Stimo Nietzsche e Saint Laurent, frequento l’alta borghesia e non visito i campi Rom, quanto basta per non diventare cardinale

STIMO NIETZSCHE E SAINT LAURENT, FREQUENTO L’ALTA BORGHESIA E NON VISITO I CAMPI ROM, QUANTO BASTA PER NON DIVENTARE CARDINALE

Le aree del Cattolicesimo cosiddetto tradizionalista o conservatore, attraverso il loro esercito di anime mistiche e di difensori della vera e autentica fede, hanno mutato la parola Modernismo in sinonimo di male assoluto. Ciò alla stessa maniera in cui i comunisti sovietici avevano trasformato in sinonimo di male assoluto parole come borghesia o capitalismo.

— Storia e attualità —

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Un celebre stilista pronunciò una frase che in sé racchiude una profonda essenza evangelica, anzi, escatologica: «Le mode passano, lo stile è eterno». Sicuramente, il francese Yves Saint Laurent (1936-2008), dichiaratamente ateo, omosessuale a tutto campo con alle spalle una vita avventurosa in tutti i sensi, che dispose la dispersione delle ceneri dopo la cremazione del proprio corpo, non aveva velleità né metafisiche né escatologiche, forse neppure evangeliche. Ciò non toglie però che talvolta, le persone più impensabili, anche quelle più lontane dal vivere cristiano e dai suoi princìpi morali, possano esprimere concetti che si adattano, in modo sorprendente, o persino straordinario, al sentire cristiano e ai contenuti dei Santi Vangeli. Basterebbe semplicemente leggere certe poesie di Baudelaire, Verlaine e Rimbaud, chiamati non a caso Les poètes maudits, i poeti maledetti.

Tuonò Friedrich Nietzsche già sul finire del XIX secolo: «Dio è morto, resta morto, noi lo abbiamo ucciso» (cfr. La gaia scienza, n. 125). Frase che di per sé potrebbe scandalizzare un esercito di mistiche anime delicate, ma che se letta in chiave cristiana suona invece come un severo monito. Non abbiamo forse sfrattato dal nostro antico Continente Europeo l’idea stessa di Dio, dopo averlo ucciso, sino a rendere impronunciabile un concetto evidente come le innegabili radici storiche cristiane dell’Europa? Dire che l’Europa nasce da radici cristiane non è un attentato al culto idolatra del laicismo integralista, ma un dato di fatto che dovrebbe essere accettato da tutti i non credenti dotati di onestà intellettuale, che preso atto di questo dato palese hanno poi tutto il diritto di rimanere e di professarsi laici e non credenti.

Questo pensatore acuto, geniale e folle aveva anche intuito e profetizzato che l’attacco decisivo al Cristianesimo non poteva essere basato sul tema della verità ma su quello della morale cristiana. Anche in questo, aveva torto quel Nietzsche che intitolò un’opera col nome provocatorio L’Anticristo, dove dipinge il Cristianesimo come un disastro e una perversione di cui liberarsi? Anche in questo è necessaria una particolare capacità di lettura e interpretazione speculativa sul piano filosofico e socio-ecclesiale: nel corso dei secoli gli uomini della Chiesa visibile, oggi forse in modo particolare, non hanno per caso generato disastri e perversioni dalle quali sarebbe bene liberarsi, allo scopo primo e ultimo di tutelare la Chiesa di Cristo, il Corpo Mistico di cui egli è capo è noi membra vive? (cfr. Col 1, 8).

Tra l’Ottocento e gli inizi del Novecento noi cattolici, rinchiusi sulle perenni difensive, dopo tutti gli accadimenti storici che fecero seguito all’evento traumatico e sanguinario della Rivoluzione Francese e dei vari governi liberali fortemente anticlericali e repressivi nei riguardi della Chiesa Cattolica, non è che per caso ci siamo imposti grossi limiti e inferte delle profonde ferite da noi stessi?   

Aree del Cattolicesimo cosiddetto tradizionalista o conservatore, attraverso il loro esercito di anime mistiche e di difensori della vera e autentica fede, hanno mutato la parola Modernismo in sinonimo di male assoluto. Ciò alla stessa maniera in cui i comunisti sovietici avevano trasformato in sinonimo di male assoluto parole come borghesia o capitalismo.

