he affirms:

“The Son does not begin to exist in Bethlehem. He is ‘before all ages’, because He is ‘God from God, Light from Light, true God from true God’. Christmas is not the birth of God, but the Incarnation of the eternal Son, ‘begotten, not made, consubstantial with the Father’.”

What does this mean? We shall understand it more fully during the Holy Mass on Christmas Day, when the Blessed Apostle and Evangelist John will instruct us through his marvellous Prologue. But briefly, we may say that Christmas is the salvific act of the Father in which the Son, by the work of the Holy Spirit, truly takes mortal form in the womb of a Virgin Mother and clothes Himself in our humanity, coming into the world as true man.

The Word of God, through whom the Father made all things, assumes a body and a soul. This truth resounds in the Psalms, where a Christological reading of faith leads us to proclaim: You are the most handsome of the sons of men (cf. Ps 44). This beauty is not merely spiritual but also physical; it touches the body He has assumed, which truly transmits the order and harmony of God. Jesus Christ, as true man, is the model of that divine aesthetic which is at once creative and ordering harmony. He is the one to whom we must look in order to grow as human beings and as believers.

Only in the tragic mystery of the Passion do we grasp how the beauty of the Redeemer’s body will be disfigured by His taking upon Himself the sin of mankind — a sin that is not merely a disorder on the spiritual plane of relationship with God, but also an assault upon that physical beauty which renders the Lord disfigured and rejected, a man of sorrows before whom one covers one’s face to make the sight of such suffering bearable, suffering that will culminate in the crucifixion on Golgotha.

Why this reflection? Because I consider it more necessary than ever to show that the mystery of Christmas is not merely an event for emotional hearts that touches the spirit alone, but one that also — and essentially — concerns human corporeality. Not infrequently, even among the people of God, we encounter a disharmonious way of understanding the body, one that closely resembles ancient philosophies in which the body was seen as a prison for the immortal soul.

But is it really true that the more one neglects the body in favour of the soul, the more pleasing one is to God? The heresy is evident and leads to a distorted way of understanding the faith, united to an unhealthy spirituality that predisposes one to form neither men nor Christians, but homunculi.

It is precisely Saint Leo the Great who, in a homily for Christmas Day, exhorts Christians to recognise their own dignity — a dignity that unquestionably passes also through corporeality and physicality, which are the visible manifestation of the beauty of the incarnate Son and which we must defend and safeguard within ourselves.

A Christian who is balanced in faith, therefore, cannot think of caring for the soul alone while neglecting or allowing to deteriorate the body that God has given him and that the Saviour has assumed and glorified through the Resurrection.

For those “beautiful souls” who may be scandalised by such discourse, I recall how even the Seraphic Father Saint Francis, second to none in mortification and austerity of life, strove to treat the body with respect and holiness, through the most perfect purity of his whole self, flesh and spirit (Franciscan Sources, 1349), and how at the end of his life he acknowledged that he had perhaps been too severe with “Brother Body”, burdened by excessive penances and infirmities.

This reflection could mark the beginning of a path of greater reconciliation with and acceptance of oneself, passing through the necessary respect for and care of one’s own body, which is the temple of the Holy Spirit but also a real instrument for giving glory to God in immanence.

Let us recall — somewhere between the amusing and the provocative — that after the election of Cardinal Prevost as Supreme Pontiff, it became known that the new Pope, while still a cardinal, frequented the Omega Fitness Club in Rome, where he trained incognito using cardio equipment and machines, demonstrating excellent physical condition and caring for the balance between mind and body. This surprised even his personal trainer, who recognised him only after his election to the papacy.

Some practical considerations, before concluding. Preparing well for Christmas allows us to follow the counsel of John the Baptist and to be well disposed to the encounter with Jesus, putting into practice real and concrete acts of justice in order to lower the hills of personal pride and to seek out the roots of those sins we commit daily. A good and meticulous confession is the starting point for celebrating the birth of the Redeemer well, together with the real encounter with Christ in the Holy Mass and in the Eucharist.

Unfortunately, many Christians still do not participate in the Eucharist on Christmas Day because they are caught up in a thousand other commitments, forgetting the One who is being celebrated, in order to give greater prominence to what is secondary — only to attend Mass on the following day with the excuse: I couldn’t come yesterday, but I’ll come today, it’s the same thing anyway.

The entire Christmas season is a feast of light, in which I have the opportunity to immerse myself in Jesus, light in the darkness. Such illumination of life can only take place through prayer: finding moments, instants, occasions to remain before the Lord Jesus in intimate prayer and allowing His light to illuminate my darkness and guide me toward the encounter with Him, as it was for the Holy Magi.

Yet this purely spiritual preparation is not sufficient if we neglect the body — if the feast day does not allow me to care for my body and for the bodies of those I love, knowing that this too is a theological place in which Christ may be encountered. Caring for one’s physical appearance on religious feast days is by no means narcissism or vanity. Just as churches, altars and homes are adorned for the solemnities of the Lord, so too my body and appearance deserve to be prepared worthily to meet the Lord, as a reflection of that beauty which the liturgy itself sings in the living people of the baptised.

