“Lettere” – Castighi divini, amore e misericordia. Le ragioni di Roberto de Mattei

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Lettere dei Lettori dell’Isola di Patmos

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CASTIGHI DIVINI, AMORE, MISERICORDIA. LE RAGIONI DI ROBERTO de MATTEI

 

«Gentili Padri dell’Isola di Patmos, mi sono imbattuto in un video del Prof. Roberto de Mattei nel quale si collegano certi eventi naturali quali il terremoto di Messina del 1908 a un … castigo divino (!?). Sono esterrefatto che si usino ancora certi toni e capisco perché il Padre Ariel gli ha tirato alcune sferzate in suoi articoli. Il tutto per giunta alle porte del Giubileo della Misericordia. Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione »  

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Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autori
Giovanni Cavalcoli, OP
Ariel S. Levi di Gualdo

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«Gentili Padri dell’Isola di Patmos, mi sono imbattuto in un video del Prof. Roberto de Mattei nel quale si collegano certi eventi naturali quali il terremoto di Messina del 1908 a un … castigo divino (!?). Sono esterrefatto che si usino ancora certi toni e capisco perché il Padre Ariel gli ha tirato alcune sferzate in suoi articoli. Il tutto per giunta alle porte del Giubileo della Misericordia. Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione» [N.d.R. vedere video QUI ]

Stefano Salvitti, Roma

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Gentile Lettore.

roberto de mattei primo piano

Roberto de Mattei, nato a Roma ma appartenente ad una famiglia della vecchia aristocrazia siciliana, parlando del terremoto di Messina non ha espresso “opinioni personali” od “opinioni cattoliche di parte”, si è basato su fatti storici.

Le rispondiamo assieme per spiegarle perché condividiamo ciò che espose il Prof. Roberto de Mattei e perché lo difendemmo quando fu aggredito dagli “integralisti” laicisti in modo scomposto e senza argomenti, come lui stesso spiega in modo preciso e pacato nel video che lei ci ha inviato.

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Non faccia torto al Padre Ariel mal interpretando le sue «sferzate», perché si tratta di scambi d’opinioni colorite talora dal suo spirito toscano, attraverso le quali mai ha sminuito questo valente accademico cattolico, che entrambi conosciamo di persona. Quindi non confonda certe normali pizzicate tra studiosi con forme di astio che non toccano i Padri dell’Isola di Patmos. Sappia infatti che filosofi, teologi e storici si accapigliano da quando sono nate le discipline filosofiche, teologiche e storiche, finendo poi a cena assieme, perché il litigare finisce col metter loro fame, tante sono le energie che bruciano in certe discussioni.

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Nell’ambito di certi dibattiti noi non abbiamo accettato la critica di de Mattei al Concilio Vaticano II, a cui riguardo abbiamo all’occorrenza polemizzato. E qui non si tratta di opinioni, ma di fedeltà al Magistero della Chiesa, sul quale non possiamo transigere, pur nel profondo rispetto della cara persona.

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Attraverso la sua domanda ella offre conferma di quanto oggi sia difficile parlare una “lingua” cattolica. Per questo più volte i Padri dell’Isola di Patmos hanno insistito in vari articoli sulla “perdita della lingua”, o sul dramma derivante dal parlare una lingua che il mondo laicista, ma spesso anche un certo mondo cattolico intriso di modernismi e di sociologismi non è più disposto a recepire e capire [vedere QUI].

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Roberto de Mattei Castighi di Dio

il libro di Roberto de Mattei [ed. Fede&Cultura]

La citazione di Salviano di Marsiglia [Cf. De Gubernatione Dei] da parte di de Mattei è pertinente e applicabile al nostro tempo, dato l’evidente riferimento biblico ai famosi episodi di Sodoma e Gomorra. Una società come la nostra, sempre più accondiscendente per non dire favorevole a comportamenti contrari alla legge divina, quale appunto può essere la sodomia, rischia effettivamente di subire un severo castigo divino. Se infatti Dio, come spesso dice il Santo Padre Francesco, è sempre pronto ad accogliere chi si pente, non dimentica le esigenze della giustizia, che vogliono la punizione del peccatore arrogante, sfrontato e ostinato. Se non mantenessimo questo concetto di giustizia comune a tutte le religioni e fondato sulla coscienza morale naturale, crollerebbe l’intero ordine giuridico della Chiesa e dello Stato. Homo homini lupus. I delinquenti schiaccerebbero gli onesti, i prepotenti renderebbero schiavi i giusti.

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Occorre tener conto della importante distinzione contenuta nella Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1986, n.3 [vedere QUI]. Si tratta della distinzione fra condizione o tendenza omosessuale e atti omosessuali. L’inclinazione, spiega il documento, «benchè non sia in sè peccato», perchè è istintiva o spontanea, e a volte innata, «costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale», in quanto gli atti ai quali spinge o sollecita, «vengono privati della loro finalità essenziale e indispensabile», che è la procreazione. Costituisce dunque peccato o colpa non la semplice presenza dello stimolo omosessuale, ma l’accondiscendere volontariamente a questa inclinazione. Accondiscendere volontariamente a un’inclinazione cattiva, benchè involontaria, non può che essere un’azione cattiva. Il che lascia alla pastorale ecclesiale ed alla legge civile un giusto ed ampio spazio di interventi specifici e calibrati, a seconda dei casi, da attuare con prudenza, carità e rispetto delle persone, giacchè occorre sempre ricordare la fondamentale distinzione tra la qualifica morale oggettiva di un peccato o reato in rapporto alla legge morale o civile e l’entità della responsabilità concreta, se esiste e quanto esiste, nelle circostanze concrete, della persona che li commette. Giudicare dell’atto in linea di principio non è lo stesso che giudicare della coscienza del singolo in quelle determinate circostanze. È in relazione a questo secondo aspetto, non al primo, che bisogna intendere la famosa e articolata frase del Santo Padre riassunta dai giornali in: «Chi sono io per giudicare?» [vedere II parte della conferenza di Ariel S. Levi di Gualdo, minuto 18,40 QUI].

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bologna spettacolo blasfemo

la nuova Sodoma&Gomorra, spettacolo blasfemo sulla passione di Cristo messo in scena dall’Arcigay di Bologna [vedere QUI]

Per sostenere la teologia del castigo o la teologia dell’Inferno, basterebbe rifarsi alle numerose volte in cui il Signore Gesù vi fa riferimento nei Vangeli, indicandolo in vario modo come «fornace ardente» e come luogo «dove sarà pianto e stridore di denti» [Mt 13, 42]. Anche nell’Antico Testamento si fa frequente riferimento al giudizio di Dio e al suo castigo per i peccatori. Nella letteratura biblica l’ira di Dio viene posta assieme all’amore dal Salmista che canta le lodi di Dio celebrandolo come «lento all’ira e grande nell’amore» [Sal 102,8], ed ancora «Paziente e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia» [Sal 144,8].

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Il castigo divino non sempre è necessariamente un atto positivo di Dio nei confronti del peccatore, quanto piuttosto una conseguenza necessaria dello stesso peccato, che egli commette, così come è logico che muoia chi beve un veleno. Però, secondo imperscrutabili piani di giustizia e di misericordia, Dio nella vita presente in certi casi punisce, in altri no, lasciando il castigo alla vita futura. Meglio subire il castigo adesso, perchè ci si può redimere, piuttosto che nell’al di là, dove non c’è più rimedio. Per questo, è bene approfittare subito della divina misericordia, facendo penitenza dei nostri peccati, perchè se non faremo questo adesso, di là, al posto della misericordia, ci sarà la giustizia, il cui rigore non auguriamo a nessuno.

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Le pene di questa vita possono colpire anche innocenti, mentre certi malfattori sembrano farla franca. Sembrerebbe a tutta prima che ci fosse in Dio una mancanza di giustizia, perchè non punisce i malfattori e non difende degli oppressi; e di misericordia, perchè lascia soffrire gli innocenti? La risposta ci viene dalla fede, la quale ci dice che gli innocenti vengono uniti dal Padre alla croce di Cristo, l’Innocente per eccellenza, diventano in Cristo strumenti di salvezza del mondo. Verso questi innocenti la giustizia coincide con la misericordia, secondo l’insegnamento paolino [Rm 3,21], in quanto si tratta di Dio che giustifica per misericordia. Quanto ai malfattori, esiste la misericordia anche per loro, ma a patto che si convertano. E Dio è giusto anche per loro, perchè offre anche a loro i mezzi per salvarsi.