Al Comitato del nostro Soviet della tradizione cattolica lancio un guanto di sfida: è vero o non è vero, che gli studiosi luterani ― figli di una eresia che tale teologicamente resta e che generò nella Chiesa il secondo scisma dopo quello d’Oriente del 1054 ― speculavano sulle scienze bibliche e sulle esegesi novo testamentarie, mentre noi cattolici, in virtù della eccelsa lungimiranza del Sommo Pontefice Leone XIII o di chi per lui, eravamo intrappolati in quattro formule rancide della neoscolastica decadente? E dico a tal punto rancida e decadente che se tra il finire dell’Ottocento e gli inizi del Novecento si fossero risvegliati dalle tombe Sant’Anselmo d’Aosta, Sant’Alberto Magno e San Tommaso d’Aquino, ci avrebbero presi a calci nei denti senza un attimo di esitazione.

A distanza di 116 anni dalla pubblicazione della Enciclica Pascendi Dominici Gregis del Santo Pontefice Pio X, attraverso la quale fu condannato con tutta la durezza del caso il Modernismo, vogliamo incominciare a chiederci, noi storici del dogma in modo particolare, quanto e se, quella enciclica, fu veramente lungimirante come taluni la magnificano tutt’oggi?  Personalmente la ritengo un testo storicamente necessario in quel preciso contesto storico e geopolitico. Se però la speculazione sia storica che teologica, oggi non fosse ormai morta e sepolta, sarebbe necessario incominciare a porsi dei quesiti che saranno oggetto di un saggio che intendo pubblicare quanto prima: il Modernismo, con tutte le sue indubbie problematicità ed errori, non fu forse anzitutto, a torto o a ragione, un movimento reattivo sviluppatosi in seno a una Chiesa i cui problemi erano quasi tutti di natura politica, specie dopo la caduta dello Stato Pontificio il 20 settembre 1870?

Merce rara l’onestà intellettuale, specie nelle anime mistiche e nei difensori della vera e autentica dottrina e tradizione. Se infatti ne avessero anche un solo briciolo, la domanda di rigore sarebbe la seguente: come mai, dopo essere giunti alla metà del secolo scorso in situazioni teologiche pressoché disastrose, a un certo punto ci siamo accorti che, per fare studi approfonditi sulle scienze bibliche eravamo costretti a rifarci alle pubblicazioni e ai testi scientifici di autori protestanti? Lo facevamo già nei primi decenni del Novecento, ma di nascosto, per non finire sotto processo presso i tribunali ecclesiastici con l’accusa di eresia modernista.

Dovrebbero altresì chiarire, sempre le anime mistiche e i difensori della vera e autentica dottrina e tradizione, come mai, il più grande e insuperabile commento alla Lettera ai Romani del Beato Apostolo Paolo è stato scritto e pubblicato nel 1918 dal teologo protestante Carl Barth? E si tratta di un testo al quale, volendo o no, tutti noi dobbiamo rifarci, appunto perché resta per adesso insuperabile.

Presto detto perché ciò sia avvenuto: noi teologi cattolici eravamo impegnati a grattarci i pidocchi di testa gli uni con gli altri, come una tribù di scimmie cappuccine, bivaccando su quattro formule rancide della neoscolastica decadente, con la spada della grande e lungimirante Pascendi Dominici Gregis che seguitò a pendere sopra le nostre teste, fino a quando il Sommo Pontefice Pio XII non cominciò ad allentare le maglie, ma soprattutto a donare alla Chiesa delle encicliche di alto spessore teologico e spirituale, anziché encicliche dettate da esigenze socio-politiche con tutti i più severi risvolti disciplinari indirizzati al clero e ai teologi.

È noto che gli squilibri generano sempre squilibri, così, prima e subito dopo il Concilio Vaticano II, ma soprattutto con la stagione infausta del post-concilio, portato avanti da teologi e sedicenti tali che i documenti del Concilio non li conoscevano proprio, ciascuno ha finito col crearsi il Concilio proprio, quello da me ribattezzato in una mia opera del 2011 «il concilio egomenico degli interpreti del post-concilio».