Sanluri, 24 December 2025

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LA ENCARNACIÓN DE JESÚS COMO ADVERTENCIA CONTRA UNA ESTÉTICA DIVINA DISTORSIONADA Y COMO ARMONÍA ENTRE CUERPO Y ALMA

Es precisamente el santo pontífice León Magno quien, en una homilía del día de Navidad, exhorta a los cristianos a reconocer su propia dignidad, que sin temor a equivocación pasa también por esa corporeidad y fisicidad que son manifestación visible de la belleza del Hijo encarnado y que debemos defender y custodiar en nosotros mismos.

— Actualidad eclesial —

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Autor
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Cuando estudiaba en la Universidad de Cagliari, durante los primeros años de la licenciatura en Farmacia, el examen de Anatomía era uno de los más difíciles de afrontar, junto con los de Química General e Inorgánica y, posteriormente, Química Orgánica.

En una tarde plomiza, en el aula F del complejo universitario de la ciudadela de Monserrato, recuerdo que la profesora de Anatomía se disponía a presentar el sistema nervioso central. Aunque no éramos estudiantes de Medicina, la anatomía era una asignatura particularmente bien estructurada y profunda, también porque la misma docente hacía frecuentes y precisas referencias a la Histología y a la Citología (en resumen, todo lo que concierne al estudio de los tejidos y de las células animales y vegetales), materias que debíamos conocer como el Ave María y en las que cualquier imprecisión habría suscitado la ira de la profesora, mucho más temible que la ira de Aquiles en la Ilíada.

Al explicar el sistema nervioso central, aprendí de la docente la existencia del Homúnculo Motor y Sensorial, que no es otra cosa que un mapa visual de cómo las distintas partes del cuerpo están representadas a nivel cortical. Las áreas son tanto más grandes cuanto mayor es su importancia para la percepción sensorial o la función motora. La representación gráfica es, por tanto, la de un hombre, pero de un hombre deformado y no armónico. Este tipo de desarmonía es necesaria y funcional cuando nos referimos al sistema nervioso; es más, podemos decir que precisamente gracias a ella somos capaces de realizar la mayor parte de las acciones que llevamos a cabo en la vida cotidiana.

Pero ¿qué sucedería si el hombre fuese realmente así en la realidad, desde un punto de vista anatómico? La situación sería bastante problemática. Sin embargo, es precisamente al acercarnos a la solemnidad de la Navidad cuando nos damos cuenta de que el hombre ha sido creado por Dios no como un homúnculo, sino como un todo armónico, y es precisamente la Encarnación del Verbo la que constituye la prueba de esa armonía entre cuerpo y espíritu que el cristiano, como hombre creyente, no puede permitirse descuidar, so pena de convertirse en un homúnculo, es decir, en una caricatura.

Nuestro Director, el Padre Ariel, ha publicado recientemente un interesantísimo artículo con el título provocador A las puertas de la Navidad es justo decirlo: Jesús nunca nació, en el que afirma:

«El Hijo no comienza a existir en Belén. Él es “antes de todos los siglos”, porque es “Dios de Dios, Luz de Luz, Dios verdadero de Dios verdadero”. La Navidad no es el nacimiento de Dios, sino la Encarnación del Hijo eterno, “engendrado, no creado, de la misma naturaleza del Padre”» (cf. Aqui).

¿Qué significa esto? Tendremos ocasión de comprenderlo mejor durante la Santa Misa del día de Navidad, cuando el Beato apóstol y evangelista Juan nos instruirá con su admirable Prólogo. Pero, en síntesis, podemos decir que la Navidad es el acto salvífico del Padre en el que el Hijo, por obra del Espíritu Santo, toma verdaderamente forma mortal en el seno de una Virgen Madre y se reviste de nuestra humanidad, viniendo a la luz como verdadero hombre.

El Verbo de Dios, por medio del cual el Padre hizo todas las cosas, asume un cuerpo y un alma. Esta verdad resuena en los Salmos, donde una lectura de fe cristológica nos lleva a proclamar: «Eres el más bello de los hijos de los hombres» (cf. Sal 44). Y esta belleza no es solo de naturaleza espiritual, sino también física; toca el cuerpo que Él ha asumido y que transmite realmente el orden y la armonía de Dios. Jesucristo, como verdadero hombre, es el modelo de esa estética divina que es al mismo tiempo armonía creadora y ordenadora; a Él debemos inspirarnos para crecer como hombres y como creyentes.