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L’ira divina nel senso biblico non significa poi dare in escandescenze, nè significa tanto meno crudeltà, è semplicemente la volontà divina di fare giustizia e quindi il giusto castigo. Essere lenti all’ira non vuol quindi dire essere privi di ira, perché nell’immensa grazia dell’amore di Dio risiede anche la giustizia di quella misericordia attraverso la quale il Divino Giudice concederà il premio della beatitudine del Paradiso, assegnerà la destinazione dell’anima alla purgazione, cioè alla purificazione nel Purgatorio, ed irrogherà la pena eterna nell’Inferno per coloro che in modo ostinato e pervicace avranno rifiutato il suo amore, i suoi doni di grazia e quindi la sua misericordia e il suo perdono.

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Paul Rubens 1615 lot fugge con la sua famiglia

dipinto di Paul Rubens (1615) Lot fugge con la sua famiglia mentre su Sodoma e Gomorra piovono fuoco e zolto

Come sacerdoti e teologi ci rendiamo conto che urge sempre più ripartire da una accurata catechesi del Popolo di Dio, eliminando le imposture di un falso buonismo e di un falso perdonismo, ed al tempo stesso dando una corretta formazione ai sacerdoti, posto che molti fedeli, ma purtroppo anche diversi pastori in cura d’anime, hanno un’idea errata della misericordia di Dio, che non esclude la giustizia punitiva, così come l’esistenza del bene non esclude l’esistenza del male; e la buona azione non esclude il peccato. La misericordia non è solo dono, ma è anche premio. Non si premia il male, ma il bene.

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La misericordia divina suppone il castigo e la pena del peccato. La misericordia è la volontà divina di liberare in Cristo l’uomo dal peccato e di sollevarlo dalle sue miserie, conseguenze del peccato originale e, a volte, di peccati personali. Essa rimette il peccato, ma non necessariamente toglie o allevia la pena, la quale pertanto, unita per amore alla croce di Cristo, assume un valore riparatore ed espiativo. La remissione del peccato mortale libera dalla pena dell’inferno, mentre la pena per il peccato veniale è temporale, scontabile o quaggiù con la penitenza e l’uso delle indulgenze, oppure in Purgatorio. Dove pure le anime possono fruire delle indulgenze.

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Dio vuol fare a tutti misericordia. Se quindi di fatto — e questa è verità di fede — alcuni sono premiati e oggetto di misericordia, mentre altri sono dannati e castigati, tale differenza non dipende da Dio, ma dall’oscillazione tipica del libero arbitrio umano, capace di operare ora il bene ora il male. Per questo è giusto che i buoni siano premiati e i cattivi siano castigati. Sarebbe infatti ingiusto che Dio premiasse i cattivi. Sarebbe come autorizzarli a compiere il male. Potrà mai Dio permettere una cosa simile? D’altra parte, se l’uomo vuole evitare il castigo, non ha che da compiere il bene, cosa nella quale Dio lo soccorre infallibilmente e sovrabbondantemente con la sua grazia e la sua misericordia.

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Il castigo non contraddice né nega la misericordia, la quale si attua senza limiti, così come l’esistenza dei cattivi non esclude quella dei buoni. Se qualcuno è castigato e rifiuta la misericordia, non è perchè Dio faccia preferenze di persone, ma è solo colpa del peccatore. Siamo solo noi, col nostro peccato, a porre un freno alla misericordia divina, la quale, di per sè, come torrente inesauribile, fluirebbe in continuazione.

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La divina misericordia toglie il castigo o la trasfigura. I nostri progenitori hanno ricevuto un castigo che si è ripercosso in tutta l’umanità. Ma Dio ha avuto pietà di noi donandoci suo Figlio, sicchè mediante la croce noi siamo perdonati dei nostri peccati e trasformiamo il castigo in espiazione. E non solo, ma siamo resi anche figli di Dio. Se qualcuno invece non riceve misericordia, non è perchè Dio non gliela vuol dare, ma perchè è lui che non si pente delle sue colpe, sicchè il castigo, invece di essere espiazione, resta come castigo in tutta la sua severità.

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papa francesco misericordia

il Santo Padre sul Giubileo della Misericordia

Tanto la misericordia quanto il castigo sono dettati dall’amore. Infatti, l’amore che cosa chiede? Volere il bene dell’altro. Se dunque è bene che il malfattore, se merita il castigo, sia castigato, ed eventualmente obbligato a riparare il mal fatto o a risarcire i danni, onde nel contempo eventualmente farlo riflettere, ne viene che il castigare, da parte dell’autorità competente [Dio, Papa, vescovo, giudice, superiore, genitore, educatore, ecc.] è un atto di amore, per quanto ciò possa sembrare strano a chi ha un concetto solo emotivo-sentimentale dell’amore. Anzi, possiamo arrivare a dire che gli stessi dannati dall’Inferno continuano ad essere amati da Dio, che li conserva in vita nell’ordine della città infernale e — come ritiene San Tommaso d’Aquino — non li castiga tanto per quanto meriterebbero. Per questo la misericordia divina si fa sentire anche nell’Inferno.

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È sbagliato credere che uno che castiga odia il castigato. Al contrario, chi castiga deve dare un giudizio lucido, prudente, obbiettivo, spassionato ed imparziale, nell’applicazione della legge, come il giudice di un tribunale, per la rieducazione se è possibile dello stesso castigato, per la salvaguardia del bene comune, nonchè per la difesa e la soddisfazione di chi ha ricevuto torto, senza lasciarsi trasportare da interessi privati o dalla passione, altrimenti non attuerebbe la giustizia.

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Questo lo spirito col quale invitiamo a partecipare al Giubileo della Misericordia, aperti all’accoglimento della grazia e del perdono di Dio, che ci sono concessi a condizione della nostra conversione e del ripudio dei nostri peccati, sinceramente dediti alle opere della giustizia e della misericordia, curando la nostra salvezza «con timore e tremore», ma anche grande fiducia nella divina misericordia. «Ecco il momento favorevole!» — direbbe San Paolo —. «Ecco l’ora della salvezza!» [II Cor 6,2].

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Se Dio consente disastri naturali è solo per ammonirci su questa terra, non per sferrare su di noi la propria vendetta, bensì per donare agli uomini la sua misericordia, tanto desidera la nostra conversione per strapparci al castigo eterno. Ma per strapparci alla «fornace» dove «sarà pianto e stridore di denti», Egli ha bisogno del nostro consenso, perché liberi ci ha creati, liberi ci vuole.

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Cena de destrui͋o apos o terremoto no bairro de Bel Air centro de Porto Principe - Haiti - 15/01/2010 - FOTO JONNE RORIZ/AE

il terribile terremoto di Haiti, dinanzi al quale, a giudizio di taluni, non è lecito ricordare che quel Paese era: crocevia di tutti i vizi, dei peggiori traffici, con un tasso altissimo di omicidi, uno dei massimi centri al mondo di “magia nera”, un centro di prostituzione  soprattutto minorile, luogo di espianti e di traffico di organi umani, ecc …

Il problema è che oggi non riusciamo più a leggere i segni sempre più numerosi: alterazioni climatiche insolite, siccità, terremoti, maremoti … e se qualcuno in tutto questo invita a leggere anche degli avvertimenti o dei moniti divini, finisce sotto il tiro incrociato di coloro che hanno sfrattato Dio dalla storia e dall’esperienza umana. E proprio costoro, che in tutti i modi vogliono privare l’umanità di Dio, all’occorrenza pure a colpi di leggi inique, finiscono poi con l’accusarci di mancanza di umanità, cosa questa accaduta anche a Roberto de Mattei subissato a suo tempo d’insulti, ma pure a noi, quando predicando certe pagine del Vangelo o ricordando ai fedeli certi moniti del Signore Gesù, ci siamo sentiti rispondere, persino da certi confratelli sacerdoti, che «l’Inferno è una contraddizione in termini della Misericordia di Dio che è amore» e che come tale «non permetterebbe mai la condanna dell’uomo all’eterna dannazione». E tutto questo, nel linguaggio dottrinale della Chiesa, si chiama eresia, solo e null’altro che eresia.