Se il Modernismo è stata la reazione a una chiusura ermetica, la lotta a questa corrente di pensiero, finita poi sconfitta, ha generato una reazione molto peggiore: la decadenza incontrollata della speculazione teologica cattolica. E oggi siamo costretti a udire non solo teologi, ma vescovi in cattedra che pronunciano con disinvoltura delle eresie imbarazzanti. O per meglio intendersi: il gesuita Antonio Spadaro, il cui spessore teologico è pari pressoché a quello di una sogliola, non solo incarna la decadenza della Compagnia delle Indie che a suo tempo fu la grande Compagnia di Gesù, perché è divenuto persino direttore della storica rivista La Civiltà Cattolica e può permettersi, senza richiamo alcuno, di pubblicare su Il Fatto Quotidiano un commento al Vangelo che avrebbe fatto impallidire l’eresiarca Ario [vedere testo QUI].

La situazione di decadente degrado che viviamo oggi nella Chiesa ha delle radici molto antiche da ricercare tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, quando è stato innescato un effetto a catena. Sino a giungere ai nostri giorni, nei quali siamo sofferenti e impotenti spettatori di un pontificato agonizzante che ci ha regalato proclami politicamente corretti, incertezze e ambiguità. Il tutto all’insegna di una vera e propria ossessione psicopatologica: poveri e migranti, migranti e poveri …

È noto che oggi i vescovi, ma soprattutto coloro che ambiscono a diventare tali, devono provenire da non meglio precisate «periferie esistenziali» e parlare di «Chiesa in uscita». La Chiesa non è in uscita ma ormai in amministrazione controllata, con il fallimento alle porte e gli ufficiali giudiziari pronti a entrare dentro per apporre i sigilli di sequestro. Se la Chiesa si salverà ― e si salverà comunque per nostra certa fede ― sarà perché non è opera umana ma divina; perché Pietro, scelto da Cristo come pietra (cfr. Mt 16, 18-19), è poggiato sulla roccia di Cristo. E di Cristo — bene ricordarlo — Pietro è il vicario sulla terra, non è il successore, semmai un successore persino più buono e misericordioso di Cristo stesso.

Mentre altrove c’era una passerella di vescovi new generation con i clergyman scollacciati, con in mano i pastorali di legno fabbricati nella bottega di Mastro Geppetto, con le croci pettorali ricavate dal pezzetto di una barca di poveri migranti affondata al largo di Lampedusa, questa domenica mattina ho celebrato la Santa Messa nella cappella di una clinica a cinque stelle, luogo nel quale solitamente sono ricoverate persone che possono pagare cifre molto elevate. Poi ho visitato tutti i malati terminali ricoverati nel reparto di oncologia. E dopo avere già amministrato nei giorni precedenti il Sacramento dell’Unzione degli Infermi e le confessioni, ho proseguito ad amministrare nuovamente confessioni a diversi pazienti, portando poi loro la Santa Comunione.

Mentre ero genuflesso dinanzi al Tabernacolo, il mio animo teologico è stato assalito da questo atroce dubbio: nella Chiesa di oggi, questi alto-borghesi, questi ricchi, hanno veramente un’anima? Sono anche loro figli di Dio? La Chiesa, che si è sempre occupata di tutti, ma che oggi parla solo di poveri e migranti, di migranti e poveri, deve occuparsi anche di loro o no? Il Santo Padre dice in continuazione a tutti «Non dimenticatevi mai dei poveri». Però, in dieci anni di pontificato non ha mai invitato una sola volta a non dimenticarsi anche delle anime dei ricchi. Che poi sono quei ricchi che spesso ci hanno donato le strutture caritative più importanti, o i fondi per costruirle e mantenerle, o il danaro necessario per poter portare avanti le nostre opere di apostolato. Non mi risulta che la Chiesa abbia mai costruito alcuna struttura caritativa con i soldi dei borseggiatori Rom, quelli che a Roma, per intendersi, hanno visitato tutte le case religiose, non ce n’è una sola che si sia salvata dai loro furti. E quando il Santo Padre li ricevette in udienza più volte, non mi risulta che in segno di riconoscenza abbiano restituito alcuna refurtiva in cambio della apostolica benedizione. Perché a rubare nelle case religiose romane, sono proprio i Rom — lo dicono i verbali della Polizia — non sono i banchieri svizzeri in trasferta a Roma, quelli trafficano in altro modo e a ben più alti livelli.