Solo en el misterio trágico de la Pasión nos damos cuenta de cómo la belleza del cuerpo del Redentor será desfigurada a causa de haber asumido sobre sí el pecado de los hombres, pecado que no constituye únicamente un desorden en el plano espiritual de la relación con Dios, sino que es también un atentado contra esa belleza física que hace del Señor un ser desfigurado y rechazado, varón de dolores ante el cual se cubre el rostro para hacer más soportable la visión de un sufrimiento tan desgarrador, que culminará en la crucifixión en el Gólgota.

¿Por qué esta reflexión? Porque considero más que necesario dar a conocer que el misterio de la Navidad no es solo un acontecimiento para corazones emotivos que toca el espíritu, sino que concierne también — y esencialmente — a la corporeidad humana. No pocas veces asistimos, incluso en el pueblo de Dios, a una manera desarmónica de entender el cuerpo, muy semejante a las filosofías antiguas en las que el cuerpo era visto como una prisión del alma inmortal.

Pero ¿es realmente cierto que cuanto más se descuida el cuerpo en favor del alma, tanto más se agrada a Dios? La herejía es evidente y conduce a una manera alterada de entender la fe, unida a una espiritualidad malsana que predispone a forjar no hombres, ni mucho menos cristianos, sino homúnculos.

Es precisamente el santo pontífice León Magno quien, en una homilía del día de Navidad, exhorta a los cristianos a reconocer su propia dignidad, que sin temor a equivocación pasa también por esa corporeidad y fisicidad que son manifestación visible de la belleza del Hijo encarnado y que debemos defender y custodiar en nosotros mismos.

Un cristiano equilibrado en la fe, por tanto, no puede pensar en cuidar solo el alma si luego descuida o deja deteriorarse el cuerpo que Dios le ha dado y que el Salvador ha asumido y glorificado con la Resurrección.

Para las “almas bellas” que se escandalicen ante un discurso de este tipo, recuerdo cómo incluso el Seráfico Padre san Francisco, insuperable en mortificación y austeridad de vida, «procuraba tratar el cuerpo con respeto y santidad, mediante la integridad purísima de todo su ser, carne y espíritu» (Fuentes Franciscanas, 1349), y cómo al final de su vida reconoció haber sido quizá demasiado severo con el “hermano cuerpo”, cargado de excesivas penitencias y enfermedades.

Esta reflexión podría ser el inicio de un camino de mayor reconciliación y aceptación de uno mismo, que pasa por el necesario respeto y cuidado del propio cuerpo, que es templo del Espíritu Santo, pero también instrumento real para dar gloria a Dios en la inmanencia.

Recordemos — entre lo simpático y lo provocador — que tras la elección del cardenal Prevost como Sumo Pontífice, se conoció la noticia de que el nuevo Papa, cuando aún era cardenal, frecuentaba el gimnasio Omega Fitness Club de Roma, donde se entrenaba de incógnito con ejercicios cardiovasculares y máquinas, demostrando una excelente forma física y cuidando el equilibrio entre mente y cuerpo, algo que sorprendió incluso a su entrenador personal, quien lo reconoció solo después de la elección al pontificado.

Algunas consideraciones prácticas, antes de concluir. Prepararse bien para la Navidad nos permite seguir el consejo de Juan el Bautista y disponernos adecuadamente para el encuentro con Jesús, poniendo en práctica gestos reales y concretos de justicia para abatir los montes del orgullo personal y buscar las raíces de aquellos pecados que cometemos cotidianamente. Una buena y meticulosa confesión es el punto de partida para celebrar dignamente el nacimiento del Redentor, unida luego al encuentro real con Cristo en la Santa Misa y en la Eucaristía.

Por desgracia, todavía muchos cristianos no participan en la Eucaristía el día de Navidad porque están ocupados en mil otros quehaceres y olvidan a Aquel que es el verdadero festejado, dando mayor relieve a todo lo que es secundario, para luego acudir a Misa el día de san Esteban con esta excusa: «No pude venir ayer, pero vengo hoy, total es lo mismo».

Todo el tiempo de Navidad es fiesta de luz, en la que tengo la ocasión de sumergirme en Jesús, luz en las tinieblas. Y este esclarecimiento de la vida no puede darse sino a través de la oración: encontrar momentos, instantes, espacios para permanecer ante el Señor Jesús en oración íntima y dejar que su luz ilumine mis tinieblas y me guíe al encuentro con Él, como sucedió con los Santos Magos.

Pero esta preparación solo espiritual no basta si descuidamos el cuerpo, si el día de fiesta no me permite cuidar mi cuerpo y el cuerpo de quienes amo, sabiendo que también este es un lugar teológico en el que encontrar a Cristo. Cuidar el propio aspecto físico en los días de fiesta religiosa no es en absoluto narcisismo ni vanidad. Así como se adornan las iglesias, los altares y las casas para las solemnidades del Señor, también mi aspecto y mi cuerpo merecen ser preparados dignamente para el encuentro con el Señor, reflejo de aquella belleza que la liturgia misma canta en el pueblo vivo de los bautizados.

Sanluri, 24 de diciembre de 2025

 

 

 

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