 

Dall’Isola di Patmos, 30 maggio 2015

 

 

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Super Quark, servizio sul terremoto di Messina-Reggio di Calabria

Lectio sulla Tradizione presso i Francescani dell’Immacolata tenuta da Ariel S. Levi di Gualdo

LECTIO  SULLA TRADIZIONE PRESSO I  FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA TENUTA DA ARIEL S. LEVI di GUALDO

 

«La Tradizione, tra il Gesù della Storia e il Cristo della fede» è stato l’argomento trattato dal Padre Ariel nel corso di una conferenza divisa in due lectiones.

 

Autore Redazione dell'Isola di Patmos

Autore
Redazione
dell’Isola di Patmos

 

 

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I Frati Francescani dell’Immacolata con il Santo Padre Francesco

Il 2 Maggio, Ariel S. Levi di Gualdo ha tenuto in Roma una lectio sulla Tradizione presso i Francescani dell’Immacolata, pubblicata integralmente sul canale youtube dell’Isola di Patmos.

Rinnovando auspici d’ogni grazia del Signore a questa giovane e preziosa Famiglia religiosa, i Padri dell’Isola di Patmos ringraziano Fra Carlo per le riprese video e Jorge, collaboratore del Padre Ariel, per il montaggio del filmato.

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Canale Youtube dell’Isola di Patmos

CLICCARE SOPRA LE IMMAGINI PER APRIRE I FILMATI

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– Theologica – La metafisica di Teilhard de Chardin, una metafisica evoluzionista

– Theologica –

LA METAFISICA DI TEILHARD DE CHARDIN, UNA METAFISICA EVOLUZIONISTA

La prima cosa che si potrebbe osservare è che in Teilhard manca la nozione di atto d’essere, sostituto dall’evoluzione. Non esiste, quindi, per lui un essere fisso ed immutabile, indipendente dal divenire e dal mutamento. L’essere o l’essenza, per lui, è l’essere che diviene, come in Eraclito. Tutto evolve, tutto muta, nulla è immutabile, nulla è definitivo. Il divenire stesso è eterno: da sempre e per sempre. Nessuno dubita dell’esistenza di enti mutevoli. Ma per Teilhard non esiste ente che non muti, persino Dio.

 

 

Giovanni Cavalcoli OP

Giovanni Cavalcoli, OP

 

Per aprire l’articolo cliccare sotto

Giovanni Cavalcoli, OP – La metafisica di Teilhard de Chardin

 

 

 

Cristo non ci vuole ruffiani e cortigiani, infatti non ci chiama “servi” ma “amici”

CRISTO NON CI VUOLE RUFFIANI E CORTIGIANI, INFATTI NON CI CHIAMA “SERVI” MA “AMICI”

Una volta il messaggio della Chiesa era la salvezza, oggi il suo messaggio è divenuto una non meglio precisata povertà che ha tanto il sapore dell’ideologico e poco dell’evangelico, al punto tale che, per accedere all’episcopato o alla porpora cardinalizia, pare siano richiesti come requisiti imprescindibili l’essere andati e venuti dai campi Rom, od avere presenziato agli sbarchi di profughi o dei troppi presunti tali a Lampedusa. San Giovanni Paolo II, il quale conobbe il meglio del peggio della ideologia comunista direttamente sulla propria pelle, agli inizi del suo pontificato non disse: «Aprite le porte ai poveri delle periferie esistenziali », invitò il mondo ad «Aprire le porte a Cristo ed alla sua salvatrice potestà ». E chi l’ha canonizzato, nel farlo ce l’ha proprio presentato e proposto come modello di eroiche virtù da perseguire, non come un “santino” da iconografia popolare.

 

 

Autore Padre Ariel

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

« Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi »

      [Vangelo di San Giovanni 15,15]

 

Il primo aprile feci un cosiddetto “pesce” [vedere QUI] che poi rettificai subito indicandolo come tale attraverso un articolo scritto nella forma di “Supplica al Sommo Pontefice” [vedere QUI], che naturalmentepesce di aprile rimase senza risposta. Forse perché il Santo Padre sembra preferire di telefonare ad una celebre accolita di Lucifero, la Signora Emma Bonino, che assieme a quel famoso indemoniato di Marco Pannella hanno imposto tramite referendum la legge sull’aborto col placet degli elettori e dei governi dei peggiori baciapile democristiani? Aborto oggi celebrato da questi due anticristi come “diritto civile” e “conquista sociale”. In seguito, il duo Pannella&Bonino, ha lottato in favore di tutte le peggiori aberrazioni: dalla manipolazione genetica all’eutanasia, dall’omosessualismo alla cultura del gender. E mentre le mie parole facevano il giro della Curia romana e non pochi prelati, nella loro notoria pavidità, si fregavano le mani o m’inviavano messaggi privati dicendo: «Meno male che tu dici ciò che noi non possiamo dire», il Santo Padre, lungi dall’invitare la satanassa Bonino colpita nella vecchiaia da un tumore a convertirsi, preparandosi così attraverso pubblico pentimento e penitenza al proprio grande incontro con la morte, ossia col giudizio di Dio, senza nulla sospirare su tutto questo la esortava invece a … «tenere duro» (!?) [vedere QUI, QUI, QUI, ecc..].

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Il Santo Padre Francesco sulla Cattedra del Vescovo di Roma

Un Romano Pontefice sarà sempre oggetto della mia obbedienza, è un fatto pacifico da me scritto e spiegato in numerosi articoli. Anche dinanzi ad un Alessandro VI, persino dinanzi ad un Giovanni XII redivivo io vedrò e di conseguenza venererò sempre in qualsiasi Successore del Principe degli Apostoli il mistero della Chiesa eretta da Cristo su Pietro. Come infatti diceva il Santo vescovo e dottore della Chiesa Ambrogio: ubi Petrus, ibi Ecclesia [Expositio in Ps., XL, § 30].

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Celebre foto di Emma Bonino che praticava aborti con una pompa da bicicletta. Mai pentita del suo passato, seguita nel suo presente a chiamare l’aborto “grande conquista sociale”.

Ciò non toglie nulla al fatto che il Santo Padre, in certe sue manifestazioni private poi riportate di rigore dai giornali e dalle televisioni di tutto il mondo in modo più o meno corretto, più o meno strumentale, finisca con l’essere talvolta imbarazzante, ma non per quel che ha detto – o meglio spesso proprio non detto – ma per quello che i mass media finiscono col fargli dire di ciò che in verità non ha mai detto. Come infatti ho più volte scritto: Nella «Chiesa “ospedale da campo”, a fare i conti con i feriti che giungono al pronto soccorso; spesso feriti anche da certe parole e gesti ambigui, ci siamo noi preti, che mai come oggi eravamo stati bistrattati e all’occorrenza rimproverati da un Romano Pontefice che reputa però opportuno rincuorare due figli dell’Anticristo come Marco Pannella [vedere QUI, QUI, ecc..] ed Emma Bonino, ai quali ognuno di noi, dal Successore di Pietro sino all’ultimo presbitero dell’Orbe Catholica, può dire solo una cosa, semmai anche ponendosi supplice in ginocchio davanti a loro con le lacrime agli occhi: “Ti prego, convertiti e credi al Vangelo, altrimenti il giudizio di Dio su di te sarà severissimo, perché con le tue opere diaboliche hai creato tutti i presupposti per un sicuro castigo eterno, tanto hai disprezzato le leggi di Dio e il mistero del dono della vita!”.