Dissipati i miei dubbi sono uscito dalla lussuosa clinica e non mi sono recato in visita a un campo rom come faceva Augusto Paolo Lojudice, oggi arcivescovo metropolita di Siena e cardinale, sono andato ospite a colazione con un insigne clinico e sua moglie presso l’esclusivo Circolo dei Canottieri Aniene, frequentato da persone che sicuramente non hanno, per la Chiesa di oggi, la dignità riconosciuta invece ai Rom.

Un prete dignitoso è bene anzitutto che si presenti con una bella veste talare addosso e che guardi all’uomo in quanto tale, a prescindere dal suo ceto e dalla sua condizione sociale, povero o ricco che sia, perché non esistono agli occhi di Dio categorie privilegiate perché appartenenti alla categoria dei poveri ideologici. Il clericalismo peggiore, il più becero e indignitoso, lo lascio di buon grado a quel povero confratello che ha intervistato più volte il Sommo Pontefice in jeans e scarpe da ginnastica, mentre la berretta rossa la lascio di buon grado al Cardinale Augusto Paolo Lojudice, insignito di questa dignità non per particolare scienza, intelligenza e doti di governo pastorale che lo hanno portato a distinguersi tra i membri del Collegio Episcopale, ma perché portava i seminaristi del Pontificio Seminario Maggiore Romano a visitare i campi Rom.

Tutti questi sono solo i risultati finali di un grande e complesso effetto a catena partito ormai da lontano, che sarebbe bene studiare, perché solo a questo modo sarà possibile trovare una adeguata cura, non certo con una nuova Pascendi Dominici Gregis né con una seconda Laudato sì, che volendo potrebbe essere anche intitolata Laudato no, visto lo stile consolidato del … potrebbe essere sì o forse anche no, ma forse chissà, un po’ sì e un po’ no, ma eventualmente sapete che cosa vi dico? Mettetevi d’accordo e fate voi, purché non vi dimentichiate mai dei poveri …

Più che consolazione abbiamo una certezza di fede: le mode passano, come diceva Yves Saint Laurent, ma lo stile, quello di Cristo che si è rivelato e donato, quello rimane in eterno e non passa mai.

dall’Isola di Patmos, 4 settembre 2023

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I Padri dell’Isola di Patmos

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Il rinnegare se stessi e prendere la croce è una esaltazione del dolore? No,

Omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

IL RINNEGARE SE STESSI E PRENDERE LA CROCE È UNA ESALTAZIONE DEL DOLORE? NO, È VIA VERSO LA VIA, LA VERITÀ E LA VITA

«Attraverso ogni evento, quale che sia eventualmente il suo carattere non-divino, passa una strada che porta a Dio» (Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa)

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È iniziato il campionato di calcio che, come gli appassionati sanno, è preceduto nel periodo estivo dalla preparazione che le squadre fanno in forma ritirata per provare schemi e tattiche senza svelarsi troppo agli avversari poiché, come spesso accade, ad ogni grande manifestazione si antepone un tempo di attesa e di silenzio. In un certo qual modo è anche ciò che capitò a Gesù quando iniziò una nuova tappa della sua vita e missione. Chiese ai suoi di non rivelare chi egli fosse, anche se Pietro lo aveva appena confessato. Riporto allora il brano del Vangelo di questa ventiduesima domenica del tempo per annum, con l’aggiunta iniziale del verso 20 del capitolo 16 di Matteo che non è presente nel brano liturgico:

Masaccio, Gesù che paga il tributo, 1425 circa, Chiesa di Santa Maria del Carmine, Firenze

«(Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.) Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”. Allora Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni”»  (Mt 16, 20 – 27).

Gesù aveva appena chiesto, a chi evidentemente a quel punto doveva sapere molto su di lui, chi egli fosse per loro (Mt 16, 15). Di fronte alla bella confessione di Pietro sentì di poter allora spiegare (letteralmente: mostrare) ai suoi qualcosa di nuovo riguardo la sua persona e il suo destino. Che si tratti di un nuovo inizio, forse anche un cambio di prospettiva e di maturata consapevolezza intervenuta in Gesù, lo testimonia il parallelismo con Mt 4, 17 che narra l’apertura del suo ministero dopo l’arresto di Giovanni: «Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire». Nel versetto iniziale del testo odierno l’evangelista adopera il verbo ‘mostrare’ (ἐπιδείκνυμι epideíknymi) che rimanda e fa da contraltare alla richiesta dei farisei di far vedere un segno della sua autorità. Il segno mostrato loro da Gesù sarà la vicenda del profeta Giona che oggi ai discepoli è decodificato:

«Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Mt 12, 39-40).

Ritorna l’identificazione di Gesù con la figura del ‘Figlio dell’uomo’. Inizialmente parlavamo di nascondimento e Gesù amò celare, finché poté, la sua identità più profonda dietro questa figura celeste descritta nella letteratura biblica (Libro di Daniele, capitolo 71 e in quella apocrifa giudaica (Enoc etiopico)2 perché questo personaggio che vive nascosto, che è vicino a Dio come un’ipostasi e che ha il compito di giudicare, rappresentava per lui l’immagine più confacente al Messia, almeno come ci riporta principalmente il Vangelo più antico, quello di Marco. Nonostante le diverse stratificazioni convenute nei ricordi evangelici, pare proprio che Gesù rifuggisse letteralmente (cfr. Gv 6,15) dall’idea del Messia  discendente  davidico e cioè legato al potere o alla sua restaurazione. Poteva accettare che l’espressione ‘Figlio di David’ gli fosse rivolta da un cieco (Mc 10,47), un povero dunque che non poteva che saper le cose se non riferite da altri o da una donna pagana come la cananea; ma Gesù, identificando preferibilmente se stesso col Figlio dell’Uomo, comunicava ai discepoli che egli era quel ‘messia segreto’ e che da questo momento desiderava condurli verso la comprensione piena dei pensieri e dei voleri di Dio circa questo suo inviato. Un’impresa ardua, allora e oggi, come testimoniato dall’episodio di Pietro. Le parole iniziali del brano odierno – lo abbiamo già segnalato – legate a ciò che precede (‘da allora’ – Ἀπὸ τότε), e corrispondenti ad un nuovo inizio (‘cominciò’ – ἤρξατο) rappresentano non solo un cambio di scena nel testo ma anche per i discepoli una sorta di doccia fredda perché nel momento in cui Gesù annuncerà il suo destino di sofferenza Pietro lo respingerà come un’assurdità. Il Figlio dell’uomo che Pietro infatti conosce è figura potente e gloriosa la quale non può che essere vincitrice. Il brano, nonostante lo sconcerto dell’apostolo, mostra invece quanto Gesù fosse consapevole di essere qualcosa di più del Figlio dell’Uomo di derivazione danielica o come fu rappresentato nella letteratura apocrifa, la qual cosa avrà necessità di una ulteriore rivelazione, sconcertante per la sua grandezza, che, per questa stessa ragione, sarebbe difficile da credere e accettare se fosse venuta da lui. Sarà quindi la voce stessa di Dio sul Tabor, alla Trasfigurazione, a fare tale rivelazione:

«Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo» (Mt 17,5).

I tre discepoli che udranno questa rivelazione sapranno che ormai Gesù, del quale avevano qualche cognizione, è Figlio di Dio. È quel ‘nascosto’ nel mistero di Dio, destinato a rivelarsi.