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i frutti della “conquista sociale” portata avanti dalla sua giovinezza sino ad oggi dalla mai pentita Emma Bonino che dovrebbe … “tenere duro”

Predicando alle sabbie del deserto, usando parole mie ma nella sostanza facendo uso di certi contenuti espressi ad altri Pontefici da San Bernardo di Chiaravalle e da Santa Caterina da Siena, in un passo di quello scritto mi rivolsi al Santo Padre con queste parole:

[…] non bisognerebbe mai fidarsi di chi passa con siffatta disinvoltura dai broccati decorati in oro e argento agli stracci dozzinali in acrilico sintentico, perché ciò denota che questi clericali trasformisti non sono mai se stessi, quindi non manifestano mai la genuina sincerità del proprio essere. Coloro che dopo la Vostra Augusta elezione al Sacro Soglio hanno riposte in cassaforte le croci pettorali d’oro per presentarsi alle assemblee episcopali o in udienza privata dal Romano Pontefice con croci pettorali di ferro, o quelli che per figurare più poveri ancora si presentano direttamente con croci pettorali di legno a forma di tau francescano, sono il segno vivente della inaffidabilità più falsa e pericolosa, oltre che paradigma di quella desolante mediocrità che oggi soffoca la Chiesa di Cristo dai più bassi ai più alti livelli [vedere QUI].

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l’organo di informazione della Diocesi di Roma

Non guardo la televisione, se non molto di rado; so bene però che esistono vari programmi comici che aiutano il pubblico a ridere in un’epoca nella quale ci sarebbe invece molto da piangere, basti pensare che l’Europa è al collasso sociale e politico, con i tagliagole che stanno sfondando le sue porte e con molte vecchie chiese del Nord dell’Europa e della Francia ormai spopolate e per questo date in uso ai mussulmani affinché possano ricavarne delle moschee. In ogni caso le boutade comiche più esilaranti sono contenute di questi tempi nei messaggi seri ed ufficiali diramati da certi uffici e istituzioni ecclesiastiche. Vi segnalo a tal proposito un articolo su RomaSette.it, l’informazione on-line della Diocesi dell’Urbe, che vi prego di leggere bene per poi rispondere a questa domanda: Roberto Benigni e Maurizio Crozza, all’apice dei loro “deliri” di comicità, ce la farebbero mai ad arrivare ai livelli di questi nuovi clericali da spot pubblicitario nazional-popolare?

Paolo Schiavon

S.E. Mons. Paolo Schiavon, Vescovo ausiliare di Roma dimessosi dall’incarico al compimento del 75° anno di età

Ma partiamo dal fatto oggetto di questo mio commento: al compimento del 75° anno di età s’è dimesso dall’ufficio di vescovo ausiliare dell’Urbe S.E. Mons. Paolo Schiavon, sostituito da un cinquantenne, Augusto Paolo Lojudice, sacerdote del presbiterio romano. Non conosco questo confratello che tra pochi giorni riceverà i doni di grazia dello Spirito Santo attraverso la consacrazione episcopale e desidero precisare senza pena di equivoco che sicuramente sarà persona pia e degna di ricevere la pienezza del sacerdozio apostolico e ricoprire quindi l’ufficio che gli è stato affidato. Non è infatti questo presbitero romano – al quale porgo ogni migliore auspicio e per il quale invoco ogni grazia del Signore – a farmi ridere, ma ciò che è stato scritto dall’organo ufficiale informativo del Vicariato di Roma con ripetuti richiami al Cardinale Agostino Vallini:

«Peculiare la sua attenzione ai poveri, sottolineata dal Cardinale Vallini, che ha ricordato le visite ad alcuni campi rom in cui don Lojudice l’ha accompagnato in questi anni: una realtà di “frontiera” che il vescovo eletto aveva scelto di seguire alcuni anni fa insieme ad un gruppo di alunni del Seminario Romano Maggiore, dove è stato padre spirituale dal 2005 al 2014. Un segno di riconoscimento di Papa Francesco “per l’impegno di carità della diocesi – ha detto il cardinale – portato avanti dalla Caritas, dalle parrocchie, dalle associazioni” » [Vedere testo QUI].

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New style – il Cardinale Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento, ed il nuovo saluto episcopale: il pollicione alzato

Dinanzi a queste affermazioni è di rigore precisare che il Vicario Generale di Sua Santità, oggi eminente scopritore di poveri e dagli stessi rimasto folgorato negli ultimi due anni lungo la via del conformismo clericale anziché lungo la via di Damasco, vive ed ha il proprio ufficio in un palazzo – quello del Laterano – che è indubbio emblema della Chiesa povera per i poveri sognata dal Santo Padre sin dagli inizi del suo pontificato. Basta infatti entrare in quel palazzo ed accedere semmai negli appartamenti privati di certi prelati, oppure andare a ricercare nei faldoni dell’economato le cifre esorbitanti spese per la ristrutturazione di diversi di essi. Proprio così, perché appena certi monsignorotti prendevano possesso dell’alloggio a loro assegnato, di prassi e rigore dovevano rifarlo tutto da cima a fondo.

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New style – “i gattopardi” e il Cardinale Montenegro. Fino a ieri principi borbonici, tali erano sino a pochi anni fa i vescovi siciliani, oggi mutati in “ragazzi” in vena di goliardate nazional popolari

L’attuale Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma è ricordato da diversi miei confratelli, sacerdoti da oltre due decenni, con sempre vivo terrore, quand’essi rimembrano i tempi in cui era loro rettore presso il seminario arcivescovile di Napoli. Eletto poi vescovo ausiliare di quella città, non pare trascorresse le sue giornate come pio pellegrino tra le “periferie esistenziali” – che a Napoli non mancano – od a servire pasti nelle mense dei poveri, od a visitare baraccopoli o campi Rom. Nella antica e nobile Partenope nessuno ha memoria di fatti del genere. Né risulta che questo Vescovo ausiliare partenopeo sia mai sceso in piazza per strappare la giovane manovalanza a quei figli del Demonio dei camorristi, che di fatto governano da decenni quella splendida Città, non solo come Stato illegale nello Stato legale, ma come potere superiore allo stesso potere legale dello Stato.

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New style della “Chiesa povera per i poveri”, il Cardinale Montenegro con un modello di croce pettorale di legno

Eletto Vescovo di Albano, diocesi perlopiù disseminata nelle esclusive zone dei Castelli Romani, nessuno dei tanti sacerdoti che festeggiarono giubili il giorno che fu destinato ad altro incarico ricorda di averlo mai visto girare per le ville dei Castelli Romani con una vecchia Fiat-Panda d’inizi anni Ottanta, coi sedili posteriori tirati giù per far spazio alle buste della spesa da portare agli imprenditori od ai professionisti con le parcelle a sei zeri che si trovavano ad attraversare dei momenti di difficoltà, al punto da essere costretti a risparmiare sui costi di manutenzione delle loro piscine; tanto che la Caritas diocesana si domandò se era il caso di mandare dei volontari a tagliare l’erbetta dei loro campi da golf.

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New style della “Chiesa povera per i poveri”. Il Cardinale Montenegro con un altro modello di croce pettorale di legno

Poi fu nominato Presidente del Tribunale della Segnatura Apostolica, con sede in un grande e splendido palazzo i cui spazi, a quanto ci è dato sapere, non furono mai mutati in alloggi o in dormitori per i senzatetto dell’Urbe Quirite, né in centro di accoglienza per quei Rom che oggi ti assaltano come mosche nella vicina Via della Conciliazione, tirandoti dietro parolacce e bestemmie se non gli dai i soldi.

Infine è nominato Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, con residenza nel Palazzo del Laterano, dove non risulta che i Rom salgano e scendano lungo i solenni scaloni, anche perché all’ingresso, per convenzione col Ministero degli Interni, è stato collocato per sicurezza un posto di polizia. A nessuno risulta che i poliziotti abbiano ricevuta disposizione dall’autorità ecclesiastica di indicare agli zingari il piano e il corridoio nel quale si trova l’ufficio del Cardinale Vallini, presso il quale mandare i bambini che il mattino non vanno a scuola per chiedere direttamente a lui l’elemosina, perché quella – l’elemosina – la chiedono in modo fastidioso ai cittadini italiani che all’ingresso delle loro case o durante i loro tragitti non sono protetti dai poliziotti contro petulanti e a volte pure pericolosi molestatori.

Se ai poveri – ed in specie a certi Rom dalle mani svelte – non è affatto consentito l’accesso al solenne palazzo lateranense che gode peraltro del regime giuridico di extraterritorialità secondo le convenzioni internazionali, in compenso è stato permesso loro di sviluppare, sotto questo papato “povero per i poveri”, un vero e proprio racket delle elemosine per tutta Via Merulana, da San Giovanni in Laterano sino a Santa Maria Maggiore, come mai s’era visto prima. E gli accattoni – che ripeto fanno parte di un vero e proprio racket gestito dalla criminalità – sono tutti e di rigore piazzati a seminare molestie sul territorio della Repubblica Italiana, di cui io prete mi onoro di essere cittadino ed al quale sono lieto di pagare le tasse, contrariamente a certi prelati,  ivi incluso il Cardinale Vallini, che può beneficiare di un posto di polizia preposto al controllo dell’ingresso del suo palazzo di residenza e che dispone di passaporto della Santa Sede la quale lo ha munito anche di un’auto blu con targa diplomatica.

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New style della “Chiesa povera per i poveri”. Un altro modello ancora di croce pettorale di legno del Cardinale Montenegro

È vero che l’asino viene legato al palo dove vuole il padrone, come dice il vecchio proverbio; ma la massima evangelica è del tutto diversa da certi proverbi della saggezza popolare, perché il Signore non ci ha chiamati servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone [Gv, 15,15]. Non a caso il Signore ci ha chiamati amici, perché vuole la nostra fedele amicizia, vale a dire il nostro senso cristiano, o meglio cristologico, non vuole il nostro servile ruffianesimo, meno che mai ci vuole cortigiani calcolatori, pronti a saltare sul carro del nuovo padrone, o come qualsivoglia del vincitore, alla cosiddetta faccia di Cristo e di tutti i suoi Santi.

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New style della “Chiesa povera per i poveri”, ennesima croce pettorale di legno della ricca collezione da falegnameria del Cardinale Montenegro

La verità è che in questa Chiesa ridotta spesso a un teatrino fatto di spot pubblicitari ad effetto, noi ci troviamo dinanzi a degli autentici morti che camminano su due gambe senza sapere d’essere morti. Non ci rimane dunque che restare prudenti e vigili sul ponte, facendo nel mentre tutto ciò che è in nostro potere pastorale fare per salvare le anime, nell’attesa che la corrente trascini via questi cadaveri. Perché con buona pace dei lacchè, dei ruffiani e dei compiacenti cortigiani di tutti i tempi, Cristo Dio sa da sempre quando e come cambiare programma attraverso l’opera dello Spirito Santo sulla sua Chiesa. E forse, il Santo Padre Francesco, per grazia e misteriosi progetti di Dio potrebbe essere proprio l’elemento fondamentale utile per ridurre il lento strazio della nostra agonia, facendoci fare il grande crollo in tempi brevi, affinché si possa poi cominciare presto a ricostruire da capo sopra le macerie. E di questo, un giorno, dovremmo essere grati allo Spirito Santo ed al Santo Padre Francesco per essere stato suo fedele ed efficace strumento di grazia per la Chiesa di Cristo ed il Popolo ad essa affidato dal Signore.

aprite le porte a Cristo

… è a Cristo, che dobbiamo aprire le porte, a Lui e soprattutto alla sua salvatrice potestà. Questo è ciò per il quale dobbiamo “tenere duro”, fino al Suo ritorno alla fine dei tempi.

Credo meriti ricordare ― non ultimo per il fatto che la Chiesa lo ha voluto di recente proclamare santo e quindi modello di eroiche virtù ― che San Giovanni Paolo II, il quale conobbe il meglio del peggio della dittatura proletario-comunista direttamente sulla propria pelle, agli inizi del suo pontificato non disse: «Aprite le porte ai poveri delle periferie esistenziali», invitò il mondo ad «Aprire le porte a Cristo ed alla sua salvatrice potestà». Esattamente questo, disse quel Giovanni Paolo II offerto oggi come modello perseguibile e realizzabile di eroiche virtù. E chi l’ha canonizzato, nel farlo ce l’ha proprio presentato e proposto come modello di eroiche virtù da perseguire, non come un “santino” da iconografia popolare.

Ormai siamo oltre la cosiddetta frutta, siamo oltre allo stesso digestivo. Ormai necessitiamo di un potente lassativo, se non di una vera e propria lavanda gastrica, per liberare quanto prima l’intestino della nostra povera ma pur sempre Santa Chiesa, che malgrado le opere nefaste degli sciocchi mediocri − che da sempre sono di gran lunga peggiori delle opere degli intelligenti eretici – rimarrà sempre la Sposa Immacolata di Cristo fino al suo ritorno alla fine dei tempi. Questa è la nostra fede, questa è la nostra cristologica speranza: «Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» [Mt 13, 16-20]. E noi non cesseremo mai di spalancare le porte a Cristo ed alla sua salvatrice potestà. Le poverolatrie mondane che celano solo conformismi e opportunismi servili le lasciamo di buon grado ai clericali da strapazzo, compresi quei cardinali che d’improvviso hanno scoperto come strumento di discernimento e come mezzo di suprema misura i Rom, anziché l’autentico valore di un Vangelo sempre più sconosciuto e inascoltato dagli uomini di questo mondo; compresi quei cardinali con le crocette di legno pendenti sul petto. Temo infatti che questa gente corra il serio rischio di rappresentare sempre più se stessa e le proprie dissociazioni dal reale umano e pastorale, anziché l’autentica e unica Chiesa di Cristo che ci tratta da amici, non da servi; che ci vuole annunciatori della salvezza e fedeli strumenti per la relizzazione dei suoi piani di redenzione, perché questa è la missione che Cristo ha affidato alla sua Chiesa edificata su Pietro.

Amen!

Il fine non giustifica i mezzi

IL FINE NON GIUSTIFICA I MEZZI

[…] e qui il discorso si può senz’altro allargare a coloro che aspirano ai primi posti anche nel campo della cultura, della scienza, della teologia, delle cariche ecclesiastiche. E qui abbiamo l’esplosione del farisaismo, triste deformazione della vita spirituale e della vocazione del teologo e del pastore, piaga che non risparmia nessun secolo della storia del cristianesimo, scandalosa invasione e soffocamento dello spirituale ad opera di interessi terreni più o meno peccaminosi, soprattutto di potere, di dominio, di efficienza, di prestigio, di successo. Qui è messa in opera l’astuzia più pericolosa e più vicina a quella del serpente della Genesi, perché, se quella del politico approfittatore danneggia o delude nei beni economici, quella del cattivo pastore, del falso profeta o del teologastro manda l’anima all’inferno.

 

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli OP

 

 

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Il Principe, la più celebre opera di Niccolò Machiavelli

Conosciamo tutti l’assioma che riassume la dottrina del Machiavelli circa i doveri del principe: “il fine giustifica i mezzi”, benchè questo principio non si trovi nel testo machiavelliano con queste precise parole. Esso vuol significare che, se il fine è buono, qualunque mezzo che serve al conseguimento del fine, è per ciò stesso giusto e buono o, se è cattivo, diventa buono. Sappiamo altresì come questa massima di Machiavelli sia stata respinta da molti. Notevole, per esempio, è il saggio di Jacques Maritain “La fin du machiavelisme” in Raison et Raisons . Qui vorrei approfondire in modo speciale la sua critica. Citiamo innanzitutto le parole del Segretario Fiorentino contenute nel famoso Principe:

machiavelli 2« Quanto sia laudabile mantenere la fede, e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende. Nondimeno si vede per esperienza ne’ nostri tempi, quelli prìncipi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare i cervelli degli uomini, ed alla fine hanno superato quelli che si sono fondati sulla lealtà… Ardirò di dire questo, che avendole (le buone qualità) ed osservandole sempre, sono dannose, e parendo d’averle, son utili; come parere pietoso, fedele, umano, intiero, ed essere; ma stare in modo edificato con l’animo che, bisognando non essere, tu possa e sappia mutare in contrario… Un uomo che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene che rovini in fra tanti che non sono buoni. Onde è necessario imparare a poter essere non buono, ed usarlo e non usarlo secondo la necessità, mezzo uomo, mezzo bestia, ora volpe, ora leone… Quello che ha saputo meglio usare la volpe, è meglio capitato… Ma sempre gli è necessario essere tanto prudente che sappia fuggire l’infamia di quegli vizi che gli torrebbero lo stato… Se gli uomini fossero tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono. Ma perché sono tristi, e non lo osserverebbero a te, tu ancora non l’hai da osservare a loro ».