Per poter comprendere la densità del testo proclamato in questa domenica partirei dall’affermazione sorprendente che Gesù rivolse al suo discepolo migliore, Pietro:

«Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

A mio avviso ci aiuta ad allontanare un paio di tentazioni perniciose. La prima è quella di accontentarci di alleggerire la nostra coscienza, ribaltando su altri quelle che sono debolezze insite nella umana natura, dunque anche nostre, dimenticando di guardare più in profondità. Magari anche solo gettare uno sguardo al dramma in scena se proprio non ci riesce quello mosso da una fede capace di penetrare il mistero più grande che la scrittura ogni volta ci propone. Così faremo con Giuda nel tempo della passione ed ora con Pietro che strattona Gesù (‘Lo trasse con sé’ – καὶ προσλαβόμενος αὐτὸν)3. È vero che Pietro fece quel gesto e disse quelle parole («Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai»), ma la risposta che diede Gesù, la risposta di uno che ha piena consapevolezza di chi fosse e profonda conoscenza di dove venisse e di chi lo aveva mandato, non sembra neanche rivolta a Pietro, piuttosto a colui che fin dall’inizio lo aveva ostacolato tentandolo (cfr. Mt 4). Il Signore avvertì, nelle parole dell’apostolo, l’ultimo tentativo dell’avversario di bloccare la sua missione. Se Egli non smise mai di pazientare e usare comprensione verso i suoi discepoli, anche quando li rimproverava, sapeva bene d’altro canto contro chi aveva a che fare e davvero poneva inciampo alla sua missione. Anche se a prima vista Gesù non lesina parole dure a Pietro: il beneficiario della rivelazione del Padre ora è apostrofato come ‘satana’, il destinatario della beatitudine è ora motivo di scandalo, la roccia è ora pietra d’inciampo. In Pietro queste dimensioni contraddittorie convivono, come convivono in ogni credente possibilità di fede e di non-fede, di comprensione e di ignoranza, di fedeltà e di abbandono, di umiltà e di supponenza. In particolare di fede e di sufficienza, di adesione al Signore e di presunzione di sé.

L’altra tentazione, forse anche peggiore, è quella di togliere valore all’incarnazione del Figlio di Dio, come se sulle parole di Gesù circa il suo destino pendesse una divina necessità o a un fato ineluttabile, come se la volontà divina fosse una sovrascrittura della sua esperienza umana con l’intento di far soffrire e morire Gesù perché espiasse i peccati come una vittima o un sacrificio. Una conseguenza pur vera che andrebbe però letta bene, mentre invece spopola di frequente fra i credenti che prediligono una religiosità devozionale e sentimentale, con poca voglia di confrontarsi col mondo.

Nelle parole di Gesù cogliamo, invece, tutta la freschezza di un’esperienza umana autentica e la scoperta di una vocazione che corrisponde a quel ‘pensare secondo Dio’ che Pietro ancora non aveva. Nell’annuncio nuovo che Gesù da e che risuonerà altre due volte (Mt 17, 22-23; 20, 17-19) mentre camminerà verso Gerusalemme, la città che «uccide i profeti» (Mt 23, 37), Egli comunica ai suoi la passione per il mondo che è la stessa di Dio: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna»4. Gesù sa bene di aver sollecitato ostilità con le sue parole e con le azioni e per questo forse si era anche attardato nella parte nord del paese, ma era giunto il momento di non rimandare l’incontro con quei poteri che possono togliere la vita con violenza: una circostanza che chi pregava con i salmi e leggeva i profeti conosceva bene. Questa è la vocazione di Gesù che riconosce come una necessità – «doveva (ὅτι δεῖ) andare a Gerusalemme e soffrire molto» (Mt 16,21) – e che accoglie con la libertà di chi pensa secondo Dio.

Dobbiamo essere grati al gesto di Pietro che ha permesso di ricordare un detto sulla sequela del discepolo che risente della tensione escatologica che animava la predicazione di Gesù, per cui nulla è rimandabile poiché il tempo si è fatto breve e questo è il momento della decisione.