Machiavelli 1

Niccolò Machiavelli

Il difetto di questo ragionamento del Machiavelli non sta, come potrebbe apparire, nell’ammettere che, per raggiungere certi fini, può essere utile valersi in casi speciali di mezzi che in genere sono proibiti. Se Machiavelli si fermasse a ciò, avrebbe ragione. Ciò però non significa coonestare un atto in sé cattivo. Ma ciò non vuol dire neppure che sia impossibile rivestire un atto genericamente cattivo di circostanze che nella fattispecie lo rendono buono. Infatti, come si sa, la stessa morale tradizionale, ammette come legittima difesa l’uccisione dell’ingiusto aggressore. Così pure anche la menzogna, che nel suo genere è un male, perchè priva chi ascolta del diritto di sapere la verità, in certi casi, può configurarsi come legittima difesa contro chi potrebbe servirsi della notizia per fare del male, e quindi può divenire lecita, come risulta dal comportamento di Raab, narrato nella Bibbia [Gs 2,1-21], la quale viene premiata [Gs 6, 22-25] e lodata nella Lettera Ebrei [Eb 11,31] e da San Giacomo [Gc 2,25].

machiavelli 3

la piaga del “machiavellismo” in politica

Esistono invece atti cattivi che non possono mai diventare buoni, neppure per certe circostanze. Ed è qui che Machiavelli cade, perché per lui non esiste alcun atto assolutamente cattivo, mentre d’altra parte non crede che il bene vada sempre ed assolutamente cercato. Un completo stravolgimento della morale; il peccato diventa comandato, mentre la virtù viene disprezzata.
Non si tratta, come alcuni dicono, dell’indipendenza della politica della morale. L’azione politica, in quanto atto umano, è semplicemente un atto morale avente come scopo la cura del bene comune. Morale e politica non possono ignorarsi a vicenda, ma la politica non è altro che l’applicazione del principio morale nell’ambito dei rapporti sociali. La politica semplicemente deve determinare nel campo sociale ciò che la legge morale lascia indeterminato; ma non può assolutamente contrastarlo. Nessuno autorizza il politico ad essere un furfante in nome della politica. Ma anche il politico, proprio come politico, è chiamato, nel cristianesimo, a farsi santo. Il Machiavelli, per imparare queste cose, aveva sotto gli occhi gli insegnamenti splendidi del Savonorola; ma non seppe trarne alcun profitto.

Astuzia

le massime machiavelliche di Al Capone: “Puoi fare più strada con una parola gentile e una pistola, che con una parola gentile e basta”

Questo relativismo e opportunismo morale Machiavelli lo rivela anche nel confondere la prudenza con l’astuzia, come appare già evidente dall’uso indifferente che Machiavelli fa delle due parole. Ciò vuol dire che raccomanda il vizio al posto della virtù, giacchè come insegna San Tommaso l’astuzia è una falsa prudenza per la quale «aliquis, ad finem aliquem consequendum, vel bonum vel malum, utitur non veris viis, sed simulatis et apparentibus ».
Ed è proprio quello che fa l’astuto: per raggiungere il suo fine, che peraltro non appare essere necessariamente un fine buono – “fare gran cose” non vuole ancora dir nulla – finge di essere buono, integro ed onesto, ma in realtà non lo è. Dunque l’astuzia è la compagna dell’ipocrisia.

Un Salmo della Scrittura loda l’astuzia nei confronti del “perverso” [Sal 17,27]. Ma trattandosi di difendersi contro un malfattore, allora è chiaro che va intesa nel senso della prudenza, di quella prudenza, nella quale Cristo dice che dobbiamo imitare i serpenti. Viceversa, il principe di Machiavelli non si fa scrupolo di ingannare, danneggiare o sfruttare anche gli innocenti, pur di raggiungere le sue mire di dominio e di potere.

bontà

la bontà …

Per Machiavelli la bontà non appare un fine assoluto, ma il fine è appunto questo fare “grandi cose”, il che può essere semplicemente una volontà di potenza o di autoaffermazione. E se, a servizio di tal fine, serve la bontà, bene, ma se serve la malvagità, bene lo stesso. In un ambiente di malvagi, il singolo, per Machiavelli, se vuole far fortuna ed affermarsi o quanto meno sopravvivere, deve a sua volta essere malvagio. Egli, per dar forza al suo ragionamento sofistico, non concepisce che il dovere di essere buono, sia, per dirla con Kant, un imperativo categorico, a parte il fatto che difficilmente incontreremo una società di puri malvagi, nella quale non brilli una qualche luce di bontà.

san pietro martire domenicano

San Pietro martire domenicano

Una cosa è certa: che Machiavelli non era assolutamente in grado di capire il valore del martirio. E’ evidente che Machiavelli nelle sue considerazioni è mosso da una semplice prospettiva terrena. Il destino dell’uomo si risolve in questo mondo, perdere in questo mondo vuol dire perdere tutto. Essere sconfitti quaggiù per essere fedeli ad un ideale oltremondano per Machiavelli non ha senso. Dal che si vede la sua radicale impostazione non dico anti-cristiana, ma addirittura materialista, perché anche saggi antichi come Socrate e Platone, seppero elevare lo sguardo al di là di interessi e mire meramente terreni per ascoltare l’imperativo assoluto ed incondizionato del valore morale presente nella coscienza.

Con l’esempio formidabile sotto i suoi occhi di un Savonarola, Machiavelli si limitò ad un modesto elogio, forse senza rendersi conto che l’esempio dell’eroico frate era una smentita radicale alla sua logica della

lapide savonarola a ferrara

lapide al domenicano Girolamo Savonarola affissa sul palazzo municipale della sua città natale di Ferrara

prepotenza. Bisogna osservare inoltre che, se il mezzo non è assolutamente buono, nessuna circostanza può renderlo buono la bontà del fine non può renderlo buono. Il fine quindi non può giustificare un mezzo cattivo, così come Dio giustifica il peccatore facendolo diventare buono. Il rubare per dare ai poveri resta sempre un rubare, anche se il dare ai poveri è encomiabile. Perchè il mezzo sia buono non basta che raggiunga efficacemente il fine; dev’essere buono in se stesso. Certo il rubare per dare ai poveri può essere un mezzo efficace per beneficare i poveri, il furto resta sempre un furto.

Così pure, se un mezzo è assolutamente cattivo, non può diventare buono. Questa impressione potrebbero darla l’omicidio e la menzogna. Senonchè essi non sono atti cattivi come tali, ma solo l’omicidio di un innocente e la menzogna all’innocente. In caso contrario, come abbiamo visto, può esser lecito uccidere o ingannare il malfattore. Abbiamo qui dunque uno stravolgimento di valori, per il quale la bontà è al servizio della malvagità. C’è comunque l’amaro presupposto che il bene non può vincere il male, soprattutto nel rapporto sociale: tanto vale allora imboccare di proposito la strada del male nella falsa idea di potersi così difendersi e farsi valere. Dato che gli altri sono malvagi, se vuoi sopravvivere ed affermarti, dei essere malvagio anche tu.

 

adamo ed eva

Adamo ed Eva secondo Michelangelo

Machiavelli sembra sdoppiare assurdamente l’idea del bene, quasi debba o possa esistere un super-bene dell’uomo “al di là del bene e del male”, figure relative e funzionali al bene supremo, indifferente al bene e al male o sintesi di entrambi. Qui Machiavelli sembra precorrere Nietzsche. Il bene sembra consistere proprio in questa oscillazione, in questo giocare abilmente tra il bene e il male a seconda delle convenienze. È la doppiezza eretta a sistema, agli antipodi della franchezza e della linearità evangelica del “Sì, sì, no, no”. Non si dà un bene puro ed assoluto separato dal male; ma un legame indissolubile tra di essi, che sembra già precorre la dialettica hegeliana.

bene comune

la terra, il grande bene comune …

Al principe machiavelliano non interessa il servizio al bene comune, ma solo al proprio: mantenere stretto in mano il potere, quale che sia, e dominare gli altri. Deve certo esser generoso e altruista; ma solo quando gli conviene. Ma nel complesso deve fingere, se vuole aver successo e conservare il potere. L’importante non è essere onesto, ma far credere agli alti di esserlo. Da qui si capisce che cosa il Machiavelli propone al suo principe: l’importante non è servire il popolo, ma solo darne l’apparenza. L’importante è stare a galla in ogni frangente mediante l’onestà e mediante la disonestà. La storia peraltro dimostra che anche coloro che seguono queste idee non sempre fanno fortuna ed anzi spesso finiscono male, mentre leaders politici, capi di Stato, sovrani onesti e coraggiosi, anche se pure per loro non va sempre bene, tuttavia possono avere un grande successo, come dimostrano gli esempi in figure nobilissime, come quella di un San Luigi IX, un San Venceslao, un Carlo Magno nel passato e nei nostri tempi Alcide De Gasperi, Giorgio La Pira, Aldo Moro, Benigno Zaccagnini, John Kennedy, Martin Luther King, Gandhi e tanti altri. Per non parlare dei grandi Pontefici della storia.

pirati

la piratesca ciurma

Il principe machiavelliano dev’essere inoltre un artista in fatto di ciurmeria, sempre per avere in mano il potere di dominare gli altri. A tal riguardo suscitano tutta l’ammirazione dell’astuto Fiorentino coloro che “hanno saputo con l’astuzia aggirare i cervelli degli uomini”. E qui il discorso si può senz’altro allargare a coloro che aspirano ai primi posti anche al di fuori della politica, nel campo della cultura, della scienza, della teologia, delle cariche ecclesiastiche. E qui abbiamo l’esplosione del farisaismo, triste deformazione della vita spirituale e della vocazione del teologo e del pastore, piaga che non risparmia nessun secolo della storia del cristianesimo, scandalosa invasione e soffocamento dello spirituale ad opera di interessi terreni più o meno peccaminosi, soprattutto di potere, di dominio, di efficienza, di prestigio, di successo. Qui è messa in opera l’astuzia più pericolosa e più vicina a quella del serpente della Genesi [Gen 3,1], perché, se quella del politico approfittatore danneggia o delude nei beni economici, quella del cattivo pastore, del falso profeta o del teologastro manda l’anima all’inferno.

Cartoline

Gesù guarisce il cieco dalla nascita

Uno di maggiori guai che affliggono la Chiesa di oggi è precisamente il moltiplicarsi di questi soggetti, titolati o non titolati, dilettanti o professionisti, i quali, come mi diceva un mio Superiore domenicano, — non so se con queste parole si rendesse conto di ripetere il Machiavelli —, « stravolgono la mente dei fedeli ».

Un altro difetto del Machiavelli è l’eccessiva importanza che egli dà al successo terreno. Nessun dubbio che il programma politico del principe mira al successo e può esservi attaccato più di quanto un vescovo o un teologo si attendano successo dalla loro attività. Eppure, anche il principe cristiano non deve esser troppo attaccato al successo e, pur di restar fedele a princìpi di onestà, deve saper accettare anche l’insuccesso. Meglio un insuccesso ma con la coscienza pulita che un gran successo ottenuto con inganni, corruzione e disonestà: “quella sottile astuzia che tende a trarre nell’errore” [Ef 4,14]. Oggi, soprattutto dietro il formidabile impulso che viene dalla Chiesa a partire da Leone XIII fino al Papa attuale, molte voci si sono levate per sottolineare ed esaltare la dignità morale dell’agire politico al servizio del bene comune e lo stretto nesso che una sana etica politica deve avere con quella del Vangelo.

sammaritano

il buon samaritano raccoglie e cura l’uomo aggredito per la strada dai briganti

Oggi più di un tempo molti, soprattutto giovani, capiscono ed apprezzano quanto è nobile e mirabile dedicare la propria vita al bene degli altri, magari solo per motivi umanitari, al risanamento della politica, all’instaurazione e promozione della giustizia sociale, alla difesa degli oppressi a costo di sacrifici e dell’insuccesso e a rischio addirittura della propria vita. Dopo l’amara esperienza delle dittature del secolo scorso sembra di constatare una diffusa ripugnanza, almeno nei paesi occidentali non islamici e non comunisti o di destra nei confronti del modello machiavelliano del capo di Stato o del sovrano o, del dirigente politico. Questo non vuol dire che il machiavellismo sia stato sconfitto nella società come nella Chiesa. Esso è quindi quelle male piante seminate dal peccato originale, che sempre rinascono se non siamo pronti a strapparle col rimedio dell’onestà, della giustizia e della carità.

Varazze, 18 maggio 2015

L’impronta del Volto di Cristo nella Sindone

L’IMPRONTA DEL VOLTO DI CRISTO NELLA SINDONE

 

l’impronta sindonica, pur appartenente a quella di una salma, come è testimoniato dalla posizione delle braccia e delle gambe, è però nello stesso tempo testimonianza sconvolgente dell’istante nel quale Cristo sta risorgendo e ci lascia un segno miracoloso ed impressionante di questo istante, al quale nessuno ha assistito, ma solo questo povero telo muto, ma più eloquente di mille testimonianze umane.

 

Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

 

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immagini fotografiche della Sindone

In occasione dell’ostensione della Sindone a Torino, un evento sempre di grande significato e risonanza nell’ambito ecclesiale e, più ampiamente, della cultura, della scienza e della storia, credo che i nostri lettori possano gradire queste mie considerazioni relative all’interpretazione dell’impronta del Volto sul telo sindonico. Esse ci porteranno a comprendere meglio il significato e il valore di questa misteriosa Impronta, che, col progredire delle ricerche scientifiche, sempre meglio e sempre con maggior certezza conferma la tradizionale convinzione della Chiesa (1), che si tratti effettivamente del telo nel quale fu avvolto il corpo di Cristo, calato dalla croce e deposto nel sepolcro, secondo il racconto del Vangelo [Mt 27,59; Mc 15,46; Lc 23,53].

secondo pia

l’avvocato piemontese Secondo Pia [1855-1941] che eseguì la prima foto sulla Sindone

Tutti conoscono l’evento sensazionale, che ebbe nel 1898 come protagonista l’avvocato torinese Secondo Pia, il quale, nel preparare la fotografia del Volto sindonico, si accorse esterrefatto ed emozionatissimo, che il negativo della foto presentava le fattezze del Volto in rilievo, come se, in modo simile a quanto avviene in un ritratto fotografico di un volto esposto alla luce, le parti sporgenti — per esempio il naso o la fronte — fossero illuminate, mentre quelle rientranti o nascoste fossero in ombra.

Sindone 3

primo piano del Volto

Da allora fino ad oggi è invalso l’uso di interpretare questo sorprendente negativo dell’impronta sindonica alla stregua o sul modello del negativo di un ritratto fotografico, come se si trattasse, per la precisione, del negativo di un negativo. Mi spiego. La teoria che si è formata in seguito della scoperta di Pia è la seguente: ci si immagina l’impronta sindonica come se fosse il negativo di un ritratto fotografico; per cui il negativo della foto di questa impronta viene logicamente a costituire un positivo: ecco dunque apparire con chiarezza e in rilievo, quasi illuminate dalla luce, le fattezze del Volto, come un vero ritratto, cosa che in precedenza non aveva questa efficacia rappresentativa, perchè siamo di fronte ad una semplice impronta o, potremmo dire, a un semplice negativo. Naturalmente tutti hanno sempre riconosciuto l’impronta del Volto.