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?»5

Pietro è stato appena rimandato indietro da Gesù, nella posizione del discepolo che segue il maestro. E se prima era stata annunciata la passione del Messia, ora viene comunicata da Gesù quella del discepolo. Queste espressioni dal tenore semitico (perdere la vita – trovare la vita; guadagnare – trovare) prese da un contesto legale, per cui in un tribunale si può addirittura scegliere di non difendere se stessi (rinnegare se stessi – prendere il patibulum) come pure farà Gesù, sono il modo in cui i Vangeli ci offrono le rappresentazioni della vicenda umana di Gesù che convergono nel riconoscere nella fede escatologica il loro tratto distintivo. Una fede concretamente vissuta come conflitto ultimo e perciò mortale con il Satana, a cui è stata rimessa la potenza e la gloria di tutti i regni dell’ecumene, secondo il passo illuminante della seconda tentazione nella versione di Luca6. Una fede che si traduce in gesti e parole dai quali traspare con tutta la chiarezza desiderabile il rapporto vissuto da Gesù nei riguardi del mondo, vale a dire in concreto con la società di appartenenza: famiglia, classi sociali, poteri costituiti, rapporti di forza tra individui, ceti e generi, espressioni cultuali e culturali. Tutto questo universo di relazioni è come visto dal di fuori, e non certo perché egli fosse mosso da uno specifico intento di denuncia del giudaismo in vista della costruzione di una superiore forma di vita religiosa, ma perché in concreto il mondo gli si offriva nella fattispecie del giudaismo del suo tempo. Ciò che si oppone alla sua esigenza sono gli uomini e le istituzioni ebraiche nella misura in cui consapevolmente o meno si riconoscevano nel mondo.

Non sorprende pertanto che questo stesso atteggiamento sia richiesto da Gesù ai seguaci, con tutte le rotture che esso comporta e perciò anche i rischi; ciò che viene implicitamente chiesto è un atto di coraggio morale e, all’occorrenza, anche fisico: «Chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà» (Mt 10, 39). Coraggio di una qualità speciale che si coniuga anche con la compassione:

«Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta, finché non abbia fatto trionfare la giustizia» (Mt 12, 20).

perché coraggio e compassione sono in Gesù aspetti inseparabili della stessa figura. In questo senso l’invito rivolto al seguace a ‘rinnegare sé stesso’ non aveva nulla di arbitrario né di contrario al rispetto verso se stessi. Va compreso come un modo, duro quanto si vuole, per rendere consapevole il discepolo della gravità della rottura che Gesù compiva: non si trattava di seguire un riformatore religioso né un maestro di sapienza, ma di riconoscere nella condizione mondana che ‘guadagnare la vita’ autentica corrispondeva all’accettare le conseguenze radicali della sua predicazione.

Nelle parole di Gesù è alla fine prefigurata anche la risurrezione, dopo la sofferenza e la morte. Il destino del Messia sconfitto7, che sarà chiaro e riconosciuto nella fede solamente dopo che questi avrà ripreso la vita, diventerà allora parte del cuore dell’annuncio cristiano, come testimoniano queste parole dell’apostolo Paolo:

«Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1, 22-24).

E finalmente il mistero di Gesù crocifisso e risorto sarà riconosciuto dai discepoli come il vero segno di Dio, perché il ‘pensare secondo Dio’ comportava la Pasqua di Gesù. Egli sarà visto allora come la parola concentrata (verbum abbreviatum), poiché Dio ha pronunciato una sola parola, quando ha parlato nel suo Figlio («Semel locutus est Deus, quando locutus in Filio est»”8) e quella parola era l’amore che lui ha rivelato:

«Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv13,1).

Dall’Eremo, 3 Settembre 2023

 

NOTE

[1] «Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto» (Dan 7, 13-14)

[2] Chialà S., Libro delle Parabole di Enoc, Paideia, 1997

[3] Mt 16, 22

[4] Gv 3, 16

[5] Mt 16, 24, 26

[6] «Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: “Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo» (Lc 4, 5-7).

[7] Dianich S., Il Messia sconfitto, l’enigma della morte di Gesù, Cittadella, 1997

[8] Sant’Ambrogio, cfr. Henri De Lubac, Esegesi medievale, vol. III, Milano, Jaca Book, 1996, pp. 261-262

 

San Giovanni all’Orfento. Abruzzo, Monte della Maiella, fu un eremo abitato da Pietro da Morrone, chiamato nel 1294 alla Cattedra di Pietro sulla quale salì col nome di Celestino V (29 agosto – 13 dicembre 1294).

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I Padri dell’Isola di Patmos

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