sindone 1898

ostensione della Sindone nel 1898

L’operazione del Pia fece sì che questo Volto si riconoscesse molto meglio, in quanto l’occhio, considerando quel negativo, lo percepiva come un positivo, seppure al contrario (2), quasi un Volto misterioso e solenne che emergeva bianchissimo dalle tenebre del negativo fotografico. Per questo, questa foto, accanto a quella dell’impronta sindonica, emerse subito e meritatamente a fama mondiale. Senonchè si cadde però in un grave errore, del quale ancor oggi generalmente non ci si accorge. L’errore sta nel fatto che è sbagliato paragonare il ritratto del Volto, che esce dal negativo fotografico della foto dell’impronta, a un comune ritratto fotografico, come avviene quando fotografiamo un nostro amico o un nostro familiare. Infatti, un comune ritratto fotografico rappresenta un volto illuminato da una sorgente di luce, che viene da fuori del volto, generalmente una luce che viene o da sinistra o da destra o dall’alto. Nel cosiddetto flash la luce colpisce il soggetto frontalmente. In ogni caso, si danno sempre delle parti del volto che restano in ombra, causata dal fatto che, per esempio, il naso pone ostacolo alla luce, per cui proietta un’ombra sulla guancia.

sindone 5

ombre e luci del Volto

Ciò a cui finora non si è fatta attenzione e che causa l’errore della teoria del negativo di un ritratto fotografico, è che le zone dell’area nella quale si trovano le impronte del Volto, prive di impronta — per esempio lo spazio tra l’impronta delle guance e l’impronta dei capelli o quella tra l’impronta del naso e l’impronta delle guance —, non sono affatto paragonabili alle zone d’ombra come potrebbe avvenire in un ritratto fotografico, ombra cioè, come ho detto, causata dal fatto che certe parti ostacolano l’arrivo della luce. Invece le zone del Volto sindonico in ombra sul telo, lo sono perchè non raggiunte — come oggi attesta la scienza — dalla irradiazione perpendicolare al telo, colpito da una misteriosa energia radiante, la quale, uscendo dal Volto vivo del Signore ha impresso nel telo, o per la precisione ha ossidato maggiormente le parti più sporgenti del Volto — per esempio il naso, i baffi e la fronte — e sempre di meno le parti sempre meno frontali e più oblique rispetto alla direzione dei raggi, fino a risultare l’irradiazione del tutto inefficace rispetto alle zone poste nella stessa direzione dei raggi, come per esempio le parti sinistra o destra del collo e delle guance, che non lasciano nessuna impronta e sono totalmente in ombra.

sindone 5

ombre e luci del Volto

In ogni caso — e questo è essenziale per la confutazione della suddetta teoria — le parti in ombra non sono affatto tali perchè altre parti ostacolano l’arrivo dell’energia radiante, che allora non era ancora stata scoperta ed era scambiata per una fonte di luce, come avviene nelle normali fotografie di altri esseri umani. Ma le parti del Volto sul telo sono o in ombra o più o meno in evidenza in rapporto al fatto di essere più o meno vicine alla sorgente dell’energia radiante, che è lo stesso Volto, fino a sottrarsi del tutto ad essa nelle zone dove l’impronta dell’energia è del tutto assente, perchè non vi può giungere.

sindone 1931

preparazione della Sindone per l’ostensione del 1931

Se il ritratto del Volto fosse paragonabile ad un ritratto fotografico, come si è creduto fino ad oggi, l’immagine del Volto dovrebbe presentare parti in ombra causata da altre parti del Volto, per esempio l’ombra del naso sulla guancia o una parte del Volto più illuminata dell’altra o simili dettagli, tutte cose che non si riscontrano assolutamente. Questo tipo di ombra “da ostacolo” è totalmente assente dal Volto e c’è solo l’altra “per assenza di contatto”, che non dipende, come ho detto, da parti che ostacolano la luce, ma semplicemente da parti dove la luce — meglio dire l’energia radiante — non poteva arrivare, perchè poste nella sua stessa direzione.

Sindone 7

chiari e scuri della Sindone

Questa energia radiante era ad un tempo calorifica e luminosa, una luz caliente, direbbe San Giovanni della Croce, riferendosi alla luce della fede, principio di amore, che ci è donata ed irradia dal Volto di Cristo. Calorifica per l’ossidazione del telo; luminosa, in quanto ha causato l’impronta del Volto, che è un Volto di pura luce senza ombre, giusta quanto dice San Giovanni che «Dio è Luce e in Lui non ci sono tenebre» [I Gv 1,5]. Viceversa, la teoria dell’immagine fotografica dovrebbe supporre delle ombre da ostacolo, come in ogni normale fotografia; ombre che invece, nel volto sindonico, non ci sono affatto. Nulla nel Volto di Cristo, pone un ostacolo alla luce. Siccome però è una luce che procede in linea retta — in Cristo tutto è diritto, tutto è retto — , non può illuminare ciò che è fuori della sua direzione e della sua portata. Una lezione per noi, che invece non ci lasciamo totalmente illuminare da Cristo e, poichè siamo finiti e c’è in noi del non-essere, non stupiamoci se la luce di Cristo per conseguenza è in noi limitata: non può illuminare quello che non c’è.

Il Volto della Sindone non è dunque un volto illuminato da una luce che viene da fuori, come il nostro. È invece un Volto luminoso, che emana luce, simile al volto di Mosè, ed anzi molto di più, se è vero che è il volto del Verbo della Verità, che illumina tutto il mondo.

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particolare delle mani con il segno del chiodo nel polso

Le conclusioni, alle quali siamo arrivati, presentano un singolare interesse e ci fanno scoprire un aspetto del Volto sindonico, che finora non era stato considerato a causa di un fraintendimento. Del resto, le scoperte che facciamo da secoli nell’Immagine sindonica si succedono le une alle altre in un meraviglioso ed entusiasmante seguito, che pare non aver mai fine. Qualcosa del genere avviene in cristologia, dove i teologi e la Chiesa stessa non finiscono mai di scoprire nuovi aspetti del Mistero di Cristo, nel Quale «sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» [Col 2,3].

Sindone 9

negativi fotografici

C’è poi un altro aspetto dell’immagine sindonica, del quale pare che a tutt’oggi non ci si sia ancora resi conto. Ed è l’impronta dei capelli. Questa impronta non è per nulla quella che risulterebbe da un contatto con l’energia radiante con capelli afflosciati, quali sarebbe logico che fossero quelli di un cadavere steso su di un piano orizzontale, come si suppone che fosse posizionata la salma di Cristo, coperta dal telo. Invece i capelli, da come risulta dall’impronta, cadono perpendicolarmente, come se il corpo fosse ritto in piedi, quindi vivo, col telo davanti, ad una certa distanza, anch’esso perpendicolare al pavimento [sostenuto da chi?], in modo da poter ricevere l’impronta del corpo del Signore.

sindone 10

la Sindone, potrebbe essere una istantanea della risurrezione?

Quale conclusione trarre? Che l’impronta sindonica, pur appartenente a quella di una salma, come è testimoniato dalla posizione delle braccia e delle gambe, è però nello stesso tempo testimonianza sconvolgente dell’istante nel quale Cristo sta risorgendo e ci lascia un segno miracoloso ed impressionante di questo istante, al quale nessuno ha assistito, ma solo questo povero telo muto, ma più eloquente di mille testimonianze umane.

Varazze, 4 maggio 2015

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(1) Lex orandi, lex credendi. Dal secolo XVII esiste in maggio nella diocesi di Torino una memoria liturgica della Sindone intesa come impronta del corpo di Cristo morto e risorto. Naturalmente questa convinzione della Chiesa non è dogma di fede, e tuttavia è di somma autorevolezza, benchè non si tratti di oggetto di fede, ossia di un dato della divina Rivelazione. Si tratta però di materia connessa alla fede, giacchè – a parte il rapporto con le narrazioni evangeliche – cosa ci può essere di maggiormente connesso con la fede, se non il corpo di Colui, che è l’Autore e Perfezionatore della fede (Eb 12,2)? Da precisare, inoltre, che la detta convinzione ecclesiale non pretende assolutamente di sostituirsi o di sovrapporsi al giudizio della scienza, la quale, in questo campo, che è anche di sua competenza, può e deve esprimere sentenze, che restano assolutamente libere ed autonome dalla fede, e dotate di una loro propria autorevolezza e certezza fondate sull’esperienza e la ragione.
(2) Verrebbe quasi fatto di dire, con Lutero: sub contraria specie. Par quasi di assistere ad un gioco dialettico hegeliano: il positivo nel negativo.

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